Partito Comunista Internazionale Corpo unitario ed invariante delle Tesi del Partito
Partito Comunista d’Italia
Conferenza Nazionale clandestina - Como, maggio 1924
SCHEMA DI TESI SULL’INDIRIZZO E IL COMPITO DEL P.C. IN ITALIA PRESENTATO DALLA SINISTRA DEL PARTITO



 –   I.  La situazione italiana.
 –  II.   La politica del proletariato.
 – III.  Il Partito Comunista: primo periodo.
 – IV.   La nuova politica comunista.
 –  V.   Il compito avvenire del Partito Comunista in Italia.
 
 

Appendice:
Mozione della Sinistra del P. C. d’Italia


 
 
 
 
 
 
 
 

Non si comprende in queste tesi la parte riguardante le questioni di ordine generale e internazionale, senza la quale esse, d’altra parte, non possono venire esattamente valutate, poichè tali questioni sono delineate dal punto di vista della sinistra del P.C.d’I., nelle tesi sulla tattica del Congresso di Roma e nel progetto di tesi tattiche per la Internazionale presentate al IV Congresso da Bordiga: documenti che si considerano ben conosciuti dai compagni.

La natura di questa discussione e la necessità di abbreviarla giustificano la compilazione assai sintetica di queste tesi, che abbracciano argomenti i quali in una consultazione regolare il partito andrebbero suddivisi in vari accapi di un ordine del giorno congressuale.
 

I.  La situazione italiana

1)  Un complesso di circostanze rende molto interessante l’insegnamento che scaturisce dallo svolgimento della lotta sociale in Italia negli ultimi anni dal punto di vista della politica della borghesia e del proletariato, sebbene l’Italia sia un paese di capitalismo non molto avanzato. Dopo le imprese reazionarie dell’ultimo decennio dello scorso secolo, nel principio dell’attuale la politica della borghesia fu caratterizzata da un largo impiego delle risorse "di sinistra", per neutralizzare e attirare nell’inganno della collaborazione di classe il grandeggiante movimento proletario.

2)  La guerra mondiale gettò la borghesia e lo Stato italiano in una grave crisi, per la poca saldezza della economia italiana e per il magro bilancio della vittoria. Per evitare lo sbocco rivoluzionario di una tale crisi la politica borghese consistette in un primo tempo in una abile tattica di conciliazione e concessioni al proletariato, finchè non furono pronte le forze per scatenare un’offensiva reazionaria che assicurasse la conservazione del regime. Il primo fattore di questa azione si ravvisa nell’opera dei governi di Nitti e di Giolitti: soprattutto nelle elezioni del ’19, nelle quali il primo andò incontro ad una invasione di deputati socialisti nel parlamento, e nella occupazione delle fabbriche del ’20 in cui il secondo seppe trovare una transazione coi capi proletari, evitando in tutto questo pericolo la tensione eccessiva della lotta di classe.

3)  Il secondo fattore di conservazione borghese fu il fascismo. Questo sorse sul terreno del movimento dei combattenti e delle classi medie, strato instabile che il partito del proletariato non seppe piegare alla visione della sua dittatura, e che nella illusione di fare una politica autonoma e ereditare (sic) dai ceti politici tradizionali, si fece mobilitare dalla macchina dello Stato e dagli alti ceti borghesi, industriali e agrari, per l’offensiva armata contro i lavoratori rivoluzionari. La offensiva non solo impedì ogni sviluppo di azioni rivoluzionarie, ma tolse ai lavoratori le ingannevoli concessioni del periodo democratico e volle demolire ogni loro base di organizzazione. Il coronamento del successo di questa azione politica, a cui collaborarono i vari gruppi e partiti borghesi al di sopra delle gare dei capi politici, in un insieme dialettico e inscindibile, fu la creazione di un Ministero fascista, che non è il governo di un nuovo partito e di un nuovo programma, ma il consolidamento del regime tradizionale, che essendosi data nel paese una formidabile organizzazione ignota la vecchio partito liberale, con la pressione di questa e della macchina statale sostituisce la necessità di temporeggiamenti e concessioni alle classi lavoratrici.

