Partito Comunista Internazionale Corpo unitario ed invariante delle Tesi del Partito

Terza Internazionale Comunista
1° Esecutivo Allargato - giugno 1922
 


RAPPORTO DEL C.E. DEL P.C.d’I AL COMINTERN SULLA TATTICA DEL PARTITO E SULLA QUESTIONE DEL FRONTE UNICO




– 1. Storia della tattica seguita dal partito fino ad oggi.
– 2. Sviluppi e prospettive della tattica del Partito Comunista d’Italia.
– 3. Il II Congresso e i rapporti fra P.C.d’I. e Comintern.
– 4. Proposte concrete fatte dal C.E. del P.C.d’I. al Comintern.

 
 
 

1. Storia della tattica seguita dal partito fino ad oggi
 

Il P.C.I., sorto in un difficilissimo momento, ha dovuto in principio dedicare la gran parte della sua attenzione al lavoro di organizzazione interna, e in questo periodo, pur lavorando e facendo propaganda in ogni campo, ha esplicato una tattica di azione indipendente di conquista di posizioni al partito contro tutti gli altri partiti.

Fin dal primo momento però le concezioni tattiche del partito non hanno avuto nulla di comune con le leggendarie tendenze volontaristiche e putschistiche che gli sono state attribuite talvolta. Cosciente di essere un partito di minoranza, il P.C.d’I. non ha mai creduto di potere con le forze da esso direttamente inquadrate preparare il colpo di mano per la conquista rivoluzionaria del potere. Non per questa illusione, ma per le necessità stesse della sua esistenza e della sua penetrazione fra le masse il P.C.d’I. si è formato un inquadramento militare e ha condotto e conduce azioni di guerriglia contro le forze borghesi.

La tattica del P.C.d’I. è stata completamente marxista, e il suo svolgimento si incontra completamente con le risoluzioni del III Congresso, che non sono una rettifica di tattica della I.C., ma rappresentano la vera esperienza delle lotte proletarie che possiede il movimento comunista marxista in Italia come all’estero, e che ben si distingue dal rivoluzionarismo romantico di certi gruppi estremisti. Ne sia prova il contrasto fra il nostro partito e i sindacalisti e anarchici italiani.

Il nostro partito ha subito compreso che una condizione per la realizzazione del suo programma rivoluzionario era la “conquista delle grandi masse”. Costituendo a Livorno il “vero” partito comunista, ed organizzandolo su solide basi, non si era assicurata che una delle condizioni rivoluzionarie: bisognava realizzare l’altra, di inquadrare attorno a questo partito la gran massa del proletariato, nei suoi strati più combattivi.

Tra parentesi: se respingiamo la formula della “maggioranza” del proletariato da conquistare, e se ci preme che non sia svalutata la funzione di reagenti delle avanguardie di minoranza organizzata, non crediamo con questo che di precisare, senza negarne lo spirito, la portata della tattica marxista decisa dal III Congresso.

La prova di questo buon orientamento tattico del partito sta nel fatto che esso intraprese fin dal primo momento un intensissimo lavoro sindacale, per cui si accompagna il costante intervento in tutte le questioni anche contingenti che interessano i lavoratori con la chiara direttiva rivoluzionaria che ispira tutto il lavoro. Tutto il partito, lungi dall’avere tendenze alla “K.A.P.D.” per la scissione sindacale, fece sua la parola d’ordine della unificazione sindacale del proletariato italiano.

Ma il problema di raggiungere con la nostra propaganda le masse controllate dai socialisti e dagli anarchici si presentò subito a noi, e fu praticamente risolto prima ancora di possedere i dati del III Congresso e del Congresso dei sindacati rossi. Lo studio della situazione italiana ci dettò il nostro piano tattico: ma lungi dal seguirlo incoscientemente come suppone a torto il compagno Zinoviev in un suo scritto, fummo noi che lo tracciammo e lo lanciammo tra le masse, naturalmente tenendo conto delle disposizioni e tendenze di queste.

Data dall’agosto 1921 la proposta formale del COMITATO SINDACALE comunista alle grandi organizzazioni sindacali, per una azione generale contro l’offensiva padronale, concepita come uno sciopero nazionale di tutte le categorie guidato da una coalizione di tutti i sindacati. La storia dell’accoglienza della nostra proposta si riassume in poche parole: ostruzionismo spietato dei capi sindacali, simpatia sempre crescente delle masse.

Con questa proposta noi divenivamo gli iniziatori del fronte unico proletario, e nello stesso tempo non interrompevamo ma intensificavamo il nostro lavoro per strappare posizioni ai socialisti e anarchici.

Un altro aspetto generale della campagna fu il seguente: talvolta noi siamo battuti nelle votazioni dei convegni sindacali e dei congressi dove sono delegati, senza consultare le masse, gli stessi funzionari. Ma la nostra proposta quasi sempre trionfa quando si è in grandi comizi di lavoratori, e soprattutto nelle adunate che si convocano durante le agitazioni parziali.

