Partito Comunista Internazionale Corpo unitario ed invariante delle Tesi del Partito

 

Terza Internazionale Comunista
4° Congresso - novembre 1922

PROGETTO DI PROGRAMMA DI AZIONE PRESENTATO DAL P.C.d’I


La Tattica generale.
Sviluppo del Partito Comunista.
La conquista delle masse.
La lotta diretta contro la reazione.
I comunisti nei Sindacati.
Per la resistenza dei Sindacati.
Il problema della disoccupazione.
Rivendicazioni parziali e azione generale.
La lotta rivoluzionaria contro lo Stato e l’imperialismo.
La collaborazione con gli altri partiti proletari.
Gli obbiettivi del fronte unico.
Strategia del Partito Comunista.
 
 

La tattica generale

    1) Secondo i principi ed il Programma dell’Internazionale Comunista, il P.C.d’I. si prefigge il rovesciamento del potere statale borghese da parte del proletariato rivoluzionario. Il raggiungimento di tale obbiettivo esige, in Italia, che siano debellate tre principali forze avversarie: l’apparato statale con tutte le sue risorse di forza politica e militare; il fascismo con la sua potente organizzazione controrivoluzionaria; la socialdemocrazia, che con la sua predicazione pacifista distoglie una parte grandissima del proletariato dalla lotta rivoluzionaria.

    2) Secondo i principi ed il Programma marxista, per la rivoluzione proletaria e la vittoria di essa, è indispensabile organo il partito politico di classe che la prepari e la diriga in tutto il suo sviluppo, e questo partito è in Italia il Partito Comunista. Date le forze che oggi conta il Partito Comunista e la sua influenza sulla classe lavoratrice italiana, non può ritenersi possibile la vittoria in un’azione direttamente condotta dal Partito contro lo Stato e il fascismo. Perché la vittoria del proletariato italiano divenga possibile, occorre che il Partito Comunista estenda la sua influenza e realizzi la conquista di grandi masse attorno alla sua bandiera. Da questo sorgono tutta una serie di compiti che si deve porre l’azione e la tattica del Partito.
 
 

Sviluppo del Partito Comunista

    3) Questo sviluppo del Partito Comunista deve essere considerato tenendo presente la influenza e la situazione di altri partiti italiani che si richiamano alla classe lavoratrice. Gli effettivi inquadrati da questi partiti dovranno gradatamente passare al Partito Comunista, essendo i loro metodi insufficienti dal punto di vista rivoluzionario. Tali partiti, infatti, attraversano quasi tutti, oggi, una grave crisi di principi e di metodi d’azione.
    Merita particolare considerazione il problema di utilizzare il processo della crisi del Partito Socialista che ha fino ad oggi inquadrato la maggioranza del proletariato organizzato. Obbiettivo nel Partito Comunista deve essere la dimostrazione alle masse della incapacità rivoluzionaria di tale partito, come della sua incapacità a difendere anche i concreti loro interessi. Questo esige che non si cessi dalla opposizione a tutte le correnti del P.S.I., che si dichiari impossibile fare opera comunista e rivoluzionaria nelle sue file, che si respinga ogni progetto di "noyautage" ufficiale nelle sue file da parte del Partito Comunista. Di fronte alla scissione del P.S.I. e alla formazione di un partito indipendente, la attitudine del Partito Comunista deve essere tale da impedire che questo partito possa essere accolto dal proletariato italiano come un organismo di capacità rivoluzionarie. Le sue tradizioni come principi e metodi, come capacità e responsabilità passate del suo stato maggiore, la sua composizione stessa in cui la maggioranza proletaria è soffocata da una impalcatura piccolo-borghese, demagogica, falsamente rivoluzionaria, esigono che si tenda oltre che alla bancarotta politica, a quella organizzativa, di tale movimento.
    Sono dunque da respingersi i progetti di fusione organizzative del P.C.d’I. con tale partito o parte di tale partito, oltreché per considerazione di ordine generale sulla natura e il processo di formazione del Partito Comunista, per le eventuali conseguenze sfavorevoli sulla compagine del Partito Comunista, che compromettendo gravemente il grado di preparazione e di allenamento alla lotta del medesimo, ne diminuirebbero inoltre il prestigio fino a provocare forse una diminuzione di effettivi. Il dovere del Partito Comunista d’Italia è dunque di provocare con tutto il complesso della sua azione, dalla propaganda teorica all’intervento nelle quotidiane lotte operaie, il passaggio delle masse del Partito Socialista alla organizzazione del Partito Comunista, che solo può utilmente inquadrare e mettere in valore le loro energie.
    Qualunque opinione possa aversi sulla frazione "terzinternazionalista" del P.S.I. tale compito deve ritenersi oggi esaurito e i suoi membri dovrebbero essere invitati a passare secondo le comuni norme statutarie nelle file del Partito Comunista. La permanenza di una frazione accreditata come comunista in un partito "indipendente" non potrebbe che causare maggiori difficoltà al compito di chiarificazione e inquadramento rivoluzionario della lotta del proletariato italiano.
    Anche verso gli altri partiti che si basano sulla classe operaia, come anarchici, sindacalisti, riformisti, repubblicani, deve svolgersi un’opera di conquista al Partito Comunista dei loro aderenti, accentuando naturalmente la critica verso quelli di tali partiti che maggiormente, come gli ultimi, sono vicini alla classe dominante borghese.
 
