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Partito Comunista d'Italia Terzo Congresso, Lione, gennaio 1926 |
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Intervento di un compagno |
Il compagno Bordiga ha trattato a lungo di tutte le questioni generali,
cosicché non rimane che ritornare brevemente su qualche punto particolare
risultato dalla discussione e sulle questioni che Bordiga non ha avuto
il tempo di sviluppare nel suo magistrale discorso.
[Il problema della tattica nella
Internazionale]
Circa la costituzione e lo sviluppo della nostra Internazionale comunista, noi abbiamo ripetute volte sentito dire dai massimalisti che l'Internazionale rappresenta uno strumento dello Stato russo, il quale se ne serve per i suoi fini di espansione e di difesa nell'Occidente.
I nostri centristi hanno un concetto che – per quanto diverso da quello massimalista – non risponde affatto ai criteri che dovrebbero guidare l'azione per una effettiva realizzazione del partito comunista mondiale. Pensano, i nostri centristi, che il partito russo, avendo condotto il proletariato alla vittoria, sia immunizzato contro ogni pericolo e che basti quindi una comparazione meccanica delle situazioni che si attraversano, con quelle attraversate dal partito russo, per dedurne i procedimenti tattici da adottare. Non discuto ora del giustissimo e fondamentale rilievo fatto da Bordiga sulla diversità delle condizioni in cui si svolge oggi la lotta rivoluzionaria nell'Occidente nei confronti delle posizioni delle classi nella Russia, dove il proletariato si è impadronito del potere politico prima che la borghesia riuscisse ad instaurare un'epoca di proprio dominio politico. Voglio solo rilevare che il marxismo, e cioè la teoria della lotta rivoluzionaria, non consiste affatto in una accumulazione di meriti verso il proletariato, ma nella giusta soluzione tattica da applicare ad un processo reale della lotta di classe. I criteri tante volte ripetuti da Bordiga a questo proposito, appaiono ancora oggi i meglio rispondenti per trovare una effettiva soluzione a questo problema generale della tattica. Occorre consolidare le esperienze del proletariato, le quali rappresentano la più completa conferma della teoria marxista, in regole tattiche le quali rappresentino una [parola illeggibile] per i troppi leninisti di oggi, i quali vorrebbero disprezzare Lenin ed il leninismo fino a farne una teoria che consenta le acrobazie politiche su cui si dilettano i dirigenti attuali del nostro partito.
Per noi il processo di costruzione e di sviluppo dell'Internazionale comunista si spiega come il prodotto dialettico delle esperienze del proletariato di tutti i paesi e del rigenerarsi della dottrina marxista, rigenerazione dovuta particolarmente al Partito russo ed in specie al suo capo, Lenin. Bordiga ha già dimostrato che per il movimento proletario la teoria "ordinovista" consisteva appunto nel divulgare a posteriori le esperienze russe, ma non è riuscito mai (appunto perché si tratta di una teoria non marxista) ad approfondire seriamente il sostanziale metodo marxista e bolscevico per risolvere, a talvolta anticipare, le soluzioni da dare alle lotte proletarie.
L'esposizione fatta da Bordiga sulle vicende italiane della guerra, della scissione, della lotta armata e dei problemi dei "consigli" ha questo grande valore per il nostro partito: la corrente che egli ha rappresentato da oltre 15 anni in Italia costituisce un reale contributo alle esperienze internazionali, apportate dal proletariato italiano, come sezione dell'Internazionale Comunista. Ciò risulta, in contrasto con i centristi, ed in modo particolare dal diverso giudizio dato alla scissione di Livorno. Questa rappresenta, per i centristi, un'applicazione delle esperienze russe alla situazione italiana, mentre per noi essa rappresenta una confluenza spontanea delle lotte proletarie italiane verso l'unico sbocco che ha portato alla costituzione dell'Internazionale e che ha risposto nella sua giusta e completa luce l'applicazione del metodo marxista allo studio ed alla soluzione dei problemi generali del movimento proletario.
La differenza fra noi ed i centristi, sulla questione del contributo da portare all'effettivo progresso della nostra Internazionale, ha un risalto particolare nella documentazione fatta da Bordiga, il quale ha dimostrato che per i problemi capitali dell'azione proletaria (la guerra, la scissione, ecc.) gli attuali maestri di bolscevizzazione sono stati in contrasto con quella corrente del movimento italiano, che, in quegli avvenimenti, suggeriva le soluzioni veramente bolsceviche, le quali se non erano il facile risultato dell'esame superficiale delle esperienze russe, erano però il prodotto del ben più difficile esame della situazione per la giusta applicazione delle teorie marxiste.
