Partito Comunista Internazionale "Dall’Archivio della Sinistra"
Partito Comunista d’Italia
 

Dalla Comune alla III Internazionale
Unità n. 24, 9 marzo 1924

 
 
 
 

Nel grigio periodo vissuto dal movimento, 1920socialista internazionale alla fine del secolo scorso e al principio dell’attuale, di cui solo oggi possiamo misurare l’interderminatezza e la vacuità della coscienza e della orientazione politica (se pure non abbia mai taciuto anche in quegli anni l’espressione di quella scuola marxista di sinistra a cui ci richiamiamo), non si cessò mai, quasi per forza d’inerzia, di celebrare periodicamente l’anniversario della Comune di Parigi, dedicando a questo grande episodio della lotta proletaria articoli e discorsi.

Eppure solo oggi, dopo le pagine memorabili di Lenin, è noto alla massa dei militanti rivoluzionari quello che fu il vero significato della Comune, come è dimostrato che questo significato, nella sua grandissima portata storica, fu intenso appieno dai maestri del marxismo. Ma la interpretazione cadde tra le pagine più dimenticate e travisate.

Forse quelle commemorazioni valevano soltanto un omaggio al sacrificio e all’eroismo del proletariato parigino e del suo glorioso stato maggiore nelle giornate terribili del maggio 1871, dettate da sentimentale ammirazione che neppure un avversario potrebbe negare a quella magnifica pagina di storia operaia. Ma non era per nulla chiaro, o era formulato nelle tesi del peggiore disfattismo rivoluzionario, l’insegnamento che il movimento socialista doveva trarre dalla sanguinosa esperienza.

L’opportunista ripeteva che Engels aveva detto, dopo la sconfitta dell’insurrezione parigina, che i portati della tecnica militare moderna avevano chiuso per sempre il periodo storico delle barricate e dell’insurrezionalismo. Il riformista considerava quella disfatta come la disfatta definitiva del metodo rivoluzionario, pur dedicando alle vittime di allora le sue lacrime di coccodrillo, e tentava di far credere che la borghesia del 1910 non sarebbe più stata capace di ripetere le gesta di un Thiers, essendo aperta l’era della pacifica evoluzione senza scosse e conflitti, sotto la protezione delle libertà per sempre acquisite all’umana coscienza. L’anarchico, se era coerente nell’esaltare il metodo di combattimento armato e della guerra civile, dipingeva la riscossa e la vittoria futura del proletariato come il costituirsi di tante unità collettive isolate e vagamente federate: le comuni, alla cui piccolezza territoriale avrebbe dovuto, chissà perché, accompagnarsi l’assenza di ogni forma della famigerata Autorità.

Neppure l’altra analoga e tremenda disfatta della “Comune di Pietrogrado” nel 1905, se dette un maggior impulso alla reazione dei veri marxisti contro le degenerazioni revisioniste, e alla rielaborazione del vero programma rivoluzionario del proletariato, portò per le masse socialiste una luce sufficiente su quei problemi vitali del movimento, in cui si riassume la interpretazione della lotta del 1871. Le commemorazioni, che possiamo dire ufficiali, seguitarono a farsi, i luoghi comuni seguitarono a circolare, ma l’equivoco dominò ancora anche là dove apparentemente prevalevano tendenze di sinistra nel partito della II Internazionale, anche là dove, come reazione alle deduzioni collaborazioniste più spinte del riformismo, si era affermato il sindacalismo rivoluzionario tendente ad immedesimarsi, più o meno esattamente, col movimento anarchico.

