Partito Comunista Internazionale "Dall’Archivio della Sinistra"

Partito Comunista d’Italia
Terzo Congresso, Lione, gennaio 1926

Mozioni e interventi della Sinistra
 
Mozione della Sinistra sull’operato del C.C. del Partito
Intervento della Sinistra nella Commissione Politica
Dichiarazione della Sinistra
Intervento sul periodo Matteotti
Interventi sulla questione agraria di Perrone e di De Caro

Premessa

     A Lione, al termine di un rapporto durato sette ore, il rappresentante della Sinistra, rivolgendosi a Gramsci, dichiarò «che non si è in diritto di chiamarsi marxisti, e nemmeno materialisti storici, solo perché si accettano come bagaglio di partito certe tesi di dettaglio, che possono riferirsi vuoi all’azione sindacale, vuoi alla tattica parlamentare, vuoi a questioni di razza, di religione, di cultura; ma si è giustamente sotto la stessa bandiera politica solo quando si crede in una stessa concezione dell’universo, della storia e del compito dell’Uomo in essa». Gramsci rispose riconoscendo la ragione della fondamentale conclusione enunciata dalla Sinistra, «ed ammise anzi che aveva allora scorto per la prima volta quell’importante verità».
     Questo è il motivo per cui noi diamo il nome dottrina al compiuto corpo teorico – scientifico marxista, ed è sempre per questa ragione che gelosamente lo difendiamo da ogni tipo di contaminazione, altri direbbe arricchimento, da parte di qualsivoglia scuola.
     La battaglia che Marx, Lenin e la Sinistra italiana hanno condotto, e l’attuale partito conduce, è al tempo stesso lotta rivoluzionaria di studio, di organizzazione, di preparazione insurrezionale e di difesa della purezza del programma e della tattica, risultato di esperienza e bilancio della ultracentenaria lotta di classe del proletariato.
     Le divergenze che videro contrapporre la Sinistra alla politica dell’Internazionale e della direzione centrista del PCd’I, che culminarono con il Terzo Congresso di Lione ed il Sesto Esecutivo allargato di Mosca, avevano appunto origine dal preoccupante eclettismo tattico che rischiava di annacquare le posizioni classiche del marxismo rivoluzionario con le bastarde ideologie piccolo-borghesi.
     Le preoccupazioni della Sinistra, sfortunatamente, non furono per nulla esagerate: gli errori di tattica divennero ben presto stravolgimento dei principi; da qui all’aperto tradimento il passaggio fu molto breve.
     I documenti dell’Archivio che ripubblichiamo servono a dimostrare quanto sopra detto, chiarendo ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che alla Sinistra non è mai interessato minimamente né il successo personale dei suoi dirigenti, né quello di "frazione". Ha sempre accanitamente lottato per la difesa della compagine del partito e del movimento proletario internazionale fino al supremo sacrificio di dovere assumere, quando l’affossamento del partito nelle melme controrivoluzionarie sembrò irreversibile, una coraggiosa presa di posizione autonoma e di rottura con la politica di quel partito nel quale lealmente continuava a militare.
     A 60 anni di distanza non si conoscono i verbali della discussione del Congresso, restano tutt’ora sepolti negli archivi del PCI e di Mosca. Ma se non ci è dato di conoscere il lunghissimo rapporto tenuto a nome della Sinistra e gli interventi dei suoi delegati, abbiamo però il magnifico corpo di tesi da noi presentato al congresso, la conoscenza del quale è indispensabile ad ogni compagno.
     Com’è tradizione della Sinistra, le tesi relegano le questioni italiane e contingenti all’ultimo posto, dando ampio spazio ai caratteri generali e fondamentali del partito. Non sono quindi le tesi di un congresso, ma sono le tesi del partito: di quello di ieri come quello d’oggi. Non le ripubblichiamo, almeno per ora, nella rubrica di "Archivio" essendo già stampate nel volume "In Difesa della Continuità del Programma Comunista" reperibilissimo da ogni compagno.
     Ripubblichiamo invece i seguenti documenti:
     1) La Mozione della Sinistra sull’operato del C.C. del Partito, da
L’Unità del 20 dicembre 1925, dalla quale risulta chiaramente l’estraneità della Sinistra da ogni tipo di lotta per l’accaparramento dei posti di comando, ma unicamente per il raddrizzamento della rotta rivoluzionaria a livello nazionale ed internazionale.
     2) Lo Intervento della Sinistra nella Commissione Politica per il Congresso di Lione, da
Critica Marxista, nn. 5/6, 1963, che espone in maniera sintetica ma estremamente chiara i punti di dissenso ormai insanabili tra la Sinistra e la centrale del partito e conclude indicando l’unico sistema veramente rivoluzionario per la soluzione delle divergenze interne: «una seria ed esauriente discussione sui problemi della Internazionale stessa».
     3) La Dichiarazione della Sinistra al Terzo Congresso del PCdI, in
Prometeo, organo della Frazione all’estero, 1928: è l’atto di rottura ufficiale con la pratica disfattista dei dirigenti del partito paragonabile solo alla peggiore tradizione opportunista.
     4) La Sinistra e il Periodo Matteotti, in Prometeo, 1928. È l’intervento di un compagno della Sinistra che ripercorre le tappe della disgraziata tattica adottata del partito in seguito all’assassinio Matteotti, analizza la politica dei partiti dell’antifascismo democratico, lo stato d’animo delle masse proletarie e le ragioni della decisiva sconfitta.
     5)
Interventi sulla questione agraria di Ottorino Perrone e di De Caro.


 
 
 
 

L’Unità, 20 dicembre 1925
Mozione della Sinistra sull’operato del Comitato Centrale del Partito

 

Ricordato che il Partito non ha modo di pronunziarsi sull’indirizzo e l’attività dei suoi organi dirigenti dal Secondo Congresso Nazionale (Roma, marzo 1922) e che la Centrale attuale non è stata mai eletta né giudicata da un pronunziato del Partito essendo stata sostituita nel giugno 1923 a quella eletta dal Congresso di Roma e quindi rimaneggiata molte volte per deliberazione dell’Internazionale (come da indiscutibile diritto di questa);

ricordato altresì in via di fatto che i mutamenti e rimaneggiamenti della Centrale sono stati spesso e per notevoli periodi di tempo ignorati dalla massa del Partito; e che l’unica consultazione avutasi, ossia la Conferenza Nazionale del maggio 1924, si pronunziò a schiacciante maggioranza contro la politica della nuova Centrale, e per le direttive del Congresso di Roma;

il Congresso esprime il giudizio che l’opera politica dell’attuale Centrale sia stata ben lontana dal corrispondere alle esigenze della lotta rivoluzionaria del proletariato italiano e dall’utilizzare in senso rivoluzionario e comunista le possibilità delle successive situazioni, sia per la preparazione e consolidazione delle forze del nostro movimento che per la lotta e la resistenza contro le forze avversarie, per modo che lo svolgimento, attraverso l’esperienza della lotta di classe in Italia, delle energie inquadratesi in modo sempre più efficace in una matura e potente organizzazione politica di classe, tradizionalmente portata innanzi fino alla destituzione della vecchia Centrale, risulta indiscutibilmente interrotta e compromessa – nel periodo che oggi il Congresso è chiamato a giudicare – dal modo col quale il Partito è stato condotto e guidato dai nuovi dirigenti;

ritenendo poi ancora che nell’opera della Centrale abbiano fatto sistematicamente difetto l’omogeneità, la coerenza, la decisione; che il lavoro pratico e organizzativo siano stati in generale disordinati e caotici con la preminenza dei metodi funzionaristici e burocratici da una parte e, dall’altra, del più violento settarismo interno contro una parte notevole del Partito, settarismo che ne ha avvelenato la convivenza non esitando dinnanzi ad alcun mezzo, anche pernicioso alla compagine del Partito e contrastante con ogni residuo di serietà in quelle garanzie statutarie che una Centrale è invece chiamata a tutelare;

ritenendo pure che il perseverare nelle direttive seguite dalla Centrale attuale significherebbe inoltrarsi sulla via che conduce in maniera più o meno diretta al ripresentarsi del pericolo della ricaduta nell’opportunismo, negli errori teorici e nelle degenerazioni tattiche proprie della socialdemocrazia e disastrosi per le sorti della lotta proletaria;

il Congresso passa ad affrontare la più dettagliata valutazione delle esperienze del passato e la risoluzione delle questioni di principio e di metodo dalla quale deve emergere l’indirizzo per l’azione avvenire del Partito e il contributo della Sezione italiana alla risoluzione degli analoghi problemi nel campo internazionale.

 
 
 
 
 
 
 

Intervento del rappresentante della Sinistra nella Commissione politica del Congresso di Lione

Rappresentante della Sinistra - L’esposizione fatta da Gramsci dei punti fondamentali di dissenso tra la Centrale del partito e l’estrema sinistra mi ha convinto della necessità di una completa differenziazione. L’estrema sinistra quindi presenterà un suo progetto di tesi completamente opposto a quello della Centrale, e che servirà a completare la parte già pubblicata sopra il quotidiano del partito.

In fondo esiste un solo dissenso fondamentale tra noi e la Centrale e l’Internazionale, e ad esso tutti i punti di contrasto possono essere ridotti. Riservandomi di fare un’esposizione completa nella riunione plenaria, mi limiterò ad indicare qui i punti fondamentali.

