Partito Comunista Internazionale Studi di partito sulla Cina
 
Il movimento sociale in Cina
 
Programme Communiste, numeri 27, aprile‑giugno 1964; 28, luglio‑settembre 1964; 30, gennaio‑marzo 1965; 31, aprile‑giugno 1965; 33, ottobre‑dicembre 1965; 35, aprile‑giugno 1966; 37, ottobre‑dicembre 1966 (7/7)

 

1 - Teoria e principi
2 - Rivoluzione e controrivoluzione: 1924‑27
3 - La questione agraria
4 - La questione nazionale
5 - Lo sviluppo del capitalismo cinese e la dominazione imperiali
6 - Breve storia del riformismo antimperialista
7 - Verso la conquista del potere
8 - Il mito dei piani quinquennali

 

 


Programme Communiste, N° 27, aprile‑giugno. (1/7)

I. - TEORIA E PRINCIPI

- L’invarianza del marxismo contro il “socialismo nazionale”
- Prospettive di una rivoluzione doppia
- Sulla natura della borghesia nazionale
- La teoria del feudalesimo cinese

Nei decenni che hanno seguito la Rivoluzione d’ottobre, il movimento sociale in Cina ha conosciuto un’ampiezza e una asprezza che si spiegano soltanto con l’aggravamento dei conflitti inter-imperialistici per la spartizione del continente e con l’attiva partecipazione del proletariato cinese alle lotte politiche. Il periodo precedente, che ha il suo punto culminante nella rivolta del Taiping, aveva visto la prima onda di questo movimento infrangersi contro la potenza espansionista del capitalismo europeo, ripresosi dalle sue crisi del 1848 e 1870. Ma questo movimento, in Asia, era ancora politicamente informe.

Per contro, sotto l’influenza della Rivoluzione russa, le lotte di classe prendono presto una forma politica. Nel 1918 Sun Yat‑sen fondò a Canton un governo nazionalista borghese. Poco dopo si costituì il Partito Comunista di Cina. L’Asia entra così nella storia moderna. Ma lo farà passando dal pertugio della democrazia borghese, già condannata nel resto del mondo, oppure segnerà la fine del proprio isolamento con la vittoria della rivoluzione proletaria?

La degenerazione della Rivoluzione d’Ottobre ha liquidato per il proletariato cinese ogni possibilità di abbreviare le proprie sofferenze e della sua marcia verso il potere. Ma lo stalinismo non ha aiutato neppure il movimento nazionale borghese poiché ci sono voluti trent’anni perché fosse mantenuta la promessa di Sun Yat‑sen: la democrazia popolare. D’altronde l’avere scritto con caratteri d’oro nella costituzione maoista i principi politici del Capitale non è tutto. La “questione cinese” persiste. Certo, non si è trattato più per il proletariato cinese di prevalere nelle lotte politiche e sociali della rivoluzione borghese e sull’arena mondiale del conflitto di classe. Non sono più i suoi interessi che appaiono in primo piano nella “questione cinese”, ma quelli dello Stato borghese che cerca di guadagnare il suo spazio nel concerto delle nazioni. Così Pechino dimostra chiaramente dove doveva arrivare il movimento di “democrazia popolare”, non alla emancipazione sociale degli oppressi, ma alla emancipazione nazionale del capitalismo cinese.

Nel momento in cui gli esecutori testamentari di Sun Yat‑sen hanno dovuto rompere l’alleanza che la borghesia cinese aveva concluso con Mosca nel 1924, sacrificando per molto tempo l’indipendenza politica del partito del proletariato, il ruolo reazionario dell’Urss apparve anche ai suoi più fedeli accoliti. Per noi la rottura sino‑sovietica non rivela solamente l’opposizione fra un capitalismo già maturo che avverte la rivalità di un giovane concorrente, come già avvenne fra l’Inghilterra borghese e la Francia della Rivoluzione e dell’Impero. Al di là del conflitto d’interessi fra lo Stato russo e lo Stato cinese, i comunisti devono rintracciare i termini del grande dibattito sulla sorte della rivoluzione proletaria in Asia, che gli attuali dirigenti cinesi hanno sabotato esattamente come fece Stalin. Quello Stalin al quale fanno appello contro Krusciov!

Per quanto sia stata grande la responsabilità dell’Urss nella sconfitta del proletariato cinese, nel suo riallineamento al programma del potere borghese, la polemica con Krusciov, il falso “estremismo” di Pechino, non hanno altro obiettivo che di prolungare la confusione e la soggezione dei proletari cinesi invitandoli a fare blocco attorno al loro governo per costruire il “vero socialismo”. Ora se esso riuscisse mai a raddrizzare i torti causati da Mosca alla Cina, il “socialismo cinese” non potrebbe pretendere di raddrizzare quelli che sono stati fatti al comunismo rivoluzionario. Perché la storia del movimento proletario in Cina si è saldata con l’insuccesso del proletariato nel formare un partito di classe che ponesse e risolvesse in maniera internazionalista i problemi teorici e tattici della rivoluzione cinese.

Lo studio che segue è consacrato al riesame di questi problemi, che non hanno nulla di accademico ma rappresentano la carne e il sangue delle generazioni passate. Il crescere degli antagonismi sociali generati dall’accumulazione capitalistica, le difficoltà che incontra in Cina a causa dell’imperialismo russo-americano, e la presa di coscienza del proletariato cinese degli errori che hanno legato la sua sorte a quella della borghesia nazionale, saranno gli elementi decisivi della ripresa di classe. Allora, alla Comune di Canton che si levò al grido di “Abbasso il Kuomintang”, farà eco un movimento ancora più potente contro la “democrazia popolare” fondata dagli eredi politici del Kuomintang.


Invarianza del marxismo contro il “socialismo nazionale”

Il marxismo si è costituito definitivamente in dottrina del proletariato rivoluzionario nelle condizioni storiche e sociali create dallo sviluppo del capitalismo industriale in Europa occidentale. Ma non fu né tedesco, né inglese, né francese. La lotta che hanno portato avanti i suoi rappresentanti contro Proudhon, Lassalle e, più tardi, i socialisti rivoluzionari russi, fu una lotta contro le concezioni piccolo borghesi del “socialismo nazionale”. Sin dalle origini Marx ed Engels hanno saputo derivare dalle leggi economiche del capitale e dalle forme politiche della sua dominazione i principi fondamentali del partito di classe validi per tutti i tempi e per tutti i paesi. È per questo che da allora il compito dei comunisti non è di “adattare” il marxismo alle circostanze locali e provvisorie della lotta di classe, ma portarlo direttamente in seno al proletariato, di farne la sua arma, di realizzare la congiunzione fra il movimento operaio e la sua teoria rivoluzionaria.

