Partito Comunista Internazionale Indice La Teoria marxista della Conoscenza


 
Umanità del Comunismo - Disumanità della Civiltà
Il Partito Comunista - 1987, n. 155

 

Dopo una breve interruzione si ascoltava, per il gruppo di lavoro sul tema conoscitivo generale, un esposto dal titolo Umanità del Comunismo. Disumanità della civiltà che, nella prima parte, trattava del processo storico dell’ALIENAZIONE dell’uomo da sé stesso nell’arco dal comunismo primitivo alle prime società classiste dell’antichità greca fino al moderno mondo capitalistico. Si leggevano utilmente brani dai lavori di Engels: L’origine della famiglia della Proprietà privata e dello Stato, Dialettica della natura e L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, e di Marx: La questione ebraica e i cosiddetti Scritti di economia politica, oltre che da Il Manifesto del Partito Comunista.

In polemica con gli storici e gli psicologi attuali si constatava che l’uomo realmente sano di corpo e di mente non è ancora mai esistito per potersi prevedere solo nella futura società comunista, mentre l’uomo attuale è quanto di più lontano sia mai stato dalla sua vera umanità, come dimostrano le miserie e le sofferenze contemporanee e riprovano lo stato di guerra mortale che ha ingaggiato l’uomo capitalistico nei confronti dell’ambiente ospite che distrugge e saccheggia «come un paese vinto».

Entrando nella disamina si descriveva per sommi capi, dopo la nascita del mercato e del denaro, le conseguenti varie forme di alienazione tipiche delle società classiste, da quelle religiose a quelle del pensiero filosofico, secondo la formula di Marx che l’alienazione è la condizione patologica normale dell’uomo espropriato della sua umanità.

Infine il rapporto individuava nel pensiero dei lunghi cicli della vicenda umana alternativamente il rimpianto per il bene sociale comune perduto, ovvero la condanna dell’inferno classista e addirittura, in alcuni eccelsi, che per questo ci appaiono immortali e al di sopra del tempo, la intuizione in forma poetica di tutta la millenaria traiettoria umana, destinata a ritrovare se stessa nel comunismo futuro. In particolare si dimostrava all’uditorio come l’epopea classista di Ulisse, trascritta nel periodo del declino del comunismo ancestrale, rappresenti l’allegoria del percorso avvenire e il ritorno dell’uomo a sé stesso.

Questo esposto per la varietà delle citazioni tratte da lunga tratta storica e commentate con nostro metodo materialistico, non poté concludersi al sabato sera e se ne rimandò l’ultima parte all’indomani. (Il Partito Comunista, n. 153/154 del 1987: Riassunto del Rapporto sulla Conoscenza).

* * *

L’uomo è un insieme di organi interdipendenti il cui normale armonico funzionamento assicura la salute fisica e mentale, sempre che l’ambiente gli consenta di sviluppare le sue qualità potenziali e disponga, al tempo stesso, di risorse adeguate al soddisfacimento dei bisogni materiali e spirituali, risorse delle quali possa liberamente usufruire. Sin oggi però l’uomo realmente sano di corpo e di mente, cioè padrone di sé e della sua umanità di specie, non è mai esistito, e ciò in quanto le condizioni ambientali, adatte a un’esistenza specificamente umana, l’uomo dovrà ancora crearsele.

Due principi governano le creature viventi, conservarsi e riprodursi secondo le leggi di natura che per milioni di anni hanno garantito un mirabile equilibrio biologico; ma con l’avvento dell’economia mercantile quest’equilibrio cominciò ad essere turbato, è stato poi sconvolto da cima a fondo dal capitalismo, e i guasti che il pianeta terra quotidianamente subisce son sotto gli occhi di tutti. Qual’è dunque l’origine, quali cause di tanta degradazione che costituisce una minaccia di morte per l’uomo e l’intera biosfera?

Engels, prendendo ad esempio gli Irochesi, descrive come vivevano i nostri antichi primogenitori nella società senza classi, nella quale era sconosciuta la proprietà privata e, conseguentemente, la merce e il denaro.

«Là il modo di produrre il necessario per la vita, modo che di anno in anno rimaneva inalterato, non poteva mai dare origine a conflitti, quali quelli imposti dal di fuori, ad alcun antagonismo tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Gli Irochesi erano ancora molto lontani dal dominare la natura, ma entro i limiti naturali che vigevano per essi, dominavano la propria produzione. A prescindere dai cattivi raccolti dei loro orticelli, dall’esaurimento della riserva di pesce nei loro laghi e nel loro fiumi, e della selvaggina nelle foreste, essi sapevano esattamente che cosa potevano ottenere dal loro modo di procacciarsi il sostentamento. Quel che doveva risultare era il necessario per la vita, più scarso o abbondante che fosse; ma quel che non poteva risultare erano rivolgimenti sociali non voluti, lacerazione di legami gentilizi, divisione dei membri della gens e della tribù in classi contrapposte e in lotta tra loro. La produzione si muoveva nei limiti più ristretti, ma i produttori dominavano il loro prodotto. Questo era l’enorme vantaggio della produzione barbarica, che andò perduto con l’avvento della civiltà...

Altrimenti accadde pressi i greci. Il possesso privato di armenti e di oggetti di lusso che andava affermandosi portò allo scambio tra gli individui e alla trasformazione dei prodotti in merci. Ed è qui il germe di tutto il rivolgimento che ne seguì. Non appena i produttori non consumarono più direttamente il loro prodotto, ma lo passarono in altre mani per lo scambio, perdettero il dominio su di esso. Non sapevano più che cosa ne sarebbe avvenuto; era data la possibilità che il prodotto, un giorno, venisse adoperato contro il produttore per sfruttarlo e opprimerlo. Perciò nessuna società può mantenere durevolmente il dominio sulla propria produzione e il controllo sugli effetti sociali del suo processo di produzione a meno che non abolisca lo scambio tra individui...

Più tardi venne il denaro, la merce universale, con la quale tutte le altre erano scambiabili. Ma, inventando il denaro, gli uomini non pensavano di creare, con ciò, una nuova potenza sociale, la sola potenza universale davanti alla quale tutta la società doveva inchinarsi» (L’Origine della Famiglia, della Proprietà privata e dello Stato).

Il produrre per lo scambio anziché per i bisogni ben presto fece della merce e del denaro lo scopo di tutte le attività umane e della stessa esistenza dell’uomo, portò ad escogitare sempre nuovi bisogni in quanto essi richiedevano sempre nuove merci, asservì a un tal modo di produzione l’intera società, inventori e scienziati compresi: tutto ciò ha avuto e continua ad avere come risultato lo sfruttamento e l’oppressione, della quale l’alienazione è la forma spirituale, assieme all’inquinamento, all’avvelenamento del pianeta che diventa ogni giorno meno adatto alla vita. Di conseguenza il prodotto, oltre a dominare i produttori e a venir adoperato per sfruttarli e opprimerli, si è trasformato nel loro mortale nemico.

Il pensiero dialettico rappresenta il salto di qualità che differenzia l’uomo dall’intero mondo dei viventi e dagli stessi mammiferi superiori. Grazie al pensiero dialettico l’uomo è capace di prevedere i risultati del suo operato nelle lunghe distanze e pure di constatarli momento dopo momento, e riuscirebbe a programmare la propria vita di specie e individuale, ad appropriarsi della sua intera umanità se non venisse legato mani e piedi alla sua originaria animalità dal modo di produzione capitalistica di cui è diventato un ingranaggio. Nel regno animale, proprio l’incapacità di prevedere porta a uno spreco assai elevato di nutrimento. Inoltre, ove l’assenza dei carnivori non limita il numero degli erbivori in modo che vi sia equilibrio tra la quantità di risorse che la natura riesce a produrre e il loro consumo, questi distruggono completamente la vegetazione condannando così all’estinzione le loro stesse specie.

Costringendo l’uomo a un identico comportamento imprevidente, il capitalismo ne fa un suicida e come specie e come individuo. Ma la consapevolezza impotente di rendere inutilizzabili le terre, le acque e l’atmosfera e di appestare la casa ove abita, le risorse di cui si nutre e l’aria stessa che respira denunzia la drammatica condizione dell’homo sapiens sempre più posto davanti al dilemma, alla scelta improcrastinabile: o abbattere l’attuale società per edificare il COMUNISMO, oppure assistere passivamente alla propria fine assieme a quella della biosfera.

