Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Base produttiva e lotte di classe in Egitto
("Il Partito Comunista", n. 36, 37, 40 / 1977, 41-45 / 1978)
  1. – PENETRAZIONE DEL CAPITALISMO IN EGITTO
  2. – SVILUPPO DELLA BORGHESIA NAZIONALE
  3. – IL COLPO DI STATO NASSERIANO
  4. – LA RIFORMA AGRARIA
  5. – IL PREZZO DELL’INDIPENDENZA PER LA BORGHESIA EGIZIANA
  6. – TENTATIVI DI PIANIFICAZIONE DELL’ECONOMIA
  7. – IL FALLIMENTO DELLA R.A.U.
  8. – L’ECONOMIA EGIZIANA NELL’ORBITA DELL’URSS
  9. – IL COLLO NEL CAPPIO DELL’IMPERIALISMO
10. – I RECENTI MOTI PROLETARI: marzo 1975: Mehalla; dicembre 1976: Beyala; gennaio 1977: sommossa contro l’aumento dei prezzi
 

 
 

1. – PENETRAZIONE DEL CAPITALISMO IN EGITTO
 

Il primo decisivo colpo alle strutture capitalistiche dello Stato assolutista egiziano venne portato dall’invasione napoleonica che, pur essendo stata di breve durata (1798-1801), sconvolse i vecchi rapporti sociali e ruppe un isolamento secolare.

 Alla fine del XVIII secolo l’Egitto, passato dalla dominazione romana, a quella bizantina, a quella araba (641), a quella turca (1517), era dominato da una aristocrazia di 10-12 mila signori mamelucchi (formalmente dipendente dall’impero Ottomano) i quali si erano spartiti le risorse del paese e i diritti di sfruttamento del contadiname.

 Nonostante l’avvicendarsi delle dominazioni, guerre, invasioni, l’Egitto non conobbe mai una frammentazione del territorio e un feudalesimo di tipo europeo. L’autorità dello Stato centrale non venne mai meno, e ogni successivo conquistatore mirò sempre al potere centrale. Caratteristica questa comune a tutti i dispotismi asiatici (India, Cina, ecc.) le cui ragioni vanno ricercate nelle caratteristiche geografiche. "L’Egitto è il Nilo" si è spesso ripetuto e non c’è espressione più vera: in una regione completamente desertica, questo grande fiume, le cui acque provengono dall’altopiano Etiopico, dopo aver attraversato il Sudan, percorre un lunghissimo tratto e si getta nel Mediterraneo dopo aver formato un grande delta intricatissimo di canali. Lungo il suo percorso il Nilo fertilizza una stretta striscia di suolo larga al massimo 20 km che si allunga per 1.500 km, dal confine col Sudan fino al Mediterraneo. È lungo questa strettissima oasi, fiancheggiata da ambo i lati da un immenso deserto, che si è sempre svolta la storia dell’Egitto. Fin dall’antichità, lo sfruttamento di questa terra fertilissima ha richiesto una complessa e paziente opera di canalizzazione per il controllo delle piene e per l’irrigazione che non era alla portata del singolo coltivatore e nemmeno di un villaggio o più villaggi, ma che poteva essere svolta solo da uno Stato fortemente centralizzato. Perciò fin dai tempi più remoti (3.000 a.C. e oltre) troviamo nella valle del Nilo uno dei primi grandi Stati dell’antichità. L’economia agricola della regione, legata alla regimazione delle acque, non consentì mai un frazionamento del territorio.

 La breve presenza francese spezzò la potenza militare dell’aristocrazia, diede impulso agli affari e contribuì al rafforzamento della classe dei commercianti delle città. Con una legge del 16 settembre 1798 i francesi introdussero di forza la libera compra-vendita dei terreni, fissarono un prezzo della terra, riconobbero ai fellah il diritto di successione, regolamentarono la registrazione della proprietà: insomma, introdussero per la prima volta la proprietà fondiaria capitalistica.

 Alla partenza dei francesi seguì un periodo turbolento durante il quale turchi mamelucchi e inglesi, si disputarono la sovranità sul territorio finché nel 1807 il potere dello Stato fu conquistato da Mehmet Alì, comandante dei reparti albanesi inviati in Egitto dall’impero Ottomano. In nome di Mehmet Alì viene giustamente associato alla nascita del moderno Egitto. Tra il 1811 e il 1814 furono revocate tutte le concessioni di enfiteusi e i terreni relativi avocati di nuovo allo Stato. L’enfiteusi, molto diffusa anche in Europa nel medio evo, è il diritto di disporre dei proventi di un dato terreno per un periodo temporaneo o senza limite di tempo, con l’obbligo di pagare un modesto canone al proprietario e di non cambiare la destinazione del fondo; l’enfiteuta poteva trasmettere il suo diritto agli eredi, ma non vendere liberamente senza il consenso del proprietario. Questo sistema era stato introdotto in Egitto dai Tolomei per trattenere nel paese ufficiali e soldati delle truppe greche anche in tempo di pace.

 In un secondo tempo furono spezzati dei latifondi e distribuite le terre ai contadini in piccoli lotti di 3-5 feddan (1 feddan = 0,42 ettari), con l’obbligo di coltivare anche i terreni che erano stati abbandonati e di conferire i prodotti agli ammassi al prezzo fissato dal governo. Dal 1813 al 1818 venne redatto il primo catasto terreni e distribuiti in proprietà o usufrutto 2 milioni di feddan ai membri della famiglia reale, ai capi militari, agli sceicchi dei villaggi (il diritto di usufrutto consiste nella possibilità di godere per tutta la vita dei frutti di un dato terreno con l’obbligo di rispettarne la destinazione produttiva: non si può trasmettere agli eredi, ma si può vendere e comprare). Nel 1858 fu istituito il diritto di affitto capitalistico e di vendita del titolo. Fu fatta inoltre una vasta distribuzione di terreni incolti ai coltivatori diretti, concessi esenti da tasse per 10 anni.

 Con il sistema degli ammassi lo Stato divenne il più grosso commerciante di prodotti agricoli e impose di anno in anno ai contadini quale prodotto coltivare a seconda della situazione del mercato internazionale, nell’orbita del quale l’economia egiziana era ormai entrata.

 Questo processo è descritto da Rosa Luxemburg in alcune pagine dell’Accumulazione del Capitale (ed. Einaudi, p. 429-30):

 «Tre serie di fatti strettamente connessi caratterizzano la storia dell’Egitto nella seconda metà del secolo XIX: investimenti in grande stile di capitali, aumento vertiginoso del debito pubblico, sfacelo della economia contadina. In Egitto esisteva fino a tempi a noi vicini il lavoro servile e, quanto ai rapporti di proprietà del suolo, Balì e Kedivè vi esercitavano la più spregiudicata e incontrollata politica di violenza. Ma dovevano essere appunto questi rapporti sociali ed economici primitivi ad offrire un terreno straordinariamente fertile alle operazioni del capitale europeo. Dal punto di vista economico non si trattava dapprima che di creare le condizioni dell’economia monetaria; a questo pensò lo Stato con l’impiego diretto della forza. Mehmet Alì, creatore del moderno Egitto, applicò a tal uopo fin verso il 1840, un metodo di una semplicità patriarcale: quello di far "comprare" dallo Stato ai fellah l’intero raccolto annuo, per vendere poi loro a prezzi maggiorati il minimo necessario per l’esistenza e per le semine. Inoltre importò specie di cotone dall’India, di canna da zucchero dall’America, di indaco e pepe ed impose ai contadini la quantità da coltivare di ciascuna di queste piante. Il cotone e l’indaco vennero poi dichiarati monopolio del governo e perciò venduti solo a questo che a sua volta li rivendeva. Con tali metodi fu introdotto in Egitto il commercio».
 Fu infatti durante il regno di Mehmet Alì che iniziò in Egitto la coltura del cotone che assumerà poi grande importanza.

 Fu riorganizzato tutto l’apparato statale; abolito il sistema di riscossione delle imposte a mezzo di appaltatori e tutti i tributi furono pagati direttamente allo Stato. Fu ancora lo Stato dall’alto che impiantò le prime industrie: tessili, vetrarie, metallurgiche, sostenendo spese ingentissime (circa 12 milioni di sterline oro). Nel 1837 erano aperti 29 cotonifici, grandi fonderie, grandi opifici (che tra il 1830 e il 1840 impiegavano oltre 30.000 operai), fabbriche di armi, cantieri navali.

 Nel 1856, sotto il regno di Said, venne riconosciuto ai privati il diritto di possedere terre e di disporne liberamente, aboliti i dazi interni facilitando la libera circolazione delle merci. Fu costruita, con capitale inglese, la prima linea ferroviaria da Alessandria a Il Cairo.

 Ma l’impresa più importante fu la costruzione del Canale di Suez i cui lavori furono iniziati nel 1859 attraverso il reclutamento forzato di migliaia di contadini. L’imperialismo europeo si gettò come un avvoltoio sull’Egitto per l’importanza strategica della zona e per la possibilità di facili guadagni con la mano d’opera a bassissimo costo. L’aristocrazia fondiaria egiziana, non meno rapace, si arricchì vendendo al capitale internazionale non solo i propri diritti di sfruttamento del suolo, ma anche la pelle di migliaia di contadini: in 14 anni di lavori, si calcola che siano morti sotto le frane, per fatica, per fame, circa 120.000 fellah.

 A questo proposito Rosa Luxemburg dice:

 «Con la costruzione del Canale di Suez l’Egitto aveva già infilato la testa nel cappio della finanza europea dal quale non doveva più liberarsi. Si mosse per primo il capitale francese al quale seguì subito dopo quello britannico; e la lotta di concorrenza tra i due gruppi si intreccia nel groviglio delle vicende interne dell’Egitto per tutto il successivo ventennio. Le operazioni del capitale francese – cui si deve la costruzione sia della inservibile diga sul Nilo (di Kaliub, costruita tra il 1845 e il 1853 e costata, oltre al lavoro servile non pagato, 50 milioni di marchi) sia del Canale di Suez – furono forse i più caratteristici esempi di accumulazione del capitale europeo a spese di rapporti economico-sociali primitivi. Per il beneficio della apertura del Canale, che doveva distogliere dall’Egitto il commercio Europa-Asia e privare il primo di una sostanziale partecipazione ai suoi utili, il paese si impegnò a fornire a titolo gratuito il lavoro servile di 20 mila contadini comandati all’anno, poi a rilevare il 40% del capitale azionario complessivo della Compagnia di Suez. Fu questa la base del gigantesco debito pubblico egiziano che doveva avere per conseguenza vent’anni dopo la occupazione militare dell’Inghilterra».
 Per finanziare queste gigantesche opere lo Stato fu perciò costretto ad indebitarsi fino al collo presso banche e capitalisti europei. Citiamo ancora Rosa Luxemburg:
     «Ma il più profondo sconvolgimento dei rapporti economici egiziani fu provocato dalla coltivazione del cotone. Infatti, in seguito alla guerra di secessione americana (1863 n.d.r.) e alla fame cotoniera inglese, che avevano fatto enormemente salire il prezzo della fibra, anche l’Egitto fu preso dalla febbre della coltivazione del cotone. Tutti si misero a piantar cotone, a cominciare dalla famiglia vicereale: furti di terre in grande stile, confische, "acquisti" forzati o semplici rapine ingrossarono rapidamente, in misura enorme, i possedimenti del viceré. Numerosi villaggi si trasformarono di colpo in proprietà privata regia senza che nessuno sapesse darne la giustificazione legale e questo poderoso complesso di terre fu destinato al rapido impianto di piantagioni cotoniere.
     «Ma ciò significava sconvolgere l’intera tecnica della tradizionale agricoltura egiziana. La costruzione di dighe per proteggere i campi di cotone dalle regolari piene del Nilo, una abbondante e pianificata irrigazione artificiale del suolo, una aratura profonda e continua, sconosciuta al fellah col suo aratro del tempo dei faraoni, infine un lavoro intensivo al tempo del raccolto, tutto ciò imponeva alle forze di lavoro egiziane una tensione estrema. Ma queste forze lavoro erano costituite dallo stesso contadiname servile di cui lo Stato poteva regolarmente disporre in misura illimitata. I fellah che già erano costretti a lavorare come servi alla costruzione della diga di Kalub, furono perciò mobilitati alla costruzione di argini, allo scavo di canali, alla piantagione di cotone sulle proprietà vicereali.
     «Il Kedivé aveva ora bisogno per i suoi poderi dei 20.000 schiavi che aveva messo a disposizione della Compagnia di Suez, e fu questa la prima scintilla del conflitto col capitale francese. L’arbitrato di Napoleone III assegnò alla Compagnia un forte indennizzo che il Kedivé accettò tanto più di buon animo in quanto se ne sarebbe facilmente rivalso sugli stessi fellah la cui forza lavoro era stata all’origine del conflitto.
     «Si passò poi alle opere irrigue, per le quali furono importate dall’Inghilterra e dalla Francia quantità enormi di macchinari a vapore, pompe centrifughe e locomobili (...)
     «Il crack della speculazione cotoniera seguì l’anno dopo quando, per effetto della conclusione della pace negli Stati Uniti, il prezzo del cotone cadde in pochi giorni da 27 pence la libbra a 15,2 e infine a 6 pence.
     «L’anno successivo Ismail Pascià si lanciò in una nuova speculazione: la produzione di zucchero da canna. Si trattava di far concorrenza agli Stati meridionali dell’Unione americana, che avevano perduto i loro schiavi, col lavoro servile dei fellah egiziani. Per la seconda volta l’agricoltura egiziana fu rivoluzionata e capitalisti inglesi e francesi si trovarono un nuovo campo di rapidissima accumulazione. Nel 1868 e 1869 furono ordinati 18 giganteschi zuccherifici (...) L’impresa fallì: molte macchine ordinate non furono mai poste in esercizio. Con la speculazione sullo zucchero si chiuse nel 1873 il periodo delle grandi imprese capitalistiche in Egitto».
 Questi tracolli dell’economia egiziana portarono ad un enorme indebitamento nei confronti del capitale europeo: alla morte di Said Pascià il debito pubblico complessivo era salito in 13 anni da 3 milioni a 94 milioni di sterline! La bancarotta dello Stato portò al peggioramento continuo delle condizioni dei contadini egiziani che erano costretti a pagare fortissime tasse. Nel 1870 i villaggi dell’alto Egitto cominciarono a spopolarsi, le case furono demolite, i campi lasciati incolti, il bestiame ucciso per non pagare le imposte. Interi villaggi si diedero ad abbattere le piante (gravate da imposte anch’esse) e solo l’intervento dell’esercito impedì distruzioni maggiori.