I falsificatori stalinisti hanno presentato l’opera di Lenin come un geniale “adattamento” del marxismo alla Russia arretrata e i cinesi hanno coniugato il loro “socialismo” con gli attributi nazionali e popolari. È invece del tutto chiaro che la questione nazionale e coloniale non impone al marxismo nessuna specie di “arricchimento” e non giustifica alcuna revisione. È nel cuore stesso della rivoluzione borghese tedesca che Marx ha lanciato il Manifesto dei Comunisti e ha definito i compiti del partito di classe. Quanto a Lenin, la sua grandezza consiste nell’avere potuto condurre fino alla dittatura del proletariato la rivoluzione antifeudale russa. Ma l’uno e l’altro fanno dipendere il successo definitivo dei lavoratori tedeschi o russi dalle sorti della rivoluzione mondiale, delle lotte di classe nei paesi a capitalismo più avanzato e non da un “arricchimento” del marxismo per mezzo della teoria della “costruzione del socialismo in un solo paese”.

Poiché la rivoluzione russa ha degenerato, trainando con sé il fallimento della Terza Internazionale, non si è potuta produrre la congiunzione storica del movimento nazionale dei popoli oppressi e del movimento comunista internazionale. La Cina ne è stata la prima vittima. Quando a Canton andava in frantumi il “blocco delle quattro classi” e Chiang Kai‑shek si apprestava a svolgere il ruolo di Kerensky, Mosca proibì al partito cinese di lanciare la parola d’ordine dell’Ottobre: ”tutto il potere ai Soviet!”. Intanto Mosca tagliava tutti i ponti fra la rivoluzione cinese e le lotte di classe in Europa. Lo sciopero generale inglese coincise con l’assalto dei proletari cinesi. Stalin lo sabotò creando con le corrotte Trade‑Unions il famoso “Comitato anglo‑russo” il quale liquidò il più possente movimento dei lavoratori britannici del dopoguerra. Si può dire che l’atto di nascita del “socialismo cinese” è stato firmato a Mosca da Stalin con il sangue della controrivoluzione.

Per lo stesso motivo, si trova capovolto il rapporto fra il movimento proletario dei paesi avanzati e i movimenti nazionali delle colonie. Non si attende più, come Lenin, la salvezza della rivoluzione russa e cinese dal successo del movimento comunista in Europa. La luce sarebbe venuta dall’Est e i proletari d’Occidente non aspetteranno la loro liberazione altro che dalla “costruzione del socialismo” in Urss o dall’indipendenza nazionale dei paesi dell’Africa e dell’Asia che indebolirebbe i “monopoli” imperialisti e rafforzerebbe la “democrazia”. Così le rivoluzioni nazionali si faranno passare abusivamente per “socialiste” e il proletariato dovrà sposare gli interessi della nazione e della democrazia. Nel capitalismo avanzato, con l’era delle rivoluzioni borghesi chiusa fin dal 1870, il “socialismo nazionale” invita il proletariato a fare causa comune con la piccola borghesia contro i “monopoli stranieri”, contro il “fascismo” e per il “rinnovamento della democrazia”. Nei paesi arretrati il proletariato viene spinto al blocco con la borghesia “patriottica” per compiere la “rivoluzione nazionale” o addirittura (è il caso della Cina), gli si impongono i compiti di una borghesia latitante, condannata storicamente, e gli fa realizzare, non il proprio programma di classe, ma quello del capitale.

Nell’epoca dell’imperialismo non c’è un solo Stato borghese arretrato che non metta sul suo frontone l’insegna del “socialismo”. Ma questo “socialismo nazionale” ha una storia internazionale: quella della controrivoluzione. In Cina in particolare esso rappresenta l’ideologia che ha prevalso sulle rovine del partito di classe.


Prospettive di una rivoluzione doppia

La domanda fondamentale che si ponevano tutti i movimenti sociali in Russia era se questo paese arretrato potesse recuperare il suo ritardo sull’Occidente percorrendo la via borghese seguita dall’Europa, o se fosse possibile evitare il capitalismo. Contro i liberali occidentalisti che rigettavano ogni balzo storico al di sopra della società borghese, slavofili e populisti credevano di scoprire il segreto nel passato reazionario della Russia. Per essi il comunismo di villaggio, il mir, presentava tutte le premesse di un passaggio diretto al comunismo superiore. Ma essi chiudevano gli occhi allo stesso tempo sull’esistenza di un potente feudalesimo russo e sui primi germi di sviluppo capitalistico nell’impero degli zar.

A questa concezione nazionale e idealista del balzo al di sopra della fase borghese, il marxismo ha opposto la sua concezione scientifica e internazionalista dello sviluppo combinato. Esso mette l’accento innanzitutto sulla decomposizione delle comunità di villaggio e mostra che la lotta dei contadini non ha per scopo la difesa della proprietà collettiva, ma la spartizione del suolo, il diritto alla proprietà privata. Queste lotte di classe non potevano sfociare dunque che in una rivoluzione borghese. Pertanto essa si sarebbe prodotta in condizioni storiche tali che non soltanto la borghesia russa, ma quella mondiale, aveva già generato già il proprio affossatore: il proletariato. Così nella rivoluzione russa ci sarebbero state delle possibilità di abbreviare le miserie dell’accumulazione del capitalistica se il proletariato russo fosse riuscito a organizzarsi in distaccamento d’avanguardia del proletariato internazionale e se la sua azione avesse dato il segnale alla rivoluzione socialista in Europa.

Davanti al ritardo ancora più grande delle campagne cinesi e a una concentrazione ancora più gigantesca del capitale straniero in città come Shanghai, Hong Kong e Canton, la stessa questione si poneva in Cina. Riuscirebbe essa a compiere questo salto al di sopra dei secoli e dei modi di produzione che la condurrebbe da forme ancora primitive della società di classe ai confini storici della società senza classi? La presenza in Russia di un potere proletario rafforzerebbe questa possibilità mettendo all’ordine del giorno della politica mondiale la lotta diretta contro il dominio del capitale.

