Partito Comunista Internazionale "Dall’Archivio della Sinistra"

Partito Comunista d’Italia

LA TATTICA DELLA INTERNAZIONALE COMUNISTA

"Il Comunista", 11-29 gennaio 1922
"L’Ordine Nuovo", 12-31 gennaio 1922

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Presentazione in "Comunismo" n.8, 1982

     Sia l’articolo apparso sul numero scorso di questa rivista, sia i testi pubblicati in appendice dimostravano l’incompatibilità di una qualsiasi convivenza tra massimalismo, verbalmente rivoluzionario, e comunismo. Non tre correnti, come si tentò di far credere (riformismo, massimalismo, comunismo), si scontrarono a Livorno. Lo scontro avvenne tra la corrente socialdemocratica, capeggiata da Turati, e la frazione comunista attestata sul programma marxista e sulle tesi programmatiche della Terza Internazionale.
     Come la socialdemocrazia svolge la funzione di longa manus della borghesia all’interno della classe operaia, così il massimalismo, rivoluzionario solo a parole, altro non era che uno strumento socialdemocratico nel tentativo, onestamente ammesso da Turati, di penetrare all’interno dell’Internazionale di Mosca per annacquarne il programma e smorzarne le finalità rivoluzionarie fino alla loro completa atrofizzazione.
     Come al solito, la prova di ciò viene dai fatti; riformisti e massimalisti, compatti, puntarono tutte le loro batterie contro il nemico comune: il comunismo rivoluzionario.
      La tattica dell’Internazionale Comunista fu pubblicata sull’Ordine Nuovo dal 12 al 31 gennaio 1922, a cavallo tra la riunione dell’Esecutivo dell’I.C. del dicembre 1921 ed il congresso di Roma del marzo 1922. In questo testo sono esposte le posizioni della sezione italiana dell’Internazionale su tutte le complesse questioni tattiche internazionali del proletariato, compreso il corretto atteggiamento della Sinistra dinanzi alla tattica del fronte unico. Giova ancora una volta ricordare come il PC d’Italia fu il primo partito comunista a propugnare la tattica del fronte unico in virtù della quale il partito allargò notevolmente la sua influenza in seno al proletariato italiano.
     Le tesi sul fronte unico approvate dall’Esecutivo dell’I.C. imprimevano una preoccupante svolta alla tattica dell’Internazionale rimettendo praticamente in discussione l’atteggiamento fino ad allora tenuto nei confronti della socialdemocrazia, e perfino della democrazia parlamentare; di qui la preoccupazione del Partito Comunista d’Italia di mettere in guardia il movimento comunista mondiale dai pericoli cui andava incontro. Le tesi di Roma furono infatti il contributo della sezione italiana alla soluzione del non facile problema della tattica.
      Nondimeno il partito difese strenuamente la tattica internazionale di frinte alla denigrazione socialista pronta a diffamare, ora ad esultare di fronte alla involuzione della politica del Comintern. Ma, allo stesso tempo, nelle sedi naturali dei congressi nazionali ed internazionali, sempre riconfermando la sua esemplare disciplina alle direttive emanate dalla centrale do Mosca, espose con dialettica chiarezza i pericoli che, nell’oggettivo spengersi dell’incendio rivoluzionario, minacciavano di dissoluzione la meravigliosa opera storica compiuta nelle eroiche battaglie dal proletariato mondiale di quegli anni.
      L’allarme lanciato dalla sinistra dovette, sfortunatamente, risultare fondato: dall’
eccezione dell’ingresso inglese nel Labour Party, si passò alla regola delle fusioni con altri partiti o ali di partiti, allo scandaloso dissolvimento del Partito Comunista Cinese nel democratico-borghese Kuomintang; dall’appoggio, anch’esso eccezionale, in sede parlamentare, ad un ministro socialdemocratico, come quello dello svedese Branting, alla formazione di un equivoco "governo degli operai e contadini" in Germania insieme ai traditori per vocazione della rivoluzione proletaria, fino all’appoggio a governi borghesi dichiarati.



I

 
Si manifesta da molte parti un vivo interessamento per l’indirizzo tattico che il movimento internazionale comunista va assumendo nella attuale fase della crisi mondiale, e non è male chiarire alquanto tale questione, sia per rassicurare compagni che sembrano preoccuparsi degli indizi di un supposto “nuovo” atteggiamento dell’Internazionale, sia per confutare, ed è molto facile, avversari che tentano speculare su una revisione di metodi che riavvicini quelli dei comunisti a quelli aspramente stigmatizzati e combattuti degli opportunisti d’ogni specie. Esporremo dunque da una parte lo stato della questione nei dibattiti e nella preparazione internazionale ed il vero senso delle proposte tattiche che sono state enunciate, e dall’altra il punto di vista del nostro partito in materia.

Sarà utile premettere che la decisione sull’argomento è dal punto di vista internazionale allo stato di studio e di discussione, ed ogni decisione è riservata alla riunione del Comitato Esecutivo allargato che si terrà a Mosca il 12 febbraio, e che le opinioni del comitato centrale del nostro partito si possono desumere dal testo delle tesi sulla tattica da esso adottato e che contengono gli elementi di un contributo organico alla soluzione del problema attuale della tattica. Non è da escludersi che il punto di vista del partito italiano possa essere dissimile da quello di altri partiti comunisti, ma ciò non vuol dire che le sciocchezze dette a proposito dagli opportunisti non possano e debbano da noi essere appunto dissipate, mostrando come mai l’ignoranza e l’insincerità di costoro appaiono più ridicole, quando si applicano alla risibile ostentazione di un puritanismo artificiale o quando confondono i risultati della magnifica e superiore esperienza del movimento comunista con un ritorno a un omaggio verso le scemenze che essi masticano da tempo, pronti alle basse quote della loro insipienza ed impotenza e del loro triste mestiere di agenti di pubblicità delle diffamazioni manipolate nei circoli controrivoluzionari.

Il Terzo Congresso della Internazionale Comunista non si è pronunziato sul problema tattico delle proposte di “fronte unico” proletario, da parte dei partiti comunisti, sulla piattaforma di rivendicazioni immediate e contingenti. La discussione del Congresso intorno alla tattica fu caratterizzata da un aspetto piuttosto negativo: la critica dell’azione di marzo in Germania e della cosiddetta tattica dell’offensiva. Dal giudizio su questa azione e sul risultato il Congresso venne ad una serie di conclusioni circa i rapporti tra il partito comunista e la massa del proletariato, che nel loro spirito informatore sono patrimonio comune di tutti i comunisti marxisti, quando siano tradotte in una sana e felice applicazione. Andare verso le masse, è la parola d’ordine del Terzo Congresso, ed essa significa confutazione di tutte le insinuazioni degli opportunisti, che il punto di vista magnificamente realistico della Terza Internazionale non ha nulla di comune con un illusionismo rivoluzionario che affidi il rinnovamento della società al compito volontaristico e romantico di una schiera di precursori eletti al sacrifico e all’esempio. Il Partito Comunista sarà lo Stato Maggiore della rivoluzione se saprà raccogliere attorno a sé l’esercito proletario condotto dagli sviluppi reali della situazione ad una lotta generale contro il regime presente. Il partito comunista deve avere attorno a sé la più grande parte del proletariato.

Affidate questi concetti ad elementi che non posseggano la profonda dialettica di critica e di applicazione propria del marxismo – elementi che possono esservi anche nelle file della Internazionale Comunista, ma che non sono certo tra i suoi dirigenti, anche se scioccamente taluno li giudichi uomini di destra – e ne vedrete tratte erronee conclusioni alle quali solo si deve se può parlarsi di passo verso destra e di ripiegamento verso attitudini sorpassate. Bisogna avere le masse e bisogna avere il partito comunista saldo, adatto alla lotta rivoluzionaria, esente da tabe socialdemocratica e centrista: sono due condizioni che è forse, o certo, difficile realizzare perché è tremendamente difficile risolvere i problemi da cui uscirà la trasformazione di un mondo, ma sono due condizioni che non si escludono, in modo che sarebbe follia una piatta interpretazione democratica della espressione di Lenin “dobbiamo avere la maggioranza del proletariato”, quella che corresse a spostare le basi del partito comunista e ne alterasse il carattere e la funzione perché solo così è possibile includervi la maggioranza delle masse.

Il contenuto innegabilmente marxista del pensiero dell’Internazionale è invece l’opposto, che la conquista delle masse e la formazione dei partiti comunisti veramente tali sono le due condizioni che lungi dall’escludersi combaciano perfettamente, cosicché svolgendo la sua tattica verso l’inquadramento dei grandi strati proletari l’Internazionale Comunista non rinnega ma razionalmente sviluppa e utilizza la sua opera di scissione del movimento politico proletario che doveva essere liberato dai traditori e dagli inetti.

