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Troppi spettri si aggirano per il mondo
– l’Europa è ormai stretta per contenerli.
Se ne sono accorti gli esegeti e i teorici
del capitalismo perbene, del libero mercato, con le regole e i vincoli
che lo rendono morale, dignitoso e benefico. Siccome da tempo il meccanismo
internazionale di produzione e della finanza mostra vistosi segni di cedimento,
con l’inizio del ciclo di ripresa posposto di anno in anno, questi spiriti
forti hanno alla fine compreso che è nella sua natura il fantasma,
che ne disturba e corrompe l’armonia e la funzionalità. Ancora non
sono riusciti a capire come materialmente se ne possa arrestare il turbinare,
ma si affannano a rammentare i pericoli che questa situazione può
avere sul futuro del Mondo, sulla pacifica convivenza e collaborazione
degli Stati.
Sia chiaro, lo spettro che vedono all’opera
non è più quello del Comunismo; questo, nel senso comune
della storia e secondo l’ideologia dei tempi correnti, appartiene ad una
fase ormai tramontata, tutta da ripudiare e dimenticare. E se tra lorsignori
qualche demagogo ancora lo agita a mo’ di spauracchio davanti all’incurabile
e imbecille viltà delle mezze classi, è solo per ravvivare
un po’ l’ambiente, con vantaggio per destri e sinistri, non certo perché
ci credano o desti preoccupazione. No, il Comunismo non c’entra nulla in
tanto filosofeggiare.
Benché la minacciosa presenza che
incombe sul Mondo sia intuita come un prodotto del capitalismo stesso,
il suo lato oscuro, la sua anima, in fondo, demoniaca, quel fantasma in
realtà non viene individuato, netto e preciso, nel capitalismo e
nel mercato stessi, liberisti o statalisti che siano, né si ha l’onestà
di riconoscerne la ineluttabile e intrinseca forma regressiva. Ogni critico
borghese, per mettersi in pace la coscienza, secondo lo specifico campo
di attività e la tinta politica che si ritrova addosso, vede solo
una particolare faccia dello spettro, e le dà il nome che ritiene
più suggestivo. Ne viene fuori un campionario di mali parziali,
e dei corrispondenti parziali, quanto ipocriti e illusori, rimedi.
Ecco che salta fuori l’importuno “conflitto
di interessi” che privilegiando il potente impedisce di perseguire il Bene
comune. Ecco la “bolla speculativa”, enfiata di nulla dalle spregiudicate
mene della grande finanza e che, scoppiata, rovina le sudate risorse dei
piccoli risparmiatori. Ecco il maneggio dell’”insider trading”, la conoscenza
dei meccanismi reconditi della finanza societaria, che permette a pochissimi
addetti di approfittare della moltitudine di investitori. Ecco i “bilanci
truccati” delle aziende, che gabbano gli investitori. Ecco gli Stati medesimi
sull’orlo del fallimento, che emettono obbligazioni fondate sul nulla per
finanziare il loro deficit. Ecco il collasso della “new economy”, il miraggio
dei soldi fatti dal nulla se non dalla promessa di un futuro in continua
espansione, che ingoia i fondi pensionistici di quei lavoratori che, dicevano,
erano garantiti. Ecco infine la spettro della guerra, non frutto maturo
del capitalismo ma prodotto del “militarismo”, della “politiche aggressive”,
della stupidità “dei guerrafondai”.
Ricette pratiche efficaci, nemmeno per
esorcizzare questi singoli spettri, non se ne trovano nell’armamentario
delle buone intenzioni, mentre il modo di produzione capitalistico,
unico spettro dai cento volti, continua a scardinare le certezze nelle
sorti progressive e prospere del mondo borghese.
Nei fatti la quantità, la massa,
il Moloc, la montagna di Capitale – altro che “fantasma” – fino
ad oggi prodotta monta ad altezze mostruose. Niente ormai di questo Blob
alieno, informe e debordante è utilizzabile per il bene della specie
umana, grava infetto sul lavoro vivo imponendo ogni mezzo per incrementare
ancora e ancora la sua pervasività ed ingombro. D’impiccio a questo
suo fine unico e implacabile il Capitale non tollera regole, vincoli, disciplina.
Questa verità definitiva, raggiunta
dal marxismo oltre un secolo e mezzo fa, è talmente dura da accettare
e gravida di conseguenze terribili per i borghesi, che questi non possono
che ridursi a “credere ai fantasmi”. Preoccupati per il fosco domani del
capitalismo è giocoforza ripetano i soliti esorcismi: più
“trasparenza” per le aziende e per gli investitori; certezza nei patti
sottoscritti dalle parti sociali “concertanti”; “più controllo”
da parte degli “organismi a ciò preposti”; istituzionale “divisione
dei poteri”; responsabile “democrazia parlamentare”; “certezza del diritto”;
“cooperazione” tra gli Stati; “soluzione pacifica” dei conflitti, ecc.
ecc.
Intanto, dall’altra parte, quanti sono
preposti al governo dell’infernale sistema, col pragmatismo che la situazione
richiede, inevitabilmente con metodi sempre più “informali” se non
“illegali” rispetto allo scema ritualità democratica, continuano
dittatorialmente ad usare la solita ovvia unica loro ricetta di “politica
economica e monetaria”: scaricare sulle spalle delle classi più
deboli il peso della crisi industriale e finanziaria, iniziando a distruggere,
dove esistenti, le strutture dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Nel
frattempo riorganizzano alleanze e strategie per la prossima, sempre più
difficile, ripartizione dei mercati internazionali, per il controllo delle
fonti energetiche, e cominciano a considerare l’ipotesi di attrezzare di
nuovo gli Stati in vista di un non più tanto remoto conflitto generalizzato.
Di “animi candidi”, nella sua secolare
storia, il Comunismo molti ne ha conosciuti. In altri, lontani, periodi
anche disposti a fare un pezzo di strada insieme ai partiti del proletariato.
Ma nell’attuale fase storica di imperialismo dispiegato, tutti questi “sinceri
democratici” candidi lo sono soltanto all’apparenza; in realtà sono
e saranno schierati ferocemente contro la classe operaia e rivoluzionaria
e, senza remore, col Capitale, con la sua infame legge economica e con
tutte le sue mostruosità.
Rapporto esposto nella riunione di Torino, settembre 2002.
(53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58).
Quando Lenin ha scritto Imperialismo ha
scritto Capitalismo. Soltanto i sedicenti marxisti-leninisti
hanno
potuto pensare, nella loro interpretazione dell’Imperialismo, o addirittura
del “leninismo”, come fase nuova, che questa formula abbia voluto rinnegare
le premesse del marxismo ottocentesco.
Il capitalismo, finita l’epoca, almeno nei
paesi di vecchia industrializzazione, delle definizioni nazionali, non
poteva che sfociare nell’imperialismo, con le sue espressioni di oppressione
coloniale e di pressione sul proletariato metropolitano, fino alle inevitabile
guerra tra Stati, che noi abbiamo sempre letto come guerra sociale piuttosto
che nazionale.
Quando allora, quasi inconsciamente parafrasando
i nostri testi, certi ideologi borghesi in veste di “politologi” o di “strateghi
della guerra”, ammettono che la guerra terroristica è l’ultima
modalità della guerra tradizionale o convenzionale, non fanno che
riferirsi ad un tipo di guerra “a nemico invisibile” nella quale i più
martoriati sono i cosiddetti “civili”, più ancora dei “militari”
impegnati nelle operazioni.
Se si avesse la pazienza di quantificare statisticamente
il numero delle vittime “civili” delle diverse forme di guerra, dalle imprese
napoleoniche ad oggi, potremmo rappresentare questa quantità in
grafici in cui l’impennata dell’ultima guerra mondiale desterebbe grande
impressione. Noi sappiamo bene per quale motivo si manifesta questo fenomeno:
perché nel modo di produzione capitalistico la guerra non svolge
più la funzione di confronto semplicemente territoriale tra le potenze,
ma di lotta economica e commerciale legata a determinati livelli di sviluppo
delle forze produttive.
I proletari sono chiamati non solo a “produrre”
secondo il rapporto che li lega al Capitale come rapporto sociale, ma a
sostenere il peso delle azioni militari, e così subire quei salassi
che sono necessari alla guerra intesa come azzeramento dei contenziosi
aperti tra le opposte bande borghesi nel mondo.
Così per noi la guerra non comporta
semplicemente lo studio delle questioni specificamente strategico-militari,
che pure ci competono, ma soprattutto il quadro completo che lega la
produzione al fenomeno guerra, in tutte le sue possibili implicazioni.
Nella fase imperialistica sappiamo come la
guerra esploda in quanto momento necessario, nel quale le contraddizioni
vengono al pettine. Se è vero, parafrasando l’abusato Clausewitz,
che la guerra è la continuazione della politica (e dell’economia),
si deve dire che continuazione non significa sospensione né
della produzione, né della politica, né della diplomazia,
ma invece prevalere d’una dimensione sull’altra, fino al punto che l’una
– la guerra e la questione militare – prende chiaramente il sopravvento
sulle altre ed a sé le subordina per una serie di fattori che vanno
analizzati e spiegati.
Oggi, nel clima di quasi totale mancanza di
influenza della corrente rivoluzionaria, si è giunti a riconoscere
che il fattore militare può essere utile per la ripresa
economica minacciata di stagnazione, in qualche modo si afferma “ben
venga la guerra”. Non ne facciamo certo una questione morale o peggio
moralistica
di
indignazione
davanti
al fenomeno guerra, ma mai accetteremo la guerra capitalistica come una
inevitabilità
alla quale di deve soggiacere, anche se la classe
operaia a livello generale si trova largamente infeudata alle logiche nazionali
e sovranazionali.
Vedere quando, e secondo quali incidenze,
la guerra diventa argomento all’ordine del giorno, e secondo quale coinvolgimento
di Stati e di aree, non è un’esercitazione accademica ma una necessità.
Noi abbiamo indicato secondo quali logiche
gli equilibri di Yalta cominciarono ad incrinarsi, dopo decenni di guerra
fredda nel corso dei quali ciascun blocco sacrificò sull’altare
degli equilibri usciti dalla Seconda Guerra mondiale ogni incursione seria
nell’area di influenza altrui. Da Berlino 1953, alla rivolta ungherese,
alla invasione della Cecoslovacchia del 1968, alla crisi polacca culminata
nel 1979, abbiamo osservato come, nonostante le polemiche e le “condanne”,
il cosiddetto Occidente non si è mai mosso militarmente,
fatta eccezione per il caso Cuba, allorché stava per essere messa
in discussione la dottrina Monroe enunciata nel lontano 1823, che
va sotto la formula “l’America agli Americani”... Valore e resistenza delle
dottrine,
vero “compagni” Yankee? In quella circostanza si rischiò la guerra
atomica,
almeno così si è detto. Ma il bluff
sovietico si manifestò
per quello che era. Non si butta all’aria un equilibrio uscito da una carneficina
mondiale, seppure precario, solo dopo un quindicennio.
Eppure l’imperialismo mondiale, non solo quello
Usa!, non stava certo fermo. È stato dopo la sindrome Vietnam, per
quel che riguarda gli Stati Uniti, e dopo che la cintura degli Stati satelliti
dell’URSS è entrata in fibrillazione che gli equilibri di Yalta
hanno cominciato a non tenere. Al di là di tutte le fantasticherie
sull’aggressività russa, nessuno può mettere in discussione
che la Russia non ha e non poteva spingersi verso Occidente, tanto è
vero che la sconfitta nella competizione della cosiddetta coesistenza,
teorizzata dallo “zappaterra” Krusciov, ha spinto l’impero a implodere
e
a dichiarare la sua fine senza colpo ferire. Si era insomma ingloriosamente
svelato per quello che era il Mito Russia, come avevamo da tempo,
e da soli contro tutti, preconizzato.
Ma noi non abbiamo mai considerato la dinamica
imperialistica come immodificabile ed immobile. Abbiamo cominciato a prevedere,
negli anni 1975-80 delle linee di movimento, che definimmo nella morsa
della alternativa: o guerra o rivoluzione. Naturalmente tra le risate degli
avversari che possono averci letto. Troppo semplicistico, improponibile,
schematico ecc.! In realtà nessuno, crediamo, ha mai voluto fare
il Nostradamus della situazione. La nostra alternativa non è del
momento, ma è storica nella fase imperialistica. Se sono passati
decenni, per certi anche di “disillusione”, di stanca e logorante “attesa”,
per noi il tempo della storia, lungo o corto, è tempo storico, da
nessuno manovrabile a piacimento, in barba ad ogni illusione di histoire
évenémentielle!
Saltati gli opposti veti militari, col crollo
dell’ex URSS, era inevitabile che si dovessero disegnare nuovi assetti
geopolitici, del resto già in embrione prima ancora che il Muro
cadesse.
Per noi l’imperialismo russo non da poco tempo
trescava col più organizzato e “articolato” imperialismo occidentale;
ma gli assetti economici d’area possono bene essere mascherati da sovrastrutture
politiche, come fu per oltre 60 anni. Sotto quella pressione l’opportunismo
staliniano aveva illuso il proletariato, largamente, che le sue lotte potessero
trovar protezione sotto lo scudo russo. Noi lo abbiamo sempre contestato.
E così, allorché nel decennio scorso 1990-2000 il prevalente
imperialismo USA (ed accoliti) ha pensato di gestire da gendarme unico
l’apparato politico mondiale, non solo non ci siamo sorpresi, ma abbiamo
saputo vedere come la situazione si sarebbe messa in movimento, non in
previsione della “pace perpetua”, ma di nuovi, non del tutto prevedibili
assetti mondiali.
Che gli USA abbiano “umiliato” la Russia in
panne al suo interno durante la guerra con l’Irak, e dimostrato la superiorità
netta degli strumenti di distruzione a disposizione; nel decennio il tentativo
costante di erodere l’influenza russa, fino ad attrarre nella sua orbita
gli ex Stati satelliti, ha portato alla situazione attuale, allorché,
in virtù di tre guerre balcaniche e dell’ultima guerra arghana,
l’accerchiamento strategico sta portando ad una cintura di Stati che vanno
dal Mar Caspio all’India. La vecchia potenza russa si trova, nel suo gioco
a scacchi, secondo la tattica a lei nota da Kotuzov a Stalin, a giocare
di riserva, facendo inevitabilmente le finte di non volersi opporre alla
Nato. Del resto, come lo potrebbe?
