Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 3 - febbraio-maggio 1980
Guerra o Rivoluzione: La soluzione rivoluzionaria.
La crisi dello Stato e la necessità del Partito [RG14]: I compiti del Partito - Partito-coscienza e partito-organizzazione.
Questione militare (continua dal n.1) [RG14]: Verso la terza guerra mondiale: Rifiuto del pacifismo - Il disfattismo rivoluzionario - Preparazione della terza guerra modiale.
Chiesa e Stato, un sodalizio di ferro contro le classi povere: La posizione del PCI - I patti Lateranensi - Le requisizioni e gli espropri - La «Questione Romana» - Oggi.
Appunti per la Storia della Sinistra: La Sinistra Comunista italiana e le frazioni di sinistra del movimento comunista internazionale [RG15]: Il «parlamentarismo rivoluzionario - La questione del partito - La tattica - Il fronte unico: Premesse (continua al n. 4).
– Dall’Archivio della Sinistra:
- III Congresso dell’IC:
   - Discorso di Terracini: delegato dal PCd’I, in sede di discussione sulle tesi tattiche presentate da Radek (XI seduta, 1 luglio 1921)
   - Emendamenti proposti dalla delegazione tedesca, austriaca e italiana alle tesi della delegazione russa sulla tattica (dal "Bulletin du III Congrès etc.")
   - 14° Seduta, Dichiarazione della delegazione italiana.

 
 
 


GUERRA O RIVOLUZIONE

Lenin, nel suo “Imperialismo”, che è un testo di potente condanna dell’opportunismo pacifista e legalitario, sentenzia: «Nella realtà capitalista e non nella volgare fantasia dei preti inglesi o del “marxista” tedesco Kautsky, le alleanze “interimperialiste” o “ultraimperialiste” non sono altro che un “momento di respiro” tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista contro un’altra coalizione imperialista, sia quella di una lega generale fra tutti i paesi imperialisti. Le alleanze di pace preparano le guerre ed a loro volta le guerre nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, sull’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei rapporti della economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta».

Vi è una stretta connessione, quindi, “tra i periodi di pace imperialista e i periodi di guerre imperialiste”, e non un distacco, una separazione. La artificiosa separazione tra questi due aspetti dell’imperialismo è la dottrina politica del capitalismo, fatta propria dai falsi partiti operai.

In questo modo si consolida nel campo politico l’alleanza stretta – tendente verso l’imparentamento degli ex partiti operai e degli ex sindacati operai con il capitalismo e l’imperialismo – originata dall’imborghesimento di una parte della classe operaia in virtù di privilegi economici e materiali che la borghesia le accorda per mantenere in stato di sfruttamento il proletariato.

Per battere l’imperialismo è necessario battere l’opportunismo. Per impedire che l’imperialismo passi dal “periodo di pace” della sua lotta per la conservazione dei privilegi delle classi dominanti, alle “guerre imperialiste”, bisogna che il proletariato sconfigga i partiti sedicenti operai, falsi comun-socialisti, opportunisti nelle parole, borghesi nei fatti.

Qual è, al contrario, la “soluzione” proposta sia dalle piccole potenze, in mezzo al torchio delle grandi, sia dai partiti borghesi della classe operaia che monopolizzano il proletariato? Spezzando artificiosamente, a bella posta, la connessione tra le due fasi dell’esistenza del dominio imperialista sul mondo, propongono il “disarmo” delle potenze maggiori, la “regolamentazione contrattata” degli opposti interessi economici tra gli Stati, il ritorno agli “scambi” tra le nazioni in “modo nuovo”, ecc. ecc..

Ma la guerra è la continuazione della “pace”, la logica conseguenza della spoliazione dei paesi deboli, della dittatura internazionale del capitalismo sul proletariato mondiale, in una forma e con mezzi più idonei. Questa falsa “soluzione” nasconde al proletariato le profonde ragioni della guerra imperialista, perché nasconde le profonde ragioni della “pace”. La guerra tra gli Stati è una necessità del capitalismo, che gli viene imposta dal suo infernale meccanismo economico. Non viene “decisa” da nessuno, come non viene “decisa” da nessuno la lotta di classe. La guerra è la ineluttabile forma di esistenza dell’imperialismo. I “capi” della classe operaia lo sanno. Conoscono alla perfezione le cose, ma anch’essi non possono sottrarsi alla vile menzogna, perché soltanto nella continuità della società divisa in classi, solo lottando per impedire al proletariato di emanciparsi dal lavoro salariato, possono assicurare, o credono di poter assicurare, alle aristocrazie operaie i privilegi sinora goduti.

L’affermarsi e il potenziamento dell’imperialismo è la base su cui l’alleanza sempre più stretta tra capitalismo e opportunismo assume le forme di un “regime politico” oggi in funzione arivoluzionaria, domani, con l’esplosione della rivolta proletaria al sistema, in funzione controrivoluzionaria. Lenin, sempre nel suo Imperialismo, esprime, con profondo spregio, questo stesso nostro concetto: «In una serie di paesi, l’opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l’aspetto di social-sciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese». E ancora Lenin, in chiusa del testo: «È questo strato di operai imborghesiti, di “aristocrazia operaia”, perfettamente piccolo-borghese per la sua maniera di vivere, per i salari percepiti, per la sua concezione del mondo, che costituisce il puntello principale della II Internazionale [oggi - n.d.r. - si direbbe degli ex partiti operai]; e nei nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) [non militare, perché alla data del testo, 6 luglio 1920, la guerra non c’era, ma fu “puntello militare” alla vigilia e durante la “grande guerra” 1914-18 - n.d.r.], della borghesia. Questi operai sono veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri e propri commessi della classe capitalista nel campo operaio (labour lieutenants of the capitalist class), veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente, e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei “versagliesi” contro i “comunardi”.
 

La soluzione rivoluzionaria

“Guerra alla guerra”, fu la parola d’ordine dei marxisti rivoluzionari al tempo del primo conflitto imperialista. “Guerra alla pace borghese” deve essere la parola d’ordine dei veri comunisti nell’attuale fase di preparazione di un terzo conflitto mondiale. Se il proletariato riuscirà a sconfiggere il capitalismo nella fase pacifica della sua dominazione, eviterà un nuovo massacro, e con esso la continuazione della signoria imperialistica sul mondo.

I sedicenti partiti comunsocialisti e i falsi sindacati operai marciano in direzione opposta a quella indicata dai comunisti. Essi percorreranno la loro strada fino in fondo. Non potranno invertire la rotta che li ha resi protagonisti della seconda guerra imperiale e della ripresa “pacifica” del capitalismo.

“Guerra alla pace borghese” è sinonimo di guerra civile del proletariato contro la società attuale, la cui prima fase è quella della preparazione rivoluzionaria, per strangolare il capitalismo prima che metta in atto i suoi disegni di distruzione.

Un nuovo e potente impulso ha avuto l’industria di guerra in tutti i paesi. Ammassamenti di truppe lungo i confini degli Stati, flotte navali e aeree tracciano schemi di morte in ogni punto della terra, messi in moto dalle potenze capitalistiche, mentre i partiti del tradimento studiano le combines più favorevoli ai rispettivi Stati a salvaguardia degli interessi del sistema capitalistico. Non un accenno alla solidarietà proletaria internazionale, imperniata sulla rivolta del proletariato al regime del profitto. Non un’iniziativa pratica che disponga il proletariato in linea di combattimento contro le rispettive gangs capitalistiche. Partiti e sindacati di regime, anzi, si sbracciano persino per “autoregolamentare” lo sciopero, per eliminare la minima frizione tra proletari e capitalisti. Come si può pensare che la classe dei salariati possa imporre la sua volontà ai mostri di guerra, se non è in grado di scatenare la sua forza almeno in difesa dei suoi minimi interessi? L’”imputridimento” del capitalismo, caratteristica della fase morente di questo sistema sociale, più virulento là dove è più sviluppato, coinvolge partiti e sindacati nella stessa sorte.

La guerra a questo connubio vergognoso, che ha trascinato nel fango le bandiere del comunismo, è l’unica guerra giusta, per far progredire la secolare lotta di liberazione del proletariato dal capitalismo.

Una guerra a prossima scadenza è inevitabile: o la guerra tra gli Stati per la continuità dell’oppressione sul proletariato delle classi dominanti, o la guerra tra le classi per il riscatto del proletariato. I lavoratori devono decidere a quale guerra aderire. Sapendo che i loro capi sono indissolubilmente compromessi con il regime borghese, anzi ne sono la parte costitutiva più ferocemente antiproletaria e anticomunista, ai proletari non resta che abbandonare gli attuali falsi partiti operai se non vogliono, loro malgrado, scegliere la guerra imperialista.

Fino a pochi mesi prima della prima guerra mondiale le opposte ben orchestrate propagande di partiti traditori, all’unisono con quelle degli schieramenti capitalistici, avevano giurato di non volerla in nome della “pace” e della “libertà” dei popoli, per poi vergognosamente appoggiarla.

Alla seconda carneficina mondiale il proletariato è stato portato, senza colpo ferire, perché privato del suo partito rivoluzionario mondiale, per combattere su uno dei due fronti della “democrazia” o del “fascismo”, con cui le classi dominanti mascheravano i loro interessi capitalistici. Abbacinati e frastornati dalle opposte propagande e ideologie, i proletari non erano in grado di attestarsi sul loro fronte ideologico, il comunismo. La classe operaia si è trovata così nella trincea del nemico borghese, a combattere e morire per una causa che non era la sua. Si è portato a fianco di un blocco di “padroni” una parte del proletariato, ad uccidere l’altra parte imprigionata in un altro blocco di “padroni”. Il proletariato non ha evitato la violenza, lo scontro armato e cruento, la fame e le distruzioni. Le classi lavoratrici sono state immolate per la continuità del regime borghese.

Oggi, come allora, i capi della classe operaia internazionale continuano a predicare che si possano risolvere gli irrisolvibili problemi sociali ed economici di questa società in modo pacifico, senza urti e scontri, ricorrendo ogni compromesso, al solo fine di impedire ai diseredati di vedere chiaro il vero volto della presente società, divisa ferocemente in classi, in Stati sempre sul piede di guerra. L’unica classe disarmata, con i crani imbottiti di pacifismo borghese, è il proletariato, che i falsi partiti socialcomunisti hanno messo al servizio dei rispettivi paesi capitalistici. In questo stato di soggezione totale è estremamente facile per le centrali imperialistiche montare altre “crociate” di guerra, con cui dividere su opposti fronti armati il proletariato mondiale, chi sotto la bandiera infame dei “diritti” dei cittadini, chi sotto la bandiera di un “socialismo” bugiardo, che gli Stati calpestano entrambe mille volte al giorno.

Ci vuol ben altro che il terrorismo di ambigue fratrie, farneticanti di “vera” democrazia e di Stato “popolare”, per strappare le centinaia di milioni di proletari dalla dittatura disumana del capitalismo. Ci vuol ben altro che “riformare” una società che si regge sullo sfruttamento feroce del lavoro salariato, di cui dilapida con demenziale sistematicità le opere. Altro che la predicazione gesuitica dei rapporti “civili” tra le classi e gli Stati, scrosciante dai molteplici pulpiti di innumeri cosche politiche, sulle teste attonite e trepidanti dei lavoratori.

Morte al capitalismo, in pace e in guerra! È questo l’indirizzo del comunismo rivoluzionario. Lotta violenta, senza quartiere, alle classi proprietarie e ai loro Stati, mille volte più violenta e determinata contro i partiti traditori. Guerra alla pace borghese, per distruggere il potere politico delle classi dominanti e instaurare la vera pace, quella proletaria e comunista.

Il dilemma non è, quindi, pace o guerra. In regime capitalista, la pace genera la guerra e viceversa, come insegna Lenin e la storia. Il problema è invece: o la continuità del capitalismo criminale, o la rivoluzione proletaria internazionale.
 
 
 
 
 
 
 

LA CRISI DELLO STATO E LA NECESSITÀ DEL PARTITO
Esposto alla Riunione a Firenze, 6-7 giugno 1979 [RG14]

Le forze della reazione borghese e dell’opportunismo, accentuando la loro polemica a proposito della crisi del marxismo, crisi dello Stato, crisi generale della società, sembrano compiacersi di vivere schizofrenicamente la presente condizione: saremmo di fronte cioè ad una profonda crisi di valori davanti alla quale nessuno dovrebbe arrogarsi la pretesa di avere principi, dottrina, una effettiva guida per l’azione.

I comunisti hanno sempre respinto questo tipo di operazione che tende a spostare la lotta di classe dal suo terreno naturale e materiale per avvolgerla e invischiarla in defatiganti dispute ormai al confine della mistica religiosa. Non è la prima volta, per chi ha memoria storica, che la crisi del capitalismo viene decifrata in queste forme.

«La “revisione di tutti i valori” nei diversi campi della vita sociale condusse alla “revisione” dei principi filosofici più astratti e più generali del marxismo (...) È impossibile voltare le spalle ai problemi sollevati da questa crisi. Nulla è più nefasto, più contrario ai principi, che il tentativo di eludere questi problemi con delle frasi. Nulla è più importante dell’unione di tutti i marxisti che hanno coscienza della profondità della crisi e della necessità di combatterla per difendere le basi teoriche del marxismo e dei suoi principi fondamentali (...) snaturati dall’influenza borghese» (Lenin, Opere scelte, Mosca. pag.458-461).

Il compiacimento o la rassegnazione nel giudicare la crisi generale della società borghese è proprio l’opposto del metodo materialista e dialettico, che tende a ricercarne le cause obiettive per poter far leva sulle debolezze del nemico di classe e abbatterlo definitivamente. I comunisti non si compiacciono di nessuna schizofrenia; ma la spiegano: «L’indipendenza acquistata dai pensieri e dalle idee è conseguenza dell’indipendenza acquistata dai rapporti e dalle relazioni personali degli individui (...) L’occupazione esclusiva degli ideologi e dei filosofi, che attendono a sistemare questi pensieri, e quindi l’ordinamento sistematico di questi pensieri, sono conseguenza della divisione del lavoro» (Marx-Engels, Opere complete, pag.464-465). I comunisti, lungi dall’illudersi che gli ideologi della classe nemica cessino di far ricorso a tutte le arti, dalla logica alla tecnica dichiarata di manipolazione del consenso, accettano la sfida anche su questo terreno, ma mai saranno disposti a mascherare e mitigare questo duro conflitto con l’ipocrita formula del “libero confronto delle opinioni”, del “pluralismo ideologico” e della “democrazia delle idee”. È necessario anzi, nella babele delle lingue, ristabilire il valore e il senso delle parole, ritornare, come noi diciamo, all’ABC del marxismo, altrimenti basterà lanciare la suggestiva accusa di “metafisica” per dare per scontati errori, false deduzioni e sconfessioni.

Si polemizza sulle definizioni che il marxismo ha dato dello Stato e si sostiene che l’immagine dello Stato come comitato d’affari della borghesia sarebbe di stampo economicistico e quindi presupporrebbe di fondarsi sulla “razionalità” armonica del modo di produzione capitalistico, mentre l’immagine dello Stato come macchina repressiva della classe proletaria peccherebbe di iperpoliticismo, nel senso che sposterebbe l’accento su un processo decisionale autonomo e quindi squisitamente politico.

È noto che nel tanto reclamizzato dibattito che si svolge nella grande chiesa dell’opportunismo, nel P.C.I., i cento fiori del pluralismo ideologico stanno partorendo né più né meno che il vecchio e da noi sempre aborrito topolino della politique d’abord, vezzosamente ribattezzato come “autonomia del politico”.

Ci si domanda: qual è la funzione dello Stato nell’ambito della crisi del capitalismo? Lo Stato si limita a “neutralizzare” il sorgere o il generalizzarsi fino alle soglie critiche di istanze negative nei confronti delle leggi fondamentali che regolano lo sviluppo, oppure è capace di scelte, di decisioni la cui razionalità è autonoma, cioè non semplicemente fondabile sulla razionalità dell’economia? Fuori dalla terminologia fumosa, siamo di fronte al classico dilemma: lo Stato borghese può impunemente favorire processi di democratizzazione che non mettano in discussione la propria natura di classe, oppure ad un certo grado della crisi economica e sociale è costretto a rompere gli indugi, a dispiegare con decisioni drastiche la sua forza, la sua violenza, la sua capacità di imporre la difesa dei privilegi di classe, se necessario anche alle frazioni recalcitranti del Capitale stesso?

