Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
 
“Il Partito Comunista”, n.4, dicembre 1974


SULLA LINEA DELLA SINISTRA

Il partito comunista rivoluzionario non divide con nessuno altro la direzione della classe e della sua dittatura statale


È nella storia reale del partito di classe proletario che si trova la dimostrazione inoppugnabile di quanto abbiamo scritto nel 1965 nelle nostre tesi di Napoli:

«Altro punto che il partito ha conquistato storicamente e da cui mai potrà decampare è la netta ripulsa a tutte le proposte di ingrandire i suoi effettivi e le sue basi attraverso convocazioni di congressi costituenti comuni ad infiniti altri circoli e gruppetti, che pullulano ovunque dalla fine della guerra elaborando teorie sconnesse e deformi, o affermando come unico dato positivo la condanna dello stalinismo russo e di tutte le sue locali deviazioni».

Questa enunciazione del 1965 era ed è proclamata in faccia a tutti coloro che sulla scena della lotta di classe vedono agire diverse forze “rivoluzionarie” e non capiscono perché queste non si unifichino, non trovino una base comune per formare “una grande organizzazione”. In faccia a questa visione deforme noi proclamavamo che non esistono sulla scena storica “forze rivoluzionarie” più o meno coerenti nelle loro enunciazione e nella loro prassi, ma il partito e «infiniti altri circoli e gruppetti» che elaborano «teorie sconnesse e deformi». Con questi «circoli e gruppetti» il partito non ha né vuole avere nulla a che fare in quanto non le ritiene forze rivoluzionarie, ma semplicemente escrescenze e residui dell’opportunismo tradizionale in una fase di spietata controrivoluzione. Non abbiamo mai posto, di conseguenza, la questione di sapere quale di questi «circoli e gruppetti» siano più vicini o più lontani dal partito e dalle sue coerenti posizioni: tutti ne sono egualmente lontani. Anzi la nostra consegna è sempre stata: «diffidare del cugino, dell’affine, del vicino, di chi si proclama più prossimo alle nostre posizioni». La dura consegna di battaglia fu sempre: «Chi non è con noi è contro di noi!», cioè schierato sul fronte del nostro nemico di classe.

La enunciazione del 1965 non era nuova nella storia della Sinistra e del partito. Risale all’epoca della III Internazionale, quando la nostra corrente combatteva all’interno di essa la prassi delle “fusioni” con i partiti “simpatizzanti” ecc. e rivendicava come unico metodo di adesione al partito l’ammissione individuale di coloro che ne accettassero integralmente la teoria, il programma, le norme tattiche e la disciplina organizzativa. Non riconoscevamo allora, come non riconosciamo oggi, l’esistenza di forze politiche “più o meno vicine” al partito di classe. Tutte le forze politiche organizzate sono contro il partito e contro la rivoluzione proletaria. Verso di esse abbiamo un solo compito: dimostrare costantemente al proletariato la loro natura di forze controrivoluzionarie, demolirle ed annientarle.

È questa una pretesa da dottrinari, da gente chiusa nella sua “torre d’avorio” ?. È l’accusa che da cinquant’anni ci viene lanciata da tutti coloro che alla fine hanno portato il partito al servizio del nemico di classe. A questa accusa abbiamo sempre risposto che le ragioni della nostra posizione si trovano non in esigenze di purezza dottrinaria, ma in necessità pratiche sancite dalle lezioni della storia.

Sembra che il partito politico del proletariato rivoluzionario si sia sempre formato dalla convergenza, intorno ad un unico programma generale, di più forze o “tendenze”. Ma nulla è più falso di questa pretesa “verità”. Quando il Manifesto lanciò ai proletari la prospettiva dell’organizzazione in classe e di conseguenza in partito politico, il marxismo esisteva già, come teoria e visione completa del divenire sociale, patrimonio di una ben definita organizzazione che fece le sue prove nelle rivoluzioni del 1848: la Lega dei Comunisti.

