Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Il Partito Unico Mondiale
Riunione generale di Partito del 9-10 settembre 1978
Resoconto breve
 1. PREMESSA
 2. DOTTRINA E PARTITO POLITICO
 3. DUE PERIODI STORICI
 4. L’INVARIANZA DELLA DOTTRINA SI LEGGE NEL PROCESSO STORICO
 5. L’OPPORTUNISMO COME POLITICA DEL REVISIONISMO
 6. LA TERZA INTERNAZIONALE
 7. QUESTIONI CENTRALI
 8. DAL SECONDO CONGRESSO DELL’I.C. ALLE TESI DEL SECONDO DOPOGUERRA
 9. INTRANSIGENZA CONSAPEVOLE
10. ATTORNO AL PICCOLO MA GRANDE PARTITO

Resoconto breve (Il Partito Comunista, n. 50 del 1978)

È questa, antica nostra aspirazione, dettata dai compiti rivoluzionari del proletariato internazionale, che troviamo tracciata lungo l’arco delle secolari lotte dei lavoratori e dello sforzo ciclopico di organizzare assieme al movimento operaio un movimento politico della classe operaia, per il conseguimento della vittoria nella guerra di emancipazione dallo sfruttamento capitalistico.

Dalle prime manifestazioni di solidarietà proletaria all’interno della nascente manifattura per la difesa delle condizioni economiche e materiali dalla tirannia aziendale, alla formazione delle prime corporazioni professionali, dalla nascita delle prime coalizioni operaie e delle associazioni di mutuo soccorso, sino alla costruzione della prima grande Associazione Internazionale Operaia (Prima Internazionale), quindi della Seconda e poi della Terza Internazionale, si assiste ad una ascesa irresistibile, al di sopra dei successi e delle sconfitte, del movimento organizzato di lotta alla scala internazionale degli operai. Parallelamente a questo movimento di elementare fisica solidarietà sociale, col quale gli operai si affermano come classe, in ispecie ogni volta che la lotta li pone di fronte alla questione del potere e dello Stato, si svolge la selezione ideologica, dottrinale e politica.

Dapprima l’intuizione mistica ed infantile di un “comunismo egualitario”, sana e potente costruzione ideale dell’utopismo, poi, nel vivo dell’esperienza storica, segnata da profonde e cruente ferite nel giovane corpo del proletariato, per la deterministica imposizione del travolgente sviluppo capitalistico e della sua dittatura sociale, la ricerca sistematica di un metodo di combattimento e la scoperta delle leggi oggettive che governano la società capitalistica, che la stessa borghesia è incapace a decifrare. Nasce a fianco delle lotte di classe del proletariato, il socialismo scientifico nella dottrina del marxismo.

Col Manifesto del 1848, programma di fondazione del partito comunista universale, il marxismo penetra nel movimento operaio per conquistarne la direzione, per imbeverlo della “giusta politica rivoluzionaria”.

In questo secolare cammino, durante il quale il capitalismo conquista il mondo al suo modo di produzione, di scambio e di vita, il proletariato è costretto dialetticamente a contrapporgli la sua azione di classe, la sua organizzazione, la sua dottrina.

Il primo grande risultato storico, che si cristallizza con la nascita della Prima Internazionale, è l’organizzazione separata del proletariato dalla democrazia borghese, cioè la separazione della classe operaia dalle altre classi, assieme alle quali aveva combattuto strenuamente per abbattere prima il potere delle vecchie classi, poi disperderne le sopravvivenze. Questa prima grande vittoria del proletariato mondiale sulla borghesia, la sua separazione dalla democrazia, ripetiamo, è condizione primaria per l’affermarsi autonomo ed indipendente del proletariato.

Su questa base, si affermano e si confermano due principi: il centralismo, cioè l’unicità di direzione politica del movimento economico e politico del proletariato, e il carattere internazionale del movimento. Questo si legge ad ogni passo del formarsi del partito, dalle continue lotte che Marx ed Engels dovettero sostenere per sconfiggere i reiterati tentativi di spezzare e di svalutare l’autorità del Consiglio Generale della Prima Internazionale operaia, suo centro dirigente, a quelli contemporanei e spesso velenosi di imprigionare il movimento proletario nelle “realtà” locali, allora come oggi strumenti della piccola borghesia per soffocare la classe operaia nella fabbrica, nella categoria, nella nazione.

Con la supremazia del marxismo nel movimento proletario, passante attraverso la Seconda Internazionale Socialista e trionfante nella Terza Comunista, il movimento politico di classe esce dallo stato di aggregazione di forze e scuole non omogenee e si fa partito unico, in dottrina, il marxismo, in organizzazione, il centralismo organico, in tattica, unità proletaria sotto la guida del partito, e mondiale, unica rete organizzata internazionalmente, per confini il mondo, a direzione unica e centralizzata.

Il rapporto si concludeva ricordando che la Sinistra è saldamente ancorata a queste conquiste del proletariato, che intende difendere da manomissioni e mistificazioni, come compito primario, come dovettero fare Marx e Lenin. È questa una consegna categorica per tutti i combattenti della classe operaia, soprattutto nella attuale grigia fase di dominio della signoria capitalistica su tutto il mondo, dominio ancora incontrastato per l’effetto esiziale dei partiti traditori sui diseredati e sulle loro deboli e sfigurate lotte.

Su questa linea di battaglia il partito di oggi, limitato nell’azione e ridotto nelle forze, chiama tutti coloro che ne riconoscono la storica validità e peculiarità di classe.
 
 
 

Resoconto esteso (Il Partito Comunista, nn. 51-54 del 1978)
 

1. PREMESSA
 

Dopo un secolo e mezzo dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista, col quale veniva lanciata la sfida al capitalismo col grido di battaglia “Proletari di tutti i paesi unitevi!”, e da cui prendeva le mosse la edificazione del Partito Comunista Mondiale, sembra oggi che l’antica aspirazione sia crollata.

Allora Marx scopriva le caratteristiche che fanno del proletariato una classe storica, sebbene in quei primordi i proletari fossero in numero esiguo, in pochi paesi dell’Europa occidentale, ma prevedendo che lo sviluppo economico avrebbe trascinato nel girone d’inferno del capitalismo moderno tutti i paesi e proletarizzato la gran massa dei cittadini di tutti i continenti.

L’inarrestabile marcia verso la proletarizzazione ha fatto passi da gigante. Col Manifesto Marx svelava al proletariato di essere non popolo, ma classe distinta dalle altre classi del popolo, con interessi storici suoi propri.

A così forte distanza di tempo, i falsi partiti operai odierni vorrebbero ricacciare la classe operaia là donde è venuta e si è distinta, enucleando una sua dottrina generale e strutturandosi in uno speciale partito rivoluzionario. Vorrebbero di nuovo confondere il proletariato nel popolo informe e indecifrabile, imprigionandolo nei ghetti nazionali e aziendali, privarlo del comunismo liberatore e piegarlo alla mistificazione democratica. I “moderni”, gli “innovatori” propongono ai lavoratori di ritornare indietro nella storia, al punto di partenza.

Questa volontà contraria al senso della storia è in tutti coloro che, stanchi di scavare nelle viscere dei rapporti sociali e di produzione con gli strumenti della scienza di classe, rincorrono provvisorie e comode soluzioni per vivacchiare alla giornata, preferendo spezzare utensili forgiati e affinati da secolari lotte di classe, piuttosto che faticare, anonimi sconosciuti, nella indispensabile opera quotidiana di lottatori della rivoluzione comunista.

Così si vorrebbe di nuovo piegare il partito politico di classe alle pratiche ignobili della democrazia, ribattezzata per pudore “proletaria”, prospettandone la rinascita con la sommatoria di ibridi innesti, tenuti assieme da precari dosaggi di false pratiche maggioritarie e burocratiche, in un risibile arengario di scelte gerarchiche della chiacchiera e dell’arrivismo. Chi cerca la salvezza dal crollo temporaneo dell’onda rivoluzionaria in questa sentina di bassezze e oscenità non è solo fuori del campo della Sinistra, ma anche da quello più vasto della classe.