4)  La esperienza italiana dimostra come sia reazionaria e sciocca la tesi che condizioni di larga democrazia politica permettano al proletariato di svolgere la sua avanzata rivoluzionaria. Prima di questa quelle condizioni daranno sempre luogo allo smascherarsi della dittatura borghese, sotto qualunque etichetta politica, nella difensiva e controffensiva violenta. L’avvenire della riscossa proletaria non sta nella preliminare conquista della vecchia equivoca piattaforma della cosiddetta "libertà", ma nella lotta fronte a fronte colle organizzazioni della dittatura borghese. La situazione attuale di sconfitta proletaria deve sempre più tradursi in una coscienza e in una preparazione delle masse, sentimentalmente oggi rosse come prima, a quella necessità della lotta rivoluzionaria che è chiaro caposaldo del programma comunista e che non deve essere velata da formule intermedie ed equivoche.
 

II. La politica del proletariato

5)  Il vecchio Partito Socialista Italiano nella Seconda Internazionale era un partito orientato a sinistra, tanto che alle offerte collaborazioniste della borghesia seppe contrapporre un rifiuto, e si tenne al di fuori della collaborazione di guerra. Il formarsi di una maggioranza su queste tesi negative non equivaleva però al prevalere nel partito di una completa coscienza del compito rivoluzionario positivo. La corrente che, non fermandosi alla formula “nè aderire nè sabotare”, sosteneva che dalla guerra si doveva prendere occasione per l’assalto rivoluzionario alla borghesia mondiale, secondo la formola di Lenin, fu sempre durante e dopo la guerra una minoranza, sebbene forte, del partito.

6)  La situazione del dopoguerra trovò il partito in mezzo a tanto spostamento a sinistra della massa in condizioni di deplorevole insufficienza. Questa era:
    a) Teorica e programmatica, in quanto mancava una coscienza del processo rivoluzionario, chiaramente marxista e distinta dal pacifismo dei riformisti, e dal rivoluzionarismo parolaio e piccolo borghese, contemporaneamente troppo fatalista e troppo volontarista;
    b)  Organizzativa, in quanto non vi era nel Partito una unità organica e una preparazione di organi di azione in nessun campo, così che il controllo degli organi parlamentari e dei sindacati restava alla minoranza riformista di estrema destra, sebbene questa fosse esclusa dalla direzione del partito;
    c)  Tattica e strategica, in quanto si concepiva una possibile azione delle masse solo sotto la specie equivoca di un moto popolare privo di ogni stato maggiore e di ogni conoscenza delle posizioni successive da raggiungere, e affidato alle occasionali alleanze di gruppi sovversivi di tutte le sfumature, dal repubblicano borghese all’anarchico, aventi obbiettivi e metodi divergenti e incompatibili.
    Di questa insufficienza costituzionale era una manifestazione derivata la situazione internazionale del partito, che al Congresso di Bologna aveva aderito al programma della Terza Internazionale, ma rifiutava dinanzi alle più semplici conseguenze di tale atteggiamento, tra cui quella di eliminare la estrema destra riformista. Questa semplice eliminazione non avrebbe fatto del partito un partito veramente rivoluzionario, necessitando ben altre condizioni più sostanziali; ma il rifiuto ostinato ebbe il valore di un sintomo del fatto che la maggioranza del partito, e tutto il suo centro massimalista e unitario, erano fuori del movimento comunista, e non potevano, nè volevano, nè dovevano venire a far parte di questo.

7)  L’insuccesso del proletariato italiano del dopoguerra è la dimostrazione più evidente della tesi che la unità formale e il confluire di un consenso sentimentale delle masse non bastano ad assicurare la vittoria rivoluzionaria, ove manchi il partito marxista che sia come dottrina, organizzazione e capacità tattica, all’altezza del suo compito. Esso dimostra che un partito eterogeneo o un blocco di partiti diversi non forniranno mai lo stato maggiore della rivoluzione vittoriosa.
 

III. Il Partito Comunista: primo periodo

8)  Il Partito Comunista d’Italia si costituiva al Congresso di Livorno con la secessione di una minoranza del vecchio partito, nel modo logico ed opportuno che doveva dare la piattaforma di un nuovo partito rivoluzionario il quale, pur utilizzando le tradizioni della sinistra socialista italiana, rompesse del tutto col tronco organizzativo e colle consuetudini del riformismo e del centrismo. I massimalisti che restavano coi riformisti erano non dei comunisti occasionalmente fuorviati da un malinteso con la Terza Internazionale, ma, come stato maggiore politico, una formazione del movimento italiano “indesiderabile” per il nuovo partito rivoluzionario.

