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"COMUNISMO" n. 54 - luglio 2003
Presentazione
Imperialismo questione strategico-militare – L’intreccio Stato-guerra (II - RG84) (53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58).
I GIOVANI MARX ED ENGELS, GLI OPERAI, GLI SCIOPERI, I SINDACATI ( I - II )
           1. Un “giovane hegeliano” - 2. La Rheinische Zeitung - 3. Proletariato scoperta classe rivoluzionaria
                 - 4. I Manoscritti parigini - 5. Il lavoro in una società post-capitalista - 6. Prime conclusioni.
L’Antimilitarismo nel movimento operaio in Italia (I): Coscrizione e renitenza nello Stato unitario - “Né un uomo, né un soldo”
STORIA ED ECONOMIA DEL BRASILE ( I - II )
         Breve richiamo storico - Prime incursioni nella sconfinata foresta - Lo sviluppo demografico
                - La questione agraria - L’affermarsi del capitalismo - 1930-1964: Industrializzare per il mercato interno
                - 1964-1973-1985: Miracolo sotto la dittatura militare - 1985: Arriva la democrazia, continua il capitalismo
                - Alcol o Petrolio per dissetare il Capitale?
Dall’Archivio della Sinistra:
             Carlo Liebknecht - Tre interventi al Reichstag, 18, 19, 26 aprile 1913.

 
 
 
 
 



Presentazione
 

    Troppi spettri si aggirano per il mondo – l’Europa è ormai stretta per contenerli.
     Se ne sono accorti gli esegeti e i teorici del capitalismo perbene, del libero mercato, con le regole e i vincoli che lo rendono morale, dignitoso e benefico. Siccome da tempo il meccanismo internazionale di produzione e della finanza mostra vistosi segni di cedimento, con l’inizio del ciclo di ripresa posposto di anno in anno, questi spiriti forti hanno alla fine compreso che è nella sua natura il fantasma, che ne disturba e corrompe l’armonia e la funzionalità. Ancora non sono riusciti a capire come materialmente se ne possa arrestare il turbinare, ma si affannano a rammentare i pericoli che questa situazione può avere sul futuro del Mondo, sulla pacifica convivenza e collaborazione degli Stati.
     Sia chiaro, lo spettro che vedono all’opera non è più quello del Comunismo; questo, nel senso comune della storia e secondo l’ideologia dei tempi correnti, appartiene ad una fase ormai tramontata, tutta da ripudiare e dimenticare. E se tra lorsignori qualche demagogo ancora lo agita a mo’ di spauracchio davanti all’incurabile e imbecille viltà delle mezze classi, è solo per ravvivare un po’ l’ambiente, con vantaggio per destri e sinistri, non certo perché ci credano o desti preoccupazione. No, il Comunismo non c’entra nulla in tanto filosofeggiare.
     Benché la minacciosa presenza che incombe sul Mondo sia intuita come un prodotto del capitalismo stesso, il suo lato oscuro, la sua anima, in fondo, demoniaca, quel fantasma in realtà non viene individuato, netto e preciso, nel capitalismo e nel mercato stessi, liberisti o statalisti che siano, né si ha l’onestà di riconoscerne la ineluttabile e intrinseca forma regressiva. Ogni critico borghese, per mettersi in pace la coscienza, secondo lo specifico campo di attività e la tinta politica che si ritrova addosso, vede solo una particolare faccia dello spettro, e le dà il nome che ritiene più suggestivo. Ne viene fuori un campionario di mali parziali, e dei corrispondenti parziali, quanto ipocriti e illusori, rimedi.
     Ecco che salta fuori l’importuno “conflitto di interessi” che privilegiando il potente impedisce di perseguire il Bene comune. Ecco la “bolla speculativa”, enfiata di nulla dalle spregiudicate mene della grande finanza e che, scoppiata, rovina le sudate risorse dei piccoli risparmiatori. Ecco il maneggio dell’”insider trading”, la conoscenza dei meccanismi reconditi della finanza societaria, che permette a pochissimi addetti di approfittare della moltitudine di investitori. Ecco i “bilanci truccati” delle aziende, che gabbano gli investitori. Ecco gli Stati medesimi sull’orlo del fallimento, che emettono obbligazioni fondate sul nulla per finanziare il loro deficit. Ecco il collasso della “new economy”, il miraggio dei soldi fatti dal nulla se non dalla promessa di un futuro in continua espansione, che ingoia i fondi pensionistici di quei lavoratori che, dicevano, erano garantiti. Ecco infine la spettro della guerra, non frutto maturo del capitalismo ma prodotto del “militarismo”, della “politiche aggressive”, della stupidità “dei guerrafondai”.
     Ricette pratiche efficaci, nemmeno per esorcizzare questi singoli spettri, non se ne trovano nell’armamentario delle buone intenzioni, mentre il modo di produzione capitalistico, unico spettro dai cento volti, continua a scardinare le certezze nelle sorti progressive e prospere del mondo borghese.
     Nei fatti la quantità, la massa, il Moloc, la montagna di Capitale – altro che “fantasma” – fino ad oggi prodotta monta ad altezze mostruose. Niente ormai di questo Blob alieno, informe e debordante è utilizzabile per il bene della specie umana, grava infetto sul lavoro vivo imponendo ogni mezzo per incrementare ancora e ancora la sua pervasività ed ingombro. D’impiccio a questo suo fine unico e implacabile il Capitale non tollera regole, vincoli, disciplina.
     Questa verità definitiva, raggiunta dal marxismo oltre un secolo e mezzo fa, è talmente dura da accettare e gravida di conseguenze terribili per i borghesi, che questi non possono che ridursi a “credere ai fantasmi”. Preoccupati per il fosco domani del capitalismo è giocoforza ripetano i soliti esorcismi: più “trasparenza” per le aziende e per gli investitori; certezza nei patti sottoscritti dalle parti sociali “concertanti”; “più controllo” da parte degli “organismi a ciò preposti”; istituzionale “divisione dei poteri”; responsabile “democrazia parlamentare”; “certezza del diritto”; “cooperazione” tra gli Stati; “soluzione pacifica” dei conflitti, ecc. ecc.
     Intanto, dall’altra parte, quanti sono preposti al governo dell’infernale sistema, col pragmatismo che la situazione richiede, inevitabilmente con metodi sempre più “informali” se non “illegali” rispetto allo scema ritualità democratica, continuano dittatorialmente ad usare la solita ovvia unica loro ricetta di “politica economica e monetaria”: scaricare sulle spalle delle classi più deboli il peso della crisi industriale e finanziaria, iniziando a distruggere, dove esistenti, le strutture dei cosiddetti ammortizzatori sociali. Nel frattempo riorganizzano alleanze e strategie per la prossima, sempre più difficile, ripartizione dei mercati internazionali, per il controllo delle fonti energetiche, e cominciano a considerare l’ipotesi di attrezzare di nuovo gli Stati in vista di un non più tanto remoto conflitto generalizzato.
     Di “animi candidi”, nella sua secolare storia, il Comunismo molti ne ha conosciuti. In altri, lontani, periodi anche disposti a fare un pezzo di strada insieme ai partiti del proletariato. Ma nell’attuale fase storica di imperialismo dispiegato, tutti questi “sinceri democratici” candidi lo sono soltanto all’apparenza; in realtà sono e saranno schierati ferocemente contro la classe operaia e rivoluzionaria e, senza remore, col Capitale, con la sua infame legge economica e con tutte le sue mostruosità.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Imperialismo, Questione strategico-militare

Rapporto esposto nella riunione di Torino, settembre 2002.

(53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58).