La teoria e la pratica comunista rivoluzionaria hanno risposto e codificato gli insegnamenti della lotta di classe a tale proposito: lo Stato cosiddetto “liberale” censitario ed aristocratico ha dovuto ammettere l’incapacità della neutralizzazione, fino al punto che nell’epoca dell’imperialismo, nelle aree capitalistiche più conflittuali, si è visto costretto a ripudiare la democratizzazione o a coniugarla con la repressione violenta e dittatoriale sia sul piano economico e sociale sia politico e militare. Non abbiamo mai avuto bisogno della sociologia weberiana e sombartiana, tanto ammirata e rivalutata, per riconoscere che lo Stato liberale, ad un certo sviluppo delle contraddizioni sociali e politiche aveva dovuto gettare la maschera e farsi riconoscere per quello che è sempre stato: un comitato d’affari della borghesia dotato di una macchina di repressione contro gli attacchi della classe nemica.

È per questa strada maestra che la Sinistra Comunista poté non perdere la testa davanti al “cambiamento di governo” con l’avvento del fascismo allorché chiaramente ribadì tutti i capisaldi della teoria marxista, mentre il tradimento del massimalismo parolaio, sotto il peso della vittoria della controrivoluzione, andava a cercarsi alleati nell’ambito della democrazia borghese tentando, ancor oggi senza esito, di trovare una definizione appropriata della violenza, prima fascista e poi nazista, che non fosse la settaria e semplicistica (la nostra!) formula del semplice cambiamento di forma di dominazione borghese!

Il fatto è che fuori dalla dialettica materialistica lo Stato come soggetto di decisione autonome, dotato di una più assoluta razionalità, si fonda sulle sabbie mobili dell’idealismo e dell’arbitrio intellettualistico.

Il comunismo rivoluzionario, come ha sempre rivendicato che la lotta economica generalizzata del proletariato è una lotta politica, così mai ha rifiutato di riconoscere che il comitato d’affari della borghesia, fosse pure quella cricca di masnadieri come fu inteso il fascismo dalla tradizione liberal-socialdemocratica, non riveste funzioni puramente economiche, ma ha sempre esercitato le funzioni politiche del dominio, del comando, della decisione, delle scelte. Il comitato d’affari è la inevitabile tendenza della società borghese studiata da Hegel a darsi un assetto, un ordine, una centralizzazione. La società politica, lo Stato, è il terreno normativo e “razionale” di questo processo di selezione e di generalizzazione della società borghese.

Se è vero, come stanno riconoscendo i riscopritori del “sociale”, che già Hegel non era tanto ingenuo e sprovveduto da considerare la società borghese come pura natura, pura economia, ma come luogo di formazione di volontà politiche, di forme politiche, non si vede perché il comitato d’affari della borghesia, cioè lo Stato, non debba essere dotato di una macchina repressiva, militare, burocratica, amministrativa che svolga squisite funzioni politiche, cioè capace di scegliere, di decidere.

D’altro canto il marxismo rivoluzionario – proprio perché criticando e rimettendo in piedi la dialettica hegeliana non si è mai sognato di fondare o di giustificare il politico, lo Stato, sul puro pensiero, sulla pura ragione, o magari, come tutte le correnti cristiane, sul peccato, sulla caduta, sul risarcimento del male, ma come processo storico che trae le sue origini dai bisogni umani, dalle forze sociali antagonistiche della moderna lotta di classe – non si è mai ritenuto pago di aborrire la politica intesa come assoluta volontà, magari come Etica, e quindi capace di giustificarsi da sé.

Tutto ciò non ci impedisce, anzi ci permette si seguire lo sviluppo delle funzioni dello Stato di classe, dal capitalismo manchesteriano all’imperialismo ultra putrido dei nostri giorni, ma con esiti opposti alla sociologia weberiana che fa della razionalizzazione e della democratizzazione un dato insuperabile, addirittura un “valore”, in sintonia con l’opportunismo militante che dalla sociologia di moda trae conclusione che la forma Stato, proprio perché non può essere intesa in senso metafisico, ma come un insieme complesso e relativo di funzioni, non può che essere trasformata, modificata, gradualmente, in un intreccio di linee di omogeneizzazione non violenta, di immissione di elementi di socialismo perfino nella sfera del politico!

Di fronte alle facili battute alla Kaldor, «È in crisi il capitalismo? Certo... Ma lo è sempre stato», opponiamo l’analisi e la strategia comunista, che non si limita a constatare l’instabilità della società borghese, la sua interna anarchia determinata dalla concorrenza, dalla competizione e dalla lotta incessante e cruenta tra le opposte frazioni del capitale, ma ha individuato le leggi oggettive della crisi permanente, i suoi ritmi, non solo nel gioco della cosiddetta economia, ma nelle forme politiche, giuridiche e perfino religiose, artistiche e letterarie.

Quando la sofisticata letteratura borghese ha, come sempre, tentato di metterla sull’umanistico, sul sentimentale, noi marxisti rivoluzionari non abbiamo cessato di sondare il sottosuolo capitalistico con il consueto strumento, promettendo inequivocabilmente la fine del falso benessere e delle “magnifiche sorti e progressive”.

Le esercitazioni dell’opportunismo sulla funzionalità o meno della “crisi” alla sopravvivenza del modo di produzione capitalistico hanno partorito distorsioni e mostri sia teorici sia pratici: si è potuto, a base di aggiustamenti tattici e di abbandono dei principi, non rendersi conto che lo Stato borghese, proprio al culmine della crisi della società e dei rapporti di produzione, mentre promette fedeltà ai classici principi della democrazia e del liberalismo, si arma fino ai denti in nome della convivenza e della pace fra le classi, e prepara le sue opzioni che non escludono mai, nemmeno nella più liberale delle costituzioni moderne, il ricorso all’uso dei mezzi eccezionali, dallo stato d’assedio alla soppressione delle cosiddette garanzie.

Di fronte all’attitudine dello Stato della borghesia che, sulla base del suo ormai bisecolare dominio, sa porsi il problema della rosa delle tattiche, l’opportunismo gioca sull’unica tattica possibile, sulla democrazia e sul gradualismo pacifista ed imbelle.

Soltanto a scopo di esercitazione accademica potremmo ammettere che allo Stato “neutralizzatore” dei conflitti di classe, è succeduto lo Stato capace di autonomia decisionale, al di sopra di particolari interessi di classe in senso economico.
 

I compiti del partito
 

«I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai (...) Non esigono principi particolari sui quali vogliono modellare il movimento proletario (...) Nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo (...) Dal punto di vista della teoria hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario» (Manifesto del Partito Comunista).
I comunisti sono in prima fila nella lotta quotidiana che oppone la classe dei salariati alla borghesia e al suo Stato: la prima forma di distinzione nei confronti degli altri partiti operai (reali partiti operai per tutta un’epoca del moderno scontro di classe fino all’apparizione del vero partito del proletariato mondiale, oggi inevitabilmente falsi partiti operai che pescano esclusivamente voti e seminano illusioni nella classe) è quella di vivere, a contatto con la classe, fuori dal politicantismo e delle convenienze, lottando e sforzandosi di dirigere e unificare le battaglie grandi e piccole dei proletari.

All’inizio c’è l’azione, solo dopo la coscienza. Per questo i comunisti non possono pretendere di farsi riconoscere come dirigenti dal movimento proletario per il fatto di possedere la teoria, o la dottrina, o la conoscenza della società, e dunque «non esigono principi particolari sui quali vogliono modellare il movimento proletario». Il compito dei comunisti – nell’epoca della crisi acuta dell’imperialismo, che ha, esso sì veramente e tragicamente modellato a sua immagine e somiglianza i rapporti sociali, quando borghesia ed opportunismo fanno a gara nel proporre “modelli” o rinnegarli – rimane quello di influenzare la classe dei salariati e di importarvi la propria visione e la propria dottrina, che è tutt’altra cosa che “modellare” il movimento.

I comunisti rivoluzionari esigono principi e disciplina, non caporalesca, nel partito, quando le centrali dell’opportunismo dilagante ratificano a distanza di mezzo secolo il loro voltafaccia a qualsiasi principio in nome della libertà di critica e di autocritica. Il privilegio o la prerogativa che detiene il partito comunista di rappresentare l’interesse del movimento complessivo non gli derivano da nessuna investitura divina o laica, da nessun legame di rappresentanza di una determinata base sociale sancita da nessun congresso o contratto sociale, ma dall’esperienza di lotta pratica che ha visto i comunisti sempre all’avanguardia nella difesa dei salariati dalla pressione del capitale. Mai il partito comunista ha rinunciato praticamente o teoricamente enunciato la possibilità di abbandonare a se stessa la classe, in attesa di tempi migliori o congiunture favorevoli a determinare il suo influsso: ben altro è il significato del determinismo sociale e delle sue leggi, indipendenti dalla volontà particolare di qualcuno, foss’anche il partito di classe. Lo scontro delle forze nel grande parallelogramma storico fa del partito stesso un risultato, un prodotto che a sua volta agisce come forza in determinate cuspidi del movimento complessivo, capace di rovesciare il senso della prassi.

Il vantaggio che hanno, dal punto di vista della teoria, i comunisti, sulla restante massa del proletariato, dipende dal fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario; questo vantaggio è gratificante, ma non di per sé in grado di modificare i rapporti tra le classi a suo piacimento e quando lo vuole. La rinuncia a questo vantaggio, in nome di una presunta eguaglianza dei “partiti operai” o del loro eguale diritto di rappresentanza da contendersi o conquistare nel libero gioco della democrazia politica, è la rinuncia alla lotta politica e ai fini storici del proletariato come classe. Detenere la coscienza politica e la conoscenza, ugualmente, non è una formula vuota, e comporta per il partito di classe non tanto la consegna puramente formale ed astratta di conservare gelosamente il depositum fidei, ma l’esercizio costante di essa come strumento di lotta ideologica e costante guida per l’azione.

Quando dunque il partito comunista rivendica la sua esclusività e la sua unicità come organo della classe non lo fa per lusso teorico, ma ne assume la responsabilità storica, che comporta la sua abilitazione alla guida e alla direzione della lotta contro la borghesia, dalla presa del potere all’esercizio indiscusso e dispotico della dittatura proletaria. In questo senso è falso che il partito di classe partecipi alla contesa democratica perché il proletariato gli riconosca le sue prerogative: sono gli stessi partiti opportunisti che fanno a gara per dimostrare chi meglio degli altri ha rinunciato a perseguire i fini storici della lotta di classe, ripudiando i capisaldi di principi e di dottrina, che come un sol blocco racchiudono le leggi di sviluppo delle contraddizioni sociali nell’epoca capitalistica-imperialistica.

Nel delineare l’origine e le caratteristiche del partito comunista, già perfettamente enucleato nel Manifesto, le forme organizzative che la classe dominante borghese ha storicamente posto in essere vengono sottoposte dal marxismo ad una critica radicale non puramente ideologica, ma conoscitiva, che permette ai veri comunisti di trarre le lezioni essenziali senza le quali sarebbe illusorio proporre fini e fare previsioni.

Contro le mistificazioni oggi di moda, secondo le quali il marxismo rivoluzionario difetterebbe di una sua teoria dello Stato, ribadiamo al contrario che ha svolto una duplice analisi dello Stato, dimostrando, da un lato, che esso è la rappresentazione alienata e capovolta della lotta di classe come struttura, dall’altro che materialmente è come una macchina o apparato, i cui organi, risultanti da una divisione del lavoro specifico, assumono una funzione ben reale (e non illusoria) della lotta di classe.

La preferenza nelle due formule consiste fondamentalmente nel fatto che la forma Stato, sottoposta ad analisi critica dal marxismo rivoluzionario, soltanto nella “cultura” opportunistica e revisionistica malata di miti è presa a “modello” analogico per giustificare e dare un fondamento teorico alla natura del partito di classe. Dallo Stato identificato come sfera politica si arriverebbe alla tesi del partito-coscienza; dallo Stato individuato come apparato si giustificherebbe la tesi del partito-organizzazione. Nella concezione rivoluzionaria la forma Stato di tipo borghese, sia nell’una sia nell’altra accezione, è soltanto una lezione storica che il partito di classe apprende, non per imitarla o adeguarsi ad essa, ma per distruggerla e superarla.

Nella problematica giuridica del diritto naturale i concetti di partito e di classe (J. J. Rousseau, Il contratto sociale, II, 2-3) designano la divisione della società contro se stessa. La negazione del partito o della divisione in partiti è la condizione per garantire l’inesistenza delle classi e la possibilità dello Stato democratico (identità tra popolo e Stato). I partiti e le classi non vengono riconosciuti come necessari prodotti sociali dei conflitti di classe, e la loro negazione è dunque puramente ideale: nello Stato inteso come espressione etica della volontà generale le divisioni di qualsiasi tipo vengono sublimate e unificate.

La rivoluzione come processo reale, che comporta l’abolizione delle classi mediante la lotta di classe, l’abolizione della guerra mediante la guerra, l’estinzione dello Stato attraverso l’esercizio della autorità statale di una sola classe, è la scoperta della teoria marxista, che rivela il capovolgimento della realtà operata dall’ideologia borghese e la rimette in piedi partendo dall’azione pratica sulla quale si ergono le costruzioni mentali o di coscienza.

Il marxismo rivoluzionario prende atto che solo in determinate condizioni storiche singole classi sociali, perseguendo il loro interesse particolare, dialetticamente si identificano con l’interesse generale dell’umanità (il Terzo Stato nella Francia rivoluzionaria dell’89, contro la logica reazionaria dei due ordini privilegiati del clero e della nobiltà, si proclama Nazione), ma si rifiuta di concepire questa realtà storica come un’ipotesi astratta. L’ideologia borghese, che si considera insuperabile e pretende di affermare che lo stesso marxismo, prevedendo la fine della società di classe, non farebbe nient’altro che riconoscere e sostituirsi alla borghesia nell’ipostasi che nega, fa finta di non ricordare che le teorie dello Stato elaborate in tutto il corso del processo storico che va dall’abbattimento del feudalesimo alla rivoluzione russa, primo e ancor oggi unico esempio pratico di reale dialettica validità della dottrina marxista, non sono andate più in là delle giustificazioni delle classi sociali e della loro convivenza sotto l’egida dello Stato, identificato ora come incarnazione del volere divino reso immanente alla storia umana, ora come imparziale arbitro dei conflitti di classe.

La razionalità in nome della quale pretende di smentire la “nuova metafisica del potere” di stampo marxista non è che la ragione della borghesia: la verità è che non è in grado di concepire una dialettica che vada al di là della lotta dell’uomo contro l’uomo, rimanendo penosamente ancorata, essa sì, al belluino stato di natura immaginato agli albori dello Stato assolutistico moderno. Mentre si atteggia a disputare gli equilibri naturali e di governo mondiale, non riesce a conciliare il “ferreo determinismo” naturale con il regno dei fini se non a base di buona volontà, o, nel migliore e “laico” dei casi, di imperativi categorici.

È merito del marxismo, che informa e sorregge la ragione del partito di classe, di aver riportato a sintesi questi due mondi solo apparentemente separati, attribuendo questo compito non a individui o a volontà, ma alla dinamica stessa delle dialettiche relazioni che legano in un unico spazio-tempo storico e naturale le forze sociali e le loro contraddizioni.

L’interesse particolare del proletariato ricopre dunque una sostanziale universalità, perché esso, sottoposto ad uno sfruttamento radicale, tende non ad un nuovo e definitivo Stato, ma all’abolizione della società in classi. Né contraddice questa tendenza la necessità per il proletariato di attrezzare un suo Stato, esplicitamente di classe, macchina e apparato dei suoi interessi.

Solo dialetticamente il perseguimento dei propri e esclusivi interessi di classe comporta il perseguimento e l’identificazione con il bene di tutta la specie umana. Pretendere, come fa l’opportunismo dilagante, specie il più fetido di ascendenza staliniana, di “laicizzare” la propria concezione dello Stato prima della presa del potere e dell’esercizio dispotico della dittatura proletaria, significa affidarsi alle formule care al democratismo piccolo-borghese del potere di tutto il popolo e proudonismi di questo genere.

A maggior ragione è assolutamente da escludere che la forma Stato sia da imitare nella seconda accezione di macchina o apparato, nel senso chiuso dell’ideologia borghese. Lo Stato proletario sarà sì un apparato e una macchina di repressione della classe nemica e dei suoi alleati, ma contro le illusorie mistificazioni rappresentative fondate sulla scheda elettorale, non si presenterà come Stato di tutto un popolo, in senso democratico, bensì come espressione dialettica e politica dei fini storici del proletariato. Ancor più gravi diventano le distorsioni dell’opportunismo quand’esso, fondandosi sulle analogie tra partito e Stato, tende a confonderli e a giustificare impossibili simbiosi tra distinte forme organizzative del proletariato stesso. Nostra tesi è che “la naturale tendenza del proletariato a sopprimere la società divisa in classi” non si materializza che nella costituzione della classe stessa in Partito.

