Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana

 

Prefazione a Documento interno del PCd’I sulla guerra civile in Italia negli anni 1919‑’22

(Il Partito Comunista, n.41, 1978)



Il proletariato internazionale assiste imbelle ed imponente al bestiale terrorismo esercitato sia dai potentissimi arnesi da guerra degli Stati capitalistici, sia dal lurido pacifismo dei partiti sedicenti "operai" ma, in realtà, traditori ed opportunisti, che ne controllano l’organizzazione economica e politica. Solo il partito comunista rivoluzionario sa che dovrà passare, perché la prospettiva rivoluzionaria sia vittoriosa, dall’arma della critica alla critica delle armi ed è consapevole che parte essenziale del suo compito sarà l’uso sistematico e razionale della violenza. La questione dell’organizzazione militare, quindi, deve essere considerata dal materialismo marxista sotto questa luce: come organizzare razionalmente la violenza in atto di una massa di uomini contro altri uomini. Trattasi di una questione che, se fosse possibile, più delle altre deve essere sgombrata da ogni considerazione di ordine moralistico e trattata con puro realismo dialettico. Soprattutto deve essere impostata contro lo sconcio pacifismo di chi pretende di opporsi alla violenza della classe dominante con la non-violenza, posizione che sempre nella storia ha significato avvallo della violenza delle classi sfruttatrici contro i tentativi di riscatto delle classi oppresse.

Lenin tratta della questione diverse volte e naturalmente la imposta da par suo. Si può così riassumere schematicamente. Innanzi tutto deve essere impostata nei suoi termini generali, e cioè l’organizzazione militare del proletariato deve essere vista storicamente sotto il profilo delle «forme di lotta da adottare» in stretto collegamento con lo status del movimento operaio e soprattutto non deve essere il risultato della «pretesa di insegnare alle masse forme di lotta escogitate a tavolino» (Opere, XI, pag. 195). In secondo luogo, nella misura in cui la questione dell’insurrezione era una questione di attualità nella realtà storica della Russia di allora, doveva essere considerata anche dal punto di vista della sua importanza immediata.

È in questo contesto che si verifica una netta divisione tra Lenin e Plechanov, cioè tra l’indirizzo opportunista e l’indirizzo di Partito. Plechanov nel 1907, di fronte alle continue sconfitte delle masse, proclama: «Non ci occorre una sommossa che verrebbe schiacciata senza fatica, ma una rivoluzione vittoriosa». Lenin giustamente gli rinfaccia che tali frasi vuole e ad effetto hanno solo lo scopo di «stordire le masse». Non si può fare distinzione tra gli attacchi ad una fortezza e l’espugnazione della fortezza. Plechanov dimenticava che la fortezza dello Stato zarista non veniva espugnata proprio perché mancava una direzione di Partito a dei veri e propri attacchi. Lenin conclude che fare il saccente alla Plechanov significa eludere addirittura ogni problema delle forme di lotta in generale.

Lasciamo parlare Lenin (Opere, XI, pag. 163):

«Dire "ci occorrono non le esplosioni, ma la rivoluzione vittoriosa" equivale a non dire nulla. Peggio, significa attribuire ad una inezia l’aspetto di un problema molto importante. Significa stordire il lettore con il suono di una frase ad effetto, ma vuota. È molto difficile trovare due rivoluzionari in possesso delle loro facoltà mentali che non si dichiarino d’accordo nel riconoscere che a noi occorrono "non le esplosioni, ma la rivoluzione vittoriosa". Ma in pari tempo è piuttosto difficile trovare due rivoluzionari del tutto sensati che si dichiarino d’accordo nello stabilire con precisione quale mezzo di lotta in un momento determinato non sarà un’esplosione, ma un passo sicuro verso il trionfo della rivoluzione».
Il comunismo marxista dunque non solo non si oppone al terrorismo in generale in quanto si pone sul terreno esplicito dell’uso della violenza, ma nemmeno lo condanna ex cathedra in quanto sarebbe destinato inevitabilmente ad essere sconfitto, prendendone, magari garbatamente, ma professoralmente le distanze. Anzi dichiara apertamente che userà la violenza in modo molto più radicale di quello che non possa fare l’arma spuntata del terrorismo individuale. È su ben altro piano che sta l’opposizione irriducibile tra terrorismo e comunismo, oggi più di ieri.