È in questo campo di natura piccolo borghese e aristocratico-operaio che vengono seminate a piene mani dal nemico di classe le teorie più distorte, le prospettive più appetitose per gli arrivisti.
 
 

2. DOTTRINA E PARTITO POLITICO
 

«Io credo che la prossima Internazionale – dopo che i libri di Marx avranno esercitata la loro influenza per alcuni anni – sarà puramente comunista e propagherà direttamente i nostri principi» (Lettera di Engels a Sorge del 12 settembre 1874).

L’Internazionale di cui parla Engels è la Prima, disciolta dopo tre anni dal sacrificio della Comune parigina. Il 6 marzo 1895, Engels, nella sua introduzione a Le lotte diclasse in Francia di Marx, scriveva, esaminando la storia del movimento operaio e con particolare riferimento al 1848, che «Allora, i numerosi e oscuri evangeli delle sette con le loro panacee; oggi, l’unica teoria di Marx universalmente riconosciuta, d’una chiarezza trasparente, e che formula con precisione gli obiettivi finali della lotta».

La battaglia del marxismo nel campo della selezione teorica ebbe inizio attorno al 1840 con le note polemiche verso i “giovani hegeliani” e proseguì fin verso la fine del decennio contro il proudhonismo. Durante gli anni Sessanta l’analisi critica delle posizioni, che si erano manifestate nel rivoluzionario 1848, si accompagnò allo sforzo colossale che Marx andava facendo nel campo della teoria economica e generale con Il Capitale, che non è soltanto un testo di economia ma una trattazione sistematica, sebbene non completato il progetto originario, delle questioni economiche in relazione a quelle sociali e politiche. Durante questo periodo e precisamente nel 1848 col Manifesto del Partito Comunista, vengono gettate le basi della dottrina marxista, che non a caso assumono la forma di programma di partito. Engels dirà più volte anche dopo la morte di Marx, nell’ultimo decennio del secolo, che il Manifesto è sempre “attuale”.

È in questa simbiosi tra teoria e programma, tra dottrina e partito la peculiarità principale del marxismo. La teoria si cristallizza in programma storico di azione classista, è posta a fondamento della lotta emancipatrice del proletariato. È in questa saldatura che il proletariato esce dal magma indifferenziato del popolo ed assume la dignità di classe, con dottrina programma e organizzazione originali, esclusivi, separati da quelli delle altre classi.

Da qui parte il lungo processo, durante il quale, tra successi e sconfitte, il proletariato tende a riconoscersi come classe nel partito comunista, e i comunisti si adoprano per guidare la classe lungo tutte le vicissitudini storiche nel modo così ben descritto dal Manifesto stesso: «I comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista teorico essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato, pel fatto che conoscono le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario».

È in tal modo che il marxismo è riconosciuto come la più alta autorità nel campo proletario. Cosicché sarebbe impossibile tracciare la storia delle lotte di classe senza nel contempo tracciare quella della battaglia contro le altre teorie condotta dal partito comunista. Non per questo può dirsi che ormai il comunismo marxista è alla testa del proletariato mondiale e che ne ha conquistato le coscienze. La storia non procede per armonica evoluzione verso forme superiori dell’assetto sociale. A periodi gloriosi e densi di significato storico, s’alternano periodi oscuri e flaccidi, nei quali tutti i passi avanti dei periodi precedenti sembrano svanire nel nulla.
 
 

3. DUE PERIODI STORICI
 

Per quanto riguarda il formarsi del partito marxista ci sembra opportuno distinguere due fasi distinte nel tempo: una che va dal 1848 al 1890, e l’altra dal 1890 ai giorni nostri. Durante il primo periodo, il marxismo deve scontrarsi con teorie che pur rifacendosi alla lotta di classe, non ne danno sicura interpretazione né si fondono in milizia politica di classe. Nel secondo, invece, il marxismo deve scontrarsi strenuamente contro teorie che pretendono interpretare il marxismo in modo tale da sconvolgerne completamente il contenuto rivoluzionario.

Il primo periodo si distingue dal secondo per il sorgere della PrimaInternazionale operaia, che non fu marxista, mentre nel secondo periodo si afferma il marxismo nel grande partito socialdemocratico tedesco, che ispira la SecondaInternazionale e al quale tutti i partiti socialisti guardano come ad una guida sicura, sino ad arrivare alla Terza Internazionale di conclamata dottrina marxista.

La prima fase storica è quella della emancipazione del proletariato dalle sette e dalle fallaci teorie che le sostenevano, con lo scopo essenziale di darsi una organizzazione separata dal popolo e dalla democrazia borghese. Durante questo percorso, nel quale i comunisti si battono in prima fila sulle barricate proletarie del giugno ’48, che gli varranno il processo a Colonia e le condanne, si rafforza e si realizza la separazione dei proletari dagli altri partiti e si giunge alla fondazione dell’Associazione Internazionale Operaia, ossia della Prima Internazionale.

Engels commenta: «Essa aveva per scopo di fondare in un solo grande esercito la classe operaia combattiva d’Europa e d’America. Non poteva quindi prendere le mosse dai principi esposti nel Manifesto. Doveva avere un programma che non chiudesse la porta alle Trade Unions inglesi, ai proudhoniani francesi, belgi, italiani e spagnoli e ai lassalliani tedeschi. Questo programma – che fa da premessa agli Statuti della Internazionale – fu abbozzato da Marx con maestria riconosciuta persino da Bakunin e dagli anarchici. Per la vittoria finale delle tesi enunciate nel Manifesto Marx confidava unicamente ed esclusivamente in quello sviluppo intellettuale della classe operaia, che doveva necessariamente scaturire dalla azione comune e dalla discussione. Gli eventi e le vicende della lotta contro il capitale, le sconfitte più ancora che i successi, non potevano fare a meno di dimostrare ai combattenti l’insufficienza delle panacee in uso fino allora, e rendere più accessibili alle loro menti le vere condizioni della emancipazione operaia. E Marx aveva ragione» (dalla Prefazione all’edizione tedesca del Manifesto del 1 maggio 1890).

Nei nove anni di esistenza dell’Internazionale (1864-1874) il proudhonismo e il lassallismo erano agonizzanti, l’anarchismo viveva ai margini del movimento operaio, e persino le Trade Unions “arciconservatrici” dovettero ammettere che «il socialismo continentale ha cessato d’essere per noi uno spauracchio». Engels commenta le ammissioni delle Trade Unions inglesi: «Ma questo socialismo continentale già nel 1887 era quasi esclusivamente la teoria proclamata nel Manifesto».

Già un secolo fa il socialismo scientifico, come dottrina, il programma comunista del Manifesto e il partito internazionale dell’Associazione Operaia, caratterizzano il processo di emancipazione di classe del proletariato mondiale. Le linee direttrici del processo storico per la vittoria del proletariato sono già tracciate. Il grande ideale degli operai non è più una utopia affidata a profeti ed eroi, ma certezza scientifica e scontro storico tra classi contrapposte, unione organizzata di tutti i lavoratori del mondo.

Per perseguire questo risultato, fu necessario combattere le teorie non scientifiche del socialismo “reazionario”, “feudale”, “piccolo-borghese”, “conservatore o borghese”, secondo l’elenco sommario che riportiamo dal Manifesto. Fu necessario anche, e soprattutto, lottare contro le conseguenze pratiche di queste teorie. Sono memorabili, ormai, le polemiche come quella che gli apologeti del capitalismo chiamano “dittatura personale di Marx” sull’Internazionale, il centralismo dispotico del Consiglio Generale di Londra, la lotta contro l’individualismo anarchico e il federalismo democratico.
 
