Partito Comunista Internazionale "Dall’Archivio della Sinistra"

Terza Internazionale (Comunista)
VI SESSIONE dell’ESECUTIVO ALLARGATO
 

RAPPORTO E INTERVENTI DELLA SINISTRA DEL PARTITO COMUNISTA D’ITALIA


Presentazione in Comunismo n. 1, 1979
V Seduta 23 febbraio 1926 -  Rapporto in sede di discussione sul rapporto dell’Esecutivo.
         Contro il terrorismo ideologico all’interno del Partito.
         Contro il fronte unico con la sinistra borghese.
         La degenerazione incombente.
IX Seduta 25 febbraio 1926 -  Rapporto in sede di discussione sul rapporto dell’Esecutivo.
XIV Seduta 4 marzo 1926 -  Discussione sul rapporto Losowski sulla questione sindacale.
XVI Seduta 8 marzo 1926 -  Dichiarazione dopo le conclusioni di Zinoviev.
XIX Seduta 14 marzo 1926 -  Dichiarazione  in sede di discussione sul rapporto della commissione tedesca, dopo il rapporto di Bucharin.
XX Seduta 15 marzo 1926 -  Dichiarazione  in sede di discussione sul rapporto della commissione tedesca, dopo un rapporto di Ercoli.
-  Mozione del rappresentante della Sinistra italiana.
 
 
 
 
 
Presentazione in Comunismo n. 1, 1979
 
La Sesta sessione dell’E.A. è stata l’ultima manifestazione alla quale la Sinistra abbia ufficialmente presenziato. Seguì di un mese il terzo Congresso del PCd’I a Lione, nel quale la nostra frazione fu sconfitta, nei modi che tutti ricorderanno, dalla frazione di centro, sostenuta dalla destra, rappresentante della linea politica della centrale di Mosca in seno alla sezione italiana.

In questo primo numero della rivista abbiamo voluto prendere le mosse dall’epilogo dell’Internazionale Comunista, perché la sessione dell’E.A. del febbraio 1926 ha segnato la fine dell’I.C. come partito comunista internazionale. Il discorso e gli interventi del rappresentante dell’estrema sinistra italiana hanno tracciato, con presentimento rivoluzionario, il bilancio della vita e dell’azione dell’I.C. nell’arco di sette anni, dal 1919, anno di fondazione, alla fine del 1925. In essi sono contenuti tutti i motivi fondamentali della critica marxista all’operato politico dell’I.C., che la Sinistra aveva costantemente rivolti negli anni passati e che investivano tutti i campi, teorico, politico, tattico, organizzativo, motivi ancor oggi vivi e attuali, quindi eminentemente pratici.

È, infatti, allo scopo di riarmare la classe proletaria, tuttora succube della dominazione capitalistica, che prendiamo ad esaminare le sconfitte della nostra classe e il modo con cui sono state patite; non certo per fare della mera letteratura storiografica. Abbiamo più volte ripetuto nella nostra stampa che l’indirizzo e l’opera della Sinistra, in perfetta continuità con Marx e Lenin, all’interno del PCd’I e dell’I.C., rappresentano il punto più alto dell’elaborazione complessiva del pensiero e dell’azione del proletariato rivoluzionario internazionale e che da questo punto si deve ripartire per la ricostruzione del partito politico di classe, unico e mondiale.

Il VI E.A. avrebbe dovuto riunirsi nell’autunno del 1925 per preparare il VI Congresso mondiale dell’I.C. Soprattutto la profonda crisi del partito russo, esplosa con particolare virulenza al suo XIV Congresso del dicembre 1925, preceduto dalla XIV Conferenza altrettanto critica ed esplosiva, consigliò il rinvio dell’E.A. al febbraio 1926.

Furono presentate le tesi per il Congresso mondiale, che, invece, fu rinviato a data da destinarsi. Le tesi erano influenzate dalle risoluzioni sulla tattica approvate al XIV Congresso russo, presieduto da Stalin, nelle quali si enunciò la “coesistenza pacifica dell’URSS con i paesi capitalistici”, logica conseguenza del “socialismo in un solo paese”, quale politica generale del partito e dello Stato russi.

Le tesi sui “problemi del movimento comunista internazionale” dovevano essere discusse evitando che le vicende interne del partito russo vi si riflettessero, come suggeriva espressamente una lettera inviata dal C.C. del partito russo ai partiti dell’I.C., nella quale si diceva testualmente che "non è desiderabile che la discussione della questione russa venga portata tra le file dell’Internazionale Comunista”. In sostanza si diceva a chiare lettere che la sezione russa dell’I.C. non voleva essere subordinata alla direzione internazionale e che, di conseguenza, essendo la direzione dell’E.A., appunto organo esecutivo dell’I.C., in mano ai membri del partito russo, tutte le altre sezioni nazionali avrebbero dovuto uniformare la loro linea politica ai dettati di Mosca. La Sinistra non mosse obiezioni al “diritto” della delegazione russa nell’I.C., ma pose, sola, la questione russa come la questione fondamentale che l’Internazionale doveva discutere proponendo che il VI congresso mondiale la elencasse all’ordine del giorno dei suoi lavori, dopo aver stigmatizzato che l’”esperienza” del partito russo non dava più garanzie indispensabili, alla luce della situazione interna del partito russo il quale nei dibattiti del XIV congresso aveva ampiamente dimostrato che i membri della stessa “vecchia guardia bolscevica” interpretavano in modo diverso gli uni dagli altri gli insegnamenti di Lenin, da tutti sicuramente conosciuti.

La “stabilizzazione” del capitalismo – si sosteneva – e il conseguente allontanamento della rivoluzione, dalla quale si faceva dipendere la difesa e il rafforzamento della rivoluzione russa e dello Stato sovietico, consigliavano la revisione della strategia della Internazionale, secondo cui i partiti comunisti degli altri paesi avrebbero dovuto indirizzarsi secondo gli interessi politici della Russia, subordinando il processo rivoluzionario alla “costruzione del socialismo” russo. La difesa della Russia rivoluzionaria non veniva più a dipendere dallo sviluppo della rivoluzione internazionale, o quanto meno dalla lotta di classe del proletariato degli altri paesi e, necessariamente, dalla intransigenza rivoluzionaria dei partiti comunisti in ispecie occidentali. Gli interessi della Russia sovietica non venivano più a coincidere con quelli del proletariato mondiale.

La Sezione russa andava sottraendosi alla disciplina dell’I.C., nel senso che imponeva alle sezioni degli altri paesi gli interessi emanati dalla struttura economica capitalistica, non più in sviluppo “entro certi limiti”, come prescriveva la N.E.P., ma inesorabilmente in sviluppo incontrollato ben caratterizzato dalla parola d’ordine del congresso russo: “contadini arricchitevi!”. Da questo momento lo Stato russo determina la politica del partito e influenza in senso non rivoluzionario processi di portata mondiale come la rivoluzione cinese.

È facilmente comprensibile, allora, come l’E.A. si svolgesse all’insegna della lotta contro la Sinistra, anche se gli strali furono diretti apertamente contro la Sinistra tedesca, con cui la Sinistra italiana non solidarizzò nelle posizioni tattiche e politiche indecise e vacillanti.

Il discorso e gli interventi del rappresentante della Sinistra analizzano criticamente tutti gli aspetti del movimento comunista internazionale e le reciproche influenze.

In primo luogo viene la tattica e la pretesa che l’esperienza rivoluzionaria del partito russo potesse rispondere a tutte le questioni poste dallo sviluppo capitalistico. L’esperienza russa “per quanto riguarda la tattica non è sufficiente”. Se “bolscevizzazione” vuol dire attingere esclusivamente dall’esperienza russa per battere lo Stato borghese moderno, democratico parlamentare da decenni, è vana risorsa. La Russia, la sua storia rivoluzionaria non ci offrono risposte adeguate e soddisfacenti al quesito centrale: come attaccare e distruggere lo Stato secolare della borghesia? La Sinistra risponde che si devono integrare le formidabili lezioni dell’Ottobre vittorioso con le lezioni delle sconfitte delle esperienze del proletariato comunista dei paesi a capitalismo maturo.

Perché non sorgano fraintendimenti circa eventuali “terze vie” al socialismo, va subito ribadito che “per noi è d’importanza capitale seguire la stessa via che il partito russo ha scelto per giungere alla vittoria”, la via della lotta armata, violenta del proletariato organizzato nei suoi organismi di classe diretti dal partito comunista rivoluzionario. Oggi, la “via russa” è quanto mai attuale! Ma “non basta”. Non ci illumina sul modo con cui strappare il proletariato dalla soggezione al regime borghese, alle sue ideologie pacifiste legalitarie mistificatrici, alle sue manovre corruttrici. Non ci illumina su come mobilitare la classe operaia contro sindacati nazionali e capitalisti e falsi partiti operai che la imprigionano ai piedi della borghesia, solidali in un fronte unito borghese con lo Stato, abili maneggiatori del terrorismo armato e dell’inganno più spregevole. Non ci indica come armare il proletariato, come riportarlo sul fronte della guerra anticapitalista.

La sconfitta dell’ottobre tedesco 1923, l’indebolimento dell’azione dei partiti comunisti viene ricercata negli errori della direzione dei singoli partiti. L’I.C. taglia le teste dei dirigenti in “errore” ma non ha il coraggio di rivedere la sua linea politica generale. La risposta agli “errori” viene data con la sensazionale scoperta che i partiti non sono divenuti dei veri partiti bolscevichi. Dopo otto anni ci si accorge che i partiti dell’Internazionale diretta dal partito russo non sono dei partiti bolscevichi! “Bolscevizzare” i partiti è la risposta sensazionale del V Congresso e dell’E.A. Ne consegue che chi non si fa “bolscevizzare” è un’opportunista, da allontanare dal partito. In un crescendo pauroso di intimidazioni e di requisitorie le assemblee dell’I.C. diventavano dei tribunali giudicanti l’operato dei partiti e dei loro dirigenti. La vita nei partiti e nell’I.C. divenne un inferno.

La soluzione dei gravi problemi del movimento comunista non veniva ricercata nell’esame oggettivo e nello studio delle situazioni, come raccomandava la Sinistra, ma veniva ricercata con mezzi che andavano sempre più assomigliando a quelli della diplomazia e della politica parlamentare borghese. Questi metodi dominavano altresì nel partito russo e furono denunciati dalla Krupskaja stessa, la vedova di Lenin, al XIV congresso del partito russo con un forte richiamo “a determinare il quadro del nostro esame comune delle questioni in modo da permettere un esame fraterno di queste questioni” e a che “l’esame delle questioni di principio non venga ridotto ad una disputa meschina tra organizzazioni”. Un partito “di ferro”, come si voleva che fosse un partito comunista, non si poteva costruire con “una specie di codice penale del partito”, con la instaurazione di un “regime di terrore” praticato come uno “sport dell’intervenire, punire, reprimere, annientare”, un “regime di rappresaglie permanenti”.

L’aspetto più odioso era la copertura di questi metodi tipici della borghesia con una mascheratura democratica di consultazione dei membri del partito, chiamando a testimone la formula di Lenin del “centralismo democratico”. Era preferibile una “dittatura aperta”, ammoniva la Sinistra, piuttosto della “maschera ipocrita” dell’elezione, manovrata dalla Centrale che monopolizzava l’apparato e la stampa di partito.

Non sembri inattuale, superata, la questione dell’organizzazione e del metodo di lavoro interno del partito, perché un partito nel quale dominano queste pratiche aberranti non potrà mai dare garanzie al proletariato di condurlo alla vittoria. Quando il partito è dominato dall’apparato, che gli si sovrappone, è incapace di azione rivoluzionaria.

Il centralismo “dittatoriale” è un’arma per reprimere le classi nemiche, non per amalgamare le forze volontarie del partito, il cui affasciamento unitario passa per il “centralismo organico”, per il cui mezzo “la massa degli iscritti al partito elabori una coscienza politica collettiva, che studi a fondo i problemi di fronte ai quali il partito si trova”.

Non rivendichiamo, peraltro, una democrazia interna contrapposta alla dittatura della Centrale, perché ambedue le forme sono da rigettare. La disciplina esecutiva dei militanti non dipende da formule, ma è il risultato di una sistemazione soddisfacente per tutto il partito delle questioni fondamentali. Nell’I.C. la disciplina fu minata dalle inadeguate e oscillanti posizioni dell’Esecutivo internazionale, spesse volte contraddittorie. La compattezza del partito trova il suo cemento organico nella “passione rivoluzionaria” e nella “giusta politica rivoluzionaria”.

I continui cambiamenti di fronte, le indecifrabili formule tattiche come quelle oramai note di “fronte unico politico”, di “governo operaio” e “governo operaio e contadino”, di “bolscevizzazione”, per non parlare del “socialismo in un solo paese” e della “coesistenza pacifica”, dei “partiti simpatizzanti”, ecc. furono cause di disorientamento e tra i militanti del partito e tra il proletariato. Alla lunga screditarono il partito presso la classe operaia e la ributtarono in braccio ai partiti opportunisti e nemici della rivoluzione.

La Sinistra non si limitò a riassumere la sua pluriennale critica all’Esecutivo. Contrappose una linea generale che andava: dal “fronte unico” sul terreno delle rivendicazioni economiche del proletariato, al potenziamento del partito per mezzo della sua organizzazione in frazione comunista nelle fabbriche e nei sindacati e con la conquista dei sindacati alla direzione del partito per mezzo dell’Internazionale dei Sindacati Rossi rivoluzionari, contrapposta all’Internazionale gialla, vera agenzia del capitalismo mondiale; dall’alleanza con i contadini poveri e semiproletari organizzati separatamente dal proletariato urbano e rurale, all’appoggio delle rivolte nei paesi coloniali contro l’imperialismo tramite la costituzione di partiti comunisti indipendenti dal movimento democratico nazionale locale, alla stretta dipendenza delle sezioni nazionali comuniste dalla centrale internazionale, negando autonomia e indipendenza tattica e organizzativa e assicurando disciplina esecutiva al Centro internazionale di un vero e proprio partito comunista unico e mondiale.

È da queste premesse storiche che la Sinistra ha ripreso il bandolo della ricostruzione della teoria e del partito, nulla rivedendo e mutando dell’esperienza fatta nel corso di decenni di lotte, ma ritrovando il filo conduttore del marxismo rivoluzionario.

Al 1979, perdurando le peggiori condizioni negative per la ripresa alla scala mondiale dell’azione rivoluzionaria del proletariato, la Sinistra, organizzata nel piccolo partito, ha potuto soprattutto svolgere opera di restauro della dottrina e di riproposizione del programma in stretta cerchia di simpatizzanti, non trascurando, tuttavia, l’attività nelle rare lotte operaie, avvilite da una direzione politica che rappresenta la lunga mano del nemico di classe.

La fase negativa, sebbene le crisi economiche del capitalismo si succedano con sempre maggior frequenza, giusta l’antica previsione di Marx, persiste ancora per effetto del dominio sulla classe operaia di falsi partiti e sindacati operai che, nella fase di massima concentrazione e centralizzazione del capitale, sono passati nel campo nemico del dominio del quale costituiscono i pilastri.

È questa la conferma concreta degli errori di valutazione dell’I.C., la quale pretendeva di sconfiggere l’opportunismo socialdemocratico, vero cavallo di Troia in seno al proletariato internazionale, offrendogli quel più volte maledetto “fronte unico politico”. Da qui l’indicazione perentoria della Sinistra che nessuna alleanza, “fronte unico”, intesa è possibile con altri partiti e formazioni politiche da parte comunista. Di qui l’indicazione categorica della ricostruzione di sindacati di classe anticapitalisti.

È su questa linea generale che si potrà riassestare il movimento operaio internazionale. Non esistono altre strade. Non vi sono surrogati ed espedienti.
 
 
 
 
 
 


V Seduta
23 febbraio 1926
Rapporto in sede di discussione sul rapporto dell’Esecutivo
 

Relatore: - Compagni, abbiamo davanti a noi un progetto di Tesi ed un rapporto dell’Esecutivo, ma io credo che sia assolutamente impossibile limitare ad essi la nostra discussione.

In anni precedenti, nelle diverse sessioni dell’I.C., ho avuto occasione di appoggiare tesi e dichiarazioni che erano, all’epoca, ottime, soddisfacenti; ma non sempre, nello sviluppo dell’attività dell’Internazionale, i fatti hanno corrisposto alle speranze che queste dichiarazioni avevano suscitato in noi. Perciò è necessario discutere e sottoporre a esame critico lo sviluppo dell’Internazionale dal punto di vista degli avvenimenti che si sono verificati dopo l’ultimo congresso, delle prospettive dell’I.C. e dei compiti che essa deve porsi.