Anzitutto per quanto riguarda l’ideologia, noi riteniamo di essere sulle linee del marxismo rivoluzionario, mentre sono i compagni della Centrale che si sono staccati da esse, accostandosi a concezioni filosofiche idealistiche che la stessa Internazionale condanna.

Circa la natura del partito, noi sosteniamo che esso è un organo della classe operaia. Il sostenere che il partito è parte e non organo della classe operaia è indice di una preoccupazione di identificare in modo statistico il partito e la classe ed è il sintomo di una deviazione opportunistica. L’identificazione statistica del partito e della classe è sempre stata una delle caratteristiche del laburismo opportunista.

Noi neghiamo che l’organizzazione per cellule tenda a dare al partito uno spirito proletario. Affermiamo anzi che tende a toglierli questo spirito, facendo prevalere uno spirito corporativistico. È inesatto affermare che non esista più in Italia il problema di combattere contro il corporativismo. Questo problema esiste e solo il partito, come organo unitario della classe operaia, può risolverlo.

Nel dibattere questo problema, si è avuto un singolare esempio del metodo che consiste nel presentare le posizioni della Sinistra come posizioni di destra. Si è detto che noi non abbiamo fiducia nel proletariato. Ora noi ricordiamo che questo stesso argomento veniva presentato contro i rivoluzionari dai riformisti. Oggi, come in quei tempi della lotta contro il riformismo, noi siamo contrari all’ottimismo operaista demagogico e lo consideriamo una pericolosa deviazione.

Per quanto riguarda la tattica, cioè l’azione del partito in rapporto con le situazioni, riteniamo che le formulazioni presentate dalla Centrale del partito siano molto pericolose. Ad esempio ora si dice che il partito deve rimanere "in qualunque situazione" in contatto con le masse per esercitare una influenza predominante su di esse. Questa non è più nemmeno una tesi di Lenin. Lenin formulò la tesi della conquista della maggioranza in un periodo che era considerato come precedente una lotta per la conquista del potere.

Lenin oppose questa Tesi alla tesi della «offensiva», cioè alla tesi secondo la quale sarebbe possibile al partito comunista di lottare per la conquista del potere anche senza avere sotto il suo controllo una parte decisiva delle masse. Noi accettiamo la tesi di Lenin come egli l’ha formulata, cioè per il periodo che precede la conquista del potere, ma respingiamo l’estensione di essa che ora si vorrebbe fare e consideriamo anzi questa estensione come un passo verso l’opportunismo. Essa contraddice del resto anche alla storia del bolscevismo. Questa storia ha mostrato che vi sono dei periodi in cui è meglio essere pochi che molti. Questa divergenza è considerata da noi come allarmante.

Circa le questioni internazionali, che noi poniamo deliberatamente al primo piano, noi affermiamo che esiste una crisi nella Internazionale comunista. Questa crisi trae origine dal fatto che non si è sempre seguita una via giusta nella costruzione dei partiti comunisti. Ci si è dimenticati che talora non ci si deve preoccupare del successo immediato, quanto di conquistare posizioni stabili, che non si perderanno più nell’avvenire. In un primo periodo si ebbe la sola preoccupazione di raccogliere delle forze, senza badare se si trattava di forze schiettamente comuniste, in seguito si dovette iniziare una serie di epurazioni e tutti i partiti dovettero attraversare delle crisi profonde. Questa condizione di cose ha le sue ripercussioni anche sull’attuale situazione dell’Internazionale.

Con lo stesso sistema furono risolte le questione di tattica, cioè non secondo una linea chiara, precisa e immutabile, ma con un deplorevole «eclettismo», che viene giustificato dal proposito di tenere conto del mutare delle situazioni oggettive. L’esempio più evidente si ha per ciò che riguarda i rapporti tra il movimento politico e il movimento sindacale. In un primo tempo si accettarono nelle file dell’Internazionale comunista delle organizzazioni che avevano carattere sindacale, venendo meno in questo modo a principi fondamentali d’organizzazione (I.W.W., sindacalisti spagnoli, ecc.).

Poi venne fondata la Internazionale Sindacale Rossa e si stese tutto un piano di azione per fare aderire ad essa i movimenti sindacali dei singoli paesi; naturalmente si sostenne che questo era il solo metodo giusto. Ma al V Congresso, e, quel che è più grave, senza nessuna adeguata preparazione e discussione, una terza via venne adottata, quella della lotta per l’unità organica del movimento sindacale internazionale. È questo metodo di ricerca eclettica e «politicantistica», dominato dalla sola preoccupazione del successo immediato, che ci ha portati all’insuccesso. Si contava di prendere tutto e invece niente è andato a posto e oggi siamo più deboli di prima.

A quest’errata impostazione dei problemi politici e di tattica generale, si accompagna un fondamentale difetto del metodo di lavoro interno dell’Internazionale. È errato il sistema che viene seguito per la creazione delle direzioni dei singoli partiti, errato il sistema con il quale vengono impostate e dirette le discussioni dei Congressi mondiali. Noi accettiamo in questo campo le critiche formulate da Trotzki al metodo di lavoro dell’Internazionale.

Alla crisi esistente nell’Internazionale si vorrebbe riparare colla cosiddetta bolscevizzazione. Noi respingiamo questa parola d’ordine in quanto essa significa una artificiale e meccanica trasposizione nei partiti occidentali dei metodi che erano propri del partito russo.

Con la bolscevizzazione si cerca di risolvere questioni che sono politiche con formule di carattere organizzativo. Così si fa ad esempio per quanto riguarda il frazionismo. Su questo punto vi è una contrapposizione diretta tra la posizione nostra e quella della Centrale del nostro partito. La Centrale ha fatto una campagna contro il frazionismo che era una vera e propria campagna di disfattismo.

Da questa campagna gli operai sono stati respinti verso l’unitarismo puro, che è una posizione sbagliata. La questione del frazionismo non è risolubile sul terreno organizzativo e disciplinare ma solo sul terreno politico e storico. Se l’Internazionale non sarà diretta bene il frazionismo dovrà per forza sorgere perché l’origine di esso sta precisamente nella inadeguatezza dell’organizzazione internazionale a risolvere i problemi storici del proletariato nel momento presente. Una campagna contro il frazionismo condotta con i sistemi usati dalla Centrale del nostro partito avrebbe portato a conseguenze assai gravi se non vi fosse stato in noi il proposito di evitare ogni pericolo per la compagine del partito.

Un altro degli aspetti fondamentali della campagna della bolscevizzazione è quello che riguarda la trasformazione organizzativa per cellule. Noi siamo contrari al fare dell’organizzazione per cellule una questione di principio. Riteniamo inoltre che per i partiti non russi la base dell’organizzazione deve essere territoriale e le cellule devono essere organi emananti dal partito per il lavoro da compiere nelle officine.

Quanto alla tattica noi manteniamo le nostre vecchie critiche alle parole d’ordine del fronte unico e del governo operaio. E ad esse aggiungiamo nuove critiche ai nuovi atteggiamenti tattici, di cui abbiamo visto i primi esempi nella tattica seguita dalla Centrale italiana verso l’Aventino, nella tattica consigliata al partito tedesco per le elezioni presidenziali e nella tattica seguita dal partito francese nelle elezioni municipali (Clichy). Questi nuovi atteggiamenti tattici sono in relazione con la valutazione della situazione oggettiva. È bene che si sappia che noi siamo fondamentalmente d’accordo con questa valutazione (stabilizzazione temporanea del capitalismo) ma che ci allarmano le deduzioni tattiche e politiche che da essa si vorrebbero trarre. Noi riteniamo che anche in questo periodo vi è una politica rivoluzionaria da fare. Invece, da parte della corrente che prevale nell’Internazionale e nel nostro partito, la determinazione della politica del partito in questo periodo si fa in dipendenza di un contrasto artificiale e non marxista fra due frazioni della borghesia. Si sopravaluta il dualismo fra la destra e la sinistra borghese. Si presenta il fantasma di una parte della borghesia la quale vorrebbe disfare i progressi compiuti nei decenni passati per concludere che alla classe operaia spetterebbe di manovrare per mantenere questi progressi. Noi riteniamo che un errore compiuto in questa direzione è più grave che un errore compiuto nella direzione opposta, cioè nella direzione di svalutare i contrasti tra le diverse frazioni della borghesia.

Gramsci - Anche per un errore di quest’ultimo genere compiuto dal nostro partito il fascismo ha potuto così agevolmente andare al potere.

Rappresentante della Sinistra - Il vostro errore è proprio quello di sopravalutare il pericolo della vittoria di un gruppo borghese di destra. La vittoria del fascismo fu resa possibile dalla politica di concessioni al movimento operaio che era stata fatta dalla borghesia di sinistra durante il periodo democratico. Quelle concessioni servirono ad evitare che si formasse un’unità operaia. La libertà di muoversi del proletariato nel periodo democratico era quindi una condizione controrivoluzionaria e noi dobbiamo impedire che si ritorni alla stessa situazione combattendo fin d’ora contro la illusione che esista una borghesia di sinistra.