«Anche gli animali, proprio come l’uomo, seppur non nella stessa misura, modificano con la loro attività la natura che li circonda. E le modificazioni da essi apportate reagiscono a loro volta... su quegli animali stessi che ne sono stata la causa. Poiché nella natura non esistono avvenimenti isolati. Ogni fatto agisce sull’altro e viceversa. Il più delle volte è proprio la dimenticanza di questo movimento in tutte le direzioni, di questa azione mutua, che impedisce ai nostri scienziati di veder chiaro nei più semplici fenomeni» (Engels, Dialettica della Natura).

Proprio la quantità di modificazioni-distruzioni, questo dominare la natura «come un conquistatore domina un popolo soggiogato» (Engels) sminuiscono l’uomo rispetto agli animali di tanto quanto il pensiero dialettico l’innalza al di sopra di essi.

Il modo di produzione capitalistico, dominato dalla ricerca affannosa del profitto, non prende mai in considerazione gli effetti deleteri della sua attività sull’uomo e sulla natura; esso genera di conseguenza stati patologici sempre più angoscianti e intollerabili, aggrediti come siamo dalle malattie degenerative che la folle industrializzazione diffonde a piene mani, oppressi come siamo da ritmi di vita e di lavoro per i proletari sempre più logoranti ai quali l’organismo riesce sempre meno ad adattarsi, ossessionati come siamo da un senso d’insicurezza ansiosa che è all’origine della crescente paura sfiducia impotenza abulia.

In numero sempre maggiore che nel passato gli uomini oggi s’interrogano sulle cause della loro infelicità, doloroso interrogarsi cui la «cultura borghese» non fornisce risposte valide, anzi mistifica la stessa conoscenza oggettiva per impedire che gli oppressi diventino consapevoli del baratro nel quale l’attuale sistema socio-economico

precipita inesorabilmente  assieme all’uomo l’intero mondo dei viventi. E gli «scienziati» borghesi, anch’essi sostenitori del dogma che il capitalismo è la migliore delle società e, comunque, l’unica possibile e alla quale non esistono alternative, al pari del mitografo ebreo autore della Genesi si sbracciano a dimostrare che è l’uomo il solo colpevole dei mali che lo affliggono e delle malattie non solo fisiche ma anche mentali:  alienazione frustrazioni depressioni stress traumi psichici ecc. A questi suoi frutti tossici il Capitalismo né sa né può offrire altro rimedio che la rassegnazione, il fiat voluntas dei da una parte e, dall’altra, l’alcool e ogni sorta di droghe, dalla religione alla cocaina, fino al suicidio. Non bastandogli più le prediche dal pulpito ricorre di continuo all’imbonimento dalle cattedre, fa così dell’«uomo di scienza» il suo più autorevole paladino; inoltre, mentre proclama che la verità oggettiva non esiste e che la scienza è in crisi, esalta poi come grandi scienziati i suoi più zelanti ideologi. Il dottor Freud ad esempio, il padre della Psicoanalisi e gran maestro dell’Inconscio, dopo aver criminalizzato gli esseri umani, per lui infetti sin dalla nascita del complesso di Edipo positivo (attaccamento erotico dei bambini e delle bambine per il genitore dell’altro sesso) e negativo o invertito (attaccamento erotico dei bambini e delle bambine per il genitore dello stesso sesso), s’è inventata l’aggressività, l’irrazionalità e l’istinto di morte per attribuire all’uomo l’origine d’ogni violenza, dell’orrido massacro imperialistico che fu la Prima Guerra Mondiale.

E un suo epigono, il prof. Andreoli (quaderno n. 31 di Le Scienze del settembre 1986, intitolato Il Cervello), dopo aver ripetuto i vecchi luoghi comuni sull’aggressività umana, dopo aver attribuito all’uomo i massacri e le stragi tanto congeniali alla natura del capitalismo, scrive: «Queste apocalissi sono legate all’encefalo plastico e quindi alla cultura e al futuro... C’è bisogno d’un cervello senza violenza e senza sopraffazione, in cui si blocchi ogni elaborazione che possa condurre alla eliminazione della specie, in cui venga cancellata la logica della distruzione... Tra le circonvoluzioni cerebrali si decidono le sorti dell’umanità».

Jahvè scacciò Adamo dall’Eden perché aveva mangiato il frutto dell’albero della scienza del Bene e del Male; l’emerito psichiatra Vittorino Andreoli vuol salvare la società borghese devastando il paleocervello e decorticando il neocervello: un bel passo avanti, psichiatricamente parlando, dopo lo shock insulinico e l’elettroshock, la leucotomia e la lobotomia, la proposta di asportare l’amigdale avanzata dagli psicochirurghi statunitensi V. Marc e F. Ervin per liberare le città americane dalla violenza, asportazione cui dovrebbero esser sottoposti dal 5 al 10% dei cittadini U.S.A., per lo più ribelli dei ghetti, donne e proletari negri.

Il regno della Ragione preconizzato nel secolo XVIII era un’illusione di filosofi borghesi fermamente persuasi che finalmente «la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio e la sopraffazione sarebbero stati soppiantati dalla verità eterna, dall’uguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell’uomo. Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato; che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’uguaglianza andò a finire nella borghese uguaglianza di fronte alla legge; che la proprietà fu proclamata come uno dei più essenziali diritti dell’uomo; che lo Stato secondo ragione, il Contratto Sociale di Rousseau si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese» (Engels, L’Evoluzione del Socialismo dall’Utopia alla Scienza).

Cosa sia realmente la società borghese, regno della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà, lo constatiamo quotidianamente. In questo nostro secolo XX la contraddizione tra la produzione sociale e l’appropriazione capitalistica è diventata esplosiva: si produce troppa ricchezza e assai più indigenza, c’è chi si ammala per l’eccessivo benessere materiale e al tempo stesso si muore di fame. Avviene anche per questo che tantissimi d’ogni condizione e ceto sociale, poveri o privilegiati, ignoranti o dotti, angosciati da un presente caratterizzato, tra l’altro, dall’equilibrio del terrore atomico e dalla mancanza d’un futuro, bisognosi di sicurezza si danno all’alcool e alla droga. Non bastando l’oppio della religione tradizionale si rifugiano persino in credenze che costituivano la somma del sapere per i nostri lontani antenati che vivevano nella Preistoria, credenze che allora non garantivano la sopravvivenza e che oggi non attenuano le paure, l’ansietà, le depressioni.

Durante il corso della civiltà millenaria la cultura è sempre stata il riflesso della classe che in ogni società (schiavista feudale e borghese) detiene il potere economico, ne ha generalizzato e idealizzato gli interessi: progressiva soltanto nei brevi periodi rivoluzionari; per il resto sempre conservatrice e regressiva. Nessuna meraviglia quindi che l’ormai putrescente società capitalistica, assieme a tanta zavorra spacciata per sapere, per conoscenza scientifica,  e venduta anche a fascicoli settimanali nelle edicole, produca come non mai eserciti di maghi chiromanti astrologi chiaroveggenti fattucchieri esorcisti parapsicologi indovini, imbroglioni di tutte le risme che ingrassano turlupinando il prossimo. Secondo la giornalista Camilla Cederna (Cosa Nostra, Milano 1985), nella sola città di Torino «il fatturato dell’occulto è superiore a quello della Fiat»!

* * *

Scrive il giovane Marx della religione (Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel, Introduzione, 1844), la quale assieme al feticismo, alla superstizione, alla stregoneria, ecc., è una delle tante manifestazioni dell’uomo alienato:

     «La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio dei popoli. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla sua condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione, dunque, è, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola».

Molte affezioni meritano oggi l’appellativo di malattie del secolo; solo la civiltà però è la malattia per antonomasia, matrice di tutti i mali, alienazione compresa, che da millenni opprimono l’homo sapiens. Con l’avvento della civiltà l’alienazione diventa instrumentum regni; essa è l’essenza e insieme lo scopo della religione e dell’educazione, permea di sé tutta la cultura e le arti. Ma vediamo in breve la storia del sostantivo alienazione che giuridicamente è sinonimo di vendita, espropriazione d’un bene e, in generale, indica la misera condizione dell’uomo espropriato dai suoi simili della sua umanità, estraniato dal prodotto del suo lavoro che non gli appartiene. Nel Dizionario di Filosofia di N. Abbagnano leggiamo «Il termine, che nel linguaggio comune significa perdita di un possesso, di un affetto o dei poteri mentali, è stato adoperato dai filosofi in alcuni significati specifici. 1. Nel Medioevo fu talora usato per indicare un grado dell’ascesi mistica verso Dio. Così Riccardo di San Vittore considera l’alienazione come il terzo grado dell’evoluzione della mente a Dio (dopo la dilatazione e la sollevazione) e ritiene che essa consiste nell’abbandono della memoria di tutte le cose finite e nella trasfigurazione della mente in uno stato che non ha nulla di umano (De Gratia Contemplationis, V, 2). IN questo senso l’alienazione non è che l’estasi. 2. Il termine fu adoperato da Rousseau per indicare la cessione dei diritti naturali alla comunità effettuata con il contratto sociale. “Le clausole di questo contratto si riducono a una sola: l’alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi diritti alla comunità” (Contract Social, I, 6). 3. Hegel adoperò il termine per indicare l’estraniarsi della coscienza a se stessa, per il quale essa si considera come una cosa».