Un altro concetto fondamentale messo in luce dal Terzo Congresso risale anch’esso alle più genuine fonti del nostro pensiero marxista e della nostra esperienza rivoluzionaria, e può essere sembrato una novità solo a coloro che intendono il rivoluzionarismo nel senso in cui si può concludere che esiste un solo mezzo sicuro di preservarsi dai contagi venerei, ed è la masturbazione, e per salvare gli organi della propagazione della specie si rinunzia alla loro funzione e ragion d’essere. Vogliamo dire il concetto che il partito rivoluzionario deve partecipare ai movimenti dei gruppi della classe lavoratrice per i loro interessi contingenti. Il compito del partito è la sintesi di questi moti iniziali nell’azione generale e suprema per la vittoria rivoluzionaria: a ciò si giunge non disprezzando e negando puerilmente quegli stimoli primordiali all’azione, ma assistendoli e sviluppandoli nella logica realtà del loro processo, armonizzandoli nella loro confluenza nell’azione generale rivoluzionaria. In questi problemi rifulge il contenuto dialettico del nostro metodo, che risolve nel loro fecondo sviluppo le apparenti contraddizioni che presentano i successivi stadi di un processo e che scorgendo nella sua vita e nella sua dinamica il cammino storico della rivoluzione non teme di dire che il domani negherà l’oggi, ma non cessa per questo di esserne il figlio; il che vuol dire più che il successore. I pericoli che presenta un simile lavoro sono evidenti: i comunisti sono unanimi nel giudicare che per sorpassarli bisognava appunto costituire dei veri partiti rivoluzionari liberi da ogni pecca opportunista. La formula con cui l’Internazionale Comunista stritolerà il riformismo val molto più di quella di un dignitoso rifiuto a mettere i piedi sul terreno che quello calpesta. Avete dunque questa ricetta? sembravano domandare in aria di dubbio i sollazzevoli campioni della sinistra “intransigente” del partito riformista italiano. E bene si può ad essi rispondere che la stiamo elaborando, avendo intanto assodato quale sia il primo e il più importante degli ingredienti: liquidazione dell’equivoco centrista e serratista.

Tutti gli elementi di una simile discussione, e della prova che in quei fondamentali capisaldi tattici non vi è nulla che il più ortodosso ed estremista fra noi non possa sottoscrivere, emergeranno sempre meglio dalla preparazione ai dibattiti del nostro Congresso sul problema della tattica.

Ritornando ora allo svolgimento presente della tattica dell’Internazionale, ricordiamo che la tattica detta del fronte unico, se non è stata codificata dal Terzo Congresso, si è però affacciata anche prima di esso con la nota “lettera aperta” del partito comunista tedesco a tutti gli organismi politici ed economici del proletariato per una azione comune intesa alla realizzazione di una serie di postulati rispecchianti problemi di interesse immediato delle masse. Oggi il partito tedesco appare disposto a spingersi più oltre, ponendo il problema sul terreno della politica di governo e prospettandosi il suo atteggiamento dinanzi alla costituzione di un governo proletario su base parlamentare, e di ciò parleremo nel seguito di questa trattazione.

In attesa però delle decisioni che prenderà l’Internazionale Comunista, che indubbiamente preciseranno in modo felice il senso e i termini di questa, e prima di indicare in qual senso tale soluzione è da noi concepita, e possiamo dire anche tentata, nella pratica dell’azione del nostro partito, vogliamo avvalerci del testo del discorso che il compagno Zinoviev ha pronunziato in una riunione dell’esecutivo dell’Internazionale il 4 dicembre 1921 intorno all’argomento di cui ci occupiamo, per trarre da questo stesso discorso del presidente dell’Internazionale la dimostrazione che non si può parlare a nessun titolo di attenuazione o di rettifiche di tiro, di contraddizione anche minima tra l’indirizzo odierno e tutta la gloriosa tradizione comunista mondiale.

Il compagno Zinoviev esamina innanzitutto lo stato della questione dei vari partiti dell’Internazionale e quindi spiega il significato della formula del fronte unico in rapporto agli aspetti della situazione attuale in tutto il mondo, per stabilire la base dello studio di una applicazione su scala internazionale di una simile tattica.

Dalle dichiarazioni di Zinoviev si deduce in modo lampante che tutte le considerazioni di ordine tattico che si svolgono in questo momento si poggiano sulla piattaforma delle fondamentali affermazioni del comunismo, su cui si è effettuata la rinnovazione dell’Internazionale.

Più che mai oggi tutti i militanti comunisti sostengono la necessità di avere come organo di lotta un centralizzato e omogeneo partito comunista, e sono pronti per raggiungere tale scopo alle più severe misure di disciplina organizzativa; più che mai essi sostengono che solo la lotta armata rivoluzionaria e la dittatura proletaria sono le vie della rivoluzione; più che mai sono convinti che attraversiamo una crisi rivoluzionaria della società capitalistica. Inserire nello sviluppo di questa coll’azione del partito comunista la lotta per la dittatura, ecco il problema, per il quale potremo trovare e proporre diverse soluzioni, ma che resta per tutti noi il solo e diretto obiettivo dei nostri sforzi.

Quale che sia la tattica che proporremo – dice Zinoviev – la condizione prima per la sua utile applicazione è la salvaguardia della assoluta indipendenza dei nostri partiti. Non proponiamo dunque fusioni. E si vedrà che non proponiamo nemmeno blocchi o alleanze. Si tratta di sfrondare pazientemente il semplicismo di certi giudizi e di porre in evidenza i casi in cui tale semplicismo cela una colpevole e insidiosa doppiezza, contrapponendogli la leale complessità dei nostri metodi nel loro gioco di mezzi e finalità.

Zinoviev dice anche di più, rispondendo direttamente alle speculazioni degli opportunisti su certe nostre affermazioni. Noi siamo anche pronti a fare altre scissioni, se fosse necessario, lungi da rimpiangere le antiche, poiché solo queste hanno aumentato la nostra libertà d’azione permettendoci di sfidare i più difficili tornanti della situazione lavorando in essa senza mai smarrire la visione della nostra mèta rivoluzionaria, mille volte barattata dagli opportunisti nei bassi servizi resi alla borghesia, magari al riparo delle più sperticate proclamazioni demagogiche di fiera indipendenza e dirittura.

Lungi dal modificare il punto di vista comunista circa l’impiego della forza armata e militare nelle battaglie rivoluzionarie, lo scritto del nostro compagno rivendica l’azione tedesca di marzo come una vera azione rivoluzionaria feconda di buoni risultati. Tutte le sue considerazioni e gli sviluppi che egli prospetta come possibili derivazioni di essa sono guidati dal concetto che si tratta di affrettare e potenziare la preparazione della lotta suprema per la dittatura proletaria, e che utilizzare per questo il movimento spontaneo anche di quella gran parte di lavoratori che ancora non scorge con chiarezza l’ultimo obiettivo, non vuol dire desistere dal denunziare come traditore del proletariato chi diffonde l’illusione che esistano altre vie per l’emancipazione dei lavoratori. Noi continuiamo, dice Zinoviev, nell’opera di cristallizzazione dei nostri partiti dove la menzogna socialdemocratica non può avere cittadinanza, e non rinunziamo nemmeno per sogno alla critica degli opportunisti delle varie Internazionali gialle. Ed egli afferma chiaramente che il nostro giudizio sulla situazione attuale, caratterizzata dalla offensiva capitalistica, è che essa presenta evidenti sviluppi rivoluzionari, cosicché la proposta di una tattica difensiva di tutto il proletariato non ha affatto il senso: rinunziamo alla lotta rivoluzionaria per contentarci di mantenere l’attuale condizione di trattamento fatta al proletariato; ma vuol invece dire che a questo problema immediato noi ci sentiamo di innestare un ritorno controffensivo delle masse che le porrà direttamente sulla via di quell’azione sempre sostenuta dai partiti comunisti e solo da essi. Non per nulla i signori riformisti gradualisti e unitari sono oggi contro le nostre modeste “rivendicazioni immediate” e sabotano il fronte unico della massa: essi sanno che noi vogliamo tutto questo perché per tale via tendiamo allo sviluppo del nostro programma attraverso lo stritolamento dei loro metodi e della loro organizzazione imbelle e disfattista.