Ecco allora il nemico comune islamico, che
forse permetterà al vecchio orso polare di farsi togliere qualche
castagna dal fuoco dal potente ex nemico. Ma il nuovo assetto è
in fase di assestamento, ed ha bisogno di risorse e grande dispiegamento
di forze.
Per questo c’è bisogno del petrolio,
delle fonti di energia (altro che fonti alternative credibili!) che giacciono
nel Mar Caspio, e interessano tutta l’area che dalla Balcania porta all’Oceano
Indiano. In questo scenario, che non si è certo prodotto d’amblais,
così per caso, l’episodio da film a effetti speciali dell’atto terroristico
dell’11 settembre s’iscrive in un copione che se non noto nella pur agghiacciante
realtà, non era estraneo a timori da tempo coltivati dalla superpotenza
USA. Infatti episodi già molto significativi, come quelli del Kenia,
e un precedente attentato alle torri perpetrato da un ultrà americano
che non è stato forse indagato a fondo per carità di Patria,
la dicono lunga sulla “guerra terroristica” che viene annunciata per lungo,
anzi lunghissimo periodo.
Il processo di “militarizzazione” di larghe
aree del globo, in particolare quella indicata che parte dell’Adriatico
inferiore e porta all’Oceano Indiano, significa controllo anche territoriale
dei giacimenti e delle risorse petrolifere che si stimano interessanti
per i paesi industrializzati per almeno altri 20 anni.
La storia fa di questi scherzi: se allarghiamo
l’evento e lo leghiamo ad altri, e cerchiamo una logica che li leghi in
qualche misura, ciò che sembrava “singolare” o irripetibile, assume
invece contorni d’una realtà di lungo periodo, in un certo senso
d’una continuità esemplare. Come si fa allora a farneticare, solo
perché è di moda parlare di “guerre virtuali”, come fa il
filosofo Cacciari, noto federalista di sinistra, a sostenere che «l’epoca
delle volontà egemoniche contrapposte, degli “Stati combattenti”
si è conclusa», per riconoscere subito dopo che «nessuno
Stato, per propria intrinseca natura, può esercitare un effettivo
governo mondiale» (“Corriere Economia” 12-10-2001).
Certo, l’imperialismo non è un Superstato,
non è da identificare con una sola per quanto devastante potenza.
È ancora peggio: è scontro inevitabile di necessità
ed appetiti che non possono in nessun modo essere mascherati, anche quando
si indossa la maschera delle vittime. Se soltanto si richiama alla mente
la macchina da guerra messa a punto in lunghi decenni dagli Stati imperialisti,
ci si domanda come era ed è possibile illudersi che la polveriera
non prenda fuoco, che lo si voglia o no!
La “guerra” viene definita “operazione di
polizia internazionale”, come l’inconscio opportunista suggerisce, perché
non si tenga a mente la lezione secolare di due macelli imperialistici
e oltre 169 guerre “per procura”, come furono chiamate quelle che hanno
devastato per decenni Africa, Asia, ed America Latina. È il succedaneo
momentaneo della “guerra dispiegata”. Certo, “polizia internazionale” allude
a misure di “sicurezza” contro il “nemico invisibile”, protetto dagli “Stati
canaglia” che al momento opportuno si sono dichiarati sorpresi dalle malefatte
dei fondamentalisti. Non fanno eccezione i preti barbuti di Kabul,
del paese apparentemente più povero, popolato da tribù vessate
da una schiera di fanatici già allevati e utilizzati dallo stesso
imperialismo tecnologico per i propri fini. Si veda la cartina che segna
il passaggio reale e progettato degli oleodotti, e si capirà qualcosa!
Del trucco e dell’ambiguità delle parole
ne
sappiamo qualcosa: se volessimo essere sottili ogni fase della guerra tra
opposte frazioni del Capitale è stata accomodata con un nome speciale.
Dopo la discinta belle époque del primo Novecento, la “Grande
Guerra”, un nome maestoso che incuteva rispetto e terrore; poi la “Guerra
Democratica” contro la “Barbarie nazi fascista”, guerra nobile per eccellenza,
che aveva il compito di debellare il “pazzo furioso invasato dal demonio”
(recente definizione dell’esperto Ratzinger); poi la “Guerra Fredda”, servita
naturalmente ghiacciata ai più sfortunati, lasciati nelle mani del
proprio blocco di appartenenza. Quindi l’interregno 1990-2000, segnato
dalla guerra peggiore, detta “Umanitaria” che, in nome del nuovo ordine
mondiale, ha provveduto a fare dell’America il “Gendarme Unico”, che in
nome del “Pensiero Unico”, avrebbe dovuto segnare la fine d’ogni guerra
guerreggiata, inaugurando la “Globalizzazione”, il regno del mercato, d’una
nuova belle époque danzata al ritmo del rock e della
sfrenata società dei consumi, del sesso e della carne a buon mercato,
cruda e cotta... È durata poco, e come allora risvegliata alla realtà
in modo oscuro e minaccioso. Ma in tutti questi nomi era ed è presente
il seme che gli aveva dato la vita: il capitalismo imperialistico.
C’è chi, inevitabilmente, la mette
in “metafisica”, con la solita considerazione che “la guerra” c’è
sempre stata, e sempre ci sarà; a meno d’una “rivoluzione interiore”
dell’Uomo!
Poiché è urgente attenersi ad
una analisi circoscritta, concreta della situazione concreta, si
tratta di stabilire fino a che punto è il caso di dilatare il tempo
e lo spazio da prendere in esame: noi l’abbiamo detto fin dalla nostra
nascita: il Novecento, finite le guerre per la definizione dei confini
nazionali, almeno in Europa, è il secolo lungo (altro che
breve
alla
Hobsbawm) delle guerre antiproletarie di cui non si vede la fine, anche
una volta che è finito.
L’obiezione, più che seria, che ormai
l’Europa non è il mondo, e che noi stessi dovremmo riprendere in
mano il nostro testo Fattori di razza e nazione, non è certo
da sottovalutare. Certo non possiamo cadere nella formula etnico-razziale
secondo la quale l’Europa ha sempre peccato di “eurocentrismo”, non riuscendo
a valutare appieno l’apporto e la specificità di altre aree geografiche
e culturali.
Lo stesso Marx è stato spesso tacciato
di razzismo tedesco, per aver privilegiato la dialettica moderna nata in
questo paese con Hegel, per non aver avuto buona considerazione della cultura
asiatica, ecc. Dovremmo dire meglio, proprio a chi in nome del relativismo
non riesce a capire la “relatività” non solo applicata al mondo
fisico e naturale, ma anche a quello storico e sociale, che è inutile
far finta di non vedere che nell’epoca della industrializzazione, la cultura
del vecchio continente ha avuto la prevalenza, ha irradiato potere e potenza
economica e culturale! Che cosa dovremmo fare: far finta di non vedere,
e magari non comprendere perché Marx parla di coniugare l’economia
politica inglese, con la politica francese e la filosofia tedesca? Almeno
si dimostrò (non si rivolti nella tomba!) europeo molto prima di
lorsignori.
Ma la questione non è questa. È
invece che lo sviluppo delle forze produttive, irradiandosi dalla favorita,
anche dal clima, civiltà anglosassone, ha plasmato di sé
il mondo intero. Non ce ne doliamo, sarebbe tempo perso, e forse anche
ingiustamente.
Il tanto citato ed abusato Huntigton (The
crash of the civilisations), che si muove sull’onda delle “sovrastrutture”,
come tutti quelli che vogliono nascondere il tanto odiato economicismo
(che noi stessi consideriamo insufficiente e fuorviante), comunque tenta
di decifrare le tensioni del nuovo millennio. È fuori discussione
che il primato della tecnologia prodotta dall’Occidente costringe determinate
culture già in auge nel passato a fare i conti con l’imperialismo
preminente dell’area anglosassone, sia quelle dell’area mediorientale (che
comprende e il trapiantato ebraismo e l’Islam), sia quelle dell’area indiana
induista, sia il confucianesimo travestito da “comunismo”, sia lo scintoismo
giapponese. Ma se in nome delle diversificate aree culturali non vedessimo
più la sottostruttura economica e sociale, allora sì che
avremmo venduto la teoria ed ogni chiave di lettura dell’attuale crisi
di guerra!
Dovremmo invece chiederci con serietà
la ragione dell’operazione malamente mascherata, che tende a vedere in
certe culture, malate di integrismo, la causa del conflitto.
Noi abbiamo sempre sostenuto che quando il Capitale si è rivestito
dei connotati odiosi del nazionalismo estremo, dal fascismo al nazismo,
ed oggi del terrorismo a sfondo religioso, aveva ed ha da mascherare interessi
inconciliabili, che solo con la guerra si possono se non azzerare, almeno
mettere in pari il loro contenzioso accumulato storicamente.
Chi non vede che le nazioni islamiche, molto
diverse e variegate nel loro sviluppo, si sono illuse di vivere di “rendita
petrolifera” per lungo tempo, dalla crisi del 1973, allorché il
“petrodollaro” sembrava dover mettere in ginocchio l’economia occidentale
ed in specie statunitense. Eppure, nonostante che l’Arabia Saudita sia
tutt’ora governata dai “wahabiti” (dottrinariamente il nucleo più
integrista e conservatore dell’Islam), si è assistito allo allineamento
di questo paese, massimo produttore di petrolio, con la superpotenza USA.
Come si spiega, stando al “fondamentalismo” islamico, questo fenomeno?
Non cadiamo nella trappola: l’Islam, apparentemente impermeabile al Capitale
inteso in senso anglosassone, cadrà, come già ha fatto il
cristianesimo più arretrato, sotto la pressione non della neutrale
“Tecnica” (vedi Severino) ma del micidiale Capitale! Non che, ai nostri
occhi, questa potenza sia un dato insuperabile e demoniaco, ma perché
la superiorità delle forze produttive moderne, come ha vinto il
feudalesimo, così vincerà la ummah.
Sarà travolto solo dalla coalizione
del lavoro estorto, dai proletari di tutto il mondo uniti. Ma dove sono?
si chiede l’infedele. Non vedete come sono sottomessi, lì
ad Allah, qui alla fabbrica, al padrone ormai sempre più anonimo?
Non vi disperate. Negli svolti che la storia sa creare, che si determinano,
non per il motore dell’amore reciproco, ma per necessità sociale
(che creerà anche empatia effettiva, piuttosto che misera e squallida
competizione per delle briciole), quella coalizione rinascerà dalle
sue ceneri, come l’araba fenice.
Nessuno sembra “crederci”. E stando ai fatti,
ai “merdosi fatti”, pare aver ragione. Ma noi stiamo al verdetto della
storia. Anche alla fine dell’Ottocento i più abili dei sofisti si
erano vantati di aver costretto il marxismo in “soffitta”, pena vederselo
vivo e vegeto solo 15 anni dopo, ed in che modo!
Forti di questa convinzione, di questi dati
inoppugnabili, dobbiamo anche curarci dell’imperialismo, dei suoi
assetti strategici e militari. Lo studio serio e sistematico di Marx ed
Engels delle condizioni storiche del loro tempo, degli schieramenti reali
e possibili, non intendeva essere accademico; come pure non si illudeva
di manometterli a piacimento. Ma nell’epoca della “doppia rivoluzione”
possibile in determinate aree, comportava delle alleanze inevitabili e
necessarie, poiché lo schieramento del proletariato a favore momentaneo
delle borghesie progressiste era vitale.
Ed oggi? Non è sufficiente dire che
ormai, nella suprema fase del capitalismo, non si pongono assolutamente
questi problemi. Certo non nelle aree metropolitane. Ma in aree arretrate,
in cui si dibattono problemi di tribalismo, di uso cinico delle contrapposizioni
tra “gruppi dirigenti” corrotti con altri velleitari o impotenti, non è
detto. L’analisi concreta della situazione concreta è ancora utile
e necessaria. Di questo il Partito dovrà farsi carico. E di fatto,
nei limiti dei suoi mezzi, lo ha fatto. Ci riferiamo ai lavori sul Sud
Africa, sull’Etiopia, e quelli molto elaborati sulla Cina. Certo, il mondo
globalizzato
di
oggi non è quello dell’Europa dell’Ottocento, e paradossalmente
soltanto per conoscerlo sarebbe necessaria una forza di Partito 10 volte
più potente di quella del tempo. Ma è anche vero che in
dottrina il problema fondamentale è la
bussola, la capacità
di orientarsi. E soprattutto la forza, che è stata storicamente
decimata dal tradimento!
Concludendo velocemente sul nostro tema, per
contrasto, abbiamo la “fortuna” di assistere a crepe interne dell’imperialismo
che non ci faranno mai dire frasi del tipo “tigre di carta”, oppure le
solite fregnacce d’un Negri, nel suo ultimo “Empire” (non a caso pubblicato
da Harvard: quando si dice l’America universitaria!) che sostiene che «la
globalizzazione in sé non è un male perché ha finalmente
spazzato via gli Stati nazionali»!.
L’imperialismo sa che sta attraversando un’epoca
difficile. Se fosse per i mezzi militari, avrebbe da mettere sul campo
forze distruttive, ma, a spese sue, sta imparando che la “distruzione”
dovrebbe essere “creativa”, e non semplicemente “distruttiva”! Sappiamo
della ingenuità d’un Einstein che, sommo in fisica, era ingenuo
in politica al punto di dire «la IV guerra mondiale si combatterà
con le pietre»! La dialettica materialistica non riduce tutto a forza:
sa riconoscere il valore della politica, perché conosce bene la
natura dell’economia che la sorregge, gli interessi che la animano.
Ma in ultima istanza sa che l’economia è prodotto di lungo periodo,
di modi di produzione di forme che per modellarsi hanno metabolizzato
uomini e cose!
Allora, sappiamo che la guerra imperialistica,
al di là dei nomi che possiamo darle per comodità, è
il frutto di modi di produrre e di pensare antagonistici. Certo, né
gli USA né gli altri contendenti lasceranno il campo al socialismo
senza lacrime e sangue. Ma dovranno cedere alla potenza delle forze produttive
che hanno evocato.
