Partito Comunista Internazionale "Dall'Archivio della Sinistra"

Partito Comunista d'Italia
Terzo Congresso, Lione, gennaio 1926

 
 
 

Intervento di due compagni della Sinistra sulla Questione Agraria

[ Perrone - De Caro ]


 
 

[Ottorino Perrone]
 

Occorre ristabilire il vero significato delle tesi di Lenin, il quale non ha parlato di compromesso nel senso che il partito comunista debba fare delle concessioni alle ideologie contadine, ma in senso ben diverso ed a condizione che nessun'attenuazione del programma proletario del partito venga fatto nella soluzione della questione agraria.

Nel quadro dell'economia capitalista lo sviluppo industriale non procede in modo parallelo nell'industria e nell'agricoltura. Mentre nella prima i procedimenti moderni trovano largo impiego sì da costituire le premesse per il passaggio alle forme economiche socialiste, nell'agricoltura invece permangono sistemi arretrati di produzione e talvolta residui della stessa economia precapitalistica. Come conseguenza, mentre abbiamo la formazione di un proletariato industriale, nelle campagne, di fronte ad un poco numeroso proletariato agricolo, abbiamo una vasta popolazione lavoratrice non ancora proletaria. Da questa situazione si va – secondo i socialdemocratici – verso la permanenza al potere della borghesia, non potendosi passare alla vittoria rivoluzionaria prima che l'agricoltura sia industrializzata, si va cioè verso una rinuncia alla battaglia rivoluzionaria.

Il valore rivoluzionario delle tesi di Lenin consiste invece nella ben diversa impostazione della questione. Il diverso sviluppo economico nell'industria e nell'agricoltura è una delle caratteristiche fondamentali del sistema capitalistico: nella situazione attuale, in cui sono già mature le premesse proletarie nell'industria, mentre non sono ancora presenti nelle campagne, il proletariato – l'unica classe rivoluzionaria – scatena egualmente la sua battaglia, giungendo alla conclusione che, fra l'economia industriale progredita e quell'agricola arretrata, stabilisce una specie di compromesso.

Ma chi è il protagonista di questo compromesso? Il proletariato da solo ed in modo nettamente autonomo, oppure il proletariato in unione con i contadini, realizzando quest'unione in una specie di fusione nella quale noi rinunciamo a qualcuno dei nostri postulati per attrarre i contadini? È fondamentale nelle tesi di Lenin che le rivendicazioni dei contadini, le quali apporterebbero ad uno sviluppo dell'economia agricola incompatibile con il dominio capitalistico, devono essere utilizzate dal proletariato il quale afferra e consolida la sua dittatura rivoluzionaria.

Questa attività agraria del nostro partito viene sviluppata ponendo degli obiettivi ai contadini e determinando le loro lotte, di cui la guida non viene costituita dai contadini stessi, ma dal proletariato e dal suo partito.

Ogni altra interpretazione delle tesi di Lenin, che vorrebbe portarci a riconoscere ai contadini, ai loro partiti, alle loro rivendicazioni un valore loro proprio rivoluzionario, deve essere respinta perché porterebbe di fatto a pericolose deviazioni e concessioni.

Ora vediamo come deve essere considerato lo sviluppo del capitalismo in Italia. Traspare dalla tesi del Centro che questo sviluppo è contrassegnato da un'intensa attività industriale nel Nord d'Italia, ed in qualche altra regione, mentre nel restante d'Italia l'economia sarebbe esclusivamente contadina. In Italia avremmo quindi delle oasi industriali sparse in un ambiente generale dove predominano forme d'economia arretrate. Ove non esistono le oasi – e particolarmente nel Mezzogiorno d'Italia – sorgerebbero dei problemi particolari propri dei contadini che il partito dovrebbe assecondare.

Uno di questi problemi è quello costituito dalle rivendicazioni autonomiste propagate dai diversi partiti sardo, siculo, molisano d'azione ed il problema capitale per noi – nel campo agrario – sarebbe il problema del Mezzogiorno inteso nel senso di un contrasto tra Nord e Sud, contrasto dal quale il proletariato deve attendersi un grande concorso per la sua azione rivoluzionaria.

Per noi la questione si pone in modo diverso. Innanzi tutto noi dobbiamo considerare l'economia italiana non in modo staccato dall'economia europea, riscontrando in essa un'appendice della vertebra che parte dall'Inghilterra, traversa la Francia, la Germania, l'Italia. Questa è anche la linea della maggiore densità della popolazione. Se poi andiamo a considerare in quale classe risiede da tempo il potere in Italia noi non possiamo non concludere che, se pur è vero che l'industria e il proletariato si agglomerano particolarmente nel Nord, pur tuttavia il capitalismo si è affermato, come classe unitaria che governa secondo i propri interessi, anche in quelle regioni – come il Sud – dove predominano in contadini. La tesi di Lenin sull'imperialismo ci dimostra che i grandi proprietari fondiari si unificano sia per i loro interessi nelle banche che nel governo dello Stato.

