Partito Comunista Internazionale "Dall’Archivio della Sinistra"

Partito Comunista d’Italia
Sezione della Terza Internazionale

 
 

Dichiarazione del 19 luglio 1925 del rappresentante della Sinistra
(non pubblicata dalla Centrale)


 
 
 
 
 

La Centrale del Partito ha fatto seguire la dichiarazione di scioglimento del Comitato d’Intesa da un altro dei violenti attacchi contro i compagni della sinistra, nel quale rileva che i firmatari di quella dichiarazione hanno formulato accuse di indegnità morale e li sfida a portarne le prove dinanzi alla Commissione di Controllo dell’Internazionale.

Le espressioni di "indegnità morale" e "corruzione" non ricorrono nei nostri testi in quanto per ragioni di educazione marxista aborriamo da queste formulazioni delle divergenze politiche anche quando non si attirino per invelenirle sul terreno personale. Tuttavia dichiaro subito, sicuro che gli altri compagni della sinistra sono concordi, che accetto di portare al Comitato di Controllo i documenti di tutte le accuse formulate contro la Centrale del Partito Comunista Italiano, e che si concretano nell’affermazione che per spirito di settarismo frazionista e per attaccamento del proprio aggruppamento alla dirigenza del Partito, i membri di essa hanno tentato di organizzare slealmente l’inganno del Partito con una campagna di falsità contro la sinistra, volontariamente non impostata sul terreno della critica alle tesi politiche ma su quello delle insinuazioni personali. I documenti e le testimonianze di questo lavoro sistematico verranno portati alla Commissione di Controllo, e saranno innumerevoli. Siccome qui si cammina tra incessanti speculazioni su tutto, non esito a dichiarare che sono lieto che la cosa vada innanzi alla Commissione stessa e cessi di essere oggetto di pubblico dibattito, in quanto risulterà che la questione morale, che a me non interessa, se vi è chi si compiace di attribuirle importanza, e comunque la si voglia valutare dal punto di vista comunista, risulterà rasentata in diversi casi.

Lo zelo con cui il C.C. vuole prendere le difese della Internazionale è poi del tutto fuori di posto. La critica dei "metodi di direzione" di essa è stata da noi formulata in vari Congressi, e non certo dal punto di vista moralistico, in quanto sostanzialmente questi metodi non sono stati negati, ma affermati e difesi contro di noi in nome di una interpretazione della tattica e della manovra, applicata anche all’interno del Partito, da cui energicamente noi dissentiamo non per sciocco puritanesimo, ma perché la riteniamo concretamente dannosa al movimento. I rapporti con gruppi ed elementi singoli di vari Partiti li ho spesso definiti con l’espressione "marchandage" che vuol dire mercanteggiamento, negoziazione commerciale, "tira e molla"... Definizione certo non accettata da Zinoviev con cui polemizzavo, ma definizione politica e non morale. Ho anche parlato di avvocatismo e di parlamentarismo nelle discussioni internazionali, e si è molto discusso sui criteri partendo dai quali si debba stabilire il metodo di lavoro ed anche di polemica interna di Partito. Non rendono un servizio all’Internazionale i pretesi ortodossi italiani collo spostare i termini della questione e parlare di nostri insulti, accecati dal raggiungimento dello scopo di mettere in cattiva luce noi anche a costo di danneggiare e screditare il Partito. In ogni modo sono anche pronto all’esame dei precisi giudizi di fatto da me dati sul lavoro del Centro Internazionale, nessuno eccettuato, se pure la questione morale ce la possono trovare solo dei piccoli borghesi capitati per disgrazia tra le file dei comunisti.

