Partito Comunista Internazionale Dall’Archivio della Sinistra

"Prometeo"

 

LA TRAGEDIA DELL’INTERNAZIONALE
(Prometeo, n. 3, 15 luglio 1928)


  
Sotto le forche caudine del "nessun compromesso", della rinuncia alla "ideologia trotzkista" (sic), della condanna "degli errori commessi", Zinoviev e Kamenev e altri ex membri dell’opposizione russa sono stati riammessi nel partito.

Nel contempo, in un appello del C.C. del Partito Comunista Russo si legge testualmente: «La classe operaia si urta, nel suo cammino, nei membri degenerati dell’apparato, nelle sue parti arrugginite ed in decomposizione. Nelle sue proprie organizzazioni, nei sindacati, nel partito, essa si urta talvolta a dell’imputridimento, a delle degenerazioni burocratiche, a della negligenza, a dell’ubriachezza, e ad una mancanza dell’attenzione voluta per i bisogni delle masse, a una pretesa arrogante, e ad un contegno strisciante verso di dirigenti, a dell’ignoranza, della pigrizia, a del conservatorismo e della "routine". Con un apparato che, malgrado i suoi meriti, soffre di tali malattie, una lotta vittoriosa contro la resistenza del nemico interiore e contro la malattia segreta del sabotaggio, contro le imperfezioni della nostra classe stessa, contro il ritmo pernicioso del nostro lavoro, in molte parti della nostra economia e del fronte collaterale, deve essere condotta con grande rapidità».

Come si vede, affermazioni gravissime, più gravi di quelle che solo sei mesi fa, furono fatte da coloro che le hanno pagate con l’espulsione dal partito, la deportazione, l’accusa di controrivoluzionari, di alleati di Chamberlain e di Mussolini.

Nel contempo, i prigionieri di Boutyrki sono sottoposti ad un trattamento peggiore di quello fatto ai nepman, Victor Serge viene imprigionato e poi rilasciato, i compagni di sinistra che non capitolano sono abbandonati ad una situazione orribile; e per colpirli si calpesta anche la garanzia del Tribunale rivoluzionario ove essi non sono ammessi ma ove passano tutti gli altri prima di venire condannati, anche i banditi controrivoluzionari. E fuori di Russia, nei partiti comunisti, si tacciono questi fatti, si cerca di parare all’indignazione proletaria assicurando che Trotzki sta bene e non gli manca nulla. Già, come se un gruppo di vecchi bolscevichi, che hanno combattuto per tutta la loro vita, che sono passati per il crogiolo di tre rivoluzioni, che hanno capeggiato le armate rosse nella guerra contro l’imperialismo, come se questo gruppo potesse essere trattato quale una mandria di bestie che si trattano bene, come se invece non dovesse entrare in primissima linea la pena loro imposta del sequestro dalla lotta, il colpo di spada trafitto nella loro coscienza di capi rivoluzionari imprigionati dallo stesso governo della cui vittoriosa instaurazione essi sono stati partecipi grandiosi.

Nel contempo viene sciolto il C. C. del Soccorso del Belgio perché aveva chiesto la liberazione dei compagni carcerati.

Nel contempo l’Humanité pubblica un progetto di programma ove accanto a Marx, Engels, Lenin sono molte discutibilissime figure di secondo ordine, ma mancano le altre, quelle che accanto a questi maestri circolavano nel mondo intero negli anni della lotta rivoluzionaria. Ed in questi giorni si commemora l’anniversario e la morte di Plechanov in Russia, spezzando la sua vita in due parti, la prima di teorico del marxismo che si onora, la seconda di traditore che si combatte. Giustamente come si è fatto e si fa per Kautsky, per Serrati, per Lazzari e non pochi altri. Mentre questo non si fa per Trotzki e gli altri le cui fotografie sono bandite in Russia, i cui nomi non si leggono più nella stampa comunista. Perché? Ma perché non è possibile provare che essi hanno tradito, perché anzi occorre oggi appropriarsi parzialmente del programma per cui furono indicati al disprezzo del proletariato mondiale.

