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"COMUNISMO" n. 10 - settembre 1982
 
Il partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo
Presentazione
IMPORTANZA DELLA TATTICA
PRIMA FASE: DIVIETO
SECONDA FASE: TOLLERANZA
IL MOVIMENTO COMUNISTA DI FRONTE AL PROBLEMA SINDACALE
TERZA FASE: ASSOGGETTAMENTO
IL BILANCIO DELLA SINISTRA COMUNISTA IN CAMPO SINDACALE NELL’IMMEDIATO SECONDO DOPOGUERRA  SUL FILO ROSSO DEL MARXISMO RIVOLUZIONARIO
SINDACATI ROSSI TRADIZIONALI IN ANTITESI AI SINDACATI TRICOLORE
LA DINAMICA DELLA LOTTA SINDACALE NELL’EPOCA DELL’IMPERIALISMO
LA TATTICA DEL PARTITO NEL PRIMO VENTENNIO DEL SECONDO DOPOGUERRA
LE BATTAGLIE PIÙ SIGNIFICATIVE DEL PARTITO
VERSO LA RINASCITA "EX NOVO"
Appendice: Dal solco immutabile del marxismo rivoluzionario scaturisce la funzione dei comunisti nella lotta di classe del proletariato [sintesi]
      Necessaria coerenza fra compiti storici e direttive immediate – L’opportunismo scopre sempre "nuove fasi" – L’unità teorico-pratica del partito non muta secondo la fase storica – La soluzione sta nel giusto equilibrio fra i compiti del partito – Controtesi: la buona tattica fa la buona organizzazione – Partito e azione di classe nella Sinistra come in Lenin – La Piramide: Partito, Soviet, Sindacati, Classe – Oggi: fuori e contro i sindacati di regime – Cooperare all’organizzazione e indirizzare la lotta che gli operai hanno già iniziato – Prevedere le forme, incoraggiarne l’apparizione – Nessuna contrapposizione fra compiti rivoluzionari e direzione della lotta sindacale – Cardini dell’intervento del partito nelle lotte – I Gruppi comunisti – Lenin: In certe organizzazioni, a certe condizioni – Il senso del nostro "spirito di partito" – La necessità dell’organizzazione economica di classe caposaldo programmatico del partito.

 
 
  
 
 


Presentazione

Questo numero monografico della nostra rivista, interamente dedicato alla questione sindacale, esce mentre è in corso un vasto attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse operaie. La legge sul taglio delle liquidazioni, la disdetta da parte del padronato dell’accordo sulla Scala Mobile, le ennesime misure fiscali e tariffarie in corso di definizione mentre scriviamo, mettono in evidenza ciò che per noi marxisti rivoluzionari è soltanto una conferma storica: il capitale cerca disperatamente di uscire dalla crisi sempre più profonda che lo travaglia, che è crisi non di questo o quel "modo di gestire politicamente l’economia", ma del modo di produzione capitalistico in sé, comprimendo al massimo socialmente possibile le condizione di esistenza di tutta la classe operaia.

Mentre in tutto il mondo, da Est come ad Ovest, al Nord come al Sud, la società borghese dimostra di non essere in grado di controllare le proprie laceranti contraddizioni e sta precipitando lentamente ma inesorabilmente verso l’unica soluzione che può dare alle sue crisi cicliche storicamente ricorrenti e insite nella sua stessa natura economica: la guerra tra blocchi imperialistici generalizzata alla scala mondiale, ogni Stato tenta di uscire dal pantano in cui si è arenata la propria economia emanando misure che seguono le due direttive classiche che caratterizzano l’attacco del grande capitale alle classi sfruttate: la riduzione del potere d’acquisto dei salari e la ristrutturazione dei processi produttivi aziendali attraverso l’espulsione della forza-lavoro "esuberante" dalle fabbriche.

Entrambi questi effetti interagiscono tra di loro a danno della classe operaia; la crescita di un vasto esercito di proletari disoccupati preme come fattore frenante sulla crescita dei salari e l’azione congiunta del padronato e dei governi che ne difendono gli interessi gioca su questo contrasto per ricacciare progressivamente le masse operaie verso livelli di vita miserabili dai quali erano state illuse dai sindacati ufficiali e dai falsi partiti "socialisti" e "comunisti" di esserne uscite definitivamente.

In questo contesto la funzione dei rappresentati ufficiali dei lavoratori, i sindacati nazionali tricolore, appare con sempre maggior chiarezza come quella di organizzazioni preziose e indispensabili alla classe dominante per la conservazione della stabilità sociale e politica della società capitalistica. Ogni misura governativa o padronale, dettata dall’aggravarsi progressivo della situazione economica generale, trova in essi il veicolo migliore per essere imposta ai lavoratori senza suscitare reazioni di classe pericolose per l’assetto generale del capitalismo.

La loro politica riformista, collaborazionista e rinunciataria è l’asse portante della pace sociale che ha caratterizzato questo secondo dopoguerra, in cui la classe operaia è stata, come è tuttora, assente dalla scena mondiale della vera lotta di classe. Il grado di degenerazione di questi sindacati, la natura reale della loro funzione antioperaia e il conseguente atteggiamento che i comunisti rivoluzionari devono oggi tenere nei loro confronti, non possono che essere derivati, come è tradizione del nostro Partito, con lo studio di tutto l’arco della loro esistenza, utilizzando l’arma teorica del metodo marxista. Solo attraverso la storia passata del movimento operaio è possibile comprendere e riaffermare ciò che l’infamia dei tempi che stiamo vivendo non permette ancora di scorgere: la sola possibilità per impedire che lo sfacelo della classe borghese trascini con sé le classi lavoratrici, sta nella capacità del proletariato di riuscire a ricongiungere la propria azione con la guida del partito comunista rivoluzionario, che ne rappresenta le finalità storiche, e determinare così le condizioni oggettive indispensabili per la conquista del potere politico da parte della classe operaia, la distruzione dello Stato borghese, l’instaurazione della dittatura proletaria e la successiva trasformazione dell’economia capitalistica, produttrice di merci all’unico scopo di realizzare profitti, in economia socialista, verso la produzione di beni che soddisfino tutte le esigenze di tutto il genere umano.

Ma perché questo si realizzi è indispensabile il ritorno delle masse operaie alla difesa intransigente delle loro condizioni immediate di vita attraverso lo scontro di classe contro tutte le forze che difendono gli interessi dell’economia capitalistica, con la conseguente rinascita di un tessuto organizzativo classista che inquadri e diriga in questo scontro la parte più combattiva del proletariato. È indispensabile la rinascita dei sindacati di classe come organismi intermedi tra il partito e la classe in lotta, così come è ribadito in tutti i corpi di tesi della Sinistra Comunista.

I due rapporti che pubblichiamo tendono alla ripresentazione di questa classica prospettiva marxista, che, come tale, è soltanto nostra, in polemica non soltanto con l’opportunismo ufficiale dei partitoni falsamente operai, ma anche con coloro che snaturano questo cardine fondamentale del marxismo, pretendendo che il ritorno del proletariato alla lotta rivoluzionaria abbia da percorrere strade diverse da quelle sinora conosciute.
 
 







Il partito di fronte ai sindacati nell’epoca dell’imperialismo

 
 

 IMPORTANZA DELLA TATTICA
 

Nel recente lavoro apparso sul nostro mensile sotto il titolo Dal solco immutabile del marxismo rivoluzionario scaturisce la funzione dei comunisti nella lotta di classe, abbiamo cercato di dimostrare come la tattica che il Partito adotta in campo sindacale discenda coerentemente dal rapporto partito-classe-azione di classe così come il marxismo
rivoluzionario lo ha descritto di getto all’apparire come scienza sociale del proletariato e come l’evoluzione storica del partito formale e del movimento operaio in generale lo ha realizzato nella pratica della lotta di classe; come, in definitiva, al piccolo partito di oggi non resti che
"tesaurizzare" questo passato, ricollegandolo alla teoria originaria che traccia la continuità del filo rosso tra le varie situazioni storiche finora presentatisi, per riallacciarsi continuamente, senza nulla inventare o scoprire, per gettarlo nel presente e soprattutto protenderlo verso le situazioni future, cercando fin da oggi di prevedere le grandi linee del suo corso e sviluppo. Insistevamo infatti, in questo lavoro come in tanti altri del partito, sulla questione della tattica vincolata dai principi generali del partito e dalla teoria marxista e, al tempo stesso, discendente da una corretta analisi della situazione.

Questo postulato è particolarmente vero se lo si riferisce alla tattica del partito in campo sindacale, e precisamente al suo atteggiamento di fronte alle organizzazioni economiche proletarie sorte storicamente per la necessità del proletariato di difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro dalla sete di profitto del capitale. A questo argomento il Partito, specie nella sua intensa attività di ristabilimento dei cardini della teoria marxista nel secondo dopoguerra, ha sempre dedicato ampio spazio di analisi precisando di volta in volta con contorni sempre più netti, il tipo di azione da svolgere in campo sindacale.

Ciononostante la questione sindacale resta impegnativa e spinosa per le sue complesse determinazioni, tali da impegnare a fondo i nostri muscoli dialettici. Talvolta lo studio oggettivo dei problemi ad essa afferenti è degenerato in accese discussioni nel partito e materia di sue improvvide lacerazioni.

La causa di questo è da ravvivarsi principalmente nell’estrema difficoltà di orientare il lavoro pratico del Partito in seno alle lotte operaie e sindacali in generale, mancando, per così dire, la "materia prima" per l’individuazione precisa della tattica: le lotte stesse.

Mezzo secolo di controrivoluzione ha praticamente riportato il proletariato agli albori della sua storia: non esiste più organizzazione economia immediata di classe, mentre il Partito non ha alcuna influenza sulla classe operaia. Per ovviare a questo non basta rintracciare i termini di dottrina marxisti e la storia dalle prime organizzazioni comuniste, in particolare della Prima Internazionale, ma occorre disegnare la storia successiva del movimento operaio mondiale fino alla situazione attuale, prodotto dell’evoluzione, e involuzione, subite dall’organizzazione economica proletaria, direttamente collegate alle fasi di evoluzione e putrescenza del capitalismo internazionale.

La dinamica del processo che vedrà nel prossimo futuro il proletariato schierarsi nuovamente sul terreno della lotta di classe e che dovrà vedere il Partito impegnato ad influenzarne l’azione fino ad assumerne le direzione politica, non sarà la meccanica ripetizione dei periodi precedenti ma avrà caratteristiche proprie, legate agli avvenimenti
che i crescenti contrasti interimperialistici mondiali determineranno nei singoli Stati e ai contraccolpi che le misure antiproletarie che ognuno di essi sarà costretto ad adottare susciteranno in seno alle masse operaie. Sono proprie queste caratteristiche che il Partito dovrà cercare di capire e prevedere, anticipando i metodi d’azione e la tattica da adottare. "Caratteristiche proprie" non significa che siano sconosciute al marxismo per cui, come altri hanno preteso di fare, si tratti di rimettere in discussione il processo classico indispensabile per la rivoluzione proletaria tratteggiato dal Partito in tutti i suoi corpi di tesi: dispiegarsi di un vasto movimento proletario agente su basi di classe, conseguente rinascita di organismi classisti immediati, influenza su di essi del Partito attraverso i suoi gruppi comunisti organizzati in frazione sindacale.
Ciò che dovrà essere individuato con correttezza ai fini della giusta tattica è la dinamica specifica attraverso cui avverrà questo processo le cui linee di massima sono già note al Partito. Queste linee di massima sono immutabili perché appartenenti intrinsecamente alle leggi generali dello scontro di classe borghesia-proletariato, scoperte dal marxismo e
tracciate in tutto il loro divenire storico in modo invariante. Ammettere che la dinamica generale di queste leggi possa esprimere tendenze generali diverse dai precedenti periodi della storia del capitalismo, significa negare la validità del marxismo e ammettere la necessità di un suo arricchimento.

Ciò premesso è importante ribadire che la definizione della tattica, e non solo in campo sindacale, è compito permanente del Partito, qualunque siano i suoi effettivi e il raggio della sua influenza in seno alla classe. Negare questo, asserendo che il Partito, ridotto a un pugno di militanti, non abbia in assoluto alcun peso sul movimento operaio, e quindi nemmeno possa porsi problemi tattici, è una estremizzazione della realtà di fatto, funzionale a chi, per i motivi i più vari, ha interesse a liquidare l’esistenza stessa del Partito, «in pace con il partito storico, volgendo le terga a quello formale».

Per sempre meglio definire la tattica odierna del Partito in campo sindacale non possiamo esimerci, come è nostro metodo, dal ripresentare, seppure per grandi linee, la storia del movimento sindacale internazionale, non scolastica ricerca culturale ma arma teorica per l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo e di tutti i suoi lacchè, sempre più numerosi e variamente mascherati.
 
 

PRIMA FASE: DIVIETO
 

Dal punto di vista dell’atteggiamento della borghesia nei confronti degli organismi sindacali proletari, il Partito ha distinto la storia della forma sindacato in tre fasi: divieto - tolleranza - assoggettamento.

La prima fase è caratterizzata dall’affermarsi sulla scena della storia dei primi confusi ma decisi moti operai contro i singoli capitalisti e di conseguenza delle prime associazioni operaie, le prime coalizioni di salariati contro i borghesi in difesa del salario. Questo fenomeno era la prima smentita della dottrina liberale che costituì la veste ideologica del trionfo della borghesia assurta a classe dominante contro i vecchi regimi dell’aristocrazia feudale. Appariva chiara la falsità del principio democratico per cui la difesa degli interessi dei singoli poteva essere garantita da un corpo di rappresentanti di tutti i cittadini, che avrebbero ripartito equamente giustizia sociale ed economica tra tutti i membri della società civile: nessuna associazione economica tra cittadini sarebbe stata necessaria, perché la difesa dei diritti individuali sarebbe stata garantita dallo Stato, dal governo, dagli istituti rappresentativi di tutto il popolo liberamente eletti. È in nome di questi principi, sotto lo stimolo della sua conservazione di classe, che la borghesia reprime ferocemente le prime associazioni permanenti di operai, accusandole di voler riesumare le corporazioni dell’ancien régime. Il divieto opposto dalla borghesia alle prime forme di associazionismo economico operaio, divieto espressamente elevato a norma di legge (ricordiamo la legge Le Chapelier in Francia del giugno 1791 e la legge del parlamento inglese del luglio 1799), faceva perno sulle condizioni materiali del capitalismo nella sua primissima fase liberale, dominata dal libero mercato e dalla concorrenza reciproca tra capitalisti. In teoria si rivolgeva anche contro le associazioni tra capitalisti, in pratica non poteva che colpire la naturale tendenza dei proletari a coalizzarsi in difesa dei propri interessi di classe. Questo divieto faceva sì che le prime associazioni operaie, indipendentemente dalla coscienza che avevano di se stesse, costituivano, per il solo fatto di manifestarsi apertamente, un potente fattore rivoluzionario. Non stupisce pertanto che nei primi movimenti proletari non fosse ben chiara la distinzione tra organismi di difesa immediata e i primi gruppi o circoli politici.

Tuttavia il marxismo definì fin da allora in termini chiarissimi, definitivi, questa differenza, da cui deriva ogni considerazione in materia di tattica sindacale. Valga per tutte questa citazione di un passo di Marx da una lettera a Bolte del 29 novembre 1871, che definisce il rapporto tra lotte politiche e lotte economiche e dunque tra partito e sindacato:

«Il movimento politico della classe operaia ha naturalmente come scopo ultimo la conquista del potere politico per la classe operaia stessa, e a questo fine è naturalmente necessaria una previa organizzazione della classe operaia, sviluppata fino a un certo punto e sorta dalle sue stesse lotte economiche».
Si noti come già in questa espressione sia delineata la prospettiva della necessità dell’organizzazione economica immediata come presupposto indispensabile per la conquista del potere politico da parte del proletariato.
«Ma ogni movimento in cui la classe operaia si oppone come classe alle classi dominanti e cerca di far forza su di esse con una pressione dal di fuori, è un movimento politico. Per esempio il tentativo di strappare una riduzione della giornata lavorativa al capitalista singolo in una sola fabbrica, o anche in una sola industria, mediante scioperi, ecc. è un movimento puramente economico; invece il movimento per imporre una legge delle otto ore e simili è un movimento politico. In questo modo, dai singoli movimenti economici degli operai sorge e si sviluppa dunque il movimento politico, cioè un movimento della classe per realizzare i suoi interessi in forma generale, in una forma che abbia forza coercitiva socialmente generale. Se è vero che questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preventiva, essi sono da parte loro altrettanti mezzi per lo sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non è ancora progredita nella sua organizzazione tanto da poter intraprendere una campagna decisiva contro il potere collettivo, ossia contro il potere politico delle classi dominanti, essa viene comunque preparata a ciò da una permanente agitazione contro l’atteggiamento ad essa avverso della politica delle classi dominanti; altrimenti rimane un giocattolo nelle loro mani».
Il movimento economico e il movimento politico facevano parte di un unico non ancora differenziato processo rivoluzionario individuato nel Manifesto del 1848 con la famosa espressione dell’organizzazione del proletariato in classe e quindi in partito politico, ciò reso possibile dall’«unione sempre più estesa dei lavoratori». Si può dire che non si ponevano ancora questioni di tattica dell’organizzazione politica nei confronti di quella economica, fintanto entrambe vivevano il processo rivoluzionario, che vedeva il proletariato schierarsi sempre più decisamente in difesa dei suoi esclusivi interessi di classe, convergendo di fatto, in un processo già chiaro ai comunisti di allora, verso la conquista del potere politico come risultato della saldatura del movimento reale delle associazioni economiche proletarie con il socialismo scientifico, ovvero tra associazioni economiche e partito politico rivoluzionario.

La differenza tra l’uno e le altre era tuttavia già presente al marxismo, come appare nel lavoro che svolgeva in seno alla Prima Internazionale, alla quale aderivano anche associazioni economiche. Nell’indirizzo inaugurale della Prima Internazionale sono già infatti indicati i limiti degli organismi cooperativi e sindacali, che in sé «non saranno mai in grado di arrestare l’aumento del monopolio che avviene in progressione geometrica, di liberare le masse e nemmeno di alleviare in modo sensibile il peso delle loro miserie», e già vi viene formulato il concetto della necessità di superare l’aspetto rivendicativo del movimento, verso la conquista del potere politico.
 
 

SECONDA FASE: TOLLERANZA
 

Successivamente, e in particolare nel periodo della Seconda Internazionale, la borghesia cambia atteggiamento verso l’associazionismo sindacale; si rende conto che continuare a reprimerlo con la forza significa spingerlo verso atteggiamenti sempre più radicali e, violentando i suoi sacri principi liberali, ne ammette la possibilità di esistenza: è la fase della tolleranza, che coincide con un forte sviluppo del movimento sindacale in tutti i paesi in cui la borghesia è ormai insediata stabilmente al potere e in cui il modo di produzione capitalistico sta ormai entrando nella fase imperialista. È, al tempo stesso, un periodo di espansione produttiva eccezionale e di relativa pace sociale e internazionale: il capitalismo conosce la sua fase aurea. I grandi profitti derivanti dalla rapida e relativamente pacifica espansione produttiva permettono il formarsi di ampi strati di aristocrazia operaia su cui poggia il dilagare di quell’ondata di degenerazione dal marxismo che fu il socialriformismo. Cadeva il concetto della conquista violenta del potere politico ed anzi di conquista del potere in generale, per cui, agli occhi dei riformisti, gli interessi del proletariato venivano ad identificarsi sempre più con quelli delle proprie borghesie nazionali e dunque la classe operaia doveva farsi carico dell’andamento produttivo della propria nazione.

A questa degenerazione sul piano politico corrispose analogo atteggiamento in campo sindacale. Fu il tipo di sindacalismo germano-austriaco a rappresentare meglio questa tendenza.

«I sindacati della Germania – affermano le tesi dell’Internazionale dei Sindacati Rossi – furono la culla del riformismo, il cui contenuto ideologico consiste, nel campo politico, nel preconizzare l’evoluzione pacifica e graduale, tendente al socialismo attraverso la democrazia, nell’attenuare l’antagonismo di classe, nella pavida rinuncia alla rivoluzione e al terrore classista, nella speranza che lo sviluppo delle istituzioni democratiche condurrà automaticamente al socialismo senza sconvolgimenti e senza rivoluzione, mentre nel campo strettamente sindacale esso esprime la tendenza a mantenere i sindacati lontani dalla lotta politica rivoluzionaria, la predicazione della neutralità verso il socialismo rivoluzionario, il collegamento intimo con il socialismo riformista, fino alla sopravvalutazione dei contratti collettivi e la tendenza a creare il diritto paritetico, cioè a costruire rapporti sociali per cui, pur permanendo il regime economico borghese, possa tuttavia conciliarsi l’uguaglianza di diritto fra operai e imprenditori con la conservazione del sistema di sfruttamento».
Non miglior sorte toccava al movimento sindacale anglosassone o tradeunionismo che
«riuniva principalmente gli strati più elevati della classe operaia e la sua ideologia rappresentava la filosofia dell’aristocrazia operaia. Dai teorici e dai pratici del tradeunionismo, capitale e lavoro erano considerati non come due nemici mortali di classe, ma come due fattori della società integrantisi a vicenda, il cui sviluppo armonico doveva condurre alla pace tra capitale e lavoro e all’equa distribuzione tra loro dei comuni beni sociali».
Come si vede i tratti caratteristici del moderno sindacalismo dell’epoca imperialista stramatura, quello con cui il proletariato deve fare i conti oggi e soprattutto nel futuro, nascono da qui. Sono gli stessi oggi di allora, né potrebbero essere diversamente potendo l’azione sindacale essere volta o alla difesa degli interessi propri della classe operaia, e dunque tendente a schierare il proletariato contro tutto l’apparato padronale e statale sul terreno dello scontro aperto senza esclusione di colpi, o essere sottomessi agli interessi borghesi, e dunque privilegiare l’economia nazionale rispetto alla difesa delle reali esigenze della classe. Da questo punto di vista, cioè dei contenuti politici, non esistono differenze tra l’opportunismo sindacale della prima fase di espansione del capitalismo e quello dell’era imperialista in fase avanzata come l’odierna e l’ideologia di cui sono entrambi permeati è la stessa: quella della classe dominante. La differenza risiede nella funzione istituzionale assunta nei confronti delle strutture statali e degli ingranaggi politico-economici della società capitalistica in generale, in rapporto alle tendenze e all’atteggiamento delle masse proletarie verso di esso.

Il movimento sindacale molto sviluppatosi durante la fase di espansione del capitalismo, recava alcuni caratteri che permisero successivamente alla borghesia di servirsene in funzione della stabilità del suo regime di classe: sono quelli che Lenin nell’Estremismo chiama i «caratteri reazionari», e precisamente «una certa angustia corporativa», una «certa tendenza all’apoliticismo», una «certa fossilizzazione, ecc.», tratti particolarmente controrivoluzionari specie se messi in relazione allo sviluppo «della forma suprema dell’unità di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato». Sono questi caratteri, che nelle tesi dell’ISR vengono elencati come «gretto corporativismo, isolamento, la lotta di molti di essi contro il lavoro femminile, lo spirito nazionalista e patriottico derivante dalla confusione tra gli interessi dell’industria nazionale e quelli della classe lavoratrice», che troveranno drammaticamente la loro massima espressione allo scoppio della prima carneficina mondiale e durante essa, in cui, nella maggior parte dei paesi d’Europa i sindacati cessano di esistere come organizzazioni classiste di lotta, trasformandosi in organizzazioni imperialiste di guerra la cui funzione consisteva nel mettere a disposizione delle proprie borghesie tutte le forze proletarie esistenti, in nome della "difesa della patria". In tutti i paesi, tranne rare eccezioni, i dirigenti dei sindacati si combatterono tra di loro sui fronti di guerra, stringendo alleanza con le forze sociali borghesi della propria "patria".

Come affermano sempre le tesi dell’ISR:

«Il periodo della guerra mondiale è quello del dissolvimento morale dei sindacati in tutti i paesi. Quasi tutti i dirigenti sindacali si comportano come dei governanti: si assumono spontaneamente tutti i compiti di soffocare ogni tentativo di protesta rivoluzionaria, sanciscono a varie riprese il peggioramento delle condizioni di lavoro, acconsentono a legare gli operai alle fabbriche a seconda dei voleri del capitalista, rinunciano a conquiste ottenute con grandi lotte, insomma eseguono senza fiatare tutto ciò che le classi dirigenti ordinano».
La tolleranza dimostrata dalla borghesia aveva così dato i suoi frutti: in tutti i paesi le organizzazioni temute dai difensori ufficiali del regime borghese perché potenzialmente in grado di minacciarne l’ordine costituito, si erano trasformate improvvisamente in altrettanti pilastri della conservazione di questo ordine. A giusta ragione le tesi dell’ISR sottolineano come «questa trasformazione dei dirigenti del movimento sindacale in cani da guardia del capitalismo rappresenta la più strepitosa vittoria morale delle classi dirigenti».

Dopo la Prima Guerra questa politica di stretto collaborazionismo con le proprie borghesie, che segnò il fallimento della Seconda Internazionale, continua in tutti i paesi capitalisticamente industrializzati e si esprime nella subordinazione degli interessi della classe operaia alla ricostruzione delle economie dei rispettivi paesi. Tuttavia, a causa delle disastrose condizioni in cui la guerra aveva ridotto il proletariato del mondo intero, si determina un fenomeno in un certo senso antagonista a questo. Spinte dall’imperiosa e vitale necessità di difendere in qualche modo le proprie condizioni di vita, grandi masse proletarie sono trascinate sul terreno della lotta al capitalismo. Per avere successo in questa lotta enormi masse operaie che fino ad allora erano vissute ai margini della vita politica e sindacale della propria classe, affluiscono nei sindacati che in tutti i paesi assistono a un poderoso incremento degli iscritti, trasformandosi così da organizzazioni raggruppanti solo alcune categorie o mestieri, come spesso erano prima della guerra, in sindacati di tutta la classe operaia. Entrando nei sindacati le grandi masse operaie cercano di farne degli strumenti per la lotta di difesa, scontrandosi in tutto il mondo con i capi opportunisti asserviti agli interessi delle classi nemiche. Questa trasformazione dei sindacati è influenzata notevolmente dalla Rivoluzione d’Ottobre e, sulla sua scia, dalla formazione della Terza Internazionale: si formano in tutti i paesi correnti sindacali che, anche se non influenzate direttamente dai comunisti, si oppongono alla politica di collaborazione con il padronato.
 
 

IL MOVIMENTO COMUNISTA DI FRONTE AL PROBLEMA SINDACALE
 

Era naturale quindi che i comunisti mettessero in risalto questo processo e la strategia di intervento in esso in tutti i paesi dove si andavano formando i partiti comunisti, esaltandone i caratteri squisitamente rivoluzionari.

Il secondo congresso della Terza Internazionale dedica alla questione un intero corpo di tesi. Citiamo:

«I contrasti di classe che si inaspriscono costringono i sindacati a guidare gli scioperi che si succedono a grandi ondate in tutto il mondo capitalistico e interrompono di continuo il processo di produzione e di scambio capitalistico. Nella misura in cui le masse operaie, dati il crescente aumento dei prezzi e la propria stanchezza, accrescono le proprie rivendicazioni, esse distruggono le basi per qualsivoglia calcolo capitalistico, premessa elementare per qualsivoglia economia funzionante. I sindacati, che durante la guerra erano diventati strumenti per influenzare le masse operaie nell’interesse della borghesia, divengono ora strumenti di distruzione del capitalismo. Ma la vecchia burocrazia sindacale e le vecchie forme organizzative sindacali ostacolano in ogni modo questo processo di trasformazione dei sindacati stessi. La vecchia burocrazia sindacale cerca un po’ ovunque di conservare i sindacati come organizzazioni delle aristocrazie operaie; conserva infatti le norme che rendono impossibile alle masse operaie peggio retribuite l’ingresso nelle organizzazioni sindacali. La vecchia burocrazia sindacale cerca tuttora di sostituire allo sciopero di lotta degli operai, che acquista ogni giorno di più il carattere di uno scontro rivoluzionario del proletariato con la borghesia, una politica di accordi con i capitalisti, una politica di accordi a lungo termine, che ha perduto ogni significato già soltanto per gli ininterrotti, folli aumenti dei prezzi. Essa cerca di fare accettare agli operai la politica delle commissioni miste, dei Joint Industrial Councils, e con l’aiuto dello Stato capitalistico di ostacolare legalmente la guida degli scioperi. Nei momenti di maggior tensione della lotta, questa burocrazia semina la divisione tra le masse operaie in lotta, impedisce che le varie categorie operaie si fondano per una generale lotta di classe. In questi suoi tentativi essa è appoggiata dalle vecchie organizzazioni dei sindacati professionali che dividono gli operai di uno stesso ramo industriale in gruppi professionali separati, quantunque il processo di sfruttamento capitalistico li unisca. Essa fa ancora leva sulle ideologie tradizionali della vecchia aristocrazia operaia, quantunque quest’ultima venga costantemente indebolita dalla progressiva eliminazione dei privilegi di singoli gruppi proletari, dovuta alla generale disintegrazione del capitalismo, al livellamento che si va instaurando nelle condizioni della classe operaia, al generalizzarsi della sua situazione di bisogno e insicurezza. A questo modo, la burocrazia sindacale suddivide il grande fiume del movimento operaio in deboli rigagnoli, baratta gli obbiettivi rivoluzionari generali del movimento con riformistiche rivendicazioni parziali e nel complesso impedisce che la lotta del proletariato si trasformi in lotta rivoluzionaria per l’annientamento del capitalismo».
Se all’epoca della Prima Internazionale, in piena fase di divieto dei sindacati, i marxisti si proponevano di mantenere il collegamento dei sindacati con il partito politico del proletariato per la lotta al capitalismo, ora la tattica, coerente con la precedente, si esprimeva nella parola d’ordine della conquista dei sindacati da parte dei partiti comunisti, contro le direzioni legalitarie, riformiste e collaborazioniste.