 Nel 1875 l’Inghilterra aveva acquistato 172.000 azioni del Canale che Kedivé aveva posto in vendita per tentare di ridurre il debito. Nel 1876 l’Egitto rinunciò ai rimanenti diritti sul Canale (il 15% che gli spettava in base agli accordi) ricevendone in cambio 880.000 Lire egiziane (l’introito di un anno). Il Canale era ormai proprietà assoluta del capitale anglo-francese e tutto lo Stato era sotto il controllo del capitale inglese. L’aristocrazia fondiaria egiziana si era arricchita svendendo completamente tutte le risorse del paese e la propria indipendenza nazionale; era ormai uno strumento nelle mani dell’Imperialismo.

 Uno degli ultimi atti "sovrani" del governo di Kedivé fu l’annuncio nel 1876 di non poter pagare gli interessi dei vari prestiti contratti. Dopo aver dissanguato le masse contadine ed averle consegnate nelle mani dei moderni carnefici, a questa classe fradicia e corrotta non restava altro che mettersi sotto la protezione delle armi inglesi. Nel 1882, in seguito ad una rivolta delle masse affamate, le truppe inglesi occuparono l’Egitto. La dominazione inglese portò ad uno sfruttamento ancora più sfrenato e senza limiti: l’intero Egitto venne trasformato in una gigantesca piantagione di cotone a vantaggio delle fabbriche inglesi. È qui che fu coniata l’espressione: "Egitto, piantagione cotoniera del Lancashire".

 Nel 1888, Gran Bretagna, Germania, Austria, Spagna, Italia, Olanda, Russia, Turchia stipularono la convenzione di Costantinopoli il cui primo articolo stabiliva: «Il Canale di Suez sarà libero ed aperto in tempo di guerra e in tempo di pace a tutte le navi da commercio e da guerra senza distinzione di bandiera».

 Sotto la dominazione inglese la grande proprietà fondiaria continuò ad espandersi ed arricchirsi; mentre le condizioni dei contadini continuavano a peggiorare. Nel 1894 l’83,3% della popolazione viveva sul 21,7% delle terre; nel 1914, il 91,3% della popolazione rurale viveva sul 26,7% delle terre. La popolazione totale dell’Egitto (di cui l’80% viveva in campagna) passava da 9.714.000 nel 1897 a 12.292.000 nel 1914. Il significato di questi dati è: progressivo immiserimento della massa dei fellah. Negli stessi anni la superficie coltivata aumentava di pochissimo: da 5.327.000 a 5.652.000 feddan. Calcoliamo per la superficie media pro-capite: nel 1894, 0,17 feddan, nel 1914 0,16. Al polo opposto si verifica una forte concentrazione della terra: il numero dei proprietari di più di 50 feddan passa da 11.220 su 1.997.000 feddan nel 1894, a 12.480 su 2.397.000 feddan nel 1914. Media pro-capite: 177,98 feddan nel 1894, 192,06 nel 1914.

 Nel 1898 gli inglesi fondarono la National Bank of Egypt, che svolgerà poi funzioni di banca centrale. Lo stesso anno fu firmato l’atto relativo alla diga di Assuan, progettata allo scopo di estendere l’irrigazione a vantaggio della coltura del cotone. Solidi legami di interessi si sono stabiliti tra i colonialisti inglesi, la proprietà fondiaria, la borghesia compradora delle città. Quest’ultima vede svilupparsi i propri affari soprattutto con le forniture militari all’esercito britannico, durante la Prima Guerra mondiale.
 
 
 

2. – SVILUPPO DELLA BORGHESIA NAZIONALE
 

Nel primo dopoguerra il capitalismo egiziano si è già abbastanza sviluppato tanto che i suoi interessi entrano in contrasto con quelli del capitale inglese. Nel 1920 è fondata, con capitale interamente egiziano, la Banca Misr che diventerà poi una gigantesca holding finanziaria con attività in tutti i settori produttivi. Lo stesso anno è fondato il Wafd, partito che rappresentava gli interessi della borghesia nazionale. Nel 1922 il Wafd decide il boicottaggio dei prodotti e delle banche inglesi e lancia questo appello: «Gli egiziani dovranno depositare i loro averi nella banca Misr. Dovranno impegnarsi nell’acquisto di azioni di questa banca affinché il suo capitale aumenti in rapporto alla situazione economica del paese mettendola così in grado di appoggiare l’avvio di piani nazionali e lo sviluppo del settore industriale e commerciale. Bisogna comprare i manufatti nazionali, dar loro pubblicità, stimolare gli altri a comprarli. Vanno preferiti i commercianti nazionali; vanno boicottati i commercianti inglesi» (Abdel Malek, "Esercito e società in Egitto").

Si è finalmente sviluppata la classe capitalistica che rivendica la propria nazionalità, cioè rivendica per sé il privilegio di sfruttare direttamente la mano d’opera e le risorse del paese. Ma anche questa nasce già marcia e reazionaria: non è la bottega dell’artigiano che si è ingrandita fino a divenire uno stabilimento, ma è una parte della classe possidente che ad un dato momento trova conveniente investire i propri capitali nel ramo dell’industria ed è caratteristico il fatto che prima nasca la banca, cioè si accentri il capitale finanziario, e poi sorgano le industrie.

 La borghesia egiziana nasce già reazionaria e dominata, non meno dei colonialisti inglesi e della aristocrazia fondiaria, dalla paura delle masse diseredata: infatti non si rivolge al popolo invitandolo a rovesciare il dominio coloniale, ma chiede ai possessori di denaro di favorire i propri affari a danno della "concorrenza".

 Nel primo dopoguerra l’ondata rivoluzionaria si propaga anche in Egitto; nel 1919 si hanno nelle città moti insurrezionali. Ma le masse proletarie e semiproletarie sono senza guida (il Partito Comunista Egiziano nascerà solo nel 1922) e subiscono la direzione della borghesia la quale cerca dapprima di utilizzare lo slancio per i propri scopi, poi si allea all’imperialismo inglese in una feroce repressione. Nel 1924 nasce la Federazione Egiziana delle Industrie per opera di un gruppo di industriali e finanzieri, in maggioranza europei.

 Durante la Seconda Guerra mondiale si verifica un vero e proprio balzo in avanti dell’economia: gli investimenti nell’industria, che rappresentavano il 9% del totale nel 1912, passano al 22,5% nel 1942, mentre quelli del settore commerciale e bancario passano dal 6% al 17,6 per cento. Dal ’39 al ’45 gli investimenti in società anonime industriali e commerciali passano da 86 a 106 milioni di Lire egiziane; la produzione tessile da 100 a 142 milioni; quella di filati da 17.000 a 41.000 tonnellate. Nel 1947 gli operai delle città erano oltre un milione: in 53 grandi fabbriche lavoravano 129.000 operai. Balzo in avanti della produzione industriale e caduta della produzione agricola che passa da 54.100.000 Lire egiziane nel 1930 a 43.600.000 nel 1947.

L’aristocrazia fondiaria schiaccia sempre più il contadiname e ostacola lo sviluppo delle forze produttive in agricoltura; rastrella enormi capitali dissanguando il fellah e poi investe una parte di questi negli altri settori, realizzando lauti guadagni. Dal 1942 al ’46, i dividendi pagati agli azionisti dalle società anonime passano da 7,5 a 20 milioni di Lire egiziane; nello stesso arco di tempo il valore locativo delle terre, che i grandi proprietari hanno affittato ai fellah, passa da 35 a 90 milioni.

 «Nel 1952 il 6% dei proprietari fondiari possiede il 65% delle terre coltivate, un piccolo nucleo di 280 signori – tra i quali figurano in prima fila in questo periodo i membri della famiglia reale – possiede 584.401 feddan, 2.760.661 fellah si dividono 5.962.622 feddan. La proprietà media di un grande signore è di 3765 feddan, quella di un piccolo proprietario di un feddan e mezzo».
 Con il sudore dei fellah venne così pagato lo sviluppo industriale.

 Nel secondo dopoguerra, spinte dalle spaventose condizioni di miseria, le masse proletarie e semiproletarie si rimettono in movimento.

 Le classi possidenti cercano di commuovere le masse sfruttate con il mito del nazionalismo, ma nel 1948 la guerra con Israele si risolve in una completa disfatta per l’esercito egiziano. Alla sconfitta si aggiunge la scoperta di una serie di episodi di corruzione (traffici di armi, truffe, ecc.) nei quali sono coinvolti i più illustri esponenti dell’aristocrazia legata agli inglesi, compresa la Corte. L’odio delle masse non è più contenibile e si riversa contro gli inglesi e contro l’apparato statale fradicio e corrotto. Nel gennaio 1952 scoppiano una serie di scioperi, che assumono ben presto le caratteristiche di una rivolta anti-inglese; al Cairo alberghi, centri di affari, tutti gli edifici che abbiano qualche relazione con i colonialisti sono dati alle fiamme. Nelle campagne, fellah e braccianti si armarono e si scontrarono con le truppe inglesi.

 Il Wafd, allora la governo, è costretto a prendere posizione anti-inglese e si verificano anche scontri tra le forze britanniche e l’esercito egiziano. Dopo l’incendio del Cairo, la Corte, rappresentante dell’aristocrazia fondiaria, riprende in mano la situazione: è allontanato il Wafd dal governo, decretato lo stato d’assedio, scatenata la repressione.

 I rappresentanti della borghesia industriale hanno paura del proletariato e semiproletariato, che un apparato statale corrotto e legato all’imperialismo inglese non è più in grado di contenere, e ritengono necessario dare un colpo al predominio della proprietà fondiaria per consentire il pieno sviluppo dei propri affari. Un documento della Federazione Egiziana della Industria nel 1951 rileva:

 «la preoccupante diminuzione degli investimenti: 9 milioni di Lire egiziane nel 1951; e questo accade in un paese con un forte incremento demografico che ha bisogno per mantenere il proprio livello economico di investire diverse dozzine di milioni ogni anno (...) L’atmosfera di incomprensione tra lo Stato e l’industria (...) e che trae origine dalle vestigia di una mentalità agraria ben nota (...) Siamo convinti che l’industria egiziana è la sola strada del futuro, una strada che intendiamo circondare di una rete di provvedimenti adeguati. Prima di tutto bisogna far fronte alle realtà oggettive di questo paese, alla giovinezza dell’apparato governativo, al bisogno di capitale, alla necessità di incoraggiare gli investimenti industriali, abolendo le restrizioni, creando un’atmosfera favorevole».
 Il rapporto della National Bank of Egypt del 1950 contesta che:
 «l’aumento del reddito dovuto all’agricoltura continua ad essere destinato come in passato all’acquisto di terra, alla costruzione di immobili e all’acquisto dei generi di lusso».
 Il rapporto della FEI del 1952 lamenta il disastroso andamento della produzione e delle vendite in tutti i settori, attribuendone quasi sempre la responsabilità al governo. (A. Abdel Malek).
 
 
 

3. – IL COLPO DI STATO NASSERIANO
 

La borghesia che rivendica un cambiamento di regime per creare condizioni più favorevoli all’investimento di capitale: questa la ragione di fondo del colpo di Stato del luglio 1952, che appoggiò in pieno.

 Nel luglio 1952 il gruppo dei "Liberi Ufficiali", capeggiati da Nasser, prese in mano le redini dello Stato; l’esercito era l’unico organo statale ancora efficiente e non ancora compromesso agli occhi delle masse; l’apparato della Corte era ormai inservibile per la borghesia. Non fu una rivoluzione, ma un pacifico e forse concordato passaggio di mano del comando dello Stato. Salutato con tutti gli onori, re Fārūq lasciò tranquillamente il paese, accompagnato dal suo seguito, e da tutte le sue ricchezze, con le quali condusse fino alla fine una vita di lusso sfrenato (per buona parte in Italia).

 Uno dei primi atti del sedicente "Consiglio della Rivoluzione" fu, per dare impulso agli investimenti, aprire le porte al capitale straniero più di quanto avessero fatto i precedenti governi. Ciò rispondeva perfettamente ai desideri della borghesia. Il 30 luglio, pochi giorni dopo il colpo di Stato, fu modificata una legge del 1947 sulle società anonime la quale stabiliva che il 51% dei capitali di queste dovevano essere obbligatoriamente egiziani. La nuova legge stabilì invece che fosse sufficiente il 49% e che questo 49% potesse comprendere anche "persone morali", cioè società anonime, nelle quali una parte notevole delle azioni era posseduta da capitalisti stranieri.

Così commentava la Federazione Egiziana delle Industrie:

 «Questa legge ci pare voler mettere fine una volta per tutte al timore assolutamente ingiustificato nei confronti del capitale straniero, alla sfiducia che ha colpito tutta la nostra politica finanziaria nel corso degli ultimi anni contribuendo al ritardo del nostro sviluppo economico».
 Nell’annuario della FEI 1953-54, si dice:
 «Abbiamo bisogno di una eccezionale spinta negli investimenti per riempire il vuoto di cui abbiamo sofferto in questo campo negli anni scorsi. Il nostro risparmio, che in generale non basta a soddisfare i bisogni correnti del paese, non può sostenere due compiti nello stesso tempo. Richiedevamo dunque l’incoraggiamento degli investimenti di provenienza estera nella più larga misura possibile e i responsabili politici hanno finito col darci ragione».
 Le masse operaie e contadine avevano salutato la caduta della monarchia, nella speranza che questo segnasse anche la fine dello sfruttamento e dell’oppressione. Dovranno pagare cara questa illusione. Il 12 agosto gli operai delle grandi fabbriche di Kafr el Dawwar (a prevalente capitale inglese) scesero in sciopero per rivendicazioni salariali. Al grido "Viva la rivoluzione dell’esercito", occuparono i locali della direzione e incendiarono diversi edifici. I fellah dei dintorni solidarizzarono fraternamente con loro. L’esercito intervenne il giorno dopo: 8 operai morti, 20 feriti, numerosi arresti; i dirigenti operai Mustafa Khamis e Mohammed Hassan el Bakari furono rapidamente processati e giustiziati.

 Gli operai egiziani, privi della guida del partito rivoluzionario, dovettero sperimentare attraverso quelle dure lezioni che nulla era cambiato per loro; al vecchio padrone ne era subentrato un altro, più efficiente e feroce.
 
 
 

4. – LA RIFORMA AGRARIA
 

Il 9 settembre 1952 il governo varò la Riforma agraria con il duplice scopo di costringere la grande proprietà fondiaria a investire nell’industria, e di scongiurare il pericolo di una rivolta dei fellah.