Hegel assume Dio come soggetto della storia, vede quindi Dio nell’uomo, cioè in uno stato di autoalienazione e pertanto nel processo storico il ritorno di Dio a sé stesso. Feuerbach capovolge questa posizione di Hegel; per lui Dio rappresenta le forze e la sostanza stessa dell’uomo trasferite a un essere al di fuori di lui; e la conseguenza sarà che l’uomo diventa tanto più misero e impotente quanto più felice e potente concepisce Dio.

Appartiene al giovane Marx il merito grandissimo d’aver scoperto e denunciato che l’alienazione è la condizione patologica normale dell’uomo espropriato della sua umanità, è essenzialmente la patologia dell’uomo della civiltà in generale e della società borghese in particolare, dell’uomo che non è padrone di sé. In merito al potere alienante del denaro egli scrive:

     «La legge dell’economia politica è il caso, dal cui movimento noi scienziati fissiamo arbitrariamente alcuni momenti nella forma di leggi. E l’essenza della cosa è espressa molto bene in un concetto, quando Mill indica il denaro come intermediario dello scambio. La essenza del denaro non è il fatto che viene alienato il movimento l’attività mediatrice, l’atto umano, sociale, in cui i prodotti dell’uomo si integrano scambievolmente, il fatto che la proprietà di una cosa materiale esterna all’uomo, diventa proprietà del denaro. Poiché l’uomo aliena questa attività mediatrice stessa, egli è qui solo come attività umana smarrita, disumanata; la relazione stessa delle cose, l’operazione umana con le cose, diventa l’operazione di un’essenza esterna all’uomo e superiore all’uomo. Dovrebbe essere l’uomo stesso intermediario per l’uomo; e invece attraverso questo intermediario esterno, l’uomo guarda alla sua volontà, alla sua attività, al suo rapporto con gli altri, come a una potenza indipendente da lui e dagli altri. La sua schiavitù raggiunge il massimo. Questo intermediario diventa un vero, poiché l’intermediario è la vera potenza su ciò, con cui egli mi media. Il suo culto diventa fine a sé stesso. Gli oggetti, una volta separati da questo intermediario, hanno perduto il loro valore. E dunque, soltanto in quanto lo rappresentano, essi hanno un valore, sebbene in origine sembrava il contrario. L’intermediario e cioè l’essenza smarrita, estraniata della proprietà privata, la proprietà privata espropriata, fatta esterna a se stessa; ed è la mediazione estraniata della produzione umana con la produzione umana, l’attività alienata del genere uomo.
     «Tutte le qualità che spettano all’uomo nella produzione di questa attività, vengono trasferite a questo intermediario. L’uomo dunque, separato da questo intermediario, diventa più ricco» (Scritti Inediti di Economia Politica).

Questa condizione patologica, specie ai giorni nostri nei Paesi più industrializzati, con sempre maggior frequenza si trasforma in alienazione mentale che la Psicologia e la Psichiatria chiamano anche disadattamento sociale, affezione di qualsiasi natura che rende gli individui incapaci d’assumere il ruolo normale nella società. Ruolo normale è un eufemistico sinonimo di lavoro imposto, di schiavitù salariale. La società borghese divide questi soggetti in due grandi categorie, i disadattati sociali involontari e i disadattati sociali volontari: i primi vengono considerati malati o infermi; i secondi delinquenti. Nella misura in cui il mancato rispetto del ruolo – ossia il comportamento del ribelle che rifiuta l’oppressione vita natural durante – li porta a violare la legge, i primi finiscono in un ospedale psichiatrico, i secondi in galera.

Noi, Partito Comunista Rivoluzionario abbiamo denunziato il ruolo e le finalità di queste pseudo scienze disumane e disumananti che si propongono, in concorrenza con la religione e con l’educazione, di adattare l’uomo alla società la quale decreta la morte civile, e non di rado la stessa morte fisica dei disadattati sociali. Per i sacerdoti di queste pseudo scienze, psicologi psichiatri e psicoterapeuti, la società classista, ovviamente idealizzata, spogliata cioè di tutte le forme brutali e ipocrite di violenza e sopraffazione ad essa connaturali, rappresenta il sommo bene che spetterebbe all’uomo difendere e conservare uniformando il proprio comportamento alle sue regole qualunque siano le circostanze, si tratti pure di guerre di rapina e di sterminio che il cittadino è costretto a combattere. Da siffatto dogma discende la anormalità e la pericolosità di chi non sottostà o, meglio, non riesce a sottostare alla santità della legge. Ma, dal momento che l’uomo è un animale sociale, anzi l’animale sociale per antonomasia, donde ha origine il disadattamento che non riscontriamo in nessuna delle tante società animali, da quelle degli insetti a quelle dei mammiferi? Ovviamente nessuno degli psicologi e psichiatri risponderà mai a una simile domanda, ci dirà mai cos’è realmente la società della merce e del denaro produttrice anche del disadattamento nel suo duplice aspetto di malattia mentale e di delinquenza; meno ancora ci dirà che essa, per meritare l’attributo di umana, dovrebbe realmente essere il mondo nel quale gli uomini, senza discriminazione alcuna, potessero pienamente realizzarsi, sviluppare cioè tutte le loro qualità potenziali. Sorge pertanto spontanea la conclusione che psicologi e psichiatri, se non fossero degli ideologi, degli alienati e, al tempo stesso, venditori di alienazione, considererebbero il sommo bene l’uomo, e quindi la società civile apparirebbe loro nella sua reale disumanità, un inferno di dannati.

Per quel particolare uomo alienato ch’era Agostino vescovo d’Ippona, giustizia uguaglianza felicità e bene possono esistere soltanto in un regno celeste, la Civitas Dei; per quel particolare uomo alienato ch’era l’eretico Ario il Logos, il Cristo non è un Dio che si abbassa umanizzandosi; ma un uomo che si innalza divinizzandosi; in entrambe queste concezioni alienanti abbiamo un bisogno manifesto di evasione da una realtà sociale che nega all’uomo di vivere umanamente.

Per il giovane Marx «Cristo rappresenta in origine: 1) l’uomo di fronte a Dio, 2) Dio di fronte all’uomo, 3) l’uomo di fronte all’uomo. Così il denaro rappresenta all’origine del suo concetto: 1) la proprietà privata dinanzi alla società, 2) la società dinanzi alla proprietà privata, 3) la proprietà privata dinanzi alla proprietà privata. Ma Cristo è il dio alienato e l’uomo alienato, Dio ha più valore solo in quanto Cristo, l’uomo ha più valore in quanto rappresenta Cristo, così è per denaro».

Questa considerazione ci aiuta a capire, tra l’altro, perché nella religione cristiana, qualunque ne sia la setta, è sempre Cristo, l’uomo-Dio, la figura centrale del nuovo Olimpo celeste. L’uomo alienato, per quanto fuori di sé e altro da sé, non perde mai completamente la sua umanità, a meno che lo sconvolgimento mentale non ne ottenebri del tutto la coscienza; e pertanto, mentre gli riesce impossibile identificarsi con un Dio che gli rimane sempre estraneo inconoscibile e incomprensibile come lo sono tutte le cose immaginate di natura immateriale e, quindi, esistenti fuori del tempo e dello spazio, può invece facilmente identificarsi come un Cristo che attraverso la sofferenza si è innalzato sino alla divinità: Cristo, astrazione dell’uomo annichilito da condizioni di vita disumananti, appare ai miseri infelici l’incarnazione del riscatto agognato. E così gli alienati sublimano la loro sofferenza, ne fanno il mezzo per conseguire la celeste beatitudine, il che rappresenta il colmo dell’autoalienazione in quanto il regno dell’uomo è il pianeta terra e, quindi, solo sulla terra potrà e dovrà realizzarsi appieno. Il tanto celebrato Discorso della Montagna, proprio perché promette agli umili e agli umiliati, i quali sguazzano stoicamente nell’oppressione materiale e spirituale, la felicità in un assurdo regno dei cieli, costituisce l’essenza del cristianesimo che prescrive quale umana saggezza anche il porgere l’altra guancia, il distillato dell’inumano; esso spiega a sufficienza perché la religione è, in ogni epoca storica, un’arma efficace di conservazione sociale e del predominio di una classe sulle altre e spiega perché il cristianesimo, la cui dottrina è una riedizione aggiornata dal vecchio Fato, è l’arma di «acculturazione» dei popoli colonizzati e neocolonizzati, i primi con la spada e la croce, i secondi con il capitale finanziario e la croce.