Questo dissenso, oltre ad avere una grande importanza per le questioni internazionali ha anche il riflesso nell'esperienza sulla quale siamo chiamati a giudicare in modo particolare, cioè sull'azione svolta dal nostro partito in occasione del periodo Matteotti.
Bordiga ha detto che è di importanza grandissima per il nostro partito il conoscere quello che nel campo tattico si deve fare, ma che è di altrettanta importanza il conoscere quello che in tale dominio il partito non deve fare. Questa teoria del "limiti" è stata combattuta in altra occasione, ed anche qui dalla corrente qualificata di destra del partito, ed è stata qualificata antileninista. Io affermo per certo che la fatica di trovare nei testi di Lenin un'effettiva confutazione del pensiero di Bordiga è fatica veramente sprecata. Lenin ha sempre sottolineato che la soluzione dei problemi di tattica consiste nell'applicazione delle teorie marxiste alle situazioni concrete, applicazione che deve essere fatta tenendo sempre presente che nessuna concessione di principio deve essere fatta. Questo "nessuna concessione" significa appunto che ogni tattica, la quale dia pure la illusione di successi momentanei, a prezzo di abbandonare i limiti dei nostri principi, è destinata, presto o tardi, a delle gravi conseguenze per il proletariato.
[Mancano una decina di righe]... che talvolta assume forme clamorose, delle classi medie, ha gravi conseguenze per il nostro partito e costituisce uno di quei limiti che ci auguriamo siano imposti all'azione dei leninisti alla moda.
I nostri centristi, in merito alla tattica ed alla necessità che essa si adatti alle situazioni, hanno insistito particolarmente su quest'aspetto del problema: adattarsi alle situazioni senza però compromettere l'autonomia e l'indipendenza del partito. Questa posizione, stile V Congresso, ha trovato un grande sviluppo nella teoria del fronte unico rimessa a nuovo.
Per noi l'autonomia del nostro partito non è cosa formale, non
è il risultato dell'abilità o dell'astuzia dei dirigenti
comunisti, sia pure se essi si credono preservati da contaminazioni per
avere molte volte discorso di comunismo. L'autonomia del partito è
per noi possibile alla sola condizione che essa risponda all'autonomia
della classe proletaria nella lotta contro la borghesia ed alla convinzione
assoluta che in questa lotta la direzione effettiva spetta al proletariato,
il quale trova un concorso nelle classi medie, assumendosi esso il compito
di risolverne le principali rivendicazioni incompatibili con il mantenimento
del regime capitalistico. Inoltre, a quest'autonomia bisogna badare con
la massima attenzione, particolarmente nei momenti in cui appare che una
temporanea rinuncia potrebbe darci dei grandi successi, e questo perché
allorquando tentiamo di riprendere una posizione d'indipendenza è
proprio allora che questa posizione d'indipendenza diventa particolarmente
difficile, nello stesso momento in cui risulta chiaro che quel apparente
successo non è stato in realtà che un successo borghese,
conseguito sia pure attraverso un apparente intervento clamoroso delle
classi medie. In conclusione l'autonomia di un partito è il prodotto
dialettico, conseguito dalla giusta e preventiva soluzione rivoluzionaria
che il partito dà all'azione del proletariato.
Un esempio varrà a chiarire la nostra critica e l'importante conseguenza che ne deriva per il nostro partito. Nell'ottobre o novembre 1923, alle prime avvisaglie elettorali, mentre i partiti delle classi medie sostenevano la necessità dell'astensione per la lotta contro il fascismo e naturalmente adombravano l'astensione con argomenti di pretesa fedeltà al proletariato ed alla sua liberazione, il partito comunista interveniva con un tempestivo comunicato dell'Esecutivo per la partecipazione attiva alla lotta elettorale. Questo comunicato suscitò l'indignazione dei riformisti, dei massimalisti, e – nell'interno del nostro partito – l'opposizione d'elementi di destra. Noi crediamo che il partito abbia giustamente interpretato in questo momento la sostanza dell'effettiva tattica rivoluzionaria del proletariato. Come conseguenza di questa tattica del partito si ebbe, dopo una relativa incertezza della massa del partito, spiegabilissima per la compressione fascista, un intervento attivo di tutti i compagni nella lotta elettorale ed un notevole consenso del proletariato. Non tocco la questione del successivo contegno del partito con le liste dell'Unità Proletaria, affatto consigliabile per il partito, e mi limito a rilevare, per i centristi che in buona o mala fede hanno falsificato il dissenso con Lenin sulla questione dell'astensionismo, che in quell'occasione fu pubblicato un articolo di Bordiga, in cui egli si dichiarava nettamente favorevole alle elezioni, e per le stesse ragioni rivoluzionarie che gli consigliarono le note tesi astensioniste all'epoca del baccanale liberaloide di Nitti.