Come nella Russia pre‑rivoluzionaria, in Cina c’era una corrente nazionalista che aveva idealizzato le strutture comunitarie di un passato ormai superato nel quale essa vedeva la soluzione dell’avvenire. Se ne trova un’eco nel breviario politico di Chiang Kai‑shek Destino della Cina. Ma la crisi sociale non poteva essere risolta alla maniera dei vecchi riformatori attraverso una ripartizione delle terre e un cambiamento di dinastia.

Quanto al “populismo” cinese illustrato da Sun Yat‑sen, il fondatore del Kuomintang, si distingueva dal populismo russo per una minore audacia teorica poiché egli non progettava così ingenuamente di evitare il capitalismo, ma poneva il “socialismo” al termine della rivoluzione nazionale e democratica. A differenza del populismo russo, non si tratta più di “andare al popolo”, ma ci si accontenta di inviarci... il partito comunista. Anche sotto la sua forma più organizzata e già reazionaria, il Kuomintang, non è mai arrivato a penetrare e a rappresentare veramente il contadiname cinese. Ecco cosa un partito di classe del proletariato avrebbe dovuto denunciare invece di avallare la politica del Kuomintang e di racchiudere il movimento sociale nei limiti angusti della “democrazia popolare”.

Il criterio applicato dai bolscevichi alla Russia era dunque ugualmente valido per la Cina, attanagliata fra un proletariato in crescita e una borghesia “nazionale” esitante a portare a termine la propria rivoluzione. Non era questa una ragione perché il proletariato abbandonasse il suo vessillo, al contrario! Come in Russia, l’apparizione dei Soviet in Cina avrebbe segnato il carattere doppio di questa rivoluzione ricollegandola al movimento del proletariato internazionale. I comunisti di Cina dovevano dunque prepararsi a lanciare nella lotta delle classi la parola d’ordine della rivoluzione permanente. Era la sola linea politica che imponeva alla Cina la legge dello sviluppo combinato di un movimento nazionale borghese coincidente con l’azione degli operai organizzati.

La forza di questa legge non è stata smentita neanche dall’insuccesso del proletariato. Poiché la classe che detiene l’iniziativa storica in un certo senso l’ha espressa: ma realizzando non la propria rivoluzione ma obiettivi inferiori sostituendosi ad una borghesia latitante. Ciò è tanto più vero quanto il fatto che il capitale non vive che degli errori e delle sconfitte dei proletari.


Sulla natura della borghesia coloniale

Lo stalinismo ha fatto di tutto per opporre alla concezione dialettica dello sviluppo combinato una concezione gradualista escludendo ogni balzo al di sopra della “tappa” borghese. Non lo ha fatto per il gusto di una teoria, ma per giustificare in Cina una tattica diverso rispetto a quella dell’Ottobre russo: la tattica menscevica della “rivoluzione per tappe”. La “scienza” stalinista si è allora ingegnata a creare un fossato invalicabile fra la Cina e la Russia.

Per rendere più accettabile la “costruzione del socialismo” in URSS la storiografia sovietica si era già affrettata a colmare il ritardo storico della Russia rispetto all’Europa stabilendo un falso parallelismo nello sviluppo capitalistico. Trotzki lo ha denunciato a suo tempo nelle polemiche contro lo storico Pokrovski. Per la Cina si elaborò una teoria che pretendeva di distinguere due tratti essenziali rispetto alla Russia zarista: il giogo coloniale e un feudalesimo ancora più potente e più arretrato nelle campagne. Secondo questa teoria la pressione dell’imperialismo doveva rendere la borghesia anti‑coloniale cinese più rivoluzionaria che la borghesia anti‑zarista russa. Ne conseguiva che per un determinato periodo questa borghesia doveva avere le mani libere e l’appoggio del proletariato per abbattere la dominazione straniera.

Ecco come Trotzki rispondeva nel suo opuscolo La rivoluzione cinese e le tesi di Stalin: «Una politica che ignorasse la potente pressione esercitata dall’imperialismo sulla vita interna della Cina sarebbe radicalmente sbagliata. Ma non meno sbagliata sarebbe la politica che partisse da un’idea astratta dell’oppressione nazionale senza conoscere i suoi riflessi nelle classi [sottolineato da noi] (...) Il ruolo enorme che gioca il capitale straniero nella vita di questo paese è la causa del fatto che alcune categorie importanti della borghesia, della burocrazia e della casta militare hanno legato il loro destino alle sorti dell’imperialismo. Senza considerare questo aspetto non si può comprendere il grande ruolo dei militaristi nella Cina moderna. Sarebbe indice di profonda ingenuità credere che ci sia un abisso fra la borghesia compradora, cioè gli agenti economici e politici del capitale straniero in Cina, e la borghesia “nazionale”. Al contrario, queste due categorie sono incomparabilmente più vicine fra loro di quanto non lo siano la borghesia e le masse operaie e contadine. La borghesia ha partecipato alla guerra nazionale come un freno interno gettando continuamente uno sguardo ostile agli operai e ai contadini, sempre pronta a un compromesso con l’imperialismo».

Poiché la rivoluzione cinese del 1924‑27 ha coinciso con le ultime fiammate rivoluzionarie del proletariato occidentale, in un epoca in cui il fascismo e i fronti popolari non avevano ancora cristallizzato i blocchi della seconda guerra mondiale, la “questione cinese” è servita da trampolino di lancio del riformismo nei movimenti nazionali e coloniali. Ma la posizione difesa allora da Trotzki si è verificata in tutti gli altri casi. Lungi dall’essere più “rivoluzionari”, i borghesi nazionali sono sempre più vigliacchi e più opportunisti nell’epoca dell’imperialismo. Le lezioni dell’Ottobre russo erano valide anche per i paesi coloniali d’Africa e d’Asia. Come ha dimostrato Trotzki, nel derivare dal giogo coloniale il carattere rivoluzionario della borghesia cinese, si rinnova l’errore (e la tattica) dei menscevichi che facevano derivare dallo sfruttamento feudale una pretesa natura rivoluzionaria della borghesia russa. Se era permesso elevare le rivoluzioni anti‑coloniali al livello delle rivoluzioni nazionali borghesi, non era possibile per il marxismo metterle al di sopra delle rivoluzioni borghesi classiche. Al contrario, più che una rivoluzione borghese classica, una rivoluzione anti‑coloniale mette in causa gli interessi del capitalismo mondiale e spinge dunque forzatamente sul proscenio i veri protagonisti della lotta di classe nell’epoca imperialista: borghesia e proletariato.