Nel contempo al processo di Donetz viene provato che l’apparato del partito era talmente inadatto al suo compito, talmente "putrido" (per adoperare la parola attuale del C.C. del Partito Comunista Russo) che, per anni, i controrivoluzionari hanno potuto sabotare il governo soviettista, corrompendo funzionari e operai, passando loro un salario particolare fornito dagli antichi proprietari delle miniere.

Nel contempo tra i proletari comunisti la manovra dell’aggiramento ha pieno sviluppo e si mettono in azione tutti i mezzi per aprire le valvole del sentimento e per far cadere i proletari comunisti di sinistra nel tranello ordito con i motivi sentimentali ma il cui laccio è quello che vincola ad un indirizzo politico che ha portato il proletariato di disfatta in disfatta.

Che cosa avviene? Questa è la domanda che si deve porre ogni membro del partito. È possibile che il C.C. russo possa ripetere come un dovere comunista quello che ieri era considerato come un delitto controrivoluzionario? È possibile che ancora oggi si mettano in prigione quei compagni che sostengono quelle verità? Che cosa avviene, o meglio che cosa è avvenuto? Che la triste politica, consistente nel riversare colpi di insulti e di repressione poliziesca contro i compagni di sinistra, per ogni colpo che la borghesia assestava al proletariato russo, ed internazionale, che questa politica nefasta ha determinato delle profonde reazioni nel seno dei partiti, nel seno soprattutto dell’avanguardia più cosciente del proletariato rivoluzionario.

Che i risultati di una politica nefasta sono divenuti manifesti ed allora il B.P. del Partito russo deve denunciarli per mantenersi in sella e per parare all’indignazione proletaria che potrebbe reclamare il ritorno al comando del partito dei bolscevichi deportati.

E che cosa fa il C.C. del Partito russo, il C.E. dell’Internazionale? Esita, barcolla fra una linea politica che sei mesi or sono veniva proclamata come la sola, la giusta, la leninista ed una opposta linea politica che oggi si dice di accettare e che sei mesi or sono era proclamata la falsa, l’antileninista, la controrivoluzionaria.

Ebbene, no; mille volte nei confronti dei partiti socialdemocratici, i comunisti hanno denunciato questi micidiali zig-zag. La millesima volta i comunisti di sinistra denunciano questa politica. Essi vedono in essa non la via che conduce alla soluzione favorevole della crisi del movimento comunista, ma solo la via che conduce allo sfacelo. Essi sono estremamente consapevoli della situazione in cui vive il proletariato russo, in cui combattono le sue pattuglie di sinistra, di avanguardia. Ieri, per isolarle e disperderle si è montato lo scandalo del trotzkismo, oggi nello stesso fine, o per lo meno con lo stesso risultato della loro dispersione, si lancia all’improvviso un manifesto che resta quasi sconosciuto alla massa dei compagni. È utile tutto questo per la nostra causa? No, esso potrà ottenere come meschina conseguenza lo spostamento di qualche compagno, ma il suo risultato vero è la confusione nelle nostre file, la confusione che giova al nemico, alla borghesia per la sua offensiva.

Zinoviev e Kamenev, questo triste binomio nel 1917 era alle porte del tradimento e fu trattenuto dalla travolgente avanzata proletaria e da Lenin. Oggi, dopo aver scritto che nel 1923 in mala fede sostennero l’esistenza di un trotzkismo per deviare le masse, hanno nuovamente cambiato casacca. Altri li seguono, alcuni anche in buona fede. Ma questo cammino è quello della perdizione.

Si è voluto piantare nel seno della lotta interna del partito, ove i conflitti potevano e dovevano trovare la loro soluzione, la barriera che separa l’uno dall’altro gruppo con le manette e la repressione poliziesca.

Le rivoluzioni, soprattutto la russa, sono avvenimenti che non marciano secondo la linea dei compromessi, delle composizioni, ma secondo l’opposta linea che precipita i conflitti di classe.