A noi non perdere di vista le condizioni reali
effettive, né gonfiandole con l’illusione, né sottovalutandone
le crepe.
L’intreccio Stato-guerra
In questi ultimi tempi certi “strateghi”, a
livello mondiale, hanno fatto notare che in particolari aree del pianeta
l’esclusiva dell’uso della violenza, che per “contratto sociale” dovrebbe
essere dello Stato, è in mano a gruppi non meglio identificati,
dalla mafie ed ambienti criminali di grande spessore a terroristi collegati
tra di loro, anche se secondo clausole e modi da comprendere meglio. La
questione è quanto mai importante, poiché Lenin, in Stato
e Rivoluzione riconosce agli «Stati sovrani capitalisti»
di essere i «comitati d’affari» della borghesia.
Ciò non significa che gli Stati del
mondo, ieri ed oggi, siano stati in grado di realizzare l’effettiva riserva
dell’uso della forza. Ciò è imputabile a quella anarchia
propria
del modo di produzione capitalistico, che non si limita ai rapporti produttivi,
alla concorrenza solo nelle belle intenzioni “leali”, ma invade anche il
terreno della cosiddetta “sovranità”. Questa osservazione ci serve
per rimarcare che il presunto “ordine” è incompatibile con l’anarchia
del mercato e dei rapporti tra le opposte frazioni del Capitale.
Quando determinati Stati hanno introdotto
la “dittatura”, come nel caso del fascismo e del nazismo, per non parlare
della degenerazione staliniana in Russia, non con questo hanno saputo mettere
effettivamente ordine nel loro ambito, per la semplice ragione che ordine
senza giustizia è “ladrocinio” (Agostino docet!, senza scomodare
la nostra dottrina che lo ha affermato da sempre).
Allora, dovendo capire bene quali sono i poteri,
le forze agli ordini degli Stati imperialisti oggi, dobbiamo capire quanto
e fino a che punto la borghesia dei diversi paesi si affida al suo “comitato
d’affari” centralizzato nei rispettivi Stati-nazione, e quando invece tresca
con gruppi irregolari, in modo da essere più efficiente o più
favorita, se del caso. Tutti gli studiosi hanno dovuto sottolineare che
alle origini gli Stati autoritari, anzi “totalitari”, si sono visti spianata
la strada da “bande di irregolari” scontenti della scarsa efficienza dell’apparato
statale vigente. Si pensi ai “fasci di combattimento” del 1919 in Italia,
al nascente nazionalsocialismo che in corso d’opera vide regolamenti di
conti sanguinosi, come l’eliminazione delle S.A. di Röhm da parte
delle emergenti S.S. di Himmler. Insomma, gli “irregolari”, nella nostra
ottica, non furono gli “antistato”, come i democratici hanno in più
occasioni lamentato (peraltro fautori oggi, e sempre più, della
“continuità dello Stato!”). Ma, al contrario, hanno rappresentato
le forze di appoggio del “comitato d’affari” permanente del Capitale.
Dunque la grande campagna attuale contro il
terrorismo
internazionale
andrebbe letta come la continuazione d’una funzione: l’imperialismo nella
sua interna inestinguibile tendenza al fagocitamento del proletariato,
ove questo non si decida alla riorganizzazione alla scala generale, ha
bisogno di indicare bersagli, di scegliersi nemici. Questo sul piano
ideologico: sul piano pratico gli eserciti irregolari
in ogni parte
del mondo sono il termometro del disagio profondo in cui vengono a trovarsi
gli Stati nazionali, premuti da nuove esigenze, nella necessità
costante di tenere alta la tensione.
Naturalmente il fenomeno è quanto mai
antiproletario,
poiché impedisce l’organizzazione disciplinata, la difesa economica
e la possibilità di permettere un’influenza adeguata al partito
di classe. Come è già stato sperimentato nel corso dei cosiddetti
anni
di piombo in Italia (ma anche in paesi interessati al fenomeno per
altre ragioni, come la Spagna, l’Irlanda del Nord, l’ambiente mediorientale
dal conflitto palestinese ed israeliano), quando gli irregolari hanno cominciato
a sparare, la classe operaia è stata stretta d’assedio dagli apparati
regolari, che hanno così potuto stringere la morsa su ogni tentativo
di effettiva riorganizzazione di classe. Nella nostra interpretazione dunque
il terrorismo alla scala sia nazionale sia transnazionale non è
affatto estranea alla logica degli Stati-nazione o degli apparati sovranazionali
in via di formazione. Senza pretendere di conoscere nel dettaglio le loro
confuse strategie, sappiamo per esperienza secolare che sono sempre inevitabilmente
antiproletarie. La nascente storiografia sulla loro funzione ormai
non può negare più come sono stati utilizzati dagli apparati
“legali”, secondo la cosiddetta tattica dei “servizi deviati” pescati una
infinità di volte a “depistare”, indirizzare, inquinare, suggerire...
Insomma, anche all’interno dell’apparato “legale” e “legittimo” dello Stato
ufficiale, il confine tra “legalità” ed “illegalità” è
un problema sempre aperto.
Se allora è vero, come certi strateghi
sostengono, che forze come non mai complesse collaborano, si intrecciano,
fino al punto di avere dato corpo ad apparati militari extrastatali, ci
si domanda quale sia lo stato complessivo delle forze militari in campo
nell’attuale realtà imperialistica. Se vogliamo parlarne, non per
ragioni polemiche ma “conoscitive”, come è necessario se si vuole
rappresentare uno o più scenari credibili, allora dovremmo scremare
gli epifenomeni di propaganda ufficiale la cui funzione è quella
di influenzare, tener sotto controllo la cosiddetta opinione pubblica.
Gli stessi addetti dell’ambiente borghese, allorché parlano tra
di loro, sono costretti a mettere da parte la grancassa, e riconoscere
il rapporto di forze.
La copertura democratica non può negare
che, specie nei momenti cruciali, le decisioni devono essere “segrete”,
le garanzie legali “sospese” in gran parte; si ha un bel dire che in “democrazia”
ci sarà a suo tempo il controllo del voto. Ma intanto, secondo recenti
pubblicazioni di carattere storiografico, si viene a sapere che il democratico
Roosevelt, pur al corrente dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, agì
in modo da costringere l’isolazionismo americano ad uscire dal suo guscio.
Ci si domanda: e se, come successe al “duce”, avesse perso la partita?
Secondo la nostra critica la sostanza degli
apparati militari rappresenta il nucleo duro che al momento opportuno fa
sentire il suo peso. Lo Stato imperialista, che si presenti sotto la veste
democratica, o sotto quella “autoritaria”, rimane “Stato”. Questo viene
riconosciuto proprio di questi tempi, allorché lo spirito liberal
ha
preteso di demolire o ridimensionare la funzione dello Stato, fino alle
teorizzazioni dello “anarcocapitalismo”, proprio in USA. Fa un certo effetto,
di punto in bianco, subito dopo l’attacco alle due torri, sentire un liberal
di
sé tanto compreso come il politologo Panebianco, titolare per il
Corriere
della Sera “Il ritorno dello Stato, in guerra e in pace”, e fare ammissione
che questa entità data per superata, messa in disparte dal mercato
globale, si sta riportando al centro della scena.
Non sorprende certo noi, che mai abbiamo trascurato
di sostenere come lo Stato borghese e le sue moderne ramificazioni
in organismi sovranazionali sono il tema politico da sempre centrale. La
sbornia della “globalizzazione”, senza mai citare il suo vero nome, l’imperialismo,
sta passando? «Tanto la politica “anti” quanto la politica “pro”
globalizzazione sembravano ormai sul punto di “de-territorializzarsi” (altra
parola magica!) di riorganizzarsi in forme tali da scavalcare gli Stati,
accelerandone l’obsolescenza (...) poi è arrivato l’11 settembre,
è scoppiata una guerra certamente “sui generis”, che tuttavia non
è illecito, credo, definire “terza guerra mondiale”. E tutto ciò
che sembrava acquisito è rimesso in discussione. Non è più
sicuro che la globalizzazione continuerà, o, per lo meno, che continuerà
con i ritmi tumultuosi dell’ultimo decennio». Per fortuna che non
ha usato, lui pure, il termine “fine della bell’èpoque”... ma insomma
il riconoscimento che la “III guerra mondiale è in atto” è
venuto fuori. Sappiamo bene quanto si è litigato e si litigherà
sulla questione “dell’inizio” delle guerre. Per noi, che abbiamo sempre
sostenuto che in ultima analisi la guerra capitalistica contro il proletariato
è “permanente”, sentire certe cose, certi riconoscimenti è
d’un certo interesse.
Seguono poi delle considerazioni “comparative”
con altre calamità del passato: «Lo scoppio della prima guerra
mondiale determinò la fine di globalizzazione dei mercati che aveva
interessato il mondo occidentale nel cinquantenni precedenti. Solo alla
fine degli anni Settanta del XX secolo, ad esempio, l’interscambio commerciale
ritornò al livello che aveva raggiunto nel 1914. Oggi l’intensificarsi
dei controlli sugli spostamenti d’uomini e cose è dovuto alla necessità
di prevenire nuovi attentati, i nuovi controlli statali (destinati presumibilmente
a diventare sempre più pervasivi) sugli spostamenti bancari al fine
di colpire la “finanza terroristica”, le più che probabili contrazioni
di certe libertà personali a fronte delle esigenze della lotta contro
le reti terroristiche dislocate nei paesi occidentali...». Quando
abbiamo sostenuto, senza deflettere di una virgola, che liberismo e protezionismo
sono due facce della stessa medaglia, siamo stati scambiati per incalliti
“statalisti”, fautori della centralizzazione in un’epoca in cui tutti si
sono convertiti alle trappole federalistiche o modelli similari. Ci si
dovrebbe spiegare ora quale sarà il nesso tra le prospettive federalistiche
e le necessità militari che riesumano ed esaltano la funzione dello
Stato centrale, anzi, dei programmi intestatali di tipo militare, logistico
e strategico.
La spiegazione è questa: «Se
la globalizzazione arretra o ristagna, allora lo Stato torna a svolgere
un ruolo politico di primo piano. La causa di ciò “è proprio
la guerra”. Cinquanta e passa anni di pace (?) hanno fatto credere a molti,
in Europa, che lo Stato sia, essenzialmente, un erogatore di servizi, si
tratti di pensioni, scuole o sicurezza, interna. Non è così.
Lo Stato, nella sua vera essenza, è una macchina da guerra.
Lo Stato nasce, sulle ceneri dell’anarchia feudale, dalla guerra. Ed è
la guerra che lo fa diventare, nei secoli, una grande organizzazione burocratica.
In Europa, terra che gli dà i natali, lo Stato sbaraglia, in una
lunga competizione, armata, di tipo darwiniano, ogni altro genere di organizzazione
politica, proprio perché si rivela la “macchina da guerra più
efficiente”».
D’un tratto, dunque, si riscopre la natura,
l’essenza dello Stato. Anzi, con l’immagine della “macchina da guerra”,
che non ci è estranea, si finisce con esagerare; ma neanche un riferimento,
per ora, alle classi. Un po’ alla Dühring, ad un tratto tutto
viene messo in atto dalla violenza. È la guerra che
dà origine allo Stato, è la violenza che lo alleva
e lo fa crescere. Ciò è in parte vero: ma noi non siamo tanto
drastici ed unilaterali. Il “comitato d’affari della borghesia” non svolge,
alla nostra scuola, un’esclusiva funzione militare, anche se questa è
centrale ed ineliminabile. Lo Stato cura tutti gli affari del Capitale,
che una ragione che l’ha: quella di massimizzare il profitto.
Se
per ottenere questo scopo, in determinate condizioni, il protezionismo
è più efficace e funzionale del “liberismo”, non avrà
problemi a determinare le condizioni che lo favoriscono. Il “comitato d’affari”
ha questo fine da perseguire, per cui, che oggi, dopo l’attacco alle torri,
si venga a scoprire che lo Stato è innanzi tutto “macchina da guerra”
poco significa; ma se questa già nota “macchina da guerra”, in clima
di “recessione economica” (iniziata prima dell’attacco alle torri), richiede
la sospensione delle libertà personali o la loro limitazione, e
la fine dello sbracato “liberismo”, allora niente può ostacolarla.
Ciò spiega perché il principiante
Bush ha subito imparato la lezione: la guerra dovrà essere lunga...
di anni! Per sconfiggere il nemico invisibile? Purché frutti profitto
al Capitale di cui è commissario d’affari principe! E lo sanno bene
gli industriali americani (e del mondo intero, che subito hanno promesso
la loro totale collaborazione!). Il fatto è che costituzionalmente
le emozioni, anche forti e sincere durano poco, secondo la loro natura;
mentre le “ragioni del Capitale” come forza storica, durano e travalicano
non solo i momenti, ma gli anni, i decenni, i secoli!
La strategia militare, allora, non è
da confondere con la “logistica”, perché la sua “logica” complessiva
è qualcosa di più complesso e serio. Per questo motivo –
e lo diciamo da sempre – la guerra non è questione “militare”
o da affidare ai militari, ma è questione politica che
rispecchia le determinazioni economiche, e non può essere affidata
che alla logica di classe, lo sappiano o no gli attori in scena
in un determinato svolto storico.
Dopo l’emozione del momento, infatti, si riconosce
senza mezzi termini che lo scenario attuale della “guerra terroristica”
è stato da tempo preparato dalle mene del Capitale legato alle scorte
di petrolio, alla politica ambigua dell’Arabia Saudita, alle riserve degli
Usa che devono decidere se mettere mano ai giacimenti dell’Alaska, del
Messico, o continuare a far conto sul grande produttore, ai prezzi più
favorevoli del mercato mediorientale in generale.
Inevitabilmente quando la guerra “scoppia”
tutta l’attenzione tende ad essere catturata dalle “operazioni militari”,
e non c’è chi non si atteggi in qualche modo a “stratega”: è
quello che sta avvenendo ancora una volta sotto i nostri occhi.
Il solito tiro alla fune tra i “militari”
d’accademia, che premono per avere mano libera, e impostare la loro guerra
tecnologica, possibilmente sempre in nome del taglio chirurgico, o del
blitz
krieg risolutore, e gli altri apparati dello Stato, secondo il gioco
delle parti tra diplomazia e economia.