     Quando Lenin ha scritto Imperialismo ha scritto Capitalismo. Soltanto i sedicenti marxisti-leninisti hanno potuto pensare, nella loro interpretazione dell’Imperialismo, o addirittura del “leninismo”, come fase nuova, che questa formula abbia voluto rinnegare le premesse del marxismo ottocentesco.
     Il capitalismo, finita l’epoca, almeno nei paesi di vecchia industrializzazione, delle definizioni nazionali, non poteva che sfociare nell’imperialismo, con le sue espressioni di oppressione coloniale e di pressione sul proletariato metropolitano, fino alle inevitabile guerra tra Stati, che noi abbiamo sempre letto come guerra sociale piuttosto che nazionale.
     Quando allora, quasi inconsciamente parafrasando i nostri testi, certi ideologi borghesi in veste di “politologi” o di “strateghi della guerra”, ammettono che la guerra terroristica è l’ultima modalità della guerra tradizionale o convenzionale, non fanno che riferirsi ad un tipo di guerra “a nemico invisibile” nella quale i più martoriati sono i cosiddetti “civili”, più ancora dei “militari” impegnati nelle operazioni.
     Se si avesse la pazienza di quantificare statisticamente il numero delle vittime “civili” delle diverse forme di guerra, dalle imprese napoleoniche ad oggi, potremmo rappresentare questa quantità in grafici in cui l’impennata dell’ultima guerra mondiale desterebbe grande impressione. Noi sappiamo bene per quale motivo si manifesta questo fenomeno: perché nel modo di produzione capitalistico la guerra non svolge più la funzione di confronto semplicemente territoriale tra le potenze, ma di lotta economica e commerciale legata a determinati livelli di sviluppo delle forze produttive.
     I proletari sono chiamati non solo a “produrre” secondo il rapporto che li lega al Capitale come rapporto sociale, ma a sostenere il peso delle azioni militari, e così subire quei salassi che sono necessari alla guerra intesa come azzeramento dei contenziosi aperti tra le opposte bande borghesi nel mondo.
     Così per noi la guerra non comporta semplicemente lo studio delle questioni specificamente strategico-militari, che pure ci competono, ma soprattutto il quadro completo che lega la produzione al fenomeno guerra, in tutte le sue possibili implicazioni.
     Nella fase imperialistica sappiamo come la guerra esploda in quanto momento necessario, nel quale le contraddizioni vengono al pettine. Se è vero, parafrasando l’abusato Clausewitz, che la guerra è la continuazione della politica (e dell’economia), si deve dire che continuazione non significa sospensione né della produzione, né della politica, né della diplomazia, ma invece prevalere d’una dimensione sull’altra, fino al punto che l’una – la guerra e la questione militare – prende chiaramente il sopravvento sulle altre ed a sé le subordina per una serie di fattori che vanno analizzati e spiegati.
     Oggi, nel clima di quasi totale mancanza di influenza della corrente rivoluzionaria, si è giunti a riconoscere che il fattore militare può essere utile per la ripresa economica minacciata di stagnazione, in qualche modo si afferma “ben venga la guerra”. Non ne facciamo certo una questione morale o peggio moralistica di indignazione davanti al fenomeno guerra, ma mai accetteremo la guerra capitalistica come una inevitabilità alla quale di deve soggiacere, anche se la classe operaia a livello generale si trova largamente infeudata alle logiche nazionali e sovranazionali.
     Vedere quando, e secondo quali incidenze, la guerra diventa argomento all’ordine del giorno, e secondo quale coinvolgimento di Stati e di aree, non è un’esercitazione accademica ma una necessità.
     Noi abbiamo indicato secondo quali logiche gli equilibri di Yalta cominciarono ad incrinarsi, dopo decenni di guerra fredda nel corso dei quali ciascun blocco sacrificò sull’altare degli equilibri usciti dalla Seconda Guerra mondiale ogni incursione seria nell’area di influenza altrui. Da Berlino 1953, alla rivolta ungherese, alla invasione della Cecoslovacchia del 1968, alla crisi polacca culminata nel 1979, abbiamo osservato come, nonostante le polemiche e le “condanne”, il cosiddetto Occidente non si è mai mosso militarmente, fatta eccezione per il caso Cuba, allorché stava per essere messa in discussione la dottrina Monroe enunciata nel lontano 1823, che va sotto la formula “l’America agli Americani”... Valore e resistenza delle dottrine, vero “compagni” Yankee? In quella circostanza si rischiò la guerra atomica, almeno così si è detto. Ma il bluff sovietico si manifestò per quello che era. Non si butta all’aria un equilibrio uscito da una carneficina mondiale, seppure precario, solo dopo un quindicennio.
     Eppure l’imperialismo mondiale, non solo quello Usa!, non stava certo fermo. È stato dopo la sindrome Vietnam, per quel che riguarda gli Stati Uniti, e dopo che la cintura degli Stati satelliti dell’URSS è entrata in fibrillazione che gli equilibri di Yalta hanno cominciato a non tenere. Al di là di tutte le fantasticherie sull’aggressività russa, nessuno può mettere in discussione che la Russia non ha e non poteva spingersi verso Occidente, tanto è vero che la sconfitta nella competizione della cosiddetta coesistenza, teorizzata dallo “zappaterra” Krusciov, ha spinto l’impero a implodere e a dichiarare la sua fine senza colpo ferire. Si era insomma ingloriosamente svelato per quello che era il Mito Russia, come avevamo da tempo, e da soli contro tutti, preconizzato.
     Ma noi non abbiamo mai considerato la dinamica imperialistica come immodificabile ed immobile. Abbiamo cominciato a prevedere, negli anni 1975-80 delle linee di movimento, che definimmo nella morsa della alternativa: o guerra o rivoluzione. Naturalmente tra le risate degli avversari che possono averci letto. Troppo semplicistico, improponibile, schematico ecc.! In realtà nessuno, crediamo, ha mai voluto fare il Nostradamus della situazione. La nostra alternativa non è del momento, ma è storica nella fase imperialistica. Se sono passati decenni, per certi anche di “disillusione”, di stanca e logorante “attesa”, per noi il tempo della storia, lungo o corto, è tempo storico, da nessuno manovrabile a piacimento, in barba ad ogni illusione di histoire évenémentielle!
     Saltati gli opposti veti militari, col crollo dell’ex URSS, era inevitabile che si dovessero disegnare nuovi assetti geopolitici, del resto già in embrione prima ancora che il Muro cadesse.
     Per noi l’imperialismo russo non da poco tempo trescava col più organizzato e “articolato” imperialismo occidentale; ma gli assetti economici d’area possono bene essere mascherati da sovrastrutture politiche, come fu per oltre 60 anni. Sotto quella pressione l’opportunismo staliniano aveva illuso il proletariato, largamente, che le sue lotte potessero trovar protezione sotto lo scudo russo. Noi lo abbiamo sempre contestato. E così, allorché nel decennio scorso 1990-2000 il prevalente imperialismo USA (ed accoliti) ha pensato di gestire da gendarme unico l’apparato politico mondiale, non solo non ci siamo sorpresi, ma abbiamo saputo vedere come la situazione si sarebbe messa in movimento, non in previsione della “pace perpetua”, ma di nuovi, non del tutto prevedibili assetti mondiali.
     Che gli USA abbiano “umiliato” la Russia in panne al suo interno durante la guerra con l’Irak, e dimostrato la superiorità netta degli strumenti di distruzione a disposizione; nel decennio il tentativo costante di erodere l’influenza russa, fino ad attrarre nella sua orbita gli ex Stati satelliti, ha portato alla situazione attuale, allorché, in virtù di tre guerre balcaniche e dell’ultima guerra arghana, l’accerchiamento strategico sta portando ad una cintura di Stati che vanno dal Mar Caspio all’India. La vecchia potenza russa si trova, nel suo gioco a scacchi, secondo la tattica a lei nota da Kotuzov a Stalin, a giocare di riserva, facendo inevitabilmente le finte di non volersi opporre alla Nato. Del resto, come lo potrebbe?
     Ecco allora il nemico comune islamico, che forse permetterà al vecchio orso polare di farsi togliere qualche castagna dal fuoco dal potente ex nemico. Ma il nuovo assetto è in fase di assestamento, ed ha bisogno di risorse e grande dispiegamento di forze.
     Per questo c’è bisogno del petrolio, delle fonti di energia (altro che fonti alternative credibili!) che giacciono nel Mar Caspio, e interessano tutta l’area che dalla Balcania porta all’Oceano Indiano. In questo scenario, che non si è certo prodotto d’amblais, così per caso, l’episodio da film a effetti speciali dell’atto terroristico dell’11 settembre s’iscrive in un copione che se non noto nella pur agghiacciante realtà, non era estraneo a timori da tempo coltivati dalla superpotenza USA. Infatti episodi già molto significativi, come quelli del Kenia, e un precedente attentato alle torri perpetrato da un ultrà americano che non è stato forse indagato a fondo per carità di Patria, la dicono lunga sulla “guerra terroristica” che viene annunciata per lungo, anzi lunghissimo periodo.
     Il processo di “militarizzazione” di larghe aree del globo, in particolare quella indicata che parte dell’Adriatico inferiore e porta all’Oceano Indiano, significa controllo anche territoriale dei giacimenti e delle risorse petrolifere che si stimano interessanti per i paesi industrializzati per almeno altri 20 anni.
     La storia fa di questi scherzi: se allarghiamo l’evento e lo leghiamo ad altri, e cerchiamo una logica che li leghi in qualche misura, ciò che sembrava “singolare” o irripetibile, assume invece contorni d’una realtà di lungo periodo, in un certo senso d’una continuità esemplare. Come si fa allora a farneticare, solo perché è di moda parlare di “guerre virtuali”, come fa il filosofo Cacciari, noto federalista di sinistra, a sostenere che «l’epoca delle volontà egemoniche contrapposte, degli “Stati combattenti” si è conclusa», per riconoscere subito dopo che «nessuno Stato, per propria intrinseca natura, può esercitare un effettivo governo mondiale» (“Corriere Economia” 12-10-2001).
     Certo, l’imperialismo non è un Superstato, non è da identificare con una sola per quanto devastante potenza. È ancora peggio: è scontro inevitabile di necessità ed appetiti che non possono in nessun modo essere mascherati, anche quando si indossa la maschera delle vittime. Se soltanto si richiama alla mente la macchina da guerra messa a punto in lunghi decenni dagli Stati imperialisti, ci si domanda come era ed è possibile illudersi che la polveriera non prenda fuoco, che lo si voglia o no!
     La “guerra” viene definita “operazione di polizia internazionale”, come l’inconscio opportunista suggerisce, perché non si tenga a mente la lezione secolare di due macelli imperialistici e oltre 169 guerre “per procura”, come furono chiamate quelle che hanno devastato per decenni Africa, Asia, ed America Latina. È il succedaneo momentaneo della “guerra dispiegata”. Certo, “polizia internazionale” allude a misure di “sicurezza” contro il “nemico invisibile”, protetto dagli “Stati canaglia” che al momento opportuno si sono dichiarati sorpresi dalle malefatte dei fondamentalisti. Non fanno eccezione i preti barbuti di Kabul, del paese apparentemente più povero, popolato da tribù vessate da una schiera di fanatici già allevati e utilizzati dallo stesso imperialismo tecnologico per i propri fini. Si veda la cartina che segna il passaggio reale e progettato degli oleodotti, e si capirà qualcosa!
     Del trucco e dell’ambiguità delle parole ne sappiamo qualcosa: se volessimo essere sottili ogni fase della guerra tra opposte frazioni del Capitale è stata accomodata con un nome speciale. Dopo la discinta belle époque del primo Novecento, la “Grande Guerra”, un nome maestoso che incuteva rispetto e terrore; poi la “Guerra Democratica” contro la “Barbarie nazi fascista”, guerra nobile per eccellenza, che aveva il compito di debellare il “pazzo furioso invasato dal demonio” (recente definizione dell’esperto Ratzinger); poi la “Guerra Fredda”, servita naturalmente ghiacciata ai più sfortunati, lasciati nelle mani del proprio blocco di appartenenza. Quindi l’interregno 1990-2000, segnato dalla guerra peggiore, detta “Umanitaria” che, in nome del nuovo ordine mondiale, ha provveduto a fare dell’America il “Gendarme Unico”, che in nome del “Pensiero Unico”, avrebbe dovuto segnare la fine d’ogni guerra guerreggiata, inaugurando la “Globalizzazione”, il regno del mercato, d’una nuova belle époque danzata al ritmo del rock e della sfrenata società dei consumi, del sesso e della carne a buon mercato, cruda e cotta... È durata poco, e come allora risvegliata alla realtà in modo oscuro e minaccioso. Ma in tutti questi nomi era ed è presente il seme che gli aveva dato la vita: il capitalismo imperialistico.
     C’è chi, inevitabilmente, la mette in “metafisica”, con la solita considerazione che “la guerra” c’è sempre stata, e sempre ci sarà; a meno d’una “rivoluzione interiore” dell’Uomo!
     Poiché è urgente attenersi ad una analisi circoscritta, concreta della situazione concreta, si tratta di stabilire fino a che punto è il caso di dilatare il tempo e lo spazio da prendere in esame: noi l’abbiamo detto fin dalla nostra nascita: il Novecento, finite le guerre per la definizione dei confini nazionali, almeno in Europa, è il secolo lungo (altro che breve alla Hobsbawm) delle guerre antiproletarie di cui non si vede la fine, anche una volta che è finito.
     L’obiezione, più che seria, che ormai l’Europa non è il mondo, e che noi stessi dovremmo riprendere in mano il nostro testo Fattori di razza e nazione, non è certo da sottovalutare. Certo non possiamo cadere nella formula etnico-razziale secondo la quale l’Europa ha sempre peccato di “eurocentrismo”, non riuscendo a valutare appieno l’apporto e la specificità di altre aree geografiche e culturali.
     Lo stesso Marx è stato spesso tacciato di razzismo tedesco, per aver privilegiato la dialettica moderna nata in questo paese con Hegel, per non aver avuto buona considerazione della cultura asiatica, ecc. Dovremmo dire meglio, proprio a chi in nome del relativismo non riesce a capire la “relatività” non solo applicata al mondo fisico e naturale, ma anche a quello storico e sociale, che è inutile far finta di non vedere che nell’epoca della industrializzazione, la cultura del vecchio continente ha avuto la prevalenza, ha irradiato potere e potenza economica e culturale! Che cosa dovremmo fare: far finta di non vedere, e magari non comprendere perché Marx parla di coniugare l’economia politica inglese, con la politica francese e la filosofia tedesca? Almeno si dimostrò (non si rivolti nella tomba!) europeo molto prima di lorsignori.
     Ma la questione non è questa. È invece che lo sviluppo delle forze produttive, irradiandosi dalla favorita, anche dal clima, civiltà anglosassone, ha plasmato di sé il mondo intero. Non ce ne doliamo, sarebbe tempo perso, e forse anche ingiustamente.
     Il tanto citato ed abusato Huntigton (The crash of the civilisations), che si muove sull’onda delle “sovrastrutture”, come tutti quelli che vogliono nascondere il tanto odiato economicismo (che noi stessi consideriamo insufficiente e fuorviante), comunque tenta di decifrare le tensioni del nuovo millennio. È fuori discussione che il primato della tecnologia prodotta dall’Occidente costringe determinate culture già in auge nel passato a fare i conti con l’imperialismo preminente dell’area anglosassone, sia quelle dell’area mediorientale (che comprende e il trapiantato ebraismo e l’Islam), sia quelle dell’area indiana induista, sia il confucianesimo travestito da “comunismo”, sia lo scintoismo giapponese. Ma se in nome delle diversificate aree culturali non vedessimo più la sottostruttura economica e sociale, allora sì che avremmo venduto la teoria ed ogni chiave di lettura dell’attuale crisi di guerra!
     Dovremmo invece chiederci con serietà la ragione dell’operazione malamente mascherata, che tende a vedere in certe culture, malate di integrismo, la causa del conflitto. Noi abbiamo sempre sostenuto che quando il Capitale si è rivestito dei connotati odiosi del nazionalismo estremo, dal fascismo al nazismo, ed oggi del terrorismo a sfondo religioso, aveva ed ha da mascherare interessi inconciliabili, che solo con la guerra si possono se non azzerare, almeno mettere in pari il loro contenzioso accumulato storicamente.
     Chi non vede che le nazioni islamiche, molto diverse e variegate nel loro sviluppo, si sono illuse di vivere di “rendita petrolifera” per lungo tempo, dalla crisi del 1973, allorché il “petrodollaro” sembrava dover mettere in ginocchio l’economia occidentale ed in specie statunitense. Eppure, nonostante che l’Arabia Saudita sia tutt’ora governata dai “wahabiti” (dottrinariamente il nucleo più integrista e conservatore dell’Islam), si è assistito allo allineamento di questo paese, massimo produttore di petrolio, con la superpotenza USA. Come si spiega, stando al “fondamentalismo” islamico, questo fenomeno? Non cadiamo nella trappola: l’Islam, apparentemente impermeabile al Capitale inteso in senso anglosassone, cadrà, come già ha fatto il cristianesimo più arretrato, sotto la pressione non della neutrale “Tecnica” (vedi Severino) ma del micidiale Capitale! Non che, ai nostri occhi, questa potenza sia un dato insuperabile e demoniaco, ma perché la superiorità delle forze produttive moderne, come ha vinto il feudalesimo, così vincerà la ummah.
     Sarà travolto solo dalla coalizione del lavoro estorto, dai proletari di tutto il mondo uniti. Ma dove sono? si chiede l’infedele. Non vedete come sono sottomessi, lì ad Allah, qui alla fabbrica, al padrone ormai sempre più anonimo? Non vi disperate. Negli svolti che la storia sa creare, che si determinano, non per il motore dell’amore reciproco, ma per necessità sociale (che creerà anche empatia effettiva, piuttosto che misera e squallida competizione per delle briciole), quella coalizione rinascerà dalle sue ceneri, come l’araba fenice.
     Nessuno sembra “crederci”. E stando ai fatti, ai “merdosi fatti”, pare aver ragione. Ma noi stiamo al verdetto della storia. Anche alla fine dell’Ottocento i più abili dei sofisti si erano vantati di aver costretto il marxismo in “soffitta”, pena vederselo vivo e vegeto solo 15 anni dopo, ed in che modo!
     Forti di questa convinzione, di questi dati inoppugnabili, dobbiamo anche curarci dell’imperialismo, dei suoi assetti strategici e militari. Lo studio serio e sistematico di Marx ed Engels delle condizioni storiche del loro tempo, degli schieramenti reali e possibili, non intendeva essere accademico; come pure non si illudeva di manometterli a piacimento. Ma nell’epoca della “doppia rivoluzione” possibile in determinate aree, comportava delle alleanze inevitabili e necessarie, poiché lo schieramento del proletariato a favore momentaneo delle borghesie progressiste era vitale.
     Ed oggi? Non è sufficiente dire che ormai, nella suprema fase del capitalismo, non si pongono assolutamente questi problemi. Certo non nelle aree metropolitane. Ma in aree arretrate, in cui si dibattono problemi di tribalismo, di uso cinico delle contrapposizioni tra “gruppi dirigenti” corrotti con altri velleitari o impotenti, non è detto. L’analisi concreta della situazione concreta è ancora utile e necessaria. Di questo il Partito dovrà farsi carico. E di fatto, nei limiti dei suoi mezzi, lo ha fatto. Ci riferiamo ai lavori sul Sud Africa, sull’Etiopia, e quelli molto elaborati sulla Cina. Certo, il mondo globalizzato di oggi non è quello dell’Europa dell’Ottocento, e paradossalmente soltanto per conoscerlo sarebbe necessaria una forza di Partito 10 volte più potente di quella del tempo. Ma è anche vero che in dottrina il problema fondamentale è la bussola, la capacità di orientarsi. E soprattutto la forza, che è stata storicamente decimata dal tradimento!
     Concludendo velocemente sul nostro tema, per contrasto, abbiamo la “fortuna” di assistere a crepe interne dell’imperialismo che non ci faranno mai dire frasi del tipo “tigre di carta”, oppure le solite fregnacce d’un Negri, nel suo ultimo “Empire” (non a caso pubblicato da Harvard: quando si dice l’America universitaria!) che sostiene che «la globalizzazione in sé non è un male perché ha finalmente spazzato via gli Stati nazionali»!.
     L’imperialismo sa che sta attraversando un’epoca difficile. Se fosse per i mezzi militari, avrebbe da mettere sul campo forze distruttive, ma, a spese sue, sta imparando che la “distruzione” dovrebbe essere “creativa”, e non semplicemente “distruttiva”! Sappiamo della ingenuità d’un Einstein che, sommo in fisica, era ingenuo in politica al punto di dire «la IV guerra mondiale si combatterà con le pietre»! La dialettica materialistica non riduce tutto a forza: sa riconoscere il valore della politica, perché conosce bene la natura dell’economia che la sorregge, gli interessi che la animano. Ma in ultima istanza sa che l’economia è prodotto di lungo periodo, di modi di produzione di forme che per modellarsi hanno metabolizzato uomini e cose!
     Allora, sappiamo che la guerra imperialistica, al di là dei nomi che possiamo darle per comodità, è il frutto di modi di produrre e di pensare antagonistici. Certo, né gli USA né gli altri contendenti lasceranno il campo al socialismo senza lacrime e sangue. Ma dovranno cedere alla potenza delle forze produttive che hanno evocato.
     A noi non perdere di vista le condizioni reali effettive, né gonfiandole con l’illusione, né sottovalutandone le crepe.
 