Da questa breve analisi noi concludiamo che non esistono né problemi regionali né il problema del Mezzogiorno, ma che noi dobbiamo vedere i problemi di classe, esclusivamente dai rapporti fra il proletariato ed i contadini. Per noi il fatto che si agglomerino i contadini in determinate regioni, non dà luogo ad alcun problema regionale, ma dà luogo al solo problema generale che noi dobbiamo vedere in Italia; perciò la classe di governo in Italia è il solo capitalismo, contro di cui vi è una sola classe capace di combattere e di vincere, e cioè il proletariato, il quale con il suo programma agrario riesce a stabilire un'alleanza rivoluzionaria con i contadini. In luogo di sottovalutare il proletariato che si va sviluppando anche nel Mezzogiorno, occorre valorizzarlo, perché esso è portato ad assimilare rapidamente le esperienze degli operai industriali come abbiamo visto in alcune regioni del Sud.

Dobbiamo anche rilevare che qualsiasi interpretazione delle tesi di Lenin sulla questione nazionale che tende a creare dei problemi nazionali per qualsiasi regione d'Italia, porta a storpiare il valore rivoluzionario di quelle tesi, perciò, ove il capitalismo si è già affermato come classe unitaria del governo, non è possibile pensare a dei problemi nazionali che abbiano valore rivoluzionario. E se noi insistiamo su questo aspetto della questione agraria e nazionale è unicamente perché le ideologie dei vari partiti sardo, siculo, ecc., come lo stesso stamburamento del problema del Mezzogiorno che fornisce ampio materiale elettorale, sono ideologie reazionarie le quali ostacolano nei contadini la visione del problema economico e di classe, la cui unica soluzione effettiva consiste nella loro alleanza con il proletariato.

Riteniamo quindi che, specialmente per la questione agraria, nella quale maggiori sono i pericoli opportunisti, trattandosi del nostro contegno verso classi non rivoluzionarie, occorra essere molto guardinghi e precisi. L'Associazione di Difesa dei Contadini, di cui il partito ha fatto benissimo ad assumere l'iniziativa, deve essere anch'essa valutata giustamente. Si è detto che essa non è un sindacato, ma una associazione politica. La questione viene così posta in modo molto confuso, perché all'epoca attuale non vi è organizzazione che non sia politica o che non svolga delle funzioni politiche. Se però il dire "organizzazione politica" volesse significare che l'Associazione è un partito o una specie di partito, noi ci opporremmo decisamente, giacché essa deve essere da noi considerata elusivamente come una organizzazione dei contadini, di natura economica e sindacale. Per le ragioni che abbiamo detto noi siamo contro tutte la manovrette verso i partiti contadini e gli esponenti di questi partiti (Lussu, Scotti) e sosteniamo che questi partiti debbano essere denunciati come agenti della borghesia nei confronti degli stessi contadini. Se continueremo con le manovre con ciò precluderemo la via allo sviluppo dell'Associazione, nel tempo stesso che gravi deviazioni opportuniste avranno attenuato l'attività ed il programma rivoluzionario del nostro partito.

Porre nella sua giusta luce le tesi di Lenin ed il significato del compromesso che non ci porta a nessunissima nostra concessione, sollevare in tutta la sua ampiezza il problema dell'alleanza rivoluzionaria con i contadini, sulla base del programma agrario del partito, negare l'esistenza d'ogni questione regionale, denunciare come conservatrici e borghesi le autonomie regionali di cui si fanno portatori i partiti contadini, sono le linee di una giusta applicazione dell'attività comunista, che secondo noi deve essere posta a base nella questione agraria.

Queste sono le nostre riserve ed opposizioni sulla questione agraria, oltre a quelle già sviluppate nella discussione generale a proposito di Miglioli, che la Sinistra crede di dover muovere contro la tattica opportunista che si è seguita e che accenna a svilupparsi.
 
 
 
 
 
 

[De Caro]
 

Nelle tesi agrarie presentate dal C.C. manca un elemento essenziale del problema contadinesco, e cioè un dato statistico da cui risulti lo sviluppo e la trasformazione della proprietà fondiaria. Ciò per vedere se noi andiamo verso l'accentramento della proprietà fondiaria o verso un sempre crescente frazionamento. Da uno sguardo superficiale nel corso della storia risulta che noi andiamo verso il frazionamento e da ciò si spiega la graduale scomparsa del feudo e del latifondo.

Un altro elemento cha a noi preme di vedere è se con la graduale scomparsa del feudo la proprietà si trasforma in tanti strumenti d'aziende agricole con impiego di capitale industriale e finanziario, o si divide in tante piccole particelle fondiarie in possesso di contadini.