Il problema storico era quello di staccare il proletariato dalla influenza dei partiti borghesi e piccolo borghesi, di spingerlo a costruire un partito politico autonomo da tutti i partiti delle classi possidenti, come diranno gli statuti della I Internazionale. È un situazione storica ben determinata nella quale, corrispondentemente al basso grado di sviluppo del proletariato, persistono ed agiscono nel suo seno correnti, tendenze ed organizzazione legate alla tradizione del moto rivoluzionario borghese antifeudale nel quale il proletariato aveva costituito l’ala sinistra del fronte rivoluzionario, oppure generato dalla stessa immaturità di sviluppo del proletariato (le tendenze anarchiche in Italia, in Spagna, le sopravvivenze giacobine in Francia, ecc.).

È il periodo storico in cui il proletariato si libera faticosamente delle influenze delle altre classi, si costituisce faticosamente, in un processo doloroso e contraddittorio, in classe autonoma, in partito politico. I marxisti, i comunisti appoggiano e favoriscono questo processo. Essi proclamano, nel Manifesto, di non costituire un altro partito rispetto i partiti proletari esistenti, ma di assolvere nel loro seno il compito di illuminare il movimento sui suoi compiti e le sue prospettive generali. La formazione della I Internazionale costituisce il risultato pratico, organizzativo di questo processo. È la formazione del partito internazionale previsto dalla dottrina, che riunisce nel suo seno ed intorno ad un comune programma (la costituzione del proletariato in partito politico, la conquista rivoluzionaria del potere come premessa alla trasformazione della società) tutte le forze e tendenze rivoluzionarie esistenti nel proletariato. Tutto il periodo 1848-1871 è segnato dalla lotta del marxismo contro tutte le altre tendenze esistenti nel proletariato. Nello stesso tempo che i fatti fisici della lotta fra le classi separano il proletariato dalla democrazia borghese, il processo di sviluppo della produzione capitalistica fa crescere il moderno proletariato. Le lezioni sanguinose del giugno 1848 e della Comune di Parigi confermano le previsioni del marxismo sulla necessità del partito politico di classe e della dittatura esercitata in prima persona dal partito.

Se il periodo 1848-1871 si chiude con la sconfitta pratica del proletariato rivoluzionario, esso segna però la vittoria definitiva della teoria marxista su tutte le altre tendenze esistenti in seno al proletariato. Mentre le illusioni proudhoniane, blanquiste, libertarie e giacobine escono sconfitte dalla prova dei fatti, la teoria marxista ha dimostrato nei fatti stessi di essere l’unica teoria della rivoluzione proletaria. Questo risultato storico è oramai acquisito all’esperienza delle lotta rivoluzionaria della classe proletaria. La II Internazionale nasce infatti su basi marxiste e le grandi organizzazioni del periodo 1881-1914 riconoscono nel marxismo la loro bandiera. Le altre tendenze sono messe materialmente ai margini della lotta di classe proletaria: o persistono come patrimonio di ristretti cenacoli o, secondo le parole di Lenin, sono costrette a travestirsi da marxiste. Due risultati, dunque del primo periodo: il movimento organizzato sul terreno economico del proletariato non può più essere distrutto con la repressione statale borghese e la stessa borghesia nei vari paesi è costretta a prenderne atto; la teoria marxista è l’unica che abbia resistito alla prova dei fatti storici e devono prenderne atto tutti i rimasugli delle tendenze non marxiste costrette a «travestirsi da marxiste».

La II Internazionale si trova, però, ad agire in una situazione storica particolare: è l’epoca in cui il capitalismo, assicurata in tutta Europa la vittoria delle rivoluzioni borghesi ed il potere della classe borghese, conosce un periodo di relativo sviluppo “pacifico” ed estende il suo modo di produzione alla scala mondiale. È un periodo in cui la prospettiva della rivoluzione proletaria si mostra lontana mentre lo sviluppo costante dell’industria e lo sfruttamento dei popoli coloniali nei grandi Stati europei permette la creazione in seno al proletariato di un diffuso strato di aristocrazie operaie, facilmente influenzabili dal pacifismo e dal democratismo della piccola borghesia, ostili ad ogni idea di rivoluzione violenta. Il legame fra i compiti della lotta immediata e giornaliera e lo scopo finale della rivoluzione diventa difficile a mantenersi. Le lotte all’interno della società capitalistica cominciano ad assorbire la gran parte delle energie del partito. E questa stessa situazione fa sì che i legami internazionali fra le diverse sezioni si affievoliscano, essendo ogni sezione dedita alla lotta giornaliera e minuta per strappare qualcosa alla borghesia del proprio paese. Su questa strada i partiti socialisti e socialdemocratici si riempiono sempre più di elementi i quali aderiscono al partito per la sua importanza pratica immediata; la prassi elettoralistica e parlamentaristica invade tutti i pori della vita dei partiti e si spinge fino alla più o meno aperta collaborazione ai ministeri borghesi.