Non basta dimostrare che Zinoviev dichiara di essere aderente a quelle comuni nostre posizioni, ma si può e si deve – e sarà oggetto di un successivo nostro articolo – mostrare come egli abbia il diritto di dichiararlo e sia coerente e logico nelle deduzioni che trae, anche se noi ci sentiamo di proporne di diverse nei dettagli di applicazione.
 
 

II


Nel precedente articolo abbiamo insistito sul fatto che le iniziative tattiche che la Internazionale Comunista oggi si prospetta e si compendiano nella formula del fronte unico proletario non comportano in quelli stessi che ne sono fautori alcuna rinunzia alle direttive fondamentali del movimento comunista, quali finora si sono affermate e in special modo contrapposte alle equivoche manovre dei socialdemocratici.

Lo abbiamo provato con le parole stesse di Zinoviev e non sarebbe difficile fare altrettanto in base ad esplicite dichiarazioni di quegli stessi compagni che hanno avanzato le proposte che appaiono più arrischiate, come quelli della centrale del Partito tedesco e della Rote Fahne.

Si potrebbe però dai nostri avversari obiettare che quelle dichiarazioni verbali di fedeltà ai principi non hanno altro scopo che di dissimulare una conversione a destra, mentre le proposte tattiche di cui ci occupiamo contengono in sé stesso una contraddizione con le direttive fin qui seguite dalla Internazionale Comunista e col suo atteggiamento passato verso i partiti socialdemocratici. Ma nemmeno questo è vero, ed anche se si ritiene dal punto di vista comunista e nel nostro stesso campo che queste proposte, o almeno alcune forme di applicazione di esse, sono da respingere, nessuno ha il diritto di sostenere che siamo dinanzi ad una crisi di principi del movimento comunista mondiale, ad un riconoscimento di errori sostanziali nel metodo fin qui tenuto.

Con la somma enorme di elaborazioni teoriche e pratiche di cui la Terza Internazionale si gloria, il metodo rivoluzionario è uscito per sempre dal campo iniziale ed embrionale delle dichiarazioni astratte e dal semplicismo, per portarsi su tutto il fronte al cimento della formidabile complessità del mondo reale.

I problemi tattici vanno intesi in un senso più concreto di quanto gli atteggiamenti da assumere erano vagliati soltanto al criterio del loro effetto di propaganda e di educazione delle masse, e il gioco delle loro influenze, oggi che si tratta di agire direttamente sugli avvenimenti, acquista una complessità ed una capacità di superamento di apparenti contraddizioni che d’altronde era perfettamente contenuta nella dialettica del metodo marxista.

La semplice critica della realtà si completa nella effettiva demolizione: adattarvisi ieri equivaleva a rinunciare all’unica opera che si poteva svolgere per il superamento di essa, adattarvisi oggi può voler dire agguantarla per sottometterla e vincerla. La luce vivissima di un faro splendente segue la sua magnifica linea retta e vince le tenebre, ma si arresta contro il più fragile schermo: la fiamma del cannello ossidrico striscia docile sul metallo, ma solo per rammollirlo e disfarlo passando oltre vittoriosa...

Non vi è marxista che non debba essere con Lenin quando esso denuncia come malattia infantile un criterio di azione che si preclude certe possibilità di iniziativa in base alla semplice considerazione che esse non sono abbastanza rettilinee e adagiate sullo schema formale delle nostre idealità senza stonature e deformazioni antiestetiche. Il mezzo può avere aspetti contrari al fine per il quale lo adoperiamo, dice il fondo del nostro pensiero critico: per un fine alto, nobile, seducente, il mezzo può presentarsi meschino, tortuoso e volgare: ciò che importa è poter calcolare la sua efficacia, e chi lo faccia col semplice confronto delle forme esteriori scende al livello di una concezione soggettivista e idealista delle causalità storiche che ha qualche cosa di quacqueristico, ignorando le superiori risorse della nostra critica, che oggi diviene una strategia, e che vive delle geniali concezioni realistiche del materialismo di Marx.

Non siamo noi forse che sappiamo come la dittatura, la violenza ed il terrore si presentino quali mezzi specifici per arrivare al trionfo di un regime sociale di pace e di libertà, e abbiamo sgombrato il campo delle ridicole obiezioni liberali e libertarie che attribuiscono al nostro metodo la sola capacità di fondare tenebrose e sanguinarie oligarchie perché vincolato dai caratteri esteriori dei mezzi adottati?

Come non vi è una argomentazione da prendere sul serio che possa escludere l’utilità di adoperare i mezzi di azione della borghesia per abbattere la borghesia, così non si può negare aprioristicamente che con l’adozione dei mezzi tattici dei socialdemocratici si possono abbattere i socialdemocratici.

Non vogliamo essere fraintesi e ci riserviamo di esporre appresso il nostro pensiero, e del resto chi voglia coglierne la costruzione non ha che da studiare le nostre tesi sulla tattica. Dicendo che il campo delle possibili e ammissibili iniziative tattiche non può essere limitato con considerazioni dettate da un semplicismo falsamente dottrinale, metafisicamente dedito ai confronti formali e preoccupato dalla purezza e della dirittura come fini a sé stesse, non intendiamo dire che il campo della tattica debba restare illimitato e che tutti i metodi siano buoni per raggiungere i nostri fini. Sarebbe un errore affidare la difficile soluzione della ricerca di mezzi adatti alla semplice condizione che si sia intenzionati a valersene per scopi comunisti. Non si farebbe che ripetere l’errore di rendere soggettivo un problema che è oggettivo, accontentandosi del fatto che chi sceglie, dispone e dirige le iniziative è deciso a lottare per le finalità comuniste e si lascia guidare da queste.

Esiste e deve quindi essere sempre meglio elaborato un criterio tutt’altro che infantile, ma intimamente marxista, di tracciare i limiti delle iniziative tattiche, che non ha nulla di comune con i preconcetti e i pregiudizi di un errato estremismo, ma che raggiunge per altra via l’utile previsione dei legami, ben altrimenti complessi, che legano gli espedienti tattici a cui si ricorre con i risultati che se ne attendono e che poi ne derivano.

Zinoviev dice che proprio perché abbiamo dei partiti forti e indipendenti da influenze opportuniste possiamo arrischiarci a esprimere tattiche che se la preparazione e la maturità nostra fossero minori diventerebbero pericolose. È certo che il fatto che sia pericolosa non basta a condannare una tattica: esso è un elemento unilaterale del giudizio: si tratta in realtà di giudicare l’entità del rischio in rapporto ai possibili benefici. Ma, d’altra parte, man mano che la capacità di iniziativa del partito rivoluzionario cresce, la maturità delle situazioni tende in genere a portare il suo sforzo su di una direzione sempre più precisa, facendo apparire più chiaramente lo sbocco dell’azione.

Nel giudicare le proposte tattiche che oggi vengono affacciate bisogna insomma guardarsi dal frettoloso semplicismo. Solo questo può condurre a dire che il partito comunista tedesco, proponendo un’azione comune al partito indipendente e a quello socialdemocratico, rinnega la ragione della sua formazione attraverso le scissioni dell’uno e dell’altro. Per poco che si guardi alla cosa, si scorgerà una infinità di differenze e di nuovi aspetti, che sono in realtà più importanti di quel riavvicinamento formale.

Anzitutto Zinoviev osserva utilmente che un’alleanza non è la stessa cosa di una fusione. La scissione organizzativa da certi elementi politici può rendere meno difficile il fare un certo lavoro insieme ad essi.

Vi è poi questo: che la proposta di fronte unico non è la stessa cosa di una proposta di alleanza. Sappiamo quale sia il senso volgare di una alleanza politica: dalle varie parti si sacrifica e si sottace una parte del proprio programma per venirsi ad incontrare su di una linea intermedia. Invece la tattica del fronte unico come è concepita da noi comunisti non contiene affatto questi elementi di rinunzia da parte nostra. Essi restano solo come un possibile pericolo: noi crediamo che questo diviene preponderante se la base del fronte unico viene portata fuori dal campo dell’azione diretta proletaria e della organizzazione sindacale per invadere quello parlamentare e governativo, e diremo per quali ragioni, connesse allo sviluppo logico di questa tattica.

Il fronte unico proletario non vuol dire il banale comitato misto di rappresentanti di vari organismi in favore del quale i comunisti abdichino alla loro indipendenza e libertà d’azione per barattarla con un certo grado di influenza sui movimenti di una massa più grande di quella che li seguirebbe se agissero da soli. Vi è ben altro.

