Partito Comunista Internazionale "Dall’Archivio della Sinistra"

Corrente di Sinistra nel
Partito Comunista d’Italia

 
 

CONTRO LE CRITICHE AL VECCHIO C.E. DEL P.C. D’ITALIA

1) L’origine del partito e gli astensionisti.
2) Informazione del partito e libertà di discussione.
3) Attaccamento alle cariche.

 
 

     Lo scritto che ripubblichiamo apparve nel settimanale Stato Operaio in tre puntate (26 giugno, 3 e 10 luglio 1924), all’indomani della conferenza clandestina di Como. L’articolo si ricollega a quella campagna che fu scatenata dall’Internazionale, e ripresa, in Italia dalla destra e dal centro, contro la Sinistra del PCd’I e contro tutta l’esperienza dei primi due anni di vita del partito comunista.
    
All’interno del Comintern e delle sue sezioni nazionali le divergenze politiche venivano ormai risolte con un metodo che si avvicinava molto alla tecnica del parlamentarismo e della democrazia borghese. Non i dirigenti al servizio del partito e della sua funzione rivoluzionaria ma il partito al servizio dei suoi "capi". Contro questo atteggiamento, molto più pericoloso degli errori tattici dai quali un partito sano riesce a liberarsi, la Sinistra combatté la sua più aspra battaglia, senza nulla concedere, denunciandoli vigorosamente ad ogni occasione. I capi delle correnti dei vari partiti se ne contendevano la direzione senza esclusione di colpi, considerando più importante il successo personale o di gruppo alla riuscita dei fini strategici e tattici. Da parte loro, i centri dirigenti di Mosca liquidavano disinvoltamente quanti fino al giorno avanti erano stati portati come esempio di coerenza e di disciplina rivoluzionaria, riservandosi però di puntare ancora su di essi, in un secondo tempo, per sconfessare i nuovi dirigenti.
    
Avveniva così che si potevano trovare dei partiti guidati dalla destra mentre altri erano a direzione di "sinistra" purché tutti quanti giurassero sulla infallibilità di Mosca e si dichiarassero pronti a combattere chi denunciava, come la Sinistra italiana, questo deplorevole andazzo.
    
In Italia questa campagna basata sulla menzogna, sul pettegolezzo trito e personalistico fu portata avanti in particolare modo dalla destra del partito capeggiata da Tasca. Questo non significa che il centro, e Togliatti in modo particolare, ne fosse esente, anche se, per ragioni di opportunismo, preferiva, in un primo momento, non sporcarsi le mani in modo aperto. La prova viene dal fatto che le stesse critiche ai danni della Sinistra, anche se non pubblicamente, venivano espresse nella corrispondenza "privata" fra i compagni del centro. Basta una lettura del La formazione del gruppo dirigente del PCI di Togliatti per trovarne a tonnellate.
    
A parte questo, la prova dell’adozione dello stesso metodo di lotta politica, tra destra e centro, è data dal fatto che le critiche rivolte attualmente alla Sinistra dalla storiografia ufficiale del PCI, sono quelle stesse che venivano contestate da Tasca e soci. In quel particolare momento però i centristi preferivano usare da battistrada Tasca e i suoi uomini, sia per i motivi già ricordati in questi "Appunti" (l’aver condiviso con la Sinistra la direzione del partito per oltre due anni, il tentativo di attrarre nell’orbita centrista il maggior numero possibile di aderenti alla Sinistra), sia per ragioni contingenti.
    
Dopo che il 1923 decretò la disfatta della tattica dell’Internazionale con le irreparabili sconfitte proletarie di Germania, Polonia, Bulgaria, il Comintern, ancora una volta rifiutandosi di fare una critica del suo metodo di azione, sconfessati i capi occasionali di tali partiti, si apprestava a compiere quella repentina "svolta a sinistra" che sarebbe stata sancita all’imminente Quinto Congresso.
     I centristi italiani, sempre informatissimi sugli umori di Mosca, sapevano anche che Zinoviev avrebbe proposto ad un esponente della Sinistra la vice presidenza dell’Internazionale. Da qui il loro opportunistico atteggiamento di riaccostarsi momentaneamente alla Sinistra.
     In questo scritto, se la Sinistra prende spunto dalla campagna diffamatoria scatenata contro di essa, non lo fa per autodifesa di gruppo, ma per ribadire ancora una volta il vero metodo di azione ed anche di critica degno di un partito comunista.
    