L’intreccio Stato-guerra

     In questi ultimi tempi certi “strateghi”, a livello mondiale, hanno fatto notare che in particolari aree del pianeta l’esclusiva dell’uso della violenza, che per “contratto sociale” dovrebbe essere dello Stato, è in mano a gruppi non meglio identificati, dalla mafie ed ambienti criminali di grande spessore a terroristi collegati tra di loro, anche se secondo clausole e modi da comprendere meglio. La questione è quanto mai importante, poiché Lenin, in Stato e Rivoluzione riconosce agli «Stati sovrani capitalisti» di essere i «comitati d’affari» della borghesia.
     Ciò non significa che gli Stati del mondo, ieri ed oggi, siano stati in grado di realizzare l’effettiva riserva dell’uso della forza. Ciò è imputabile a quella anarchia propria del modo di produzione capitalistico, che non si limita ai rapporti produttivi, alla concorrenza solo nelle belle intenzioni “leali”, ma invade anche il terreno della cosiddetta “sovranità”. Questa osservazione ci serve per rimarcare che il presunto “ordine” è incompatibile con l’anarchia del mercato e dei rapporti tra le opposte frazioni del Capitale.
     Quando determinati Stati hanno introdotto la “dittatura”, come nel caso del fascismo e del nazismo, per non parlare della degenerazione staliniana in Russia, non con questo hanno saputo mettere effettivamente ordine nel loro ambito, per la semplice ragione che ordine senza giustizia è “ladrocinio” (Agostino docet!, senza scomodare la nostra dottrina che lo ha affermato da sempre).
     Allora, dovendo capire bene quali sono i poteri, le forze agli ordini degli Stati imperialisti oggi, dobbiamo capire quanto e fino a che punto la borghesia dei diversi paesi si affida al suo “comitato d’affari” centralizzato nei rispettivi Stati-nazione, e quando invece tresca con gruppi irregolari, in modo da essere più efficiente o più favorita, se del caso. Tutti gli studiosi hanno dovuto sottolineare che alle origini gli Stati autoritari, anzi “totalitari”, si sono visti spianata la strada da “bande di irregolari” scontenti della scarsa efficienza dell’apparato statale vigente. Si pensi ai “fasci di combattimento” del 1919 in Italia, al nascente nazionalsocialismo che in corso d’opera vide regolamenti di conti sanguinosi, come l’eliminazione delle S.A. di Röhm da parte delle emergenti S.S. di Himmler. Insomma, gli “irregolari”, nella nostra ottica, non furono gli “antistato”, come i democratici hanno in più occasioni lamentato (peraltro fautori oggi, e sempre più, della “continuità dello Stato!”). Ma, al contrario, hanno rappresentato le forze di appoggio del “comitato d’affari” permanente del Capitale.
     Dunque la grande campagna attuale contro il terrorismo internazionale andrebbe letta come la continuazione d’una funzione: l’imperialismo nella sua interna inestinguibile tendenza al fagocitamento del proletariato, ove questo non si decida alla riorganizzazione alla scala generale, ha bisogno di indicare bersagli, di scegliersi nemici. Questo sul piano ideologico: sul piano pratico gli eserciti irregolari in ogni parte del mondo sono il termometro del disagio profondo in cui vengono a trovarsi gli Stati nazionali, premuti da nuove esigenze, nella necessità costante di tenere alta la tensione.
     Naturalmente il fenomeno è quanto mai antiproletario, poiché impedisce l’organizzazione disciplinata, la difesa economica e la possibilità di permettere un’influenza adeguata al partito di classe. Come è già stato sperimentato nel corso dei cosiddetti anni di piombo in Italia (ma anche in paesi interessati al fenomeno per altre ragioni, come la Spagna, l’Irlanda del Nord, l’ambiente mediorientale dal conflitto palestinese ed israeliano), quando gli irregolari hanno cominciato a sparare, la classe operaia è stata stretta d’assedio dagli apparati regolari, che hanno così potuto stringere la morsa su ogni tentativo di effettiva riorganizzazione di classe. Nella nostra interpretazione dunque il terrorismo alla scala sia nazionale sia transnazionale non è affatto estranea alla logica degli Stati-nazione o degli apparati sovranazionali in via di formazione. Senza pretendere di conoscere nel dettaglio le loro confuse strategie, sappiamo per esperienza secolare che sono sempre inevitabilmente antiproletarie. La nascente storiografia sulla loro funzione ormai non può negare più come sono stati utilizzati dagli apparati “legali”, secondo la cosiddetta tattica dei “servizi deviati” pescati una infinità di volte a “depistare”, indirizzare, inquinare, suggerire... Insomma, anche all’interno dell’apparato “legale” e “legittimo” dello Stato ufficiale, il confine tra “legalità” ed “illegalità” è un problema sempre aperto.
     Se allora è vero, come certi strateghi sostengono, che forze come non mai complesse collaborano, si intrecciano, fino al punto di avere dato corpo ad apparati militari extrastatali, ci si domanda quale sia lo stato complessivo delle forze militari in campo nell’attuale realtà imperialistica. Se vogliamo parlarne, non per ragioni polemiche ma “conoscitive”, come è necessario se si vuole rappresentare uno o più scenari credibili, allora dovremmo scremare gli epifenomeni di propaganda ufficiale la cui funzione è quella di influenzare, tener sotto controllo la cosiddetta opinione pubblica. Gli stessi addetti dell’ambiente borghese, allorché parlano tra di loro, sono costretti a mettere da parte la grancassa, e riconoscere il rapporto di forze.
     La copertura democratica non può negare che, specie nei momenti cruciali, le decisioni devono essere “segrete”, le garanzie legali “sospese” in gran parte; si ha un bel dire che in “democrazia” ci sarà a suo tempo il controllo del voto. Ma intanto, secondo recenti pubblicazioni di carattere storiografico, si viene a sapere che il democratico Roosevelt, pur al corrente dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, agì in modo da costringere l’isolazionismo americano ad uscire dal suo guscio. Ci si domanda: e se, come successe al “duce”, avesse perso la partita?
     Secondo la nostra critica la sostanza degli apparati militari rappresenta il nucleo duro che al momento opportuno fa sentire il suo peso. Lo Stato imperialista, che si presenti sotto la veste democratica, o sotto quella “autoritaria”, rimane “Stato”. Questo viene riconosciuto proprio di questi tempi, allorché lo spirito liberal ha preteso di demolire o ridimensionare la funzione dello Stato, fino alle teorizzazioni dello “anarcocapitalismo”, proprio in USA. Fa un certo effetto, di punto in bianco, subito dopo l’attacco alle due torri, sentire un liberal di sé tanto compreso come il politologo Panebianco, titolare per il Corriere della Sera “Il ritorno dello Stato, in guerra e in pace”, e fare ammissione che questa entità data per superata, messa in disparte dal mercato globale, si sta riportando al centro della scena.
     Non sorprende certo noi, che mai abbiamo trascurato di sostenere come lo Stato borghese e le sue moderne ramificazioni in organismi sovranazionali sono il tema politico da sempre centrale. La sbornia della “globalizzazione”, senza mai citare il suo vero nome, l’imperialismo, sta passando? «Tanto la politica “anti” quanto la politica “pro” globalizzazione sembravano ormai sul punto di “de-territorializzarsi” (altra parola magica!) di riorganizzarsi in forme tali da scavalcare gli Stati, accelerandone l’obsolescenza (...) poi è arrivato l’11 settembre, è scoppiata una guerra certamente “sui generis”, che tuttavia non è illecito, credo, definire “terza guerra mondiale”. E tutto ciò che sembrava acquisito è rimesso in discussione. Non è più sicuro che la globalizzazione continuerà, o, per lo meno, che continuerà con i ritmi tumultuosi dell’ultimo decennio». Per fortuna che non ha usato, lui pure, il termine “fine della bell’èpoque”... ma insomma il riconoscimento che la “III guerra mondiale è in atto” è venuto fuori. Sappiamo bene quanto si è litigato e si litigherà sulla questione “dell’inizio” delle guerre. Per noi, che abbiamo sempre sostenuto che in ultima analisi la guerra capitalistica contro il proletariato è “permanente”, sentire certe cose, certi riconoscimenti è d’un certo interesse.
     Seguono poi delle considerazioni “comparative” con altre calamità del passato: «Lo scoppio della prima guerra mondiale determinò la fine di globalizzazione dei mercati che aveva interessato il mondo occidentale nel cinquantenni precedenti. Solo alla fine degli anni Settanta del XX secolo, ad esempio, l’interscambio commerciale ritornò al livello che aveva raggiunto nel 1914. Oggi l’intensificarsi dei controlli sugli spostamenti d’uomini e cose è dovuto alla necessità di prevenire nuovi attentati, i nuovi controlli statali (destinati presumibilmente a diventare sempre più pervasivi) sugli spostamenti bancari al fine di colpire la “finanza terroristica”, le più che probabili contrazioni di certe libertà personali a fronte delle esigenze della lotta contro le reti terroristiche dislocate nei paesi occidentali...». Quando abbiamo sostenuto, senza deflettere di una virgola, che liberismo e protezionismo sono due facce della stessa medaglia, siamo stati scambiati per incalliti “statalisti”, fautori della centralizzazione in un’epoca in cui tutti si sono convertiti alle trappole federalistiche o modelli similari. Ci si dovrebbe spiegare ora quale sarà il nesso tra le prospettive federalistiche e le necessità militari che riesumano ed esaltano la funzione dello Stato centrale, anzi, dei programmi intestatali di tipo militare, logistico e strategico.
     La spiegazione è questa: «Se la globalizzazione arretra o ristagna, allora lo Stato torna a svolgere un ruolo politico di primo piano. La causa di ciò “è proprio la guerra”. Cinquanta e passa anni di pace (?) hanno fatto credere a molti, in Europa, che lo Stato sia, essenzialmente, un erogatore di servizi, si tratti di pensioni, scuole o sicurezza, interna. Non è così. Lo Stato, nella sua vera essenza, è una macchina da guerra. Lo Stato nasce, sulle ceneri dell’anarchia feudale, dalla guerra. Ed è la guerra che lo fa diventare, nei secoli, una grande organizzazione burocratica. In Europa, terra che gli dà i natali, lo Stato sbaraglia, in una lunga competizione, armata, di tipo darwiniano, ogni altro genere di organizzazione politica, proprio perché si rivela la “macchina da guerra più efficiente”».
     D’un tratto, dunque, si riscopre la natura, l’essenza dello Stato. Anzi, con l’immagine della “macchina da guerra”, che non ci è estranea, si finisce con esagerare; ma neanche un riferimento, per ora, alle classi. Un po’ alla Dühring, ad un tratto tutto viene messo in atto dalla violenza. È la guerra che dà origine allo Stato, è la violenza che lo alleva e lo fa crescere. Ciò è in parte vero: ma noi non siamo tanto drastici ed unilaterali. Il “comitato d’affari della borghesia” non svolge, alla nostra scuola, un’esclusiva funzione militare, anche se questa è centrale ed ineliminabile. Lo Stato cura tutti gli affari del Capitale, che una ragione che l’ha: quella di massimizzare il profitto. Se per ottenere questo scopo, in determinate condizioni, il protezionismo è più efficace e funzionale del “liberismo”, non avrà problemi a determinare le condizioni che lo favoriscono. Il “comitato d’affari” ha questo fine da perseguire, per cui, che oggi, dopo l’attacco alle torri, si venga a scoprire che lo Stato è innanzi tutto “macchina da guerra” poco significa; ma se questa già nota “macchina da guerra”, in clima di “recessione economica” (iniziata prima dell’attacco alle torri), richiede la sospensione delle libertà personali o la loro limitazione, e la fine dello sbracato “liberismo”, allora niente può ostacolarla.
     Ciò spiega perché il principiante Bush ha subito imparato la lezione: la guerra dovrà essere lunga... di anni! Per sconfiggere il nemico invisibile? Purché frutti profitto al Capitale di cui è commissario d’affari principe! E lo sanno bene gli industriali americani (e del mondo intero, che subito hanno promesso la loro totale collaborazione!). Il fatto è che costituzionalmente le emozioni, anche forti e sincere durano poco, secondo la loro natura; mentre le “ragioni del Capitale” come forza storica, durano e travalicano non solo i momenti, ma gli anni, i decenni, i secoli!
     La strategia militare, allora, non è da confondere con la “logistica”, perché la sua “logica” complessiva è qualcosa di più complesso e serio. Per questo motivo – e lo diciamo da sempre – la guerra non è questione “militare” o da affidare ai militari, ma è questione politica che rispecchia le determinazioni economiche, e non può essere affidata che alla logica di classe, lo sappiano o no gli attori in scena in un determinato svolto storico.
     Dopo l’emozione del momento, infatti, si riconosce senza mezzi termini che lo scenario attuale della “guerra terroristica” è stato da tempo preparato dalle mene del Capitale legato alle scorte di petrolio, alla politica ambigua dell’Arabia Saudita, alle riserve degli Usa che devono decidere se mettere mano ai giacimenti dell’Alaska, del Messico, o continuare a far conto sul grande produttore, ai prezzi più favorevoli del mercato mediorientale in generale.
     Inevitabilmente quando la guerra “scoppia” tutta l’attenzione tende ad essere catturata dalle “operazioni militari”, e non c’è chi non si atteggi in qualche modo a “stratega”: è quello che sta avvenendo ancora una volta sotto i nostri occhi.
     Il solito tiro alla fune tra i “militari” d’accademia, che premono per avere mano libera, e impostare la loro guerra tecnologica, possibilmente sempre in nome del taglio chirurgico, o del blitz krieg risolutore, e gli altri apparati dello Stato, secondo il gioco delle parti tra diplomazia e economia.
     Nel caso della guerra “terroristica” c’è chi ha fatto notare come l’insidioso e invisibile nemico non possa essere sconfitto che tramite una campagna di “intelligence” mirata e segreta. Ma siamo sicuri che la cosa stia veramente e completamente in questi termini? Se i nemici, tra quelli diretti e potenziali, raggiungono il bel numero di 60 Stati, ci si domanda come possa finire in breve termine e secondo piani improntati alla razionalità.
     La nostra tesi è molto diversa: è da tempo che il Capitale nella sua fase imperialistica, con tassi di profitto in inevitabile tendenza alla contrazione, non può contentarsi più di guerricciole regionali, sia pure strategicamente importanti: ha bisogno di ripulire l’ambiente per creare condizioni di distruzione in grado di ripristinare tassi di profitto elevati, che solo una guerra molto dura e lunga può garantire. In secondo luogo, poiché il casus belli questa volta è eclatante, si tratta di non farsi sfuggire l’occasione per mettere alla frusta amici e nemici, tiepidi e incerti. Lo schieramento che si va profilando è quanto mai variegato. L’ex URSS, dopo un decennio di anarchia interna, ha bisogno di riorganizzarsi; se gli Usa saranno pronti a cavargli qualche castagna dal fuoco, sarà ben appoggiata. La Cina, definita col suo “comunismo capitalistico!” grande potenza che dovrebbe occupare la scena in modo sempre più evidente (si dice con conseguenze preoccupanti, ma solo dal 2015!) ha tutto l’interesse di dare l’impressione della moderazione e dell’equilibrio.
     Dunque, certi “giganti” in campo, non vanno presi alla lettera, attenendosi alle dichiarazioni ufficiali. Ciò che interessa e che va sottolineato è comunque che la funzione dello Stato, ancora una volta è insostituibile, anche se la guerra viene definita anomala, antiterroristica. «L’intervento armato contro l’Afghanistan dei talebani, dimostra che anche il “nemico” viene costretto a “ri-territorializzarsi”, a farsi, suo malgrado, Stato».
     Dunque anche l’utopia, oppure l’accusa che viene rivolta al movimento fondamentalista islamico di Bin Laden, di essere una forza senza base territoriale, estremista e nichilista, è senza un fondamento valido. In realtà, come già il terrorismo alla scala nazionale tendeva a farsi “Stato”, così il terrorismo alla scala internazionale tende a far leva su determinati complessi statali. Come noi sosteniamo la tesi secondo la quale è utopistica e fuorviante l’Idea borghese d’una comunità mondiale superstatale, che amministri equamente il capitale, si chiami “nuovo ordine mondiale” o con qualsiasi altra sigla, così rimaniamo della convinzione che la presa del potere del comunismo non sarà genericamente “internazionale”, perché la conquista dello Stato si dovrà realizzare in determinati ambiti geo-politici, che non escludono gli attuali Stati “nazionali”. Tutto il chiasso insomma che si è fatto sull’epoca “post-statale”, “transnazionale”, è destinato a fare i conti con la realtà degli Stati, che sono vivi e vegeti e la cui funzione è duplice: quella classica di repressione interna e di aggressione - difesa in rapporto agli Stati stranieri. Lo stesso autore infatti riconosce che «la teoria della sovranità statale distingue tra sovranità esterna e interna (...) Ma sovranità esterna ed interna sono connesse. A un recupero di sovranità esterna per effetto della guerra fa riscontro una ripresa del ruolo della sovranità interna, nel senso di maggior peso dello Stato». È facile capire in che senso: la guerra portata all’esterno comporta la pressione sulle classi subalterne all’interno, nel timore di disfattismo e di attacco allo Stato stesso impegnato contro il “nemico”.
     Ciò che preme rilevare è che le fughe in avanti non sono consentite: ecco perché non abbiamo mai rinunciato ad una nostra specifica “teoria dello stato”. Non siamo certo sul terreno di Panebianco, ma la sua ammissione che lo Stato, “per effetto della guerra”, sta riprendendo la sua funzione evidente, dopo slogans del tipo “meno Stato, più mercato”, fa un certo effetto. È solo da immaginare, nelle circostanze che si stanno profilando, che figura ci faranno quelli che, di fronte alle limitazioni della “libertà personale”, al fermo preventivo a tempo indeterminato, come proposto da ministro della giustizia Ashcroft, protesteranno in nome dello Stato di diritto. Noi sappiamo da sempre in che consiste, per il proletariato lo “Stato di diritto”: lavorare, stare attenti al regolamento, prendere aria quel tanto che serve per ricreare la forza lavoro.
     E dal punto di vista militare? Per ora, in nome della guerra contro il nemico invisibile, saranno usati “reparti ad alta professionalità”... Ma basteranno? Non è un caso che negli ultimi decenni si sono un po’ tutti, a destra ed a sinistra, pronunciati per “l’esercito di nuova concezione”, rinunciando così all’esercito di leva in senso tradizionale. Ci si obietterà: come potrete ora gridare contro la coscrizione obbligatoria che falcidia operai e contadini, proletari in generale? La guerra la fanno gli “specialisti”, con rischi inversamente proporzionali alla professionalità raggiunta. Ed infatti sono i cosiddetti “civili” a pagare... come se la cosa fosse più accattivante e meno grave. Al punto che di fronte alle esecrazioni levate contro questi massacri, certuni si sono indignati nel sostenere che “militari o civili, tutti sono sullo stesso piano davanti al dovere della guerra!”. Almeno Federico II riservava all’esercito la funzione esclusiva della guerra! Il fatto è, assolutamente non controvertibile, che la guerra si è evoluta secondo le esigenze d’un modo di produzione che della mobilitazione permanente, della competizione more militari ha fatto il suo segreto preferito per ottenere i risultati voluti.
     Ancora una volta, come si vede, l’alternativa sarà netta: non semplicemente contro la guerra, perché è sempre sporca e cattiva, ma, come noi abbiamo sempre detto: Guerra alla guerra per la guerra rivoluzionaria. In caso diverso proletari e mezze classi più scoperte pagheranno il solito tributo, che non sappiamo ancora quanto potrà essere alto.
     Ma poiché gli esperti in “polemologia”, non ultimo “l’emerito” Sartori, stanno disputando se si può ufficialmente dire che la III guerra mondiale è scoppiata oppure no, è utile ricordare che l’evento “guerra” in senso stretto sta assumendo, nella fase putrida dello imperialismo, tempi e modi di fatto peculiari. Siamo certamente stati gli unici a sostenere che le 160 e passa guerre per procura, nel bel mezzo della guerra “fredda”, sono stati una vera e propria carneficina di “ultimi” del mondo, schiacciati e dimenticati, provocando, specie nell’ultimo decennio, dei veri e propri genocidi. Per la borghesia e l’opportunismo ancora in combutta erano episodi spiacevoli che potevano turbare la “pace”, anche se sull’orlo costante della minaccia atomica.
     C’è chi ha anche vantato che mai si erano verificati oltre 50 anni di sviluppo crescente; da noi contraddetto in nome della tesi, che continuiamo a sostenere, della miseria crescente (relativa) del proletariato come classe alla scala mondiale! Bestemmia, naturalmente, per chi ha misurato fetidamente alla scala degli Stati più industrializzati, parlando di secondo e terzo mondo, formule vomitevoli che hanno dato alla classe operaia metropolitana l’illusione di far parte dei “fortunati”!
     Allora, al di là dello “scoppio”, la terza guerra mondiale è stata combattuta e si sta combattendo da tempo. Come il pennino del sismografo impazzisce nella misura del tasso di profitto, così, sia pure non meccanicamente, il Capitale ha dovuto dosare “guerra” e pace, illusioni di pace perpetua con crisi a ripetizioni, capaci di mandare tutto a gambe all’aria, dal lontano, ormai, 1962 (Crisi di Cuba), alle invasioni di Ungheria, Cecoslovacchia e per poco Polonia, fino al Vietnam, all’Afghanistan, che ha segnato l’implosione della Russia, all’Iraq. Ma poiché tutti i nodi vengono prima o poi al pettine, sarebbe stato troppo che il Capitale potesse continuare a barare; ora non manda a dire che “la guerra sarà lunga, sarà dolorosa”, ed i corifei dell’imperialismo non fanno altro che sostenere che l’11 settembre ha cambiato la vita a tutti.
     La vita della classe operaia deve invece veramente cambiare.