La frazione di sinistra è insorta contro questi sistemi, ed oggi alla vigilia del VI congresso, saluta i deportati, le figure che, cancellate dai giornali comunisti, sono quelle che vivono nel fondo del cuore del proletariato oppresso. Trotzki, Bordiga e gli altri bolscevichi russi sono con Marx, Engels, Lenin, figure che capeggeranno i secoli, di fronte alle quali impallidiscono quelle di Cromwell, di Marat, di Robespierre, di Blanqui. Di fronte ad esse le altre, quelle dei capitolardi che mancano alla parola che avevano dato ai proletari di sinistra, rotolano tra il nostro disprezzo.

La tragedia dell’Internazionale è gravissima. Onta a coloro che ne occultano la reale sostanza con mille manovre. Noi abbiamo dato la nostra ferma parola: «Bandire la linea politica che ha portato il disastro, mettere al comando la opposta per cui invece si è condannati all’espulsione dal partito, alla deportazione, alla galera».

 
 
 
 
 
 
 
 



"Prometeo"
 
 

Ricorso presentato dalla Sinistra al sesto Congresso dell’I.C.
(Prometeo n. 3, 15 luglio 1928)


I compagni di sinistra espulsi dal partito hanno inviato il ricorso al sesto Congresso che riproduciamo. Altri compagni, che sono nel partito, hanno accettato pienamente il ricorso.

Al Sesto Congresso dell’Internazionale Comunista

Cari compagni,

I compagni sottoscritti sono stati espulsi dal partito in conseguenza della situazione internazionale prodotta dalla crisi dell’Internazionale. Accusati d’attività frazionistica, questi compagni, fino al quindicesimo Congresso Russo ed anche al di là, fino al nono Esecutivo Allargato, hanno domandato la loro reintegrazione, pronti a sottomettersi alla disciplina senza perciò rinunciare alle loro idee politiche ed a sostenerle tutte le volte che una discussione veniva decisa. Ma la reintegrazione è stata rifiutata, mentre le ragioni dell’espulsione, la procedura adottata, il disprezzo di ogni disposizione statutaria, restano una vergogna dell’Internazionale.

Dopo l’ultimo Esecutivo Allargato, i compagni della sinistra si sono riuniti per esaminare la nuova situazione creata dalle deportazioni e la repressione contro i compagni della sinistra del partito russo, e dalla decisione presa di considerare incompatibile la permanenza al partito e l’adesione al (!) trotzkismo. La loro deliberazione è stata di rispondere con la costituzione della frazione di sinistra che è diventata una necessità assoluta per il movimento comunista quando, sotto il falso pretesto dell’espulsione dell’inesistente trotzkismo, si sono ufficialmente, con il nuovo progetto di programma, alterati i programmi fondamentali, si sono scossi i principi dell’Ottobre 1917, si è proclamata come linea ufficiale della tattica dell’Internazionale quella che ha costato le gravi disfatte in Cina, in Inghilterra e di cui le classi nemiche del proletariato hanno largamente profittato nella Russia Soviettista.

Secondo i compagni della sinistra, sarebbe stato necessario un Congresso Internazionale per esaminare le questioni che hanno messo l’una contro l’altra due frazione bolsceviche, che hanno determinato i capi più eminenti della rivoluzione russa a passare all’opposizione e, nel mondo intero, hanno sollevato importanti strati del proletariato comunista.

Ma non lo si è voluto, benché gli statuti dell’Internazionale lo imponessero, benché la linea stabilita dal 4° Congresso dell’Internazionale sulla base del rapporto del compagno Trotzki, sia la stessa che è difesa dalla sinistra. Ma gli interessi supremi del proletariato mondiale sono stati coscientemente messi da parte per assicurare la difesa della politica dei dirigenti che la realtà della lotta ha condannato mentre la borghesia ha potuto registrare seri successi. Ma continuatori di Lenin sono stati arrestati o deportati ed è nelle mani di questi gloriosi militanti che è passata la bandiera dell’Internazionale, del proletariato rivoluzionario. In queste condizioni i compagni della sinistra domandano di venire al sesto Congresso per:
 1 – Domandare la discussione delle risoluzioni del XV Congresso russo, del 9° Esecutivo Allargato, alla presenza dei compagni russi di opposizione e sotto la presidenza del compagno Trotzki.
 2 – Sostenere la condanna più categorica delle suddette risoluzioni e l’espulsione dalle nostre file di coloro che ancor oggi solidarizzano con esse.
 3 – Provare che le loro espulsioni dal partito sono arbitrarie e che per la maggior parte esse sono il risultato dell’impresa di un agente provocatore che è tenuto nascosto dal partito italiano.
 