È quindi un invito, rivolto a tutto il partito ed anche all’Internazionale, oltre che un esempio di correttezza rivoluzionaria, a ristabilire all’interno del movimento comunista mondiale dei rapporti non più basati su unanimità raggiunte con metodi diplomatici e basate su compromessi tra le varie tendenze che, senza portare a nessuna chiarificazione, pongono anzi le premesse per ulteriori dissensi. I problemi ed i dissensi, una volta che sorgono, affermava la Sinistra, possono venire risolti solo col giusto metodo rivoluzionario che indichi ai partiti e ai compagni una linea sicura da seguire.
    
Concessa l’attenuante della buona fede (attenuante che ai compagni deve essere sempre concessa) ed il desiderio di combattere errori e deviazioni pericolosi per l’esito finale della rivoluzione, la Sinistra rilevava come gli errori venissero considerati da un punto di vista non corretto e non idoneo alla loro soluzione.
    
La Sinistra, che abbandonò spontaneamente la direzione del partito nelle mani dei sostenitori delle direttive di Mosca, mai chiese, pur essendo in totale disaccordo, la sostituzione del centro dell’Internazionale. Si ispirò sempre infatti al metodo della ricerca delle soluzioni tattiche corrette, impegnative per tutti, in un lavoro di chiarificazione e definizione del patrimonio a tutti comune, e vide nei processi ad uomini e gruppi, accusati di deviazionismo, un abbandono della corretta dinamica del partito ed una ricaduta nell’opportunismo.
    
Nelle Tesi di Lione si affermava: «Uno degli aspetti negativi della cosiddetta bolscevizzazione consiste nel sostituire alla elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde a effettivo processo verso il centralismo più compatto, un’agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità e della disciplina per la disciplina» (Tesi n. 5).

 

In tutte le discussioni internazionali e nazionali sull’indirizzo e l’opera del primo Comitato Esecutivo del nostro partito ricorrono fino alla noia una serie d’affermazioni errate in linea di fatto, e alimentate da un’irresistibile tendenza al pettegolezzo sostituito alla vera critica e disamina comunista, di cui è necessario fare giustizia.
 
 

1) L’origine del partito e gli astensionisti
 

Si critica il modo cui si venne alla formazione del nostro partito, affermando alcuni fatti in modo che merita una recisa smentita lasciando, si capisce, da parte il dibattito politico già svolto su tale punto da noi della sinistra.

Non è esatto quello che dicono le tesi della minoranza che la scissione fu sentita solo come applicazione meccanica delle 21 condizioni del Secondo Congresso mondiale, e non in rapporto allo svolgimento delle lotte proletarie. Fu invece il Congresso che nell’elaborare le 21 condizioni, agiva sotto la pressione, anche, degli avvenimenti d’Italia e della sinistra del partito socialista. L’affermazione dei critici, come quasi sempre, si può mandare a spasso accoppiata con un altro motivo critico che la contraddice nettamente; che noi abbiamo fatto in Italia la scissione al di là e molto più a sinistra dei propositi della Internazionale: caso mai, in questa seconda cosa vi è parte di verità. Va anche ristabilito che in tutti i documenti ufficiali della frazione Comunista, dal manifesto di costituzione firmato a Milano da sette compagni, tra cui nessuno dell’attuale minoranza... (salvo Bombacci che la minoranza ripudia e forse un altro nelle stesse condizioni) alla mozione di Imola, alla relazione al Congresso di Livorno, si pone ben chiaro che la lotta non è solo contro i riformisti della estrema destra, ma anche e soprattutto contro i massimalisti che dirigevano il partito, per le intrinseche deficienze del loro metodo politico.

È vero che un gruppo di compagni facenti capo a Graziadei e alla nota sua circolare, sosteneva il diverso obiettivo dell’eliminazione dei soli riformisti non solo come una "condizione" da parte dei massimalisti, ma come un obiettivo politico concreto. Questo gruppo venne poi con noi e la minoranza attuale può richiamarsi a questo, ma non alle tradizioni dei gruppi che veramente fondarono il partito. Se il compagno Tasca appartenne a tale gruppo, nemmeno lui figurò come qualcosa di più di un semplice aderente locale, nel quadro del nostro intenso lavoro preparatorio di frazione, in cui mobilitammo per la discussione tutti gli elementi capaci.