Riprendiamo dalle tesi:

«Avendo presente questo confluire di gigantesche masse operaie nei sindacati, avendo presente il carattere rivoluzionario oggettivo della lotta economica condotta da queste masse in opposizione alla burocrazia sindacale, i comunisti di tutti i paesi devono entrare nei sindacati per trasformarli in consapevoli strumenti della lotta per la caduta del capitalismo, per il comunismo. Devono inoltre prendere l’iniziativa di costruire i sindacati là dove essi non esistono. Il tenersi volontariamente lontani dal movimento sindacale, il tentare artificiosamente di creare sindacati particolari senza esservi costretti o da atti eccezionali di violenza da parte della burocrazia sindacale (come lo scioglimento di singoli gruppi rivoluzionari locali dei sindacati per opera delle direzioni opportuniste) o da una gretta politica aristocratica che sbarra l’accesso alle organizzazioni alle grandi masse di operai meno qualificati, rappresenta un gravissimo pericolo per il movimento comunista: il pericolo, cioè, di consegnare gli operai più avanzati e maggiormente provvisti di coscienza di classe nelle mani di capi opportunisti i quali aiutano la borghesia. L’esitazione degli operai di fronte agli argomenti speciosi dei capi opportunisti può essere superata soltanto con l’inasprirsi della lotta, nella misura in cui più ampi strati del proletariato apprendono dalla loro stessa esperienza, dalle vittorie e dalle sconfitte, che sulla base del sistema economico capitalistico non si potranno mai raggiungere condizioni umane di vita; nella misura in cui gli operai comunisti avanzati impareranno nel corso delle lotte economiche non soltanto a diffondere le idee del comunismo ma a diventare i capi più risoluti delle stesse lotte economiche e dei sindacati. Soltanto così i comunisti potranno mettersi alla testa del movimento sindacale e trasformarlo in organo della lotta rivoluzionaria per il comunismo».
Le tesi rispondevano così anche alle deviazioni di alcuni settori del movimento comunista, specie tedeschi e olandesi, che propugnavano la tattica dell’abbandono dei sindacati diretti dai riformisti per passare alla formazione di nuovi sindacati economici raggruppanti solo operai comunisti e i proletari ad essi vicini nella prospettiva di creare una rete sindacale autonoma e collegata al partito e ponevano come elemento essenziale in campo tattico sindacale che qualunque azione avesse per obiettivo il costante collegamento con le masse operaie, abbandonando di conseguenza atteggiamenti che avrebbero potuto portare all’isolamento dei comunisti dagli altri lavoratori. In particolare le tesi respingevano l’ipotesi di promuovere scissioni sindacali in mancanza di un vasto movimento operaio diretto in questo senso e sottolineavano la necessità di lavorare all’interno dei sindacati giallidiretti dai riformisti, tendendo anzi, a livello nazionale, all’unificazione di tutte le centrali sindacali classiste, nella prospettiva dell’unità di classe del proletariato, indispensabile per ottenere risultati concreti sul terreno della lotta economica di difesa e, in una prospettiva rivoluzionaria, alla lotta insurrezionale per la conquista del potere politico:
«Poiché per i comunisti gli scopi e l’essenza dell’organizzazione sindacale sono più importanti della sua forma, essi non debbono neppure arretrare di fronte ad una scissione delle organizzazioni all’interno del movimento sindacale, qualora il rinunziare alla scissione equivalesse a rinunciare al proprio lavoro rivoluzionario nei sindacati, a rinunziare al tentativo di fare di questi uno strumento di lotta rivoluzionaria, a rinunziare ad organizzare la parte più sfruttata del proletariato. Tuttavia, anche se tale scissione dovesse dimostrarsi necessaria, essa può essere attuata soltanto se i comunisti riusciranno, con una lotta senza quartiere contro i capi opportunisti e la loro tattica, con la più attiva partecipazione alla lotta economica a persuadere ampie masse operaie che la scissione viene compiuta non già per lontane e ancora incomprensibili mete rivoluzionarie, ma in favore di concreti e immediati interessi della classe operaia nello sviluppo della sua lotta economica. Qualora si presenti la necessità di una scissione, i comunisti devono sempre esaminare con attenzione se la scissione stessa non possa portare al loro isolamento dalla massa operaia.
«Là dove la scissione tra il movimento sindacale opportunista e quello rivoluzionario è già avvenuta, là dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti sussistono organizzazioni rivoluzionarie, anche se non di tendenze comuniste, i comunisti sono tenuti ad appoggiare questi sindacati rivoluzionari, ad aiutarli a liberarsi dai pregiudizi sindacalisti ed a portarsi sul terreno del comunismo: esso soltanto è una bussola sicura nella confusione della lotta economica. Là dove nell’ambito dei sindacati o al di fuori di essi nelle fabbriche si costituiscano organizzazioni, come gli Shops Stewards e i consigli di fabbrica, che si pongono come scopo la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni spontanee dirette del proletariato, è evidente che i comunisti devono appoggiare con tutte le loro energie tali organizzazioni.
«Ma questo appoggio ai sindacati rivoluzionari non deve portare alla uscita dei comunisti da sindacati opportunisti in cui vi siano sintomi di fermento e la volontà di porsi sul terreno della lotta di classe. Al contrario, cercando di accelerare questo sviluppo dei sindacati di massa che sono avviati verso la lotta rivoluzionaria, i comunisti possono sostenere un ruolo di guida, in modo da fondere sul piano spirituale e organizzativo gli operai organizzati sindacalmente, al fine di lottare insieme per la distruzione del capitalismo».
La preoccupazione di non isolare i comunisti dagli altri lavoratori attraverso un’azione sindacale, che qui viene ribadita con insistenza in riferimento alle scissioni sindacali e all’uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti, è indubbiamente il più importante elemento di base per una corretta impostazione della tattica sindacale, valido in qualunque occasione e situazione.

La prima parte delle tesi sindacali dell’Internazionale termina poi con una constatazione importantissima, perché costituisce la chiave di volta per capire il rapporto tra lotta economica e lotta politica nella fase imperialistica del capitalismo, che è appunto il tema centrale che stiamo trattando:

«In una fase di declino del capitalismo, la lotta economica del proletariato si trasforma in lotta politica assai più rapidamente di quanto non potesse avvenire nell’era dello sviluppo pacifico del capitale. Ogni grande scontro economico può porre gli operai direttamente davanti al problema della rivoluzione. Perciò è dovere dei comunisti rammentare agli operai sempre, in tutte le fasi della lotta economica, che tale lotta può avere successo soltanto se la classe operaia nello scontro aperto vincerà la classe dei capitalisti e attraverso la dittatura intraprenderà l’opera di costruzione del socialismo. Partendo da questo i comunisti devono mirare a stabilire per quanto è possibile l’unità piena tra i sindacati e il partito comunista, subordinando i sindacati alla guida effettiva del partito, considerato l’avanguardia della rivoluzione operaia. A questo scopo i comunisti devono costituire dovunque nei sindacati e nei consigli di fabbrica frazioni comuniste, con l’aiuto delle quali impadronirsi del movimento sindacale e guidarlo».
Già allora i comunisti constatavano questo fenomeno tipico dell’era imperialista del capitalismo, che ha assunto oggi aspetti ancora più accentuati, data l’ulteriore fase di declino del capitalismo successiva alla Seconda Guerra mondiale.
 
 

TERZA FASE: ASSOGGETTAMENTO
 

È proprio nel primo dopoguerra infatti che la borghesia passa ancora all’offensiva e il suo atteggiamento verso i sindacati muta tendenza: dalla tolleranza, dimostratasi preziosa durante la guerra, all’assoggettamento dei sindacati, alla loro utilizzazione cioè come strumenti diretti della gestione dell’economia capitalistica, quindi al loro riconoscimento giuridico e istituzionale. Questo processo assume aspetti diversissimi in tutti i paesi e si intreccia con la tragica sconfitta della rivoluzione comunista russa e la conseguente degenerazione della Terza Internazionale ad opera dello stalinismo, culminata nel trascinare il proletariato sui fronti di guerra nel secondo macello imperialistico mondiale, in nome della difesa della democrazia.

Tratteggiamo qui solo per sommi capi questo processo e questi avvenimenti, avendo ad essi il Partito dedicato già ampi studi e analisi ed avendo anzi poggiato sulla loro interpretazione marxista le sue tesi del secondo dopoguerra. Quello che qui interessa desumerne è appunto l’aspetto della tendenza dell’imperialismo alla centralizzazione di tutti i fattori della produzione capitalistica sotto l’egida dello Stato e dunque anche dei sindacati, divenuti ormai parte integrante del contesto sociale ed economico del capitalismo.

Nel delineare la sua tattica in campo sindacale il Partito considera questo fenomeno e ne studia le conseguenze e i risvolti storici particolari che via via è venuto ad assumere in rapporto all’involuzione del movimento sindacale e alla distruzione fisica e programmatica dell’organo partito alla scala mondiale.

Riprendiamo in proposito dall’articolo: Movimento operaio e internazionali sindacali, apparso il 29 giugno 1949 sull’allora quindicinale del Partito Battaglia Comunista, un brano che mette in risalto come il processo dell’asservimento dei sindacati allo Stato ci fosse chiaro nella sua vera essenza:

«Il problema dell’ingranamento tra organi politici e organi sindacali di lotta proletaria nella sua impostazione deve tenere conto di fatti storici della più grande importanza sopravvenuti dopo la fine della Prima Guerra mondiale. Tali fatti sono, da una parte il nuovo atteggiamento degli Stati capitalistici verso il fatto sindacale, dall’altra lo scioglimento stesso del secondo conflitto mondiale, la mostruosa alleanza tra la Russia e gli Stati capitalistici e i contrasti tra i vincitori. Dal divieto dei sindacati economici, coerente conseguenza della pura dottrina liberale borghese, e dalla loro tolleranza, il capitalismo passa alla sua terza fase della loro inserzione nel suo ordine sociale e statale. Politicamente la dipendenza si era già ottenuta nei sindacati opportunisti e gialli e aveva fatto le sue prove nella Prima Guerra mondiale. Ma la borghesia per la difesa del suo ordine costituito doveva fare di più. Fin dal primo tempo la ricchezza sociale e il capitale erano nelle sue mani e li andava concentrando sempre più nel continuo respingere nella nullatenenza gli avanzi delle classi tradizionali di liberi produttori. Nelle sue mani fin dalle rivoluzioni liberali era il potere politico armato dello Stato e più perfettamente nelle più perfette democrazie parlamentari, come, con Marx e Engels, dimostra Lenin. Nelle mani del proletariato suo nemico, i cui effettivi crescevano col crescere dell’espropriazione accumulatrice, era una terza risorsa: l’organizzazione, l’associazione, il superamento dell’individualismo, divisa storica e filosofica del regime borghese. La borghesia mondiale ha voluto strappare al suo nemico anche questo suo unico vantaggio (...) Poiché il divieto del sindacato economico sarebbe un incentivo alla lotta di classe autonoma del proletariato, in questo metodo la consegna è divenuta del tutto opposta. Il sindacato deve essere inserito giuridicamente nello Stato e deve divenire una dei suoi organi. La via storica per arrivare a tale risultato presenta molti aspetti diversi e anche molti ritorni, ma siamo in presenza di un carattere costante e distintivo del moderno capitalismo. In Italia e in Germania i regimi totalitari vi giunsero con la diretta distruzione dei sindacati rossi tradizionali e perfino di quelli gialli. Gli Stati che in guerra hanno sconfitto i regimi fascisti si muovono con altri mezzi nella medesima direzione. Temporaneamente, nei loro territori e in quelli conquistati hanno lasciato agire sindacati che si dicono liberi e non hanno vietato e non vietano ancora agitazioni e scioperi. Ma ovunque la soluzione di tali movimenti confluisce in una trattativa in sede ufficiale con gli esponenti del potere politico che fanno da arbitri tra le parti economicamente in lotta, ed è ovviamente il padronato che fa per tal modo la parte del giudice ed esecutore. Ciò sicuramente prelude alla eliminazione giuridica dello sciopero e della autonomia di organizzazione sindacale, già di fatto avvenuta in tutti i paesi, e crea naturalmente una nuova impostazione dei problemi dell’azione proletaria. Gli organismi internazionali riappaiono come emanazione dei poteri statali costituiti. Come la Seconda Internazionale rinacque con il permesso dei poteri vincitori di allora in forma di addomesticati uffici, così abbiamo oggi uffici socialisti nell’orbita degli Stati occidentali e un cosiddetto ufficio di informazione comunista al posto della gloriosa Terza Internazionale che fu».
Il processo di assoggettamento dei sindacati risale all’inizio della fase dell’imperialismo ed assume inizialmente la forma della creazione di sindacati che rinnegano la lotta di classe, i cosiddetti sindacati bianchi, nati per espresso patrocinio della Chiesa cattolica, ormai alleata di ferro del capitalismo, e finanziati direttamente da certi settori del padronato; ebbero un certo sviluppo nei primi anni del 1900, fino a costituirsi in Confederazione internazionale nel 1919.

La borghesia, constatato che l’associazionismo operaio era un dato di fatto irreversibile nel suo sistema sociale, tentava di crearsene uno a proprio uso e consumo. Ma evidentemente questo non era sufficiente. Per servire allo scopo della conservazione sociale, un sindacato deve innanzitutto riscuotere la credibilità di larghi strati operai. Così non poteva essere per i sindacati bianchi che non goderono mai di una solida base operaia. Molto più proficuo si dimostrò l’opportunismo di tipo riformistico socialdemocratico, che poneva solide radici fra vasti strati di aristocrazia operaia allevata con le briciole dei colossali profitti della prima fase di espansione "pacifica" del capitalismo liberistico.

Tuttavia, nei paesi come Germania e Italia, in particolare in quest’ultima, in cui il radicalizzarsi delle lotte proletarie condotte su basi classiste aveva assunto aspetti e consistenza tali da minacciare seriamente le basi dell’ordine sociale capitalistico, la borghesia si vide costretta ad abbandonare il modello della concorrenza tra sindacati rossi da un lato, bianchi e gialli dall’altro, per ricorrere alla distruzione di entrambi, in particolare ovviamente di quelli rossi, per procedere diritto sulla strada del tentativo di creare apparati sindacali di diretta emanazione statale.

La Sinistra, di fronte a questo nuovo atteggiamento della borghesia e al conseguente pericolo che, in Italia, la CGL si sgretolasse sotto i colpi del fascismo, lanciò allora la parola d’ordine della rinascita dei sindacati liberi, indicazione che non ebbe seguito determinante per il sabotaggio dei riformisti che, ligi fino in fondo al volere fascista, sciolsero la Confederazione in attesa di tempi migliori.

L’ondata mostruosa della controrivoluzione staliniana travolgeva intanto in tutto il mondo il movimento comunista rivoluzionario lasciando nei sindacati via libera a tutte le forme di opportunismo imperante. I partiti comunisti di tutti i paesi occidentali abbandonarono ogni forma di difesismo sindacale classista, vincolando gli interessi proletari nei paesi dove avevano una certa influenza alla difesa degli interessi dello Stato russo, ormai inserito nel circuito dei paesi capitalistici ma gabbato per "patria del socialismo", orientando gli operai verso la difesa della democrazia, la politica dei fronti popolari e dell’alleanza tra tutte le classi, o addirittura in combutta con il fascismo, come nella campagna di "alleanza popolare" in Italia, nel ’35-’36.

Ci sembra utile riprendere a questo punto ampi stralci di un lungo lavoro comparso sul nostro mensile in diversi numeri del ’77, sotto il titolo Basi d’azione del Partito nel campo delle lotte economiche proletarie che espone il seguito di questa analisi storica con molta chiarezza. Come sempre l’essenza dei nostri lavori è quella di precisare, meglio «scolpire», le questioni in cui si articola il nostro lavoro di difesa delle giuste posizioni marxiste, non quello di apportare «arricchimenti individuali» o elucubrazioni intellettuali di chi pretendesse di essere «meglio preparato», tutto ciarpame questo appartenente all’ideologia individualistica tipicamente borghese e che pensiamo di avere per sempre superato nel nostro Partito. Meglio ripetere, imparato a memoria, ciò che è stato ben detto che sparare "innovative" fesserie.

«Il partito comunista rivoluzionario non esiste più e le forze che si erano battute contro il prevalere dell’opportunismo staliniano o si mantengono su posizioni coerentemente marxiste cercando di trarre un bilancio da questa paurosa ondata controrivoluzionaria, ma si riducono conseguentemente dal punto di vista organizzativo, oppure abbandonano il terreno stesso del marxismo rivoluzionario ricadendo da un lato nell’anarcosindacalismo, dall’altro, come la corrente di Trotzki, adottando una prassi opportunista tesa a risalire la corrente sfavorevole con tutti i mezzi e con ogni espediente e di conseguenza autodistruggendosi come forza rivoluzionaria.
«Il tradimento dei partiti della Terza Internazionale permise al capitalismo di superare agevolmente la crisi economica del ’29-’33. Negli USA, come in tutti gli Stati europei, tutte le forze politiche si schierarono sulla necessità di non indebolire l’economia nazionale e perciò non solo non diressero in senso rivoluzionario ma si schierarono apertamente contro le azioni di difesa del pane e del lavoro che il proletariato spontaneamente intraprendeva. Questo permise allo Stato capitalistico di varare le misure assistenziali e di corruzione della classe operaia che il New Deal americano riprese dal fascismo, ma che ebbero il loro corrispettivo in tutti i paesi d’Europa. Il proletariato veniva abitualmente abituato a considerarsi non più una classe con interessi opposti a quelli delle altre classi della società ed organicamente legato alla scala internazionale, ma come una componente della nazione, del popolo ai cui interessi generali esso doveva sacrificare i suoi bisogni. Da una parte e dall’altra dei futuri fronti di guerra fu agitata la stessa identica bandiera: solidarietà nazionale delle classi, difesa nazionale, concetto di popolo al posto di concetto di classe. Era la bandiera innalzata dal fascismo e dai suoi pseudo sindacati contro i sindacati rossi e di classe tradizionali.
«È dunque chiaro che mentre nei paesi a regime di dittatura aperta, Germania e Italia, nessuna opera veniva intrapresa per contrapporsi validamente ai sindacati statali e far risorgere i sindacati di classe, ma si indirizzavano le energie proletarie alla lotta popolare contro il fascismo sulla tesi che esso non difendeva bene gli interessi di tutta la nazione, nei paesi in cui permaneva la dittatura mascherata in forma democratica si affermò in seno al proletariato la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero in quanto indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, paci eterne tra lavoro e capitale sulla base degli interessi comuni a tutte le classi. In Spagna, in Francia, in Inghilterra, in Svizzera, ed anche in Italia, il processo di formazione di questo sindacalismo, che giustamente il Partito ha chiamato tricolore, è particolarmente visibile.
«La differenza tra il sindacalismo fascista e il sindacalismo tricolore non sta dunque nella rispettiva politica: tutte e due subordinano la difesa degli interessi economici immediati dei lavoratori alle esigenze della patria e dell’economia nazionale. La differenza, fondamentale, è nella forma organizzativa per cui in alcuni Stati capitalistici, nei più forti e in quelli in cui la lotta di classe non ha raggiunto limiti critici, così come è stato possibile allo Stato capitalistico mantenere le forme democratiche, è stato possibile mantenere sindacati formalmente liberi, formalmente ad adesione volontaria dei lavoratori, anche se sostanzialmente legati alle sorti del regime capitalistico e della sua conservazione. Questa differenza formale non è priva di significato essendo il risultato di vicende storiche per cui lo Stato capitalistico ha potuto vincere il proletariato senza dover ricorrere alla suprema prova di forza che si ha quando lo Stato è costretto a presentarsi di fronte alle masse apertamente e a mano armata come l’espressione degli interessi delle classi dominati, tentando di battere le lotte proletarie con la diretta violenza e incapsulando di necessità il proletariato in organismi a carattere forzato e coercitivo, cioè sindacati obbligatori apertamente dipendenti dallo Stato e facenti parte del suo apparato.
«Il fatto che lo Stato capitalistico sia riuscito a sottomettere gli organismi operai alla difesa dei propri interessi, di fatto e tramite mille legami, ma che abbia potuto ottenere questo risultato mantenendone l’organizzazione formalmente libera e volontaria è fatto negativo e di grandissima importanza. Indica che la borghesia è riuscita a corrompere il proletariato e che non ha avuto bisogno di distruggere i suoi organismi di classe, ma che essi si sono volontariamente sottomessi, per il tramite dei propri capi opportunisti, per il tramite dell’influenza delle categorie operaie privilegiate, alle esigenze dello Stato e del capitale; indica che la classe proletaria non ha avuto la forza di impedire che le sue stesse strutture organizzative cadessero nelle mani del nemico di classe e che il proletariato organizzato accetta la sottomissione dei suoi interessi economici ai superiori interessi della nazione. Questo risultato, essenziale per la propria conservazione, il capitalismo è riuscito ad ottenerlo l’indomani della sconfitta della grande ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, non perché avesse scoperto nuove e sconosciute ricette per la sua sopravvivenza, come generazioni intere di antimarxisti hanno finto di ritenere, ma perché i rapporti di forza alla scala mondiale erano divenuti a lui favorevoli sia per la demoralizzazione subentrata nella classe dopo le grandi sconfitte, sia soprattutto per la distruzione del partito rivoluzionario di classe conseguente alla vittoria stalinista in Russia e per il passaggio, armi e bagagli, dei partiti della Terza Internazionale nel campo opportunista. Questi partiti, dopo aver fatto causa comune con i vecchi partiti socialdemocratici in tutti i paesi, hanno lavorato costantemente al loro fianco con tutti i mezzi per smantellare nelle masse operaie qualsiasi speranza di liberazione, per ribadire nella mente dei proletari l’idea di un legame necessario e da salvaguardare fra i loro interessi e la loro economia, della loro nazione, della loro patria. È l’effetto congiunto di queste vicende negative che hanno permesso allo Stato capitalistico di far piovere sulla classe operaia dei vari paesi le sue misure riformistiche e assistenziali, di garantire tramite esse un minimo di sopravvivenza alle masse proletarie dei paesi industriali e di concretare in essi l’illusione, duramente e sanguinosamente pagata dallo schiacciamento delle popolazioni coloniali e sottosviluppate, che si potessero difendere gli interessi economici di classe sottomettendoli agli interessi generali della nazione e dello Stato».
Al tempo stesso è l’effetto congiunto di queste vicende negative, dei rapporti di forza tra le classi che nell’ultimo mezzo secolo sono stati a netto sfavore del proletariato che hanno permesso il trapasso mondiale dei sindacati di classe del primo dopoguerra ai sindacati tricolore del secondo e di oggi.
 
 

IL BILANCIO DELLA SINISTRA COMUNISTA IN CAMPO SINDACALE NELL’IMMEDIATO SECONDO DOPOGUERRA SUL FILO ROSSO DEL MARXISMO RIVOLUZIONARIO
 

La parabola precisa di questa involuzione andrebbe studiata alla scala mondiale, analizzando le caratteristiche dei sindacati attuali in ogni paese, o almeno in ogni area geopolitica in cui si può suddividere il pianeta, per poter pervenire ad una soluzione tattica, che non potrà non essere diversificata a seconda delle situazioni particolari dei vari paesi. Tuttavia, la completa definizione della tattica di intervento non può fare a meno dell’esperienza diretta del lavoro pratico comunista per percepire sperimentalmente la rispondenza: oltre alla natura e alle caratteristiche specifiche delle organizzazioni sindacali con cui ci si trova ad operare, l’atteggiamento dei proletari nei loro confronti e la loro attitudine e predisposizione alla lotta.

Ciò non esclude che sia possibile e necessario delineare le tendenze di massima valide per l’insieme dei paesi capitalisticamente sviluppati che consentono di mettere in rilievo le linee prospettiche classiche del marxismo rivoluzionario e permettono di escludere che la dinamica del futuro incendio mondiale di classe possa percorrere strade a noi ignote e originali, tali da modificare la prassi generale dei conflitti di classe così come la descrisse il marxismo.

Non a caso il nostro testo classico Partito rivoluzionario e azione economica afferma a chiare lettere:

«Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe rivoluzionario nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quello della classe e del potere borghese. I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte queste tre condizioni, dalla utile combinazione delle quali dipenderà l’esito della lotta, sono stati dati: alla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali; dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica dello Stato; dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte. Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi, ricostituirsi di associazione a tipo sindacale; di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».
Per questo il Partito, ricostituitosi su basi correttamente marxiste nell’immediato secondo dopoguerra, non ebbe da esporre nuove posizioni nel campo del suo comportamento rispetto alle lotte proletarie e alle organizzazioni economiche, né da dettare nuove norme. Il problema dei rapporti tra il partito e la classe proletaria, fra lotta rivoluzionaria politica di classe e lotte economiche immediate, fra organismo politico rivoluzionario ed organizzazioni economiche di difesa, fra partito comunista e altri partiti e tendenze aventi radici in seno alle masse operaie, è da ritenersi completamente e definitivamente risolto dalla tradizione marxista in un arco di 70 anni di lotte e di esperienze mondiali, partendo dal Manifesto del 1848 per arrivare alle citate tesi del secondo congresso mondiale del 1920 della Terza Internazionale, alle tesi di Roma del ’22 ed a quelle di Lione del ’26.

Si trattava, nell’immediato dopoguerra, di trarre un bilancio della tragedia abbattutasi sul proletariato mondiale anche in campo sindacale, valutare con rigore marxista il significato e la natura delle organizzazioni sindacali nate dalla fine del secondo macello imperialistico e, riproposta la soluzione classica del marxismo circa il rapporto Partito-classe-organismi intermedi nella prospettiva della futura ripresa del moto di classe, che si sapeva non avrebbe potuto che essere lontana nel tempo, si trattava di indicare una soluzione tattica valida per l’intervento dei comunisti nelle lotte proletarie nei paesi in cui il Partito contava effettivi, per quanto estremamente ridotti, Italia e Francia, e in particolare nella prima.