In conclusione all'epoca della lotta elettorale il nostro partito non fece alcuna concessione alle pretese astensioniste dei partiti della media borghesia e si mantenne rigidamente sulla linea classista rivoluzionaria del proletariato, riuscendo così ad accelerare il processo di ripresa proletaria che ebbe una manifestazione evidente in occasione del periodo Matteotti.
E veniamo ora alla tattica seguita dal partito verso l'Aventino, da cui si vede chiaramente che un diverso comportamento del partito, che ha dimenticato i "limiti" dell'azione proletaria, ha avuto, per conseguenza, una grave confusione ideologica nell'interno stesso del partito e lo smarrimento effettivo dell'autonomia comunista.
L'analisi della situazione determinatasi subito dopo l'uccisione di Matteotti apparirebbe concorde tra noi e i centristi in quanto contro l'interpretazione socialdemocratica sulla sempre crescente emozione per il delitto, i comunisti ritennero trattarsi di una ripresa della lotta di classe del proletariato contro la borghesia, ripresa di cui le elezioni erano state una prima espressione, sebbene meno evidente e decisa. Ho detto che l'analisi "apparirebbe" concorde, mentre di fatto ciò non era, come lo dimostra la relazione Gramsci al Comitato Centrale in cui predominano le note sulla situazione democratica e sulla disorganizzazione del proletariato, con il maggior risalto ad una certa ripresa delle classi medie contro l'influenza ed il soggiogamento al fascismo.
Stabilita una corretta analisi comunista, vediamo quale doveva essere la tattica del partito fin dal primo momento della maggiore indecisione del fascismo e quale fu invece la linea seguita. A nostro parere, immediatamente, il nostro partito doveva tracciare la linea classista rivoluzionaria del proletariato, denunciando come contraria agli interessi proletari la tattica dell'Avventino. Questo – proseguendo nella stessa tattica astensionista prospettata alle elezioni politiche – disertando l'aula parlamentare prospettò, all'epoca stessa di un'intensa ripresa proletaria, un obiettivo chiassoso per attrarvi l'attenzione delle classi lavoratrici, il che equivaleva a stornare le masse dai loro postulati classisti e dall'azione che ne seguiva con l'ingombro della famosa questione morale.
I nostri centristi hanno dovuto infine riconoscere pubblicamente nelle opposizioni le indispensabili alleate del fascismo, nel senso che tutta la loro azione mirava ad impedire che il proletariato profittasse dell'incertezza interna borghese, al fine di ristabilire alcune delle perdute posizioni contro la borghesia. I centristi affermano però ancora oggi che, per quanto convinti fin dal principio che le opposizioni borghesi svolgevano un'attività puramente borghese, era indispensabile per il partito disertare l'aula parlamentare e partecipare alle prime riunioni dell'Avventino per non perdere il contatto con le masse la cui maggioranza schiacciante era per le opposizioni. Rileviamo anzitutto, in linea di fatto, che l'Esecutivo del partito, il quale era in condizioni di seguire direttamente gli avvenimenti politici, ancor prima di conoscere gli orientamenti delle masse dettò il noto atteggiamento che noi combattiamo. E qui si pone bene la critica svolta dalla Sinistra contro l'equivoca tattica della conquista della maggioranza, tattica che, pur tenendo conto di un irrefutabile postulato marxista sulla necessità della lotta delle masse e sull'insufficienza dell'azione di reparti marcianti all'offensiva isolatamente dal proletariato, lascia tuttavia la strada ai più pericolosi opportunismi.
