Partito Comunista Internazionale

 

Nota introduttiva alla ristampa delle Tesi nel 1976


La ragione per cui la nostra piccola rete organizzativa si definisce partito non sta certamente nel numero degli effettivi, neppure nella sua ampiezza territoriale. Sia quelli che questa sono materialmente irrilevanti. La ragione di tale definizione è la stessa che fece scrivere a Marx, durante il periodo buio tra la sanguinosa sconfitta del 1848 e la fondazione della Prima Internazionale, in una lettera al fedelissimo Federico Engels: "Io, tu, Lupus e pochi altri siamo il partito", con grande scandalo di coloro che si atteggiavano a "uomini politici" del movimento operaio inglese.

La vera ragione di tali affermazioni categoriche riposa sul programma di classe su cui poggia una organizzazione di combattimento, da cui la definizione di partito data dalla Sinistra: "Una scuola di pensiero e un metodo d’azione".

Le tesi di partito sono la cristallizzazione dell’esperienza storica del proletariato rivoluzionario mondiale, la cui trasmissione di generazione in generazione è affidata ad un corpo organizzato di militanti. Le tesi descrivono le vittorie e le sconfitte della classe operaia, le vicende storiche in cui sono maturate, codificano le posizioni corrette della classe operaia nella lotta per la sua emancipazione. Questo lavoro è al tempo stesso storiografico, per quanto sia indispensabile la rassegna delle forze in campo, di analisi critica per trarne gli insegnamenti atti alla vittoria, di battaglia per infondere nei reparti della classe le direttive dell’azione.

Un partito che rappresentasse soltanto il movimento contingente del proletariato, non avrebbe bisogno di tesi, né tanto meno di dottrina, e si definirebbe partito solo a metà, cioè quanto ad organizzazione, sarebbe effimero, morirebbe con la generazione che l’avesse visto nascere. Non è quindi "boria di partito" la nostra, ma giusto apprezzamento delle basi programmatiche e dottrinarie su cui poggia l’azione anche di un solo pugno di uomini, e, in certi momenti negativi della storia, di nessuno, verso una organizzazione di una classe sociale "estesa e potente" lanciata verso la vittoria.

L’azione dei proletari, è vero, ha preceduto la costituzione in classe dei proletari, cioè in partito separato dalle altre classi e dagli altri partiti. E’ il rovesciamento della prassi: una classe storica che aspiri a dominare il mondo non può agire come classe senza un organo speciale, l’organo-partito.

Anche la classe borghese ha dovuto fare lo stesso percorso, ma la sua natura di classe oppressiva e sfruttatrice di altre classi, al tempo stesso che classe subalterna alle classi feudali prima della conquista del potere, ha impresso alla sua azione contraddizioni crescenti ed insanabili ed il suo pensiero, dapprima lineare e tagliente, è divenuto contorto e conformista. La borghesia da classe rivoluzionaria si è trasformata in classe reazionaria. Il suo partito, dilaniato da queste contraddizioni, ha perduto continuità e legame con la storia e al pari della classe sopravvive a se stesso, non riconosce più le sue origini, non intravede un avvenire, vive alla giornata.

La stessa fine farebbe la classe operaia e il suo organo-partito se smarrissero il filo che conduce dalle prime sporadiche lotte di sparuti gruppi di operai contro le classi superiori alla generale lotta organizzata contro lo Stato, alla vittoria, al comunismo pieno. Questo filo sono le tesi che si snodano lungo l’arco di oltre un secolo. L’azione della classe periodicamente si spezza. E’ il segnale della crisi momentanea per sconfitta ad opera della classe nemica o ad opera dell’assorbimento delle posizioni nemiche per errori, debolezze, tradimenti. Ma le tesi, le lezioni, restano, retaggio per le azioni future delle generazioni avvenire.

Le posizioni del partito, per queste necessità di vittoria della classe, devono essere legate le une alle altre, per cui se ne esistesse una che contraddicesse a questo "sistema" salterebbe l’indirizzo generale della classe, s’invertirebbe la direzione di marcia della classe stessa. E’ da questa materiale constatazione che si imposta uno dei teoremi di partito, quello della intangibilità delle tesi.

* * *

Stabiliti questi cardini, il corpo di tesi, che per pura collocazione temporale chiamiamo del secondo dopoguerra, non poteva che essere la dialettica prosecuzione delle tesi dei precedenti periodi storici, per cui queste tesi si svolgono sulla linea della continuità programmatica tracciata dal partito dalle sue origini storiche, che collochiamo nel 1848, ad oggi.