Nel caso della guerra “terroristica” c’è
chi ha fatto notare come l’insidioso e invisibile nemico non possa essere
sconfitto che tramite una campagna di “intelligence” mirata e segreta.
Ma siamo sicuri che la cosa stia veramente e completamente in questi termini?
Se i nemici, tra quelli diretti e potenziali, raggiungono il bel
numero di 60 Stati, ci si domanda come possa finire in breve termine e
secondo piani improntati alla razionalità.
La nostra tesi è molto diversa: è
da tempo che il Capitale nella sua fase imperialistica, con tassi di profitto
in inevitabile tendenza alla contrazione, non può contentarsi più
di guerricciole regionali, sia pure strategicamente importanti: ha bisogno
di ripulire l’ambiente per creare condizioni di distruzione in grado di
ripristinare tassi di profitto elevati, che solo una guerra molto dura
e lunga può garantire. In secondo luogo, poiché il casus
belli questa volta è eclatante, si tratta di non farsi sfuggire
l’occasione per mettere alla frusta amici e nemici, tiepidi e incerti.
Lo schieramento che si va profilando è quanto mai variegato. L’ex
URSS, dopo un decennio di anarchia interna, ha bisogno di riorganizzarsi;
se gli Usa saranno pronti a cavargli qualche castagna dal fuoco, sarà
ben appoggiata. La Cina, definita col suo “comunismo capitalistico!” grande
potenza che dovrebbe occupare la scena in modo sempre più evidente
(si dice con conseguenze preoccupanti, ma solo dal 2015!) ha tutto l’interesse
di dare l’impressione della moderazione e dell’equilibrio.
Dunque, certi “giganti” in campo, non vanno
presi alla lettera, attenendosi alle dichiarazioni ufficiali. Ciò
che interessa e che va sottolineato è comunque che la funzione dello
Stato, ancora una volta è insostituibile, anche se la guerra viene
definita anomala, antiterroristica. «L’intervento armato contro l’Afghanistan
dei talebani, dimostra che anche il “nemico” viene costretto a “ri-territorializzarsi”,
a farsi, suo malgrado, Stato».
Dunque anche l’utopia, oppure l’accusa che
viene rivolta al movimento fondamentalista islamico di Bin Laden, di essere
una forza senza base territoriale, estremista e nichilista, è senza
un fondamento valido. In realtà, come già il terrorismo alla
scala nazionale tendeva a farsi “Stato”, così il terrorismo alla
scala internazionale tende a far leva su determinati complessi statali.
Come noi sosteniamo la tesi secondo la quale è utopistica e fuorviante
l’Idea borghese d’una comunità mondiale superstatale, che amministri
equamente il capitale, si chiami “nuovo ordine mondiale” o con qualsiasi
altra sigla, così rimaniamo della convinzione che la presa del potere
del comunismo non sarà genericamente “internazionale”, perché
la conquista dello Stato si dovrà realizzare in determinati ambiti
geo-politici, che non escludono gli attuali Stati “nazionali”. Tutto
il chiasso insomma che si è fatto sull’epoca “post-statale”, “transnazionale”,
è destinato a fare i conti con la realtà degli Stati, che
sono vivi e vegeti e la cui funzione è duplice: quella classica
di repressione interna e di aggressione - difesa in rapporto agli Stati
stranieri. Lo stesso autore infatti riconosce che «la teoria della
sovranità statale distingue tra sovranità esterna e interna
(...) Ma sovranità esterna ed interna sono connesse. A un recupero
di sovranità esterna per effetto della guerra fa riscontro una ripresa
del ruolo della sovranità interna, nel senso di maggior peso dello
Stato». È facile capire in che senso: la guerra portata all’esterno
comporta la pressione sulle classi subalterne all’interno, nel timore di
disfattismo e di attacco allo Stato stesso impegnato contro il “nemico”.
Ciò che preme rilevare è che
le fughe in avanti non sono consentite: ecco perché non abbiamo
mai rinunciato ad una nostra specifica “teoria dello stato”. Non siamo
certo sul terreno di Panebianco, ma la sua ammissione che lo Stato, “per
effetto della guerra”, sta riprendendo la sua funzione evidente, dopo slogans
del tipo “meno Stato, più mercato”, fa un certo effetto. È
solo da immaginare, nelle circostanze che si stanno profilando, che figura
ci faranno quelli che, di fronte alle limitazioni della “libertà
personale”, al fermo preventivo a tempo indeterminato, come proposto da
ministro della giustizia Ashcroft, protesteranno in nome dello Stato di
diritto. Noi sappiamo da sempre in che consiste, per il proletariato lo
“Stato di diritto”: lavorare, stare attenti al regolamento, prendere aria
quel tanto che serve per ricreare la forza lavoro.
E dal punto di vista militare? Per ora, in
nome della guerra contro il nemico invisibile, saranno usati “reparti ad
alta professionalità”... Ma basteranno? Non è un caso che
negli ultimi decenni si sono un po’ tutti, a destra ed a sinistra, pronunciati
per “l’esercito di nuova concezione”, rinunciando così all’esercito
di leva in senso tradizionale. Ci si obietterà: come potrete ora
gridare contro la coscrizione obbligatoria che falcidia operai e contadini,
proletari in generale? La guerra la fanno gli “specialisti”, con rischi
inversamente proporzionali alla professionalità raggiunta.
Ed infatti sono i cosiddetti “civili” a pagare... come se la cosa fosse
più accattivante e meno grave. Al punto che di fronte alle esecrazioni
levate contro questi massacri, certuni si sono indignati nel sostenere
che “militari o civili, tutti sono sullo stesso piano davanti al dovere
della guerra!”. Almeno Federico II riservava all’esercito la funzione esclusiva
della guerra! Il fatto è, assolutamente non controvertibile, che
la guerra si è evoluta secondo le esigenze d’un modo di produzione
che della mobilitazione permanente, della competizione more militari
ha
fatto il suo segreto preferito per ottenere i risultati voluti.
Ancora una volta, come si vede, l’alternativa
sarà netta: non semplicemente contro la guerra, perché è
sempre sporca e cattiva, ma, come noi abbiamo sempre detto: Guerra alla
guerra per la guerra rivoluzionaria. In caso diverso proletari e mezze
classi più scoperte pagheranno il solito tributo, che non sappiamo
ancora quanto potrà essere alto.
Ma poiché gli esperti in “polemologia”,
non ultimo “l’emerito” Sartori, stanno disputando se si può ufficialmente
dire che la III guerra mondiale è scoppiata oppure no, è
utile ricordare che l’evento “guerra” in senso stretto sta assumendo, nella
fase putrida dello imperialismo, tempi e modi di fatto peculiari. Siamo
certamente stati gli unici a sostenere che le 160 e passa guerre per procura,
nel bel mezzo della guerra “fredda”, sono stati una vera e propria carneficina
di “ultimi” del mondo, schiacciati e dimenticati, provocando, specie nell’ultimo
decennio, dei veri e propri genocidi. Per la borghesia e l’opportunismo
ancora in combutta erano episodi spiacevoli che potevano turbare la “pace”,
anche se sull’orlo costante della minaccia atomica.
C’è chi ha anche vantato che mai si
erano verificati oltre 50 anni di sviluppo crescente; da noi contraddetto
in nome della tesi, che continuiamo a sostenere, della miseria crescente
(relativa)
del proletariato come classe alla scala mondiale! Bestemmia, naturalmente,
per chi ha misurato fetidamente alla scala degli Stati più industrializzati,
parlando di secondo e terzo mondo, formule vomitevoli che hanno dato alla
classe operaia metropolitana l’illusione di far parte dei “fortunati”!
Allora, al di là dello “scoppio”, la
terza guerra mondiale è stata combattuta e si sta combattendo da
tempo. Come il pennino del sismografo impazzisce nella misura del tasso
di profitto, così, sia pure non meccanicamente, il Capitale ha dovuto
dosare “guerra” e pace, illusioni di pace perpetua con crisi a ripetizioni,
capaci di mandare tutto a gambe all’aria, dal lontano, ormai, 1962 (Crisi
di Cuba), alle invasioni di Ungheria, Cecoslovacchia e per poco Polonia,
fino al Vietnam, all’Afghanistan, che ha segnato l’implosione della Russia,
all’Iraq. Ma poiché tutti i nodi vengono prima o poi al pettine,
sarebbe stato troppo che il Capitale potesse continuare a barare; ora non
manda a dire che “la guerra sarà lunga, sarà dolorosa”, ed
i corifei dell’imperialismo non fanno altro che sostenere che l’11 settembre
ha cambiato la vita a tutti.
La vita della classe operaia deve invece
veramente cambiare.
Rapporto esposto alla riunione di Genova, maggio 2003.
— I giovani
Marx ed Engels, gli operai, gli scioperi, i sindacati (I)
1. Un “giovane hegeliano” - 2. La
Rheinische Zeitung - 3. Proletariato scoperta classe
rivoluzionaria
- 4. I Manoscritti parigini - 5. Il
lavoro in una società post-capitalista - 6. Prime
conclusioni
— I
giovani Marx ed Engels, gli operai, gli scioperi, i sindacati (
II )
7. Origini borghesi - 8.
Sbarco in Inghilterra - 9. «La condizione
della classe operaia» -
10. L’esercito industriale - 11.
I sindacati - 12. Sindacati e Partito di
classe - 13. Fermandoci qui.
Il movimento sindacale si presenta come una
complessa rete di organizzazioni che nascono, si sovrappongono, si associano,
talvolta si fondano, si estinguono o riappaiono con altre caratteristiche,
con corrispondenti apparati di iscritti, militanti, funzionari e strutture
burocratiche, dalla minima scala locale e della singola fabbrica e reparto,
alla massima delle grandi confederazioni nazionali e internazionali. I
sindacati di questa molteplicità si ispirano a più tradizioni
del movimento operaio, o i minori a nessuna, e si strutturano secondo moduli
organizzativi diversi.
Benché molti sindacati di oggi vantino
caratteri che gli provengono dal corso della loro anche lungo storia, è
ormai tratto dominante il crescente legame degli apparati dirigenti con
le istituzioni ufficiali degli Stati, alle quali diventano sempre più
sottomessi, sia accettando la carota del riconoscimento ufficiale, di vantaggi
finanziari e di accettazione nel mondo borghese, sia subendo il bastone
delle costrizioni legali sulle loro attività, della minaccia di
denunce penali e della confisca dei fondi, fino all'incarcerazione e all'assassinio
di loro dirigenti ed attivisti da parte dell'apparato repressivo statale
o di bande prezzolate.
In Gran Bretagna i capi delle Trade Unions
hanno opposto un sonoro silenzio alla crescente stretta borghese, che sicuramente
andrà chiudendosi sempre più intorno alla classe operaia,
aggiungendosi alla camicia di forza degli stessi statuti delle Unions che
a tutto sono dedicati tranne che alla lotta di classe. Nelle sempre più
rare occasioni nelle quali i sindacati indicono uno sciopero, il confronto
tende
oggi a mantenersi per lo più isolato all’interno di una particolare
categoria o mestiere, e questo sia per il loro atteggiamento angustamente
corporativo, sia per la recente legislazione che proibisce le azioni operaie
di solidarietà. Per contro diventa sempre più difficile per
i lavoratori strappare qualche concessione al capitale, o difendere quel
che hanno, senza rompere con la legge. I sindacati di regime, di fronte
alla difficoltà di lanciare una vigorosa battaglia che esca dalla
legalità per difendere gli interessi operai, ripongono le loro speranze
nelle vaghe promesse dei “partiti operai borghesi” di ammorbidire le norme
di legge una volta arrivati al governo, promesse immancabilmente poi non
mantenute. Così la classe dei lavoratori è abbandonata alla
“sovranità parlamentare”, cioè borghese, mentre i capi sindacali
si riducono sempre più ad attività di consulenza per le tasse
o le pensioni, o a farsi mediatori per la misera corruzione assistenziale
e, infine, a trasformarsi in società per il piccolo prestito ipotecario!
Fatto è che gli attuali sindacali di
regime, mentre escludono per principio di opporsi al capitalismo
in quanto tale, convincono i lavoratori che oggi, all’interno del capitalismo,
è pretesa assurda un’esistenza sicura e decentemente pagata. È
un sogno però, che nello stesso tempo i dirigenti si danno ad alimentare
poiché la loro funzione di inganno si basa solo su quella disonesta
utopia di “benessere” e di “progresso”. È un Paradiso terreno, paragonabile,
anche se peggiore, a quello che i preti e santoni che si accalcano intorno
agli oppressi almeno fanno apparire “in Cielo”.
Ovunque, reagendo alla cinica accondiscendenza
dei dirigenti sindacali alle direttive borghesi, il movimento sindacale
si divide. Alcuni lavoratori talvolta abbandonano le vecchie organizzazioni
per aderire a comitati o ad altre organizzazioni economiche difensive che
sorgono come effetto dello svuotamento dei vecchi sindacati. In queste
organizzazioni è talvolta possibile di nuovo per i comunisti formare
frazioni e far sentire la loro voce. Nell’attuale crisi economica che peggiora
la condizione operaia e nella crescente illegalità imposta a ogni
lotta, queste nuove organizzazioni saranno del massimo interesse per i
lavoratori, anche per coloro che sono ancora imprigionati nelle vecchie
sclerotiche confederazioni: sempre più sono costretti a chiedersi
se non sia giunto il momento di dedicarsi alla riorganizzazione della propria
classe.
Quando avverrà? perché non adesso?
Per rispondere a una simile domanda dovremmo tracciare un confronto sulla
storia dei movimenti sindacali dei principali paesi, lavoro nel quale il
partito si è sempre impegnato, nel quadro della storia generale
del capitalismo.
Intanto, nella situazione di oggi, val la
pena di rinfrescarci la memoria sui fondamenti della nostra dottrina circa
la
questione sindacale, rintracciando qui l’approccio alle lotte
operaie dei nostri grandi maestri, Carlo Marx e Federico Engels. La loro
storia “biografica”, così intrecciata e spesso coincidente con la
storia del nostro partito, comprova come essi, personalmente intellettuali
e di estrazione borghese, abbiano sempre considerato essenziale e motore
della storia la lotta delle classi, fatto da scientificamente studiare
come
un
fenomeno naturale con la sua oggettività, forza, regolarità
e necessità, e come subito abbiano ben impostato le basi della
strategia comunista nei sindacati, ribadita poi in testi e tesi di congressi,
che disegnano il dialettico rapportarsi del moto spontaneo difensivo della
classe con la coscienza completa ed offensiva del programma comunista.