 La riforma del ’52 prevedeva:

 1) un limite massimo di estensione della proprietà a 200 feddan (84 ettari). Da questo limite erano però esentati i proprietari con almeno due figli (la stragrande maggioranza) e le società. In pratica il limite ufficiale era perciò di 300 feddan (126 ha), ma anche questo venne ampiamente superato, come vedremo;

 2) indennizzo ai proprietari espropriati uguale a 10 volte il canone d’affitto (fissato nella misura di 7 volte l’imposta fondiaria), con l’aggiunta del valore delle piantagioni e del capitale di esercizio;

 3) pagamento dell’indennizzo in titoli governativi trentennali negoziabili al tasso del 3% annuo. È evidente lo sforzo di rastrellare danaro: da una parte lo Stato paga i proprietari espropriati con titoli, dall’altra riceve pagamenti in denaro da coloro che acquisteranno le terre;

 4) «le terre espropriate sono distribuite dallo Stato ai fellah alla scadenza di cinque anni dalla legge; nel frattempo i proprietari possono vendere le loro terre ai fellah nella misura in cui queste non sono state ancora colpite dalla legge». Si lascia così ai proprietari la possibilità di vendere liberamente, a prezzi ovviamente superiori a quelli stabiliti dalla legge. In questo modo i proprietari potranno vendere prima di essere colpiti dall’esproprio e potranno eludere con vendite fittizie a familiari e a parenti il limite massimo di estensione della proprietà;

 5) «il fellah deve versare allo Stato il prezzo della terra assegnatogli entro trenta anni, all’interesse del 3% e con la maggiorazione di una somma equivalente al 15% del prezzo totale della terra quale rimborso per le spese di esproprio e di distribuzione». Lo Stato cerca di rastrellare denaro, ma lo cerca come al solito nelle tasche dei contadini. I latifondisti, quando non riescono ad eludere la legge, ricevono un buon indennizzo sotto forma di titoli di credito che possono vendere. Lo Stato "distribuisce" le terre a chi le può pagare, beccandosi un bel 15% in più per le spese. In pratica, nonostante le condizioni dilazionate di pagamento, solo i contadini medi e ricchi poterono avvantaggiarsi della riforma;

 6) fu stabilita la formazione di cooperative agricole tra i piccoli proprietari con meno di 5 feddan e l’autorizzazione agli operai agricoli di riunirsi in sindacati.

 Non solo non venne colpita la classe dei latifondisti, ma nessun miglioramento ricevettero gli strati più poveri delle campagne che, quando riuscivano a trovare il denaro per pagarsi la rata d’acquisto, non ne avevano poi a sufficienza per macchine, sementi, concimi, ecc. Se il contadino non avesse dovuto pagare il prezzo di acquisto, avrebbe speso la stessa somma per migliorare e modernizzare la tecnica produttiva; quanto speso per pagare ai latifondisti il loro diritto a riscuotere la rendita fondiaria costituiva un insieme di risorse tolte al miglioramento della produzione agricola per non ledere il privilegi di una classe di parassiti. Impotenza di una borghesia nata già reazionaria!

 Ma i latifondisti non avevano la vocazione per l’investimento; abituati al lusso più sfrenato, non persero certo le loro abitudini: nel 1955, su 45 milioni di Lire egiziane rastrellati con la vendita delle terre, solo 6 milioni furono investiti nell’industria. Nel 1956 il 47,3% degli investimenti totali (e il 75,8% di quelli privati) era destinato al settore delle costruzioni. Lo stesso anno il governo fu costretto ad emanare una legge contro la proliferazione degli immobili di lusso. Si trattava di una riforma attuata da una classe reazionaria, dominata dalla paura del proletariato e del contadiname povero. Non venne colpita a fondo la classe dei latifondisti, ostacolo al pieno sviluppo delle forze produttive in agricoltura. Nessun miglioramento sostanziale ne derivò agli strati più poveri delle campagne che, quando riuscivano a trovare il denaro per pagarsi la terra, non ne avevano poi a sufficienza per farla produrre. Aumentò la tendenza alla parcellizzazione della terra, cioè alla costituzione di microscopiche unità produttive coltivate coi mezzi più primitivi. Diminuì il numero di braccianti (l’eccedenza di braccianti passò dal 42% nel 1947 al 47% nel 1954).

 Nel 1962 lo Stato affermava di aver distribuito 645.642 feddan, su un totale di 5.964.000 coltivati, a 226.000 famiglie (circa due milioni di fellah); cioè meno dell’11% della terra coltivata con una media di 26 feddan per famiglia (= 11 ha). (A. Abdel Malek).

 Le seguenti tabelle mostrano la ripartizione della terra prima della riforma (piccole incongruenze consigliano un miglior confronto con gli originali).
 

Cate-
goria
Super-
ficie
feddan
PROPRIETÀ
SUPERFICIE Totale
MEDIA Unitaria
%
feddan
%
feddan
ettari
ANNO 1938 (“Vademecum Economico” – Banco di Roma)
0-1 
1.717.706 
70,2 
705.061 
12 
0,41 
0,17 
II 
1-5 
568.451 
23,2 
1.165.364 
20 
2,05 
0,86 
III 
5-10 
85.711 
3,5 
570.205 
10 
6,65 
2,79 
IV 
10-20 
39.151 
1,6 
523.786 
13,38 
5,62 
20-50 
22.151 
0,9 
662.380 
11 
29,90 
12,56 
VI 
50- 
12.511 
0,5 
2.204.760 
38 
176,23 
74,01 
   
2.445.681 
100,0 
5.831.556 
100 
   
ANNO 1945 (“Ann. Stat- Gvt. Egypt”)
0-1 
1.844.200 
70,75 
753.173 
12,81 
0,41 
0,17 
II 
1-5 
602.700 
23,12 
1.216.308 
20,68 
2,02 
0,85 
III 
5-10 
85.000 
3,26 
570.714 
9,70 
6,71 
2,82 
IV 
10-20 
41.000 
1,57 
561.111 
9,54 
13,70 
5,75 
20-50 
22.000 
0,84 
642.775 
10,93 
29,22 
12,27 
VI 
50- 
12.000 
0,46 
2.137.519 
36,34 
178,13 
74,81 
   
2.606.900 
100,00 
5.881.600 
100,00 
   
ANNO 1954 (“Economic Bullettin” – National Bank of Egypt)
0-1 
2.085.456 
72,35 
791.618 
13,11 
0,38 
0,16 
II 
1-5 
633.342 
21,97 
1.349.578 
22,34 
2,13 
0,89 
III 
5-10 
80.220 
2,78 
524.192 
8,68 
6,53 
2,74 
IV 
10-20 
48.421 
1,68 
653.673 
10,82 
13,50 
5,67 
V
20-50 
22.937 
0,80 
659.850 
10,92 
28,77 
12,08 
VI 
50- 
12.181 
0,42 
2.061.452 
34,13 
169,24 
71,08 
 
(100-)
(5.428)
(0,19)
(1.606.315)
(26,59)
296,00 
124,30 
   
2.882.600 
100,00 
 
100,00 
   
ANNO 1962 (“Agricult. Economy” – Dept. of Econ. & Stat. - 1963)
0-1 
2.040.000 
69,2 
868.000 
14,9 
0,43 
0,18 
II 
1-5 
742.000 
25,2 
1.603.000 
27,6 
2,16 
0,91 
III 
5-10
83.000 
2,8 
575.000 
9,9 
6,93 
2,91 
IV 
10-20 
47.000 
1,6 
635.000 
10,9 
13,51 
5,67 
20-50 
24.000 
0,8 
717.000 
12,4 
29,90 
12,55 
VI 
50- 
11.000 
0,4 
1.402.000 
24,3 
127,40 
53,5 
   
2.947.000 
100,0 
5.800.000 
100,0 
   

Si può subito rilevare la situazione di estremo immiserimento del contadiname povero: oltre il 70% dei proprietari occupa poco più del 12% della terra con una media di 0,17 ha nel 1938 ed uguale nel 1945. Ma, come abbiamo visto in precedenza, la situazione ci apparirebbe molto più drammatica se invece dei dati riguardanti il numero dei proprietari, prendessimo quelli della popolazione effettiva. Prendendo in considerazione anche la categoria II (da 1 a 5 feddan) vediamo che nel 1938 rappresentava il 23% dei proprietari sul 20% della superficie coltivata (media 0,86 ha), mentre nel 1945 erano il 23,1% dei proprietari sul 20,7% delle terre coltivate (media 0.85 ha).

 La gran parte delle terre era affittata dai proprietari ai fellah: la tendenza all’affitto si era generalizzata dopo la seconda Guerra Mondiale passando dal 1,73% delle terre nel 1939 al 60,7% delle terre nel 1949 al 75% nel 1952. La produzione media di un feddan è di 17 Lire egiziane nel 1947-1948 mentre il prezzo medio dell’affitto arriva a 40 lire egiziane. Questo estendersi della gestione in affitto mostra con evidenza come la proprietà fondiaria non facesse altro che rastrellare la rendita fondiaria.

 Una misura rivoluzionaria, che avrebbe sviluppato le forze produttive, sarebbe stata in questo caso l’esproprio senza indennizzo di tutti i terreni affittati e la cessione in usufrutto agli affittuari lavoratori: le grosse proprietà erano in realtà un insieme di aziende familiari. Lo Stato invece subentrò puramente e semplicemente ai proprietari e le condizioni a cui veniva concessa la terra erano tali che al canone di affitto si sostituiva la rata annua del prezzo di affitto. Diciamo questo non certo per rimproverare alla borghesia egiziana di non essere andata fino in fondo e di non aver fatto il proprio dovere: da essa non c’era da aspettarsi nulla di più. Solo il potere proletario è in grado di agire in maniera veramente rivoluzionaria anche nel caso in cui vi siano da smantellare rapporti sociali precapitalistici, perché esso, rappresentante degli interessi di quella classe che non ha niente, non arretra di fronte ai privilegi delle classi possidenti, ma le schiaccia senza pietà.

 Il caso più tipico di affitto era quello della grande proprietà concessa in piccoli lotti ai fellah. Era attuata la seguente rotazione: grano, cotone, trifoglio. Il fellah indicava semplicemente l’estensione di terreno che desiderava; l’appezzamento gli era poi assegnato dal proprietario. Il contadino disponeva solo di qualche strumento rudimentale e molto spesso non aveva che un solo animale da tiro e doveva prenderne in affitto un secondo. La locazione era cara e l’usuraio ne approfittava perché tutti i contadini avevano bisogno degli animali nello stesso periodo (aratura, raccolta, ecc.). Il proprietario conservava il controllo sulle diverse fasi del lavoro e la direzione della irrigazione e del drenaggio; forniva generalmente le sementi e i concimi perché il fellah non aveva il denaro necessario. Tutte le anticipazioni fatte dal proprietario si aggiungevano al fitto dovuto dal fellah al momento del raccolto. Allora il proprietario inviava le sue guardie a controllare che il fellah non ne sottraesse una parte. Il prezzo dell’affitto ammontava in genere a 12-14 volte l’imposta fondiaria pagata dal proprietario, ma la complicazione delle condizioni di locazione e la concorrenza tra i fellah per ottenere campi permetteva al proprietario di aumentare il canone a suo piacimento.

 Per riscuotere il canone e i proventi dello strozzinaggio il proprietario aveva bisogno di una organizzazione complessa: delle guardie, un amministratore, magazzini, un cortile chiuso per la battitura, ecc. È per far rendere di più questa organizzazione che spesso il proprietario procedeva a sfruttare direttamente una parte delle sue terre usando operai salariati. Questi operai erano alloggiati in un villaggio costruito appositamente, chiamato Ezebeh. Gli operai fissi erano pagati in denaro. Alcuni ricevevano in pagamento un pezzo di terra coltivato a cereali. Gli operai stagionali venivano reclutati nelle vicinanze oppure, quando si trattava di grossi lavori, ci si rivolgeva ad un mediatore che li faceva venire a squadre dall’Alto Egitto. In questo caso anch’essi alloggiavano nelle Ezebeh. Era sempre un mediatore ad ingaggiare squadre di bambini da 10 a 12 anni per la pulitura delle foglie del cotone infestate dai vermi. Nel 1960 ancora 715.000 bambini dai 6 ai 14 anni trovavano impiego nei lavori agricoli. Come salario i bambini ricevevano 6-7 Piastre al giorno e un piatto di fave a mezzogiorno.

 Più raramente le proprietà erano date in mezzadria: nelle regioni povere del Nord del Delta oppure nelle nuove terre messe a coltura. La divisione si faceva seguendo modalità diverse: metà e metà se il proprietario dava solo la terra; 4/5 e 1/5 se il proprietario forniva anche il capitale di esercizio, cioè bestiame, concimi, sementi, ecc.

Dopo la riforma la situazione non migliorò di molto. La tabella che segue mostra la ripartizione della terra dopo la riforma del 1952:
 
Notiamo anzitutto che la superficie coltivata è rimasta stazionaria. È aumentato il numero dei piccolissimi proprietari (categoria I, meno di 1 feddan) di oltre il 13%, ma la media unitaria è addirittura abbassata: da 1.700 a 1.600 mq, poco più di un orto. Non così per gli appartenenti alla II categoria (1-5 feddan) passati da 8.500 a 8.900 mq. Diminuisce la media unitaria di tutte le altre categorie ma, osservando la tabella, notiamo che ancora il 26,6% della terra è in mano a 5.428 proprietari (lo 0,19%) con una media di 296 feddan (124,3 ha). Come si vede il limite dei 200 feddan è ampiamente superato. Si tratta di proprietà molto estese se si considera l’eccezionale fertilità del suolo egiziano.

 La legge di riforma consentiva ai proprietari di vendere per proprio conto la terra; di ciò essi approfittano largamente. Molti poterono aggirare la legge mantenendo più di 300 feddan attraverso vendite fittizie e cumulando appezzamenti fatti figurare come appartenenti a familiari. Secondo una analisi della rivista Les temps modernes (aprile 1969), su un totale di 1.800.000 contadini solo 800.000 beneficiarono della riforma. Il primo risultato fu che il prezzo della terra calò in seguito al grande numero di vendite. Se ne poterono avvantaggiare i contadini medi e ricchi che disponevano delle somme necessarie per l’acquisto. Secondo i dati riportati sulla rivista Politica Internazionale (marzo 1973) furono colpiti dalla riforma 2.100 proprietari che possedevano 1.177.000 feddan, il 19,98% di tutta la superficie coltivabile, 560 feddan pro-capite.

 I lotti accordati ai beneficiari della riforma dovevano misurare da 2 a 5 feddan. I beneficiari non dovevano possedere più di 5 feddan. Il lotto era assegnato alla famiglia. Perché la spartizione della terra non portasse a un regresso nella produzione, il ruolo di pianificazione prima svolto dal proprietario, si cercò di farlo assumere alle "cooperative della riforma agraria". Queste si formarono nel 1954-1956 nei grandi possedimenti (i primi ad essere divisi), poi, più difficilmente, altrove. Nel 1960 c’erano 326 nuove cooperative. I beneficiari della riforma ne erano obbligatoriamente membri. Essi ne possedevano una quota in proporzione ai feddan ricevuti. Ogni cooperativa aveva un consiglio eletto; un tecnico agricolo funzionario del ministero della riforma agraria, prendeva parte di diritto alle sue assemblee. Il consiglio riscuoteva le indennità dovute dai fellah per le terre ricevute. Aveva inoltre un ruolo di organizzazione e pianificazione: stabiliva utilizzo delle terre, rotazione delle colture, irrigazione, semina, concimazione, ecc.