Voi non avete contribuito a distruggere quest’illusione ed avere lasciato che il proletariato cadesse sotto la influenza di altre classi.

È verissimo che il partito non può limitarsi a far solo del proselitismo come non può limitarsi a guidare delle azioni parziali. Esso deve però porre oggi il problema di domani premunendosi contro le influenze controrivoluzionarie delle due politiche della borghesia. Per questo la vostra tattica contro l’Aventino è stata fondamentalmente sbagliata. Nella proposta dell’Antiparlamento voi avete presentato il problema della libertà, ecc. come un problema pregiudiziale, cioè avete accettato il terreno delle Opposizioni. Questo voleva dire pregiudicare la nostra situazione anche di fronte ad un eventuale sviluppo rivoluzionario. Noi pensiamo, infatti, che anche se le Opposizioni avessero ingaggiata la lotta contro il fascismo noi avremmo potuto intervenire utilmente in questa lotta e volgerla ai nostri fini soltanto se la massa non avesse mai veduto nessun punto di contatto fra noi e le Opposizioni. Ogni contatto o parvenza di contatto fra noi e le Opposizioni contribuiva infatti a mantenere gli operai sotto la influenza di esse.

Per quanto si riferisce alla tradizione del partito, la sinistra ritiene di rappresentare la tradizione e la continuità della lotta contro le deviazioni opportunistiche e contro il centrismo.

Noi non crediamo che si possano fare proposte di azione né risolvere i problemi del partito italiano se prima non sono state risolte le questioni nel piano internazionale. Il problema fondamentale per noi è quello dell’Internazionale Comunista. Per risolvere questo problema è assolutamente inadeguato il metodo di teorizzare le esperienze del partito comunista russo. La nostra opinione è invece che le stesse questioni del partito comunista russo non possono oggi venire risolte se non in base ad elementi tolti dalla esperienza della lotta di classe come si svolge negli altri paesi. Una conferma dell’esattezza di quest’opinione si ha dalla recente discussione che si è svolta nel partito russo. Noi abbiamo su questa discussione informazioni minime, ma è certo che essa investe problemi i quali sono collegati con tutta la situazione internazionale. Di questi problemi si deve discutere in tutte le Sezioni dell’Internazionale e per questo noi siamo rimasti molto stupiti nel leggere una lettera del partito comunista russo in cui si esprime il desiderio che i problemi recentemente discussi nel Congresso russo non siano oggetto di discussione negli altri partiti. A parte questo: il modo come si è svolta la recente discussione dimostra che quella piattaforma che si vorrebbe far credere consenta la risoluzione di tutti i problemi che si presentano ai diversi partiti nell’attuale periodo storico (l’imperialismo) è una piattaforma molto instabile in quanto pur richiamandosi ad essa si possono compiere delle oscillazioni così profonde come quelle che sono apparse nella discussione russa.

In conclusione noi riteniamo che l’unico modo di risolvere la nostra crisi e quella dell’Internazionale è di iniziare una seria ed esauriente discussione sui problemi dell’Internazionale stessa.

(in Critica Marxista, n. 5/6,1963).

 
 
 
 
 
 
 



Intervento su
- Il problema della tattica nella Internazionale
- Il "Periodo Matteotti"
- Il Comitato d’Intesa


Il compagno Bordiga ha trattato a lungo di tutte le questioni generali, cosicché non rimane che ritornare brevemente su qualche punto particolare risultato dalla discussione e sulle questioni che Bordiga non ha avuto il tempo di sviluppare nel suo magistrale discorso.
 
   
[Il problema della tattica nella Internazionale]

  
Circa la costituzione e lo sviluppo della nostra Internazionale comunista, noi abbiamo ripetute volte sentito dire dai massimalisti che l’Internazionale rappresenta uno strumento dello Stato russo, il quale se ne serve per i suoi fini di espansione e di difesa nell’Occidente.

I nostri centristi hanno un concetto che – per quanto diverso da quello massimalista – non risponde affatto ai criteri che dovrebbero guidare l’azione per una effettiva realizzazione del partito comunista mondiale. Pensano, i nostri centristi, che il partito russo, avendo condotto il proletariato alla vittoria, sia immunizzato contro ogni pericolo e che basti quindi una comparazione meccanica delle situazioni che si attraversano, con quelle attraversate dal partito russo, per dedurne i procedimenti tattici da adottare. Non discuto ora del giustissimo e fondamentale rilievo fatto da Bordiga sulla diversità delle condizioni in cui si svolge oggi la lotta rivoluzionaria nell’Occidente nei confronti delle posizioni delle classi nella Russia, dove il proletariato si è impadronito del potere politico prima che la borghesia riuscisse ad instaurare un’epoca di proprio dominio politico. Voglio solo rilevare che il marxismo, e cioè la teoria della lotta rivoluzionaria, non consiste affatto in una accumulazione di meriti verso il proletariato, ma nella giusta soluzione tattica da applicare ad un processo reale della lotta di classe. I criteri tante volte ripetuti da Bordiga a questo proposito, appaiono ancora oggi i meglio rispondenti per trovare una effettiva soluzione a questo problema generale della tattica. Occorre consolidare le esperienze del proletariato, le quali rappresentano la più completa conferma della teoria marxista, in regole tattiche le quali rappresentino [una parola illeggibile] per i troppi leninisti di oggi, i quali vorrebbero disprezzare Lenin ed il leninismo fino a farne una teoria che consenta le acrobazie politiche su cui si dilettano i dirigenti attuali del nostro partito.

Per noi il processo di costruzione e di sviluppo dell’Internazionale comunista si spiega come il prodotto dialettico delle esperienze del proletariato di tutti i paesi e del rigenerarsi della dottrina marxista, rigenerazione dovuta particolarmente al Partito russo ed in specie al suo capo, Lenin. Bordiga ha già dimostrato che per il movimento proletario la teoria "ordinovista" consisteva appunto nel divulgare a posteriori le esperienze russe, ma non è riuscita mai (appunto perché si tratta di una teoria non marxista) ad approfondire seriamente il sostanziale metodo marxista e bolscevico per risolvere, e talvolta anticipare, le soluzioni da dare alle lotte proletarie.

L’esposizione fatta da Bordiga sulle vicende italiane della guerra, della scissione, della lotta armata e dei problemi dei "consigli" ha questo grande valore per il nostro partito: la corrente che egli ha rappresentato da circa 15 anni in Italia costituisce un reale contributo alle esperienze internazionali, apportate dal proletariato italiano, come sezione dell’Internazionale Comunista. Ciò risulta, in contrasto con i centristi, ed in modo particolare dal diverso giudizio dato alla scissione di Livorno. Questa rappresenta, per i centristi, una applicazione delle esperienze russe alla situazione italiana, mentre per noi essa rappresenta una confluenza spontanea delle lotte proletarie italiane verso l’unico sbocco che ha portato alla costituzione dell’Internazionale e che ha riposto nella sua giusta e completa luce l’applicazione del metodo marxista allo studio ed alla soluzione dei problemi generali e tattici del movimento proletario.

La differenza fra noi ed i centristi, sulla questione del contributo da portare all’effettivo progresso della nostra Internazionale, ha un risalto particolare nella documentazione fatta da Bordiga, il quale ha dimostrato che per i problemi capitali dell’azione proletaria (la guerra, la scissione, ecc.) gli attuali maestri di bolscevizzazione sono stati in contrasto con quella corrente del movimento italiano che, in quegli avvenimenti, suggeriva le soluzioni veramente bolsceviche, le quali se non erano il facile risultato dell’esame superficiale delle esperienze russe, erano però il prodotto del ben più difficile esame della situazione per la giusta applicazione delle teorie marxiste.

Questo dissenso, oltre ad avere una grande importanza per le questioni internazionali, ha anche il riflesso nella esperienza sulla quale siamo chiamati a giudicare in modo particolare, cioè sull’azione svolta dal nostro partito in occasione del periodo Matteotti.

Bordiga ha detto che è di importanza grandissima per il nostro partito il conoscere quello che nel campo tattico si deve fare, ma che è di altrettanta importanza il conoscere quello che in tale dominio il partito non deve fare. Questa teoria dei "limiti" è stata combattuta in altra occasione, ed anche qui, dalla corrente qualificata di destra del partito, ed è stata qualificata antileninista. Io affermo per certo che la fatica di trovare nei testi di Lenin un’effettiva confutazione del pensiero di Bordiga è fatica veramente sprecata. Lenin ha sempre sottolineato che la soluzione dei problemi di tattica consiste nell’applicazione delle teorie marxiste alle situazioni concrete, applicazione che deve essere fatta tenendo sempre presente che nessuna concessione di principio deve essere fatta. Questa "nessuna concessione" significa appunto che ogni tattica, la quale dia pure la illusione di successi momentanei, a prezzo di abbandonare i limiti dei nostri principi, è destinata, presto o tardi, a delle gravi conseguenze per il proletariato.

[Mancano una decina di righe]... che talvolta assume forme clamorose, delle classi medie, ha gravi conseguenze per il nostro partito e costituisce uno di quei limiti che ci auguriamo siano imposti all’azione dei leninisti alla moda.