Marx affrontò la questione del conflitto
sociale in generale quando era ancora studente all’Università di
Berlino. Immatricolato nella facoltà di Legge nell’ottobre 1836,
avrebbe presto abbandonato il suo infantile romanticismo e, nel tentativo
di risolvere un problema che aveva incontrato nei suoi studi di legge,
dello iato fra “ciò che è e ciò che dovrebbe essere”,
si sarebbe convertito alla scuola di Hegel in modo improvviso quanto intenso.
Non passò molto prima che Marx entrasse nel fuoco delle controversie
che dividevano i “vecchi hegeliani”, che rimanevano fedeli al sistema e
ne conservavano gli ideali, e i “giovani”, che intendevano dar forza agli
elementi rivoluzionari di quel metodo, il significato del quale risiede
in che «per la prima volta la totalità della natura, gli aspetti
storici e spirituali del mondo erano concepiti e rappresentati come un
processo di costante trasformazione e sviluppo e fu fatto uno sforzo per
mostrare il carattere organico del processo» (Engels, Il Socialismo
dell’Utopia alla scienza).
Marx sarebbe presto stato riconosciuto come
uno dei maggiori collaboratori al Doktorklub, punto di riferimento
del movimento dei giovani hegeliani, e vi avrebbe assunto una posizione
di estrema sinistra. Le discussioni iniziarono intorno alla questione della
religione, ma presto, in un’atmosfera nella quale la nascente borghesia
iniziava ad avere occasionali scaramucce con lo Stato assolutista prussiano,
il Doktorklub si sarebbe sempre più compromesso in questioni
politiche schierandosi con i sostenitori di una monarchia costituzionale.
Questi, quando Federico Guglielmo IV salì al trono nel luglio 1840,
erano impazienti di sapere se avrebbe mandato in essere le molte riforme
che aveva promesso da principe incoronato, compresa la libertà di
parola. Furono presto bruscamente disillusi: su di loro si abbatterà
la prima repressione insieme a un attacco bruscamente concertato per allontanare
gli hegeliani dagli incarichi governativi ed accademici. Nell’inverno 1840-41
il circolo si rinominò Gli Amici del popolo con posizioni
teoriche che si collocavano all’estrema ala sinistra del repubblicanesimo
rivoluzionario.
Il risultato sulla persona di Marx fu che
dovette abbandonare le speranze di diventare lettore universitario e si
orientasse al giornalismo.
Nel corso del 1841 un gruppo variamente assortito
di industriali (fra cui Camphausen, il re delle ferrovie e futuro primo
ministro prussiano), commercianti, scrittori e filosofi si trovava a Colonia,
epicentro della regione più industrializzata del paese, la Renania.
Verso la metà dell’anno il gruppo progettò di darsi un proprio
giornale quotidiano, il che fu attuato rilevando un foglio esistente, benché
in difficoltà, il Giornale di Colonia, con denaro fornito
per lo più dagli industriali della città. L’1 gennaio 1842
uscì il primo numero.
Marx era associato al gruppo fin dal suo sorgere,
e dopo il successo della sua prima collaborazione, un articolo sulla libertà
di stampa (il suo primo articolo pubblicato) fu invitato a redigere quanti
più articoli potesse. Nell’ottobre Marx ne assunse la direzione
editoriale.
Commentando questo periodo Marx avrebbe più
tardi scritto: «Negli anni 1842-43, come direttore della Rheinische
Zeitung, feci per la prima volta l’imbarazzante esperienza di prender
parte a discussioni sui cosiddetti interessi materiali. Gli atti del Parlamento
renano sui furti forestali e simili mi dettero la prima occasione di occuparmi
di questioni economiche» (da Una Prefazione alla Critica dell’Economia
Politica). Engels lo avrebbe confermato scrivendo a R. Fischer che
«aveva sempre sentito dire da Marx che era proprio concentrandosi
sulle leggi circa i furti di legname e sulla situazione dei viticoltori
della Mosella che fu portato a spostarsi dalla politica pura alle relazioni
economiche e così al socialismo».
Il crescente interesse per il socialismo era
stato alimentato dai movimenti comunisti di Francia e dal Cartismo inglese,
le attività dei quali erano regolarmente riferite dalla Gazzetta
Renana e dalla stampa tedesca in generale. Contagiato da questi slanci
fu Moses Hess, che nell’agosto del 1842 fondò un circolo di studio
per la discussione dei problemi sociali, che di fatto diventò il
comitato editoriale del giornale. Hess fu il primo dei giovani hegeliani
a volgere l’attenzione al comunismo ed Engels riferisce che fu il primo
dei tre ad farlo suo.
Per dialettica, anche nella “biografia”, il
primo articolo di Marx scritto da direttore fu per respingere le accuse
di comunismo mosse alla Gazzetta Renana da un altro giornale (Il
Comunismo e la Augsburger Allgemeine Zeitung), ma l’articolo consisteva
più in una critica di come il giornale rivale si rifiutava di considerare
il comunismo con serietà e Marx ebbe cura di aggiungere che «La
Gazzetta Renana non riconosce validità teorica alla idee comuniste»,
ma «la loro forza attuale».
Durante questo periodo, però, Marx
si collocava ancora essenzialmente all’estrema sinistra della borghesia
democratica. La mancata verifica dell’ipotesi che potesse esser possibile
convincere il potere della necessità di cambiamenti lo fece approdare
alla conclusione che, in assenza di intervento divino, la storia dell’Inghilterra
indicava un diverso percorso: «Carlo I salì sul patibolo per
una ispirazione divina proveniente dal basso».
Il crescente coinvolgimento di Marx nella
questione sociale, unito alle continue persecuzioni dei censori prussiani,
lo spinse ad una sempre maggiore convinzione che la semplice “critica”
dello status quo non era sufficiente. Questo avrebbe portato ad
una scissione del movimento dei giovani hegeliani fra i “critici critici”,
capeggiati da Bruno Bauer, e il gruppo dei “pratici” intorno a Marx. Nicolaievsky
e Maenchen-Helfen scrivono nel loro Karl Marx, Man and Fighter:
«Quanto più Marx si immergeva nella realtà tanto più
i suoi amici di Berlino si perdevano nelle astrattezze. Il loro criticismo
diventava sempre più “assoluto”, ed era destinato a finire in una
vuota negazione. Divenne “nichilista”. La parola “nichilismo”, che data
da quei tempi, fu coniata da loro e non dallo scrittore russo Turgheniev,
che si ritiene dalla generalità esserne l’inventore: lo aveva appreso
in quel periodo a Berlino, incontrando i membri del circolo Bauer, e lo
consegnerà ai rivoluzionari russi venti anni dopo (...) Trassero
una nuova teoria dalla loro propria impotenza, fecero un feticcio della
coscienza individuale, che consideravano l’unico campo di battaglia sul
quale si poteva combattere e vincere, finendo in un anarchismo individuale
che raggiunse il suo zenit nell’ultra-radicale e ultra-inoffensivo Einzigen,
l’Unicità, di Max Stirner».
Il crescente disinganno di Marx nei confronti
del gruppo Freien, ciò che restava del vecchio Doktorklub,
con la sua indulgenza verso vuoti filosofemi, rifletteva i dubbi dello
stesso Marx che i potenti potessero essere indotti alla necessità
di cambiamenti con i metodi della filosofia. Alla fine la questione si
sarebbe risolta, allora e per sempre, con la risposta assai poco filosofica
delle istituzioni alle critiche ad esse indirizzate. Il giornale fu chiuso
d’autorità, insieme a tutta la stampa liberale di Prussia. L’ultimo
numero uscì il 31 marzo 1843 con i seguenti versi a mo’ di epigrafe:
«Osiamo alzare la libera bandiera. Ciascuno della ciurma ha fatto
il suo dovere. Pur non raggiunto lo scopo, giusto era il cammino e non
lo rinneghiamo. Dagli dèi adirati, benché fallito il fine,
mai fummo intimiditi. Anche Colombo, disprezzato pria, scorse infine il
Mondo Nuovo. Con gli amici che ci hanno applaudito e con gli avversari
che ci hanno combattuto ci ritroveremo sulla nuova sponda. Se tutto rovina,
il coraggio resta intatto». La “nuova sponda” sarà Parigi.
3. Proletariato scoperta classe rivoluzionaria
Prima di partire per Parigi Marx poté
per un breve periodo «ritirarsi dalle attività pubbliche e
dedicarsi alla studio per risolvere i dubbi che stava maturando (...) Nel
marzo 1843 si trasferì nella casa della suocera a Kreuznach dove
risiedette per sei mesi, sposando Jenny in giugno. Fu durante questo soggiorno
che decise di farsi padrone della filosofia politica di Hegel, un progetto
che aveva in animo da più di un anno (...) Una critica della
Filosofia del Diritto di Hegel fu scritto mentre le idee di Marx erano
in una fase di definizione: ha adottato l’umanesimo fondamentale di Feuerbach
e, con esso, il suo capovolgimento fra il soggetto e il predicato della
dialettica hegeliana. Gli apparve evidente che l’obbiettivo successivo
dell’uomo sarebbe stato il recupero della dimensione sociale della sua
natura, andata perduta anche se la Rivoluzione francese aveva livellato
tutti i cittadini nello Stato politico e così accentuato l’individualismo
della società borghese» (Karl Marx, Selected Writings,
D. McLellan, OUP). È qui che Marx anche individua esplicitamente
la «classe del lavoro immediato, del lavoro concreto», che
non costituisce «una classe della società civile in quanto
provvede al fondamento sul quale muovono i cerchi della società
civile e traggono la loro essenza».
Marx avrebbe successivamente scritto nella
prefazione alla Critica dell’Economia Politica: «La mia ricerca
arrivò alla conclusione che, primo, i rapporti giuridici quanto
le forme dello Stato non possono spiegarsi né da se stessi né
con il cosiddetto sviluppo dello spirito umano, ma hanno le loro radici,
invece, nelle condizioni materiali di vita (...) Secondo, che l’anatomia
della società civile deve essere cercata nell’economia politica».
Nell’ottobre 1843 Marx si trasferì
a Parigi per assumere la codirezione di un nuovo giornale, il Deutsche-Franzosische
Jahrbucher, Annali Franco-Tedeschi, che si ponevano l’intento di portare
ad una “alleanza intellettuale” fra i tedeschi, che erano più progrediti
nella teoria, e i francesi, più ferrati nella pratica.
A Parigi Marx avrebbe scoperto e descritto
come il compito della “classe del lavoro immediato” fosse di attuare nella
pratica quella rivoluzione che già egli aveva compiuto nella filosofia.
In Per una Critica della Filosofia di Diritto di Hegel, con introduzione
scritta all’inizio del 1844, Marx, ponendosi la domanda: «Dunque
dov’è la reale possibilità della emancipazione tedesca?»
rispondeva: «Nella formazione di una classe con catene radicali,
una classe nella società civile che non è una classe della
società civile, un gruppo sociale che è la dissoluzione di
tutti i gruppi sociali, una sfera che ha un carattere universale per le
sue sofferenze universali e non avanza rivendicazioni di diritti particolari
perché non è oggetto di nessuna ingiustizia particolare ma
della ingiustizia in generale. Questa classe non può più
pretendere uno status storico ma solo direttamente umano. Non è
in una particolare opposizione agli effetti del regime politico tedesco,
ma in totale opposizione ai suoi presupposti. È, infine, una sfera
che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte le altre
sfere della società e quindi emancipare queste stesse altre sfere.
In una parola, è la perdizione totale dell’umanità e quindi
può solo recuperare se stessa con una redenzione completa dell’umanità.
Questa dissoluzione della società, intesa come una classe particolare,
è il proletariato».
Più avanti Marx abbatte gli argomenti
sulla presunta natura utopistica della società comunista in quanto
senza proprietà privata, rilevando il fatto che ciò è
già il caso per il proletariato: «Quando il proletariato annunzia
la
dissoluzione dell’ordine mondiale finora esistente, non fa che esprimere
il
segreto della sua stessa esistenza, giacché esso è
di
fatto la dissoluzione di quest’ordinamento del mondo. Quando il proletariato
chiede la negazione della proprietà privata, solo stabilisce
un
principio per la società che la società ha già
stabilito come principio per esso, che è già stato
assimilato a se stesso senza il suo consenso come riflesso in negativo
della società». Il rapporto fra la filosofia tedesca e il
socialismo francese corrisponde a quello fra le idee comuniste e il vivente
proletariato: «Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi
materiali,
così il proletariato trova nella filosofia le sue armi intellettuali,
e appena il lampo del pensiero sarà penetrato a fondo nel suolo
ingenuo del popolo, la emancipazione dei tedeschi
in uomini sarà
completata».
Nel 1844 Marx era stabilmente insediato a Parigi,
dove fu subito impressionato e stimolato dalle numerose associazioni di
operai, alle riunioni dei quali cercava di partecipare il più possibile:
«Agli incontri degli operai comunisti la fratellanza non è
una frase ma una realtà, ed un vero spirito nobile si riflette in
quei visi di uomini induriti dal lavoro».
Parigi ospitava allora circa centomila immigrati
tedeschi, il che contribuiva a deprimere le paghe degli artigiani francesi,
con i quali si erano anche avuti alcuni scontri di strada. La tensione
non diminuì finché diversi gruppi rivoluzionari non iniziarono
ad intervenire fra gli operai: presto nessuna società segreta francese
mancava di membri tedeschi mentre i blanquisti avevano addirittura speciali
sezioni tedesche. Contatti fra Marx e la Lega dei Giusti – composta quasi
totalmente di artigiani e che si proponeva di attuare una “repubblica sociale”
in Germania – furono così stretti che Karl e Jenny provarono perfino
un effimero tentativo di coabitazione in un “falansterio”, del quale faceva
parte anche Maurer, uno di capi della Lega.