COMPAGNI!

Noi siamo nell’Internazionale dalla sua fondazione, e noi siamo fieri di appartenere alla corrente che ne ha fondato la sezione in Italia. Noi sappiamo contenere la rivolta provocata nella nostra coscienza per la repressione che si esercita contro i capi più amati del proletariato mondiale.

Noi crediamo che il Congresso potrebbe incamminare la nostra crisi verso una soluzione favorevole, ma per ciò è indispensabile che un capovolgimento si produca nel senso delle proposte che noi sosteniamo.

Noi abbiamo piena coscienza che se il Congresso non produce questo capovolgimento interno, la causa della rivoluzione mondiale e della Russia Soviettista saranno seriamente compromesse.

Noi non siamo di quegli elementi che vengono a soggiornare in Russia per dimenticare o tradire in seguito la rivoluzione proletaria. Noi domandiamo di venire per criticare, per combattere la politica che riteniamo disastrosa per il movimento comunista, ed anche per sostenere le tesi della sinistra, della nostra corrente, quelle che sono state stabilite dal compagno Bordiga che è il capo del proletariato al quale spetta il grande merito di aver difeso per primo, in Italia, la vittoria rivoluzionaria russa, il primo nell’Internazionale, il gruppo dei bolscevichi di opposizione.

Al proletariato russo noi diciamo che gli avvenimenti hanno provato che egli deve diffidare dei falsi amici e di quei comunisti che lo hanno isolato nel formidabile arduo compito che egli compie nell’interesse del proletariato mondiale, ma che egli non ha niente da perdere da quei comunisti che non nascondono le loro idee e che hanno conservato il loro posto di combattimento nella lotta crudele contro il fascismo ed il capitalismo.

Il Sesto Congresso è il Congresso decisivo verso il quale l’attenzione del proletariato mondiale si dirige e dal quale molto si attende dalla parte dei comunisti e dei partiti.

Sarete voi all’altezza di questo compito? Sta a voi prendere le decisioni. Ma voi potrete impedire la nostra partecipazione, voi potrete rifiutare di discutere il ricorso presentato da dei compagni che hanno lottato nella guerra di classe, voi potrete rifiutare di ascoltare i compagni di opposizione russi (ciò è estremamente più importante), voi potrete mancare all’attesa del proletariato, ma voi non potrete arrestare la lotta contro l’opportunismo che proseguirà, con maggiore accanimento, per liberare il proletariato dall’opportunismo.

VIVA I BOLSCEVICHI DEPORTATI ED IMPRIGIONATI!
ABBASSO L’OPPORTUNISMO!
VIVA LA RIVOLUZIONE RUSSA!
VIVA IL PROLETARIATO MONDIALE!
VIVA IL PROLETARIATO RUSSO!
VIVA LA RIVOLUZIONE COMUNISTA MONDIALE!

 
 
 
 
 
 
 
 



"Prometeo"
  

SULLA SITUAZIONE ITALIANA
(Prometeo, n.3, 1928)

 