La cultura della società schiavistica già sul finire del secolo V a. C. suonava la campana a morte del politeismo – nelle tragedie di Euripide, ad esempio, gli dei han perduto la loro aureola, incarnano i peggiori vizi degli uomini – il quale sempre più scadeva a culto formale, esteriore. Il cristianesimo delle origini fu una ventata di entusiasmo, promessa e certezza d’un mondo migliore, e riuniva le folle dei credenti che immaginavano prossimo il riscatto terreno; rappresentò la bandiera della speranza per milioni di schiavi, per le innumeri plebi dei senza lavoro e senza futuro, inevitabile conseguenza del modo di produzione schiavistico, a causa del crollo economico e politico del Mondo Antico. Ma il riscatto terreno era allora un’utopia e, l’aveva dimostrato a sufficienza l’esito infelice delle Guerre Servili, la fine degli Spartacus. Poi, il cristianesimo perdette a poco a poco la sua carica rivoluzionaria e plebea, si adattò e gerarchizzò per diventare nel IV secolo il puntello del cadente impero di Roma. Prova inconfutabile di tale adattamento è l’Epistola ai Romani nella quale l’apostolo delle genti scrive tra l’altro:

     «Ognuno sia soggetto alle autorità superiori; poiché non c’è autorità che non venga da Dio; e quelle che esistono sono disposte da Dio. E perciò chi si oppone all’autorità resiste all’ordine stabilito da Dio; e coloro che resistono attirano la condanna sopra se stessi. Quei che comandano non devono esserci di timore per le buone azioni, ma per quelle cattive. Vuoi tu non aver paura dell’autorità? Diportati bene e riceverai la sua approvazione. Essa è infatti ministra di Dio per il tuo bene. Se invece agisci male, temi; non per nulla porta la spada, ma, essendo ministra di Dio, deve punire chi opera il male. È necessario quindi che siate soggetti, non solo per paura della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Per lo stesso motivo ancora, voi dovete pagare anche le imposte; perché sono pubblici funzionari di Dio, quelli addetti interamente a tale ufficio. Rendete a tutti quanto è dovuto: a chi è dovuta l’imposta, l’imposta; a chi gabella, la gabella; a chi la riverenza, la riverenza; a chi l’onore, l’onore».

 Anche le parole messe in bocca al Cristo (i Vangeli sono del II secolo dell’era volgare): «Il mio regno non è di questo mondo» e «Date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio», ieri servivano a inchiodare alla loro miserevole condizione tutti i diseredati senza avvenire mentre lo sfascio della società schiavistica era ormai inarrestabile; oggi servono a inchiodare alla loro miserevole condizione tantissimi milioni d’altri credenti alienati ai quali il capitalismo putrescente nega un qualunque futuro. Infatti la disoccupazione galoppante e in continuo aumento ingrossa in maniera abnorme l’esercito dei senza lavoro che vengono ridotti a plebaglia, a proletariato di straccioni, a vagabondi prostituite e prostituti, a delinquenti, e questo conferma l’analisi geniale che della società borghese hanno fatto Marx e Engels ne Il Manifesto del Partito comunista:

     «Per opprimere una classe, si deve poter contare su condizioni che permettano almeno una stentata esistenza di schiavo. Il servo della gleba è stato in grado, mantenendosi come tale, di divenire membro del comune, e così anche il piccolo borghigiano che, pur soggiogato dall’assolutismo feudale, ha potuto trasformarsi in borghese. L’operaio moderno al contrario, invece di migliorare insieme al progresso dell’industria, cade sempre più in basso, al di sotto delle condizioni della sua propria classe. L’operaio diventa un povero, e il pauperismo si sviluppa ancor più celermente della popolazione e della ricchezza. Da tutto ciò si vede chiaramente come la borghesia sia incapace di restare ancora più a lungo la classe dominante della società e di imporre a quest’ultima, come legge regolatrice, le condizioni di vita della propria classe. Essa è incapace di dominare in quanto non è in grado di garantire l’esistenza al proprio schiavo nell’ambito della sua schiavitù, in quanto è costretta a lasciarlo cadere in condizioni tali in cui, invece di riceverne sostentamento, deve piuttosto fornirglielo. La società non può vivere sotto di essa, ovvero la sua esistenza non è compatibile con la società».

Oggi però, a differenza del Mondo Antico, esiste la classe operaia cui spetta il compito storico di salvare l’umanità del tragico destino che le riserva il Capitale, e la salvezza si chiama Rivoluzione Proletaria, la salvezza si chiama Comunismo.

L’alienazione è la malattia dell’homo sapiens sin dalla preistoria – Stato Selvaggio e Barbarie in cui il maximum di organizzazione sociale era la tribù – durante la quale assunse essenzialmente la forma religiosa. Scrive Marx ne Il Capitale, Vol. I:

     «Quegli antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente più semplici e più trasparenti dell’organismo borghese, ma poggiano o sull’immaturità dell’uomo individuale, che ancora non s’è distaccato dal cordone ombelicale del legame naturale di specie con altri uomini, oppure sui rapporti immediati di signoria e servitù. Sono il portato di un basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro e, in corrispondenza di esso, di rapporti fra gli uomini entro i confini impacciati e ristretti del processo materiale di generazione della vita, quindi del processo fra loro stessi e fra loro e la natura. Tale impaccio ideale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali e popolari. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti di vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga, si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che, a loro volta, sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso».

Questa forma primitiva di alienazione peculiare a «quegli antichi organismi sociali di produzione», determinata dalla elementarità dei mezzi di produzione, era naturale in quanto proprio la natura allora si ergeva di fronte all’uomo come una potenza ostile e minacciosa che lo soggiogava, alla quale egli poteva solo opporre la GENS, comunità di liberi e di uguali tenuta insieme dai vincoli di sangue e dalla sorte che ne affratellava tutti i membri, una sorte comune perché comune era la proprietà del suolo da cui traevano magro sostentamento. Ma con l’avvento della civiltà, natura e società si scambiano i ruoli; è la società divisa in classi antagoniste di liberi e schiavi, di proprietari e nullatenenti, di privilegiati e miserabili ad ergersi di fronte all’uomo, grazie allo sviluppo crescente e inarrestabile delle forze produttive e al suo crescente dominio sulla natura, come una potenza ostile e minacciosa. La divisione del lavoro in manuale e intellettuale porterà poi al formarsi, in seno alla classe egemone, della potentissima casta dei sacerdoti i quali soggiogano spiritualmente il popolo, specie la gran massa dei lavoratori, condizionandone il comportamento – il dominio spirituale rende più accettabile l’oppressione materiale – posseggono enormi ricchezze frutto in massima parte delle offerte dei credenti agli dei, sono particolarmente istruiti nell’astrologia medicina ingegneria ecc., e godono di grandissimo prestigio. Con l’avvento della civiltà diffondere l’alienazione del popolo sarà lo scopo principe del ministero sacerdotale, qualunque sia la religione, visto quel che rende in privilegi e potere.

Tutti i fanatici spacciatori di alienazione hanno, in ogni tempo, condannato chi si ribella all’oppressione spirituale in quanto di tratta di ribelli all’oppressione materiale.

Gli effetti dall’alienazione possiamo coglierli inoltre nelle opere dei filosofi ma pure nella letteratura e nelle altre arti. La divisione del lavoro in manuale e intellettuale è all’origine dell’Idealismo, concezione filosofica la quale sostiene il primato dell’idea sulla natura, dello spirito sulla materia, dell’anima e della mente sul corpo; esso oppone un dio creatore a un mondo creato o anche un demiurgo a un mondo ordinato, ecc.