 

La conquista delle masse

    4) L’incremento delle forze organizzate e dell’influenza sulle masse del Partito Comunista non può essere conseguito col semplice proselitismo che potrebbe derivare da una propaganda teorica e ideologica dei principi del Partito, e il compito di questo non può limitarsi alla preparazione degli elementi che ha inquadrati per il momento della suprema lotta rivoluzionaria. Questo è tanto più vero in quanto le condizioni create in Italia dalla reazione fascista sono tali da paralizzare in parte ed in ogni caso rendere enormemente più difficile sia l’opera di organizzazione interna che quella di propaganda in tutte le sue forme, le quali in gran parte del paese devono assumere carattere di illegalità oppure aperto carattere di battaglia armata. La conquista delle masse allo scopo di prepararle alla lotta per il potere proletario si deve realizzare come un’azione complessa ed intensa in tutti i campi della lotta e della vita proletaria, e con la partecipazione del Partito in prima linea in tutte le lotte anche parziali e contingenti suscitate dalle condizioni in cui il proletariato vive. Tuttavia nel corso della partecipazione del Partito a tali lotte deve essere in ogni istante posta in rilievo la connessione stretta tra le parole che il Partito lancia e gli atteggiamenti che assume ed il conseguimento dei suoi massimi fini programmatici. Per assicurare la conquista delle masse alla causa comunista è necessario accompagnare tutta questa opera nel campo ricchissimo dei problemi concreti con una critica incessante ed una polemica diretta verso gli altri partiti che guidano parte delle masse, anche quando appare che questi possano condividere gli stessi obbiettivi per cui lotta il Partito Comunista. Gli elementi guadagnati dall’attitudine ed opera reale del Partito devono poi venire in tutti i campi solidamente inquadrati nelle varie reti organizzative di cui il Partito dispone, dalle quali tende ad ottenere la incessante estensione e delle quali deve in ogni circostanza essere assicurata la indipendente esistenza e continuità.
 
 

La lotta diretta contro la reazione

    5) Tra le forme di azione dirette alla conquista delle masse deve essere compresa quella che il Partito condurrà nella lotta diretta contro la reazione, anche dove possa contare sulle sole sue forze. Senza tendere con questo all’abbattimento del potere borghese o alla sconfitta campale fascista, e senza lasciarsi trascinare ad azioni che comprometterebbero la propria organizzazione e preparazione, il Partito Comunista deve curare la preparazione e l’armamento necessario a sostenere con le opportune risorse tecniche la guerriglia contro un avversario di forze superiori e che si trova in posizione di vantaggio. La ragione non è quella di allenare e provare il proprio inquadramento militare, né quella di potersi vantare di avere dato esempio di coraggio e di eroismo come fini a sé stessi, ma è in rapporto diretto con la tattica del fascismo. Questo tende a demoralizzare e battere il proletariato col metodo terroristico, ossia spargendo l’impressione della sua invincibilità e della impossibilità a resistergli. Per contrastare questo processo di demoralizzazione della massa è necessario far sentire al proletariato che l’opporre forza a forza, organizzazione ad organizzazione, armamento ad armamento, non è solo una vaga parola che sarà attuata solo in un avvenire remoto, ma una possibile e pratica attività nell’applicazione della quale sarà solo possibile preparare una riscossa armata proletaria. In questo campo di attività il Partito non si pone limiti di principio se non nel senso che è da respingersi ogni azione che non venga predisposta dagli organi di Partito adatti, e quindi ogni iniziativa individuale. Questo non vuol dire che si rinunci alla iniziativa individuale, intesa cioè a colpire dati individui di parte avversa, o condotta da compagni comunisti isolati, su ordine del Partito. Anzi la azione non potrà avere carattere di impiego di gruppi o formazioni militari che nelle circostanze in cui le grandi masse siano in moto ed in lotta: nel corso ordinario della guerriglia di classe sono le azioni dei singoli o di gruppetti ben scelti che, ben preordinate per evitare conseguenze sfavorevoli, devono essere organizzate.
    Obbiettivo di tale azione saranno non solo le forze armate fasciste, ma in genere le ricchezze, le istituzioni, le persone della classe e di tutti i partiti borghesi. In massima si deve evitare un troppo grave danno diretto o indiretto agli interessi dei lavoratori o di ceti sociali neutri. Obbiettivo della condotta di simili lotte dovrebbe essere quello di rispondere sempre con una rappresaglia ai colpi degli avversari contro istituzioni proletarie. In tale campo il Partito Comunista deve agire, rispetto alla borghesia, come l’inquadramento fascista rispetto alla massa di tutto il proletariato.
    Un corollario di questa tattica deve essere quello di non prestarsi, nella campagna antifascista, a fare troppo il gioco del fascismo stesso insistendo sulle atrocità ed implacabilità della sua azione: pur attribuendo ad esso tutte le responsabilità, si deve evitare di prendere un’attitudine pietosa e si deve dare il rilievo massimo agli atti di violenza con cui le nostre forze o il proletariato spontaneamente rispondono ai colpi nemici.
 