 

4. L’INVARIANZA DELLA DOTTRINA SI LEGGE NEL PROCESSO STORICO
 

Nel Manifesto del 1848 si svolgono tutti gli elementi essenziali del programma, della tattica, i princìpi e le finalità del comunismo militante. Da questa base partono tutti i raccordi dello sviluppo successivo della lotta di classe e dell’indirizzo pratico del partito comunista. Nel terzo capitolo, intitolato Letteratura socialista e comunista, si prende ad esaminare le dottrine e l’azione pratica dei vari socialismi. C’è una stretta analogia tra i “socialismi” di allora e i “marxismi” di oggi.

I vari “socialismi” non erano soltanto erronee concezioni teoriche, ma si traducevano puntualmente in indicazioni pratiche al proletariato di non combattere per sé, o al massimo di lottare solo per le apparenze. Il “socialismo feudale” agli operai indicava la borghesia come una nuova classe di padroni, sotto il cui potere sarebbero caduti; ma alla borghesia rimproverava «non tanto di produrre un proletariato in generale, quanto di produrre un proletariato rivoluzionario». Il “socialismo piccolo-borghese” piglia «partito per gli operai dal punto di vista della piccola borghesia». A queste varianti del “socialismo reazionario” Marx aggiunge il “socialismo conservatore o borghese”, che consiste per la borghesia «di portar rimedio ai mali della società per assicurare l’esistenza della società borghese».

Marx cita come esempio di queste teorie la Filosofia della miseria, di Proudhon. Rileggiamo quello che Marx dice del “socialismo borghese”, per sentirne la forte attualità: «I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne risultano. Vogliono la società attuale senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato». E ancora con preveggenza geniale: «Una seconda forma di questo socialismo, meno sistematica ma più pratica, ha cercato di distogliere la classe operaia da ogni moto rivoluzionario, dimostrando che ciò che le può giovare non è questo o quel cambiamento politico, ma soltanto un cambiamento delle condizioni materiali di vita, dei rapporti economici. Questo socialismo però non intende menomamente per cambiamento delle condizioni materiali di vita l’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, che può conseguirsi soltanto per via rivoluzionaria, ma dei miglioramenti amministrativi realizzati sul terreno di questi rapporti di produzione, che cioè non cambino affatto il rapporto tra capitale e lavoro salariato, ma, nel migliore dei casi, diminuiscano alla borghesia le spese del suo dominio e semplifichino l’assetto della sua finanza statale».

Marx già conosceva i traditori odierni, ma forse non poteva immaginarsi che avrebbero tradito la rivoluzione comunista in nome di... Marx!

Lenin in Marxismo e revisionismo del 1908, così sintetizza il revisionismo: «Nel campo della filosofia il revisionismo si è messo a rimorchio della “scienza” borghese professionale. I professori “ritornano” a Kant (...) e i revisionisti si cacciano dietro a loro nel pantano dell’avvilimento filosofico della scienza, sostituendo alla dialettica “sottile” (e rivoluzionaria) la “semplice” (e pacifica) “evoluzione” (...) i revisionisti si schierano al loro fianco, cercando di fare della religione un “affare privato”, non rispetto allo Stato moderno, ma rispetto al partito della classe d’avanguardia».

Il “marxismo” dei traditori odierni rimastica queste giaculatorie vecchie come Kant, i neo-kantiani, i “revisionisti” di fine secolo! Revisione del marxismo con gli argomenti presi a prestito dagli ideologi dell’idealismo più deteriore e pacchiano. Che bella novità!

Lenin continua: «Passando all’economia politica (...) si è cercato d’agire sul pubblico coi “nuovi dati dello sviluppo economico» (Oggi l’imbroglio dei “nuovi dati dello sviluppo economico” prende nome “neocapitalismo»!).

«Si è preteso – dice Lenin – che la concentrazione della produzione e l’eliminazione della piccola produzione da parte della grande non si verificano nella agricoltura, e che nel commercio e nell’industria si verificano con estrema lentezza. Si è preteso che le crisi si farebbero oggi più rare, meno acute e che probabilmente i cartelli e trust offriranno al capitale la possibilità di eliminarle del tutto. Si è preteso che la “teoria del crollo” verso il quale marcia il capitalismo sarebbe una teoria inconsistente, perché le contraddizioni di classe tenderebbero ad attutirsi, ad attenuarsi. Si è preteso infine che non sarebbe male correggere la teoria del valore di Marx secondo gli insegnamenti di Böhm-Bawerk».

Non sembra che occorrano commenti speciali: dopo sei anni, nel 1914, scoppia la prima grande guerra mondiale, dopo altri tre anni, la prima grande rivoluzione socialista vittoriosa, e dopo altri tre un’altra crisi economica così acuta e profonda che tra alti e bassi, tra cui la celebre del 1929-33, si scioglierà in un’altra guerra mondiale catastrofica, quella 1939-45. Ci scusino i signori revisionisti di oggi, tanto per non eccedere nel termine più appropriato di traditori, se è poco, e se sia arciconfermata la previsione teorica con dati di fatto tanto inconfutabili, che ancor oggi 1978 milioni di mutilati e di vedove di guerra circolano per le strade di tutto il mondo.

«Nel campo della politica il revisionismo ha tentato di rivedere di fatto il principio della lotta di classe». Prendete fiato, lettori, stropicciatevi gli occhi: è Lenin del 1908, settant’anni fa: «La libertà politica, la democrazia, il suffragio universale distruggono le basi della lotta di classe – ci si è detto (cioè dicono i revisionisti) – e tolgono valore al vecchio principio del Manifesto del Partito Comunista: gli operai non hanno patria. In regime democratico, poiché è la “volontà della maggioranza” che regna, non è più possibile vedere nello Stato un organo di dominio di classe, né sottrarsi ad alleanze con la borghesia progressiva socialriformatrice contro i reazionari».

È con queste parole che i Carrillo, i Marchais, i Berlinguer e C. di oggi giustificano la loro prosternazione all’ordine capitalistico internazionale. Con parole e opinioni che già settant’anni fa cozzavano contro il socialismo scientifico, contro il marxismo. Con questi vecchi ritornelli, i falsi partiti comunisti non solo revisionano la dottrina che giurano di voler rispettare, ma soprattutto dirottano le energie di classe nel campo della sottomissione del proletariato al regime capitalistico.

La radice del revisionismo della fine del secolo scorso è la stessa di quella dei “socialismi” del primo periodo e dei “marxismi” odierni: gli interessi della piccola borghesia. Così Lenin sintetizza: «Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione. Nuovi numerosi “strati medi” vengono continuamente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria, come quella delle biciclette e dell’automobile, per esempio). Questi nuovi piccoli produttori sono essi pure in modo inevitabile respinti nuovamente di continuo nelle file del proletariato. È del tutto naturale che debba essere così, e sarà così sempre, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione “completa” della maggioranza della popolazione».

Questi strati “medi” si illudono di contemperare gl’interessi del grande capitale con quelli dei proletari, per consentire loro di non essere periodicamente schiacciati dalla morsa delle due classi principali. Sin dai tempi di Proudhon è stata sempre questa la massima aspirazione della piccola borghesia. Marx nel suo testo contro la Filosofia della miseria rileva questa attitudine degli strati intermedi e riconosce in Proudhon il filosofo e l’economista della piccola borghesia.

Il revisionismo tedesco, seguito a ruota da quello francese e italiano, dettero inizio a questa operazione chirurgica di trapianto della filosofia, dell’economia, della politica della piccola borghesia, formulata in nome del proletariato e del socialismo, nel corpo dottrinario del marxismo.
 