Del resto la prova della slealtà della Centrale non bisogna andare lontano per offrirla alla Commissione di Controllo. La stessa maniera di accogliere lo scioglimento del Comitato d’Intesa, prova che l’iniziativa dell’avvelenamento e del dissidio è da parte sua e non nostra. E per cinque giorni, avendo in mano il documento, la centrale ha seguitata la campagna sul l’Unità sulla base della accusa che noi rivendicavamo al Comitato d’Intesa la qualità di organizzazione frazionistica e ne continuavamo a reclamare il diritto. Del resto documentazioni e rettifiche sono comprese in altri scritti che ancora, alla data in cui scrivo, e cioè fino al giornale del 18 luglio, non sono apparsi. L’intenzione della "preparazione artificiale" di una opinione nei compagni non potrebbe essere più evidente. Lo stesso modo di presentare il testo del Comitato d’Intesa, con titoli e neretti certo non nostri, convince di slealtà. Ecco alcune date sugli scritti da me inviati: letterina dell’8 giugno apparsa il 18 giugno, lettera del 17 giugno apparsa "senza data" il 12 luglio. A tutto il numero del 18 non ancora si è pubblicato, non dico un lungo articolo del 12, ma una lettera del 3. Si tenga pur conto del tempo materiale necessario all’arrivo, alla visione del C.E., ecc.; la parzialità salta agli occhi: tanto più che non si tratta di mie elucubrazioni teoretiche, ma di risposte a chiamate in causa personali con dati falsi, su cui si continua ad imbastire, nel frattempo, la ridda delle accuse polemiche. E che altra prova si vuole? Altre prove stanno negli stessi articoli che covano nel cassetto. E noi siamo qui per andare fino in fondo. Poi vedremo se siamo un gruppo di diffamatori... I metodi d’oggi trovano riscontro proprio o in una sola cosa: nel monopolio fatto in cento occasioni contro di noi dai massimalisti dalle colonne dell’Avanti prima della scissione e magari in quello fatto contro i terzini. Si potrebbero addurre suggestivi raffronti di stile.

Quando noi dirigevamo il Partito, gli articoli contro la Centrale prima del Congresso sono stati pubblicati senza alcuna messa in scena giornalistica, ed io ed altri, in altro numero, abbiamo scritto articoli di risposta firmati da noi come singoli compagni; le collezioni dei giornali sono là a provarlo. Non abbiamo adoperato il nome e l’autorità del Partito per coprire responsabilità personali come fa oggi la Centrale trascinando troppo in basso il rispetto superiore che noi dobbiamo avere per il Partito e per l’Internazionale, i quali sono cosa diversa dalle persone criticabilissime di chi le dirige.

Infine vi è ancora il maledetto fatto personale. Con una tirata degna del peggiore dei ciarlatani si dice che Amadeo Bordiga ha insultato tutti i militanti che si sacrificano per la causa, mentre lui, per "ragioni di famiglia" si è rifiutato di andare all’Esecutivo Allargato. La corsa indietro verso la mentalità del demagogo opportunista procede con velocità raccapricciante, si pensa ancora la polemica di Partito come una gara fra uomini che sfoderano certificati di merito per postulare popolarità o posti direttivi o voti del proletariato. Io dichiarerò a cento Commissioni di Controllo, con tutto il senso di responsabilità che credo mi derivi da non pochi anni di esperienza e di milizia coerente, che mi rifiuto di conservare il minimo senso di rispetto comunista, e, se si vuole la solita traduzione in linguaggio non marxista e borghese, di rispetto morale, verso chi tocca questi tasti per influire sulla massa. Ed entro con ripugnanza in un argomento che detesto.

Non mi sono mai vantato di voler fare la concorrenza a nessun eroe. Credo che per quello che ho dato al proletariato, poco o molto che valga, nulla ho mai chiesto ed accettato in cambio; se l’adesione alle tesi che formulo dovesse derivare da un apprezzamento sulla benemerenza ed i sacrifici che posso aver fatto la terrei per inutile e ridicola.

Matteotti ha fatto il massimo dei sacrifici; quello che sosteneva politicamente se incontrasse seguito sarebbe la rovina del proletariato e della sua causa. Tra i due aspetti della cosa non vi è relazione marxista. Gli eroi di Santa Nadelia sono stati esaltati, e sconfessati politicamente; io non avrei fatto la seconda cosa non per sentimentalismo ma perché nego che quella sconfessione sia marxisticamente ben motivata. Lasciamo questo.

I sacrifici sono poi determinati dalle circostanze e non da una predisposizione mistica al martirio. Tutti i poveri caduti in guerra sono ufficialmente degli "eroi".

Ciò permesso, e tolto quindi ogni merito a quello che posso aver sofferto per la nostra causa, posso dire in faccia a molti che a Mosca ci corrono "per ragioni di famiglia", che la Commissione di Controllo può venire nella mia casa, trasparente per i compagni e lavoratori da quindici anni a questa parte. Se qualcuno ha sacrificato la sua famiglia posso dire di esserlo io: in non poche circostanza a casa mia si è fatta conoscenza con la fame e le conseguenze sono là ben visibili, disgraziatamente. Inquisite, se volete. Quando avevo responsabilità permanenti di dirigenza della lotta di Partito non sono venuto a vedere il mio bambino dichiarato in pericolo da un medico che può parlare.