La struttura a piramide gerarchizzata della società civile comporta tutto un complesso sistema di ruoli adeguati alle innumerevoli attività dell’uomo: politiche giudiziarie burocratiche militari educative religiose artistiche letterarie economiche, produzione e distribuzione e vendita d’ogni genere di merci, ecc.; comporta al tempo stesso un gran numero di professioni e mestieri che incasellano l’uomo nel lavoro che svolge, lavoro impostogli da circostanze indipendenti dalla sua volontà e perciò gli pesa peggio d’una condanna senza appello. L’uomo così viene snaturato disumanato ridotto a semplice funzione, a ingranaggio; il suo comportamento deve corrispondere, lo voglia o no, al ruolo, allo status che gli è piovuto addosso come una maledizione e nel quale si consumerà sino alla vecchiaia. Perciò il lavoratore, e specialmente il lavoratore manuale si sente, e socialmente lo è, tanto più vile quanto più umile e umiliante è il suo compito e misere le proprie condizioni materiali di esistenza. Ma in che cosa consiste l’alienazione del lavoro che espropria l’uomo della sua umanità?

     «Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma ma si nega, si sente non soddisfatto ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito...
     «Il suo lavoro quindi non è volontario ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento d’un bisogno, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro nel quale l’uomo si aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di mortificazione. Infine l’esteriorità del lavoro per l’operaio appare in ciò che il suo lavoro non è suo proprio ma di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non appartiene a sé stesso, ma ad un altro». (Marx, Manoscritti economico-Filosofici del 1844).

Non diversa è la condizione di alienati di tutti gli altri lavoratori manuali e intellettuali, dall’operaio all’ingegnere, dall’applicato al burocrate, all’ideologo (filosofo letterato artista ecc.) e allo scienziato; questi ultimi, i privilegiati, si sentono tanto più fieri quanto più importante viene stimata la loro funzione sociale, premiata anche con titoli onorificenze medaglie che sono le catene spirituali dell’asservimento. E perciò nemmeno s’accorgono di scadere ai quattro dati anagrafici d’un biglietto di visita che ostentano con narcisistico compiacimento. La storica Cornelia che mostra i figli quali suoi gioielli è il simbolo dell’umano; questi uomini funzione che s’inorgogliscono dei loro pennacchi sono il simbolo dell’inumano, della disumanazione operata dal capitalismo.

La divisione del lavoro, della società in classi antagonistiche ci spiega, tra l’altro, anche la teoria dei due popoli: l’un popolo, formato dai lavoratori manuali, gli sprovvisti (bánausoi in greco), è massa senziente; l’altro popolo, formato dai detentori del potere economico e politico, dalle cosiddette persone colte, è minoranza raziocinante. Per Aristotele la condizione dello schiavo è  «naturale come naturale è la proprietà di cui egli è oggetto e mezzo al pari d’ogni altro strumento di lavoro» come leggiamo nella Politica e aggiunge: «Quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo e l’uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all’impiego delle forze fisiche, ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro son per natura schiavi, e il meglio per il loro è star soggetti». E star soggetta all’uomo è, per il sommo filosofo,  la condizione naturale della donna. L’un popolo dunque, al pari delle bestie, possiede l’anima sensitiva  mentre l’altro popolo, cui tocca illuminare guidare e governare, possiede l’anima intellettiva (razionale in Platone).

Il disprezzo verso il lavoro e i lavoratori manuali considerati esseri inferiori, caratterizza tutta la civiltà millenaria; anch’esso è il prodotto della società divisa in classi antagonistiche e della divisione del lavoro in manuale e intellettuale, di cui altra conseguenza è la teoria del gregge e del pastore. Il sommo Omero chiama Menelao pastore di popoli così come i ministri del culto chiamano se stessi pastori e gregge i credenti, e pastorale vien detto il bastone ricurvo all’estremità superiore, arma dei pecorai che conducono il bestiame al pascolo e simbolo dell’autorità del vescovo che l’impugna nelle cerimonie solenni. Però, un gregge di credenti rende al sacerdote molto di più di quel che rende un gregge di pecore al pecoraio, ma gli costa assai meno in fatica e preoccupazione.

Simbolo insuperato e insuperabile di alienazione, del disumano è l’eroe del poema virgiliano, nel quale tutto avviene per decreto del Fato e per ordine degli dei, artefici l’uno e gli altri di Roma caput mundi. Enea è l’incarnazione del civis romanus cui non è dato contrapporsi allo Stato, che tutto sacrifica alla sua onnipotenza. Come Augusto ha confiscato la musa di Virgilio perché esaltasse la Gens Giulia e l’alma Roma, così gli dei confiscano la volontà del figlio di Venere spingendolo a fuggire da Troia in fiamme, ad andare in cerca della terra promessa dal fato ai suoi discendenti. E l’eroe, efficientissimo automa, obbedisce sempre, costi quel che costi; un costo di vite umane altissimo, a cominciare dalla gentile Didone che si uccide quand’egli l’abbandona. Ai rimproveri dell’amante tradita, della generosa regina che tutto gli ha dato, il padre Enea, origine della stirpe romana, così si giustifica: «Se avessi potuto vivere a modo mio, sarei rimasto a Troia a ricostruire la città e la reggia di Priamo per i vinti troiani. Anche adesso gli dei m’impongono di partire; costretto, io cerco il Lazio».

Il frigio Enea è il profugo infelice scacciato dalla propria terra da una guerra disumana, dannato a vivere e a morire in esilio – un profugo era lo stesso Virgilio – egli non esiste per sé stesso ma per realizzare qualcosa che è fuori di lui, gli è estraneo e al tempo stesso lo sovrasta, e quindi lo nega in quanto uomo. Perciò un siffatto eroe non piace, è la cosa morta del poema, l’incarnazione del disumano quanto disumani erano gli ideali della statolatria romana. Piace invece, e moltissimo, l’Ulisse dell’Odissea che affronta peripezie a non finire senza arrendersi mai, senza cedere alle lusinghe di Circe e Calipso che lo allettano col miraggio dell’immortalità quale prezzo del suo amore. Ma l’amore non è separabile dall’essere sessuale; il separare l’amore dall’uomo e dalla donna equivale a prostituirlo, a ridurre l’uomo e la donna a funzione disumana, a oggetto: la natura sconosce questo obbrobrio così connaturale alla civiltà. La prostituzione, in quanto istituzione religiosa collegata ai templi che dal mercimonio di prostitute e prostituti traevano gran parte delle loro entrate, risale al III millennio a. C. Il bordello di più antica memoria apparteneva al santuario di Anu suprema divinità dei Sumeri, e si trovava nella città di Uruk. Ulisse altro non desidera che tornare ad Itaca, nella sua terra natale per ricongiungersi con la sposa diletta e col figlio che non conosce. La decennale odissea di Ulisse è l’obiettiva rappresentazione – miracolo del realismo omerico – dell’odissea plurimillenaria dell’homo sapiens che nel Comunismo finalmente si approprierà della sua umanità. Per questo Ulisse è più concreto dei più celebri personaggi storici, degli Aristotele e Alessandro; diversamente da costoro però egli incarna il trionfo dell’uomo che vive e lotta per sé stesso, e la moglie e il figlio sono sé stesso. Al contrario dei Proci, amanti alienati e soperchiatori la cui sorte non ci commuove. Ulisse è umano nel suo volere amare-soffrire; di conseguenza è vivo, attuale e i lettori, in quanto essenza umana non completamente alienata, immedesimandosi nel personaggio si sentono per un momento riscattati.

Una funzione alienante hanno anche l’architettura e la stessa foggia dell’abito. A proposito dell’architettura il nostro pensiero corre al Louvre, all’Escurial, al Cremlino, a Castel sant’Angelo e al Colosseo, alla Roma che papa Barberini voleva sontuosa a rappresentare la potenza terrena della chiesa cattolica come la fabbrica di San Pietro ne rappresenta la potenza spirituale, e subito sorge la domanda: come si è esercitato il potere nelle diverse epoche della storia? Quale parte vi hanno avuto l’architettura, la pittura, le arti in genere e perfino la moda? Gli oppressi hanno sempre innalzato edifici immensi – specie quando le moltitudini abitavano miserabili tuguri, addirittura capanne di fango – alla divinità e alla regalità, e a quella prima che a questa: i templi, dimora degli dei, a sfidare i cieli con la loro altezza; le regge, dimora dei sovrani, a sfidare la terra con la grandiosità.

Prodotti tipici della alienazione religiosa sono, in ordine di tempo, il feticismo e l’idolatria.

Il credente è idolodipendente, come Tommaso vuol vedere e toccare con mano. Questo spiega il teriomorfismo, l’antropomorfismo, il monarca uomo-dio e lo stesso Cristo uomo-Dio; spiega pure il perché, malgrado il divieto di Jahvè, il Dio ebraico-cristiano, la religione cattolica è superidolatrata, ha creato e continua a creare tanti santi innanzi ai cui simulacri il credente si prostra invocando grazie e, quel ch’è più importante per i preti, offre doni preziosi quale testimonianza della propria fede. Tra le conseguenze dell’alienazione religiosa è d’obbligo ricordare le vittime umane sacrificate agli idoli e, quel ch’è ancora peggio, le innumeri vittime del fanatismo religioso di cui l’Iran degli anni Ottanta è una dimostrazione emblematica.