 

5. L’OPPORTUNISMO COME POLITICA DEL REVISIONISMO
 

In sintesi, tutta l’opera del revisionismo parte dalla “correzione” della dottrina di Marx nel campo della teoria, dell’economia e della tattica per puntare allo stravolgimento completo delle conclusioni pratiche, del contenuto storico di classe del marxismo, cioè il suo carattere rivoluzionario congeniale alla sola classe proletaria. Il revisionismo nel campo della teoria si traduce in opportunismo nel campo della politica di partito.

Questa operazione fu compiuta nel periodo della Seconda Internazionale nella quale si fronteggiarono due ali, una riformista ed una rivoluzionaria. Quella riformista poté avvantaggiarsi delle condizioni di relativo sviluppo pacifico del capitalismo, durante il quale si passò dalla proibizione delle coalizioni e dei partiti operai alla loro tolleranza. I governi capitalistici si resero conto che sarebbe stato estremamente pericoloso per l’incolumità del regime borghese affrontare direttamente la classe operaia, soprattutto da quando il partito tedesco, con saggia politica, aveva saputo sfruttare la legalità per potenziare la sua organizzazione e la sua influenza nel paese. Senza il soccorso del revisionismo il regime non avrebbe potuto sgonfiare la carica rivoluzionaria del partito. Il revisionismo trasformò la lotta per le riforme in fine a se stessa, la legalità in legalitarismo, l’equilibrio instabile tra le classi in pacifismo tra le classi. Insomma piegò il partito a pratiche in direzione opposta a quella assegnata da Marx. Fu così che il partito fu impregnato dalla revisione socialdemocratica, si adattò alla “realtà” del capitalismo, che giunse sino all’adesione alla guerra imperialistica.

La discussione teorica, la ricerca dottrinale si trasformò ben presto in indirizzo politico opposto a quello originario. E i marxisti ortodossi dovettero scendere sul terreno della teoria, della scienza per combattere questa infezione che ammorbava l’intero movimento socialista al fine di scongiurare il tracollo del partito internazionale.

Lenin e il partito bolscevico guidarono questo scontro, con la piena consapevolezza che «la lotta ideologica del marxismo rivoluzionario contro il revisionismo alla fine del XIX secolo non è che il preludio delle grandi battaglie rivoluzionarie del proletariato, che avanza verso la completa vittoria della sua causa, nonostante tutti i tentennamenti e le debolezze degli elementi piccolo-borghesi» (Lenin, ib.).

Parafrasando Lenin e spostando l’orologio della storia dalla fine del secolo XIX ai giorni nostri, si deve affermare: la lotta del marxismo rivoluzionario contro l’opportunismo, revisionista della teoria rivoluzionaria e traditore del programma comunista, caratterizza la ricostruzione del partito unico mondiale del proletariato, condizione preliminare ed insostituibile per la ripresa della lotta rivoluzionaria di classe.
 
 

6. LA TERZA INTERNAZIONALE
 

Le deformazioni, gli avvilimenti del marxismo rivoluzionario affondano le loro radici “teoriche” in questo periodo storico. È per questo che conosciamo così bene i motivi truffaldini dell’opportunismo attuale, il quale nulla aggiunge a quanto ha preteso teorizzare, anche se l’onda odierna del tradimento è di gran lunga più feroce e infame del riformismo e del socialpatriottismo di allora.

La tesi che qui vogliamo confermare è quella del necessario ricostruirsi del partito politico del proletariato sulle basi del marxismo rivoluzionario, in aperto rigetto delle tesi aberranti emerse durante la formazione del partito secondo gli schemi della Prima, della Seconda e della Terza Internazionale. Su questo terreno siamo i soli a tenere le posizioni difese dalla Sinistra Comunista Italiana all’interno del Comintern. Precisiamo che, come sopra esposto, non si tratta di svolgere una critica polemica per il modo con cui si tentò di costruire il partito, ma di esaminare le condizioni storiche determinanti in confronto con le posizioni politiche e programmatiche che il movimento comunista ha dovuto assumere per portare l’esercito proletario su posizioni sempre più avanzate e corrispondenti alle necessità della lotta rivoluzionaria e della conquista del potere.

Anche Lenin – lo abbiamo più volte ribadito – avrebbe voluto una Internazionale tutta d’un pezzo. Ma l’incalzare della crisi rivoluzionaria e la scesa in campo di decine di milioni di proletari e di sfruttati determinarono, come in tutti i partiti veramente rivoluzionari, l’”audacia” della manovra per poter assestare il colpo definitivo che, in quello scorcio di tempo, sembrava a portata di mano, contro il potere internazionale del capitalismo.

Il primo Congresso del Comintern nel 1919 dette subito la misura a Lenin e a noi della Sinistra italiana che le forze politiche disposte a battersi, cioè i partiti del proletariato, erano fortemente disomogenee, malgrado l’entusiasmo suscitato dalla vittoria rivoluzionaria in Russia. Questo Congresso si risolse in una presa di contatto diretto tra i bolscevichi e le delegazioni dei partiti socialisti e di gruppi operaisti di Europa, America e Australia.

È col secondo Congresso, l’anno successivo, che si pongono le basi fondamentali del Comintern. Le tesi del Congresso bene sistemarono le principali questioni di dottrina programma e organizzazione. Nei Congressi successivi, col declinare dell’onda rivoluzionaria, vennero in luce profonde, sempre più profonde crepe nell’assetto tattico che investirono anche le regole d’organizzazione e il metodo di lavoro interno, fino a far vacillare persino le basi di partenza che sembravano acquisite per sempre. È una parabola, questa, caratteristica del partito politico, che segue quella dell’onda rivoluzionaria se fallisce la vittoria.

Come l’I.C. sorse nel ripudio del riformismo e del socialpatriottismo, incarnati dai partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, così il Partito Comunista rivoluzionario, protagonista del prossimo assalto rivoluzionario del proletariato, dovrà risorgere nel ripudio delle posizioni aberranti che sconvolsero il Comintern.

La gravità della situazione storica attuale è rappresentata dallo sfacelo completo del vecchio movimento comunista. Gli ex partiti comunisti sono piombati ancora più in basso dei partiti della Seconda Internazionale, originando reazioni anarcoidi più contorte di quelle dello anarco-sindacalismo, soprattutto dinanzi alla forma partito, verso cui viene alimentata diffidenza e anche disprezzo.

È noto, per chi vuol ricordarlo, che la Sinistra ha ritenuto che l’onda rivoluzionaria, al culmine negli ultimi mesi del 1919, declinasse con la sconfitta della rivoluzione comunista in Germania, nella prima metà del 1920. Ma questa convinzione rafforzava l’impegno di lavorare alacremente alla costruzione del Partito Comunista internazionale, e quindi alla strenua difesa delle basi programmatiche teoriche e tattiche del marxismo rivoluzionario.

Di contro gli ex socialdemocratici, calati a frotte ad ingrossare le file dell’I.C., erano impegnati a spezzare la linea del partito internazionale e, con anticipo sulle teorie di Stalin, a costruire i “partiti nazionali”, pendant del “socialismo in un solo paese”. A questa seconda e opposta soluzione obiettivamente ed ineluttabilmente si tendeva ogni qual volta che l’Esecutivo di Mosca pretendeva di dare adeguata risposta ai problemi contingenti, sacrificando correttezza ed intransigenza. In tal modo si rinvigorivano le forze spurie annidate nei partiti comunisti, imbarcate per dare maggior peso alla azione rivoluzionaria, le quali invece davano continui colpi di timone per dirottare l’Internazionale.