Lo spirito della proposta comunista è stato pienamente compreso tra le masse; queste ormai sono convinte che non ha alcuna speranza di successo contro l’offensiva borghese l’azione parziale di gruppi, e che si impone l’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva borghese con le sue forme molteplici va sollevando in una lotta unica di tutti i gruppi nell’interesse di tutti, perché se le sconfitte proletarie continuano nessuno sarà risparmiato. Tuttavia questa convinzione si costruisce appunto attraverso le lotte parziali: a queste i comunisti hanno sempre partecipato per prendere parte diretta alla lotta e nello stesso tempo per condurre le masse a forzare i capi verso l’azione generale. Quindi anche dove le lotte parziali, come quasi sempre è avvenuto, non hanno condotto al successo, la nostra influenza è aumentata. Queste lotte parziali, d’altra parte, che spesseggiano da sei o sette mesi, col solo fatto che vi è un movimento di classe vanno risollevando il morale del proletariato. Gli operai rispondono all’appello negli scioperi e anche nella lotta e guerriglia colle forze borghesi, e ben capiscono che se non si possono utilizzare questi sforzi è per la tattica dei capi disfattisti.

Esempi di questa situazione generale si sono avuti in scioperi generali di città e regioni (Trieste, Genova, Roma, Torino, Napoli, etc.) e in scioperi nazionali di categoria (tipografi, lavoratori dei porti, etc.). Le grandi masse in movimento hanno fatto propria la nostra parola per l’azione generale.

Lo sviluppo di questa campagna ha condotto alla formazione della Alleanza del Lavoro, che comprende i grandi sindacati nazionali. L’iniziativa ne fu presa in febbraio dal Sindacato Ferrovieri, che prima di convocare i sindacati volle convocare i partiti al solo scopo di informazione sulla proposta di alleanza dei sindacati. A questa riunione noi rifiutammo di andare. La ragione è semplice e concreta: il nostro intervento avrebbe condotto a un contrasto di opinioni insanabile senza gravissime concessioni di principio da parte nostra, e l’Alleanza del Lavoro non sarebbe sorta, perdendosi così la piattaforma che noi cercavamo per il miglior contatto con le grandi masse. Noi infatti non avremmo potuto sottoscrivere il comunicato equivoco e pacifista uscito dalla riunione dei partiti. Ci limitammo a mandare ai ferrovieri una lettera dicendo che eravamo noi gli iniziatori della Alleanza sindacale, e che questa avrebbe potuto contare sulla disciplina dei comunisti.

L’iniziativa dei ferrovieri coincideva con la crisi ministeriale tra il gabinetto Bonomi e quello Facta. Fu evidente che i socialisti volevano allora formare un blocco proletario per servirsene allo scopo di premere per un ministero "di sinistra".

La posizione indipendente del partito come tale aveva l’obiettivo di permetterci di lottare contro questo piano attaccando anche l’Alleanza del Lavoro ove avesse deviato dai suoi scopi, senza peraltro romperne la compagine e la disciplina come coalizione di organizzazioni di masse. Il piano del "governo migliore" in Italia si esplica come una propaganda di disfattismo in mezzo alle masse, perché viene presentato come un mezzo per eliminare il fascismo e la reazione, invitando il proletariato a desistere da ogni resistenza attiva. Quindi, anche se noi consideriamo utile che questo passo si faccia effettivamente, soprattutto per togliere al proletariato questa ultima illusione e liquidare l’influenza dei socialdemocratici, la tattica che si impone è quella della nostra indipendenza e costante opposizione a questo piano.

D’altra parte, la costituzione dell’Alleanza del Lavoro era una concessione fatta allo spirito di unità di azione che aveva guadagnato le grandi masse, concessione che dagli elementi di destra era stata fatta appunto per diminuire la pressione di queste e dilazionare il momento in cui l’azione si sarebbe imposta. Dovevamo lottare contro il pericolo che l’Alleanza addormentasse le masse nell’inazione. Quindi nel fronte unico ci occorreva non una posizione di compromesso reciproco che vincolasse la nostra azione ad una formula comune, ma una assoluta libertà di azione e di propaganda SENZA POTERE ESSERE RICATTATI OGNI GIORNO DA UNA MINACCIA DI ROTTURA.