Noi proponiamo il fronte unico perché ci sentiamo sicuri che la situazione è tale che i movimenti di insieme di tutto il proletariato, quando questo si ponga dei problemi che non interessano solo una categoria o una località, ma tutte, non possono effettuarsi che in senso comunista, ossia nello stesso senso che noi daremmo ad essi se dipendesse da noi guidare tutto il proletariato. Noi proponiamo la difesa degli interessi immediati e del trattamento che è attualmente fatto al proletariato contro gli attacchi del padronato, perché questa difesa, che non è mai stata in contrasto con i nostri principi rivoluzionari, non si può fare che preparando e attuando l’offensiva in tutti i suoi sviluppi rivoluzionari, così come noi ce li prefiggiamo.

In una simile situazione – e non ripetiamo qui le considerazioni che dimostrano che tali sviluppi essa presenta, collegandosi alle manifestazioni economiche e politiche dell’offensiva capitalistica – noi possiamo offrire un accordo in cui non pretendiamo che si accetti dagli altri contraenti, ad esempio, il metodo delle azioni armate o di lotta per la dittatura proletaria, e se non pretendiamo questo, non è perché ci siamo accorti che è meglio per il momento rinunziare a tutto ciò e contentarci di meno, ma perché è inutile formulare tali proposte quando sappiamo che la loro esplicazione sarebbe contenuta nella semplice accettazione di difendere i modesti obiettivi delle rivendicazioni che devono servire di piattaforma al fronte unico.

Per poco che si approfondisca il valore dialettico di questa situazione si vedrà che tutte le obiezioni di una intransigenza semplicistica cadono totalmente. L’alleanza con i disfattisti e con i traditori della rivoluzione, per la rivoluzione? grida esterrefatto il comunista tipo quarta internazionale o il ruffiano centrista tipo tra due e tre. Ma noi non ci soffermiamo su questa esercitazione terminologica. E neppure diciamo: siamo dei comunisti a tutta prova, sappiamo quel che ci facciamo, ogni nostro atto non può che essere ispirato alle finalità rivoluzionarie, e possiamo trattare anche col diavolo. Ma rispondiamo con un esame critico della situazione e dei suoi possibili sviluppi, che ci tranquillizza sul timore che le cose vadano come vuole... il diavolo.

La corrente di sinistra marxista ha sempre sostenuto l’intransigenza, e aveva mille ragioni, quando i riformisti proponevano le alleanze con certi partiti borghesi. Questa alleanza avrebbe infatti avuto l’effetto sicuro di paralizzare lo sviluppo organico di un partito capace di propaganda rivoluzionaria e, in successive situazioni, di preparazione e azione rivoluzionaria, mentre i suoi risultati avrebbero effettivamente tracciato innanzi al proletariato una via che, pur essendo cieca, impegnava le sue energie nella sostentazione dell’assetto borghese. Non si tratta oggi di rinnegare quella intransigenza. Anzitutto non è nemmeno formalmente lo stesso collaborare con i partiti borghesi e collaborare con i partiti che reclutano i loro aderenti in seno al proletariato, con la condizione implicita che essi rinunzino al blocco borghese. E poi non è neppure una collaborazione che si vuole stabilire con partiti di tal genere, ma un tipo di rapporti ben diversi a base dei quali non sta il fatto che il partito comunista sposti la sua attenzione e il suo sforzo dagli obiettivi rivoluzionari suoi propri su altri più attenuati, illudendosi che i controrivoluzionari della socialdemocrazia possano a loro volta con una conversione a sinistra puntare su questa meta mezzo riformista e mezzo rivoluzionaria, ma sta la convinzione che si deve continuare a lottare per il programma comunista, e che gli opportunisti continueranno a lavorare per la controrivoluzione, con il proposito di creare una situazione da cui esca la lotta con l’indirizzo comunista di tutto il proletariato, dopo che gli opportunisti saranno stati smascherati definitivamente per essere stati messi a confronto con le loro stesse promesse di graduali e pacifiche conquiste.

Il definire i termini precisi della tattica del fronte unico è dunque un delicato problema per i comunisti. Occorre riuscire a tradurla in atto e occorre garantire che essa non smarrisca quei caratteri che la rendono non solo compatibile con le nostre finalità, ma specificatamente indicata per lavorare al raggiungimento di esse in una situazione come l’attuale. Se tutto ciò si deve e si può discutere, dopo aver fatto giustizia delle paure di talune vecchie zitelle puritane, come dell’insulso compiacimento di navigatissime prostitute in atto di profetizzare ad altri la stessa loro fine.
 
 

III


Prima di passare alla parte finale di questa trattazione, in cui esporremmo il nostro proprio punto di vista, non vogliamo abbandonare la esposizione di quello di altri compagni e organi dell’Internazionale Comunista prima di aver detto qualche cosa sullo spirito che anima alcuni altri documenti ulteriormente comparsi. Un nuovo articolo di Radek, "I compiti immediati della Internazionale Comunista" che completa l’altro suo scritto "Di fronte alle nuove lotte", ed inoltre due documenti ufficiali: il manifesto degli operai di tutti i paesi, della Internazionale Comunista e della Internazionale dei Sindacati Rossi, e le tesi adottate dal Comitato Esecutivo nella tornata del 18 dicembre, che saranno date per intero dai nostri giornali.

Ancora una volta alla base di tutte le discussioni e determinazioni in ordine alla tattica da seguire non sta affatto un ripiegamento dalle posizioni su cui la Internazionale combatte. Più che mai si tratta di aprire la strada alla vittoria della rivoluzione proletaria nell’unica forma che essa può assumere: il rovesciamento violento del potere borghese e la instaurazione della dittatura proletaria.

Il problema consiste nel portare sul terreno della lotta per la dittatura tali forze che possano avere ragione di tutte le risorse difensive e controrivoluzionarie della borghesia mondiale. Queste forze non si possono attingere che nelle file della classe lavoratrice, ma per sconfiggere l’avversario capitalista occorre concentrare sul terreno rivoluzionario lo sforzo di tutto il proletariato. Questo è sempre stato lo scopo fondamentale del partito di classe secondo il punto di vista marxista. Si tratta di realizzare una unità effettiva e non meccanica, si tratta di avere l’unità per la rivoluzione e non l’unità per se stessa. Questo scopo si raggiunge per la via sulla quale si è decisamente messa dopo la guerra la Terza Internazionale: concentrare nelle file dei partiti comunisti gli elementi che hanno una concezione della necessità rivoluzionaria della lotta, che non si lasciano deviare dal raggiungimento di scopi parziali e limitati, che non vogliono collaborare in nessuna situazione con frazioni della borghesia. Messisi su questa piattaforma iniziale e fatta giustizia di tutte le gamme degenerative del movimento, questi elementi costituiscono il nucleo attorno al quale si realizza l’effettiva unità delle masse, con un processo progressivo la cui rapidità e facilità dipendono dalla situazione oggettiva e dalla capacità tattica dei comunisti.

Radek nei suoi articoli non pone nemmeno minimamente in dubbio tutto ciò. Le risorse tattiche che egli affaccia sono tali che egli sostiene possano servire – data la situazione attuale – a spingere larghe falangi del proletariato alla lotta per la dittatura rivoluzionaria.

Abbiamo visto come la situazione generale è caratterizzata dalla offensiva capitalistica contro il tenore di vita del proletariato, perché il Capitalismo sente che non può evitare la catastrofe se non aumenta il grado di sfruttamento dei lavoratori. Nello stesso tempo che il capitalismo potrà deprimere economicamente le masse con l’aiuto di mezzi offensivi economici e politici, esso avvierà un suo tentativo di riorganizzazione, ma nella stessa misura, accentuando i caratteri dell’imperialismo industriale, andrà verso il baratro della nuova guerra. Questo il concorde giudizio comunista sulla situazione, che quindi conduce alla necessità urgente della riscossa rivoluzionaria del proletariato, e per affrettarla e sol per questo vuol trovare le vie per utilizzare rivoluzionariamente gli sviluppi di una tale situazione. Da questo sorge, l’abbiamo visto, che una lotta economica anche puramente difensiva del proletariato pone un problema di azione rivoluzionaria e di abbattimento del capitalismo. Perché non era ieri rivoluzionario chiedere un forte aumento di salari e lo è oggi domandare che non vengano abbassati? Perché quella azione poteva svolgersi da parte di limitati gruppi locali e professionali di operai, in modo saltuario, mentre questa azione che oggi si impone e che è la sola possibile a meno che il proletariato non rinunzi ad ogni forma di associazione e di movimento organizzato, esige una simultanea scesa in campo di tutte le forze operaie, al di sopra delle divisioni di categorie e di località anzi addirittura su scala mondiale.