Ogni fellah lavorava il suo appezzamento, ma era diretto e controllato molto strettamente. In realtà tutto contribuiva a far sì che a dirigere le cooperative fossero ancora i grandi proprietari: i loro buoni rapporti con tecnici e funzionari dello Stato, la loro migliore qualificazione tecnica, la preponderanza della loro parte di terra in seno alla cooperativa, la necessità per la cooperativa di ottenere crediti. I membri poveri delle cooperative dovevano rivolgersi ad essi per ottenere crediti, sia in qualità di membri del comitato per il credito, sia personalmente – ed è il caso più frequente – a condizioni di usura.

     «Il fellah è costretto a pagare circa 50 Lire egiziane all’anno per ogni feddan ricevuto dallo Stato, ossia: 14,50 Lire come canone annuo; 12,065 come spese di partecipazione agli impianti di irrigazione ecc., 10 come spese agricole, altre 10 nella maggior parte dei casi come rimborso di prestiti anteriori ed altre spese minute. Le varie spese a cui va incontro un fellah proprietario di 3 feddan superano le 125 Lire all’anno mentre il suo reddito annuale non è che di 115. Contemporaneamente, e quasi a significare la continuità della storia egiziana, lo Stato è proprietario di terre dette "terre della riforma agraria" che sono quelle non ancora oggetto di distribuzione ai fellah: da esse lo Stato ricava nel 1955 un profitto di 2.754.800 Lire, sostituendo così i grandi proprietari nello sfruttamento dei contadini poveri e dei braccianti.
     «L’idea basilare era di aiutare il fellah e invece si è accresciuto di molto il numero dei piccoli proprietari che vivono ai limiti della miseria. La proporzione di quelli che possiedono meno di 5 feddan è passata dal 35,5% di prima della riforma al 49,3%. C’è ancora da aggiungere che se la redistribuzione delle terre si fa a vantaggio dei piccoli proprietari e degli affittuari, i fellah poveri e gli operai agricoli non ci hanno però guadagnato nulla. D’altro canto la regolamentazione del prezzo della terra rimane lettera morta nella maggior parte dei casi.
     «Ci si può chiedere se il livello di vita del fellah sia migliorato, ma è difficile affermarlo. L’eccedenza del numero dei braccianti agricoli è passata dal 42% nel 1947 al 47% nel 1954, cosa che pesa inevitabilmente sulla loro remunerazione effettiva. I grandi proprietari hanno meno terre da sfruttare mentre le nuove proprietà nate dalla riforma agraria non hanno bisogno di salariati perché il proprietario basta a tutto e non intende sobbarcarsi nuove spese. I sindacati dei braccianti agricoli, benché previsti dalla legge, sono quasi inesistenti. Esiste certo fino al 1958 una federazione dei sindacati dei lavoratori agricoli al Cairo, con circa 5.000 aderenti, ma non se ne conosce alcuna attività. Lo scioglimento dei sindacati e la loro sostituzione con un sindacato unico nel 1958-59 hanno ridotto a zero le magre speranze suscitate in questo campo dalla legge 1952» ("Esercito e società in Egitto").
 L’obiettivo della riforma agraria del 1952 in Egitto era quello di evitare una sollevazione dei fellah contro il regime, e lo leggiamo attraverso le stesse parole dei rappresentanti del grande capitale. Ecco come venne salutata la riforma da parte della National Bank:
     «L’Egitto può rallegrarsi se dopo tante promesse illusorie e tante parole in aria, la riforma è stata realizzata da un governo regolare che si è mosso nel rispetto della legge, senza lasciare l’iniziativa alla massa con il rischio di violenze e di disordini. Se si considera la questione da questo punto di vista, qualsiasi riforma, per quanto radicale possa essere, è sempre preferibile all’anarchia di un sollevamento di massa».
 Mentre la Federazione Egiziane delle Industrie si esprime in questi termini:
     «La riforma agraria potrà essere una delle più belle promesse per il futuro della nostra industria, poiché l’estensione delle superficie coltivate e la prosperità della economia rurale è in genere suscettibile di accelerare l’espansione industriale (...) La riforma agraria deve dare la spinta a un forte movimento di capitali suscettibile di intensificare gli investimenti agricoli e industriali da parte e a vantaggio dei proprietari fondiari sia vecchi sia nuovi».
 La seguente tabella, pure essendo approssimativa, ci dà un quadro della situazione nelle campagne nel 1958, a 6 anni di distanza dalla riforma (da A.Abdel Malek):
 
Contadini
Popolazione
Reddito - Lire egiziane
migliaia
%
milioni
%
pro-capite
Senza terra
14.000 
73 
50 
15,4 
3,6 
Poveri 
1.075 
2,2 
6,5 
Medi 
2.850 
15 
76 
23,4 
26,7 
Ricchi 
875 
76 
23,4 
86,9 
Capitalisti
150 
116 
35,7 
773,3 
 
18.950 
100 
325 
100,0 
17,2 

L’1% della popolazione rurale incamera il 35,7% del reddito mentre al 79% della popolazione tocca il 17,6% del reddito. Tutto ciò senza contare la "Rendita fondiaria dei grandi proprietari assenteisti e reddito dei grandi proprietari gestori" che, secondo la stessa fonte ammontava a 75 milioni di Lire egiziane.

 Nel 1958 il governo apportò alla riforma le seguenti modifiche:
 1) pagamento dilazionato in 40 anni anziché in 30;
 2) abbassamento del saggio d’interesse dal 3% all’1,5%;
 3) riduzione delle spese di esproprio dal 15% al 10%.

 Nel 1961 venne varata una nuova legge che prevedeva:
 1) abbassamento del limite di proprietà da 200 a 100 feddan;
 2) limitazione della superficie affittabile a 50 feddan in modo da consentire solo ai piccoli e medi proprietari di prendere terre in affitto;
 3) rimborso dei proprietari espropriati in buoni del tesoro quindicennali al saggio del 4%.

 Nel 1970, una ulteriore modifica portò la superficie massima a 50 feddan a proprietario.

 La situazione dopo la seconda riforma è illustrata dal quadro statistico, partitura relativa all’anno 1962.

 Secondo i dati forniti dalla rivista Les temps Modernes (aprile 1969), che non corrispondono a quelli della precedente tabella ma che mostrano la stessa tendenza, la superficie occupata dai piccoli proprietari (meno di 5 feddan) passa dal 35,5% del totale nel 1952 al 44,3% nel 1961 e al 51,7% dopo la seconda riforma. Nello stesso arco di tempo il numero dei piccoli proprietari aumenta di 280.000 unità. È importante tuttavia precisare che una parte delle terre assegnate va ad aggiungersi ai "minifondi" (meno di un feddan cioè meno di 4.200 mq). La tendenza allo spezzettamento della proprietà continua. I contadini medi, da 5 a 20 feddan, aumentano di numero ma diminuisce il totale di terra da essi posseduto (mentre secondo la nostra tabella aumenta sia il numero sia la terra). Il gruppo dei proprietari oltre i 50 feddan, sempre secondo la rivista, aumenta tra il 1952 e il 1962 sia di numero (da 6.000 a 11.000) sia come estensione di terre possedute (da 429.000 a 630.000). Questo dato non si accorda con le tabelle precedenti che mostrano invece una diminuzione. Siamo costretti a lavorare con dati di seconda mano, perciò è difficile essere più precisi. Tuttavia possiamo individuare le seguenti tendenze:

 1) Crescente impoverimento della massa dei contadini poveri (1-5 feddan): le tabelle precedenti mostrerebbero un leggero aumento della superficie media pro-capite era di 1,01 ha nel 1945, 1,05 ha nel 1954, 1,07 ha nel 1962. Ma se prendiamo in considerazione l’incremento della popolazione rurale (passata da 13,7 milioni nel 1947 a 17,5 milioni del 1960) avremo una visione più vicina alla realtà). Masse sempre crescenti di uomini costrette a vivere su fazzoletti di terra che bastano sempre meno a sfamarle.

 2) Rafforzamento dello strato dei contadini medi e ricchi. I latifondisti che non coltivano le loro terre sono costretti a vendere e realizzano cospicui guadagni. Se ne avvantaggiano i contadini medio-ricchi che sono in grado di pagare le spese d’acquisto e dispongono delle risorse necessarie per far fruttare i terreni.

 3) La superficie coltivata rimante stazionaria o diminuisce leggermente.

 La tabella seguente mette a confronto la superficie coltivata e la produzione con la popolazione. Ne risulta un quadro drammatico di miseria crescente tipico del modo di produzione capitalistico (da Problems Economiques luglio 1969):
 

Anno
Superf.
Colti-
vata
Superf.
Semi-
nata
Popola-
zione
Rurale
Densità
Pop. Rurale
Produzione
agricola
Popolazione
Totale
mil. feddan 
indice
milioni
per sup.
coltiv.
per sup.
seminata
indice
indice
Lire e.
del‘58
Anno
mil.
1882 
4,7 
4,8 
100 
6,0 
1,28 
1,25 
100 
100 
30 
1879 
6,80 
1914 
5,3 
7,7 
172 
10,3 
1,95 
1,33 
168 
98 
29 
1917 
12,75 
1947 
5,8 
9,2 
228 
13,7 
2,38 
1,48 
194 
85 
26 
1937 
15,92 
1960 
5,8 
10,3 
290 
17,5 
3,00 
1,67 
215 
74 
23 
1960 
26,00 

La produzione aumenta come valore assoluto, ma la superficie coltivata rimane stazionaria; la terra viene sfruttata di più, ma il prodotto pro-capite si abbassa.

La seguente tabella, calcolata da noi su dati dell’annuario statistico ONU, è ancora più significativa:
 

Anni
Popolaz.
milioni
Grano
(Kg)
Cotone
(Kg)
 Mais 
(Kg)
 Riso 
(Kg)
Capi/1000 abitanti
Bovini
Ovini
Asini
 1935-39 
15,9 
79 
25 
101 
43 
61 
153 
55 
1952-56 
22,6 
...
16 
75 
44 
60 
55 
39 
1961-65 
27,9 
52 
16 
69 
66 
56 
61 
44 
1970-74 
34,8 
49 
14 
71 
70 
61 
58 
41 

Più riso, meno carne, meno grano; l’Egitto dei faraoni non solo produceva abbastanza da sfamare la sua popolazione, ma riforniva di grano tutta l’Italia. Il moderno Egitto capitalista non arriva a tanto. Miseria crescente da una parte, arricchimento dall’altra: è un risultato delle moderne condizioni di produzione. È la condanna a morte di un regime il cui unico rimedio, più disumano del male, di fronte alla fame crescente, consiste nel limitare le nascite.

 Da "Le Monde" del 26 agosto 1976 rileviamo alcuni dati che illustrano bene la situazione nelle campagne: l’intera popolazione si addensa in una superficie di circa il 3% di tutto il territorio nazionale, con una densità altissima (nel 1952, 600 abitanti/Kmq.). La rimanente superficie è costituita dal deserto, ma in molti casi, con l’apporto di acqua, questo si trasforma in pochi anni in terra fertile. È sempre stata una necessità primaria quella di aumentare la superficie coltivata dato l’elevato ritmo di incremento della popolazione, che supera costantemente l’incremento della popolazione agricola.

 L’agricoltura egiziana, presa nella morsa del capitalismo, non riesce a produrre quanto basta per sfamare la sua popolazione. Lo Stato si pone questo problema, beninteso non per ragioni "umanitarie", ma per ridurre le importazioni di prodotti alimentari che rappresentano una delle voci più elevate del passivo della bilancia commerciale. Ma è proprio lo Stato borghese che impone ai fellah la coltivazione del cotone, unico prodotto che l’Egitto può smerciare su larga scala sul mercato internazionale.

 Da marzo o ottobre, circa 1.300 mila feddan, un quarto della superficie coltivata, sono destinati a questa coltura. Sotto pena di una multa i contadini devono seminare a cotone un terzo dei loro campi e, dal 1961, vendere la totalità del loro raccolto allo Stato ad un prezzo inferiore di circa il 40% a quello del mercato mondiale.

 L’introduzione massiccia della coltura del cotone e la necessità di aumentare rapidamente la superficie coltivata hanno determinato il passaggio dalla irrigazione stagionale alle irrigazione permanente e ciò ha rivoluzionato la tecnica agronomica. La millenaria pratica dell’irrigazione per colmata – sistema lento ma efficace – consisteva nello sfruttare le piene del Nilo il quale, in dati periodo dell’anno, allagava i campi. Le acque, ritirandosi, depositavano le particelle di limo che avevano in sospensione, cosicché questa pratica costituiva nello stesso tempo una irrigazione e una fertilizzazione. Lo sbarramento di Assuan, che impedisce al limo di scendere a valle, e il passaggio all’irrigazione a pioggia costringono all’uso massiccio di concimi chimici (nel 1955 il consumo di fertilizzanti azotati e potassici era di 730 mila tonnellate ed è passato nel 1975 a 2.300 mila) cosicché il fellah, che prima non aveva bisogno di concimare, deve ora indebitarsi anche per acquistare i necessari concimi.

     «L’assenza del limo fertilizzante, ormai trattenuto nel serbatoio in ragione di cento milioni di tonnellate all’anno, la sparizione dei depositi del Nilo che permettevano al delta di controbilanciare l’erosione marina e anche di estendersi, la rarefazione del patrimonio ittico (parzialmente compensato dalle possibilità del vasto vivaio che è l’alta diga) lo sviluppo del terreno propizio alla billarzosi nei canali mai più vuotati e nel lago Nasser stesso (...) sono, se così si può dire, dei mali minori comparati alla catastrofe che, secondo M. Mustapha El Gabali, precedente ministro dell’agricoltura, “minaccia più della metà delle terre irrigate” (tre milioni di feddan su cinque milioni e mezzo) ed ha già sterilizzato un certo numero di proprietà: le colture sono “bruciate” dalla risalita dei sali alla superficie e i suoli sono asfissiati dalle acque sotterranee non drenate. In parecchie regioni, segnatamente nella provincia di Thair, strappata al deserto libico dal 1953, dei canali, che non trasportavano più che acqua “salata come il mare”, hanno dovuto essere abbandonati e migliaia di fellah sono partiti.
     «Per fermare il male non è questione di smantellare l’alta diga di Assuan, che garantisce alla nazione da 5 a 10 miliardi di chilowatt d’elettricità all’anno e la preserva dalla siccità; ma i metodi classici di drenaggio, del resto colpevolmente trascurati, mentre avrebbero dovuto essere applicati a ogni particella man mano che l’irrigazione diveniva abbondante e perenne, sono già inoperanti. La diga non ha fatto che precipitare una evoluzione cominciata da quando si è irrigato senza drenare sufficientemente (...) Bisognerebbe, senza tardare, a prezzo di uno sforzo finanziario che l’Egitto non è attualmente in grado di fornire, installare migliaia di chilometri di dreni giganti a grande profondità nel suolo e “lavare” delle dozzine di migliaia di feddan salati» ("Le Monde", 27 agosto 1976).
 La miserevole condizione dei fellah si è ulteriormente aggravata: nonostante che dall’inizio del secolo la superficie coltivata sia aumentata di oltre un milione di feddan l’area pro-capite è passata da 0,48 feddan del 1907 a 0.15 feddan del 1976 (la popolazione si è più che triplicata essendo passata da 11,19 milioni di abitanti nel 1907 a 38 milioni nel 1976 (da qui nascono le tradizionali aspirazioni egiziane al Sudan che utilizza solo il 10% dei suoi 30 milioni di feddan, coltivabili con mano d’opera immigrata dal Ciad).