Oggi una banda di farabutti, prezzolati dallo Stato capitalista, imbratta chilometri di carta per tentare di dimostrare che la “rivoluzione” è roba da archeologi e che se il comunismo non ha prevalso gli è perché il partito è stato soffocato dalla “dittatura”, dalla “intolleranza”, dalla “tirannide”, dalla “assenza di libertà”. La storia dell’I.C. dimostra esattamente il contrario. La storia scritta dalla Sinistra Comunista, cioè dal marxismo rivoluzionario, ha ampiamente dimostrato che la rivoluzione è crollata in Europa nel mondo e nella stessa Russia perché il partito internazionale che si andava costruendo col sangue dei proletari e con la direttiva marxista ha peccato di poca dittatura, di poca intransigenza, di poca severità nei confronti delle mezze coscienze, che andavano trattate col ferro rovente del comunismo rivoluzionario.
 
 

7. QUESTIONI CENTRALI
 

La Sinistra comunista italiana, assieme agli spartakisti tedeschi e ai bolscevichi, fu perfettamente cosciente che a Mosca si stava costruendo il partito mondiale. Ancor prima che fondasse il PCd’I, frazione del vecchio PSI, la Sinistra partecipò al secondo Congresso dell’I.C. nel 1920, e fu per suo merito che le “condizioni di ammissione”, i celebri “21 punti di Mosca”, furono resi più rigidi e severi. Il rafforzamento dello sbarramento all’ingresso nell’I.C. doveva servire a contenere al massimo l’ingresso di forze non genuinamente comuniste.

Ma già a quel secondo Congresso, luglio 1920, vennero in luce due questioni di fondo sulle quali i partiti aderenti si divisero o comunque espressero posizioni contrastanti. La prima questione è quella del parlamentarismo rivoluzionario, la seconda quella del lavoro nei sindacati riformisti.

Lenin, nel maggio 1920, alla vigilia del Congresso, aveva terminato di scrivere il suo celebre opuscolo L’estremismo malattia d‘infanzia del comunismo. In esso affronta particolarmente le posizioni dei “tribunisti” olandesi e del Partito operaio tedesco (KAPD) e della Sinistra italiana. Lenin, e il Congresso subito dopo, respingono il rifiuto a lavorare nei sindacati diretti dai socialdemocratici, difeso dai tedeschi e dagli olandesi, e il rifiuto a lavorare nei parlamenti borghesi, condiviso da tedeschi, olandesi e dalla Sinistra italiana. I termini sono noti. Si trattava già di dare un assetto tattico all’azione dell’I.C., che si stava costruendo, sulla scorta soprattutto dell’esperienza del partito bolscevico.

La Sinistra italiana concordò con Lenin che si dovesse lavorare nei sindacati riformisti ed anche “reazionari” per strappare le masse operaie dall’influenza della socialdemocrazia, alleata della borghesia controrivoluzionaria. Dissentì da Lenin sulla questione parlamentare e dai tribunisti olandesi e operaisti tedeschi, da questi ultimi per il modo di formulare il rifiuto a lavorare nei parlamenti borghesi, di netta impronta anarchica.

Per la Sinistra italiana, ma anche per Lenin, la discriminante non erano tanto la questione parlamentare, quanto i mezzi tattici da usare per operare lo spostamento di forze proletarie considerevoli dal controllo opportunista a quello rivoluzionario. L’argomento principale di Lenin verteva sull’esperienza russa della convocazione della Costituente e del successivo suo scioglimento a mano armata. Quello della Sinistra italiana consisteva nel bilancio fallimentare del parlamentarismo nei paesi industrializzati, dando atto a Lenin che in Russia fosse stata possibile la tattica parlamentare per l’assenza di una tradizione democratico-parlamentare in quel paese.

La Sinistra riconobbe anche che a favore delle sue tesi non si potesse invocare la scelta di mezzi “meno difficili”, ma nemmeno che potesse supplire il carattere particolare del partito comunista alle gravi insidie nascoste nella pratica parlamentare, e che soprattutto in questa fase di crisi rivoluzionaria tutti gli sforzi del partito fossero rivolti alla preparazione della rivoluzione il cui epicentro – concorde Lenin – era fuori del parlamento, sulle piazze, nelle fabbriche, nella lotta illegale e armata, nella mobilitazione delle masse.

L’osservatorio storico della Sinistra era, come lo avrebbero dimostrato gli avvenimenti successivi, più favorevole per intravedere che i deputati comunisti avrebbero fatto la stessa fine di quelli socialdemocratici, che sarebbero stati stritolati dall’apparato statale borghese e che la borghesia avrebbe liquidato essa stessa i parlamenti, proprio in quei paesi in cui la lotta rivoluzionaria aveva raggiunto le fasi più acute, Italia e Germania, mantenendoli, invece, là dove essi avevano servito ad imprigionare l’azione di classe, come Francia, Inghilterra, ecc. Il compito storico di distruggere il parlamento, che avrebbe dovuto essere obbiettivo comunista, lo aveva assolto la borghesia capitalista. La tattica russa applicata all’Occidente “civile” si era dimostrata inadeguata.

Completamente diversa era la questione del lavoro nei sindacati riformisti. Lenin e la Sinistra concordarono per lavorarci e guadagnare la direzione dei proletari in essi inquadrati, per mezzo di frazioni sindacali comuniste, tendendo non a spaccare i sindacati a direzione socialdemocratica, ma a conquistarli, e, soltanto nel caso di impossibilità di organizzare cellule comuniste e di svolgere propaganda rivoluzionaria, uscirne. In ogni caso si doveva compiere ogni sforzo per collegarsi con i proletari inquadrati nei sindacati ufficiali. Contrari a questa direttiva furono i sindacalisti rivoluzionari delle rappresentanze inglese e americana, le quali, peraltro, si opposero alla tesi della supremazia del partito sui sindacati e sulle altre forze economiche. Due questioni, quella del lavoro nei sindacati “reazionari” e del primato del partito, che ancor oggi restano nel gozzo agli “estremisti”.

Il Congresso deliberò anche la costituzione di una centrale sindacale internazionale, l’Internazionale Sindacale Rossa, in cui dovevano organizzarsi alla scala internazionale i sindacati conquistati dai comunisti in contrapposizione alla centrale sindacale gialla di Amsterdam, controllata dai socialdemocratici.

Anche le tesi sulla costituzione dei Soviet trovarono opposizione da parte dei rappresentanti francesi, italiani, esclusa la Sinistra che le condivideva, americani e inglesi, i quali pretendevano che i Soviet dovessero essere costituiti subito e non nell’imminenza dell’assalto rivoluzionario, in quanto organi specifici della presa del potere e non forme permanenti dell’organizzazione proletaria.

Disaccordo vi fu anche sulla questione nazionale e coloniale, svolta nelle tesi di Lenin e dell’indiano Roy, parzialmente corretta dalle tesi “supplementari” per attenuare l’impressione che le tesi ponessero l’accento della rivoluzione internazionale sui paesi coloniali anziché sulle metropoli industrializzate. Serrati e Graziadei si astennero e così lo spagnolo Pestagna. Il problema del raccordo della rivoluzione nelle colonie con quella dei paesi civili, che Lenin voleva sciolto in un fronte d’attacco rivoluzionario globale al capitalismo internazionale, imperniato sulla rete dei partiti comunisti autonomi e indipendenti dai movimenti democratici e di liberazione nazionale, ma operante per la costruzione di Soviet operai e contadini in appoggio ai movimenti democratico-borghesi, fu “rettificato” con la precisazione che l’appoggio dei comunisti dovesse andare ai movimenti nazionalisti rivoluzionari. Il “compromesso” mirava a non distaccare le rivolte dei popoli d’Oriente dalle lotte rivoluzionarie del proletariato occidentale, respingendo atteggiamenti di indifferentismo assunti in particolare dai Serrati e Pestagna.

La tesi “sul ruolo del partito comunista”, quelle “sui compiti fondamentali dell’I.C.”, le “condizioni di ammissione” tracciano irrevocabilmente, assieme alle altre tesi, il percorso di un partito internazionale e non quello di una federazione di partiti.

Nei successivi congressi internazionali, la costruzione del partito mondiale inciampa, malgrado le reiterate proclamazioni dell’Esecutivo, in una serie di ostacoli, obiettivamente posti dal processo reale della lotta rivoluzionaria, ai quali non si sa dare corretta ed adeguata risposta. Sin dal terzo Congresso del luglio 1921 si assiste al distacco dalle tesi centrali del secondo Congresso, e via via ci si trascina sempre più sino al materiale smembramento dell’I.C.

La Sinistra è stata la sola che abbia elaborato in questi sessant’anni un’analisi puntuale e complessiva della sconfitta della rivoluzione. Analisi incentrata esclusivamente sul marxismo rivoluzionario, consacrata in tesi e testi in perfetta continuità con la tradizione comunista, da Marx a Lenin; perché v’è continuità di posizioni tra il partito del 1848 e quello del 1978 in quanto il proletariato non è classe nazionale e la rivoluzione è processo internazionale.

Il piccolo partito odierno si qualifica internazionale non per la sua attuale estensione geografica, ma per indicare l’antica aspirazione di ricostruire una organizzazione comunista mondiale, fondata sul complesso di posizioni elaborate dalla Sinistra Comunista, anch’essa internazionale e non soltanto “italiana”, perché Marx Engels Lenin Trotzky sono di tutto il proletariato di tutti i tempi.

Per queste ragioni abbiamo sempre respinto inviti a “unificazioni”, “convergenze”, “alleanze” nel campo organizzativo e politico, coscienti che, sulla scorta dell’esperienza storica, non si ha incremento di influenza reale nella classe con il dilatarsi artificioso dell’organizzazione.

Quello dell’organizzarsi del partito non è problema secondario né formale. Proprio la Sinistra si dovette contrapporre alla centrale di Mosca, quando ormai appariva in tutta la sua gravità il modo con cui si “assumevano” e si “licenziavano” – fu proprio così! – i dirigenti del partito a seconda se erano graditi o meno all’Esecutivo. Il comporsi e lo scomporsi del partito era guidato dall’altalena delle posizioni che si impartivano dall’Internazionale sinché si giunse all’aberrante necessità per il centro di creare sue frazioni particolari nelle sezioni nazionali dell’I.C. In quel momento l’I.C. cessava di orientarsi nel senso del partito, unico mondiale, per ritornare a ritroso verso la federazione di partiti nazionali. Il funzionamento interno dell’I.C. si apriva all’opportunismo, anche per questa via.

Il modo di strutturarsi del partito influisce sul suo indirizzo e viceversa. Ogni aspetto della vita complessiva del partito è soggetto a reciproche influenze. Non ci sono compartimenti stagni.

Ne deduciamo che richiamarsi alla Sinistra implica il riconoscimento della lotta che essa ha dovuto sostenere in ogni campo sino ad oggi e non soltanto quella che si ingaggiò a Livorno 1921.

Nel trattare le molteplici questioni che stanno alla base del futuro partito internazionale di domani, non poniamo tassativamente le condizioni della Sinistra per boria di partito, ma perché sono le uniche che segnano il passaggio dalla fase di movimento a quella di partito mondiale. La Sinistra si distingue da tutti gli “estremismi di sinistra” sotto questo rispetto, perché non è parte di un preteso “movimento comunista rivoluzionario”, ma perché essendo il comunismo uno ed uno solo, non può concepire il partito come un florilegio di “dialettiche”, come fu il PCd’I e l’I.C., fagocitati dalla controrivoluzione mondiale. Il PCd’I e l’I.C. sono morti per sempre, dopo aver segnato marcatamente un tratto della lotta rivoluzionaria del proletariato.

Il partito unico internazionale rinascerà dalle ceneri della disfatta, come un potente partito sulle fondamenta soltanto del marxismo rivoluzionario, di cui la Sinistra è l’incarnazione.

La Sinistra vanta una tradizione coerente e ininterrotta dal Manifesto del 1848 ad oggi. È la tradizione del marxismo rivoluzionario, sinonimo di comunismo. È la continuità di programma e di principi lungo l’arco più che secolare di lotta di classe, di vittorie e di sconfitte del proletariato. È coerenza tattica nel complesso di condizioni storiche non sempre omogenee e non sempre di facile interpretazione. È assetto organizzativo gelosamente vincolato al centralismo dell’organo partito, sia quando nella Prima Internazionale il compito principale era di costruire per la prima volta nella storia una organizzazione combattente essenzialmente proletaria, emancipata dalla democrazia borghese, sia quando nella Terza Internazionale la funzione di direzione centralizzata alla scala mondiale del movimento comunista mirava, nella crisi rivoluzionaria, apertasi con la guerra mondiale e l’Ottobre, allo scatenamento della rivoluzione internazionale.

Chi può fregiarsi di questi meriti? Quale gruppo, partito, scuola politica può dire altrettanto, quando si ingegna a ricercare nella lunga storia del comunismo gli “errori”, per mettere sul banco degli accusati la Sinistra?

L’anarchismo, il sindacalismo rivoluzionario, hanno forse conseguito più solidi successi con il loro eclettismo e la fobia viscerale per il partito?

Il laburismo o l’operaismo “comunista” tedesco, il consiliarismo olandese, e le altre piccole escrescenze generate in fondo dall’operaismo, hanno forse tradotto le sconfitte proletarie in vittorie con il loro inane tentativo di spezzare la marcia storica del marxismo rivoluzionario?

I “correttori” del comunismo non solo non hanno conseguito il benché minimo successo, ma nemmeno il minimo incremento nella elaborazione teorica e tattica del processo rivoluzionario del proletariato.

È ben misera cosa accusare la Sinistra di settarismo per il suo esplicito rifiuto ai pateracchi, tipo vecchi e nuovi “quadrifogli” o “trifogli”, chiamando a testimoni, fuori di luogo e di tempo, Livorno ’21 e l’I.C.

È proprio l’esperienza del primo dopoguerra, dell’I.C. e del PCd’I in particolare, a dimostrare che il partito unico del proletariato risorgerà soltanto sulle basi della Sinistra scolpite a tutto tondo dal lungo e faticoso lavoro di critica rivoluzionaria. È questa la sola via, quella di sempre. L’altra è la “terza via”, più autorevole per consistenza di forze nell’oggi reazionario, ma è quella dei partiti traditori, che rafforza il potere capitalistico ed è di segno controrivoluzionario.

È inesorabile la scelta di campo: o con la Sinistra per il partito comunista, cui è dovuta disciplina e dedizione, o con i suoi nemici, comunque camuffati da “critici”, “frazionisti”, “realisti” o anarchici, operaisti estremisti.

Quando e come è stata brutalmente interrotta la lotta formidabile del proletariato rivoluzionario a costituirsi in partito internazionale? La risposta puntuale ed esauriente è nella storia della degenerazione dell’I.C. che la Sinistra ha vissuta e combattuta, anche eroicamente per il sacrificio della vita di gran parte dei suoi devoti militanti. Le battaglie in nome dell’intransigenza rivoluzionaria, ad un certo grado di sviluppo della degenerazione, hanno assunto gli aspetti di una autentica guerra di classe, che si è dovuta combattere contemporaneamente all’esterno del partito contro le guardie bianche della borghesia e contro le sue quinte colonne socialdemocratiche, e all’interno del partito contro posizioni aberranti, all’inizio difese da ignari “destri” e “centristi”, e poi imposte con l’autorità delle armi dagli “stalinisti”.