Ma sopravviene la guerra mondiale, la crisi della II Internazionale e di tutto il movimento proletario, la lotta della sinistra marxista si precisa dinanzi ai saturnali bellici dell’opportunismo; la rielaborazione teorica, nel quale primeggia il partito bolscevico russo, si accompagna alla magnifica rivincita della Comune pietrogradese, ossia alla costituzione dello Stato operaio in Russia; ed il proletariato mondiale può oggi con altro animo commemorare la battaglia di oltre cinquant’anni addietro: non è più il doveroso “onore di pianto” ma la considerazione virile dell’insegnamento di strategia rivoluzionaria che, anche nei loro errori, hanno dato ai vendicatori futuri i martiri comunardi. Non importa se sul terreno della guerra di classe altre sconfitte hanno seguito e possono seguire a quella grandissima e gloriosissima, e se ancora nell’incrociare con l’avversario le armi non metaforiche della rivoluzione il proletariato può sbagliare e cadere battuto; nella sua coscienza esistono ormai i dati per porre chiaramente i termini del problema e del conflitto, e questa è una condizione che da sola non basterà mai, ma che, accompagnata alla esistenza di una organizzazione rivoluzionariamente capace, è la premessa indispensabile della rivincita rossa, la base necessaria alla nostra vittoria.

Noi non pretendiamo certo di esporre i dati di questo fondamentale insegnamento, meglio di come può farsi riproducendo e divulgando la critica di Lenin in Stato e Rivoluzione, che a sua volta contiene la sostanza di quanto intorno alla Comune scrissero Marx ed Engels, interpretandone in modo mirabile e divinatore il significato storico rivoluzionario.

Indubbiamente gli stessi militi e capi della Comune non ebbero chiara questa coscienza della portata storica del movimento. Solo la rivoluzione destinata mezzo secolo dopo a cominciare a saldare il conto sanguinoso delle disfatte proletarie, doveva logicamente possedere nel partito che la guidò alla vittoria una chiara coscienza di se medesima, delle sue origini e dei suoi scopi, e tutto questo, come ogni marxista intende, non è casuale coincidenza. Il movimento proletario francese, se difficilmente si è conquistata una chiara coscienza teoretica e un’organizzazione ben orientata anche in tempi recentissimi, non consisteva allora che in molteplici gruppi politici, più o meno accampati ai margini della ideologia della Grande Rivoluzione borghese, tutti lontani dalla conoscenza, anche limitata, delle direttive del socialismo scientifico, pur già ben tracciato allora dalla dottrina e, in certe parti, penetrata nei programmi della Internazionale dei lavoratori.

Non si può dunque cercare la spiegazione già bella e formulata della Comune nei proclami e negli scritti dei suoi dirigenti, ma questo nulla toglie al valore che per noi assume quel notevolissimo movimento. L’incomprensione di esso noi la rimproveriamo ai partiti proletari dei decenni successivi come gravissima colpa, ma non la rimproveriamo agli attori della grande tragedia, che le necessità della lotta di classe, nel suo procedere, posero sulla giusta piattaforma di azione, seppure non muniti di tutto il complesso necessario armamento. Essi rappresentavano quella critica “par les armes” a cui è fatale non possedere le armi ideologiche della critica, ma che non per questo non si presenta come una tappa necessaria dell’avanzata generale e della tormentosa esperienza della classe rivoluzionaria.

Consideriamo un bancarottiere della rivoluzione non chi cadde avvolto nella sua bandiera sfortunata, ma chi posteriormente, dal suo tavolino di studioso e dalla tribuna di capo delle folle, non seppe trarre altro da quel sacrificio che qualche frase di demagogica ammirazione insieme ad un commento disfattista che ricorda la frase sciagurata di Plechanov dopo il 1905: “essi non avevano che da non prendere le armi”...

Il fatto quindi che i condottieri della Comune abbiano qualche volta parlato il linguaggio di patrioti francesi, di repubblicani democratici avanzati, di seguaci della filosofia rivoluzionaria borghese dell’89, e solo a sprazzi abbiamo ben proclamato di rappresentare qualcosa che era al di là del patriottismo e della democrazia borghese, abbiano rivendicato il carattere classista della loro battaglia, non toglie nulla alla utilizzazione attuale che fanno i comunisti, sulle tracce di Marx stesso, della colossale esperienza, puramente proletaria e classista, vissuta nelle poche settimane di passione degli operai di Parigi.

I problemi inerenti alla Comune di Parigi nella sua spiegazione storica sono oggi chiarissimi per i seguaci della dottrina della III Internazionale.