9)  Il partito comunista si costituiva in una situazione la cui piega sfavorevole al proletariato era ormai delineata, dopo il fallimento della occupazione delle fabbriche e l’inizio della offensiva aperta del fascismo nella valle Padana. Come partito di minoranza, esso non si poteva prefiggere di realizzare una offensiva rivoluzionaria del proletariato, e non si potette di fatto mai porre questa come prossimo obbiettivo.
    Il compito del partito si presentava nel modo seguente: la sua ideologia era soddisfacentemente fornita dal lavoro critico e polemico che condusse alla sua formazione e dalle dottrine della Internazionale Comunista; la sua organizzazione doveva essere rapidamente allestita sulla base della rete già fornita dal lavoro di frazione; il suo complesso lavoro tattico doveva realizzare due contemporanee condizioni: concentrare per un difensiva efficiente contro la borghesia-fascismo il maggior numero possibile di lavoratori, e nello stesso tempo diradare le nebbie del confusionismo programmatico e organizzativo dei cento gruppetti ciancianti di rivoluzioni di vario tipo. Per la vera unità organica rivoluzionaria, contro il confusionismo e la demagogia opportunista, doveva essere la parola del partito. La direzione che il partito si era dato a Livorno e si confermò a Roma volle realizzare queste condizioni essenziali col suo lavoro.

10)  Prima cura doveva essere quella di sottolineare la indipendenza politica del nuovo partito da tutti gli altri, con una propaganda e una critica aperta, e evitando ogni alleanza centrale e locale tra organi politici: questa fu la parola costante del vecchio esecutivo. Nello stesso tempo, allo scopo di aumentare la massa dei lavoratori inquadrati attorno al partito rivoluzionario, si gettarono le basi del lavoro del partito tra gli operai sindacati, nelle officine, ovunque sorgessero problemi materiali interessanti i lavoratori, come dall’indirizzo indiscutibile del marxismo rivoluzionario. Si costituirono gli organi e gruppi comunisti corrispondenti alle esigenze di tale lavoro, strettamente collegati al partito. Tutto il lavoro per mobilitare su un piano di efficace difensiva rivoluzionaria la più larga parte delle masse si fece poggiare su questa struttura, fino alla proposta di fronte unico fatta avanzare nell’agosto 1921 dal Comitato Sindacale Comunista alle organizzazioni sindacali rosse, per lo sciopero generale nazionale contro la reazione fascista e padronale.

11)  Per la organizzazione militare il partito doveva procedere e procedette in maniera autonoma. La rete militare deve essere disciplinata in modo unitario a più forte ragione ancora di quella politica. Le proposte di azione comune ai vari partiti, o “al di fuori dei partiti” avanzate in materia (Arditi del Popolo) furono declinate, sia per questa ragione di principio, sia per quelle che venivano avanzate da emissari sospetti e con false dichiarazioni di consenso degli organi responsabili del partito, alle organizzazioni di periferia, per trarle in inganno. Questa ed altri elementi dimostrarono all’Esecutivo che tali organizzazioni avevano moventi e fini sospetti, imponendo il contegno di cui il vecchio gruppo dirigente il partito rivendica la responsabilità.

12)  Per desiderio della Internazionale Comunista il partito addivenne, dopo la costituzione della Alleanza del Lavoro tra i sindacati, a trattative con i partiti politici, ma pose in esse condizioni tali che rispondevano alla garanzia che il proletariato non fosse ancora tradito come in tutti i casi precedenti di blocchi per movimenti di massa. Tali condizioni furono tanto efficaci che gli altri partiti ruppero le trattative, ma mai osarono appellarsene al proletariato, essendo evidente dal loro contegno la incapacità e neghittosità unite a propositi di demagogia e di disfattismo.