Fin dal ’45 la Piattaforma politica del Partito enunciò nei termini classici i compiti dei comunisti nei confronti del movimento sindacale:

«In prima linea tra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Deve essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente con metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio, entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie, non solo toglie ad esse il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma li rende sterili agli stessi fini del miglioramento economico immediato e strumenti passivi degli interessi del padronato. La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione».
È chiaro che la Sinistra colloca il sindacalismo nato dalla resistenza e dall’antifascismo democratico in una posizione antitetica al periodo del primo dopoguerra e, come vedremo, ne individua la causa nella tendenza dell’imperialismo al monopolio dei mezzi di produzione e della forza-lavoro. Il concetto viene ribadito in quel periodo in numerosi scritti, in particolare sui Fili del Tempo apparsi nel ’49. In tutti appare chiarissima l’estraneità dei sindacati tricolore alla classe operaia. Così, riprendendo ancora dal citato: Movimento operaio e internazionali sindacali, leggiamo:
«I sindacati si raggruppano in congressi e consigli che nessun legame possono dimostrare di avere con la classe operaia, e che, ad evidenza palmare, mostrano di essere messi su da un gruppo o dall’altro di governi. La salvezza della classe operaia, la sua nuova ascesa storica dopo lotte e traversie tremende, non è presso nessuno di tali organismi».
Il sindacalismo tricolore era il degno erede del sindacalismo fascista, così come la democrazia ristabilita dai bombardieri e dai cannoni degli Alleati altro non avrebbe potuto essere che la continuazione del riformismo totalitario fascista. Non era attraverso esso che sarebbe potuta passare la ripresa di classe. In questa affermazione è già implicita l’asserzione che, comunque ci si fosse posti dal punto di vista tattico nei suoi confronti, se lavorarvi all’interno o dall’esterno, era chiaro che l’atteggiamento non poteva essere analogo a quello tenuto dai comunisti nei confronti dei sindacati rossi del primo dopoguerra, ovvero la tattica da adottare nei loro confronti non poteva essere la meccanica ripetizione di quella del PCd’I nei confronti della CGL. Si sarebbe per forza di cose dovuto tener conto della sostanziale differenza tra i due e soprattutto della tendenza irreversibile dello Stato borghese all’assoggettamento delle centrali sindacali e, dialetticamente, della tendenza stessa di queste a reclamare l’istituzionalizzazione formale o sostanziale della loro funzione. Questa si delineerà con chiarezza negli avvenimenti sindacali del secondo dopoguerra e passerà attraverso tappe sempre più decisive in questo senso, prima fra tutte l’appartenenza diretta dei sindacati agli organi istituzionali preposti al controllo dell’economia capitalistica, come il CNEN, poi la consegna della propria organizzazione finanziaria e operativa nelle mani del padronato, attraverso l’introduzione del metodo dell’iscrizione al sindacato tramite delega alle direzioni aziendali per il versamento della quota sindacale, quindi il riconoscimento sostanziale avuto dagli ultimi governi come controparte attiva nella delineazione dei programmi economici dei vari ministeri tesi a colpire le condizioni di vita operaia nello sforzo nazionale di uscire dalla crisi, fino alla recente esplicita richiesta ai propri iscritti che ricoprono funzioni di delegati sindacali, sotto il pretesto della lotta al terrorismo, di dichiarare esplicitamente il ripudio della violenza nella lotta di classe e la fedeltà incondizionata ai valori della democrazia e della Costituzione repubblicana, passo questo che cancella anche l’ultima caratteristica formale del sindacato libero.

Il netto schieramento del sindacalismo tricolore nel campo borghese e imperialista è delineato con estrema chiarezza nel Filo del TempoLe scissioni sindacali in Italia:

«I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse, gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era ormai mondo del monopolio, e si svolsero nel sindacato di Stato, nel sindacato forzato, che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione. Questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono monosindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia. La vittoria delle Democrazie e il ritorno in Italia dei ricineschi più che ricinati personaggi premarcia non è quindi stata una reversione del fascismo, molto meno regressista di costoro. Se la situazione storica italiana fosse stata reversibile, ossia se avesse qualche base la sciocca posizione del Secondo Risorgimento e della nuova lotta per la Nazione e l’Indipendenza, cavallo più che mai inforcato dagli stessi stalinisti, non avrebbe avuto un minuto di esistenza la tattica di fondare una confederazione unica di rossi e di gialli, di bianchi e di neri, e senza l’influenza di fattori di forza storica, cui dovendo dare un nome va preso quello di Mussolini, le masse non avrebbero subito quest’ordine bestiale recato dall’enciclica moscovita nella Pasqua 1944. Le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro col distaccarsi dai democristiani e poi dai repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la Costituzione ammette libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il processo sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalistica per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo. Gli effetti, in un paese vinto e privo di autonomia statale posseduta dalla locale borghesia, delle influenze dei grandi complessi statali esteri che si punzecchiano su queste terre di nessuno, non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane con i socialcomunisti di Nenni e di Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anche essa una organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini. La storia del "risorgimento" sindacale 1944 sta a dimostrarlo, con i suoi nastri tricolori e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra antitedesca, di nuovo Risorgimento Liberale, con la rivendicazione di un ministero di Concordia Nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso anche di tendenza riformista spaccata».

 

SINDACATI ROSSI TRADIZIONALI IN ANTITESI AI SINDACATI TRICOLORE
 

Quale la grande e sostanziale differenza tra i sindacati rossi del primo periodo dell’imperialismo, del primo dopoguerra, e quelli attuali? I primi, per quanto diretti dall’opportunismo riformista, erano sindacati forgiati nel processo di progressiva organizzazione del proletariato come classe in lotta contro il capitalismo, nel tentativo di superare le divisioni per fabbrica, territorio e categoria. Erano sorti nei primi anni del secolo sotto lo stimolo di possenti moti di classe, e in essi di riflettevano, in contrapposizione tra loro, con pieno diritto di organizzazione autonoma, tutte le componenti politiche che si richiamavano alla classe operaia e che in essa avevano solide radici. La natura stessa dell’organizzazione, fondata sul principio della lotta di classe e dell’inconciliabilità di interessi tra capitale e forza-lavoro, nonché dell’indipendenza e dell’autonomia dallo Stato, faceva sì che nemmeno i dirigenti riformisti più destri avrebbero mai potuto considerarla come un organismo aspirante ad inserirsi negli ingranaggi istituzionali e aziendali dell’economia capitalistica. I capi opportunisti erano costretti allora a limitarsi all’azione di pompieraggio nei confronti delle lotte operaie per evitare che l’azione anticapitalista delle masse proletarie giungesse alle sue estreme conseguenze.

Certo non può dirsi che l’opera del riformismo e la sua tendenza alla collaborazione con il padronato e le istituzioni dello Stato fosse sostanzialmente diversa. Dal punto di vista politico abbiamo mille volte dimostrato la perfetta continuità storica tra riformismo socialdemocratico, fascismo e riformismo democratico stalinista e post-stalinista moderno. Ma l’azione del primo, pur operando nel senso della conservazione capitalistica, si svolgeva all’interno di una organizzazione classista, poggiante su masse proletarie in cui era vivo il sano concetto di lotta di classe, che ben si rispecchiava nella propaganda e nell’azione dei comunisti e di quelle forze che sindacalmente si ponevano sul terreno della giusta lotta di classe. La CGL rifletteva esattamente questa situazione e giustamente veniva definita rossa dagli stessi comunisti, in contrapposizione al sindacalismo bianco e giallo di diretta emanazione padronale o foraggiato dagli Stati capitalistici.

La CGIL unitaria partorita nel ’45 non ha più nulla di simile a queste caratteristiche, se non la forma organizzativa. Anziché essere un’organizzazione di classe controllata dall’opportunismo è un sindacato messo in piedi da un blocco di forze politiche unite nell’unità nazionale, a cui appartengono indifferentemente partiti apertamente borghesi e partiti sedicenti operai, il tutto sotto l’egida dell’imperialismo americano e la benedizione della Chiesa. Basta la constatazione di questo connubio e dei suoi patroni, che sarebbe risultato impossibile permanendo le caratteristiche dell’organizzazione del primo dopoguerra, per designarne il carattere apertamente borghese. Come si afferma nel citato Filo del Tempo, nulla cambierà l’uscita dalla CGIL delle forze sindacali ispirate dai partiti borghesi e apertamente opportunisti: a guidare queste scissioni non saranno considerazioni di classe, ma i contrasti interimperialistici delle nazioni uscite vittoriose dal macello da poco concluso.

Questa profonda differenza si riflette anche negli statuti delle due confederazioni. Ne confrontiamo brevemente i passi più significativi.

Dallo statuto della CGL del 10 dicembre 1924:

«Art. 1 - È costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice, contro lo sfruttamento capitalistico della produzione e del lavoro; e per sviluppare nella classe stessa le capacità morali, tecniche e politiche che la debbono portare al governo della produzione socialmente ordinata e all’amministrazione degli interessi pubblici generali». Parte finale dell’Art. 31: «(...) (la CGL) organizza il movimento proletario nel campo della resistenza, per modo che alle lotte di categoria subentrino sempre maggiormente le lotte d’insieme tendenti a elevare il tenore di vita di tutta la classe lavoratrice e a dare a questa la convinzione che ogni miglioramento conseguito sul campo del salario e mediante la lotta di categoria, a lungo andare è destinato ad essere vano ove essa classe lavoratrice non proceda con una più stretta azione contro il potere politico ed economico, a trasformare radicalmente l’istituto della proprietà privata».
Al di là delle considerazioni che si possono fare dal punto di vista teorico marxista sulla tendenza implicita all’educazionismo tecnicista come premessa alla conquista del potere politico – ma non si dimentichi che ci troviamo di fronte allo statuto di un sindacato, non al programma politico del partito – è evidente che la finalità dell’organizzazione è tesa all’affasciamento delle lotte al di sopra delle categorie, in aperta battaglia contro l’oppressione capitalistica, verso la completa emancipazione della classe lavoratrice del lavoro salariato.

Ecco invece la perla dello statuto CGIL del 1965:

«La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la costituzione della repubblica italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate. La CGIL considera la pace fra i popoli bene supremo dell’umanità e condizione indispensabile di progresso civile, economico e sociale».
È lo statuto di un sindacato che si considera ormai irreversibilmente parte integrante della società cui appartiene e del regime politico predisposto a sua difesa, disposto dunque a sacrificare ogni interesse compreso quello della classe che pretende di rappresentare ufficialmente, alla difesa delle istituzioni statali e dell’economia nazionale con ogni mezzo. È quello che abbiamo definito un sindacato di regime, un sindacato cioè che rappresenta la voce e l’ideologia della classe dominante in seno alle masse operaie. Non ancora un sindacato di Stato, ma solo formalmente, e con tutti i presupposti programmatici per divenirlo anche giuridicamente.

Nello studio sui sindacati fascisti apparso sui numeri 4 e 6 di questa rivista abbiamo messo in evidenza appunto questa continuità anche giuridica tra sindacalismo fascista e sindacalismo tricolore democratico, nel senso che sia nella giurisdizione fascista sia in quella democratica, il sindacato è contemplato come un organo indiretto dello Stato, ossia un’organizzazione che svolge un’obiettiva attività di appoggio e vivificatore delle istituzioni statali, pur non appartenendo organicamente ad esse, non essendo cioè un organo vero e proprio dello Stato, come ad esempio lo erano le Corporazioni.

Questo concetto corrisponde alla dinamica propria dell’imperialismo ed è ormai un dato di fatto caratteristico di tutte le nazioni, pur presentando aspetti formali diversi a seconda dei paesi.
 
 

LA DINAMICA DELLA LOTTA SINDACALE NELL’EPOCA DELL’IMPERIALISMO
 

Riprendiamo nuovamente ampi brani del rapporto del ’77, Basi d’azione...:

     «Che cosa vi è di mutato nella dinamica sindacale dell’epoca imperialistica? L’epoca imperialistica si distingue per la concentrazione estrema della produzione e del capitale finanziario, ma anche per un intensificata ingerenza dello Stato in tutti gli aspetti della vita economica e sociale. Lo Stato non solo si manifesta sempre più come il "comitato di amministrazione della classe dominante", il suo apparato di dominio, la concentrazione della sua forza armata contro il proletariato, ma diviene anche il garante dell’economia capitalistica, sempre più ubbidiente alle necessità del funzionamento di essa e sobbarcandosi in prima persona il compito della gestione del meccanismo produttivo dell’economia capitalistica.
     «Questa accentuazione delle funzioni dello Stato si riflette necessariamente anche sugli organismi proletari determinando il fatto che essi vengono lasciati liberi di svilupparsi solo se non si legano ad una prospettiva rivoluzionaria e vengono messi sotto controllo nella loro stessa azione rivendicativa ed economica. La classe borghese non ha dimenticato la lezione del 1917-26, quando i sindacati operai, nonostante fossero diretti da opportunisti e riformisti dichiarati, erano stati sul punto di scatenare la lotta rivoluzionaria tre le classi e di essere conquistati all’indirizzo del partito di classe.
     «Come abbiamo visto, le tesi dell’Internazionale notavano già questa situazione e indicavano che "nell’epoca imperialistica la lotta economica si trasforma in lotta politica rivoluzionaria molto più rapidamente che nell’epoca precedente di sviluppo pacifico del capitalismo".
     «Nell’epoca imperialistica il capitalismo non può più permettere il libero svolgersi della lotta economica, né dell’organizzazione operaia, perché ha sperimentato storicamente che il manifestarsi di generalizzate lotte economiche in presenza di un ciclo critico dell’economia capitalistica può pericolosamente debordare nella lotta politica, nell’assalto al potere politico: cioè la lotta dei proletari sul terreno economico è, per le condizioni in cui si svolge, suscettibile di essere influenzata molto più facilmente dall’indirizzo del partito rivoluzionario.
     «Scampato al pericolo rivoluzionario del 1919-26, lo Stato capitalistico non permetterà più nessun libero svolgimento dei conflitti sociali, perché sa bene che questo "libero svolgimento" può produrre effetti disastrosi per la conservazione del regime. Esso non abolisce certo l’organizzazione operaia economica, ma si sforza con ogni mezzo di controllarla e si sottoporne l’azione a limiti ben precisi, di legarla a sé e alle sue sorti con mille legami e di farne una sua appendice fino la punto, nei momenti critici della lotta di classe, di trasformarla apertamente in un ingranaggio della macchina statale. Questo risultato di poter controllare il movimento operaio economico nei momenti inevitabili del dissesto produttivo e della crisi economica è essenziale per la sopravvivenza del regime capitalistico, perché è l’unico elemento che può impedire il passaggio della crisi economica alla crisi sociale e politica.
     «Il capitalismo nell’epoca imperialistica tenta, per l’inasprirsi delle sue interne contraddizioni, di controllare alla scala sociale l’anarchico sviluppo del processo economico e produttivo, da cui derivano le crescenti tensioni sociali. Per questo lo Stato avverte la necessità del diretto controllo sui sindacati operai, che è prova di estrema debolezza e vulnerabilità del capitalismo nella fase imperialistica. Controllo che può assumere diverse forme, di cui la più adeguata e perfetta è quella dell’inserimento del sindacato operaio nelle strutture statali, per il cui mezzo lo Stato cerca di rendere compatibili i livelli salariali con il profitto, il costo del lavoro con la resa economica e tollerabili per il sistema capitalistico gli ineliminabili contrasti tra i bisogni dei salariati e quelli delle aziende; in breve di regolamentare i rapporti fra operai e padroni nel quadro della conservazione del regime. Cosicché il sindacato da libero diviene coatto, da organo della classe operaia si trasforma in organo dello Stato borghese, dalla difesa dei proletari passa alla difesa dell’economia nazionale.
     «In effetti l’epoca imperialista è caratterizzata da questa necessità: o il movimento operaio si sottomette agli interessi della nazione o diventa materialmente rivoluzionario. Un sindacalismo di classe è possibile solo in quanto si rivolge contro le basi stesse di sopravvivenza del regime o meglio le colpisce inevitabilmente. La spiegazione di questo si trova già nelle tesi dell’Internazionale Comunista: l’impossibilità del capitalismo a riorganizzare l’economia dopo la guerra se non schiacciando il movimento operaio. Il capitalismo internazionale, allora, non sarebbe potuto uscire dalla sua crisi e non avrebbe potuto riorganizzare la sua economia senza schiacciare le lotte economiche e sociali del proletariato, non poteva in pratica permettersi di mantenere le condizioni economiche del proletariato al livello precedente la guerra. Di conseguenza le lotte economiche proletarie assumevano un aspetto obiettivamente rivoluzionario ed erano la base di mobilitazione del partito. La lotta economica del proletariato non poteva rimanere su un terreno neutrale di conflitto tra proletari e capitalisti, perché urtava le stesse basi del regime, e di conseguenza diveniva lotta contro lo Stato. I sindacati di classe o avrebbero dovuto restringere la difesa delle condizioni di vita nell’ambito delle necessità borghesi o avrebbero dovuto diventare sindacati rossi diretti all’attacco rivoluzionario.
     «Nell’epoca imperialistica si modificano perciò le stesse basi dell’azione sindacale che, in periodi critici, trascende rapidamente a lotta insurrezionale o al sacrificio totale delle condizioni operaie. Ma questo significa anche che un sindacato diretto da qualsiasi partito che non sia quello rivoluzionario di classe non può in questi periodi critici condurre in maniera conseguente la lotta economica, cosa che invece era possibile nell’epoca dello sviluppo "pacifico" del capitale. In questa epoca le lotte economiche del proletariato potevano anche contrapporsi alla lotta rivoluzionaria, come lo possono attualmente in epoche non critiche, ma nell’epoca imperialistica il collegamento è più stretto.
     «Da questo discende il valore e l’importanza immensa che i moti elementari del proletariato tesi a difendere il pane e il lavoro assumono. Ben lungi dal negarne il valore essenziale, il fatto che essi trapassino facilmente sul terreno politico, il partito ne sottolinea al contrario la necessità. È proprio questa situazione che schiera il partito di classe sul terreno della difesa proletaria, mentre schiera contro di essa, contro questa elementare esigenza degli operai tutti i partiti della borghesia e tutte le sue forze statali. Tutte le forze della conservazione sociale sono schierate ad impedire la manifestazione libera e aperta della lotta economica, a mantenere l’impastoiamento legale che la caratterizza oggi. Solo le forze del partito sono schierate a sostenere il libero slancio delle lotte operaie. Il capitalismo non permetterà più il risorgere di liberi sindacati; né a maggior ragione favorirà il loro manifestarsi come nell’epoca precedente. È finito per esso il tempo in cui poteva permettere la libera organizzazione degli operai e tentare la concorrenza con la rivoluzione sul piano sindacale».
Da questa dinamica sindacale dell’epoca imperialistica alcuni pseudo-rivoluzionari hanno dedotto che sia finito il tempo delle rivendicazioni sindacali e degli organismi operai di difesa e nulla possa essere concepito ormai, in termini di lotta al sistema, che non sia immediatamente e squisitamente politico, denunciando le lotte di difesa economica come arretrate, interne la sistema quando non addirittura reazionarie o corporative, congiungendosi in questo giudizio agli opportunisti ufficiali. Altri, che pure pretendono di richiamarsi alla Sinistra Comunista, ne hanno dedotto che il risorgere di organismi intermedi tra il Partito e la classe, si potrà configurare secondo un processo originale, non previsto nei nostri corpi di tesi, per cui questi organismi potranno anche avere contenuti immediatamente politici, saltando la fase economica. Simili concezioni pongono automaticamente chi le sostiene fuori dal campo del marxismo rivoluzionario e del materialismo storico, e lo ricongiungono all’idealismo, per cui gli uomini sarebbero spinti ad agire non da condizioni economiche immediate, ma da concetti ideologici e politici, seppure acquisiti sul campo della lotta di classe.

La constatazione che in regime imperialistico la difesa conseguente degli interessi economici di classe si pone, in modo drastico e categorico, incompatibile rispetto alla stabilità del sistema capitalistico ed assume quindi immediatamente un contenuto eversivo intollerabile per le istituzioni borghesi porta, opposto, alla conferma che le future organizzazioni di classe non potranno che avere origine dalla battaglia per la difesa disperata delle esigenze di vita e di lavoro della masse operaie, e dunque non potranno che avere un contenuto immediato essenzialmente economico.

Questo schieramento di forze che, in un modo e nell’altro, negano la validità marxista della prospettiva del risorgere degli organismi economici immediati di classe, rende più difficile il ricostituirsi di una rete organizzativa economica e lo sottopone a mille insidie, specie mancando l’opera di indirizzo del Partito in questo senso. Non è di poco conto constatare che, rispetto a tutte le organizzazioni che sotto diverse etichette, pretendono di richiamarsi alla Sinistra Comunista, noi ci distinguiamo nettamente anche in questo, essendo rimasti gli unici a difendere la prospettiva della rinascita delle organizzazioni economiche classiste.

È importante su queste questioni, mettere in risalto l’analisi fatta da Trotzki sui sindacati nell’epoca dell’imperialismo che, seppure scritta in un periodo in cui le sue posizioni tattiche divergono sempre più dalle nostre, risulta identica a quella della Sinistra ed è da considerarsi un caposaldo fondamentale per la comprensione della dinamica sindacale che caratterizzerà la futura ripresa del movimento di classe.

     «Vi è una linea comune – scrive Trotzki – nello sviluppo o più esattamente nella degenerazione delle moderne organizzazioni sindacali in tutto il mondo: consiste nel loro tendere nascostamente verso lo Stato ed unirsi ad esso. Il processo è ugualmente caratteristico dei sindacati neutrali, socialdemocratici, comunisti ed "anarchici". Questo fatto mostra soltanto che la tendenza verso la "unione allo Stato" è intrinseca non di questa o quella dottrina come tale, ma deriva dalle condizioni sociali comuni a tutti i tipi di sindacati. Il capitalismo monopolistico poggia non sulla concorrenza o sulla libera iniziativa privata, ma sulla centralizzazione. Le cricche capitalistiche alla testa di potenti trust, sindacati industriali, consorzi bancari, ecc., guardano alla vita economica da altezze molto simili a quelle dalle quali la guarda lo Stato, e ad ogni passo hanno bisogno della sua collaborazione. A loro volta i sindacati operai nelle più importanti branche dell’industria si trovano privati della possibilità di profittare della concorrenza tra diversi imprese. Essi devono affrontare un nemico capitalista centralizzato, intimamente legato allo Stato. Di qui deriva l’esigenza per i sindacati operai nella misura in cui poggiano su una posizione riformistica e cioè su una posizione di adattamento al regime della proprietà privata di adattarsi allo Stato capitalistico e di lottare per una sua collaborazione. Agli occhi della burocrazia del movimento sindacale il compito principale consiste nel "liberare" lo Stato dell’abbraccio del capitalismo, nell’indebolire la sua dipendenza dai trust, nel tirarlo dalla loro parte. Questa posizione è in completa armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia del lavoro e della burocrazia del lavoro, che lottano per le briciole nella spartizione dei sovrapprofitti del capitalismo imperialistico. I burocrati del lavoro si agitano in parole e in azioni per dimostrare allo Stato "democratico" quanto essi siano utili e indispensabili in tempo di pace e specialmente in tempo di guerra. Nel trasformare i sindacati in organi dello Stato, il fascismo non inventa nulla di nuovo; esso spinge semplicemente alle estreme conseguenze le tendenze implicite nell’imperialismo».
Più oltre riprende:
     «Il capitalismo monopolistico è destinato a sempre meno conciliarsi con l’indipendenza dei sindacati. Esso si aspetta dalla burocrazia riformista e dalla aristocrazia operaia, le quali raccolgono le briciole dei suoi banchetti, che si vadano trasformando nella sua polizia politica davanti agli occhi della classe lavoratrice. Se non si ottiene ciò la burocrazia del lavoro è cacciata via e sostituita con i fascisti. Incidentalmente: tutti gli sforzi dell’aristocrazia del lavoro a servizio dell’imperialismo, non possono alla lunga salvarla dalla distruzione. L’intensificazione del contrasto delle classi all’interno di ciascun paese, l’intensificazione dell’antagonismo tra un paese e l’altro, producono una situazione per cui il capitalismo imperialistico può tollerare, naturalmente per un certo tempo, una burocrazia riformista solo se questa serve direttamente quale piccola ma attiva azionista delle sue imprese imperialistiche, dei suoi piani e programmi, sia all’interno del paese sia sull’arena mondiale. Il social-riformismo deve via via trasformarsi in social-imperialismo per prolungare la sua esistenza, ma soltanto per prolungarla e nulla più. Perché questa è una strada senza uscita».
Torneremo al termine del rapporto sugli aspetti tattici e strategici che Trotzki traccia nel suo articolo. Non abbiamo invece nessuna parola da modificare alla sua analisi che va di pari passo con quanto delineò la Sinistra nell’immediato secondo dopoguerra.
 
 

LA TATTICA DEL PARTITO NEL PRIMO VENTENNIO DEL SECONDO DOPOGUERRA
 

Posto che la tendenza dell’abbraccio del sindacato con lo Stato borghese è un processo irreversibile, non per questo il Partito, come del resto anche Trotzki, ha negato la necessità del lavoro dei comunisti all’interno del sindacato, in particolare, per tornare alla situazione reale che prendiamo qui in esame, il secondo dopoguerra italiano, la necessità di lavorare all’interno della CGIL, sorta come lunga mano del CLN. Successivamente fu abbandonata da democristiani, socialdemocratici e repubblicani per ragioni di contrapposizioni dei blocchi imperialistici sulla scena mondiale, che avevano il loro riflesso nelle componenti politiche della Confederazione unitaria a dispetto della sempre conclamata autonomia.

La Sinistra, come punto cardine di ogni azione tattica in campo sindacale, ha sempre posto la necessità di non separare mai i comunisti dalla restante massa dei lavoratori in lotta. In altri termini, di fronte alla questione del lavoro nei sindacati esistenti, non è mai stata scissionista per principio. La Sinistra ha, ad esempio, combattuto aspramente la propensione, tipica del K.A.P.D. in Germania del primo dopoguerra, a separarsi dai sindacati esistenti per dar vita a nuove organizzazioni di classe, piccoli sindacatini rivoluzionari controllati dal Partito, di fatto costituiti di soli comunisti o da operai fortemente politicizzati in senso rivoluzionario.

Per decidere se lavorare o meno in un sindacato non può dunque essere sufficiente individuare le tendenze storiche della forma sindacato e verificare quali siano attribuibili all’organizzazione in questione. Non basta cioè dedurre la tattica dalla natura politica di questo organismo, ma occorre soprattutto riferirsi all’atteggiamento degli operai verso di esso. Da materialisti non possiamo attribuire ai lavoratori iscritti a un sindacato la coscienza di ciò che esso storicamente rappresenta all’indagine marxista. Se i lavoratori, o comunque la gran parte di essi, quella più combattiva, vede in un dato sindacato il suo rappresentante, lo strumento per la sua difesa e per esso e con esso lotta, il nostro posto di battaglia non può che essere in quel sindacato. Era appunto questa la propensione delle masse operaie più combattive in Italia negli anni del dopoguerra e il Partito decise di militare nella CGIL. Lo fece tuttavia non senza porsi il problema del futuro svolgersi della lotta di classe libera dall’influenza dell’opportunismo, prospettiva vista allora in un tempo avvenire.

Pose la questa questione, in modo estremamente sintetico e chiaro, in un documento del ’51:

«La situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza del Partito Comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto dell’azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche alla azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via, di funzionari di mestiere a capi elettivi, ecc. Tale eliminazione difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN, sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l’offensiva capitalista è fronteggiata da un Partito Comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quelli, se lo si strappa all’influenza dell’attuale politica russa, nel momento X o nel paese Y possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere. La differenza tra le due situazioni rendono secondaria quella tra la dirigenza D’Aragona, che non esclude la nostra azione di frazione nella CGL, e quella Di Vittorio».
È importante sottolineare con rigore quanto si sostiene in questo passo e seguirne attentamente gli svolti che, ad una lettura poco attenta, potrebbero sembrare contraddittori. Si inizia infatti tratteggiando, in merito alla organizzazione sindacale, la differenza sostanziale tra il ’21 e il ’51, che è individuata "nell’eliminazione del contenuto dell’azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche all’azione di base". Non più capi operai liberamente eletti e revocabili in qualsiasi momento, ma funzionari di mestiere a cui era stato dato dal potere centrale e dai partiti della coalizione CLN di rappresentare ufficialmente gli interessi dei lavoratori.

Ma "questo processo non può essere dichiarato irreversibile". A invertirne la tendenza, che, come abbiamo visto è irreversibile dal punto di vista del processo della centralizzazione imperialistica, non poteva che essere il ritorno del proletariato alla lotta di classe anticapitalista e antiopportunista, sotto l’influenza del partito rivoluzionario. Date le premesse per questa inversione di tendenza, non era dunque storicamente da escludere il risorgere dei sindacati classisti. Si noti che per sindacati classisti non si intende un’organizzazione economica necessariamente controllata dal Partito, ma un organismo in cui esiste la piena libertà di azione e di movimento per una frazione organizzata al proprio interno. Il risorgere di essi era dunque legato alla ripresa della lotta di classe e non sarebbe potuto avvenire che "in una situazione di avanzata" o addirittura "di conquista del potere". La dinamica degli avvenimenti e non aprioristiche esercitazioni volontaristiche, avrebbe poi sciolta l’alternativa, il famoso dilemma, se attraverso la conquista "magari a legnate" di quelli attuali o la "rinascita ex-novo".