La teoria del feudalesimo cinese

La teoria staliniana del feudalesimo cinese non era affatto più felice di quella sulla natura rivoluzionaria della borghesie anti‑coloniali. Essa aveva ugualmente come obiettivo di abbellire il ruolo della borghesia nazionale presentandola come l’emancipatrice dei servi. Ora, meno ancora che in Russia, la borghesia cinese aveva interesse a prendere la testa della rivoluzione agraria e meno ancora che in Russia essa aveva da compiere una missione antifeudale.

In effetti il ritardo della Cina, come quello della Russia, era dovuto, fra le altre cause, all’incapacità della borghesia di costituirsi come classe dominante autonoma. Non si era sviluppata, come la borghesia europea, in opposizione alle altre classi della vecchia società, ma come una sua semplice appendice, naturalmente innestata alla casta dei mandarini attraverso il commercio della terra che era rimasto libero per circa due millenni.

A differenza del servo, il contadino cinese ha sempre potuto vendere, comprare o affittare la sua terra. I proprietari fondiari non erano una classe privilegiata in rapporto al Terzo Stato come nell’Europa feudale, ma erano sempre strettamente legati alla classe dei mercanti e degli usurai. Non esisteva dunque una proprietà feudale, così come non esisteva un servaggio propriamente feudale. Le servitù dei contadini cinesi non venivano dall’attaccamento alla gleba di una manodopera di cui il signore poteva disporre liberamente. Si trattava quasi sempre di un debito contratto per la locazione di un appezzamento di una terra rara e preziosa. La diffusione di una rendita, in natura o in lavoro, non aveva nulla a che fare con una rendita feudale: essa era una conseguenza estrema della degenerazione del modo asiatico di produzione e dello sviluppo esclusivamente usurario della rendita capitalistica. Per questo in Cina una rivoluzione agraria condotta dalla borghesia contro i feudatari era una cosa impossibile. Nessun Terzo Stato poteva liberare i contadini dalla gleba, poiché così facendo la borghesia, che dispone del capitale mercantile e usuraio, sarebbe andata contro i propri interessi di classe. Così salta in aria la teoria del feudalesimo cinese.

In effetti Marx distingue dal feudalesimo e dallo schiavismo antico il “modo di produzione asiatico” di cui la Cina era rimasto il solo esempio storico vivente, dopo la decadenza dell’Egitto antico e della Mesopotamia. Certo, questo modo di produzione era degenerato, ma non era possibile farne astrazione per comprenderne il carattere particolare, l’originalità della rivoluzione cinese. Il ritardo della Russia rispetto all’Europa si spiega già parzialmente per qualche tratto asiatico. Era in particolare l’unione dell’agricoltura e dell’artigianato domestico che impediva lo sviluppo delle città e della borghesia. Ma all’alba delle rivoluzioni borghesi in Europa occidentale, la Russia rimediò a questo inconveniente con l’instaurazione tardiva del servaggio, per mezzo di un feudalesimo di Stato che rispondeva ai bisogni del commercio, del prestigio e della guerra di fronte all’Occidente. Tale fu il filo conduttore della politica zarista da Ivan il Terribile a Caterina II.

In Cina il predominio del modo di produzione asiatico si spiegava con la necessità di una regolazione sociale delle acque dei grandi fiumi per rendere possibile l’agricoltura. È lì che l’Imperatore “Figlio del Cielo” posava il principio del proprio dispotismo tenace, è lì che i contadini liberi, uniti dai lavori comuni di irrigazione, trovavano il modo di resistere vittoriosamente al feudalesimo. Per le stesse ragioni, lo schiavismo non aveva conosciuto in Cina che una forma domestica e non si era insediato come modo di produzione specifico, come nell’antichità greca o romana. Nessuno sconvolgimento storico era riuscito a feudalizzare la Cina, né le invasioni mongole, né la dinastia Manciù, né infine l’appoggio dato dall’imperialismo mondiale ai “signori della guerra” per meglio realizzare la propria politica di spartizione del paese in sfere d’influenza.

Ma una tale concezione dello sviluppo storico, che offriva una prospettiva avvincente di un balzo di due millenni al di sopra delle forme più barbare delle società di classe, avrebbe ridotto il ruolo della borghesia cinese, alleata nel “blocco delle quattro classi”, a parassitismo e reazione. Questo salto rivoluzionario della Cina, e con essa del proletariato mondiale, era quanto Stalin intendeva rigettare. Per questo inventò una concezione gradualista dello sviluppo storico che stabiliva in Cina questa successione: schiavismo, feudalesimo, capitalismo. Solo dopo quest’ultima “tappa” si sarebbe potuto parlare di rivoluzione proletaria! 

 

 

 

 

  


II. - RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE: 1924‑27


- L’alleanza con il Kuomintang
- La sconfitta del proletariato
- Il movimento contadino


L’alleanza con il Kuomintang: vittoria del menscevismo

Le teorie sul carattere antifeudale della rivoluzione cinese e sulla natura rivoluzionaria della borghesia nazionale non aveva che uno scopo: allineare il partito del proletariato agli obiettivi nazionali del Kuomintang. Ciò era già cosa fatta nel 1924. Al Primo Congresso del Kuomintang riunificato il Partito Comunista Cinese apportò la sua adesione al partito di Sun Yat‑sen.

Nessuna delle giustificazioni che venne data a questa alleanza resiste a una seria critica marxista. Neanche l’argomento della debolezza numerica del Partito Comunista: in nessun caso, e soprattutto nella sua fase embrionale, il partito doveva alterare la sua fisionomia di classe e compromettere la sua indipendenza. Neanche l’argomento che il Kuomintang non era un partito borghese ma soltanto un “blocco di quattro classi”, ovvero un parlamento rivoluzionario nel quale il partito del proletariato avesse il dovere di entrare per compiere il proprio compito nella rivoluzione borghese. In effetti, se il Kuomintang avesse rappresentato veramente un simile parlamento e non un partito politico, perché avrebbe imposto ai comunisti un’adesione individuale che avrebbe impedito loro di comportarsi come partito difendendo i propri obiettivi e i propri metodi in seno a questa pretesa assemblea?