Sorge come effetto di tutto questo il revisionismo, cioè la tendenza a “rivedere” la teoria marxista smussandone tutti i caratteri rivoluzionari e trasformandola in una specie di visione evoluzionistica e pacifica. Ma il revisionismo, il quale non esprime altro che l’influenza sul proletariato delle tesi della democrazia piccolo borghese, dimostra esso stesso la conquista storica avvenuta in campo proletario, cioè la vittoria del marxismo, in quanto costretto a presentarsi sotto vesti marxiste. Non pretende di essere una nuova teoria diversa da quella marxista, pretende soltanto di “rivedere”, di “aggiornare” alcuni dati della vecchia teoria.

Le correnti apertamente non marxiste rimangono ai margini del movimento politico proletario. Soltanto la sempre più estesa invadenza del revisionismo marxista, con la conseguente prassi pacifista, democratica e di collaborazione di classe, darà a queste correnti nuovo respiro e nuovo spazio in seno al proletariato, disgustato dalle gesta puramente legalitarie e parlamentari dei partiti della II Internazionale. In Italia, in Francia, nella stessa Germania e Inghilterra risorgono nel proletariato, correnti spontaneiste, sindacaliste ed anarchiche. Esse acquistano una forza in seno al proletariato soltanto nella misura in cui i partiti marxisti tradiscono il loro dovere rivoluzionario; costituiscono non un passo in avanti del movimento proletario, ma una reazione disperata e sconnessa al tradimento del partito di classe. Più il partito si piega alla teoria che «il fine è nulla, il movimento è tutto», cioè alla teoria delle aristocrazie operaie e della piccola borghesia, più abbandona all’anarchismo, al sindacalismo ecc., vasti strati del proletariato che sentono istintivamente la necessità della rivoluzione violenta contro lo Stato borghese.

Ma nel 1914, non a caso, si troveranno schierati sui fronti di guerra in appoggio alla propria borghesia non soltanto i revisionisti, ma anche gli anarco-sindacalisti. Saranno soltanto le correnti del marxismo rivoluzionario a porsi apertamente contro la guerra fra gli Stati per la guerra rivoluzionaria fra le classi. Il marxismo riconfermerà così, nel fuoco di un avvenimento storico colossale, la sua idoneità ad essere la sola teoria rivoluzionaria capace di dirigere il proletariato.

Il primo dopoguerra – contrassegnato da una parte da un vivace movimento delle masse proletarie in tutti i paesi d’Europa, dall’altra dall’aperto passaggio sul fronte borghese dei partiti socialisti e socialdemocratici – vede anch’esso una reviviscenza delle tendenze non marxiste in seno al proletariato come espressione dell’incapacità del partito di dirigere il movimento delle masse. L’Ordinovismo italiano e le posizioni del KAPD tedesco non hanno altra origine e non trovano altro alimento che in questa situazione in cui i partiti ufficiali del proletariato rifiutano di dirigerne la lotta.