Quando lo scopo dell’uomo non è l’intrinseco realizzarsi, almeno per quanto gli è possibile; quando il credere e il possedere diventano più importanti dell’essere; quando infine un qualunque ideale (ricchezza religiosa Patria Stato dovere celebrità ecc...) costituisce l’essenza del vivere per cui i molti son disposti a morire e a uccidere, allora si tocca il fondo dell’alienazione. Per questo ai loro eroi le patrie dedicano monumenti post mortem, per propagandare l’eroismo. Inoltre, l’alienazione ha un tal potere allucinatorio che ai morituri in difesa della patria questa appare perfino come una divinità degna di ricevere sacrifici umani.

La civiltà è dispensatrice di alienazione anche sotto forma di feticci e di bisogni. In un mondo nel quale dominano le disuguaglianze di classe, e quindi di ruoli funzioni mestieri e professioni, distinguersi dagli altri è un sentimento che ci viene inculcato sin dalla nascita, perciò i rapporti interpersonali si fondano sulla emulazione, la rivalità, l’ostilità. La società classista predica la solidarietà e l’amore del prossimo mentre nei fatti alimenta la superbia, l’autoritarismo, il predominio negli uni e la subordinazione, l’umiltà, il servilismo negli altri, nella maggioranza degli esseri umani. Questa sottile maniera di sfruttamento ha toccato il culmine dell’allucinazione nello stachanovismo di staliniana memoria. Inoltre, nel regno del capitalismo ormai putrescente si seducono le persone, i benestanti assieme ai poveracci, con lo spettacolo fantasmagorico di merci di ogni sorta, dal vestito al gioiello, alla macchina; si eccita la bramosia del possesso poiché il possederli è,  per gli alienati un segno di destinazione e di promozione sociale, crescita e arricchimento della personalità: acquistate, acquistate imbonisce la pubblicità additando come necessari anche gli oggetti più inutili; si è buoni cittadini solo se grandi consumatori, diversamente dal secolo scorso quando si era buoni cittadini soltanto se risparmiatori. E per questo si creano sempre nuovi bisogni e sempre più innaturali e disumananti.

Il problema della «distinzione dei bisogni umani e disumani, reali e immaginari, utili e dannosi – scrive E. Frommè in realtà il problema psicologico fondamentale, che la psicologia e la psicoanalisi freudiana non avrebbero neppure cominciato a indagare, poiché esse non stabiliscono tali distinzioni; e come avrebbero potuto farlo, dal momento che l’attuale concetto di libertà riflette in larga misura solo la libertà del cliente di scegliere tra varie e virtualmente uguali marche degli stessi prodotti alla portata delle sue tasche... Solo una psicologia dialettica e rivoluzionaria, che vede l’uomo e le sue potenzialità al di là del suo aspetto mutilato, può arrivare a questa importante distinzione fra due generi di bisogni, il cui studio può essere iniziato da quegli psicologi che non confondono l’apparenza con la sostanza». Ovviamente il Fromm non ci dice che la famosa libertà di scegliere del cliente è essa pure condizionata, quanto il bisogno di acquistare, da una pubblicità martellante, da un imbonimento continuo. E ancora, non può esistere una psicologia dialettica e rivoluzionaria in una società ove tutto e tutti devono servire il capitale, il quale determina il lecito e il legale, il giusto e il santo; inoltre, non ha motivo di esistere la psicologia in una società senza classi, cioè senza servi da condizionare e schiavi da opprimere.

Qui è opportuno sottolineare l’enorme differenza che passa tra la scienza, che in quanto conoscenza oggettiva al servizio dell’uomo è sempre rivoluzionaria, e le mistificazioni spacciate per scienza che servono la classe dominante, la quale però usa la scienza nella produzione di merci e armi di sterminio, soltanto per conservarsi. È la stessa differenza che passa tra il materialismo dialettico e il materialismo meccanicistico o volgare, l’idealismo e ogni sorta di dogmi. Un’identica differenza passa tra il Comunismo che sarà il «momento reale, e necessario per il prossimo svolgimento storico, dell’emancipazione e della riconquista dell’uomo» (Marx), e la società della merce e del denaro nella quale l’uomo disumanato sguazza, e magari soddisfatto, nel pantano dell’alienazione e dell’abiezione.

In merito ai bisogni disumananti, Marx nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844, scrive fra l’altro: «L’eunuco non adula il suo despota più bassamente e non cerca con mezzi più infami di eccitare la sua ottusa capacità di godere per carpirgli qualche favore, di quanto l’eunuco dell’industria, il produttore, al fine di carpire qualche po’ di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, non si adatti ai più abietti capricci dei suoi simili, non faccia la parte di mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, non ecciti i loro appetiti morbosi, non spii ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici. Ogni prodotto è un’esca con cui si vuole attrarre a se ciò che costituisce l’essenza dell’altro, il suo denaro; ogni bisogno reale o soltanto possibile è una debolezza che farà cascare la mosca nella pania – sfruttamento universale dell’essere sociale dell’uomo; allo stesso modo che ogni imperfezione dell’uomo è un vincolo che lo unisce al cielo, è il lato in cui il suo cuore è accessibile ai preti. Ogni necessità è un’occasione per presentarsi al proprio prossimo sotto le più allettanti spoglie e dirgli: caro amico, io ti do quel che ti è necessario ma tu conosci la conditio sine qua non, tu sai con quale inchiostro devi scrivere l’impegno che assumi; nel momento stesso in cui ti procuro un godimento, ti scortico».

Da oltre un secolo ci è nota nelle sue grandi linee l’origine dell’uomo. Sappiamo infatti che nel corso dell’evoluzione dall’ordine dei primati si è formata, attraverso una lunga serie di mutazioni, la famiglia degli ominidi e da questa successivamente, attraverso un numero imprecisato d’altre mutazioni, il genere homo le cui specificità consistono: 1) nella posizione eretta; gli arti inferiori si sono modificati in anche gambe e piedi; 2) nella mano che si è perfezionata grazie al lavoro; 3) nelle corde vocali che si sono affinate sino a consentirgli l’acquisizione del linguaggio articolato. Contemporaneamente al perfezionarsi della mano e all’affinarsi delle corde vocali si sono sviluppati il lobo frontale dell’encefalo e la neocorteccia: così il genere homo si è mutato nella specie sapiens, la sola specie che ha coscienza di sé, dei propri bisogni e del mondo in cui vive. L’homo sapiens è l’unica creatura dotata di un cervello straordinariamente plastico, capace di pensiero dialettico e perfino di sognare ad occhi aperti, di ipotizzare una società umana nella quale potrà finalmente realizzarsi appieno. L’utopia esprime questo consapevole irrinunciabile bisogno di liberazione, la necessità esistenziale di frantumare le catene del proprio millenario servaggio.

Contrariamente a quanto insegna la scienza dell’evoluzione, quale origine dell’uomo propaganda l’ideologia?

1) La mitica creazione ad opera di un dio, d’un potere esterno al mondo, comune a molte religioni primitive caratteristiche dello Stato Selvaggio e della Barbarie; fra queste la più diffusa è quella ebraico-cristiana, secondo la quale Jahvè creò l’intero cosmo, le piante e gli animali, e infine plasmò l’uomo a sua immagine e somiglianza.

Una concezione ovviamente antiscientifica questa mitologica teoria ebraica in quanto sostiene, assieme all’immutabilità dell’universo, l’immutabilità di tutte le specie viventi, l’uomo compreso (fissismo). Ma come mai una tal fantasticaggine vecchia e rancida è ancora oggi tanto creduta? Per il motivo semplicissimo che in ogni epoca storica le idee dominanti sono le idee della classe dominante: «la classe che è la potenza materiale dominante della società è, in pari tempo, la sua potenza spirituale dominante», ci insegnano Marx ed Engels ne L’Ideologia Tedesca. E pertanto ogni fatalistico predicare: è stato sempre così e sempre così sarà, ogni ingenuo credere che l’uomo è l’unico responsabile dei mali che lo affliggono servono ottimamente gli interessi della classe dominante. Non a caso Napoleone I restaurò il cattolicesimo che la Rivoluzione Francese aveva messo al bando.