Condotti socialisti e anarchici a fare il passo irrevocabile dell’Alleanza sindacale, che si esplica in convocazioni di comitati e comizi di masse, abbiamo dettato le direttive per una propaganda sistematica, tendente ad agitare il contenuto effettivo di azione che, secondo i comunisti, deve essere dato all’Alleanza. In un manifesto del marzo, ne abbiamo riassunto i capisaldi. Per gli SCOPI, poniamo avanti una serie di rivendicazioni concrete contro le manifestazioni sia economiche che politiche della offensiva [padronale], tra cui in prima linea quello che i socialisti non accettano: rifiuto delle riduzioni salariali – per i MEZZI, affacciamo lo sciopero generale nazionale – per la ORGANIZZAZIONE dell’Alleanza chiediamo che essa venga allargata sulla base di una rappresentanza diretta delle masse, con vasti comitati locali in cui siano rappresentati tutti i sindacati, e con la convocazione di un Congresso nazionale dell’Alleanza del Lavoro. Nell’attuale comitato nazionale abbiamo poi chiesto, anche direttamente, a mezzo del Comitato sindacale comunista, che le delegazioni di ciascun organismo sindacale nazionale non siano composte di soli funzionari della centrale, ma siano nominate con criterio proporzionale alle frazioni in cui ciascun sindacato è diviso. Se la proposta fosse accettata, entrerebbero in detto comitato dei comunisti per la minoranza confederale, dei comunisti della minoranza del Sindacato Ferrovieri, i sindacalisti favorevoli a Mosca della minoranza della Unione Sindacale: la conseguenza sarebbe che si potrebbe avere una maggioranza contro i socialisti nella Alleanza del Lavoro, composta di comunisti, sindacalisti e anarchici.

Il rifiuto di tale proposta ci ha permesso di fare una campagna contro il settarismo degli altri e la loro opera di siluramento dell’unità. Una posizione come quella che chiediamo lascerebbe tuttavia piena libertà di azione alla centrale politica del partito, pur consentendole di dirigere da vicino e con assoluta sicurezza di esecuzione l’opera del gruppetto comunista nel Comitato dell’Alleanza. Allo stesso risultato si giunge nei comitati locali, che sono stati accettati, e si giungerà sempre più man mano che la base dell’Alleanza si estende alle grandi masse.

I socialdemocratici sono stati respinti su questa posizione: riconoscere la impotenza della semplice azione isolata dei singoli sindacati. Ma poiché le masse chiedono irresistibilmente una via d’uscita, essi rispondono che la soluzione è nella lotta politica: per azione politica essi dicono apertamente che si deve intendere la collaborazione parlamentare del proletariato con la borghesia: questa non è una vaga parola, ma una soluzione concreta, e non si concepisce altrimenti che come un governo sostenuto parlamentarmente da socialisti, popolari e democratici borghesi di sinistra (Nitti, De Nicola).

Adoperare la forza politica del proletariato in una crisi ministeriale: ecco l’obiettivo dei riformisti. Ad essi si oppone la disciplina alla maggioranza del partito socialista, che è serratiana; ma questa è a mal partito, non potendo contrapporre alla formula dei riformisti una sua parola d’azione, contraria come è in tutta la sua propaganda alla lotta diretta delle masse contro la reazione, e capace solo di una sterile e negativa intransigenza.

I riformisti affacciano la soluzione collaborazionista soprattutto perché perderebbero la popolarità delle masse se non proponessero una via d’uscita, e rifuggono disperatamente da quella di un’azione proletaria generale.

Essi non vogliono perdere il contatto con la massa, e la seguirebbero anche fin sul terreno dello sciopero generale nazionale, per prepararne come sempre il fallimento e ricondurre il proletariato fiaccato al metodo della collaborazione. In questo gioco, che ha in Italia tragici precedenti, i riformisti si servono della complicità del rivoluzionarismo demagogico dei massimalisti, e speculano anche abilmente sul rivoluzionarismo ingenuo di sindacalisti, anarchici, e tanti altri variopinti elementi sovversivi della politica italiana.

Quindi la formula dei riformisti è: passaggio all’azione politica. Una coalizione politica di forze proletarie sarebbe utile ad essi, se si costituisse senza averne prima fissati bene i limiti e gli obiettivi. Da essa uscirebbe un movimento d’insieme delle masse italiane che sarebbe condotto verso due sbocchi: o la soluzione ministeriale che abbiamo detto, o il siluramento quando l’azione delle masse divenisse inarrestabile, con la rottura della coalizione proletaria e il rovesciamento abile delle responsabilità sugli elementi estremisti.

Recentemente questo gioco si è svelato nella proposta di un convegno (segreto) di partiti fatta dall’Alleanza del Lavoro, dopo che in questa i rappresentanti ultrariformisti della C.G.L. hanno convenuto con gli altri sulla inevitabilità dello sciopero generale: essi hanno però detto che un tale sciopero “non può che essere insurrezionale e tendere ad una crisi politica di regime”. Quindi la interpellazione dei partiti politici.

Da questa poteva uscire: o una coalizione controllata dai riformisti, o il fallimento dell’accordo per il rifiuto dei comunisti, nel qual caso si avrebbe avuto buon gioco a controbattere la nostra campagna per l’azione generale col dire che noi l’avevamo resa impossibile.