La vittoria della rivoluzione in Russia e la fondazione della III Internazionale e dei partiti comunisti, riportano rapidamente il partito marxista alla testa del movimento rivoluzionario ricacciando ai margini queste tendenze, una parte delle quali sono costrette dalla situazione materiale a piegare la testa di fronte ai principi del comunismo: necessità del partito di classe e della dittatura. È il caso della corrente italiana dell’Ordine Nuovo, corrente non marxista ma che aderisce al partito Comunista d’Italia e ne accetta il programma. L’Internazionale marxista diviene negli anni 1920-1926 la vera guida del proletariato rivoluzionario del mondo e il fronte proletario si divide in due campi: il campo della rivoluzione diretto dalla Internazionale e il campo della controrivoluzione diretto dalla socialdemocrazia «la sinistra del fronte borghese». L’anarchismo, il sindacalismo, tutte le tendenze non marxiste perdono rapidamente terreno in seno al proletariato. Di più: l’inconsistenza del loro indirizzo teorico e politico le porta, come era già avvenuto nella guerra, ad affiancarsi ai socialdemocratici contro i comunisti. È il caso degli anarco-sindacalisti italiani nello sciopero di agosto 1922 e dei loro confratelli francesi che tentarono di cacciare i comunisti dalle organizzazioni sindacali da essi dirette. La III Internazionale combatte dunque non soltanto contro l’opportunismo di “destra”, ma anche contro quello di “sinistra”.

Abbiamo mille volte ricordato quale fu il processo di vita della III Internazionale e per quali cause, oggettive e soggettive, essa abbandonò il fronte della rivoluzione e degenerò in un opportunismo ancora peggiore di quello dei partiti della II Internazionale. È naturale che questo processo degenerativo in cui il partito marxista veniva ancora una volta a mancare al suo compito, facesse resuscitare in seno al proletariato le tendenze non marxiste, rigettasse indietro il processo della loro liquidazione e della formazione di veri partiti comunisti in America ed in Inghilterra e permettesse alle tendenze anarchiche e sindacaliste di ripetere le loro gesta in Spagna nel 1936, dimostrando alla luce del sole ancora una volta la loro impotenza rivoluzionaria. È interessante il fatto storico che, mentre le correnti anarchiche, “antiautoritarie” e “antistaliniste” si ritrovarono a partecipare al governo democratico borghese ed a difenderlo in Spagna, i famosi Shop Stewards non seppero far di meglio che aderire alla seconda guerra mondiale sul fronte degli opportunisti di tutti i paesi.

Questo breve excursus storico ci conduce alla conclusione che è la chiave di tutta l’opera di ricostruzione del partito comunista mondiale intrapresa dalla Sinistra comunista nel secondo dopoguerra: i fatti storici del 1848-1945, le vicende storiche positive e negative della lotta rivoluzionaria del proletariato confermano tutti i risultati, le previsioni, le deduzioni tratte dal marxismo. La dottrina marxista è l’unica dottrina che può guidare la lotta rivoluzionaria del proletariato: essa è invariante, non soffre miglioramenti o aggiornamenti o apporto di nuovi dati che non siano di riconferma di essa. Le tendenze non marxiste, battute nella storia un secolo fa, hanno avuto solo una possibilità di ripresentarsi in seno al movimento proletario: sono state sempre la reazione «opportunista di sinistra» ad una deviazione del partito dalle corrette basi marxiste, reazioni, rigurgiti sconnessi che hanno indicato soltanto il disorientamento delle masse proletarie spinte al movimento di fronte al cedimento e al tradimento del loro partito marxista rivoluzionario.

Se nel periodo 1848-1871 il partito rivoluzionario del proletariato poté vedere la convergenza e la lotta interna fra varie tendenze e varie teorie, questo periodo è storicamente chiuso con la Comune di Parigi. Il primo atto della risorta II Internazionale fu la scissione dagli anarchici e da tutte le tendenze che non riconoscevano nel marxismo l’unica teoria rivoluzionaria. Nella II Internazionale la lotta interna non è fra marxisti e non marxisti, ma fra marxismo e revisionismo, cioè fra chi tendeva a deviare il partito dalle sue posizioni corrette per farne un “partito di riforme” e chi voleva mantenerlo come partito “di rivoluzione”. Le tendenze non marxiste rimangono fuori da questa lotta e ritrovano una certa vitalità nel proletariato soltanto nella misura in cui essa volge a favore dell’opportunismo.

La III Internazionale al suo sorgere non esita a riproporre, come base per la aggregazione del partito, l’integrale visione marxista sia contro le deformazioni revisioniste sia contro le tendenze “di sinistra”.