Non possono essere scelte a piacere, non sono preferibili le une alle altre, non è data corregerne alcuna, adattarla, perché si spezzerebbe l’indirizzo del partito e con esso l’azione e il partito stesso come organizzazione. Si dovrebbe, come spesso è avvenuto, ricominciare da capo, riannodando il filo dove è stato rotto. Non è un caso che l’estrema debolezza dell’azione di classe coincida con lo smarrimento del filo conduttore e che fioriscano allora i "rinnovatori" i "correttori" gli "arricchitori". E’ un dato di fatto che caratterizza lo stato di depressione e di sconfitta della classe. Per converso, il risorgente partito di classe deve per prima cosa riallacciare il filo al punto interrotto e ritessere la trama rivoluzionaria, anzi il segnale del ricostituirsi del partito è esattamente questo sforzo di ripristino della dottrina e del programma, della riaffermazione dei principi invarianti del marxismo rivoluzionario. Le tesi sono, quindi, il prodotto organico della vita e della lotta del partito e non una esercitazione letteraria dei suoi membri più o meno preparati. Sotto questo aspetto, il buon partito è quello che enuclea tesi coerenti con la sua tradizione.

"Il problema della coscienza teorica -- si legge nella prefazione al "Dialogato con Stalin", testo di partito del 1952 -- non si poggia su genii, né su consultate maggioranze di grandi e piccole basi, ma è un dato che scavalca nella sua invariante unità generazioni e continenti". La Sinistra non possiede dottrina, programma e principi speciali. Questi sono gli stessi che per sintesi chiamiamo di Marx e Lenin. Se le posizioni della Sinistra li contraddicessero non è che verrebbe meno la loro validità, ma si svaluterebbe la Sinistra stessa.

Lo sforzo tenace del piccolo partito odierno non può essere che quello dell’assoluta fedeltà alla Sinistra. Essere fedeli significa non certo ripetere sette volte al giorno i versetti delle tesi di partito, ma lavorare e lottare alla loro difesa, alla loro diffusione nella classe, alla loro traduzione in termini di battaglia pratica, in indirizzo di lotta.

Le tesi, sia che affrontino le più generali questioni programmatiche, come le "Tesi Caratteristiche" del dicembre 1951, sia che trattino materie specifiche, come le "Considerazioni" del 1965, prendono sempre le mosse dalle origini dottrinarie e tradizionali, ricercando l’allineamento delle posizioni attuali a quelle passate, in una linea ininterrotta di continuità, nella quale si ravvisa la classe, ovvero una formazione di uomini schierati in linea di battaglia. Il partito, ogni volta che sta per intraprendere una determinata azione si deve domandare se questa è in contraddizione con le azioni precedenti e con quelle che dovrà intraprendere. In tal modo il partito compie al tempo stesso un lavoro di ricerca e di approfondimento, di precisazione e di scolpimento, disciplinando la sua azione e la sua organizzazione. E’ un punto, questo, che è stato sempre duro da digerire, quello della disciplina e della organizzazione, in generale, quello della vita interna del partito, in particolare. Si è falsamente creduto, da parte delle dirigenze, di ottenere ubbidienza agli ordini centrali, quali che fossero, facendo assegnamento su una concezione astratta e caporalesca della disciplina e proclamando di ferro l’organizzazione che rispondeva "signorsì" sempre. Si è fatto intendere troppo spesso che gli ordini fossero buoni soltanto perché emanati dalla centrale. E quando le sconfitte e le delusioni piombavano puntualmente a smentire così stupidi pregiudizi, si ricorreva alla pratica ancor più stupida della sostituzione dei capi, del defenestramento della direzione del partito. Ci si è affidati, cioè, alla maniera più facile, a quella tipica con cui lo Stato borghese esige sottomissione assoluta dei suoi cittadini, considerandosi al di sopra della società, cioè in modo giudiziario e penale.

La disciplina come le adesioni devono essere volontarie e spontanee. Un partito che non ottenga questo risultato, o non si fondi su questa premessa, è facile preda della impotenza e in qualche meandro del partito si deve avere la forza e il coraggio di ricercare le cause della disubbidienza e della indisciplina negli sgarri alla dottrina, al programma, alla tattica.