 

I comunisti nei Sindacati

    6) La partecipazione del Partito Comunista alle lotte concrete del proletariato con le sue forze, con le sue soluzioni, con la sua esperienza, si effettua in primo luogo con la partecipazione dei membri del Partito all’attività di quegli organismi associativi delle classi lavoratrici che nascono per necessità e finalità economiche, come i sindacati, le cooperative, le mutue ecc.. Di massima e sistematicamente i comunisti lavorano in quegli organismi che sono aperti a tutti i lavoratori e non esigono dai loro aderenti speciali professioni di fede religiosa o politica. Nella situazione di oggi in Italia si considerano come tali i seguenti organismi: Confederazione Generale del Lavoro, Sindacato Ferrovieri Italiani, Unione Sindacale Italiana, Unione Italiana del Lavoro, Federazione Italiana Lavoratori dei Porti, Lega Nazionale delle Cooperative, Federazione Nazionale delle Mutue, Lega Proletaria Mutilati ed Invalidi di Guerra ed altre minori associazioni. In tutti questi organismi, di massima, i comunisti hanno i loro gruppi, ben collegati tra loro e col Partito, che vi sostengono il programma conforme alle direttive comuniste, traendo dal Partito le linee fondamentali ed elaborandone nel loro lavoro la parte specifica e tecnica.
    Il Partito Comunista tende all’unificazione tra loro dei grandi organismi sindacali classisti italiani e lavora per essa fin dalla sua costituzione. Dinnanzi a taluni organismi sindacali a carattere minoritario, al Partito Comunista si pone il problema di provocare la loro fusione con altri organismi professionali che inquadrano masse più estese, alla condizione che possa essere garantita una possibilità di azione e propaganda ed evitato un infeudamento completo allo Stato e ai partiti padronali: un esempio può essere dato dall’Unione Magistrale Italiana, in cui potrebbe utilmente rientrare il Sindacato dei Maestri, dalla Associazione Nazionale Combattenti con la quale potrebbe fondersi la Lega Proletaria, allargando le possibilità di un proficuo lavoro di penetrazione. Il Partito Comunista si oppone invece alla fusione organizzativa stretta tra i sindacati e gli organi della cooperazione e mutualità, che snaturerebbe le capacità dei sindacati ad una più pronta azione rivoluzionaria e ritarderebbe la loro emancipazione dalle influenze socialdemocratiche.
 
 

Per la resistenza dei Sindacati

    7) Il lavoro nei sindacati tendente alla conquista di essi al Partito ed alla conquista al Partito di nuovi proseliti a scapito degli altri partiti che nel sindacato agiscono, nonché tra i senza partito, è quello più utile per un rapido incremento della influenza del Partito Comunista. Però in Italia la situazione sia economica che politica, ha prodotto e tende ad ulteriormente produrre un indebolimento o diradamento dei sindacati, che mette in grave pericolo le sorti di una buona preparazione rivoluzionaria. Il Partito Comunista deve dunque lottare per la resistenza dei sindacati e per il loro rinvigorimento. Questo si raggiunge primieramente con l’opera attenta e assidua come militanti sindacali e membri del Partito, col proteggere a mezzo dell’attrezzamento del Partito i sindacati dai colpi della reazione.
    Ma occorre fare di più oggi, ché ai pericoli oggettivi un altro se ne aggiunge, contenuto nel piano degli elementi più opportunisti del movimento sindacale di condurre questo sul terreno delle istituzioni borghesi, dandogli una impronta nazionale, ossia di collaborazione di classe nella ricostruzione dell’economia capitalistica. Compito del Partito Comunista è il mostrare come questo programma coincida con quello della sottomissione dei lavoratori ad un ultrasfruttamento, abolendo non solo la lotta di classe politica, ma anche ogni manifestazione economica di resistenza all’arbitrio padronale. Oggi il Partito Comunista deve condurre un’intensa campagna in tal senso col motto: sindacati rossi e non sindacati tricolori. A questo scopo il Partito Comunista deve cercare di concludere una intesa con quelle correnti di sinistra del movimento sindacale che vogliono tenerlo sulle linee di una lotta di classe rivoluzionaria, e inserire in questa azione la lotta per la unificazione organizzativa dei sindacati, che assicurerebbe un massimo di attrazione delle masse nei sindacati stessi. Questa unificazione deve essere perseguita il più larga che sia possibile, senza escludere nemmeno gli elementi di destra che sono inquadrati da riformisti e sindacalisti già interventisti, oggi tendenti alla rettifica di rotta dei sindacati, ma deve avere i limiti di mantenere gli organi sindacali immuni da ogni influenza diretta dello Stato, e di partiti e sindacati padronali, escludendo la partecipazione esplicita alla vita dei sindacati operai di partiti e correnti che sullo stesso piano propugnano la organizzazione di corporazioni professionali dei ceti abbienti, come oggi sostengono, oltre ad altri partiti borghesi, i fascisti ed in un certo senso i popolari. In caso contrario si lascerebbero passare tutti gli effettivi proletari in organismi in cui ogni propaganda ed ogni penetrazione comunista e rivoluzionaria sarebbero resi impossibili.

    8) Vi sono situazioni locali nelle quali il gioco combinato della mancanza di lavoro e della brutale violenza hanno obbligato tutta la massa a passare nei sindacati autonomi (fascisti), come è avvenuto quasi esclusivamente in seno a certe masse rurali. In questi casi tutto autorizza al criterio di consentire che i membri e i simpatizzanti del Partito passino anch’essi con la massa ai sindacati autonomi nel momento in cui ogni altra azione si rende impossibile. La esperienza insegna che in tali casi non soltanto la rete sindacale, ma anche la stessa organizzazione del Partito, specie nei centri piccoli, deve divenire illegale. Sebbene vi siano casi di conquista con tale mezzo di cariche direttive nei sindacati fascisti, l’obbiettivo di tale azione resta il sabotaggio della organizzazione fascista e il ritorno della massa nell’organizzazione rossa. In generale il Partito Comunista si prefiggerà di dimostrare che i sindacati fascisti non garantiscono gli interessi immediati dei lavoratori e dei contadini e agiscono come strumenti del padronato e degli agrari, malgrado certe prime diverse apparenze.