La vecchia unità formale e federalista della tradizionale socialdemocrazia che mal nascondeva sotto una vuota retorica la divisione in gruppi d’interessi e movimenti non amalgamati, la divisione stessa in partiti nazionali proletari, va cedendo in questo periodo risolutivo della evoluzione capitalistica il posto alla vera unità di movimento della classe operaia, la quale irresistibilmente conduce verso quella armonica centralizzazione del movimento proletario mondiale a cui la Internazionale Comunista ha già dato lo scheletro della organizzazione unitaria e l’anima della coscienza teorica della rivoluzione. Vi è ancora una divisione di idee, di opinioni politiche nel proletariato, ma vi sarà una unità di azione. Pretenderemo noi che la unità di dottrina e di fede politica debba per chi sa quale condizione astratta precedere quella dell’azione? No, perché noi capovolgeremmo il metodo marxista di cui siamo assertori, che ci dice come, dalla unità effettiva di movimento creata dalla dissoluzione del capitalismo, non potrà uscire che una unità anche di coscienza e di dottrina politica.

Avremo per tale via realistica della unione di tutti i lavoratori nella azione concreta anche la loro unione nella professione di fede politica, sulla fede politica comunista, e non già su un guazzabuglio informe delle tendenze politiche attuali. Ossia avremo la unità dell’azione successiva per i postulati rivoluzionari del comunismo.

Tutti vogliamo fare tutti i sacrifici per avviare le cose su questo favorevole pendio. Si tratta nel predisporci a tanto di aver bene intesa la situazione e di tenere in vista tutto il vasto corso delle sue fasi successive. Radek giunge a proporre il fronte unico del proletariato non solo per i problemi di resistenza all’offensiva capitalistica, ma anche per il problema del Governo. Egli si riferisce alla situazione del proletariato tedesco. In Germania vi è una speciale situazione economica, non perché una barriera la separi dal resto del mondo, ma appunto perché nella situazione dei paesi tedeschi si imperniano le caratteristiche del procedere della crisi mondiale.

Parliamo del formidabile problema delle riparazioni da pagare ai vincitori. La classe produttrice tedesca sostiene uno sforzo incalcolabile per ammonticchiare prodotti da lanciare sui mercati esteri per realizzare il valore delle indennità da sborsare all’Intesa, ma questo si raggiunge attraverso uno sfruttamento senza nome del proletariato. Il Governo tedesco qualunque esso sia deve occuparsi di questo supremo problema: dove prendere i miliardi per le riparazioni. Sulla soluzione di questo problema riposa tutto il fragile edificio della tentata ricostruzione capitalistica. Radek si mostra convinto che se un governo operaio si formasse sulla piattaforma: sono i capitalisti tedeschi che devono pagare, e non i lavoratori e gli altri strati sociali più miseri, si determinerebbe una tale situazione che la lotta del proletariato tedesco per la dittatura e il sabotaggio del programma mondiale borghese ne uscirebbero come unico sbocco.

Questa necessità della situazione è sentita dal proletariato tedesco solo nelle sue apparenze immediate, almeno per la parte che sta con i partiti socialdemocratici parlamentaristicamente forti. Quindi il proletariato li spinge al potere. Se essi ci vanno si porrà il problema della guerra civile. Se non ci vanno, le masse li abbandoneranno. Ma essi potrebbero trovare una via di salvezza per il loro opportunismo in questo argomento: che i comunisti impediscono loro questo gesto audace, e così creare un alibi alla collaborazione con la borghesia. Radek pensa che sia bene togliere loro questo alibi. Gli lasciamo la sua opinione, ma insistiamo nel fatto che anche i compagni tedeschi che agiscono su tale via non hanno smarrito le direttive delle massime realizzazioni comuniste, e d’altra parte insistendo ci siamo prefisso l’altro risultato: di incoraggiare molti nostri compagni, specie tra i giovani e gli audaci, a disprezzare la pigrizia del semplicismo che si trincera dietro un preconcetto o una frase fatta senza penetrare nella complessità delle ragioni tattiche che oggi sorgono dallo studio delle situazioni, e con ciò stesso si privano del mezzo più efficace di intervenire in un simile dibattito e lavoro formidabile di preparazione per evitare che si incappi nella trappola sempre aperta dell’effettivo opportunismo.

Per venire infine ai documenti ufficiali della Internazionale ci limitiamo a notare come il manifesto non sia diretto né ai partiti né ad organi sindacali delle altre Internazionali, ma al proletariato di tutti i paesi. Lo stesso fatto che si invitano al fronte unico anche lavoratori aderenti a sindacati cristiani e liberali, dimostra quale differenza vi sia tra i due concetti: nessuno infatti penserebbe ad un fronte unico con partiti cristiani e liberali.

E d’altra parte le tesi del C.E. se evitano per ora l’inquadramento generale teorico della questione, stabiliscono alcuni capisaldi importantissimi, la indipendenza di organizzazione dei nostri partiti comunisti, non solo, ma la loro assoluta libertà, mentre prendono l’iniziativa del fronte unico, della critica e della polemica attiva contro i partiti e gli organismi delle Internazionali Due e Due e mezzo; libertà di agire “nel campo delle idee”, per il nostro ben preciso programma, unità di azione di tutto il fronte proletario.

Questa apparente contraddizione o soppiantamento di posizione non è né una novità né una conclusione inconsueta. Il partito deve averne la completa e sicura visione: nelle masse essa deve essere condotta innanzi con infinito accorgimento e senso della misura, propagandone i lati salienti e sviluppandone il meccanismo man mano che i fatti stessi lo metteranno a nudo.

È inevitabile che le masse partendo da questa nozione superficiale: o si va verso la scissione o si va verso l’unità, immaginino che le due direzioni sono opposte. Ma in realtà non è così. Unità dei lavoratori e separazione dagli elementi degeneri e soprattutto dai capi traditori sono invece due conquiste parallele: noi lo sappiamo da tempo, le masse lo vedranno solo al termine del movimento. L’essenziale è che questo sia intrapreso nel senso della lotta, della resistenza alle imposizioni capitalistiche.

Libertà e indipendenza di organizzazione e disciplina interna, di propaganda, di critica; unità di azione: ecco ciò che i partiti comunisti devono proporre e realizzare per vincere.

La formale contrapposizione non è che quella per cui la nostra parola d’ordine è sempre stata: proletari di tutto il mondo, unitevi. Per essa abbiamo smascherato come traditori coloro che nella guerra divisero il proletariato, che nella azione sindacale ogni giorno lo dividono evitando che si fondano in una sola le mille vertenze o agitazioni che le vicende attuali sollevano. Questa contrapposizione non è che quella per cui noi siamo per la selezione politica più severa, ma per la unità di organizzazione sindacale, concezione e tattica questa che il partito controlla sui risultati di ogni giorno, in quanto l’andamento felice della nostra lotta contro l’opportunismo riformista italiano è figlio della posizione tattica, per cui dopo la scissione politica di Livorno siamo tenacemente rimasti nell’organizzazione sindacale, malgrado che la dirigessero i riformisti da cui ci eravamo staccati; e vi siamo rimasti a combatterli efficacemente.

Il problema va dunque considerato su due piani. L’Internazionale Comunista non ritorna oggi sulla sua opera di ieri, essa invece ne raccoglie i frutti su quella via che conduce al doppio risultato di avere alla testa del proletariato un movimento politico rivoluzionario, e avere intorno alla bandiera di questo movimento tutto il proletariato.
 
 

IV

 

Nei precedenti articoli ci siamo prefissi uno scopo espositivo, tratteggiando lo stato della questione del “fronte unico” nei documenti ufficiali della Internazionale Comunista e nelle enunciazioni di taluni partiti e compagni comunisti su cui molto si discute attualmente. Abbiamo contemporaneamente cercato di immedesimare i nostri lettori nel metodo che nel dibattere tali questioni deve essere adottato se si vuole essere all’altezza dell’esperienza teorica e tattica dell’I.C. e sollevarsi per sempre dalle pigrizie mentali del semplicismo e della sterilità pratica di una azione guidata dalle fobie di preconcetti formali. E attraverso tale esposizione abbiamo voluto rivendicare il diritto di quei nostri compagni a sviluppare i loro piani tattici perché siamo giudicati su ben altro tono di quello spregevole degli opportunisti che vanamente attendono un ripiegamento dei comunisti dal contenuto fermamente e saldamente rivoluzionario del loro pensiero e della loro azione.