Queste battaglie hanno date e obiettivi precisi che sommariamente ricordiamo anche a coloro, vecchi e giovani, che sino a ieri balbettavano di comunismo rivoluzionario, nella non ancora sopita speranza che rispondano all’appello della Sinistra, secondo il nostro antico adagio: il partito non si lascia mai!
- 1921: contro il “fronte unico” tra partiti, per il fronte unico sindacale;
- 1922: contro il “governo operaio”, combinazione parlamentare tra partiti comunisti e socialdemocratici, per l’unico governo operaio possibile, quello della Dittatura proletaria del solo partito comunista;
- 1923: contro il “governo operaio e contadino”, degenerazione di quello “operaio”.
- 1924-26: contro i blocchi elettorali e le fusioni con supposte ali sinistre della socialdemocrazia; contro il terrorismo ideologico e la concussione organizzativa; contro le manovre oscillanti della tattica e la sottomissione del partito internazionale allo Stato russo.

Sono queste, sommariamente, le questioni cruciali su cui la Sinistra ha dato battaglia tentando di trattenere l’I.C. dal cadere nell’opportunismo. La storiografia ufficiale ha steso una coltre di silenzio sulle lotte della Sinistra, e il grande apporto “critico” dei falsi comunisti è quello di dimostrare che il marxismo rivoluzionario ha fallito e che altre “ formule” e “vie” vanno percorse”.
 
 

8. DAL SECONDO CONGRESSO DELL’I.C. ALLE TESI DEL SECONDO DOPOGUERRA
 

Non si può seriamente sostenere che la Sinistra è rimasta ancorata ai capisaldi del marxismo rivoluzionario e al tempo stesso accusarla di essere rimasta sorda ai “nuovi” impulsi della storia. Tesi più sciocca quella di riconoscere la giustezza delle posizioni della Sinistra “allora”, e di ritenerle superate oggi, quasi che un impenetrabile diaframma separi l’ieri dall’oggi; e perché no l’oggi dal domani?

Non fummo entusiasti di come si andava formando l’I.C. Eravamo giustamente convinti che si dovesse tagliare a “destra” e al “centro” dei vecchi partiti della Seconda Internazionale, e su molte vocazioni di “sinistri” dell’ultima ora avevamo seri dubbi. La confluenza sulle posizioni poste dall’iniziativa bolscevica di frazioni dei partiti socialisti era inevitabile mezzo per costruire l’I.C. Sotto la spinta di eventi mondiali, principali la guerra imperialista da poco terminata e la rivoluzione d’Ottobre vittoriosa, che mettevano a soqquadro la struttura economica sociale e politica del capitalismo internazionale, non v’era da indugiare un solo minuto per tentare di organizzare una centrale internazionale di partito in grado di orientare il proletariato che si andava radicalizzando.

Col secondo Congresso si costruì una cerniera per sbarrare il passo a princìpi dottrine e pratiche delle classi nemiche filtrate dalla socialdemocrazia. Fu un risultato poderoso che segnò il trapasso irreversibile verso il partito unico comunista, che solo la leggerezza di presuntuosi o la sicumera di traditori può ritenere superato e fallace. Solo la Sinistra ha le carte in regola per sottoporre a critica anche severa le posizioni e la tattica dell’Esecutivo dell’I.C., non chi posizioni e tattica ha condivise per corromperle e tradirle operando all’interno del partito mondiale. Gli ex partiti comunisti hanno voltato per sempre le spalle al comunismo e alla sua poderosa visione storica. Non da questi partiti usciranno frazioni di “sinistra” in grado di ricongiungersi, separandosi da questi partitacci, alle nuove avanguardie del comunismo rivoluzionario. Questi partiti si sono ormai immedesimati nel regime politico capitalistico. La loro revisione è totale. Non c’è una sola proposizione comunista nei loro programmi, nei loro testi nelle loro enunciazioni e direttive, nell’azione. Si deve dire di questi partiti quello che si disse dei partiti socialdemocratici: non sono la “destra” del movimento operaio, sono la sinistra della borghesia.

Le Tesi Caratteristiche del 1951 elaborate dalla Sinistra sintetizzano l’esperienza storica del proletariato ed assumono la stessa importanza storica delle tesi del secondo Congresso dell’I.C. Essi costituiscono la linea insuperabile di demarcazione tra il marxismo rivoluzionario e l’opportunismo.

In questo senso le Tesi Caratteristiche, e quelle successive, pur in assenza di un moto internazionale di classe, rappresentano i capisaldi non del partito “italiano”, non solo del partito di oggi, piccolo e debole, ma del partito comunista internazionale forte e compatto di domani. Allo stesso modo che l’opera svolta dalla Sinistra all’interno dell’I.C. non si interessava soltanto del partito italiano, ma anche e soprattutto del partito mondiale.

Nelle tesi del secondo dopoguerra predominano, come un filo conduttore ininterrotto, i motivi fondamentali che avevano caratterizzato il limpido lavoro nel PCd’I e nell’I.C. dalla loro fondazione sino all’ultima ora della presenza della Sinistra nel movimento comunista internazionale e l’opposizione resasi necessaria via via che l’Esecutivo abbandonava le posizioni di partenza, incalzato dall’onda controrivoluzionaria più devastatrice che si sia abbattuta sul proletariato. Nella sconfitta dell’assalto rivoluzionario e del movimento comunista, le posizioni del marxismo rivoluzionario che la Sinistra difendeva, costituiscono il punto di riferimento per riprendere la marcia verso la ricostruzione del partito mondiale. Tra queste posizioni, che riflettono non apriorismi ideologici, ma punti fermi in dottrine e in prassi conquistati nel corso di battaglie fisiche, di scontri diretti spesso cruenti, primeggiano quelle che sono l’esatto contrario delle posizioni dei partiti traditori.

La prima, la più distintiva e caratteristica verso l’opportunismo, è quella che definisce la democrazia borghese come il regime più mistificatore dei rapporti di classe, e non l’eterno permanente regime necessario per la emancipazione proletaria dal capitalismo; la seconda è definita dal rigetto di ogni pratica democratico-parlamentare; la terza è quella che si debba respingere ogni commistione organizzativa, alleanza e intesa politica con partiti gruppi o frazioni cosiddetti di “sinistra”, “affini”, “vicini”; la quarta caratterizza l’abbattimento violento e non per via pacifica e legale del potere borghese e l’instaurazione del potere dittatoriale del proletariato diretto dal partito unico comunista internazionale; la quinta imposta la ricostruzione del partito politico di classe alla scala mondiale sulle basi del marxismo rivoluzionario, e quindi su basi ideologiche omogenee svolte da Marx Engels Lenin, su schemi tattici rigidamente delimitati dai princìpi e dalle finalità, sull’organizzazione organicamente centralizzata, vale a dire con stretto vincolo ai postulati programmatici di capi e gregari.

Appare evidente, per chiunque voglia sinceramente e seriamente ispirarsi al marxismo rivoluzionario, la netta chiusura a posizioni frontiste, alleanziste, pacifiste democratiche, rivendicate da gruppi politici per i quali la rivoluzione sarebbe una questione di forme anziché di forze. Posizioni che, trasferite nel campo organizzativo vorrebbero affidare la dilatazione e il potenziamento dell’influenza del partito politico di classe a combinazioni politiche, cooptazioni organizzative, piuttosto che alla corretta e severa visione degli interessi di classe secondo l’ormai ultrasecolare pratica marxista rivoluzionaria.
 
 

9. INTRANSIGENZA CONSAPEVOLE
 

Il piccolo e limitato partito di oggi è fortemente convinto di costituire il centro di riferimento per tutte le forze che intendono portarsi sotto la bandiera della rivoluzione comunista e che soltanto col diffondersi su scala sempre più ampia della sua influenza nel proletariato stia la garanzia della ricostruzione del futuro partito unico mondiale.

In questa sua profonda convinzione, maturata nell’esperienza storica e premessa nelle tavole dell’antica e sempre attuale dottrina, in tanto postula la confluenza nell’organizzazione di classe (sindacati rossi, associazioni economiche proletarie, ecc.), che andrà ricostruendosi col ritorno della classe operaia sulla scena storica come protagonista, di tutti i lavoratori in qualsiasi partito inquadrati, in quanto mantiene fermezza programmatica e rigidità organizzativa e severità tattica, che gli consentiranno di esaltare al massimo le sue caratteristiche di partito-organo esclusivo del proletariato e della combattività di classe.

Con sincerità e franchezza diciamo a quanti si sono separati dal partito, nell’illusione di battere strade che abbreviassero o accelerassero il corso degli eventi, che in tal modo contribuiscono a disperdere energie, altrimenti fertili per la milizia rivoluzionaria di partito, e a confondere la classe, già frastornata dal dominio opportunista. Anche sotto questo aspetto, se si può pensare con seria determinazione di stimolare il processo storico, la strada giusta, l’unica, è quella dell’intransigenza rivoluzionaria, da percorrersi fino in fondo, fermi al proprio posto di militanti comunisti disciplinati all’organizzazione e al programma.

Anche in questo, gli ammonimenti della Sinistra all’Esecutivo dell’I.C. siano di insegnamento, quando si credette di contrastare, poi contrattaccare l’offensiva capitalistica in fase di riflusso rivoluzionario, oscillando con sempre maggiore frequenza tra un espediente e l’altro. Nessun espediente riuscì a fermare la disfatta. Nessuna tattica oscillatoria poté invertire la tendenza sfavorevole. Non lo poterono gli “operaisti”, né i “consiliaristi”, né gli oppositori. Nessuna formula organizzativa, come quella della “bolscevizzazione”, poté invertire i rapporti di forza che si andavano assestando contro il proletariato.

Neanche la Sinistra, ferma su posizioni corrette, poté costruire un argine al dilagare dell’opportunismo, con la differenza che la Sinistra ebbe lucida coscienza che ormai la partita era perduta e che ogni sforzo doveva essere fatto in difesa del programma e della dottrina, condizione indispensabile e prioritaria per la ripresa del corso rivoluzionario, quando un nuovo ciclo favorevole si fosse aperto. Fummo accusati “dottrinari”, ed anche “disertori”, perché rifiutavamo di aderire a “frazioni di sinistra”, a “programmi transitori”, a “nuove” internazionali.

Fu un atto di coraggio, di vero coraggio rivoluzionario quello di rinunciare a “controffensive” prive di solida base, per proteggere il potente lavoro svolto dall’avversa contingenza e dalle contaminazioni che ne derivavano, allo stesso modo che Marx preferì sciogliere la Prima Internazionale piuttosto che lasciarla alla mercé dei gaglioffi che l’avrebbero screditata, con l’intento che una nuova Internazionale continuasse il ciclo fecondo riprendendo il cammino dal punto in cui la Prima l’aveva forzatamente interrotto.
 
 

10. ATTORNO AL PICCOLO MA GRANDE PARTITO
 

Per l’insieme del lavoro e il complesso di battaglie della Sinistra che si è incarnata nell’attuale piccolo partito internazionale, riteniamo che qui è il luogo dell’arruolamento comunista, della restaurazione della dottrina, della difesa del programma, dell’elaborazione tattica, della preparazione del prossimo assalto rivoluzionario del proletariato. È qui che esiste l’unica possibilità reale dell’affasciamento delle forze sinceramente rivoluzionarie e dello scioglimento delle contraddizioni che ancora trattengono il proletariato dallo svincolarsi dai partiti traditori, e non nel congiungersi effimero e fallace di dissidenze e pregiudiziali, prolificatrici d’insanabili contrasti.

A un partito che, malgrado le alterne vicende, è pur sempre ben saldo nella dottrina, nel programma, nei princìpi e nelle finalità, è dovuto rispetto, dedizione, disciplina. La Sinistra, quindi, è contro i blocchi e le fusioni intesi alla maniera opportunista, ma è per il blocco e la fusione di volontà e di forze combattenti, amalgamate dal comunismo concepito come complesso unitario ed omogeneo di princìpi e finalità, di programma e di tattica in cui i singoli componenti, avendo rinnegato per sempre questa società, si sentono realmente liberi ed affrancati per dare il loro solidale contributo alla causa.

Siamo ancora in pieno dominio della controrivoluzione, e non c’è “concilio” internazionale che ce ne faccia uscire. Non ci porterà fuori dalla bufera nemmeno un rinverdito “fronte unico politico” tra “partiti comunisti” peraltro inesistenti, tra gruppi “estremisti” senza tradizione se non quella dell’ibridismo.

I primi sintomi di rallentamento produttivo, il malessere che serpeggia tra il proletariato oggi duramente colpito dall’offensiva economica e sociale borghese, la caduta nel sottoproletariato di strati di ceti medi, si concretizzano nella maggior popolarità di alcune fazioni frondiste dell’area opportunista: diversivi per trattenere e governare nella legalità del regime quei proletari che sentono avanzare e grandeggiare la pressione della borghesia ed avvertono con sempre maggior lucidità il tradimento di partiti e di sindacati che si proclamano operai.

Questo stato di cose è ben lungi dal caratterizzare uno spostamento nei rapporti di forza tra le classi. La tecnica politica della borghesia di secernere opposizioni leali al regime borghese sotto il segno della “dissidenza”, che non esce dai limiti della legalità, è ormai vecchio trucco, che funziona più per l’estrema debolezza della classe operaia che per intrinseca efficienza. Crediamo che la crisi generale del sistema economico capitalistico stia maturando e che possa produrre profonde lacerazioni sociali e politiche, di tale consistenza da rimettere in moto il proletariato e ricreare il naturale terreno per lo scontro tra programmi e tra partiti.

In assenza di questa condizione oggettiva, che giustificò la nascita della Terza Internazionale, la tesi dei fautori della “nuova” Internazionale per mezzo della “federazione” di opposizioni “comuniste” cade, e resta solo il velleitarismo dei propugnatori che pensano di supplire alla mancanza di forze con le etichette e i proclami. Fattore determinante, invece, è anche un solo manipolo di autentici comunisti, oggi, impegnato da decenni al ripristino della teoria e del programma. Ma sarebbe demagogico ritenere che esso possa sic et simpliciter passare alla testa del proletariato senza essere sostenuto da un largo e effettivo sostegno del proletariato.

Eventualmente, se un “confronto” può esserci – ed è altra tesi da quello dei “federalisti”, come lo è per i partitacci – questo non ha senso sul terreno del programma, per il semplice fatto che i programmi non sono confrontabili, ma sul terreno dell’azione dove si urtano e si misurano forze, armi e indirizzi pratici, sui quali il proletariato è in grado di potersi orientare e di scegliere lo schieramento. Il “confronto” fra programmi è pretesto per una “trattativa”, metodo tipico della diplomazia tra partiti borghesi. Ma la trattativa, per esempio, se si debba o meno dare la parola d’ordine dello sciopero generale tramite l’organizzazione di classe del proletariato, ci troverà consenzienti quando ce ne saranno le condizioni oggettive, oggi inesistenti.

Per concludere, non “confrontiamo” il nostro programma con nessuno, né tanto meno contrattiamo per mescolarlo con i programmi di altri partiti. Quando tempo sarà, studieremo di trattare l’azione proletaria nei modi e con i mezzi che garantiscano l’indipendenza e l’autonomia del partito e il conseguimento di una avanzata della classe verso l’obiettivo ultimo della conquista del potere politico.

L’esperienza sinora acquisita ci insegna che coloro i quali si fanno in quattro per i pateracchi politici, di regola mancano sempre all’appuntamento dell’azione pratica.

A più forte ragione, resta nel campo della irrealizzabile utopia, almeno che non si voglia snaturare il partito, la proposta di “trattare” per la ricostituzione del partito.

Contro queste pratiche aberranti la Sinistra si è battuta da sempre. Nulla è mutato perché si debba rivedere questa posizione.