Premessa del 1990

    L’articolo che ripubblichiamo apparse su Prometeo n. 3 del 1928, in piena dittatura fascista, quando una buona parte di autentici democratici aveva aderito, e senza riserve mentali, al fascismo (al riguardo può essere illuminante la lettura del libro di E. Lussu "Marcia su Roma e Dintorni"), quando la CGL proclamandosi disciolta lanciava l’appello ai lavoratori perchè aderissero ai sindacati mussoliniani, quando tra i socialisti si stava formando una corrente di adesione al regime.
    Nel n. 8 di Stato Operaio (1928) venivano pubblicate, senza aggiungervi una sola parola di commento, delle dichiarazioni di Pietro Nenni, segretario della Concentrazione Antifascista. Tra le altre cose Nenni, ex-fascista e campione dell’anticomunismo, affermava: «1) La classe operaia e contadina in Italia ha più paura per il bolscevismo che odio per il fascismo. 2) La soluzione sta nel parlamento e nella democrazia e le grandi masse vorrebbero vedere i socialisti pronti ad entrare lealmente, con degli scopi onesti, in una coalizione con la borghesia (non c’è che dire la vocazione del centro sinistra era congenita in Nenni!). 3) In Italia non esiste il terrore. 4) Mussolini può promuovere una repubblica sociale (ed anche questa fu prevista, dal cartomante di Forlì, con ben 15 anni d’anticipo). 5) Fino all’uccisione di Matteotti, nel campo socialista vi era una forte, ma molto forte, corrente per venire ad un accordo con il regime e non è detto che una simile tendenza non possa guadagnare terreno un’altra volta».
    Ecco in sintesi, cos’era l’antifascismo descritto personalmente dal suo più illustre rappresentante.
    Fin dal tempo della crisi Matteotti noi dicemmo che il movimento antifascista altro non era che un movimento sindacale di categoria dei deputati di professione che vedevano in pericolo i loro privilegi e proventi e quindi ricorrevano allo sciopero.
    Infatti, fintanto che i fascisti bruciavano i giornali e le sedi dei rossi, seminavano il terrore tra gli operai e i contadini, assassinavano i proletari disarmati, ed in particolar modo quelli comunisti, nessun democratico gridò allo scandalo, al contrario, tutte le forze dello Stato costituzionale e parlamentare furono messe a loro disposizione.
    Lo scandalo successe poi, quando se la presero con il Parlamento ed uccisero Matteotti; solo allora si sentì parlare d’antifascismo. Estromessi definitivamente dalla gestione del potere i democratici, quelli che non ebbero modo di adeguarsi al nuovo stato di cose, condussero una vita stentata organizzando un movimento che non intendeva affatto abbattere il regime fascista, bensì dargli il cambio non appena fosse giunto il momento opportuno. L’antifascismo, nelle sue varie sfumature non fece assolutamente nulla per far crollare il regime dittatoriale, nemmeno quel poco che bastasse per poter tentare di falsificare la storia ed appropriarsene il merito.
    Giustamente quindi, nell’articolo che ripresentiamo, si afferma che «la concentrazione antifascista non è che la coalizione anticomunista che prepara i Noske italiani».
    La cosa terribile non fu che fascisti e democratici, contendenti per ragioni di bottega ma animati da una stessa coscienza di classe, si siano per ben due volte passati le consegne, nel 1922 e nel 1943, per la difesa e la salvaguardia degli interessi del capitalismo; la cosa terribile fu che, monopolizzate da un falso partito comunista, le generose lotte del proletariato italiano che esprimevano il tentativo di una rivincita di classe, una manifestazione di forze rivoluzionarie tendenti a liberare il campo da tutti gli schieramenti nemici, queste generose ed eroiche lotte furono messe al servizio della conservazione dei rapporti di classe capitalistici. Proprio come la Frazione di Sinistra, già nel 1928, aveva previsto.
 
 

SULLA SITUAZIONE ITALIANA

La Dittatura Proletaria

La tesi fondamentale con cui l’Internazionale Comunista ha sbaragliato l’imbroglio e l’inganno socialdemocratico è quella che ha ammaestrato il proletariato comunista a respingere la falsa attesa di "movimenti popolari" da cui si genererebbe la rivoluzione socialista. Contro la formula di Bernstein "il movimento è tutto il fine è nulla", noi abbiamo sostenuto che la visione del fine, dello scopo è indispensabile per condurre le masse al combattimento ed alla vittoria. Noi abbiamo gridato ai quattro venti che, se manca una chiara coscienza del fine dei movimenti, questi vengono sconfitti ed il proletariato non avanza, ma retrocede; non va verso la rivoluzione, ma verso il fascismo.

Ora, come si stabilisce il fine dei movimenti nell’attuale, concreta situazione in Italia, quando il problema del potere politico balza visibile come una necessità assoluta per le masse?