Devo dichiarare che la situazione in cui l’Internazionale si trova non può essere ritenuta soddisfacente. In un certo senso ci troviamo di fronte ad una crisi. Questa crisi non ha avuto inizio oggi, ma esiste da molto tempo. Questa affermazione non viene soltanto da noi e da alcuni gruppi di compagni di estrema sinistra. I fatti provano che l’esistenza di questa crisi è riconosciuta da tutti. Molto spesso – specialmente nei momenti critici della nostra attività generale – vengono lanciate parole d’ordine nelle quali è in fondo contenuta l’ammissione che un mutamento radicale dei nostri metodi di lavoro è necessario. È vero che, in questo momento, si dichiara che non si tratta di procedere ad una revisione, che nulla ha bisogno di essere cambiato. Ma v’è in ciò una evidente contraddizione. E, per mostrare che l’esistenza di deviazioni e di una crisi nell’Internazionale è qui riconosciuta da tutti e non solo dagli scontenti ultra sinistri, vogliamo ripercorrere a volo d’uccello la storia della nostra Internazionale e delle sue diverse tappe.

La fondazione dell’I.C. dopo lo sfacelo della II Internazionale avvenne in base alla parola d’ordine che il proletariato doveva crearsi dei partiti comunisti. Tutti allora erano d’accordo che i rapporti di forza oggettivi favorivano la lotta rivoluzionaria finale, ma che ci mancava l’organo per questa lotta. Si diceva: le premesse rivoluzionarie obiettive esistono e, se avessimo dei partiti comunisti veramente capaci di sviluppare un’attività rivoluzionaria, tutte le condizioni necessarie per una vittoria completa sarebbero presenti.

Al III Congresso l’Internazionale – in base alla esperienza di numerosi avvenimenti ma soprattutto in base all’esperienza dell’azione di marzo 1921 in Germania – fu costretta a constatare che la formazione di partiti comunisti da sola non è sufficiente. In quasi tutti i paesi importanti erano sorte sezioni abbastanza forti dell’I.C.; ma il problema dell’azione rivoluzionaria non era tuttavia stato risolto. Il partito tedesco aveva creduto possibile scendere in lotta e aprire un’offensiva contro il nemico, ma aveva subìto una sconfitta. Il III Congresso, posto di fronte a questo problema, dovette constatare che la presenza di partiti comunisti non basta quando mancano le condizioni obiettive per la lotta. Non si era tenuto conto che, quando si passa ad una tale offensiva, bisogna essersi prima assicurati grandi masse. Neppure il più forte partito comunista è in grado, in una situazione in generale rivoluzionaria, di creare per un puro atto di volontà le condizioni e i fattori necessari per una insurrezione, se non ha saputo raccogliere delle grandi masse intorno a sé.

Fu questa, dunque, una tappa in cui l’Internazionale riconobbe che molto doveva essere cambiato. Si sostiene sempre che nei discorsi del III Congresso era già contenuta l’idea della tattica del fronte unico alla quale fu data poi formulazione nelle sedute del successivo Esecutivo Allargato in base alla situazione politica illustrata da Lenin al III Congresso. La cosa non è del tutto esatta, perché nel frattempo la situazione era cambiata. Nel periodo in cui esisteva una situazione obiettiva favorevole, noi non abbiamo saputo utilizzare al modo giusto il buon metodo dell’offensiva contro il capitalismo. Dopo il III Congresso non si trattava più di lanciare semplicemente una seconda offensiva dopo di avere preventivamente conquistato le masse. La borghesia ci aveva preceduti; era stata essa ad aprire nei paesi più importanti l’offensiva contro le organizzazioni operaie e i partiti comunisti; e questa tattica della conquista delle masse per l’offensiva, di cui si era parlato al III Congresso, si trasformò in una tattica difensiva contro l’azione scatenata dalla borghesia capitalistica. Questa tattica viene elaborata, insieme al programma da attuare, studiando il carattere dell’offensiva nemica e realizzando quel concentramento del proletariato che solo può permetterci la conquista delle masse attraverso i nostri partiti e il passaggio, in un avvenire non lontano, alla controffensiva. In questo senso fu allora concepita la tattica del fronte unico.

Non occorre dire che io non ho nulla da obiettare contro le tesi del III Congresso sulla necessità della solidarietà delle masse: se cito questa questione, è solo per mostrare che l’Internazionale fu ancora una volta costretta a riconoscere di non essere ancora abbastanza matura per dirigere la lotta del proletariato mondiale.

L’applicazione della tattica del fronte unico portò ad errori di destra, e questi errori divennero sempre più chiari dopo il III Congresso e soprattutto dopo il IV. Questa tattica, che può essere applicata solo in un periodo di difensiva, cioè in un’epoca in cui la crisi di decomposizione del capitalismo non è più così acuta, questa tattica da noi impiegata degenerò gravemente. A nostro avviso, essa è stata accettata senza volerne chiarire esattamente il significato. Non si è saputo assicurare il mantenimento del carattere specifico del partito comunista. Non intendo ripetere qui la critica che noi abbiamo svolto della tattica del fronte unico come era applicata dalla maggioranza dell’Internazionale comunista. Noi non avevamo nulla da eccepire finché si trattava di mettere alla base della nostra azione le rivendicazioni economiche immediate del proletariato, perfino quelle più elementari, che l’offensiva del nemico sollevava. Ma quando, sotto il pretesto che si trattava soltanto di un ponte per il proseguimento del nostro cammino verso la dittatura proletaria, si misero a base del fronte unico nuovi principi, che riguardavano direttamente il potere centrale dello Stato e il Governo operaio, noi ci siamo opposti e abbiamo detto: qui noi varchiamo i confini della buona tattica rivoluzionaria.

Noi comunisti sappiamo molto bene che lo sviluppo storico della classe operaia deve portare alla dittatura del proletariato; ma si tratta di un’azione che deve influenzare le grandi masse, e per raggiungere queste non basta una pura e semplice propaganda ideologica. Nei limiti in cui possiamo contribuire alla formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse, noi vi riusciremo mediante la forza della nostra concezione e del nostro comportamento in ogni fase dello sviluppo degli eventi. Ne segue che questo comportamento non può essere in contraddizione con la nostra posizione di fronte alla lotta finale, cioè allo scopo per il quale il nostro partito è specificamente creato. Un’agitazione sulla base di una parola d’ordine come quella del governo operaio, non può non produrre confusione nella coscienza delle masse; e perfino del partito e del suo stato maggiore.

Noi abbiamo criticato a priori tutto ciò, e qui mi limito soltanto a ricordare nelle sue linee generali il giudizio che allora formulammo. Quando poi ci trovammo di fronte agli errori ai quali questa tattica aveva portato, quando soprattutto intervenne la sconfitta dell’ottobre 1923 in Germania, l’Internazionale riconobbe di essersi sbagliata. Non si trattava di un piccolo accidente; si trattava di un errore che noi dovemmo pagare con la speranza di conquistare, dopo il primo paese acquisito alla rivoluzione proletaria, un altro grande paese, cosa che, dal punto di vista della rivoluzione mondiale, avrebbe avuto un’importanza enorme.

Purtroppo, ci si limitò a dire: non si tratta di rivedere in modo radicale i deliberati del IV Congresso, è solo necessario allontanare certi compagni che si sono sbagliati nell’applicazione della tattica del fronte unico; è necessario trovare i responsabili. Li si trovò nell’ala destra del partito tedesco, non si volle ammettere che la responsabilità ricadeva su tutta l’Internazionale. Comunque, si sottoposero le tesi ad una revisione e si diede una formulazione affatto diversa del governo operaio.

Perché noi non siamo d’accordo con le tesi del V Congresso? Perché, a nostro parere, la revisione non basta; si sarebbero dovute chiarire meglio le singole formule: ma, se noi fummo contro le decisioni del V Congresso è soprattutto perché esse non eliminavano i gravi errori e perché, a nostro avviso, non è bene limitare la questione ad un processo contro persone singole mentre quello che è necessario è un cambiamento nella stessa Internazionale. Non si volle prendere questa via sana e coraggiosa. Noi abbiamo ripetutamente criticato il fatto che in noi, nell’ambiente in cui lavoriamo, si alimenti uno spirito parlamentare e diplomatico. Le Tesi sono molto a sinistra, i discorsi sono molto a sinistra, perfino coloro contro i quali essi sono diretti li votano, perché credono, in tal modo, di immunizzarsi. Ma noi non ci siamo tenuti unicamente alla lettera; noi abbiamo previsto ciò che sarebbe avvenuto dopo il V Congresso, non potevamo quindi esserne soddisfatti.

Vorrei qui constatare che si è stati più volte costretti a riconoscere che la linea doveva essere radicalmente cambiata. La prima volta, non si era capita la questione della conquista delle masse. La seconda volta, si trattava della questione della tattica del fronte unico, ed al III Congresso fu fatta una revisione completa della linea seguita fino ad allora. Ma non è tutto, al V Congresso ed all’E.A. del marzo 1925 si constata nuovamente che tutto va male; si dice: dalla fondazione dell’Internazionale sono trascorsi sei anni, ma nessuno dei suoi partiti è riuscito a fare la rivoluzione. La situazione, è vero è divenuta più sfavorevole: ci troviamo ora di fronte ad una certa stabilizzazione del capitalismo. Ciò malgrado si dichiara che, nell’attività dell’Internazionale, molte cose devono essere cambiate. Non si è ancora capito che cosa si deve fare, e si lancia la parola d’ordine della bolscevizzazione. Incredibile ma vero: dalla vittoria dei bolscevichi russi sono passati 8 anni, ed ora si deve constatare che gli altri partiti non sono bolscevichi! Che è necessario un cambiamento radicale per portarli all’altezza dei partiti bolscevichi! Nessuno, dunque, se ne era accorto prima?

Ci si obietta: Perché non avete, immediatamente al V Congresso, protestato contro la parola d’ordine della bolscevizzazione? Perché, quando si diceva che gli altri partiti devono acquisire la capacità rivoluzionaria che ha permesso la vittoria al partito bolscevico, nessuno poteva avere nulla da eccepire. Ma ora non si tratta più di una semplice parola d’ordine, di un semplice slogan. Ora ci troviamo di fronte a fatti ed esperienze. Ora è necessario fare il bilancio della bolscevizzazione e vedere in che cosa essa è consistita.

Io sostengo che questo bilancio è negativo sotto diversi punti di vista. Non si è risolto il problema che si trattava di risolvere, nessun progresso è stato fatto con l’applicazione dei metodi di bolscevizzazione a tutti i partiti.

Devo affrontare il problema da diversi punti di vista e, prima di tutto, dal punto di vista storico.

C’è un solo partito che abbia ottenuto la vittoria rivoluzionaria: il partito bolscevico russo. È per noi d’importanza capitale seguire la stessa via che il partito russo ha scelto per giungere alla vittoria. È verissimo: ma non basta. È innegabile che la via storica scelta dal partito russo non può mostrare tutti gli aspetti dello sviluppo storico che sta dinanzi agli altri partiti. Il partito russo lottava in un paese in cui la rivoluzione liberale borghese non era ancora compiuta; il partito russo – è un fatto – combatteva in condizioni particolari, cioè in un paese in cui l’autocrazia feudale non era ancora stata abbattuta dalla borghesia capitalistica. Fra l’abbattimento dell’autocrazia feudale e la conquista del potere da parte del proletariato vi fu un periodo troppo breve perché questo sviluppo potesse essere paragonato a quello che la rivoluzione proletaria dovrà percorrere nei rimanenti paesi. Non ci fu il tempo sufficiente per fare sorgere sulle rovine dell’apparato statale zarista e feudale un apparato statale borghese. Lo sviluppo in Russia non ci dà quindi l’esperienza di importanza fondamentale sul modo in cui il proletariato dovrà abbattere il moderno Stato capitalista, liberale, parlamentare, che esiste da molti e molti anni e possiede la capacità di difendersi.

Date queste differenze, il fatto che la rivoluzione russa abbia confermato la nostra dottrina, il nostro programma, la nostra concezione del ruolo della classe lavoratrice nello sviluppo storico, è dal punto di vista teorico tanto più importante, in quanto la rivoluzione russa, pur in queste condizioni particolari, ha portato alla conquista del potere e alla dittatura del proletariato realizzata dal partito comunista. In ciò la teoria del marxismo rivoluzionario ha trovato la sua più grandiosa conferma storica.

Dal punto di vista ideologico, ciò è di un’importanza decisiva; ma, per quanto riguarda la tattica non è sufficiente. Noi dobbiamo sapere come si attacca e si conquista il moderno Stato borghese, uno Stato che nella lotta armata si difende ancor più efficacemente di quanto non abbia saputo difendersi l’autocrazia zarista e che, per giunta, si difende anche con l’aiuto della mobilitazione ideologica e l’educazione in senso disfattista del proletariato ad opera della borghesia. Questo problema, nella storia del partito comunista russo, non si presenta, e se si interpreta la bolscevizzazione nel senso che si possa chiedere alla rivoluzione del partito russo la soluzione di tutti i problemi di strategia della lotta rivoluzionaria, un simile concetto della bolscevizzazione è insufficiente. L’Internazionale deve costruirsi una concezione più vasta, deve trovare per i problemi strategici delle soluzioni che stanno fuori dal raggio dell’esperienza russa. Questa deve essere utilizzata in pieno, nulla in essa va respinto, bisogna sempre tenerla davanti agli occhi; ma noi abbiamo anche bisogno di elementi integrativi, tratti dall’esperienza che la classe operaia fa nell’Occidente. È questo che si deve dire, dal punto di vista storico e tattico, sulla bolscevizzazione. L’esperienza della tattica in Russia non ci ha mostrato come dobbiamo procedere nella lotta contro la democrazia borghese: essa non ci dà nessuna idea delle difficoltà e dei compiti che lo sviluppo della lotta proletaria nei nostri paesi porterà in luce.

Un altro lato del problema della bolscevizzazione è la questione della riorganizzazione del partito. Nel 1925, improvvisamente, si dichiara: L’intera organizzazione delle sezioni dell’Internazionale è sbagliata. Non si è ancora applicato l’ABC dell’organizzazione. Ci si è posti già tutti i problemi, ma non si è ancora fatto l’essenziale, cioè non si è risolto il problema della nostra organizzazione interna. Si riconosce dunque che si è marciato in una direzione completamente sbagliata. Ora io so molto bene che non si vuole limitare la parola d’ordine della bolscevizzazione ad un problema di organizzazione. Ma questo problema ha un lato organizzativo, e qui si è sottolineato il fatto che questo è il più importante. I partiti non sono organizzati come era ed è organizzato il partito bolscevico russo, perché la loro organizzazione non si basa sul principio del posto di lavoro, perché essi conservano il tipo dell’organizzazione territoriale, che sarebbe assolutamente inconciliabile con i compiti di un partito rivoluzionario, che sarebbe un tipo caratteristico dei partiti parlamentari socialdemocratici. Se si ritiene necessario trasformare in questo senso l’organizzazione dei nostri partiti, e se questa trasformazione viene presentata non come misura pratica adatta per diversi paesi in date condizioni, ma come misura generale e fondamentale per tutta l’Internazionale, come correzione di un errore di fondo, come premessa necessaria allo sviluppo dei nostri partiti in partiti veramente comunisti – allora noi non possiamo essere d’accordo. È ben strano, dopo tutto, che non se ne abbia avuto coscienza fino ad ora. Si sostiene che il passaggio alle cellule d’azienda era già contenuto nelle tesi del III Congresso. Ma allora è ben strano che si sia aspettato dal 1921 al 1925 per passare all’esecuzione.

La tesi che un partito comunista debba essere incondizionatamente costruito sulla base del posto di lavoro è teoricamente sbagliata. Secondo Marx e Lenin, in forza di un principio noto e formulato in modo ben preciso, la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione. Per risolvere il problema della rivoluzione non basta trovare una formula organizzativa. I problemi che ci stanno dinanzi sono problemi di forza, non di forma. I marxisti hanno sempre combattuto le scuole sindacaliste e semiutopistiche che dicevano: si raggruppi la classe in una certa organizzazione, sindacato, cooperativa ecc., e la rivoluzione sarà fatta. Oggi si dice, o almeno si conduce una campagna in questo senso: si deve erigere l’organizzazione sulla base delle cellule di azienda, e tutti i problemi della rivoluzione saranno risolti. Si aggiunge: il partito russo ha potuto fare la rivoluzione, perché era costruito su questa base.