Come noi ci siamo comportati in questa fase della lotta, risulta dai documenti qui uniti. Siamo intervenuti alla riunione. Abbiamo dichiarato che potevamo arrivare alla coalizione politica, ma sotto precise condizioni. Queste condizioni sono tali che l’accettarle vuol dire per i socialisti e i confederali vedere fallito tutto il loro piano di deviazione del movimento, mentre il respingerle ci dà buon gioco nel dimostrare alle masse la giustezza delle condizioni da noi poste, e che equivalgono a proteggere il proletariato da tradimenti e terribili delusioni come quelle di cui è viva la memoria.

Questo nostro atteggiamento è stato puramente tattico: in realtà noi siamo per lo sciopero generale sindacale, da cui la lotta politica si sviluppa, che ne è anzi un episodio, ma con un processo molto più lungo, e in cui si deve inserire, perché il successo sia possibile, la nostra opera di sostituzione della nostra influenza a quella dei socialisti e degli anarchici.

Siamo contro ogni coalizione di partiti nel dirigere l’azione insurrezionale e il movimento rivoluzionario delle masse, di cui gli altri parlano con malafede o con incoscienza, ed in genere con spaventevole impreparazione. Tuttavia la nostra tattica ha messo gli altri in posizione assai imbarazzante: non hanno per ora né accettato né respinto le nostre proposte; non possono accettarle e temono di compromettersi respingendole, dal momento che si servono, contro l’impulso alla lotta, del demagogico argomento che questa può solo essere “la rivoluzione”.

Data la situazione, non è a pensarsi ad una soluzione intermedia tra la aperta collaborazione borghese che preparano i riformisti, e la nostra proposta di azione diretta delle masse. Il fatto stesso che gli elementi equivoci del movimento operaio parlino di rovesciamento del regime, dimostra che non vi sono altre parole da lanciare.

Riconoscendo che è ancora assurdo pensare a gettare il grido: alla conquista della dittatura con il P.C. alla testa delle masse, non vi è altra piattaforma di agitazione e di azione che la nostra proposta di azione generale diretta dai sindacati. Nessun argomento hanno i destri per controbatterla dinanzi alle masse, e l’accettazione di essa segnerebbe una tappa sicura sulla via della conquista delle masse da parte del partito comunista.

Va tenuto conto che in questa campagna noi siamo costantemente affiancati da altre forze: i sindacalisti dell’U.S.I che sono per Mosca (frazione Vecchi) e i socialisti della frazione Lazzari, Maffi e Riboldi. Non avendo con essi alcun compromesso politico come partito, la collaborazione con loro ci è utile perché siamo noi che li controlliamo continuamente. Con gli altri elementi i pericoli sono evidentissimi: noi li lasceremmo valorizzare come amici dell’unità di fronte e della lotta proletaria, e poi questa sarebbe da essi silurata, e la sconfitta si risolverebbe nel riversarne la responsabilità sui comunisti, pretendendo che questi abbiano dato un contenuto troppo spinto alla utilizzazione delle forze coalizzate.

Questa la situazione nel momento attuale.
 
 

2. Sviluppi e prospettive della tattica del Partito Comunista d’Italia
 

Non è qui il caso di svolgere gli argomenti di cui il P.C.d’I. si è valso per criticare la tattica del fronte unico nel senso in cui è stata deliberata dal C.E. Allargato dell’Internazionale, e di svolgere la quistione generale ed internazionale. Ci limiteremo a poche considerazioni che spiegano e difendono l’azione svolta dal P.C. in Italia e rispondono alle obiezioni pratiche che a questa sono state fatte.

Lo spirito della tattica del fronte unico è la conquista delle masse svolta utilizzando le circostanze prodotte dall’offensiva borghese, e ponendoci in contatto con quella parte del proletariato che segue altri partiti politici.

Si tratta di creare una piattaforma di agitazione che abbia estensione più grande di quella che può essere data dalla semplice propaganda del nostro programma e dei nostri principi politici. Si tratta anche, indubbiamente, di influire sugli svolgimenti reali della situazione anche nelle fasi che dovranno precedere quella della lotta finale per la conquista del potere da parte del proletariato, senza certamente rinunziare alla preparazione delle condizioni per il successo di questa lotta finale, di cui il P.C. dovrà essere il protagonista. Base essenziale per la conquista delle grandi masse è l’intendere come la propaganda e la preparazione rivoluzionaria si possono fare solo sul terreno delle lotte del proletariato per i suoi interessi immediati, da cui esso trae la necessaria esperienza per il suo compito ulteriore. Che questo sia perfettamente inteso dal nostro partito, lo dimostra la sua intensissima attività nei sindacati e nelle lotte economiche del proletariato italiano. Che esso ponga in modo concreto la quistione del passaggio dalle singole lotte economiche alla loro sintesi in una azione comune di tutta la massa proletaria senza distinzione di categoria e località, che è il processo marxista attraverso cui ogni lotta economica rivela il suo contenuto politico, lo dimostra la campagna per la proposta di azione generale proletaria, basata sugli interessi immediati delle masse, e utilizzata per la diffusione ed estensione della cerchia di influenza del nostro partito. Questa campagna ci ha appunto permesso di entrare in contatto con quella parte del proletariato che è controllata da altri partiti politici, e di guadagnare contro di essi una serie di posizioni, dimostrando che essi sono nemici non solo della rivoluzione comunista, ma anche della lotta delle masse a difesa dei loro interessi concreti ed evidenti agli occhi dell’ultimo proletario.