Non è puro caso che la storia del partito sia scandita da tesi. Le tesi, a differenza dei testi, affermano, enunciano, non spiegano, non discutono. Le tesi del partito sono l’antitesi del nemico di classe. Non pretendiamo di discutere le posizioni della borghesia. Vogliamo abbatterla. Per converso, le posizioni del partito si affermano e si praticano.

Ad altri è parso dogmatismo questa intransigenza, perché han considerato le tesi come il vestito della domenica, da esibire nelle cerimonie ufficiali dei congressi, delle riunioni, come moderni farisei. Si, le tesi sono anche l’abito, il costume, sono la "morale" che l’organizzazione del partito deve praticare ogni giorno dentro e fuori le mura domestiche. Engels chiamò il suo progetto di "manifesto del partito comunista" "catechismo". Noi non esitiamo a considerare il corpo complessivo delle tesi del partito Bibbia del proletariato moderno, certi e fieri di scandalizzare il filisteo piccolo borghese e il più filisteo di tutti, l’ex compagno in fregola di "libero arbitrio", in cui si cela l’ambizione di affidare alla storia il suo inutile nome.

A mano a mano che l’inesorabile epilogo tragico del mondo decadente del capitalismo si avvicina, prendono maggior vigore le intransigenze della lotta rivoluzionaria di classe, che le posizioni del partito traducono in regole di lotta. Per altri ancora è parso opportuno sospenderne momentaneamente l’applicazione, portando a pretesto ragioni di "situazioni" particolari o d’eccezione, giurando e spergiurando che, tuttavia, non le avrebbero mai fatte cadere nell’oblio. E’ venuto a mancare così il flusso vitale e il possente cuore del partito con stentato battito ha finito per spegnersi. Fuor di metafora: essendo le tesi le tavole dell’azione e della vita del partito, una volta messe in soffitta, si è spinto il partito allo sbandamento, si è aperto alla disorganizzazione e al tradimento. Gli "sgarri" alla "morale" del partito si sono succeduti con crescente frequenza. L’organizzazione si è frantumata in conventicole diverse, apparentemente unita dal coraggio dell’insipienza e dalla paura di infrangere la disciplina ormai formale e bigotta.

Un "partito di tesi" si è trasformato in un "partito di opinione" incapace di intendere, di volere, di agire. Allo studio oggettivo dei fatti si è sostituita la "libera interpretazione". Il partito si è trasformato in un cenacolo di intellettuali o presunti tali in ideologica concorrenza con le bande dell’intelligenza ufficiale.

* * *

L’incapacità di previsione dilania tutti i partiti. Nel campo economico non c’è "piano" che regga il confronto con i "misteri" della realtà. In questi tempi di crisi, ciò è visibile ad occhio nudo. Per prevedere occorre scienza. Il capitalismo non è più capace di scienza. Il partito sì. Ma non esiste una scienza per la scienza, perché essa nasce dal bisogno e, nella società divisa in classi, dai bisogni di classe. La scienza del proletariato si fonda sul bisogno primario del proletariato, sul bisogno del comunismo. Tendere a soddisfare questo bisogno significa darsi un programma, un piano di classe. Le tesi sintetizzano il programma e il piano, la tattica. Sono i binari tracciati su cui incede la rivoluzione sociale del proletariato verso il suo naturale sbocco: la vittoria del comunismo. Lo sforzo principale del partito è che non si alteri questo tracciato per non far deragliare il cammino della rivoluzione, e di ribadire il fissaggio dei binari. Di contro, un mondo nemico circostante cozza con ogni mezzo contro il partito per deviarne la rotta, per interrompere la sua corsa. Guai se ci afferrasse la suggestione di un più facile, breve, meno faticoso percorso!

C’è chi ha voluto ravvisare nelle tesi 1965-66, assieme ad una sorta di nebuloso utopismo e ad una contraddizione con il passato, con Lenin soprattutto, una assenza di codificate disposizioni.

Trattandosi di "tesi sulla struttura" del partito, si attendeva una sorta di codice organizzativo per consentire alla gerarchia di trancher, decidere, sentenziare e quindi giudicare nelle file del partito, appellandosi alla norma tale del tale paragrafo delle tesi? Si pretendeva di superare lo scimmiottamento della borghesia, sostituendo il rituale democratico maggioritario con il ricorso all’arbitrio che si manifesta sempre come sintesi del più pregnante formalismo, che le tesi ravvisano ora come "terrorismo ideologico", ora come "frazionismo dall’alto", ora come "assenza di fraterna considerazione" tra compagni, ora come "esercitazioni burocratiche", ecc. Non ci si accorgeva che questi sono aspetti inseparabili della "mistificazione democratica" e che il partito come rigetta l’aspetto più evidente della democrazia, il consenso o il dissenso di maggioranza e minoranza, rigetta altresì tutti gli altri ingranaggi palesi ed occulti, e per sempre, tipici della organizzazione delle classi possidenti.