(53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58).

 
 
 
 
 
 
 


I giovani Marx ed Engels,
gli operai, gli scioperi, i sindacati

Rapporto esposto alla riunione di Genova, maggio 2003.
 

I giovani Marx ed Engels, gli operai, gli scioperi, i sindacati (I)
           1. Un “giovane hegeliano” - 2. La Rheinische Zeitung - 3. Proletariato scoperta classe rivoluzionaria
                 - 4. I Manoscritti parigini - 5. Il lavoro in una società post-capitalista - 6. Prime conclusioni

I giovani Marx ed Engels, gli operai, gli scioperi, i sindacati ( II )
           7. Origini borghesi - 8. Sbarco in Inghilterra - 9. «La condizione della classe operaia» -
           10. L’esercito industriale - 11. I sindacati - 12. Sindacati e Partito di classe - 13. Fermandoci qui.
 
 

     Il movimento sindacale si presenta come una complessa rete di organizzazioni che nascono, si sovrappongono, si associano, talvolta si fondano, si estinguono o riappaiono con altre caratteristiche, con corrispondenti apparati di iscritti, militanti, funzionari e strutture burocratiche, dalla minima scala locale e della singola fabbrica e reparto, alla massima delle grandi confederazioni nazionali e internazionali. I sindacati di questa molteplicità si ispirano a più tradizioni del movimento operaio, o i minori a nessuna, e si strutturano secondo moduli organizzativi diversi.
     Benché molti sindacati di oggi vantino caratteri che gli provengono dal corso della loro anche lungo storia, è ormai tratto dominante il crescente legame degli apparati dirigenti con le istituzioni ufficiali degli Stati, alle quali diventano sempre più sottomessi, sia accettando la carota del riconoscimento ufficiale, di vantaggi finanziari e di accettazione nel mondo borghese, sia subendo il bastone delle costrizioni legali sulle loro attività, della minaccia di denunce penali e della confisca dei fondi, fino all'incarcerazione e all'assassinio di loro dirigenti ed attivisti da parte dell'apparato repressivo statale o di bande prezzolate.
     In Gran Bretagna i capi delle Trade Unions hanno opposto un sonoro silenzio alla crescente stretta borghese, che sicuramente andrà chiudendosi sempre più intorno alla classe operaia, aggiungendosi alla camicia di forza degli stessi statuti delle Unions che a tutto sono dedicati tranne che alla lotta di classe. Nelle sempre più rare occasioni nelle quali i sindacati indicono uno sciopero, il confronto tende oggi a mantenersi per lo più isolato all’interno di una particolare categoria o mestiere, e questo sia per il loro atteggiamento angustamente corporativo, sia per la recente legislazione che proibisce le azioni operaie di solidarietà. Per contro diventa sempre più difficile per i lavoratori strappare qualche concessione al capitale, o difendere quel che hanno, senza rompere con la legge. I sindacati di regime, di fronte alla difficoltà di lanciare una vigorosa battaglia che esca dalla legalità per difendere gli interessi operai, ripongono le loro speranze nelle vaghe promesse dei “partiti operai borghesi” di ammorbidire le norme di legge una volta arrivati al governo, promesse immancabilmente poi non mantenute. Così la classe dei lavoratori è abbandonata alla “sovranità parlamentare”, cioè borghese, mentre i capi sindacali si riducono sempre più ad attività di consulenza per le tasse o le pensioni, o a farsi mediatori per la misera corruzione assistenziale e, infine, a trasformarsi in società per il piccolo prestito ipotecario!
     Fatto è che gli attuali sindacali di regime, mentre escludono per principio di opporsi al capitalismo in quanto tale, convincono i lavoratori che oggi, all’interno del capitalismo, è pretesa assurda un’esistenza sicura e decentemente pagata. È un sogno però, che nello stesso tempo i dirigenti si danno ad alimentare poiché la loro funzione di inganno si basa solo su quella disonesta utopia di “benessere” e di “progresso”. È un Paradiso terreno, paragonabile, anche se peggiore, a quello che i preti e santoni che si accalcano intorno agli oppressi almeno fanno apparire “in Cielo”.
     Ovunque, reagendo alla cinica accondiscendenza dei dirigenti sindacali alle direttive borghesi, il movimento sindacale si divide. Alcuni lavoratori talvolta abbandonano le vecchie organizzazioni per aderire a comitati o ad altre organizzazioni economiche difensive che sorgono come effetto dello svuotamento dei vecchi sindacati. In queste organizzazioni è talvolta possibile di nuovo per i comunisti formare frazioni e far sentire la loro voce. Nell’attuale crisi economica che peggiora la condizione operaia e nella crescente illegalità imposta a ogni lotta, queste nuove organizzazioni saranno del massimo interesse per i lavoratori, anche per coloro che sono ancora imprigionati nelle vecchie sclerotiche confederazioni: sempre più sono costretti a chiedersi se non sia giunto il momento di dedicarsi alla riorganizzazione della propria classe.
     Quando avverrà? perché non adesso? Per rispondere a una simile domanda dovremmo tracciare un confronto sulla storia dei movimenti sindacali dei principali paesi, lavoro nel quale il partito si è sempre impegnato, nel quadro della storia generale del capitalismo.
     Intanto, nella situazione di oggi, val la pena di rinfrescarci la memoria sui fondamenti della nostra dottrina circa la questione sindacale, rintracciando qui l’approccio alle lotte operaie dei nostri grandi maestri, Carlo Marx e Federico Engels. La loro storia “biografica”, così intrecciata e spesso coincidente con la storia del nostro partito, comprova come essi, personalmente intellettuali e di estrazione borghese, abbiano sempre considerato essenziale e motore della storia la lotta delle classi, fatto da scientificamente studiare come un fenomeno naturale con la sua oggettività, forza, regolarità e necessità, e come subito abbiano ben impostato le basi della strategia comunista nei sindacati, ribadita poi in testi e tesi di congressi, che disegnano il dialettico rapportarsi del moto spontaneo difensivo della classe con la coscienza completa ed offensiva del programma comunista.
 