Posta in questi termini l’alternativa il Partito non poteva certo assumere un atteggiamento di cautela, in attesa che gli eventi sciogliessero il nodo, e decise di imboccare la strada della "conquista a legnate" e di organizzarsi, là dove i suoi debolissimi effettivi operai lo permettevano, in frazione all’interno della CGIL. È in questo senso che va intesa l’ultima espressione: "La differenza tra le due situazioni (’21 e ’51) rendono secondaria quella tra la dirigenza D’Aragona, che non esclude la nostra azione di frazione nella CGL, e quella Di Vittorio". Ciò, dicevamo, potrebbe apparire in contraddizione con l’affermazione iniziale sulla netta diversità tra le due organizzazioni sindacali del primo e del secondo dopoguerra. Ma la questione va vista in senso dialettico, nel senso appunto della reversibilità del processo da parte del movimento di classe, processo che il Partito avrebbe dovuto e potuto favorire (si noti l’espressione "se lo si strappa...") tramite l’indirizzo di conquista del sindacato esistente. Se la tendenza irreversibile del capitalismo è quella di imprigionare il proletariato nei sindacati di regime o in quelli di Stato, la tendenza irreversibile del proletariato è quella della ricostituzione dei suoi organismi di battaglia, dei sindacati di classe.

Già nella Piattaforma politica del ’45 il Partito riconobbe che:

«Deve essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sia fascista sia democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il Partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente con i metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali e di classe».
Il Partito nell’immediato dopoguerra non ha dunque alcun dubbio sulla natura della CGIL "cucita sul modello Mussolini" e la tattica adottata di militare nelle sue file, con la prospettiva della lotta ai vertici opportunisti, non poggia certo sulla considerazione che trattasi di un sindacato classista controllato dall’opportunismo. Posta e dedotta marxisticamente dalla storia la natura di questo sindacato, il Partito, ricostituitosi su precise e corrette basi rivoluzionarie, non può eludere l’atteggiamento da tenere nei suoi confronti e, in generale, nei confronti di organizzazioni analoghe.

Nelle Tesi Caratteristiche del ’51, in cui il Partito supera una certa confusione espressasi negli anni dell’immediato dopoguerra, al riguardo, dopo aver affermato, come sarà poi ripetuto in tutti i corpi di tesi successivi, che

«Il partito in fase di ripresa non si rafforzerà in modo autonomo, se non risorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse», si dice: «Il sindacato (...) è oggetto di interessamento del Partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale e dal momento che il concreto rapporto numerico dei suoi membri, i simpatizzanti e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non essere esclusa l’ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il Partito esplicherà la penetrazione tenterà la conquista alla direzione di esso».
Qual’era dunque il compito del piccolo partito del secondo dopoguerra di fronte ai sindacati tricolore e alla loro tendenziale fascistizzazione? Lo svolgimento di questo processo in un senso o nell’altro non è indifferente ai fini della futura ripresa di classe e questa sarà più difficile e faticosa se la borghesia potrà attuare l’integrazione del sindacato nelle istituzioni del regime borghese senza colpo ferire, senza dover ricorrere all’aperto e feroce irreggimentare del proletariato nei sindacati di Stato stile fascista.

Dovevamo quindi opporci con tutte le nostre forze a questo processo pur prevedendo che, in assenza di una forte spinta proletaria, saremmo stati facilmente sopraffatti. Conducemmo sempre questa battaglia in mezzo agli operai in nome della rinascita dei sindacati di classe, contro le dirigenze sindacali opportuniste, denunciando passo passo la loro opera disfattista e antiproletaria. Denunciammo sempre gli indirizzi delle tre centrali sindacali che, nei loro dirigenti, nella loro politica, nella loro struttura interna, agivano sempre di comune accordo contro gli interessi generali del proletariato e in difesa del regime capitalistico; in questo senso fummo sempre molto chiari: nessuno dei tre aveva la parvenza di un sindacato di classe.

Ravvisammo però una differenza tra CISL e UIL da una parte e CGIL dall’altra. Le prime due erano organizzazioni apertamente padronali, foraggiate dell’imperialismo americano e da vasti settori della borghesia italiana, sorte con il preciso scopo di dividere la massa dei lavoratori e riconosciute come tali da tutti gli operai combattivi; il "cislino" era generalmente il baciapile, il crumiro, il raccomandato del prete, il ruffiano aperto del padrone; la UIL organizzava prevalentemente quelli che oggi vengono chiamati i "quadri intermedi". Nella CGIL si raccolse invece la parte più combattiva del proletariato italiano, che vedeva in essa il sindacato "rosso", una sigla, il simbolo di una tradizione non ancora spenta. Per poter controllare e inquadrare gli operai italiani, gli opportunisti furono infatti costretti a richiamarsi alle parole delle gloriose tradizioni delle lotte proletarie passate, ad agitare ogni tanto la bandiera rossa. Noi vedemmo in ciò un elemento positivo: per fregare gli operai italiani bisognava appunto sventolare la bandiera rossa, ovvero gli operai italiani si lasciavano ancora commuovere dalla loro bandiera. La CGIL rappresentò per buona parte del proletariato italiano quell’insegna, quel simbolo. Sotto quella bandiera gli operai scatenarono forti scioperi, uscendo talvolta dalle direttive impartite dai vertici opportunisti, scontrandosi con formidabile coraggio con le forze di polizia che si dimostrarono spesso incapaci di contenerne la furia, affrontando i licenziamenti, le bastonate, la galera, lasciando sulle strade e sulle piazze centinaia di caduti.

Fu questo stato d’animo del proletariato italiano – e non altro – che ci portò a non escludere la possibilità di una riconquista "a legnate" della CGIL ad una direzione classista. Questa riconquista non poteva essere graduale, ma sarebbe stata possibile soltanto al verificarsi di un potente movimento proletario che avrebbe travolto le direzioni opportuniste e spezzato la struttura da queste messa in piedi.

La tradizione che la CGIL rappresentava per gli operai i dirigenti cercavano con ogni mezzo di scrollarsi di dosso per togliere loro anche questo punto di riferimento, questo sottilissimo filo che li ricollegava con un glorioso passato. Nella nostra azione nella CGIL noi cercammo perciò sempre di difendere e valorizzare questa tradizione – forza materiale di primaria importanza – in lotta aperta contro le dirigenze, in nome della rinascita del sindacato di classe.

In questo modo non si è trattato, come fu detto banalizzando la questione, di aver ripreso meccanicamente le posizioni tattiche del ’21 in campo sindacale e averle riportate tali e quali nella situazione del secondo dopoguerra. Il Partito aveva piena coscienza della differenza delle situazioni e riguardo alla differente natura delle organizzazioni sindacali che si trovava a combattere. Non poteva dunque considerare nello stesso spirito del primo dopoguerra l’indicazione della conquista interna della CGIL. Non si sarebbe potuto trattare di una "conquista" nel senso di una semplice sostituzione della corrente politica alla guida del sindacato, attraverso una battaglia esprimentesi attraverso i metodi congressuali, sia pure intesi come espressione formale di grandiose battaglie proletarie di classe condotte nelle piazze, nello spirito cioè della conquista di un sindacato "libero" dai condizionamenti dello Stato borghese e del padronato e perciò aperto al confronto e scontro interno delle forze politiche che si richiamano alla classe. La "conquista", in piena fase avanzata dell’imperialismo, non poteva che essere intesa come la distruzione di tutta l’impalcatura organizzativa di un sindacato ormai legato per mille fili alle istituzioni del nemico di classe, sotto la spinta e nel vivo dell’azione di una classe risorta alla vera lotta sociale anticapitalista e antiopportunista.

La eventuale futura CGIL "rossa" non avrebbe potuto che risorgere sulle rovine di quella che i comunisti si trovavano di fronte e che già allora tollerava la presenza interna soltanto perché ridotta a forze insignificanti sul piano dell’influenza sulla classe.

Nell’impostare la sua tattica "entrista" nei confronti della CGIL il partito del ’51 si richiamava in un certo senso alla "memoria storica" del proletariato, allo stesso modo con cui lo stalinismo imperante si richiamava a questa "memoria" persistente nelle generazioni operaie che avevano vissuto gli anni del fascismo e quelli immediatamente precedenti, ed organizzava il sindacato tricolore unitario ricopiando gli schemi organizzativi della vecchia CGL: collettori di reparto, Camere del Lavoro, ecc., e richiamandosi al carattere classista del sindacalismo, allora molto vivo nelle menti e nei cuori dei proletari che, dopo le sofferenze della guerra, erano costretti a vivere quelle della ricostruzione fatta di miseria, bassi salari e ritmi di lavoro al limite della sopportazione.

Il centro della battaglia del Partito in seno alla CGIL, la rivendicazione del ritorno al sindacalismo di classe, contro la politica rinunciataria dei vertici sindacali asserviti agli interessi del capitale nazionale e internazionale, fu la parola d’ordine del Partito fin verso l’inizio degli anni ’70, e non si espresse soltanto con dichiarazioni verbali e scritte ma "in ogni spiraglio" che, in campo sindacale, si prestava alla possibilità di intervento attivo. I militanti comunisti non tralasciarono mai di intervenire portando la voce del Partito, partecipando alle lotte operaie e ai tentativi di organizzazione degli operai più combattivi. La nostra azione poggiava costantemente su una tattica legata ai principi generali del partito e calata di volta in volta nelle singole situazioni: nessuna azione di sabotaggio o boicottaggio delle lotte sindacali e degli scioperi organizzati e controllati dai sindacati, partecipazione ad essi con la costante opera di denuncia attiva della politica antioperaia delle centrali sindacali, indicazione ai proletari degli obiettivi generali di classe su cui lottare per tendere all’affasciamento di tutte le categorie operaie, indicazione dei metodi classisti di lotta, primo fra tutti lo sciopero generale senza limiti di tempo e senza preavviso, raccordo costante di queste indicazioni immediate di obiettivi e di lotta con il fine politico ultimo dell’azione del Partito.

Una sintesi organica molto significativa delle posizioni del Partito in tutto questo periodo, che rivendichiamo pienamente in tutte le manifestazioni teoriche e pratiche in cui si espresse, la si ritrova nelle Tesi sul bilancio fallimentare della politica controrivoluzionaria delle centrali sindacali e la linea programmatica e tattica del Partito Comunista Internazionale stilate per essere presentate all’VIII congresso della CGIL e apparse sul n. 25 febbraio 1965 di Spartaco, allora pagina sindacale del nostro quindicinale Programma Comunista, di cui riportiamo la parte conclusiva dal titolo Per una direzione rivoluzionaria del sindacato.

« – Il dissesto economico ha messo in luce l’incapacità dei capi sindacali a proporre al proletariato soluzioni efficienti in difesa del salario e del posto di lavoro: come ha dimostrato chiaramente l’assoluta impossibilità in regime capitalistico di evitare disastri economici, di ottenere un’armonica evoluzione dell’economia. Nuove e più profonde crisi porranno sul tappeto l’ineluttabile scontro diretto proletariato e Stato capitalista per mettere fine a questa corsa folle verso la distruzione di uomini, mezzi e energie.
«– I comunisti rivoluzionari, sulla scorta della secolare esperienza delle lotte proletarie, constatano che gli attuali capi infedeli dei sindacati non se ne andranno dai loro posti di dirigenza se non dopo essere stati scacciati dagli operai dopo una non breve lotta tendente ad eliminare dalle proprie file i traditori e i venduti alla borghesia. Questa lotta, forma evoluta della lotta di classe, si effettuerà nella misura in cui i proletari decideranno di passare da una supina acquiescenza alle influenze opportuniste alla ferma determinazione di difendere con ogni mezzo la loro esistenza, i loro salari, il posto di lavoro, rifiutandosi di difendere interessi nazionali, patriottici, repubblicani, costituzionali, dietro cui si nascondono i privilegi capitalistici; rifiutandosi di subordinare le loro lotte economiche alla demagogica lotta per le riforme di struttura.
«– Questa lotta sarà possibile nella misura in cui il proletariato farà suo il programma rivoluzionario comunista; sarà vittoriosa a condizione che si faccia dirigere dal suo partito di classe, il Partito Comunista Internazionale. Per questo i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà anche formalmente agli attributi di classe ai quali si richiama, e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno. Essi però, auspicano la creazione di gruppi comunisti rivoluzionari, attraverso i quali si diffonda il programma rivoluzionario del partito di classe e si proceda alla conquista dei posti direttivi nei sindacati.
«– L’affermarsi in seno ai sindacati del programma comunista rivoluzionario garantirà lo svolgimento rivoluzionario della lotta delle masse, premessa essenziale perché i Sindacati non siano catturati dallo Stato capitalista e possano costituire l’organizzazione unitaria del proletariato in difesa dei suoi interessi economici e in vista dell’assalto potere.
«– Man mano che si acutizzano gli urti tra le masse diseredate da una parte e le classi privilegiate e il loro Stato dall’altra, si rende sempre più impossibile la continuazione di una politica cosiddetta neutrale, equidistante dai partiti e dallo Stato, quale vantano di perseguire i bonzi della CGIL. In realtà nel dichiararsi fedeli custodi del metodo democratico, essi si pongono obiettivamente al servizio del regime capitalistico e legano le sorti e le condizioni del proletariato a quelle dello Stato capitalista. Giusto l’insegnamento di Lenin e della Sinistra i sindacati non possono perseguire una politica indipendente dai partiti: o sono sotto l’influenza di partiti opportunisti, cioè di agenti del capitalismo, o sono guidati dal partito rivoluzionario.
«– L’opera dei comunisti rivoluzionari in seno alle organizzazioni di massa del proletariato è quindi essenziale, perché serve a smascherare la politica controrivoluzionaria dei dirigenti, sollecita i proletari ad esigere maggiore risolutezza nel condurre le lotte e nel fissare gli obiettivi contingenti e a vigilare perché non si verifichino collusioni fra capi sindacali e direzioni aziendali. Con la costituzione delle Sezioni Sindacali di Azienda, le Centrali mirano a isolare vieppiù nei luoghi di lavoro i proletari e a restringere la possibilità di un’azione generale delle masse.
«Il primo compito dei comunisti è proprio quello di lottare contro il corporativismo generato dall’aziendalismo e di dare a tutto il proletariato una visione generale dei problemi economici e politici, di imprimere alle lotte una visione di classe che scavalchi non solo i limiti ristretti dell’azienda, ma anche quelli della categoria e del settore, della regione e della nazione, riaffermando essere la lotta del proletariato lotta internazionale contro un regime, quello capitalista, che estende il suo dominio sul mondo intero.
«– I comunisti rivoluzionari chiamano il proletariato a far cessare la pratica ignobile di scioperi cronometrati, preavvertiti alle direzioni aziendali, alle prefetture e alle questure di polizia, scioperi che non incutono alcun timore alla borghesia e quando, per spontanea iniziativa degli operai, assumono una imprevista consistenza di classe, servono di richiamo e di sfogo all’odio delle classi padronali, concretizzantesi in vessazioni, arresti e condanne di proletari. Lo sciopero come è usato oggi dalle Centrali controrivoluzionarie è un’arma spuntata e controproducente. Solo lo sciopero improvviso e il più esteso possibile colpisce veramente gli interessi economici del capitalismo, impedendogli altresì di approntare efficacemente mezzi di difesa e di contrattacco immediato.
«– I comunisti rivoluzionari non pretendono di possedere una formula magica per cui garantiscano, una volta alla direzione dei Sindacati, il pieno e continuo successo delle lotte rivendicative. Essi, per la coscienza che loro deriva dall’essere militanti del partito di classe, sanno bene che qualunque conquista in regime capitalistico è caduca ed effimera e che la presa di coscienza da parte delle masse dell’ineluttabilità della vittoria del comunismo sul capitalismo costituisce la premessa indispensabile e necessaria anche alle lotte rivendicative immediate. Perciò essi proporranno sempre obiettivi immediati che contengano in sé elementi che uniscano e non dividano le molteplici categorie in cui il capitalismo ha separato i lavoratori per meglio dominarne le forze e gli interessi; elementi che generalizzino le lotte operaie per elevarle alla superiore forma politica di combattimenti di classe; obiettivi il cui raggiungimento, o anche la sola lotta conseguente per raggiungerli, menomi gli interessi capitalistici e obblighi lo Stato capitalista a gettare l’infame maschera della Nazione o del popolo, ovverosia democratica, e a presentarsi nella sua vera effige di strumento della dittatura del Capitale. Obiettivi caratteristici di questo metodo comunista rivoluzionario sono la rivendicazione della riduzione della giornata lavorativa a parità di salario, dell’aumento indifferenziato e sostanziale dei salari, del riconoscimento del salario anche agli operai che vengono espulsi dalla produzione e posti in stato di disoccupazione, invece dell’elemosina in grami sussidi ed oboli di miseria, e della cessazione dei cottimi e dei premi di produzione, degli incentivi e delle prestazioni straordinarie, da sostituirsi invece con un generale aumento dei salari.
«– Il mito del contratto collettivo nazionale di lavoro come di qualsiasi tipo di contratto, trasferisce l’importanza della lotta dal suo terreno sociale e di classe a quello giuridico e formale. Sulla base di questa pratica legulea, le Centrali sindacali insinuano nelle classi salariate la convinzione che tutto si risolva con il raggiungimento del contratto; quando le direzioni aziendali si irrigidiscono, incanalano le controversie nei meandri dei ministeri per farle oggetto di aggiustamenti formali o di compromessi equivoci, al solo fine di distogliere l’attenzione dei lavoratori dall’importanza politica e di classe delle lotte rivendicative, e così scaricare la collera operaia nell’attesa della soluzione giuridica della controversia. I contratti di lavoro si firmano con la lotta e sulle piazze e non rappresentano alcuna garanzia per i proletari se non sono difesi da battaglie e lotte quotidiane che impegnino duramente le classi borghesi.
«– Al fine di amalgamare le forze proletarie, di unificarne gli sforzi e le lotte, i comunisti rivoluzionari propugnano il ritorno alla tradizionale funzione delle Camere del Lavoro nelle quali confluiscono tutti i proletari al di sopra delle categorie e dei settori, degli uffici e delle aziende, per quel reciproco contatto fisico e naturale che infonde fiducia nelle proprie forze, rompe l’isolamento a cui i proletari sono costretti sui luoghi di lavoro, risveglia nei proletari la coscienza di essere una classe e non degli aggregati o delle appendici produttive della società capitalistica. Rivendicano quindi assemblee e incontri frequenti tra proletari di quartiere e di rione, e non, come quasi esclusivamente avviene, riunioni di un ristretto numero di dirigenti impegnati, nel chiuso dei propri uffici, innanzitutto a difendere le loro burocratiche posizioni direttive pagate con le non lievi quote dei salariati.
«– Nella lotta che non mancherà il proletariato è impegnato su un duplice fronte: contro le classi privilegiate e il loro Stato centrale e contro i partiti e i capi sindacali opportunisti. In questa lotta sono chiamati tutti i lavoratori e il Partito Comunista Internazionale fa affidamento sulla parte del proletariato peggio retribuita e più sfruttata, per suscitare i necessari fermenti alla lotta rivoluzionaria di classe.
«– Il proletariato deve, entro e fuori i sindacati, proporsi al contrario di quanto sottolinea il programma della CGIL la distruzione dell’attuale sistema sociale, se non vuole perpetuare le sue condizioni di schiavo moderno, periodicamente obbligato a versare il proprio sangue, dopo di aver versato per tutta la vita il proprio sudore, sull’altare della difesa della patria e dell’economia nazionale».
Come si vede, l’attività del Partito in seno alla CGIL era protesa, nonostante l’infima esiguità delle nostre forze, all’esaltazione di fronte al proletariato della funzione del partito e dei comunisti nel sindacato. Il Partito, pure in periodi così sfavorevoli, non ha mai sottaciuto le sue massime finalità sul piano dell’azione pratica, le ha anzi esaltate e poste costantemente al centro della sua propaganda e agitazione.
 
 

LE BATTAGLIE PIÙ SIGNIFICATIVE DEL PARTITO
 

La nostra incessante opera di denuncia dell’opportunismo sindacale fu sempre accompagnata dalla costante partecipazione alle lotte operaie e, ovunque si presentasse la minima occasione, dal tentativo di organizzare forze operaie su un piano di classe in aperta opposizione alle centrali sindacali.

In un nostro volantino del 1959 scrivevamo:

«I comunisti internazionali militano nel sindacato come semplici iscritti, non perché attribuiscono un valore qualsiasi alla sua azione presente, ma perché hanno il dovere di far sentire la voce del partito di classe e della tradizione rivoluzionaria alla massa organizzata e perché sono certi che, in fase di ripresa proletaria, le sovrastrutture imposte dall’opportunismo alle organizzazioni economiche salteranno in aria e gli operai calpesteranno sotto i loro piedi le bardature protettive della collaborazione di classe».
Nel novembre 1961 uscì il Tranviere Rosso - bollettino dei Tranvieri comunisti internazionali aderenti alla CGIL nel cui primo numero si leggeva:
«Noi comunisti internazionali, continuatori del glorioso partito di Livorno, delle tradizioni di combattimento del sindacato, delle organizzazioni proletarie in tutta la classe, non abbiamo cessato un istante di contestare agli attuali dirigenti sindacali (emanazione dei partiti opportunisti) la loro rovinosa opera di distruzione del sindacato di classe».
Il Tranviere rosso era lo strumento di agitazione e di propaganda del nostro minimo gruppo di lavoratori tranvieri e riportava corrispondenze su problemi specifici della categoria, resoconti di assemblee e di scioperi esaltando sempre la combattività dei lavoratori e mettendo in evidenza i tradimenti dei bonzi, ma anche articoli di carattere generale su tutte le questioni di interesse per gli operai. La sua pubblicazione durò fino al 1963.

Nel maggio 1962, essendosi allargata l’attività sindacale del partito in concomitanza di grandi scioperi operai, usciva Spartaco - Bollettino centrale di impostazione programmatica e di battaglia dei comunisti internazionali aderenti alla CGIL:

«Ci battiamo perché il sindacato operaio tradizionale, la CGIL, rinasca come sindacato di classe; un sindacato che affermi e difenda esclusivamente e senza quartiere gli interessi di vita e di lavoro dei proletari, e non accetti mai di subordinarli alle cosiddette superiori esigenze dell’azienda, dell’economia nazionale, della patria, meno che mai alla difesa di istituti borghesi» (n.1).
Non tralasciammo mai alla minima occasione di organizzare gruppi di operai che sentivano la necessità di muoversi su posizioni classiste. I bonzi procedevano sistematicamente a smantellare nella CGIL ogni richiamo alla tradizione rossa, noi fummo sempre i più strenui difensori di questa tradizione. Nel febbraio 1962 i nostri compagni fondarono addirittura una Camera del Lavoro a Palmanova del Friuli, riuscendo a tenerne la direzione per qualche mese.

Nel 1961 cominciò a essere introdotto il sistema di delegare agli uffici statali e padronali la riscossione delle quote di iscrizione al sindacato. Noi iniziammo subito una campagna contro questo metodo e ci rifiutammo di accettarlo difendendo l’iscrizione diretta. In questo fummo al fianco di numerosi operai che istintivamente si ribellavano contro questa direttiva che tendeva a porre l’organizzazione sindacale nelle mani dei padroni e dello Stato:

«Questo sistema di raccolta merita una critica a sé sia per il suo effetto sui lavoratori, sia per il riconoscimento che in tal modo la classe padronale apertamente dà non solo di non aver più alcun timore dei sindacati, ma di considerarli come organi di conciliazione permanente entro ai quali la classe operaia dev’essere convogliata per poterla meglio controllare. Le direzioni si incaricheranno dunque d’interpellare i lavoratori circa il sindacato a cui preferiscono iscriversi, al fine di procedere alle trattenute mensili. È inutile osservare quale arma di ricatto sia stata così offerta loro; ciò che è ben più grave è il controllo che i capitalisti potranno esercitare su buona parte della organizzazione e che non mancherà presto o tardi di dare i suoi frutti» (Il Programma Comunista, giugno 1961).
Un altro passo verso lo smantellamento di tutto ciò che nella CGIL poteva essere utilizzato per una seria lotta operaia fu la costituzione delle sezioni sindacali di azienda. Questa iniziativa mirava a prevenire ogni possibile generalizzazione delle lotte e tendeva a rinchiudere gli operai nelle singole aziende evitando i collegamenti; essa fu accompagnata da una campagna tesa a dimostrare come ciascun gruppo di operai avesse la sua "controparte" nella propria azienda, grande o piccola che fosse e che quindi l’azienda era la sede naturale del sindacato dovendo procedere a tante singole contrattazioni o vertenzine con le varie direzioni. Così, mentre il fronte padronale era unito al disopra dei limiti aziendali, si voleva spezzare il fronte proletario. Noi sostenevamo invece che la sede naturale del sindacato era fuori della galera aziendale, cioè fuori dai controlli o dai ricatti del padrone:
«Secondo questa ’nuova’ strategia sindacale che ha la presunzione di apparire come uno nuova politica sindacale, di fronte a un sistema sociale, quello capitalistico, il proletariato dovrebbe muoversi non come classe e procedere non come un’armata i cui reparti vengono impiegati a seconda delle esigenze strategiche in visto dell’assalto finale al campo nemico, ma come ’autonomi’ reparti aziendali, ciascuno dei quali, per proprio conto e indipendentemente dall’altro, effettua scaramucce all’interno dell’azienda (...) Il sindacato di classe deve avere i suoi organi di comando fuori dalla fabbrica, fuori dalla cellula economica del capitalismo». (Spartaco, dicembre 1963).
Nel 1965 si cominciò la campagna per la riunificazione tra CGIL-CISL-UIL; questa unificazione, che incontrò inizialmente la resistenza degli operai più combattivi, avrebbe definitivamente cancellato le ultime caratteristiche formali e simboliche classiste della CGIL e avrebbe segnato il suo definitivo trapasso in sindacato di regime.

Dicemmo allora sul nostro Spartaco (n.25):

«La decantata unità sindacale perseguita dai capi CGIL con le centrali bianche e gialle CISL e UIL, espressione di aperti interessi padronali, non effettuandosi né potendosi effettuare sulla base di un programma di interessi generali comuni a tutti i proletari, mira piuttosto all’obbiettivo della creazione di un’unica organizzazione sindacale controrivoluzionaria che imprigioni tutti i salariati; allo stesso modo che ieri l’unica organizzazione sindacale, la CGIL fu spezzata dalla costituzione della CISL e dell’UIL, nell’intento di fiaccare il più rapidamente possibile le resistenze naturali degli operai dividendo il fronte proletario. Il ritorno all’unità proletaria o significa come ora l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero come noi auspichiamo sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati, decisi a ritrovare un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai».
«In tal modo si farà forse il ’sindacato unitario’, brutta copia di quello corporativo fascista; ma nel contempo si uccide la CGIL. I comunisti non piangeranno per questo lacrime cocenti, ma se il disegno infame dell’opportunismo dovesse avverarsi, un altro e solido baluardo verrebbe eretto a difesa del capitalismo e più difficile sarebbe la ripresa della lotta degli operai» (Spartaco n.19,1966).
Dal luglio 1968 stampammo Il Sindacato Rosso - organo mensile dell’Ufficio Sindacale Centrale del Partito Comunista Internazionale. Era la stessa testata dell’organo sindacale del partito nel 1921. Il Sindacato rosso portava questa manchette:
«Per il sindacato di classe! Per l’unità proletaria contro l’unificazione corporativa con CISL e UIL! Per unificare e generalizzare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro il riformismo e l’articolazione! Per l’emancipazione dei lavoratori dal capitalismo! Sorgano gli organi del partito, i gruppi comunisti di fabbrica e sindacali, per la guida rivoluzionaria delle masse operaie».
Il Sindacato rosso era l’organo di agitazione e propaganda dei nostri gruppi operai e costituiva all’interno e all’esterno del sindacato, l’unica voce che si levava contro il tradimento degli interessi operai.

Nel 1969 i bonzi portarono a conclusione la campagna per le deleghe facendo inserire nei contratti la clausola che impegnava le direzioni aziendali ad amministrare alla riscossione dei contributi sindacali. Questo atto, che fu naturalmente presentato come una vittoria, sanciva definitivamente la delega come unica forma di adesione al sindacato.

Noi organizzammo allora in tutti i posti di lavoro in cui eravamo presenti una energica campagna rivendicando il ritorno all’iscrizione diretta tramite i "collettori", rifiutando e invitando gli operai a rifiutare la delega. Riuscimmo anche in qualche caso ad organizzare Gruppi antidelega. In generale il nuovo metodo passò, incontrando solo la nostra resistenza e quella spontanea di pochi gruppi operai. I bonzi presentavano la cosa come un problema tecnico; in realtà si trattava di un passo gravissimo verso l’inserimento dell’organo sindacale nell’ingranaggio statale e padronale: era un atto politico in direzione del sindacalismo fascista. La delega servì anche per espellere dalla CGIL i rivoluzionari e gli operai più coscienti poiché i bonzi spesso rifiutarono il rinnovo della tessera a chi non accettava di firmare la delega.