13)  Si giunse per tale modo allo sciopero dell’agosto 1922. Tale episodio nei suoi insegnamenti è un esempio di applicazione della tattica rivoluzionaria del fronte unico. Esso calzava col piano tattico della dirigenza del partito comunista: intervenire nella dirigenza del movimento con responsabilità dirette nel caso che fosse possibile sopraffare la influenza degli altri gruppi e impedire il loro sabotaggio: nella ipotesi opposta partecipare alla lotta in modo da dimostrare al proletariato la superiorità rivoluzionaria del partito comunista e convincerlo alla luce dei fatti che la dolorosa eventualità della sconfitta pesava sulla responsabilità degli altri partiti e sarebbe stata evitata ove le proposte degli organi comunisti fossero state seguite e non sabotate.
    L’azione di agosto, pur rispondendo, e non potette essere altrimenti, per la equivoca politica dei riformisti e la complicità troppo tardi denunziata dei massimalisti, alla ipotesi della disfatta proletaria, mise in evidenza il partito comunista e polarizzò verso di lui la parte del proletariato che pur nella ritirata voleva fronteggiare il nemico e tenersi sotto le bandiere classiste e rivoluzionarie.

14)  Dopo lo sciopero di agosto il logico svolgimento della tattica delle proposte di fronte unico, avanzate nel periodo agosto 1921 - agosto 1922, doveva essere il passaggio del partito comunista, malgrado il prevalere della reazione fascista, ad un autonomo appello al proletariato di raccogliersi attorno ad esso, soltanto ad esso, per l’allestimento, anche aspro e lungo, della riscossa, denunziando la incapacità di ogni altro partito proletario e mirando allo svuotamento di esso coll’esodo dei suoi aderenti verso le nostre file.
    Questa tattica eloquente ed evidente doveva accompagnare il concentramento delle maggiori energie sul terreno della difesa tecnica della nostra organizzazione interna, con tutti i mezzi, contro i tentativi della reazione per sopprimerci. Sopravvivendo a questi tentativi, il partito doveva imperniare la sua futura tattica sulla parola: il fascismo, sconfiggendo il proletariato, ha liquidato i metodi politici e le illusioni del vecchio socialismo pacifista, anche sotto la veste chiassosa del massimalismo: l’avvenire si pone per il proletariato sotto la formola: fascismo o comunismo, dittatura borghese o dittatura proletaria.
 

IV. La nuova politica comunista

15)  In questo periodo venne a precisarsi il dissenso tra la tattica seguita dai dirigenti del partito italiano e quella voluta dagli organi centrali della Internazionale. Come già erasi verificato la Internazionale non trovò nel partito italiano alcuna resistenza ed eseguire le sue disposizioni. Ma è da questa epoca che le disposizioni stesse vennero a cambiare indirizzo al lavoro politico del partito, in modo sostanziale. Secondo la Internazionale la scissione che sopravvenne tra massimalisti e riformisti doveva gettare la linea di condotta dei comunisti come fatto politico più importante della conclusione dello sciopero di agosto. Preconizzando la fusione coi massimalisti, e facendo passi in questo senso, la Internazionale veniva a modificare non solo la linea tattica fino allora seguita del partito, ma a volerne spostare la piattaforma politica di costituzione. Valutando l’insuccesso proletario in Italia come dovuto anche a deficienze del partito comunista, la Internazionale mostrava di considerare la situazione dopo Livorno come provvisoria, la costituzione del partito comunista, quale era stato fino allora, come un ripiego necessario solo per attrarre successivamente i massimalisti, in blocco, col loro giornale Avanti!, nelle file della Internazionale.