 Il 90% dei fellah sono analfabeti (sul totale della popolazione la percentuale di analfabetismo arriva al 75%). I contadini rappresentano il 60% della popolazione e consumano appena un terzo del reddito nazionale. I prodotti agricoli rappresentano i due terzi delle esportazioni egiziane. La burocrazia statale fa spesso pagare ai contadini servizi che in teoria dovrebbero essere gratuiti: scuola, medicine, uso del trattore della cooperativa. Spesso i caporioni dell’Unione Socialista Araba aumentano il prezzo delle tessere o fanno pagare una multa ai contadini assenti alle riunioni politiche. Secondo il quotidiano Al Ahram, la burocrazia impedisce all’80% dei contadini che possiedono meno di tre feddan, di beneficiare della nuova legge che li esenta dal pagamento delle imposte.

 La parcellizzazione della terra, una delle principali palle al piede dell’agricoltura, si è ulteriormente aggravata, fino ad arrivare a livelli esorbitanti: i proprietari con meno di 5 feddan (= 2,1 ha) occupavano il 33,5% della superficie coltivata nel 1945, il 35,4% nel 1954, il 42,5% nel 1962, il 57% nel 1976. Questo significa che la maggior parte del suolo egiziano continua ad essere coltivata da piccole aziende familiari che non dispongono dei capitali necessari a procurarsi moderni mezzi di produzione. Secondo i dati dell’annuario ONU, nel 1974 i trattori e mietitrebbia in servizio erano appena 21.000. Consideriamo l’ultimo dato sulla superficie coltivata che abbiamo, il 1962, 5.800 mila feddan, corrispondenti a 2.436 mila ha, dividendo otteniamo: 1 trattore o mietitrebbia ogni 116 ha.

 Nelle campagne nulla è mutato nella condizione del fellah compreso il suo tradizionale assoggettamento ai signorotti locali che ora non sono più i Pascià, ma i sindaci dei villaggi. Riportiamo una corrispondenza di "Le Monde" del 27 agosto 1976 dal titolo significativo: "L’Egitto, dono dei fellah":

     «Versione orientale del piccolo Lord Fauntleroy, il giovane ereditiero del Pascià, davanti a dei fellah rispettosi, caracolla nel viale di filaos che collega il villaggio alla casa di suo nonno, grande villa gialla fiancheggiata da una moschea e da una scuderia. In costume grigio e fez amaranto, il Pascià, al quale l’uso ha conservato questo titolo abolito, si intrattiene nella corte con il suo amministratore e i suoi palafrenieri prima di andare a pregare con loro. Un impiegato europeo sovrintende all’allevamento dei cavalli (...) In questa borgata del Delta del Nilo, come nel resto del paese, la rivoluzione del Luglio 1952 non ha realmente rovesciato le strutture né i rapporti sociali. Certo, venti anni fa il Pascià è stato spogliato di parecchie migliaia di feddan e in seguito alcuni dei suoi parenti furono arrestati o dovettero esiliarsi, ma l’Omdeh – il sindaco nominato dal potere centrale – non ha mai cessato di essere un suo parente e i fellah hanno sempre testimoniato della deferenza al loro vecchio padrone.
     «Oggi il Pascià di Tahanoub e la sua discendenza possono, senza violare la lettera della legge sui 50 feddan massimo per persona, ricostituire una parte del loro patrimonio fondiario. Hanno riacquistato dallo Stato la frazione delle loro terre un tempo nazionalizzate che non erano ancora state rivendute ai contadini e hanno recuperato, sempre legalmente, i loro campi posti sotto sequestro. Questo movimento di ricostituzione parziale delle proprietà, che permette ora ad un certo numero di famiglie di possedere da 500 a 600 feddan, può essere solo di poco limitato, perché la superficie statizzata o posta sotto sequestro rimanente nelle mani dell’amministratore, non rappresenta che qualche dozzina di migliaia di feddan.
     «In compenso lo Stato possiede ancora buona parte dei 900 mila feddan strappati al deserto dal 1952. Poco più di un quarto di questa superficie è stata affittata (eventuali acquirenti sarebbero obbligati a mantenere il contratto di locazione) e un decimo soltanto è stato ceduto in proprietà a dei fellah. Il resto, cioè circa 550.000 feddan ai quali si aggiungerà negli anni a venire una estensione almeno eguale in corso di bonifica, attraverso dodici progetti, appartiene ancora allo "Stato Agricoltore".
     «Non s’immagina, salvo in qualche caso, che queste terre siano rivendute a dei possidenti. Da una parte i dirigenti sembrano coscienti che sarebbe pericoloso per la pace sociale vedere il fenomeno di ricostituzione delle grandi proprietà prendere troppa ampiezza; d’altra parte sarebbe sbalorditivo che gli egiziani possessori di capitali, desiderosi di profitti rapidi, acquistino dei terreni recentemente emendati la cui qualità non è sempre delle migliori e che devono generalmente essere coltivati per parecchi anni prima di essere redditizi.
     «L’amministrazione ha tuttavia cominciato a vendere agli offerenti un’area di 50.000 feddan in lotti da 5 a 20 feddan, ciò che non può interessare che degli acquirenti relativamente ricchi (un feddan costa da 10.000 a 30.000 Franchi). La vecchia politica di vendere a rate dei piccoli lotti ai fellah non è però abbandonata; 100 mila feddan sono in corso di distribuzione specialmente nella Charkieh, tra il Cairo e Ismailia. Di fatto, la tendenza che si delinea per la maggior parte dei demani statali appare piuttosto essere la costituzione di società miste costituite per metà da fondi pubblici, per metà da capitali stranieri privati e pubblici. I termini "agroindustria", "capitalizzazione", "privatizzazione" ritornano sempre più spesso nella bocca dei responsabili del settore agrario (...) Al fine di facilitare il processo, l’organismo pubblico che si occupa dei terreni emendati è stato diviso quest’anno in sette compagnie autonome, notoriamente destinate a "maritarsi con milionari stranieri". L’Egitto porterà in dote la terra, che resterà sua proprietà, mentre il partner si presenterà con le sue tecniche e i suoi fondi. Dei pretendenti non hanno tardato a manifestarsi, come la Banca mondiale, la Iugoslavia e gruppi americani e tedesco occidentali (...)
     «La politica di ritorno all’economia liberale applicata alla campagna significa egualmente che le scelte colturali saranno modificate. Di già, poiché il cotone è impopolare e per buona parte (l’87% della quantità esportata nel 1975) è scambiato con i paesi comunisti, nel quadro dell’accordo di scambio, l’area dedicata a questa pianta è stata in un primo tempo riportata da 1.600.000 feddan a 1.300.000. Una più grande superficie sarà destinata al grano, di cui c’è carenza (nel 1975, la produzione di 2 milioni di tonnellate ha rappresentato un terzo del consumo), alla canna da zucchero per la quale bisogna arrivare alla autosufficienza (580.000 tonnellate di zucchero nel 1975 contro un consumo di 600.000 tonnellate), alle primizie, apprezzate in occidente».
 Un avvenimento recente ha fatto parlare i giornali con toni ottimistici per il futuro della produzione agricola egiziana: nel deserto occidentale è stato scoperto uno dei più grandi depositi sotterranei di acqua del mondo. L’accumulo di acqua, in strati profondi da 1.500 a 3.000 m, è dovuto alle infiltrazioni permanenti delle acque del Nilo. Secondo le prime stime questi giacimenti potrebbero fornire almeno 686 milioni di metri cubi all’anno. La presenza dell’acqua nel deserto occidentale non è una novità tant’è vero che all’epoca dei faraoni buona parte di questo era coltivato. Del resto è noto che le oasi del deserto libico si sono formate in corrispondenza di aree depresse nelle quali le acque sotterranee si trovavano a poca distanza dalla superficie del suolo. Secondo un esperto americano «l’arenaria imbevuta d’acqua si estende dalla costa del Mediterraneo per 800 chilometri verso sud in direzione della frontiera sudanese ed è larga pressoché altrettanto. Se ne potrebbero estrarre otto miliardi di ettolitri all’anno, quasi il cinque per cento della portata del Nilo» ("L’Unità" del 14 settembre 1977).

Un nuovo colossale affare si profila all’orizzonte per la borghesia egiziana. Questi terreni faranno la fine di quelli recentemente strappati al deserto con l’irrigazione; saranno cioè svenduti alle grandi imprese capitalistiche. «Esperti egiziani e americani hanno reso noto che lo sfruttamento di queste acque potrebbe essere accoppiato ad un grandioso progetto di ingegneria che prevede la trasformazione in lago salato della depressione di Qattara, nell’Egitto nord occidentale, mediante l’afflusso delle acque del Mediterraneo attraverso un canale. Prima di riempirsi il lago, che assumerebbe una superficie di oltre 14.000 chilometri quadrati (quanto l’intera regione italiana della Campania) assorbirebbe tanta acqua da permettere la generazione lungo il canale delle immense quantità di energia elettrica necessarie per la colonizzazione della regione». Lo Stato non perde tempo: «Per il finanziamento stiamo lavorando con la Chase Manhattan bank di New York», ha dichiarato Ahmed Barkouki, presidente del consiglio di amministrazione della società generale dei petroli. Fedele alle sue gloriose tradizioni, la borghesia egiziana, che solo recentemente ha visto riaprirsi il credito in occidente, ha ora la possibilità di fornire garanzia sufficiente per spiccare una nuova cambiale.

 Ma è ancora il fellah a reggere tutta la baracca; ancora oggi i due terzi delle esportazioni sono rappresentate dai prodotti agricoli e la maggioranza della superficie agraria è coltivata dalle piccole e medie aziende familiari. Le gigantesche speculazioni, le mastodontiche opere pubbliche, i quintali di cambiali che le classi ricche hanno firmato, tutto viene garantito e pagato sulla loro pelle e su quella degli operai di fabbrica.

 Nella citata corrispondenza di "Le Monde", si dice:

 «Nell’insieme, per il momento, i cambiamenti che si abbozzano non sembrano aver suscitato molte reazioni tra i fellah. Ma chi può sapere cosa pensano questi uomini nello stesso tempo ingenui e sospettosi? Secondo il figlio di un notabile che negli anni ’60 fu imprigionato in quanto comunista: "un fossato inattraversabile esiste tra i proprietari e i fellah. La loro forza è il silenzio. Quando si fanno i conti con loro si sente di essere presi in giro, ma è impossibile ottenere spiegazioni chiare. Se si insiste si sente da parte loro che se potessero ci ucciderebbero"».
 Sarebbe veramente strano se dopo secoli di bestiale sfruttamento, i fellah non fossero almeno un po’ "sospettosi". Mentre li ossequiano rispettosamente, spiano il momento propizio per saltare al collo dei loro padroni di sempre. Noi ci auguriamo che questo giorno venga presto.
 
 
 

5. – IL PREZZO DELL’INDIPENDENZA PER LA BORGHESIA EGIZIANA
 

Dopo aver trattato nei numeri scorsi dei tentativi di riforma agraria del regime, tutti falliti, proseguiamo con la sommaria cronologia degli avvenimenti.

 Abbiamo già mostrato come il colpo di Stato del Luglio 1952, che portò alle redini dello Stato i "Liberi ufficiali" capeggiati da Nasser, non fu una vera rivoluzione, neppure nel senso borghese. La paura di una rivolta delle masse oppresse rese necessario il cambiamento di regime e la "proclamazione" della riforma agraria. Abbiamo visto come il nuovo regime, nato sotto il patrocinio della Federazione Egiziana delle Industrie e della National Bank of Egypt, dimostrò subito la sua vera natura di classe con la feroce repressione degli operai, che erano scesi in sciopero inneggiando alla «rivoluzione dell’esercito", e con le nuove facilitazioni per gli investimenti di capitali. Gli avvenimenti successivi mostreranno come il regime dei militari non avesse nulla da invidiare a quello dei Kedivé in quanto al feroce sfruttamento delle masse operaie e contadine.

 Il 16 gennaio 1953 il Consiglio della Rivoluzione disciolse tutti i partiti (tranne i Fratelli Musulmani) ed epurò l’esercito (furono radiati 450 ufficiali). Il 23 gennaio fu fondato il partito unico, l’Unione della Liberazione, il cui programma comprendeva «l’evacuazione completa e senza condizioni delle truppe straniere della valle del Nilo» e l’autodeterminazione per il Sudan. Solo il 18 giugno 1953 (a quasi un anno di distanza dal colpo di Stato) fu proclamata la Repubblica e abolita formalmente la Monarchia.

 Il 29 ottobre 1952 un memorandum del governo egiziano riconosceva ufficialmente il diritto del Sudan alla autodeterminazione (questo territorio era allora in "comproprietà" tra l’Inghilterra e l’Egitto). Si tratta apparentemente di un rovesciamento della politica del passato regime che aveva trattato il Sudan come una colonia. In realtà però il regime, non avendo la forza di strappare il Sudan agli inglesi e di instaurarvi il proprio dominio aperto, tentava di arrivarvi per via "democratica", cioè attraverso il finanziamento del partito Unionista filoegiziano, sostenitore prima della completa indipendenza e poi dell’unione con l’Egitto. Anche gli inglesi avevano un proprio partito, l’Umma, che sosteneva l’ingresso nel Commonwealth. Il partito Unionista vinse le elezioni, ma il piano egiziano non riuscì: nel gennaio 1954 scoppiarono violente manifestazioni antiegiziane e il 1° gennaio 1956 venne proclamata l’indipendenza del Sudan. Fu uno smacco per la borghesia egiziana, che già si apprestava a sfruttare a proprio vantaggio le risorse di questo immenso territorio.

 Come abbiamo visto in precedenza il nuovo regime si mostrò subito molto ben disposto nei confronti dell’imperialismo internazionale: l’etichetta "antimperialista" e "socialista" che si affibbiò in seguito, furono, come vedremo, una scelta obbligata così come il suo passaggio nell’area di influenza della Russia. Il Sadat oggi filoamericano, a torto viene accusato di tradimento.

 Il 19 ottobre 1954 è firmato un trattato secondo il quale il Canale sarebbe stato evacuato dalle truppe britanniche e rioccupato solo in caso di aggressione contro l’Egitto, contro uno dei paesi arabi o contro la Turchia. In questa occasione Nasser dichiara: «La pagina oscura delle relazioni anglo-egiziane è stata voltata, una nuova e diversa pagina sta per essere scritta. Il prestigio e la posizione della Gran Bretagna nel Medio Oriente sono stati rafforzati. E adesso non esiste nessun motivo perché la Gran Bretagna e l’Egitto non collaborino in modo costruttivo» (da: "Esercito e Società in Egitto").