2) Tante «persone colte» e tantissimi «uomini di scienza» sono invece seguaci della concezione dell’uomo macchina, dell’homme machine la quale risale ai secoli XVII-XVIII. Essa fa il paio con quella ebraico-cristiana, è ugualmente fatalistica oltre che fissistica; entrambe insegnano: a) dal momento che siano i discendenti di Adamo del quale abbiamo ereditato il peccato per omnia saecula, b) dal momento che siamo delle macchine costruite in serie, qualsiasi speranza di riscatto terreno è un’illusione. Ecco a quale conclusione si perviene. Inoltre, se l’uomo è una macchina, necessariamente lo sono il suo cervello e la stessa psiche; perciò il giornalista che cura la più celebre rubrica scientifica della RAI-TV statale ha intitolato un suo libro La Macchina per Pensare, sottotitolo: «Alla scoperta del Cervello»; perciò un ponderoso volume di Psicologia di circa 900 paginone ancora fresco di stampa, fatica di emeriti docenti e ricercatori, intitolata il più importante e lungo dei suoi capitoli «Quella Macchina Chiamata Psiche». Non meraviglia quindi che tra siffatti ideologi vi sia chi giuri che i computers della sesta o settima generazione saranno in grado di svolgere le identiche funzioni del cervello umano. Costoro ignorano che il cervello non è un qualunque organo generico quale, ad esempio, il cuore, i reni, i polmoni le cui funzioni possono essere svolte da macchine ad hoc costruite, ma un organo specifico e plastico insieme: in quanto organo specifico solo potenzialmente è un cervello umano e, in quanto organo plastico, le conoscenze e le esperienze acquisite dall’ambiente sociale lo modificano di continuo modificando con ciò il comportamento del singolo individuo; perciò è capace di venire educato e di autoeducarsi. Inoltre, grazie alla plasticità del cervello, le conoscenze e le esperienze diventano, negli esseri umani, coscienza sentimenti e complessa attività anche creativa, multiforme intelligenza immaginazione desideri.

La reale natura dell’homo sapiens è mirabilmente spiegata da Marx ed Engels in tantissimi passi delle loro opere. Nei Manoscritti Economico-Filosofici del 1844, Marx scrive:

     «In una determinata attività vitale sta interamente il carattere di una “species”, sta il suo carattere specifico; e l’attività libera e cosciente è il carattere dell’uomo...
     «L’animale produce soltanto sé stesso, mentre l’uomo produce l’intera natura; il prodotto dell’animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l’uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L’animale costruisce secondo la natura e il bisogno della specie, a cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l’uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza...
     «Questa produzione è la sua vita attiva come essere appartenente a una specie. Mediante essa la natura appare come la sua opera e la sua realtà...Perciò il lavoro estraniato strappando all’uomo l’oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie, la sua oggettività reale specifica e mutua il suo primato dinanzi agli animali nello svantaggio consistente nel fatto che il suo corpo organico, la natura, gli viene sottratta».

Ovviamente Marx qui si riferisce all’animale selvatico, la cui vita di specie è regolata dalle leggi di natura a lui intrinseche. L’animale domestico al contrario è ridotto a strumento di lavoro, un oggetto al servizio della produzione dell’uomo, dei suoi bisogni e passatempi; non dissimile è la condizione dell’uomo-cittadino, asservito a un mestiere, a un lavoro che lo degrada a funzione, a ingranaggio della produzione e della stessa società civile. Giustamente Marx afferma:

     «Il lavoro alienato fa dunque... dell’essere umano, come essere appartenente ad una specie, tanto della natura quanto della sua capacità spirituale, un essere a lui estraneo, un mezzo della sua esistenza individuale. Esso rende all’uomo estraneo il suo proprio corpo, tanto la sua natura esterna, quanto il suo essere spirituale, il suo essere umano. Una conseguenza immediata del fatto che l’uomo è reso estraneo al prodotto del suo lavoro, della sua attività vitale, al suo essere generico, è l’estraniazione dell’uomo dall’uomo».

E più avanti Marx aggiunge che il modo di produzione capitalistico «produce l’uomo non soltanto come una merce, la merce umana; ma lo produce, corrispondentemente a questa funzione, come un essere tanto spiritualmente che fisicamente  disumanizzato. Immoralità, mostruosità, ilotismo degli operai e dei capitalisti. Il loro prodotto è la merce cosciente di per sé, attiva... la merce umana...».

Nelle sue opere giovanili Marx chiamò «essenza dell’uomo» e ne Il Capitale «Natura umana in generale» la natura specifica dell’homo sapiens. Questa natura di specie va ben distinta dai comportamenti dell’uomo-cittadino, dell’animale politico che la società classista plasma a propria immagine, condiziona e aliena in tutti i modi possibili e, quindi, degrada snatura e disumanizza. In questo prodotto d’una organizzazione sociale che nega l’essenza dell’uomo, in quanto schiavo costretto ad adattarsi e a sottostare, gli ideologi vedono la reale natura umana. Da qui la concezione dogmatica dell’uomo discendente da Adamo, dell’uomo-macchina, dell’uomo aggressivo irrazionale avido e incontentabile, vaso d’ogni vizio e di tutte le perversioni: questo mostro mezzo angelo e mezzo demonio tanto caro alla ciurma belante dei mistificatori filistei, non è l’artefice dei mali della civiltà; egli n’è piuttosto la vittima e, al tempo stesso, il capro espiatorio.

Contraddizioni insanabili caratterizzano la società classista sin dalle sue origini, motivo per cui non è difficile incontrare, tra gli stessi ideologi, chi attribuisce i comportamenti dell’uomo non alla sua natura perversa ma all’ambiente nel quale vive e che lo corrompe. Platone, ad esempio, scrive ne La Repubblica che alle degenerazioni dello Stato perfetto corrispondono di volta in volta particolare tipi di uomini che sono la degenerazione dell’uomo giusto. Quattro sono per il filosofo teorizzatore dell’Idealismo le forme degenerate dello Stato: 1) la timocrazia, nella quale i governanti si appropriano delle terre e delle abitazioni: essa genera l’uomo timocratico, autoritario ambizioso amante degli onori e diffidente dei sapienti; 2) l’oligarchia, fondata sul censo e nella quale governano i ricchi: esso genera l’uomo oligarchico, avido di ricchezze; 3) la democrazia nella quale ai cittadini è lecito fare tutto ciò che vogliono: essa genera individui schiavi di desideri smodati; 4) la tirannide, la forma peggiore di Stato poiché il tiranno si circonda della gente più spregevole: essa genera l’uomo schiavo d’ogni sorta di passioni.

Ovviamente un tale schematismo platonico ci dice assai poco del modo di produzione schiavistico il quale, concentrando sempre più in poche mani la proprietà fondiaria distruggeva le basi stesse della polis e del Mondo Antico costituite dalla piccola proprietà terriera, cioè dalla piccola produzione, e quindi ne modificava in continuazione la sovrastruttura politica. L’aristocratico Platone sentiva che la società greca marciava verso la rovina; non conoscendo però le cause reali del fenomeno né che lo Stato è sempre l’organizzazione politica della proprietà privata, condannava tutti gli Stati succedutisi in Atene. Non è un caso che gli utopisti, i Tommaso Moro e i Tommaso Campanella, dalla loro idealistica repubblica perfetta bandiscono la proprietà privata della quale il denaro è l’essenza, il vero dio, la potenza dominante; esso sin dall’antichità è stato considerato il corruttore principe dell’uomo.

Leggiamo nell’Antigone di Sofocle: «Nulla a’ mortali infesta cosa al paro – Dell’oro v’ha; le città strugge; in bando – manda l’uom di sue case; a turpi fatti – Ammaestra dei buoni anco le menti – E li perverte; e di nequizie ad essi – Insegnò l’arti e d’empietà le vie».

William Shakespeare nel Timone d’Atene scrive: «Oro? Giallo, luccicante, prezioso oro?... Basterà un po’ di questo per rendere nero il bianco, bello il brutto, diritto il torto, nobile il basso, giovane il vecchio, valoroso il codardo. Oh dei, perché questo? Che è mai, o dei? Questo vi toglierà di fianco i vostri preti e i vostri servi e strapperà l’origliere di sotto la testa dei malati ancora vigorosi. Questo schiavo giallo cucirà e romperà ogni fede, benedirà il maledetto e farà adorare la livida lebbra, collocherà in alto il ladro e gli darà titoli, genuflessioni ed encomio sui banchi dei senatori; è lui che decide l’esausta vedova a sposarsi ancora. Colei che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea, l’oro la profuma e l’imbalsama come un dì d’aprile».