Non accetto lezioni da nessuno di quelli che oggi sono alla nostra testa. Ma per quanto mi ripugnino gli impegni sul futuro che ho sentito troppe volte vomitare da gente che ci siamo lasciati indietro nella schiera sempre crescente dei disertori, dico che non esiterei a sacrificare la mia famiglia per le esigenze della lotta rivoluzionaria. Nella circostanza dell’ultimo Esecutivo Allargato non ho giudicato, e nessuno potrà giudicare proporzionato il sacrificio al compito che mi attendeva, di partecipazione ad una riunione consultiva e non ad una battaglia col nemico comune. Sono pronto a provare quali sarebbero state le conseguenze di una mia assenza.

D’altra parte è d’uopo dire due cose: avrei voluto essere sostituito da un altro compagno nell’Allargato se si fosse ammessa una rappresentanza delle correnti del Partito italiano come si è fatto per altri. Ma nel nostro caso si volle riservare l’intervento, come di regola, ai soli componenti permanenti dell’Esecutivo. Viceversa a Mosca si ammise all’Esecutivo l’ultimo viaggiatore di passaggio e si erano invitati persino rappresentanti di organizzazioni locali di varie sezioni; tanto per vedere ancora una volta quale disuniformità di criteri si voglia far passare per "ferreo centralismo".

La seconda cosa è questa, e mi duole di esservi trascinato. Ho detto in altra lettera non ancora pubblicata che fui nominato per forza membro del C.E. malgrado i miei rifiuti. Non potetti insistere perché già sapevo che ero stato escluso dalla lista per volontà della Commissione italiana; e con meraviglia vidi al momento del voto che il compagno Zinoviev criticava tale fatto ed aggiungeva il mio nome all’elenco. Precipitatomi a chiedere la parola venni in un brevissimo e concitato scambio di parole pregato a non farlo, e Zinoviev finì col dirmi sorridendo: «per ragioni politiche occorre nella lista il vostro nome, la mancanza di esso farebbe cattiva impressione, sembrerebbe un segno che il Congresso va a destra (allora... si diceva così). Ci occorre il vostro nome; voi poi farete come crederete e starete a Mosca od in Italia secondo vi piacerà». Sono parole testuali, Bucharin ne fu testimone ed assentiva sorridendo. Se poi Zinoviev fece una offerta di cui non aveva la competenza, me ne duole per lui, e non è che una nuova prova del mio giudizio sull’eclettismo dei metodi politici di direzione dell’ I.C.

Non mi sarei sognato di invocare una tale offerta di fare il mio comodo ed è per ben altre circostanze che non ho potuto andare all’Allargato. Del resto era convenuto con altro compagno del C.E. venuto in Italia che sarei andato per i mesi d’estate a coprire il mio posto nell’Esecutivo, e non lo faccio solo per il Congresso Italiano. La polizia, tra l’altro, è ora ben avvertita sull’opportunità di intensificare o meno la sorveglianza ad ogni mio movimento..

Sono ancora una volta mortificatissimo di dover polemizzare in questo modo.

Potrei avere anche molti torti nella mia condotta personale, che non cesserei di avere il diritto di critica e non perderebbero in nulla di forza le tesi di cui sono fautore. Ma è bene che gli autori della presente disgustosa "campagna" sappiano che, pur senza mai abbassarmi a fare dei confronti volgari e disturbarmi a discutere a mia volta le persone ed i nomi, anche sul tema della mia condotta non temo la polemica su nessun punto, e su nessun punto essa può giungere a dimostrare altro che il loro malanimo e la sconsolante miseria dei loro intenti.

Deploro ancora una volta, più di tutto, che questi metodi smantellino sciaguratamente quel tanto di preparazione marxista e comunista a cui mi illudo di aver contribuito: perché se la mia popolarità o l’essere corteggiato da certa gente avrebbe potuto lontanamente starmi a cuore, essi sanno che con la centesima parte di contorsioni di cui mi offrono l’esempio incessante, avrei potuto trovare cento volte più soddisfazione, o di quelle che ai falsi comunisti appaiono soddisfazioni. Non resta loro che smetterla e definitivamente.