In questa sovraccarica atmosfera parigina
Marx avrebbe scritto i suoi famosi Manoscritti. Il linguaggio è
qui già più semplice e concreto, meno avvolto nelle astrattezze
della terminologia hegeliana. Marx è ora meno occupato con le contraddizioni
filosofiche e più con quelle materiali della società moderna,
ovviamente sotto la grande influenza degli scritti di Feuerbach ai quali
nella prefazione si riferisce come agli unici che «contengono una
vera rivoluzione teorica da Hegel in poi». Benché il piglio
radicale del materialismo di Feuerbach avesse già con successo “capovolto”
la filosofia di Hegel, col derivare lo Spirito dalla Materia piuttosto
che la Materia dalla “Idea Assoluta”, Marx avrebbe progredito oltre le
astrattezza del concetto di Natura e di Specie Vivente di Feuerbach per
precisarli in Società Capitalista e Società Vivente, rispettivamente.
Per scoprire le contraddizioni materiali della società occorreva
uno studio della società di fatto, piuttosto che del riflesso di
queste contraddizioni nella mente dei filosofi.
I Manoscritti parigini sono divenuti oggetto
di molti dibattiti accademici, nei quali si pretende si aver scoperto un
Marx “umanista”, che deporrebbe contro il Marx “rivoluzionario”. Questo
è possibile impostarlo sul piano, appunto, accademico, cioè
ignorando le implicazioni rivoluzionarie della prime profonde analisi di
Marx sul salario e sulla classe lavoratrice dei senza riserve.
Nelle primissime righe del manoscritto, nel
capitolo intitolato “Il Compenso del Lavoro”, leggiamo: «I salari
sono determinati attraverso la lotta fra gli opposti capitalista e operai.
La vittoria va necessariamente al capitalista. Il capitalista può
vivere più a lungo senza l’operaio piuttosto che l’operaio senza
il capitalista. Associazioni fra capitalisti sono frequenti ed efficaci:
la associazione di operai è proibita e di gravose conseguenze per
essi (...) L’operaio non può aggiungere alle sue entrate alcun reddito
né di industria né terriero né di interesse da capitale.
È questa la ragione della concorrenza fra gli operai». Qui
troviamo il primissimo Marx che esclude la possibilità di un esito
stabilmente favorevole delle lotte immediate, e, di conseguenza, di tutti
i tentativi riformisti di modificare contrattualmente il sistema salariale
piuttosto che rovesciarlo. Oggi, 150 anni dopo, possiamo dire che queste
parole sono state confermate: nonostante le associazioni di operai siano
oggi legali, il capitalista può ancora resistere più a lungo,
e anche quando costretto ad arrivare ad un compromesso con le richieste
dei lavoratori, le vittorie operaie che ne derivano sono di ben breve durata.
Il lavoro non entra nei calcoli del capitalista
che come un costo di produzione fra gli altri. Ma il salario non è
determinato solo dal rapporto di forza delle classi: la media intorno alla
quale oscilla il livello delle paghe è il costo necessario alla
produzione dell’operaio stesso, cioè la somma del valore dei mezzi
per la sua sussistenza. «Per i salari il grado minimo e necessario
è quello richiesto dalla sopravvivenza dell’operaio durante il lavoro,
oltre ad un di più per sostenerne la famiglia ed impedire che la
razza dei lavoratori si estingua. Secondo Smith il salario normale è
il minimo che è compatibile per la comune umanità, cioè
con la esistenza animale. La domanda di uomini necessariamente regola la
produzione di uomini come quella di ogni altra merce. Se l’offerta eccede
di troppo la domanda una parte dei lavoratori precipita nella mendicità
e nella fame. L’esistenza dell’operaio è quindi ridotta alla stessa
condizione di esistenza di ogni altra merce. L’operaio è diventato
una merce, e deve esser felice se riesce a trovare un compratore».
Così è utopica la rivendicazione
degli operai di un sostanziale e stabile miglioramento delle loro condizioni,
specie quando il capitalismo si trova nel ciclo depresso, in quanto verrebbe
a collidere con in fondamenti stessi del sistema capitalistico. Questa
verità di antagonismo storico di classe viene negata e tenuta nascosta
dai dirigenti riformisti dei sindacati, con lo sbandierare costantemente
davanti agli operai la seducente prospettiva di un cambiamento della loro
sorte sotto il capitalismo.
Come anticipata risposta a questa illusione
Marx afferma: «Prendiamo le tre principali condizioni in cui la società
si può trovare e consideriamo la corrispondente situazione degli
operai: 1) Se la ricchezza della società sta decrescendo sono gli
operai a soffrirne di più, perché, sebbene la classe operaia
non possa guadagnare tanto quanto i proprietari quando la classe è
prospera, nessuno soffre più crudelmente per il suo declinare quanto
la classe operaia. 2) Consideriamo una società di crescente benessere.
Questa è la sola favorevole al lavoratore. Qui interviene la concorrenza
fra capitalisti: la domanda di operai eccede la loro offerta. Ma: in primo
luogo l’aumento dei salari porta con sé il sopralavoro fra gli operai.
Più che guadagnano più devono sacrificare il loro tempo e
libertà e lavorare come schiavi al servizio dell’avarizia. Nel far
questo abbreviano le loro vite (...) Questa classe deve sempre sacrificare
una parte di se stessa se vuole evitare la totale distruzione».
Ma anche questa più favorevole condizione
per i lavoratori implica la propria negazione. Marx puntualizza che «la
società si trova in progressivo arricchimento come risultato della
accumulazione di una grande quantità di lavoro, il capitale essendo
lavoro accumulato e la maggior parte del prodotto degli operai essendo
loro portato via».
Questa crescente accumulazione di capitale
risulta in una crescente divisione del lavoro che produce «un tipo
di lavoratore molto unilaterale, mentalmente e fisicamente abbassato a
macchina», che lo fa «sempre più dipendente da ogni
fluttuazione dei prezzi di mercato, dell’investimento di capitale e dei
capricci dei benestanti».
Altro fattore che minaccia i supposti vantaggi
per gli operai nel “boom” capitalistico è la concorrenza che cresce
fra i capitalisti, e quindi la crescente concentrazione dei capitali, che
getta una moltitudine di piccoli affaristi nella classe operaia, accrescendo
così la concorrenza per i posti di lavoro e ancora una volta causando
un abbassamento delle paghe. «Una parte della classe operaia è
ridotta a mendicare o alla fame per lo stesso motivo che ha precipitato
gran parte dei capitalisti medi nella classe operaia».
I capi riformisti dei sindacati, per i quali
esisteva il “buon capitalismo” fatto di latte e miele, dovrebbero oggi
essere costretti ad ammettere che questa non è proprio la condizione
generale dei lavoratori. Hanno ammannito filmetti sulla virtuosità
del duro lavoro e degli eroismi stakanovisti, assicurando che sarebbe stato
un “diritto” dei lavoratori “sacrificarsi” per “qualificarsi”, sugli altri
lavoratori, cioè, a sgomitare per farsi posto a spese dei vicini
compagni, ovvero diventare dei capitalisti anch’essi. Marx osserva: «Un
aumento delle paghe fa nascere nel lavoratore lo stesso desiderio di arricchirsi
del capitalista, ma esso può solo soddisfare questo desiderio immolandogli
la mente e il corpo. Un aumento delle paghe presuppone, e determina, l’accumulazione
del capitale, e così oppone il prodotto del lavoro al lavoratore
come qualcosa che gli diventa sempre più alieno. Ugualmente, la
divisione del lavoro lo rende sempre più unilaterale e dipendente,
introduce la concorrenza fra le macchine così come fra gli uomini.
Da quando l’uomo è stato ridotto simile ad una macchina, da allora
la macchina gli si può opporre come un concorrente». La canzone
ha immortalato la leggenda di John Henry, gran lavoratore e campione di
forza, che muore nel tentativo di dimostrarsi superiore sulla macchina.
«Infine, appena l’accumulazione del capitale ha accresciuto la quantità
delle fabbriche e quindi il numero degli operai, ciò permette alla
stessa quantità di fabbriche di produrre una maggiore quantità
di prodotti. Questo porta alla sovrapproduzione e finisce o per mettere
un gran numero di operai fuori del lavoro o col ridurre i loro salari ad
una miseria».
La terza condizione che si presenta nella
società è quando questo stato di crescita raggiunge il culmine.
Detto crudamente, «la sovrappopolazione deve allora morire».
Riassumendo. «Nella fase del declino
della società abbiamo una miseria crescente dei lavoratori; nella
fase del progresso, una miseria difforme; nella fase terminale, una miseria
costante».
Se esiste un Marx umanista nei Manoscritti
parigini è solo nel senso che riesce a dar voce al vaneggiare dell’operaio
di fabbrica, legato ad un lavoro penoso e ripetitivo; vaneggiare che però
esprime la prima evasione, l’iniziale capovolgimento dalla società
capitalistica nella coscienza rivoluzionaria. Così nel capitolo
“Il Lavoro Estraniato” si puntualizza che: «un accelerato aumento
dei salari (ignorando qui tutte le altre difficoltà, compreso il
fatto che tale anomale situazione potrebbe prolungarsi solo con la forza)
non sarebbe niente altro che una migliore paga per degli schiavi e non
implicherebbe un accrescimento del rilievo umano né in dignità
per entrambi l’operaio e il lavoro».Si noti come Marx, nonostante
consideri un sostanziale aumento dei salari come anormale, tuttavia affermi
come possa mantenersi con la forza.
A quel vagheggiare operaio, a quel sogno
fantastico non di maggior salario ma di una reale riappropriazione
e piacere dalla attività lavorativa umana, Marx si inspirò,
ma spese il resto della vita a provare che erano le condizioni
effettive storiche a provocare quel sogno, perché
i sogni sorgono solo quando esistono le possibilità materiali per
realizzarli.
«Anche la eguaglianza dei salari, prefigurata
da Proudhon, significherebbe solo trasformare la relazione fra l’operaio
di oggi davanti al suo lavoro con la relazione di tutti gli operai davanti
al lavoro. La società sarebbe concepita come un capitalista in astratto».
Già nel 1844 Marx aveva quindi previsto questo grave equivoco per
il corso rivoluzionario, di rivendicare la nazionalizzazione delle industrie
e le future “economie pianificate”, poi attuate dal cosiddetto “blocco
socialista”; schemi di capitalismo collettivo che avrebbero mantenuto
tutte le caratteristiche del lavoro estraniato, benché si siano
fatte passare come vantaggiose per i lavoratori già al tempo di
Marx e sconciamente dopo. Troppo spesso sarebbero caduti i lavoratori nella
trappola di partiti pseudo operai e di sindacati da essi diretti che vantavano
le industrie nazionalizzate come la soluzione ai mali sociali solo perché
non vi apparirebbe la figura odiata del padrone individuo.
Questi assunti di base rivelano anche le falle
nel perenne sogno del sindacalismo: “Una giusta giornata di lavoro per
un giusto salario”. Invece di rifarsi a concetti morali astratti di giustizia,
Marx ha mostrato come la forza lavoro obbedisce alle leggi delle altre
merci; una merce il cui “giusto” prezzo non è nient’altro che il
suo equivalente in massa di beni di consumo richiesti per mantenere l’operaio
al lavoro e perché possa riprodursi. Forse, anche più notevole,
in quei giorni lontani Marx aveva già anticipato, e condannato,
la più pericolosa e seducente delle visioni opportuniste: uno Stato
comunista dove i lavoratori ancora esistono come salariati e vendono il
loro lavoro allo Stato.
5. Il lavoro in una società post-capitalista
In Estratti dagli Elementi di Economia Politica
di James Mill, scritto allo stesso tempo dei Manoscritti, Marx
ci fornisce una esplicita prefigurazione della futura società comunista,
alla quale non è uso indulgere, un “sogno” che mette a contrasto
con la condizione del lavoro allineato sotto il capitalismo.
Marx, con la sua analisi del lavoro salariato
in organica connessione al capitale, esclude ogni possibilità di
stabile progresso per i lavoratori sotto il capitalismo, nemmeno durante
i suoi periodi di “benessere”, e gli oppone una futura società nella
quale il lavoro sarà davvero soddisfacente ed umano, perché
l’uomo sarà capace di tornare ad agire come un essere di una comunità
sociale.
Non c’è dubbio che le osservazioni
di Marx sono valide oggi come quando furono scritte e in senso generale:
benché le condizioni del proletariato sono apparse migliorare con
l’affermarsi del capitalismo, se misurate come massa di beni consumati,
relativamente agli accresciuti bisogni che il moderno capitalismo suscita
ed impone il miglioramento è del tutto insignificante, mentre come
condizione di salute complessiva e di infelicità sono senz’altro
peggiorate. Inoltre, sia nelle fasi di accumulazione primitiva sia di tardo
declino del capitalismo, la condizione del proletariato è così
orrenda, se non peggiore, di quella che dominava nel diciannovesimo secolo
in Europa: carestie, aumento della mortalità infantile, riduzione
della vita media delle classi inferiori, mentre le guerre devastano le
menti e i corpi e del proletariato dei paesi “poveri” e di quelli “ricchi”,
e sono cessate le avvelenate briciole del “benessere” sociale che cadevano
dalle tavole del banchetto imperialistico.
Questi i primi decisi e definitivi passi verso
l’impostazione della “questione sindacale”, che vogliamo ripercorrere ancora
una volta con la mano in quella ben ferma e robusta del nostro grande Carlo.
Intanto abbiamo respinto alcune delle illusioni propagate dai dirigenti
operai passati al nemico.
Nostro scopo è approfittare dell’esperienza
di lotta dei lavoratori per convincerli della bontà del metodo
comunista per la difesa della loro classe anche nella contingenza, e della
rovina che li aspetterebbe seguendo i metodi ai nostri opposti.
Non prevediamo che la rivoluzione verrà
quando la maggioranza degli operai sarà comunista: appunto il nocciolo
della questione sindacale risiede nel problema di come riuscire ad indirizzare
il movimento delle masse di lavoratori non comunisti, esterni ai
sentimenti, alla organizzazione e alla disciplina del partito. Inquadrati
in organizzazioni economiche spesso dominate da controrivoluzionari o senz’altro
da spie della borghesia, cionondimeno sappiamo che, nel momento cruciale,
il loro muoversi contingente e difensivo li porterà nella direzione
che avrà da sempre indicato loro il partito rivoluzionario, quella
dello scontro diretto e della guerra civile, e politica, fra le
classi.