Che parte ebbero in tutto ciò gli astensionisti? Ebbero, naturalmente, una parte notevole, in quanto furono i primi a porre fin dal luglio 1919 la questione della scissione del partito e della critica al massimalismo, sulla sua demagogia estremista poggiante sul vuoto, in quanto si diedero, al congresso di Bologna, sebbene piccola minoranza, un’organizzazione nazionale, e non erano solo un gruppo locale sorto attorno al loro giornale: tanto che nelle province dove si avevano maggiori forze si tenevano regolari convegni, e una conferenza nazionale nel maggio 1920. Inoltre, gli astensionisti rifiutarono ogni partecipazione alla direzione del partito, e quindi presero la giusta posizione di sfiducia preventiva sull’esito d’ogni movimento di masse tentato con lo stato maggiore di quel tempo, per i suoi rapporti con la destra del partito e i suoi capi parlamentari e sindacali, al disopra d’ogni questione di persone. In conclusione gli astensionisti precedettero tutti nel porre le questioni politiche che dettero la base al partito comunista a Livorno. Se essi ebbero torto dalla I.C. sulla tattica parlamentare, posero però chiaramente la questione: noi siamo in dissenso con l’I.C. sulla utilizzazione rivoluzionaria del Parlamento, possiamo avere ragione o torto, obbediremo alla decisione del Congresso (come poi si fece); ma intanto è sicuro che l’elezionismo massimalista non è su basi comuniste e rivoluzionarie, ma ha carattere tradizionalmente socialdemocratico, malgrado l’abuso di gesti chiassosi e di parole grosse (leggasi Il Soviet 1920 e i nostri discorsi di Bologna).

Tasca deplora che la frazione comunista non potesse legarsi ad una chiara parola detta alle masse nel momento culminante della occupazione delle fabbriche. Quanto agli astensionisti, la parola l’avevano detta in precedenza; purtroppo essa era di pregiudiziale pessimismo e sfiducia su ogni movimento di masse affidato al PSI e al suo disgraziato "Patto di alleanza" coi confederalisti, e precedente una sistemazione d’indirizzo politico e organizzativo sul problema del potere politico e del compito del partito. Noi non credemmo alla possibilità di una conquista degli strumenti produttivi, delle fabbriche e delle terre, senza la premessa indispensabile a porre il problema della conquista del potere centrale: sconsigliammo le proposte insurrezionali fin dal luglio 1919 come parto di mentalità falsamente sinistra ed anarcoide. Tasca, invece, e per così dire la destra del gruppo di studiosi dell’Ordine Nuovo, preconizzava allora movimenti a sfondo economico di avanzata del proletariato, indipendenti largamente dal problema della scissione del vecchio partito e della conquista del potere politico, o almeno visti in luce preponderante; su tale base, Tasca si staccò da Gramsci che poneva il problema del controllo e del consiglio di fabbrica, sia pure con qualche dissenso da noi del Soviet, ma con netto contenuto rivoluzionario. Questo si tradusse nella situazione del gruppo di Torino, ove la foltissima frazione astensionista lavorava d’accordo col gruppo di Gramsci, ma con l’esclusione di Tasca e del suo indirizzo, giudicato da quei compagni, che erano gli operai del movimento dei consigli da cui traeva la magnifica linfa vitale il pensiero dell’Ordine Nuovo, come riformistoide. Dopo il Congresso di Bologna, un articolo di Tasca (firmato) su l’Ordine Nuovo difendeva l’unità del Partito compresi i riformisti: non è a meravigliarsi che Tasca consideri già un passo a sinistra i suoi voti per un partito comunista-massimalista. Naturalmente Tasca non partecipò alla preparazione delle Tesi della Sezione di Torino lodate dal Secondo Congresso.

Tutto questo chiarisce che la minoranza del partito non si contrappone ad un predominio in esso del gruppo astensionista, ma all’unione dei gruppi comunisti che vollero e costituiscono il nostro partito, senza incertezze, tentennamenti, e inutili nostalgie per la violata unità falsa e bugiarda. Ho tenuto a sottolineare i meriti della frazione astensionista, appunto per meglio sbugiardare le tesi dei Tasca, Bibolotti, Graziadei, Ferrero, sul predominio che gli astensionisti avrebbero imposto al partito nella sua costituzione.

Gli astensionisti non reclamarono negli organi direttivi una parte sproporzionata alle forze loro: i compagni che li dirigevano non avevano mai concepito la loro funzione politica come l’arrembaggio a cariche direttive. Nel lavoro di preparazione al convegno d’Imola gli astensionisti, anzi magari esageratamente, tennero a tenersi un poco al di fuori degli organi ufficiali della frazione conservando la loro organizzazione fino a Livorno. Tutta la rete di frazione era affidata al compagno Fortichiari, con cui eravamo sempre in accordo completo ma che non era astensionista.