Si dirà certo che io esagero; ma diversi compagni potranno confermare che la campagna è stata condotta in base a tesi simili. Quello che ci interessa è l’impressione che queste parole d’ordine lasciano nella classe operaia e negli iscritti al nostro partito. Per quanto riguarda il lavoro di cellula, si è suscitata l’impressione che questa sia la ricetta infallibile del vero comunismo e della rivoluzione. Ora io contesto che il partito comunista debba necessariamente essere costruito sulla base delle cellule di azienda. Nelle stesse tesi sulla organizzazione presentate da Lenin al III Congresso, è ripetutamente sottolineato il fatto che, nelle questioni di organizzazione, non può esistere una soluzione di principio valida per tutti i paesi e per tutti i tempi. Noi non contestiamo che le cellule d’azienda come base dell’organizzazione di partito abbiano dato buoni risultati nella situazione della Russia. Non voglio soffermarmi troppo a lungo su questa questione; nell’esauriente discussione prima del Congresso italiano, abbiamo già detto che in Russia, esistevano diverse cause storiche che militavano a favore dell’organizzazione su questa base.

Perché siamo del parere che la cellula di azienda in altri paesi comporti degli svantaggi in confronto alla situazione in Russia? Prima di tutto, perché gli operai organizzati nella cellula non sono mai in condizione di discutere tutte le questioni politiche. Nello stesso rapporto dell’Esecutivo dell’I.C. a questo Plenum si constata che in quasi nessun paese le cellule di azienda sono riuscite ad occuparsi di problemi politici. Si dice che si è esagerato, che si è proceduto frettolosamente nella riorganizzazione dei partiti; ma che si tratta solo di un errore pratico, secondario. Non si potrà tuttavia contestare che non è soltanto una piccolezza il fatto che il partito sia stato privato della sua organizzazione fondamentale, una organizzazione capace di discutere i problemi politici, e che la nuova organizzazione, dopo un anno di esistenza, non assolva ancora a questa sua funzione vitale. Se si arriva ad un risultato simile, non ci si trova di fronte a singoli errori, ma ad una impostazione sbagliata dell’intero problema. E questa non è una cosa da prendersi alla leggera. La questione è molto importante. Secondo noi, non è un caso che le cellule di azienda non discutano i problemi politici, perché in un paese capitalista gli operai raggruppati nella piccola e ristretta cerchia della loro azienda non hanno la possibilità di porsi di fronte a problemi generali e di collegare le rivendicazioni immediate col fine ultimo del comunismo. In una assemblea di operai interessati agli stessi piccoli problemi immediati e non appartenenti a diverse categorie professionali, si possono bensì discutere i problemi di queste rivendicazioni immediate, ma in questa assemblea non si può trovare alcuna base per una discussione sui problemi generali, sui problemi che riguardano l’intera classe lavoratrice, cioè non vi si può svolgere un lavoro politico di classe come si addice ad un partito comunista.

Ci si dirà: quello che voi chiedete, lo chiedono tutti gli elementi di destra; voi volete le organizzazioni territoriali nelle cui assemblee gli intellettuali dominano con i loro lunghi discorsi l’intera discussione. Ma questo pericolo della demagogia e dell’inganno da parte dei capi esisterà sempre, esiste da quando esiste un partito proletario; eppure né Marx né Lenin, che si sono occupati a fondo di questo problema, hanno mai pensato di risolverlo mediante un boicottaggio degli intellettuali o dei non-proletari. Hanno anzi sottolineato ripetutamente il ruolo storicamente necessario dei disertori della classe dominante nella rivoluzione. È noto che, in generale, l’opportunismo e il tradimento penetrano nel partito e nelle masse attraverso certi capi; ma la lotta contro questo pericolo deve essere condotta in altro modo. Se anche la classe operaia potesse fare a meno di intellettuali ex borghesi, non potrebbe tuttavia fare a meno dei capi, agitatori, giornalisti, ecc., e non le resterebbe altro che andarli a cercare nelle file degli operai. Ma il pericolo della corruzione e della demagogia di questi operai divenuti capi non si distingue da quello della corruzione e della demagogia degli intellettuali. In certi casi, sono stati proprio degli ex operai che hanno recitato il ruolo più sporco nel movimento operaio, è un fatto universalmente noto. E infine, il ruolo degli intellettuali è forse eliminato dall’organizzazione per cellule d’azienda come è praticata oggi? È vero il contrario. Sono gli intellettuali che, insieme con ex operai, compongono l’apparato di partito. Il ruolo di questi elementi sociali non è cambiato; anzi, è divenuto ancora più pericoloso. Se ammettiamo che questi elementi possano essere corrotti dalla loro posizione di funzionari, questa difficoltà sussiste, perché abbiamo conferito loro una posizione di gran lunga più responsabile che in passato: infatti, nelle piccole riunioni di cellula di azienda, gli operai non hanno in pratica alcuna libertà di movimento, non hanno una base sufficiente per influire sul partito con il loro istinto di classe.

Il pericolo contro il quale noi mettiamo in guardia risiede dunque non nella diminuzione dell’influenza degli intellettuali, ma, al contrario nel fatto che gli operai non si interessano che dei bisogni immediati della loro azienda e non vedono i grandi problemi dello sviluppo rivoluzionario generale della loro classe. La nuova forma di organizzazione è quindi meno adatta per la lotta di classe proletaria nel significato più serio e più vasto del termine.

In Russia, i grandi problemi generali dello sviluppo rivoluzionario, il problema dello Stato, della conquista del potere, erano in ogni momento all’ordine del giorno, perché l’apparato statale feudale e zarista era irrimediabilmente condannato e perché ogni singolo gruppo di operai era posto in ogni momento, dalla sua posizione nella vita sociale e dalla pressione amministrativa, di fronte a questi problemi. Le deviazioni opportunistiche non costituivano in Russia un problema particolare, perché mancavano le basi per una corruzione del movimento proletario ad opera dello Stato capitalista, abile come esso è nell’esercizio dell’arma delle concessioni democratiche e delle illusioni collaborazioniste.

V’è inoltre una differenza di natura pratica.

Naturalmente noi dobbiamo dare all’organizzazione del nostro partito la forma che meglio si presta a opporre resistenza alle rappresaglie. Dobbiamo proteggerci contro i tentativi della polizia di disgregare il nostro partito. In Russia, l’organizzazione per cellule di azienda era la forma più adatta a questo scopo, perché nelle strade, nelle città, nella vita pubblica, il movimento operaio era reso impossibile da misure poliziesche estremamente severe. Era quindi materialmente impossibile organizzarsi fuori dell’azienda. Solo nell’azienda gli operai potevano riunirsi per discutere, senza essere sorvegliati, i loro problemi. Inoltre, era solo nell’azienda che i problemi di classe erano posti sul terreno dell’antagonismo fra capitale e lavoro. Le piccole questioni economiche riguardanti l’azienda, per esempio il problema sollevato da Lenin delle multe, rappresentavano dal punto di vista storico, in confronto alle rivendicazioni liberali che i lavoratori e la borghesia agitavano insieme contro l’autocrazia, delle rivendicazioni progressiste; ma, in rapporto alla questione della presa del potere nella lotta contro la democrazia borghese come nuova forma di Stato, le rivendicazioni immediate proletarie sono problemi di importanza subordinata. Poiché questa questione della presa del potere poteva essere posta soltanto dopo la caduta dello zarismo, era necessario spostare il centro della lotta nell’azienda poiché l’azienda era l’unico terreno sul quale il partito proletario autonomo poteva manifestarsi.

Se in Russia la borghesia e i capitalisti erano gli alleati dello zar, erano però nello stesso tempo quelli che dovevano abbatterlo, quelli che rappresentavano la premessa della caduta del potere autocratico. Perciò non vi è stata in Russia una solidarietà così completa fra gli industriali e lo Stato, come nei moderni paesi capitalistici. In questi paesi esiste una solidarietà assoluta fra l’apparato statale e gli imprenditori; esso è il loro Stato, il loro apparato politico. Ed è l’apparato statale che si dimostra storicamente strumento del capitalismo e che crea gli organi adatti e li mette a disposizione dei datori di lavoro. Se un operaio tenta di organizzare nell’azienda altri operai, l’imprenditore ricorre alla polizia, allo spionaggio, ecc. Perciò negli Stati capitalistici moderni il lavoro di partito nelle fabbriche è molto più pericoloso. È facile alla borghesia scoprire il lavoro di partito nelle aziende. Ed è per questa ragione che noi proponiamo di spostare l’organizzazione fondamentale del partito non nelle aziende, ma fuori. Voglio qui citare solo un fatterello. In Italia, vengono oggi arruolati nuovi agenti di polizia. Le condizioni di ammissione sono molto severe. Ma a coloro che hanno una professione e possono lavorare in fabbrica è facilitato l’accesso. Ciò dimostra che la polizia cerca persone capaci di lavorare nelle diverse industrie per potersene servire allo scopo di scoprire il lavoro rivoluzionario nelle aziende.

Inoltre, abbiamo appreso che una associazione internazionale antibolscevica ha deciso di organizzarsi sulla base delle cellule per fare contrappeso al movimento comunista.

Un altro argomento. Qui è stato detto che si è manifestato un altro pericolo, il pericolo dell’aristocrazia operaia. È chiaro che questo pericolo è caratteristico di periodi in cui siamo minacciati dall’opportunismo e dal ruolo che esso mira ad esercitare nella corruzione del movimento operaio. Ma la via più semplice per l’infiltrazione dell’influenza della aristocrazia operaia nelle nostre file è senza dubbio quella dell’organizzazione basata sulle cellule di azienda, perché nell’azienda è inevitabile che predomini l’influsso dell’operaio che occupa un posto più alto nella gerarchia tecnica del lavoro.

Per tutte queste ragioni, e senza farne una questione di principio, noi chiediamo che l’organizzazione-base del partito, per ragioni politiche e tecniche, rimanga l’organizzazione territoriale.

Vogliamo forse, per questo, trascurare il lavoro di partito nelle aziende? Neghiamo noi forse che il lavoro comunista nelle aziende sia una base importante per il collegamento con le masse? assolutamente no. Il partito deve avere nella fabbrica una sua organizzazione, ma questa non deve costituire la base del partito. Devono esserci nelle fabbriche delle organizzazioni di partito che soggiacciono alla direzione politica del partito. È impossibile ottenere un collegamento con la classe operaia, se non si ha un’organizzazione nell’azienda; ma questa organizzazione deve essere la frazione comunista. Per rafforzare la mia tesi, dirò quanto segue. In Italia, ai tempi in cui non esisteva ancora il fascismo, noi abbiamo creato una tale rete di frazioni, e abbiamo considerato questa attività come la più importante per noi. In pratica, sono le frazioni comuniste nelle aziende e nei sindacati, quelle che hanno sempre risposto al compito specifico di avvicinarci alle masse. Il legame con il partito fornisce a questi organi di lavoro gli elementi politici e di classe nel senso più vasto della parola, che ricevono il loro impulso non soltanto dalla cerchia angusta della professione e della fabbrica. Siamo quindi per una rete di organizzazioni comuniste nelle fabbriche; ma, a nostro avviso, il lavoro politico deve essere svolto in organizzazioni territoriali.

Non posso qui trattenermi sulle deduzioni che, durante la discussione in Italia, si sono tratte dal nostro comportamento in questa questione. Al congresso e nelle nostre tesi, noi abbiamo svolto in modo esauriente la questione teorica della natura del partito. Si è sostenuto che il nostro punto di vista non è un punto di vista di classe; noi avremmo preteso che il partito lasciasse sviluppare ad elementi eterogenei, come per esempio gli intellettuali, una maggiore attività. Non è vero. Noi non combattiamo l’organizzazione basata esclusivamente sulle cellule di azienda perché in tal modo il partito risulterebbe composto esclusivamente di operai. Ciò che ci spaventa è il pericolo del laburismo e dell’operaismo, che è il peggiore pericolo antimarxista. Il partito è proletario perché si trova sul cammino storico della rivoluzione, della lotta per i fini ultimi ai quali soltanto la classe lavoratrice aspira. È questo che fa di un partito un partito proletario, non il criterio automatico della sua composizione sociale.

Il carattere del partito non è compromesso dalla partecipazione attiva di tutti coloro che partecipano al suo lavoro, che accettano la sua dottrina e vogliono lottare per i fini della classe operaia.

Tutto ciò che si può dire su questo terreno a favore delle cellule di azienda è volgare demagogia, che poggia bensì sulla parola d’ordine della bolscevizzazione, ma ci porta direttamente a rinnegare la lotta del marxismo e del leninismo contro le banali concezioni meccaniche e disfattiste dell’opportunismo e del menscevismo.
 
 

[Contro il terrorismo ideologico all’interno del Partito]
 

E vengo a un altro aspetto della bolscevizzazione: quello del regime interno vigente nel partito e nell’Internazionale comunista.

Si è fatta qui una nuova scoperta: quello che manca a tutte le sezioni è la ferrea disciplina bolscevica, di cui ci dà esempio il partito russo. Si emana un divieto assoluto delle frazioni e si statuisce l’obbligo per tutti i militanti, qualunque sia la loro opinione, di partecipare al lavoro comune. Io sono dell’avviso che, anche in questo campo, la questione della bolscevizzazione sia stata posta in modo molto demagogico.

Quando si pone il problema nella forma: Si può concedere a x o y di costituire una frazione?, ogni comunista risponderà di no. Ma il problema non può essere posto in questa forma. Esistono già dei risultati che provano come i metodi ai quali si è ricorsi non giovano né al partito né all’Internazionale. Questa questione della disciplina interna e delle frazioni va posta, dal punto di vista marxista, in un modo molto diverso e molto più complesso. Ci si chiede: Che cosa volete? Forse che il partito assomigli a un parlamento in cui ciascuno ha il diritto democratico di lottare per il potere e di conquistare la maggioranza? Ma porre così la questione è sbagliato; posta così, non è possibile che una risposta: Naturalmente, noi siamo contro un sistema così ridicolo, è un fatto che noi dobbiamo avere un partito assolutamente omogeneo, senza divergenze di idee e senza raggruppamenti diversi nel suo seno. Ma questo non è un dogma, non è un principio a priori; è un fine per il quale si deve e si può combattere nel corso dello sviluppo che porta alla formazione di un vero partito comunista, alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche ed organizzative siano poste e risolte correttamente.

All’interno della classe operaia, le azioni e le iniziative nella lotta di classe sono determinate dai rapporti economici in cui i diversi raggruppamenti vivono. Al partito politico spetta il compito di affasciare e unificare tutto ciò che queste azioni hanno di comune dal punto di vista degli obiettivi rivoluzionari del proletariato in tutto il mondo. L’unità al suo interno, la cessazione delle divergenze, la scomparsa delle lotte di frazione, dimostreranno che esso è sulla via migliore per assolvere il suo compito nel modo giusto. Ma quando delle divergenze insorgono, ciò significa che la politica del partito è caduta in errori, che esso non possiede la capacità di combattere vittoriosamente quelle tendenze deviazionistiche del movimento operaio che, in dati svolti della situazione generale, sogliono prodursi. Quando si verificano casi di indisciplina, essi rappresentano un sintomo che il partito non ha ancora raggiunto tale capacità. La disciplina è quindi un punto di arrivo, non un punto di partenza, non una piattaforma che si possa ritenere incrollabile. Ciò si ricollega, del resto, al carattere volontario della adesione alla nostra organizzazione di partito. Non è dunque in una specie di codice penale del partito che si può cercare un rimedio ai casi frequenti di indisciplina.

Ora, negli ultimi tempi si è instaurato nei nostri partiti un regime di terrore, una specie di sport che consiste nell’intervenire, punire, reprimere, annientare, e questo con un gusto tutto particolare come se si trattasse dell’ideale di vita del partito. Gli eroi di queste brillanti operazioni sembrano addirittura credere che esse siano una prova di capacità ed energia rivoluzionaria. Io invece ritengo che i veri, i buoni rivoluzionari siano, in generale, quei compagni che di tali misure di eccezione formano oggetto e che le sopportano pazientemente per non buttare all’aria il partito. Penso che questo dispendio di energie, questo sport, questa lotta all’interno del partito, non abbiano nulla a che vedere col lavoro rivoluzionario che dobbiamo compiere. Verrà giorno che si tratterà di colpire e annientare il capitalismo: è su questo terreno che il nostro partito darà la prova della sua energia rivoluzionaria. Non vogliamo nel partito nessuna anarchia, ma non vogliamo neppure un regime di rappresaglie permanenti, che non è se non la negazione della sua unità e compattezza.