In concreto l'Esecutivo del partito, prima ancora delle masse e del partito, ebbe di fronte la situazione culminata nell'uscita delle opposizioni dal parlamento. Allora gli elementi marxisti per giudicare della tattica del partito non potevano essere che quelli classisti, e, stabilito che l'Aventino corrispondeva direttamente ai fini di classe della borghesia la quale, per scansare il pericolo proletario, rimetteva in linea la chiassosa attività scandalistica delle classi medie, l'Esecutivo del partito doveva pronunciare immediatamente l'autonomia del partito e della classe proletaria, distinguersi nettamente dalle opposizioni restando nel parlamento con una dichiarazione d'energico attacco al fascismo ed alla socialdemocrazia. In quei momenti, oltre alla propaganda dell'azione di classe, restava ai noi il dovere di forzare la situazione nell'interno della Confederazione Generale del Lavoro e di far leva sui movimenti che si delineavano sia fra il proletariato che fra i contadini.
Se questo il partito avesse fatto, le conseguenze ne sarebbero risultate evidenti. Il giorno dopo il delitto, gli iscritti al partito e le schiere a noi vicine, invece di diventare propagandisti dell'Aventino, sia pure con riserve e condizioni, avrebbero rappresentato l'elemento chiarificatore e rivoluzionario che prende simultanea posizione contro il fascismo e contro le opposizioni e non vuole lasciare alla borghesia la possibilità di sostituire l'uno all'altro metodo della dominazione di classe, ma si assume esso il compito di guidare le masse alla lotta contro il fascismo rifiutando ogni qualsiasi impostazione democratica sul dilemma: «democrazia-fascismo», ma indirizzando invece tutta l'azione sul dilemma: «dittatura proletaria-dittatura borghese, sia essa fascista o democratica».
In quest'esperienza concreta si sente tutta l'insufficienza della tattica per la conquista della maggioranza, intesa secondo l'edizione ufficiale, se ne vedono i pericoli opportunisti, mentre si scorge chiaramente che nelle situazioni il partito ed i suoi apparati dirigenti hanno il dovere non di esaminare da quale parte si trovi il proletariato (il che di fatto è impossibile), ma di guardare spregiudicatamente ai fenomeni di classe, per stabilire la direttiva comunista che sarà certamente accettata dal proletariato, il quale, anche nell'episodio di Matteotti, ha dimostrato di avere maggiore coscienza non solo dei socialdemocratici, ma anche delle sfere dirigenti del nostro partito.
Come conseguenza dell'errato atteggiamento del partito si è avuto, per confessioni degli stessi dirigenti, che la massa dei nostri iscritti ha manifestato una certa opposizione contro la successiva tattica, allorquando si abbandonò finalmente l'Aventino. Questa incertezza come la si spiega?
Innanzi tutto rileviamo che in occasione delle elezioni si ebbe – come abbiamo detto – un inverso processo: dopo le prime esitazioni, il partito accettò entusiasticamente la tattica partecipazionista, che era la tattica dell'autonomia e dell'indipendenza del proletariato, mentre nell'episodio Matteotti, smarritasi per colpa dei dirigenti l'autonomia del partito, nel momento in cui era invece più dispensabile mantenerla, la massa tardò a disporsi sulla direttiva nettamente proletaria. Ciò dimostra che l'autonomia del partito non è mai il risultato della discutibilissima abilità dei capi, ma è la conseguenza logica dell'autonomia di classe del partito. Una volta entrati nell'Aventino, fin quando là si restava, ed anche dopo, per qualche periodo, la nostra indipendenza era effettivamente compromessa.
L'errore del corpo dirigente del nostro partito fu grave. Nei momenti della crisi, e di una crisi grave come quella Matteotti, la borghesia pone in azione dei potenti diversivi per ostacolare nel proletariato la visione dei problemi di classe e particolarmente di quelli ultimativi. Chi agita questi diversivi nel campo proletario, è la socialdemocrazia riformista e massimalista; dobbiamo però riscontrare che, sia pure in diversa misura, questi diversivi sono stati, per qualche tempo, propagati, nel partito e nel proletariato, dai nostri dirigenti responsabili.