16)  I dirigenti del partito espressero il loro dissenso e lo sostennero anche al IV Congresso mondiale: ma intanto ebbe esplicazione la nuova linea politica, che da allora ispirò la azione del partito sebbene la sostituzione dell’Esecutivo italiano fosse deliberato solo all’Esecutivo Allargato del giugno 1923.
    Il punto di vista del partito italiano fu questo: le scissioni sono condannabili in principio, come dalle nostre tesi tattiche, e condannabile è pure la alimentazione di frazioni comuniste in altri partiti politici, che serve ad alimentare l’equivoco sulle tendenze sinistre di questi. Il gruppo dirigente del massimalismo italiano e la sua tradizione devono essere spezzati, per poter condurre al comunismo la massa di lavoratori che esso ancora inquadra: è illusorio pensare di poter conquistare questa massa utilmente, venendo a patti con quei capi, e facendo loro concessioni e promettendo loro partecipazioni alla dirigenza del partito comunista unificato, che risulterebbe di nuovo il partito dell’equivoco.
    I lavoratori massimalisti, anche a gruppi, devono venire al partito comunista come gregari, nessuno può penetrarvi “col beneficio del grado”. Inoltre i dirigenti di allora del nostro partito espressero tutto il loro scetticismo sulla sicurezza di conquistare lo Stato maggiore dei capi di secondo e terzo grado del massimalismo colla semplice adesione di alcuni uomini più o meno convertiti alla entrata nella Internazionale, con tutti gli onori relativi.

17)  Prevalso al IV Congresso il criterio della fusione, i dirigenti del partito comunista impegnarono la disciplina di tutta la massa del partito al deliberato della Internazionale, ma dichiararono necessaria la loro sostituzione per la effettuazione del nuovo lavoro politico. Sopravveniva intanto l’ondata reazionaria del febbraio 1923 con l’arresto dei dirigenti del partito e la scoperta di alcuni Uffici centrali. Forse molte conseguenze di questo colpo potevano essere evitate, se il partito avesse potuto concentrare le energie nella sua difesa dalla reazione, anzichè sul terreno di logoranti polemiche e discussioni colla Internazionale, che distraevano i capi dal loro ufficio e demoralizzavano il partito dinanzi ai molteplici e velenosi suoi avversari. Intanto la reazione anticomunista sollecitava i capeggiatori del massimalismo a scoprire la loro tradizionale pusillanimità e a rinnegare e respingere la fusione, come avvenne al Congresso di Milano, dove la frazione fusionista fu battuta in pieno, confondendo i suoi scarsi voti con quelli di una mozione intermedia e equivoca di Lazzari.

18)  Invece di considerare tale scioglimento come liquidazione della sbagliata tattica fusionista la Internazionale lo attribuì al sabotaggio della sinistra comunista, e insistette nella linea di penetrazione nel P.S.I. alimentandovi la frazione terzinternazionalista, scarsa di forza e di capacità politica e organizzativa. Si è così trascinata per un anno e mezzo una situazione di preludio alla fusione che anche coloro che non respingono ogni fusione in generale dovrebbero sforzarsi di limitare ad un brevissimo periodo preparatorio. Si è avuta così in Italia una doppia organizzazione terzinternazionalista, con doppia ramificazione in tutti i campi di lavoro, il che ha apportato confusione, rilasciatezza e sfiducia nelle stesse file del partito comunista, nel periodo in cui più si sentiva il bisogno del metodo di direzione unitaria, ferma e compatta.
    In questa situazione il massimalismo ha speculato fino a che ha potuto, dipingendosi come il movimento che Mosca in tutti i modi chiamava a sé, e valorizzandosi dinanzi al proletariato italiano nel periodo in cui ogni altro titolo rivoluzionario gli veniva a mancare. La liquidazione dell’equivoco massimalista è così stata ritardata dalla politica della Internazionale.

19)  Nel periodo successivo il partito ha dimostrato la sua spontanea vitalità e robusta tradizione, provando di essere un forza politica effettiva e non abbisognante di integrazioni per avere una funzione autonoma. Alla periferia le organizzazioni del partito hanno magnificamente resistito e ripreso. Intanto le continue tergiversazioni sulla tattica da dettare ai terzini, sulla loro entrata nel Partito Comunista e permanenza in quello socialista per la ipotetica conquista, la sostituzione dei vecchi dirigenti, con elementi che stavano in una posizione intermedia tra la loro politica e quella dell’Internazionale, hanno ridotto il funzionamento dell’apparato centrale del partito ad una pratica quotidiana e banale senza rigore e senza fisionomia, malgrado la buona volontà della più gran parte dei compagni ad esso preposti.