I nostri centristi, in merito alla tattica ed alla necessità per il partito che essa si adatti alle situazioni, hanno insistito particolarmente su quest’aspetto del problema: adattarsi alle situazioni senza però compromettere l’autonomia e l’indipendenza del partito. Questa posizione, stile V Congresso, ha trovato un grande sviluppo nella teoria del fronte unico rimessa a nuovo.

Per noi l’autonomia del nostro partito non è cosa formale, non è il risultato dell’abilità o dell’astuzia dei dirigenti comunisti, sia pure se essi si credono preservati da contaminazioni per avere molte volte discorso di comunismo. L’autonomia del partito è per noi possibile alla sola condizione che essa risponda all’autonomia della classe proletaria nella lotta contro la borghesia ed alla convinzione assoluta che in questa lotta la direzione effettiva spetta al proletariato, il quale trova un concorso nelle classi medie, assumendosi esso il compito di risolverne le principali rivendicazioni incompatibili con il mantenimento del regime capitalistico. Inoltre, a questa autonomia bisogna badare con la massima attenzione, particolarmente nei momenti in cui appare che una temporanea rinuncia potrebbe darci dei grandi successi, e questo perché allorquando tentiamo di riprendere una posizione di indipendenza è proprio allora che questa posizione di indipendenza diventa particolarmente difficile, nello stesso momento in cui risulta chiaro che quell’apparente successo non è stato in realtà che un successo borghese, conseguito sia pure attraverso un apparente intervento clamoroso delle classi medie. In conclusione l’autonomia di un partito è il prodotto dialettico, conseguito dalla giusta e preventiva soluzione rivoluzionaria che il partito dà all’azione del proletariato.
 
 

[Il "Periodo Matteotti"]
 

Un esempio varrà a chiarire la nostra critica e l’importante conseguenza che ne deriva per il nostro partito. Nell’ottobre o novembre 1923, alle prime avvisaglie elettorali, mentre i partiti delle classi medie sostenevano la necessità dell’astensione elettorale per la lotta contro il fascismo e naturalmente adombravano l’astensione con argomenti di una pretesa fedeltà al proletariato ed alla sua liberazione, il partito comunista interveniva con un tempestivo comunicato dell’Esecutivo per la partecipazione attiva alla lotta elettorale. Questo comunicato suscitò l’indignazione dei riformisti, dei massimalisti, e – nell’interno del nostro partito – la opposizione di elementi della destra. Noi crediamo che il partito abbia giustamente interpretato in quel momento la sostanza dell’effettiva tattica rivoluzionaria del proletariato. Come conseguenza di questa tattica del partito si ebbe, dopo una relativa incertezza della massa del partito, spiegabilissima per la compressione fascista, un intervento attivo di tutti i compagni nella lotta elettorale ed un notevole consenso del proletariato. Non tocco la questione del successivo contegno del partito con le liste dell’Unità Proletaria, [niente] affatto consigliabile per il partito, e mi limito a rilevare, per i centristi che in buona o mala fede hanno falsificato il dissenso con Lenin sulla questione dell’astensionismo, che in quell’occasione fu pubblicato un articolo di Bordiga in cui egli si dichiarava nettamente favorevole alle elezioni, e per le stesse ragioni rivoluzionarie che gli consigliarono le note tesi astensioniste all’epoca del baccanale liberaloide di Nitti.

In conclusione all’epoca della lotta elettorale il nostro partito non fece alcuna concessione alle pretese astensioniste dei partiti della media borghesia e si mantenne rigidamente sulla linea classista rivoluzionaria del proletariato, riuscendo così ad accelerare il processo di ripresa proletaria che ebbe una manifestazione evidente in occasione del periodo Matteotti.

E veniamo ora alla tattica seguita dal partito verso l’Aventino, da cui si vede chiaramente che un diverso comportamento del partito, che ha dimenticato i "limiti" dell’azione proletaria, ha avuto per conseguenza una grave confusione ideologica nell’interno stesso del partito e lo smarrimento effettivo dell’autonomia comunista.

L’analisi della situazione determinatasi subito dopo l’uccisione di Matteotti apparirebbe concorde tra noi e i centristi in quanto, contro l’interpretazione socialdemocratica sulla sempre crescente emozione per il delitto, i comunisti ritennero trattarsi di una ripresa della lotta di classe del proletariato contro la borghesia, ripresa di cui le elezioni erano state una prima espressione, sebbene meno evidente e decisa. Ho detto che l’analisi "apparirebbe" concorde, mentre di fatto ciò non era, come lo dimostra la relazione Gramsci al Comitato Centrale in cui predominano le note sulla situazione democratica e sulla disorganizzazione del proletariato, con il maggior risalto ad una certa ripresa delle classi medie contro l’influenza ed il soggiogamento al fascismo.

Stabilita una corretta analisi comunista, vediamo quale doveva essere la tattica del partito fin dal primo momento della maggiore indecisione del fascismo e quale fu invece la linea seguita. A nostro parere, immediatamente, il partito doveva tracciare la linea classista rivoluzionaria del proletariato, denunciando come contraria agli interessi proletari la tattica dell’Aventino. Questo – proseguendo nella stessa tattica astensionista prospettata alle elezioni politiche – disertando l’aula parlamentare prospettò, all’epoca stessa di un’intensa ripresa proletaria, un obiettivo chiassoso per attrarvi l’attenzione delle classi lavoratrici, il che equivaleva a stornare le masse dai loro postulati classisti e dalla azione che ne seguiva con l’ingombro della famosa questione morale.

I nostri centristi hanno dovuto infine riconoscere pubblicamente nelle opposizioni le indispensabili alleate del fascismo, nel senso che tutta la loro azione mirava ad impedire che il proletariato profittasse dell’incertezza interna borghese, al fine di ristabilire alcune delle perdute posizioni contro la borghesia. I centristi affermano però ancora oggi che, per quanto convinti fin dal principio che le opposizioni borghesi svolgevano un’attività puramente borghese, era indispensabile per il partito disertare l’aula parlamentare e partecipare alle prime riunioni dell’Aventino per non perdere il contatto con le masse la cui maggioranza schiacciante era per le opposizioni. Rileviamo anzitutto, in linea di fatto, che l’Esecutivo del partito, il quale era in condizione di seguire direttamente gli avvenimenti politici, ancor prima di conoscere l’orientamento delle masse, dettò il noto atteggiamento che noi combattiamo. E qui si pone bene la critica svolta, sempre dalla Sinistra, contro l’equivoca tattica della conquista della maggioranza, tattica che, pur tenendo conto di un irrefutabile postulato marxista sulla necessità della lotta delle masse e sulla insufficienza dell’azione di reparti marcianti all’offensiva, isolatamente dal proletariato, lascia tuttavia la strada aperta ai più pericolosi opportunismi.

In concreto l’Esecutivo del partito, prima ancora delle masse e del partito, ebbe di fronte la situazione culminata nell’uscita delle opposizioni dal parlamento. Allora gli elementi marxisti per giudicare della tattica del partito non potevano essere che quelli classisti, e, stabilito che l’Aventino corrispondeva direttamente ai fini di classe della borghesia la quale, per scansare il pericolo proletario, rimetteva in linea la chiassosa attività scandalistica delle classi medie, l’Esecutivo del partito doveva pronunciare immediatamente l’autonomia del partito e della classe proletaria, distinguersi nettamente dalle opposizioni restando nel parlamento con una dichiarazione di energico attacco al fascismo ed alla socialdemocrazia. In quei momenti, oltre alla propaganda dell’azione di classe, restava a noi il dovere di forzare la situazione nell’interno della Confederazione Generale del Lavoro e di far leva sui movimenti che si delineavano sia fra il proletariato che fra i contadini.

Se questo il partito avesse fatto, le conseguenze ne sarebbero risultate evidenti: il giorno dopo il delitto, gli iscritti al partito e le schiere proletarie a noi vicine, invece di diventare propagandisti per l’Aventino, sia pure con riserve e condizioni, avrebbero rappresentato l’elemento chiarificatore e rivoluzionario che prende simultanea posizione contro il fascismo e contro le opposizioni e non vuole lasciare alla borghesia la possibilità di sostituire l’uno all’altro metodo della dominazione di classe, ma si assume esso il compito di guidare le masse alla lotta contro il fascismo rifiutando ogni qualsiasi impostazione democratica sul dilemma: «democrazia-fascismo», ma indirizzando invece tutta l’azione sul dilemma: «dittatura proletaria-dittatura borghese, sia essa fascista o democratica».

In questa esperienza concreta si sente tutta la insufficienza della tattica per la conquista della maggioranza, intesa secondo l’edizione ufficiale, se ne vedono i pericoli opportunisti, mentre si scorge chiaramente che nelle situazioni il partito ed i suoi apparati dirigenti hanno il dovere non di esaminare da quale parte si trovi il proletariato (il che di fatto è impossibile), ma di guardare spregiudicatamente ai fenomeni di classe, per stabilire la direttiva comunista che sarà certamente accettata dal proletariato, il quale, anche nell’episodio Matteotti, ha dimostrato di avere maggiore coscienza non solo dei socialdemocratici, ma anche delle sfere dirigenti del nostro partito.

Come conseguenza dell’errato atteggiamento del partito si è avuto, per confessione degli stessi dirigenti, che la massa dei nostri iscritti ha manifestato una certa opposizione contro la successiva tattica, allorquando si abbandonò finalmente l’Aventino. Questa incertezza come la si spiega?