I nostri centristi vorrebbero rappresentarci come il non plus ultra dell'abilità tattica leninista la partecipazione all'Aventino con il solo proposito dei fare delle proposte, la non accettazione delle quali determinerebbe una spostamento delle masse influenzate dalle opposizioni. Dobbiamo rilevare questo strano modo di concepire il lavoro rivoluzionario fra le masse. Si pretenderebbe che, mentre il panorama politico è dominato, ad esempio, dal contrasto fra il fascismo e le opposizioni che disertano il parlamento, le grandi masse dovrebbero attribuire una grandissima importanza alle particolari ragioni per le quali il partito aderisce, sia pure temporaneamente, alla opposizioni. Per noi il problema è molto diverso e consiste in un'energica presa di posizione anche contro lo stesso Aventino.
Nessuno può negare che nelle giornate del giugno le masse italiane hanno visto preminente ed esclusivo il contrasto fra fascismo ed opposizioni, appunto perché il nostro partito – con la permanenza nel parlamento e con il lavoro rivoluzionario conseguente – non pose in modo aperto e deciso, il vero contrasto di classe ed il dilemma fra dittatura borghese e dittatura proletaria.
Ma se, formalmente, il partito nostro uscì dalle opposizioni nel giugno, sostanzialmente esso vi rimase fino al novembre e cioè fino alla dichiarazione di Repossi in parlamento. Difatti, dopo la dichiarazione Gramsci dell'agosto, dominata da fallaci previsioni, nei mesi di settembre ed ottobre non è stata resa pubblica alcuna chiara impostazione del problema del reingresso nel parlamento. "L'Unità" pubblicava articoli di fondo discordanti e nell'ultimo periodo, precedente alla riapertura del parlamento, istituì – nella rubrica proletaria – una serie di quesiti, pubblicando, indifferentemente, lettere o pro o contro il ritorno del gruppo parlamentare nell'aula di Montecitorio. Le opposizioni erano contro il ritorno ed il nostro partito – per l'apparente timore di perdere il contatto con le masse, ma sostanzialmente perché non restava sulla base di classe, attuando per converso, la piattaforma dei partiti delle classi medie – ondeggiava fra le opposte tesi. Ai centristi che ci rimproverano di dimenticare le masse, dobbiamo ricordare che la rottura definitiva con le opposizioni, e cioè il ritorno del gruppo in parlamento, con la dichiarazione Repossi, è stata conosciuta dal partito e dalle masse per mezzo di giornali che pubblicavano il resoconto parlamentare. Era intervenuta prima la famosa proposta dell'Antiparlamento, che ancora non sappiamo a quali tesi tattiche dell'Internazionale si può essere riferita, trattandosi di una proposta di fronte unico a partiti chiaramente antiproletari, come i popolari, ecc., sulla questione del potere e dello Stato. Finora nessuna tesi dei nostri congressi dell'Internazionale aveva autorizzato simili deviazioni gravissime verso l'opportunismo.
A proposito del ritorno nel parlamento abbiamo avuto un'altra prova della giustezza della nostra posizione, che attribuisce al partito il compito di prestabilire la direttiva tattica, sulla base dell'ideologia marxista, sicuri che su questa direttiva il proletariato si conformerà entusiasticamente. E di fatti nessuno potrà contestare il successo ottenuto dalla dichiarazione Repossi che dovrebbe consigliare i centristi ad avere una maggiore fiducia nel proletariato.
Se in tutto il periodo Matteotti il partito avesse tenuta una ben diversa
posizione, scindendo fin dal primo momento ogni responsabilità dall'Aventino,
esso avrebbe potuto meglio utilizzare il malcontento delle masse contro
il nullismo aventiniano, nello stesso momento in cui avrebbe reso possibile,
al partito, di spostare notevolmente in avanti la sua capacità rivoluzionaria,
accresciuta da una esperienza importante vissuta la lume delle precedenti
esperienze rivoluzionarie, e delle nostre dottrine comuniste.