20)  Nelle elezioni politiche si è voluto ancora una volta sperimentare la tattica sfatatissima degli inviti agli altri partiti politici e fallita questa, costruire una alleanza coi terzini e dare una parola di unità, mentre ci siamo alleati e uniti solo con una organizzazione fatta da noi stessi, e per dir così colla nostra immagine riflessa in uno specchio. Questo ha reso necessaria nella formazione delle liste e del nuovo gruppo parlamentare una elasticità di criteri che sarebbe apparsa scandalosa dieci e quindici anni fa alla sinistra del vecchio partito socialista: uomini politici hanno potuto scegliere a sangue freddo la lista ove collocare il loro nome, emettendo o rimangiando una professione di terzinternazionalismo.
    Anche se questo avesse condotto ad un vantaggio elettorale sarebbe stato da condannarsi: ma invece il successo del partito non è stato successo di un’alleanza, ma dei “comunisti” taglientemente definiti come tali dalla stampa avversaria, mentre noi stavamo sotto la foglia di fico di una cosiddetta unità. La formola stridente: fascismo o comunismo, e l’attitudine di opposizione di estrema sinistra presa ripudiando per principio ogni possibile largo o stretto, vero o fittizio, blocco elettorale oltre ad essere più consona alla tattica rivoluzionaria, ci avrebbe dato un successo elettorale ancora maggiore. La attitudine diversa minaccia di rivalorizzare lo stupido feticcio della unità falsa ed equivoca, di far dimenticare ciò che la nostra dottrina e la situazione insegnano al proletariato: considerare come impotenti e controrivoluzionari i partiti del socialismo opportunista.
 

V. Il compito avvenire del Partito Comunista in Italia

21)  Il compito del partito secondo la sinistra comunista si desume da quanto abbiamo detto della situazione italiana, in rapporto alle direttive tattiche delle note nostre tesi. Esso è in dipendenza dalle decisioni della Internazionale, dovendo questa, e non una maggioranza del partito, decidere in merito. Nella ipotesi che la Internazionale, evitata ogni revisione programmatica, accettasse in ordine alla tattica e ai criteri organizzativi e direttivi i criteri della sinistra, il partito italiano dovrebbe prefiggersi:

Organizzativamente: liquidazione di ogni frazione in altri partiti e ammissione nelle proprie file dei terzinternazionalisti, con una procedura accelerata rispetto a quella normale, ma senza partecipazione agli organi direttivi. Consolidamento dell’apparato organizzativo interno e dei rapporti tra centro e periferia, secondo una soluzione internazionale della quistione esauriente e completa;

Politicamente e tatticamente: critica irreconciliabile e veramente marxista, non impeciata di democratismo e vittimismo, del fenomeno e del regime fascista, e lotta contro di esso con tutti i mezzi; critica risoluta dei partiti borghesi antifascisti e sedicenti tali e dei partiti socialdemocratici, evitando ogni attitudine di blocchi, alleanze, intese con essi o parte di essi: lavoro per far risorgere i sindacati classisti ed altri organismi economici di riordinamento delle masse di operai e contadini, e per conquistare in essi una influenza comunista.

Questo programma di azione può essere più ampiamente svolto, con riguardo ai moltissimi e importanti problemi speciali, dai rappresentanti della sinistra italiana, ove il V congresso discuta di un programma di azione del Partito Comunista d’Italia, e tenendo presente la parte attuale dell’ampio programma analogo presentato all’uopo al IV Congresso, e non discusso da questo.

Su tale piattaforma soltanto, e garantita contro la mutevolezza di tattica e virate strategiche che i testi della Internazionale dovrebbero finalmente condannare ed escludere in modo esplicito, la sinistra comunista italiana potrebbe riprendere il lavoro che aveva intrapreso con vasti intendimenti di continuità, serietà, instaurando nel partito una strettissima regola di disciplina, ma accompagnata da una sicurissima coscienza della rotta che al partito stesso e i suoi capi si erano impegnati a dare, senza deviazioni e senza sorprese manipolate all’insaputa della massa dei militanti.

Ove l’indirizzo della Internazionale e del partito dovesse restare opposto a quello qui tracciato, o anche indeterminato e imprecisato come fino adesso, alla sinistra italiana si impone un compito di critica e di controllo, e il rifiuto fermo e sereno a soluzioni posticce raggiunte con liste di comitati dirigenti e formole svariate di concessioni e compromessi, quali sono il più delle volte i paludamenti demagogici della tanto esaltata e abusata parola unità.
 

Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Ruggero Grieco, Luigi Repossi
Da "Stato Operaio" nr. 16 del 15 maggio 24.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Appendice:
Mozione della Sinistra del P. C. d’Italia
 

1) Il gruppo di compagni che nel periodo dopo il Congresso di Livorno diresse il Partito, considera la necessità di rendere precisa e completa la coscienza teorica e politica del Partito, e ben definita e solida la organizzazione di esso, non come un compito preliminare e occasionale ma come una necessità permanente per i Partiti Comunisti, che non può essere in contrasto con la esplicazione della migliore azione tattica, così come questa non deve venire in contraddizione con quella, secondo i criteri ampiamente formulati nelle tesi sulla tattica del Congresso di Roma, che di quel gruppo rappresentano fedelmente le opinioni.

2) Le divergenze sorte tra il Partito Comunista d’Italia e la Internazionale Comunista ebbero la loro base in una diversa valutazione dei problemi inerenti alla tattica, alla organizzazione interna, al lavoro di direzione della Internazionale nel suo complesso, e solo come particolare aspetto della divergenza generale si tradussero nella valutazione della situazione italiana e del compito del Partito Comunista italiano.

3) Il vecchio Esecutivo del P.C.I. poté applicare la linea di azione che corrispondeva alle sue vedute fino allo sciopero dell’agosto 1922. Tale sciopero con tutta l’azione che ad esso condusse equivaleva ad un esempio di applicazione della tattica della conquista delle masse attraverso il fronte unico, così come era delineata nelle Tesi di Roma; e la situazione che in esso culminò, colla disfatta del proletariato, di cui erano responsabili gli altri partiti e gruppi che allo sciopero partecipavano e che lo diressero, doveva essere ulteriormente sviluppata, pur nella ritirata generale della classe operaia italiana, con un periodo di azione del tutto autonoma del P.C.I. che denunziasse nel modo più esplicito come incapaci di azione classista tutti gli altri partiti e gruppi suddetti, facendosi il centro della resistenza e riscossa proletaria contro la trionfante offensiva capitalistica.

4) In tale momento culminante sembrò alla I.C. che la via della conquista di una maggior forza in Italia fosse data invece dalla scissione del P.S.I. con la fusione dei massimalisti e del nostro Partito. Da quel momento la Internazionale, come era suo diritto incontestato, avocò praticamente a sé la direzione dell’azione in Italia, che inspirò al nuovo obiettivo. Fin da allora i dirigenti del P.C.I. si sentirono e si proclamavano incompatibili alla direzione di tale politica, da essi non condivisa. Al IV Congresso dopo avere ancora una volta sostenuto nelle Commissioni il loro punto di vista, essi, nel rinunciare a parlare contro la nuova politica nel Plenum del Congresso, precisarono il loro atteggiamento impegnando la più assoluta disciplina di tutto il Partito e di loro stessi come militi del partito medesimo, ma esplicitamente ne declinarono il compito di direzione politica.

5) La questione più importante che si presenta in questo campo dopo il V Congresso, non è quella del sabotaggio del P.C.I. alle decisioni dell’I.C. I vecchi dirigenti osservarono lealmente la linea ora indicata, e che non consisteva nel rendersi responsabili della effettuazione della fusione, che essi credevano pregiudizialmente dannosa e subordinatamente impossibile, ma nel reclamare la loro immediata sostituzione. La fusione non avvenne per il contegno dei massimalisti, ed in ogni modo la Internazionale poteva, ove lo avesse creduto, procedere alla chiesta sostituzione dei dirigenti il Partito prima dell’Esecutivo Allargato del giugno 1923. Nessun atto contro la fusione può essere citato a carico dei vecchi dirigenti come i documenti stanno a provare.