Di fronte alla espulsione dei nostri compagni non rinunciammo alla lotta ma ribadimmo sempre, con gli atti più che con le parole, che con la tessera o senza avremmo continuato la nostra battaglia contro i traditori dentro o fuori dal sindacato, nelle assemblee, dovunque se ne presentasse l’occasione:

«Rifiutare le deleghe non vuol dire uscire dal sindacato. Al contrario vuoi dire opporsi alla definitiva degenerazione della CGIL (...) No alle deleghe sì al sindacato di classe» (Sindacato Rosso, n.18, 1969). «I nostri compagni sono nella CGIL e ci restano: parteciperanno alle assemblee (le pochissime che i bonzi sentono il coraggio di organizzare), interverranno nelle lotte e manifestazioni comuni, non taceranno mai il loro programma, e non solo non inviteranno gli operai a disertare l’organizzazione, ma li solleciteranno a rimanerci per proseguire la dura battaglia destinata a ricondurre il sindacato alle funzioni di cui un branco di venduti lo priva» (Il Programma Comunista, febbraio 1969).
È al tempo stesso il periodo delle lunghe lotte contrattuali che segnarono l’apice del movimento sindacale italiano del secondo dopoguerra. In questo periodo in diverse grandi fabbriche, alla Pirelli, alla FIAT, ecc., sorgono i primi Comitati Unitari di Base, organizzazioni operaie spontanee che tentano in alcuni casi di scavalcare i sindacati e in alcune occasioni di sostituirsi ad essi, sopperendo alle deficienze organizzative delle burocrazie sindacali e promuovendo azioni e rivendicazioni in antitesi alla linea sindacale ufficiale. Ma le centrali sindacali ebbero allora buon gioco nel "cavalcare la tigre" e seppero guidare e controllare il movimento e indirizzarlo sui loro obiettivi, approfittando ancora del periodo di boom economico che permetteva alla borghesia di concedere, naturalmente non senza dure lotte, le briciole di lauti profitti ancora in continua crescita. Le burocrazie sindacali riuscirono così ad impadronirsi con una certa facilità di queste spinte organizzative di base e a istituzionalizzare i CUB, trasformandoli nei Consigli di Fabbrica, non senza l’aiuto esplicito del padronato disposto a riconoscere come rappresentanti operai soltanto i delegati accettati e riconosciuti anche dai sindacati, e importandoli dall’esterno anche in quelle aziende in cui non erano sorti spontaneamente. I CdF divennero così la base organizzativa delle Confederazioni in tutte le fabbriche e i luoghi di lavoro.

È in quegli anni, e soprattutto in quelli immediatamente successivi, che si va lentamente delineando un processo di progressivo avvicinamento dei sindacati alle istituzioni statali e alla politica economica della borghesia e dei suoi partiti. O meglio: è in quegli anni che questa tendenza implicita nei sindacati dell’epoca imperialistica e che già si era inequivocabilmente manifestata nel sindacalismo "i tipo nuovo" immediatamente post-fascista, subisce una sensibile accelerazione. Non era dunque "una svolta", un "tradimento" rispetto al passato, come fu presentato da alcune tendenze gruppettare spuntate come funghi in quel periodo, ma costituiva un’accentuazione della naturale propensione dei sindacati nazional-democratici a divenire strumenti del miglior funzionamento della società capitalistica. Questo colpo di acceleratore non avviene a caso, ma coincide con l’inizio del ciclo di crisi internazionale del capitalismo che si sta tuttora approfondendo e che, ricordiamo, ebbe la sua prima manifestazione fenomenica nell’agosto ’71 con la non convertibilità del dollaro in oro imposta dagli USA.

Questa accentuazione è parallelamente resa possibile dall’effetto deleterio congiunto sulla classe operaia della politica collaborazionista dell’opportunismo e del reale aumento del tenore di vita di larghi strati operai allevati all’ombra dell’impressionante sviluppo della produzione industriale del periodo immediatamente precedente, a sua volta reso possibile dallo sfruttamento intensivo della forza-lavoro nazionale nel ventennio post-bellico ’45-’65, e dalla rapinesca spoliazione di ogni genere di risorse umane e materiali dei paesi del mondo sottosviluppato da parte dell’imperialismo mondiale in genere, con la complicità delle borghesie nazionali di questi stessi paesi.

Si accentua cioè quel processo già ben individuato nel nostro scritto del ’51 Partito rivoluzionario e azione economica:

«Laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformistiche di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualcosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante e anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta».
Negli anni successivi al ’51 questo fenomeno si accentua sensibilmente: strati proletari sempre più vasti sono interessati da questa acquisizione di un piccolo patrimonio di "garanzie" e "prebende" presentate come "conquiste definitivamente acquisite" e che creano l’illusione ai proletari di essere finalmente acceduti ad un tenore di vita e ad una sicurezza sociale irreversibili e in continua crescita. Saranno gli anni recenti dell’aggravarsi tangibile della crisi economica a sfatare le illusioni e a porre nuovamente i proletari di fronte alla cruda e dura realtà della società capitalistica: diminuzione del potere d’acquisto dei salari, perdita del posto di lavoro, insicurezza sull’avvenire, miseria.

È l’accentuarsi di questo fenomeno che fece gridare a non pochi sinistri sparafucile di allora che la classe operaia dei paesi industrializzati era ormai definitivamente "imborghesita" e "integrata" nella società capitalistica e che "altre classi", altri "soggetti sociali" erano chiamati a sostituirla nella funzione rivoluzionaria, e che, parallelamente, tra i "teorici" ed economisti borghesi, generò la teoria del "neo-capitalismo" ormai in grado di controllare le sue crisi interne, e dunque di essere infine indenne da crisi e suscettibile di essere gradatamente riformato nel senso di un progressivo adattamento delle sue istituzioni alle esigenze economiche e sociali delle masse lavoratrici e del "popolo" in generale.

L’eccezionale impulso produttivo mondiale di quel periodo fu tale da abbacinare chiunque non fosse in grado di applicare alla realtà sociale ed economica del presente l’analisi correttamente marxista, e dunque tutti tranne il Partito. Significativamente appunto tutti, conservatori, riformisti, "progressisti", "rivoluzionari" attinsero alle stesse "teorie" che ponevano il classico contrasto proletariato-borghesia ormai fuori dal tempo e dalla storia. E oggi che, come sempre, la dura realtà dei fatti torna a rendere più trasparente che nulla è mutato nei tradizionali contrasti di classe della società capitalistica, è a queste teorie, con relativi aggiornamenti, che in fondo continuano ad attingere i "sinistri" odierni, quando credono di scorgere l’essenza dei "nuovi" conflitti sociali nel contrasto tra il proletariato "garantito" e quello "marginale", guazzabuglio quest’ultimo di disoccupati, sottoccupati, sottoproletariato urbano, piccola borghesia arrabbiata, delinquenza comune, in generale, tutti concepiti come possibili "soggetti rivoluzionari" in quanto protesi alla soddisfazione immediata di bisogni individuali sempre più negata dalla crisi capitalistica in atto.

È nel vivo del delinearsi di questa eccezionale espansione produttiva del capitalismo che, nella seconda metà degli anni ’60, e in generale dopo il superamento della "crisi congiunturale" del ’64-’65, un esercito di giovani proletari entra nelle fabbriche e si assiste a un pressoché generale ricambio di generazione nella classe operaia italiana, che si riversa progressivamente, e in particolare durante e immediatamente dopo il ’68-’69, nelle strutture del sindacato. Tutto questo produce un ricambio organico di quadri sindacali, soprattutto nei livelli intermedi delle strutture di fabbrica, gestito con magistrale abilità dai sindacati, che riescono a sfruttare la spinta del ’68-’69 e a rinnovare molti quadri di base. La generazione dell’immediato dopoguerra, quella che aveva subito l’influenza della tradizione di classe, che si era distinta per la combattività nelle lotte degli anni ’50, lascia gradatamente, e, in certe situazioni locali anche bruscamente, il passo a nuovi elementi spuri da questa tradizione e dunque meglio predisposti ad imbeversi dell’ideologia sempre più democratoide e riformista propugnata dai vertici dei tre sindacati, che ormai parlavano una lingua comune su tutte le questioni.

La politica che incominciò a permeare sensibilmente tutta la struttura organizzativa di base del sindacato è quella delle "riforme di struttura", della "partecipazione alle scelte economiche del governo e delle aziende", della contrattazione aziendale, dell’organizzazione del lavoro, in cui il sindacato si fa apertamente portatore delle esigenze produttive aziendali e si dimostra disponibile alla gestione settoriale della forza-lavoro secondo queste necessità. Ricordiamo in proposito la questione del superamento del cottimo individuale con quello collettivo, presentata dai bonzi come un passo avanti sulla strada dell’emancipazione dallo sfruttamento, che in realtà rispondeva a precise esigenze produttive di molte aziende, che riuscivano così a rendere l’organizzazione del lavoro più flessibile alle mutate esigenze di mercato.

In breve la trinità sindacale tenta di unificarsi, superando i contrasti interni tra le varie parrocchie politiche, aderendo con più forza e coerenza al suo ruolo di lubrificante sociale degli ingranaggi economici e istituzionali della società capitalistica. Tutta questa tematica veniva allora presentata come la necessità di "uscire dalla fabbrica", di "portare il potere del sindacato nella società", per "sviluppare la democrazia", "contare di più nelle scelte di politica economica dei governi" e così via. Dietro queste fumose espressioni si concretava quella impostazione ad alto grado di collaborazionismo protesa verso la totale subordinazione degli interessi operai alle esigenze dell’economia nazionale che ha assunto oggi, in piena crisi economica, aspetti così palesemente antioperai. Tale politica, ripetiamo, non è che la naturale continuazione in stile democratico del sindacalismo corporativo "cucito sul modello Mussolini", ma che si sviluppa in un periodo che vede esaurita la fase di continua crescita dei profitti capitalistici e aprirsi un’era di persistenti cadute produttive che, tra inevitabili alti e bassi, segna la costante e progressiva restrizione dei saggi di profitto aziendali e dunque anche delle risorse statali disponibili per i servizi sociali, e che dunque impone alla borghesia di tutto il mondo di comprimere le condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto al sindacato "tricolore" di assumersi fino in fondo il proprio ruolo di puntellatore del regime capitalistico.

Ad assumersi fisicamente questo compito sono chiamati elementi provenienti da quelle schiere che hanno potuto godere delle briciole del periodo di "boom" produttivo dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra e che dunque incarnavano con una certa convinzione e una naturale predisposizione oggettiva il ruolo "partecipazionista" del sindacato ai grandi problemi sociali ed economici del paese, nel tentativo disperato di "uscire dalla crisi", ruolo a cui il sindacato in quegli anni spingeva nello sforzo di inserirsi in tutti i gangli politici ed economici della società.

Questa tendenza è presente in numerosi dibattiti di quel periodo; valgono per tutti alcuni passi citati da una conferenza di Lucio De Carlini, segretario responsabile del Comitato regionale lombardo della CGIL:

«Se vi è contraddizione tra la forza e il potere contrattuale del sindacato e la situazione complessiva del Paese, per colmare questa contraddizione il sindacato deve compiere scelte di interesse generale, cioè muovere la classe nell’interesse generale della democrazia, dello sviluppo del nostro Paese». E, più oltre: «Va male l’economia; colpa evidentemente dell’economia capitalistica e fin qui siamo tutti d’accordo, delle strutture evidentemente, del saccheggio delle risorse da parte del capitalismo e dei suoi alleati d’accordissimo tutti. Ma quando non si comprende che questo saccheggio non riguarda soltanto il capitalista, l’avversario di classe o i partiti, ma riguarda noi, la nostra condizione, allora questa mancata comprensione è una contraddizione che dobbiamo risolvere politicamente. Noi non possiamo avanzare sul terreno unitario quando c’è indifferenza produttiva, e, questa, voglio dirlo brutalmente, non è mai stata la caratteristica – in tutti questi decenni – della classe operaia. La classe operaia non è indifferente a che l’economia vada male o bene, o se lo sviluppo dell’economia della società italiana è equilibrato o squilibrato. Non è indifferente perché non ha, non abbiamo, una concezione subordinata. Non abbiamo una concezione secondo la quale affermiamo che a noi interessa o non interessa l’economia o lo sviluppo sociale del nostro paese nella misura in cui possiamo ritagliare da subordinati qualche lira, qualche parte di questa economia. Non abbiamo una concezione del sindacato tradeunionista, di pura redistribuzione del reddito e quindi gli altri si occupino di dirigere l’economia, di come produrre il reddito che io mi occupo soltanto di ritagliare quella fetta che mi spetta ed anche di allargare la redistribuzione per i lavoratori. Noi abbiamo invece una concezione di trasformazione, perché non possiamo avanzare ulteriormente sul terreno più tipicamente, propriamente contrattuale, se non trasformiamo l’economia della società italiana su una linea che lega appunto le rivendicazioni alle riforme, che lega la battaglia rivendicativa contrattuale alla battaglia trasformatrice sul terreno politico, economico, sociale. Se abbiamo recuperato nel nostro paese sul terreno dell’unità (...) noi dobbiamo dire grazie al fatto che di questa contraddizione, senza allarmismi, ma comunque con consapevolezza di classe profonda, si sono impadroniti i lavoratori, hanno compreso che non ci si poteva e non ci si può muovere nel futuro se non colmando la contraddizione che esiste tra forza e potere contrattuale da una parte e crisi del Paese e della società italiana dall’altra».
Bando dunque al sindacalismo "vecchia maniera", attestato su posizioni che non ci si vergognerà poi di definire "corporative", cioè di semplice rivendicazione di miglioramenti salariali, normativi e contrattuali, via verso la negazione di tutto questo, verso il risanamento dell’economia e della società italiana, problema principale della classe operaia.

Tutta questa impostazione, viene progressivamente fatta propria, senza riserve, da uno stuolo di funzionari approdati al sindacato spogli ormai di ogni serio istinto di classe, giovani bonzi e bonzetti che avevano abbandonato ormai ogni riferimento al vero scontro di classe e che hanno assimilato fino al midollo le teorie della contrattazione democratica, dei confronti con padroni e governi sui problemi delle aziende e del paese, dell’efficientismo e del produttivismo sovrapposti ad ogni altro interesse.

L’organizzazione sindacale si avvia a diventare un apparato altamente burocratizzato, liberandosi di ogni residuo classista. Quel po’ di vita sindacale, di rapporto diretto tra funzionari e iscritti ancora esistente e che aveva permesso o poteva permettere un certo lavoro interno ai militanti comunisti, si spegne definitivamente. La CGIL, così come la CISL e la UIL, diventa progressivamente un’organizzazione refrattaria ad ogni stimolo di classe se non per castrarlo sul nascere e si inizia un lento ma inesorabile distacco, sempre più evidente con il passare degli anni, tra struttura territoriale del sindacato e gli iscritti, che negli anni precedenti avevano in generale seguito le direttive sindacali con una certa convinzione.

Maturano, negli anni immediatamente seguenti alle lotte del ’68-’69, e sulla base di elementi anche preesistenti ad essi, le condizioni e la situazione generale che permetteranno al Partito, di fronte ai segnali più tangibili che si manifesteranno negli anni successivi, di sciogliere l’alternativa storica del futuro movimento di classe tra "conquista magari a legnate" dei sindacati odierni e rinascita ex-novo. Iniziavano a porsi allora nel movimento operaio italiano gli estremi e le condizioni affinché il Partito potesse porre il problema all’attenzione delle sue analisi costanti della situazione, indispensabile ai fini della corretta applicazione della tattica immediata.

È in questo frangente che il Partito lancia la parola d’ordine dei "Comitati di difesa del sindacato di classe" contro la prospettiva, che allora appariva imminente, e già parzialmente realizzata attraverso la creazione delle federazioni di categoria, della unificazione della CGIL con CISL e UIL. Questa indicazione, che ancora si richiamava alla difesa della tradizione classista della CGIL, si collocava sulla continuità dello sforzo condotto fino allora dal Partito, in linea con le posizioni da 20 anni assunte in campo sindacale, per opporsi e chiamare gli operai ad opporsi al processo di progressivo abbandono della CGIL di queste tradizioni, e abbiamo visto come, ad ogni passo significativo dell’opportunismo in questa direzione, il Partito avesse opposto precise indicazioni operative, come appunto fu per la campagna antidelega.

L’indicazione dei "Comitati di difesa del sindacato di classe", se era coerente alla battaglia fino ad allora condotta dal Partito in campo sindacale, non fu però recepita dalla classe operaia e i comitati non si estesero oltre i nostri gruppi comunisti.

Ma l’indicazione dei "Comitati di difesa del sindacato di classe" coincise con il travagliato periodo in cui nel Partito si selezionarono le forze ora rimaste le sole a rappresentare la continuità organizzativa della Sinistra Comunista. Il doloroso travaglio di quegli anni, che vide la gran parte della vecchia organizzazione schierarsi progressivamente su posizioni sempre più lontane da quelle classiche della Sinistra e dunque del marxismo rivoluzionario, impedì una seria chiarificazione della questione sindacale, che ad un certo punto venne accantonata, in vista della battaglia allora condotta su questioni che andavano ben oltre la tattica sindacale.

Non è qui il luogo di trattare le questioni che provocarono la separazione organizzativa e che coinvolsero il modo stesso di condurre l’organizzazione da parte del vecchio centro direttivo e dunque, in ultima analisi, la questione della corretta assimilazione del centralismo organico così come la Sinistra lo definì nel secondo dopoguerra, nonché la propensione al manovrismo e alla "politique d’abord", nell’illusione dura a morire di poter forzare la mano al corso degli avvenimenti storici, e che condussero poi la vecchia organizzazione, come allora facilmente prevedemmo, ad ogni sorta di sbandamenti sempre più vistosi fino ad abbracciare atteggiamenti frontisti in campo politico e a civettare con chiunque pretendesse di muovere il culo in direzione anticapitalista e antiopportunista.

Non fu, come spesso si equivocò allora e anche dopo, la questione sindacale a segnare lo spartiacque tra le forze che si raggrupparono attorno al nostro mensile e coloro che seguirono una strada sempre più divergente dalla nostra. Tuttavia la questione sindacale non poteva essere immune dalla degenerazione che prese piede nell’organizzazione, non fosse altro perché una deviazione politica non può non riflettersi su tutte le principali questioni in cui solo per comodità d’analisi siamo soliti dividere l’intera scienza del marxismo rivoluzionario. La deviazione in questo campo si espresse attraverso l’enunciazione del nuovo verbo in materia di organismi intermedi tra Partito e classe, nel senso che si pretese di liquidare la tattica sindacale che il Partito aveva perseguito per un ventennio, annunciando, in un corpo di "tesine" che avrebbero dovuto "raddrizzare" la questione sindacale, che i futuri organismi proletari «potranno anche non essere i sindacati e non lo saranno in una prospettiva di una brusca svolta nel senso dell’assalto rivoluzionario, come non furono essi, ma i Soviet, in una situazione di virtuale dualismo di potere, l’anello di congiunzione tra partito e classe nella rivoluzione russa», cosicché l’indicazione della rinascita del sindacato di classe, dell’organizzazione economica proletaria, veniva bollata come antistorica, rinnegando di colpo tutta l’attività svolta dal Partito nel secondo dopoguerra, e più in generale tutto il marxismo. Al di là del falso storico secondo cui durante la Rivoluzione russa i Soviet sarebbero stati l’unico "anello di congiunzione" tra il partito e la classe, negando l’importante e insostituibile funzione che in questo ebbero i sindacati, cancellare dal proprio programma rivoluzionario la prospettiva del risorgere di organismi immediati a contenuto economico equivale a stracciare di colpo tutte le tesi caratteristiche della sinistra comunista e del partito nel secondo dopoguerra, rinnegare le tesi dell’Internazionale. Che queste organizzazioni che nasceranno possano non essere i sindacati nel senso che assumeranno molto probabilmente una forma organizzativa diversa da quelli oggi esistenti o dai sindacati tradizionali, come del resto prevedono pure le nostre tesi, non può significare che possano avere un contenuto immediatamente politico tale da essere paragonabili ai Soviet della rivoluzione russa, organismi che non potranno sorgere se prima, in una fase pur breve ma necessaria, la classe non darà vita ad organizzazioni a contenuto squisitamente economico per la sua difesa immediata, perché è su questo terreno che solo potrà muoversi la classe. Sarà dall’attività del Partito in questi organismi e contemporaneamente dalle sue iniziative e interventi «tra tutte le classi della società», per dirla con Lenin, unitamente alla progressiva acquisizione da parte di strati sempre più vasti di operai della necessità di organizzarsi per strappare il potere politico alla borghesia, che potranno sorgere gli organismi politici del potere proletario.

Solo in questo senso possiamo affermare che la scissione di quel triste periodo coinvolse anche la questione sindacale. I comunisti avrebbero potuto accettare qualsivoglia tattica immediata di fronte ai sindacati attuali, non su questo avrebbe certo potuto spaccarsi il Partito, ma non potevano accettare la rinuncia alla prospettiva storica della rinascita degli organismi economici di difesa immediata, che soltanto il proletariato ridisceso in campo su basi classiste potrà determinare; non potevano accettare che si ponesse la questione più o meno in questi termini: non sappiamo che caratteristiche avranno i futuri organismi di classe, né ci interessa oggi saperlo, essendo oggi sufficiente lavorare "a livello della classe", su un piano immediato "minimo", abbandonando le "grandi indicazioni generali" per buttarsi a capofitto su un becero minimalismo pragmatista dal cui sviluppo sarebbero dovute derivare al Partito le indicazioni per l’azione e la tattica. È interessante constatare come coloro che hanno poi imboccato questa strada siano arrivati all’indeterminatezza in campo sindacale, cioè al non seguire più una precisa tattica che non sia quella del giorno per giorno, per cui oggi si lancia un’indicazione, domani un’altra in contraddizione con la prima, o quella di vedere il processo di formazione degli organismi intermedi tra il partito e la classe come un atto di volontà del partito stesso teso a "costruire" organismi "preesistenti" alla reale ripresa della lotta di classe e dunque di fatto scollegati ad essa, scambiando inevitabilmente, in questa ottica antimarxista, i residui del gruppettame sessantottista o le frange più o meno organizzate del movimentismo radicale e filo-terrorista di matrice sottoproletaria e piccolo-borghese, per "avanguardie operaie" con cui amoreggiare per "costruire punti di riferimento organizzati" in alternativa alle centrali sindacali, senza alcun serio collegamento con la classe.
 
 

VERSO LA RINASCITA "EX NOVO"
 

A scissione avvenuta, ripreso il cammino della lotta politica organizzata attorno alla nuova testata di giornale, il Partito proseguì nella riproposizione dei termini di dottrina della "questione sindacale" e nella attenta disamina degli atteggiamenti assunti dalla classe nelle sue lotte difensive e del percorso dei suoi organismi sindacali.

L’unificazione organizzativa in un unico sindacato di regime non si è verificata in senso organico, né ha ormai molto interesse sapere se e come avverrà. Non per questo si è arrestato il processo di ulteriore avvicinamento del bonzume tricolore di tutte le sfumature alle istituzioni e alle esigenze delle aziende capitalistiche e dello Stato che ne amministra gli interessi. Anzi è proseguito in questi ultimi anni con il consolidamento definitivo del metodo della delega, il rafforzamento dell’apparato burocratico dei sindacalisti di professione, che ormai si considerano funzionari al servizio dello Stato con regolare stipendio, l’attuazione di una poliziesca regolamentazione dello sciopero, la prassi ormai consolidata di chiudere ogni genere di vertenza contrattuale o aziendale con la supervisione dei ministri statali, in perfetto stile fascista, la cooptazione nel sindacato dei rappresentanti dei poliziotti, gli "scioperi-adunate" in favore di sgherri del regime colpiti da attentati terroristici, la denuncia di terrorismo e filo-terrorismo verso tutti gli operai combattivi, l’accettazione anche formale (quella sostanziale era sempre stata accettata) di postulati capitalistici classici quali il legame tra condizione operaia e guadagni delle imprese, la necessità dell’espulsione di forza-lavoro dalle fabbriche e dell’aumento dell’utilizzazione degli impianti e della produttività del lavoro di cui il sindacato stesso si è fatto garante, l’organizzazione aperta del crumiraggio di fronte a scioperi spontanei di gruppi di lavoratori agenti fuori dal rigido controllo sindacale.

La struttura sindacale si è sempre più irrigidita: chiusa agli operai, è sempre più in mano ai funzionari statali di carriera. Ciò ha reso ormai impraticabile la strada di una sua eventuale riconquista a una linea di classe che comunque, come abbiamo sempre ricordato, avrebbe potuto avvenire soltanto sull’onda di potenti lotte proletarie che sfasciassero tutta l’attuale struttura organizzativa. Il procedere della crisi fa progressivamente venire alla luce il tradimento dei capi sindacali. Questi, che negli anni del boom economico avevano potuto condurre una parvenza di difesa delle condizioni operaie, creando il più possibile differenziazioni salariali perché ciò corrispondeva alle esigenze dell’economia capitalistica, e ottenendo in questo risultati anche tangibili, specie per le aristocrazie operaie, si mostrano oggi apertamente refrattari verso qualsiasi esigenza operaia. Appare sempre più evidente ai proletari il contrasto tra le proprie necessità vitali, difesa del salario e del posto di lavoro, e l’atteggiamento apertamente rinunciatario e collaborazionista delle organizzazioni sindacali ufficiali di tutti i colori. Appare sempre più evidente che la difesa di queste necessità può esprimersi soltanto al di fuori e contro le strutture sindacali attuali.

In alcune categorie, gruppi di lavoratori tra i più sfruttati si sono mossi negli anni recenti per la prima volta in aperto contrasto con le direttive dei bonzi sindacali riuscendo anche a dar vita a notevoli scioperi e ad esprimere organismi in aperto contrasto con le strutture organizzative sindacali (ferrovieri ’75, ospedalieri ’78).

Dalla situazione che si è andata delineando in questi anni appare ormai chiaro non solo a noi, ma a strati operai sempre più vasti che nessuna seria difesa delle esigenze più elementari di vita e di lavoro è ormai possibile sotto la tutela delle attuali centrali sindacali e che nessuna azione di lotta condotta conseguentemente sul terreno di classe è possibile se non al di fuori della loro impalcatura organizzativa. Naturalmente per gli operai l’acquisizione di questa consapevolezza è un fatto istintivo e non significa automaticamente la possibilità di tradurla in azione attiva. Al di là di casi minori in aziende piccole e dunque di scarso rilievo questa presa di coscienza si esprime ormai da alcuni anni in un diffuso disinteresse verso la politica e l’operato dei sindacati ufficiali, sempre più contestati nelle assemblee di fabbrica, in cui peraltro si verificano massicce diserzioni, così come le sempre più rare proclamazioni di scioperi da parte dei sindacati trovano sempre meno adesione. La dinamica del passaggio da una diffusa apatia verso i sindacati e le loro azioni all’azione attiva sul terreno della lotta di classe indipendente dal sindacato di regime avrà uno svolgimento certo non lineare, contraddittorio, con passi avanti e ritorni indietro e non è escludibile a priori nemmeno che possa interessare localmente anche settori di base della struttura sindacale. Questo fenomeno avrà tuttavia sicuramente carattere di radicale violenza. Non potrà essere il risultato di un lungo lavoro "interno" di agitazione e di propaganda dei comunisti o degli operai più combattivi, ma si esprimerà come veri e propri episodi di scontro frontale tra le classi, che vedrà sicuramente tutta la struttura organizzativa delle attuali centrali sindacali schierata contro gli operai in lotta.

La lotta degli ospedalieri è stata emblematica sotto questo aspetto, tuttavia la stessa lotta dei 35 giorni della FIAT, stroncata dalla struttura del sindacato nel momento in cui stava finalmente per assumere le caratteristiche classiche della vera lotta di classe, non è certo stata meno significativa.

Nella prima, gli operai in lotta hanno espresso una direzione classista in antitesi all’organizzazione sindacale locale, che si è schierata frontalmente al movimento dello sciopero, riuscendo a stroncarlo e recuperarlo nel finale, dopo aver trattato e raggiunto un accordo con i rappresentanti dello Stato, e dopo essere stato riconosciuto da quest’ultimo come l’unico rappresentante ufficiale dei lavoratori in lotta, nello spirito di un vero e proprio sindacato di regime, anche se i suoi funzionari venivano cacciati e respinti dai lavoratori ogni volta che tentavano di far rientrare lo sciopero ad oltranza. Alla FIAT la lotta, pur nella sua spontaneità e decisione, non ha espresso una forma organizzativa contrapposta al bonzume ufficiale, che è riuscito a "cavalcare la tigre" agevolmente, fino al momento in cui lo sciopero si sarebbe trasformato in uno scontro aperto contro la polizia, decisa a stroncare i picchetti con la forza per ordine della magistratura.