In altre occasioni, e cioè nella discussione sulla questione sindacale, diremo il nostro pensiero sulla questione dei Comitati operai e contadini. Vogliamo ora accennare alla "grande manovra" Miglioli. Le esperienze proletarie passano determinando nelle schiere dirigenti delle rettificazioni che sono tali, anche quando si presentano sotto la veste seducente di lezioni dalle quali si è appreso, ma le stesse esperienze passano per le masse nel senso che le spostano o tendono a spostarle verso l'unico partito di classe cioè verso il nostro partito. Nel Cremonese, uno di questi processi si è verificato, allorquando l'on. Miglioli per mantenere il suo prestigio fra le masse annoverò fra gli uomini politici da frequentare anche esponenti responsabili del nostro partito. Non ricorderò qui tutti gli episodi della manovra iniziata verso Miglioli, rileverò soltanto che in una situazione a noi favorevole ed in presenza di una radicalizzazione delle masse in generale, non siamo riusciti a progredire di un passo nella nostra organizzazione comunista ed abbiamo anzi ostacolato, naturalmente senza volerlo, l'entrata nel nostro partito dei migliori elementi, i quali, dopo tremende esperienze toccate al proletariato italiano, sentivano che per difendere gli interessi di classe non vi era che il nostro partito. La manovra verso Miglioli ha avuto per conseguenza che un discutibilissimo successo si raggiungeva verso la persona del capo, mentre alla base nessun reale spostamento si otteneva fra le masse, ove si spargeva l'impressione che non valeva la pena di abbandonare Miglioli, in quanto egli stesso si avvicinava al partito comunista.
Posso qui comunicare che per quante volte il partito abbia tentato di convocare convegni nel cremonese, per quante volte ci si sia posto il problema di applicare praticamente il famoso patto stipulato a Milano per l'entrata nella Confederazione Generale del Lavoro, non un comitato misto a tale scopo siamo riusciti a far sorgere nelle campagne cremonesi. Se qui si volesse dire che il lavoro alla base è mancato per incapacità dell'organizzazione locale, mi si permetta di ricordare che gli interventi contro la Sinistra non sono mai mancati da parte dell'Esecutivo del partito e che valeva davvero la pena di perdere meno tempo nelle grandi manovre dall'alto per curare direttamente un importante processo determinatosi in mezzo alle masse cremonesi delle grandi esperienze del proletariato italiano.
E vengo ora a parlare del Comitato d'Intesa.
Il V Congresso dell'Internazionale si era chiuso con l'accettazione della nota formula della partecipazione della Sinistra a tutto il lavoro di base, senza la sua partecipazione alla Centrale del partito. Sarebbe difficile portare qui un solo esempio per dimostrare che nel lavoro di base non siano state rispettate le direttive della Centrale, sia nel lavoro di direzione delle Federazioni, sia nella attività svolta da funzionari di sinistra. Invece i nostri centristi concepirono subito un piano di spostamento del partito non sulla base di una discussione ideologica, ma sull'altra di una curiosa questione morale la quale aveva per scopo di ottenere, con poco sforzo, i risultati desiderati. Infatti, subito dopo il V Congresso, nei congressi federali, invece di portare la formula decisa dal V Congresso di stabilire una concorde attività pratica, si portò la questione morale del rifiuto – in momenti difficili – a partecipare al lavoro della Centrale e su questa base non era difficile strappare ai compagni voti per la entrata di Bordiga nella Centrale. Lungi dall'esaminare il dissenso nella sua sostanza, per convincere i compagni che le idee di Bordiga erano da rigettare, si richiamava l'attenzione loro sul fatto che tutti hanno gli stessi doveri e che perciò Bordiga doveva entrare nella Centrale. Vi è fatto di rispondere indignati a questo sistema deleterio, instaurato nell'interno del nostro partito: i dissensi sul modo di condurre la lotta rivoluzionaria vengono passati in seconda linea, mentre si pone in prima luce il dovere del comunista Bordiga. A proposito di questo dovere mi sia consentito affermare che nessuno dei centristi sarebbe in grado di affermare solamente che non il contrasto ideologico, ma una viltà personale avrebbe consigliato Bordiga a restare fuori dalla Centrale.