1. Un “giovane hegeliano”

     Marx affrontò la questione del conflitto sociale in generale quando era ancora studente all’Università di Berlino. Immatricolato nella facoltà di Legge nell’ottobre 1836, avrebbe presto abbandonato il suo infantile romanticismo e, nel tentativo di risolvere un problema che aveva incontrato nei suoi studi di legge, dello iato fra “ciò che è e ciò che dovrebbe essere”, si sarebbe convertito alla scuola di Hegel in modo improvviso quanto intenso. Non passò molto prima che Marx entrasse nel fuoco delle controversie che dividevano i “vecchi hegeliani”, che rimanevano fedeli al sistema e ne conservavano gli ideali, e i “giovani”, che intendevano dar forza agli elementi rivoluzionari di quel metodo, il significato del quale risiede in che «per la prima volta la totalità della natura, gli aspetti storici e spirituali del mondo erano concepiti e rappresentati come un processo di costante trasformazione e sviluppo e fu fatto uno sforzo per mostrare il carattere organico del processo» (Engels, Il Socialismo dell’Utopia alla scienza).
     Marx sarebbe presto stato riconosciuto come uno dei maggiori collaboratori al Doktorklub, punto di riferimento del movimento dei giovani hegeliani, e vi avrebbe assunto una posizione di estrema sinistra. Le discussioni iniziarono intorno alla questione della religione, ma presto, in un’atmosfera nella quale la nascente borghesia iniziava ad avere occasionali scaramucce con lo Stato assolutista prussiano, il Doktorklub si sarebbe sempre più compromesso in questioni politiche schierandosi con i sostenitori di una monarchia costituzionale. Questi, quando Federico Guglielmo IV salì al trono nel luglio 1840, erano impazienti di sapere se avrebbe mandato in essere le molte riforme che aveva promesso da principe incoronato, compresa la libertà di parola. Furono presto bruscamente disillusi: su di loro si abbatterà la prima repressione insieme a un attacco bruscamente concertato per allontanare gli hegeliani dagli incarichi governativi ed accademici. Nell’inverno 1840-41 il circolo si rinominò Gli Amici del popolo con posizioni teoriche che si collocavano all’estrema ala sinistra del repubblicanesimo rivoluzionario.
     Il risultato sulla persona di Marx fu che dovette abbandonare le speranze di diventare lettore universitario e si orientasse al giornalismo.
 

2. La Rheinische Zeitung

     Nel corso del 1841 un gruppo variamente assortito di industriali (fra cui Camphausen, il re delle ferrovie e futuro primo ministro prussiano), commercianti, scrittori e filosofi si trovava a Colonia, epicentro della regione più industrializzata del paese, la Renania. Verso la metà dell’anno il gruppo progettò di darsi un proprio giornale quotidiano, il che fu attuato rilevando un foglio esistente, benché in difficoltà, il Giornale di Colonia, con denaro fornito per lo più dagli industriali della città. L’1 gennaio 1842 uscì il primo numero.
     Marx era associato al gruppo fin dal suo sorgere, e dopo il successo della sua prima collaborazione, un articolo sulla libertà di stampa (il suo primo articolo pubblicato) fu invitato a redigere quanti più articoli potesse. Nell’ottobre Marx ne assunse la direzione editoriale.
     Commentando questo periodo Marx avrebbe più tardi scritto: «Negli anni 1842-43, come direttore della Rheinische Zeitung, feci per la prima volta l’imbarazzante esperienza di prender parte a discussioni sui cosiddetti interessi materiali. Gli atti del Parlamento renano sui furti forestali e simili mi dettero la prima occasione di occuparmi di questioni economiche» (da Una Prefazione alla Critica dell’Economia Politica). Engels lo avrebbe confermato scrivendo a R. Fischer che «aveva sempre sentito dire da Marx che era proprio concentrandosi sulle leggi circa i furti di legname e sulla situazione dei viticoltori della Mosella che fu portato a spostarsi dalla politica pura alle relazioni economiche e così al socialismo».
     Il crescente interesse per il socialismo era stato alimentato dai movimenti comunisti di Francia e dal Cartismo inglese, le attività dei quali erano regolarmente riferite dalla Gazzetta Renana e dalla stampa tedesca in generale. Contagiato da questi slanci fu Moses Hess, che nell’agosto del 1842 fondò un circolo di studio per la discussione dei problemi sociali, che di fatto diventò il comitato editoriale del giornale. Hess fu il primo dei giovani hegeliani a volgere l’attenzione al comunismo ed Engels riferisce che fu il primo dei tre ad farlo suo.
     Per dialettica, anche nella “biografia”, il primo articolo di Marx scritto da direttore fu per respingere le accuse di comunismo mosse alla Gazzetta Renana da un altro giornale (Il Comunismo e la Augsburger Allgemeine Zeitung), ma l’articolo consisteva più in una critica di come il giornale rivale si rifiutava di considerare il comunismo con serietà e Marx ebbe cura di aggiungere che «La Gazzetta Renana non riconosce validità teorica alla idee comuniste», ma «la loro forza attuale».
     Durante questo periodo, però, Marx si collocava ancora essenzialmente all’estrema sinistra della borghesia democratica. La mancata verifica dell’ipotesi che potesse esser possibile convincere il potere della necessità di cambiamenti lo fece approdare alla conclusione che, in assenza di intervento divino, la storia dell’Inghilterra indicava un diverso percorso: «Carlo I salì sul patibolo per una ispirazione divina proveniente dal basso».
     Il crescente coinvolgimento di Marx nella questione sociale, unito alle continue persecuzioni dei censori prussiani, lo spinse ad una sempre maggiore convinzione che la semplice “critica” dello status quo non era sufficiente. Questo avrebbe portato ad una scissione del movimento dei giovani hegeliani fra i “critici critici”, capeggiati da Bruno Bauer, e il gruppo dei “pratici” intorno a Marx. Nicolaievsky e Maenchen-Helfen scrivono nel loro Karl Marx, Man and Fighter: «Quanto più Marx si immergeva nella realtà tanto più i suoi amici di Berlino si perdevano nelle astrattezze. Il loro criticismo diventava sempre più “assoluto”, ed era destinato a finire in una vuota negazione. Divenne “nichilista”. La parola “nichilismo”, che data da quei tempi, fu coniata da loro e non dallo scrittore russo Turgheniev, che si ritiene dalla generalità esserne l’inventore: lo aveva appreso in quel periodo a Berlino, incontrando i membri del circolo Bauer, e lo consegnerà ai rivoluzionari russi venti anni dopo (...) Trassero una nuova teoria dalla loro propria impotenza, fecero un feticcio della coscienza individuale, che consideravano l’unico campo di battaglia sul quale si poteva combattere e vincere, finendo in un anarchismo individuale che raggiunse il suo zenit nell’ultra-radicale e ultra-inoffensivo Einzigen, l’Unicità, di Max Stirner».
     Il crescente disinganno di Marx nei confronti del gruppo Freien, ciò che restava del vecchio Doktorklub, con la sua indulgenza verso vuoti filosofemi, rifletteva i dubbi dello stesso Marx che i potenti potessero essere indotti alla necessità di cambiamenti con i metodi della filosofia. Alla fine la questione si sarebbe risolta, allora e per sempre, con la risposta assai poco filosofica delle istituzioni alle critiche ad esse indirizzate. Il giornale fu chiuso d’autorità, insieme a tutta la stampa liberale di Prussia. L’ultimo numero uscì il 31 marzo 1843 con i seguenti versi a mo’ di epigrafe: «Osiamo alzare la libera bandiera. Ciascuno della ciurma ha fatto il suo dovere. Pur non raggiunto lo scopo, giusto era il cammino e non lo rinneghiamo. Dagli dèi adirati, benché fallito il fine, mai fummo intimiditi. Anche Colombo, disprezzato pria, scorse infine il Mondo Nuovo. Con gli amici che ci hanno applaudito e con gli avversari che ci hanno combattuto ci ritroveremo sulla nuova sponda. Se tutto rovina, il coraggio resta intatto». La “nuova sponda” sarà Parigi.
 

3. Proletariato scoperta classe rivoluzionaria

     Prima di partire per Parigi Marx poté per un breve periodo «ritirarsi dalle attività pubbliche e dedicarsi alla studio per risolvere i dubbi che stava maturando (...) Nel marzo 1843 si trasferì nella casa della suocera a Kreuznach dove risiedette per sei mesi, sposando Jenny in giugno. Fu durante questo soggiorno che decise di farsi padrone della filosofia politica di Hegel, un progetto che aveva in animo da più di un anno (...) Una critica della Filosofia del Diritto di Hegel fu scritto mentre le idee di Marx erano in una fase di definizione: ha adottato l’umanesimo fondamentale di Feuerbach e, con esso, il suo capovolgimento fra il soggetto e il predicato della dialettica hegeliana. Gli apparve evidente che l’obbiettivo successivo dell’uomo sarebbe stato il recupero della dimensione sociale della sua natura, andata perduta anche se la Rivoluzione francese aveva livellato tutti i cittadini nello Stato politico e così accentuato l’individualismo della società borghese» (Karl Marx, Selected Writings, D. McLellan, OUP). È qui che Marx anche individua esplicitamente la «classe del lavoro immediato, del lavoro concreto», che non costituisce «una classe della società civile in quanto provvede al fondamento sul quale muovono i cerchi della società civile e traggono la loro essenza».
     Marx avrebbe successivamente scritto nella prefazione alla Critica dell’Economia Politica: «La mia ricerca arrivò alla conclusione che, primo, i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono spiegarsi né da se stessi né con il cosiddetto sviluppo dello spirito umano, ma hanno le loro radici, invece, nelle condizioni materiali di vita (...) Secondo, che l’anatomia della società civile deve essere cercata nell’economia politica».
     Nell’ottobre 1843 Marx si trasferì a Parigi per assumere la codirezione di un nuovo giornale, il Deutsche-Franzosische Jahrbucher, Annali Franco-Tedeschi, che si ponevano l’intento di portare ad una “alleanza intellettuale” fra i tedeschi, che erano più progrediti nella teoria, e i francesi, più ferrati nella pratica.
     A Parigi Marx avrebbe scoperto e descritto come il compito della “classe del lavoro immediato” fosse di attuare nella pratica quella rivoluzione che già egli aveva compiuto nella filosofia. In Per una Critica della Filosofia di Diritto di Hegel, con introduzione scritta all’inizio del 1844, Marx, ponendosi la domanda: «Dunque dov’è la reale possibilità della emancipazione tedesca?» rispondeva: «Nella formazione di una classe con catene radicali, una classe nella società civile che non è una classe della società civile, un gruppo sociale che è la dissoluzione di tutti i gruppi sociali, una sfera che ha un carattere universale per le sue sofferenze universali e non avanza rivendicazioni di diritti particolari perché non è oggetto di nessuna ingiustizia particolare ma della ingiustizia in generale. Questa classe non può più pretendere uno status storico ma solo direttamente umano. Non è in una particolare opposizione agli effetti del regime politico tedesco, ma in totale opposizione ai suoi presupposti. È, infine, una sfera che non può emancipare se stessa senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e quindi emancipare queste stesse altre sfere. In una parola, è la perdizione totale dell’umanità e quindi può solo recuperare se stessa con una redenzione completa dell’umanità. Questa dissoluzione della società, intesa come una classe particolare, è il proletariato».
     Più avanti Marx abbatte gli argomenti sulla presunta natura utopistica della società comunista in quanto senza proprietà privata, rilevando il fatto che ciò è già il caso per il proletariato: «Quando il proletariato annunzia la dissoluzione dell’ordine mondiale finora esistente, non fa che esprimere il segreto della sua stessa esistenza, giacché esso è di fatto la dissoluzione di quest’ordinamento del mondo. Quando il proletariato chiede la negazione della proprietà privata, solo stabilisce un principio per la società che la società ha già stabilito come principio per esso, che è già stato assimilato a se stesso senza il suo consenso come riflesso in negativo della società». Il rapporto fra la filosofia tedesca e il socialismo francese corrisponde a quello fra le idee comuniste e il vivente proletariato: «Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi intellettuali, e appena il lampo del pensiero sarà penetrato a fondo nel suolo ingenuo del popolo, la emancipazione dei tedeschi in uomini sarà completata».
 