    9) Un’opera di difesa dei sindacati è la seguente: in molti organismi che non hanno carattere interno sindacale, ma ai quali partecipa di diritto tutta la massa anche non sindacata, come le varie casse pensioni, disoccupazione, malattie ecc., certe cooperative, e anche i Consigli e le Commissioni Interne di fabbrica, oggi che la percentuale di organizzati è dovunque scemata, partiti borghesi scendono in lotta nelle elezioni delle cariche per assicurarsele. In questo caso il Partito, anziché lottare con proprie liste contro gli altri partiti che si muovono nell’ambito della organizzazione sindacale di classe, può accettare di sostenere assieme a questi partiti liste di "organizzazione" presentate a nome del sindacato classista e sostenute da tutte le forze di questo, per conservargli il controllo degli organismi di cui si tratta. Ciò non esclude che nel seno degli organismi sindacali il Partito lotta in generale per assicurarli al proprio inquadramento sindacale presentando e sostenendo liste proprie per le cariche elettive.
 
 

Il problema della disoccupazione

    10) Oltre al contrastare la dissoluzione dei sindacati classisti e al fare opera per la riorganizzazione sindacale dei lavoratori in genere, il Partito Comunista deve prefiggersi di avvicinare, con l’azione per rivendicazioni immediate, gli strati del proletariato che sono costituiti dai non organizzati e altresì dai non organizzabili sindacalmente. La proporzione della disoccupazione in Italia impone al Partito di porre questo problema in primo piano. Presentemente i sindacati sono ad uno svolto in cui dovranno riassestare le proprie basi prima di poter dar luogo a nuove e grandi azioni di masse: queste potrebbero sorgere nel prossimo inverno dai moti dei disoccupati, dei senza casa, dei proletari in genere vessati dal caro-vita, dalla mancanza di riscaldamento, di illuminazione, dalle tasse comunali che assumono talvolta non solo il carattere di imposta sul salario, ma addirittura di imposte sul non-salario (tassa di famiglia che colpisce gli stessi disoccupati). Una certa organizzazione che merita tutto l’interesse del Partito, è sorta tra gli inquilini, specie nei grandi centri. In genere non è possibile in questo campo formare dei veri e propri sindacati, e talvolta deve limitarsi l’accettazione delle adesioni agli elementi che non sono abbienti o datori di lavoro. Più spesso si possono costituire comitati di agitazione, che dirigano il movimento ed attraggano ad esso la grande massa. È risultato sempre notevolmente difficile attrarre e mettere in moto i disoccupati: una risorsa è quella di sostenere per il disoccupato che non paga quote il diritto alla permanenza nella iscrizione nel sindacato e anche alla cooperativa e alla mutua.

    11) Il Partito deve compiere un’opera di avvicinamento anche a quella parte della massa operaia che è nell’esercito nazionale. Una propaganda opportunamente preparata con collegamenti stabiliti, avvalendosi dell’organizzazione della gioventù comunista, permette di lavorare fra i soldati portando loro la parola comunista, interessandosi anche ai problemi inerenti al loro trattamento materiale e morale, cercando di rendere più difficile la utilizzazione dell’esercito ai fini della reazione borghese.
 
 

Rivendicazioni parziali e azione generale

    12) Dalle rivendicazioni parziali e contingenti che si presentano nei vari campi della vita proletaria si passa a quelle di ordine generale che, pur non essendo ancora il postulato finale della conquista del potere e della espropriazione dei capitalisti, consistono in concessioni da strappare alla classe padronale e allo Stato borghese. La situazione attuale rende particolarmente chiara l’azione del Partito Comunista in questo campo. Oggettivamente, oggi che ovunque per la irresistibile crisi del capitalismo si sferra l’offensiva padronale, non è possibile che le masse percorrano un cammino di conquiste progressive e realizzino un miglioramento sensibile del loro tenore di vita, anzi neppure che riescano a conservare la loro presente situazione materiale, finché le istituzioni capitalistiche sono in piedi. Poiché gli altri partiti, sia borghesi che socialdemocratici, asseriscono l’opposto, il Partito Comunista, pur dicendo chiaramente nella sua propaganda questa verità critica, avrà modo di rivolgersi all’intera massa operaia per invitarla a lottare per le rivendicazioni materiali, che avendo per condizioni del loro conseguimento la vittoria rivoluzionaria, condurranno le masse sulla via di una esperienza concreta dei metodi che alla rivoluzione possono condurre. Queste rivendicazioni che il Partito Comunista porrà come obbiettivo di un’azione di tutto il proletariato, possono essere di natura economica strettamente sindacale, ossia essere poste contro il padronato direttamente, come la difesa dei patti di lavoro (salari, orari, contratti agricoli), possono essere economiche ma importare l’onere dello Stato, come l’aumento dei sussidi ai disoccupati, possono investire la politica dello Stato come il diritto di organizzazione, la libertà di sciopero e simili. Tutte queste rivendicazioni sono ammissibili e inquadrabili nella lotta del Partito Comunista, purché presentate come obbiettivo da raggiungersi attraverso la lotta e l’azione diretta delle masse che devono imporre sia ai partiti borghesi che ai loro capi socialdemocratici di mantenere le loro promesse.