Al contrario, classe e partito, pur vivendo l’uno a contatto dell’altra, vivono parallelamente, né l’uno nasce dall’altra. Il partito non si confonde in nessun momento con le organizzazioni delle classe, né la teoria che detiene viene elaborata dalla classe, essendo essa la lettura, che solo un organo che vive oltre le contingenze è in grado di fare, delle condizioni storiche per ricondurle a sintesi capace di previsione e direzione. La coscienza, o meglio la dottrina, contro ogni interpretazione soggettivistica, della universalità della missione del proletariato è patrimonio storico del Partito, non della classe statistica. La stessa nozione sintetica di classe è possibile in senso politico solo in quanto esiste il Partito, solo organo capace di indicare i fini all’insieme delle forme di combattimento, che vanno dal movimento spontaneo dei salariati alle organizzazioni che hanno storicamente preso il nome di leghe di resistenza, cooperative, associazioni di mutuo soccorso, fino al sindacato e ai consigli operai. Ma la coscienza di classe non risiede mai, né si diffonde democraticamente sulle varie e dialettiche istanze della classe; la gerarchia dell’organizzazione di classe non è determinata dalla volontà popolare, ma dai rapporti di forza, a loro volta non adottabili a piacimento, essendo il frutto dello scontro con le organizzazioni nemiche.

Mai si è dato storicamente che sindacato o consigli operai potessero illudersi di dirigere la lotta di classe contro il partito e senza il partito: al massimo, dialetticamente, si può parlare di coincidenza contingente del tenore della lotta e della coscienza che di essa hanno avuto in particolare circostanze determinanti organismi operai e partito: ci riferiamo al classico “tutto il potere ai Soviet” di Lenin. Non siamo d’accordo con la fusione o sintesi universale tra scienze naturali e scienze morali, alla Kautsky, in parole più povere tra forze statistiche e spirito, tra classe e partito.

Le forme spontanee di lotta operaia, il sindacato, i Soviet, non stanno tra di loro in una relazione di fusione, ma di influenza reciproca, in modo che il partito sta al vertice della piramide immaginaria del potere proletario. Nella “Situazione della classe operaia in Inghilterra” la descrizione delle condizioni di vita materiale del proletariato, indica in esso già “la dissoluzione della società borghese”, la classe universale, perché priva di qualsiasi proprietà, nel senso di qualsiasi interesse da far valere (“non ha nulla da perdere fuorché le sue catene”).

Ma la politica non è né educazione, né propaganda (“non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un principio nuovo; qui è la verità, qui inginocchiati” (Lettera di Marx a Ruge, settembre 1843).

Il proletariato non esiste come classe per il solo fatto che i proletari subiscono tutti delle condizioni di sfruttamento simili. Anzi, lo stesso rapporto capitalistico si fonda sulla concorrenza tra lavoratori. Il solo effetto immediato e spontaneo del rapporto di produzione capitalistico, poiché la sua base è la forza lavoro come merce, è di distruggere, atomizzandola, la classe dei lavoratori salariati che esso stesso produce. È dunque la lotta di classe, che comporta una direzione secondo una conoscenza del movimento, che costituisce la classe da mera statistica a esistenza storica.

Quando nel Manifesto si scrive che “ogni lotta di classe è lotta politica”, non s’intende dire che la formazione delle organizzazioni di lotta dei salariati sono un tutt’uno con la formazione del partito. Il partito non nasce dalla classe, ma, dall’esterno della classe.

Nel Manifesto si condensa la sintesi delle tendenze osservate nella storia dei tentativi rivoluzionari del proletariato francese, di cui il blanquismo fu la forma tipica, e di quello inglese, di cui il cartismo fu l’espressione culminante. Non si giunge al Manifesto per via ”democratica”: l’appello al proletariato mondiale si fonda su tesi conoscitive e su una passione rivoluzionaria non destinate ad esser ratificate da nessun congresso o comitato centrale, perché è un blocco teorico-pratico in sé compiuto. Il bilancio delle lotte e dei programmi cartisti e blanquisti non avviene dentro le lotte dei cartisti e dei blanquisti, ma determina delle selezioni storiche ed organizzative che per noi comunisti culminano nel Manifesto, appello per l’organizzazione, nello stesso tempo teoria e prassi storica.

Il cartismo è un reale partito operaio che combina obiettivi economici (cooperative, giornata lavorativa di 10 ore) e politici (suffragio universale); organizza scioperi, manifestazioni, petizioni. Il blanquismo è una avanguardia ideologica che si pone l’obiettivo della conquista del potere di Stato da parte dei lavoratori. Nel cartismo la posizione di classe è soggetta agli obiettivi del democratismo piccolo-borghese; nel blanquismo la “purezza” proletaria tende a superarlo, ma si chiude nell’isolamento delle sette e della tattica insurrezionale.

Le lotte della borghesia sono all’origine della costituzione del proletariato in partito politico, poiché essa non può portare a compimento la propria rivoluzione senza mettere in movimento e arruolare al suo fianco le masse dei lavoratori come forza di rottura; sta al partito trarre la lezione storica che il proletariato non potrà perseguire i suoi fini di classe senza organizzarsi in forma distinta dalla borghesia, con proprio programma e proprio partito politico. Se dunque un parallelo si può fare tra la classe borghese e il suo Stato, e il proletariato e il suo partito rivoluzionario, e il suo Stato, è nel senso della loro dissimmetria.

Per la borghesia lo Stato è il “comitato” che amministra gli affari comuni della borghesia, ma che tende, a livello ideologico, a presentarsi come “sfera politica” superiore che si impone alla società intera, non esprimendo altro che il dominio e la volontà della classe dominante. Lo Stato è dunque rappresentativo della borghesia e come classe statistica e come classe politica: la pretesa opportunistica che vede nel “comitato d’affari” una versione economicistica e rozza e nella “sfera politica” una sublimazione mistificante non riesce a cogliere nelle due immagini due facce della stessa medaglia. Il rapporto tra classe proletaria e partito e Stato proletario è diverso. Il partito non è delegato dalla classe a dirigere la sua lotta politica, né per legittimazione lo reclama. Pur mantenendosi in contatto con essa, non trae la sua autorità da nessun formalismo giuridico, ma dalla sua capacità di guida nell’azione. Da qui la negazione dei meccanismi parlamentari e democratici, e la difficile conquista del proprio congeniale modulo organizzativo, definito dalla Sinistra “centralismo organico”.

Lo Stato proletario, pur essendo, a guisa di quello borghese, macchina di repressione contro le classi nemiche, non è “comitato d’affari” della classe operaia, in quanto l’interesse del proletariato per definizione non è che l’abolizione dei rapporti sociali fondati sulla divisione in classi.

Non è un sistema rappresentativo formale per il fatto che non deve difendere gli interessi del proletariato come classe tendente a conservarsi in quanto classe. Come dunque il partito di classe non è assimilabile ai partiti della borghesia, che in un certo senso non ha mai conosciuto un suo vero partito di classe, così pure lo Stato proletario non è la stessa cosa dello Stato borghese, sia per la questione della rappresentanza di interessi, sia per il suo assetto strumentale, che pur disponendo di forza materiale, militare, amministrativa, burocratica, contabile ecc. è una macchina che espelle gli strumenti che hanno assolto alle loro funzioni, un po’ come il missile che via via corsa si libera delle parti che diventerebbero zavorra per il proseguimento della corsa. In questo modo è inaccettabile la tesi che ad ogni classe corrisponde un partito o un insieme di partiti come rappresentanza di essa nella “sfera politica”, nello Stato.

La tesi marxista è che le classi e i loro partiti non si allineano secondo una meccanica statistica di rappresentanze partitiche e statuali, ma che la lotta di classe tende e spinge a disporre partiti e classi secondo i loro fini storici. I partiti della borghesia, pur nelle diversità della loro base empirica e nella frammentazione e concorrenza dei loro interessi, convergono tutti nella costituzione della “sfera politica”, da rendere funzionale alla gestione degli affari. Forma democratica dello Stato, garantista o dittatoriale non sono in contrasto con questo supremo fine, sia esso presentato come etico e ideale, sia come equilibrio razionale di spinte diverse.

Solo la concezione marxista della società è riuscita a leggere nello sviluppo stesso della realtà storica la necessità del superamento delle società politiche nella amministrazione delle cose. Fino al materialismo storico questa possibilità è sempre stata immaginata o come utopia in contrasto con la natura umana o come sublimazione e quindi copertura di interessi consolidati. In questo senso il socialismo scientifico solo è in grado di vedere nelle Repubbliche ideali da Platone a Campanella la loro sostanziale base reazionaria, che mira a dare statuto di dignità a società statiche nelle quali i fermenti di novità sono inadeguati in rapporto alle possibilità di rovesciamento delle forze dominanti.
 

Partito-coscienza e partito organizzazione

Chi ancora oggi vede contraddizione tra Partito-coscienza e il partito-organizzazione dimentica che la realtà pratica della coscienza di classe è l’organizzazione di classe. Questo non toglie che la stessa coscienza teorica della necessità del partito di classe come organizzazione autonoma dalla classe nelle sue innumerevoli forme organizzative (leghe di resistenza, cooperative, camere del lavoro, sindacato, consigli ecc.) è il frutto delle lezioni della storia stessa della lotta di classe. Gli opportunisti dei nostri giorni si meravigliano che Engels a conclusione di “Per la storia della lega dei Comunisti” (1885) abbia potuto scrivere:

«Oggi il proletariato tedesco non ha più bisogno di nessuna organizzazione ufficiale, né pubblica, né segreta. Per scuotere tutto il Reich tedesco è sufficiente il semplice legame, che si comprende da sé, tra compagni di classe della stessa opinione, senza tutti gli statuti, le istanze dirigenti, le decisioni e tutte le altre forme immaginabili... E più ancora! Il movimento internazionale del proletariato europeo e americano è diventato adesso così forte che non solo la sua prima forma ristretta, la lega segreta, ma perfino la sua seconda forma infinitamente più larga, la pubblica associazione internazionale degli operai, è diventata per esso un inciampo; il semplice sentimento di solidarietà, basato sulla convinzione dell’identità della situazione di classe, è sufficiente per creare e tenere insieme tra gli operai di tutti i paesi e di tutte le lingue uno stesso grande partito del proletariato».
Solo dei ciechi possono leggere questo in chiave idealistica: ma la cecità dei cultori del socialismo in un solo paese e delle vie nazionali non ha limiti e non vede che il passo inizia col riferimento al proletariato tedesco e finisce col richiamo al proletariato senza aggettivi. Una edizione ante litteram della nostra definizione del partito mondiale e del suo modulo organizzativo: il centralismo organico. Engels quando parla di statuti, istanze dirigenti e tutte le altre forme immaginabili si riferisce a statuti e decisioni del proletariato tedesco, distinti dalla classe operaia degli altri paesi, e considera che il partito del proletariato mondiale non è una somma degli statuti dei singoli proletariati mondiali, ma nella sostanza che il semplice sentimento di solidarietà è capace di tenere insieme gli operai di tutti i paesi. Il partito del proletariato mondiale è il massimo della organizzazione: il superamento degli statuti nazionali, non è la negazione dell’organizzazione, ma l’esaltazione di essa.

Certamente l’Associazione Internazionale dei Lavoratori fondata nel 1864 è l’organizzazione nella quale si svolge la lotta per il comunismo, non è il “partito comunista”. Sul modello del Manifesto e con la partecipazione di Marx che vi ebbe un ruolo dirigente, si sosteneva in rapporto ai principi, “l’emancipazione della classe operaia opera della classe operaia stessa”, che è il principio fondamentale che esclude la possibilità che siano altre classi a farsi carico della sua emancipazione e del suo fine storico; «L’emancipazione economica della classe operaia è il grande fine cui deve essere subordinato, come mezzo, ogni movimento politico (...) La conquista del potere politico è diventato il grande dovere del proletariato».

Non ci meraviglia che il Partito comunista in quella fase storica non pretenda di identificarsi con l’Associazione Internazionale dei Lavoratori e che anzi nel suo interno lotti contro le tendenze degli altri partiti operai, che oggettivamente lottano contro la borghesia. L’Associazione Internazionale dei Lavoratori fa progredire la solidarietà (scioperi, opposizione alle guerre di conquista), mentre al suo interno le diverse correnti e la loro lotta culminano all’indomani della Comune nella duplice scissione dell’anarchismo e del tradeunionismo. In questa fase si può parlare correttamente di “partiti operai”. L’opportunismo ed il revisionismo, come le altre correnti operaie non marxiste, purché non siano considerate, come il comunismo rivoluzionario mai le ha considerate, un puro “stato d’animo”, devono essere rapportate alla base materiale che le sostiene: è nel “pacifico” sviluppo del capitalismo nella sua fase imperialistica che si manifestano come espressione dell’aristocrazia operaia, delle gerarchie del lavoro come si costituiscono nell’ambito della concorrenza tra salariati indotta dalla competizione tra le diverse frazioni del capitale. Gli agenti dell’imperialismo penetrano nelle organizzazioni di classe non come individui, ma come forze, e come tali vengono combattute dalla tradizione marxista rivoluzionaria.

Nell’esperienza della presa del potere da parte del partito di classe in Russia, contro tutte le ciance di moda oggi a proposito di confusione di ruoli tra partito e Stato, il partito non si fa Stato, ma rimane al culmine della gerarchia di funzioni che vede lo Stato proletario come una macchina repressiva e amministrativa agli ordini del partito. Solo quando, all’esito negativo della rivoluzione in occidente, la borghesia mondiale potrà riprendere respiro, verrà il momento di dare sistemazione teorica a tali eventi, il partito si confonderà nello Stato “socialista” e sarà la macchina repressiva a funzionare perfettamente e tragicamente contro il partito comunista ed il proletariato.

La repressione effettiva e sistematica del movimento operaio, la disfunzione istituzionale tra partito e sindacato, tra partito e Stato non è il frutto di cervellotiche elucubrazioni, ma è la risposta ai processi di centralizzazione che coinvolgono le forze borghesi, sia nel terreno economico sia politico e militare.

L’opportunismo vede una rottura essenziale tra la formulazione del Manifesto di questi problemi e quella riscontrabile negli statuti della Prima Internazionale, per non parlare poi delle tesi della Seconda. In realtà la forza delle formulazioni statutarie e teoriche non dipende dalle parole, ma ancora una volta dai rapporti di forza. Se gli statuti originali della Prima Internazionale parlavano di

«creare un mezzo centrale di collegamento e di collaborazione tra le associazioni operaie che esistono nei diversi paesi e tendono allo stesso fine».
Nel 1872 dalla conferenza dell’Aia viene aggiunto l’articolo 7° che sanzionava le scissioni in corso:
«Nella sua lotta contro il potere unificato delle classi possidenti il proletariato può agire come classe solo organizzandosi in partito politico autonomo, che si oppone a tutti gli altri partiti costituiti dalle classi possidenti. Questa organizzazione del proletariato in partito politico [non in partiti politici!] è necessaria allo scopo di assicurare la vittoria della rivoluzione sociale e il raggiungimento del suo fine ultimo: la soppressione delle classi. L’unione delle forze della classe operaia, che essa ha già raggiunto grazie alla lotta economica, deve anche servire di leva nella lotta contro il potere politico dei suoi sfruttatori. Siccome i magnati della terra e del capitale utilizzano sempre i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici e per asservire il lavoro, la conquista del potere è diventato il “grande dovere del proletariato”».
Chi vede nel presunto leninismo l’adattamento creativo del marxismo all’età imperialistica dimentica che già Marx in Salario, prezzo e profitto (1865) aveva avanzato due tesi:
     1) con le lotte rivendicative quotidiane la classe operaia può contrastare la tendenza capitalistica all’intensificazione dello sfruttamento, ma non eliminarla: “nella lotta puramente economica”, in ultima istanza, il capitale è più forte.
     2) Questa lotta produce “la necessità di una azione politica generale che ha per oggetto non solo gli effetti, ma le cause dello sfruttamento”.

Per questo è necessaria una organizzazione distinta, il partito di classe.
 