4. I Manoscritti parigini

     Nel 1844 Marx era stabilmente insediato a Parigi, dove fu subito impressionato e stimolato dalle numerose associazioni di operai, alle riunioni dei quali cercava di partecipare il più possibile: «Agli incontri degli operai comunisti la fratellanza non è una frase ma una realtà, ed un vero spirito nobile si riflette in quei visi di uomini induriti dal lavoro».
     Parigi ospitava allora circa centomila immigrati tedeschi, il che contribuiva a deprimere le paghe degli artigiani francesi, con i quali si erano anche avuti alcuni scontri di strada. La tensione non diminuì finché diversi gruppi rivoluzionari non iniziarono ad intervenire fra gli operai: presto nessuna società segreta francese mancava di membri tedeschi mentre i blanquisti avevano addirittura speciali sezioni tedesche. Contatti fra Marx e la Lega dei Giusti – composta quasi totalmente di artigiani e che si proponeva di attuare una “repubblica sociale” in Germania – furono così stretti che Karl e Jenny provarono perfino un effimero tentativo di coabitazione in un “falansterio”, del quale faceva parte anche Maurer, uno di capi della Lega.
     In questa sovraccarica atmosfera parigina Marx avrebbe scritto i suoi famosi Manoscritti. Il linguaggio è qui già più semplice e concreto, meno avvolto nelle astrattezze della terminologia hegeliana. Marx è ora meno occupato con le contraddizioni filosofiche e più con quelle materiali della società moderna, ovviamente sotto la grande influenza degli scritti di Feuerbach ai quali nella prefazione si riferisce come agli unici che «contengono una vera rivoluzione teorica da Hegel in poi». Benché il piglio radicale del materialismo di Feuerbach avesse già con successo “capovolto” la filosofia di Hegel, col derivare lo Spirito dalla Materia piuttosto che la Materia dalla “Idea Assoluta”, Marx avrebbe progredito oltre le astrattezza del concetto di Natura e di Specie Vivente di Feuerbach per precisarli in Società Capitalista e Società Vivente, rispettivamente. Per scoprire le contraddizioni materiali della società occorreva uno studio della società di fatto, piuttosto che del riflesso di queste contraddizioni nella mente dei filosofi.
     I Manoscritti parigini sono divenuti oggetto di molti dibattiti accademici, nei quali si pretende si aver scoperto un Marx “umanista”, che deporrebbe contro il Marx “rivoluzionario”. Questo è possibile impostarlo sul piano, appunto, accademico, cioè ignorando le implicazioni rivoluzionarie della prime profonde analisi di Marx sul salario e sulla classe lavoratrice dei senza riserve.
     Nelle primissime righe del manoscritto, nel capitolo intitolato “Il Compenso del Lavoro”, leggiamo: «I salari sono determinati attraverso la lotta fra gli opposti capitalista e operai. La vittoria va necessariamente al capitalista. Il capitalista può vivere più a lungo senza l’operaio piuttosto che l’operaio senza il capitalista. Associazioni fra capitalisti sono frequenti ed efficaci: la associazione di operai è proibita e di gravose conseguenze per essi (...) L’operaio non può aggiungere alle sue entrate alcun reddito né di industria né terriero né di interesse da capitale. È questa la ragione della concorrenza fra gli operai». Qui troviamo il primissimo Marx che esclude la possibilità di un esito stabilmente favorevole delle lotte immediate, e, di conseguenza, di tutti i tentativi riformisti di modificare contrattualmente il sistema salariale piuttosto che rovesciarlo. Oggi, 150 anni dopo, possiamo dire che queste parole sono state confermate: nonostante le associazioni di operai siano oggi legali, il capitalista può ancora resistere più a lungo, e anche quando costretto ad arrivare ad un compromesso con le richieste dei lavoratori, le vittorie operaie che ne derivano sono di ben breve durata.
     Il lavoro non entra nei calcoli del capitalista che come un costo di produzione fra gli altri. Ma il salario non è determinato solo dal rapporto di forza delle classi: la media intorno alla quale oscilla il livello delle paghe è il costo necessario alla produzione dell’operaio stesso, cioè la somma del valore dei mezzi per la sua sussistenza. «Per i salari il grado minimo e necessario è quello richiesto dalla sopravvivenza dell’operaio durante il lavoro, oltre ad un di più per sostenerne la famiglia ed impedire che la razza dei lavoratori si estingua. Secondo Smith il salario normale è il minimo che è compatibile per la comune umanità, cioè con la esistenza animale. La domanda di uomini necessariamente regola la produzione di uomini come quella di ogni altra merce. Se l’offerta eccede di troppo la domanda una parte dei lavoratori precipita nella mendicità e nella fame. L’esistenza dell’operaio è quindi ridotta alla stessa condizione di esistenza di ogni altra merce. L’operaio è diventato una merce, e deve esser felice se riesce a trovare un compratore».
     Così è utopica la rivendicazione degli operai di un sostanziale e stabile miglioramento delle loro condizioni, specie quando il capitalismo si trova nel ciclo depresso, in quanto verrebbe a collidere con in fondamenti stessi del sistema capitalistico. Questa verità di antagonismo storico di classe viene negata e tenuta nascosta dai dirigenti riformisti dei sindacati, con lo sbandierare costantemente davanti agli operai la seducente prospettiva di un cambiamento della loro sorte sotto il capitalismo.
     Come anticipata risposta a questa illusione Marx afferma: «Prendiamo le tre principali condizioni in cui la società si può trovare e consideriamo la corrispondente situazione degli operai: 1) Se la ricchezza della società sta decrescendo sono gli operai a soffrirne di più, perché, sebbene la classe operaia non possa guadagnare tanto quanto i proprietari quando la classe è prospera, nessuno soffre più crudelmente per il suo declinare quanto la classe operaia. 2) Consideriamo una società di crescente benessere. Questa è la sola favorevole al lavoratore. Qui interviene la concorrenza fra capitalisti: la domanda di operai eccede la loro offerta. Ma: in primo luogo l’aumento dei salari porta con sé il sopralavoro fra gli operai. Più che guadagnano più devono sacrificare il loro tempo e libertà e lavorare come schiavi al servizio dell’avarizia. Nel far questo abbreviano le loro vite (...) Questa classe deve sempre sacrificare una parte di se stessa se vuole evitare la totale distruzione».
     Ma anche questa più favorevole condizione per i lavoratori implica la propria negazione. Marx puntualizza che «la società si trova in progressivo arricchimento come risultato della accumulazione di una grande quantità di lavoro, il capitale essendo lavoro accumulato e la maggior parte del prodotto degli operai essendo loro portato via».
     Questa crescente accumulazione di capitale risulta in una crescente divisione del lavoro che produce «un tipo di lavoratore molto unilaterale, mentalmente e fisicamente abbassato a macchina», che lo fa «sempre più dipendente da ogni fluttuazione dei prezzi di mercato, dell’investimento di capitale e dei capricci dei benestanti».
     Altro fattore che minaccia i supposti vantaggi per gli operai nel “boom” capitalistico è la concorrenza che cresce fra i capitalisti, e quindi la crescente concentrazione dei capitali, che getta una moltitudine di piccoli affaristi nella classe operaia, accrescendo così la concorrenza per i posti di lavoro e ancora una volta causando un abbassamento delle paghe. «Una parte della classe operaia è ridotta a mendicare o alla fame per lo stesso motivo che ha precipitato gran parte dei capitalisti medi nella classe operaia».
     I capi riformisti dei sindacati, per i quali esisteva il “buon capitalismo” fatto di latte e miele, dovrebbero oggi essere costretti ad ammettere che questa non è proprio la condizione generale dei lavoratori. Hanno ammannito filmetti sulla virtuosità del duro lavoro e degli eroismi stakanovisti, assicurando che sarebbe stato un “diritto” dei lavoratori “sacrificarsi” per “qualificarsi”, sugli altri lavoratori, cioè, a sgomitare per farsi posto a spese dei vicini compagni, ovvero diventare dei capitalisti anch’essi. Marx osserva: «Un aumento delle paghe fa nascere nel lavoratore lo stesso desiderio di arricchirsi del capitalista, ma esso può solo soddisfare questo desiderio immolandogli la mente e il corpo. Un aumento delle paghe presuppone, e determina, l’accumulazione del capitale, e così oppone il prodotto del lavoro al lavoratore come qualcosa che gli diventa sempre più alieno. Ugualmente, la divisione del lavoro lo rende sempre più unilaterale e dipendente, introduce la concorrenza fra le macchine così come fra gli uomini. Da quando l’uomo è stato ridotto simile ad una macchina, da allora la macchina gli si può opporre come un concorrente». La canzone ha immortalato la leggenda di John Henry, gran lavoratore e campione di forza, che muore nel tentativo di dimostrarsi superiore sulla macchina. «Infine, appena l’accumulazione del capitale ha accresciuto la quantità delle fabbriche e quindi il numero degli operai, ciò permette alla stessa quantità di fabbriche di produrre una maggiore quantità di prodotti. Questo porta alla sovrapproduzione e finisce o per mettere un gran numero di operai fuori del lavoro o col ridurre i loro salari ad una miseria».
     La terza condizione che si presenta nella società è quando questo stato di crescita raggiunge il culmine. Detto crudamente, «la sovrappopolazione deve allora morire».
     Riassumendo. «Nella fase del declino della società abbiamo una miseria crescente dei lavoratori; nella fase del progresso, una miseria difforme; nella fase terminale, una miseria costante».
     Se esiste un Marx umanista nei Manoscritti parigini è solo nel senso che riesce a dar voce al vaneggiare dell’operaio di fabbrica, legato ad un lavoro penoso e ripetitivo; vaneggiare che però esprime la prima evasione, l’iniziale capovolgimento dalla società capitalistica nella coscienza rivoluzionaria. Così nel capitolo “Il Lavoro Estraniato” si puntualizza che: «un accelerato aumento dei salari (ignorando qui tutte le altre difficoltà, compreso il fatto che tale anomale situazione potrebbe prolungarsi solo con la forza) non sarebbe niente altro che una migliore paga per degli schiavi e non implicherebbe un accrescimento del rilievo umano né in dignità per entrambi l’operaio e il lavoro».Si noti come Marx, nonostante consideri un sostanziale aumento dei salari come anormale, tuttavia affermi come possa mantenersi con la forza.
     A quel vagheggiare operaio, a quel sogno fantastico non di maggior salario ma di una reale riappropriazione e piacere dalla attività lavorativa umana, Marx si inspirò, ma spese il resto della vita a provare che erano le condizioni effettive storiche a provocare quel sogno, perché i sogni sorgono solo quando esistono le possibilità materiali per realizzarli.
     «Anche la eguaglianza dei salari, prefigurata da Proudhon, significherebbe solo trasformare la relazione fra l’operaio di oggi davanti al suo lavoro con la relazione di tutti gli operai davanti al lavoro. La società sarebbe concepita come un capitalista in astratto». Già nel 1844 Marx aveva quindi previsto questo grave equivoco per il corso rivoluzionario, di rivendicare la nazionalizzazione delle industrie e le future “economie pianificate”, poi attuate dal cosiddetto “blocco socialista”; schemi di capitalismo collettivo che avrebbero mantenuto tutte le caratteristiche del lavoro estraniato, benché si siano fatte passare come vantaggiose per i lavoratori già al tempo di Marx e sconciamente dopo. Troppo spesso sarebbero caduti i lavoratori nella trappola di partiti pseudo operai e di sindacati da essi diretti che vantavano le industrie nazionalizzate come la soluzione ai mali sociali solo perché non vi apparirebbe la figura odiata del padrone individuo.
     Questi assunti di base rivelano anche le falle nel perenne sogno del sindacalismo: “Una giusta giornata di lavoro per un giusto salario”. Invece di rifarsi a concetti morali astratti di giustizia, Marx ha mostrato come la forza lavoro obbedisce alle leggi delle altre merci; una merce il cui “giusto” prezzo non è nient’altro che il suo equivalente in massa di beni di consumo richiesti per mantenere l’operaio al lavoro e perché possa riprodursi. Forse, anche più notevole, in quei giorni lontani Marx aveva già anticipato, e condannato, la più pericolosa e seducente delle visioni opportuniste: uno Stato comunista dove i lavoratori ancora esistono come salariati e vendono il loro lavoro allo Stato.
 

5. Il lavoro in una società post-capitalista

     In Estratti dagli Elementi di Economia Politica di James Mill, scritto allo stesso tempo dei Manoscritti, Marx ci fornisce una esplicita prefigurazione della futura società comunista, alla quale non è uso indulgere, un “sogno” che mette a contrasto con la condizione del lavoro allineato sotto il capitalismo.
     Marx, con la sua analisi del lavoro salariato in organica connessione al capitale, esclude ogni possibilità di stabile progresso per i lavoratori sotto il capitalismo, nemmeno durante i suoi periodi di “benessere”, e gli oppone una futura società nella quale il lavoro sarà davvero soddisfacente ed umano, perché l’uomo sarà capace di tornare ad agire come un essere di una comunità sociale.
     Non c’è dubbio che le osservazioni di Marx sono valide oggi come quando furono scritte e in senso generale: benché le condizioni del proletariato sono apparse migliorare con l’affermarsi del capitalismo, se misurate come massa di beni consumati, relativamente agli accresciuti bisogni che il moderno capitalismo suscita ed impone il miglioramento è del tutto insignificante, mentre come condizione di salute complessiva e di infelicità sono senz’altro peggiorate. Inoltre, sia nelle fasi di accumulazione primitiva sia di tardo declino del capitalismo, la condizione del proletariato è così orrenda, se non peggiore, di quella che dominava nel diciannovesimo secolo in Europa: carestie, aumento della mortalità infantile, riduzione della vita media delle classi inferiori, mentre le guerre devastano le menti e i corpi e del proletariato dei paesi “poveri” e di quelli “ricchi”, e sono cessate le avvelenate briciole del “benessere” sociale che cadevano dalle tavole del banchetto imperialistico.
 