Innanzi tutto rileviamo che in occasione delle elezioni si ebbe – come abbiamo detto – un inverso processo: dopo le prime esitazioni, il partito accettò entusiasticamente la tattica partecipazionista, che era la tattica dell’autonomia e dell’indipendenza del proletariato, mentre nell’episodio Matteotti, smarritasi per colpa dei dirigenti l’autonomia del partito nel momento in cui era invece più indispensabile mantenerla, la massa tardò a disporsi sulla direttiva nettamente proletaria. Ciò dimostra che l’autonomia del partito non è mai il risultato della discutibilissima abilità dei capi, ma è la conseguenza logica dell’autonomia di classe del partito. Una volta entrati nell’Aventino, fin quando là si restava, ed anche dopo per qualche periodo, la nostra indipendenza era effettivamente compromessa.

L’errore del corpo dirigente del nostro partito fu grave. Nei momenti della crisi, e di una crisi grave come quella Matteotti, la borghesia pone in azione dei potenti diversivi per ostacolare nel proletariato la visione dei problemi di classe e particolarmente di quelli ultimativi. Chi agita questi diversivi nel campo proletario è la socialdemocrazia riformista e massimalista; dobbiamo però riscontrare che, sia pure in diversa misura, questi diversivi sono stati, per qualche tempo, propagati, nel partito e nel proletariato, dai nostri dirigenti responsabili.

I nostri centristi vorrebbero rappresentarci come il non plus ultra dell’abilità tattica leninista la partecipazione all’Aventino con il solo proposito dei fare delle proposte, la non accettazione delle quali determinerebbe uno spostamento delle masse influenzate dalle opposizioni. Dobbiamo rilevare questo strano modo di concepire il lavoro rivoluzionario fra le masse. Si pretenderebbe che, mentre il panorama politico è dominato, ad esempio, dal contrasto fra il fascismo e le opposizioni che disertano il parlamento, le grandi masse dovrebbero attribuire una grandissima importanza alle particolari ragioni per le quali il partito aderisce, sia pure temporaneamente, alle opposizioni. Per noi il problema è molto diverso e consiste in un’energica presa di posizione anche contro lo stesso Aventino.

Nessuno può negare che nelle giornate del giugno le masse italiane hanno visto preminente ed esclusivo il contrasto fra fascismo ed opposizioni, appunto perché il nostro partito – con la permanenza nel parlamento e con il lavoro rivoluzionario conseguente – non pose in modo aperto e deciso, il vero contrasto di classe ed il dilemma fra dittatura borghese e dittatura proletaria.

Ma se, formalmente, il partito nostro uscì dalle opposizioni nel giugno, sostanzialmente esso vi rimase fino al novembre e cioè fino alla dichiarazione di Repossi in parlamento. Difatti, dopo la dichiarazione Gramsci dell’agosto, dominata da fallaci previsioni, nei mesi di settembre ed ottobre non è stata resa pubblica alcuna chiara impostazione del problema del reingresso nel parlamento. "L’Unità" pubblicava articoli di fondo discordanti e nell’ultimo periodo, precedente alla riapertura del parlamento, istituì – nella rubrica proletaria – una serie di quesiti, pubblicando, indifferentemente, lettere pro o contro il ritorno del gruppo parlamentare nell’aula di Montecitorio. Le opposizioni erano contro il ritorno ed il nostro partito – per l’apparente timore di perdere il contatto con le masse, ma sostanzialmente perché non restava sulla base di classe attuando, per converso, la piattaforma dei partiti delle classi medie – ondeggiava fra le opposte tesi. Ai centristi che ci rimproveravano di dimenticare le masse, dobbiamo ricordare che la rottura definitiva con le opposizioni, e cioè il ritorno del gruppo in parlamento, con la dichiarazione Repossi, è stata conosciuta dal partito e dalle masse per mezzo di giornali che pubblicavano il resoconto parlamentare. Era intervenuta prima la famosa proposta dell’Antiparlamento, che ancora non sappiamo a quali tesi tattiche dell’Internazionale si può essere riferita, trattandosi di una proposta di fronte unico a partiti chiaramente antiproletari, come i popolari, ecc., sulla questione del potere e dello Stato. Finora nessuna tesi dei nostri congressi internazionali aveva autorizzato simili deviazioni gravissime verso l’opportunismo.

A proposito del ritorno nel parlamento abbiamo avuto un’altra prova della giustezza della nostra posizione, che attribuisce al partito il compito di prestabilire la direttiva tattica, sulla base della ideologia marxista, sicuri che su questa direttiva il proletariato si conformerà entusiasticamente. E difatti nessuno potrà contestare il successo ottenuto dalla dichiarazione Repossi che dovrebbe consigliare i centristi ad avere una maggiore fiducia nel proletariato.

Se in tutto il periodo Matteotti il partito avesse tenuta una ben diversa posizione, scindendo fin dal primo momento ogni responsabilità dall’Aventino, esso avrebbe potuto meglio utilizzare il malcontento delle masse contro il nullismo aventiniano, nello stesso momento in cui avrebbe reso possibile, al partito, di spostare notevolmente in avanti la sua capacità rivoluzionaria, accresciuta da una esperienza importante vissuta al lume delle precedenti esperienze rivoluzionarie, e delle nostre dottrine comuniste.
 
 

[Il Comitato d’Intesa]
 

In altre occasioni, e cioè nella discussione sulla questione sindacale, diremo il nostro pensiero sulla questione dei Comitati operai e contadini. Vogliamo ora accennare alla "grande manovra" Miglioli. Le esperienze proletarie passano determinando nelle schiere dirigenti delle rettificazioni che sono tali, anche quando si presentano sotto la veste seducente di lezioni dalle quali si è appreso, ma le stesse esperienze passano per le masse nel senso che le spostano o tendono a spostarle verso l’unico partito di classe cioè verso il partito nostro. Nel Cremonese, uno di questi processi si è verificato, allorquando l’on. Miglioli per mantenere il suo prestigio fra le masse annoverò fra gli uomini politici da frequentare anche esponenti responsabili del nostro partito. Non ricorderò qui tutti gli episodi della manovra iniziata verso Miglioli, rileverò solamente che in una situazione a noi favorevole ed in presenza di una radicalizzazione delle masse in generale, non siamo riusciti a progredire di un passo nella nostra organizzazione comunista ed abbiamo anzi ostacolato, naturalmente senza volerlo, l’entrata nel nostro partito dei migliori elementi, i quali, dopo tremende esperienze toccate al proletariato italiano, sentivano che per difendere gli interessi di classe non vi era che il nostro partito. La manovra verso Miglioli ha avuto per conseguenza che un discutibilissimo successo si raggiungeva verso la persona del capo, mentre alla base nessun reale spostamento si otteneva fra le masse, ove si spargeva l’impressione che non valeva la pena di abbandonare Miglioli, in quanto egli stesso si avvicinava al partito comunista.

Posso qui comunicare che per quante volte il partito abbia tentato di convocare convegni nel cremonese, per quanto molte volte ci si sia posto il problema di applicare praticamente il famoso patto stipulato a Milano per l’entrata nella Confederazione Generale del Lavoro, non un comitato misto a tale scopo siamo riusciti a far sorgere nelle campagne cremonesi. Se qui si volesse dire che il lavoro alla base è mancato per incapacità dell’organizzazione locale, mi si permetta di ricordare che gli interventi contro la Sinistra non sono mai mancati da parte dell’Esecutivo del partito e che valeva davvero la pena di perdere meno tempo nelle grandi manovre dall’alto per curare direttamente un importante processo determinatosi in mezzo alle masse cremonesi dalle grandi esperienze del proletariato italiano.

E vengo ora a parlare del Comitato d’Intesa.

Il V Congresso dell’Internazionale si era chiuso con l’accettazione della nota formula della partecipazione della Sinistra a tutto il lavoro di base, senza la sua partecipazione alla Centrale del partito. Sarebbe difficile portare qui un solo esempio per dimostrare che nel lavoro di base non siano state rispettate le direttive della Centrale, sia nel lavoro di direzione delle Federazioni, sia nella attività svolta da funzionari di sinistra. Invece i nostri centristi concepirono subito un piano di spostamento del partito non sulla base di una discussione ideologica, ma sull’altra di una curiosa questione morale la quale aveva per scopo di ottenere, con poco sforzo, i risultati desiderati. Infatti, subito dopo il V Congresso, nei congressi federali, invece di portare la formula decisa dal V [Congresso] di stabilire una concorde attività pratica, si portò la questione morale del rifiuto – in momenti difficili – a partecipare al lavoro della Centrale e su questa base non era difficile strappare ai compagni voti per la entrata di Bordiga nella Centrale. Lungi dall’esaminare il dissenso nella sua sostanza, per convincere i compagni che le idee di Bordiga erano da rigettare, si richiamava l’attenzione loro sul fatto che tutti hanno gli stessi doveri e che perciò Bordiga doveva entrare nella Centrale. Vien fatto di rispondere indignati a questo sistema deleterio, instaurato nell’interno del nostro partito: i dissensi sul modo di condurre la lotta rivoluzionaria vengono passati in seconda linea, mentre si pone in prima luce il dovere del comunista Bordiga. A proposito di questo dovere mi sia consentito affermare che nessuno dei centristi sarebbe in grado di affermare solamente che non il contrasto ideologico, ma una viltà personale avrebbe consigliato Bordiga a restare fuori dalla Centrale.

Ottenuto qualche voto per l’entrata di Bordiga nella Centrale che – dato il suo ascendente personale – si otteneva con la tattica allora di moda, della maggiore ostentazione dei complimenti al suo indirizzo, si è interrotta questa tattica dopo il congresso federale di Napoli, ma se n’è adottata un’altra della stessa marca. Dopo un articolo di Humbert-Droz, capitato all’improvviso e di netta ostilità contro Bordiga e la Sinistra, in occasione della mancata partecipazione di Bordiga all’Esecutivo Allargato, si è montata contro di lui la più oscena campagna, con il risultato di annebbiare ancora di più la difficile elaborazione comunista nel partito, mentre però alcuni elementi impressionati dalla presunta colpa di Bordiga, si decidevano a condannare le direttive della Sinistra. Un comunista avrebbe dovuto ragionare così: Bordiga sbaglia, sia colpito; ma discutiamo le sue idee. Nel merito della questione della presunta colpa di Bordiga, voglio ricordare che un’apposita dichiarazione sua non fu pubblicata con lo specioso pretesto che conteneva della frasi offensive. Dico specioso pretesto perché i nostri centristi hanno avuto l’inabilità di rendere pubbliche proprio quelle frasi, nel comunicato in cui si sottraeva al suo naturale giudice, cioè il partito, la dichiarazione. Dopo la lettera contro Bordiga per l’Allargato, si ha il defenestramento di due importanti Comitati federali di sinistra, regolarmente eletti dai rispettivi Congressi provinciali, Napoli e Milano. Per il primo si dice trattarsi del fatto che Bordiga non poteva restare alla direzione di una modesta federazione, quando aveva rifiutato di entrare nella Centrale. Per il secondo si prende il pretesto della dimostrazione fatta in occasione della conferenza di Bordiga al Castello Sforzesco. Senza entrare nel merito della questione, affermo che solamente un nuovo congresso provinciale avrebbe potuto ratificare il provvedimento dell’Esecutivo, invece di congressi non si è più parlato e la direzione federale venne assunta di fatto da un commissario straordinario dell’Esecutivo, il quale ha tenuta la direzione fino al nostro congresso nazionale.

E così arriviamo finalmente al Comitato d’Intesa. Un gruppo di compagni, dopo che erano note le deliberazioni dell’Allargato e della Centrale italiana per il congresso, costituisce un comitato che si pone in relazione con l’Esecutivo facendo ad esso delle proposte per la regolazione della discussione. Si è fatto un gran clamore sulla circostanza che la lettera all’Esecutivo giungeva dopo che era stata trasmessa una famosissima circolare, di cui si sono vivisezionate perfino le virgole, al fine di trovarvi il grave attentato frazionista.

L’Esecutivo del partito non aspettava migliore occasione per proseguire nel suo piano, per un’esteriore modificazione delle posizioni nell’interno del partito. Il Comitato d’Intesa è una frazione, mobilitiamo tutto il partito contro la frazione, la scissione, l’Internazionale a Napoli; formuliamo la teoria delle "coincidenze obbiettive" per dimostrare che la sinistra italiana è sulla stessa linea dei massimalisti italiani, di Levy, di Frossard, che la Sinistra è contro il partito e favorisce la penetrazione di agenti provocatori. Come risultati di questa impostazione generale, i provvedimenti preventivi: nessuna possibilità agli accusati di difendersi sull’ "Unità", circolare ai segretari interregionali con l’accluso ordine del giorno. I segretari interregionali avevano il compito di convocare senza indugio i comitati federali, sottoporre loro l’ordine del giorno e defenestrare tutti quelli che non giuravano sulla santa crociata di difesa del partito contro l’offensiva della Sinistra. Dopo un mese circa di questa campagna intervenne l’ordine dell’Esecutivo dell’Internazionale, cui la Sinistra si sottopose e questo dispiacque vivamente ai nostri centristi i quali presero tutte le misure perché il partito non giudicasse bene della prova di disciplina data alle disposizioni dell’Internazionale.

La silenziosa rassegnazione all’oscena campagna, dimostrata dai compagni di sinistra, a nulla valeva, come nulla valeva la dichiarazione di scioglimento del Comitato d’Intesa: si pubblicò il nostro documento nella migliore forma scenica, per impressionare i compagni, mentre già subito si diceva che di fatto la frazione restava e che perciò la vigilanza non era mai eccessiva sulla attività dei sinistri.

Compagni, che cosa è rimasto di questo famoso Comitato d’Intesa? Era esso sorto con fini puramente congressuali, era esso il comitato di una frazione? Intendiamoci anche sul significato della frazione. A mio parere esso costituisce un raggruppamento a fini opportunistici, di compagni che vogliono dare la scalata al potere, o costituisce un raggruppamento di compagni i quali intendono di non potere oltre sottostare alla disciplina del partito per ragioni tattiche e programmatiche. Scartiamo la prima ipotesi perché nessuno ce l’ha attribuita ed anche perché essa trova la sua logica soluzione nelle misure disciplinari a carico dei responsabili. Null’altro caso la frazione è concepibile solamente come una presa di posizione nel partito e nel proletariato su determinati punti programmatici e tattici, in contrasto con le direttive stesse del partito. Non può quindi trattarsi di un movimento segreto, clandestino, ma di una chiara ed aperta presa di posizione da rendere nota non solamente ai dirigenti, ma anche a tutto il partito ed al proletariato.

Ora il Comitato d’Intesa prendeva posizione su che cosa? Su nulla.

Esso chiedeva solamente che la Centrale accettasse alcune proposte per disciplinare e rendere più utile la discussione. Secondo il sistema proprio delle burocrazie, il nostro Esecutivo passò in ultima linea la questione delle proposte del Comitato d’Intesa, che non furono accettate, e si sbizzarrì nel regalare tutte le opinioni frazionistiche e scissionistiche ai compagni di sinistra, al fine di mobilitare il partito contro di essi. Poco male se anche il partito, a pregiudizio del discredito di alcuni compagni, facesse dei passi in avanti. Ma il risultato, dal punto di vista rivoluzionario, è stato completamente negativo: la discussione ha languito in un contraddittorio tra pochi compagni sull’ "Unità" ed alla base in interminabili monologhi dei dirigenti centristi cui difficilmente potevano opporsi gli operai comunisti.

Ma i nostri centristi avevano paura anche degli scritti di Sinistra, la più parte dei quali, oltre alla presentazione scenica sull’ "Unità", erano preceduti da premesse o seguiti da postille che ne falsavano il significato e talvolta allarmavano i compagni sul contenuto degli articoli. Così si è giunti alla votazione ove si è raggiunto il colmo con la disposizione che attribuisce al Centro i voti degli assenti. Se tenete presente che questi hanno rappresentato delle forti percentuali in molte località, che essi non possono essere ritenuti – in generale – fra i migliori compagni e se considerate infine che il partito ha triplicato i suoi effettivi nel secondo semestre del 1924, giungerete ad una diffidentissima valutazione dei risultati che vi vengono presentati.

Concludendo, con i sistemi che vi ho denunciati, si è preteso modificare le opinioni del partito, il quale in altra consultazione, nel maggio 1924, dava la sua grande maggioranza alla Sinistra, sia pure solamente attraverso i voti dei comitati federali e senza una precedente e vasta discussione. Per noi le opinioni che cerchiamo di esprimere, non sono che il risultato di lunghe esperienze rivoluzionarie del proletariato italiano, esperienze le quali resisteranno a tutta la campagna scandalistica manovrata dei nostri dirigenti.

Prima di chiudere voglio accennare alla questione personale del compagno Bordiga. Nelle tesi presentate al partito nel maggio 1924, gli attuali compagni del Centro, dando vita alla corrente del Centro, scrivevano ad un [tre parole illeggibili] così: "Bordiga è il capo della rivoluzione italiana". Oggi essi hanno cambiato parere, mentre noi restiamo dello stesso avviso, ma non per considerazioni puramente personalistiche. Molti compagni centristi amano ridurre il problema della Sinistra al problema Bordiga. È certo che Bordiga rappresenta fra noi – per le doti eccezionali del suo ingegno – il compagno che meglio formula le opinioni della Sinistra, ma egli capeggerà questa corrente alla sola condizione che metta a profitto delle opinioni, che egli ha tante volte espresse, il suo ingegno, la sua volontà, il suo spirito di sacrificio. Se domani egli dovesse comunque cambiare parere, il problema della Sinistra rimarrà integro e diventerà più difficile per il proletariato italiano la elaborazione delle sue esperienze rivoluzionarie, ma Bordiga sarà travolto ed il proletariato farà lo stesso le sue battaglie. In questo senso solamente si può concepire l’apporto di Bordiga alla nostra corrente: tutte le altre formulazioni risentono troppo della necessità di ottenere successi tra i compagni sia pure passando dalle lodi sperticate, che vi ho ricordato, ai villani ed ingiusti attacchi di questi ultimi tempi, che sono il prodotto del fatto che Bordiga non ha cambiato parere.

Si è molto parlato delle frazioni. Bordiga vi ha posto il problema dal punto di vista teorico ed anche pratico; io voglio solo dirvi che se i centristi si propongono di regalare al proletariato italiano la tattica esperimentata nel ’23 in Germania, dove i comunisti trassero tutte le conseguenze della loro tattica generale e finirono in un governo borghese, noi della Sinistra non una ma cento frazioni costituiremo, e siamo certi che la stragrande maggioranza del partito sarà decisamente con noi.
 

(Dal Resoconto stenografico. In parte, in Prometeo, 1928, «La Sinistra e il "periodo Matteotti"»)

 
 
 
 
 
 
 
 

Interventi sulla Questione Agraria
[ Perrone - De Caro ]

 

[Ottorino Perrone]
 

Occorre ristabilire il vero significato delle tesi di Lenin, il quale non ha parlato di compromesso nel senso che il partito comunista debba fare delle concessioni alle ideologie contadine, ma in senso ben diverso ed a condizione che nessun’attenuazione del programma proletario del partito venga fatto nella soluzione della questione agraria.

Nel quadro dell’economia capitalista lo sviluppo industriale non procede in modo parallelo nell’industria e nell’agricoltura. Mentre nella prima i procedimenti moderni trovano largo impiego sì da costituire le premesse per il passaggio alle forme economiche socialiste, nell’agricoltura invece permangono sistemi arretrati di produzione e talvolta residui della stessa economia precapitalistica. Come conseguenza, mentre abbiamo la formazione di un proletariato industriale, nelle campagne, di fronte ad un poco numeroso proletariato agricolo, abbiamo una vasta popolazione lavoratrice non ancora proletaria. Da questa situazione si va – secondo i socialdemocratici – verso la permanenza al potere della borghesia, non potendosi passare alla vittoria rivoluzionaria prima che l’agricoltura sia industrializzata, si va cioè verso una rinuncia alla battaglia rivoluzionaria.

Il valore rivoluzionario delle tesi di Lenin consiste invece nella ben diversa impostazione della questione. Il diverso sviluppo economico nell’industria e nell’agricoltura è una delle caratteristiche fondamentali del sistema capitalistico: nella situazione attuale, in cui sono già mature le premesse proletarie nell’industria, mentre non sono ancora presenti nelle campagne, il proletariato – l’unica classe rivoluzionaria – scatena egualmente la sua battaglia, giungendo alla conclusione che, fra l’economia industriale progredita e quell’agricola arretrata, stabilisce una specie di compromesso.

Ma chi è il protagonista di questo compromesso? Il proletariato da solo ed in modo nettamente autonomo, oppure il proletariato in unione con i contadini, realizzando quest’unione in una specie di fusione nella quale noi rinunciamo a qualcuno dei nostri postulati per attrarre i contadini? È fondamentale nelle tesi di Lenin che le rivendicazioni dei contadini, le quali apporterebbero ad uno sviluppo dell’economia agricola incompatibile con il dominio capitalistico, devono essere utilizzate dal proletariato il quale afferra e consolida la sua dittatura rivoluzionaria.

Questa attività agraria del nostro partito viene sviluppata ponendo degli obiettivi ai contadini e determinando le loro lotte, di cui la guida non viene costituita dai contadini stessi, ma dal proletariato e dal suo partito.

Ogni altra interpretazione delle tesi di Lenin, che vorrebbe portarci a riconoscere ai contadini, ai loro partiti, alle loro rivendicazioni un valore loro proprio rivoluzionario, deve essere respinta perché porterebbe di fatto a pericolose deviazioni e concessioni.

Ora vediamo come deve essere considerato lo sviluppo del capitalismo in Italia. Traspare dalla tesi del Centro che questo sviluppo è contrassegnato da un’intensa attività industriale nel Nord d’Italia, ed in qualche altra regione, mentre nel restante d’Italia l’economia sarebbe esclusivamente contadina. In Italia avremmo quindi delle oasi industriali sparse in un ambiente generale dove predominano forme d’economia arretrate. Ove non esistono le oasi – e particolarmente nel Mezzogiorno d’Italia – sorgerebbero dei problemi particolari propri dei contadini che il partito dovrebbe assecondare.

Uno di questi problemi è quello costituito dalle rivendicazioni autonomiste propagate dai diversi partiti sardo, siculo, molisano d’azione ed il problema capitale per noi – nel campo agrario – sarebbe il problema del Mezzogiorno inteso nel senso di un contrasto tra Nord e Sud, contrasto dal quale il proletariato deve attendersi un grande concorso per la sua azione rivoluzionaria.

Per noi la questione si pone in modo diverso. Innanzi tutto noi dobbiamo considerare l’economia italiana non in modo staccato dall’economia europea, riscontrando in essa un’appendice della vertebra che parte dall’Inghilterra, traversa la Francia, la Germania, l’Italia. Questa è anche la linea della maggiore densità della popolazione. Se poi andiamo a considerare in quale classe risiede da tempo il potere in Italia noi non possiamo non concludere che, se pur è vero che l’industria e il proletariato si agglomerano particolarmente nel Nord, pur tuttavia il capitalismo si è affermato, come classe unitaria che governa secondo i propri interessi, anche in quelle regioni – come il Sud – dove predominano in contadini. La tesi di Lenin sull’imperialismo ci dimostra che i grandi proprietari fondiari si unificano sia per i loro interessi nelle banche che nel governo dello Stato.

Da questa breve analisi noi concludiamo che non esistono né problemi regionali né il problema del Mezzogiorno, ma che noi dobbiamo vedere i problemi di classe, esclusivamente dai rapporti fra il proletariato ed i contadini. Per noi il fatto che si agglomerino i contadini in determinate regioni, non dà luogo ad alcun problema regionale, ma dà luogo al solo problema generale che noi dobbiamo vedere in Italia; perciò la classe di governo in Italia è il solo capitalismo, contro di cui vi è una sola classe capace di combattere e di vincere, e cioè il proletariato, il quale con il suo programma agrario riesce a stabilire un’alleanza rivoluzionaria con i contadini. In luogo di sottovalutare il proletariato che si va sviluppando anche nel Mezzogiorno, occorre valorizzarlo, perché esso è portato ad assimilare rapidamente le esperienze degli operai industriali come abbiamo visto in alcune regioni del Sud.

Dobbiamo anche rilevare che qualsiasi interpretazione delle tesi di Lenin sulla questione nazionale che tende a creare dei problemi nazionali per qualsiasi regione d’Italia, porta a storpiare il valore rivoluzionario di quelle tesi, perciò, ove il capitalismo si è già affermato come classe unitaria del governo, non è possibile pensare a dei problemi nazionali che abbiano valore rivoluzionario. E se noi insistiamo su questo aspetto della questione agraria e nazionale è unicamente perché le ideologie dei vari partiti sardo, siculo, ecc., come lo stesso stamburamento del problema del Mezzogiorno che fornisce ampio materiale elettorale, sono ideologie reazionarie le quali ostacolano nei contadini la visione del problema economico e di classe, la cui unica soluzione effettiva consiste nella loro alleanza con il proletariato.

Riteniamo quindi che, specialmente per la questione agraria, nella quale maggiori sono i pericoli opportunisti, trattandosi del nostro contegno verso classi non rivoluzionarie, occorra essere molto guardinghi e precisi. L’Associazione di Difesa dei Contadini, di cui il partito ha fatto benissimo ad assumere l’iniziativa, deve essere anch’essa valutata giustamente. Si è detto che essa non è un sindacato, ma una associazione politica. La questione viene così posta in modo molto confuso, perché all’epoca attuale non vi è organizzazione che non sia politica o che non svolga delle funzioni politiche. Se però il dire "organizzazione politica" volesse significare che l’Associazione è un partito o una specie di partito, noi ci opporremmo decisamente, giacché essa deve essere da noi considerata elusivamente come una organizzazione dei contadini, di natura economica e sindacale. Per le ragioni che abbiamo detto noi siamo contro tutte la manovrette verso i partiti contadini e gli esponenti di questi partiti (Lussu, Scotti) e sosteniamo che questi partiti debbano essere denunciati come agenti della borghesia nei confronti degli stessi contadini. Se continueremo con le manovre con ciò precluderemo la via allo sviluppo dell’Associazione, nel tempo stesso che gravi deviazioni opportuniste avranno attenuato l’attività ed il programma rivoluzionario del nostro partito.

Porre nella sua giusta luce le tesi di Lenin ed il significato del compromesso che non ci porta a nessunissima nostra concessione, sollevare in tutta la sua ampiezza il problema dell’alleanza rivoluzionaria con i contadini, sulla base del programma agrario del partito, negare l’esistenza d’ogni questione regionale, denunciare come conservatrici e borghesi le autonomie regionali di cui si fanno portatori i partiti contadini, sono le linee di una giusta applicazione dell’attività comunista, che secondo noi deve essere posta a base nella questione agraria.

Queste sono le nostre riserve ed opposizioni sulla questione agraria, oltre a quelle già sviluppate nella discussione generale a proposito di Miglioli, che la Sinistra crede di dover muovere contro la tattica opportunista che si è seguita e che accenna a svilupparsi.
 