Non meno cordiali i rapporti che il regime nasseriano cerca di intraprendere con gli USA; tra il 1952 e il 1954 i crediti USA passano da 6 a 40 milioni di dollari.

 Il nuovo regime, scaturito da una rivoluzione borghese dall’alto, si sforza di finanziare il decollo della propria industria fornendo al capitale nazionale ed estero le condizioni più favorevoli perché investa nell’industria. Una legge del giugno 1953 stabilisce l’esenzione dalle imposte per 5 anni per tutte le nuove industrie e una sgravio fiscale del 50% per tutti i mezzi che queste destineranno alla loro espansione. Nel febbraio ’54 viene creata la Società egiziana del ferro e dell’acciaio con la partecipazione della banca Misr, della Banca Industriale e soprattutto della Demag di Amburgo. Nel marzo ’54 è dato l’incarico alla Electricité de France per un piano ventennale di elettrificazione del paese. Nel novembre dello stesso anno è concluso un accordo con gli USA per un prestito di 40 milioni di dollari per il finanziamento di opere di irrigazione, strade, ferrovie. In settembre il governo sollecita dalla BIRD un prestito per la diga di Assuan. Nello stesso periodo (21 settembre 1954) è ancora modificata la legge sui capitali stranieri: «Gli utili risultanti dall’investimento di capitali stranieri potranno essere trasferiti all’estero fino alla cifra di un quinto per anno». Vengono inoltre lanciati, per rastrellare capitali egiziani, tre prestiti interni per un valore di 25 milioni di lire egiziane.

 Ma la grande borghesia egiziana non collabora: nel 1953, la FEI lamenta che «il totale degli investimenti delle banche e dei loro crediti accordati all’economia non supera i 137 milioni di Lire egiziane contro i 138 dell’anno precedente. Queste cifre dimostrano fino a qual punto il capitale privato si ritragga davanti alle difficoltà fiscali, sociali e amministrative cui deve continuamente far fronte».

 La produzione industriale sale, ma molto lentamente per un paese a capitalismo giovane; come mostrano i numeri indice relativi a quegli anni: 1952 (92,9), 1954 (100), 1955 (109), 1957 (123,3). Nel già ampiamente citato testo di A. El Malek si legge:

 «Nel 1954 la formazione netta del capitale è stata di 63 milioni di cui il 60% inghiottita dall’edilizia privata e pubblica; solo 26 milioni sono finiti nei settori dell’industria, dell’agricoltura e dei trasporti e di questi infine appena 6,9 nell’industria (...) Dapprima il Credito Fondiario Egiziano, nel rapporto del suo consiglio di amministrazione per il 1955, e poi, nel 1956, la National Bank of Egypt, per voce del suo presidente Zaki Saad, debbono constatare il rifiuto opposto dalla borghesia ad investire nel settore industriale. Nonostante gli incoraggiamenti e gli inviti la stessa tendenza vista nelle cifre del 1954 permane nel 1955: 28,5 milioni di Lire egiziane sono investiti nelle costruzioni contro soltanto 7,7 nell’industria».
 In questa situazione, lo Stato egiziano si rivolge alle potenze imperialistiche occidentali, USA, Francia, Inghilterra, per ottenere crediti e forniture di armi al fine di costruirsi a potenza economica e militare, ma questi pongono pesanti condizioni politiche fra cui l’ingresso dell’Egitto nel patto di Baghdad (comprendente Turchia, Iraq, Iran, Pakistan, Gran Bretagna e USA). Condizioni giudicate inaccettabili da parte dei dirigenti egiziani; qui inizia la prima svolta filo-sovietica dell’Egitto. Il 27 settembre 1955 Nasser annuncia la conclusione di un accordo per la fornitura di armi da parte della Cecoslovacchia.

 Nel luglio 1956 USA e Gran Bretagna ritirano i loro prestiti per la diga di Assuan, concessi l’anno precedente. Una settimana dopo il governo egiziano nazionalizza il Canale di Suez. Segue poi, come è noto, l’intervento militare anglo-franco-israeliano, già da tempo concordato: gli israeliani attaccano, le truppe francesi e inglesi intervengono "per separare i belligeranti". Il piano, che mira a ristabilire l’influenza franco-inglese, provocando la caduta di Nasser, non riesce per l’intervento dell’URSS e degli USA, che costrinsero i più deboli concorrenti a mettere giù le zampe e a ritirarsi umiliati.

 Il ritiro dei prestiti e l’attacco militare posero il regime in un situazione tale che fu costretto a fare appello ai partiti di sinistra, rappresentanti della piccola borghesia radicale, fino ad allora perseguitati. Per opporsi all’invasione franco inglese furono anche organizzati reparti di "milizie popolari", costituiti in larga parte da operai e contadini. Nella sua svolta filo-sovietica e per attuare i vari tentativi di pianificazione dell’economia, lo Stato si avvalse sempre dei "partiti di sinistra". Già nel novembre 1955, quando si manifestarono i primi screzi con le potenze occidentali, persino dagli internati militanti del PCE e della "Avanguardia Operaia" nel campo di concentramento di Abu Zaabal, che veniva definito dagli stessi ufficiali "la necropoli dei viventi", arrivarono mozioni di appoggio a Nasser, unite alla richiesta di «ristabilire le libertà democratiche e la vita costituzionale per dar corpo all’unità nazionale».

 Vedremo anche negli anni successivi, mentre si rinnovavano le profferte di amicizia tra lo Stato egiziano e quello Sovietico, i sedicenti comunisti di osservanza moscovita languire nelle galere nasseriane, pur sempre rivendicando le "libertà democratiche" e la solidarietà nazionale. Essi non chiamarono mai le masse sfruttate alla guerra di classe e si posero di fatto al servizio dello Stato che, a seconda del bisogno, li internava o li prelevava dai campi di concentramento.

 La necessità di costituirsi un esercito efficiente, il bisogno di finanziamenti, le pretese degli angloamericani spinsero lo Stato egiziano nell’orbita dell’URSS. Il rifiuto della grande borghesia fondiaria di investire nell’industria lo costrinse a percorrere l’unica via rimasta aperta per la formazione di un’industria moderna: quella del capitalismo di Stato. Non trovando i capitalisti privati alcun interesse nell’accollarsi l’onere dell’impianto industriale, il loro denaro se ne andava verso fonti di più facile guadagno. Fu perciò lo Stato che si dovette accollare direttamente questo compito, così come è avvenuto in molti paesi di recente sviluppo. Dal 1956 in poi lo Stato intervenne sempre più pesantemente nell’economia, iniziando i primi tentativi di pianificazione.

 In queste necessità economiche capitalistiche troviamo le radici del cosiddetto "socialismo" egiziano e degli atteggiamenti "antioccidentali" del Nasser, presentato per anni dai gazzettieri, come eroe antimperialista.
 
 
 

6. – TENTATIVI DI PIANIFICAZIONE DELL’ECONOMIA
 

Lo Stato borghese uscito da una "rivoluzione dall’alto" si dovette far carico dell’industrializzazione del paese e da questa necessità scaturirono tutti i tentativi di pianificazione dell’economia e la conseguente etichetta "socialista".

 Il 15 gennaio 1957 furono emanate tre leggi con le quali si stabilì che le compagnie di assicurazione e le agenzie commerciali straniere dovessero assumere le forme di società anonime egiziane, con capitali e direzione egiziani. Il 18 aprile, le banche inglesi, francesi e turche furono poste sotto sequestro e vendute a banche egiziane.

 Lo strumento principale di intervento dello Stato nell’economia era l’ "Organismo Economico" creato il 13 gennaio 1957 con il preciso scopo di raccogliere, sotto una direzione statale, l’insieme delle partecipazioni statali assunte dai vari ministeri e amministrazioni nelle società di tipo misto. Queste partecipazioni ammontavano nel 1957 a 17 milioni di Lire egiziane.

 L’O.E. estenderà progressivamente la sua azione: nel 1958 il capitale delle società che controllava ammontava a 58.680.000 Lire; nel 1960 passò a 80.039.000. Nello stesso periodo il capitale privato realizzò lucrosi affari, il che conferma che la pianificazione aveva il solo scopo di fornire ai capitalisti il miglior terreno per gli investimenti ed era fatta in pieno accordo con essi. Secondo i rapporti della National Bank of Egypt, dal 1956-57 al 1957-58 il rendimento medio del capitale investito dalle 148 maggiori società anonime raggiunse il 15,1%, con un massimo del 38,8% per le industrie alimentari, un minimo del 4,9% della proprietà immobiliare, ed è del 25,5% nel ramo tessile.

 Nel maggio 1957, con decreto presidenziale, fu fondata l’Unione Nazionale, partito unico dal cui seno venne eletto il Consiglio della Nazione, organo corporativo comprendente rappresentanti degli imprenditori, professionisti, contadini, operai, studenti, ecc., cioè un organo avente lo scopo di stringere tutte le classi sotto il "supremo" interesse nazionale, pretesa tipica del fascismo.

 È del febbraio 1960 la nazionalizzazione della National Bank of Egypt e della banca Misr. Il 20 luglio 1961 furono emanate le leggi sulle nazionalizzazioni che prevedevano:
     1) nazionalizzazione di tutte le banche e società di assicurazione e di 42 grosse imprese e società egiziane;
     2) obbligatorietà per 91 società (di cui 12 siriane) di assumere entro sei mesi la forma di società anonima araba con partecipazione statale in ragione del 50% e soggette alla supervisione amministrativa statale;
     3) un limite di 10.000 Lire egiziane alla proprietà individuale (delle persone fisiche e giuridiche) di 159 società (di cui 11 siriane): i pacchetti azionari che superavano tale limite divenivano, per la parte eccedente, proprietà dello Stato;
     4) obbligatorietà di affidare tutti i lavori pubblici superanti le 30.000 Lire solo a società con partecipazione statale di almeno il 50%;
    5) obbligatorietà per tutte le imprese di esportazione del cotone della forma di società anonima araba con capitale minimo di 200.000 Lire e partecipazione statale del 50%;
    6) orario di lavoro degli operai di 42 ore settimanali e proibizione delle ore straordinarie;
     7) obbligo di destinare il 25% dei profitti delle società anonime "agli impiegati e agli operai" di cui il 10% versato in contanti, il 10% destinato a "servizi sociali", il 5% agli alloggi, e presenza nel consiglio di amministrazione di un rappresentante degli impiegati e di uno degli operai.

 Queste misure non solo non erano affatto "rivoluzionarie", ma nemmeno miravano a colpire i profitti dei capitalisti. Tendevano invece ad una concentrazione del capitale finanziario, guidata e protetta dallo Stato. I grandi imperi finanziari che si formarono realizzavano enormi profitti con le comode commesse statali, con l’appalto dei lavori pubblici, all’ombra dell’anonimato e del loro Stato "socialista".

 Per esempio, a proposito della misura fissante il pacchetto azionario individuale ad un massimo di 10.000 Lire egiziane, basterà ricordare che allora il reddito medio nazionale era di 50 Lire: la legge consentiva perciò patrimoni azionari ben 200 volte superiori. Lo stesso Alì Sabri, allora ministro per gli affari della presidenza della repubblica affermò commentando queste misure:

 «Il settore pubblico non è secondo noi una strada scelta per liquidare la proprietà, ma che deve portare all’allargamento della sua base». Secondo Malek: «le misure di egizianizzazione hanno messo l’iniziativa privata in mano ai capitalisti egiziani, che però servono talvolta da paravento ai proprietari stranieri. Durante gli ultimi cinque anni e cioè dal 1956 al 1961, il numero degli uffici di rappresentanza commerciale delle grandi società con sedi all’estero si è quintuplicato e diverse migliaia di persone, alla caccia di una occasione per arricchirsi, hanno trovato nell’incontro tra le nazionalizzazioni e le egizianizzazioni il mezzo per farlo sotto la bandiera del nazionalismo e della rivoluzione. Così le "spese pubbliche" socialiste hanno contribuito ad aumentare in numero dei milionari (...) Finanzieri, imprenditori, commercianti e industriali si consultano per accordarsi sul tasso di profitto che si può ottenere dal loro principale cliente, lo Stato; diversi progetti importanti che rientrano nel piano quinquennale restano bloccati poiché nessuna impresa privata intende sopportarne l’onere, spesso meno redditizio degli affari di tipo tradizionale; si può constatare la strana mancanza di una vera concorrenza in materia di prezzi, come se improvvisamente fosse avvenuto un tacito accordo per lasciare questo o quell’affare a questa o quella società, al prezzo che questa avesse preferito fissare; infine si sviluppa il fenomeno del nepotismo, che si potrebbe addirittura dire essere diventato un’istituzione. Attraverso le scappatoie offerte dalla situazione economica, la grande borghesia egiziana vuol ritornare a quel controllo del paese che i militari le vietano in sede politica».
 Lo Stato perciò non cessava di essere il rappresentante del grande capitale: la funzione degli organi preposti al controllo dell’economia consisteva in pratica nel preparare un "letto caldo" per i grandi trust finanziari, riservando loro in esclusiva i settori altamente redditizi e rivolgendo direttamente allo Stato quelli in cui il guadagno era scarso o incerto. Non diversamente cioè da quanto avviene in Italia con l’IRI.
 
 
 

7. – IL FALLIMENTO DELLA R.A.U.
 

La borghesia egiziana intravide la possibilità di lauti guadagni nell’unione tra Egitto e Siria: quest’ultima, più arretrata dal punto di vista industriale e finanziario, costituiva per le grandi imprese egiziane un nuovo mercato da sfruttare. Nel 1958 fu proclamata l’unione e fondata la Repubblica Araba Unita nel nome del Panarabismo.

 Il gruppo Misr e la Banca del Cairo installarono immediatamente filiali in Siria; la piccola borghesia intellettuale sfornata dalle università partì immediatamente alla caccia di posti nella amministrazione statale unificata. L’unificazione, che segna un riavvicinamento tra la grande borghesia e la piccola borghesia, che, attraverso l’esercito, tiene in mano le redini dello Stato, coincide con una spietata repressione nei confronti della sinistra radicale che, all’epoca della crisi di Suez, aveva entusiasticamente appoggiato la politica di Nasser. L’Egitto trattò la Siria di fatto come una colonia, colpendo gli interessi della borghesia e piccola borghesia locale e l’unione fallì miseramente appena tre anni dopo, il 28 settembre 1961, in seguito a un colpo di Stato dell’esercito siriano.