Questo fine si può precisare solo in relazione al programma con cui si muovono le classi. In altro articolo abbiamo fissato il nostro pensiero sul paragone fra l’Italia fascista e la Russia czarista. Ricordiamo che mai il partito bolscevico ha formulato la confusissima rivendicazione dell’anti-czarismo, ma che esso si è mosso fino al marzo 1917 sulla linea di questo programma del proletariato rivoluzionario: neutralizzazione della borghesia e alleanza con i contadini. Chi potrebbe sostenere che in Italia la borghesia sia una classe da neutralizzare? Per il proletariato italiano, il programma non può essere che distruzione del capitalismo e neutralizzazione delle classi medie.

In Russia, fino al marzo 1917, la parola del partito bolscevico era quella della "dittatura democratica degli operai e dei contadini". In Italia la parola del partito non può essere che quella della dittatura proletaria.

Una classe, ed una sola classe, guida la rivoluzione ed attraverso la sua organizzazione (per il proletariato, il partito comunista) interviene nel meccanismo dei rapporti fra le classi per impedire che questi rapporti si ristabiliscano a vantaggio della classe nemica e per determinare l’opposto, il nuovo sistema di rapporti che si esprime con la dittatura della classe rivoluzionaria vittoriosa. Come si realizza quest’intervento? Nel periodo pre-rivoluzionario con una politica del partito del proletariato che, in ogni situazione, in ogni movimento, in tutta la sua propaganda, metta veramente in evidenza gli scopi finali e non faccia di questi una formuletta che si lascia nell’archivio per riprenderla nei momenti opportuni. Il partitone socialista ha fallito e noi siamo andati verso il fascismo anche perché le rivendicazioni finali erano strombazzate da destri e sinistri nei comizi e nei giornali, ma praticamente, esse venivano ridotte ad una semplice aspirazione parolaia, ad una vuota riaffermazione dei principi e tutte le volte che le masse si mettevano in movimento, si cercava di raggiungere la piccola vittoria del momento. Invece di questa il partito comunista in ogni occasione, con la sua propaganda politica e con la sua azione deve reagire contro la confusione dei movimenti per staccarne la figura della classe proletaria, assicurare a questa una posizione di comando, per svuotare le classi medie della loro illusione di avere una funzione autonoma, il che in sostanza si riduce nel togliere alla borghesia la possibilità di servirsi delle classi medie per sconfiggere il proletariato.

Nel periodo rivoluzionario la questione si pone, per il partito, nei termini inalterabili del programma comunista e cioè nell’appello alla insurrezione per la conquista violenta del potere.

Ma, per ottenere la vittoria rivoluzionaria, per non diventare una setta di predicatori staccati dalla lotta, i comunisti devono avere già detto prima, nel periodo pre-rivoluzionario, alle masse le stesse parole che dovranno essere dette nell’ora suprema perché altrimenti si va verso la disfatta come lo provano tutte le esperienze rivoluzionarie.

Non è possibile dire oggi una cosa con l’intenzione di cambiarla domani. Prima di tutto le masse operaie non sono un materiale composto di automi da spostare a discrezione, ma un insieme vivente di stratificazioni che, abbandonate a se stesse, possono essere sgominate e che chiedono perciò alla loro organizzazione, al loro partito, di illuminarle e guidarle continuamente, con una ferma coerenza, con un obiettivo unico.

Tutta la realtà delle lotte di classe non è l’uniforme pasticcio "popolare", ma lo scontro, l’urto fra interessi contrastanti che non possono trovare una effettiva composizione, ma ove la classe borghese manovra e agisce per conservare il suo dominio attraverso il suo possente apparato militare, poliziesco, parlamentare e giornalistico, e la classe operaia opera per preparare e instaurare la sua dittatura attraverso l’organizzazione politica che è rappresentata dal suo partito. Si tratta sempre di una lotta tra proletariato e borghesia per la guida d’ogni movimento anche particolare, per la guida dei grandi conflitti rivoluzionari.

In Russia, il proletariato è stato a guida dei grandiosi rivolgimenti sociali con una politica d’alleanza con i contadini e di neutralizzazione della classe borghese cui si toglieva la possibilità di accordarsi i contadini e di utilizzare il proletariato nella opposizione contro il regime czarista.