Diremo ora brevemente il nostro pensiero, a titolo un po’ più che personale, poiché ci riferiamo alle discussioni esaurienti fatte in materia dal Comitato Esecutivo del nostro partito nel fornire il mandato per i compagni che lo rappresenteranno alla imminente riunione di Mosca. Non essendo un mistero per nessuno che la tesi che i comunisti italiani difenderanno sarà alquanto diversa, e se si vuole servirsi della vecchia dizione più “di sinistra” di quella ad esempio affacciata da Radek e sostenuta dai compagni di Germania, facciamo riflettere ai compagni tutti e specialmente ai più giovani e genericamente “estremisti”, quanto maggior peso avrà il contributo del nostro partito nella discussione di così arduo problema, se dimostreremo che una nostra divergenza non nasce da speciali incomprensioni, ma da un esame della questione condotto con perfetta coscienza dei termini di essa e tenendo conto di tutti gli elementi da cui scaturisce il pensiero di altri compagni senza trincerarci in assurde negazioni di certe conclusioni, che non riuscirebbero a convincere nessuno. E riaffermiamo dinanzi a chiunque quello che è un dato di fatto incontrovertibile: che cioè non esiste nemmeno lontanamente il pericolo che la Internazionale Comunista abbandoni anche per poco quella piattaforma del marxismo rivoluzionario dalla quale ha lanciato alle masse del proletariato mondiale il suo grido di guerra contro il regime capitalista e tutti indistintamente i suoi fautori e complici.

Richiamiamo i compagni a quella visione della situazione presente che ci ha tutti indiscutibilmente concordi che si compendia nella diagnosi della offensiva borghese come risultato della presente fase di crisi del capitalismo. Diamo anche per accettata definitivamente, e fin da quando si basarono sul metodo marxista le nostre conclusioni tattiche, la tesi che la agitazione e preparazione rivoluzionaria comunista si fa soprattutto sul terreno delle lotte del proletariato per le rivendicazioni economiche. Questa concezione realistica ci spiega la tattica dell’unità sindacale, fondamentale per noi comunisti, altrettanto quanto la divisione spietata sul terreno politico da ogni accenno di opportunismo. E nello stesso modo si dimostra opportuna e felicissima la posizione tattica che oggi in Italia è tenuta dal nostro Partito con la campagna per il fronte unico di tutti i lavoratori contro l’offensiva padronale. Fronte unico vuole in questo caso dire azione comune di tutte le categorie, di tutti i gruppi locali e regionali di lavoratori, di tutti gli organismi sindacali nazionali del proletariato, e lungi dal significare informe guazzabuglio di diversi metodi politici, si accompagna alla più efficace conquista delle masse, al solo metodo politico che contiene la via della loro emancipazione: quello comunista. Dottrina e pratica si incontrano nel confermare che nessun inciampo o contrasto si trova nel fatto che come piattaforma per agitare le masse siano formulate rivendicazioni economiche concrete e contingenti, e come forma di azione si proponga un movimento di insieme di tutto il proletariato nel campo dell’azione diretta e guidato dai suoi organismi di classe, i sindacati. Da tutto questo risulta direttamente la intensificazione dell’allenamento proletario ideologico e materiale alla lotta contro lo Stato borghese e delle campagne contro i falsi consiglieri dell’opportunismo di tutte le tinte.

In una tattica così delineata, a parte le varianti di applicazione che si possono pensare come dipendenti dalla varia situazione nei diversi paesi dei partiti e organi sindacali proletari, nulla si incontra che comprometta le due condizioni fondamentali e parallele del processo rivoluzionario, ossia l’esistenza e il rafforzamento da una parte di un saldo partito politico di classe fondato su una chiara coscienza della via della rivoluzione, e dall’altra parte il sempre maggiore concorso delle grandi masse, sospinte in modo istintivo all’azione dalla situazione economica, nella lotta contro il capitalismo cui il partito fornisce una guida e uno Stato Maggiore.

Quando si voglia invece esaminare la portata agli effetti dei nostri comuni scopi, affrettare e facilitare la vittoria del proletariato nella lotta per abbattere il potere borghese e istituire la dittatura, di altre linee di tattica come quella proposta dal Partito comunista in Germania e prospettata negli articoli di Carlo Radek, nelle quali viene ad interferire un impiego per l’azione del proletariato nel meccanismo politico dello Stato democratico, si deve constatare che i caratteri del problema, e quindi le conclusioni a cui si deve giungere, mutano radicalmente.

Il quadro che ci presenta Radek è impostato su analogie evidenti con quello della situazione di offensiva capitalistica da cui siamo partiti per precisare la nostra tattica del fronte unico sindacale. Abbiamo il proletariato che vede intensificare al massimo il suo sfruttamento da parte del padronato per effetto dell’influenza irresistibile della situazione generale sulla azione e la pressione di questo. Noi comunisti, e i compagni che sono con noi, sappiamo benissimo che una via d’uscita definitiva non può trovarsi che nel violento abbattimento del potere borghese, ma le masse, per il loro limitato grado di coscienza politica e per il loro stato d’animo influenzato ancora dai capi socialdemocratici, non vedono questo come sbocco immediato e non si lanciano su tale via rivoluzionaria anche se il Partito comunista voglia darne loro l’esempio. Le masse sentono e credono che una data azione dei poteri statali possa risolvere l’impellente problema economico, e quindi desiderano un governo il quale, ad esempio in Germania, decida che il peso del pagamento delle riparazioni debba gravare sulla classe dei grandi industriali e proprietari, oppure attendono dallo Stato una legge sulle ore di lavoro, sulla disoccupazione, sul controllo operaio. Come per il caso delle rivendicazioni da ottenere con l’azione sindacale, il Partito comunista dovrebbe sposare questa attitudine e spinta iniziale delle masse, unirsi alle altre forze che si propongono o dicono di proporsi quel programma di benefici per mezzo della pacifica conquista del governo parlamentare, mettere in moto il proletariato sulla via di questo esperimento per approfittare dell’immancabile fallimento di questo allo scopo di provocare la lotta del proletariato sul terreno del rovesciamento del potere borghese e della conquista della dittatura.

Noi crediamo che un simile piano si basi su una contraddizione e contenga praticamente gli elementi di un fallimento immancabile. È indubitato che il Partito comunista deve proporsi di utilizzare anche i momenti non coscienti delle grandi masse e non può darsi ad una predicazione negativa puramente teorica quando si trovi in presenza di tendenze generali ad altre vie di azione che non siano quelle proprie della sua dottrina e prassi. Ma questa utilizzazione riesce proficua se nel porsi sul terreno su cui muovono le grandi masse, e lavorare così ad uno dei due fattori essenziali del successo rivoluzionario, si è sicuri di non compromettere l’altro non meno indispensabile della esistenza e del progressivo rafforzamento del partito e di quell’inquadramento di una parte del proletariato che già è stata condotta sul terreno nel quale agiscono le parole d’ordine del partito.

Nel giudicare se questo pericolo esista o meno si deve tener presente che, come purtroppo una lunga e dolorosa esperienza insegna, il partito come organismo e il grado della sua influenza politica non sono dei risultati intangibili, ma subiscono tutti gli influssi dello svolgersi degli avvenimenti.

Se un giorno, dopo un più o meno lungo periodo di avvenimenti e di lotte, la massa operaia si trovasse dinanzi alla vaga constatazione che ogni tentativo di riscossa è inutile se non si viene a cozzare contro la macchina stessa dell’apparato statale borghese, ma nelle precedenti fasi fosse rimasta compromessa gravemente l’organizzazione del Partito Comunista e dei movimenti che lo fiancheggiano (come l’inquadramento sindacale e quello militare), il proletariato si troverebbe sprovvisto delle armi stesse della sua lotta, del contributo indispensabile di quella minoranza che possiede la chiara visione dei compiti da affrontare e che, per averla da lungo tempo posseduta e tenuta di vista, si è dato tutto un allenamento e un armamento nel senso largo della parola, indispensabile per la vittoria della grande massa.

Noi pensiamo che questo avverrebbe, dimostrandosi la sterilità di ogni piano tattico come quelli che stiamo esaminando, se il Partito comunista assumesse prevalentemente e clamorosamente atteggiamenti politici tali da annullare od inficiare il suo carattere intangibile di Partito di opposizione rispetto allo Stato e agli altri partiti politici.

Ci sembra di poter dimostrare con elementi di ordine critico e di ordine pratico che questa tesi non ha nulla di astratto e non deriva dal desiderio di tracciare in questo argomento tanto complesso degli schemi arbitrari, ma risponde ad una valutazione concreta ed esauriente dell’argomento.

L’attitudine e l’attività di opposizione politica del Partito comunista non sono un lusso dottrinale, ma, come vedremo, una condizione concreta del processo rivoluzionario.