Oggi il punto di vista ufficiale è il seguente: la Centrale attuale è eterna, essa può fare tutto ciò che vuole perché, quando prende provvedimenti contro chi le resiste, quando sventa intrighi e sbaraglia opposizioni, ha sempre ragione. Ma il merito non consiste nello schiacciare le rivolte; l’importante è che non si verifichino rivolte. L’unità del partito si riconosce dai risultati ottenuti, non da un regime di minacce e di terrore. Che nei nostri statuti siano necessarie delle sanzioni, è chiaro: ma esse vanno applicate solo in casi eccezionali e non devono assurgere a procedimenti normali e permanenti all’interno del partito. Quando vi sono elementi che lasciano palesemente il cammino comune, è chiaro che bisogna prendere delle misure contro di essi. Ma, quando in una società il ricorso al codice penale diventa la regola ciò significa che quella società non è delle più perfette. Le sanzioni devono colpire i casi di eccezione, non diventare la norma, un genere di sport, l’ideale dei dirigenti del partito. Ecco che cosa bisogna cambiare se vogliamo costruire un blocco solido nel vero senso del termine.

Le tesi qui presentate contengono dei buoni spunti in materia. Ci si propone di concedere un po’ più di libertà. Forse è un po’ tardi. Forse si pensa di poter concedere un po’ più di libertà ai "vinti" che non possono più rialzarsi.

Ma lasciamo le tesi e consideriamo i fatti. Si è sempre detto che i nostri partiti devono essere costruiti sulla base del centralismo democratico. Forse sarebbe bene cercare, al posto di democrazia, un’altra espressione; comunque, tale è la formula di Lenin. Come si realizza il centralismo democratico? Mediante l’eleggibilità dei compagni, la consultazione della massa del partito per la soluzione di determinati problemi. Naturalmente, per un partito rivoluzionario, una regola simile può comportare delle eccezioni. È opportuno per il regime di partito che, a volte, una Centrale dica: Compagni, di norma il partito dovrebbe consultarvi; ma poiché la lotta contro il nemico attraversa un momento pericoloso, poiché non c’è un minuto da perdere, noi agiamo senza consultarvi. Ma quello che è pericoloso è di suscitare l’apparenza di una consultazione quando invece si tratta di procedere dall’alto; di sfruttare la circostanza che la Centrale tiene in pugno l’intero apparato e la stampa del partito. In Italia abbiamo detto che riconosciamo la dittatura, ma odiamo questi metodi alla Giolitti. Non è infatti la democrazia borghese un mezzo d’inganno? Ed è forse questa la democrazia che vi proponete di concederci e di realizzare nel partito? Sarebbe allora preferibile una dittatura che avesse il coraggio di non mettersi una maschera ipocrita. O si introduce nel partito una vera forma democratica, cioè una democrazia che permetta alla Centrale di utilizzare al modo giusto l’apparato, o sarà inevitabile che, soprattutto fra gli operai, si diffondano stati d’animo di insoddisfazione e di malessere.

Abbiamo bisogno di un regime interno più sano. È assolutamente necessario dare al partito la possibilità di formarsi un’opinione e di esprimerla e sostenerla con franchezza. Al congresso del partito italiano ho detto che l’errore è stato di non fare, all’interno del partito, una chiara distinzione fra agitazione e propaganda. L’agitazione viene condotta fra una grande massa di persone per chiarire un certo numero di idee molto semplici; la propaganda, invece, tocca uno strato relativamente ristretto di compagni ai quali si illustra un numero maggiore di idee complesse. L’errore in cui si è incorsi è di limitarsi all’agitazione entro il partito; di considerare la massa degli iscritti come, in principio, dei minorati; di trattarli come elementi che si possono mettere in moto, non come un fattore operante di lavoro comune. Un’agitazione in base a formule imparate a memoria è fino a un certo punto concepibile quando si tratta di ottenere i più grandi effetti con il minimo dispendio di forza, quando si vuole mettere in movimento grandi masse dove il fattore della volontà e della coscienza gioca solo un ruolo secondario. Ma, nel partito, le cose stanno in tutt’altro modo. Noi chiediamo che, nel suo seno, questi metodi di agitazione abbiano fine. Il partito deve riunire intorno a sé quella parte della classe operaia che possiede e in cui prevale la coscienza di classe – a meno che voi non propugniate appunto quella teoria degli eletti che un tempo servì di accusa (e accusa infondata) contro di noi. Bisogna che la massa degli iscritti al partito elabori una coscienza politica collettiva, che studi a fondo i problemi di fronte ai quali il partito comunista si trova. In questo senso, è della massima urgenza cambiare il regime interno del partito.

E vengo alle frazioni. A mio parere, la questione delle frazioni non va posta dal punto di vista della morale, dal punto di vista del codice penale. V’è nella storia un solo esempio che un compagno abbia organizzato una frazione per divertirsi? No, un caso simile non è mai avvenuto. V’è un solo esempio nella storia che l’opportunismo si sia infiltrato nel partito per via di una frazione, che l’organizzazione di frazioni sia servita di base alla mobilitazione della classe operaia e il partito rivoluzionario si sia salvato grazie all’intervento degli uccisori delle frazioni? No, l’esperienza prova che l’opportunismo penetra nelle nostre file sempre dietro la maschera dell’unità. È nel suo interesse di influenzare la massa più grande possibile, ed è quindi dietro lo schermo dell’unità che esso avanza le sue proposte insidiose. La storia delle frazioni mostra, in generale, che esse non fanno onore ai partiti entro i quali esse si formano, ma fanno onore ai compagni che le creano. La storia delle frazioni è la storia di Lenin; è la storia non degli attentati all’esistenza dei partiti rivoluzionari, ma della loro cristallizzazione e della loro difesa contro le influenze opportunistiche.

Quando si cerca di organizzare una frazione, per poter dire che si tratta, direttamente o indirettamente, di una manovra borghese per infiltrarsi nel partito bisogna averne le prove. Io non credo che, in generale, questa manovra prenda una simile forma. Al congresso del partito italiano, la questione è stata posta da noi in rapporto alla sinistra del nostro partito. Tutti conosciamo la storia dell’opportunismo. Quando un gruppo diventa il rappresentante di influenze borghesi in seno a un partito proletario? In genere, gruppi simili hanno trovato un fertile terreno tra i funzionari sindacali o i rappresentanti del partito in parlamento, ovvero fra compagni che, nelle questioni di strategia e di tattica del partito, si facevano i portavoce della collaborazione di classe, dell’alleanza con altri schieramenti sociali e politici. Prima di parlare di frazioni che devono essere schiacciate, bisognerebbe almeno poter fornire la prova che esse sono in collegamento con la borghesia o con circoli e ambienti borghesi o che poggiano sulla base di rapporti personali con essi. Se questa analisi non è possibile, allora bisogna cercare le cause storiche dell’origine della frazione, invece di condannarla a priori.

La genesi di una frazione indica che c’è nel partito qualcosa che non va. Per rimediare al male bisogna risalire alle cause storiche che l’hanno prodotto, che hanno determinato la nascita della frazione o la tendenza a costituirla; e queste cause risiedono in errori ideologici e politici del partito. Le frazioni non sono la malattia, sono un sintomo e, se si vuole combattere l’organismo malato, bisogna non già combattere i sintomi, ma cercare di stabilire le cause del male. D’altronde, nella maggioranza dei casi, ci si trova di fronte a gruppi di compagni che non hanno affatto cercato di creare una organizzazione a se stante o che di simile; a punti di vista, a tendenze, che cercavano di farsi strada per la via del normale, regolare e collettivo lavoro di partito. Col metodo della caccia alle frazioni, delle campagne scandalistiche, della sorveglianza poliziesca e della diffidenza verso i compagni – metodo che costituisce in realtà il peggior frazionismo dilagante negli strati superiori del partito – si sono soltanto peggiorate le condizioni del nostro movimento e si è spinto ogni critica obiettiva sulla via del frazionismo.

Non è con questi metodi che si può creare l’unità nel partito: con essi si instaura soltanto un regime che lo rende inetto ed impotente. È assolutamente necessaria una trasformazione radicale nei metodi di lavoro. Le conseguenze, in caso contrario, saranno di una gravità estrema.

Ce ne offre un esempio la crisi del partito francese. Come si è proceduto, nel partito francese, contro le frazioni? Malissimo – per esempio nella questione della nascente frazione sindacalista. Compagni espulsi dal partito sono tornati ai loro antichi amori, e pubblicano un giornale in cui svolgono le loro idee. Che sbaglino è chiaro. Ma le cause di questa grave deviazione ideologica non vanno cercate nei capricci dei ragazzacci Rosmer e Monatte: sono piuttosto da cercare negli errori del partito francese e di tutta l’Internazionale.

Scesi in lotta sul terreno ideologico contro gli errori sindacalisti, noi siamo riusciti a strappare larghi strati operai all’influsso di elementi sindacalisti e anarchici. Ora queste concezioni riaffiorano. Perché? Anche perché il regime interno del partito, il suo esagerato machiavellismo, ha fatto alla classe operaia una cattiva impressione e reso possibile il risorgere di quelle teorie, come pure del preconcetto che il partito politico sia in sé qualcosa di sporco e che solo la lotta economica possa salvare la classe proletaria. Questi errori di fondo minacciano di riapparire nel proletariato perché l’Internazionale e i partiti comunisti non hanno saputo dimostrare coi fatti e con dichiarazioni teoriche semplici quale differenza essenziale esista fra una politica in senso rivoluzionario e leninista e la politica dei vecchi partiti socialdemocratici, la cui degenerazione prima della guerra aveva provocato come reazione il sindacalismo.

Se nel proletariato francese le vecchie teorie dell’azione economica e dell’opposizione ad ogni attività politica hanno potuto registrare alcuni successi, lo si deve al fatto che, nella linea politica del partito comunista, si è lasciato che si commettesse tutta una serie di errori.

Semard: - Voi dite che le frazioni hanno le loro cause negli errori della direzione del partito. Ma la frazione di destra in Francia si è formata proprio nel momento in cui la Centrale riconosceva e correggeva i suoi errori.

Relatore: - Compagno Semard, se volete presentarvi al buon dio con il solo merito di aver riconosciuto i vostri errori, avrete fatto troppo poco per la salvezza della vostra anima.

Io credo, compagni, che sia necessario dimostrare con la nostra strategia e con la nostra tattica proletaria gli errori che questi elementi anarco-sindacalisti commettono. Nella classe operaia si è ora creata l’impressione che nel partito comunista vi siano le stesse deficienze che negli altri partiti politici, ed è perciò che essa nutre una certa diffidenza verso il nostro partito. Questa diffidenza ha origine nei metodi e nelle manovre che trovano impiego nelle nostre file. Si direbbe che noi agiamo non solo verso il mondo esterno, ma anche nella vita politica interna di partito come se la buona "politica" fosse un’arte, una tecnica comune a tutti i partiti. Come se si lavorasse avendo in tasca un prontuario machiavellico di abilità politica. Ma il partito della classe operaia ha il compito di introdurre una nuova forma di politica, che non ha nulla in comune con i metodi bassi ed insidiosi del parlamentarismo borghese. Se non si dimostra questo al proletariato, non riusciremo mai a guadagnare su di esso un’influenza utile e vigorosa e gli anarco-sindacalisti avranno partita vinta.

Quanto alla frazione di destra in Francia, non esito a dire che la considero in generale come un fenomeno sano e non come una prova di infiltrazione nel partito di elementi piccolo-borghesi. La teoria e la tattica che essa propugna sono sbagliate, ma essa è in parte un’utilissima reazione agli errori politici e al cattivo regime della direzione del partito. Ma la responsabilità di questi errori non ricade unicamente sulla centrale del partito francese. È la linea generale dell’Internazionale che provoca la costituzione di frazioni. Certo, nella questione del fronte unico, io sono in antitesi completa con il punto di vista della destra francese, ma ritengo che sia giusto quando si dice che i deliberati del V Congresso non sono affatto chiari, che sono del tutto insoddisfacenti. Da un lato, in molti casi si ammette il fronte unico dall’alto; dall’altro si aggiunge che la socialdemocrazia è l’ala sinistra della borghesia e che bisogna porsi l’obiettivo di smascherarne i capi. È questa, una posizione insostenibile. Gli operai francesi sono stanchi di un’applicazione del fronte unico quale è stata praticata in Francia. Naturalmente, diversi capi dell’opposizione francese sono su una strada sbagliata e diametralmente opposta alla via veramente rivoluzionaria quando tirano le loro conclusioni nel senso di un fronte unico "leale" e di una coalizione con la socialdemocrazia.

E’ ovvio che, se si limita il problema delle destre alla domanda se sia lecito collaborare ad una rivista che è fuori del controllo del partito, la risposta non può essere che una. Ma non è questo il modo di uscirne. Bisogna cercare di correggere gli errori e di sottoporre ad esame coscienzioso la linea politica del partito francese e, in molte questioni, anche dell’Internazionale. Non si risolve il problema applicando contro l’opposizione, contro Lariot ecc., le regole di un piccolo catechismo sul comportamento personale. Per correggere gli errori non basta tagliar delle teste; bisogna anche cercar di scoprire gli errori di partenza che causano e favoriscono la formazione delle frazioni.

Ci si dice: per trovare gli errori nella nostra macchina della bolscevizzazione c’è l’Internazionale; è la maggioranza dell’Internazionale che deve intervenire quando una centrale di partito incorre in gravi errori; è questa la garanzia contro le deviazioni in seno alle sezioni nazionali. Ma, nella pratica, questo sistema è fallito. La Germania ci offre un esempio di questo genere di intervento dell’Internazionale. La centrale del KPD era diventata onnipotente e rendeva impossibile ogni opposizione nel partito: eppure c’è stato qualcuno al di sopra di essa che, ad un certo punto, ha condannato tutti i delitti e gli errori commessi da questa centrale: l’Esecutivo di Mosca con la sua Lettera aperta. È un buon metodo, questo? No, certo che non lo è. Quali riflessi ha una simile azione? Ne abbiamo avuto un esempio noi, in Italia, durante la discussione per il congresso del partito. Un buon compagno, letteralmente ortodosso, viene delegato al congresso del partito tedesco. Vede che tutto va a meraviglia, che la schiacciante maggioranza vota per le tesi dell’Internazionale, e che la nuova centrale è eletta in pieno accordo con l’eccezione di una minoranza trascurabile. Il delegato italiano torna e presenta un rapporto molto favorevole al partito tedesco. Scrive un articolo in cui lo raffigura, agli occhi dei compagni italiani della sinistra, come un modello di partito bolscevico. Può darsi che, in seguito a ciò, diversi compagni della nostra opposizione siano divenuti partigiani della bolscevizzazione. Sennonchè, due settimane dopo, arriva la Lettera aperta dell’Esecutivo... Vi si dichiara che la vita interna del partito tedesco è pessima, che vi esiste una dittatura, che l’intera tattica è completamente sbagliata, che si sono commessi gravi errori, che sono avvenute forti deviazioni, che l’ideologia non è leninista. Si dimentica che, al V Congresso, la sinistra tedesca era stata proclamata come la Centrale più completamente bolscevica, e la si ribalta senza pietà applicando ad essa gli stessi metodi che prima si erano usati nei confronti della destra. Al V Congresso la parola d’ordine era: "È tutta colpa di Brandler!"; ora si dice: "È tutta colpa di Ruth Fischer!". Io sostengo che in questo modo non ci si può attirare la simpatia della classe operaia. Non si può dire che la colpa degli errori commessi sia di un paio di compagni. L’Internazionale era pur lì a seguire lo sviluppo degli avvenimenti, ed essa non poteva né doveva ignorare sia le capacità dei dirigenti, sia le loro azioni politiche. Adesso si dirà che io difendo la sinistra tedesca come, al V Congresso, si disse che difendevo la destra. Ma io non solidarizzo politicamente né con l’una né con l’altra; sono soltanto dell’avviso che, in entrambi i casi, l’Internazionale deve assumersi la responsabilità degli errori commessi; l’Internazionale che aveva pienamente solidarizzato con questi gruppi, che li aveva presentati come la direzione migliore, che aveva affidato loro il partito.

L’intervento dell’Esecutivo dell’I.C. contro le centrali di partito è stato dunque, in vario modo, poco felice. La questione è: Come lavora l’Internazionale, quali sono i suoi rapporti con le sezioni nazionali, e come vengono eletti i suoi organi direttivi?

Già nell’ultimo Congresso ho criticato i nostri metodi di lavoro. Nei nostri organi superiori e nei nostri congressi manca una collaborazione collettiva. L’organo supremo sembra qualcosa di estraneo alle sezioni, che discute con esse e sceglie in mezzo a ciascuna una frazione cui dà il suo appoggio. Questo centro è, in ogni questione, appoggiato da tutte le sezioni rimanenti, che sperano così di assicurarsi un trattamento migliore quando verrà il loro turno. A volte quelli che si mettono sul piano di questo "mercato delle vacche" sono addirittura dei gruppi puramente personali di leader.