Per giungere a tale risultato – che oggi ha preso forma nella ALLEANZA DEL LAVORO, organismo che ha il compito di raccogliere le grandi masse operaie e di metterle in movimento, come lo hanno dimostrato molte azioni locali e la manifestazione del Primo Maggio – il nostro partito non ha fatto alcuna rinunzia, non ha dovuto attenuare la sua critica e la sua polemica verso gli altri, non ha preso impegni di sorta né sottoscritto dichiarazioni comuni che contengano una linea intermedia ed ambigua tra i nostri principii e quelli di altri partiti. Nelle adunanze dell’Alleanza noi portiamo le nostre concezioni, che non contengono le tesi teoriche della dottrina comunista o il programma politico del partito, ma sono state da noi preparate senza alcuna considerazione che potesse attenuarle; molte e molte volte queste risoluzioni, accettate dalle grandi masse, soprattutto durante le loro agitazioni, sono testualmente riprodotte dalla stampa degli altri partiti, perché deliberati ufficiali della ALLEANZA.

Nello stesso tempo, noi non solo non abbiamo rinunciato alla nostra opera di conquista dei sindacati, ma la appoggiamo appunto giorno per giorno sulla nostra campagna per il fronte unico proletario, essendo i socialdemocratici obbligati ad abbandonare le posizioni sindacali quando, innanzi alle masse, la loro opposizione alle nostre proposte di azione comune resta in minoranza. Si estende così la nostra rete di noyautage ed inquadramento sindacale, su cui si appoggia l’influenza del nostro partito, e che sempre più aderisce a tutte le branche del movimento sindacale ed anche delle altre forme di organizzazione operaia (cooperative, ecc.). Il giorno in cui la centrale dell’Alleanza sindacale, nel corso di un movimento, stesse per tradire la causa proletaria, e il partito giudicasse possibile spingere a fondo la lotta, ne potrebbe assumere la direzione facendo un colpo di mano sulle centrali sindacali a mezzo del suo organamento sindacale, strettamente disciplinato al Partito. Non si potrebbe accusare il partito di rottura dell’unità o di un patto di coalizione, mentre se invece l’azione risolutiva diretta dal solo partito comunista non è possibile, e il movimento sarà arrestato dai suoi dirigenti mentre poteva ancora svilupparsi, o sarà sabotato e tradito, il P.C. potrà riversare su di essi tutta la sua responsabilità, facendosi di tale fatto un punto di appoggio per la estensione della sua influenza e della preparazione di altre lotte.

L’esperienza delle circostanze in cui il proletariato italiano è stato tradito e sabotato nei suoi movimenti, che erano condotti su una base unitaria, dimostra come sia necessario per i veri rivoluzionari apparire alle masse in una costante posizione di indipendenza dalla politica degli opportunisti. Finora infatti, essendo i comunisti uniti al partito socialista, e gli anarchici sindacalisti troppo proclivi ad accettare la responsabilità di movimenti comuni col P.S.I. e la Confederazione riformista, l’opera degli elementi di destra ha condotto il movimento a fallire attraverso compromessi con la borghesia, e dopo il movimento la grande massa proletaria demoralizzata si è allontanata dagli elementi di sinistra credendoli i responsabile della sconfitta. Quanto diciamo degli anarchici serve a dimostrare che per evitare un tale tranello non basta la indipendenza di organizzazione del partito, ma occorre anche la sua indipendenza da responsabilità comuni nel condurre la lotta. D’altra parte, occorre partecipare a questa, ed essere in prima linea coloro che la suscitano e che promuovono lo schieramento di tutte le forze proletarie; questo problema pratico ci sembra risoluto dalla nostra tattica nel modo migliore possibile data la situazione italiana. D’altra parte dinanzi alle masse il partito non dirà freddamente che non può condividere la responsabilità di dirigere una azione insieme ai socialisti, perché tale argomento non è comprensibile appunto dalle masse che seguono i socialisti; ma porrà all’azione comune tali condizioni, che la stessa massa operaia le giudicherà giuste, volgendosi contro i socialdemocratici che non hanno una piattaforma politica ed una organizzazione tali da poterle accettare, ossia da potersi mettere sul terreno di una lotta a difesa della classe operaia.