Infatti attività di opposizione vuol dire costante predicazione delle nostre tesi della insufficienza di ogni azione di conquista democratica del potere e di ogni lotta politica che voglia tenersi sul terreno legale e pacifico, fedeltà ad essa nella critica continua e nella divisione di responsabilità dell’opera dei governi e dei partiti legali, formazione, esercitazione e allenamento di organi di lotta che solo un partito antilegalitario come il nostro può costruire, fuori e contro il meccanismo che è quello della difesa borghese.

Metodo questo che è teorico per quel tanto che la coscienza teorica è indispensabile sia posseduta da una minoranza dirigente ed è organizzativo nella misura in cui la maggior parte del proletariato non è matura per una lotta rivoluzionaria si provveda alla costituzione e all’istruzione dei quadri dell’esercito rivoluzionario.

Sotto questo aspetto, noi, fedeli alla più fulgida tradizione dell’Internazionale Comunista, non giudichiamo i partiti politici con il criterio con il quale è giusto giudicare gli organismi economici sindacali, cioè secondo il campo di reclutamento dei loro effettivi, e la classe su cui tale reclutamento si compie, bensì con il criterio delle loro attitudini verso lo Stato e il suo meccanismo rappresentativo. Un partito che si chiude volontariamente nei confini della legalità, ossia non concepisce altra azione politica che quella che si può esplicare senza uso di violenza civile nelle istituzioni della costituzione democratica borghese, non è un partito proletario, ma un partito borghese, e in un certo senso basta per dare questo giudizio negativo il solo fatto che un movimento politico (come quello sindacalista e anarchico), pur ponendosi fuori dei limiti della legalità, rifiutino di accettare il concetto dell’organizzazione statale della forza rivoluzionaria proletaria, ossia della dittatura.

Non vi è qui che la enunciazione della piattaforma difesa dal nostro partito: fronte unico sindacale del proletariato, opposizione politica incessante verso il governo borghese e tutti i partiti legali.

Gli sviluppi della nostra organizzazione li rimandiamo al prossimo articolo.

Non vogliamo però tacere che se la collaborazione parlamentare e governativa sono escluse completamente dal momento che si adotta una tale piattaforma, non si rinunzia però, come mostreremo, ad una utilizzazione molto migliore e meno arrischiata di quelle rivendicazioni che le masse sono portate a portare come richieste al potere dello Stato o ad altri partiti, in quanto si possono indipendentemente sostenere come risultati da raggiungere attraverso l’azione diretta, la pressione dall’esterno e la critica stessa della politica del Governo e di tutti gli altri partiti, attraverso l’esperimento di essa.
 
 

V

 

Vogliamo concludere queste nostre note, stese durante la discussione del problema che ci occupa e tenendo via via conto degli elementi che sopravvenivano, con il prospettare gli argomenti che sorreggono la posizione assunta dal Comitato Esecutivo del nostro Partito, secondo il quale l’unità di azione del proletariato deve essere perseguita e realizzata sulla base della politica di opposizione allo Stato borghese e ai partiti legalitari che il Partito comunista deve incessantemente svolgere. Le ripetizioni di alcuni punti essenziali, se non hanno giovato all’ordine dell’esposizione, non potranno certo nuocere allo scopo che esso si propone, di richiamare al massimo l’attenzione dei compagni sui termini delicati e complessi del problema che si discute.

Con una distinzione sufficientemente utile si vuole indicare che vi sono condizioni soggettive e oggettive della rivoluzione. Quelle oggettive consistono nella situazione economica e nelle pressioni che essa direttamente esercita sulle masse proletarie, quelle soggettive si riferiscono al grado di coscienza e di combattività del proletariato e soprattutto dell’avanguardia di esso, il Partito comunista.

Una indispensabile condizione oggettiva è la partecipazione alla lotta del più largo strato delle masse, direttamente sollecitate dai moventi economici, anche se in gran parte non hanno coscienza di tutto lo sviluppo della lotta, una condizione soggettiva è l’esistenza in una minoranza sempre più estesa di una chiara visione delle esigenze del movimento nel suo corso, accompagnata da una preparazione a sostenere e dirigere le ulteriori fasi della lotta. Ammettiamo che sarebbe antimarxista non solo il pretendere che tutti i lavoratori partecipanti alla lotta avessero una chiara coscienza del suo sviluppo ed un orientamento volitivo verso i suoi fini, ma altresì il ricercare un tale “stato di perfezione” in ciascun militante del Partito comunista singolarmente preso, mentre quelle condizioni soggettive dell’azione rivoluzionaria risiedono nella formazione di un organo collettivo, quale il partito, che è al tempo stesso una scuola, (nel senso di una tendenza teorica) ed un esercito con adatta gerarchia e adeguato allenamento di esercitazione.

Ma crediamo che si ricadrebbe in un soggettivismo non meno antimarxista, perché volontaristico nel senso borghese, qualora si condensassero le condizioni soggettive nella illuminata volontà di un gruppo di capi che potrebbero impiegare sulle più complicate vie tattiche il materiale costituito dalle forze del Partito e da quelle che esso più direttamente inquadra, prescindendo dalle influenze che ha su queste forze lo svolgimento stesso dell’azione e il metodo scelto per condurla innanzi.

Perché il Partito non è il “soggetto” invariabile e incorruttibile delle astruserie filosofiche, ma a sua volta un elemento oggettivo della situazione. La soluzione del problema difficilissimo della tattica del partito non è ancora analoga a quella dei problemi dell’arte militare; in politica si può correggere ma non manipolare a piacere la situazione: i dati del problema non sono il nostro esercito e quello avversario, ma la formazione dell’esercito a spese di strati indifferenti e delle stesse schiere nemiche si attua – e può attuarsi tanto da una parte come dall’altra – mentre si svolgono le ostilità.

Una ottima utilizzazione delle condizioni oggettive rivoluzionarie, senza alcun pericolo di menomare quelle soggettive, anzi con la certezza di svilupparle brillantemente, è data dalla partecipazione e dal suscitamento  delle azioni di masse per le rivendicazioni economiche difensive che solleva nell’attuale momento della crisi capitalistica l’offensiva padronale, come già abbiamo detto. Per tal modo spingendo le masse a seguire impulsi che esse già chiaramente e potentemente sentono, le conduciamo sulla via rivoluzionaria da noi tracciata, sicuri che lungo questa le condizioni soggettive a noi contrarie saranno superate e le masse si troveranno dinanzi alla necessità della lotta per la rivoluzione integrale per la quale il nostro partito darà loro una attrezzatura teorica e tecnica che la lotta avrà migliorata e potenziata. La indipendente posizione politica del nostro partito gli avrà permesso di svolgere nel corso dell’azione la preparazione rivoluzionaria ideale e materiale che è mancata in altre situazioni, che pure spingevano le masse alla lotta, perché tra gli altri motivi si verificava l’assenza di una minoranza differenziata in quanto a coscienza rivoluzionaria e a preparazione alle decisive forme di lotta.

La difensiva borghese si prefigge di contrapporre alla rivoluzione proletaria delle controcondizioni soggettive, di compensare la pressione rivoluzionaria oggettiva nascente dalle asprezze e dalle strette della crisi mondiale con le risorse di un monopolio politico e ideologico dell’attività del proletariato, per il quale la classe dominante tenta di mobilitare la gerarchia dei capi proletari.

Una vasta parte del proletariato, attraverso le organizzazioni dei partiti socialdemocratici, è inceppata dalla ideologia borghese e dalla mancanza di una ideologia rivoluzionaria, e qui più che alla concezione ideologica nel senso individuale bisogna pensare alla attitudine a muoversi collettivamente con un indirizzo sicuro ed una organizzazione di lotta nel campo politico. La borghesia ed i suoi alleati lavorano a diffondere nel proletariato la persuasione che per la sua lotta di miglioramento non è necessario servirsi di mezzi violenti, e che le armi di esso si trovano nel pacifico impiego dell’apparecchio democratico rappresentativo e nell’orbita delle istituzioni legali. Queste illusioni sono oltremodo pericolose per le sorti della rivoluzione perché è certo che esse ad un certo momento cadranno, ma in quello stesso momento non si realizzerà per la caduta di esse l’attitudine delle masse a sostenere la lotta contro l’apparecchio legale e statale borghese con i mezzi della guerra rivoluzionaria, né a proclamare e sorreggere la dittatura di classe, solo mezzo per soffocare la classe avversaria. La riluttanza e la inesperienza del proletariato ad usare queste armi risolutive tornerebbero a tutto vantaggio della borghesia: distruggere nel più gran numero possibile di proletari questa ripugnanza soggettiva a dare all’avversario i colpi decisivi, e prepararlo alle esigenze di una tale azione, è per contrapposto compito del partito comunista.