 Il fallimento dell’ "affare Siria", costrinse lo Stato ad una nuova sterzata "a sinistra": il 16 ottobre 1961, Nasser affermava:

 «Ci siamo sempre rifiutati di scendere a patti con l’imperialismo, ma abbiamo commesso l’errore di fare la pace con la reazione (...) che ha dimostrato di essere disponibile all’alleanza con lo stesso imperialismo pur di sostenere le sue posizioni di privilegio (...) [È stata una illusione] immaginare che fosse possibile la nostra riconciliazione con la reazione su basi nazionali (...) Il nostro sbaglio è stato di avere aperto l’Unione nazionale alle forze della reazione che, dopo esservisi introdotte, ne hanno paralizzato l’efficienza rivoluzionaria (...) Non siamo riusciti a portare l’apparato governativo al livello dell’azione rivoluzionaria (...) [e ne è derivato] l’asservimento delle masse all’apparato governativo con tutte le carenze che questo comporta».
 Il 22 ottobre 1961 furono arrestate 40 personalità (in maggioranza ex wafadisti) ed entro novembre sequestrati i beni di 600 grandi famiglie dell’aristocrazia finanziaria. Nello stesso periodo 80 banche, società e compagnie di assicurazione passarono sotto il controllo statale. Gli arrestati saranno però rilasciati nel febbraio 1962 e sarà tolto il sequestro a molte proprietà.

 Nel settembre 1962 fu creato un unico ente, con partecipazione statale del 50%, che raccoglieva 137 agenzie marittime e società di carico e scarico. Nel gennaio 1963 fu promulgata una legge che proibiva ad ogni straniero (fatta eccezione per i palestinesi) di possedere terre coltivabili. In aprile furono nazionalizzate e incorporate in un unico ente le 13 società esportatrici di cotone. Lo stesso si verificò per le 8 società dei trasporto marittimo e fluviale. In agosto fu sequestrata la più importante casa editrice, in ottobre fuse tutte le banche commerciali in cinque grandi banche sotto il controllo statale; in novembre sostituite con cooperative tutte le società di commercio e raggruppati in "unità economiche" i commercianti al dettaglio.

 Le circostanze costrinsero lo Stato ad accentuare il suo intervento diretto nell’economia, colpendo questa volta in parte gli individui appartenenti alla aristocrazia finanziaria ed accentuando i suoi legami con la piccola borghesia, vera base sociale del regime.

 «Questo dirigismo statale – scrive Malek – è, come abbiamo dimostrato, opera dell’alleanza tra apparato militare e la tecnocrazia. Samir Amin ha ragione di insistere sul reclutamento sociale piccolo borghese di questa élite al potere: "La storia contemporanea dell’Egitto è segnata dall’ascesa della piccola borghesia; certi gruppi da essa derivati sono diventati col colpo di Stato militare del 1952 la nuova classe dirigente, e si sono trasformati poco a poco in una borghesia di Stato che ha sostituito la vecchia classe dirigente, l’aristocrazia borghese" ("L’Egypte nassérienne")».
 Ma il vecchio partito unico, ormai compromesso, non era più idoneo alla mobilitazione della piccola borghesia a sostegno dello Stato. Perciò nel novembre 1961 Nasser annuncia la preparazione di un Congresso nazionale delle forze popolari comprendente rappresentanti delle seguenti categorie sociali: fellah, operai, capitalismo nazionale (medici, ingegneri, ecc.), funzionari, studenti, professori universitari e infine la non meglio identificata categoria "donne" (escluse operaie e contadine, s’intende). Secondo i calcoli effettuati per la preparazione del congresso, i fellah erano allora 3,2 milioni (di cui 1.154.000 iscritti nelle organizzazioni), gli operai 1,6 milioni (di cui 466 mila organizzati), i rappresentanti del "capitalismo nazionale" 600.000, i professionisti 172.958, i funzionari 700.000, gli studenti 305.000, le "donne" 6.500.000.

 Scopo di questo congresso era la preparazione di una Carta d’azione nazionale, una specie di nuova costituzione che, naturalmente, doveva "scaturire dal popolo". La Carta, varata nel maggio 1962, enuncia, sotto l’etichetta del "socialismo egiziano", i principi del corporativismo fascista, cioè la collaborazione tra le classi per il bene supremo della nazione e la necessità della pianificazione e del dirigismo statale in economia, unica via per l’industrializzazione del paese.

 Il 7 dicembre 1962 fu creata la Unione Socialista Araba, nuovo partito unico che si sostituisce alla vecchia Unione Nazionale.
 
 
 

8. – L’ECONOMIA EGIZIANA NELL’ORBITA DELL’URSS
 

Queste misure interne si accompagnarono ad un sempre maggiore integrarsi dell’Egitto nell’alleanza economica e militare con l’URSS. Ma l’economia egiziana, entrata nell’orbita del blocco imperialista sovietico, non ne trarrà però i vantaggi sperati.

 Secondo gli accordi, tutto il cotone egiziano andava all’URSS in cambio degli aiuti economici e delle fornitura militari, privando così l’Egitto dei suoi sbocchi commerciali tradizionali e della possibilità di incamerare divise estere. L’URSS rivendeva poi il cotone egiziano a basso prezzo sui mercati occidentali.

La sconfitta militare nella Guerra dei 6 giorni del giugno 1967 aggravò di molto la situazione privando l’Egitto dei suoi pozzi petroliferi nel Sinai e dei proventi del Canale di Suez. Secondo una valutazione riportata dalla rivista "Problemes Economiques" (n. 1115 del 1969) il costo della guerra, solo in distruzioni, fu di 1,4 miliardi di dollari, mentre il debito con l’URSS per la diga di Assuan era ancora di 1 miliardo di dollari. Proletariato e contadiname povero vivevano in condizioni terribili:

«L’Egitto attraversò uno dei periodi più duri della sua storia e le restrizioni imposte al popolo egiziano, già obbligato da anni a contentarsi di condizioni di vita inferiori al minimo vitale e tra le più basse del mondo, erano draconiane. Non sarebbero sopportate, noi crediamo, in alcun paese del mondo senza sfociare in una rivoluzione di disperati».
 La mancanza di crediti costrinse alla sospensione di tutti i progetti, alla chiusura di fabbriche e cantieri. La disoccupazione raddoppiò rispetto a prima della guerra. I lavoratori occupati furono obbligati a versare ogni mese una giornata di lavoro per lo sforzo di guerra e un’altra a titolo di risparmio forzoso. I proprietari approfittarono della disoccupazione per assumere mano d’opera a salari ancora ridotti, fino a 10 Lire egiziane al mese. Per ottenere un prestito dal FMI lo Stato dovette rimborsare una parte dei suoi debiti arrivati a scadenza. Per far fronte anche ai debiti contratti col blocco sovietico l’Egitto fu costretto ad ipotecare per sette anni i tre quarti della sua produzione di cotone.

 Saranno naturalmente i poveri fellah ed il proletariato a dover sopportare il peso della guerra e dei debiti contratti dalla avida, cinica e corrotta borghesia egiziana. È con sinistra ironia che il ministro dell’economia Abbar Zaki dichiarerà:

 «Certo, le importazioni sono aumentate terribilmente; è vero che le esportazioni sono fortemente diminuite, ma il popolo egiziano ha accettato di restringere i suoi bisogni, che pur tuttavia non erano già che parzialmente soddisfatti. La capacità di restrizione del popolo egiziano e il suo patriottismo sono ammirabili e milioni di fellah non solo sono pronti a rinunciare alla loro radio, al loro frigorifero e alla loro bicicletta, ma anche a una parte dei bol e del riso che costituisce in molti casi l’essenziale del loro nutrimento quotidiano».

 
 

9. – IL COLLO NEL CAPPIO DELL’IMPERIALISMO
 

Alla morte di Nasser (28 settembre 1970) al vertice dello Stato viene posto Sadat perché, nella lotta tra le varie fazioni, «nessuno vede in lui un rivale pericoloso». Tant’è che i suoi colleghi lo chiamano con feroce scherno: "il piantone", "due baffi appesi nel vuoto", "l’uomo senza nemici". Proprio a questo individuo tocca di condurre in porto l’ennesimo salto della quaglia della borghesia egiziana, specialità nella quale non ha nulla da invidiare alla borghesia italiana che, come si sa, ne è maestra. Qui inizia il lento sganciamento dall’URSS e il riavvicinamento agli USA, operazione che però solo oggi si può dire pienamente conclusa mostrando come anche il gioco di alleanze tra Stati borghesi non ha nulla a che vedere con la volontà dei governi, ma dipende da fattori materiali che essi sono costretti a subire.

 Il primo passo in questo senso è la neutralizzazione della corrente filo-russa capeggiata da Alì Sabri i cui esponenti, dopo una adeguata campagna propagandistica, sono imprigionati nella primavera del 1971. Tuttavia pochi giorni dopo, sotto la minaccia dei bombardamenti israeliani, l’Egitto è costretto a firmare un patto quindicennale di "amicizia" con Mosca che gli avrebbe assicurato l’indispensabile aiuto militare.

 Nel 1972 sono comunque espulsi i consiglieri militari sovietici e nell’ottobre 1973 scoppia la guerra del Ramadan alla quale l’Egitto si trova costretto dalla disastrosa situazione economica. La mezza vittoria ottenuta dall’esercito egiziano consente alla borghesia di sbandierare all’interno una tronfia retorica e di presentarsi alle potenze finanziarie occidentali con qualche chances in più per ottenere quattrini. Il 25 aprile 1974 la stampa annunciò che il presidente Nixon avrebbe chiesto al Congresso uno stanziamento di 250 milioni di dollari per aiuti all’Egitto. Ricerche petrolifere furono affidate a società americane. I lavori di riapertura del Canale, che si concluderanno nel 1975, sono pure affidati ad una ditta americana. Il 27 giugno il segretario statunitense alla difesa Schlesinges annuncia però che l’Egitto dovrà pagare in contanti eventuali forniture di armi americane.

 Il 29 ottobre 1975 USA e Egitto firmano 4 accordi che prevedono: 1) vendita da parte degli USA di 330.000 tonnellate di grano (valore: 50,8 milioni di dollari), 125.000 tonnellate di farina (valore 31,5 milioni di dollari), 4.200 tonnellate di tabacco (valore 15,8 milioni di dollari); 2) eliminazione delle barriere fiscali all’afflusso di beni e investimenti e della doppia tassazione di imprese e uomini d’affari nei due paesi; 3) cooperazione sui problemi della sanità; infine non poteva mancare: 4) impegno dell’Egitto ad esporre negli USA i tesori della tomba di Tutankamen.

 Il 16 marzo 1976 l’Egitto denuncia il trattato con l’URSS del 1971 e abolisce le facilitazioni alla flotta sovietica. L’URSS dal canto suo aveva imposto fin dalla fine del 1974 (non diversamente dagli americani) il pagamento in contanti della fornitura di armi e ciò, data la cronica mancanza di denaro dello Stato Egiziano, equivale ad una minaccia di trasformare in ferraglia le armi pesanti egiziane, prive dei ricambi e della manutenzione necessaria. Inoltre, prima ancora della denuncia del tratto, l’URSS non aveva accettato la rinegoziazione del debito egiziano. Anche ciò conferma come lo sganciamento dall’URSS non sia dovuto a sentimenti filo-occidentali del governo (che del resto anche l’anticomunista Nasser condivideva), ma una scelta obbligata.

 Ultimo passo dello sganciamento dall’URSS è stato il 14 agosto 1977 con l’annuncio che il governo egiziano, in risposta all’embargo russo sui pezzi di ricambio per le armi, ha deciso di sospendere le esportazioni di cotone alla Russia: secondo "Le Monde" del 16 agosto 1978

 «L’URSS, e a un grado minore la Cecoslovacchia, prelevavano poco più della metà della produzione egiziana di cotone. Si trattava dell’esecuzione di un "accordo di scambio" tra i tre paesi: non avendo l’Egitto né divise né materie prime per pagare gli armamenti forniti dai paesi dell’Est, non gli restava, come moneta di scambio, che il cotone. All’inizio del secolo l’Egitto era il terzo produttore mondiale di cotone con il 7% del mercato, lontano dietro gli Stati Uniti (60%) e l’India (20%). Oggi, se la qualità del cotone egiziano resta secondo gli specialisti la migliore del mondo, la sua parte sul mercato mondiale è sensibilmente diminuita. Nuovi produttori sono arrivati. La produzione mondiale annuale raggiunge i 60 milioni di balle (1 balla = 216 Kg). Su questo totale i paesi dell’Est e la Cina producono 24 milioni di balle (40%) e gli Stati Uniti 11,5 milioni (19%). Il resto del mondo – essenzialmente il terzo mondo – ne fornisce 27,5 milioni. L’Egitto produce mediamente 2 milioni di balle (3,3% del totale). Primo produttore mondiale la Russia esporta una parte non trascurabile del suo cotone verso l’Asia (Giappone, Hong Kong, Thailandia, Vietnam e Corea del Nord). L’Egitto ha paradossalmente importato in questi ultimi anni del cotone di qualità media dalla Cina e dagli Stati Uniti per approvvigionare le proprie officine tessili, essendo la produzione locale di qualità destinata all’estero e rappresentando il 60% in valore delle esportazioni egiziane. La decisione del presidente Sadat di sospendere le forniture all’URSS e alla Cecoslovacchia non dovrebbe in alcun modo preoccupare i due paesi; d’altra parte l’Egitto non avrà difficoltà a piazzare il suo cotone sul mercato mondiale».
 La decisione rende così disponibile per la borghesia egiziana la produzione di cotone, che potrà di nuovo impegnare con le potenze finanziarie occidentali facendosi scontare nuove cambiali. Ma nessuno regala, e lo sganciamento dall’URSS non ha prodotto finora i vantaggi sperati: la finanza internazionale non investe volentieri in Egitto, non sapendo se e quando potrà recuperare i suoi soldi. Solo dopo la sommossa proletaria del gennaio 1977 di cui parleremo nel prosieguo del lavoro, le centrali imperialistiche si sono affrettate ad aprire la borsa: la paura degli operai, della rivoluzione rossa, trasforma in filantropo anche il più rapace finanziere.

 Questa apparentemente nuova politica del regime egiziano, di apertura al capitale occidentale, che grosso modo si può datare a partire dalla fine della guerra del ’73, è stata battezzata con la parola araba infitah che significa "apertura". In realtà, come vedremo, la borghesia egiziana, con tutti i suoi cambiamenti di fronte, presenta una sostanziale continuità: è stata sempre aperta ai capitali dell’occidente; sono i capitali dell’occidente che ad un certo punto non sono arrivati più.

 L’Egitto che all’epoca di Ismail Pascià, secondo l’espressione di Rosa Luxemburg, aveva messo «il collo nel cappio della finanza europea», non solo non ne è ancora uscito, ma viene strangolato sempre più.
 
 
 

10. – I RECENTI MOTI PROLETARI
 

Un esperto economico cui era stato chiesto cosa avrebbe fatto se fosse stato incaricato di risanare l’economia egiziana ha risposto: tagliere la corsa ("Le Monde", 15 aprile 1977). La politica dell’infitah non ha dato i risultati sperati. La mezza vittoria ottenuta nella guerra del ’73, con la successiva riapertura del Canale, hanno consentito alla borghesia egiziana di bussare di nuovo alla porta della finanza internazionale con qualche possibilità in più. Ma dal ’73 in poi, nonostante una sensibile crescita della produzione (il tasso annuale è passato dal 3% nel 1973 al 6% nel 1976), il deficit della bilancia dei pagamenti si è praticamente triplicato raggiungendo circa il 23% del prodotto nazionale lordo.