Un ultimo argomento che riconosce al Kuomintang il carattere di partito borghese: si dichiarava che l’alleanza discendeva dalla tattica di accordi parziali e temporanei con altri partiti rivoluzionari che Marx e Lenin non escludevano nella rivoluzione nazionale borghese. Questo argomento “del fronte antimperialista” prevalse, ma Trotzki ebbe il merito di mostrare che questo accordo non aveva nulla a che fare con la tattica e lo denunciò come un’alleanza di principio, come un allineamento del Partito Comunista Cinese al programma della borghesia. Per rendersene conto è sufficiente richiamarsi al comunicato firmato da Joffe e da Sun Yat‑sen il 26 gennaio del 1923 in seguito ai colloqui preliminari fra russi e cinesi: «Il dottor Sun Yat‑sen stima che né l’organizzazione comunista né il sistema dei Soviet possono essere attualmente introdotti in Cina perché non ci sono le condizioni necessarie al successo dell’instaurazione del comunismo o del soviettismo. Questa opinione è completamente condivisa dal Sig. Joffe il quale è dell’opinione che il problema più importante e più pressante per la Cina è completare la propria indipendenza nazionale».

Così il rivoluzionario borghese Sun Yat‑sen negava come i menscevichi russi la possibilità di una rivoluzione proletaria in Cina. E i rappresentanti della repubblica dei Soviet “condividevano” la sua opinione. La diplomazia russa aveva seminato il menscevismo in Cina. Cosa pensavano in effetti i menscevichi? Che la Russia non era matura per il socialismo, cosa vera sul piano economico, ma falsa quando si tirava la conclusione politica che nella rivoluzione borghese il proletariato organizzato non debba svolgere che una funzione di sostegno, rivendicando tutt’al più alcune riforme sociali tendenti a portare fino in fondo il movimento antifeudale. Un partito di classe non può battersi per questi principi.

Tuttavia, come si sa, la posizione menscevica si manifesta nel partito bolscevico stesso fra il febbraio e l’aprile del 1917. Stalin era allora fra quanti preconizzavano la convocazione dell’Assemblea Costituente per mettere un termine “democratico” alla dualità di poteri borghese e proletario. Ci fu bisogno di tutta la lucida energia di Lenin per sostituire alla parola d’ordine del menscevismo quella del partito di classe: “tutto il potere ai Soviet!”. Ma questo fu possibile soltanto perché i bolscevichi avevano una lunga tradizione di lotta contro il menscevismo e perché avevano saputo differenziarsi da tutti i partiti borghesi e piccolo-borghesi nella preparazione rivoluzionaria. In Cina, questa offensiva di classe fu immediatamente repressa perché da molto tempo il partito comunista era legato mani e piedi al Kuomintang.

Il punto di vista del Kuomintang sullo sviluppo della rivoluzione cinese si riassume nei “Tre principi del popolo” formulati da Sun Yat‑sen: nazionalismo, democrazia e socialismo. Il principio del nazionalismo concerneva la lotta per l’indipendenza nazionale e l’unificazione del paese. Per democrazia Sun Yat‑sen intendeva l’instaurazione di un regime parlamentare borghese. Molto più vaga era la nozione di socialismo che riguardava solo qualche riforma sociale.

Il Kuomintang considerava la realizzazione di ciascuno di questi principi come una “tappa” indispensabile prima di spingere più avanti la rivoluzione cinese. Innanzitutto l’unità nazionale, poi l’Assemblea Costituente e infine le riforme sociali. Questa tattica borghese mirava a lasciargli l’intera iniziativa e la direzione del movimento rivoluzionario. Essa era pertanto incapace di raggiungere il minimo risultato: l’indipendenza nazionale non poteva essere realizzata altrimenti che per mezzo dell’insurrezione contadina e la rivoluzione agraria non poteva essere veramente radicale senza la spinta del proletariato.

Invece di affermare nella pratica il ruolo dirigente del proletariato nella rivoluzione cinese, Stalin si contenterà di riprendere le tesi mensceviche di Sun Yat‑sen sulla rivoluzione per tappe che divenne la dottrina ufficiale dell’Internazionale. Nella tappa antimperialista non si doveva “spaventare” la borghesia nazionale con eccessive rivendicazioni agrarie. Nella tappa della rivoluzione agraria non si doveva andare al di là delle aspirazioni forzatamente borghesi del contadiname. Quanto alla tappa “socialista”, Mosca si rifiutò di riconoscerne l’avvento anche dopo la conquista del potere da parte di Mao Tse‑tung. Stalin ricordava volentieri che la rivoluzione cinese aveva soprattutto un carattere “antifeudale” e dunque non avrebbe potuto avere la pretesa della Santa Russia di “costruire il socialismo”. Ciò che l’URSS negava alla Cina, lo si vede meglio oggi, non era il socialismo, il cui avvenire era stato per sempre compromesso con l’alleanza col Kuomintang, ma anche lo sviluppo di un potente capitalismo.

L’alleanza col Kuomintang, del resto, non è stata fatale al solo proletariato, ha anche costituito un freno al movimento di indipendenza nazionale. Allorché la repressione di Chiang diventerà troppo evidente nel 1926, il PCC lancerà la parola d’ordine dell’alleanza con la sola “sinistra” del Kuomintang per lottare contro la “destra”. Invierà dei ministri comunisti nel governo di sinistra di Wuhan nel novembre del 1926. Questa alleanza durò il tempo necessario per compromettere definitivamente il PCC nella repressione del movimento contadino. Essa venne condannata anche da Mao Tse‑tung nel momento della creazione delle prime “repubbliche sovietiche” nella Cina del Sud. Tuttavia, all’inizio della guerra anti‑giapponese, Mao riannodò un “fronte unito antimperialista”, in un primo momento ostile a Chiang, ma che presto lo accoglierà nei suoi ranghi. Nel 1940, quando la rottura era imminente, la guerra “antifascista” riavvicinò di nuovo i due partiti. Nuova alleanza nel 1945, imposta da Stalin, dalla quale Mao non si poté sottrarre che conquistando il potere.

Come si vede, questa alleanza PCC‑Kuomintang fu un potente ostacolo al movimento nazionale. Ma ogni volta che il il PCC la ruppe non fu per porsi su un terreno di classe, abbandonato dal 1924, ma per meglio realizzare la politica del Kuomintang. Il Partito Comunista Cinese era diventato “il vero Kuomintang”, il campione interclassista degli interessi del capitale cinese. Alla fine degli anni ’20 ruppe con il partito di Chiang per conquistare il contadiname agli obiettivi nazionali borghesi, ciò che Chiang non aveva saputo fare. Alla fine degli anni ’40, lo fece per liquidare il passivo della guerra imperialista e realizzare l’unità del paese.