La caratteristica propria di un sindacato di regime non è del resto quella di non saper dirigere uno sciopero classista – in questo senso ricordiamo come gli stessi sindacati fascisti, che pure erano addirittura sindacati di Stato, siano stati costretti, loro malgrado, a dirigere lotte classiste, sia pure per brevi periodi – ma quella di riuscire a condurle o ricondurle nell’ambito della compatibilità e tollerabilità economica, sociale e politica del regime borghese.

Al di là di questi due esempi di lotta che, unitamente a quelli dei ferrovieri del ’75 e a quello dei lavoratori dell’aria del ’79, sono i più significativi, non è da sottovalutare il fenomeno che, sempre più spesso, da lotte o da generici tentativi di organizzarsi per reagire al costante peggioramento delle proprie condizioni di vita, gruppi di lavoratori tendono ad organizzarsi indipendentemente dal sindacato e ad agire su basi genuinamente classiste.

Questi gruppi più o meno organizzati hanno spesso vita breve e tormentata e cadono, mancando loro un solido legame con spinte operaie di lotta estese e non episodiche, o sotto le grinfie della "sinistra sindacale" che li riconduce sotto il controllo dei bonzi, o in preda a posizioni settarie agitate dai gruppettari, che tendono a trasformarli in piccole conventicole politiche o ad agire senza tener conto del legame effettivo con gli altri lavoratori, e dunque su basi volontaristiche e avventuriste.

Tutta questa situazione, unita al crescente distacco tra sindacati e masse operaie (riferito anche e soprattutto agli iscritti di base, molti dei quali sono ancora tali per inerzia e apatia, grazie al fatto che per uscirne è necessaria la formale disdetta della delega aziendale al versamento della quota di iscrizione, fenomeno questo che comunque sta via via assumendo dimensioni non indifferenti), indica al Partito che l’alternativa tra conquista dei sindacati attuali e creazione ex-novo è definitivamente caduta e che la ripresa della lotta di classe non potrà che esprimere organizzazioni classiste "nuove", il cui sviluppo e potenziamento avverrà non all’interno delle strutture degli attuali sindacati, ma al di fuori di esse, anche se le vicende dell’oggi non permettono ancora di scorgere quali forme specifiche assumeranno.

La situazione attuale, mancando un movimento di lotta delle masse operaie indirizzato verso la costituzione organizzativa di una rete di organismi proletari alternativa ai sindacati ufficiali, non richiede e non consente una formulazione del tipo: fuori dai sindacati attuali, sabotiamo le loro lotte e costruiamo un’altra organizzazione sindacale. A questo proposito è importante riprendere il seguito del documento del ’51 che traccia l’alternativa tra "conquista a legnate" e rinascita "ex-novo". Al punto b) si legge:

«Premesso il fatto della scarsa forza del partito, e fino a che questa non sia molto maggiore, il che non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe non politiche a larghi effettivi, il partito non può e non deve proclamare il boicottaggio di sindacati, organi d’azienda e agitazioni operaie né, dove sia localmente in prevalenza di forze, usare in aperte agitazioni la parola del boicottaggio invitando a non votare (ci si riferisce ovviamente a votazioni di natura sindacale), non iscriversi al sindacato, non scioperare o simili. In senso positivo: nella maggioranza dei casi astensione pratica e non boicottaggio».
La posizione da tenere oggi può essere dedotta da questa osservazione. Da un punto di vista generale è nostro dovere prospettare ai proletari la necessità del risorgere degli organismi di classe e prospettare pure che ciò tenderà ad esprimersi fuori e contro gli attuali sindacati.

Da un punto di vista immediato questo significa indicare ai proletari la necessità di organizzarsi indipendentemente dai sindacati attuali, nella prospettiva della ricostruzione di una rete organizzativa classista, pur nella consapevolezza che questo processo non potrà che essere opera del proletariato stesso e che dunque fintanto che questo non si schieri sul terreno della lotta di classe in forma generalizzata e non episodica e su di esso abbia un’influenza non marginale il Partito, non può essere da noi avanzata nell’immediato nessuna indicazione di sabotaggio delle azioni attuali, per quanto queste siano indirizzate verso obbiettivi sempre più antioperai, a meno che ci si trovi di fronte ad una esplicita volontà di vasti strati di operai a ribellarsi attivamente a questo indirizzo, né parimenti può essere prospettato l’esplicito appello all’uscita dai sindacati tricolore, mancando oggi un riferimento organizzato alternativo tale da catalizzare la volontà d’azione dei lavoratori.

Cosa significa "lavorare fin da oggi nella prospettiva del risorgere ex-novo di una organizzazione economica classista"? Non può certo significare l’attesa passiva dei moti spontanei proletari, adagiandosi su una posizione che preveda, da un lato, sul piano della propaganda generale, l’indicazione della prospettiva del risorgere dei sindacati di classe, dall’altro, sul piano dell’azione pratica, l’attesa messianica del grande evento, verificatosi il quale ti Partito si porrà il problema di influenzare il movimento di classe nel frattempo risorto. Riprendendo il passo sopra citato, l’espressione "il che (l’estensione della forza del partito) non si sa se avverrà prima o dopo il risorgere di organizzazioni di classe non politiche a larghi effettivi", sta appunto ad indicare lo svolgersi dialettico e non meccanico di questo processo, in cui il rapporto tra sviluppo dei moti di classe e loro espressione organizzativa e influenza del Partito in essi è di reciproca interdipendenza e non a senso unico. In termini pratici questo significa che non può esserci contraddizione tra indicazione strategica di prospettiva data dal Partito in campo sindacale e sua azione pratica immediata. I militanti operai devono perciò lavorare per indirizzare e, quando le condizioni oggettive lo permettono, organizzare gli operai sul terreno di classe. In altre parole, come abbiamo altre volte messo in evidenza, il Partito ha il compito di aiutare concretamente, mettendo a disposizione le sue forze operaie, la tendenza dei proletari ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi di classe, facendo tesoro, nell’azione immediata e nell’organizzazione, delle capacità direttive che loro possono derivare dal possesso del bagaglio storico delle passate esperienze di lotta proletaria che solo il Partito può possedere e, al tempo stesso, importando negli operai la coscienza della precarietà dell’azione di pura difesa economica e la necessità di abbracciare la prospettiva del programma rivoluzionario comunista per la definitiva soluzione storica della loro condizione di sfruttati. Il "dosaggio" dei due aspetti della questione, se cioè sia preferibile insistere maggiormente sul terreno più propriamente economico o svolgere interventi di più ampio respiro politico, sarà determinato dalla sensibilità che i militanti avranno nel saper cogliere le tendenze e le condizioni soggettive degli operai con cui si dovrà agire, il loro grado di coscienza classista, la loro reale propensione alla lotta, ecc., sensibilità e capacità che si potranno meglio acquisire e affinare con la progressiva abilitazione nell’intervento pratico.

Ogni intervento e azione diretti in questo senso devono avere come presupposto indispensabile la predisposizione, anche di esigue minoranze di proletari, a porsi realmente e seriamente sul terreno della lotta per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro, e le eventuali organizzazioni che ne possano scaturire devono essere permeate dalla tendenza a collegarsi costantemente con il resto dei lavoratori e ad agire secondo una linea d’azione che tenga conto realisticamente in ogni momento della consistenza di questo collegamento. In questo senso sono da respingere e combattere tendenze di spirito gruppettaro e politicantesco, spesso presenti in questi primi tentativi di organizzazione indipendente dai sindacati, che pretendono di dar vita a micro organismi sedicenti "proletari" ma in realtà avulsi da ogni contesto di lotta e di collegamento con la classe, microscopici sindacatini "rivoluzionari" che, se pure a volte proclamano rivendicazioni classiste corrette, si riducono ad essere piccole sette politiche escluse dal reale movimento di classe e continuamente dilaniate dai contrasti "ideologici" tra i gruppi politici che li compongono, apparenti pertanto agli occhi degli operai, anziché un riferimento classista di lotta, come un ennesimo gruppetto estremista.

La ricostruzione di un tessuto organizzativo economico classista non può essere il prodotto di alchimie ed esperimenti in provetta approntati da sedicenti "avanguardie politiche" più o meno consapevoli della necessità della lotta di difesa economica anticollaborazionista, ma il risultato di un vasto movimento proletario di classe nel quale il Partito non dovrà risparmiare energie per abilitarsi ad influenzarlo e a dirigerlo, movimento in cui sarà sicuramente nociva e fuorviante l’influenza di coloro che oggi pretendono di esserne i propulsori.

Altro punto da considerare è l’adesione al sindacato. Relativamente e conseguentemente alla situazione sopra descritta, noi comunisti propendiamo per la non iscrizione ai sindacati tricolore. Questo atteggiamento non deriva da considerazioni di principio, né da propensioni scissioniste in campo sindacale, sempre escluse e combattute dalla Sinistra Comunista, ma dalla semplice constatazione pratica che l’apparato sindacale tricolore, considerato nella sua struttura verticale di organizzazione è ormai, al vertice come nei suoi quadri di base, un organismo burocratizzato e impermeabile all’azione interna di una frazione operaia organizzata autonomamente sul terreno di classe, ma aderente alle strutture sindacali ufficiali, non fosse altro perché non esiste più una vita sindacale interna che permetta un benché minimo lavoro di penetrazione e di influenza nelle stesse strutture di base del sindacato. In queste condizioni, l’iscrizione al sindacato, anche a prescindere dall’aspetto della delega aziendale, non è più di alcuna utilità per avere maggior possibilità di lavoro tra gli aderenti di base, possibilità che resterebbe pari a quella verso i non iscritti e si risolverebbe semplicemente alla partecipazione al finanziamento di organismi completamente asserviti al regime capitalistico. Tuttavia, proprio perché questo atteggiamento non è motivato da considerazioni di principio, in eventuali situazioni particolari, più probabilmente riscontrabili nel campo della piccola azienda, ove la non iscrizione al sindacato di un nostro militante dovesse compromettere il suo lavoro nella lotta operaia, sarà affrontata dal partito la questione: perché solo al Partito e non al singolo militante spetta una decisione definitiva in situazioni del genere.

Per quanto riguarda le strutture di fabbrica direttamente elette dai lavoratori, i CdF e simili, la questione si pone in un’ottica diversa. Si tratta di organismi nella quasi totalità controllati dai sindacati; anzi, nelle grandi fabbriche, spesso sono vere strutture portanti di questi dentro la fabbrica, la cui gestione paritetica è in mano all’organizzazione esterna e la cui vita interna si svolge in modo spesso sclerotico e apatico, limitandosi ad avallare stancamente le decisioni degli esecutivi, a loro volta emanazione dell’apparato sindacale territoriale. Tuttavia sono pur sempre composti da delegati eletti da lavoratori e a diretto contatto con essi e dunque suscettibili di essere influenzati da avvenimenti che vedessero salire la tensione e la volontà di lotta. Inoltre, nelle piccole e medie aziende, dove in generale la morsa dell’opportunismo sindacale è meno stretta, spesso i Consigli dei Delegati godono di una certa autonomia e sono più facilmente permeabili a posizioni classiste. Per tutto questo non possiamo escludere a priori un lavoro di propaganda e agitazione al loro interno. In linea di massima, senza dunque anche qui escludere decisioni in senso contrario in casi particolari, siamo per il lavoro interno, alla condizione di essere eletti rappresentanti dai lavoratori che vedono nel militante eletto un operaio combattivo disposto a non transigere nella lotta contro il padronato e, per questo, a battersi contro il colossale ostacolo dell’opportunismo e del collaborazionismo sindacale. Ovviamente anche per questa questione non possiamo redigere casistiche con tanto di soluzioni pronte. Il caso di militanti operai eletti delegati andrà valutato con rigore dal Partito e ogni decisione dovrà tener conto delle circostanze e della situazione in cui l’elezione è avvenuta. In ogni caso l’atteggiamento del nostro militante dovrà essere improntato alla costante dissociazione pubblica di fronte ai lavoratori da ogni decisione del CdF che si discosti dalla reale difesa degli interessi di classe e da ogni iniziativa collaborazionista, aziendalistica, muoventesi nello spirito del "buon funzionamento della fabbrica" e del riconoscimento dei suoi problemi produttivi, oltre che, ovviamente, dovrà essere teso alla costante denuncia senza sotterfugi e mezzi termini dell’operato e degli accordi capestro conclusi dal CdF controllato dall’opportunismo.

Tuttavia è prevedibile che l’adesione di CdF o di frazioni di essi al processo che delineerà la ricomparsa di organismi economici proletari classisti, avrà anche essa carattere prevalentemente episodico e non generalizzato, per cui il Partito attribuisce molta più importanza al lavoro diretto tra i lavoratori e in particolare tra quegli strati più sfruttati e più colpiti dalle misure antioperaie dei governi borghesi e del padronato, e dunque più suscettibili alla lotta, nello sforzo di contribuire con le sue modestissime forze alla rinascita di un movimento di classe genuinamente proletario anticapitalista, libero dalle pastoie asfissianti dell’opportunismo, nella consapevolezza che la sua influenza potrà essere determinante a questo fine.

Non è più possibile infatti, nella fase imperialistica del capitalismo, l’esistenza di un "sindacalismo libero", cioè di organismi sindacali i quali, pur non essendo diretti da un indirizzo rivoluzionario, pur essendo nelle mani di partiti riformisti e piccolo-borghesi, possano condurre la lotta sul terreno economico in maniera conseguente. La lotta economica nell’epoca imperialistica si trasforma molto più rapidamente che per il passato in lotta politica, poiché il suo stesso manifestarsi e il suo generalizzarsi urta contro le basi stesse del regime capitalistico. Di conseguenza qualsiasi organismo sindacale viene immediatamente messo di fronte al problema dello Stato: o accetta di limitare la lotta proletaria nella "legalità" e con ciò stesso di restringerla e soffocarla a vantaggio della conservazione sociale, o trascende i limiti della legalità borghese e trapassa sul terreno rivoluzionario, il che significa allo stesso tempo estendere, potenziare e generalizzare la battaglia che il proletariato conduce in difesa delle proprie condizioni di vita. Questa situazione fa sì che tutti i partiti e tutti gli indirizzi politici che sono per la conservazione del regime siano allo stesso tempo nemici del manifestarsi ampio e conseguente della lotta economica proletaria e che solo il partito rivoluzionario di classe sia al tempo stesso il sostenitore più accanito di questa lotta. La funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla testa degli organismi sindacali c’è il Partito politico di classe, dice la Piattaforma Politica del 1945, ed in effetti non esiste altra strada.

La deduzione da trarne non è certo che allora il sindacato non è più necessario e che la lotta sindacale non può più esistere. È un’altra e opposta: i proletari torneranno alla lotta per la difesa delle condizioni economiche e in essa ricostruiranno gli organismi adatti a questa difesa, i sindacati di classe; questi organismi, per definizione aperti a tutti i proletari, per definizione organizzanti la massa dei proletari su basi non di coscienza ma di necessità materiali, si troveranno posti dalla situazione stessa di fronte all’alternativa: o soggiacere di nuovo al controllo e all’influenza dello Stato, il che equivale al controllo e all’influenza dei partiti opportunisti, borghesi e piccolo-borghesi, o, viceversa, spostare la loro azione sul terreno della illegalità sottomettendosi all’unico indirizzo politico veramente illegale, quello del partito politico di classe. Nella nostra visione dunque l’esistenza dei sindacati di classe nell’epoca imperialistica ha un’importanza ancora maggiore di quella che poteva avere in epoche passate. Se nel passato fu possibile mantenere disgiunta la lotta del proletariato sul terreno economico dall’obbiettivo delle massime conquiste rivoluzionarie, e farne addirittura una remora contro di esse, questo non è più possibile nell’epoca imperialistica: qui il trapasso del sindacato di classe ai metodi e agli obiettivi difesi dal partito comunista deve avvenire sotto pena che gli organismi economici proletari perdano i loro stessi connotati di classe, cioè abdichino alla stessa funzione elementare per cui sono sorti.

All’interno degli organismi economici che la classe sarà costretta ad esprimere nel ritorno alla battaglia si combatterà la lotta tra tutti quelli che vorranno mantenerne l’azione nei limiti della legalità borghese, e con ciò stesso spegnerla e soffocarla, e l’indirizzo del Partito che, spingendo al potenziamento e alla generalizzazione della lotta difensiva proletaria, trascinerà con ciò stesso questi organismi sul terreno rivoluzionario.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


APPENDICE
Dal solco immutabile del marxismo rivoluzionario scaturisce la funzione dei comunisti nella lotta di classe del proletariato (sintesi)
 
 

Necessaria coerenza fra compiti storici e direttive immediate
 

Potrà ad alcuni sembrare pedante ed accademico affrontare con insistenza e meticolosità i problemi della funzione dei comunisti, anzi più esattamente del Partito Comunista, nell’odierno processo di ripresa della lotta di classe che tende, molto contraddittoriamente e tra innumeri difficoltà, a delinearsi alla scala internazionale o per lo meno ad esprimere debolmente e confusamente i primi sintomi chiarificatori di ciò che inevitabilmente sarà lo scontro di classe degli anni futuri. Questa sensazione di accademia e pedanteria potrebbe derivare dall’osservazione antimarxista che, essendo il Partito ridotto a pochi militanti con scarsa influenza sul proletariato e con minime possibilità di indirizzarne le lotte, non abbia semplicemente senso porsi il problema.

Viceversa è sempre indispensabile che questi compiti siano chiarissimi al Partito: ne va di mezzo la sua stessa esistenza in quanto "organo" della classe operaia e non solo in senso immediato, ma storico e programmatico. Per verificare e poter asserire infatti che il Partito continua senza sbandamenti a trasmettere intatto il bagaglio programmatico accumulato in un secolo e mezzo di battaglie del movimento comunista, a marciare nel solco del marxismo rivoluzionario non saranno sufficienti il richiamo alla tradizione del comunismo di sinistra e la rivendicazione dell’invariante blocco della teoria marxista e del programma rivoluzionario. Per avere le "carte in regola" con la storia del movimento comunista occorrerà verificare come il Partito, pur nel più profondo dei periodi bui della controrivoluzione, trasmette questo bagaglio nella pratica, nella realtà del movimento di classe. Errato sarebbe asserire che, essendo questa "pratica", questa "realtà" ridotte agli effetti della possibilità di azione del Partito, sia sufficiente un generico richiamo ai principi della dottrina marxista per sentirsi esonerati dal porsi il problema.

È altresì semplicistico affermare che il problema della funzione dei comunisti nel processo di ripresa della lotta di classe sia riconducibile ad una questione di tattica spicciola in senso stretto, ovverosia nel senso che significhi semplicemente individuare il modo più efficace per trasmettere ai proletari il programma rivoluzionario nel vivo delle lotte operaie. La funzione del Partito è un assunto categorico e irrinunciabile della teoria marxista e la sua applicazione all’azione pratica contingente è una questione che investe l’intera gamma dei rapporti tra Partito e classe, Partito e azione della classe, Partito e organismi intermedi, Partito e soviet. La soluzione ai problemi che la situazione odierna pone al Partito non può che collocarsi nell’ambito di questi moduli, ormai definitivamente e irremovibilmente racchiusi in precisi assunti che il Partito ha enunciato nei corpi di Tesi che via via hanno caratterizzato la definizione delle sue caratteristiche teorico-programmatiche, strategiche, tattiche e organizzative che esso si è dato nel corso della sua vita e nel vivo di battaglie ed anche dolorose crisi interne.

Le Tesi sempre hanno fatto riferimento innanzitutto alla tradizione della Sinistra Comunista, intendendosi con questa espressione l’intero bagaglio di posizioni che corre sul "filo rosso" e abbraccia senza soluzione di continuità le ultrasecolari vicende di cui i comunisti sono stati protagonisti, dal sorgere in blocco del marxismo a metà dell’Ottocento fino alle misere e a volte miserabili diatribe che hanno squassato il Partito in questo disgraziato secondo dopoguerra, riducendolo a pochi militanti ma gelosamente aggrappati a questa gigantesca impersonale continuità.
 
 

L’opportunismo scopre sempre "nuove fasi"
 

In altre parole la risposta al quesito: quale funzione hanno oggi i comunisti nel processo di risalita dalla china della controrivoluzione, che lentamente si profila all’orizzonte, è già tracciata e scritta a caratteri indelebili. Ancora una volta non è necessario scoprire nulla, non servono ricette organizzative interne o esterne, né "espedienti tattici" arraffati ogni volta che si dice "cambi la situazione". La peggior cosa che si possa fare sarebbe quella di dedicarsi alla scoperta di pretese "nuove fasi" storiche per decretare inutile la storia del passato e andare alla ricerca di nuove strategie "acceleratrici" del processo di incontro tra il Partito e la classe. Per noi, che non abbiamo mai temuto l’isolamento dalle masse e che anzi non abbiamo disdegnato di ritenerlo necessario se questo significa porsi, controcorrente, contro tutti e contro tutto, il fine di salvaguardare la teoria e il programma rivoluzionario, la soluzione ai problemi dell’oggi si legge nella storia del passato, nelle tesi, nei testi del Partito, oggi più che mai, quando numerosi avvenimenti internazionali confermano la validità delle nostre posizioni e del nostro programma.

Questo non deve ovviamente essere inteso in senso banale, pensando che la risposta tattica ai singoli problemi locali e contingenti si possa ritrovare bella e pronta in qualche esempio passato, o in qualche enunciazione già scritta, ma va inteso che la soluzione non potrà contraddire le nostre tesi, i nostri principi, e soprattutto non potrà parlarsi di "situazione nuova", imprevista, imprevedibile e pertanto foriera di soluzioni "originali", "improvvise", dettate dalla pretesa necessità che il Partito debba a tutti i costi imporsi alla popolarità a costo di sostenere posizioni per lo meno dubbie e suscettibili di offuscare i principi e le posizioni caratteristiche del Partito.

In generale diremo che la questione della funzione del Partito non muta a seconda delle "fasi storiche" ma è riconducibile sempre all’espletamento di tutti i suoi compiti politici e rivoluzionari, sebbene, è innegabile, il dosaggio in quantità di questi compiti è imposto dalle condizioni oggettive contingenti.

Citiamo in proposito, senza tema di essere irrisi dagli "innovatori" e dagli "scopritori di fasi", le nostre tesi. Le Considerazioni sull’organica attività del Partito quando la situazione è storicamente sfavorevole, del 1965, dicono al punto 6:

«Abbandonando pedanti "distinguo", ci possiamo domandare in quale situazione oggettiva versi la società di oggi. Certamente la risposta è che è la peggiore possibile e che gran parte del proletariato, più che essere schiacciato dalla borghesia, è controllato da partiti che lavorano al servizio di questa e impediscono al proletariato stesso ogni movimento classista rivoluzionario, in modo che non si può antivedere quanto tempo possa trascorrere finché in questa situazione morta e amorfa non avvenga di nuovo quella che altre volte definimmo "polarizzazione" o "ionizzazione" delle molecole sociali, che preceda l’esplosione del grande antagonismo di classe».
Scritta 15 anni fa questa considerazione è oggi integralmente valida: anche se il controllo dell’opportunismo comincia lentamente a segnare il passo ed episodi di lotta e una situazione di crescente diffidenza e distacco dei lavoratori dall’opportunismo politico e sindacale sono segnali premonitori della futura ripresa, è tuttavia ancora innegabile il carattere "morto e amorfo" della situazione generale e "non si può antivedere quanto tempo possa trascorrere" affinché sfiducia e distacco dall’opportunismo si tramutino in antagonismo organizzato ad esso e in conseguenza attestazione sul terreno della vera lotta di classe anticapitalista.

Al punto 8 le tesi compendiano:

«Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione dei principi di valore dottrinale, e purtroppo manca dello sfondo favorevole in cui Lenin la compì dopo il disastro della prima guerra. Tuttavia, non per questo possiamo calare una barriera fra teoria e azione pratica, poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio. Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono».
Queste Tesi riprendono del resto quelle Caratteristiche del dicembre ’51 che nella IV parte affermano:
«Oggi siamo al centro della depressione e non è concepibile una ripresa del movimento rivoluzionario se non nel corso di molti anni. La lunghezza del periodo è in rapporto alla gravità dell’ondata degenerativa, oltre che alla sempre maggior concentrazione delle forze avverse capitalistiche (...) Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d’azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell’attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.
«Attività principale, oggi, è il ristabilimento della teoria del comunismo marxista. Siamo ancora all’arma della critica. Per questo il partito non lancerà alcuna nuova dottrina, riaffermando la piena validità delle tesi fondamentali del marxismo rivoluzionario, ampiamente confermate dai fatti e più volte calpestate e tradite dall’opportunismo per coprire la ritirata e la sconfitta».
E, più avanti, al punto 6 e 7:
«Il partito compie oggi un lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali, al fine di confermare le tesi fondamentali del marxismo. Ripudia l’elaborazione dottrinale che tende a fondare nuove teorie o a dimostrare l’insufficienza della dottrina nella spiegazione dei fenomeni. Tutto questo lavoro di demolizione dell’opportunismo e del deviazionismo è alla base dell’attività del partito, che segue anche in questo la tradizione e le esperienze rivoluzionarie durante i periodi di riflusso rivoluzionario e di rigoglio di teorie opportuniste, che videro in Marx, Engels, in Lenin e nella Sinistra italiana i violenti e inflessibili oppositori. Con questa giusta valutazione dei compiti odierni, il partito, sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato e sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori o di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri o che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente».

 

L’unità teorico-pratica del partito non muta secondo la fase storica
 

Non vi sono dubbi che la difesa e il ristabilimento della teoria e del programma rivoluzionari, unitamente al "lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali" e di "analisi, confronto, commento di fatti recenti e contemporanei" restano i compiti a cui il partito dedica la quasi totalità delle sue forze, non per sua astratta "scelta" ma perché i fatti e le condizioni oggettive di oggi lo impongono come una necessità vitale. In una situazione che vede il marxismo attaccato e vituperato da ogni parte e le posizioni caratteristiche del partito snaturate, sarebbe suicida considerarla funzione di secondaria.

Le successive ondate degenerative del movimento comunista internazionale hanno a più riprese tragicamente insegnato che la più ferrea garanzia affinché si incontrino, nel divenire sociale dello scontro di classe, la curva in ascesa del movimento spontaneo delle masse operaie, sospinte alla lotta dall’acutizzarsi insopportabile delle contraddizioni della società capitalistica, e l’azione cosciente del partito, e quindi si determini a tutti gli effetti la situazione rivoluzionaria favorevole all’insurrezione contro le istituzioni della società borghese, sta nella capacità del Partito di mantenersi saldamente ancorato a quanto la tradizione rivoluzionaria del comunismo marxista ha ad esso lasciato, al di sopra delle contingenze storiche ed anzi maggiormente nei periodi più bui della controrivoluzione, che oggi è lungi dall’aver terminato il suo corso degenerativo al servizio della reazione e della conservazione capitalistica.

Affermare che si è chiusa ormai la fase del ristabilimento della teoria e che si tratti oggi di puntare le migliori energie del partito verso la penetrazione tra la classe, cercando di individuare ricette tattiche e organizzative "nuove" che la favoriscano a tutti i costi, equivarrebbe a decretare la morte del partito, consegnandolo ancora una volta alla deviazione opportunistica. Significherebbe imboccare la strada della rinuncia ai principi, in cambio della "politica che paga", che produce "effetti immediati", che genera simpatia verso il partito, ma ahimè, verso un partito che sarebbe destinato a divenire un’altro partito. E non servirebbe allora a nulla, ed anzi diverrebbe un chiaro sintomo di opportunismo, il richiamo periodico ai "sacri testi" e ai "grandi principi", quando poi fossero calpestati nell’azione pratica e contingente, magari dietro la tanto abusata formula che "gli operai non li capiscono" o quell’altra non meno abusata secondo i cui "è dal movimento reale che il partito trae gli insegnamenti per l’azione".

La riaffermazione e difesa della teoria e la stessa "spiegazione" e catalogazione degli avvenimenti in chiave marxista, abbiamo più volte ripetuto, hanno senso di milizia rivoluzionaria soltanto se in rapporto con l’azione pratica del partito, teso alla propaganda e alla penetrazione dei suoi effettivi tra la classe e, più in generale, per dirla con Lenin, tra "tutti gli strati della popolazione", ovunque le forze del partito e la situazione reale consentano ai comunisti di portare la loro voce, il loro proselitismo e, quando sia possibile, la loro direzione di lotte immediate.
 