Al II congresso del 1920 viene fatta giustizia delle tendenze anarco-sindacaliste e di altro genere che pretendono una patente di forze rivoluzionarie soltanto perché propugnatrici di metodi violenti e diretti di azione. Tutte le tesi dell’Internazionale sanciscono senza equivoci che rivoluzionarie sono soltanto quelle forze che ammettono senza mezzi termini la necessità del partito guidato dalla teoria marxista e sulla base di questa centralizzato e disciplinato e la necessità che questo partito internazionale diriga in prima persona la dittatura del proletariato. Il KAPD tedesco, sebbene abbia un notevole seguito nelle masse proletarie, non viene ammesso all’Internazionale; stessa cosa per l’organizzazione a sfondo sindacalista rivoluzionario degli I.W.W. americani.

Il partito rivoluzionario rinacque dunque non sulla base di revisione o di un aggiornamento della dottrina marxista, né tanto meno sull’accordo e la convergenza di più dottrine o di più indirizzi tutti pretesi “rivoluzionari”. Rinacque sulla base della integrale riaffermazione di tutti i dati della dottrina, separando da sé chiunque ne voleva una revisione, un adattamento, una “interpretazione” particolare.

Il periodo storico in cui si formava la III Internazionale, periodo di alta tensione rivoluzionaria, con milioni e milioni di proletari in lotta aperta contro lo Stato borghese e con una prospettiva di vittoria a breve scadenza almeno in alcuni grandi paesi europei, fece sì che il processo di formazione dei partiti comunisti venisse affrettato dalla necessità reale di dare una guida efficiente al proletariato in movimento. Nel campo organizzativo si istituirono patteggiamenti e concessioni a forze che non condividevano perfettamente le tesi del II Congresso, ma che sembravano disposte a battersi sul terreno rivoluzionario. Furono inglobati nell’Internazionale elementi o gruppi che ben poco avevano a che fare col marxismo, ma che accettavano o dicevano di accettare i principi della violenza e della dittatura. L’elemento determinante di questa prassi non era la speranza di portare questi elementi e questi gruppi sul terreno marxista attraverso un’opera di predicazione delle nostre tesi o di propaganda o di colloquio, ma la constatazione che la situazione era rivoluzionaria e che il movimento del proletariato, i fatti fisici avrebbero permesso a questi elementi di evolvere verso il comunismo o almeno di servire alla vittoria del comunismo. Piano pericoloso, come la nostra corrente affermò fin dall’inizio, ma che teneva conto in maniera correttamente marxista del rapporto tra forze materiali e capacità di convincimento e di evoluzione delle idee sulla base dei fatti.

Piano pericoloso dunque, soprattutto quando l’ondata del movimento fosse rifluita e non avesse perciò più fornito a questi elementi una spinta verso le nostre posizioni, ma addirittura la spinta inversa verso le posizioni di partenza. Livorno 1921 è un esempio di come in una situazione di rivoluzione montante che vedeva in movimento le masse proletarie si potesse presumere di agganciare al carro della rivoluzione anche forze non perfettamente intonate da un punto di vista di dottrina, ma che accettavano cardini del nostro programma ed avevano radici effettive nel movimento proletario. Le forze sociali che avevano spinto nel 1920 Gramsci e gli ordinovisti a far gettito delle loro teorie cosiliariste e a convenire sulla necessità del partito e della dittatura potevano far presumere un ulteriore avvicinamento di essi al marxismo, purché l’Internazionale avesse mantenuto la sua rigida impostazione marxista e nulla avesse concesso sul piano della teoria, dei principi, della tattica perfettamente intonata ai principi.

Quando la situazione rivoluzionaria rifluì a tutti questi elementi venne a mancare il sostegno materiale che li aveva spinti verso il partito rivoluzionario ed essi riscoprirono tutte le loro primitive tendenze. L’Internazionale aggravò il fenomeno rendendo sempre più indeterminate le sue norme tattiche ed organizzative, cioè, in pratica, cedendo alla spinta all’indietro che da queste forze insicure proveniva. Era, secondo la Sinistra, invece proprio quello il momento di delineare al massimo le posizioni del marxismo rivoluzionario in tutti i campi vitali, proprio per salvare dall’ondata di riflusso almeno il nerbo del partito mondiale, magari perdendo delle forze fisiche, ma guadagnando in coesione e chiarezza di posizioni. Il non aver saputo reagire in modo corretto alla situazione sfavorevole che si apriva ha portato alla rovina l’Internazionale permettendo a queste forze di diventare predominanti nei partiti e di congiungere le loro posizioni non marxiste alla controrivoluzione stalinista che prendeva campo in Russia. Nel 1926 la tragedia era compiuta.