Poco più avanti ancora leggiamo: «O tu, dolce regicida! Caro strumento di divorzio tra figlio e padre. Tu, brillante profanatore del più puro letto di Imene! Tu, gagliardo Marte, tu sempre giovane, fresco, amato e delicato seduttore il cui rossore fa fondere la neve consacrata che giace nel grembo di Diana! Tu, visibile dio che unisci le cose più incompatibili e fai che esse si bacino! Tu che parli con ogni lingua e a ogni fine! O pietra di paragone dei cuori! Considera ribelle l’umanità tua schiava e con la tua possa gettala in un caos di discordie si che le belve possano imperare sul mondo».

L’homo sapiens pertanto si approprierà della sua specifica natura umana soltanto nella società senza classi, socialista la quale, segnando anche il superamento di qualsiasi forma di alienazione, sarà il vero regno della libertà che Marx così sintetizza ne Il Capitale: «Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a sé stesso, il vero regno della libertà che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità».

Ma quali sono le peculiarità della società civile? Esse sono la divisione del lavoro in manuale e intellettuale, l’esistenza di classi antagonistiche e della proprietà privata dei mezzi di produzione che hanno dato origine allo sfruttamento della maggioranza della popolazione da parte d’una minoranza economicamente dominante. Come lo sfruttamento comporta l’uso della VIOLENZA necessaria a opprimere gli sfruttati così la violenza comporta l’esistenza dello STATO che è, esso pure, uno strumento di violenza che si esercita in tanti modi diversi e, specie, in regime capitalistico, non soltanto sulla classe lavoratrice ma anche su tutti gli uomini e l’intera natura, mondo organico e inorganico; una violenza palese e occulta, brutale e ipocrita, materiale e spirituale, legale e illegale. E la violenza è talmente intrinseca alla civiltà che quella legale, assieme a quella non contemplata dalle leggi e quindi consentita, raggiunge il maximum dei crimini contro l’umanità. E se è vero che la violenza compare già, ma solo quale necessità di sopravvivenza, nella società senza classi, quando l’elementarità dei mezzi di produzione e, quindi, la difficoltà di procurarsi il nutrimento portava al cannibalismo e alla strage degli sconfitti in guerra, la quale costituiva un normale modo di produzione e il derubare le tribù nemiche un’attività onorevole, essa però caratterizza la società classista.

L’affermazione che lo Stato, esso pure, è uno strumento di violenza richiede s’esamini la natura del Diritto, insieme di norme che regolano i rapporti sociali e interpersonali, e la natura della Giustizia, la quale non consiste affatto nell’attribuire a ciascuno il dovuto, e meno ancora nella sospirata uguaglianza esistente nella società gentilizia, ma nel punire chiunque osi violare le norme suddette; da cui il verbo giustiziare, cioè l’uccidere secondo la liturgia prescritta dai Codici.

Come abbiamo in precedenza specificato, due principi fondamentali governano la materia vivente, conservarsi e riprodursi: conservarsi e riprodursi nel proprio habitat costituirebbe per tutti quanti gli esseri viventi sempre che ne avessero consapevolezza, l’essenza della vita che vien garantita dal soddisfacimento completo di tutti i bisogni – il BENE dei filosofi è, non di rado, l’astrazione di esigenze reali e irrinunciabili – proteggere e garantire l’integrità della troposfera che fornisce il necessario per vivere e riprodursi, costituirebbe per tutti gli esseri viventi, e sempre che ne avessero consapevolezza, il compito specifico della Giustizia cui i filosofi hanno di volta in volta assegnato come fine o la felicità, o l’utilità, o la libertà o la pace. L’uomo della Barbarie non consentiva a nessuno che degradasse il suo ambiente, uccideva per difenderne l’integrità; ma i barbari sconoscevano la degenerazione dell’umano operata dalla civiltà. Infatti l’uomo civile è talmente alienato che i suoi ideali sono estranei ai suoi reali bisogni di specie, perciò assiste passivamente alla degradazione del proprio mondo. Qui è opportuno sottolineare che le leggi di natura (fisiche chimiche ecc.) sono intrinseche al formarsi e all’evolversi del mondo inorganico come al nascere e all’evolversi del mondo organico, e per questo ad esse si uniformano tutte le creature animali e vegetali. Ma la società civile è fondata sulla divisione del lavoro, sulle proprietà private e gli antagonismi di classe,  sulle disuguaglianze e ogni sorta di discriminazioni; le leggi che la regolano sono estrinseche all’uomo e la natura ma intrinseche ad essa, n’accompagnano passo passo l’evolversi, ne codificano i modi di produzione e i privilegi della classe che detiene il potere economico e politico, ne prescrivono la difesa e la conservazione che vengono imposte ai cittadini. A tale scopo esiste lo Stato, cui spetta tra l’altro il compito di garantire il pacifico sfruttamento dei lavoratori chiamato metaforicamente ordine, pace sociale,  e di impedire che gli antagonismi di classe sfocino in scontri armati. La natura dello Stato e i suoi scopi son ben precisati da F. Engels ne L’Origine della Famiglia della Proprietà privata e dello Stato, ove tra l’altro leggiamo:

     «Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa. Come lo Stato antico fu anzitutto lo Stato dei possessori di schiavi al fine di tener sottomessi gli schiavi, così lo Stato feudale fu l’organo della nobiltà per mantenere sottomessi i contadini, servi o vincolati, e lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché uguali, cosicché il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe».

La difesa e conservazione della società, ai nostri giorni assai più che nel passato è all’origine d’ogni sorta di violenze contro la natura, d’un incommensurabile spreco di risorse che il pianeta ormai non è più in condizione di riprodurre, del suo sconvolgimento quale ecosistema. I Codici Penali da sempre giudicano crimini contro la persona umana non tutte le azioni che provocano la mutilazione, le malattie incurabili e la morte degli individui; da sempre giudicano crimini contro la proprietà non tutti i furti, le rapine, le distruzioni di beni ma solamente quelli che essi molto arbitrariamente contemplano quali delitti da perseguitare e che non sono certo i più gravi né i più efferati. Non solo, ma la cavillosità dei Codici gioca impudentemente  a tiro e molla sulla responsabilità, in maniera che diventi possibile consumare pressoché impunemente anche delle vere e proprie stragi pure in tempo di pace. Bhopal insegna: diverse migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti dannati, per la maggior parte, a maledire ogni attimo che loro resta da vivere, e di siffatta strage non esistono veri e propri responsabili da perseguire e punire per i governanti degli Stati e i loro Codici Penali. Il Capitale ha licenza di uccidere, la produzione capitalistica ha la precedenza sulla vita dell’uomo, è questa la regola prima del Diritto di classe. Ma Bhopal, questa Seveso di proporzioni gigantesche, non è che una bollicina del marciume che viene sommergendo il pianeta terra diventato ormai una sconfinata discarica di rifiuti velenosi.

L’inquinamento provoca nella sola Italia qualche centinaio di migliaia di morti ogni anno oltre ai danni incalcolabili che neppur si riesce a quantificare; ma nessuno va in galera perché inquinare non è proibito dal Codice Rocco. E sorvoliamo sul centinaio di migliaia d’altri morti dei quali sono responsabili il fumo del tabacco e l’alcool, di gran lunga più micidiali dell’eroina morfina cocaina...

I governanti delle superpotenze assieme a quelli dei Paesi appartenenti all’uno e all’altro blocco militare, a quelli dei Paesi cosiddetti non allineati, stanno preparando la Terza Guerra Mondiale (poco importa chi sparerà il primo missile) che i cittadini avremmo il sacro patrio dovere d’andare a combattere.

I massacri di esseri umani, il genocidio e l’etnocidio, le distruzioni di beni frutto del lavoro di intere generazioni, e, per prima cosa, la fabbricazione di armi di sterminio in massa non sono delitti contemplati dai Codici Penali.

Senza il profitto non avremmo le macroscopiche violenze di Stato che sono le guerre divenute ormai planetarie: l’ultima è costata cinquanta milioni di morti; senza dire che dal ’45 ad oggi se ne sono combattute un altro centinaio di locali. Senza il profitto non avremmo gli arsenali zeppi di armi convenzionali chimiche batteriologiche e atomiche. Senza il profitto non avremmo neppure la multiforme violenza dei privati, la cosiddetta grande criminalità assieme alla delinquenza minuta e alla corruzione dilagante anche a livello politico-amministrativo.

Questo è il costo del capitalismo in cui i crimini son resi possibili anche dal fatto che «il potere politico è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell’intera classe borghese» (Marx-Engels).

Per cancellare una volta per sempre tanti millenni d’infamia, il Partito Comunista Internazionale chiama all’unione e alla lotta per il Comunismo il proletariato e i lavoratori di tutti i Paesi.