A proposito poi del congresso di costituzione del partito il compagno Bibolotti ha battuto tutti i record del pettegolezzo e delle sciocchezze. A me spiace di scendere su tale terreno, ma lo rende necessario il tono incomprensibile e malignetto di certi compagni, e lo sfoderare certi argomenti mai accennati al momento opportuno, speculando sulla situazione del partito che, per varie ragioni, non è informato su tutto ciò che è avvenuto (e parleremo anche di questo per dimostrare che la mancata informazione non fu voluta, né fu utile, nemmeno nel senso più banale, al vecchio C.E.). Bibolotti pretende che la Centrale del Partito fosse eletta, nella riunione tenuta al Teatro San Marco di Livorno, con mandato provvisorio e che avesse poi sfruttato tale mandato senza convocare il Congresso regolare cui era impegnata. Aggiunge che non fu approvato lo Statuto e che esso rimase allo stato di progetto. Bibolotti è pregato di pigliar nota di varie cose. La mozione su cui i Comunisti si affermarono a Livorno già conteneva le direttive teoretiche, propagandistiche, politiche e tattiche del nuovo partito ed era stata compilata dal convegno di frazione d’Imola dopo il più ampio dibattito. Il progetto di statuto era pronto e fu letto, discusso, votato articolo per articolo nella seduta del pomeriggio al Teatro San Marco. Il mandato al C.C. era regolarissimo. Un nuovo congresso non si tenne nel termine previsto solo perché questo succede a tutti i congressi e perché fu rimandato più volte, anche a richiesta della I.C. e per la necessità di attendere il Terzo Congresso mondiale che si tenne sei mesi dopo Livorno. Poi altri avvenimenti politici si susseguirono che ci obbligarono, sempre d’intesa con Mosca, a rinviare il nostro congresso.

Sempre per la... libidine di potere del gruppo astensionista, tenga nota Bibolotti – non so quale parte abbia avuto lui nell’episodio poco simpatico, residuo, subito stroncato da noi, di vecchie mentalità – di un pettegolezzo di corridoio proprio al S. Marco contro compagni non astensionisti che si volevano escludere dalla Centrale, a mezzo d’insinuazioni deplorevoli. Noi dichiarammo subito che senza tali compagni non avremmo accettato mai la dirigenza del partito, al portavoce di un tale tentativo. Bibolotti, se conserva un residuo di lealtà, deve concludere che da parte degli astensionisti e dei vecchi dirigenti del partito si è solo esagerato in correttezza e delicatezze in questioni di tal genere. Non solo egli non può parlare in materia di serietà e carattere degli altri, ma gli resta assai da apprendere per essere in questo all’altezza dei doveri di un militante comunista: egli che nel ’21 era per l’astensione delle elezioni, quando tutti gli astensionisti furono invece disciplinatissimi, ha sempre dichiarato la sua ammirazione, per lo meno morale, per i vecchi dirigenti del partito, e gli argomenti che reca ora sulle pretese mire ed intenzioni di questi dimostrano che egli possiede una dose ancora eccessiva d’ipocrisia politica.
 

(Da "Stato Operaio" n.21 del 26 giugno 1924).

 
 

2) Informazione del partito e libertà di discussione
 

Vari compagni della destra ci accusano di aver tenuto il partito all’oscuro su importanti problemi politici e sulle direttive dell’I.C. e di non aver permesso mai un largo dibattito in materia: ciò allo scopo di sovrapporre la nostra opinione a quella del partito e di "piazzarci" sul terreno internazionale come capi di una sinistra comunista. Il solito Bibolotti è il formulatore di questa nuova insinuazione, a cui rispondiamo subito, notando che i membri del vecchio C.E. e chi scrive sono stati criticati molte volte per la loro riluttanza ad andare a riunioni internazionali e accettare le onorifiche cariche del Comintern: vi è forse qualcuno che immagina in materia una nostra ambizione solo perché più volte abbiamo aspramente impedito la soddisfazione di ambizioni del genere ad elementi della minoranza, o meglio della muta dei malcontenti per la serietà e il rigore che volemmo e sapemmo imporre.