 Il continuo stato di guerra ha costretto lo Stato a destinare il 40% delle spese pubbliche a forniture militari mentre il ribasso dei prezzi del cotone ha portato un grave colpo alle esportazioni. La crescita della produzione agricola si è mantenuta ad un livello di incremento annuo del 2% (più basso del tasso di crescita della popolazione, che ha oggi raggiunto i 38 milioni). L’agricoltura è ancora legata a rapporti di produzione arretrati ed in essa è ancora occupato ben il 47% della popolazione attiva. Perciò è divenuta ormai cronica la penuria di derrate: devono essere importate circa 2-3 milioni di tonnellate di cereali all’anno. Lo Stato per ragioni sociali è costretto a mantenere bassi i prezzi dei generi alimentari: il prezzo del pane, ad esempio, è mantenuto allo stesso livello dell’epoca di re Faruk, cioè 5 volte inferiore al suo costo reale. D’altra parte i capitali non arrivano se i prezzi interni non sono equiparati a quelli del mercato mondiale. Questo è ciò che la gestione Sadat sta cercando di fare, ma nel far questo porta un colpo terribile alle condizioni dei proletari e semiproletari, rimettendoli in movimento.

 Fino ad oggi, l’infitah è fallita: il denaro non è arrivato né dagli USA, né dall’Europa, né dai paesi arabi e quando è arrivato ha preso la solita strada: speculazioni commerciali ed edilizie, alberghi di lusso, locali notturni, sale da gioco, ecc.

 Alla apertura in campo economico ha corrisposto una "democratizzazione" del regime; nel novembre 1976 è stata autorizzata la creazione di tre partiti politici indipendenti: centro, destra e sinistra, che non sono in realtà che tre fazioni del partito unico: l’Unione Socialista Araba la quale rimane come «espressione della alleanza di tutte le forze rappresentative della nazione».

 Il bisogno del regime di crearsi una opposizione democratica, una soluzione di ricambio è dovuto al ritorno delle masse operaie e contadine alla lotta di classe aperta. Per decenni, il regime è riuscito a legare a sé le masse sfruttate, con la mobilitazione di guerra, nel nome dell’unità araba e del socialismo nazionale. Nel 1956, all’epoca dell’invasione anglo-franco-israeliana, gli operai accorsero per difendere con le armi quello che credevano il proprio Stato. Alla fine della guerra del ’73, quando consistenti reparti israeliani, passati alla controffensiva, sfondarono il fronte penetrando a fondo nel territorio egiziano, questo episodio non si ripeté: si videro anzi i fellah accogliere di buon grado le truppe "straniere" ben fornite di viveri e medicinali.

 Negli ultimi anni diversi episodi dimostrano che le masse sfruttate egiziane hanno finalmente rotto la pace sociale con la propria borghesia che si è smisuratamente arricchita sulle loro spalle. Riportiamo alcuni magnifici esempi di lotta:
 

- MARZO 1975: MEHALLA

Mehalla El Kobra è il nome di una città intorno ad una grande fabbrica tessile che impiega 33.000 operai. In febbraio gli operai presentarono una piattaforma rivendicativa alla direzione. La piattaforma prevedeva: 1) aumenti salariali; 2) facilitazioni per il pensionamento degli ex-combattenti; 3) adeguamenti degli incentivi a quelli della fabbrica di Helaun; 4) ripresa della distribuzione del latte (sospesa dal 1967 con la scusa della guerra), 5) apertura di un’inchiesta sulla direzione. Riportiamo da l’"Unità" del 7 luglio 1975: «La piattaforma naturalmente fu respinta. Allora il 19 marzo cominciò lo sciopero (...) Sedicimila operai (su 33 mila) occuparono la fabbrica, chiusero i cancelli, elessero un servizio d’ordine, organizzarono "gruppi di difesa e di controllo"». Tra gli slogan uno che l’"Unità" definisce «particolarmente duro per il suo sprezzante sarcasmo: "Vogliamo i prezzi del ’67, anno della sconfitta"».

 Proseguiamo sempre citando l’"Unità":

     «Il 21 era venerdì, giorno festivo dei musulmani. Della maggior parte degli operai, sinceramente religiosa, molti si limitarono a pregare in fabbrica. Ma molti altri a mezzogiorno uscirono per recarsi nelle moschee per assistere alla tradizionale lettura del Corano. E fu proprio a mezzogiorno che 4.500 agenti della polizia armata speciale, spediti in fretta e furia dal Cairo, attaccarono la fabbrica sparando raffiche di mitra non solo in aria. In quello stesso momento due aerei militari sorvolarono a bassa quota la città, superando il muro del suono e provocando con il "bang" la rottura di migliaia di finestre. Lo scopo era di terrorizzare la popolazione e di costringerla a chiudersi in casa. L’effetto fu invece completamente opposto.
     «Tutta la gente di Mehalla credette che la fabbrica fosse stata bombardata e invase le strade gridando contro la polizia, lanciando pietre, roteando bastoni, spranghe di ferro. I commissariati di polizia furono assaliti. Bandiere rosse furono issate sugli edifici pubblici. Studenti, bottegai, artigiani, donne, bambini, affiancarono gli operai. Le maestranze delle società di colori El Nasr (diecimila dipendenti) decisero di entrare in sciopero anch’esse l’indomani. Una folla esasperata invase le abitazioni dei dirigenti della fabbrica, aprì frigoriferi, dispense, armadi, ne trasse tacchini e polli, bottiglie di profumo francese e di whisky, indumenti costosi, staccò dai soffitti i lampadari di cristallo. Il tutto fu esposto per le strade. Gli operai gridavano: ecco come vivono questi ladri, mentre noi facciamo la fame».
 Dopo 36 ore di battaglia il bilancio era di 50 morti e feriti.
     «Il 23 fu inviato sul posto l’esercito. I capi degli scioperanti fecero tagliare i binari della ferrovia (dato che si sapeva che le truppe sarebbero arrivate in treno) e inviò incontro ai soldati delegazioni di ex combattenti. Questi arringarono i loro ex commilitoni e riuscirono a persuadere anche gli ufficiali. L’esercito titubò, si arrestò in periferia, infine informò il governo che non sarebbe entrato in città se prima non ne fosse stata ritirata la polizia antisciopero. La richiesta fu accolta. A Mehalla ritornò la calma (...) Le richieste degli scioperanti sono state accolte tutte, comprese le dimissioni dei dirigenti che sono stati trasferiti e messi sotto inchiesta».
- DICEMBRE 1976: BEYALA

Belala è un centro agricolo situato a 150 chilometri a nord del Cairo, che fu teatro nel 1976 di una vera e propria sommossa di fellah. Citiamo dal "Corriere della Sera" del 3 gennaio 1977:

     «Venerdì, ultimo giorno del 1976, la cittadina è stata sconvolta da drammatici incidenti. Una folla di contadini infuriati ha appiccato il fuoco al tribunale e alla stazione ferroviaria, ci sono state sparatorie tra dimostranti e poliziotti, 18 feriti (tra cui due agenti), numerosi arresti. Secondo il ministero dell’interno (che soltanto ieri ha dato conferma degli incidenti) la protesta era diretta contro i soprusi di una cricca di criminali che da tempo infesta la zona ricattando i commercianti, cercando di controllare il mercato del bracciantato agricolo e di assicurarsi la proprietà di alcune terre».
- GENNAIO 1977: SOMMOSSA CONTRO L’AUMENTO DEI PREZZI

Il 17 gennaio il governo annunciò l’aumento dei diritti di dogana sui prodotti di consumo, dal 25 al 100%. Ciò provocò l’aumento dei prezzi al consumo del riso (+16%), della benzina (+31%), delle sigarette (+12%), ecc. Citiamo dalla rivista "Maghreb Machrek" n. 76 del 1977:

     «All’indomani l’agitazione nata a Hélouan, città industriale della grande periferia del Cairo, raggiunge il centro della capitale. Pacifiche all’inizio le manifestazioni degenerano presto in sommosse. Studenti e operai convergono verso la grande piazza al-Tahir, scandendo: "Nasser, Nasser" e "niente liberalizzazione senza pane". Cinquemila manifestanti riuniti davanti all’edificio della Assemblea del Popolo sono dispersi da cariche di polizia (...) La sera una atmosfera di sommossa regna nella capitale (...)
     «Questa prima giornata è ancora più tumultuosa ad Alessandria dove vengono scambiati colpi di armi da fuoco. I manifestanti valutati a più di 20.000 incendiano gli autobus, lapidano i tram e attaccano gli edifici pubblici; alcuni invadono la proprietà del vicepresidente della repubblica M. Hosni Moubarak, dove appiccano il fuoco ai tappeti. La sera stessa il governo decide la chiusura per quarantotto ore di tutte le università e le scuole; esso afferma in un comunicato che gli istigatori di queste manifestazioni sono "alcuni elementi marxisti e degli elementi sedicenti nasseriani che hanno voluto provocare uno stato di disordine". In una dichiarazione il primo ministro tenta di giustificare il rialzo dei prezzi con gli imperativi economici nazionali, soprattutto la lotta contro l’inflazione che esige delle "misure radicali".
     «L’indomani, a dispetto della decisione governativa di riesaminare le misure prese, le sommosse riprendono sul più bello su tutto il territorio. Gli atti di sabotaggio sono commessi contro obiettivi vitali come le centrali di telecomunicazioni, le caserme dei pompieri, i commissariati di polizia. Al Cairo le vetrine dei negozi sono rotte, gli autobus e i tram incendiati; i manifestanti si scagliano contro gli hotels, gli edifici pubblici, il ministero dell’interno. Un po’ dappertutto scontri violenti oppongono giovani operai e studenti armati di mazze e pietre, alle forze dell’ordine; i combattimenti sono particolarmente violenti in alcuni quartieri popolari, Bab al Chaariyya, Matariyya, Sayeda, Zeinab, Ataba, Embabah. Le distruzioni più spettacolari hanno luogo sulla strada che porta alle piramidi; qui, elementi incontrollabili moltiplicano gli atti di vandalismo, saccheggiano e devastano i cabaret e i casinò che si snodano lungo l’arteria e appiccano il fuoco all’Albergo delle Piramidi, celebre luogo di piacere per i ricchi turisti dei paesi petroliferi. Ad Alessandria i sovversivi appiccano il fuoco all’edificio dell’arsenale e alla sede dell’Unione Socialista Araba. A Suez s’impadroniscono di un deposito di armi e munizioni. A Mansourah la residenza del governatore è messa a sacco. L’insurrezione non risparmia l’Alto Egitto. A Minieh i manifestanti saccheggiano una officina tessile. A Kena tentano di incendiare il commissariato principale e a Assuna appiccano il fuoco agli archi di trionfo innalzati per la venuta del presidente Tito.
     «Il mercoledì mattina il ministero dell’interno dà ordine alla polizia di "aprire immediatamente il fuoco sui manifestanti e i loro agitatori". Intervengono le forze dell’ordine e i feriti e i morti si moltiplicano. Davanti alla degradazione della situazione, per la prima volta dal 1952 il governo fa appello all’esercito: delle compagnie motorizzate accompagnate da truppe d’assalto dell’esercito e della polizia militare sono dislocate al Cairo verso la metà del pomeriggio per raddoppiare e rinforzare le brigate anti-sommossa e le forze dell’ordine. Gli edifici pubblici sono protetti con consistenti dispositivi di sicurezza e nel corso della notte carri e autoblindo prendono posizione nei punti strategici della capitale e in prossimità della residenza del capo dello Stato, che i manifestanti avevano tentato d’incendiare. La calma non è ristabilita che a metà pomeriggio del 19 mediante un severo coprifuoco dalle 16 alle 6 del mattino, il primo dal rovesciamento della monarchia; esso non sarà che parzialmente osservato e si udranno la sera nei quartieri popolari tiri di armi automatiche (...) Il presidente Sadat che si trovava nella sua residenza d’inverno a Assuan in attesa del maresciallo Tito (...) rientra nel primo pomeriggio di mercoledì nella capitale e decide immediatamente di sospendere la maggiorazione dei prezzi».
 È questa decisione che placherà la collera del proletariato egiziano e farà rientrare la sommossa: non certo la paura dei carri armati e delle mitragliatrici ai quali esso aveva mostrato di sapersi validamente opporre, sebbene semidisarmato e privo di una organizzazione propria.

 Il proletariato egiziano ha finalmente rotto l’alleanza con la propria borghesia, infranto il mito della solidarietà nazionale e, per un momento terribile e solo, ha mostrato la sua gigantesca forza. I partiti sedicenti operai hanno mostrato quello che sono, unendosi al coro di condanne delle agitazioni operaie: hanno pianto per anni sul lusso sfrenato dei ricchi, sulle miserevoli condizioni dei proletari, ma quando questi per un attimo rialzano la testa e riescono a infliggere qualche colpo al nemico di classe, questi sedicenti amici degli operai si scagliano con ferocia maggiore dei borghesi per ricacciarli nella sottomissione di sempre.

     «Le reazioni di disapprovazione davanti agli atti di vandalismo commessi nel corso delle sommosse, vengono da tutte le parti: stampa, associazioni studentesche, partiti del centro e della destra, autorità religiose, organizzazioni professionali (...) Il Raggruppamento della sinistra rende ogni cittadino "responsabile della salvaguardia delle istituzioni pubbliche" e i dirigenti operai affermano "il loro sforzo di salvaguardare l’unità nazionale e i mezzi di produzione"».
 Questa magnifica spallata del proletariato egiziano ha momentaneamente fatto rientrare gli aumenti; ma si tratta solo di una vittoria momentanea: la borghesia deve attuare quella che è stata chiamata "la verità dei prezzi", perché questa è la condizione che le impone la finanza internazionale. Sarà un colpo terribile alle condizioni delle masse (basti pensare che il prezzo del pane è lo stesso dal 1939). Lo stesso primo ministro, nel dicembre 1976, nell’illustrare la situazione economica e le misure necessarie: «verità dei prezzi per la verità degli scambi», prometteva davanti all’Assemblea del Popolo: «sangue, sudore e lacrime».

 Gli eroici proletari e fellah egiziani, esempio per l’ancora sonnolenta classe operaia d’occidente, hanno dimostrato in queste prime prove che venderanno cara la pelle e che non si lasceranno portar via il pane senza combattere. Che siano le fradice classi dominanti a versare «sangue, sudore e lacrime»! È da esempi come questo, come quello degli operai polacchi, che sorgerà nel proletariato di tutto il mondo la necessità del rinascere delle organizzazioni economiche di classe, non legate alla solidarietà nazionale, e del vero Partito Comunista che guiderà l’assalto alla conquista del potere, schiacciando le classi ricche e i loro apparati politici e militari: solo allora la vittoria sarà definitiva.