6) La esperienza dell’azione del Partito nel nuovo periodo, ossia dopo l’agosto 1922 – se è indiscutibile che il mutamento di rotta è avvenuto in un momento tale da rendere problematico il giudizio sui risultati della vecchia e della nuova politica – mentre non presenta un bilancio di rapida conquista di nuovi effettivi e posizioni politiche, se non nella linea progressiva propugnata dai vecchi dirigenti, e non ha condotto a nessuna elaborazione organica, di una nuova coscienza e pratica politica; con le oscillazioni di attitudini nei rapporti del P.S.I. e della sua sinistra, col rendere indistinto il limite tra le forze comuniste e le altre, col creare doppi organismi politici, di stampa, ecc., dimostra che al metodo in questione corrisponde un allentamento della precisa orientazione e disciplina organizzativa del Partito e che esso conduce ad uno stato innegabile di malessere e di malcontento dei compagni; mentre le possibilità di azione fortunata non mancano di presentarsi al Partito, che nel materiale che lo compone e nella sua vecchia ossatura non cessa di dimostrare le sue capacità rivoluzionarie, in contrasto con le continue, spesso errate di fatto, talvolta fatue e poco serie, critiche con le quali si crede di insegnarli la via migliore.

7) I problemi dell’azione del P.C.I. non possono essere risolti se non sulla base di discussioni e decisioni internazionali su tutto l’indirizzo della Internazionale Comunista. La sinistra del P.C.I. può formulare un programma d’azione del partito per il presente e l’indomani, ma basandolo sul presupposto che prevalgano nei consessi internazionali le sue opinioni sulla tattica, la organizzazione, la direzione dell’I.C. mantenendone nel pieno vigore i classici postulati programmatici come li recano scolpiti i documenti di costituzione dovuti a Lenin, e ispirati alla più vigorosa linea del marxismo rivoluzionario.

8) Solo se in una tale discussione sia raggiunto un insieme di vedute concordi e la sinistra del P.C.I. si venga a trovare sul terreno della maggioranza dell’I.C. nelle deliberazioni relative, potrà la sinistra stessa partecipare alla nuova direzione del Partito.

9) La minoranza del P.C.I. ossia la sua destra, corrisponde in parte alla tendenza che si pone sul terreno tattico attuale dell’I.C., ma in parte rappresenta la sopravvivenza di elementi di elementi immaturi e conservanti la mentalità centrista. Tale gruppo potrebbe assumere compiti “liquidatori” della tradizione del Partito, ove si incontrasse con l’azione di gruppi liquidatori per la gloriosa tradizione politica della I.C.; contro questo pericolo la sinistra del P.C.I. sarà nella lotta più energica e la più decisa.

10) È indiscutibile che nella Internazionale, funzionante come Partito Comunista mondiale, la centralizzazione organica e la disciplina escludono la esistenza di frazioni o gruppi che possano o meno addossarsi la direzione dei partiti nazionali, come ora avviene in tutti i paesi. La sinistra del P.C.I. è per il più rapido raggiungimento di questo obiettivo, ma considera che esso non si realizza con decisioni e imposizioni meccaniche, bensì assicurando il giusto sviluppo storico del P.C. Internazionale, che deve essere parallelo nella precisazione della ideologia politica, nella non equivoca definizione della tattica, e nel consolidamento organizzativo.

L’Internazionale senza frazioni sarà quella in cui prevarranno i criteri di saldezza e continuità politica che rendono incompatibili le doppie organizzazioni locali, le fusioni, ossia l’ammissione di militi non con le garanzie statutarie, ma con l’improvviso conferimento di funzioni direttive importanti attraverso negoziati e compromessi, i blocchi politici, le agitazioni con rivendicazioni poco chiare e che possono venire in contrasto col contenuto del nostro programma, come quello del Governo Operaio, e via di seguito. Ove la Internazionale minacciasse di evolversi in senso opposto, il sorgere di una opposizione internazionale di sinistra sarebbe una assoluta necessità rivoluzionaria e comunista. La sinistra del P.C.I. confida con questa eventualità dolorosa sarà, da chiare decisioni dell’imminente congresso, inequivocabilmente esclusa per ragioni di principio come per lo stesso significato delle più recenti esperienze dell’azione comunista internazionale, e i comunisti continueranno, senza attenuazioni e manovre di una illusoria diplomazia politica, la lotta contemporaneamente spietata contro la reazione borghese e l’opportunismo, che in tutte le forme viene ad annidarsi fra i lavoratori, alleato necessario e naturale della prima.
 

Amadeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Ruggero Grieco, Luigi Repossi


"Stato Operaio", 15-5-1924.