Ricordato infatti che oggi, nell’area geopolitica pienamente capitalistica, si pone esclusivamente la questione dell’univoca rivoluzione proletaria, le gesta delle attuali "formazioni guerrigliere" assomigliano forse al tentativo di dare ordine e direzione alla lotta armata del proletariato, che spontanea e disorganizzata sarebbe votata alla sconfitta? o viceversa assomigliano piuttosto alla pretesa di insegnare, in qualità di intellettuali falliti, al proletariato "forme di lotta escogitale a tavolino" ?

Per avere un’idea di che cosa significava nella Russia del 1907 «attacchi spontanei alla fortezza dello Stato», ascoltiamo ancora Lenin e ricordiamoci di sostituire al termine "masse popolari" quello di classe operaia:

«Questa forma di lotta [armata] ha indubbiamente avuto un largo sviluppo ed una notevole diffusione solo quest’anno, cioè dopo l’insurrezione di dicembre [per] l’inasprimento della crisi politica ed in particolare l’aggravarsi della miseria [...] In tutto il paese avvengono scontri armati e conflitti del governo dei centurioni con la popolazione [...] e la popolazione reagisce anch’essa con scontri e attacchi armati, in modo spontaneo, non organizzato, e proprio per questo spesso in forme sbagliate e votate all’insuccesso [...] In questi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa fino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxismo ha il dovere disporsi sul terreno della guerra civile» (XI, pag. 195-201).
Si era di fronte dunque a dei veri e propri tentativi insurrezionali tendenti ad abbattere la fortezza dello Stato zarista. Le azioni terroristiche potevano e dovevano essere considerate dal Partito sulla sua stessa traiettoria culminante nell’abbattimento della fortezza dello Stato.

Tuttavia i confini di dottrina, programma, finalità, tattica ed organizzazione erano stati solidamente tracciati anche dallo stesso Lenin, nella consapevolezza che solo una direzione di Partito avrebbe assicurato la vittoria contro la fortezza, perfino in un’area a doppia rivoluzione. Prendiamo due citazioni tra le più significative:

«Più sopra abbiamo messo in una nota a confronto un economicista con un terrorista non socialdemocratico, che si sono trovati per caso d’accordo. Ma, in generale, tra gli economicisti e i terroristi esiste un legame non accidentale, ma necessario, intrinseco, del quale dovremo ancora occuparci parlando dell’educazione dell’attività rivoluzionaria. Gli economicisti e i terroristi della nostra epoca hanno una radice comune: la sottomissione alla spontaneità, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente come di un fenomeno generale e di cui esamineremo ora l’influenza sull’azione e sulla lotta politica. A prima vista, la nostra affermazione può sembrare paradossale tanto grande sembra la differenza tra coloro che antepongono a tutto "la grigia lotta quotidiana" e coloro che propugnano la lotta che esige la massima abnegazione, la lotta di individui isolati. Ma non si tratta per niente di un paradosso. Economicisti e terroristi si prosternano davanti ai due poli opposti della tendenza alla spontaneità: gli economicisti dinanzi alla spontaneità del "movimento operaio puro", i terroristi dinanzi alla spontaneità e allo sdegno appassionato degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio, o non ne hanno la possibilità. È infatti difficile, per chi non ha più fiducia in tale possibilità o non vi ha mai creduto, trovare al proprio sdegno e alla propria energia rivoluzionaria uno sbocco diverso dal terrorismo» (V, pag. 386).

«Le tendenze che esprimono [...] solo la tradizionale instabilità di idee degli strati intermedi e indefiniti dell’intellettualità si sforzano di sostituire al legame con determinate classi un’azione tanto più chiassosa quanto più fortemente si fanno sentire gli eventi. "Facciamo chiasso, fratello, facciamo chiasso", questa è la parola d’ordine di molti che si lasciano trascinare dal turbine degli avvenimenti e non hanno basi né teoriche né sociali [...] Che l’unica speranza della rivoluzione è la "folla", che contro la polizia può lottare unicamente una organizzazione rivoluzionaria che diriga (concretamente e non a parole) questa folla, è una verità elementare. Ci si vergogna persino a doverlo dimostrare. E solo uomini che hanno dimenticato tutto o non hanno imparato assolutamente nulla, hanno potuto decidere il contrario, arrivando a dire un’assurdità incredibile, che muove a sdegno, e cioè che i soldati possono "salvaguardare" l’autocrazia dalla folla, la polizia dalle organizzazioni rivoluzionarie, ma nessuno può salvaguardarle di singoli individui che danno la caccia al ministro! [...] Tali individui non capiscono che già questa sola premessa è avventurismo politico e che il loro avventurismo dipende dalla loro mancanza di principi. La socialdemocrazia metterà sempre in guardia contro l’avventurismo e denuncerà in modo implacabile le illusioni che inevitabilmente finiscono con una totale delusione. Noi dobbiamo ricordare che un partito rivoluzionario merita tale nome solo quando dirige effettivamente il movimento della classe rivoluzionaria» (VI, pag. 175-183).