6. Prime conclusioni

     Questi i primi decisi e definitivi passi verso l’impostazione della “questione sindacale”, che vogliamo ripercorrere ancora una volta con la mano in quella ben ferma e robusta del nostro grande Carlo. Intanto abbiamo respinto alcune delle illusioni propagate dai dirigenti operai passati al nemico.
     Nostro scopo è approfittare dell’esperienza di lotta dei lavoratori per convincerli della bontà del metodo comunista per la difesa della loro classe anche nella contingenza, e della rovina che li aspetterebbe seguendo i metodi ai nostri opposti.
     Non prevediamo che la rivoluzione verrà quando la maggioranza degli operai sarà comunista: appunto il nocciolo della questione sindacale risiede nel problema di come riuscire ad indirizzare il movimento delle masse di lavoratori non comunisti, esterni ai sentimenti, alla organizzazione e alla disciplina del partito. Inquadrati in organizzazioni economiche spesso dominate da controrivoluzionari o senz’altro da spie della borghesia, cionondimeno sappiamo che, nel momento cruciale, il loro muoversi contingente e difensivo li porterà nella direzione che avrà da sempre indicato loro il partito rivoluzionario, quella dello scontro diretto e della guerra civile, e politica, fra le classi.
     Marx fin dai suoi primi studi ha identificato alcuni principi che rimangono pietre miliari per l’atteggiamento del Partito nell’avvicinarsi alle organizzazioni dei lavoratori. Li elenchiamo:
     1. Il minimo possibile livello dei salari è quello necessario per la sopravvivenza del lavoratore come tale ed al più sufficiente per sostenere la sua famiglia ed impedire che la razza dei lavoratori perisca.
     2. Offerta e domanda di lavoro, cioè la concorrenza fra i capitalisti alla ricerca di operai e fra gli operai alla ricerca di un capitalista, causano delle fluttuazioni intorno a questo livello medio.
     3. L’illusione sindacalista di un forte aumento nelle paghe si potrebbe socialmente mantenere solo con l’esercizio permanente della forza operaia.
     4. L’aumento dei salari si risolverebbe solo in un compenso migliore per degli schiavi, non significherebbe una diversa né migliore dipendenza del lavoratore dal capitale. L’eguaglianza delle paghe, rivendicata da Proudhon, solo trasformerebbe l’attuale rapportarsi dell’operaio con il suo lavoro nel rapporto di tutti gli uomini con il lavoro. La società sarebbe concepita come un capitalista in astratto.
     Questi concetti si sarebbero ulteriormente affinati ed elaborati nel corso degli anni mentre il marxismo, come scuola di comunismo, prendeva forma. Alle future indagini di Marx, e alle circostanze sotto le quali si producevano, si aggiungerà il grande contributo di Federico Engels che si dedicherà anch’esso alla formulazione della materiale dialettica del sindacalismo operaio.

(continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 


L’Antimilitarismo
nel movimento operaio in Italia

Rapporto espoto alle riunioni di Firenze gennaio 2002, Firenze gennaio 2003, Genova maggio 2003.
 
 

     Carlo Liebknecht iniziava la sua opera Militarismo e Antimilitarismo con queste parole: «Militarismo! Poche parole nella nostra epoca vengono adoperate con tanta frequenza e nessun altro termine definisce qualcosa di così complesso, multiforme, variegato, un fenomeno nella sua origine e nella sua sostanza, nei suoi mezzi e nelle sue ripercussioni così interessante, così importante, un fenomeno che affonda le sue radici così profondamente nella natura degli ordinamenti della società classista e che tuttavia può assumere forme così molteplici anche all’interno del medesimo ordinamento sociale, a seconda delle particolari condizioni naturali, politiche, sociali ed economiche dei singoli Stati e territori (...) Una storia del militarismo condotta nel senso più profondo mette a nudo la natura più intima della storia dell’evoluzione dell’umanità, le sue molle, e sezionare il militarismo capitalista significa mettere allo scoperto le radici più nascoste e più sottili del capitalismo. La storia del militarismo è al tempo stesso la storia delle tensioni politiche, sociali, economiche e in linea generale di civiltà tra gli Stati e le nazioni, nonché la storia delle lotte di classe all’interno delle singole unità statali e nazionali. Naturalmente qui non è possibile osare di compiere anche soltanto il tentativo di una storia del genere».
     Noi qui nemmeno ci assumeremo la presunzione di portare a termine un’opera del genere, ma l’opinione di Liebknecht ci conforta almeno nel tentativo di abbozzare una traccia di ricerca in tal senso.
 