Per quanto riflette la situazione concreta e lo sviluppo dei rapporti sociali e del regime politico in Italia, abbiamo già accennato che due proposte sono oggi affacciate alle masse: quella dei riformisti, che propongono la collaborazione con la borghesia di sinistra come mezzo per attenuare l’offensiva fascista e reazionaria, e quella comunista che propone l’azione generale per la lotta diretta, intendendola come una piattaforma per arrestare la prepotenza dell’offensiva borghese ed intensificare la ulteriore preparazione rivoluzionaria verso lotte in cui il P.C. avrà parte più preminente.

I comunisti italiani si pongono nettamente su questo terreno: che è utile che la politica dei socialisti collaborazionisti abbia il suo pieno svolgimento. Il proletariato potrà constatare così che questa soluzione è illusoria, e abbandonerà le illusioni socialdemocratiche e socialriformiste con un processo molto più rapido di quello che può determinare la sola propaganda.

Ma non è consigliabile, per ottenere tale risultato e spingere i socialisti riformisti verso le loro responsabilità, porre una parola d’ordine relativa alla forma del governo, che sia intermedia fra quella della collaborazione borghese e quella del potere proletario sulla base della dittatura ? Non facciamo qui alcuna considerazione di principio. Notiamo solo che il gioco del tradimento riformista è possibile in Italia grazie alla complicità del pseudo-rivoluzionarismo massimalista dei serratiani e alla ingenuità del rivoluzionarismo piccolo-borghese degli anarchici e di molti altri movimenti ambigui, ognuno dei quali ha pronte formule per il mutamento del regime politico. Speculando su tutto questo, i riformisti lasciano svolgere l’ipnotizzazione delle masse con tutto questo frasario rivoluzionario, dietro il quale tessono la loro trama di pura e semplice dedizione al governo borghese. Non bisogna dimenticare che i riformisti stessi hanno proposto, propongono e proporranno parole d’ordine per un mutamento di regime politico (nel 1919 l’assemblea costituente sindacale e la repubblica di Modigliani, oggi abbiamo i passi verso D’Annunzio e la proposta di cui abbiamo parlato dello sciopero insurrezionale votato dalla Alleanza del Lavoro, ecc.). In questa situazione il compito del P.C. è di lavorare alla unione di tutte le forze proletarie, ma nello stesso tempo alla distruzione del confusionismo politico. Se noi proponessimo una formula di governo operaio, a parte il fatto che è difficile capire che cosa significhino queste due parole, i socialisti di sinistra e gli anarchici ci soffocherebbero sotto la loro demagogia per la Rivoluzione senza aggettivi e la Ultrarivoluzione.

Per reagire al disfattismo di questa demagogia non vi è che la formulazione di programmi di lotta che alle masse appaiano completamente concreti e realizzabili nella situazione attuale effettiva. La proposta dei riformisti lo è perché è possibile nella pratica parlamentare, data l’attuale composizione della Camera. Quella dei comunisti è altrettanto pratica e concreta. Siccome i massimalisti serratiani non hanno e non possono avere una formula positiva, essendo intransigentissimi a parole ed essendo pacifisti e nemici della lotta nei fatti, occorre uscire dal dilemma di cui sopra per stritolare così tutti gli equivoci e polarizzare l’attenzione del proletariato sui chiari termini della quistione.

Vi è poi il problema della lotta contro il fascismo. La proposta di collaborazione dei riformisti si basa tutta sulla propaganda tra le masse contro il principio della resistenza diretta ed armata, per dare loro la illusione che esistano mezzi pacifici e legali per debellare il fascismo. Ora i socialisti di sinistra non sono per la collaborazione, a parole, ma collaborano con tale consegna, in quanto fanno anch’essi la propaganda per la passività, la non resistenza e la pacificazione degli animi. Solo sostenendo la necessità dell’azione armata del proletariato contro il fascismo e la reazione, si può porsi contro la campagna collaborazionista. Questa parola è intensamente popolare, poiché l’indignazione proletaria contro i fascisti cresce ogni giorno: si tratta di organizzarla. Una parola d’ordine che faccia intravedere alle masse la possibilità di un potere conquistato altrimenti che con le armi non andrebbe che a favorire il gioco comune dei riformisti e dei massimalisti, e in un certo senso l’opera negativa degli anarchici, che fanno propaganda contro una organizzazione delle forze armate proletarie intesa a costituire un potere politico di classe, contro il “militarismo rosso”.

La parola del governo operaio dunque è esclusa dalla situazione per una serie di ragioni concrete, che dimostrano come essa non solo non servirebbe a polarizzare attorno a noi più larghe masse, ma comprometterebbe i risultati fin qui ottenuti e la posizione già acquistata dal P.C., che appare il primo sostenitore di quella azione diretta comune che è profondamente desiderata dalle masse, mentre è resa difficile dalla influenza delle varie specie di opportunisti.