La sconfitta del proletariato

La semplice cronologia del movimento operaio cinese evidenzia la sua rapida crescita e la dura repressione nei dieci anni seguenti la prima guerra mondiale. Fu un periodo di tempo troppo breve perché si potesse forgiare un’avanguardia comunista, se paragonato ai decenni pre‑rivoluzionari nei quali si temprò il partito bolscevico. Ma si poteva sperare che con una buona direzione dell’Internazionale, oltre che con le condizioni oggettive della lotta di classe, il partito cinese sarebbe riuscito a bruciare le tappe e a giungere all’appuntamento con la rivoluzione. Ma è avvenuto il contrario: il partito è stato scavalcato dal movimento delle masse e le manovre dell’Internazionale lo hanno reso incapace di adempiere al suo compito nel momento dato. Così il proletariato cinese ha dovuto trarre dalle proprie sconfitte tutte le lezioni della rivoluzione e anche la propria linea politica. Esso lo ha fatto eroicamente e in una maniera irreversibile, tale che, superato il suo attuale silenzio, ritroverà in questa esperienza passata l’essenza delle proprie tradizioni di classe.

Totalmente assente nella rivoluzione del 1911, il proletariato cinese non vi parteciperà che sotto la forma di uno sciopero dei coolies, manovali, all’interno del Movimento del 4 maggio del 1919 col quale la borghesia manifestava il proprio malcontento riguardo agli accordi di Versailles che assegnavano agli imperialisti vincitori i beni della Germania in Cina. Nel giugno del 1921 ebbe luogo il congresso di fondazione del Partito Comunista. Ci si pronunciò innanzitutto per l’esclusione degli anarchici e di alcuni rappresentanti borghesi che si vedranno in seguito alla testa del Kuomintang. L’accento veniva messo sulle lotte economiche e sulla creazione dei sindacati operai. Da allora il partito prese la direzione di un certo numero di scioperi nei quali rivendicava il diritto di organizzazione. I due più imponenti furono quello dei marinai di Hong Kong nel gennaio del 1922 e quello dei ferrovieri della linea Pekino-Hankou nel febbraio del 1923. Quest’ultimo si concluderà con una sanguinosa repressione che segnerà l’arresto dello sviluppo del movimento operaio.

Da questi primi scioperi emergeranno gravi divergenze fra il PCC e il Kuomintang sulla questione sindacale. «Gli elementi proletari e semiproletari – dichiarò Safarov al Primo Congresso dei Lavoratori dell’Estremo Oriente nel gennaio del 1922 – debbono organizzarsi in maniera indipendente nei propri sindacati di classe. I sindacati che si formano attualmente come gilde e organizzazioni corporative direttamente legate al Kuomintang, non possono essere riconosciuti come sindacati di classe». Invece di risolvere questi problemi, l’alleanza con il Kuomintang li aggraverà.

Il Movimento del 30 maggio del 1925 darà il segnale di una nuova ondata di lotte sociali. Iniziò con uno sciopero dei lavoratori tessili di Tsingtao contro i loro padroni inglesi o giapponesi. In seguito a una sparatoria a Shanghai il movimento si trasformò in uno sciopero generale degli operai, degli studenti e della borghesia, che prese a boicottare le merci straniere. Lo sciopero durò da giugno a novembre del 1925, rovinando il commercio britannico nel momento stesso in cui i minatori inglesi entravano in lotta nella metropoli. È allora che vennero alla luce le prime frizioni fra la borghesia “anti-imperialista” e il proletariato cinese. La borghesia disertò presto il comitato di sciopero che pure aveva sostenuto. Il Kuomintang fu spaventato dall’afflusso a Canton di proletari di Hong Kong che abbandonarono il porto inglese per fare pressione sugli operai meno avanzati di Canton. Alla fine del 1925 si delineò all’interno del Kuomintang una tendenza contraria alla collaborazione col PCC.

Il 20 marzo del 1926 Chiang Kai‑shek fece arrestare i comunisti della Scuola Militare di Whampoa e i dirigenti della sinistra del Kuomintang. Stalin rimase nel più completo silenzio su questo colpo di mano e l’alleanza venne mantenuta attraverso l’appoggio del PCC nella campagna contro i militari del Nord e venne posto un serio freno alle rivendicazioni economiche nei territori liberati. Presto fu stabilito il principio dell’arbitrato governativo e furono proibiti gli scioperi nel settore pubblico. Una risoluzione presa dal C.E. del PCC il 13 dicembre del 1926 descrisse molto bene la situazione che derivava dal mantenimento a tutti i costi dell’alleanza: «Il più grande pericolo consiste in questo: che il movimento delle masse si sposti a sinistra mentre le autorità politiche e militari, vedendo la rapida crescita del movimento delle masse, vengano sorprese dalla paura e comincino a pendere a destra. Se le tendenze estreme continuano a svilupparsi, nell’avvenire l’abisso fra le masse e il governo si allargherà sempre di più, il fronte rosso finirà per essere distrutto e l’insieme del movimento nazionale verrà messo in pericolo (...) Nella pratica della lotta degli operai e dei contadini, noi dobbiamo evitare le fusioni (rivendicazioni eccessive degli artigiani e degli operai, intervento dei picchetti operai negli affari amministrativi, presa della proprietà della terra da parte dei contadini, ecc.). Ciò al fine di guarire dalla malattia infantile di sinistra».

Nella primavera del 1926 incomincia la campagna delle armate nazionaliste contro i “signori della guerra”. In novembre il governo lascia Canton per Wuhan, una delle tre città che formano l’agglomerato urbano di Hanku. Il governo di Wuhan conferisce tre portafogli ministeriali al PCC fra cui quelli dell’agricoltura e del lavoro. Nel frattempo Chiang Kai‑shek marcia su Shanghai la cui conquista sarà decisiva per le sorti della rivoluzione.