Coscrizione e renitenza nello Stato unitario

     Al momento dell’unificazione, in gran parte delle regioni d’Italia, la coscrizione obbligatoria rappresentò una novità fino ad allora sconosciuta, ed in particolar modo nelle Romagne, nelle Marche e nell’Umbria. La Sicilia, per antico privilegio, era esentata dal servizio di leva, dal quale affrancava i suoi abitanti con un tributo in denaro. Dal servizio militare erano dispensati pure gli abitanti delle isole di Capri, Lampedusa, Linosa. Nelle province napoletane la leva era regolata da una legge del 1834 per la quale concorrevano sette classi, dal 19° al 25° di età, ma, salvo esigenze straordinarie, venivano arruolati solo i giovani che compivano il 21° nell’anno della chiamata.
     Anche se nei tempi moderni forme di coscrizione obbligatoria erano già state sperimentate, possiamo affermare che il fenomeno della leva obbligatoria abbia assunto rilievo europeo solo con la levée en masse giacobina del 1793 e che venne definitivamente sancita dalla legge Jourdan del 1798. Napoleone la impose su tutto il continente e, nel corso del XIX secolo, con modalità diverse, venne adottata da tutti i paesi europei, fatta eccezione dell’Inghilterra.
     Nel Regno di Sardegna l’obbligo del servizio di leva era regolato dalla legge Lamarmora del 1854, che venne via via estesa a tutti i territori annessi al neonato Regno d’Italia fino a che, come ebbe a dichiarare l’allora ministro della guerra Petitti-Baglioni, nel 1862 era ormai possibile «esigere finalmente il tributo di militare servizio con le norme di una sola legge e sopra gli individui di una stessa età indistintamente dalle Alpi al Lilibeo». Il nuovo Stato aveva necessità di rendere omogeneo il reclutamento su tutto il territorio nazionale; occorreva poter disporre di un contingente armato di oltre 200 mila giovani tra i quali reclutare secondo le necessità, garantirsi un sistema di selezione uniforme ed efficace, fissare scadenze periodiche, preparare il personale necessario alle operazioni: tali erano le condizioni indispensabili per la costituzione di un esercito robusto ed efficiente. Il 10 luglio 1864, con 66 voti favorevoli su 68 votanti, il senato approvava l’estensione a tutto il Regno della legge Lamarmora.
     Con la legge sulla leva il Parlamento italiano vedeva risolto un problema essenzialmente tecnico-politico, reso urgente dalla necessità di dotarsi di uno strumento di repressione efficace per fronteggiare le ribellioni popolari, soprattutto del Mezzogiorno. Naturalmente la giustificazione ufficiale puntava sulla necessità della costituzione di un esercito che garantisse la difesa dei raggiunti confini nazionali e fosse in grado di completare l’unificazione attraverso la liberazione delle terre irredente. Era soprattutto la sinistra liberal-democratica a fare pressioni per il riarmo. Dai banchi della sinistra parlamentare si gridava: «Primo di tutti i nostri bisogni è quello di armare, e che c’importa delle strade ferrate, tanto più che queste strade non si possono avere in poco tempo? A che vale cercare la popolarità, mentre prima condizione si è di esistere? (...) Armiamo! Armiamo! Se l’Italia si porrà in una attitudine armata proporzionata ai suoi mezzi e alla sua popolazione, la nostra grande questione sarà risolta anche per Roma e Venezia» (On. Benedetto Musolino, 25.6.1862).
     In Parlamento la volontà di approvare la legge, abbiamo visto i risultati, era stata generale. Solo il Ricciardi aveva accennato alle conseguenze sociali che il provvedimento avrebbe causato e, chiedendo l’esonero dal servizio militare per i figli unici, «benignità che usava anche il gran divoratore di uomini che aveva nome Napoleone I», ricordava come vi fossero «molte famiglie di poveri contadini, le quali sarebbero ridotte alla fame se voi toglieste loro l’unico sostegno dei vecchi parenti». A Ricciardi rispondeva Nino Bixio che se modifiche dovevano essere apportate alla legge sul reclutamento, queste modifiche andavano fatte «nel senso che si prenda un numero maggiore di coscritti».
     L’obbligo del servizio militare quinquennale aveva suscitato opposizione già nelle province centrali e la leva sui nati del 1840 aveva registrato 4.800 renitenti su un contingente di 45.000 unità. Parallelamente si era diffuso il fenomeno della diserzione che il governo attribuiva «all’opera iniqua di subornatori contro i quali non è abbastanza armato il rigore della legge» (Petitti-Baglioni, 3.6.1862).
     La prima leva nazionale si ebbe nel 1863: secondo i dati ufficiali i renitenti furono 25.749, ossia l’11,5% con punte altissime a Napoli (57,2%), Catania (45,6%), Palermo (44,4%), Trapani (41,3%), Urbino (40,5%). Nel complesso si ha l’immagine di una nazione divisa sull’atteggiamento nei confronti dell’obbligo militare, con un’area di assuefazione localizzata nella pianura padana e parte di Toscana e Sardegna ed un’area di rifiuto comprendente gli ex territori pontifici e l’ex Regno delle due Sicilie.
     I figli dei benestanti «potevano esimersi dal servizio militare grazie agli istituti previsti dalla normativa (la liberazione completa, per i più agiati, dietro versamento di L.3.000, pari allo stipendio medio annuale di un docente universitario; la surrogazione, cioè la possibilità di farsi sostituire da qualcuno dietro compenso; lo scambio dei numeri, tra chi, avendo sorteggiato nelle operazioni di leva un numero basso, era assegnato alla prima categoria con ferma quinquennale e chi, avendo estratto un numero alto, era assegnato alla seconda categoria con un periodo di addestramento non superiore ai quaranta giorni)» (Gianni Oliva, Esercito, Paese e Movimento Operaio).
     La pratica dell’estrazione del numero risaliva ad una vecchia tradizione francese del ‘600 quando, su iniziativa del ministro della guerra di Luigi XIV, venne stabilito di integrare i reparti mercenari con aliquote di giovani celibi estratti a sorte in ogni provincia. Per la verità nel Regno d’Italia la motivazione era opposta: poiché vi era esuberanza di uomini delle singole classi di leva rispetto alle esigenze dell’esercito (e alle finanze dello Stato), le autorità militari stabilivano di anno in anno la percentuale dei coscritti che avrebbero dovuto fare il servizio militare per intero (cinque anni), gli altri avrebbero ricevuto un addestramento di soli quaranta giorni (questo fino al 1870, in seguito la ferma sarebbe stata di 3 anni quella intera e di 2 quella ridotta).
     A differenza dei borghesi, i figli del popolo avevano un solo modo per scansare la leva, quello di rendersi irreperibili: cosicché la legge sulla coscrizione obbligatoria nel Sud divenne concausa della situazione insurrezionale poiché i renitenti potevano trovare uno sbocco alla latitanza solo entrando nelle bande dei ribelli.
     Nel 1864 il numero dei renitenti venne drasticamente ridimensionato: 13.476 su 232.154 iscritti, pari al 5,8%; l’anno successivo il tasso scendeva ancora: 4,8% (10.708 su 223.548 iscritti) attestandosi poi, all’incirca, su questa percentuale.
     Chiaramente questi dati ufficiali non sono veritieri e forse un criterio più valido sarebbe «con tutta probabilità quello di raddoppiare, perlomeno per il periodo che va dall’Unità ai primi anni ‘70, gli indici ufficiali offerti dalle statistiche ministeriali» (Piero del Negro, La Leva Militare), però è indubbio che vi sia stata una brusca contrazione del fenomeno e ciò anche grazie agli ampi poteri discrezionali concessi dalla Legge Pica secondo la quale potevano essere arrestati «tutti quanti s’incontrano per la campagna con l’età apparente del renitente e col viso dell’assassino». Rastrellamenti militari su vastissima scala erano sistematici con blocco totale dei paesi, con il taglio degli acquedotti, il divieto assoluto di entrata o di uscita. I paesi venivano ridotti alla fame ed alla sete fino a che tutti i renitenti non fossero stati consegnati alle autorità. Fu grazie a questi sistemi, continuati per anni, che il numero dei renitenti alla leva diminuì drasticamente.
     Dopo il 1866 l’andamento degli indici di renitenza rimase sostanzialmente costante attorno al 4%.
     Possiamo quindi concludere che l’imposizione della leva obbligatoria si scontrò con un forte rifiuto iniziale, ma la repressione brutale del nuovo Stato unitario, nel giro di pochi anni riuscì a circoscrivere il fenomeno all’interno di percentuali accettabili.
     La volontà di sfuggire all’arruolamento forzato è fenomeno antichissimo; la mitologia ci narra come i due massimi eroi dell’antichità greca, Achille ed Ulisse, tentassero di sottrarsi alla guerra di Troia l’uno mascherandosi da donna e l’altro fingendosi pazzo. Nella lingua latina murcidus era l’appellativo derisorio che veniva dato a quanti si procuravano delle infermità per risultare inabili alle armi. Nella prima metà dell’ 800 il fenomeno aveva vasta diffusione in tutti gli eserciti europei ed i finti inabili venivano puniti con un anno di reclusione in Prussica, con detenzione da sei mesi a due anni nel Granducato di Toscana, con un’ammenda da 200 a 1.000 franchi od il carcere fino a due anni in Francia, mentre in Austria una patente del 1820 stabiliva che dovessero «essere chiamati per primi al servizio militare quei coscritti i quali dolosamente avessero allegata una malattia, un difetto fisico o altra imperfezione da cui non fossero affetti» (Federico Cortese, Malattie ed Imperfezioni...). In Italia, secondo la legge del 1863 i simulatori erano soggetti a reclusione da sei mesi ad un anno se coscritti, da 3 a 5 anni se già arruolati.
     La minaccia delle pene non rappresentava però un deterrente capace di eliminare il fenomeno tant’è vero che il tenente medico Tomellini, in un testo dal titolo Delle Malattie più Frequentemente Simulate o Provocate dagli Inscritti, pubblicato nel 1875, ammetteva: «Inante ai consigli di leva sono ben pochi gl’inscritti atti al servizio che si presentano lieti e giulivi, e che deposti prontamente gli abiti si pongono già in attitudine militare dichiarando di non avere alcun difetto. I più (...) cercano con ogni via di ottenere la riforma. Se trovansi affetti da leggere infermità ne esagerano i sintomi, se occorre se ne procurano ad arte (...) Alcuni finalmente fingono vere e proprie malattie appoggiando l’asserzione dell’origine a documenti che uomini spudorati e senza onore rilasciano senza alcuna difficoltà».
     La casistica delle simulazioni era vastissima spaziando da esempi di astuzia a casi di autolesionismo. Un espediente, a cui si ricorreva nelle campagne già all’epoca di Napoleone, e che fu ripreso dopo l’unità d’Italia, era quello di porre dei nomi femminili ai figli maschi. Sennonché i preti, che erano tenuti a mostrare i registri di battesimo ai funzionari governativi, o per collaborazionismo o per timore, all’atto del battesimo controllavano il sesso del neonato.
     Da parte sua l’esercito si dimostrava estremamente deciso e determinato a scoprire i simulatori ed allo scopo riteneva lecito l’utilizzo di qualsiasi mezzo: «Nei casi in cui l’individuo si ostina, e ricusa di capitolare, e s’hanno grandi indizi di simulazione si può senza dubbio ricorrere all’applicazione di vescicanti, di ventose secche e a taglio, all’elettricità e alla doccia fredda, mezzi tutti che stancano maledettamente i simulatori» (Tomellini).
     Per alcuni il rifiuto dell’obbligo di leva era così profondo da portare perfino all’automutilazione: «V’hanno giovani che hanno tanta freddezza da porre il dito sul tronco di un albero e reciderlo con un colpo di falce, e quindi chiamare al soccorso per potere all’occorrenza avere testimoni che depongano in favore dell’accidente avvenuto loro».
     Il terrore che la vita di caserma ispirava ai giovani coscritti non era affatto ingiustificato. In caserma alla durezza delle esercitazioni ed ai maltrattamenti morali e fisici si univano l’isolamento dei soldati verso la società esterna e le divisioni all’interno tra le diverse provenienze regionali. Nel 1880 apparve a Genova un opuscolo dal titolo Autopsia della Vita Militare ed era firmato “R. S., ex-sottufficiale dell’esercito italiano”. Il Ministero dell’Interno vietò la sua diffusione in quanto «recante grave offesa alla dignità dell’esercito». In tale opuscolo l’atmosfera di caserma era descritta come quella di un regime disciplinare repressivo dove il comandante poteva stabilire a proprio arbitrio le pene più severe: «Prigione semplice, prigione di rigore (pane e acqua e tavolato a vece del letto), persino progressione ferri (cioè giornalmente sei ore di ferri corti e sei di ferri lunghi): e tantissime volte i comandanti si prendono la libertà di infliggere punizioni che non sono considerate dal regolamento di disciplina, come un colonnello che nel 1877 aveva inventato la ‘passeggiata di salute’, inflitta a coloro che, dichiaratisi ammalati durante la settimana, venivano invece dal medico riconosciuti di buona salute e ai quali la domenica mattina, riuniti in armi e bagagli, si facevano eseguire ottanta, novanta, cento giri intorno a una piazza ove era fabbricata la caserma».
     Per le colpe più gravi vi erano le compagnie di disciplina dove il soldato poteva essere inviato con semplice provvedimento amministrativo. A partire dal 1870 vennero anche introdotte le cosiddette classi di punizione che mantenevano il soldato al proprio reparto, consegnato per un periodo di sei mesi che spesso si allungava e poteva anche triplicare, costretto a portare un particolare distintivo, veniva severamente punito ad ogni lieve mancanza. Praticamente era sottoposto ad un domicilio coatto all’interno della caserma. Non di rado il sottoposto alle classi di punizione finiva nelle compagnie di disciplina. Le cause per le quali i soldati potevano essere inviati alle compagnie di disciplina erano molto vaghe e discrezionali: innanzi tutto vi erano quei militari ritenuti colpevoli di infrazioni disciplinari non punibili dal codice militare perché lievi o non dimostrabili, gli omosessuali ed i sospetti di omosessualità, i militari rei di aver preso moglie senza il permesso del ministero della guerra, gli antimilitaristi socialisti ed anarchici. Senza dilungarsi sul trattamento dei militari sottoposti alle compagnie di disciplina ci limitiamo a riportare quanto scrisse Sylva Viviani basandosi su di una statistica diffusa nel maggio 1908 dal ministero della guerra, dalla quale risultava che in un anno su 726 puniti, 183 erano stati riformati, ossia «stroncati» per malattia; altri 10 erano stati congedati anticipatamente, sempre per ragioni di salute; 19 inviati in licenza di convalescenza di un anno dopo lunga malattia. «In totale 212 malattie gravissime nel corso i soli dodici mesi sulla piccola forza di 726 soldati» (La Pace, 16.7.1908). «Viviani aggiungeva che le malattie che più avevano infierito nel passato nelle compagnie di disciplina e nei reclusori riguardavano “l’asse cerebro-spinale”, e che erano diffuse enormemente, più che in tutti gli altri corpi, “le malattie del sistema nervoso”; c’erano fondate ragioni, dunque, per dubitare dell’esistenza di veri e propri sistemi di tortura» (Ruggero Giacobini, Antimilitarismo e Pacifismo nel Primo Novecento).
     «Nel primo decennio post-unitario la giustizia militare celebra una media di otto-novemila processi all’anno, con una punto di 10.549 nel 1864. Nel 1865 i tribunali militari emanarono 146 condanne a morte, 3.912 condanne in contraddittorio, 2.180 condanne in contumacia, 1.975 assoluzioni, per un totale di oltre 8.000 processi, pari all’incirca al 3% della forza in armi: nello stesso anno i detenuti nelle carceri militari oscillano intorno ai 2.200/2.300» (Gianni Oliva, Esercito, Paese e Movimento Operaio). Nei decenni successivi il fenomeno si ridusse pur rimanendo molto alta la proporzione dei reati: Uno ogni 50 uomini in armi, il doppio di ciò che nello stesso tempo avveniva nell’esercito francese. Nella maggior parte dei casi si trattava di reati contro la disciplina e all’interno di questi predominavano quelli per diserzione: una media di circa 1.400 l’anno. Non mancavano neppure gli ammutinamenti: 34 nel 1880.
     Accanto alle manifestazioni di indisciplina e di insubordinazione si sviluppava il fenomeno del suicidio. Nel decennio 1874/1883, secondo i dati ufficiali, si verificarono 777 suicidi, con una punta di 86 nel 1880. Non erano rarissimi nemmeno casi di soldati che, in preda a raptus di follia, sparavano ed uccidevano commilitoni o superiori. Tra questi l’innodia popolare ci ha tramandato le canzoni che narrano di Misdea, Costanzo, Scarnari, Marino, ecc., tutti quanti condannati alla fucilazione tra il 1884 ed il 1885. Misdea, nella primavera del 1884, in un raptus di follia esplodeva cinquanta colpi di fucile uccidendo cinque commilitoni e ferendone gravemente altri sette; Costanzo l’anno successivo sparava ed uccideva il proprio caporale ed altri due commilitoni. In un’epoca in cui il dibattito sull’abolizione della pena di morte era di piena attualità, il caso Misdea fu occasione per la stampa reazionaria di svolgere una calorosa campagna antiabolizionista. Commentava Luigi Lucchini: «Gli apostoli del patibolo non si chetarono, fecero balenare agli occhi la ragion militare, la disciplina dell’esercito, le esigenze di una giustizia che deve essere soprattutto l’espressione della forza e del rigore» (L. Lucchini, Soldati Delinquenti: Giudici e Carnefici). Da parte sua L’Illustrazione Italiana, riferendosi al caso Costanzo, invocava le guerre coloniali: «Benedetta l’Africa che ci dà l’occasione di far uscire il nostro esercito dal torpore delle guarnigioni!» (22.2.1885).
     Carlo Cattaneo aveva scritto: «Dio toglie all’uomo mezza anima quel dì che lo fa schiavo, e gli toglie tutta l’anima quel dì che lo fa soldato; perché al soldato non è nemmen lecito lagnarsi delle infamie che gli fanno commettere. Lo schiavo può avere la ragione e la coscienza; può avere anche i lamenti e le maledizioni; il soldato non ha che l’onore e l’ordine del giorno» (C. Cattaneo, Dell’Insurrezione di Milano del 1848).
     In Italia la visione dell’esercito inteso come strumento della politica reazionaria e repressiva attingeva ad una tradizione tipicamente risorgimentale. Erano stati gli eserciti permanenti al servizio dell’impero asburgico e delle varie monarchie che avevano represso i moti, imposto la censura, soffocato il dibattito politico, costretto alla clandestinità od all’esilio gli intellettuali rappresentativi della coscienza nazionale. Non ci potevano essere dubbi, ad impedire l’unità nazionale era stata «la soldatesca di 400.000 gladiatori, messa ad arbitrio dell’uno o di pochi, serva sempre dell’altrui volere» (C. Cattaneo, Considerazioni).
     D’altro canto la scarsa efficacia, dimostrata nel corso del Risorgimento dagli eserciti permanenti a confronto delle brillanti operazioni condotte dalle truppe volontarie ed irregolari si traduceva nella convinzione che la difesa nazionale non sarebbe dovuta dipendere da eserciti regolari, ma garantita dal concorso di tutto il popolo in armi. Lo stesso Garibaldi non nutriva dubbi in merito: «La classe dei contadini forma il nerbo dell’esercito dando ad esso la maggior parte della forza bassa (...) e gli uomini del ventre sanno modellarla talmente a loro modo che ne fanno ciò che vogliono. Questi poveri contadini, una volta vestita l’assisa del soldato, servono ciecamente, e colle vuote parole d’onore del soldato, d’onor militare, d’onor della bandiera, colla paura dei castighi e della fucilazione si portano a combattere indifferentemente amici e nemici» (G. Garibaldi, Scritti e Discorsi Politici e Militari). L’eroe dei Due Mondi considerava questi eserciti «un’istituzione perniciosa – poiché – chi governa con tale terribile strumento nelle mani vuol essere ubbidito governando bene o governando male. Quindi l’esercito non servirà solo a combattere i nemici esterni, ma combatterà pure il proprio popolo quando ne abbia ordine dall’imperante». In altra occasione, in seguito ad un eccidio compiuto a Brescia nel maggio 1862, Garibaldi scriverà: «Io non conosco ancora il numero esatto dei morti e dei feriti della strage di Brescia. So che vi sono ragazzi morti e ragazzi e donne ferite (...) Soldato italiano, io non voglio credere che soldati italiani possano aver ammazzato e ferito donne inermi e fanciulli. Gli uccisori dovevano essere sgherri mascherati da soldati! E chi comandò la strage... Oh, io lo proporrei per il boia... E proporrei ai bresciani di innalzare un monumento a Popoff, ufficiale russo, che ruppe la sciabola quando gli domandarono di caricare il popolo inerme di Varsavia». (Il Diritto, 20.5.1862).
 

“Né un uomo, né un soldo”

     Negli ultimi anni dell’800, quando in Italia si affermano le prime organizzazioni del movimento proletario, il rapporto fra esercito e paese appare quindi già ben delineato: da un lato il tentativo di rifiuto alla coscrizione obbligatoria si può dire che sia stato già debellato attraverso una sistematica repressione e sostituito, nella coscienza collettiva, da una rassegnata accettazione di tale tappa necessaria della vita maschile; dall’altro lato la stragrande maggioranza della popolazione, anche se con motivazioni diverse, si dimostra estranea ed ostile ai miti del militarismo. Non può quindi stupire se nei primi documenti ufficiali del movimento operaio si ritrovino tematiche comuni a tutte le correnti del pensiero democratico: denuncia degli eserciti permanenti, rovinosi per la pubblica finanza e pericolosi per la libertà, anche se la denuncia del militarismo assume un connotato di classe e di accusa del suo uso come strumento di repressione antiproletaria; per quanto la democrazia radicale, per alcuni aspetti, lo avesse già anticipato.
     Nella primavera del 1885 i dibattiti parlamentari sulla spedizione di Massaua e sulla politica coloniale del governo coinvolgono i gruppi dirigenti del movimento proletario per una prima riflessione sul problema del militarismo. Non ci saranno inviti alla mobilitazione ed indicazioni di lotte rivolte al proletariato, la battaglia antimilitarista si svolgerà tutta all’interno delle istituzioni. Ma a merito del movimento socialista dobbiamo dire che sarà l’unico ad opporsi all’avventura africana, mentre democratici e radicali aderirono alla teoria della “missione civilizzatrice”.
     È Andrea Costa che, seppure con argomentazioni non rivoluzionarie, chiede il ritiro immediato dei soldati dall’Africa: «L’Italia che lavora è assetata di giustizia, è assetata di libertà, è assetata di cultura, e come base di ogni suo miglioramento intellettuale, politico e morale vuole il miglioramento delle sue condizioni economiche: perciò vede con orrore sprecato il patrimonio pubblico nelle facili conquiste delle sabbie africane, vede con orrore mandati colà i suoi figli più forti (...) Richiamiamo di conseguenza le nostre truppe dall’Africa, dove le abbiamo mandate con tanta leggerezza; e prima di pensare di portare la civiltà in casa d’altri, sbarazziamoci noi di ciò che ci resta di un tristissimo passato e rivolgiamo tutta la nostra forza, tutta la nostra energia alla soluzione di quello che è il tormento e l’orrore del nostro secolo: la questione sociale» (7.5.1885).
     Dalla disfatta di Dogali, dove i 500 della colonna De Cristoforis vennero annientati, la maggioranza parlamentare traeva spunto per chiedere crediti straordinari al fine di preparare una massiccia reazione. Mentre un altro tradizionale antigovernativo, il radicale Felice Cavallotti, si allineava docilmente al potere: «I paesi non vivono soltanto di pane e benefici materiali. I paesi vivono anche di onore» (3.2.1887), ancora una volta Andrea Costa presentava un ordine del giorno di netta opposizione. L’impresa africana «incostituzionale nei suoi primordi, è diventata oggidì disastrosa e per le vite che è costata e per l’erario (...) e ciò in momenti in cui l’Italia ha bisogno di convergere tutte le sue forze al suo sviluppo economico e morale e al miglioramento delle classi lavoratrici (...) il prestigio militare e l’onore della bandiera sono i soliti pretesti con cui tutti i governi cercano di far passare le loro imprese avventurose; deplo