Nel 1921-22 il P.C.d’I., diretto fermamente dalla Sinistra, affrontò con rigore e con consapevolezza la questione dell’organizzazione militare di classe. L’esperienza pratica, come dimostra il rapporto che pubblichiamo, non meno della coscienza teorica, ha espresso definitivamente il principio che la costituzione di squadre d’azione militare comuniste deve essere a base di partito. Prima di tutto perché la disciplina militare deve essere almeno altrettanto rigida quanto quella politica, e non si può obbedire a discipline diverse; inoltre, in quanto l’organo della rivoluzione proletaria è e non può che essere il Partito Comunista, esso deve assolvere anche la funzione decisiva dell’organizzazione militare. È soprattutto indispensabile che l’organizzazione militare comunista sia rigorosamente autonoma da altre influenze perché la critica delle armi diretta dal Partito possa essere rivolta in ogni momento anche contro eventuali alleati dell’ora precedente. E sappiamo in anticipo che anche eventuali "alleati" si trasformeranno prima o poi in nostri nemici.
«Il lavoro per la costituzione e l’esercitazione delle squadre comuniste deve dovunque continuare ed iniziarsi dove ancora non lo si è affrontato, ma attenendosi al rigoroso criterio che l’inquadramento militare rivoluzionario del proletariato deve essere a base di Partito, strettamente collegato alla rete degli organi politici del Partito» (Il Comunista, 14 luglio 1921).

«L’obiettivo dei comunisti è ben diverso [da quello degli Arditi del popolo]; essi [i comunisti] tengono a condurre la lotta proletaria fino alla vittoria rivoluzionaria; essi negano che prima della definizione di questo conflitto [...] si possa avere un assetto normale e pacifico della vita sociale; essi si pongono dal punto di vista dell’antitesi implacabile tra dittatura della reazione borghese e dittatura della rivoluzione proletaria [...] Per queste considerazioni, che non dovrebbe essere necessario ricordare ai comunisti, e che la pratica conferma e confermerà sempre meglio, gli organi centrali del Partito Comunista hanno posto opera alla costituzione dell’indipendente inquadramento comunista proletario, e non si sono lasciati deviare dalla apparizione di altre iniziative, che fino a quando agiranno nello stesso senso della nostra, non saranno certo considerate come avversarie, ma la cui maggiore popolarità apparente non ci sposterà dal compito specifico, che dobbiamo assolvere contro tutta una serie di nemici e di falsi amici di oggi e di domani» (Il Comunista, 7 agosto 1921).

Tali disposizioni della centrale del P.C.d’I. si riferivano in particolar modo all’atteggiamento da tenere verso i cosiddetti Arditi del Popolo. Per chi mastica male la dialettica marxista è possibile vedere in queste posizioni una totale divergenza da quelle che abbiamo viste espresse da Lenin. Potrebbe infatti balbettare che, mentre Lenin si preoccupava che il Partito riuscisse finalmente a dirigere i movimenti spontanei nati sul terreno della guerra civile contro tutti coloro che si limitavano a pronunciare frasi vuote alla Plechanov, il P.C.d’I. sembrava preoccuparsi di una vuota purezza dottrinaria.

Si tratta, ben altrimenti, della stessa identica linea politica! Infatti:
- In Russia la fortezza da abbattere era la Stato degli zar e i movimenti del 1906-07, sebbene confusamente, tendevano a questo scopo, per instaurare un regime democratico. Non solo il proletariato era interessato, ma anche la piccola borghesia e i contadini.
- Nell’Italia del 1921 e, per sempre, nell’Europa occidentale dopo il 1870 si tratta di abbattere lo Stato capitalista, la democrazia borghese, cioè la fitta rete delle classi possidenti fra cui la piccola borghesia urbana e rurale. L’unica classe interessata a questo risultato è il proletariato delle città e delle campagne.
- Era forse questo lo scopo degli Arditi del popolo nel 1921? È forse questo lo scopo degli attuali "movimenti guerriglieri" dell’anno di grazia 1977? Gli Arditi del Popolo dichiaravano apertamente che loro obiettivo era quello di restaurare la legalità democratica contro le prepotenze fasciste; e i movimenti attuali, persino in chiave farsesca, non fanno altro che ripetere le stesse cose. Dopo il tradimento del comunismo, dallo stalinismo in poi (soprattutto con la famosa e famigerata "resistenza") si può veramente dar credito ai "progetti" di abbattimento dello Stato capitalistico da parte di intellettuali di ogni provenienza, quando addirittura non sanno andare al di là dei famosi "valori della resistenza", che sarebbero stati traditi dal PCI, e ripropongono un novello FNL contro il cosiddetto "fascismo di Stato", che oltretutto individuano solo nella DC, lasciando quindi intendere che ben sarebbe gradito un largo fronte delle sinistre PSI e PCI compreso?