    13) Il P.C.d’I. non porrà queste rivendicazioni come conseguibili attraverso l’azione legalitaria fatta di intese con altri partiti politici o di combinazioni parlamentari e di governo. A parte ogni motivo di ordine generale, sta di fatto che neppure le rivendicazioni più modeste, ossia le difensive, potrebbero per tal modo essere sostenute. Sia di esempio il Partito Popolare Italiano, partito che è la colonna dei ministeri che si succedono e non può sottrarre le sue organizzazione alle violenze fasciste. D’altra parte la mancanza di realizzazione legale delle rivendicazioni proletarie, che è un coefficiente rivoluzionario quando vi è la pressione dell’azione di massa sospinta del Partito Comunista, e si risolve in una esperienza che indica la necessità della lotta rivoluzionaria, quando il Partito Comunista facesse parte di una coalizione che deve attuare tali postulati sul terreno legale, si risolverebbe in un insuccesso sia per il Partito che per la preparazione rivoluzionaria.
    La situazione della lotta di classe in Italia è oggettivamente sfavorevole al proletariato, ma d’altra parte ha tutti i caratteri dello stadio più acuto, essendo quotidiano l’uso della violenza armata. Ne consegue che il problema dominante è l’organizzazione della lotta armata del proletariato e ogni prospettiva che mostri alle masse una via per fa prevalere i loro interessi senza lotta armata, produce un effetto controrivoluzionario.
 
 

La lotta rivoluzionaria contro lo Stato e l’imperialismo

    14) Tre le rivendicazioni del Partito Comunista si può comprendere una soluzione del problema del regime statale che non sia ancora la dittatura proletaria? L’esperienza del Partito Comunista risponde negativamente, sia come possibilità concreta che come opportunità di lanciare parole di propaganda. In Italia pullulano i partiti e gruppi politici che prospettano soluzioni radicali e rivoluzionarie del problema delle istituzioni politiche, come è naturale dato i succedersi delle crisi ministeriali e il permanere di una crisi delle forme governative. Ma in tutte queste mutevoli proposte domina il superficialità, la improvvisazione e il confusionismo di direttive e responsabilità politiche che hanno già avuto nefasti effetti sul proletariato per le molte delusioni a cui lo hanno condotto. Esiste la prospettiva di un mutamento delle istituzioni politiche nel senso di una dittatura delle forze di destra, sebbene questa prospettiva non sia che un’apparenza esteriore della difensiva spinta all’estremo dalle forme statali tradizionali. Esiste poi la prospettiva di un governo di sinistra sorto dalla collaborazione dei socialisti di destra e di taluni borghesi, popolari e democratici; prospettiva che i recenti avvenimenti hanno allontanato, non avendo oggi la borghesia italiana la sensazione di dover fare estreme concessioni per frenare il movimento rivoluzionario. Un tale esperimento socialdemocratico presenterebbe l’utilità di far toccare con mano alle masse la vanità di tale aspettazione, specie agli effetti di una politica di polizia antifascista, ma mentre è evidente che il P.C. non può che combattere apertamente tale soluzione, è anche evidente che è stato fatto quanto si poteva per influire anche su un tale sviluppo della situazione, dalla scissione di Livorno all’atteggiamento nella lotta d’agosto e che il riformismo italiano è ormai squalificato e impotente a fare questa sua politica specifica di collaborazione al potere borghese.

    15) La nuova situazione delle forze parlamentari, anche quali probabilmente sortirebbero da nuove elezioni, non presenta la possibilità di altre soluzioni puramente parlamentari del problema del governo in Italia. La situazione della lotta nel paese mostra che non si devono dare parole che inducano allo equivoco tra le soluzioni legalitarie e pacifiche e quelle rivoluzionarie. Da altra parte malgrado certe diverse apparenze non vi sono altre forze disposte alla lotta diretta antifascista che quelle disposte alla lotta rivoluzionaria contro lo Stato: comunisti e libertari. Altri elementi antifascisti, che prospettano il miraggio disfattista di una repressione di polizia del fascismo, saranno domani alleati di questo in un compromesso di governo (nittiani, socialdemocratici, popolari). Alle masse che tendono alla lotta antifascista e hanno intimamente assimilato alla esperienza della solidarietà tra Stato e fascismo, che è più evidente al più ignorante contadino magari cattolico che a molti teorici socialisti, non si può dare utilmente che questa parola: non il governo dei fascisti né l’illusorio governo parlamentare di sinistra ma un governo degli operai e dei contadini raggiunto con la mobilitazione rivoluzionaria del proletariato. Questa parola, pur avendo il preciso senso di quella della dittatura proletaria, può essere adoperata per influenzare le masse meno evolute accompagnandola incessantemente a quella: lotta armata diretta contro il fascismo, che si risolve nella lotta contro lo Stato per abbatterne l’apparato.

    16) Le parole del Partito Comunista per le rivendicazioni proletarie possono e devono investire la politica internazionale. La lotta contro l’imperialismo mondiale per il riconoscimento della Repubblica dei Soviet, e soprattutto oggi contro le minaccia di nuove guerre, devono essere al primo posto nella agitazione. Anche qui il Partito Comunista non traccia un programma di politica estera dello Stato borghese, ma tende ad influenzare questo con una pressione delle masse in senso rivoluzionario, e a paralizzare il suo compito di collaborazione ai piani di restaurazione capitalistica mondiale.
 
 

La collaborazione con gli altri partiti proletari

    17) Le rivendicazioni che abbiamo passato in rassegna devono servire al Partito Comunista come piattaforma di inviti all’azione di tutta la massa proletaria, tentando di ottenere che si giunga ad un movimento al quale la massa intera partecipi, che dimostri in essa il grado notevole di combattività, che le ridia fiducia nell’impiego della propria forza e che la convinca che per ottenere da tale forza più ampi risultati basta convergere intorno al Partito Comunista, che in tali lotte rivoluzionarie deve mostrare la sua maggiore attitudine all’azione rivoluzionaria. Non si tratterà dunque di lotte dirette del Partito Comunista e dei suoi organi politici, sindacali, militari, ma di azioni dirette da organi a più larga base. Che simili organi si formino centralmente con la partecipazione dei partiti cosiddetti proletari non è desiderabile in Italia per una serie di ragioni. Tutti gli stati maggiori di questi partiti hanno accumulato prove di inettitudine, insufficienza e leggerezza deplorevoli. Il Partito Repubblicano è diviso in una corrente filofascista e una che si avvicina al proletariato, che ne paralizzano l’azione. Gli anarchici, non organizzati internamente, mancano di direttive sicure e non hanno grande influenza. I socialisti attraversano la crisi ben nota che è lungi dal condurre ad una chiarificazione definitiva. Inoltre i partiti politici accennati dimostrano di non saper intendere la portata di un’intesa di azione su di un programma di rivendicazioni concrete interessanti il proletariato e tali da dover essere sostenute da socialisti, comunisti e libertari; ma tendono a trasportare la questione sul terreno delle intese sul programma politico generale, sulla preparazione della “rivoluzione” della quale essi hanno un concetto tanto sterile quanto ingannevole. Su tale terreno, impossibile è un’intesa per la incompatibilità dei programmi. I repubblicani vorrebbero che come obbiettivo comune si ponesse la repubblica, i riformisti la collaborazione, gli anarchici e i sindacalisti il Non-Stato, e nessuno intende che i comunisti non propongono come obbiettivo della lotta la dittatura del proletariato, ma formule ben più immediate e concrete. Dall’altra parte in una coalizione ogni partito farebbe la sua politica verso il suo speciale illusorio obbiettivo senza recare all’azione alcun utile contributo, fuorviando e disorientando le masse.

    18) Se invitato a incontri e convegni con altri partiti proletari, il Partito Comunista potrà accettare, e potrà anche dimostrare l’obbiettività del suo atteggiamento dinanzi ad una coalizione politica, col porre alla sua costituzione delle condizioni opportune: quella, ad esempio, che l’organo direttivo comune non possa deliberare negoziati con organismi estranei all’intesa (Stato, partiti borghesi) che su voto unanime, per scongiurare così situazioni analoghe a quella in cui è finito ogni moto generale del proletariato italiano, con un compromesso tra i dirigenti di destra e le forze borghesi. Ma la proposta centrale del Partito sarà quella che l’organo comune sorga non da un compromesso tra i partiti, ma sul terreno dei sindacati e di altre forme d’inquadramento delle masse proletarie, a cui tutti i partiti impegnino, ciascuno per suo conto e solennemente, l’appoggio delle proprie forze.

    19) Indipendentemente dal problema della coalizione politica potrà essere considerato quello di una collaborazione tra i partiti proletari a scopo di una più efficace azione militare delle masse in caso di agitazioni generali. Anche in questo caso è giusto avanzare condizioni: come quella che si cessi dalla propaganda disfattista e pacifista fatta pubblicamente dagli organi di quei partiti che propongono poi intese per l’uso della forza delle armi. Raggiungendosi un accordo nazionale, si potrà dare la parola che localmente sorgano – a lato degli organi che localmente rappresentano l’organo di inquadramento generale di tutta la massa sorto nel campo sindacale o analogo – dei comitati "tecnici" dei vari partiti per l’azione armata, ai quali il Partito Comunista parteciperà tenendo ben distinto il suo proprio inquadramento militare. Non è però opportuno costituire tali comitati locali con la rappresentanza diretta del Partito, in nessun caso con carattere di intesa politica, e nemmeno con carattere di intesa militare quando manchi l’accordo nazionale in tale campo, poiché la nostra opera di conquista delle masse sarebbe paralizzata se dopo aver impostato il problema della necessità di combattere il pacifismo e il nullismo della guerra di classe e della preparazione militare del proletariato, avversata da socialdemocratici e anarchici per diversi motivi, si valorizzassero questi partiti come naturalmente adatti a sostenere quanto noi la lotta, attraverso organizzazioni improvvisate e locali.
    L’esperienza sta a dimostrare poi la sterilità dell’azione di tali comitati, detti talvolta di “difesa proletaria”, e la convenienza di lasciare organizzare la confluenza dei lavoratori di ogni partito in una difesa comune attraverso gli organi locali di un “fronte unico” altrimenti costituito, su base di tipo sindacale, che siano permanenti e nei quali si troveranno automaticamente uomini dei partiti che prevalgono nella località. Quanto più tali organi diventano complessi e confusi, tanto più si verifica la penetrazione di elementi infidi, non aventi chiaro mandato e responsabilità e speculanti per conto di gruppi borghesi su spontanei movimenti di masse, come avvenne per gli Arditi del Popolo e per taluni comitati di difesa proletaria, comitati riuniti e simili.
    Sarà tuttavia opportuno disporre che, mentre i comunisti non prenderanno mai la iniziativa di tali improvvisazioni, specie poi dove sono in prevalenza, abbiano ad aderire a comitati quali che siano, se, malgrado le loro contrarie proposte, essi sorgessero, allo scopo di non perdere il contatto con le masse ed apparire estranei alla lotta. In nessun caso però i comunisti potranno entrare a far parte di organismi a tipo militare che esigono una disciplina diversa da quella del loro partito e del loro inquadramento sindacale.

    20) Il fronte unico sindacale per le rivendicazioni che si oppongono alla offensiva padronale, è la piattaforma fondamentale della presente azione del Partito Comunista in Italia, e la via della sua conquista del primo posto nella dirigenza del proletariato italiano. Di esso vi è già stato un largo esperimento nella Alleanza del Lavoro e nello sciopero generale nazionale dei primi di agosto del 1922. Oggi da parte di quegli elementi stessi che tentano di snaturare il carattere dei sindacati tradizionali proletari, si tende alla dissoluzione della Alleanza del Lavoro. Il Partito Comunista ne sostiene invece la conservazione e la riorganizzazione, come forme costitutive più adatte, quali le propose e sostenne molto tempo prima, denunziando i pericoli del modo col quale si era costituita l’Alleanza. Questa ricostituzione è anche posta come uno degli scopi dell’intesa fra le frazioni sindacali di sinistra che il Partito Comunista propugna attraverso l’iniziativa del Comitato Sindacale Comunista, e dovrebbe avvenire con la partecipazione degli stessi organismi sindacali che vi concorsero la prima volta. Il Partito Comunista sostiene il fronte unico anche con quelle masse che sono guidate dai collaborazionisti della destra confederale, o dai dannunziani della Unione del Lavoro, e se da questa parte verrà definitivamente rotta l’unità del fronte, la responsabilità sarà dei capi che dovranno essere smascherati innanzi alla massa.

    21) Gli organi della Alleanza del Lavoro dovrebbero così essere costituiti: una intesa centrale rinnovellata tra gli organismi sindacali nazionali con la formazione immediata di un Comitato Nazionale, il quale però non dovrà come il presente comprendere solo delegati della centrale dirigente di ogni sindacato, ma avere la rappresentanza proporzionale alle frazioni in ogni sindacato. Localmente dovrebbero immediatamente riattivare le loro funzioni comitati costituiti in modo analogo, ma in seguito dovrebbero eleggersi consigli della Alleanza del Lavoro in cui ogni singola lega iscritta ai sindacati alleati dovrebbe avere il suo delegato. Questo consiglio eleggerà il comitato locale della Alleanza del Lavoro, e in casi speciali eleggerà un ristretto comitato di azione eventualmente segreto. Si procederebbe intanto al lavoro per la convocazione del Congresso Nazionale della Alleanza del Lavoro, coi delegati diretti dei comitati locali, che eleggerebbe gli organi centrali del fronte unico. La obiezione che sarebbero per tal modo superati i poteri e le autonomie dei singoli sindacati, non dice nulla contro il nostro programma, che intravede come sbocco della Alleanza del Lavoro anche un vasta unificazione organizzativa sindacale.

    22) Al tempo stesso l’Alleanza dovrebbe essere sviluppata nel senso di poter inquadrare anche le masse non sindacate e non sindacabili. Questo risultato non appare per ora immediato, correndo pericolo anche la esistenza stessa della Alleanza sindacale; ma si presenta come ricco di sviluppi in ordine a quanto è già detto circa i problemi concreti che interessano e possono porre in moto le masse non sindacate. L’Alleanza del Lavoro così allargata diverrebbe un embrione di vera e propria rappresentanza di classe del proletariato urbano e rurale, preludio della organizzazione statale dei consigli operai e della loro formazione avvenire. La possibilità di valorizzare il fronte unico nel momento in cui il movimento sindacale attraversa una crisi si delinea così in modo interessante, e si presenta come uno sbocco utile ben diverso da quello di un fronte dei partiti, che non troverebbe in sé risorsa alcuna per riparare alla mancanza di energie dovuta alla rarefazione dei sindacati, di cui non potranno non risentire gravemente i partiti proletari, tutti in misura assai maggiore di quello comunista, l’unico saldamente attrezzato a tutte le eventualità e a forme molteplici di azione.
 
 

Gli obbiettivi del fronte unico

    23) Degli obbiettivi del fronte unico, parlando delle rivendicazioni concrete si è già detto abbastanza. Quelli che si presentano come attuali per le prossime campagne sono tutti quelli sindacali ed economici, quelli riguardanti il trattamento ai disoccupati, quelli “antifascisti” delle libertà di organizzazione e di sciopero e della difesa delle istituzioni proletarie. La situazione internazionale prepara anche la campagna “contro la guerra”, ben inquadrata nelle linee della politica rivoluzionaria del proletariato mondiale. La parola del governo degli operai e dei contadini potrà e dovrà, dinanzi alle prevedibili nuove crisi di governo e alle nuove elezioni, essere portata dai comunisti nel fronte unico con carattere di attualità, e per esempio votata da un Congresso dell’Alleanza del Lavoro. Indispensabile è però in un primo tempo insistere vivamente sul grande valore anche di obbiettivi modesti purché precisi e generali e familiari a tutta la massa, e sul fatto che la stessa riuscita di una campagna generale, di una grande agitazione e lotta simultanea del proletariato, in cui l’avversario sia costretto, se non ad arretrare almeno a fermare il suo slancio, sarà una grande conquista morale e materiale dei lavoratori, non solo per la preparazione di ulteriori battaglie sul nuovo e migliore schieramento, ma anche per un regime meno intollerabile che succederebbe nella vita sociale quotidiana ad una affermazione del proletariato.