Durante il periodo in cui la crisi capitalistica era più accentuata (1919-1920) noi ci siamo trovati di fronte ad un fatto importantissimo, dal punto di vista politico, della questione agraria. E cioè, mentre la situazione rivoluzionaria maturava con le sue ripercussioni nelle categorie del proletariato industriale, in buona parte delle categorie contadine (specialmente coloni e piccoli proprietari) maturava una capacità finanziaria di acquisto che produsse un numero non indifferente di contratti di compravendita, con un numero non indifferente di frazionamenti. Ciò non ho potuto constatare su scala nazionale, ma per la zona che conosco personalmente potrei fornire in seguito dei dati esatti.

In generale, secondo noi, il lavoratore che acquista proprietà acquista anche un principio di conservazione e quindi perde la principale caratteristica rivoluzionaria, cioè quella di essere un proletario. Quindi per noi la questione agraria va studiata dal punto di vista di conservazione rivoluzionaria e non dal punto di vista di preparazione rivoluzionaria. La rivoluzione comunista d'Italia non sarà mai opera della classe contadinesca: questa tutt'al più può influire sullo sviluppo della rivoluzione iniziata e resa trionfante dal proletariato industriale, nel senso che se il proletariato urbano non trova un valido appoggio nelle classi contadinesche il suo sforzo insurrezionale sarebbe seriamente minato.

Il compagno Gramsci ha detto che durante l'occupazione delle fabbriche furono occupate anche delle terre. Innanzi tutto osserviamo che l'occupazione delle terre fu in proporzione inversa di quella delle fabbriche e che cioè se su cento fabbriche ne furono occupate novantacinque, su cento terre ne furono occupate cinque. Ma quali terre furono occupate? Chi le occupò? Non certo i piccoli proprietari occupavano le terre.

Consideriamo, ad esempio, la provincia di Salerno. Durante l'occupazione delle fabbriche anche in provincia di Salerno furono occupate delle terre. Non certamente nell'Agro Nocerino, caratteristico per lo sviluppo della piccola proprietà, né in Val San Severino, altro ambiente piccolo proprietario, né nella zona del fiume Sarno, ma nella piana di Salerno dove la piccola proprietà e le colonie sono meno diffuse. Dunque gli occupanti furono i braccianti, cioè i proletari agricoli. Con ciò non disconosciamo l'importanza nell'economia del piccolo proprietario. Non disconosciamo i sacrifici cui sono sottoposti, specialmente ora che le tasse opprimono ed affannano. Non disconosciamo che essi hanno più interessi a lottare a fianco del proletariato che della borghesia, ma in pari tempo non possiamo prescindere dalla realtà, la quale è che l'ideologia del piccolo proprietario è l'ideologia della piccola borghesia e piccolo, per noi, significa condizione ed aspirazione per diventare grande.

Il compito del partito è quello di studiare come non perdere il contatto città–campagna e di impedire il reclutamento della guardia bianca specialmente fra i contadini del Mezzogiorno, autentiche vittime, sotto a tutti i rapporti, del sistema capitalistico. Questi obiettivi saranno raggiunti con una sana educazione rivoluzionaria e comunista.

Nella questione agraria è stata giustificata la parola dell'Associazione di Difesa dei Contadini, ma si è troppo identificata questa con un lavoro di complotto esclusivamente dall'alto a mezzo di un ufficio di partito. Malgrado le difficoltà della situazione è da denunciarsi in questa questione il pericolo della visione burocratica dei nostri compiti che si riferisce anche alle altre attività di partito. I rapporti corretti fra Associazione dei Contadini e Sindacati operai devono chiaramente stabilirsi nel senso che i salariati agricoli formano una Federazione aderente alla Confederazione Generale del Lavoro, mentre tra questa e l'Associazione di Difesa deve intercorrere una stretta alleanza centrale e locale.

Nella questione agraria va evitata una concezione regionalistica o meridionalistica per cui si sono già manifestate certe tendenze. Questo si riferisce anche alla questione delle autonomie regionali rivendicate da certi nuovi partiti che si dovevano apertamente combattere come reazionari, anziché intavolare con loro fallaci trattative. Sfavorevoli risultati ha dato la tattica di creare un'alleanza con la sinistra del partito popolare (Miglioli) e del partiti dei contadini. Ancora una volta si sono fatte concessioni ad uomini politici estranei ad ogni concezione classista senza ottenere il desiderato spostamento delle masse, e molte volte disorientando parti dell'organizzazione del partito.

Erroneo è pure sopravalutare la manovra fra i contadini agli effetti di un'ipotetica compagna politica contro l'influenza del Vaticano, problema che certamente si pone, ma che viene così risolto inadeguatamente.