Vorremmo ora dire qualche cosa contro le molte obiezioni sollevate, non sempre con cognizione di causa, contro il nostro partito e la sua tattica. Ma quanto abbiamo esposto è una risposta sufficiente, e vale a far cadere due critiche stranamente contraddittorie: la prima, che il nostro partito sia un partito dedito alla speculazione teorica e non all’azione pratica; la seconda, che esso si occupi del lavoro sindacale e non di quello politico. Le lotte e i problemi sindacali in Italia sono oggi soprattutto squisitamente politici e quando noi proponiamo delle formule di organizzazione e di intesa sul terreno sindacale non è per mettere da banda i nostri fini politici, ma per andare verso di essi proprio con lo spirito della tattica del fronte unico, ossia facendo la nostra politica contro quella degli altri, dopo averli condotti a mettere le loro forze su di un terreno comune alle nostre. Contro questa serie di ragioni concrete, che collimano con lo sviluppo teorico delle nostre tesi tattiche, che non è ora il momento di discutere, non è in verità che un modo aprioristico di ragionare quello di vedere una contraddizione formale tra le due pratiche del “fronte unico sindacale” e del “fronte unico politico”. Sarebbe forse una contraddizione per il partito italiano, e per tutti gli altri, quella di non aver fatto la scissione sindacale sullo stesso piano di quella politica, di essere per l’unità organizzativa sindacale e contro l’unità organizzativa politica? Questi argomenti non meritano più che poche righe per essere sgombrati dal campo della discussione.

Noi crediamo che i comunisti facciano azione politica non valorizzando “i partiti”, ma valorizzando il loro partito, che è sorto appunto perché solo le sue direttive possono dare la base ad una politica di classe. Spostare le forze degli altri partiti e cercare di influire sul loro gioco è un compito tattico del P.C. e della sua politica, ma nessuno può concluderne che sia azione politica quella di fare un compromesso coi socialisti, ad esempio, ed azione apolitica quella di attaccarli quotidianamente e porli dinanzi ad una proposta di azione comune sulla base dei sindacati allo scopo di estendere su questi la nostra influenza politica sgretolando la loro.

Così pure da quanto abbiamo detto risulta che non ci fondiamo affatto su scrupoli sentimentali ad avvicinare i socialisti o altri capi politici e sedere con loro alla stessa tavola, cosa che abbiamo fatta e faremo quando sarà il caso, e non solo quando essi rappresentino i sindacati, ma anche talvolta quando rappresentino il partito. Poniamo il problema su ben altro terreno che non sia dato da queste banalità, come si vede da quanto precede. Nella sua difficile azione il P.C.d’I. ha attraversato e attraversa situazioni ben più difficili, e nostri compagni sono al lavoro perfino nelle organizzazioni cattoliche e fasciste. Noi riteniamo che le obiezioni messe in circolazione circa la nostra tattica dipendano solo da poca conoscenza della quistione, cosa di cui non accusiamo i compagni di altri paesi ma di cui in certa misura noi stessi siamo i responsabili. Le discussioni e gli scambi diretti di idee non potranno che chiarificare la situazione e rettificare la valutazione delle direttive seguite dal nostro partito, il tutto in accordo con lo spirito animatore della comune dottrina ed organizzazione.
 
 

3. Il Congresso e i rapporti fra P.C.d’I. e Comintern
 

Le tesi preparate per il congresso nazionale del nostro partito incontrarono il consenso di tutti i compagni. Se la discussione non fu appassionata, ciò dipende dal fatto che il P.C.d’I. è dedito al lavoro e all’azione e non alla speculazione e alla polemica interna. La stretta disciplina che vige in esso ha abituato la massa dei compagni ad aver fiducia nella guida tattica dei capi.

La Centrale nulla fece per limitare la discussione, né la conoscenza da parte del partito di tutto il materiale relativo alla posizione presa dall’Internazionale nella quistione del fronte unico.

Quando furono note le decisioni del C.E. Allargato, prese contro il voto della nostra delegazione, e contro la risoluzione avanzata da questa e ispirata alle nostre tesi tattiche, le organizzazioni di partito avevano già tutte votato per le tesi del C.C..

Al congresso si formò una certa opposizione. Essa non sorse perché le idee dell’I.C. sul fronte unico persuadessero alcuni compagni che venivano ad apprenderle, ma solo perché questi compagni – fatte le debite onorevoli eccezioni – trovarono in questa situazione il coraggio di affrontare una polemica contro il dittatoriale esecutivo.

La opposizione veniva ad incontrarsi con la campagna sospetta di disgregamento del partito fatta dal noto Ambrosini, e che grazie alla coscienza dei compagni e alla energia della Centrale non aveva trovata alcuna ripercussione. Nella opposizione si posero alcuni che, non avendo ancora la preparazione necessaria per i militanti del P.C. e avendo conservato il vecchio spirito di politicantismo del P.S.I., volevano sfogare il loro desiderio di avere maggiore autorità ed influenza nel partito.