Illusorio è perseguire tal fine con la preparazione della ideologia e della esercitazione alla guerra di classe fin dell’ultimo proletario, indispensabile è garantirlo con la formazione e il consolidamento di un organismo collettivo la cui opera ed attitudine in tale campo costituiscano il richiamo della più gran parte possibile di lavoratori, perché possedendo un punto di riferimento e di appoggio la immancabile delusione che disperderà domani le menzogne democratiche e socialdemocratiche sia seguita da una utile conversione sui metodi di lotta rivoluzionaria. Non possiamo vincere in questa senza la maggioranza del proletariato, ossia mentre la maggioranza del proletariato si trova ancora sulla piattaforma politica della legalità e della socialdemocrazia, ha detto il Terzo Congresso, ed ha avuto ragione, ma appunto per questo dobbiamo preoccuparci di adoperare tale tattica in modo che nei movimenti delle grandi masse che le oggettive condizioni economiche suscitano vada progressivamente crescendo l’effettivo di quella minoranza che, avendo a nucleo il Partito comunista, ha impostato la sua azione e la sua preparazione sul terreno della lotta antilegalitaria.

Nulla si oppone dal punto di vista critico e da quello delle reali esperienze pratiche che possediamo ad un passaggio dall’azione del fronte delle grandi masse per rivendicazioni che il capitalismo non può né vuole concedere e contro le quali adopera la reazione aperta di forze regolari e irregolari, all’azione per l’emancipazione integrale dei lavoratori, perché come questa, così quelle sono divenute impossibili senza l’abbattimento della macchina borghese di dominio politico-militare, contro la quale i lavoratori sono condotti, mentre già per la lotta contro di essa si era organizzato il Partito comunista, inquadrante una parte delle masse, che non hanno mai nel corso della lotta nascosto che si doveva lottare contro le forze di tal natura, e hanno presa su di sé la prima fase della battaglia nei suoi aspetti di azione diretta di guerriglia di classe, di cospirazione rivoluzionaria.

Tutto invece ci conduce a condannare come cosa affatto diversa e di effetto contrario il tentativo di un passaggio del fronte delle grandi masse da una azione che, se pure ha per obiettivo rivendicazioni immediate e accessibili alla massa, si svolge sulla piattaforma politica della democrazia legale, ad una azione antilegalitaria e per la dittatura proletaria. Qui non si tratta più di mutamenti di obiettivi, ma di mutamenti del piano di azione, dei suoi schieramenti, dei suoi metodi, e la conversione tattica è possibile, a nostro credere, solo nei piani di condottieri che abbiano dimenticato l’equilibrio della dialettica marxista e immaginino di operare con un esercito giunto al perfetto automatismo delle armate inquadrate e allenate da tempo anziché con le tendenze e le capacità in via di formazione di elementi da organizzare ma sempre pronti a ricadere nelle incoerenze delle azioni individuali e decentrate.

La via della rivoluzione diviene un vicolo cieco se il proletariato, per constatare che il sipario variopinto della democrazia liberalesca e popolaresca nasconde i ferrei bastioni dello Stato di classe, dovrà procedere fino in fondo senza pensare a munirsi di mezzi atti a sventare l’ultimo e decisivo ostacolo, nel momento in cui dalla fortezza del dominio borghese usciranno per precipitarsi su di lui, armate di tutto punto, le schiere feroci della reazione. Il partito è necessario alla vittoria rivoluzionaria in quanto è necessario che molto prima una minoranza del proletariato cominci a gridare incessantemente al rimanente che occorre armarsi per l’urto supremo, armandosi essa stessa ed istruendosi alla lotta che sarà inevitabile. Appunto perciò il Partito per assolvere il suo compito specifico non deve solo predicare a dimostrare con ragionamenti che la via pacifica e legale è una via insidiosa, ma deve “trattenere” la parte più avanzata del proletariato dall’addormentarsi nell’illusione democratica ed inquadrarla in formazioni che da una parte cominciano a prepararsi alle esigenze tecniche della lotta col fronteggiare le azioni sporadiche della reazione borghese, dall’altra abituano se stesse e una larga parte circostante delle masse alle esigenze ideologiche e politiche della azione decisiva con la loro critica incessante dei partiti socialdemocratici e la lotta contro di essi nell’interno del sindacato.

L’esperimento socialdemocratico in certe situazioni deve verificarsi ed essere utilizzato dai comunisti, ma non si può pensare questa “utilizzazione” come un fatto subitaneo da avvenire alla fine dell’esperimento, bensì come il risultato di una incessante critica che il Partito Comunista avrà svolto e per la quale è indispensabile una precisa separazione di responsabilità.

Di qui il nostro concetto che il Partito comunista non può abbandonare mai la sua attitudine di opposizione politica allo Stato e agli altri partiti, considerata come un elemento della sua opera di costruzione delle condizioni soggettive della rivoluzione, che è la stessa ragione d’essere.

Un partito comunista confuso con i partiti della socialdemocrazia pacifista e legalitaria in una campagna politica parlamentare o governativa non assolve più il compito del Partito comunista. Allo sbocco di una tale parentesi le condizioni oggettive porranno il dilemma fatale della guerra rivoluzionaria, l’imperativo di assalire e distruggere la macchina dello Stato capitalistico; il proletariato sarà soggettivamente deluso di ogni speranza dei metodi incruenti e legali, ma mancherà l’elemento di sintesi delle condizioni oggettive e soggettive che è la preparazione indipendente del Partito comunista e della minoranza che esso ha saputo da lunga mano stringere intorno a sé. Si produrrà una situazione non dissimile affatto da quella che il Partito socialista italiano quando comprendeva opposte tendenze ha più volte attraversato; le masse deluse dei metodi riformisti e del loro fallimento aspettano una parola d’ordine che non viene perché gli elementi estremi non hanno una organizzazione indipendente, non sanno le loro forze, dividono la responsabilità dei riformisti dinanzi alla sfiducia generale e nessuno ha pensato a tracciare i lineamenti di una organizzazione che possa funzionare, lottare, guerreggiare, quando l’urto della guerra civile si delinea implacabile.

Per tutte queste ragioni il nostro Partito sostiene che non è da parlare di alleanze sul terreno politico con altri partiti, anche se si dicono “proletari”, né di sottoscrizioni di programmi che implicano una partecipazione del Partito comunista alla conquista democratica dello Stato. Ciò non esclude che si possano porre e prospettare come realizzabili dalla pressione del proletariato anche rivendicazioni che si attuerebbero per mezzo di decisioni del potere politico dello Stato, e che attraverso questo i socialdemocratici dicono di volere e potere realizzare, poiché con una tale azione non si disarma il grado di iniziativa di lotta diretta che il proletariato ha raggiunto.

Ad esempio tra le nostre rivendicazioni per il fronte unico, da sostenere con lo sciopero generale nazionale, vi è l’assistenza ai disoccupati da parte della classe industriale e dello Stato, ma noi rifiutiamo ogni complicità con l’inganno volgare dei programmi “concreti” di politica statale del Partito socialista e dei capi riformisti sindacali, anche se questi accettassero di prospettarli come programma di un governo “operaio”, anziché di quello che sognano di costituire con i partiti della classe dominante in degna e fraterna combutta.

Tra il sostenere un provvedimento (che si potrebbe per parodiare vecchi dibattiti chiamare “riforma”) dall’interno o dall’esterno dello Stato vi è una formidabile differenza stabilita dall’evolversi delle situazioni; che con l’azione diretta delle masse dall’esterno, qualora lo Stato non possa e non voglia cedere, si giungerà alla lotta per rovesciarlo; qualora ceda anche in parte si sarà valorizzato ed esercitato il metodo dell’azione antilegalitaria; mentre col metodo della conquista dall’interno, se anche esso fallisce, giusta il piano che viene oggi sostenuto, non è più possibile contare sulle forze capaci di assalire la macchina statale, per aver interrotto il loro processo di aggregazione intorno ad un nucleo indipendente.

L’azione delle grandi masse sul fronte unico non può dunque realizzarsi che nel campo dell’azione diretta e per intese con gli organi sindacali d’ogni categoria, località e tendenza, e l’iniziativa di questa agitazione spetta al Partito comunista, poiché gli altri partiti, sostenendo la inazione delle masse dinanzi alle provocazioni della classe dominante e sfruttatrice, e la diversione sul terreno della legalità statale e democratica, dimostrano di disertare la causa proletaria e ci permettono di spingere al massimo la lotta per condurre il proletariato all’azione con la direttiva e con i metodi comunisti, sostenuti al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane o lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno.