Partito Comunista Internazionale Dall’Archivio della Sinistra

Bilan, n.3, gennaio 1934

IL SIGNIFICATO DEL CAPO PROLETARIO

A proposito della commemorazione di Lenin-Liebknecht-Luxemburg

 

La canonizzazione del capo proletario rappresenta l’annullamento della sua opera, della sua funzione, della sua vita. Né Lenin né Liebknecht né Luxemburg rappresentano geni “accidentali, singoli individui dotati di virtù proprie, superuomini giganteschi che irrompono improvvisamente nell’arena sociale per modificarne la forma secondo le loro intenzioni e secondo le capacità del loro genio.
Questi grandi capi, il cui anniversario commemoriamo oggi, capi di tutto il proletario, non rappresentano entità misteriose e trascendenti, che sfuggono all’interpretazione, ma sono i prodotti di un periodo storico, l’espressione più chiara delle forze rivoluzionarie di un determinata epoca.

Il fatto fondamentale della socievolezza della specie umana conferisce ad ogni cervello un effetto collettivo: il pensiero dell’individuo è, alla fine, solo il riflesso del suo ambiente sociale. La produzione intellettuale, che è unitaria nelle prime forme di società, perché queste non hanno ancora espresso antagonismi economici, è quindi diretta verso la conservazione e lo sviluppo del patrimonio comune, contro gli attacchi esterni. Poiché non vi è alcuna differenziazione economica all’interno della tribù in questo periodo assistiamo a un uso sociale e armonico delle diverse capacità intellettuali e naturali degli individui.

L’apparizione delle classi rompe ogni possibilità di armonizzazione dell’individuo nella società, e assisteremo alla formazione di tante ideologie, di tanti capi, quante sono le classi. La dinamica di questa battaglia tra classi permette alle classi fondamentali di esprimere, assorbire tutta l’attività economica, politica, intellettuale degli strati intermedi.

Il capo proletario è quindi colui che sintetizza, in nome della classe proletaria e attorno ad essa, lo sforzo di liberazione di tutti gli oppressi: la liberazione dell’umanità stessa contro la classe sfruttatrice, che difenderà il suo dominio a rischio della distruzione di ogni convivialità umana.
I capi individui sono quindi determinati, espressioni molecolari della classe; il significato e il ruolo degli individui e dei capi sono concepibili solo in termini di classe: il genio più grande, l’individuo più coraggioso, se sono separati dalla loro classe e dalla sua evoluzione storica, non possono costituire che effimere espressioni sociali. Invece l’individuo e il capo collegato alla classe e al suo processo di sviluppo costituisce un elemento fisiologico di quella classe.

La maturazione di quest’ultima avviene attraverso un meccanismo molto complesso; e, per questo motivo, il consumo di energie umane, la loro decomposizione, il loro passaggio al nemico, non determinano immediatamente la nascita di nuove espressioni che sintetizzano la classe. Ma la funzione storica della classe non cessa a causa della diserzione, del tradimento dei suoi militanti o dei suoi capi; il corso del suo sviluppo potrebbe essere temporaneamente compromesso, ma nuove energie nasceranno da queste esperienze negative, certamente benefiche per la vita e lo sviluppo della classe.

L’individuo e il capo, quindi, dipendono solo dalla classe a cui appartengono, al cui servizio mettono la loro vita e la loro intelligenza. In nessun caso rappresenteranno personalità che farebbero dono alla classe di un materiale ideale o intellettuale generato solo all’interno di se stessi.

Lenin, Liebknecht e Luxemburg rimarranno nella storia come espressione della classe proletaria e di particolari momenti della sua ascesa, non come geni o eroi che abbiano dotato la classe lavoratrice di qualità particolari della propria personalità. Altri cervelli, molto più potenti in campo politico, altri eroi più imponenti di questi capi proletari spariranno dalla scena storica solo perché non concretizzano i bisogni della classe proletaria e della sua lotta. Il capo proletario è quindi colui che annulla ogni individualità e proclama sé stesso debitore, con tutta la sua attività intellettuale e generale, alla classe proletaria.

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I capi della rivoluzione borghese si trovavano in condizioni storicamente molto più favorevoli. Ciò era dovuto al ruolo storico della borghesia, che doveva semplicemente sostituire le classi privilegiate e, su questa base, riorganizzare la società. Molto più complesso è il compito del capo della rivoluzione proletaria. Non lasciando il meccanismo economico più spazio alla costituzione di nuovi privilegi e nuovi sfruttamenti, il compito della rivoluzione proletaria consiste nella liberazione dell’intera umanità dalla soggezione alle forze economiche. L’evoluzione industriale pone le condizioni necessarie per l’abolizione delle classi; il proletariato non ha quindi davanti a sé – come le classi rivoluzionarie che lo hanno preceduto e che sono diventate reazionarie dopo il loro accesso al potere – compiti di trasformazione sociale per la realizzazione di privilegi economici. Il suo ruolo è essenzialmente politico e consiste nell’eliminare dalla storia sia la borghesia sia tutte le forze regressive che vogliono lasciare in vita, con il capitalismo, la sottomissione al vecchio ordine e il dominio delle forze economiche sull’uomo.

Il compito politico del proletariato si manifesterà essenzialmente nelle soluzioni che sarà in grado di dare alle diverse situazioni, per incanalare attorno alla lotta rivoluzionaria, tutte le reazioni prodotte dagli antagonismi sociali e dal loro emergere. Questo compito politico deriva direttamente dallo sforzo intellettuale che il partito e la sua gerarchia devono fare. Il nemico capitalista sarebbe certamente destinato al fallimento, nella difesa del suo regime, se dovesse fare affidamento esclusivamente solo su dati materiali. Minuscola minoranza nella società, il capitalismo, può ricorrere, per la costruzione di tutti i suoi apparati di dominio e repressione, solo ai milioni di uomini dalle classe che sfrutta. Se, quindi, durante la lotta rivoluzionaria del proletariato, durante la gestazione della società comunista, si potesse stabilire una relazione diretta tra antagonismo sociale e lotta per la sua soppressione, il capitalismo non avrebbe alcuna possibilità di rimanere alla direzione della società: il soldato, l’ufficiale di polizia, il gendarme, il giudice, il funzionario, sarebbero tutti elementi che percepirebbero l’assenza di un interesse per la conservazione della borghesia, e che sarebbero consapevoli dell’interesse economico contrario, cioè della soppressione dell’attuale regime.

Ma il capitalismo riesce a intervenire, direttamente o indirettamente, nella formazione e nello sviluppo tanto degli strati intermedi del proletariato quanto del partito stesso della classe operaia; questa è la sua unica possibilità di salvezza. In tempi di pericolo supremo, non è piuttosto la violenza contro la classe operaia che salverà la borghesia, bensì la corruzione del partito della classe operaia e dei suoi capi.

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Le armi per la lotta proletaria si trovano in una serie di formule primarie che permetteranno al proletario di intervenire vittoriosamente in tutti i movimenti di massa determinati dagli antagonismi sociali. La elaborazione di queste formulazioni centrali rappresenta un duro lavoro che impegna diversi anni; non è in una biblioteca, applicando le regole di un procedimento logico, che il proletariato arriva a indicare le sue soluzioni ai problemi della lotta. Il materiale con cui la classe operaia deve agire nasce da questa duplice esperienza storica: da un lato la borghesia può riuscire a contenere e schiacciare tutte le reazioni di classe prodotte dal suo regime, dall’altra il proletariato riesce ad estrarre il significato di queste reazioni nel corso degli eventi, per dare un obiettivo positivo e concreto alle lotte delle classi sfruttate. Tutto questo lavoro non può dipendere dalla forza di volontà o dal genio di individui, anche se tutti lavoratori. Abbiamo bisogno di un’organizzazione in cui tutti questi sforzi siano condensati, abbiamo bisogno di regole per controllare questo lavoro, abbiamo bisogno di una gerarchia che coordini questa attività, abbiamo bisogno di organi esecutivi, abbiamo bisogno di capi, abbiamo bisogno di un capo.

Organizzazione, regole, gerarchia, dipendono dalle condizioni sociali e storiche e non sono farneticazioni di individui o di geni. Il partito è quindi l’organismo in cui lo sforzo incessante della classe operaia è deputato a dare espressione e significato alle lotte della classe. Programma, politica e tattica del partito sono espressioni tangibili di diverse epoche storiche o situazioni diverse. Gerarchia significa la guida che può dirigere gli eserciti proletari. La lotta di classe e il suo meccanismo rappresentano il soggetto sul quale agisce il partito e condizionano la struttura del partito stesso.

Il potere del capitalismo è costituito da una ramificazione che si estende in tutto il paese. Questa rete consiste in poteri locali e repressivi, che non rappresentano rispetto allo Stato articolazioni sparse e discordanti ma meccanismi dell’organismo centrale. Il proletariato può basare la sua struttura organizzativa solo su una base simile. Alla sua testa c’è un organo centrale che ha raggiunto la più grande comprensione storica dei bisogni del proletariato; alla sua base tante organizzazioni, comitati, rappresentanti i rami del corpo centrale. Sia questo sia le organizzazioni locali costituiscono il partito nel suo insieme, spina dorsale della classe operaia, che la guida per le lotte contingenti e per la lotta finale.

In tutta la lotta, così come nel momento supremo, la velocità della soluzione e della decisione può appartenere solo a un cerchia molto piccola e a volte a un singolo individuo; così nel partito, situazioni decisive spesso richiederanno l’intervento di una singola personalità. Effettivamente per brevissimi momenti l’evoluzione delle lotte sociali precipita nelle sue fasi decisive; in alcune ore e spesso in poche ore si risolve il destino delle classi. La notte del 7 novembre fu decisiva per gli eventi in Russia; non avrebbero potuto trovare alcuna soluzione proletaria sulla base di una consultazione, per quanto limitata, anche del partito: era necessario che alla rapidità delle situazioni che procedevano con la velocità e la violenza del lampo, corrispondesse una decisione centralizzata, veloce e fulminea: Lenin rispose a questo compito. In Italia, invece, il consiglio del partito [PSI] e della Confederazione sindacale, discussero per i sette giorni dell’occupazione delle fabbriche, mentre la storia indicava la via della tempesta rivoluzionaria, costituisce la consacrazione della via opposta che garantì la vittoria del capitalismo.

Abbiamo già detto come e perché questo problema della necessità della gerarchia e del capo si trova al di fuori e contro le credenze sulla individualità o del genio. Se Lenin fosse stato assente nella notte del 7 novembre, o se una congestione cerebrale fosse avvenuta nel suo corpo, non significa necessariamente la sconfitta della rivoluzione. Il lavoro nella classe dispiegato da Lenin aveva prodotto anche altri elementi, nel corso degli eventi messi in secondo piano dalla presenza di Lenin, e che si sarebbero levati, con minore o altrettanta capacità, appunto in quella stessa notte storica del 7 novembre.

Per noi, può essere solo questione di personalizzazione della classe nel suo capo, non il contrario, vale a dire il dilatarsi del capo nella classe. Il meccanismo dell’organizzazione del partito, quello che determina la gerarchia, ci consente di vedere ancora meglio come si verifica la funzione intellettuale all’interno del partito. Qui non è il militante dotato del maggior numero di qualità intellettuali che sarà nelle istanze più alte del partito, ma, piuttosto, sarà la capacità politica dei militanti che determinerà il loro accesso agli organi locali e centrali. Infatti è abbastanza comune scoprire che un lavoratore ricopre degli incarichi ed è quindi nella possibilità di dare istruzioni a un professore universitario all’interno del partito.

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È dal punto di vista mondiale che sono determinate le condizioni particolari della formazione e dello sviluppo della classe lavoratrice dei diversi paesi. Un proletariato può trovarsi nella condizione di fornire un’opera teorica di livello mondiale. La classe operaia in Russia si stava sviluppando in condizioni particolari: la coesistenza di un potere feudale e un giovane capitalismo altamente concentrato, un contadiname arretrato e un proletariato estremamente denso, nei centri industriali e nelle grandi città. Questo proletariato ha potuto trarre ispirazione dalle esperienze che i lavoratori avevano fatto in altri paesi, nella loro lotta contro il potere capitalista, al fine di neutralizzare l’opposizione del capitalismo allo zarismo, di fare un salto dal feudalesimo alla dittatura del proletariato, senza l’intervallo di un periodo di dominazione borghese. È in tali condizioni storiche che la classe operaia mondiale ha percorso la sua gestazione in Russia, nel periodo imperialista del capitalismo. Lenin, favorito da queste condizioni oggettive, ascoltò attentamente la voce della storia della classe operaia mondiale e russa e riuscì a costruire il partito bolscevico. È diventato il suo capo perché è riuscito a tradurre la volontà della classe operaia nei suoi lavori teorici e nel concretizzarne i fini.

Non è certamente una inferiorità intellettuale a porre in un secondo piano la Luxemburg in relazione a Lenin. La classe operaia tedesca prima della classe operaia russa aveva occupato il primo posto nella lotta per gli interessi del proletariato mondiale. In particolare ai tempi della Prima Internazionale furono i suoi militanti in prima linea alle guida della lotta proletaria mondiale. Rosa e Liebknecht hanno sicuramente dimostrato una devozione e un lavoro intellettuale intenso quanto lo stesso Lenin, per essere assassinati prima che potessero raccogliere i frutti del loro lavoro rivoluzionario.

A quel tempo, il capitalismo tedesco stava attraversando la sua fase ascendente e (diversamente dal capitalismo russo, che non aveva sbocchi) riusciva a trascinare al suo seguito tutte le formazioni dirigenti del movimento proletario. In una tale situazione, la lotta della Luxemburg acquista un’importanza e un significato immenso, sebbene questa lotta non abbia avuto successo.

Fu nel 1903 che Lenin affrontò i problemi costitutivi del partito bolscevico e si applicò alla sua costruzione per 15 anni, passando per la rivoluzione del 1905, la sua sconfitta e la critica della sua sconfitta. Fu solo nel dicembre 1918 che la Luxemburg e gli Spartachisti andarono alla fondazione del Partito comunista, mentre in precedenza lo Spartakus Bund non si era assegnato – dal punto di vista dell’organizzazione e del punto di vista teorico – compiti di frazione all’interno della socialdemocrazia, come avevano fatto i bolscevichi in Russia. Nel gennaio e nel maggio 1919 i movimenti degli scioperanti a Berlino e la rivolta bavarese si svolsero in assenza di un partito comunista che potesse guidarli alla vittoria rivoluzionaria. Il capitalismo tedesco aveva fatto l’esperimento nel marzo del 1917 e ne aveva tratto insegnamento: aveva allora fornito il famoso treno piombato che doveva portare il capo della Rivoluzione d’Ottobre in Russia.

Quando la situazione in Germania divenne vulcanica, traboccante di convulsioni ed eruzioni sociali, il capitalismo capì che sarebbe stato necessario decapitare il proletariato e il suo giovane partito comunista. Un lavoro a lungo termine non aveva potuto essere fatto e il Partito comunista era troppo giovane per poter sostituire immediatamente i suoi leader assassinati. La classe operaia tedesca era, dopo l’esecuzione bestiale della Luxemburg e di Liebknecht, nell’impossibilità di ricostruire la sua ossatura al ritmo delle tempeste rivoluzionarie del 1919-1921 e il 1923.

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Nell’attuale situazione di profonda crisi del movimento comunista, la conclusione che si trae falsamente dagli anniversari che commemoriamo è quella della necessità di creare, allo stesso tempo, quadri, stati maggiori, capi. Lenin è presentato come il capo che ha prodotto gli sconvolgimenti sociali che si sono conclusi nell’ottobre del 1917. Pertanto, sarebbe sufficiente formare – alla luce della sua politica – altri stati maggiori, altri capi e il proletariato potrebbe tranquillamente riprendere il cammino della sua lotta rivoluzionaria. L’intero problema del capo proletario è quindi posto su una base invertita: in un periodo di riflusso rivoluzionario, non ci sono leader in grado di trasformare il divenire delle situazioni; il comunista deve – seguendo l’esempio di Lenin – impegnarsi nel lavoro di ricostruzione dei quadri dei partiti rivoluzionari. Il problema rivoluzionario non è un problema di individui, ma di classe, e la modifica della situazione può dipendere solo dalla ricostruzione dell’organo della classe operaia.

Lenin stesso, se fosse sopravvissuto alla sconfitta del proletariato tedesco, non avrebbe potuto, a comando, determinare un altro corso rispetto agli eventi che abbiamo vissuto. Avrebbe contribuito alla ripresa della lotta rivoluzionaria nei vari paesi, perché, certamente fedele al suo passato intatto e immutato, invece di considerare gli eventi della Germania come una conferma delle posizioni politiche che aveva difeso (spiegando la sconfitta del 1923 come errori organizzativi o di Brandler), avrebbe riconsiderato tutti i dati politici sperimentati nella lotta; e a prezzo di una analisi spietata, avrebbe ripristinato le condizioni per la continuità della lotta rivoluzionaria. Avendo la sconfitta del 1923 significato un cambiamento di grande importanza a vantaggio del capitalismo, Lenin sarebbe probabilmente stato sconfitto e avrebbe subito il destino di Trotski, di Bordiga e tutti gli altri comunisti banditi dai ranghi internazionali guadagnati al centrismo.