 
 
 

[De Caro]
 

Nelle tesi agrarie presentate dal C.C. manca un elemento essenziale del problema contadinesco, e cioè un dato statistico da cui risulti lo sviluppo e la trasformazione della proprietà fondiaria. Ciò per vedere se noi andiamo verso l’accentramento della proprietà fondiaria o verso un sempre crescente frazionamento. Da uno sguardo superficiale nel corso della storia risulta che noi andiamo verso il frazionamento e da ciò si spiega la graduale scomparsa del feudo e del latifondo.

Un altro elemento cha a noi preme di vedere è se con la graduale scomparsa del feudo la proprietà si trasforma in tanti strumenti d’aziende agricole con impiego di capitale industriale e finanziario, o si divide in tante piccole particelle fondiarie in possesso di contadini.

Durante il periodo in cui la crisi capitalistica era più accentuata (1919-1920) noi ci siamo trovati di fronte ad un fatto importantissimo, dal punto di vista politico, della questione agraria. E cioè, mentre la situazione rivoluzionaria maturava con le sue ripercussioni nelle categorie del proletariato industriale, in buona parte delle categorie contadine (specialmente coloni e piccoli proprietari) maturava una capacità finanziaria di acquisto che produsse un numero non indifferente di contratti di compravendita, con un numero non indifferente di frazionamenti. Ciò non ho potuto constatare su scala nazionale, ma per la zona che conosco personalmente potrei fornire in seguito dei dati esatti.

In generale, secondo noi, il lavoratore che acquista proprietà acquista anche un principio di conservazione e quindi perde la principale caratteristica rivoluzionaria, cioè quella di essere un proletario. Quindi per noi la questione agraria va studiata dal punto di vista di conservazione rivoluzionaria e non dal punto di vista di preparazione rivoluzionaria. La rivoluzione comunista d’Italia non sarà mai opera della classe contadinesca: questa tutt’al più può influire sullo sviluppo della rivoluzione iniziata e resa trionfante dal proletariato industriale, nel senso che se il proletariato urbano non trova un valido appoggio nelle classi contadinesche il suo sforzo insurrezionale sarebbe seriamente minato.

Il compagno Gramsci ha detto che durante l’occupazione delle fabbriche furono occupate anche delle terre. Innanzi tutto osserviamo che l’occupazione delle terre fu in proporzione inversa di quella delle fabbriche e che cioè se su cento fabbriche ne furono occupate novantacinque, su cento terre ne furono occupate cinque. Ma quali terre furono occupate? Chi le occupò? Non certo i piccoli proprietari occupavano le terre.

Consideriamo, ad esempio, la provincia di Salerno. Durante l’occupazione delle fabbriche anche in provincia di Salerno furono occupate delle terre. Non certamente nell’Agro Nocerino, caratteristico per lo sviluppo della piccola proprietà, né in Val San Severino, altro ambiente piccolo proprietario, né nella zona del fiume Sarno, ma nella piana di Salerno dove la piccola proprietà e le colonie sono meno diffuse. Dunque gli occupanti furono i braccianti, cioè i proletari agricoli. Con ciò non disconosciamo l’importanza nell’economia del piccolo proprietario. Non disconosciamo i sacrifici cui sono sottoposti, specialmente ora che le tasse opprimono ed affannano. Non disconosciamo che essi hanno più interessi a lottare a fianco del proletariato che della borghesia, ma in pari tempo non possiamo prescindere dalla realtà, la quale è che l’ideologia del piccolo proprietario è l’ideologia della piccola borghesia e piccolo, per noi, significa condizione ed aspirazione per diventare grande.

Il compito del partito è quello di studiare come non perdere il contatto città–campagna e di impedire il reclutamento della guardia bianca specialmente fra i contadini del Mezzogiorno, autentiche vittime, sotto a tutti i rapporti, del sistema capitalistico. Questi obiettivi saranno raggiunti con una sana educazione rivoluzionaria e comunista.

Nella questione agraria è stata giustificata la parola dell’Associazione di Difesa dei Contadini, ma si è troppo identificata questa con un lavoro di complotto esclusivamente dall’alto a mezzo di un ufficio di partito. Malgrado le difficoltà della situazione è da denunciarsi in questa questione il pericolo della visione burocratica dei nostri compiti che si riferisce anche alle altre attività di partito. I rapporti corretti fra Associazione dei Contadini e Sindacati operai devono chiaramente stabilirsi nel senso che i salariati agricoli formano una Federazione aderente alla Confederazione Generale del Lavoro, mentre tra questa e l’Associazione di Difesa deve intercorrere una stretta alleanza centrale e locale.

Nella questione agraria va evitata una concezione regionalistica o meridionalistica per cui si sono già manifestate certe tendenze. Questo si riferisce anche alla questione delle autonomie regionali rivendicate da certi nuovi partiti che si dovevano apertamente combattere come reazionari, anziché intavolare con loro fallaci trattative. Sfavorevoli risultati ha dato la tattica di creare un’alleanza con la sinistra del partito popolare (Miglioli) e del partiti dei contadini. Ancora una volta si sono fatte concessioni ad uomini politici estranei ad ogni concezione classista senza ottenere il desiderato spostamento delle masse, e molte volte disorientando parti dell’organizzazione del partito.

Erroneo è pure sopravalutare la manovra fra i contadini agli effetti di un’ipotetica compagna politica contro l’influenza del Vaticano, problema che certamente si pone, ma che viene così risolto inadeguatamente.

 
 
 
 
 



Dichiarazione della Sinistra
 
Parlerò pacatamente e con pieno senso di responsabilità. Le cose che dico saranno gravi per tutti noi e per il partito, ma si è voluto creare la situazione incresciosa che mi costringe a dirle. Indipendentemente da ogni considerazione di sincerità e purezza maggiore o minore degli individui, io devo qui dichiarare a nome della Sinistra, che i procedimenti che qui si svolgono, non solo non hanno scosso le nostre opinioni, ma costituiscono con la preparazione e organizzazione del Congresso, col programma che si è esplicato, l’argomento più formidabile per la severità del nostro giudizio.

Io devo dichiararvi che il metodo che qui è in azione, e che culmina in un’imposizione, dopo aver attraversato tutto lo svolgimento contro cui noi abbiamo protestato, se resta in voi un residuo di capacità marxista e rivoluzionaria a giudicare partiti e situazioni politiche, ci appare dolorosamente ma sicuramente come metodo deleterio agli interessi della nostra causa e del proletariato.

Si, i sistemi attuali, quelli con i quali si è organizzato questo Congresso, non sono metodi utili per l’elevazione dell’educazione rivoluzionaria del proletariato e del suo partito, non sono, come paiono a voi rappresentanti operai, l’espressione dell’unità e della disciplina, ma esasperano la divisione, inaspriscono il frazionismo, preparano la dilacerazione del partito, e il fallimento della battaglia proletaria.

Il gruppo che è stato artefice di questa politica, io sono costretto a dirlo ora che avete deliberatamente rifiutato la nostra proposta di leale, onesta, disciplinata convivenza nel partito senza la nostra forzata inclusione nella Centrale, quel gruppo a cui ci troveremo vicino al Comitato Centrale se voi non intenderete come sia pericoloso il giungere fino in fondo di questa atroce situazione, noi lo consideriamo come l’esponente del disfattismo opportunista visibilmente avanzato nel partito del proletariato.

Noi crediamo nostro dovere, giunti a questo punto della nostra esperienza di gruppo, il quale, al di sopra delle cifre in cui è piaciuto tradurre la pretesa consultazione del partito, se è o s’illude di essere il rappresentante di un’autentica corrente della classe operaia rivoluzionaria, noi crediamo nostro dovere di dire senza esitazioni e con completo senso di responsabilità questa grave cosa, che nessuna solidarietà potrà unirci a quegli uomini che abbiamo giudicati, indipendentemente dalle loro intenzioni e dai loro caratteri psicologici, come rappresentanti dell’ormai inevitabile prospettiva dell’inquinamento opportunista del nostro partito.

Il procedimento che vediamo assicurarsi un apparente trionfo, che sembra a qualcuno di voi suscettibile di essere salutare, urta talmente con tutto il nostro chiaro e continuo impostamento del problema, traducendosi in una tale ripugnanza per la situazione in cui volete soffocarci, che noi, pur avendo saputo fare tutte le rinunce, per impedire che si rovinasse il partito, siamo sicuri oggi di rendere un servizio alla causa facendo sì che quel procedimento e quel metodo debba dare fino in fondo le esperienze che è capace di dare, perché il proletariato possa giungere a capirlo e a respingerlo al più presto possibile sia pure in una crisi dolorosa del suo cammino.

Se io, se noi siamo vittime di uno spaventevole errore nel valutare così quello che avviene, allora davvero dovremo essere considerati indegni anche soltanto nel partito e dovremo sparire agli occhi della classe operaia. Ma se quella antitesi spietata che noi sentiamo porsi è vera e ci riserva nell’avvenire dolorose conseguenze, allora per lo meno potremo dire di avere lottato fino all’ultimo contro i metodi esiziali che intaccano la nostra compagine, e di avere portato, resistendo ad ogni minaccia, un po’ di chiaro nel buio che qui si è voluto creare. Ora che ho dovuto parlare, giudicate come volete.
 

(in Prometeo, 1 giugno 1928).