Non abbiamo ancora superato l’ABC della teoria e dell’azione comunista! Peggio, ne siamo agli antipodi"

«Il Partito proletario di classe deve assolvere con la sua organizzazione molteplici compiti, e deve formarsi gli organi adatti per tutte le sue funzioni» (Il Comunista, 21 luglio 1921).
Questa è la chiave per comprendere non solo la questione dell’inquadramento militare. Se oggi questo non è possibile, non per mancanza di volontà soggettiva del Partito, ma per debolezza materiale dello stesso, delle due una: o non è vero che l’organo della rivoluzione comunista sarà il Partito Comunista, in quanto unico rappresentante dell’unica classe rivoluzionaria anticapitalistica (ed è chiaro che per poter assolvere questa funzione dovrà avere anche un potente apparato militare), oppure ciò che oggi ci viene propinato sotto varie etichette come organizzazione militare "per il comunismo", va in tutt’altra direzione che verso la vittoria della rivoluzione comunista, anzi inevitabilmente va contro di essa. Nel migliore dei casi, quando non c’è lo zampino dei servizi segreti di questo o quello Stato, in tutti questi movimenti pseudo-rivoluzionari, è presente quell’errore che noi abbiamo sempre chiamato intermedismo, non a caso caratterizzante l’ultima fetentissima ondata opportunista di marca staliniana e – ironia della storia – gli attuali sedicenti eredi del grande Leone: l’interposizione di tappe intermedie da raggiungere, magari con la compagnia di altre pseudo o mezze classi, come punti di forza verso la vittoria della rivoluzione comunista, la cui stessa ipotetica possibilità implica necessariamente che vi siano più classi rivoluzionarie in una società pienamente capitalistica.

Sarebbe errore fatale per il Partito fare le minime concessioni a tali movimenti. Aprire le solide maglie della dottrina, del programma, della tattica e dell’organizzazione comunista non mettendo in rilievo che oggi, a maggior ragione di ieri, la prospettiva del terrorismo, più o meno anarchico, è contro la prospettiva del Comunismo; mettendo anzi in rilievo che, se non tutte, alcune delle sue posizioni possano legittimamente far parte del blocco monolitico delle posizioni di Partito, significherebbe pregiudicare irrimediabilmente la stessa possibilità della vittoria del futuro attacco proletario al mostro capitalista.

Dobbiamo ribadire, per non perdere la bussola rivoluzionaria, che il terreno su cui si verifica una effettiva polarizzazione delle forze sociali e su cui è quindi possibile indirizzare il movimento operaio verso una effettiva via rivoluzionaria è e non può che essere il terreno dell’organizzazione economica proletaria. Fin dal Manifesto del 1848 la lotta sindacale di classe (che non ha niente a che vedere ovviamente con le "lotte" proclamate dagli attuali sindacati traditori e tricolore) è considerata scuola di guerra: è su questo terreno, che nessuna volontà superiore potrà cancellare, finché la società resterà divisa fra classe capitalista e classe operaia, che il Partito si rafforzerà ed esprimerà anche la sua organizzazione militare. I passi anche piccoli che il Partito riesce a fare in questa direzione sono i passi sicuri di Lenin verso la vittoria della Rivoluzione Comunista. Ne troviamo la conferma nella poderosa attività del P.C.d’I. nel 1921-22, descritta sinteticamente dal rapporto seguente.

Si tratta di un documento interno del P.C.d’I., caduto nelle mani della polizia nel corso del 1923, sull’esperienza della guerra civile in Italia dal 1919 al 1922. Esso consiste in una lucida analisi della sconfitta del proletariato nell’anno favorevole – il 1919 – quando «le masse tendevano ad insorgere», ma «mancava la chiara visione e la centralizzazione degli sforzi», mancava cioè il Partito.