 
 
 
 
 
 
 


La questione militare

(continua dal n.1)

VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE

Rifiuto del pacifismo

In una conferenza pubblica, svoltasi a Losanna il 14 ottobre 1914, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale, Lenin faceva le seguenti affermazioni, anticipando le classiche tesi espresse ne L’Imperialismo fase suprema del capitalismo:

«L’imperialismo è quello stadio del capitalismo in cui quest’ultimo, avendo realizzato tutto ciò che poteva realizzare, comincia a declinare. È un’epoca particolare, non nella coscienza dei socialisti, ma nei rapporti reali. Si scatena la lotta per la spartizione dei bocconi rimasti. È l’ultimo compito storico del capitalismo. Quanto tempo durerà questa epoca noi non possiamo dirlo. Forse di queste guerre ce ne saranno più d’una, ma è indispensabile renderci chiaramente conto che non sono più affatto le guerre di un tempo, e che, di conseguenza, i compiti che si pongono ai socialisti subiscono dei mutamenti» (Opere, XXXVI, pag. 211).
Parole profetiche, si dirà!

Accertato, dopo più di un trentennio dalla fine del secondo massacro mondiale, che la profezia non è per il “fesso”, vogliamo ricordare che il luogo comune, che più di ogni altro tutt’oggi regge, contribuendo a mantenere nella più completa idiozia le corteggiate e fottute masse, della “evidente follia” di una nuova conflagrazione mondiale, dati i moderni mezzi di distruzione, e che sarebbe ragione sufficiente per educare governati e soprattutto governanti ad evitare l’enorme errore, non è esclusivo e caratteristico dell’era della bomba atomica. Ne era solerte assertore N. Angel già nel primo novecento e non sappiamo se abbia fatto in tempo per accorgersi quanto fosse distratto nell’agosto del 1914 e del 1939. Si sosteneva nel primo novecento, non diversamente da quello che si è sostenuto fino ad oggi (salvo improvvise e presto dimenticate paure ad ogni accenno di crisi diplomatica e militare internazionale) che i governanti dei diversi Stati – seppure borghesi fino al midollo – non potevano non essere consapevoli degli enormi danni che dalla guerra sarebbero derivati a loro stessi e alle classi dominanti, ragion per cui avrebbero sempre evitato lo scontro totale, pur continuando a basare gli equilibri mondiali sugli armamenti. Si confidava, in poche parole, che le diverse borghesie non sarebbero corse al suicidio. Era ed è il luogo comune più diffuso, che, nei fatti, non si discosta dalle tesi autorevolmente sostenute da Kautsky, sebbene in forma meno banale, secondo cui, ci sarebbe la possibilità per la borghesia dominante, sulla stessa base della produzione capitalistica, di potere scegliere tra una politica di guerra e una politica di pace. Contro tale bolsa tesi un nostro testo del 25 ottobre 1914, Il socialismo di ieri dinanzi alla guerra di oggi, pubblicato sul periodico della Gioventù Socialista di allora, L’Avanguardia, e del tutto allineato con le tesi contemporanee e successive di Lenin, sosteneva:

«Si confidava quindi che le diverse borghesie non sarebbero corse al suicidio. Ma la chiave del concetto socialista è invece che la classe dominante in regime capitalistico non può governare e reggere le forze che si sprigionano dagli attuali rapporti delle forme di produzione, e resta a sua volta vittima di certe contraddizioni inevitabili del regime economico, il quale non risponde alle esigenze della grande maggioranza degli uomini. Il grande quadro marxista della produzione capitalistica mette in luce questi contrasti e la impotenza della borghesia a dominarli. Poiché gli strumenti di produzione e di scambio non sono ancora socializzati (...) ne consegue che la vita moderna non è l’evoluzione continua verso una maggiore civiltà, ma è il percorso della fatale parabola che, attraverso un inasprimento delle lotte di classe e un aumento di malessere nei lavoratori, si risolverà nel crollo finale del regime borghese (...) Parallelamente a questo processo, per il quale la classe dominante prepara senza poterlo evitare il suo suicidio storico, noi assistiamo ad un altro assurdo. Lo sviluppo dei mezzi di produzione nel campo economico, la diffusione della cultura in quello intellettuale, la democratizzazione degli Stati in quello politico, invece di preparare la cessazione delle guerre e il disarmo degli eserciti fratricidi, conducono ad una intensificazione dei preparativi militari. È questa una sopravvivenza di altri tempi, è un ritorno ai secoli di barbarie, o non è piuttosto una caratteristica essenziale del regime sociale moderno, borghese e democratico?».
Non sarà mai ripetuto abbastanza che le guerre imperialiste sono inevitabili, in quanto la loro origine più profonda si trova proprio nella sottostruttura economica: basti considerare che l’investimento di capitali nella produzione bellica costituisce lo sbocco più naturale alla loro cronica sovrabbondanza, caratteristica dell’epoca imperialistica (e basta guardare le statistiche ufficiali per averne conferma). Il problema economicamente insolubile nell’ambito della produzione capitalistica è infatti quello di produrre sempre più merci, di realizzarne il valore. La produzione di armi, perlomeno in parte, riesce a realizzare questa autentica quadratura del circolo. Ma prima o poi debbono essere usate! E in misura sempre maggiore sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo!

Lenin non sa che una seconda guerra più micidiale della prima è passata sul corpo martoriato del proletariato mondiale e che, lungi dal riportare il proletariato stesso sulla via della rivoluzione comunista, ha visto la stessa Russia dei Soviet degenerare al rango di secondo paese imperialista, partecipare come tale alla guerra stessa e, forse, prepararsi attualmente ad accendere la miccia della terza. Sappia il proletariato mondiale che il terzo macello non si potrà evitare né confidando nei governi borghesi – oggi tutti più borghesi che mai – né confidando in “movimenti” della cosiddetta e fetente opinione pubblica mondiale, magari in veste “progressista” e favorevole al “disarmo universale”. Il futuro dell’umanità potrà non conoscere più tali macelli solo se prevarrà sulla forza dell’imperialismo mondiale la forza del proletariato mondiale. Perciò sarebbe errore fatale dedurre dalla inevitabilità della guerra la riproposizione della parola d’ordine della “lotta per la pace”.

La rivendicazione del pacifismo non è mai stata tipica del marxismo rivoluzionario, in quanto si tratterebbe della rivendicazione dello status-quo, cioè delle condizioni in cui la borghesia mantiene saldamente il suo potere politico. Si tratterebbe, in definitiva, come si tratta, del peggiore opportunismo che ha tolto e toglie di mano al proletariato l’unica arma capace di farlo risultare vincitore nella sua lotta contro lo Stato capitalista: quella della violenza di massa organizzata e diretta dal Partito.

Per fugare ogni dubbio relativo al nostro disprezzo per ogni tipo di pacifismo, stanti gli attuali rapporti di classe, citiamo ancora dal suddetto articolo di Avanguardia, dove tale problema è affrontato in polemica con chi, accusando noi di esserci convertiti all’imbelle mito della pace, da parte sua, aveva scoperto l’uso della violenza... per la borghesia!:

«Pacifismo? [L’illustre traditore di lì a poco ignobilmente espulso dalle file del proletariato socialista usava sprezzantemente contro di noi il termine di “panciafichismo” associandoci impudentemente alla destra e al centro del PSI] No. Noi siamo fautori della violenza. Siamo ammiratori della violenza cosciente di chi insorge contro l’oppressione del più forte, o della violenza anonima (...) Noi pacifisti? Noi sappiamo che in tempo di pace non cessano dal cadere frequentissime le vittime dell’ingiusto regime attuale. Noi sappiamo che i bimbi degli operai sono falciati dalla morte per mancanza di pane e di luce, che il lavoro ha la sua percentuale di morti violente come la battaglia, e che la miseria fa, come la guerra, le sue stragi. E di fronte a ciò non è la supina rassegnazione cristiana che noi proponiamo, ma la risposta con la violenza aperta a quella violenza ipocrita e celata che è il fondamento della società attuale».
Lenin, quasi contemporaneamente, a conferma della identità di posizioni sue e della Sinistra su tutte le questioni essenziali, anche quando non erano reciprocamente conosciute, in una sua lettera a Scliapnikov del 14 novembre 1914 scriveva:
«Circa la parola d’ordine della "pace" vi sbagliate quando dite che la borghesia non ne vuole nemmeno sentir parlare. Ho letto oggi l’Economist inglese. I borghesi intelligenti di un paese avanzato sono per la pace (naturalmente allo scopo di rafforzare il capitalismo). Ma noi non dobbiamo farci confondere con i piccoli-borghesi, i liberali sentimentali, ecc. (...) Domani o dopodomani la borghesia tedesca e soprattutto gli opportunisti si impadroniranno della parola d’ordine della pace. Noi dobbiamo attenerci alla parola d’ordine del proletariato rivoluzionario, capace di lottare per i suoi obiettivi, e ciò vuol dire la guerra civile. Anche questa è una parola d’ordine molto concreta, e solo essa può determinare senza errore quale è l’orientamento fondamentale: per la causa proletaria o per la causa borghese» (Opere, XXXVI, pag. 217).
Ancora più decisamente, in una conferenza organizzativa delle sezioni estere del partito operaio socialdemocratico russo che si tenne a Berna dal 27 febbraio al 4 marzo del 1915, in cui le tesi di Lenin su “la guerra e i compiti del Partito” furono completamente approvate, veniva espresso il seguente giudizio sul pacifismo:
«Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico, e specialmente nella fase imperialista, le guerre sono inevitabili (...) Oggi la propaganda della pace, se non è accompagnata dall’appello all’azione rivoluzionaria delle masse, può soltanto seminare illusioni, corrompere il proletariato inculcandogli la fiducia nell’umanitarismo della borghesia e facendo di esso un trastullo nelle mani della diplomazia segreta delle nazioni belligeranti. In particolare è un grave errore pensare alla possibilità della cosiddetta pace democratica senza una serie di rivoluzioni» (Opere, XXI, pag. 145).
È importante confermare, soprattutto oggi in cui la mistica della pace è l’Abc di ogni prezzolato al servizio di interessi borghesi, che pacifismo e sciovinismo non sono affatto in contraddizione, che anzi i più accaniti difensori della patria minacciata sono proprio i predicatori della “pace universale”. La “predica della pace” e la “lotta contro l’aggressore” sono le due tipiche parole d’ordine dell’opportunismo che, senza soluzione di continuità, uniscono il periodo di pace al periodo di guerra. Tale fenomeno verificatosi vistosamente con la prima guerra mondiale fu minuziosamente analizzato in numerosi scritti da Lenin; si è poi ripetuto nella seconda guerra ed è destinato ad ingigantire con l’approssimarsi della terza. Probabilmente non si potrebbero trovare parole diverse dalle seguenti, per definirlo più esattamente:
     «L’idea fondamentale dell’opportunismo è la collaborazione delle classi. La guerra la sviluppa fino in fondo, aggiungendo inoltre ai fattori e agli stimoli abituali di questa idea tutta una serie di nuovi elementi, costringendo, con speciali minacce e con la violenza, la massa, disorganizzata e dispersa, a collaborare con la borghesia. Questo fatto aumenta, naturalmente, la cerchia dei sostenitori dell’opportunismo e spiega pienamente il fatto che molti radicali della vigilia passano in questo campo.
     «L’opportunismo consiste nel sacrificare gli interessi fondamentali delle masse agli interessi temporanei di un’infima minoranza di operai, oppure, in altri termini, nella alleanza di una parte degli operai con la borghesia, contro la massa del proletariato. La guerra rende tale alleanza particolarmente evidente e coercitiva. L’opportunismo è stato generato nel corso di decenni dalle particolarità di un determinato periodo di sviluppo del capitalismo, in cui uno strato di operai privilegiati, che aveva un’esistenza relativamente tranquilla e civile, veniva "imborghesito", riceveva qualche briciola dei profitti del proprio capitale nazionale e veniva staccato dalla miseria, dalla sofferenza e dallo stato d’animo rivoluzionario delle masse misere e rovinate. La guerra imperialista è la diretta continuazione e la conferma di un tale stato di cose, perché è una guerra per i privilegi delle grandi potenze, per la ripartizione delle colonie tra queste grandi potenze e per loro dominio sulle altre nazioni. Per lo "strato superiore" della piccola borghesia o della aristocrazia (e burocrazia) della classe operaia, si tratta di difendere e di consolidare la propria posizione privilegiata: ecco il naturale proseguimento delle illusioni opportunistiche piccolo-borghesi e della tattica corrispondente durante la guerra; ecco la base economica del socialimperialismo odierno» (Il fallimento della II Internazionale, XXI, pag. 218-219).
L’unica annotazione che è lecito fare a questo passo estremamente lucido e chiaro è che oggi gli strati operai privilegiati sono numericamente aumentati nelle nazioni imperialiste a scapito naturalmente della miseria e della disperazione di altri proletari di tutto il mondo (il proletariato è ormai realmente classe mondiale), per cui ben difficilmente si può prevedere una vasta opposizione organizzata alla guerra, a meno di non cadere nell’errore di chi crede che i fatti sociali avvengano non secondo la materiale collocazione di classe degli interessi individuali, ma per influenze morali od “umanitarie”. Si spaccerà viceversa per opposizione alla guerra la predica sui valori umani della pace, preludio di quella famigerata “lotta per la pace” che altro non significa che lotta contro chi minaccia la pace (cioè lotta contro gli “aggressori”). In definitiva tale predica di preti, intellettuali, piccoli-borghesi, burocrati dello Stato e degli apparati sindacali e politici, di cui già si sentono le prime avvisaglie, sarà l’altra faccia della materiale preparazione ed adesione alla guerra.

Tutto ciò non significa abdicazione ai nostri e solo nostri compiti rivoluzionari, nemmeno nella odierna difficilissima situazione; al contrario, significa rendersi conto della estrema urgenza della necessità della rinascita di un potente movimento operaio, che, cementato dalla lotta per esclusivi interessi di classe, sia anche in grado di opporsi ai preparativi del terzo conflitto mondiale.

«Non si può far girare all’indietro la ruota della storia, né arrestare la marcia della storia – ripete anche Lenin nell’articolo sopracitato; né, a maggior ragione, si deve stare a piagnucolare – Si è formato uno strato sociale di parlamentari, giornalisti, burocrati del movimento operaio, che si è fuso ed adattato alla propria borghesia nazionale [se questo era vero nel 1914, figuriamoci oggi!]. Bisogna saper andare oltre. Se non si vuol abdicare al nostro compito rivoluzionario, dobbiamo creare organizzazioni nettamente separate dall’opportunismo e che sappiano condurre la lotta per il potere e l’abbattimento della borghesia».
È questa la posizione chiave dei comunisti fin dal 1914 e per tutto il periodo storico che da allora è iniziato e che non vedrà ritorni indietro, ma che pone esclusivamente l’esigenza della lotta mondiale per il comunismo. Oggi, dopo le devastazioni compiute dal tradimento stalinista e peggio post-stalinista, si tratta naturalmente della necessità di reimportare nei proletari l’elementare nozione dell’organizzazione economica di classe per difenderne da subito i bisogni più urgenti ed elementari, ma con quella precisa prospettiva, che fin da oggi deve essere propagandata tra tutti i lavoratori disposti alla lotta. In quest’opera deve essere fin dall’inizio stroncata ogni posizione che agiti lo spettro degli orrori della guerra, e che, d’altronde, fa il paio con quella che decanta le delizie della coesistenza pacifica.

I comunisti sono sempre stati consapevoli, contrariamente a quanto oggi si blatera, che una nuova società “a misura d’uomo” non potrà in ogni caso essere un parto indolore. In uno dei primi articoli di commento alla guerra, La guerra europea e il socialismo internazionale, scritto nell’agosto 1914, Lenin sostiene che:

«Al socialista, più che gli orrori della guerra (...) pesano gli orrori del tradimento perpetrato dai capi del socialismo contemporaneo, gli orrori del fallimento dell’attuale Internazionale».
E, per riaffermare e ridimostrare la continuità delle posizioni comuniste, tra i mille articoli e lavori di Partito del secondo dopoguerra, possiamo ricordare che in un articolo del 1961, Guerra per Berlino o entro Berlino, commentando i 16 anni di pace “maledetta”, abbiamo dichiarato:
«La cosa peggiore e più vomitiva sarà che salvatori della pace – questa suprema ignominia – saranno chiamati i proletari, le masse e i fantasmi che oggi sono disonorati sotto questi nomi. In tutto questo a che si può guardare di non vile? Che cosa gridare? Solo una cosa: viva la guerra! Dato che il più feccioso è il grido: viva la pace!».
Solo degli imbecilli possono vedere in queste posizioni delle posizioni “guerrafondaie”: nel 1917 si arrivò perfino ad accusare Lenin di “spionaggio” a favore dei tedeschi; durante la seconda guerra mondiale Trotzky, per la propaganda stalinista, era una spia nazista e Bordiga una spia del Mikado. Non è il caso di rispondere a tali “accuse”, ma di riaffermare le classiche tesi. Si tratta infatti di posizioni fondamentali nel contesto delle posizioni generali del marxismo rivoluzionario: ogni altra posizione in materia si allinea perfettamente con le posizioni classiche dell’opportunismo sciovinista, che ha già impedito con successo e tenterà nuovamente di impedire l’azione rivoluzionaria del proletariato proprio nei momenti cruciali.