Cosicché, da un lato si pretendeva di esercitare autorità su tutto il partito in quanto e solo in quanto centrale dirigente, e dall’altro si credeva di rafforzare il partito mutandone la direzione, esasperando il partito con la lotta politica, variamente espressa nelle tipiche forme borghesi di espulsione, scioglimenti o ricomposizioni di sezioni, divisione della organizzazione in virtuosi o reprobi, di polemiche e critiche personali, trasformando così il partito in piccole corti di disciplina ossequianti alla centrale in carica.

L’aver fatto gettito di tutto questo ciarpame, ritenuto a torto patrimonio del partito, non è innovazione, ma riaffermazione vigorosa e luminosa della tradizione del marxismo rivoluzionario, il cui "autoritarismo" è stato sempre mistificato come stupido ed insulso dominio sul partito di un uomo superiore o di un gruppo di uomini eletti, secondo la versione staliniana ed anche socialdemocratica ed anarchica.

L’autorità è del partito, non sul partito e gli uomini ne sono gli strumenti utili a misura che tutti, dall’alto in basso, vi si subordinano. L’autorità del partito emana dalle sue tavole programmatiche, dalla sua dottrina, dalla sua tattica corretta. L’abbiamo chiamato, noi della Sinistra, dittatura del programma, cui nessun militante può sfuggire sinché è militante del partito politico di classe. Ben venga un capo, forte di cuore, d’intelletto e di giovinezza, purché metta al servizio della causa questi suoi attributi personali, agli ordini perentori ed indiscutibili, soprattutto per lui, del programma rivoluzionario.

Nei testi che sostengono le tesi, si dimostra che tutto ciò è in Marx e Lenin chiaramente anticipato e delineato.

* * *

La battaglia cui la Sinistra fu costretta nell’Internazionale Comunista, assunse dapprima forma di discussione in seno ai congressi, alle riunioni, di testi pubblicati nei giornali e riviste di partito dipoi, e quando gli errori e le deviazioni incisero in maniera più profonda e pericolosa si dovette ricorrere anche alla forma di tesi in contrapposizione a tesi dettate dalla Centrale internazionale e nazionale.

Si dovette tracciare, cioè, una linea ferma di demarcazione per rendere riconoscibili le corrette posizioni del partito da quelle erronee e contraddittorie, a protezione del partito stesso.

Non bastò più la discussione, che si fece sempre più penosa e impossibile, in un clima arroventato di pressioni organizzative, disciplinari e ideologiche, in cui si ricorreva anche alla calunnia e alle minacce fisiche, alla corruzione e al ricatto.

La Sinistra restò sola in questa opera di difesa e restaurazione della dottrina, principi e programma. Ormai appariva chiaro che si trattava di scontro sul "fine", non più di discussione sui "mezzi". E’ sempre così quando il partito si affida all’esercitazione di un "vuoto autoritarismo" ed abbandona lo "studio obbiettivo dei problemi" per sostituirlo con la supremazia politica.

Si trattava di chiamare le forze superstiti del partito e far quadrato attorno alle posizioni di sempre. La Sinistra rappresentava la cittadella assediata dalle orde corrotte al servizio della controrivoluzione. Le tesi hanno anche questo significato storico e di battaglia.

Non sono scaturite dall’incontro salottiero di brillanti cervelli, ma dalla passione rivoluzionaria, dall’odio contro il nemico e i traditori. Condizioni sempre presenti, in maniera più o meno acuta, anche oggi che ogni gruppo pretende di aver scoperto una nuova verità e di possedere l’infallibile privata ricetta.

Lo dicemmo allora e lo ripetiamo oggi, che le garanzie del preservare il partito dalle sconfitte e dalla ricaduta nell’opportunismo, ancorché non biasimevole intenzione di tenerne lontano il partito, non riposano in forme e formalismi, in tecniche organizzative o in sceltissimi quadri di "migliori". Se garanzia v’è, questa è da ricercarsi nel completo ed assoluto rispetto di tutte le posizioni del partito e nella loro pratica conseguente.