Dalla disfatta militare dello Stato borghese sorge una situazione rivoluzionaria; la classe dirigente cerca di stornarla con un cambiamento di fronte, con “l’abbandono delle forme politiche di destra” e la costituzione di un governo e di un regime che si vanta di sinistra, mettendo la repubblica borghese e plutocratica al posto del II Impero nella Francia del ’70; concedendo una larva di costituzione, come lo zarismo nel 1905; cercando di stabilizzare un regime Miliukov-Kerenski, come nella Russia del 1917; fondando sulle rovine del kaiserismo la repubblica socialdemocratica di Novembre, come in Germania nel 1918 – un poco in piccolo nell’Italia semi-sconfitta in realtà nel 1919, con le manovre di sinistra del nittismo.

La parte più avanzata delle classi lavoratrici, che intuisce la verità della conclusione teorica fondamentale del marxismo – quella che Federico Engels formulò così: nella più democratica delle repubbliche lo Stato non cessa di essere una macchina per l’oppressione del proletariato, anche al di sopra di tutte le sottigliezze e le valutazioni di forze e congiunture storiche che possono e devono trovar posto tra i problemi della tattica di un partito rivoluzionario – cerca di “passare oltre”, di profittare dell’instabilità del fondamento della macchina statale per ottenere qualcosa di più del cambiamento della facciata esteriore dell’edificio sociale. Questo qualcosa di più non sempre gli operai che hanno imbracciato il fucile e cadono attorno alla bandiera rossa sanno dire che cosa sia; ma per esse lo dicono Marx e Lenin: è il rovesciamento, la demolizione della macchina statale avversaria, la costituzione della Dittatura del Proletariato, per l’eliminazione del capitalismo e dello sfruttamento dei lavoratori.

Così fanno i proletari di Parigi, proclamando la Comune; così i rivoluzionari russi del 1905 e, dodici anni dopo, i bolscevichi; tanto accade per la comune spartachista a Berlino, non meno grande e non meno sanguinosamente sconfitta nel gennaio 1919, che vide la fine di Liebknecht e della Luxemburg; in un certo senso, forse, senza un grande episodio centrale, cerca la stessa via il proletariato italiano del 1919 e del 1920.

Non sempre l’esito è lo stesso, non sempre la mancata vittoria è da attribuirsi agli stessi motivi, ed è sempre molto difficile affermare che una diversa linea di condotta dei rivoluzionari avrebbe cambiato il risultato. È sempre cretino, ignominioso e spregevole concludere che non bisognava tentare, che non bisognava azzardare una lotta incerta, che “era meglio” cercare di non andare “oltre”, che era preferibile, attraverso abilissime considerazioni tattiche, non arrischiare il tutto per il tutto e non compromettere quel modesto risultato che si poteva ottenere lasciando la borghesia andare verso sinistra e fermarci a quelle concessioni che le sarebbero parse sufficienti, perché in tal modo sarebbero rimasti in piedi – come convengono a dire, con parole diverse, gli egualmente infausti nostri unitari e massimalisti – quelle libertà che sarebbero le “condizioni” delle ulteriori vittorie del proletariato.

Solo per la rivoluzione russa noi possiamo registrare l’esito vittorioso del più gigantesco di questi episodi. Per tutti gli altri dobbiamo ricordare l’orgia insolente dei trionfanti nemici, le vittime nelle nostre file, gli anni dello smarrimento e del terrore. Nelle forme politiche la borghesia si organizza su di un tipo più o meno di destra, ma procede con la stessa implacabilità verso il proletariato. Da questo punto di vista vale per noi lo stesso che s, 1920ulla sconfitta dell’avanguardia rossa si consolidi il dispotismo di Nicola Romanov o la repubblica forcaiola di Thiers. La faccia suina di un Ebert insulta i nostri morti quanto la grinta semitragica di un Mussolini. Kerensky e Pilsudsky valgono Zankov e De Rivera. Per sette o otto anni dopo l’esecuzione di trentamila comunardi, il proletariato francese non riesce a risollevarsi. Puttaneggia, nella sua vittoria, una repubblica borghese; ma essa non è dissimile, nel trattamento agli operai e ai socialisti, ossia nella difensiva dei cardini del sistema capitalistico di sfruttamento, dal regime del cancelliere Bismarck.