Tipica è la posizione che tennero i socialtraditori nel 1914: siamo ormai impotenti ad impedire la guerra – si diceva – essa ormai è un fatto: dunque sarà sempre meglio che nel governo ci siano anche dei socialisti piuttosto che lasciare mano libera ai soli rappresentanti della borghesia. Non si sente forse riecheggiare l’attualissime giustificazioni di destri e sinistri, che rispetto ai traditori del 1914 hanno solo la differenza in peggio di non starci nemmeno più, quanto a posizioni, nel campo operaio, secondo i quali, appunto, bisognerebbe “gestire” il possibile (!), mentre in realtà non fecero e non fanno altro che manifestare il più alto disprezzo e la più profonda paura per ogni tentativo di azione delle masse proletarie che non sia inquadrato e controllato in limiti perfettamente legali?

Anche nel caso di vera e propria impotenza (e nell’agosto del 1914 si trattava viceversa di un vero e proprio alibi, come dimostrò ampiamente anche l’eroica ed isolata lotta condotta contro la guerra dalla sparuta Sinistra italiana) i capi del movimento operaio avrebbero dovuto votare contro i crediti di guerra e non entrare nei ministeri; avrebbero dovuto denunciare le nefandezze della borghesia e non difenderla: il tradimento dell’agosto 1914 deve restare indelebile nella memoria storica del proletariato!! Oggi, Vladimiro, i sapientoni in “tattica rivoluzionaria” e “concretismo” ti direbbero, con un sorriso di sufficienza, che la tua e la nostra era una posizione di “esclusiva testimonianza” e che le tue proposte non sarebbero “praticabili”. Non dubitare: saranno gli stessi a ripetere la vergognosa praticabilità dell’appoggio alla santa guerra patriottica e a giustificare il versamento di altro ed abbondante sangue proletario! Preparare un terreno sgombro da tali intralci è compito primario ed attualissimo del Partito.
 

Il disfattismo rivoluzionario

Un punto fondamentale da ribadire è che, nei paesi imperialisti, solo il proletariato possiede la forza e non solo l’ambiguo “interesse” per lottare contro la guerra. Esso dovrà ben guardarsi, per dispiegare tutta la necessaria potenza, da chi, nel periodo cruciale, tenterà di distoglierlo da questo suo compito centrale con la predica della necessità di trovare “alleati” tra le altre classi o “strati”, prima di iniziare concrete azioni di lotta. Il precedente, non solo degli opportunisti più aperti, ma perfino del centro “marxista” di Kautsky nella prima guerra mondiale, ci deve far prevedere che ciò si verificherà nel futuro su scala molto più allargata. Kautsky diceva ne Lo Stato Nazionale:

«È fuori di dubbio, e non c’è bisogno di dimostrarlo, che esistono degli strati realmente interessati alla pace universale e al disarmo. I piccoli borghesi, i piccoli contadini, e persino molti capitalisti e intellettuali non sono legati all’imperialismo da interessi più forti dei danni che questi strati soffrono a causa della guerra e degli armamenti» (Citato in Lenin, Opere, XXI, pag. 204).
È un po’ come se si volessero giudicare degli interessi di classe della borghesia più dalle parole dei preti e degli intellettuali che dalle cannonate (complementari le une alle altre). Il problema è di classe e non di individui, nel senso che non si tratta di giudicare delle pie aspirazioni di chicchessia, ma di organizzare l’unica classe che non solo “aspira”, ma possiede la forza decisiva per sconfiggere i piani dell’imperialismo, cioè la classe proletaria, intesa non banalmente in senso statistico, ma in quanto classe organizzata nelle sue organizzazioni di classe: in quelle economiche e, soprattutto, nel suo partito politico rivoluzionario di classe. Con la presenza e l’azione cosciente di una tale classe sarà anche indifferente che gruppi, strati, o individui socialmente appartenenti ad altre classi si assoggettino alla direzione proletaria nella lotta contro la guerra. Ma proprio perché ciò sia possibile è necessario che non ci sia confusione di obiettivi e metodi di lotta, in quanto ciò avrebbe come conseguenza la confusione proprio degli interessi di classe del proletariato con gli interessi delle altre classi, tutte interessate al mantenimento del regime capitalistico, e dunque, in periodo di guerra, tutte interessate alla vittoria del proprio paese sugli altri, in quanto tutte le classi non proletarie traggono sostanziosi vantaggi dal proprio capitale imperialistico. Al riguardo non possono esserci dubbi di sorta:
«L’imperialismo è la subordinazione di tutti gli strati delle classi abbienti al capitale finanziario e la spartizione del mondo fra cinque o sei “grandi” potenze, la maggioranza delle quali partecipa ora alla guerra. La spartizione del mondo fra le grandi potenze significa che, in esse, tutti gli strati abbienti sono interessati al possesso di colonie e di sfere di influenza, all’asservimento di nazioni straniere, ai posticini più o meno redditizi e ai privilegi connessi all’appartenenza ad una "grande" potenza» (Lenin, Il fallimento della II Internazionale, XXI, pag. 205).
Deve essere dunque affermato che l’aspirazione degli strati piccolo-borghesi alla pace universale esiste solo in quanto sia possibile che ne risultino confermati i loro privilegi. Se tale privilegi sarà possibile confermare solo con la guerra, questi strati ne diventano i più accesi sostenitori: ecco come si spiega l’apparente repentino cambiamento di fronte di tutti gli strati piccolo-borghesi, che passano dal fronte “pacifista” a quello “guerrafondaio” nell’arco di un mattino.

Affinché appaiano nettamente separati gli interessi del proletariato da quelli di tutte le altre classi e di tutti gli altri “strati” sociali è necessario che, fin dall’inizio, il partito affermi che la lotta contro la guerra dovrà addivenire, come chiaramente definito fin dal 1914, al disfattismo rivoluzionario. All’obiezione che si tratterà di un’opera difficilissima e che richiederà notevoli sacrifici ed anche possibili iniziali sconfitte, lungi dal ripiegare su “tattiche più praticabili”, risponderemo come Lenin che, proprio per questo, tale opera è necessario intraprenderla “solo con coloro che vogliono attuarla, senza temere di rompere completamente con gli sciovinisti e con i difensori del socialsciovinismo” (Opere, XXI, pag. 88).

Proprio perché ogni lotta rivoluzionaria ha bisogno di obiettivi molto precisi, dobbiamo enormemente diffidare di ogni parola d’ordine che, pur invocando genericamente la lotta rivoluzionaria contro la guerra non la estenda fino alla necessaria conseguenza del disfattismo. Si tratta di una posizione opportunista di tipo “massimalista”, che, beandosi di “frasi rivoluzionarie”, porterebbe confusione nelle file del partito. È l’opportunismo tipico della frase rivoluzionaria, altrettanto pericoloso e virulento di quello che apertamente inviterà gli operai alla difesa della “patria”. In un articolo del luglio 1915 Lenin nota a proposito di questi opportunisti supermarci:

«La "parola d’ordine" della disfatta è respinta dagli sciovinisti (compresi il Comitato di organizzazione e la frazione di Ckheidze) precisamente perché è l’unica e sola parola d’ordine che sia un appello conseguente all’azione rivoluzionaria contro il proprio governo durante la guerra. E senza questa azione, i milioni di frasi rivoluzionarissime sulla lotta contro "la guerra, le condizioni, ecc." non valgono un soldo bucato» (La sconfitta del proprio governo, Opere, XXI, pag. 250).
Fuori da ogni tradimento e da ogni demagogia anche in periodo di guerra il partito deve dare come obiettivo immediato del proletariato la lotta contro il proprio governo e nessun’altra indicazione, sia pure di lotta, potrebbe surrogarlo. Da ciò deriva la necessaria conseguenza, che solo chi non vuol dar corpo alle chiacchiere è disposto a riconoscere che, da una parte, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile è facilitata dai rovesci militari e, dall’altro, sarebbe praticamente impossibile tendere realmente a questo risultato senza contribuire alla disfatta militare. All’obiezione che una tale netta posizione potrebbe allontanare forze sinceramente rivoluzionarie si deve rispondere, ancora con Lenin, che ogni intesa sulle azioni rivoluzionarie è possibile «solo con l’inizio e lo sviluppo di queste azioni. Orbene, tale inizio, a sua volta, è impossibile se non si vuole la disfatta del proprio governo e se non si opera per essa» (Opere, XXI, pag. 251).

Se tali posizioni sono estremamente chiare ed inequivocabili e gettano un fascio di luce anche nell’attuale flaccida situazione in cui si tratta di dare inizio e di sviluppare le lotte (ancora microscopiche) per la difesa dei bisogni proletari, ponendosi fuori e contro ogni confusione parolaia, si deve tuttavia evitare di cadere nel volontarismo avventurista altrettanto opportunistico e pericoloso.

Nello stesso articolo Lenin, dopo aver affermato che ogni azione concretamente rivoluzionaria presuppone di portare un contributo effettivo alla disfatta del proprio governo, nota in parentesi:

«(per il "lettore perspicace": non si tratta affatto di "far saltare dei ponti", di organizzare ammutinamenti militari votati all’insuccesso, e, in generale, di aiutare il governo schiacciare i rivoluzionari)» (Opere, XXI, pag. 249).
E, più oltre, nello stesso articolo:
«La trasformazione della guerra imperialista in guerra civile non può essere "fatta", così come non possono essere "fatte" le rivoluzioni: essa si sviluppa da numerosi fenomeni, aspetti, tratti, particolarità multiformi, risultanti dalla guerra imperialista» (Opere, XXI, pag. 251).
Abbiamo così, per coloro che si fermano su una parte dell’articolo, un Lenin volontarista, quasi terrorista ed anarchico, per coloro che si fermano alla seconda parte un Lenin spontaneista, che addirittura vede la rivoluzione come “un processo” autoesprimentesi. Tutto l’articolo viceversa è un esempio mirabile di applicazione del materialismo dialettico, incomprensibile ad ambedue le razze di rivoluzionari mancati, come già ne abbiamo visti sia a proposito dell’organizzazione della milizia sia della organizzazione della dittatura proletaria. È il rapporto condizioni oggettive della rivoluzione ed azione soggettiva del Partito che mai verrà correttamente inteso: ebbene tale rapporto è anche spazio-temporale e diversa è la situazione in cui la decisione del Partito può determinare un avvenimento (vedi Ottobre) e quella in cui è socialmente insignificante; ma anche in quest’ultima condizione non ne deriva che dunque il Partito sia autorizzato a fare le fesserie che vuole, bensì la stessa logica rivoluzionaria, secondo la quale il Partito, pur socialmente inconsistente, da un lato si abilita a prendere la decisione giusta al momento giusto, dall’altro indirizza in maniera correttamente rivoluzionaria quella parte di operai che può organizzare, innescando, sebbene inizialmente in maniera quantitativamente irrilevante, la giusta reazione rivoluzionaria.

Sinteticamente i compiti dei comunisti dovranno consistere in questi atteggiamenti:
- appoggiare ogni manifestazione proletaria spontanea;
- parole d’ordine chiare ed organizzazione proporzionata alla loro attuazione;
- organizzazione e stampa illegale senza la quale è impossibile qualunque movimento serio.

La classe non farà la rivoluzione perché avrà preso coscienza, secondo i chiacchieroni (che, tra l’altro, non le aiutano affatto a prendere coscienza delle reali condizioni di sfruttamento in cui versano), ma in un reale processo rivoluzionario. Con questa coerenza e passione la Sinistra italiana lottò perché i socialisti, di fronte al turbine della guerra, restassero “fermi al loro posto”, che non significava diventare pacifisti, ma restare ancorati ai principi della lotta di classe e della lotta rivoluzionaria che il periodo di guerra prepotentemente spingeva in primo piano.

La voce della Sinistra, a confronto dell’unanime coro a favore della difesa della democrazia contro la barbarie (sciocca e falsa idea che altrettanto disastrosamente verrà riproposta durante la seconda guerra mondiale), potrebbe sembrare isolata: in realtà l’isolamento risulta se il quadro di riferimento è la dirigenza del P.S.I., ma non se allarghiamo lo sguardo all’intero proletariato italiano, sottomesso sì alla guerra ma perché si trovò privo di una direzione coerente con i principi socialisti. Furono i dirigenti a tradire, come del resto fecero nelle altre nazioni, le loro stesse risoluzioni (vedi Basilea) e si ha un bel dire quando l’immaturità rivoluzionaria viene imputata esclusivamente all’insufficienza delle condizioni oggettive per la vittoria della rivoluzione nell’Occidente europeo! Tale innegabile immaturità, però, sta semplicemente a significare la grave mancanza di un partito effettivamente rivoluzionario e separato dagli opportunisti.

Solo gli avvenimenti legati alla guerra determinarono la necessità dell’esistenza di un tale partito, a differenza della Russia dove i comunisti avevano avuto modo di smascherare abbondantemente gli opportunisti e quindi di separarsi anche organizzativamente da loro, poiché il terreno sociale era fin dall’inizio del secolo obiettivamente rivoluzionario e quindi favorevole per dimostrare che la caratteristica dell’opportunismo è la sua mancanza nell’azione nei momenti decisivi.

Resta come dato storico importantissimo il fatto che la Sinistra, sebbene isolata dal punto di vista della sua possibilità di influire sulle scelte politiche del PSI, difenda con estremo rigore gli stessi principi di Lenin sul disfattismo rivoluzionario, ad ulteriore dimostrazione che l’attitudine pratica dei comunisti deve rimanere ancorata ai principi fondamentali anche in situazioni avverse. Essa non si limitò ad opporre tesi a tesi sugli organi di stampa, ma fece ogni tentativo, nei vari convegni che si svolsero più o meno clandestinamente dal 1915 al 1917, affinché il Partito socialista scegliesse la strada dell’organizzazione materiale della rivoluzione proletaria, che in più casi gli operai italiani – vi furono a più riprese dal 1915 al 1917 movimenti importanti a Torino e in Romagna – dimostrarono di essere disposti ad intraprendere. Tutto questo lavoro, che costituisce la vera origine della futura nascita del Partito Comunista d’Italia a Livorno, è documentato dalla nostra Storia della Sinistra Comunista, ed in particolare ricordiamo il punto 3 della mozione della sezione socialista di Napoli, votata il 18 maggio 1917, per la chiarezza con cui si pone nella stessa prospettiva di Lenin, a conferma che il bolscevismo era ed è “pianta di ogni clima”:

«I socialisti di ogni paese debbono consacrare i propri sforzi alla cessazione della guerra, incitando il proletariato a rendersi cosciente della sua forza e a provocare con la sua azione intransigente di classe l’immediata cessazione delle ostilità, tentando di volgere la crisi al conseguimento degli scopi del socialismo».


Preparazione della terza guerra mondiale

Abbiamo deliberatamente voluto trattare le questioni riguardanti l’atteggiamento pratico del Partito subito dopo la riaffermazione dei principi generali sulla inevitabilità della guerra e prima dell’esame della situazione politico-militare contingente, proprio perché sia chiaro che esso discende direttamente dai quei principi e che non è soggetto a mutamenti di sorta. Non possiamo, però, chiudere questo studio della questione militare senza una analisi, certamente generale e sintetica, della situazione attuale dei rapporti tra gli Stati, che presenta tutte le caratteristiche economiche, politiche e sociali che preludono ad un nuovo conflitto generalizzato, con l’avvertenza che, se da un lato tale analisi è importantissima affinché il Partito non si faccia sorprendere da avvenimenti del tutto imprevisti, dall’altro, in questo campo, è possibile compiere degli errori di valutazione, che, tuttavia, non potranno avere ripercussioni negative sui principi e sulla tattica del Partito espressi nei punti precedenti.