Troppo si è abusato dell’autorità centrale, esercitata in nome del "centralismo", prevaricando sul partito e autodispensandosi dal rendere noto a tutta l’organizzazione il legame di continuità delle regole di vita e d’azione.

Il "centralismo senza aggettivi" è una funzione irrinunciabile del partito di classe, ma la funzione del centro svincolata dal complesso delle funzioni tutto soffoca e alla lunga uccide il partito.

Non ci opponemmo alla dittatura di Stalin in quanto personificazione della dittatura proletaria, ma in quanto feroce totalitarismo della controrivoluzione sul partito, sulla classe, sullo Stato del proletariato. Gli eroici esempi dei massimi dirigenti dell’Ottobre che preferirono auto-accusarsi del più infamante reato di lesa rivoluzione piuttosto che di porsi contro il partito, condannano in maniera irrevocabile quanti, in nome della Rivoluzione, del partito, del marxismo, costringono militanti fedeli a sottostare a vessazioni, umiliazioni e vergogne simili.

Le tesi del secondo dopoguerra hanno un significato speciale, perché, a differenza di quelle dei primi congressi dell’Internazionale Comunista, che si ponevano a base del costituendo partito unico mondiale, tirano le lezioni della più terribile ondata controrivoluzionaria della storia del proletariato moderno, quella conseguente alla sconfitta della rivoluzione d’Ottobre e alla distruzione dell’I.C.

Il piccolo partito odierno si è trovato dinanzi ad una montagna di macerie del movimento operaio. Distrutto lo Stato proletario, il sindacato di classe, i soviet e financo il partito. Anno zero della classe operaia. L’entità della tragedia storica è misurabile anche dall’enorme divario tra le velocità con cui la borghesia mondiale ha ricostruito il suo apparato produttivo e potenziato la sua macchina repressiva in senso antiproletario e antirivoluzionario, e la estrema disarmante lentezza con cui la classe operaia mondiale tenta di sottrarsi al dominio capitalistico e a ricongiungersi con il suo partito rivoluzionario.

In questi ultimi 50 anni, dal 1926 ad oggi, il proletariato ha smarrito ogni suo connotato classista confondendosi nelle pieghe della vile società presente. Raramente qualche sussulto. In questa tremenda fase negativa, azione rivoluzionaria significa restaurazione e difesa dell’intransigenza dottrinaria, programmatica e tattica del comunismo rivoluzionario per la ricostruzione del partito unico mondiale. E’ la rivoluzione che lo esige.

Quali le brecce da cui è passato l’opportunismo? Da prima si sono aperti varchi nel campo della tattica, con la pratica esiziale dei blocchi, dei fronti, delle intese con partiti e gruppi politici, da cui si è scatenato un processo a catena che ha invaso il campo della organizzazione e della vita interna del partito, piegandolo alle conseguenze di una tattica suicida. Dipoi il tradimento vero e proprio è dilagato in tutto il partito internazionale, sventrando l’organizzazione con la tecnica tipicamente borghese dell’homo homini lupus. Le forze del nemico hanno potuto giganteggiare non solo in forza di una condizione oggettiva favorevole, favorita dagli errori tattici, ma il loro dominio ancor oggi esistente si è reso possibile per il crollo interno del partito.

Alla caduta eroica della gloriosa Comune di Parigi del 1871 non seguì la distruzione della I Internazionale per passaggio al nemico. La battuta d’arresto delle lotte operaie fu dovuta alla tremenda emorragia causata dalla repressione controrivoluzionaria della democratica repubblica francese. Ancor prima che la II Internazionale passasse nel campo nemico, al suo interno si erano potute costruire ali rivoluzionarie ortodosse che subito dopo la I guerra mondiale costituirono il nucleo della III Internazionale, e cioè i bolscevichi russi, gli spartachisti tedeschi e la Sinistra italiana.

Col crollo dell’Ottobre e della III Internazionale tutti i partiti sono passati in mano al nemico, in blocco. Sono stati piegati dal terrorismo, dalla delazione, dagli omicidi più per mano delle nuove guardie bianche annidate ai vertici dell’organizzazione che per mano diretta delle bande borghesi. Per piegare questa rete internazionale, forte per numero, per estensione e per esperienza di lotta, non è stato sufficiente pilotarla con tattica sciagurata, ma si è dovuto incatenarla, metterle la museruola, screditarne e poi fucilarne i membri che eroicamente denunciavano errori e tradimenti.