Esso conferma che per tutto il periodo 1919-1922 il punto di forza della classe operaia fu l’organizzazione economica, sia nei momenti di attacco sia di difesa. Durante gli scioperi contro il caro-viveri del 1919 le Camere del Lavoro rappresentarono il potere proletario di fronte alla piccola borghesia impaurita. Di fronte al nascente fascismo nel 1920-21 la prima organizzazione di difesa armata fu all’interno delle Camere del Lavoro, che, se cedettero, fu soprattutto per la paura e il tradimento dei "capi" socialdemocratici, come dimostra l’episodio significativo di Bologna nel novembre 1920. Di solito dirigeva la Camera del Lavoro – dice il testo – un deputato, un oratore, portato più alla riflessione che all’entusiasmo e «quando la difesa armata della Camera del Lavoro si dimostrò un atto vicino a compiersi e non una smargiassata di sola apparenza, quest’uomo perse la testa e chiese per telefono l’intervento della polizia».

A Livorno «fu finalmente spezzata l’unità col peso morto» e il Partito negli anni successivi «tenne fede ai suoi patti col proletariato». Nonostante la reazione fascista fosse già sviluppata, nonostante il continuo appello alla legalità da parte dei socialtraditori ed il famigerato "patto di pacificazione", la partita non fu chiusa che dopo lo splendido sciopero generale dell’1 agosto 22, in cui solo il P.C.d’I. ebbe la forza e la capacità di stare sul campo di battaglia di fronte al nemico aiutato, anche in quest’ultima occasione, dal tradimento di tutti gli altri partiti operai, dai partiti socialdemocratici ai partiti anarchici.

Nonostante fosse nato in un periodo di riflusso delle lotte operaie, nonostante la forza della reazione fosse ormai consistente, la potenza e la capacità d’azione del P.C.d’I. era la sola a disposizione di un’eventuale riscossa del proletariato, perché era saldamente ed organicamente legata alla sua organizzazione economica. Tale necessità era stata costantemente messa in primo piano ed i risultati non tardarono a giungere e sarebbero stati risultati duraturi se non fosse sopraggiunta l’ultima ondata opportunista dello stalinismo, che tutto distrusse.

Soprattutto nei mesi che precedettero lo sciopero generale dell’1 agosto 1922 lo sforzo di saldare l’organizzazione, anche militare del Partito all’organizzazione economica dei Proletariato era stato condotto con notevole successo:

«L’unica forma di effettiva riscossa della massa proletaria che potrebbe essere decisamente spinta sulla via rivoluzionaria è lo sciopero generale contro le riduzioni salariali [...] Senza più oltre insistere su queste previsioni sugli sviluppi della situazione italiana, ricordiamo come ben altrimenti si presenti la tattica nostra e la via di azione proletaria, se si giunge a costituire la piattaforma di un’azione sindacale generale che mettendosi tutt’affatto al di fuori dei risultati di ordine parlamentare, segni lo schieramento delle masse contro le pretese economiche del padronato, di cui tutto il resto, dal fascismo agli inganni democratici, non è che l’armamentario» (Ordine Nuovo, 8 marzo 1922).
Oggi i piccolo-borghesi impauriti sono atterriti dalla potenza dell’armamentario borghese e, nel migliore dei casi, non sanno che reagire in maniera disperata, dimostrando proprio perciò di restare sul terreno della piccola borghesia e di non avere nessuna fiducia nella potenza della lotta di classe, che cova sotto la cenere di un apparente stallo sociale.

La dialettica materialistica ci insegna che ogni superiore forma di produzione ha sempre prodotto, per mezzo della classe che ne è portatrice, una superiore forma di organizzazione militare, dalle rivolte di Spartaco contro i potentissimi eserciti romani, ai sanculotti parigini che seppero sconfiggere la coalizione austro-prussiana, alla Comune di Parigi, alla gloriosa Rivoluzione d’Ottobre. La classe operaia ha già sconfitto, seppure provvisoriamente, l’organizzazione militare nemica e sarà capace di sconfiggere definitivamente anche gli eserciti della bomba atomica, a patto che l’esperienza dolorosa di 150 anni di storia del movimento operaio dia la definitiva forza al prossimo attacco al cielo. Tale forza superiore il proletariato la troverà, la dovrà trovare nella direzione del Partito, nella sua capacità di prevedere, organizzare e dirigere l’insurrezione contro lo Stato del Capitale, laddove alle forze borghesi manca questa capacità organica ed unitaria di direzione.