Abbiamo sostenuto le nostre tesi con ferma convinzione e col solito disdegno per tutti i mezzi non chiarissimi e nettissimi di accaparrare seguaci, e nel campo internazionale non abbiamo usato che diffidenza estrema nelle concomitanze d’atteggiamenti con altri gruppi di "sinistri". Sempre ci staccammo nettamente da ogni attitudine sindacalistoide o anarcoide, sulle questioni francesi, inglesi, americane, ecc. Combattemmo le false sinistre a tipo massimalista che respingevano il fronte unico perché in realtà non capivano il concetto marxista della lotta sul terreno delle rivendicazioni immediate; a Marsiglia io mi sono battuto in questo senso contro le riluttanze dei francesi. Se si è venuti a qualche intesa al Terzo Congresso e all’allargato di febbraio non vi è ragione di tacere che i lievi errori in materia sono dovuti soprattutto al compagno Terracini che oggi non è con noi e che, del resto, non poteva evitare una coincidenza di vari gruppi nelle votazioni.

Al Quarto Congresso fummo... splendidamente soli nel non approvare la relazione del C.E. dell’Internazionale e su molte altre questioni: nemmeno con la sinistra tedesca ci fu un’intesa o un’azione sullo stesso terreno, ad esempio sulle questioni di tattica. Ricordo questo per dimostrare quanto sia gratuita l’insinuazione che noi tendessimo a creare una frazione mondiale di sinistra, per dare maggiore eco alla nostra azione. Noi volevamo e vogliamo dare alla I.C. un contributo nella elaborazione delle sue direttive: altri vorrebbero che il nostro partito fosse tenuto o si tenesse in uno stato di minorità: questa opinione è almeno tanto ridicola quanto il tono dottorale che certe pecore zoppe da tre gambe si permettono di assumere solo perché stanno, o immaginano di stare, con le opinioni ufficiali.

Quanto al non aver informato il partito sulle questioni internazionali, si tratta di una grande sciocchezza. I documenti sono stati pubblicati sempre, né più né meno degli altri partiti e giornali comunisti del mondo. A nessuno è stato vietato di illustrare le questioni internazionali e se articoli sono stati cestinati fu per materiale impubblicabile del contenuto. Alle decisioni e dibattiti del Terzo Congresso è stata data tutta la pubblicità che si doveva. I dirigenti del partito non hanno mancato di illustrare con articoli tutte le questioni su cui il partito doveva essere, secondo la curiosa espressione di Tasca, "istruito". Poco hanno contribuito a questo i compagni della "minoranza", alcuni dei quali hanno spesso declinato, senza alcuna ragione politica, vive insistenze a partecipare al lavoro di partito. Non occorre che io ricordi la serie dei miei articoli sulla questione del fronte unico nel gennaio 1922, ossia di quelli che poi apparvero nella discussione preparatoria del Congresso. Tali articoli avevano valore d’esposizione e di spiegazione dell’attitudine dell’I.C. e di difesa del concetto marxista della lotta per le rivendicazioni immediate e della conquista insurrezionale del potere.

Più tardi noi avemmo occasione di chiarire come questo non importasse adesione al concetto volgare del blocco tra i partiti "proletari" e peggio alle ulteriori elucubrazioni strategiche sull’infausta formula del governo operaio. Ma allora facemmo, io e gli altri, il nostro dovere d’illuminare il partito sulle direttive della I.C., oltre che con documenti ufficiali, anche con larghe illustrazioni: fino al punto che qualche compagno, come Berti, firmatario delle tesi della minoranza, credette giunto il momento di prendere misure per arginare la mia... evoluzione a destra. Tutti maestri di coerenza i nostri minoritari...

Ma, allegano costoro, non avete permesso al partito di discutere sulle questioni in cui eravate in dissenso con l’Internazionale. Ebbene, ecco il più grande equivoco. Noi non avremmo domandato di meglio che poter condurre, sulla nostra stampa di partito, una permanente campagna per le nostre idee su quei problemi: ma ciò importava critica all’Internazionale. Per dovere di disciplina, per scongiurare il frazionismo, e sempre d’intesa con l’Internazionale, si annunziò molte volte che la discussione non era aperta, sulla stampa e nelle assemblee di partito. Aprire il dibattito voleva dire che i Berti e i Bibolotti, salvo le loro sinistre opinioni di allora, potevano scrivere quello che volevano, ma anche che noi potevamo discutere, e ad esempio sostenere che non si doveva fare la fusione col P.S.I. nel momento in cui l’Internazionale lavorava per compierla. Anche non occupando noi posti di dirigenza, si è visto come a tali dibattiti risponde il partito: a più forte ragione noi avremmo dovuto accedervi volentieri quando avevamo il controllo di tutto il movimento e della stampa. Ma forse quei nostri compagni concepivano la "discussione" in questo modo: noi avremmo dovuto tacere ed essi scrivere, per la ragione.. alquanto tecoppesca che d’accordo con l’Internazionale erano essi. In altri termini si doveva aprire la discussione per una sola delle due parti. E perfino questo si potrebbe accettare, se dalla parte a noi avversa si scrivessero solo articoli del tono di quello di Bibolotti e di qualche altro, la cui volgarità basta ad assicurare a noi favorevole il sano giudizio dei compagni che stimiamo e ci conoscono.