Dobbiamo, prima di affrontare questo argomento, insistere ancora sul punto fondamentale e di principio della inevitabilità della guerra in regime capitalistico. È necessario che il proletariato sia preparato fin da oggi a questa inevitabile eventualità, non solo perché una nuova guerra generalizzata sarà il prodotto necessario delle contraddizioni imperialistiche, ma anche perché essa sarà una necessità perfino nell’ipotesi più favorevole della conquista del potere politico da parte del proletariato in uno dei paesi imperialisti. Sia che tale conquista avvenga mentre la guerra si sta combattendo, sia che avvenga prima che la guerra generalizzata scoppi, il proletariato del paese in questione non potrebbe non porsi contro il resto del mondo capitalistico soprattutto sul piano militare, naturalmente facendo affidamento non solo sulla forza delle armi della Armata Rossa, ma anche sulla sollevazione del proletariato dei paesi in cui il potere è rimasto in mano alla borghesia. Anche questa indicazione è contenuta chiaramente in Lenin e non solo dopo la vittoria dell’Ottobre. In Alcune tesi del 13 ottobre 1915 scrive:

«Alla domanda: che cosa farebbe il partito del proletariato se la rivoluzione lo portasse al potere durante la guerra presente, rispondiamo: noi proporremmo la pace a tutti i belligeranti a condizione che sia data la libertà a tutte le colonie e a tutti i popoli dipendenti, oppressi e privati dei loro diritti. Con i governi attuali, né la Germania, né la Francia, né l’Inghilterra accetterebbero questa condizione. E allora noi dovremmo preparare e condurre la guerra rivoluzionaria, ossia dovremmo non soltanto realizzare completamente, con le misure più decise, tutto il nostro programma minimo, ma spingere anche, sistematicamente, all’insurrezione tutti i popoli fino ad ora oppressi dai grandi-russi e tutte le colonie e i paesi soggetti dell’Asia (India, Cina, Persia ed altri) come pure, e in primo luogo, spingere il proletariato socialista d’Europa a insorgere contro i suoi governi malgrado i suoi socialsciovinisti» (Opere, XXI, pag. 370).
Ed ancora più esplicitamente in Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa; del 23 agosto 1915:
«L’ineguaglianza dello sviluppo capitalistico economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo prima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalistico, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo in caso di necessità anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati (...) Impossibile è la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra le repubbliche socialiste e gli Stati arretrati» (Opere, XXI, pag. 314).
L’obiezione dei sinistri che dopo l’Ottobre Lenin si oppose alla “guerra rivoluzionaria” e impiegò tutta la sua autorità per convincere i recalcitranti alla firma di Brest-Litovsk è tipica di chi si ferma al significato formale delle posizioni senza comprenderne il reale contenuto. All’epoca di Brest-Litovsk il proletariato russo era completamente in ginocchio, si attendeva l’insurrezione e la vittoria proletaria in Germania e in genere nell’Europa occidentale nell’arco di pochi mesi se non di settimane: si trattava allora chiaramente di salvare il potere conquistato per attendere (ma certamente non per decenni!!) la vittoria del proletariato europeo assieme al quale marciare per sconfiggere l’imperialismo mondiale. Ed è chiaro, per chi vuol intendere, che ciò non ha niente in comune con la prospettiva di un proletariato vittorioso in un paese o in un gruppo di paesi, per niente indebolito dalla vittoria stessa, che non può non estenderla al campo internazionale.

Vogliamo ancora aggiungere che, nonostante la gravità dell’attuale situazione internazionale, i grandi predoni imperialisti possono trovare per un altro ciclo di tempo un equilibrio dei loro sporchi interessi, magari garantendo ancora “la pace” perlomeno nei paesi occidentali. Ebbene tale eventualità deve essere giudicata peggiore dello scatenamento della guerra alla scala mondiale ai fini della ripresa del movimento di classe, come del resto già è stata giudicata dal Partito. In Pacifismo e Comunismo, pubblicato su Battaglia Comunista del 6 aprile del 1949 abbiamo scritto:

«Non escludiamo questa eventualità della pace borghese che prima del 1914 era dipinta dai vari Norman Angel con colori di idillio, ma ammettendola la consideriamo una eventualità peggiore di quella del capitalismo generatore di guerre in serie fino al suo crollo finale».
Per la esatta comprensione del testo è utile ricordare che in quel periodo si “temeva” lo scoppio di una nuova guerra a brevissima scadenza tra URSS e USA.

Dunque, chiarito che fino a che il proletariato mondiale non ritroverà la sua strada della rivoluzione mondiale e della dittatura di classe per dei comunisti non v’è pace che sia desiderabile, possiamo dare una valutazione generale e sintetica della situazione attuale dei rapporti politico-militari internazionali.

Tra le cause che furono all’origine della Guerra Fredda e della Distensione non figura certo l’intensità della lotta di classe borghesia-proletariato alla scala internazionale. Tra le più importanti si possono viceversa annoverare:
- il verificarsi della rivoluzione anticoloniale in Asia, Africa e America Latina subito dopo la fine della guerra e la sua cessazione negli anni sessanta: di qui, prima la “guerra fredda” e poi la “distensione”;
- le esigenze dello sviluppo capitalistico della Russia, da un lato, e del mantenimento della posizione di paese imperialista principale degli USA, dall’altro.

È particolarmente importante analizzare il punto delle esigenze dello sviluppo capitalistico in Russia. La “guerra fredda” e la conseguente “cortina di ferro” è tipica dei paesi in via di sviluppo, che con politiche protezionistiche vogliono difendere l’apparato produttivo interno. Un po’ più di difficile interpretazione è l’epoca della “distensione”, in quanto, in genere, nei periodi in cui l’apparato produttivo di una nuova nazione capitalistica si è consolidato, come era il caso di quello sovietico alla fine della “guerra fredda”, e si prepara a contendere i mercati agli altri capitali nazionali già affermati, è più logico trovarsi di fronte a rapporti diplomatici tra gli Stati “tesi”. Tuttavia, come le due esigenze apparentemente contrapposte (quelle dell’URSS di aprire la strada all’esportazione delle proprie merci, e soprattutto quella degli USA di mantenere il predominio imperialistico), abbiano potuto conciliarsi, risulterà più chiaro se teniamo presente che tutto il periodo della “distensione” è stato caratterizzato dal cosiddetto “boom produttivo” fondato sull’espansione della spesa pubblica e la conseguente inflazione, che ha permesso di impiegare alla scala mondiale masse notevoli di capitali nella produzione di enormi quantità di merci destinate al mercato internazionale, accanto naturalmente al gonfiamento spaventoso della produzione di armi, in barba a qualunque “distensione”.

Vediamo come l’artefice massimo della “distensione”, Kruscev, l’abbia giustificata nell’interesse dell’URSS: almeno nei discorsi ufficiali di tutto quel periodo, iniziatosi negli anni ’60, non esclude il pericolo della guerra, ma lo attribuisce al nefasto disegno di un piccolo gruppo di uomini o perfino all’eccesso di follia di un solo uomo. Perciò la “lotta per la pace” deve essere il “sacro dovere” di ogni uomo:

«Se i milioni di americani, di tedeschi, di giapponesi, di inglesi, francesi, italiani, elevassero contro l’eventualità della guerra una protesta unanime, non vi sarebbe forza al mondo capace di infrangere il loro volere» (Da Discorso conclusivo al XXII congresso del PCUS).
A tanta nefandezza evidentemente non era giunto nemmeno il peggior Kautsky: non vi sono più classi e lotte di classe nel mondo, ma solo uomini di buona volontà, che, al massimo, possono elevare vibrate proteste! Come meravigliarsi poi che il degno successore di Kruscev, Breznev, si raccomandi a Dio (!), come è accaduto durante la recente firma degli accordi SALT II a Vienna!

Ci sarebbe, sempre secondo Kruscev (vedi lo stesso discorso conclusivo al XXII congresso del PCUS), la certezza che questa generazione possa evitare gli “orrori” della guerra mondiale e questa consisterebbe nello sviluppo del commercio mondiale, che, pur mettendo “a confronto” due sistemi sociali “radicalmente diversi”, garantirebbe il mantenimento della pace: basterebbe “mettersi d’accordo” (!) che l’eventuale lotta venga risolta non con la guerra, ma pacificamente! L”aspra” lotta diventerebbe allora una semplice controversia di questo tipo, quale sistema è il migliore? Quale di essi assicura agli esseri umani maggiori vantaggi? E l’ideale, magari, sarebbe poter sciogliere queste “lotte” con la potentissima arma del voto. In realtà ciò equivaleva alla ammissione, ed anzi all’aperta confessione, dell’uguaglianza delle forme economiche dei due sistemi; e allora l’insistenza, soprattutto sovietica, sulla necessità della coesistenza pacifica dimostrava solo la sua arretratezza economica e la necessità di contare sullo sviluppo del commercio internazionale pacifico per favorire l’accumulazione interna: la “distensione” in definitiva, è stata necessaria per favorire uno sviluppo acceleratissimo dell’economia sovietica, che, da parte sua, non ha mai pensato a mettere in discussione il ruolo di primaria potenza imperialistica degli USA.

Kruscev in questo periodo osa perfino richiamarsi a L’Imperialismo di Lenin, ma è costretto a dire che le sue tesi vengono sì confermate, ma che bisogna tener conto “dei grandi cambiamenti intervenuti dall’epoca di Lenin”, frase che contraddistingue l’avventuriero opportunista per antonomasia. Questi cambiamenti sarebbero di tal natura da costringere la borghesia internazionale ad accettare il disarmo universale.

La speranza di risolvere tutte le questioni sociali pacificamente non è forse tipica della piccola borghesia, che così spera, proprio perché vuole difendere i propri privilegi, magari sognando di... abolire la lotta di classe? È la piccola borghesia ad immaginare la possibilità di un governo mondiale basato sul consenso e sul disarmo, purché si lasci invariata la base economica dello sfruttamento del lavoro salariato; altrimenti, addio privilegi! Sperare nel “disarmo universale” e nel “governo pacifico mondiale” significa sperare che la borghesia abbandoni pacificamente e volontariamente il potere politico ed è una speranza che gli utopisti di un secolo e mezzo fa potevano degnamente proporre al proletariato. Il potere della borghesia, oggi, non resisterebbe un minuto di più senza esercito e soprattutto senza i suoi corpi speciali.

Non si vuole affatto sostenere, come sostenevano e sostengono i borghesacci di occidente, centomila volte peggiori di quelli di oriente, che la propaganda del disarmo fatta dall’URSS in quell’epoca era in malafede e che ci si poteva “fidare” solo delle intenzioni degli USA. Al contrario le seguenti affermazioni di Kruscev dimostrano abbastanza chiaramente che gli intendimenti della Russia in quell’epoca erano veramente sinceri:

«Quando i politici borghesi dichiarano che l’URSS ha bisogno della coesistenza pacifica come di una misura temporanea, e che noi comunisti, in realtà, non aspettiamo altro che il momento favorevole per scatenare la guerra e modificare il regime politico e sociale degli altri Stati, noi affermiamo che essi mentono (...) La coesistenza pacifica può e deve assumere la forma di una pacifica competizione per il miglior soddisfacimento di tutti i bisogni degli uomini» (Da un discorso pronunciato ad un comizio di lavoratori a Mosca il 20-10-1960 e pubblicato in Kruscev, I problemi della pace, pag. 58).
Intendiamo però sostenere che, mentre in tutto questo periodo la necessità dell’accumulazione capitalistica in Russia presupponeva dei rapporti internazionali “distesi” per favorire il commercio internazionale e che ciò si confaceva con le esigenze imperialistiche, in particolare, degli USA, essendosi ormai trasformato anche il capitalismo russo in capitalismo finanziario, il suo interesse principale è diventato quello dell’allargamento della sua zona d’influenza, non solo commerciale ma anche finanziaria, finendo così inevitabilmente per sconvolgere le precarie situazioni di equilibrio tra i blocchi imperialisti ed a maggior ragione da quando anche la Cina cerca un suo autonomo ruolo nel concerto internazionale.

La situazione economica internazionale, infine, è ormai in crisi permanente: la crisi del 1975 è stata sì “superata”, ma si sono poste le premesse per il verificarsi a breve scadenza di una crisi più profonda, che, tra l’altro, i recenti aumenti del prezzo del petrolio possono anche accelerare, determinando un nuovo aumento del valore della quota di capitale costante sul capitale sociale e quindi una nuova e più profonda caduta del saggio medio del profitto. Anche dal punto di vista politico-militare la situazione mondiale si è aggravata rispetto a qualche anno fa, nonostante tutti gli “accordi” sul disarmo: non solo permangono zone di crisi militari acute, come il Medio Oriente e l’Indocina, ma altre altrettanto critiche se ne sono aperte recentemente, come in Africa e di nuovo nell’America Latina.

Soprattutto sono segni inequivocabili della estrema tensione internazionale:
- la creazione di “corpi speciali” recentemente avvenuta negli USA, subito seguiti dalla Francia, costituiti da truppe aviotrasportate in grado di “proteggere” la produzione nazionale da eventuali sabotaggi nel rifornimento del petrolio;
- i convegni internazionali, come quello ristretto della Guadalupa e quello più allargato di Tokio tra i capi di Stato dei paesi occidentali, che hanno registrato profonde lacerazioni nel blocco atlantico così come si è creato dopo la seconda guerra mondiale;
- la posizione “incerta” del Giappone e quella apertamente “filosovietica” della Germania occidentale;
- l’incrinatura perfino nel blocco del Patto di Varsavia con l’aperta ribellione della Romania alla richiesta russa di un maggiore impegno nel sostenere l’armamentario delle truppe del Patto, che permetterebbe all’URSS di dedicare maggiore “attenzione” alle pretese cinesi;
- infine la situazione sociale interna dei paesi imperialisti che, se non vede ancora moti di classe di una qualche consistenza, è tuttavia divenuta estremamente tesa ed incerta e quindi permeabile ad una nuova campagna ideologica in favore di una nuova “guerra risolutrice”, che faccia leva sul pericolo che i privilegi goduti per oltre un trentennio stiano per essere perduti e che dunque bisogna lottare per confermarli. Il tutto, naturalmente, condito dai più alti “valori umanitari”, magari per i profughi vietnamiti.

Una lotta per il petrolio ben potrebbe servire alla bisogna e non è detto che una adeguata campagna ideologica debba avvenire necessariamente prima dello scatenarsi della guerra; essa può benissimo verificarsi dopo. Naturalmente si metterebbero in movimento tutti i partiti con in testa quelli che si richiamano ancora al comunismo e al socialismo, magari con varie sfumature che accontentino un po’ tutti.

C’è chi ritiene che una tale prospettiva costituisca un grosso rischio per la borghesia, non tanto nel banale senso della paura, che incute alla stessa borghesia la potenza distruttiva delle armi moderne, ma proprio dal punto di vista di classe: si afferma cioè che una decisione del genere rimetterebbe in movimento verso finalità di classe i milioni di operai dei paesi imperialisti che quindi metterebbero seriamente a repentaglio il potere dello Stato capitalista. È un’ipotesi augurabile, ma ben difficilmente prevedibile.

La nuova guerra imperialista, come il Partito ha ampiamente previsto (“Sì, non la guerra fredda, ma proprio la distensione prepara la guerra mondiale” – abbiamo detto fin dagli anni ’60), è dunque un pericolo reale non più a lunga scadenza, visto che oggi l’opportunismo controlla la quasi totalità del movimento operaio ed è sicuramente peggiore e più nazionalista di quello del 1914. D’altronde gli operai dei paesi imperialisti hanno dimostrato rarissimamente di essere capaci di mobilitarsi per finalità, anche solo economiche ed immediate, ma di classe; e solo un tale potente movimento sarebbe in grado di opporsi alla guerra e tentare di soffocarla neonata. Sicuramente in questo senso saranno impegnate tutte le tenaci, ma ancora deboli, forze dei comunisti.
 
 
 
 
 
 
 


CHIESA E STATO: UN SODALIZIO DI FERRO CONTRO LE CLASSI POVERE

La posizione del PCI

Si è ricordato il cinquantenario del Concordato stipulato tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica l’11 febbraio 1929. Non si è trattato di una commemorazione puramente formale poiché già da due anni le parti “negoziano” ufficialmente la revisione dei Patti Lateranensi e ben tre “bozze” di accordo sono già state approntate senza giungere per ora ad alcun risultato. Quali le ragioni che spingono Stato e Chiesa a rivedere un accordo che per oltre mezzo secolo ha dato ad ambo le parti fruttuosi risultati. Non si tratta certo di rompere un legame organico che è molto di più di un semplice rapporto contrattuale, ma di svecchiarlo, di adeguarlo ai tempi togliendone le parti più anacronistiche e quindi in definitiva di rafforzarlo ponendolo su basi più adeguate.