Ottenuto qualche voto per l'entrata di Bordiga nella Centrale che – dato il suo ascendente personale – si otteneva con la tattica allora di moda, della maggiore ostentazione dei complimenti al suo indirizzo, si è interrotta questa tattica dopo il congresso federale di Napoli, ma se n'è adottata un'altra della stessa marca. Dopo un articolo di Humbert Droz, capitato all'improvviso e di netta ostilità contro Bordiga e la Sinistra, in occasione della mancata partecipazione di Bordiga all'Esecutivo Allargato, si è montata contro di lui la più oscena campagna, con il risultato di annebbiare ancor di più la difficile elaborazione comunista nel partito, mentre però alcuni elementi impressionati dalla presunta colpa di Bordiga, si decidevano a condannare le direttive della Sinistra. Un comunista avrebbe dovuto ragionare così: Bordiga sbaglia, sia colpito; ma discutiamo le sue idee. Nel merito della questione della presunta colpa di Bordiga, voglio ricordare che un'apposita dichiarazione sua non fu pubblicata con lo specioso pretesto che conteneva della frasi offensive. Dico specioso pretesto perché i nostri centristi hanno avuto l'inabilità di rendere pubbliche proprio quelle frasi, nel comunicato in cui si sottraeva al suo naturale giudice, cioè il partito, la dichiarazione. Dopo la lettera contro Bordiga per l'Allargato, si ha il defenestramento di due importanti Comitati federali di sinistra, regolarmente eletti dai rispettivi Congressi provinciali, Napoli e Milano. Per il primo si dice trattarsi del fatto che Bordiga non poteva restare alla direzione di una modesta federazione, quando aveva rifiutato di entrare nella Centrale. Per il secondo si prende il pretesto della dimostrazione fatta in occasione della conferenza Bordiga al Castello Sforzesco. Senza entrare nel merito della questione, affermo che solamente un nuovo congresso provinciale avrebbe potuto ratificare il provvedimento dell'Esecutivo, invece di congressi non si è più parlato e la direzione federale venne assunta di fatto da un comitato straordinario dell'Esecutivo, il quale ha tenuta la direzione fino al nostro congresso nazionale.
E così arriviamo finalmente al Comitato d'Intesa. Un gruppo di compagni, dopo che erano note le deliberazioni dell'Allargato e della Centrale italiana per il congresso, costituisce un comitato che si pone in relazione con l'Esecutivo facendo ad esso delle proposte per la regolazione della discussione. Si è fatto un gran clamore sulla circostanza che la lettera all'Esecutivo giungeva dopo che era stata trasmessa una famosissima circolare, di cui si sono vivisezionate perfino le virgole, al fine di trovarsi il grave attentato frazionista.
L'Esecutivo del partito non aspettava migliore occasione per proseguire nel suo piano, per un'esteriore modificazione delle posizioni nell'interno del partito. Il Comitato d'Intesa, una frazione, mobilitato tutto il partito contro la frazione, la scissione, l'Internazionale a Napoli; formuliamo la teoria delle "coincidenze obbiettive" per dimostrare che la sinistra italiana è sulla stessa linea dei massimalisti italiani, di Levy, di Frossard, che la Sinistra è contro il partito e favorisce la penetrazione d'agenti provocatori. Come risultati di questa impostazione generale, i provvedimenti preventivi: nessuna possibilità agli accusati di difendersi sull' "Unità", circolare ai segretari interregionali con l'accluso ordine del giorno. I segretari interregionali avevano il compito di convocare senza indugio i comitati federali, sottoporre loro l'ordine del giorno e defenestrare tutti quelli che non giuravano sulla santa crociata di difesa del partito contro l'offensiva della Sinistra. Dopo un mese circa di questa campagna intervenne l'ordine dell'Esecutivo dell'Internazionale, cui la Sinistra si sottopose e questo dispiacque vivamente ai nostri centristi i quali presero tutte le misure perché il partito non giudicasse bene della prova di disciplina data alle disposizioni dell'Internazionale.
La silenziosa rassegnazione all'oscena campagna, dimostrata dai compagni di sinistra, a nulla valeva, come nulla valeva la dimostrazione di scioglimento del Comitato d'Intesa: si pubblicò il nostro documento nella migliore forma scenica, per impressionare i compagni, mentre già subito si disse che di fatto la frazione restava e che perciò la vigilanza non era mai eccessiva sulla attività dei sinistri.
Compagni, che cosa è rimasto di questo famoso Comitato d'Intesa? Era esso sorto con fini puramente congressuali, era esso il comitato di una frazione? Intendiamoci anche sul significato della frazione. A mio parere essa costituisce un raggruppamento a fini opportunistici, di compagni che vogliono dare la scalata al potere, o costituisce un raggruppamento di compagni i quali intendono di non potere oltre sottostare alla disciplina del partito per ragioni tattiche e programmatiche. Scartiamo la prima ipotesi perché nessuno ce l'ha attribuita ed anche perché essa trova la sua logica soluzione nelle misure disciplinari a carico dei responsabili. Null'altro caso la frazione è concepibile solamente come una presa di posizione nel partito e nel proletariato su determinati punti programmatici e tattici, in contrasto con le direttive stesse del partito. Non può quindi trattarsi di movimento segreto, clandestino, ma di una chiara ed aperta presa di posizione da rendere nota non solamente ai dirigenti, ma anche a tutto il partito ed al proletariato.