La discussione in pieno si fece per il Congresso di Roma. Bibolotti dice che al congresso preparatorio di Torino io feci una relazione ad "usum delphini". Ma dice cosa falsa, io svolsi ampiamente non solo la mia tesi ma le due tesi in contrasto sulla tattica: se non vi fu ampia opposizione la colpa non fu mia, ed egli, se c’era, fece male a tacere. Egli dimentica poi anche che i congressi federali non erano solo informativi, e dopo di essi, sulla base del materiale da essi portato, le sezioni si riunirono e discussero su relazione del loro delegato al congresso federale, ed infine votarono per referendum.

Altri pettegolezzi: noi avremmo solo ora manifestato apertamente di essere in dissenso su certi punti con l’I.C. Gli stessi minoritari, invece, riconoscono ad ogni momento che noi abbiamo sempre detto apertamente le stesse cose, quando contrappongono la nostra attitudine a quella della centrale. Appena si è parlato di fronte unico come blocco di partiti, e di governo operaio, noi abbiamo opposto le nostre obiezioni. E ripetiamo che solo per dovere di disciplina non abbiamo dedicato più attività alla campagna per il nostro indirizzo tattico e alla critica alle direttive dell’Internazionale. Sfidiamo i pettegoli a provare che in un sol caso non si sia comunicato al partito quello che l’Internazionale voleva, tutto quello che l’Internazionale voleva.

Quanto alla lettera di Radek di cui Tasca parla, ho già chiarito che fu sconfessata dagli organi competenti, e perciò non meritava attenzione e non ebbe alcun corso.

Il solitissimo Bibolotti dice che io rassicurai i compagni di Torino nell’estate del ’22 sulla completa intesa con l’I.C. Egli è pregato di non cambiare le carte. Dinanzi a certe manifestazioni di vago malcontento, che erano solo indizio di fiacchezza e stanchezza rivoluzionaria e nostalgia per le comode posizioni centriste, che volevano ammantarsi della disciplina all’Internazionale scavalcando quella verso l’Esecutivo italiano, noi ristabilimmo i doveri di ognuno, e dichiarammo che in tutte le disposizioni di azione si osservavano scrupolosamente le osservazioni dell’Internazionale pressoché quotidiane nella corrispondenza e nelle istruzioni verbali dei rappresentanti in Italia. Dimostrai a Mosca nel giugno ’22 e sostengo che non vi fu nessun conflitto disciplinare pratico tra noi e Mosca. Si citi una sola disposizione trasgredita o falsata. I più accurati spulciamenti non hanno fornito ai più volenterosi spulciatori un argomento in tal senso. Si capisce che la mia dichiarazione di Mosca e di Torino non toglieva che le nostre opinioni restassero quelle delle Tesi di Roma, sebbene l’Internazionale lo disapprovasse, secondo un nostro innegabile diritto. È vero che alcuni delegati sindacali e Tasca stesso nicchiarono al Convegno confederale di Genova dinanzi alle direttive che io per il C.E. dettavo loro, ma io li richiamai alla loro competenza rivendicando a noi la responsabilità di interpretare le direttive del Comintern. La tesi che impedii a Tasca di inserire nel discorso era quella del fronte unico "leale" con i socialisti, tesi adoperata dalla destrissima francese e molte volte e ferocemente ironizzata da Zinoviev medesimo. La verità è che, anticomunisticamente, i nostri elementi cooperatori e sindacali, vantano, come oggi Tasca, quale esperienza di contatti con i lavoratori, la loro deplorevole tendenza ad un modus vivendi pacifico con i funzionari sindacali socialisti e confederali. Tasca se la piglia, infatti, con il nostro preteso "rancore antisocialista" e la frase sta ad attestare del suo rimpicciolimento della questione.