Il 21 marzo del 1927 scoppia a Shanghai un’insurrezione armata del proletariato che anticipa l’entrata delle truppe nazionaliste. La città è nelle mani degli operai, ma il PCC rifiuterà di proseguire la lotta e farà consegnare le armi delle sue sezioni agli uomini di Chiang Kai‑shek, che festeggerà l’entrata nella città con l’esecuzione di migliaia di proletari il 12 aprile del 1927.

Il Kuomintang “di sinistra” segue lo stesso corso. In maggio la guarnigione di Changsha attacca i comunisti e giustizia i loro capi. Il 15 luglio il consiglio politico del Kuomintang esclude tutti i comunisti dal partito e nei giorni seguenti saranno arrestati e uccisi molti di loro.

Si ha allora la Comune di Canton che dura dal 10 al 14 dicembre. Nata su indicazione dell’Internazionale, ma anche a causa della disperazione e della collera degli operai cinesi, lancia le giuste parole d’ordine della rivoluzione mettendo fuori legge tutte le tendenze del Kuomintang. Tuttavia si era già in una fase di riflusso e la situazione oggettiva non lasciava alcun altro sbocco che la sconfitta finale. I ranghi del proletariato erano completamente decimati.


Il movimento contadino

Il movimento agrario degli anni 1925‑28 conobbe la stessa sorte del movimento operaio, con la differenza che la sconfitta del contadiname cinese non fu così radicale come quella del proletariato. Il carattere cronico della crisi agraria lasciava prevedere a breve termine una nuova ondata rivoluzionaria. Tuttavia, una volta battuto il proletariato, il contadiname scivolerà a fianco della borghesia.

In seguito alla formazione a Canton del secondo governo di Sun Yat‑sen, nell’aprile del 1921, insorsero alcune divergenze fra il Kuomintang e il Partito Comunista sulla questione agraria. Il partito nazionalista intendeva rinviare la nazionalizzazione delle terre accettando soltanto una limitazione dei prezzi degli affitti. In ciò rimaneva fedele al suo programma: il “socialismo” dopo la riunificazione del paese, dopo la “tappa democratica”. Con l’inizio della Campagna del Nord la situazione si aggraverà a causa delle imposte straordinarie prelevate per l’equipaggiamento dell’esercito, ma anche a causa di una lotta aperta che opporrà le milizie controrivoluzionarie (i Mintuan) ai contadini poveri. Nel corso di questa lotta si formeranno delle “Unioni contadine”, le prime delle quali appariranno nel Guangdong verso il 1924. Avendo come scopo quello di combattere i Mintuan e di realizzare le riforme promesse dal governo nazionalista, esse formularono rivendicazioni che pur essendo modeste, uscivano dal quadro delle misure governative. Le Unioni chiedevano una diminuzione dei fitti, l’abolizione delle imposte straordinarie e l’introduzione della tassazione progressiva sul reddito, l’autogoverno rurale, la libertà d’organizzazione e l’armamento dei contadini.

Il Kumintang non poteva soddisfare queste rivendicazioni. Il PCC si limiterà a contenerle. Alla data del 20 marzo 1926, che vide la fine dell’“ala sinistra” a Canton (9 membri del PCC si trovavano nel Comitato Centrale del Kuomintang), il potere nazionalista non aveva preso che tre misure a favore del contadiname: 1) decreto sulla liquidazione del banditismo; 2) creazione di organizzazioni contadine; 3) difesa contro i Mintuan. Nulla sulla riforma agraria. Il PCC opponeva alla richiesta di armamento dei contadini quella del disarmo dei Mintuan. Allorché le Unioni contadine divennero abbastanza forti e iniziarono la divisione delle terre, il PCC tenterà semplicemente di addomesticarle in organi del governo invece che lottare nel loro seno per farne degli autentici Soviet. Nell’aprile del 1927 Stalin propugnò l’armamento dei contadini e lo scatenamento della “rivoluzione agraria”, ma rifiutò sempre la parola d’ordine dei Soviet.

Il risultato di questa politica fu che il movimento contadino, in luogo di crescere e di passare a una forma superiore d’organizzazione, ricadde al livello tradizionale di società segrete a carattere politico-religioso, provocando delle insurrezioni armate contro gli usurai e i proprietari come quelle dello Shandong e del Kiangsu nella primavera del 1929, dello Henan e del Sichuan alla fine dello stesso anno. In molte regioni la rivoluzione agraria si conformò con questa forma embrionale. Davanti l’Internazionale, il ministro comunista del governo di Wuhan renderà questa confessione: «Noi abbiamo praticamente sacrificato gli interessi degli operai e dei contadini (...) Il governo non ha accettato le rivendicazioni contadine che noi gli abbiamo presentato a nome delle diverse organizzazioni pubbliche. Nel conflitto scoppiato fra grossi proprietari e contadini poveri, il governo ha sempre preso partito per i primi» (citato da Trotzki in La rivoluzione cinese e le tesi di Stalin).

Per condannare questa politica una Conferenza straordinaria del PCC si tenne a Hanku nell’agosto del 1927; venne adottata una nuova linea, definita in seguito da Mao Tse‑tung come “di sinistra”: essa preconizzava la confisca e la stessa nazionalizzazione del suolo. Nel novembre del 1927 Mao venne egli stesso destituito per “opportunismo” nel momento dell’“insurrezione della mietitura d’autunno”. Sarà soltanto al IV Congresso del partito, tenuto a Mosca nel settembre del 1928, che Mao poté prevalere definitivamente formulando una tattica moderata nella confisca delle terre. Essa limitava la spartizione delle terre ai proprietari fondiari e precisava: «l’inasprimento della lotta contro i kulaki è un errore allo stadio attuale, poiché cancella la contraddizione fondamentale fra il contadiname e la classe dei proprietari fondiari». Sarà questa la linea che ispirerà la legge agraria del novembre del 1931.

La storiografia ufficiale presenta Mao Tse‑tung come l’uomo che ha risanato il partito e ha dato una valutazione corretta del movimento contadino. Per quanto riguarda la questione agraria è evidente che la nuova tattica non poteva modificare radicalmente la situazione, d’altronde in piena fase di riflusso rivoluzionario. Quanto al partito stesso, Mao ne è stato piuttosto l’affossatore che il salvatore. Secondo la sua scuola, l’opportunismo del PCC nella rivoluzione del 1927 non era imputabile all’indirizzo dell’Internazionale, né alla teoria menscevica della rivoluzione per tappe. Si rimproverava ai dirigenti detronizzati di avere “sottostimato” il movimento delle masse e in particolare quello del contadiname. L’Internazionale moscovita rinnovava nei confronti del partito cinese le stesse condanne sommarie che erano state pronunciate nel 1923 nei confronti del partito tedesco. Come nel 1923 essa lancerà una delle sue sezioni nell’oscura avventura dalla quale Mao Tse‑tung uscì vincitore: la “rivoluzione agraria” e la creazioni di “basi rivoluzionarie” che prenderanno presto il nome pomposo di “repubbliche sovietiche”.