 

La soluzione sta nel giusto equilibrio fra i compiti del partito
 

In un capitolo di eccezionale chiarezza delle Tesi di Lione, sotto il titolo: Azione e tattica del partito, che non riportiamo per esteso solo per questioni di spazio, si legge:

«L’attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo della realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti: a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia; b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato; c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e l’indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito. Scopo supremo di questa complessa attività del partito è di preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo di uscire dalla lotta vincitore e non vinto. Da tutto ciò si parte nel rispondere ai quesiti sui rapporti tra il partito e le masse proletarie, e tra il partito e gli altri partiti politici, come tra il proletariato e le altre classi sociali».
Le condizioni per la riuscita di questa "complessa attività" del partito risiedono dunque in un equilibrio preciso, calibrato dalla situazione oggettiva e storica e dalle condizioni generali in cui si trova ad agire, tra i vari compiti, cui sempre il partito deve essere dedito. È proprio questo equilibrio che va salvaguardato e nel mantenerlo al "punto giusto" sta gran parte dell’arte della milizia comunista in tempi così profondamente lontani dalla "ionizzazione" delle molecole sociali.

Appare chiaro come il quesito della funzione dei comunisti nel processo di ripresa della lotta di classe non possa esaurirsi nell’affermazione che spetta loro il compito di difendere il programma rivoluzionario in seno alle masse operaie. Questo è lo scopo fondamentale dell’azione del partito; ma occorre che siano delimitati e precisati i modi per raggiungere questi obiettivi, e ad essi si uniformi il partito nella consapevolezza che soltanto con un corretto indirizzo tattico di intervento tra le file operaie sarà possibile assicurargli quell’indispensabile consenso e appoggio della classe affinché esso ne diventi di fatto, e non solo in senso storico, l’"organo rivoluzionario".

Ed eccoci così alla questione della tattica nel senso più ampio e completo che per noi ha questo termine.

La «questione generale della tattica» è definita, nel succitato capitolo delle Tesi di Lione, come

«La questione del come il partito agisce sulle situazioni e sugli altri raggruppamenti, organi, istituti della società in cui si muove»; di essa «vanno stabiliti gli elementi generali in rapporto all’insieme dei nostri principi, ed in un secondo stadio vanno precisate le norme di azione concreta per rapporto ai singoli gruppi di problemi pratici e alle successive fasi dello svolgimento storico».
«Risolvendo la questione generale della tattica sullo stesso terreno di quello della natura del partito», le tesi precisano poi, «si deve distinguere la soluzione marxista, sia dell’estraniamento dottrinario dalla realtà della lotta classista che si appaga di elucubrazioni astratte e tralascia l’attività concreta, sia dall’estetismo sentimentale che vorrebbe, con gesti clamorosi ed attitudini eroiche di esigue minoranze, determinare nuove situazioni e movimenti storici, sia dall’opportunismo che dimentica il legame con i principi, ossia con gli scopi generali del movimento e, in vista solo di un immediato successo apparente delle azioni, si contenta di agitarsi per rivendicazioni limitate e isolate senza curarsi se contraddicono alla necessità della preparazione delle supreme conquiste della classe operaia».

 

Controtesi: la buona tattica fa la buona organizzazione
 

Ne consegue che la tattica è strettamente vincolata dal programma del partito, non dovendo questi mai intraprendere iniziative, lanciare parole d’ordine o farsi promotore di azioni che abbiano in qualche modo a ledere la chiarezza delle sue enunciazioni generali e dei suoi scopi finali, pena la caduta in una qualsiasi delle numerosissime varianti dell’opportunismo. In questo senso occorre precisare che non può essere considerata corretta una impostazione che presenti la questione nei termini: essendo il partito programmaticamente saldo, potrà usare qualsiasi strumento, qualsiasi tattica, poiché, quando anche risultassero errati, potrà sempre ritornare sui suoi passi e "correggere il tiro".

In realtà una tattica errata, come potrebbe essere, ad esempio, nella fattispecie che stiamo trattando, una impostazione errata del lavoro tra gli operai, derivata da una errata concezione della funzione dei comunisti nella lotta di classe, se perseguita a lungo e con determinazione, finirebbe con l’avere ripercussioni nel campo dei principi e della strategia rivoluzionaria più generale. Sarà bene in proposito mai dimenticare che l’opportunismo in seno al partito non si è mai presentato come un esplicito ripudio dei principi e del programma rivoluzionario, ma come una cattiva applicazione tattica che, perseguita fino in fondo o corretta all’ultimo momento ricorrendo all’improvvisazione o all’eclettismo, pur di parare in qualche modo l’errore senza riconoscerne tutta la portata negativa e la pericolosità, ha finito con il provocare il progressivo allontanamento del partito dalle sue basi originarie. Classico in proposito il processo di degenerazione della Terza Internazionale.

Su questo aspetto della questione tattica, sempre il capitolo prima citato delle Tesi di Lione, è molto chiaro:

«L’esame e la comprensione delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi, ad "improvvisazioni" ed a "sorprese", ma in quanto segnaleranno al movimento che è giunta l’ora di un’azione preveduta nella maggior misura possibile. Negare la possibilità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte dell’autorità gerarchica è preminente e nulla quella dell’adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita dal partito stesso. La buona tattica è quella che, allo svolto delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e meno ancora delle masse, non conduce in seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possano andare in senso opposto all’affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria: essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare regole di azione; commettendo queste all’esecuzione dei dirigenti, i gregari si assicurano che questi non tradiranno il loro mandato e si impegnano sostanzialmente e non apparentemente alla esecuzione feconda e decisa degli ordini del movimento. Non esitiamo a dire che, essendo il partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione: quando le situazioni rompessero di forza gli schemi tattici da noi preparati, non si rimedierà cadendo nell’opportunismo e nell’eclettismo, ma si dovrà compiere un nuovo sforzo per adeguare la linea tattica ai compiti del partito. Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali».
Allo stesso modo la questione viene posta nelle Tesi di Roma, dove al 5° capitolo, alla tesi n.24, si può leggere:
«Nel programma del partito comunista è contenuta una prospettiva di successive azioni messe in rapporto a successive situazioni, nel processo che di massima loro si attribuisce. Vi è dunque una stretta connessione tra, le direttive programmatiche e le regole tattiche. Lo studio della situazione appare quindi come un elemento integratore per la soluzione dei problemi tattici, in quanto il partito nella sua coscienza ed esperienza critica già aveva preveduto un certo svolgimento delle situazioni, e quindi delimitate le possibilità tattiche corrispondenti all’azione da svolgere nelle varie fasi. L’esame della situazione sarà un controllo per l’esattezza dell’impostazione programmatica del partito; il giorno che esso ne imponesse una revisione sostanziale il problema si presenterebbe molto più grave di quelli che si possono risolvere con una semplice conversione tattica e l’inevitabile rettifica programmatica non potrebbe non avere serie conseguenze sulla organizzazione e la forza del partito. Questo deve dunque sforzarsi di prevedere lo sviluppo delle situazioni per esplicare in esse quel grado di influenza che gli è possibile: l’attendere le situazioni per subirne in modo eclettico e discontinuo le indicazioni e le suggestioni è metodo caratteristico dell’opportunismo socialdemocratico. Se i partiti comunisti dovessero essere costretti ad adattarsi a questo sottoscriverebbero la rovina della costruzione ideologica e militante del comunismo».
E ancora, alla tesi n.28:
«In un certo senso il problema della tattica consiste oltre che nello scegliere la buona via per un’azione efficace, nell’evitare che l’azione del partito esorbiti dai suoi limiti opportuni, ripiegando su metodi corrispondenti a situazioni sorpassate, il che porterebbe come conseguenza un arresto del processo di sviluppo del partito ed un ripiegamento nella preparazione rivoluzionaria».

 

Partito e azione di classe nella Sinistra come in Lenin
 

Si tratta quindi di individuare e tracciare i "limiti opportuni" del partito, i quali non possono essere ricercati che nel programma e nella teoria marxista, in rapporto allo "studio delle situazioni" in cui il partito opera, inteso appunto come "elemento integratore" per lo studio dei problemi tattici, nel senso che una corretta assimilazione della dottrina da parte del partito potrà sensibilmente diminuire le possibilità di sbandate tattiche. L’esame delle situazioni dovrà servire, in un certo senso, come verifica dell’esattezza della linea tattica seguita.

La funzione del Partito nelle lotte operaie e nel generale processo dello scontro sociale tra le classi deriva pertanto, in dottrina, dalle leggi storiche che regolano questo conflitto, in ultima analisi, dal materialismo storico. Come è specificato in coda alle nostre tesi sul "rovesciamento della prassi nella teoria marxista", «la chiarificazione dei rapporti tra fatto economico-sociale e politico deve servire di base ad illustrare il problema dei rapporti tra partito rivoluzionario e azione economica e sindacale».

È un cardine fondamentale del marxismo che gli uomini sono spinti all’azione non da idee ad essi preesistenti e ad essi comunicate da entità superiori, divine o umane, ma da precisi interessi economici scaturenti dalla soddisfazione di bisogni fisici individuali; soltanto in tempi successivi all’azione per soddisfarli, il singolo acquisisce la consapevolezza, la coscienza della sua condizione di esistenza e soprattutto della concomitanza di interessi che egli ha con altri individui come lui sottoposti alle stesse determinazioni materiali. La coscienza, da individuale diventa di classe e, come è detto nel nostro "rovesciamento della prassi", «nella classe sociale il processo è lo stesso: solo che si esaltano enormemente tutte le forze di direzione concomitante».

Nel divenire storico i rapporti tra tutti gli individui della società sono condizionati dai rapporti di produzione esistenti e si estrinsecano nella lotta tra le varie classi sociali che incarnano questi rapporti. È attraverso questa lotta, generata dall’imperiosa necessità di difendere gli interessi della propria esistenza, che gli individui appartenenti alle classi oppresse e sfruttate imparano ad acquisire una coscienza sempre più precisa dei mezzi e delle forme organizzative da adottare per l’azione di difesa contro le classi sfruttatrici.

Ad un certo grado di sviluppo di un modo di produzione, i rapporti sociali entrano in contrasto stridente con le forme di produzione esistenti e in sempre più numerosi individui appartenenti alle classi oppresse dal modo di produzione esistente divenuto antistorico, emerge la coscienza della necessità di spezzare questi rapporti attraverso un processo rivoluzionario che porti all’abbattimento del potere delle classi privilegiate, per sostituirlo con il potere delle nuove classi che incarnano i rapporti sociali corrispondenti al nuovo modo di produzione.

È indubbio che inizialmente soltanto una minoranza ristretta acquisisce la coscienza dell’intero processo rivoluzionario e dunque la capacità di indirizzare e influenzare i membri della classe di cui rappresenta gli interessi politici e storici. In questa minoranza il rapporto coscienza-volontà di azione si rovescia ed essa può influire coscientemente sul processo rivoluzionario. Non solo, ma questa influenza diventa indispensabile alla conclusione positiva di questo processo. Questa minoranza altri non è che il partito.

«Nel partito, mentre dal basso vi confluiscono tutte le influenze individuali e di classe, si forma dal loro apporto una possibilità e facoltà di visione critica e teorica e di volontà d’azione che permette di trasfondere ai singoli militanti e proletari la spiegazione di situazioni e processi storici e anche le decisioni di azioni e di combattimento».
Da Partito e azione di classe:
«Nei suoi termini generali il compito del partito proletario nel processo storico si presenta così. I rapporti della vita sociale capitalistica si rendono ad ogni momento intollerabili ai proletari, e spingono questi a cercare di superarli. Attraverso complesse vicende coloro che di quei rapporti sono le vittime vengono constatando la insufficienza delle risorse individuali in questa lotta istintiva contro condizioni di malessere e di disagio comuni a gran numero di individui e sono spinti a sperimentare le forme di azione collettiva, per aumentare con l’associazione il peso della propria influenza sulla situazione sociale che ad essi viene fatta. Ma il susseguirsi di queste esperienze, lungo il cammino di sviluppo della attuale forma sociale capitalistica, conduce alla constatazione che i lavoratori non conseguiranno una reale influenza sulle proprie sorti se non quando avranno esteso oltre tutti i limiti di aggruppamenti locali, nazionali, professionali la rete dell’associazione dei loro sforzi, e quando li avranno indirizzati ad un obiettivo vasto ed integrale che si concreti nell’abbattimento del potere politico borghese – in quanto – finché gli attuali ordinamenti politici saranno in piedi, la loro funzione sarà quella di annullare tutti gli sforzi della classe proletaria per sottrarsi allo sfruttamento. I primi gruppi di proletari che raggiungono questa coscienza sono quelli che intervengono nel movimento dei loro compagni di classe, ed attraverso la critica dei loro sforzi, dei risultati che scaturiscono, degli errori e delle delusioni, ne portano un numero sempre maggiore sul terreno di quella lotta generale e finalistica, che è lotta per il potere, lotta politica, lotta rivoluzionaria. Aumenta così, dapprima il numero dei proletari convinti che solo con la finale lotta rivoluzionaria sarà risolto il problema delle loro condizioni di vita, e contemporaneamente si rafforzano le schiere di quelli disposti ad affrontare i disagi e i sacrifici inevitabili della lotta, ponendosi alla testa delle masse sospinte verso la rivolta dalle loro sofferenze, per dare al loro sforzo una utilizzazione razionale e una sicura efficacia.
«Il compito indispensabile del partito si esplica dunque in due modi, come fatto di coscienza prima e poi come fatto di volontà; traducendosi la prima in una concezione teorica del processo rivoluzionario, che deve essere comune a tutti gli aderenti; la seconda nell’accettazione di una precisa disciplina che assicuri il coordinamento e quindi il successo dell’azione».
L’innesto che dovrà portare alla rivoluzione proletaria non potrà che avere come base l’incontro tra l’azione spontanea delle masse spinte dalla necessità di organizzarsi per difendere le loro condizioni di vita immediate e l’attività di indirizzo e di inquadramento cosciente del partito.

Ma il partito ha, in un certo senso, una vita e uno sviluppo indipendente dalla classe in quanto la coscienza del socialismo non scaturisce direttamente dalla lotta di classe.

A questo proposito citiamo una bellissima pagina scritta da Kautsky e ripresa da Lenin nel Che fare?:

«Parecchi dei nostri critici revisionisti immaginano che Marx abbia affermato che lo sviluppo economico e la lotta di classe non soltanto creano le condizioni della produzione socialista, ma generano anche direttamente la coscienza della sua necessità. Ed ecco questi critici obiettano che il paese del più avanzato sviluppo capitalistico, l’Inghilterra, è il più estraneo, fra i paesi moderni, a questa coscienza. In base al progetto si potrebbe credere che anche la commissione la quale ha elaborato il programma austriaco condivida questo punto di vista sedicente marxista ortodosso che viene confutato nel modo indicato.
«Il progetto dice: "Quanto più lo sviluppo capitalistico rafforza il proletariato tanto più esso è costretto a lottare contro il capitalismo ed ha la possibilità di farlo. Il proletariato giunge ad avere coscienza della possibilità e della necessità del socialismo". La coscienza socialista sarebbe, per conseguenza, il risultato necessario, diretto della lotta di classe proletaria. Ma ciò è completamente falso. Il socialismo, come dottrina, ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato; esso deriva, al pari di quest’ultima, dalla lotta contro la miseria e dall’impoverimento delle masse generati dal capitalismo; ma socialismo e lotta di classe nascono uno accanto all’altro e non uno dall’altra; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare né l’una né l’altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è dunque un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente. Il vecchio programma di Hainfeld diceva dunque molto giustamente che il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe».
Nel conflitto d’interessi tra proletariato e borghesia il primo può, al massimo, pervenire a quella che Lenin, nel Che fare? chiama "coscienza tradeunionista", ossia la coscienza della difesa dei propri interessi contingenti, di fabbrica, di categoria; «la convinzione – come egli la definisce – della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni». A questa coscienza il proletariato perviene spontaneamente attraverso lo scontro di classe con il grande padronato, il governo e l’apparato statale che ne amministra gli interessi. In questo scontro il partito ha il dovere di partecipare attivamente a tutti i risvolti che la lotta quotidiana di difesa assume, lavorando per «elevare la coscienza tradeunionista al livello socialdemocratico».

Questa affermazione sintetizza in modo esemplare il rapporto tra il partito e l’azione di classe. Il partito "importa dall’esterno" il programma rivoluzionario in seno al movimento operaio, avvicinandolo così alla lotta politica rivoluzionaria, allontanandolo dagli influssi dell’ideologia borghese e opportunista che inevitabilmente permea di sé il movimento spontaneo dei proletari in lotta per la difesa dei loro interessi immediati, in assenza dell’azione e dell’agitazione politica del partito.

Alla citazione di Kautsky prima riportata, Lenin fa seguire il brano:

«Dal momento che non si può più parlare di un’ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una "terza" ideologia e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese. Si parla della spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese (...) perché il movimento operaio spontaneo è il tradeunionismo e il tradeunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell’allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradeunionismo e rifugiarsi sotto l’ala della borghesia; il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria».

 

La Piramide: Partito, Soviet, Sindacati, Classe
 

L’azione cosciente del partito in seno al movimento operaio, e dunque in seno alle organizzazioni che esso spontaneamente si dà, è dunque essenziale e irrinunciabile per indirizzare il proletariato verso la lotta rivoluzionaria. A maggior ragione l’azione del partito diventa vitale verso quegli organismi che, come i Soviet nella Russia prerivoluzionaria, esprimono una forma organizzativa più espressamente politica della tendenza della classe operaia a porsi come antagonista della classe nemica nella lotta suprema per la conquista del potere, ma possibile solo se il partito riuscirà a permeare del suo indirizzo rivoluzionario questi organismi. Per questo la Sinistra Comunista ha stabilito irreversibilmente una gerarchia di forme in cui alla testa sta il Partito e, successivamente, nell’ordine, Soviet, Sindacati, Classe. Ovvero Partito, Sindacati, Classe, in periodi storici in cui non esistono i Soviet. Questa gerarchia corrisponde alla funzione dei comunisti nel processo rivoluzionario e, più in generale, nell’evolversi storico di questo processo, che parte dalla classe che spontaneamente si organizza in sindacati (o comunque in organismi di carattere difensivo immediato), e crea, nel vivo dello scontro sociale, gli organismi del potere politico proletario, realizzantesi alla sola condizione che il tutto sia influenzato e conquistato dal partito comunista.

Questa piramide di funzioni, se ha trovato finora unica espressione fattuale nella rivoluzione russa, non ne è stata una sua "specificità", ma corrisponde al divenire dello scontro sociale tra proletariato e borghesia alla scala storica ed è pertanto una gerarchia che dovrà sostanzialmente riprodursi nel futuro della guerra di classe del proletariato rivoluzionario.

Le forme organizzative delle future associazioni proletarie di difesa immediata contro il capitale potranno anche non corrispondere ai sindacati tradizionali, come affermano le nostre Tesi Caratteristiche, ma «ogni fase di deciso incremento della influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organismi a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazioni sindacali comunisti)». Negare questo concetto, o anche semplicemente eluderlo pensando a un diverso intreccio tra formazione degli organismi intermedi e funzioni del partito in questo processo, significa distruggere l’intera costruzione scientifica del marxismo.

Posto questo assunto generale, per noi elementare e più volte analizzato in tutti i risvolti in cui si è storicamente concretizzato, rimane da analizzare il rapporto tra partito, classe e azione di classe alla luce della situazione attuale.

La lucidissima impostazione data a questa questione da Lenin nel Che fare? si colloca in un periodo in cui, nella Russia zarista, si era in presenza di un risveglio proletario pressoché generalizzato, in cui vaste masse operaie acquisivano rapidamente coscienza della loro condizione di sfruttati e le agitazioni sindacali di carattere rivendicativo erano all’ordine del giorno. Lenin imposta quindi i rapporti esatti tra l’"elemento cosciente" e la "spontaneità" fustigando duramente gli "economicisti" e le correnti ad essi affini, che avevano in comune la posizione di esaltare la spontaneità del movimento, negando in pratica la funzione del partito, dei "socialdemocratici", che accusavano di "sottovalutazione dell’elemento spontaneo". Il sottofondo sociale, come riconoscono pure le nostre Tesi, in cui Lenin pone su corrette basi il rapporto partito-spontaneità è dunque estremamente favorevole. Le sue Tesi hanno il conforto di poter essere tangibilmente confermate dalla realtà del movimento. Profondamente diversa si presenta oggi la situazione.
 
 

Oggi: fuori e contro i sindacati di regime
 

Il divario attuale tra la profondità della crisi dell’economia capitalistica e la combattività del proletariato è enorme. La presa dell’opportunismo sul movimento operaio è ancora fortissima. Il proletariato della grande industria, nerbo portante dell’economia, reagisce passivamente ai colpi sempre più pesanti di padronato e governo in combutta sempre più palese con i sindacati ufficiali e i partiti "di "sinistra". Se è indubbio che l’atteggiamento apertamente collaborazionista dei sindacati di regime ha provocato tra i lavoratori una profonda crisi di sfiducia, dai bonzi stessi riconosciuta con preoccupazione, e che per conseguenza si stanno considerevolmente assottigliando le schiere degli operai disposti a seguire le direttive delle centrali sindacali nazionali, è altrettanto vero che questa sfiducia si traduce per ora, almeno tra la grande massa operaia, in una accentuata esitazione ad imboccare la strada dell’associazionismo operaio classista e del ricorso alla lotta.

Gli episodi di scontro di classe che, a livello nazionale e internazionale, hanno caratterizzato in questi ultimi anni la scena sociale hanno permesso al partito di poter ormai escludere che l’indispensabile rinascita dell’organizzazione classista immediata possa avvenire tramite la conquista degli attuali apparati organizzativi sindacali ufficiali, veri e propri pilastri portanti delle istituzioni statali e padronali, che come tali appaiono a sempre più numerose schiere di proletari, e di prevedere dunque che la ricostituzione organizzativa del proletariato su basi classiste non potrà che prospettarsi come "rinascita ex-novo" di organismi, fuori e contro gli attuali apparati sindacali di regime. Se, nel processo che condurrà a questa rinascita, non possiamo escludere a priori che possano essere coinvolte frange locali o periferiche delle attuali organizzazioni sindacali di fabbrica o di categoria, possiamo però escludere che le attuali organizzazioni sindacali possano essere riconquistabili alla giusta impostazione classista attraverso una semplice cacciata dei bonzi dalle strutture di vertice o attraverso un lavoro interno di intervento nelle sue strutture territoriali, regionali o nazionali, divenute ormai irreversibilmente impermeabili alla vera lotta di classe, e nelle quali è pressoché scomparso ogni residuo di vita sindacale di base che possa in qualche modo giustificare la permanenza in esse dei comunisti.

Posto, da quanto abbiamo visto in precedenza, che compito del partito è quello di importare il programma rivoluzionario nel movimento operaio e che tale compito potrà essere svolto con successo a condizione che il partito non neghi le lotte operaie in difesa delle condizioni dei lavoratori, ma anzi sappia inserirsi in esse e conquistarsi la fiducia degli operai partecipandovi attivamente, quali devono essere i compiti specifici del partito verso queste lotte, e più in generale verso gli aspetti rivendicativi e organizzativi del movimento operaio? Quale è, in altre parole, la funzione del comunisti in rapporto alla "coscienza tradeunionista" degli operai?

A questo proposito è importante fare riferimento ancora a Lenin. Se nel Che fare?, nel pieno dello sviluppo del movimento rivendicativo in Russia, Lenin è costretto a polemizzare contro coloro che di questo movimento esaltano la spontaneità, pretendendo che il partito dovesse sottomettersi ad essa, già nel Progetto e spiegazione del programma del partito socialdemocratico del 1895-96, dunque agli albori di questo movimento, Lenin colloca nella sua giusta luce questa questione.
 
 

Cooperare all’organizzazione e indirizzare la lotta che gli operai hanno già iniziato
 

AI punto B-1 del "progetto di programma", che Lenin stesso, nella "spiegazione" definisce "il più importante" si legge:

«Il partito socialdemocratico russo dichiara che è suo compito sostenere la lotta della classe operaia russa, sviluppando la coscienza di classe degli operai, cooperando alla loro organizzazione, indicando i compiti e gli scopi della lotta».
Nella spiegazione di questo punto, dopo aver asserito che esso
«indica in che modo l’aspirazione al socialismo, l’aspirazione ad eliminare il secolare sfruttamento dell’uomo sull’uomo, debba essere fatta con il movimento popolare che sorge dalle condizioni di vita create dalle grandi fabbriche e officine», Lenin scrive: «L’attività del partito deve consistere nel sostenere la lotta di classe degli operai. Il partito non ha il compito di escogitare un qualche mezzo alla moda per aiutare gli operai, ma quello di unirsi al movimento degli operai, di portare la luce in questo movimento, di sostenere gli operai nella lotta che essi stessi hanno già iniziato. Il partito ha il compito di tutelare gli interessi di tutto il movimento operaio. Come deve manifestarsi l’aiuto che è necessario dare agli operai nella loro lotta? Il programma afferma che questo aiuto deve consistere innanzi tutto, nello sviluppare la coscienza degli operai».
È chiaro quindi che il partito non evoca il movimento, non lo determina volontaristicamente utilizzando un qualche "mezzo alla moda", ma "si unisce" al movimento già esistente, che perciò stesso avrà potuto determinarsi anche senza l’attività del partito. In questo movimento il partito "porta la luce", "sostiene" la lotta che "essi stessi (gli operai) hanno già iniziato" e in questa sua attività di intervento, ne "sviluppa la coscienza di classe".

Che cosa debba intendersi per coscienza di classe è Lenin stesso a spiegarlo nei brani che seguono:

«Da quanto detto a questo proposito risulta pertanto che cosa debba intendersi per coscienza di classe degli operai. Gli operai acquisiscono una coscienza di classe quando comprendono che l’unico mezzo per migliorare la loro situazione e per conseguire la loro emancipazione sta nella lotta contro la classe dei capitalisti e dei fabbricanti, classe sorta con l’apparizione delle grandi fabbriche e officine. Inoltre coscienza di classe degli operai significa consapevolezza del fatto che, per raggiungere i propri scopi, gli operai devono necessariamente poter influire sugli affari dello Stato, come già hanno fatto e continuano a fare i capitalisti e i proprietari terrieri. In che modo gli operai acquisiscono la consapevolezza di tutto questo? Gli operai la acquisiscono incessantemente dalla stessa lotta che cominciano a condurre contro i fabbricanti, e che si estende sempre più, diviene sempre più aspra e coinvolge un numero sempre maggiore di operai a mano a mano che si moltiplicano le grandi fabbriche e officine. C’è stato un tempo in cui l’ostilità degli operai contro il capitale si esprimeva soltanto in un confuso sentimento di odio contro i loro sfruttatori, nella confusa coscienza della loro oppressione e schiavitù, nel desiderio di vendicarsi dei capitalisti. La lotta si esprimeva allora in rivolte isolate degli operai, i quali distruggevano gli edifici, infrangevano le macchine. bastonavano i dirigenti delle fabbriche, ecc. È stata questa la prima forma, la forma iniziale del movimento operaio; questa forma era indispensabile, perché l’odio per il capitalista è stato sempre e dappertutto il primo impulso che ha destato negli operai l’aspirazione a difendersi. Ma il movimento operaio russo ha ormai superato questa fase iniziale. Invece di odiare in modo vago il capitalista, gli operai hanno cominciato a comprendere l’antagonismo tra gli interessi della classe degli operai e gli interessi della classe dei capitalisti. Invece di sentire confusamente di essere oppressi, essi hanno cominciato a capire in che cosa e come precisamente il capitale li opprime, e insorgono contro l’una e l’altra forma di oppressione, ponendo un limite all’oppressione del capitale, difendendosi dalla cupidigia del capitalista. Invece di vendicarsi dei capitalisti cominciano oggi a lottare per ottenere delle concessioni, cominciano a presentare alla classe dei capitalisti una rivendicazione dopo l’altra e chiedono il miglioramento delle condizioni di lavoro, l’aumento dei salari, la riduzione della giornata lavorativa. Ogni sciopero concentra tutta l’attenzione e tutti gli sforzi degli operai ora sull’una ora sull’altra delle condizioni in cui è posta la classe operaia. Ogni sciopero costringe a discutere queste condizioni, aiuta gli operai a valutarle, a comprendere in che cosa consiste l’oppressione del capitale, con quali mezzi e possibile lottare contro questa oppressione. Ogni sciopero arricchisce la coscienza e l’esperienza di tutta la classe operaia (...) Il passaggio degli operai alla lotta inflessibile per i propri bisogni vitali, alla lotta per ottenere delle concessioni, migliori condizioni di vita e salariali, la riduzione della giornata lavorativa, costituisce un grande passo in avanti compiuto dagli operai russi; e a questa lotta e al sostegno che è necessario fornirle debbono dedicare la propria attenzione il partito socialdemocratico e tutti gli operai coscienti».
Notiamo, en passant, come oggi questo processo di progressiva acquisizione della coscienza di classe da parte degli operai è ancora quasi interamente da compiersi, essendo l’opportunismo riuscito a sradicare dalle menti e dal cuori proletari anche quel confuso senso di odio per il capitalista che è la condizione elementare per determinare le prime spinte all’azione, sia pure "vendicativa" e individualistica.