Come possono le Tesi di minoranza permettersi di chiamare tutto questo malcontento politico e balcanizzazione, quando si trattava della stessa campagna che essi lodano contro le male tradizioni del vecchio partito, lo dicano tutti i nostri valorosi militanti, che ci sono testimoni di aver avuto polso fermo, ma animo leale e rispetto fraterno della massa dei compagni nel dirigere il partito.

Resterebbero a trattare molti punti, ma per non fare lo... scocciatore, e per averli alla meglio potuti accennare nelle tesi e nella conferenza recente, li accennerò di volo e schematicamente.
 

(Da "Stato Operaio" n. 22 del 3-7-1924).

 

3) Attaccamento alle cariche
 

Altra accusa che prova solo "animus" non molto rispettabile da chi spesso partono le critiche. Abbiamo declinato i posti direttivi del partito: nell’estate del ’21, quando la I.C. voleva la fusione con i socialisti, al Congresso di Roma, dopo il congresso socialista di Ottobre, prima del Quarto Congresso, al Quarto Congresso, dopo di esso, ciò sempre con formali dichiarazioni, con lettere ufficiali all’Esecutivo dell’Internazionale, e talvolta con voto del C.C. Abbiamo invocato ed accettato con serenità la decisione del giugno del ’23. Siamo di quelli a cui nessuno può insegnare che le cariche sono doveri e non vantaggi. I fatti parlano.

Sabotaggio alla fusione. Mi rimetto ai documenti acquisiti. Non abbiamo detto o scritto una sola parola contro la fusione: dire che abbiamo ispirata la nostra stampa in tal senso è una bugia delle tesi minoritarie. Abbiamo dato in un certo tempo la caccia a chi scriveva articoli fusionisti, senza ottenerne. Dovevamo scriverli noi stessi? Non sentimmo di farlo. Abbiamo, come ho detto, reiteratamente declinato i nostri posti direttivi: ma non abbiamo scritto contro la fusione. A Mosca abbiamo rinunciato al nostro diritto a discutere, con dichiarazioni che significano: "Siamo disciplinati a quella che ci pare una vera enormità, ma non possiamo essere noi i gerenti di una tale politica". Tornati in Italia abbiamo assistito in silenzio alla polemica antifusionista dei Vella & C. che ad ogni momento citavano motivi menzogneri d’indegnità del partito comunista e dei suoi capi, rinunziando a gridare a costoro: siamo d’accordo, non vogliamo nemmeno per sogno andare con voi. Non ci si poteva chiedere di più. Dopo per fortuna siamo andati in carcere, mentre la fusione andava a picco.

Gli organi militari. Il compagno Ennio M. ha detto che non vi era un organo centrale e che la rete militare non era ben distinta da quella politica. Il rimprovero ufficiale era invece che la rete militare e le squadre locali avessero troppa indipendenza. Ennio M., quanto i rimproveratori ufficiali, non sanno nulla evidentemente perché nulla hanno fatto in questo campo. Non posso qui dire di più, ma mi rimetto al giudizio dei compagni che hanno... fatto qualcosa. Quanto alla nostra riluttanza verso la partecipazione ai movimenti comuni ad altri partiti, come gli Arditi del Popolo, n’abbiamo detto abbastanza, e alla conferenza ho rammentato che per lo sciopero generale d’agosto noi accettammo l’azione concorde su tale terreno con gli altri partiti sovversivi per giungere alla constatazione che oltre noi nessuno aveva un embrione di organizzazione che rispondesse all’appello per i famosi comitati "tecnici" regionali. Ennio M. ha poi un ottimismo tutto massimalista anarcoide sul "fermare" e "lanciare"... le masse. Questo compagno vuol rimproverare a noi di non aver digerito le raffinatezze tattiche dell’Internazionale, ma egli è rimasto in verità ai criteri antebellici da "settimana rossa". Si trattava di "prendere il comando". Certo, e alla conferenza ho spiegato che questo programma vi era: ma mai le situazioni permisero di considerarlo attuabile. Il nostro sinistrismo non è stato mai quello dei paranoici. Tasca viene ora a rimproverarci di non aver saputo mutare la guerriglia in guerra di classe generale. Veramente i compagni che non lo sapevano tanto terribile avranno, come quelli che erano alla nostra riunione, sorriso e passato oltre.