    24) Quanto ai mezzi d’azione dell’Alleanza del Lavoro, fondamentale resta quello dello sciopero generale nazionale di tutte le categorie, che affasci in sé tutte le vertenze sollevate dalla offensiva padronale. L’azione generale è l’unica tattica utile contro la particolare forma di reazione che vi è in Italia: e l’ultima lotta sta ad indicare quali dovranno essere i suoi coefficienti di successo, che il Partito Comunista aveva a tempo indicato ai capi della Alleanza del Lavoro man mano si svolgeva la loro opera rovinosa. Lo sciopero generale deve essere accettato in modo formale dall’Alleanza e dai partiti che dicono di sostenerla, e una vera propaganda – anziché una rabbiosa svalutazione – ne deve essere fatta in seno alle masse. L’ordine ne deve essere pubblico e coincidere con un momento saliente della lotta che interessa tutta la categoria o tutta una zona proletaria, attraendo l’attenzione del proletariato. I collegamenti interni dell’Alleanza devono essere efficienti, in rapporto alla ben diversa organizzazione e costituzione che i comunisti per essa propongono. Inoltre devono gli organi supremi seguire lo sviluppo reale dell’azione proletaria, e non mai stroncare movimenti parziali per la prospettiva dello sciopero generale, che se li supera e li integra non può negarli ed escluderli, anzi li deve naturalmente assorbire in sé in un crescendo di attività proletaria.

    25) Il contegno del Partito Comunista fino quando l’organo del fronte unico non accoglie le sue proposte deve essere quello di mantenersi ben disciplinato e non minacciare di agire da solo e per suo conto, ma nello stesso tempo di condurre tra le masse una campagna intensa provocando nei sindacati e in ogni altra sede voti contro le tendenze prevalenti nel fronte unico e che ne paralizzino l’efficienza. Queste manifestazioni delle masse saranno utilizzate a migliorare incessantemente l’inquadramento e le posizioni del Partito in tutti gli organismi e nel fronte unico stesso, premendo continuamente per l’azione e per la sua migliore preparazione. Seguendo attentamente gli avvenimenti il Partito Comunista indicherà ad ogni momento saliente della lotta proletaria il compito che la Alleanza del Lavoro dovrebbe e potrebbe esplicare, criticando deficienze ed esitanze dei capi. Soprattutto questa propaganda sarà portata nei comitati della Alleanza stessa dei delegati comunisti.
 
 

Strategia del Partito Comunista

    26) Il contegno del Partito Comunista quando gli organi responsabili del fronte unico pur non essendo in maggioranza i comunisti, abbiano decisa l’azione, sarà di parteciparvi in ogni eventualità con il massimo slancio e la massima energia, nel tempo stesso facendo pervenire per via interna o per dichiarazioni dei suoi delegati le sue riserve sul modo con cui l’azione è allestita, quando questo non corrisponda alle suggestioni date con la pubblica compagna comunista.
    Nel corso del movimento il Partito Comunista, tenendosene al corrente per mezzo dei suoi collegamenti interni, farà ad ogni momento le proposte opportune agli organi dirigenti. Se questi si accingessero a fermare il movimento durante un favorevole sviluppo di esso, il Partito Comunista eseguirà la disposizione per disciplina, salvo a riversarne la responsabilità su chi malgrado il suo parere ha voluto emanarla. Nella sola ipotesi che la lotta avesse talmente spostato i rapporti delle forze da dare al Partito Comunista una influenza dominante, questo potrebbe forzare la situazione afferrando la dirigenza del movimento tradito dai suoi capi primitivi.

    27) Il Partito Comunista, che avrà fatto il possibile per far avvenire la azione nelle circostanze che possono assicurare il successo proletario, dopo di esso ne farà una critica obbiettiva, ma implacabile, per le altrui responsabilità, traendone elementi per dimostrare la giustezza dei suoi metodi e la necessità che la gran massa del proletariato si inquadri sulla via che esso addita. Il Partito farà tutto il possibile al tempo stesso per attenuare le conseguenze di un insuccesso da altri provocato sulla organizzazione proletaria e sul morale della massa opportunamente impegnandovi le proprie energie.

    28) Se il fronte unico accetti le proposte comuniste e se in ogni caso il movimento si affermi con successo, sarà compito precipuo del Partito Comunista lo sfruttamento di questo, e soprattutto la dimostrazione che alla rivoluzione proletaria può essere necessario giungere per tappe successive, che aumentando il grado di preparazione materiale e ideale della classe lavoratrice, segnino un aumento della sua forza politica sia pure potenziale, dinanzi al potere borghese che dovrà essere abbattuto con la battaglia finale.

    29) Nell’attuale situazione italiana il compito della riorganizzazione del fronte unico e di una nuova grande azione proletaria si presenta irto di difficoltà. Alle forze ed alla combattività della classe dominante si è aggiunto il coefficiente disfattista dell’azione degli opportunisti, e di tante e tante correnti di un sedicente rivoluzionarismo. Tuttavia nella crisi generale dei valori nel campo proletario si vedono tutte le energie sane orientate verso il Partito Comunista, attratte dalla sua chiarezza di principi e dalla saldezza della sua organizzazione. La profondità della crisi economica, nel quadro della quale si formerà un nuovo governo probabilmente di destra, prepara al Partito Comunista il compito di partito centrale di opposizione alla classe dominante, al suo regime ed al suo governo.
    Lo stesso fascismo divenuto da inquadramento militare partito di amministrazione, riceverà l’urto di un malcontento incontenibile. Malgrado le nefaste conseguenze di tradimenti passati, è possibile animare e organizzare questa rivolta delle folle esasperate su di una linea sicura di programma e di azione, che centuplicherà il rendimento di questo sforzo e della moltitudine tormentata e fremente farà una forza cosciente ed unita, realizzatrice della rivoluzione comunista. Se l’ulteriore sviluppo della reazione renderà necessario un periodo ulteriore di difensiva durissima, tutto dà affidamento che anche in tal caso e malgrado tutto la bandiera del comunismo non verrà ammainata, e anche nell’aumentato infuriare della tempesta il proletariato italiano non perderà di vista la luce della sua meta suprema.

(Lo Stato Operaio, anno II, nr. 6, Roma, 6 marzo 1924)