Marx fin dai suoi primi studi ha identificato
alcuni principi che rimangono pietre miliari per l’atteggiamento del Partito
nell’avvicinarsi alle organizzazioni dei lavoratori. Li elenchiamo:
1. Il minimo possibile livello dei salari
è quello necessario per la sopravvivenza del lavoratore come tale
ed al più sufficiente per sostenere la sua famiglia ed impedire
che la razza dei lavoratori perisca.
2. Offerta e domanda di lavoro, cioè
la concorrenza fra i capitalisti alla ricerca di operai e fra gli operai
alla ricerca di un capitalista, causano delle fluttuazioni intorno a questo
livello medio.
3. L’illusione sindacalista di un forte aumento
nelle paghe si potrebbe socialmente mantenere solo con l’esercizio permanente
della forza operaia.
4. L’aumento dei salari si risolverebbe solo
in un compenso migliore per degli schiavi, non significherebbe una diversa
né migliore dipendenza del lavoratore dal capitale. L’eguaglianza
delle paghe, rivendicata da Proudhon, solo trasformerebbe l’attuale rapportarsi
dell’operaio con il suo lavoro nel rapporto di tutti gli uomini con il
lavoro. La società sarebbe concepita come un capitalista in astratto.
Questi concetti si sarebbero ulteriormente
affinati ed elaborati nel corso degli anni mentre il marxismo, come scuola
di comunismo, prendeva forma. Alle future indagini di Marx, e alle
circostanze sotto le quali si producevano, si aggiungerà il grande
contributo di Federico Engels che si dedicherà anch’esso alla formulazione
della materiale dialettica del sindacalismo operaio.
Rapporto espoto alle riunioni di Firenze gennaio 2002, Firenze gennaio
2003, Genova maggio 2003.
Carlo Liebknecht iniziava la sua opera Militarismo
e Antimilitarismo con queste parole: «Militarismo! Poche parole
nella nostra epoca vengono adoperate con tanta frequenza e nessun altro
termine definisce qualcosa di così complesso, multiforme, variegato,
un fenomeno nella sua origine e nella sua sostanza, nei suoi mezzi e nelle
sue ripercussioni così interessante, così importante, un
fenomeno che affonda le sue radici così profondamente nella natura
degli ordinamenti della società classista e che tuttavia può
assumere forme così molteplici anche all’interno del medesimo ordinamento
sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali
ed economiche dei singoli Stati e territori (...) Una storia del militarismo
condotta nel senso più profondo mette a nudo la natura più
intima della storia dell’evoluzione dell’umanità, le sue molle,
e sezionare il militarismo capitalista significa mettere allo scoperto
le radici più nascoste e più sottili del capitalismo. La
storia del militarismo è al tempo stesso la storia delle tensioni
politiche, sociali, economiche e in linea generale di civiltà tra
gli Stati e le nazioni, nonché la storia delle lotte di classe all’interno
delle singole unità statali e nazionali. Naturalmente qui non è
possibile osare di compiere anche soltanto il tentativo di una storia del
genere».
Noi qui nemmeno ci assumeremo la presunzione
di portare a termine un’opera del genere, ma l’opinione di Liebknecht ci
conforta almeno nel tentativo di abbozzare una traccia di ricerca in tal
senso.
Coscrizione e renitenza nello Stato unitario
Al momento dell’unificazione, in gran parte
delle regioni d’Italia, la coscrizione obbligatoria rappresentò
una novità fino ad allora sconosciuta, ed in particolar modo nelle
Romagne, nelle Marche e nell’Umbria. La Sicilia, per antico privilegio,
era esentata dal servizio di leva, dal quale affrancava i suoi abitanti
con un tributo in denaro. Dal servizio militare erano dispensati pure gli
abitanti delle isole di Capri, Lampedusa, Linosa. Nelle province napoletane
la leva era regolata da una legge del 1834 per la quale concorrevano sette
classi, dal 19° al 25° di età, ma, salvo esigenze straordinarie,
venivano arruolati solo i giovani che compivano il 21° nell’anno della
chiamata.
Anche se nei tempi moderni forme di coscrizione
obbligatoria erano già state sperimentate, possiamo affermare che
il fenomeno della leva obbligatoria abbia assunto rilievo europeo solo
con la levée en masse giacobina del 1793 e che venne definitivamente
sancita dalla legge Jourdan del 1798. Napoleone la impose su tutto il continente
e, nel corso del XIX secolo, con modalità diverse, venne adottata
da tutti i paesi europei, fatta eccezione dell’Inghilterra.
Nel Regno di Sardegna l’obbligo del servizio
di leva era regolato dalla legge Lamarmora del 1854, che venne via via
estesa a tutti i territori annessi al neonato Regno d’Italia fino a che,
come ebbe a dichiarare l’allora ministro della guerra Petitti-Baglioni,
nel 1862 era ormai possibile «esigere finalmente il tributo di militare
servizio con le norme di una sola legge e sopra gli individui di una stessa
età indistintamente dalle Alpi al Lilibeo». Il nuovo Stato
aveva necessità di rendere omogeneo il reclutamento su tutto il
territorio nazionale; occorreva poter disporre di un contingente armato
di oltre 200 mila giovani tra i quali reclutare secondo le necessità,
garantirsi un sistema di selezione uniforme ed efficace, fissare scadenze
periodiche, preparare il personale necessario alle operazioni: tali erano
le condizioni indispensabili per la costituzione di un esercito robusto
ed efficiente. Il 10 luglio 1864, con 66 voti favorevoli su 68 votanti,
il senato approvava l’estensione a tutto il Regno della legge Lamarmora.
Con la legge sulla leva il Parlamento italiano
vedeva risolto un problema essenzialmente tecnico-politico, reso urgente
dalla necessità di dotarsi di uno strumento di repressione efficace
per fronteggiare le ribellioni popolari, soprattutto del Mezzogiorno. Naturalmente
la giustificazione ufficiale puntava sulla necessità della costituzione
di un esercito che garantisse la difesa dei raggiunti confini nazionali
e fosse in grado di completare l’unificazione attraverso la liberazione
delle terre irredente. Era soprattutto la sinistra liberal-democratica
a fare pressioni per il riarmo. Dai banchi della sinistra parlamentare
si gridava: «Primo di tutti i nostri bisogni è quello di armare,
e che c’importa delle strade ferrate, tanto più che queste strade
non si possono avere in poco tempo? A che vale cercare la popolarità,
mentre prima condizione si è di esistere? (...) Armiamo! Armiamo!
Se l’Italia si porrà in una attitudine armata proporzionata ai suoi
mezzi e alla sua popolazione, la nostra grande questione sarà risolta
anche per Roma e Venezia» (On. Benedetto Musolino, 25.6.1862).
In Parlamento la volontà di approvare
la legge, abbiamo visto i risultati, era stata generale. Solo il Ricciardi
aveva accennato alle conseguenze sociali che il provvedimento avrebbe causato
e, chiedendo l’esonero dal servizio militare per i figli unici, «benignità
che usava anche il gran divoratore di uomini che aveva nome Napoleone I»,
ricordava come vi fossero «molte famiglie di poveri contadini, le
quali sarebbero ridotte alla fame se voi toglieste loro l’unico sostegno
dei vecchi parenti». A Ricciardi rispondeva Nino Bixio che se modifiche
dovevano essere apportate alla legge sul reclutamento, queste modifiche
andavano fatte «nel senso che si prenda un numero maggiore di coscritti».
L’obbligo del servizio militare quinquennale
aveva suscitato opposizione già nelle province centrali e la leva
sui nati del 1840 aveva registrato 4.800 renitenti su un contingente di
45.000 unità. Parallelamente si era diffuso il fenomeno della diserzione
che il governo attribuiva «all’opera iniqua di subornatori contro
i quali non è abbastanza armato il rigore della legge» (Petitti-Baglioni,
3.6.1862).
La prima leva nazionale si ebbe nel 1863:
secondo i dati ufficiali i renitenti furono 25.749, ossia l’11,5% con punte
altissime a Napoli (57,2%), Catania (45,6%), Palermo (44,4%), Trapani (41,3%),
Urbino (40,5%). Nel complesso si ha l’immagine di una nazione divisa sull’atteggiamento
nei confronti dell’obbligo militare, con un’area di assuefazione localizzata
nella pianura padana e parte di Toscana e Sardegna ed un’area di rifiuto
comprendente gli ex territori pontifici e l’ex Regno delle due Sicilie.
I figli dei benestanti «potevano esimersi
dal servizio militare grazie agli istituti previsti dalla normativa (la
liberazione completa, per i più agiati, dietro versamento di L.3.000,
pari allo stipendio medio annuale di un docente universitario; la surrogazione,
cioè la possibilità di farsi sostituire da qualcuno dietro
compenso; lo scambio dei numeri, tra chi, avendo sorteggiato nelle operazioni
di leva un numero basso, era assegnato alla prima categoria con ferma quinquennale
e chi, avendo estratto un numero alto, era assegnato alla seconda categoria
con un periodo di addestramento non superiore ai quaranta giorni)»
(Gianni Oliva, Esercito, Paese e Movimento Operaio).
La pratica dell’estrazione del numero risaliva
ad una vecchia tradizione francese del ‘600 quando, su iniziativa del ministro
della guerra di Luigi XIV, venne stabilito di integrare i reparti mercenari
con aliquote di giovani celibi estratti a sorte in ogni provincia. Per
la verità nel Regno d’Italia la motivazione era opposta: poiché
vi era esuberanza di uomini delle singole classi di leva rispetto alle
esigenze dell’esercito (e alle finanze dello Stato), le autorità
militari stabilivano di anno in anno la percentuale dei coscritti che avrebbero
dovuto fare il servizio militare per intero (cinque anni), gli altri avrebbero
ricevuto un addestramento di soli quaranta giorni (questo fino al 1870,
in seguito la ferma sarebbe stata di 3 anni quella intera e di 2 quella
ridotta).
A differenza dei borghesi, i figli del popolo
avevano un solo modo per scansare la leva, quello di rendersi irreperibili:
cosicché la legge sulla coscrizione obbligatoria nel Sud divenne
concausa della situazione insurrezionale poiché i renitenti potevano
trovare uno sbocco alla latitanza solo entrando nelle bande dei ribelli.
Nel 1864 il numero dei renitenti venne drasticamente
ridimensionato: 13.476 su 232.154 iscritti, pari al 5,8%; l’anno successivo
il tasso scendeva ancora: 4,8% (10.708 su 223.548 iscritti) attestandosi
poi, all’incirca, su questa percentuale.
Chiaramente questi dati ufficiali non sono
veritieri e forse un criterio più valido sarebbe «con tutta
probabilità quello di raddoppiare, perlomeno per il periodo che
va dall’Unità ai primi anni ‘70, gli indici ufficiali offerti dalle
statistiche ministeriali» (Piero del Negro, La Leva Militare),
però è indubbio che vi sia stata una brusca contrazione del
fenomeno e ciò anche grazie agli ampi poteri discrezionali concessi
dalla Legge Pica secondo la quale potevano essere arrestati «tutti
quanti s’incontrano per la campagna con l’età apparente del renitente
e col viso dell’assassino». Rastrellamenti militari su vastissima
scala erano sistematici con blocco totale dei paesi, con il taglio degli
acquedotti, il divieto assoluto di entrata o di uscita. I paesi venivano
ridotti alla fame ed alla sete fino a che tutti i renitenti non fossero
stati consegnati alle autorità. Fu grazie a questi sistemi, continuati
per anni, che il numero dei renitenti alla leva diminuì drasticamente.
Dopo il 1866 l’andamento degli indici di renitenza
rimase sostanzialmente costante attorno al 4%.
Possiamo quindi concludere che l’imposizione
della leva obbligatoria si scontrò con un forte rifiuto iniziale,
ma la repressione brutale del nuovo Stato unitario, nel giro di pochi anni
riuscì a circoscrivere il fenomeno all’interno di percentuali accettabili.
La volontà di sfuggire all’arruolamento
forzato è fenomeno antichissimo; la mitologia ci narra come i due
massimi eroi dell’antichità greca, Achille ed Ulisse, tentassero
di sottrarsi alla guerra di Troia l’uno mascherandosi da donna e l’altro
fingendosi pazzo. Nella lingua latina murcidus era l’appellativo
derisorio che veniva dato a quanti si procuravano delle infermità
per risultare inabili alle armi. Nella prima metà dell’ 800 il fenomeno
aveva vasta diffusione in tutti gli eserciti europei ed i finti inabili
venivano puniti con un anno di reclusione in Prussica, con detenzione da
sei mesi a due anni nel Granducato di Toscana, con un’ammenda da 200 a
1.000 franchi od il carcere fino a due anni in Francia, mentre in Austria
una patente del 1820 stabiliva che dovessero «essere chiamati per
primi al servizio militare quei coscritti i quali dolosamente avessero
allegata una malattia, un difetto fisico o altra imperfezione da cui non
fossero affetti» (Federico Cortese, Malattie ed Imperfezioni...).
In Italia, secondo la legge del 1863 i simulatori erano soggetti a reclusione
da sei mesi ad un anno se coscritti, da 3 a 5 anni se già arruolati.
La minaccia delle pene non rappresentava però
un deterrente capace di eliminare il fenomeno tant’è vero che il
tenente medico Tomellini, in un testo dal titolo Delle Malattie più
Frequentemente Simulate o Provocate dagli Inscritti, pubblicato nel
1875, ammetteva: «Inante ai consigli di leva sono ben pochi gl’inscritti
atti al servizio che si presentano lieti e giulivi, e che deposti prontamente
gli abiti si pongono già in attitudine militare dichiarando di non
avere alcun difetto. I più (...) cercano con ogni via di ottenere
la riforma. Se trovansi affetti da leggere infermità ne esagerano
i sintomi, se occorre se ne procurano ad arte (...) Alcuni finalmente fingono
vere e proprie malattie appoggiando l’asserzione dell’origine a documenti
che uomini spudorati e senza onore rilasciano senza alcuna difficoltà».