Ci si dice: la direzione internazionale ci è fornita dall’egemonia del partito russo, perché è esso che ha fatto la rivoluzione, perché è in questo partito che si trova la sede dell’Internazionale; è quindi giusto che si attribuisca un’importanza determinante alle risoluzioni ispirate dal partito russo. Ma qui sorge il problema: come vengono risolte dal partito russo le questioni internazionali? È la domanda che tutti abbiamo il diritto di fare.

Dopo gli ultimi avvenimenti, dopo l’ultima discussione, questo punto di appoggio dell’intero sistema non è più sufficiente. Nell’ultima discussione del partito russo, abbiamo visto compagni che si appellavano alla stessa conoscenza del leninismo, che avevano lo stesso indiscutibile diritto di parlare in nome della tradizione rivoluzionaria bolscevica, discutere fra loro, e in questo processo servirsi l’uno contro l’altro di citazioni da Lenin e interpretare a suo favore l’esperienza russa. Senza entrare nel merito della discussione, voglio stabilire questo fatto incontrovertibile.

Chi, in questa situazione, deciderà in ultima istanza sui problemi internazionali? Non si può rispondere: la vecchia guardia bolscevica, perché in pratica questa risposta lascia insolute le questioni. È questo il primo punto di appoggio del sistema che si sottrae alla nostra indagine obiettiva. Ma ne consegue che la soluzione dev’essere completamente diversa. Noi possiamo paragonare la nostra organizzazione internazionale ad una piramide. Questa piramide deve avere un vertice, e linee rette che tendano verso questo vertice. È così che si producono l’unità e la necessaria centralizzazione. Ma oggi, a causa della nostra tattica, questa piramide poggia pericolosamente sul suo vertice. Bisogna quindi capovolgerla; ciò che ora è sotto deve diventare sopra, bisogna mettere la piramide sulla sua base affinché stia in equilibrio. La conclusione ultima alla quale giungiamo nella questione della bolscevizzazione è dunque che non si tratta di introdurre semplici modificazioni d’ordine secondario, ma che l’intero sistema va modificato da cima a fondo.

Fatto così il bilancio dell’azione passata dell’Internazionale, passo all’esame della situazione attuale e dei compiti del futuro. Noi siamo tutti d’accordo su ciò che è stato detto in generale circa la stabilizzazione; non è dunque necessario ritornarvi sopra. La decomposizione del capitalismo si trova ora in una fase meno acuta. La congiuntura ha subìto, nel quadro della crisi generale del capitalismo, alcune oscillazioni. Abbiamo sempre davanti a noi la prospettiva del crollo finale del capitalismo, ma nel porre la questione della prospettiva, si commette, a mio parere, un errore di valutazione. Ci sono diversi modi di affrontare il problema della prospettiva. Il compagno Zinoviev ci ha ricordato qui delle cose molto utili quando ha parlato della doppia prospettiva di Lenin.

Se noi fossimo una società scientifica per lo studio degli avvenimenti sociali, potremmo giungere a conclusioni più o meno ottimistiche senza approfondire ulteriormente i dati di fatto. Ma una prospettiva puramente scientifica non basta per un partito rivoluzionario che partecipa a tutti gli avvenimenti, che è esso stesso uno dei loro fattori e che non può esprimere in modo metafisico la sua funzione: da un lato nella conoscenza esatta dei fenomeni e della sua funzione in essi, dall’altro nella volontà e nell’azione. Perciò il nostro partito deve sempre rimanere legato direttamente ai suoi fini ultimi. Anche quando il giudizio scientifico ci costringe a trarre conclusioni pessimistiche è necessario per noi avere sempre davanti agli occhi la prospettiva rivoluzionaria. Non è una banale questione di errore scientifico il fatto che Marx si aspettò la rivoluzione nel 1848, 1859 e 1870, e che Lenin, dopo il 1901, la profetizzò per il 1907, cioè dieci anni prima del suo trionfo. Ciò prova al contrario, l’acume di visione rivoluzionaria di questi grandi capi. Non si tratta neppure della esagerazione infantile per cui si sente sempre battere la rivoluzione alla porta; si tratta della vera capacità rivoluzionaria, che rimane intatta malgrado tutte le difficoltà dello sviluppo storico. La questione della prospettiva riveste per i nostri partiti un interesse enorme; bisognerebbe sapere andarle a fondo. Ora ritengo insufficiente che si dica: la congiuntura si è modificata in un certo senso a noi sfavorevole; non abbiamo più la situazione del 1920, e ciò spiega e giustifica la crisi interna in diverse sezioni e nell’Internazionale. No, questo può aiutarci a spiegare le cause di certi errori ma non li giustifica. Dal punto di vista politico, esso non ci basta. Noi non possiamo, non dobbiamo rassegnarci a considerare immodificabile l’attuale regime difettoso nei nostri partiti perché la congiuntura esterna ci è sfavorevole. La questione, così è posta male. È chiaro che, se il nostro partito è un fattore degli avvenimenti, è però nello stesso tempo un loro prodotto; anche se ci riesce di realizzare un partito mondiale veramente rivoluzionario. Ora, in quale senso gli avvenimenti si riflettono in questo partito? Nel senso che il numero dei nostri iscritti aumenta e la nostra influenza sulle masse cresce quando la crisi del capitalismo genera una situazione a noi favorevole. Se invece, in un certo momento, la congiuntura ci diventa sfavorevole, è possibile che le nostre forze si riducano numericamente; ma noi non dobbiamo permettere che la nostra ideologia ne soffra; non solo la nostra tradizione e la nostra organizzazione, ma anche la nostra linea politica deve rimanere intatta.

Se noi crediamo che, per preparare i partiti al loro compito rivoluzionario, dobbiamo sfruttare la situazione di crisi progredente del capitalismo, ci creeremmo uno schema di prospettive completamente sbagliate, perché allora riterremmo necessario per il consolidamento del nostro partito un periodo di lunga e progressiva crisi del capitalismo, e in questo caso la situazione economica dovrebbe farci il piacere di rimanere ulteriormente rivoluzionaria affinché noi possiamo passare all’azione. Se, dopo un periodo di congiuntura incerta, la crisi improvvisamente si acuisce, noi saremo incapaci di sfruttarla, perché, a causa di questo modo sbagliato di vedere le cose, i nostri partiti si troveranno inevitabilmente, in uno stato di smarrimento e di impotenza. Ciò prova che non si sa mettere a profitto l’esperienza dell’opportunismo nella II Internazionale. Non si può negare che, prima della guerra mondiale, vi è stato un periodo di fioritura del capitalismo e che questo godeva di una congiuntura favorevole. Ma, se ciò spiega in un certo senso la decomposizione opportunistica della II Internazionale non giustifica l’opportunismo. Noi abbiamo combattuto questa idea e ci siamo rifiutati di credere che l’opportunismo fosse un fatto necessario e storicamente imposto dagli avvenimenti. Abbiamo sostenuto la tesi che il movimento doveva resistervi, e la sinistra marxista ha combattuto l’opportunismo ancora prima del 1914 invocando la costituzione di partiti proletari sani e rivoluzionari.

La questione va dunque posta in altro modo. Anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare rassegnatamente le deviazioni opportunistiche e giustificarle con il pretesto che le loro cause vanno cercate nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere cercati altrove, cioè nel lavoro e nella linea politica del partito, che non sono state oggi quali avrebbero dovuto essere. Ciò si riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotzky solleva nella prefazione al suo libro "1917", nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente. Trotzky non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell’attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, malgrado la situazione variabile e spesso sfavorevole, segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa – cosa che oggi, nello stato attuale delle nostre organizzazioni, si può ben poco sperare.
 
 

[Contro il fronte unico con la sinistra borghese]
 

Vi è pure un altro schema di prospettive che va combattuto e di cui dobbiamo occuparci nel passaggio da un’analisi puramente economica all’analisi delle forze sociali e politiche. In generale, si è dell’avviso che si debba ritenere favorevole per la nostra lotta la situazione data da un governo di sinistra piccolo borghese. Questo schema errato è prima di tutto in contraddizione col primo, perché generalmente, in un periodo di crisi economica la borghesia sceglie un governo di partiti di destra per poter condurre un’offensiva reazionaria, cioè le condizioni oggettive ridiventano per noi sfavorevoli. Per giungere ad una soluzione marxista del problema, è necessario abbandonare questi luoghi comuni.

Non è giusto, in generale, che un governo della sinistra borghese ci sia sempre favorevole; casomai può essere il contrario. Gli esempi storici ci mostrano come sia stolto immaginarsi che, per facilitarci il compito, debba costituirsi un governo delle cosiddette classi medie, con un programma liberale che ci permetta di organizzare la lotta contro un apparato statale indebolito.

Anche qui ci troviamo di fronte all’influenza di un’interpretazione sbagliata dell’esperienza russa. Nella rivoluzione di febbraio 1917, caduto l’apparato statale precedente, si è costituito un governo poggiante sui partiti della borghesia e piccola borghesia liberale. Ma non è sorto un solido apparato statale che sostituisse alla autocrazia zarista il dominio economico del capitale e una moderna rappresentanza parlamentare. Prima che un tale apparato potesse organizzarsi, il proletariato diretto dal partito comunista è riuscito ad attaccare il governo con successo e prendere il potere. Ora, si potrebbe credere che le cose seguiranno in altri paesi lo stesso corso, che un bel giorno il governo passerà dalle mani dei partiti borghesi in quelle dei partiti intermedi, che in tale modo l’apparato statale si indebolisca e che, di conseguenza, debba riuscire facile al proletariato di abbatterlo. Ma questa prospettiva semplificata è completamente falsa. Come si presenta la situazione negli altri paesi? Si può paragonare un cambiamento di governo, mediante il quale un governo di sinistra prenda il posto di un governo di destra (per esempio il cartello delle sinistre in Francia invece del blocco nazionale), con un cambiamento storico delle fondamenta dello Stato? È possibile che il proletariato sfrutti questo periodo per rafforzare le sue posizioni. Ma, se abbiamo a che fare col puro e semplice passaggio da un governo di destra ad un governo di sinistra, allora la situazione, favorevole al comunismo, di uno sfacelo generale dell’apparato statale non è presente. Disponiamo di esempi storici concreti a riprova del preteso sviluppo in base al quale un governo di sinistra spianerebbe la strada alla rivoluzione proletaria? No, non ne disponiamo.

Nel 1919, in Germania, una sinistra borghese salì al governo. Vi fu anzi un’epoca in cui era al potere la socialdemocrazia. Malgrado la sconfitta militare della Germania, malgrado la gravissima crisi, l’apparato statale non subì nessuna trasformazione sostanziale che facilitasse al proletariato la vittoria, e non solo la rivoluzione comunista è fallita, ma i socialdemocratici si sono dimostrati i suoi carnefici.

Se con la nostra tattica avremo contribuito alla ascesa al potere di un governo di sinistra, si avrà allora una situazione a noi favorevole? No, assolutamente no. È una concezione menscevica quella secondo cui le classi medie possono creare un apparato statale diverso da quello della borghesia, e che si possa considerare questo periodo come una fase di trapasso verso la conquista del potere ad opera del proletariato.

Certi partiti della borghesia hanno un programma e pongono rivendicazioni che mirano allo scopo di conquistare le classi medie. In generale, ci troviamo qui di fronte non al passaggio del potere da un gruppo sociale all’altro ma solo ad un nuovo metodo di lotta della borghesia contro di noi; e quando un simile cambiamento avviene noi non possiamo dire che esso sia il momento più favorevole per il nostro intervento. Noi possiamo sfruttarlo, certo, ma solo alla condizione che le nostre prese di posizione precedenti siano state assolutamente chiare e che non abbiamo invocato un governo di sinistra.

Per esempio: in Italia, il fascismo deve essere considerato come una vittoria della destra borghese sulla sinistra borghese? NO, il fascismo è qualcosa di più: è la sintesi di due mezzi di difesa della classe borghese. Gli ultimi provvedimenti del governo fascista hanno provato che la composizione sociale piccolo-borghese e semi-borghese del fascismo non lo rende meno un agente diretto del capitalismo. Come organizzazione di massa (l’organizzazione fascista conta un milione di iscritti) esso cerca – mentre nello stesso tempo regna la più rabbiosa reazione contro tutti gli avversari che osano attaccare l’apparato statale – di realizzare la mobilitazione di grandi masse con l’aiuto di metodi socialdemocratici.

Il fascismo ha su questo terreno subìto delle sconfitte. Ciò conferma la nostra visione della lotta fra le classi. Ma ciò che ne risulta in piena luce è l’assoluta impotenza delle classi medie. Negli ultimi anni esse hanno compiuto tre evoluzioni: nel 1919/20, affluivano in massa alle nostre riunioni e comizi rivoluzionari; nel 1921-22, fornivano i quadri delle camicie nere; nel 1924, dopo il delitto Matteotti, passarono all’opposizione, oggi si schierano di nuovo con il fascismo. Esse stanno sempre dalla parte del più forte.

Va segnalato un altro fatto. Nei programmi di quasi tutti i partiti e i governi di sinistra si trova il principio che, sebbene si debbano dare a tutti le fondamentali "garanzie" liberali, è necessario fare un’eccezione per quei partiti che perseguono lo scopo di abbattere le istituzioni statali, cioè per i partiti comunisti.

La falsa prospettiva dei vantaggi che può dare a noi un governo di sinistra corrisponde alla supposizione che le classi medie siano capaci di trovare una soluzione indipendente del problema del potere. A mio avviso, la cosiddetta nuova tattica che si è impiegata in Germania e in Francia, e in base alla quale in Italia il partito comunista ha fatto all’opposizione antifascista dell’Aventino la proposta dell’antiparlamento, poggia su un grave errore. Non posso capire come un partito così ricco di tradizioni rivoluzionarie come il nostro partito tedesco possa prendere sul serio il rimprovero socialdemocratico che, avanzando una candidatura propria, esso faccia il gioco di Hindenburg. In generale, il piano della borghesia per la mobilitazione controrivoluzionaria delle masse consiste nel mettere un dualismo politico e storico al posto del contrasto di classe fra borghesia e proletariato, mentre il partito comunista insiste appunto su questo dualismo di classe non perché esso sia l’unico dualismo possibile nella prospettiva sociale e sul terreno dei cambiamenti di potere parlamentare, ma perché è l’unico dualismo storicamente capace di portare all’abbattimento rivoluzionario dell’apparato statale di classe e alla formazione di un nuovo Stato. Ora, questo dualismo noi possiamo portarlo alla coscienza delle grandi masse non con dichiarazioni ideologiche e con una propaganda astratta, ma con il linguaggio dei nostri atti e con la chiarezza della nostra concezione politica. Quando in Italia si propose agli antifascisti borghesi di costituirsi in un antiparlamento al quale partecipassero i comunisti, anche se nella nostra stampa si scriveva che non si poteva avere assolutamente alcuna fiducia in quei partiti, anche se si pretendeva con questo mezzo di smascherarli, si è contribuito in pratica a far sì che le grandi masse si attendessero il crollo del fascismo dai partiti dell’Aventino, e credessero possibile una lotta rivoluzionaria e la formazione di un anti-Stato non su una base di classe, ma sulla base della collaborazione con elementi piccolo-borghesi e perfino con gruppi capitalistici. Con questa manovra, non si è riusciti a riunire grandi masse sul fronte di classe. L’intera "nuova tattica" non solo non si basa sui deliberati del V Congresso, ma, a mio parere, è in contraddizione con i principi e il programma del comunismo.
 
 

[La degenerazione incombente]
 

Quali sono i nostri compiti per l’avvenire? Questa assemblea non potrebbe occuparsi seriamente di questo problema senza porsi il problema fondamentale dei rapporti storici fra la Russia sovietica e il mondo capitalista in tutta la sua ampiezza e gravità. Accanto al problema della strategia rivoluzionaria del proletariato, del movimento internazionale dei contadini e dei popoli coloniali e oppressi, la questione della politica statale del partito comunista in Russia è oggi per noi la questione più importante. Si tratta di dare una buona soluzione al problema dei rapporti interni di classe in Russia, si tratta di applicare le necessarie misure in relazione all’influenza dei contadini e degli strati piccolo-borghesi che vanno sorgendo, si tratta di lottare contro la pressione esterna, che oggi è puramente economica e diplomatica e che forse domani sarà militare. Poiché negli altri paesi non si sono ancora verificati sommovimenti rivoluzionari, è necessario collegare nel modo più stretto l’intera politica russa alla politica generale rivoluzionaria del proletariato. Non intendo approfondire qui tale questione, ma affermo che il punto di appoggio per questa lotta si trova certo in prima linea nella classe lavoratrice russa e nel suo partito comunista, ma che è d’importanza fondamentale basarsi anche sul proletariato degli Stati capitalisti. Il problema della politica russa non può essere risolto entro il perimetro chiuso del movimento russo: è anche assolutamente necessaria la collaborazione diretta di tutta l’Internazionale comunista.