Alleanza del lavoro. Non andando alla riunione dei partiti che preludeva a quella dei Sindacati, non abbiamo nulla mutato allo svolgimento dei fatti successivi: l’ho spiegato; è dunque falso che abbiamo rinunciato ad avere un diretto rappresentante nel comitato dell’Alleanza. Questo doveva secondo le tesi minoritarie essere "veicolo" per far sentire all’Alleanza la nostra voce. Sta di fatto che ufficialmente abbiamo sempre avuto tale veicolo. Ma è anche evidente che la critica delle tesi corrisponde alla accettazione opportunistica della tattica del fronte unico: il nostro veicolo per premere sull’Alleanza erano le nostre parole alle masse e non le conversazioni clandestine con i capi. Solo dalle prime si poteva attendere un risultato. Quanto al proclamare la disciplina all’Alleanza e al dichiarare al tempo stesso che era diretta da traditori, può vedervi contraddizione solo chi sia digiuno di tattica comunista al punto da meritare il posto più... sinistro tra gli infanti deficienti. Nei sindacati, Lenin e Mosca non hanno sempre insegnato ad agire così? disciplina collettiva proletaria e critica polemica instancabile sono i due poli su cui si basa la descrizione più zinovieffiana della tattica del fronte unico. Curioso che alla riunione di partito il tesista Tasca ha spiegato le stesse cose ai pochi che avevano parlato per la destra, e che egli erasi affrettato a trovare, troppo a destra, come tanti Bombacci e Graziadei. "La minorité c’est moi...".

Se invece di fare un centone di pezzi di articoli senza ordine cronologico (strana redazione per una tesi...), Tasca avesse allineato gli articoli del C.E. sistematicamente pubblicati, come editoriali, dai tre quotidiani, avrebbe visto la linea della nostra tattica nell’Alleanza del Lavoro snodarsi chiarissima e con le giustificazioni che sempre ne abbiamo date. Egli irride alla nostra mania di dividere le responsabilità. Egli non è rimasto abbastanza scottato dalla maniera tradizionale con cui gli elementi di sinistra nel campo proletario italiano sono sempre stati fregati. Questa esperienza è vivissima in noi: e speriamo che i fanatici del fronte unico capiranno un giorno che lo scopo dello "smascheramento" degli opportunisti, di cui tanto si ciancia, non si raggiunge con gli arzigogoli postumi, ma con chiari e continui atteggiamenti e posizioni politiche. Attraverso gli inviti allettanti all’azione comune, siano o no seguiti dall’effettiva alleanza (caro Scoccimarro), il proletariato giunge solo alla sfiducia generale per tutti i partiti che ambiscono a guidarlo, indistintamente. Noi crediamo che oggi il Partito tragga vantaggio dalla separazione di responsabilità da noi voluta in quel periodo critico, e debba ad essa la sua vitalità.

Per concludere, molti dei nostri argomenti e delle nostre smentite sarebbero quasi inutili dopo il responso della riunione di partito. Chi potrà più parlare di dittatura, d’imposizione, d’inganno quasi al partito, consultato dopo un anno e più dalla nostra eliminazione e tacitazione?

Si vorrà solo dire che il partito non è ancora preparato su certi problemi. Ma è magro espediente. Da parte dei compagni che sono con noi vi è un chiaro e deciso, quanto disciplinato e leale, orientamento sui punti di vista che abbiamo da tempo e coerentemente elaborati e sostenuti in molteplici dibattiti. Come può la mancanza di preparazione essere invocata dalla minoranza, i cui esponenti si mangiano l’uno con l’altro come i leggendari polli, fino a che ne resti uno solo nutrito delle spoglie degli altri tutti, ma sempre poco sicuro di averli digeriti? E neppure i compagni del Centro, di cui rispettiamo la lealtà e la serietà, presentano i risultati di una chiara elaborazione. Vi è un pensiero di Gramsci, uno di Togliatti, uno di Scoccimarro, che si presentano e s’intrecciano a frammenti. Noi della sinistra (costretti da certi sistemi polemici a mettere da parte la falsa modestia), se anche vi è chi crede minorenni noi e minorenne il partito in fatto di contribuzione ai grandi problemi del comunismo, rivendichiamo di avere un pensiero collettivo che è anche il pensiero del partito. Non lo abbiamo mai ingannato, né scavalcato, né sopraffatto, lo abbiamo diretto e servito com’era nostro dovere, ed il partito c’è testimone, se non altro della nostra sincera buona volontà. Non abbiamo da domandare che questo riconoscimento, e il nostro posto di militanti nelle file.
 

(Da "Stato Operaio" n. 23 del 10 luglio 1924).