La casistica delle simulazioni era vastissima
spaziando da esempi di astuzia a casi di autolesionismo. Un espediente,
a cui si ricorreva nelle campagne già all’epoca di Napoleone, e
che fu ripreso dopo l’unità d’Italia, era quello di porre dei nomi
femminili ai figli maschi. Sennonché i preti, che erano tenuti a
mostrare i registri di battesimo ai funzionari governativi, o per collaborazionismo
o per timore, all’atto del battesimo controllavano il sesso del neonato.
Da parte sua l’esercito si dimostrava estremamente
deciso e determinato a scoprire i simulatori ed allo scopo riteneva lecito
l’utilizzo di qualsiasi mezzo: «Nei casi in cui l’individuo si ostina,
e ricusa di capitolare, e s’hanno grandi indizi di simulazione si può
senza dubbio ricorrere all’applicazione di vescicanti, di ventose secche
e a taglio, all’elettricità e alla doccia fredda, mezzi tutti che
stancano maledettamente i simulatori» (Tomellini).
Per alcuni il rifiuto dell’obbligo di leva
era così profondo da portare perfino all’automutilazione: «V’hanno
giovani che hanno tanta freddezza da porre il dito sul tronco di un albero
e reciderlo con un colpo di falce, e quindi chiamare al soccorso per potere
all’occorrenza avere testimoni che depongano in favore dell’accidente avvenuto
loro».
Il terrore che la vita di caserma ispirava
ai giovani coscritti non era affatto ingiustificato. In caserma alla durezza
delle esercitazioni ed ai maltrattamenti morali e fisici si univano l’isolamento
dei soldati verso la società esterna e le divisioni all’interno
tra le diverse provenienze regionali. Nel 1880 apparve a Genova un opuscolo
dal titolo Autopsia della Vita Militare ed era firmato “R. S., ex-sottufficiale
dell’esercito italiano”. Il Ministero dell’Interno vietò la sua
diffusione in quanto «recante grave offesa alla dignità dell’esercito».
In tale opuscolo l’atmosfera di caserma era descritta come quella di un
regime disciplinare repressivo dove il comandante poteva stabilire a proprio
arbitrio le pene più severe: «Prigione semplice, prigione
di rigore (pane e acqua e tavolato a vece del letto), persino progressione
ferri (cioè giornalmente sei ore di ferri corti e sei di ferri lunghi):
e tantissime volte i comandanti si prendono la libertà di infliggere
punizioni che non sono considerate dal regolamento di disciplina, come
un colonnello che nel 1877 aveva inventato la ‘passeggiata di salute’,
inflitta a coloro che, dichiaratisi ammalati durante la settimana, venivano
invece dal medico riconosciuti di buona salute e ai quali la domenica mattina,
riuniti in armi e bagagli, si facevano eseguire ottanta, novanta, cento
giri intorno a una piazza ove era fabbricata la caserma».
Per le colpe più gravi vi erano le
compagnie di disciplina dove il soldato poteva essere inviato con semplice
provvedimento amministrativo. A partire dal 1870 vennero anche introdotte
le cosiddette classi di punizione che mantenevano il soldato al proprio
reparto, consegnato per un periodo di sei mesi che spesso si allungava
e poteva anche triplicare, costretto a portare un particolare distintivo,
veniva severamente punito ad ogni lieve mancanza. Praticamente era sottoposto
ad un domicilio coatto all’interno della caserma. Non di rado il sottoposto
alle classi di punizione finiva nelle compagnie di disciplina. Le cause
per le quali i soldati potevano essere inviati alle compagnie di disciplina
erano molto vaghe e discrezionali: innanzi tutto vi erano quei militari
ritenuti colpevoli di infrazioni disciplinari non punibili dal codice militare
perché lievi o non dimostrabili, gli omosessuali ed i sospetti di
omosessualità, i militari rei di aver preso moglie senza il permesso
del ministero della guerra, gli antimilitaristi socialisti ed anarchici.
Senza dilungarsi sul trattamento dei militari sottoposti alle compagnie
di disciplina ci limitiamo a riportare quanto scrisse Sylva Viviani basandosi
su di una statistica diffusa nel maggio 1908 dal ministero della guerra,
dalla quale risultava che in un anno su 726 puniti, 183 erano stati riformati,
ossia «stroncati» per malattia; altri 10 erano stati congedati
anticipatamente, sempre per ragioni di salute; 19 inviati in licenza di
convalescenza di un anno dopo lunga malattia. «In totale 212 malattie
gravissime nel corso i soli dodici mesi sulla piccola forza di 726 soldati»
(La Pace, 16.7.1908). «Viviani aggiungeva che le malattie
che più avevano infierito nel passato nelle compagnie di disciplina
e nei reclusori riguardavano “l’asse cerebro-spinale”, e che erano diffuse
enormemente, più che in tutti gli altri corpi, “le malattie del
sistema nervoso”; c’erano fondate ragioni, dunque, per dubitare dell’esistenza
di veri e propri sistemi di tortura» (Ruggero Giacobini, Antimilitarismo
e Pacifismo nel Primo Novecento).
«Nel primo decennio post-unitario la
giustizia militare celebra una media di otto-novemila processi all’anno,
con una punto di 10.549 nel 1864. Nel 1865 i tribunali militari emanarono
146 condanne a morte, 3.912 condanne in contraddittorio, 2.180 condanne
in contumacia, 1.975 assoluzioni, per un totale di oltre 8.000 processi,
pari all’incirca al 3% della forza in armi: nello stesso anno i detenuti
nelle carceri militari oscillano intorno ai 2.200/2.300» (Gianni
Oliva, Esercito, Paese e Movimento Operaio). Nei decenni successivi
il fenomeno si ridusse pur rimanendo molto alta la proporzione dei reati:
Uno ogni 50 uomini in armi, il doppio di ciò che nello stesso tempo
avveniva nell’esercito francese. Nella maggior parte dei casi si trattava
di reati contro la disciplina e all’interno di questi predominavano quelli
per diserzione: una media di circa 1.400 l’anno. Non mancavano neppure
gli ammutinamenti: 34 nel 1880.
Accanto alle manifestazioni di indisciplina
e di insubordinazione si sviluppava il fenomeno del suicidio. Nel decennio
1874/1883, secondo i dati ufficiali, si verificarono 777 suicidi, con una
punta di 86 nel 1880. Non erano rarissimi nemmeno casi di soldati che,
in preda a raptus di follia, sparavano ed uccidevano commilitoni o superiori.
Tra questi l’innodia popolare ci ha tramandato le canzoni che narrano di
Misdea, Costanzo, Scarnari, Marino, ecc., tutti quanti condannati alla
fucilazione tra il 1884 ed il 1885. Misdea, nella primavera del 1884, in
un raptus di follia esplodeva cinquanta colpi di fucile uccidendo cinque
commilitoni e ferendone gravemente altri sette; Costanzo l’anno successivo
sparava ed uccideva il proprio caporale ed altri due commilitoni. In un’epoca
in cui il dibattito sull’abolizione della pena di morte era di piena attualità,
il caso Misdea fu occasione per la stampa reazionaria di svolgere una calorosa
campagna antiabolizionista. Commentava Luigi Lucchini: «Gli apostoli
del patibolo non si chetarono, fecero balenare agli occhi la ragion militare,
la disciplina dell’esercito, le esigenze di una giustizia che deve essere
soprattutto l’espressione della forza e del rigore» (L. Lucchini,
Soldati
Delinquenti: Giudici e Carnefici). Da parte sua L’Illustrazione
Italiana, riferendosi al caso Costanzo, invocava le guerre coloniali:
«Benedetta l’Africa che ci dà l’occasione di far uscire il
nostro esercito dal torpore delle guarnigioni!» (22.2.1885).
Carlo Cattaneo aveva scritto: «Dio toglie
all’uomo mezza anima quel dì che lo fa schiavo, e gli toglie tutta
l’anima quel dì che lo fa soldato; perché al soldato non
è nemmen lecito lagnarsi delle infamie che gli fanno commettere.
Lo schiavo può avere la ragione e la coscienza; può avere
anche i lamenti e le maledizioni; il soldato non ha che l’onore e l’ordine
del giorno» (C. Cattaneo, Dell’Insurrezione di Milano del 1848).
In Italia la visione dell’esercito inteso
come strumento della politica reazionaria e repressiva attingeva ad una
tradizione tipicamente risorgimentale. Erano stati gli eserciti permanenti
al servizio dell’impero asburgico e delle varie monarchie che avevano represso
i moti, imposto la censura, soffocato il dibattito politico, costretto
alla clandestinità od all’esilio gli intellettuali rappresentativi
della coscienza nazionale. Non ci potevano essere dubbi, ad impedire l’unità
nazionale era stata «la soldatesca di 400.000 gladiatori, messa ad
arbitrio dell’uno o di pochi, serva sempre dell’altrui volere» (C.
Cattaneo, Considerazioni).
D’altro canto la scarsa efficacia, dimostrata
nel corso del Risorgimento dagli eserciti permanenti a confronto delle
brillanti operazioni condotte dalle truppe volontarie ed irregolari si
traduceva nella convinzione che la difesa nazionale non sarebbe dovuta
dipendere da eserciti regolari, ma garantita dal concorso di tutto il popolo
in armi. Lo stesso Garibaldi non nutriva dubbi in merito: «La classe
dei contadini forma il nerbo dell’esercito dando ad esso la maggior parte
della forza bassa (...) e gli uomini del ventre sanno modellarla talmente
a loro modo che ne fanno ciò che vogliono. Questi poveri contadini,
una volta vestita l’assisa del soldato, servono ciecamente, e colle vuote
parole d’onore del soldato, d’onor militare, d’onor della bandiera, colla
paura dei castighi e della fucilazione si portano a combattere indifferentemente
amici e nemici» (G. Garibaldi, Scritti e Discorsi Politici e Militari).
L’eroe dei Due Mondi considerava questi eserciti «un’istituzione
perniciosa – poiché – chi governa con tale terribile strumento nelle
mani vuol essere ubbidito governando bene o governando male. Quindi l’esercito
non servirà solo a combattere i nemici esterni, ma combatterà
pure il proprio popolo quando ne abbia ordine dall’imperante». In
altra occasione, in seguito ad un eccidio compiuto a Brescia nel maggio
1862, Garibaldi scriverà: «Io non conosco ancora il numero
esatto dei morti e dei feriti della strage di Brescia. So che vi sono ragazzi
morti e ragazzi e donne ferite (...) Soldato italiano, io non voglio credere
che soldati italiani possano aver ammazzato e ferito donne inermi e fanciulli.
Gli uccisori dovevano essere sgherri mascherati da soldati! E chi comandò
la strage... Oh, io lo proporrei per il boia... E proporrei ai bresciani
di innalzare un monumento a Popoff, ufficiale russo, che ruppe la sciabola
quando gli domandarono di caricare il popolo inerme di Varsavia».
(Il Diritto, 20.5.1862).
Negli ultimi anni dell’800, quando in Italia
si affermano le prime organizzazioni del movimento proletario, il rapporto
fra esercito e paese appare quindi già ben delineato: da un lato
il tentativo di rifiuto alla coscrizione obbligatoria si può dire
che sia stato già debellato attraverso una sistematica repressione
e sostituito, nella coscienza collettiva, da una rassegnata accettazione
di tale tappa necessaria della vita maschile; dall’altro lato la stragrande
maggioranza della popolazione, anche se con motivazioni diverse, si dimostra
estranea ed ostile ai miti del militarismo. Non può quindi stupire
se nei primi documenti ufficiali del movimento operaio si ritrovino tematiche
comuni a tutte le correnti del pensiero democratico: denuncia degli eserciti
permanenti, rovinosi per la pubblica finanza e pericolosi per la libertà,
anche se la denuncia del militarismo assume un connotato di classe e di
accusa del suo uso come strumento di repressione antiproletaria; per quanto
la democrazia radicale, per alcuni aspetti, lo avesse già anticipato.
Nella primavera del 1885 i dibattiti parlamentari
sulla spedizione di Massaua e sulla politica coloniale del governo coinvolgono
i gruppi dirigenti del movimento proletario per una prima riflessione sul
problema del militarismo. Non ci saranno inviti alla mobilitazione ed indicazioni
di lotte rivolte al proletariato, la battaglia antimilitarista si svolgerà
tutta all’interno delle istituzioni. Ma a merito del movimento socialista
dobbiamo dire che sarà l’unico ad opporsi all’avventura africana,
mentre democratici e radicali aderirono alla teoria della “missione civilizzatrice”.
È Andrea Costa che, seppure con argomentazioni
non rivoluzionarie, chiede il ritiro immediato dei soldati dall’Africa:
«L’Italia che lavora è assetata di giustizia, è assetata
di libertà, è assetata di cultura, e come base di ogni suo
miglioramento intellettuale, politico e morale vuole il miglioramento delle
sue condizioni economiche: perciò vede con orrore sprecato il patrimonio
pubblico nelle facili conquiste delle sabbie africane, vede con orrore
mandati colà i suoi figli più forti (...) Richiamiamo di
conseguenza le nostre truppe dall’Africa, dove le abbiamo mandate con tanta
leggerezza; e prima di pensare di portare la civiltà in casa d’altri,
sbarazziamoci noi di ciò che ci resta di un tristissimo passato
e rivolgiamo tutta la nostra forza, tutta la nostra energia alla soluzione
di quello che è il tormento e l’orrore del nostro secolo: la questione
sociale» (7.5.1885).
Dalla disfatta di Dogali, dove i 500 della
colonna De Cristoforis vennero annientati, la maggioranza parlamentare
traeva spunto per chiedere crediti straordinari al fine di preparare una
massiccia reazione. Mentre un altro tradizionale antigovernativo, il radicale
Felice Cavallotti, si allineava docilmente al potere: «I paesi non
vivono soltanto di pane e benefici materiali. I paesi vivono anche di onore»
(3.2.1887), ancora una volta Andrea Costa presentava un ordine del giorno
di netta opposizione. L’impresa africana «incostituzionale nei suoi
primordi, è diventata oggidì disastrosa e per le vite che
è costata e per l’erario (...) e ciò in momenti in cui l’Italia
ha bisogno di convergere tutte le sue forze al suo sviluppo economico e
morale e al miglioramento delle classi lavoratrici (...) il prestigio militare
e l’onore della bandiera sono i soliti pretesti con cui tutti i governi
cercano di far passare le loro imprese avventurose; deplo