Se manca questa vera collaborazione sorgeranno pericoli non soltanto per la strategia rivoluzionaria in Russia, ma anche per la nostra politica negli Stati capitalisti. Potrebbero sorgere tendenze orientate verso un indebolimento del ruolo dei partiti comunisti. Su questo terreno noi siamo già attaccati, naturalmente non dall’interno delle nostre file, ma dai socialdemocratici e dagli opportunisti in genere, in rapporto alle nostre manovre a favore dell’unità sindacale internazionale e al nostro atteggiamento verso la II Internazionale. Noi qui siamo tutti d’accordo che i partiti comunisti debbono incondizionatamente mantenere la loro indipendenza rivoluzionaria; ma è necessario mettere in guardia contro la possibilità di una tendenza che vorrebbe sostituire i partiti comunisti con organi di un carattere meno chiaro ed esplicito, non poggianti sul terreno della lotta di classe ed esercitanti una funzione di indebolimento e di neutralizzazione politica. Nella situazione attuale, la difesa del carattere della nostra organizzazione internazionale e comunista di partito contro qualunque tendenza liquidatrice è un indiscutibile compito comune.

Possiamo, dopo la critica da noi rivolta alla linea generale, considerare l’Internazionale, così come è oggi, sufficientemente preparata a questo doppio compito della strategia in Russia e negli altri paesi? Possiamo noi esigere l’immediata discussione di tutti i problemi russi da parte di questa assemblea? Purtroppo, a queste domande si deve rispondere: No! Una seria revisione del nostro regime interno è assolutamente necessaria; è inoltre necessario porre all’ordine del giorno dei nostri partiti i problemi della tattica in tutto il mondo e i problemi della politica dello Stato russo; ma ciò deve avvenire mediante un nuovo corso e metodi completamente cambiati.

Nel rapporto e nelle Tesi proposte noi non troviamo alcuna garanzia sufficiente a tale fine. Non di un ottimismo ufficiale abbiamo bisogno. Dobbiamo capire che non è con metodi così meschini come quelli che vediamo troppo spesso impiegati qui che possiamo prepararci ad assolvere i compiti importanti di fronte ai quali lo Stato maggiore della rivoluzione mondiale si trova.
 

(Protocollo tedesco, pp. 122-144).
 
 
 
 
 
 
 


IX seduta
25 febbraio 1926
In sede di discussione sul rapporto dell’Esecutivo
 

Il rappresentante della Sinistra del PCd’I prende nuovamente la parola.
 

Compagni, nel mio discorso mi sono occupato delle questioni generali della politica dell’Internazionale. Diversi oratori non si sono limitati a discutere le mie affermazioni generali, ma hanno parlato anche un po’ dei problemi italiani che io non avevo quasi assolutamente toccato. Sono perciò costretto a rispondere brevemente a ciò che qui è stato detto.

Parliamo, prima di tutto, del celebre sistema, della nuova teoria, della sinistra italiana. Si dice sempre "il sistema di Bordiga, la teoria di Bordiga, la metafisica di Bordiga" e si stabilisce che io qui sono completamente solo, che difendo sempre e soltanto le mie idee personali e la mia critica personale. Si vuol presentare il mio atteggiamento come di natura assolutamente individuale. Ma sebbene solo di recente si sia preso atto della sconfitta "ufficiale" della sinistra italiana, sulla quale dirò qui ancora qualche parola, devo ribadire ancora una volta che io non intratterrò i delegati con prodotti intellettuali individuali, ma rappresento di fronte ad essi il pensiero di un gruppo all’interno del movimento comunista d’Italia. Si potrà dire che è soltanto un gruppo insignificante, una piccola minoranza; ma io credo che ciò sia inesatto. Un compagno, un lavoratore della Sinistra, che vive in Russia mi diceva alcuni giorni fa delle cose molto interessanti e cioè: «noi recitiamo in certo modo un ruolo internazionale. Perché il popolo italiano è un popolo d’emigranti nel senso economico e sociale della parola, e dopo l’avvento del fascismo anche nel senso politico». E in realtà dopo la marcia su Roma, migliaia di buoni compagni sono stati dispersi in tutto il mondo e hanno dato il meglio di se stessi in diversi partiti. Lo stesso compagno fece una dichiarazione ingenua che trovo estremamente interessante: «accade a noi un po’ come agli ebrei, e se in Italia siamo stati battuti, possiamo consolarci col fatto che anche gli ebrei sono forti non in Palestina ma in altri luoghi...»

Quello che qui rappresento non sono, dunque, idee esclusivamente personali, ma sono l’espressione del pensiero di un intero gruppo.

Osserviamo il celebre sistema della Sinistra italiana. Nella discussione per il congresso del nostro partito, è risultato che in diverse questioni di fondo, nelle questioni della natura del partito, del ruolo del partito, dei rapporti tra l’attività del partito e la situazione generale, dei rapporti fra il partito e le masse, fra noi e l’Internazionale, fra noi e (si sostiene) il marxismo e il leninismo, esistono divergenze di principio. Naturalmente non possiamo entrare qui nell’esame delle grandi questioni teoriche. L’intero materiale del congresso del partito italiano è disponibile e da esso si può vedere che noi, se anche ammettiamo apertamente di divergere sistematicamente, in date questioni tattiche, dalla linea dell’Internazionale (come vi ho già esposto nel mio precedente discorso) per ciò che riguarda lo sviluppo della strategia rivoluzionaria nel passaggio dalla rivoluzione russa alla rivoluzione mondiale, difendiamo però, d’altra parte, il punto di vista che nelle questioni generali e programmatiche, nelle questioni della natura del partito e del suo ruolo storico, dei rapporti fra partito e massa, assumiamo una posizione teorica del tutto corretta dall’angolo visuale marxista.

Più ancora siamo dell’avviso che proprio coloro i quali ci criticano stanno per deviare da questa giusta posizione. Quando, per esempio, il compagno Ercoli della maggioranza ufficiale del partito italiano si fa avanti nella questione delle cellule d’azienda con l’argomento che, grazie alle cellule, si realizza il collegamento fra partito e massa e che esse rappresentano il terreno più importante d’attività del nostro partito, che esse assorbono addirittura l’intero nostro lavoro, io sono dell’opinione che ci troviamo di fronte ad una deviazione molto seria. Nella discussione italiana abbiamo cercato di caratterizzare (e mediante un’analisi completa e approfondita) molte deviazioni del gruppo al quale il comp. Ercoli appartiene. Se l’intero lavoro del partito consiste nello stabilire un legame con le masse, dopo di che tutto il resto va da sé, noi siamo approdati a un vero e proprio menscevismo. Il legame con le masse è necessario, ma una parte del problema consiste nella possibilità che le masse trovino nel nostro partito un centro intorno al quale possano raggrupparsi e che sia in grado di dirigerle nel senso degli obiettivi finali rivoluzionari. Abbiamo l’esempio di partiti che hanno bensì dietro di sé le masse, ma non essendo partiti veramente rivoluzionari hanno portato queste masse alla sconfitta.

Non si può negare che esistano situazioni in cui le masse sono spinte ad orientarsi in base ad una politica non comunista. In questo caso la teoria di Ercoli è assolutamente opportunistica. Se invece di tendere alla conquista delle masse si parte dalla conquista delle masse come principio supremo, eccoci di fronte al più puro menscevismo. Non basta stabilire se le cellule ci danno un vasto legame con le masse, cosa sulla quale ci sarebbe ancora da discutere, si tratta di sapere se questo legame è di natura rivoluzionaria. Se ogni legame organico con le masse deve essere in sé e per sé rivoluzionario, ciò dimostra soltanto la giustezza della nostra affermazione che l’organizzazione sulla base delle cellule di azienda porta all’operaismo e al laburismo.

Istituire un rapporto automatico fra la base sociale nel senso più stretto del termine e il carattere politico del partito, equivale a voler pretendere che ogni partito, il quale organizzi la classe operaia, per ciò stesso deve essere un partito rivoluzionario, nel che è appunto la natura del menscevismo. Senza approfondire questo problema, affermo perciò che non noi abbiamo abbandonato il terreno della teoria di Marx e di Lenin.

Il compagno Bucharin ha criticato il mio discorso in modo molto amichevole e cordiale. Inutile dire qui che il compagno Bucharin è un buon polemista. Ma questa volta ha fatto come fa sempre, cioè ha presentato le mie affermazioni a modo suo e nel senso della leggenda, da gran tempo diffusa, sulle teorie di Bordiga. Io non sostengo di essere bello, ma il ritratto che il compagno Bucharin ha fatto di me è orribile. Egli mi attribuisce certe formulazioni, parte in battaglia contro di esse e le riduce in briciole. Nel suo discorso egli ci dice che il regime interno dell’Internazionale deve essere cambiato; ma il suo metodo di polemizzare ci autorizza a guardare con occhio estremamente pessimista le prospettive di risanamento del nostro regime interno. Il compagno Bucharin fa qui dell’agitazione. Si fa dunque dell’agitazione non soltanto fra gli operai e nel partito, ma perfino nel Plenum dell’Esecutivo Allargato. Permettetemi di dirvi che forse è ancor più facile fare dell’agitazione in mezzo a voi che in mezzo agli operai.

Il compagno Bucharin semplifica le idee. Saper semplificare le posizioni e presentarle in poche parole è certo un gran merito, ma è anche un problema assai difficile quello di semplificarle non limitandosi ad una semplice agitazione, ma partecipando al lavoro veramente serio, al lavoro comune al quale tutti dobbiamo dare il nostro contributo a seconda delle nostra forze.

Semplificare senza demagogia agitatoria – ecco il grande problema rivoluzionario. Questi maestri della semplificazione sono molto rari. Non v’è dubbio che il compagno Bucharin possieda qualità eccezionali di cui dovrebbe servirsi per agire in questo senso entro l’Internazionale. Purtroppo credo che dopo i discorsi di diversi grandi capi della rivoluzione russa, noi non siamo più destinati ad ascoltare abbastanza di frequente delle esposizioni che assolvano a questo grande compito di semplificare senza demagogia.

Qualche parola su alcune obiezioni del compagno Bucharin. Egli ci presenta l’argomento che segue: le contraddizioni di Bordiga hanno la loro origine nell’idea che la rivoluzione non sia un problema di forma d’organizzazione; tuttavia più tardi egli ha trattato il problema della bolscevizzazione unicamente dal punto di vista dell’organizzazione, proponendo per l’intero problema un cambiamento di natura puramente organizzativa, cioè il capovolgimento della celebre piramide. Ma tutto ciò non è vero. Prima di tutto io ho parlato della bolscevizzazione da diversi punti di vista, l’ho criticata dall’angolo visuale teorico, storico e tattico. Ciò dimostra che io non considero il lavoro di bolscevizzazione solo un problema organizzativo, ma lo considero un problema politico dell’attività e della tattica dell’Internazionale. Inoltre, dovete ammettere che tutta la nostra opposizione si è portata su problemi tattici e che soprattutto per questi problemi noi proponiamo da molto tempo delle soluzioni che sono diverse da quelle accettate nei congressi mondiali. È assolutamente chiaro che per risolvere il problema non basta un semplice cambiamento organizzativo. Perciò ci attendiamo che ci si dimostri attraverso l’azione e attraverso la tattica che noi possediamo veramente un sana direzione rivoluzionaria.

Altro argomento del compagno Bucharin: Bordiga è contro il trasferimento meccanico delle esperienze russe ad altri paesi, ma avendo dimenticato il carattere specifico della situazione nei paesi dell’Europa occidentale, si è reso egli stesso colpevole di una trasposizione meccanica. Ora, la mia tesi è ben diversa. Ho detto: ogni esperienza russa è in generale utile e non dobbiamo né possiamo mai dimenticarlo, ma essa non ci basta. Dunque, io non respingo l’utilizzazione dell’esperienza russa, ma sostengo che nell’esperienza del partito russo non può essere contenuta l’intera soluzione dei problemi della tattica rivoluzionaria. Qual è il particolare carattere della strategia rivoluzionaria in Occidente che io avrei dimenticato? Il compagno Bucharin dice che nella mia esposizione non è citata la presenza di grandi partiti e sindacati socialdemocratici; ma è proprio qui la differenza sulla quale ho insistito. Per mostrare la differenza fra i rapporti con l’apparato statale nella rivoluzione russa e in Occidente, ho detto che nei paesi occidentale esiste da molto tempo un apparato statale borghese democratico molto stabile che gioca un ruolo che la storia del movimento russo non conosce. Questo ruolo può condurre alla possibilità di una mobilitazione del proletariato da parte della borghesia in senso opportunista, e ciò mediante i sindacati e i partiti socialdemocratici. La mia analisi si riferisce appunto a questo dato di fatto essenziale della situazione in Occidente. Le possibilità di mobilitazione ideologica della classe operaia in paesi che possiedono tradizioni liberali sono molto, molto maggiori di quanto non fossero in Russia, e ciò spiega il forte sviluppo delle organizzazioni socialdemocratiche in Occidente. Il compagno Bucharin non può quindi affermare che io mi contraddica, che io mi sia reso colpevole di una trasposizione meccanica.

Certo, non sono d’accordo quando egli dice che, in base alle esperienze russe, è proprio la tattica del fronte unico quella che deve essere trapiantata sulla scala più vasta in Occidente. Io credo che in questo i compagni russi commettano un errore. Certe manovre che potevano riuscire nei confronti dei partiti menscevico e social-rivoluzionario, i quali non erano così strettamente legati all’apparato statale, non possono, come non lo possono certe soluzioni tattiche, essere trasferite senza pericolo ai paesi occidentali. Se vogliamo farlo, ne saremo impediti dalla possibilità di una mobilitazione del proletariato da parte della borghesia e soffriremo gravi delusioni. Non voglio approfondire quest’analisi, tanto più che ne ho già parlato nel mio primo discorso. Constato soltanto che le contraddizioni di cui ha parlato il compagno Bucharin non esistono.

Per poter risolvere i problemi tattici, noi abbiamo bisogno di molto più che della bolscevizzazione, di molto più che della convinzione che basti consultare la storia del partito bolscevico per trovare le soluzioni di tutti i problemi. Abbiamo bisogno anche d’altre esperienze, e queste esperienze l’Internazionale deve attingerle nel movimento internazionale.

Altra obiezione: quando ho parlato della differenza fra la questione delle cellule in Russia e nell’Occidente, avrei detto, secondo il compagno Bucharin, che la questione dello Stato, cioè il problema politico centrale, che in Russia è stato posto dalla storia, in Occidente non sarebbe posto dalla storia stessa. Il compagno Bucharin sostiene quindi che io ho una prospettiva pessimista di tipo socialdemocratico. Ora, io ho sostenuto che gli operai comunisti se limitano la loro attività alla cornice della cellula di azienda corrono il pericolo di dimenticare il problema centrale della conquista del potere. Io credo che questo problema sia posto dalla storia anche in Occidente, ma il nostro ruolo di partiti comunisti consiste appunto nel dare al proletariato i mezzi per risolvere questo problema in un senso unitario. Il Partito deve evitare di compiere manovre che salvano la borghesia. Deve evitare di cadere in quel laburismo che già più volte ha aiutato la borghesia a rimanere al potere. Il problema è già stato posto, ma noi non abbiamo saputo sfruttarne gli elementi; non basta dunque che il problema sia posto dalla storia. Anche questa obiezione è dunque ingiustificata.

Vengo alla questione italiana. A proposito della critica da me svolta alla tattica di fronte agli antifascisti e alla proposta dell’anti-parlamento, il compagno Ercoli ha detto che questa critica è sbagliata perché io non tengo conto dell’analisi della situazione, mentre la centrale del partito italiano si basa fortunatamente su una analisi esatta della nuova situazione. Ora io sostengo che questa analisi era falsa. Abbiamo in mano un documento sul quale durante la preparazione del congresso si è molto discusso: il rapporto del compagno Gramsci alla centrale, redatto nel settembre 1924 (Matteotti è stato ucciso in giugno). Questo rapporto contiene una prospettiva completamente errata: vi si sostiene che il fascismo è già stato battuto dall’opposizione borghese e che la stessa monarchia liquiderebbe in pratica il fascismo sul terreno parlamentare.

Ercoli: - Abbiamo solo previsto un compromesso fra il fascismo e l’Aventino, che si è in realtà effettuato.