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La bandiera del proletariato è ora calpestata dalla borghesia. Sui membri della classe operaia, battuta da un capitalismo che è stato in grado di conquistare alla sua causa lo stesso Stato proletario, si sta preparando la canonizzazione dei capi che commemoriamo. Lenin, svuotato del suo significato comunista e internazionale, sarebbe diventato l’apostolo del socialismo in un solo paese. Per il centrismo, non è difficile, con frasi prese in modo fraudolento dal loro contesto, attribuire al capo della Rivoluzione d’Ottobre, la gratuita paternità della politica attualmente applicata all’interno dei partiti comunisti. Svuotato dal suo potente significato di combattente contro tutti gli equivoci della democrazia, Lenin è anche considerato l’apostolo delle parole d’ordine democratiche. Eppure nessuno più di lui era così attento a cercare il contenuto di classe delle istituzioni, delle organizzazioni e dello Stato. Non è difficile per nessuno ripetere questo inganno con frasi staccate dalla loro realtà storica e dal loro contesto. Anche la Luxemburg è stata trasformata in un apostolo della democrazia, mentre fu assassinata per ordine delle forze della controrivoluzione democratica.

Proprio come Marx ed Engels, anche Lenin e la Luxemburg potrebbero esser “scoperti” in flagranti contraddizioni tra le loro dichiarazioni di principio e le loro affermazioni politiche corrispondenti a particolari contingenze. In realtà, non ci sono affatto contraddizioni: le dichiarazioni di principio abbracciano un’intera epoca storica, che culmina nell’insurrezione del proletariato, le formulazioni politiche contingenti e di agitazione servono a legare attorno all’avanguardia comunista la massa dei lavoratori e delle classi medie. Ma la funzione delle formulazioni politiche intermedie non è affatto immutabile e si sposta in una direzione rivoluzionaria nella misura in cui accresce la possibilità rivoluzionaria per l’azione del proletariato.

Lenin ha continuato Marx perché ha rivisto la posizione contingente che quest’ultimo aveva applicato nel 1848-49 nei confronti della democrazia, divenuta una forza reazionaria di prim’ordine nella nuova fase dell’imperialismo capitalista. Quelli che continueranno Lenin, Luxemburg, Liebknecht, saranno quei rivoluzionari che, dopo una vera analisi della funzione delle forze sociali coinvolte nella situazione delle guerre e delle rivoluzioni, arriveranno ad una conclusione diversa da quella preconizzata per le contingenze in cui i nostri capi avevano vissuto. Questi ci lasciano in eredità dichiarazioni di principio la cui invocazione dobbiamo cercare di capire dove si applicava. Non faremmo altro che distorcerle e calpestarle se, sulla base di forme contingenti di agitazione, ne deducessimo posizioni di principio che sarebbero così contrarie a ciò che hanno sottolineato nelle loro opere fondamentali.

Marx scrisse nel “18 Brumaio”: «La rivoluzione del diciannovesimo secolo, per realizzare il proprio oggetto, deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Precedentemente la frase sopraffaceva il contenuto, ora è il contenuto che trionfa sulla frase». La lotta del proletariato è tutta nel futuro: le sue successive fasi sono collegate non come anelli uguali di una catena, ma come fasi distinte della sua ascesa. La canonizzazione dei dirigenti proletari può significare solo la canonizzazione di formule contingenti di agitazione, che, poiché non corrispondono più alle nuove realtà, facilitano il piano di conservazione del capitalismo. Per sua dolorosa esperienza, il proletariato può ispirare i suoi gesti, le sue posizioni, trova ispirazione nel suo passato solo se riesce a capire che in ogni periodo della sua ascesa sorgono nuovi problemi politici davanti a lui e che può risolverli solo a condizione di capirli.

La Seconda Internazionale trascinò il proletariato mondiale al servizio del capitalismo per fargli ottenere la sua guerra, cercando di servirsi dei nomi di Marx e di Engels per il tradimento che consumava. Il centrismo sta per ripetere, nel periodo attuale, lo stesso tradimento, e per questo userà il nome di Lenin per portare alla sua estrema conseguenza la politica del socialismo in un solo paese. Ma il proletariato riconoscerà i suoi capi e quando – con la ricostruzione del suo partito di classe nel tormento sociale della guerra – si riprenderà, saprà, come i bolscevichi nel 1917, tagliare le mani ai nuovi traditori che vogliono aggrapparsi a Lenin, a Luxemburg e a Liebknecht.