Questa esigenza ci viene chiaramente spiegata su l’Unità in una delle sue sottili analisi (29 febbraio 1979): «Se allora (1929) una cittadella concordataria aveva di fatto legittimato (armonizzandosi con essa) una società autoritaria, oggi una società più libera e in continua evoluzione comincia con lo scalfire, col mettere in discussione e con l’intaccare un edificio concordatario che piano piano [il più piano possibile, n.d.r.] diventa sempre più estraneo e lontano rispetto alla crescita democratica del paese». In effetti, un contratto tra due parti presuppone una disparità di interessi. «Ma – dice l’Unità – non si può oggi guardare agli ultimi due decenni senza scorgervi i segni di una evoluzione che ha tolto ragione alla vecchia alternativa tra clericalismo e anticlericalismo».

Ma perché nell’immediato dopoguerra la Repubblica cosiddetta antifascista o almeno il PCI non misero subito in discussione la “cittadella concordataria” che “aveva di fatto legittimato” e si era “armonizzata” col fascismo? Risposta: «L’eredità che raccoglie l’Italia nel secondo dopoguerra non si racchiude affatto nel dilemma se dire sì o no ai Patti Lateranensi che rappresentano ormai per tutti uno dei momenti di una drammatica vicenda nazionale ed europea». E così si ebbe quella che l’Unità chiama la “innaturale coesistenza del Concordato con la Costituzione”. È quanto meno singolare che questa coesistenza così innaturale sia durata oltre trenta anni.

È un fatto che il matrimonio concordatario della Chiesa col governo democratico-resistenziale è stato molto più lungo e felice di quello col governo fascista. La ragione è molto semplice: il Concordato si accorda benissimo con la Costituzione sulla quale in materia religiosa si legge: art. 7: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale».

È bene ricordare che l’art. 7 fu approvato con il voto determinante del PCI; in quella occasione la disinvolta spudoratezza di Togliatti nel giustificare questa scelta fece restare a bocca aperta persino i democristiani. Lo stesso Togliatti nel 1957 dichiarò non seria e provocatoria una richiesta di abolizione del Concordato avanzata da esponenti liberali, repubblicani e socialdemocratici. Non si trattava – dice l’Unità – di “dire sì o no ai Patti Lateranensi”, ma è indubbio che il PCI disse allora come oggi di sì! A ragione gli opportunisti del PCI si dolsero della scomunica loro indirizzata soltanto un anno dopo da Pio XII. No! Essi non la meritavano!

Dopo lo scempio della teoria e del programma comunista attuato dai partiti stalinisti rimaneva, unico sbiadito straccetto rosso, la tradizionale avversione contro i preti. Ebbene, non contenti di aver trasformato Marx e Lenin in pacifisti, democratici, legalitari, oggi ci vengono a dire che l’ateismo di principio non è da marxisti e che anzi il professare una fede religiosa non è incompatibile con l’essere comunisti. Fu forse in un momento di esuberanza giovanile che Marx affermò che la religione è l’oppio dei popoli?

Il PCI sostiene a buon diritto di aver raccolto la bandiera lasciata cadere dalla borghesia e di essere difensore della patria e dell’interesse nazionale. Glielo concediamo volentieri: sì, il partitaccio ha abbandonato da cinquanta anni il programma di classe per abbracciare quello nazional borghese. Sì, il PCI ha raccolto l’eredità della borghesia, ma non di quella liberale atea che – tutto sommato rispettabile – aveva almeno dei principi da difendere, bensì quella della peggior feccia clericale sostenitrice dei regimi borbonici.
 

I Patti Lateranensi

Quando l’11 febbraio 1929 “Sua eccellenza il Cavalier Benito Mussolini” e “Sua Eminenza il Cardinal Gasparri” firmarono i Patti Lateranensi si chiudeva formalmente il periodo diciamo così liberale della borghesia italiana nel corso del quale aveva in qualche modo difeso la piena sovranità del suo Stato e la netta separazione della sfera religiosa da quella civile.

I Patti comprendevano un Trattato, una Convenzione finanziaria e un Concordato. Col Trattato si prevedeva:
1) Riconoscimento da parte dello Stato italiano del potere temporale della Chiesa sulla Città del Vaticano, con tutte le prerogative di uno Stato sovrano.
2) Riconoscimento da parte dello Stato italiano della religione cattolica come l’unica sua propria.
3) La Chiesa dichiarava definitivamente chiusa la “questione romana” riconoscendo lo Stato italiano sotto la sovranità della casa Savoia.

La Convenzione finanziaria obbligava l’Italia a versare alla S. Sede la bellezza di 750 milioni di lire e un miliardo in titoli di Stato al portatore al 5 per cento (somma enorme se si pensa che siamo nel 1929).

Il Concordato invece regolava i normali rapporti tra Stato e Chiesa:
1) Lo Stato riconosceva il “carattere sacro” della città di Roma e si impegnava ad impedire in essa fatti sgraditi alla Chiesa.
2) Lo Stato si impegnava ad impedire l’accesso alle cariche pubbliche di qualsiasi prete (o ex prete) senza il nulla osta dei vescovi.
3) Lo Stato riconosceva valore civile al matrimonio religioso.
4) L’art. 34 introduceva l’insegnamento religioso nelle scuole di Stato dalle elementari alle medie: «L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica».
5) Lo Stato riconosceva le scuole, le organizzazioni, gli istituti religiosi.

A ragione Pio XII affermò commentando il Concordato: «È con profonda compiacenza che crediamo di aver con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio».

Che cosa dava la Chiesa in cambio di tutte queste concessioni? Essa assicurava allo Stato l’appoggio del suo prestigio internazionale per la politica estera e della sua potente e capillare organizzazione per l’imbonimento propagandistico e il controllo delle masse. Borghesi e proprietari fondiari che nel periodo risorgimentale si erano atteggiati ad atei e mangiapreti ora, alle soglie della grande crisi economica, dopo la paura per l’ondata proletaria del ’19, accorrevano sotto la protezione del manganello e della tonaca.

La cosiddetta “Questione romana” apertasi dopo il 1870 con i Patti Lateranensi ebbe un epilogo degno della borghesia più cialtrona d’Europa che, rinnegando i suoi principi liberali non seppe nemmeno difendere la propria dignità statale facendo fare una ben misera fine al motto cavouriano: Libera Chiesa in libero Stato.
 

Le requisizioni e gli espropri

Si fa generalmente risalire l’apertura delle ostilità tra Stato e Chiesa alla presa di Roma nel 1870. In realtà le restrizioni contro il clero e le istituzioni religiose furono molto maggiori negli anni precedenti e anzi, da questo punto di vista lo Stato italiano si rimangiò progressivamente tutti i provvedimenti del periodo risorgimentale.

Nel 1850 in Piemonte le Leggi Siccardi (caldeggiate da Cavour) abolivano i diritti di asilo nelle chiese e nei conventi e ponevano un freno all’arricchimento degli ordini religiosi. Scoppiarono tumulti filoclericali repressi con fermezza: si giunse persino – cosa oggi impensabile – all’arresto dell’arcivescovo di Torino. Nel 1853 vennero ridotti gli ordini religiosi e tolta loro ogni personalità giuridica. Nel 1861 la masse contadine del meridione accolsero con entusiasmo la spedizione garibaldina e credettero giunta l’ora della riscossa contro il giogo della proprietà fondiaria e contro i conventi e gli ordini religiosi possessori di grandi latifondi e accaparratori di enormi ricchezze. Questi ingentissimi patrimoni provenivano dallo sfruttamento diretto e indiretto dei contadini, ma anche in buona misura della aristocrazia fondiaria che, sotto forma di rendite, messe, ex voto, lasciti e donazioni d’ogni genere, pagava assai salata la protezione del clero.

Il governo italiano dovette allora procedere a requisizioni e chiusure di conventi con il duplice scopo di acquietare il malcontento delle masse e soprattutto di mettere le mani sul malloppo per risanare un bilancio dissestato dalle continue guerre. Si giunse così nel 1866 allo scioglimento degli ordini religiosi e alla messa in liquidazione dei loro beni. Ancora oggi quante scuole, ospedali, edifici pubblici di ogni genere sorgono in ex conventi requisiti in quegli anni: Togliatti e soci per buona sorte non c’erano perché altrimenti i preti sarebbero ancora lì.

Sempre nel 1866 vennero arrestati e confinati vescovi apertamente ostili allo Stato (l’Exequatur, cioè il permesso di amministrare la diocesi, richiedeva il giuramento di fedeltà al Re). È di questo anno l’emanazione da parte del coriaceo Pio IX (ex speranza dei patrioti italiani, oggi non a caso riscoperto dagli storiografi) della enciclica Quanta Cura che condanna la libertà di stampa e del Sillabo che condanna la libertà di coscienza e le dottrine liberali.
 

La “Questione Romana”

I provvedimenti presi dallo Stato italiano dopo il 1861 ci appaiono ultrarivoluzionari se confrontati con il grigiore attuale; tuttavia furono dettati da pura necessità e la tendenza della borghesia italiana – che temeva più di ogni altra cosa la insurrezione delle masse – fu sempre di arrivare ad un accordo con il clero.

Così fu anche nel processo che portò alla conquista dello Stato Pontificio e alla abolizione del potere temporale dei papi.

Dopo l’abbattimento dei Borboni il meridione era in fermento e moltissimi si erano arruolati tra gli insorti garibaldini convinti che si sarebbe proseguita la marcia vittoriosa fino alla liberazione di Roma. L’intervento dei piemontesi e l’arresto della avanzata fu accolto come una doccia fredda. Il governo italiano si propose allora di stornare in altre direzioni questo malumore e di utilizzarlo a proprio vantaggio. A tale scopo nel 1862 fu permesso a Garibaldi di arruolare volontari in Sicilia per la marcia su Roma. Giunsero però severi ammonimenti da parte di Napoleone III e il governo fece marcia indietro mandando le truppe regolari a fermare i garibaldini sull’Aspromonte.

Nel 1864 Italia e Francia firmarono la Convenzione di Settembre in base alla quale l’Italia si impegnava a non attaccare lo Stato Pontificio in cambio del ritiro della guarnigione francese. La parte segreta del trattato impegnava l’Italia a rinunciare a Roma e a trasportare la capitale a Firenze.

Nel 1867 viene di nuovo consentito a Garibaldi di arruolare volontari in Toscana. Di fronte alle minacce francesi, lo stesso Garibaldi viene arrestato. Riesce però a fuggire e i garibaldini iniziano la marcia verso Roma che finisce tragicamente a Mentana sotto i colpi dei primi fucili a ripetizione; gli chassepots francesi.

È solo nel 1870 in seguito alla guerra franco-prussiana e alla caduta del II Impero che il governo italiano, dopo aver denunciato la Convenzione di Settembre, fa entrare le sue truppe in Roma (20 settembre). Ironia della sorte, Garibaldi non c’è; è in Francia a combattere contro i prussiani. Possiamo ben dire, a dispetto della tronfia retorica patriottarda, che fu proprio l’esercito prussiano ad aprire la breccia di Porta Pia.

Mentre la Corte papale si ritirava in uno sdegnoso isolamento atteggiandosi a prigioniera del governo italiano, questo si diede subito da fare per farsi perdonare dalla Chiesa il peccatuccio di averle sottratto i propri territori. Nel maggio 1871 venne promulgata la Legge delle Guarentigie la quale stabiliva: extraterritorialità (cioè immunità dalle leggi dello Stato italiano) dei palazzi Vaticano, Laterano e Castel Gandolfo. Onori sovrani al Papa. Una dotazione annua pari al bilancio dello Stato Pontificio per il mantenimento della corte papale. Rinuncia da parte dello Stato a tutte le molteplici forme di controllo sul clero dell’ex Regno Sardo e degli altri principati, conservando solo il Placet (cioè l’assenso del Re alla nomina dei vescovi) e l’Exequatur. Con questa legge alla Chiesa Cattolica venivano accordati privilegi di gran lunga superiori a quelli goduti sotto i precedenti regimi. Essa fu tuttavia rifiutata dal Papa che continuò a dichiararsi prigioniero degli italiani e a comportarsi come un sovrano spodestato rivendicando i propri territori.

La definitiva chiusura della questione si ebbe soltanto con i Patti Lateranensi che però non rappresentarono semplicemente la risoluzione di una annosa controversia, ma segnarono il definitivo compenetrarsi dell’apparato del clero con lo Stato.
 

Oggi

A 50 anni di distanza, il processo si è accentuato fino ad assumere forme macroscopiche. Anche in questo la Repubblica democratica ha raccolto l’eredità del fascismo.

La laicità dello Stato, difesa dalla borghesia risorgimentale, è ormai definitivamente svenduta in cambio del sostegno politico della Chiesa Cattolica.

I preti fanno parte integrante dell’apparato dello Stato che regolarmente li paga per il servizio che svolgono. La Chiesa Cattolica con la sua estesissima e capillare organizzazione territoriale, con la sua mastodontica rete di organizzazioni collaterali, con le sue molteplici attività è, in un certo senso, il partito più forte e più solido e può vantare – unico fra tutti i partiti borghesi – una ferrea continuità di tradizione e di dottrina. Essa rappresenta perciò un fattore di primaria importanza per bloccare la lotta di classe e per la sottomissione delle masse allo Stato capitalista. Il Vaticano costituisce un potente impero finanziario e un centro diplomatico internazionale di grande importanza.

Nemmeno l’istruzione pubblica la borghesia ha saputo difendere. Asili e scuole gestite da preti e suore pullulano sempre più e ricevono spesso sovvenzioni statali.

Nelle scuole pubbliche gli insegnanti di religione sono regolarmente pagati dallo Stato ma vengono nominati dalle Curie vescovili. Non parliamo delle innumerevoli case di cura, di riposo, “istituti di beneficenza” gestiti da religiosi. Ma anche negli ospedali di Stato troviamo immancabilmente – e sempre in posti chiave – le piattole bianche dall’aspetto mansueto e dal pugno di ferro. E le parrocchie non sono forse centri di informazione e di spionaggio al servizio dei padroni e dello Stato? È consuetudine che ad esempio le banche chiedono informazioni al prete prima di assumere un nuovo impiegato. Che dire poi degli organi di stampa e della radiotelevisione di diretta o indiretta emanazione del clero?

Insomma mai come oggi i preti hanno goduto di uno strapotere così sfacciato. Certamente il reazionario Regno Sardo avrebbe arrestato (come effettivamente fece) chiunque osasse fare aperta propaganda contro la legge dello Stato. Ebbene, lo Stato democratico di oggi che si atteggia a progressista ha addirittura ammesso formalmente per la legge sull’aborto la possibilità della “obiezione di coscienza”, formula che ha il solo significato di consentire al clero l’aperta propaganda contro la legge e il suo sabotaggio con le intimidazioni più bieche e feroci come ben sanno le donne proletarie che hanno dovuto sottoporsi all’aborto legale.

Ormai la compenetrazione del clero con l’apparato statale è divenuta un processo inarrestabile che assumerà proporzioni sempre più vistose. Il Concordato è tuttora pienamente in vigore. Si parla di revisione ma al solo scopo di sfrondare alcuni “rami secchi”, togliere alcune parti anacronistiche, rinnovare insomma su basi più moderne il legame Stato-Chiesa che da accordo tra due parti è ormai divenuto una vera e propria unione organica.

L’affermazione del PCI che oggi l’alternativa tra clericalismo e anticlericalismo non esiste più racchiude in sé una grande verità: no, non esiste più questo contrasto perché tutti i partiti di destra, di centro, di sinistra, i sindacati, la Chiesa, le istituzioni di ogni genere formano un unico sodalizio di ferro, arroccati attorno allo Stato, in difesa dei privilegi delle classi ricche.
 
 
 
 
 
 
 


Appunti per la Storia della Sinistra
Capitolo esposto nella riunione del settembre 1979 [RG15]

La Sinistra Comunista italiana e le frazioni di sinistra del movimento comunista internazionale

È nostra ferma convinzione che il Partito Comunista unico e mondiale risorgerà sulla base della sistemazione organica che la Sinistra ha dato ai quesiti posti dalla storia, nell’immediato primo dopo-guerra e sino ad oggi. Tale convinzione non nasce da nostre idee preferenziali, ma dal materiale svolgimento delle lotte di classe del proletariato internazionale, impietoso selezionatore di programmi di partiti, di indirizzi politici e di tattiche. È quindi tesi storica inconfondibile ed irrinunciabile quella che il partito politico della classe operaia, il Partito Comunista, non è il prodotto della confluenza di "metodi di azione e di scuole di pensiero" diversi dal marxismo rivoluzionario, di gruppi politici genericamente richiamantisi alla "sinistra". Per questa ragione che, ripetiamo, scaturisce dall’esperienza storica del marxismo di sinistra, abbiamo sempre respinto la proposta di "fronti unici politici" nel campo della tattica, di "fusioni" con supposte ali "sinistre" nel campo dell’organizzazione. A maggior ragione respingiamo oggi, nel grave persistere della disfatta del proletariato internazionale, questi surrogati che nelle intenzioni e convinzioni dei molti proponenti dovrebbero garantire la rinascita del partito.