I problemi teorici inerenti alla Comune sono chiariti per i comunisti odierni. Essa fu il primo effimero Stato operaio, la prima realizzazione storica della Dittatura del Proletariato. Basavasi apparentemente su di un suffragio universale applicato alla rappresentanza della Municipalità di Parigi, ma era, in effetti, il primo esempio di organismo statale centralizzato e classista del proletariato, informato agli stessi caratteri storici della Repubblica russa dei Consigli. Tutte le questioni sul centralismo e il federalismo, sull’esercito e la burocrazia, sull’autorità e il terrore rivoluzionario sono esauriti dalle trattazioni di Lenin e degli altri teorici dell’Internazionale Comunista, sulle cui basi deve imperniarsi la nostra propaganda che voglia essere degna commemorazione della Comune parigina.

La via che essa tentò senza trovare altro che una gloriosa sconfitta è stata altre volte tentata, una volta almeno percorsa con successo, dal proletariato. Sotto una certa veste patriottica, la Comune fu un esempio di “disfattismo”. Esso fu palese finché restò in piedi l’Impero; meno evidente nelle proclamazioni politiche successive alla sua caduta, ma rimase sostanzialmente il contenuto del movimento. Parliamo qui del programma rivoluzionario che auspica la disfatta militare del paese in cui è agitato, per tentare il suo sforzo. Che la Comune dovesse essere contro la repubblica borghese di Thiers quanto contro lo Stato imperiale e borghese prussiano è cosa evidente; non è contraddittoria l’altra proposta “disfattista” di Engels che si dice facesse tenere ai comunardi un suo piano militare antiprussiano, come non era contraddittoria al disfattismo dei bolscevichi la lotta della repubblica dei Soviet contro gli attentati dell’Imperialismo tedesco fino alla sua caduta – lotta al cui valore storico nulla toglie la pace di Brest Litovsk.

La parola dei “disfattisti” è: volgere la guerra degli Stati borghesi in guerra civile di tutto il proletariato contro la borghesia di tutti i paesi. Quella parola fu ripresa con maggior chiarezza e coscienza durante la grande guerra mondiale. E ben può oggi la Terza Internazionale ricollegare al ricordo e allo studio di ciò che fu la Comune la sintesi della storia della lotta proletaria negli ultimi anni; l’opera preminente di Lenin e del partito bolscevico russo, la costituzione della sinistra zimmerwaldiana, la liquidazione dell’Internazionale opportunista, la disfatta trasformata in rivoluzione in Russia, attraverso le tappe memorabili e gloriose del 1917, culminanti con l’espulsione da parte delle baionette rosse dell’assemblea parlamentare fra i cui inganni la borghesia voleva impantanare lo sforzo del proletariato per ereditare degnamente il posto della reazione zarista; la costituzione della nuova Internazionale dei partiti comunisti, col suo formidabile bagaglio di restaurazione teoretica, di dispersione di errori, equivoci e insidie, col diffondersi della sua organizzazione, con l’alterno esito dei suoi attacchi al capitalismo mondiale, con i problemi tuttora scottanti che le pone la difensiva e la controffensiva del mondo borghese, che sa di non poter morire senza una lotta di proporzioni colossali.

I trenta mila comunardi sul cui sangue si è eretta la Terza Repubblica, la degna repubblica di Poincaré, stanno ad ammonire il proletariato mondiale e la stessa Internazionale Comunista, in quanto studia le vie di miglior successo alla sua azione e gli sviluppi più convenienti alla sua tattica, che essi caddero sulla via maestra per cui non si potrà non passare.

Qualunque aspetto assuma nel suo evolversi e controevolversi l’organizzazione politica borghese, essa non deporrà mai la sua funzione di impedire l’avanzata proletaria verso il comunismo. Molteplici potranno essere i suoi accorgimenti e le sue manovre, audaci le sue pieghevolezze fino a consegnare i poteri ai McDonald e ai Vandervelde, crudamente ostentate le sue aperte brame di tirannide nelle dittature a tipo fascista; ugualmente inevitabile resta lo sbocco del conflitto.