Un’applicazione di questa politica all’Italia capitalista non prospetta la marcia della rivoluzione, ma il cammino della controrivoluzione e questo perchè al potere in Italia non c’è una classe pre-borghese, ma la classe capitalista, perché il fascismo è una forma di governo della classe borghese (Ah! Le decisioni dell’IV congresso dell’I.C. sono in soffitta perché... trotzkiste) e non la forma di governo di una classe precapitalista.

In Italia, si avanza, si procede, si va verso la rivoluzione alla sola condizione che il proletariato, attraverso il partito comunista, si orienti verso la sua dittatura di classe, verso la violenta dispersione della borghesia e non verso la sua neutralizzazione. Si va invece indietro, verso la consolidazione del regime capitalista se il partito comunista riproduce le deviazioni e degenerazioni che credevamo vinte col Congresso di Livorno, annulla l’egemonia del proletariato, che sarebbe ancora una volta trascinato senza direzione, verso nuove delusioni e disfatte.

Poiché il problema del potere politico è oggi la posta dei movimenti in Italia, occorre analizzare quali sono i programmi che si dispongono a questo proposito e tale analisi non può essere che quella marxista della determinazione degli interessi di classe che essi rappresentano.
 

Fascismo ed Antifascismo

Innanzi rileviamo che questa nuova categoria dell’"antifascismo" ha trovato il suo sviluppo sovrattutto all’estero mentre in Italia – malgrado le esitazioni del partito all’epoca del periodo Matteotti – è restata sempre nitida la presenza dei tre fattori: fascismo, democrazia, dittatura proletaria. (Riscontrare la polemica Gramsci-Bordiga al Congresso Federale di Napoli del 1924). Ripetiamo ancora che la parola antifascismo è in stridente contrasto con tutti i testi fondamentali dell’Internazionale, e vediamo precisare il significato che essa assume rispetto alla situazione italiana.

Se il fascismo è un metodo di governo della borghesia e non di un’altra classe, l’antifascismo è un diverso metodo di governo della stessa borghesia ed è inconcepibile che il partito comunista ne faccia una sua rivendicazione. Ma il potere politico, lo Stato, non sono che gli organi di dominio di una classe determinata e di fronte allo Stato due soluzioni esistono, e due solamente: dittatura capitalista sotto la forma democratica o fascista e dittatura del proletariato. Come può il proletariato fare sua la soluzione democratica o antifascista che è la soluzione borghese? La spiegazione è offerta dal neo-revisionismo comunista il quale, dopo aver seminato la confusione tra le nostre file, vorrebbe dare ad intendere che l’antifascismo è un movimento profondo delle masse e che per non staccarsi da queste sarebbe indispensabile mettere dell’acqua nel nostro programma. Questo, che non è poi un valido argomento comunista, è anche falso. Le masse italiane sono mature per capire che l’antifascismo e la democrazia a gran cassa nel 1919 hanno portato al fascismo, le masse sono nella crudele situazione attuale confortate da una sola organizzazione, quella comunista. Non vi è altro paese nel mondo ove le situazioni mettano con tanta chiarezza in evidenza la necessità di seguire il programma del partito comunista.

Ricordiamoci del ’19, ’20; allora le masse presero le fabbriche e le piazze ma quale direzione avevano esse? Nessuna, perché il partito socialista non le aveva educate alla coscienza della conquista violenta del potere per l’instaurazione della dittatura proletaria. La ripetizione sarebbe, per il partito comunista, estremamente peggiorata, perché esso avrebbe indirizzato i milioni di lavoratori che insorgono contro il capitalismo, verso la soluzione antifascista.

E non vale a nulla il dire che noi vogliamo trasformare la rivoluzione popolare, la rivoluzione antifascista, in una rivoluzione comunista. Innanzi tutto le parole rivoluzione antifascista e simili significano nulla; le rivoluzioni le fanno le classi e non esiste una "classe popolare" o una "classe antifascista".