Relatore: - Avete previsto l’allontanamento di Mussolini. Il rapporto di forze tra fascismo e opposizione è stato valutato in modo completamente erroneo ed è quindi stata completamente erronea anche l’analisi della situazione. Si è trattato quindi di un errore nella prospettiva e di un errore di manovra del partito. Ci si è serviti della formula: la situazione è democratica. Questo preteso studio della situazione è veramente stupefacente: se la situazione è reazionaria, per il partito comunista non c’è nulla da fare; se la situazione è democratica, c’è da fare per i partiti piccoli-borghesi. In questo modo il nostro partito, il partito comunista scompare completamente dalla scena.

Altro argomento di Ercoli: la manovra era buona, perché ha ottenuto successi. Ora, prima di tutto, la critica che i compagni della Sinistra hanno mosso alla tattica dell’antiparlamento è stata riconosciuta giusta fino ad un certo punto, dagli stessi compagni del centro. Per esempio, si dice che la decisione di ritornare in parlamento avrebbe dovuto essere stata presa molto prima e non solo dopo le ferie parlamentari. Noi diciamo di più: fin dal primo momento non ci si doveva accodare all’opposizione borghese, non si doveva partecipare alle sue sedute, non si doveva lasciare insieme con essa la Camera. I compagni del centro dicono: abbiamo fatto bene perché abbiamo ottenuto dei successi, perché l’influenza del partito è cresciuta. Ma la situazione è la seguente: crollo completo dell’opposizione anti-fascista borghese e semi-borghese. In una tale situazione il partito comunista avrebbe dovuto assicurarsi una influenza decisiva, soprattutto nella classe operaia e nel contadiname, avrebbe dovuto con la sua linea tattica, mostrarsi all’altezza del ruolo di terzo fattore indipendente della lotta politica. Ma lo sviluppo degli avvenimenti non è stato sfruttato in questo modo. Il successo di cui parla Ercoli è consistito nell’aumento del numero degli iscritti. Ma le due questioni non possono essere legate l’una all’altra. Attualmente il numero dei nostri iscritti diminuisce. Ma la nostra centrale sostiene che si tratta di una perdita numerica accompagnata da un aumento d’influenza. Io parlavo del partito come fattore politico della situazione. Vorrei essere ottimista, ma tutto prova che non abbiamo ottenuto nulla e che non abbiamo sfruttato una situazione a noi molto favorevole.

Vengo all’ultima questione di cui volevo parlare, e cioè la situazione interna del partito. Ci si è accusati di essere una organizzazione frazionista e si è costruito su questa campagna l’intero edificio della preparazione del congresso. Io dichiaro che la frazione di Sinistra fin dall’inizio del congresso italiano ha fatto una dichiarazione in cui contestava la validità del congresso e chiedeva il giudizio dell’Internazionale. Non voglio qui evocare certe polemiche, ma chiedo formalmente che organi dell’Internazionale esaminino determinate questioni come per esempio le incredibili accuse mosse dal compagno Ercoli da questa tribuna contro i compagni della Sinistra. Noi non abbiamo mai sollecitato funzionari del partito a lasciare il partito stesso e ad assumere dei posti nel Comitato d’Intesa. Non l’abbiamo mai fatto perché sarebbe stato un grosso errore. Il documento sul quale si è costruita questa accusa attende ancora di essere presentato. Esiste soltanto la lettera del compagno che avrebbe ricevuta questa sollecitazione e si sostiene che esista anche la lettera con cui si invitava ad agire in quel senso. Ma questa lettera non è mai stata tirata fuori. Ora si sostiene che la lettera esiste da qualche parte, ma trattandosi d’un’accusa d’una tale gravità, noi abbiamo il diritto di esigere che ci sì basi su prove. E allora potremo dimostrare che quest’affermazione è completamente falsa. Ma lasciamo tutto ciò. Si è parlato dell’attività della Sinistra. Si è detto, per esempio, che noi siamo stati battuti nelle federazioni più forti, che il partito si sia indebolito nelle federazioni nelle quali godiamo d’influenza. È vero esattamente l’opposto. Le federazioni di cui Ercoli parla, Milano, Torino e Napoli, sono proprio quelle in cui la frazione di sinistra è più forte.

Per quanto riguarda il modo in cui si è preparato il congresso, vi è da dire che si è scoperto un sistema di consultazione del partito per effetto del quale perfino, io, Bordiga, come membro di una organizzazione di partito, ho votato per le tesi della centrale! Come è stato possibile ciò? Ne parleremo un’altra volta. Ma tanto basta a dare un’idea del valore delle cifre fornite al congresso.

Di ciò, tuttavia, noi non ci preoccupiamo molto. Voglio soltanto dire ai compagni che nella nostra polemica in sede di congresso abbiamo criticato l’ordinovismo, la posizione ideologica e politica della nostra centrale. Abbiamo, infine, in considerazione del fatto che ci si costringeva ad entrare nella centrale, fatto una precisa dichiarazione.

Vengo alla conclusione, compagni. Per ciò che riguarda il regime interno e il capovolgimento della piramide, non posso qui rispondere a ciò che ha detto il compagno Bucharin su questa posizione e sulle frazioni. Ma chiedo: si compirà in futuro un cambiamento dei nostri rapporti interni? Questa seduta plenaria dimostra che si prenderà un via nuova? Mentre qui si sostiene che il regime del terrore interno deve cessare, le dichiarazioni dei delegati francesi e italiani suscitano in noi alcuni dubbi, sebbene le tesi parlino della realizzazione di una nuova vita all’interno del partito. Aspettiamo di vedervi all’opera.

Io credo che la caccia al sedicente frazionismo continuerà a dare i risultati che ha dato finora. Lo vediamo anche nel modo in cui si cerca di risolvere la questione tedesca e diverse altre questioni.

Devo dire che questo metodo dell’umiliazione personale è un metodo deplorevole, anche quando viene impiegato nei confronti di elementi politici che meritano di essere aspramente combattuti. Non credo che esso sia un sistema rivoluzionario. Penso che la maggioranza che oggi dà prova della sua ortodossia, divertendosi alle spalle dei peccatori perseguitati, sia composta con molte probabilità di ex oppositori umiliati. Sappiamo che questi metodi sono stati applicati e forse lo saranno ancora, a compagni che non solo hanno una tradizione rivoluzionaria, ma che rimangono elementi preziosi per le nostre lotte future. Questa mania dell’auto-demolizione deve cessare se vogliamo davvero porre la nostra candidatura alla direzione della lotta rivoluzionaria del proletariato.

Lo spettacolo che ci dà questa seduta plenaria, mi apre fosche prospettive circa i cambiamenti destinati ad avvenire nell’Internazionale. Voterò quindi contro il progetto di risoluzione che è stato presentato.
 

(Protocollo tedesco pagg. 283 – 89).
 
 
 
 
 
 
 


XIV Seduta
4 marzo 1926
Discussione sul rapporto Losowski sulla questione sindacale
 

Intervento del rappresentante della Sinistra del PCd’I.
 

Compagni, vorrei oggi trattare due questioni: quella dell’unificazione sindacale internazionale e quella della tattica sindacale in Italia. Quando, al V Congresso, fu fatta una nuova proposta per la nostra strategia sindacale, e precisamente la proposta dell’unità sindacale mondiale, io mi opposi, sebbene non decisamente come adesso. Il fatto è che, a quell’epoca la questione era stata soltanto abbozzata, e le diverse delegazioni non avevano avuto il tempo di sviluppare su di essa una discussione seria. Sostenni allora che l’I.C. aveva spesso cambiato le soluzioni generali del problema dei rapporti fra movimento economico e movimento politico alla scala internazionale.

All’epoca del II Congresso, il Profintern non esisteva ancora, e ci si propose di dare a determinate organizzazioni sindacali con orientamento di sinistra, che si erano poste sul terreno dell’avvicinamento a noi, la possibilità di farsi rappresentare al Congresso dell’ I.C. mediante una delegazione. Fui allora contro l’ammissione d’organizzazioni sindacali ad un Congresso mondiale di partiti politici.

Al III Congresso dell’I.C. si venne ad un’altra soluzione del problema, e cioè si decise di fondare l’Internazionale sindacale rossa come antitesi alla Internazionale di Amsterdam, e ciò per le ragioni che ben conoscete. Al V Congresso, si è cambiato ancora parere. E in questo momento ci si propone non di rinunciare all’ISR, ma di fondere l’ISR con l’Internazionale di Amsterdam.

È chiaro, oggi, che non si tratta soltanto di una parola di agitazione per la conquista delle masse e il loro inquadramento nell’ISR; è chiaro che non si ha di mira soltanto una manovra di agitazione, ma qualcosa di più. Ci si è posti l’obiettivo di creare una Internazionale Sindacale unitaria come soluzione definitiva del problema dei rapporti fra movimento sindacale e movimento politico del proletariato mondiale.

È vero: si sostiene che sarà necessario un lungo periodo di preparazione; che si potrà giungere all’unità solo in determinate condizioni; che si devono ottenere certe garanzie prima di intraprendere il lavoro di unificazione. Ma, in realtà, quello a cui si mira è un nuovo sistema. Ci sarà un’Internazionale Comunista e ci sarà un’Internazionale Sindacale unitaria, all’interno della quale avremo una frazione (*), diretta dall’Internazionale politica, per potere un giorno prendere la direzione di questa Internazionale sindacale unitaria. In base ad argomenti che sembrano di una semplicità estrema, questa soluzione si presentava come la più logica. Dal momento che abbiamo in ogni paese una centrale sindacale unitaria, dal momento che siamo contro una scissione sindacale anche se la centrale di quel singolo paese è nelle mani dei gialli, perché questa soluzione del problema dell’unità non dovrebbe essere la migliore anche alla scala mondiale?

Io credo che non sia difficile rispondere a questa domanda. In che cosa risiede la differenza fra la nostra tattica nel campo nazionale e la nostra tattica in campo internazionale? In un fatto semplicissimo. Se lavoriamo per l’unità sindacale alla scala nazionale, e se raggiungiamo questa unità, ciò avviene perché essa ci permette di penetrare nei sindacati, di ancorarci in essi, e di guadagnare alla nostra influenza grandi masse, e questo nella prospettiva di conquistare un giorno la direzione di organismi come i sindacati, che nella lotta per il potere sono un importantissimo fattore di successo. La cosa ha, sotto tutti i punti di vista un’importanza enorme, perché così noi prenderemo piede in queste organizzazioni destinate a giocare un gran ruolo sia nella lotta per la conquista del potere, che dopo. Il nostro inserimento nei sindacati come frazioni, ci porterà necessariamente, nel periodo della lotta finale, a prendere nelle mani l’apparato centrale sindacale. Quando le masse saranno in movimento, e se la lotta prenderà un corso favorevole, noi potremo, con un congresso o con altri mezzi (non escluso un colpo di mano), conquistare l’intero apparato sindacale, e i riformisti non avranno altro mezzo di difesa, che la solidarietà dello Stato borghese.

Quando sì tratta del movimento internazionale, tuttavia, la questione si pone in modo affatto diverso, perché alla scala internazionale la lotta per la conquista del potere, e la stessa conquista del potere, assumono forme completamente diverse. Noi non possiamo certo immaginare che scenderemo in lotta per la conquista definitiva del potere nello stesso tempo in tutti i paesi. Il proletariato può conquistare il potere solo per tappe, un paese dopo l’altro. L’apparato centrale sindacale internazionale non cadrà quindi immediatamente nelle nostre mani, i socialdemocratici lo salveranno spostandolo, via via che la rivoluzione avanza, in un paese il più possibile lontano dal paese della rivoluzione proletaria vittoriosa.

Perciò bisogna ripetere continuamente agli operai che l’Internazionale sindacale di Amsterdam non è un’organizzazione proletaria di massa, ma un organo della borghesia, un organo che mantiene i più stretti rapporti con il Bureau International du Travail e con la Società delle Nazioni, un organo che non può essere conquistato dal proletariato e dal suo partito rivoluzionario. Perciò credo che la vecchia parola d’ordine "Mosca contro Amsterdam" sia stata, per la conquista delle masse, molto migliore e molto più utile.

Ma poiché questo argomento può forse sembrare molto astratto, passo ad argomenti che si riferiscono alla situazione attuale.

Quali sono i fatti più importanti del movimento sindacale? Quali sono in generale le nostre prospettive in questo campo?

Dal rapporto del compagno Losowski risulta che noi siamo convinti che lo sviluppo della crisi capitalistica crei oggi una situazione a noi molto favorevole. Perché allora, proprio in questo momento, si vuole cambiare tattica, cambiamento che corrisponde ad una prospettiva pessimistica, ad un bilancio pessimista del nostro movimento sindacale autonomo?

Un altro fatto è il movimento in Oriente. Il relatore ha sottolineato la grande importanza del movimento sindacale in Cina, che abbraccia già un milione di organizzati. Questa formazione di un movimento con un chiaro e marcato carattere classista nei paesi coloniali e fra i popoli oppressi è un fatto di un’enorme importanza, anzi è la premessa fondamentale per la nostra tattica nella questione coloniale e nazionale. Perché così possiamo essere sicuri di riuscire a guadagnare alla ISR l’enorme maggioranza del movimento sindacale nei paesi coloniali e dell’Oriente. È questo un altro argomento che dovrebbe spingerci a lasciare sussistere la centrale dell’ISR accanto alla Internazionale Comunista e rinunciare a sciogliere la prima.

Un ultimo fatto è l’influenza dell’America che diventa ogni giorno maggiore sotto ogni punto di vita, sia per quanto riguarda la residenza del capitalismo contro le forze rivoluzionarie, sia in rapporto alla penetrazione dell’influenza borghese nelle masse operaie e alla realizzazione di una collaborazione fra le classi.

Credo che questo fatto confermi quanto ho detto. Più cresce l’influenza del capitalismo americano in Europa, più crescerà anche – ha detto il compagno Losowski – l’influenza dei sindacati americani nell’Internazionale di Amsterdam. Il centro di gravità sarà sempre più spostato nella direzione dei sindacati americani e ciò conferma il mio argomento che la centrale sindacale internazionale gialla verrà spostata nel paese in cui la reazione e l’opportunismo sono più forti.

Se non abbiamo una prospettiva pessimista non dobbiamo quindi permettere l’unificazione con l’Internazionale d’Amsterdam. Al contrario l’ISR deve rimanere intatta e per suo mezzo non sono affatto escluse vaste azioni per l’allargamento della nostra influenza fra le masse. All’Internazionale di Amsterdam e a tutte le organizzazioni ad essa collegate si possono e di devono fare proposte di fronte unico. Il comitato anglo-russo deve continuare l’attività già iniziata, e precisamente nella forma di un Comitato per il fronte unico dei sindacati russi ed inglesi tendendo ad associare a questo comitato anche dei sindacati di altri paesi. Ciò è estremamente importante come mezzo di propaganda e di agitazione, e in tal modo si possono ottenere risultati molto soddisfacenti. D’altra parte è però necessario dare una chiara prospettiva allo sviluppo della lotta.

Per la nostra tattica in Inghilterra è di importanza decisiva che tutta l’attenzione nostra e del proletariato non sia assorbita soltanto dal movimento sindacale di sinistra. Non si deve mai dimenticare il partito comunista anche se oggi è ancora un piccolo partito; bisogna sottolineare che nello sviluppo della crisi sociale in Inghilterra e nella lotta esso sarà necessariamente la guida del proletariato e lo stato maggiore della rivoluzione.

Vorrei ora dire qualche parola sull’attività sindacale del nostro partito, sulla quale, al nostro III Congresso (si tratta del III congresso del PCd’I tenutosi illegalmente a Lione - n.d.r.) si è molto discusso. In quale situazione si trovi oggi il movimento sindacale italiano è generalmente noto. La reazione fascista ha distrutto il vecchio apparato dei sindacati di classe ed ora cerca di creare una rete di sindacati fascisti. Il fascismo ha fatto due tentativi di risolvere il problema. Il primo metodo da esso impiegato fu quello dell’iscrizione volontaria ai sindacati fascisti, contrapposti ai sindacati non fascisti. Ma naturalmente i sindacati fascisti erano largamente appoggiati dallo Stato, mentre i sindacati non fascisti soffrivano duramente degli arbitrii della reazione. Malgrado ciò, il fascismo dovette riconoscere che i suoi piani fallivano. Esso non riuscì ad ottenere d’influenzare le masse operaie come era riuscito ad influenzare le masse contadine, perché queste ultime avevano dovuto subire direttamente il terrore fascista. Il proletariato industriale è troppo concentrato perché lo si potesse opprimere e piegare come la popolazione contadina. Alle elezioni delle Commissioni Interne, per esempio, malgrado tutte le difficoltà e le rappresaglie, furono quasi sempre le liste di classe quelle che riportarono la vittoria. Il fascismo se ne è reso conto, e, per rimediarvi, ha modificato da cima a fondo la sua tattica sindacale.