Nell’interguerra la sottomissione dell’Internazionale comunista alla controrivoluzione staliniana genera nei partiti comunisti diversi tipi di reazione. Ritornano in luce un poco dovunque tendenze spontaneiste ed anarcoidi come reazione allo stalinismo, tendenze che negano la necessità del partito e soprattutto dello Stato dittatoriale diretto dal partito. È una reazione antistaliniana tipica, condivisa purtroppo anche da Trotzki, quella che, condannando i metodi burocratici e repressivi installati dallo stalinismo, si lascia andare a rivendicare la democrazia, la democrazia operaia, la democrazia sovietica e, magari, la democrazia interna al partito. Queste reazioni, per quanto provenienti da sinceri combattenti della rivoluzione, rompevano con il marxismo e si ricongiungevano, volenti o nolenti, con l’anarchismo. Le correnti correttamente marxiste, come la Sinistra Italiana ed anche l’opposizione che faceva capo a Trotzki, si batterono contro lo stalinismo cercando di difendere l’integrità del programma marxista ed in primo luogo i concetti inviolabili della necessità del partito centralizzato e dello Stato dittatoriale diretto dal partito. La difesa di questi cardini accomuna la nostra corrente a Trotzki nella lotta contro Stalin, anche se Trotzki si lascerà andare troppo speso a rivendicazioni di “vera democrazia” nel partito, magari a scopo di giusta polemica nei confronti dei metodi infami dello stalinismo.

Ciò che dividerà Trotzki da noi, definitivamente e per sempre, sarà il fatto di non aver saputo identificare la fonte della degenerazione dell’Internazionale in quei fattori che avevano resa affrettata la sua formazione nel primo dopoguerra, cioè nella indeterminatezza delle norme organizzative e tattiche e nel fatto che queste, invece di divenire più rigide man mano che la situazione rifluiva, erano state rese sempre più elastiche e sempre più indeterminate. Il presupposto del “pericoloso” piano di Lenin, per cui si accettavano nell’Internazionale gruppi e forze fino a ieri socialdemocratiche e sindacalistiche purché accettassero almeno i principi del partito e della dittatura, era costituito da una corretta valutazione delle spinte materiali della fase ascendente della rivoluzione. Dopo il 1922 la prassi delle “concessioni” e delle manovre tattiche spregiudicate avrebbe dovuto cessare, proprio perché la situazione diveniva oggettivamente negativa. L’Internazionale era andata in senso inverso e crollò. La lezione da trarre era che, aprendosi un periodo di controrivoluzione alla scala mondiale, doveva essere fatto il bilancio di questi errori passati per arrivare alla conclusione della condanna definitiva delle tattiche e delle norme organizzative troppo “elastiche”.

La corrente antistalinista che si richiamava al nome di Trotzki non fu in grado di trarre questo bilancio. Di più: essa difese la prassi tattica e organizzativa dell’Internazionale sostenendo essere quella l’unica conveniente al partito comunista per mantenere il contatto con le masse proletarie. La corrente di Trotzki camminò su questa strada fino ad ammetter che parole d’ordine democratiche avrebbero potuto avere una certa importanza anche nei paesi di capitalismo avanzato in presenza di fascismo. A questo punto dichiarammo alle due parti che le nostre strade divergevano irrimediabilmente.

Su di altro piano la nostra divergenza con Trotzki fu totale e completa. Trotzki aveva preso come dato assoluto il processo di formazione della III Internazionale e tutta la sua opera fu intesa, fin dal 1928, a cercar di raggruppare in una organizzazione unica tutte quelle forze che stavano sul terreno antistalinista, anche se non avevano posizioni coerentemente marxiste. Mancandogli l’appoggio materiale che Lenin aveva avuto nel 1920 ed operando in piena fase controrivoluzionaria il risultato delle sue manovre non poté essere una riedizione della III Internazionale, ma l’aborto storico della IV. Sacrificando la spietata chiarezza delle posizioni teoriche o programmatiche ad una manovra tattica, al frontismo, all’unione di tutte le forze rivoluzionarie in un periodo oggettivamente controrivoluzionario, la corrente di Trotzki ha da tempo abbandonato ogni legame con il marxismo rivoluzionario senza peraltro riuscire ad influenzare il proletariato in alcun modo. La IV Internazionale trotzkista è oggi, dal punto di vista delle sue forze organizzate, un piccolo gruppo escluso dal seno della classe operaia, ma lo è, e questo è il grave, dopo aver lascito per strada in trent’anni qualsiasi capacità di impostazione e di analisi marxista.

E questo è un dato storico fondamentale: la fase controrivoluzionaria apertasi nel 1926 ha permesso nell’arco di cinquant’anni una presa totalitaria dell’opportunismo sulla classe operaia. Non solo il partito rivoluzionario è stato respinto ai margini della classe e gli è stato impossibile qualsiasi collegamento con le masse proletarie, ma non hanno avuto terreno nemmeno le tendenze non marxiste, che usavano risorgere in presenza di movimenti proletari estesi come reazione all’opportunismo. Anarchici, anarco-sindacalisti oggi non esistono come espressione del movimento di strati anche esili della classe operaia, ma semplicemente come gruppetti e circoli di intellettuali che solo fra gli intellettuali trovano la loro materia sociale e i loro collegamenti. Ed in conseguenza di questa situazione morta ed amorfa anche la loro ideologia è scaduta rispetto a quella dei loro antenati di cinquanta o cento anni fa. È la loro condanna definitiva da parte della storia: compagni di strada della rivoluzione dal 1848 al 1871; dimostrate false le loro posizioni dalle vicende storiche, trovano un’occasione di rivivere grazie al tradimento socialdemocratico, e sui loro sconnessi indirizzi riusciranno a trascinare strati più o meno consistenti del proletariato e del disgusto dei quali per i metodi parlamentari e riformisti furono l’espressione negativa. Gettati definitivamente fuori dai ranghi della classe mentre aumenta la loro incoerenza e inconsistenza ideologica, il reclutamento delle loro forze si compie oramai soltanto nel campo degli intellettuali malcontenti e della contestazione studentesca.

Dal 1926 in poi assistiamo dunque allo svolgersi di una fase controrivoluzionaria senza precedenti che dura tutt’ora. Convergendo in senso sfavorevole alla rivoluzione fattori oggettivi e soggettivi il proletariato europeo e mondiale non è riuscito a dar vita a movimenti di masse neanche lontanamente paragonabili a quelli che incendiarono il primo dopoguerra. Le complesse ragioni economiche, sociali, politiche di questo fenomeno le abbiamo mille volte analizzate. Fatto sta che questa situazione reale non potrà essere rovesciata che da un ritorno del proletariato alla lotta almeno difensiva, ritorno che sarà il prodotto della crisi economica mondiale che si sta appena aprendo. In questa situazione il partito, come abbiamo mille volte ripetuto nei nostri testi, ha come compito essenziale di gettare un ponte di coerenza teorica e pratica fra le generazioni rivoluzionarie di 50 anni fa e le future leve rivoluzionarie del proletariato, che la ripresa della lotta di classe susciterà a milioni e milioni. Saltare questo abisso con la volontà non è possibile. Diamo atto al compagno Trotzki di averlo tentato, con il solo risultato di farsi portatore di gravi deviazioni dell’indirizzo marxista. Rifiutammo 30 anni fa e ci rifiutiamo oggi di seguire la sua strada.