La posizione stessa che il partito politico di classe non domini oggi nello scontro delle classi perché non avrebbe perseguita una strada diversa da quella dettata dall’esperienza storica della battaglie vinte e perdute, dalle "lezioni" delle rivoluzioni vittoriose come delle sconfitte, tradisce il convincimento antimarxista che la rivoluzione sia una questione di forme e non di forze. Il dato grave, determinante tutti i ritardi del ritorno del proletariato sul fronte rivoluzionario, al contrario, consiste nella vittoria del nemico alla scala mondiale, nella sconfitta dell’Ottobre russo, nella distruzione dell’Internazionale Comunista ad opera dell’opportunismo e della sua repressione militare sulle avanguardie del comunismo internazionale.

Credere di rimediare a eventi negativi di portata mondiale e semisecolare con espedienti, per altro già tragicamente sperimentati dal proletariato nel periodo 1919-1926, significa ridurre il marxismo, come scienza del proletariato, alla bassezza della politica borghese.

Vogliamo riferirci non soltanto a coloro che balbettano il marxismo, ma soprattutto a coloro che passano per "esperti", tanto da attingere alla "storia della Sinistra", ovviamente "interpretandola". La Storia della Sinistra è utile strumento allo scopo di impossessarsi da parte delle nuove generazioni comuniste delle armi del combattimento rivoluzionario, e non per saccenteria storiografica, da primi della classe. Riconfermiamo che queste armi sono intoccabili, immodificabili, insostituibili, tutte, nessuna esclusa.
 

Il "parlamentarismo rivoluzionario"

Compiono lo stesso delitto di manomissione delle posizioni del marxismo rivoluzionario, sia quelli che operano "da sinistra" sia quelli che operano "da destra", con l’intento di modificare l’assetto del partito. "Sinistra" e "destra" li impieghiamo per semplificare le cose, non per rilasciare patenti di schieramento politico all’interno del partito, sebbene la "recidiva socialdemocratica" sia sempre in agguato, ma non dimenticando che qualsiasi posizione difforme da quella corretta è riconducibile piuttosto a ideologie piccolo-borghesi.

Sulla questione parlamentare, oggetto di attenzione dello stesso Lenin, con l’opuscolo sull’Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo, contrariamente a quanto afferma l’esegesi opportunista, non si contrapposero due tesi, quella di Lenin-Bukarin e quella della Sinistra italiana, su questioni fondamentali tanto da risultare impossibile la convivenza nell’IC della Sinistra italiana. La Sinistra non "dimissionò". Uscì invece la corrente "consiliarista" che dette vita, dopo, al Partito Comunista Operaio tedesco, facendo del parlamentarismo una questione occasionale per impostare una visione generale opposta a quella della IC e del marxismo rivoluzionario. Le posizioni di Lenin e della Sinistra non solo non contraddicevano i postulati generali del comunismo, ma rafforzavano l’elemento fondamentale, su cui poggiava la tattica specifica dell’uso del parlamento borghese, per distruggere il parlamento stesso e su cui deve poggiare qualsiasi disegno tattico, cioè il partito, la natura, la funzione e la tattica del partito politico di classe.

Per la "sinistra" consiliarista, come per gli anarchici e i sindacalisti-rivoluzionari, la tattica parlamentare, come qualsiasi tattica che preveda l’utilizzo dialettico di alcune armi della stessa borghesia, in generale della legalità borghese – senza per questo trasformare il partito in organo legalitario, come postula la socialdemocrazia – diventano inconcepibili e impossibili, perché viene a mancare il presupposto fondamentale che è il partito, il vero partito comunista. Per essi l’azione rivoluzionaria diventa fatto morale e non svolgimento politico.

Il fondo del disaccordo dei "sinistri" con il parlamentarismo di Lenin e con l’astensionismo nostro è la questione del partito. Come il disaccordo tra la Sinistra e gli "ordinovisti" era la concezione del partito, falsamente posta tra partito "di massa" e partito "d’élite". Per queste ragioni la Sinistra dichiarò di respingere l’adesione alle sue tesi astensioniste di coloro che non condividevano la concezione marxista del partito.

Non per caso l’astensionismo di "consiliaristi" ed anarchici era "di principio" mentre quello della Sinistra fu "tattico", relativo cioè alla situazione storica che poneva all’ordine del giorno la preparazione rivoluzionaria del partito e del proletariato, preparazione che secondo la Sinistra minacciava di essere compromessa dall’attività parlamentare, nella quale si erano impantanati i vecchi partiti socialisti e con la quale erano state celebrate le orge della controrivoluzione. Per la Sinistra tutte le forze dovevano essere mobilitate per l’approntamento dell’azione rivoluzionaria, la quale avrebbe demistificato la natura controrivoluzionaria delle istituzioni borghesi, della democrazia e dello Stato, dimostrando ai proletari seguaci delle socialdemocrazie, ai semiproletari e ai piccolo-borghesi, abbacinati dalle pratiche inconcludenti, del parlamentarismo, la sua efficacia pratica, immediata e dirompente.

Lenin usò l’argomento che le "sinistre" avrebbero avuto ragione del loro astensionismo parlamentare se fosse stato vero che "il parlamentarismo è politicamente superato". A posteriori è facile sostenere che il parlamentarismo è politicamente superato non solo per il proletariato, ma anche per la stessa borghesia. Se c’è una forza politica, oggi, che rinverdisce l’esteriorità, solo l’esteriorità, parlamentare è l’opportunismo, che si fregia dei simboli del comunismo. Con la vittoria alla scala sociale del totalitarismo borghese, fascista o meno, il parlamento borghese è soltanto una messa in scena per gabbare i lavoratori.
 

La questione del partito

Lenin, perfettamente attrezzato per dirigere il partito, amava spesso ripetere che un partito puro e forte deve essere in grado di utilizzare tutte le forme, non deve temere di "sporcarsi le mani", di farsi contaminare. Noi gli demmo ragione e replicammo che il nostro rifiuto ad entrare nel parlamento borghese non era dettato da ragioni morali od estetiche, ma da considerazioni politiche, da valutazioni tattiche ed organizzative.

Successivamente, durante le discussioni sulla tattica e sul partito nei Congressi internazionali e nelle riunioni dell’Esecutivo Allargato, la Sinistra ebbe modo di approfondire le sue posizioni e di impostare con aderenza alla dialettica marxista la questione del partito. I bolscevichi, che ebbero il grande merito di "obbedire" a Lenin, concepivano il partito come una organizzazione "di ferro", fortemente centralizzata, disciplinata, come un esercito, una avanguardia della classe operaia sapiente e coraggiosa. Non c’è dubbio che il partito deve avere tutti questi requisiti "tecnici", queste qualità soggettive, condivise dalla Sinistra. Ma noi abbiamo ritenuto che, indispensabili, fossero insufficienti a definire il partito e che tali attributi "eccezionali" non lo preservassero, come pretendevano i bolscevichi, dal cadere nel revisionismo e nell’opportunismo.

La Sinistra non pretende che la teoria rivoluzionaria permetta di vincere tutte le battaglie, ma, materialisticamente, imposta il problema nel termine noto che "senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria", tesi che è di Lenin. A più forte ragione non esiste la più perfetta concezione del partito che lo salvi dal degenerare. Ma senza il possesso di questa teoria non esisterebbe il partito o avremmo un partito qualsiasi.

Da un punto di vista storico generale la Sinistra dà questa definizione del partito: scuola di pensiero e metodo di azione, per cui si abilita come organo della classe.

In un testo del 1945, Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario, si riprende da Lenin e si sviluppa:

«I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione, sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente alla lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo partito, e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre nell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual’è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione».
Partito come organo della classe, quindi, e non tanto come parte della classe, in parallelo con la definizione di classe operante nella storia con finalità storiche sue proprie e non come classe statisticamente intesa.

Il concetto di "parte" è limitativo nel tempo e nello spazio. Non a caso sia nell’IC che nei confronti dei partiti opportunisti la polemica su "partito" e su "classe" è sempre divampata aspra e continua, e non a caso il partito come "parte" e la "classe" come contingente e statistica sono definizioni proprie dei traditori e dei rinnegati. Non sembri dottrinarismo. Valga, a mò di sintesi, il giudizio teorico e storico della Sinistra, come dal testo citato:

«Il revisionismo della Seconda Internazionale, che dette luogo all’opportunismo nella collaborazione dei governi borghesi, in pace e in guerra, fu la manifestazione dell’influenza che ebbe sul proletariato la fase di sviluppo pacifico ed apparentemente progressivo del mondo borghese, nell’ultima parte del secolo XIX. Sembrò allora che l’espansione del capitalismo non conducesse, come era apparso nel classico schema di Marx, alla inesorabile esasperazione dei contrasti di classe e dello sfruttamento ed immiserimento proletario. Sembrava, fin quando i limiti del mondo capitalistico potessero estendersi senza suscitar crisi violente, che il tenore di vita delle classi lavoratrici potesse gradualmente migliorarsi nell’ambito stesso del sistema borghese. Il riformismo in teoria elaborò questo schema della evoluzione senza urti dall’economia capitalistica a quella proletaria, e nella pratica con tutta coerenza affermò che il partito proletario poteva esplicare una azione positiva con realizzazioni quotidiane di parziali conquiste sindacali, cooperative, amministrative, legislative, che diventavano altrettanti nuclei del futuro sistema socialista inseriti nel corpo di quello attuale, e che mano a mano lo avrebbero trasformato nella sua totalità».
Il compito del partito, cosa apparentemente pacifica presso gli stessi socialisti dell’epoca classica, dovrebbe essere di conciliare l’intervento nei problemi e nelle conquiste contingenti con la conservazione della sua fisionomia programmatica e della capacità di portarsi sul terreno della lotta sua propria per la finalità generale ed ultima della classe proletaria. In effetti avvenne che l’attività riformistica non solo fece dimenticare ai proletari la loro preparazione classista e rivoluzionaria, ma condusse gli stessi capi e teorici del movimento a farne aperto gettito, proclamando che ormai non era più il caso di preoccuparsi di realizzazioni massime, che la finale crisi rivoluzionaria prevista dal marxismo si riduceva anch’essa ad utopia, e che ciò che importava era la conquista di giorno in giorno.

Divisa comune dei riformisti e dei sindacalisti fu: «il fine è nulla, il movimento è tutto». Divisa che il sig. Togliatti Palmiro ha fatto propria nella vergognosa frase che «non avrebbe sacrificato un cinquantennio alla rivoluzione». Il "sacrificio" della prospettiva rivoluzionaria alle contingenze ha compromesso entrambi i risultati, il "minimo" e il "massimo"; più ancora ha distrutto l’organo, il partito politico di classe, e con esso anche le rivendicazioni immediate, la difesa persino contingente della classe.

Se la nozione, non leninista, del partito come "parte" si andava affermando nell’IC sin dal 3° Congresso, dopo che l’ammissione, decretata al 2° Congresso, di gruppi politici non marxisti ma "rivoluzionari" e sindacalisti-rivoluzionari aveva di fatto avallato tale concetto, i "sinistri", i "Linkskomunisten", il KAPD (Partito comunista operaio di Germania) ammesso nell’IC come partito simpatizzante, vedevano confermata la loro antica posizione sul partito. Per essi il partito doveva addirittura confondersi con la classe approvando sostanzialmente la tesi dell’Esecutivo sulla "conquista della maggioranza" della classe operaia, tesi contrastata, invece, dalla Sinistra italiana.
 

La tattica

Il titolo di Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario dato al nostro testo del 1945, sta a significare che le questioni di teoria stanno alla base delle questioni pratiche di azione tattica ed anche di lavoro ed organizzazione del partito.

La Sinistra ha sempre sottolineato che il Partito comunista rivoluzionario è un partito speciale, non assimilabile agli altri partiti, né a quelli cosiddetti proletari né a maggior ragione a quelli borghesi o democratici. È un partito che si struttura, si muove, si organizza in modo completamente diverso dagli altri partiti, perché è l’organo di una classe che ha finalità diverse ed opposte rispetto a quelle delle altre classi della società. Non vogliamo trattare "filosoficamente" la questione, ma affrontarla da un punto di vista pratico, secondo il materiale svolgimento dei fatti storici, dal lato degli interessi politici e finali del proletariato. L’importanza storica della Prima Internazionale di Marx fu proprio quella di rappresentarsi come un partito della classe operaia autonomo e indipendente dalla democrazia borghese, piccolo borghese, radicale e socialisteggiante, di organo politico della lotta per l’emancipazione economica e sociale del proletariato.
 

Il fronte unico - Premesse

Siccome, «è la buona tattica che definisce un buon partito», è sul terreno della tattica che vanno prese le misure ai partiti.

Al 3° Congresso vengono presentate le "Tesi sulla tattica", nelle quali sotto la parola d’ordine "Alle masse!" s’imposta il principio tattico della "conquista della maggioranza" del proletariato, che la Sinistra non condivise.

Sembrò, allora, che un siffatto indirizzo rispondesse all’esigenza contingente di battere "l’estremismo", piuttosto che d’impostare le linee conduttrici della tattica. Così non fu, come si dimostrò all’Esecutivo del dicembre 1921, quando furono proposte le "Tesi del fronte unico", che s’imperniavano, appunto, sulla "conquista della maggioranza". Il Congresso si svolse all’insegna della polemica contro i "sinistri", tra cui la centrale del VKPD (Partito comunista unificato di Germania), la quale tentò di coprire gli errori dell’"azione di marzo" con la "teoria dell’offensiva", il KAPD, che criticò aspramente l’allacciamento delle relazioni commerciali dello Stato sovietico di Russia con i paesi capitalistici, ed anche l’"Opposizione operaia" russa manifestò con asprezza di dissentire dalla politica economica della NEP.

La Sinistra italiana condivise la critica di Lenin alla "teoria dell’offensiva". Nel discorso del suo delegato, nel corso della discussione sulle tesi tattiche, viene messo in evidenza (il testo integrale è qui di seguito) l’attacco concentrico dei massimi dirigenti dell’IC contro le "tendenze radicali" di partiti comunisti, quasi trascurando il grave pericolo delle tendenze "centriste e semi-centriste". In questo tipo di polemica i russi erano maestri: anche con un pizzico di "diplomazia" colpivano quello che sembrava loro il pericolo contingente, una volta "a destra" e una volta "a sinistra". E bene fece il relatore della Sinistra ad evidenziare, con molto tatto, questo che ben presto diventerà un malcostume nelle relazioni tra i partiti e nei partiti dell’IC. Lenin stesso ammise, più tardi, di aver esagerato verso "la sinistra". Mancando, oggi, giganti del tipo Lenin, sarà salutare che si abbandoni questo genere di performance, il cui bilancio è negativo.

Negli Emendamenti alle Tesi sulla tattica, proposti dalle delegazioni tedesca, austriaca e italiana, invece viene messo in risalto il pericolo del centrismo e del semi-centrismo e la funzione traditrice che aveva svolto proprio nella "azione di marzo" in Germania, esemplarmente rappresentata dall’opera di delazione del capo centrista Levi, di cui si chiedeva che fosse confermata la espulsione dal partito tedesco e dall’IC. Nella Dichiarazione della delegazione italiana di votare a favore della tesi proposta dall’Esecutivo della IC, il cui testo era stato redatto dalla delegazione del partito russo, il delegato italiano ribadisce con enfasi che il PC d’Italia è sempre stato sfavorevole al putch, che non ha mai amoreggiato con anarchici e sindacalisti rivoluzionari, come Serrati accusava il partito italiano, facendo osservare allo stesso Lenin che «involontariamente, egli dà così nelle mani delle tendenze opportuniste e centriste (...) un’arma e uno strumento di battaglia» contro il partito comunista e l’IC.

Le Tesi dell’Esecutivo furono approvate integralmente, con la sola aggiunta dell’Emendamento n. 20. Gli Emendamenti e la Dichiarazione sono qui di seguito ripubblicati.
 

(continua al n. 4)

 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra
 

Al III Congresso dell’IC

   - Discorso di Terracini, delegato dal PCd’I, in sede di discussione sulle tesi tattiche presentate da Radek (XI seduta, 1 luglio 1921)
   - Emendamenti proposti dalla delegazione tedesca, austriaca e italiana alle tesi della delegazione russa sulla tattica (dal "Bulletin du III Congrès etc.")
   - Dichiarazione della delegazione italiana alla 14° Seduta.