Ora il Comitato d'Intesa prendeva posizione su che cosa? Su nulla.
Esso chiedeva solamente che la Centrale accettasse alcune proposte per disciplinare e rendere più utile la discussione. Secondo il sistema proprio delle burocrazie, il nostro Esecutivo passò in ultima linea la questione delle proposte del Comitato d'Intesa, che non furono accettate, e si sbizzarrì ne regalare tutte le opinioni frazionistiche e scissionistiche ai compagni di sinistra, al fine di mobilitare il partito contro di essi. Poco male se anche il partito, a pregiudizio del discredito di alcuni compagni, avesse fatto dei passi in avanti. Ma il risultato, dal punto di vista rivoluzionario, è stato completamente negativo: la discussione ha languito in un contraddittorio tra pochi compagni sull' "Unità" ed alla base interminabili monologhi dei dirigenti centristi cui difficilmente potevano opporsi gli operai comunisti.
Ma i nostri centristi avevano paura anche degli scritti di Sinistra, la più parte dei quali, oltre alla presentazione scenica sull' "Unità", erano preceduti da premesse e seguite da postille che ne falsavano il significato e talvolta allarmavano i compagni sul contenuto degli articoli. Così si è giunti alla votazione ove si è raggiunto il colmo con la disposizione che attribuisce al Centro i voti degli assenti. Se tenete presente che questi hanno rappresentato delle forti percentuali in molte località, che essi non possono essere ritenuti – in generale – fra i migliori compagni e se considerate infine che il partito ha triplicato i suoi effettivi nel secondo semestre del 1924, giungerete ad una diffidentissima valutazione dei risultati che vi vengono presentati.
Concludendo, con i sistemi che vi ho denunciati, si è preteso modificare le opinione del partito, il quale in altra consultazione, nel maggio 1924, dava la sua grande maggioranza alla Sinistra, sia pure solamente attraverso i voti dei comitati federali e senza una precedente e vasta discussione. Per noi le opinioni che cerchiamo di esprimere, non sono che il risultato di lunghe esperienze rivoluzionarie del proletariato italiano, esperienze le quali resisteranno a tutta la campagna scandalistica manovrata dei nostri dirigenti.
Prima di chiudere voglio accennare alla questione personale del compagno Bordiga. Nelle tesi presentate al partito nel maggio 1924, gli attuali compagni del Centro, dando vita alla corrente del Centro, scrivevano [tre parole illeggibili] così: Bordiga è il capo della rivoluzione italiana. Oggi essi hanno cambiato parere, mentre noi restiamo dello stesso avviso, ma non per considerazioni puramente personalistiche. Molti compagni centristi amano ridurre il problema della Sinistra al problema Bordiga. È certo che Bordiga rappresenta fra noi – per le doti eccezionali del suo ingegno – il compagno che meglio formula le opinioni della Sinistra, ma egli capeggerà questa corrente alla sola condizione che metta a profitto delle opinioni, che egli ha tante volte espresse, la sua volontà, il suo spirito di sacrificio. Se domani egli dovesse comunque cambiare parere, il problema della Sinistra rimarrà integro e diventerà più difficile per il proletariato italiano la elaborazione delle sue esperienze rivoluzionarie, ma Bordiga sarà travolto ed il proletariato farà lo stesso le sue battaglie. In questo senso solamente si può concepire l'apporto di Bordiga alla nostra corrente: tutte le altre formulazioni risentono troppo della necessità di ottenere successi tra i compagni sia pure passando dalle lodi sperticate, che vi ho ricordato, ai villani ed ingiusti attacchi di questi ultimi tempi, che sono il prodotto del fatto che Bordiga non ha cambiato parere.
Si è molto parlato delle frazioni. Bordiga vi ha posto il problema
dal punto di vista teorico ed anche pratico; io voglio solo dirvi che se
i centristi si propongono di regalare al proletariato italiano la tattica
esperimentata nel '23 in Germania, dove i comunisti trassero tutte le conseguenze
della loro tattica generale e finirono in un governo borghese, noi della
Sinistra non una ma cento frazioni costituiremo, e siamo certi che la stragrande
maggioranza del partito sarà con noi.