In base ad una legge speciale, i sindacati fascisti sono diventati i soli sindacati riconosciuti dallo Stato, ogni attività degli operai è stata proibita per legge, e si è creato di fatto un monopolio fascista dei sindacati, in cui i sindacati fascisti hanno concluso un patto con le organizzazioni padronali. In base alla nuova legge, solo i sindacati fascisti hanno il diritto di trattare con gli imprenditori, cosicché per i sindacati liberi, sebbene in teoria essi siano ammessi dallo Stato, è – a parte tutte le altre difficoltà – assolutamente impossibile svolgere qualsiasi lavoro.

In questo secondo periodo, la nostra tattica sindacale doveva essere completamente diversa. La situazione precedente ci offriva la possibilità, alle elezioni delle Commissioni interne, di condurre una lotta contro i sindacati fascisti in nome dei sindacati di classe. Era questa una realizzazione permanente del fronte unico e, nella aziende in cui esistevano liste di classe e liste fasciste, la maggioranza degli operai, malgrado il regime fascista, votava per i sindacati di classe. In base alle nuove disposizioni di legge, le Commissione interne sono state sciolte, cosicché nelle fabbriche non esiste più alcuna attività legale. È vero che è riconosciuto il diritto dell’esistenza dei sindacati liberi, ma questo riconoscimento è puramente teorico; in pratica, i loro locali, le loro biblioteche, ecc., vengono posti sotto sequestro. La nostra attività dovette essere quindi spostata verso le aziende, in cui ci si offre la possibilità di mantenere il contatto con le masse operaie.

Per la nuova tattica da impiegare esistevano due proposte, in merito alle quali, durante il nostro Congresso, molto si è discusso. Il numero degli organizzati sindacali diminuiscono di giorno in giorno. La maggioranza dei lavoratori è inorganizzata, ma noi dobbiamo tendere a mettere in moto l’intera massa operaia. Ciò deve avvenire in nome dei sindacati; e il nostro punto di vista è che, in questo lavoro, non si debba rinunciare alla bandiera dei sindacati liberi, della Confederazione Generale del Lavoro. Sotto la bandiera di queste organizzazioni, che già così spesso hanno condotto alla lotta gli operai italiani, è necessario che noi lavoriamo. È vero che queste organizzazioni non svolgono oggi quasi nessuna attività; è vero che quanto di esse rimane si trova in mano ai riformisti, i quali sono sempre pronti ad un compromesso coi fascisti – compromesso che non si è finora realizzato per la sola ragione che il fascismo non gli attribuisce alcun valore. Tuttavia, noi dobbiamo sempre tenere presente che, quando il proletariato ridiscenderà in lotta, quando la classe operaia ricomincerà a respirare più liberamente, noi dovremo condurre la battaglia sotto la bandiera dei sindacati liberi, quali che siano le cause e le condizioni della stessa battaglia. Se lasciamo ai riformisti questa bandiera, sarà loro possibile, non appena la pressione si indebolisca, risollevarsi e riprendere terreno tra le masse operaie; essi riapriranno le sedi legali delle loro organizzazioni e ci isoleranno dalle masse.

È questa la tesi della sinistra del nostro partito circa il lavoro che si deve oggi compiere sul terreno sindacale. Abbiamo proposto di fondare in ogni azienda delle sezioni sindacali. I sindacati non devono morire, essi devono opporre resistenza alla situazione difficile in cui sono stati messi, perché, prima o poi, potranno di nuovo giocare il ruolo loro proprio. Bisogna, perciò, a nostro avviso, creare in ogni azienda dei comitati segreti con il compito di organizzare gli operai; queste sezioni di azienda devono essere collegate direttamente ai sindacati anche se questi sono diretti da riformisti. Se avremo poi la possibilità di respirare di nuovo liberamente, sarà già a nostra disposizione lo scheletro di un’organizzazione di massa sul quale eserciteremo un influsso maggiore che i socialdemocratici. I Comitati all’interno delle aziende dovrebbero lavorare anche con le masse non organizzate; dovrebbero, in ogni conflitto di lavoro fra operai e padroni, creare Comitati provvisori di agitazione abbraccianti l’intera maestranza dell’azienda. Ecco la nostra proposta!

Ma la nostra Centrale ha trovato un’altra soluzione. È molto difficile definire con chiarezza questa soluzione, perché nel nostro dibattito precongressuale la tesi della Centrale non ha trovato chiara espressione. Essa è stata modificata in seguito alla resistenza di fronte alla quale si trovò in sede di Congresso, e nel rapporto del compagno Ercoli e nelle Tesi ha trovato una formulazione molto ambigua. Comunque, l’intera linea teorica della nostra Centrale mostra che essa ha su questi problemi una concezione che, a nostro avviso, non è né marxista né leninista. A suo parere – anche se non lo dice chiaramente – si dovrebbe creare una nuova organizzazione, una nuova rete di organi aziendali che dovrebbero sostituire i vecchi sindacati distrutti dal fascismo e perfino i sindacati oggi ancora esistenti.

Il punto di vista della nostra Centrale si è scontrato in una vivace opposizione nel Congresso, e noi crediamo che i rappresentanti dell’Internazionale al Congresso condividano piuttosto la nostra posizione. Infatti, la tattica sindacale della nostra Centrale evoca il pericolo di una scissione. In che cosa questa tattica consiste? Nella creazione di Comitati di agitazione per l’unità sindacale come organi permanenti con una rete propria. In un primo tempo si era parlato solo di Comitati di agitazione; poi, in considerazione delle forti critiche mosse a questa parola d’ordine, si è aggiunto: per l’unità sindacale. Se si mira a creare una rete d’organi permanenti, che abbracci gli operai organizzati sindacalmente e non organizzati, un’organizzazione con comitati locali e provinciali, congressi ecc. si dà ai riformisti un buon pretesto per escludere i comunisti dalla Confederazione Generale del Lavoro. Ci minaccia quindi il pericolo di essere fuori da importanti organizzazioni nel momento in cui una situazione più favorevole si profila, e di avere invece di esse un’organizzazione propria, una nuova organizzazione fondata dal nostro partito e abbracciante solo una minoranza di lavoratori. Non si tratta qui soltanto di due parole d’ordine divergenti l’una dall’altra, ma di una questione vitale per il lavoro del Partito Comunista d’Italia, ed è su ciò che noi vogliamo attirare l’attenzione dell’Internazionale Comunista.
 



(*) In una corrispondenza di partito del 22 agosto 1965 il relatore precisa: «Chiariamo che abbiamo detto anche nel lavoro che le cosiddette “frazioni” comuniste, nei sindacati e nelle fabbriche, non sono che i nostri gruppi di sempre, ritradotto dalla abusata parola francese fraction, che usano anche i gruppi parlamentari».
 
 
 
 
 
 


XVI Seduta
8 marzo 1926
Dopo le conclusioni di Zinoviev
 

Prende la parola il rappresentante della Sinistra del PCD’I per una breve dichiarazione.
 

Per ragioni che ho illustrate nei miei due discorsi durante la discussione generale, io voto contro la risoluzione proposta.

Essa contiene l’accenno ad una necessaria modificazione del regime interno dell’Internazionale; ma poiché i lavori dello stesso Plenum non costituiscono né l’espressione d’un nuovo metodo né l’apertura di nuove vie nella vita del Comintern, sono costretto anche in questo caso a mantenere il mio punto di vista d’opposizione. Esprimo, tuttavia, nello stesso tempo l’augurio che i fatti possano fornire la dimostrazione d’un serio miglioramento.

Non presento qui né delle tesi né una risoluzione, ma mi riferisco sia alle tesi presentate al V Congresso sia a quelle che la Sinistra del partito comunista d’Italia sottopose all’ultimo congresso del partito.

Prego l’Esecutivo di rendere noto al VI Congresso la parte generale di queste tesi.
 

(Protocollo tedesco, pag. 517).
 
 
 
 
 
 
 


XIX Seduta
14 marzo 1926
Dopo il rapporto di Bucharin a nome della commissione tedesca,
in cui si parla anche delle critiche della Sinistra Italiana ai metodi dell’Internazionale.
 

Il rappresentante della Sinistra italiana fa un’altra dichiarazione.
 

Poiché il compagno Bucharin è stato così cortese da esporre ancora una volta in questa sede le critiche da me mosse nella commissione, sono costretto a precisare ulteriormente i due punti che già in sede di commissione avevo sviluppato. Ho protestato contro il metodo di lotta al quale nella risoluzione si è fatto ricorso e che consiste nell’estrarre singole citazioni di compagni dal loro contesto logico per dimostrare con esse le loro deviazioni. Ritengo che questo metodo di lotta non sia favorevole ad una chiarificazione ideologica in seno alle masse.

Inoltre, in sede di commissione mi sono scagliato contro l’impiego esagerato del terrore ideologico, cioè contro il fatto che in ogni circostanza ci si presenta ai semplici iscritti al partito e, prima di averli resi edotti di determinate questioni politiche, si dice loro che se si dichiarano contro il contenuto politico delle questioni così come è presentato dal Comitato Centrale o dall’Esecutivo, allora essi sono nemici dell’Esecutivo, avversari del comunismo, ecc. Non basta dichiarare che si fa una distinzione fra i dirigenti di sinistra e gli operai di sinistra: bisogna farla finita con questo metodo di terrore ideologico e deciderci a chiarire veramente di fronte agli operai il contenuto politico delle questioni. Non ho preteso che s’intraprenda uno studio esauriente delle opere dei compagni di sinistra, ma vorrei mettere in guardia l’Esecutivo e i compagni presenti dal trascurare il legame con le masse. È vero che proprio a me si rimprovera d’aver spesso trascurato o sottovalutato il legame con le masse, ma desidero ancora una volta richiamare i compagni alla necessità di non perdere questo collegamento.
 

(Protocollo tedesco, pag. 577)
 
 
 
 
 
 
 


XX Seduta
15 marzo 1926
In sede di discussione sul rapporto della commissione tedesca, e dopo un discorso di Ercoli.
 

Il rappresentante della Sinistra italiana fa una seconda dichiarazione.
 

La discussione sul rapporto della commissione tedesca è arrivata ad un punto in cui mi vedo costretto a fare una seconda dichiarazione, e una dichiarazione molto chiara, tanto più in quanto il compagno Ercoli ha detto che il tono di Bordiga nelle sue dichiarazioni è divenuto via via un po’ più aggressivo.

Dichiaro prima di tutto che a mio parere un pericolo di destra esiste effettivamente. Il compagno Ercoli dichiara che nel corso delle discussioni politiche è stata eseguita un’analisi esatta e si è potuto stabilire che il pericolo di destra risiede in Francia. Io mi chiedo se si possa considerare una seria applicazione del metodo marxista un’analisi che ritiene di poterci dare perfino l’indirizzo del pericolo di destra; esso avrebbe eletto domicilio al Quai de Jemmapes 96 o in Rue Montmartre 123, cioè nelle sedi della Révolution Prolétarienne o del Bulletin Communiste. Forse si aggiungerà che il pericolo di destra riceve dalle sei alle otto di sera. L’analisi dovrebbe essere impostata in tutt’altro modo. Il pericolo di destra è presente, esso esiste non soltanto nelle risoluzioni scritte sulla carta, ma prima di tutto nei fatti e nell’atteggiamento politico del Comintern, come ho spiegato nel mio discorso sulla questione politica.

Questo pericolo è contenuto anche nelle risoluzioni qui formulate, sia sulla questione politica generale, sia sulle questioni trattate in riferimento ai singoli partiti, sulla questione del partito tedesco e su quella del partito francese. Questo pericolo si esprime anche nel fatto che qui, davanti al foro dell’Esecutivo Allargato, non è stato posto in discussione il problema russo. Nel mio discorso ho già accennato al fatto che le sezioni del Comintern così come oggi sono, non hanno la possibilità di occuparsi della questione russa e ho trovato in ciò una conferma della mia critica. È assolutamente necessario che l’Internazionale si occupi del problema centrale dei rapporti tra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello Stato proletario e del partito comunista in Russia; è necessario che l’Internazionale acquisti la capacità di discutere questi problemi.

È desiderabile che contro il pericolo di destra si faccia valere una resistenza di sinistra, non dico una frazione, ma una resistenza delle sinistre su scala internazionale; ma devo dire con tutta franchezza che questa resistenza sana, utile e necessaria non può né deve esprimersi nella forma di una manovra o di un intrigo. Sono d’accordo col compagno Ercoli quando dichiara assurdo che i compagni i quali nella discussione politica hanno pienamente approvato il rapporto e le tesi facciano adesso, all’ultima ora, dell’opposizione – non contro la deviazione internazionale di destra, ma contro la risoluzione sulla questione tedesca. Questi compagni che non sanno fare alcun’obiezione alla linea politica generale, passano molte volte all’opposizione solo perché, come gruppi, come capi o come ex capi non sono soddisfatti delle risoluzioni riguardanti il loro partito e il loro paese. Per questa ragione, io non posso dichiararmi solidale con essi, con questa sedicente opposizione di ultra sinistra. Non lo dico certo per guadagnarmi la simpatia della maggioranza, alla quale io attribuisco proprio la responsabilità d’un tale sistema, tanto più in quanto gli oppositori di oggi sono stati precedentemente sostenuti da questa stessa maggioranza che li considerava come i migliori capi.

Concludo: per quanto riguarda in ispecie la questione tedesca, sono d’avviso che si debba dire ai buoni operai rivoluzionari tedeschi della sinistra, che essi devono stare in guardia contro due false linee: da un lato il disfattismo e la sfiducia nell’Internazionale e nella rivoluzione russa che si nascondono sotto dichiarazioni accettate all’unanimità e dall’altro l’ottimismo cieco che vuole evitare ogni discussione ed ogni contrasto, che non desidera una reale utilizzazione delle esperienze e una collaborazione dell’avanguardia comunista del proletariato, ma rende omaggio a religiosi e dogmatici punti di vista. Ho spiegato perché questo ultimo atteggiamento sia altrettanto pericoloso quanto il primo per i rapporti tra il proletariato mondiale e la rivoluzione russa. Il partito russo e la Russia sovietica hanno la maggiore esperienza rivoluzionaria, essi solo hanno ottenuto lottando la vittoria rivoluzionaria, ma anche gli operai rivoluzionari della Germania hanno le loro proprie esperienze. Anch’essi debbono appoggiarsi sugli insegnamenti che le loro lotte e le loro sconfitte hanno loro dato. Bisogna permettere alla loro tradizione e al loro istinto di classe di essere consultati in rapporto ai pericoli di destra dai quali essi sono stati duramente colpiti proprio nel corso delle ultime battaglie. Questa avanguardia operaia deve prendere chiaramente posizione sia sulla tattica del partito, così come oggi si esprime attraverso le sue più che dubbie manovre contro la socialdemocrazia e nella celebre campagna per il plebiscito, sia sulla linea generale del Comintern e sui problemi della politica del partito russo che stanno al centro della politica della rivoluzione mondiale. Poiché la rivoluzione russa è la prima grande tappa della rivoluzione mondiale, essa è anche la nostra rivoluzione, i suoi problemi sono i nostri problemi e ogni membro dell’Internazionale rivoluzionaria ha non solo il diritto, ma anche il dovere di collaborare alla loro soluzione.
 

(dal Protocollo tedesco, pag. 609-611).
 
 
 
 
 

Nella stessa seduta, dopo il voto sulla risoluzione circa la questione tedesca, unanime con i soli voti contrari di Hansen e Bordiga, il quale ultimo voterà anche contro la risoluzione sulla questione americana, il presidente Geschke legge la seguente mozione del rappresentante della Sinistra italiana.

Voglio formulare per iscritto la mia posizione circa la discussione sui problemi russi. Ho il diritto di costatare che il Plenum non ha discusso le questioni russe, che esso non ha né la possibilità né la preparazione per farlo e che questo fatto mi conferisce il diritto di trarne la conclusione che ci troviamo di fronte ad uno dei risultati della politica generale sbagliata dell’Internazionale e delle deviazioni di destra di questa politica. La stessa constatazione ho fatto nel mio primo discorso in sede di discussione generale. Concretamente propongo che il Congresso mondiale sia convocato nella prossima estate, avendo all’ordine del giorno appunto la questione dei rapporti fra la lotta rivoluzionaria del proletariato mondiale e la politica dello Stato russo e del partito comunista dell’Unione Sovietica, fermo restando che la discussione su questi problemi deve essere preparata in modo adeguato in tutte le sezioni dell’Internazionale.

(Per voto unanime la mozione viene trasmessa al Presidium dell’Internazionale).
 

(Dal Protocollo tedesco pag. 651).