Nel brano citato la relazione tra partito-coscienza e spontaneità del movimento è dunque la stessa descritta da Kautsky. L’"aspirazione al socialismo" propria della coscienza rivoluzionaria che solo il Partito può possedere ha in un certo senso un’esistenza indipendente dal movimento proletario, che spontaneamente, può pervenire alla coscienza "tradeunionista" che gli operai acquisiscono "attingendola incessantemente dalla stessa lotta che cominciano a condurre contro i fabbricanti". Il grande problema da risolvere per determinare una situazione rivoluzionaria sta nel "fondere" questi due elementi, per un certo verso distinti, del movimento proletario.

Per questo il Partito non può limitarsi ad una enunciazione del suo programma rivoluzionario, ma deve legare questa enunciazione lottando insieme con gli operai, aiutandoli nel loro processo di progressiva acquisizione della coscienza di classe. Cosa significa perciò "aiutare gli operai"? È ancora Lenin che risponde:

«Aiutare gli operai significa indicare le esigenze più urgenti per le quali si deve lottare, esaminare le ragioni che aggravano particolarmente la condizione di questi o quegli operai, spiegare le leggi e i regolamenti sulle fabbriche, la cui violazione (unitamente ai trucchi fraudolenti dei capitalisti) espone tanto spesso gli operai a una duplice rapina. Aiutare gli operai vuoi dire esprimere in modo più esatto e più preciso le loro rivendicazioni e formularle pubblicamente, scegliere il metodo di lotta, discutere la situazione e valutare le forze delle due parti impegnate nella lotta, ricercare se esiste un metodo migliore di lotta (che può essere, forse, una lettera al fabbricante oppure un ricorso all’ispettore o al medico, secondo le circostanze, quando non sia necessario passare direttamente allo sciopero)».

 

Prevedere le forme, incoraggiarne l’apparizione
 

Entrare nel vivo dello scontro di classe, dunque, anche negli aspetti minimi e particolarissimi; lottare con gli operai per i loro bisogni immediati, farsi portavoce delle loro esigenze più elementari. "Illuminarli" – è Lenin steso che usa questa espressione – "con le parole d’ordine, le spiegazioni" del partito conducendo il movimento verso la "coscienza del socialismo", verso cioè la consapevolezza che solo conquistando il potere politico sotto la guida del partito sarà possibile risolvere definitivamente i loro problemi.

Il concetto di "aiutare gli operai" va esteso ovviamente agli sforzi che conducono per organizzarsi sul terreno di classe.

«Il secondo aiuto – prosegue Lenin nella spiegazione – deve consistere, come dice il programma, nel cooperare all’organizzazione degli operai. La lotta che abbiamo descritto più sopra esige necessariamente che gli operai si organizzino. L’organizzazione diventa necessaria per lo sciopero, perché esso venga condotto con maggiore successo, per le collette a favore degli scioperanti, per l’istituzione di casse mutue, per il lavoro di agitazione tra gli operai, per la diffusione di manifestini, inviti o appelli, ecc. Ancor più necessaria è l’organizzazione per difendersi dalle persecuzioni della polizia e della gendarmeria, per impedire che si scoprano le associazioni degli operai, i loro contatti e rapporti, per organizzare la consegna di libri, opuscoli, giornali, ecc. Dare questo aiuto: ecco il secondo compito del partito».
È precisamente a questo compito che si riferiscono le nostre Tesi Caratteristiche laddove affermano che «compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata». Incoraggiare l’apparizione: questa è l’espressione esatta. Essa significa che il partito non può, sulla base di una pura volontà d’azione, sostituirsi al processo di formazione delle organizzazioni di classe, non può "crearle", fondarle, costruirle sulla base del proprio volere, così come non può tenersi in disparte quando questo processo, questa tendenza del proletariato all’organizzazione di classe sia in atto, anche solo tra minoranze di proletari combattivi e disposti alla lotta. In questo senso, mentre da un lato il partito non è "facitore di sindacati", dall’altro non attende passivo il formarsi di essi per poi, in un secondo tempo, intervenire per conquistarli al proprio indirizzo, ma partecipa attivamente a questo processo, anche facendosi promotore dell’organizzazione classista laddove operino i suoi gruppi comunisti nelle fabbriche, alla condizione che questa azione promotrice si incontri con la tendenza istintiva e spontanea degli operai ad attuarla.
 
 

Nessuna contrapposizione fra compiti rivoluzionari e direzione della lotta sindacale
 

Capire a fondo questa questione è importantissimo ai fini di non scivolare in atteggiamenti contrari ai principi del partito. L’intreccio tra l’attività del partito in campo sindacale e l’azione di indirizzo programmatico rivoluzionario comunista, non può mai essere inteso, qualunque sia la situazione, come un qualcosa di separato, di "alternativo".

Antimarxista sarebbe, ad esempio, sostenere che data la situazione attuale, di astronomica distanza della classe dal programma rivoluzionario e di bassissima coscienza di classe degli operai, si tratti per il partito di accantonare le sue enunciazioni politiche e programmatiche e le sue indicazioni generali sul piano della lotta immediata di classe, asserendo che "gli operai non capiscono" e che si tratti perciò di dire solo ciò che si ritiene siano in grado di capire, cioè solo gli aspetti legati alla loro difesa contingente.

Pervenuti alla consapevolezza che per opporsi con efficacia allo sfruttamento capitalistico è necessario battersi a fondo con l’arma dello sciopero per intaccare gli interessi padronali e che per fare questo è necessario organizzarsi, ossia alla "coscienza tradeunionista", pur avendo fatto un grande passo avanti, gli operai non hanno ancora imboccato la strada rivoluzionaria. Perché ciò avvenga è indispensabile la presenza attiva del partito in questo processo, la conquista da parte di esso della direzione del movimento. Un partito che deve dunque preesistere a questo processo e, indipendentemente da esso, essere attestato sulle sue corrette posizioni. La coscienza e l’organizzazione tradeunioniste non fanno uscire il movimento dallo stato di assoggettamento all’ideologia borghese, in quanto gli operai, pur battendosi contro il padronato e il suo Stato, restano tuttavia preda della illusione di poter difendere stabilmente le loro condizioni di esistenza nell’ambito del sistema economico e sociale capitalistico

Ovviamente, la presenza del partito nel movimento rivendicativo di classe costituisce un potente fattore di accelerazione del movimento stesso, conferendo ad esso un carattere rivoluzionario. Nella misura in cui il partito riesce ad accrescere la sua influenza tra i lavoratori e le loro organizzazioni, riesce ad indirizzare queste ultime progressivamente verso lo scontro aperto con tutte le istituzioni statali e parastatali della borghesia, riuscendo così anche a strappare concessioni sul piano immediato. Ma di queste battaglie il partito non fa lo scopo ultimo della sua azione e le considera il mezzo per raggiungere il fine dell’insurrezione rivoluzionaria per la presa del potere politico.

In ultima analisi diremo che le organizzazioni operaie di classe si possono esprimere completamente solo se dirette dal partito e che dunque l’azione del partito è indispensabile per tutta l’azione generale della classe.

Da Partito e azione di classe:

«Anche per le dirette necessità della lotta che deve culminare nell’abbattimento rivoluzionario della borghesia, il partito è organo indispensabile di tutta l’azione della classe; ed anzi logicamente non si può parlare di vera azione di classe (che cioè sorpassi i limiti degli interessi di categoria o dei problemucci contingenti) ove non si sia in presenza di un’azione di partito».
È dunque un errore opporre il "lavoro politico" al "lavoro sindacale" del partito e sostenere che, a seconda delle situazioni, l’uno debba avere più o meno importanza dell’altro.

In uno scritto minore, in una lettera a Natsia del 13 ottobre 1905, quindi in periodo rivoluzionario, quando la lotta per il potere assume importanza centrale, Lenin, riferendosi alla risoluzione del Comitato di Odessa sulla lotta sindacale, scrive:

«La prima parte è buona: "assumere la direzione di tutte le manifestazioni della lotta di classe del proletariato, non dimenticare mai il compito di dirigere la lotta sindacale". Benissimo. Più avanti, il secondo punto: "in primo luogo" si pone il compito dell’insurrezione armata, e, terzo punto, "in virtù di ciò", "Il compito di dirigere la lotta sindacale del proletariato passa inevitabilmente in secondo piano". Questo, a mio parere, teoricamente non è giusto e dal punto di vista della tattica è errato (...) L’insurrezione armata è il metodo supremo della lotta politica. Perché abbia successo dal punto di vista del proletariato, cioè perché l’insurrezione proletaria e diretta dalla socialdemocrazia sia coronata da successo, è necessario sviluppare ampiamente tutti gli aspetti del movimento operaio. Perciò è arcierrata l’idea di contrapporre il compito dell’insurrezione al compito della direzione della lotta sindacale».
È errata l’idea di contrapporre il lavoro sindacale all’agitazione politica, a seconda delle situazioni. Il partito, oggi, non si "riduce" a fare del "tradeunionismo" solo perché la classe è lungi dell’assalto per la conquista del potere politico, al contrario ritiene tanto più necessaria la direzione delle lotte immediate in periodo pre-insurrezionale. Diremo allora che compito dei comunisti, in tutte le situazioni, è di denunciare ai lavoratori la loro condizione generale di sfruttati, additare ad essi i veri nemici di classe e smascherare tutti coloro che fingono di agire nell’interesse dei lavoratori e che invece li subordinano a quelli dell’economia nazionale e aziendale. Compito dei comunisti è di presentare agli operai il programma rivoluzionario comunista, chiarendo con l’agitazione, la propaganda e il proselitismo le profonde contraddizioni della società capitalistica e indicare la sola strada percorribile per superarle. I comunisti indicheranno tutto questo agli operai non solo attraverso gli assunti di dottrina ma nel vivo delle loro lotte, partecipando attivamente, là dove è possibile, alla battaglia quotidiana, incoraggiando l’opera di organizzazione e di azione rivendicativa immediata, così da apparire ai lavoratori come i veri e soli rappresentanti dei loro interessi.

Questi compiti i comunisti devono svolgerli sempre in tutte le situazioni possibili. La situazione esterna al partito non determina la natura, la qualità dei compiti da svolgere, ma solo la preponderanza quantitativa di certi compiti su altri.

Per "situazioni esterne" si intendono gli avvenimenti che non dipendono dalla volontà del partito. Tuttavia il partito può, ad un certo grado di sviluppo e penetrazione tra le masse, che non è certo quello attuale, influire su questi avvenimenti. In un certo senso il partito stesso è un prodotto della "situazione esterna" e dunque tra partito e situazione esterna esiste un continuo rapporto dialettico di interdipendenza che si traduce nel principio in base al quale il partito non muterà mai il suo programma rivoluzionario e la sua teoria di interpretazione marxista degli avvenimenti a seconda della situazione esterna, ma dovrà tenere conto di questa nell’applicazione tattica del suo programma, tenendo anche presente che il grado di influenza del partito è parte integrante di questa situazione. Dalle "Tesi caratteristiche": «Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione delle grandi masse, limitandolo oggi a un piccolo angolo dell’attività complessiva».
 
 

Cardini dell’intervento del partito nelle lotte
 

Come devono impostare la questione i comunisti nella situazione di oggi? Nelle nostre Tesi Caratteristiche, al punto 10 della parte IV si legge:

«L’accelerazione del processo deriva, oltre che dalle cause sociali profonde, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito esclude assolutamente che si possa accelerare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti (...) Per accelerare la ripresa della lotta di classe non sussistono ricette belle e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica. La Sinistra Italiana ha sempre combattuto l’espedientismo per rimanere sempre a galla, denunciandolo come deviazione di principio e per nulla aderente al determinismo marxista. Il partito, sulla linea di passate esperienze si astiene quindi dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti ed intese miste con qualsivoglia altro movimento e organizzazione politica».
Il partito non può limitarsi a fare del "tradeunionismo" nel senso di indicare ai proletari gli obiettivi specifici per cui devono lottare, che generalmente sono già noti ai proletari e per questi essi scendono in lotta, ma deve saper collegare queste necessarie rivendicazioni con le prospettive generali della lotta di classe, deve "illuminarli" sulla strada da percorrere, indicare i limiti delle loro lotte, propagandare la necessità dell’organizzazione di classe e dell’estensione della lotta, senza per questo assumere atteggiamenti professorali, ma calibrando opportunamente l’aiuto pratico di militanti con la propaganda delle posizioni politiche e sindacali generali che caratterizzano il partito e lo distinguono da tutte le altre formazioni politiche eventualmente presenti nella lotta.

Se queste lotte esprimono un’organizzazione dei proletari più combattivi e coscienti, è fuori dubbio che i militanti operai comunisti interverranno in essa e ogni sforzo dovrà essere compiuto per conquistarla al loro indirizzo, facendo attenzione però a non chiudere questi organismi a lavoratori che non abbiano ancora maturato la coscienza di seguire queste direttive. Solo così queste organizzazioni possono effettivamente diventare un "punto di riferimento" per la classe e solo così i comunisti potranno a loro volta diventare un riferimento per quei proletari più coscienti che si pongono il problema di superare i limiti della lotta immediata.

La lotta di classe del proletariato non è il prodotto della volontà di minoranze, non è il frutto dell’insegnamento di elementi coscienti ad altri che non lo sono, ma il risultato di un processo molto più complesso e profondo che ha come causa determinante e scatenante le contraddizioni economiche e sociali del modo di produzione capitalistico che esplodono con dura evidenza nei periodi di crisi produttiva in cui il capitale è naturalmente spinto ad accrescere lo sfruttamento del lavoro salariato. In questo tutt’altro che lineare processo, schiere sempre più vaste di proletari si portano spontaneamente su un terreno di lotta aperta e intransigente contro il padronato e tutti i suoi manutengoli. Emergono allora quegli elementi meglio dotati di capacità organizzativa e più sensibili e coscienti delle tendenze e finalità immediate del movimento e degli strumenti per meglio lottare e per contrapporsi con più efficacia agli attacchi e alle resistenze del nemico di classe.

Se oggi, pur in presenza di una crisi acuta del sistema produttivo capitalistico e di un pesante attacco del capitale alle condizioni di vita di tutta la classe, questo processo di schieramento classista del proletariato stenta a determinarsi ed assume per lo più forme episodiche e marginali, le cause sono da ricercarsi in mezzo secolo di storia dell’economia capitalistica e del movimento operaio che hanno determinato le condizioni economiche, politiche e sociali tuttora disastrose dal punto di vista classista, non certo nella mancanza di "avanguardie organizzate" essendo questo un effetto e non una causa dell’assenza di un vasto schieramento di classe.

Sarebbe tuttavia suicida che da queste considerazioni i comunisti traessero la conclusione che si tratta di "attendere" il delinearsi su vasta scala di un movimento di classe, prima di intraprendere un’azione di indirizzo immediato dei proletari verso gli obiettivi della lotta economica e verso l’indispensabile organizzazione. Significherebbe asserire che i comunisti hanno una funzione passiva e non attiva nel processo della lotta di classe proletaria. Il Partito sa che il risorgere di organismi di difesa di classe è una tappa obbligatoria nel processo che condurrà il proletariato ad incontrarsi con il programma comunista e fin da oggi i suoi militanti hanno il dovere di propagandare tra i lavoratori questa necessità e di lavorare attivamente affinché questa prospettiva si concretizzi là dove l’opera di propaganda del Partito incontra lavoratori seriamente intenzionati ad organizzarsi sul terreno della lotta, al di là delle proprie convinzioni politiche, nella consapevolezza che oggi solo certe minoranze proletarie più coscienti sono suscettibili di disporsi immediatamente sul terreno di classe e nella convinzione che, quando anche ciò avvenisse, queste minoranze dovranno tener conto di essere tali e svolgere il loro lavoro tra gli operai nella modestia di questa consapevolezza, senza sbandate avventuriste.

È dunque corretta l’indicazione del Partito, là dove esso può giungere con la sua parola, all’organizzazione degli operai sui luoghi di lavoro indipendentemente dall’opportunismo sindacale nella prospettiva della ricostruzione di un tessuto organizzativo di classe che soltanto il movimento reale dei lavoratori potrà determinare. È un’indicazione che il Partito rivolge indistintamente a tutti i lavoratori, non solo e non tanto alle loro "avanguardie".
 
 

I Gruppi comunisti
 

Strumenti del partito per l’indirizzo nelle fabbriche e sui luoghi di lavoro sono i gruppi comunisti. Il gruppo comunista, costituito esclusivamente dai militanti operai comunisti e dai simpatizzanti del partito e che non aderiscono ad altri partiti, è un organo alla esclusiva dipendenza del Partito, anzi, un organo del Partito che ha il compito di portare le sue posizioni politiche tra gli operai, inserendo la sua azione di proselitismo e di propaganda sulle lotte operaie e sulle spinte rivendicative della base. Sarà pertanto suo dovere, oltre che partecipare attivamente a ogni manifestazione di lotta e di organizzazione, nata anche sulla base di obiettivi minimi, farsi portavoce dell’indicazione per l’organizzazione indipendente di classe e, qualora ne sussistano le condizioni, anche promotore di iniziative concrete in questo senso e di invito agli operai ad aderire ad organismi che siano venuti a costituirsi su basi di classe.

Sarebbe invece un errore se il gruppo comunista cadesse nella propensione, per "accelerare i tempi", a costituirsi formalmente esso stesso in organismo sindacale immediato, cambiando semplicemente veste formale. In questo modo si cadrebbe nell’illusione che basti l’esempio dei comunisti per indurre gli altri operai ad organizzarsi. Peggio ancora si snaturerebbe la funzione dei comunisti, nella pretesa di avere maggior seguito tra gli operai qualora se ne sminuisca il carattere squisitamente partitico, lasciando credere che gli organi di fabbrica del Partito abbiano contenuto sindacale e dunque siano aperti a tutti i lavoratori che solo accettano i metodi della lotta di classe. Il gruppo comunista indicherà ai lavoratori la necessità della rinascita di organismi di classe e di lavorare per essa, senza cadere nella tendenza a precostituire organismi artificiosi, senza seguito sul luoghi di lavoro, che apparirebbero soltanto come un diverso modo di organizzarsi e di agire dei comunisti o, peggio, una loro inversione di rotta, con grave danno per il Partito.

È indubbio che il gruppo comunista deve aderire ad organismi di base che sorgano sulla spinta di lotte o di esigenze rivendicative operaie o di tentativi di organizzazione da parte di operai più combattivi, costituendo in essi la frazione sindacale comunista, che tenterà di potenziarne lo sviluppo e di assumerne la direzione.

L’azione del Partito deve svolgersi all’interno di questi organismi. Tuttavia il Partito deve mantenere una precisa e chiara separazione organizzativa, che appaia tale in modo limpido e inoppugnabile davanti ai lavoratori e di chiunque ne segua in qualche modo l’azione, nei confronti degli altri gruppi politici che, in un modo o nell’altro, si richiamano alla classe operaia e che, come afferma la tesi citata, "usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti", portatori delle posizioni errate cui abbiamo accennato. Saranno sempre messe bene in evidenza le contrapposizioni con questi, sia sul terreno dei metodi di lotta immediata, sia sul terreno del programma, sia su quello di una opposta organizzazione e disciplina di partito.
 
 

Lenin: In certe organizzazioni, a certe condizioni
 

L’intervento negli organismi proletari difensivi va svolto con un preciso "spirito di partito". L’espressione è ancora di Lenin e la ritroviamo in uno scritto del 1905, Il partito socialista e il rivoluzionario senza partito, in cui Lenin analizza la questione della partecipazione dei "socialdemocratici" alle organizzazioni che allora nascevano al di fuori dell’ambito dei partiti, in particolare i Soviet, ma non solo questi, quelle che egli chiama "organizzazioni apartitiche".

«È ammissibile l’adesione dei socialisti a queste organizzazioni? E, in caso affermativo, a quali condizioni è ammissibile? Quale tattica occorre seguire in queste organizzazioni? Al primo interrogativo non si può rispondere con un "no" categorico, di principio. Sarebbe sbagliato dire che l’adesione dei socialisti alle organizzazioni indipendenti dai partiti non sia ammissibile in nessun caso e a nessuna condizione (...) Ma non c’è dubbio che i socialisti devono circoscrivere chiaramente questi "casi"; non c’è dubbio che essi possono ammettere una certa partecipazione solo a certe condizioni, ben precise e determinate. Perché, se le organizzazioni apartitiche sono determinate dalla relativa immaturità della lotta di classe, d’altro canto il rigoroso spirito di partito è una delle condizioni che rendono cosciente, chiara determinata e coerente la lotta di classe. La difesa dell’autonomia ideale e politica del partito è un dovere costante, immutabile e assoluto dei socialisti. Chi non assolve a questo dovere smette di fatto di essere un socialista, per sinceri che siano i suoi convincimenti "socialisti" (...) Quale tattica dovremo seguire nelle unioni indipendenti dai partiti? Dovremo valerci di ogni possibilità di istituire legami autonomi e di divulgare tutto il nostro programma socialista».
La preoccupazione di Lenin circa il "rigoroso spirito di partito" è oggi particolarmente valida. In pratica, riferito ai giorni nostri, ciò significa che nell’azione dei sindacati il Partito deve vedere un’occasione per divulgare il suo programma rivoluzionario, che i militanti operai devono intervenire costantemente come comunisti, mai mimetizzandosi in semplici "lavoratori combattivi", e che la loro azione deve apparire chiaramente volta a far sì che gli organismi in cui agiscono siano permeati dal loro indirizzo sindacale di partito, senza che ciò comporti l’esclusione di quei lavoratori che a tale indirizzo non si subordinano e senza per questo abbandonare l’organizzazione se tale indirizzo non recepisce pienamente, ma tuttavia mostra di proseguire seriamente l’azione su un terreno operaio.

Il libero scontro tra le tendenze politiche nel seno dei sindacati è una delle condizioni indispensabili al nostro lavoro in essi; viceversa il Partito si troverebbe nelle condizioni di non poter agire secondo i suoi scopi e le sue finalità. Non vi è contraddizione tra il carattere aperto che i sindacati devono avere, cioè la libera adesione dei proletari desiderosi di battersi semplicemente sul terreno dello scontro diretto di classe, e lo sforzo che il Partito deve condurre per estendere in essi la sua influenza politica nella prospettiva di conquistarne la direzione.

In proposito citiamo ancora Lenin dalla Risoluzione della riunione estiva del 1913 del CC del POSDR con funzionari di partito:

«Tutto il lavoro nelle associazioni operaie deve essere condotto non nello spirito della neutralità, ma ispirandosi alle risoluzioni del Congresso di Londra del POSDR e del Congresso Internazionale di Stoccarda. I socialdemocratici devono far partecipare a tutte le associazioni operaie una cerchia di operai la più larga possibile, invitando ad iscriversi tutti gli operai, senza opinioni di Partito. Debbono però costituire all’interno di queste associazioni dei gruppi di Partito e ottenere, con un lungo lavoro sistematico in seno a queste associazioni, l’instaurazione dei più stretti rapporti tra esse e il partito socialdemocratico».

 

Il senso del nostro "spirito di partito"
 

Il Partito deve mantenere una netta distinzione organizzativa da tutti gli altri raggruppamenti esistenti in seno ai sindacati, e dai sindacati stessi, dei quali può appoggiare o criticare pubblicamente le iniziative, indipendentemente dalla partecipazione dei suoi militanti all’organizzazione. All’interno dei sindacati i comunisti metteranno a disposizione le loro forze operaie per lo svolgimento del lavoro pratico, invitando gli altri lavoratori ad aderirvi. I militanti si devono inoltre riservare la facoltà di prendere le distanze da ogni iniziativa e posizione che contraddica o possa confondere le posizioni politiche del Partito e devono dare a questa distinzione il massimo possibile di risonanza e ufficialità. Diversamente i lavoratori saranno indotti a ritenere che i comunisti condividano posizioni che non li caratterizzano e il Partito ne ricaverebbe un grave danno.

Un’altra condizione per la nostra partecipazione è che non siano "sindacati fantasma", costituiti da raggruppamenti politici in cerca di notorietà ed etichettatisi per l’occasione "gruppi operai" e i cui effettivi non rappresentino altri che se stessi. Il Partito è per principio contrario ad ogni pateracchio con altre organizzazioni politiche, aspetto che verrebbe inevitabilmente ad assumere in una situazione del genere. Non bisogna dimenticare che gli operai giudicano il Partito non tanto dalle sue enunciazioni programmatiche, quanto dal comportamento dei suoi militanti in relazione ad esse.

Per altro non è motivo di disinteresse del Partito e di non intervento attivo nelle lotte operaie il grado minimo delle sue rivendicazioni e il suo livello soltanto istintivo e del tutto incosciente di opposizione all’oppressione capitalistica, bandendo dal suo seno atteggiamenti falsamente puristi, che tendano a teorizzare l’inattività del Partito sotto il pretesto che trattasi di movimenti non degni di essere presi in considerazione.
 
 

La necessità dell’organizzazione economica di classe caposaldo programmatico del partito
 

I comunisti indicano al proletariato la prospettiva della ricostruzione del sindacato di classe. Il partito non può prevedere oggi attraverso quali strade si concretizzerà questa prospettiva, ma è un assunto fondamentale, più volte richiamato nei corpi di tesi del Partito, che nessuna situazione rivoluzionaria potrà determinarsi, e che dunque non è pensabile l’incontro storico tra il Partito e la classe, senza che tra di essi non si dispieghi una vasta e ramificata rete di organizzazioni economiche per la difesa contro gli attacchi del capitale. Né dipende, questo processo, dalla volontà del Partito, in quanto non potrà che essere l’espressione organizzata dello spontaneo schierarsi delle spinte rivendicative proletarie, sotto lo stimolo dell’aggravarsi costante delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ma questo schieramento dovrà prodursi e il Partito ha il dovere di lavorare in questa e per questa prospettiva storica, la cui determinazione organizzativa esplicita e non episodica è forse più vicina di quanto noi stessi possiamo pensare.

La necessità dell’organizzazione indipendente di classe va dunque propagandata ovunque; deve essere un caposaldo programmatico del Partito, un suo distintivo politico non di secondo piano.

Non si tratta solo di condurre la propaganda per il sindacato di classe, riducendo questa prospettiva storica a battaglia ideale. A questa coscienza, meglio, a questo schieramento materiale il proletariato perverrà attraverso un processo lungo e tormentoso del quale i primi esempi fuori e contro i sindacati ufficiali in questi ultimi anni ne costituiscono in un certo senso la preistoria, il primo debole e fragile passo concreto. Ma in questi episodi, così come in generale nelle lotte operaie dove la parola d’ordine del Partito possa giungere, la prospettiva della necessità dell’organizzazione indipendente classista deve essere portata con chiarezza affinché i lavoratori siano indotti a vedere nei comunisti i portatori più coerenti e conseguenti di questa prospettiva.

In conclusione, il Partito non si erge a edificatore e costruttore di organismi di classe, ma i suoi militanti hanno il dovere di prospettare ai proletari questa necessità imprescindibile della lotta per la difesa dei propri interessi e di partecipare attivamente alle spinte organizzative che vanno in questa direzione, là dove è possibile e dove esista la predisposizione in questo senso di lavoratori, anche se di esigue minoranze.

In questo lavoro e per questa azione il Partito non ha nulla da innovare né in dottrina, né in programma rivoluzionario, né tanto meno in organizzazione interna essendo la sua azione in linea con tutta la tradizione della Sinistra Comunista. Non ha che da proseguire sulla strada di sempre, senza false illusioni, senza fretta e impazienza, nella consapevolezza che l’intero arco di eventi che parte dalle prime manifestazioni proletarie spontanee contro l’oppressione capitalistica e che conduce, attraverso un complesso delinearsi di situazioni, alla rivoluzione proletaria diretta dal Partito Comunista, è ancora interamente da compiersi. Ma le sue fasi salienti sono note al Partito fin da oggi e solo in esso vivono come cristallizzazione di un processo sociale che parte dall’apparizione del proletariato sulla scena della storia delle lotte di classe e che si dispiega attraverso un secolo e mezzo di battaglie, di tante tremende sconfitte e di poche ma luminose vittorie. Da queste e da quelle il Partito ha tratto lezioni e posizioni irreversibili, che difende oggi, alla vigilia di sconvolgimenti e tensioni sociali dalle quali la classe operaia di nuovo si ergerà potente contro un vile mondo in putrefazione.