E poi che cosa significa la prima rivoluzione tedesca? Che dopo il massacro bellico i traditori sono riusciti ad avere ragione dell’evolutissimo proletariato tedesco e quelli che tradirono nel ’14 sono gli stessi che hanno massacrato gli spartachisti i quali durante la guerra furono i soli a difendere il proletariato.

Questa esperienza riprova che a nulla serviranno i terribili sacrifici dei comunisti in Italia se non proclamiamo nettamente al proletariato, fin da oggi, quale è lo scopo della resistenza d’oggi, quale sarà l’obiettivo della lotta di domani. Bisogna essere sordi per non capire che la concentrazione antifascista non è che la coalizione anticomunista che prepara i Noske italiani, prontissimi a fucilare in nome dell’antifascismo i proletari comunisti.
 

L’insurrezione in Italia

Lenin ha scritto che una delle condizioni per la vittoria dell’insurrezione proletaria, è data dal manifestarsi di una grave crisi della classe dominante nel senso che questa perde il pieno controllo del suo grande apparato di dominio e soprattutto delle sue forze armate.

In Italia la natura dello sviluppo delle situazioni contiene fin da oggi gli elementi per la vittoria insurrezionale di domani; irreparabile dissesto economico, profondo orientamento e netta maturità delle masse. Nel contempo il capitalismo italiano che più, o molto più, dei concentrazionisti e di non pochi dirigenti comunisti, è cosciente della catastrofica situazione, rafforza ogni giorno la sua corazza difensiva e fa una guerra a morte contro il partito comunista per guadagnare tempo, per sorvegliare la situazione internazionale nella fiducia soprattutto che un disastro rivoluzionario in Russia gli dia la possibilità di sgominare la spinta rivoluzionaria delle masse.

Tutta la situazione italiana è dominata dalla lotta contro il partito comunista, contro il partito della rivoluzione. Oggi il capitalismo riesce ad assassinare i comunisti che non cedono, e in questi ultimi tempi il Tribunale Speciale funziona con gran lena perché si vuole sbaragliare e definitivamente ogni organizzazione rivoluzionaria. Lo stesso accanimento del fascismo prova che il pericolo esiste, per la borghesia, di movimenti di massa che slegati saranno soffocati, se provvisti di direzione, saranno minacciosi.

Tutto l’apparato capitalista si getta crudelmente contro le forme comuniste che resistono in una lotta atroce, e spetta al nostro partito di sorvegliare realmente la situazione perché la terribile resistenza d’oggi dia il frutto che essa merita e che le masse si aspettano. Non appena sarà dato di coordinare i movimenti, di collegarli, il partito dovrà trasformare le sommosse in rivolte e lanciare la parola delle rappresaglie contro gli sgherri del capitalismo per il massacro dei proletari comunisti.

Tutto l’apparato di dominio del capitalismo potrà essere indebolito e sconvolto solo da un intervento fermo e violento del proletariato comunista in rispondenza ai movimenti delle masse.

L’ultima mozione del C.C., ha modificato la primitiva parola "disarmo delle camicie nere" completandola con l’altra "Armamento del proletariato". Sta bene, al V congresso dell’I. C., la Sinistra aveva sostenuto questa modificazione, ma ciò non toglie i legittimi dubbi sollevati dal resoconto apparso sulla stampa del partito a proposito dello sciopero di Pordenone quando si rilevavano puramente e semplicemente gli episodi di fraternizzazione fra militi fascisti e scioperanti.

Ma questo non basta. Non si procede a pizzichi con le questioni fondamentali del nostro programma e della nostra azione.

L’antifascismo è una parola che deve essere combattuta, non accettata anche sotto la nuova – altrettanta e più equivoca edizione di "antifascismo rivoluzionario". È come dire democrazia o social democrazia rivoluzionaria, e noi siamo e resteremo i comunisti che apprendono dalle situazioni le lezioni che esse comportano e ripetono antifascismo controrivoluzionario, lotta su due fronti (quanti sono i dirigenti che hanno oggi dimenticato questa rubrica che sotto l’Esecutivo di Sinistra appariva tutti i giorni sui nostri quotidiani!), dittatura del proletariato.