Il veleno opportunista antesignano del tradimento, è passato per questa via, che le tesi stigmatizzano e additano come vie pericolose, da evitare, da rifuggire, quale che sia il proponente.

Ogni qualvolta i militanti comunisti si trovano dinanzi a queste manifestazioni, devono riconoscervi i segni della penetrazione opportunista nell’organizzazione. Il partito che rinasce deve non solo ben orientarsi in dottrina e tattica, secondo le lezioni che le tesi sintetizzano, ma deve anche, e non marginalmente, attenersi alle regole di vita interna e di organizzazione, che le stesse tesi precisano nella formula ormai definitiva e collaudata di "centralismo organico".
 
 

Nota introduttiva alla ristampa nel 1998


Perché ristampare oggi, nel 1998, un testo sulle basi programmatiche, tattiche ed organizzative del Partito Comunista Internazionale quando ormai con la demolizione del muro di Berlino ed il crollo dell’URSS, fatti avvenuti pochi anni fa, ovunque si è celebrata la morte del Comunismo?.

La frase di apertura del Manifesto del Partito Comunista del 1848 "Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo" sembra quindi che ormai non debba più spaventare nessun borghese, pardon, nessun cittadino, perché spettro e relativa paura sono definitivamente scomparsi.

Nulla di più falso, anzi è vero il contrario: la resa dei conti finale ovvero lo scontro tra borghesia e proletariato, tra modo di produzione capitalistico e comunismo, si avvicina ulteriormente con un moto accelerato da una crisi finanziaria e produttiva che soltanto ieri ha colpito la ex URSS ed ora indirizza la sua implacabile falce verso le "tigri asiatiche".

L’URSS si è disciolta a causa di una profonda e classica crisi capitalista e non perché nessuno più credeva, nei Paesi controllati da Mosca, in quello che contrabbandavano come comunismo.

Non ci stancheremo mai, e questo testo che ora ristampiamo è qui per ribadirlo, di ripetere che il Comunismo non è una moda temporanea, una romantica ideologia elaborata a tavolino da illuminati pensatori dell’Ottocento ed ora non più attuale e proponibile. Il Comunismo è invece un prodotto ed una necessità storica: è il prodotto delle profonde contraddizioni e disuguaglianze del modo di produzione capitalista basato sulla divisione e sullo sfruttamento delle classi contrapposte dai vincoli sociali della proprietà privata e ne rappresenta il necessario superamento per addivenire ad una superiore forma di produzione senza classi. Non più a ciascuno il suo secondo la personale e privata quota di capitali investiti nell’economia globalizzata, ma a ciascuno secondo i suoi bisogni!

Lo sfruttamento capitalista è ancora vivo, sempre più assetato di sangue e sudore proletario come ben vediamo nella miseria crescente e dilagante in tutto il pianeta, mentre le masse oppresse accrescono in numero e disperazione.

Dolorosamente e lentamente si rafforza per esse, a livello mondiale, la necessità del superamento di questo supplizio che cesserà solo nel Comunismo passando attraverso la rivoluzione proletaria diretta dall’organo preposto: il Partito Comunista Internazionale ben saldo sulle sue basi programmatiche, tattiche ed organizzative che sono? "la cristallizzazione dell’esperienza storica del proletariato mondiale, la cui trasmissione di generazione in generazione è affidata ad un corpo organizzato di militanti".

Nessun spazio sia concesso agli attuali pretesi rifondatori comunisti che altro non fanno che riseminare il malefico seme dell’opportunismo e della equa pace sociale nei lavoratori; i loro melensi richiami sono invitanti e rassicuranti all’inizio ma conducono sempre a sicura rovina.

Nessun spazio sia concesso anche a quegli opportunisti piccolo-borghesi affetti dal culto della personalità e a quanti pongono la fine di sicura e certa dottrina con la morte del compagno x o y, che per quanto degni di grande onore e profondo rispetto, non possono e non devono essere considerati come la personificazione della forma partito ed uniche sorgenti di pura teoria e ancor peggio, come per i bottegai di ogni tempo, sicuro richiamo editoriale. La nostra teoria è anonima e collettiva, è frutto e appartiene alla nostra classe, si arricchisce e meglio precisa nel continuo divenire della lotta di classe.

Il solo spazio concesso è all’insieme indiscutibile del programma del partito che esercita la sua dittatura sul partito stesso e sui suoi fedeli e sinceri militanti. Soltanto così la sicura marcia, anche se difficile, verso il Comunismo prosegue con il passo giusto.