Questa opposizione non seppe costruire una sua piattaforma rispettabile di discussione, a parte le dichiarazioni sensate dei compagni Tasca e Graziadei; e i tentativi del Presutti, inadatto a tanto. La opposizione si diede ad un lavorio di corridoio spargendo voci equivoche e disfattiste e abusando con inesattezze e menzogne del nome dell’Internazionale. Il prevalere di questi metodi avrebbe preparato la degenerazione del nostro partito, e abbiamo giudicato necessario schiacciare gli oppositori alla luce di una discussione aperta e completa. Vi erano dunque anche dei motivi educativi e di allenamento del partito nel nostro comportamento.

Quanto alla quistione disciplinare, la ritenemmo risolta con soddisfazione con la formula della mozione approvata prima di discutere le tesi, accettata dai delegati del C.E. e non contrastante con nessuna richiesta ufficiale della Internazionale di cui avessimo notizia. Gli equivoci che possono essere corsi al proposito sono chiariti in una lettera di Radek e in una lettera di Terracini al Presidium.

L’opposizione, dopo il voto unanime della mozione, anziché polemizzare col merito delle nostre tesi, tentò replicatamente di “aggirarle” ripresentando in forma avvocatesca la quistione disciplinare e procedurale che era superata in via pregiudiziale, e speculando sul già dato parere della Internazionale – ciò al solo scopo di spostare dei voti e creare delle incertezze nei delegati. Abbiamo già detto che di fronte a queste manifestazioni di volgare parlamentarismo occorreva procedere con energia, e fummo nella necessità di essere intransigentissimi e pretendere il voto delle tesi tattiche senza riserve, ma non per intransigenza verso l’Internazionale, il suo parere, e la disciplina che dobbiamo serbarle, bensì per spezzare le insidie della opposizione senza abbassarci ad andare anche noi alla pesca dei voti degli indecisi attenuando la nostra posizione, come si fa per un opportunismo tattico che nell’interno del partito giudichiamo dannoso.

Dopo il voto, i compagni più autorevoli della maggioranza si intesero per la composizione della nuova Centrale. Non si volle fare una centrale di tendenza, ma si volle escludere elementi che si erano dimostrati o incapaci o sleali.

Che non si volesse fare una quistione di tendenza o di camarilla da parte della maggioranza, lo dimostrano i criteri effettivamente adottati: un compagno che a Livorno era alla destra del partito è rimasto nel C.C.; qualche compagno della sinistra che aveva dato o poteva dare poca attività, pur essendo tra i più solidali con il punto di vista del C.E., venne escluso. Dei nuovi si scelsero uomini seri e di fede provata, e si comprese tra essi taluno che simpatizzava nettamente per la tesi della Internazionale. Non si seguì un criterio politico, ma saremmo per dire un criterio “morale”: la vera parola è un criterio tecnico. Si cercarono i più adatti escludendo chi per poca serietà e coscienza concepisce ancora il partito come un piedistallo per la rèclame personale, o come un vivaio di pettegolezzi e di complotti da corridoio parlamentare, e anche chi, pur avendo utili doti, rifugge da posizioni di responsabilità. Si scelsero uomini capaci e volenterosi per il nostro lavoro, per cui la milizia comunista non è uno sport o una posa estetica, e che non ne temono i rischi.
 
 

4. Proposte concrete fatte dal C.E. del P.C.d’I. al Comintern
 

1. Il P.C.d’I. non prenderà la iniziativa di incontri con altri partiti politici.

2. Il P.C.d’I. continua a svolgere nel seno della Alleanza del Lavoro il suo attuale programma, con la prospettiva che esso possa trovare il consenso dei sindacalisti e degli anarchici, mettendo i socialisti in minoranza nella A.d.L.

3. Il P.C.d’I., a parte le sue opinioni sul congresso operaio mondiale, proporrà ufficialmente che l’Alleanza del Lavoro italiana partecipi alla campagna per la convocazione di esso. In questa campagna il P.C.d’I. ha il diritto di presentare il Congresso mondiale come un incontro contingente per una intesa di azione, ma non come la base di una organizzazione proletaria unica mondiale, né come la necessaria premessa del sorgere in tutti i paesi di una coalizione di partiti proletari.

4. Ricevendo dal P.S.I. e da altri organi proletari l’invito a convegni ai quali partecipino altri partiti politici, il P.C.d’I. vi interverrà. Esso porrà come condizione per un accordo una serie di punti tali da escludere negli altri la possibilità di una propaganda e di una azione che deviino il proletariato dalla azione diretta ed armata e dallo sbocco delle sue lotte, in caso di vittoria, nel potere proletario. Veggasi le condizioni presentate al convegno di Roma. Le condizioni sono pregiudiziali alla intesa, e non sono da modificare allo scopo di rendere possibile la intesa stessa. In caso di rottura, il P.C.d’I. si dichiara sempre, senza condizioni, per lo sciopero generale nazionale diretto dalla Alleanza del Lavoro, e continua la sua campagna in tal senso.

5. È assolutamente esclusa ogni coalizione od accordo col P.S.I. sul terreno elettorale, parlamentare, governativo.