Il partito «compatto e potente», numericamente forte, disciplinato e collegato al proletariato rinascerà soltanto dall’incontro tra la spietata coerenza alla teoria, ai principi, al programma della rivoluzione, tra la rigida riaffermazione della invarianza del marxismo e la coerente applicazione di esso alla spiegazione dei fatti e delle lezioni che ci vengono dalla terribile sconfitta subita, e il rimettersi in moto delle grandi masse del proletariato spinte a ciò da determinazioni economiche. In questo movimento della classe il piccolo gruppo che ha saputo mantenere la rotta della rivoluzione non solo nelle sue enunciazioni teoriche e programmatiche ma nel suo lavoro pratico ed organizzativo, per quanto ristretto, troverà l’ambiente per reclutare le sue forze, per stabilire mille canali di collegamento con la classe di cui esso è il rappresentante storico.

Non negli sguaiati sussulti di strati intermedi malcontenti che vanno elaborando teorie sconnesse e deformi, tutte egualmente lontane dal marxismo, tutte egualmente legate al cordone ombelicale dell’opportunismo tradizionale. E questo per la giusta considerazione che le teorie, le posizioni politiche non si creano a piacere e non sono il frutto di più o meno grandi capacità di comprensione intellettuale di singoli o di gruppi, ma derivano da forze reali che si muovono nella società. L’epoca controrivoluzionaria che ha ridotto il proletariato a non saper esprimere neanche un movimento generalizzato in difesa delle sue condizioni di vita e di lavoro nell’arco di 50 anni e che ha ridotto i marxisti coerenti a ristretta pattuglia senza legami con la classe, ha prodotto anche i gruppetti, le formazioni politiche sedicenti “rivoluzionarie” che pullulano dovunque dalla fine della guerra e particolarmente dal 1960 in poi. Questi gruppetti sono tutti e non possono non essere che “revisionisti” cioè nemici giurati del “dogmatismo” sulla cui base è sempre risorto il partito di classe e particolarmente la III Internazionale. Essi sono tutti, e non possono non esserlo, per l’aggiornamento di qualche parte del marxismo alla realtà d’oggi. Essi rivendicano tutti, e non può essere che così, una tradizione comune all’opportunismo staliniano e alle sue gesta antifasciste e resistenziali. Sono tutti seguaci, in campo organizzativo e tattico, degli aspetti che segnarono la degenerazione della III Internazionale, dalla rivendicazione del “centralismo democratico” al fronte unico politico, al governo operaio e operaio e contadino. Date queste basi comuni la enunciazione di essere marxisti, leninisti o magari seguaci del marxista Trotzki, hanno lo stesso valore che per il revisionismo classico aveva riferirsi alla teoria di Marx e di Engels. In realtà sono tutti sul fronte dell’opportunismo contro il marxismo. Sono tutti egualmente lontani dal partito rivoluzionario.

E questo non è avvenuto e non avviene a caso: esprime invece l’influenza materiale che l’opportunismo ha sulla classe operaia, la mancanza di movimento da parte della classe. Sono questi due fattori congiunti che hanno pesato sul cervello dei giovani degli anni sessanta impedendo loro di rompere con l’opportunismo e di ritrovare la sana tradizione marxista. Pensare che un’opera di propaganda e di indottrinamento teorico possa portare su posizioni marxiste queste forze significa essere caduti nel più trito idealismo, perché questi gruppi non esprimono una scarsa capacità intellettuale di comprendere la teoria marxista, esprimono la forza della controrivoluzione che li rende materialmente incapaci di capire, come rende gli operai materialmente incapaci di comprendere l’indirizzo del partito. Verità elementari che la situazione materiale rendeva comprensibili nel 1920 al più analfabeta degli operai sono oggi incomprensibili al più “politicizzato” dei “di sinistra”. L’abisso non si trova nel cervello, ma nella realtà materiale; sarà superato non istituendo corsi per il corretto apprendimento del marxismo, ma dal ritorno alla lotta del proletariato che aprirà i cervelli, nell’unico modo possibile: spezzando con una serie di robuste spallate la cappa di piombo opportunista che pesa sul cervello e sulle capacità di comprensione di tutti i membri della società. Allora soltanto e soltanto su questa base materiale i giovani che sentono la spinta istintiva a combattere contro la società presente saranno messi in grado non di vegetare nella palude parlamentare o extraparlamentare dell’opportunismo, ma di comprendere le posizioni coerenti che il partito esprime ogni giorno nella sua propaganda e nella sua azione.