Tuttavia per il marxismo la politica del PCC sulla questione agraria ha avuto un certo numero di conseguenze durevoli che nessun “risanamento” e che nessuna ripresa hanno potuto mitigare. Innanzitutto, nel cuore stesso della rivoluzione cinese, il menscevismo ha reso impossibile il collegamento del movimento contadino con la causa del proletariato, rifiutando la parola d’ordine dei Soviet e l’armamento dei contadini. In conseguenza della sua adesione alla politica borghese di riduzione dei fitti e di spartizione delle terre, il PCC si è pronunciato per misure puramente riformiste, disinnescando allo stesso tempo la carica esplosiva accumulata nelle campagne. Così, andava profilandosi il carattere piccolo-borghese della prossima ondata agraria la cui direzione borghese era ormai assicurata. Infine, nella confusione ideologica che accompagnò la sconfitta del proletariato, il PCC si preparava a rinascere, alla prima ripresa, non più come partito di classe del proletariato, ma come partito piccolo-borghese della “rivoluzione agraria”, in sostanza un equivalente cinese del partito socialista-rivoluzionario russo.

 

 

 

  



Programme Communiste, N° 28, luglio‑settembre 1964 (2/7)

III. - LA QUESTIONE AGRARIA


- Genesi del “socialismo” cinese
- I dati della questione agraria in Cina
- Due tipi di evoluzione borghese
- La politica agraria del PCC dal 1927 al 1945
- Confisca e spartizione (1927‑37)
- Il ribasso degli affitti (1937‑45)
- Le due fasi classiche dello sviluppo capitalistico nell’agricoltura

 

Nell’articolo precedente abbiamo mostrato i caratteri generali della rivoluzione cinese del 1924‑27 e le cause del suo fallimento. Coincidendo con la fase più acuta della controrivoluzione staliniana, il movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini cinesi è stato deviato dall’Internazionale dalle prospettive politiche e sociali di un Ottobre asiatico e tagliato fuori dall’appoggio del proletariato mondiale.

Nel momento cruciale della rivoluzione, al momento dello sciopero generale di 16 mesi che paralizzò Hong Kong e tutto il commercio britannico in Oriente, Mosca volò in soccorso dell’imperialismo inglese creando con le Trade‑Unions il comitato sindacale anglo‑russo, che sabotò lo sciopero parallelo del proletariato metropolitano. Nella stessa maniera l’Internazionale si oppose in Cina a ogni azione indipendente del partito comunista e fece disarmare gli operai di Shanghai per non rompere l’alleanza stretta con Chiang Kai‑shek. Questo benché in Cina si avesse il solo movimento nazionale borghese dopo la rivoluzione russa con l’intervento massiccio, per quanto poco organizzato, del proletariato che avrebbe giustificato la prospettiva della doppia rivoluzione che gli aveva assegnato il II congresso dell’Internazionale Comunista. Se questo assalto ha fallito in Cina è a causa del rifiuto di trasformare il movimento operaio e contadino in una lotta per i Soviet e per la dittatura del partito di classe. Dunque, al suo sorgere, la rivoluzione del 1924‑27, è stata caratterizzata non dalla lotta fra la borghesia “nazionale” e l’imperialismo, ma dallo scontro fra borghesia mondiale e proletariato internazionale.

Dopo le successive sconfitte del proletariato europeo, quella della rivoluzione cinese è l’ultimo episodio prima del trionfo in Urss del “socialismo in un solo paese” e della controrivoluzione staliniana.

La storiografia maoista vede nella rivoluzione del 1924‑27 una semplice “tappa” nel movimento nazionale borghese che avrebbe condotto nel 1949 alla fondazione della “democrazia popolare”. Per noi questi avvenimenti hanno un’importanza ben maggiore. Stalin e Chiang Kai‑shek hanno liquidato in Cina tutti gli sforzi del proletariato per fare prevalere la propria concezione e la propria pratica della lotta sociale in Oriente. La Cina fu il banco di prova dei principi e della tattica della collaborazione di classe nei movimenti nazionali e coloniali. Negazione del ruolo autonomo e degli obiettivi specifici del proletariato, alleanza “antimperialista” con i partiti borghesi, adesione alla teoria menscevica della necessità di una “tappa democratica”, questi sono i principi che Mosca ha imposto in Cina e che il PCC ha fatto propri per sempre.

Volgendo le spalle agli insegnamenti del Manifesto dei Comunisti, alle lezioni delle controrivoluzioni del 1848 e del 1871 in Europa, così come alla linea seguita dai bolscevichi nell’Ottobre del 1917, queste posizioni non hanno condotto solamente il proletariato a una sconfitta irreparabile, hanno prevalso in tutte le rivoluzioni anticoloniali d’Africa e d’Asia.

Non è a caso se il partito cinese, fedele a Mosca fintanto che si trattava di reprimere le lotte di classe di un proletariato internazionalista, le si è opposto allorché è divenuto l’organizzatore del movimento nazionale e contadino. Sconfitto il proletariato, si doveva tuttavia dare una risposta alla questione sociale e un quadro politico all’accumulazione del Capitale. Fu urgere di questa risposta, la gravità degli antagonismi che avevano messo in movimento tutte le classi della vecchia società, che hanno spinto il partito di Mao ad assumere il ruolo di “vero Kuomintang”. Avendo rifiutato di armare gli operai cinesi, esso armerà il contadiname e la piccola borghesia. Avendo negato la conquista del potere politico da parte del proletariato, se ne assumerà la responsabilità per fondare la “democrazia popolare”. Dopo aver condannato in Cina le prospettive del socialismo, brandisce ora contro Mosca la bandiera del “socialismo cinese”. Ma, su questo terreno delle lotte contadine, democratiche e nazionali, non torna ad una linea di classe e non può più pretendere di raddrizzare il corso dall’Internazionale moscovita. Esso non ha semplicemente tradotto nei fatti le conseguenze politiche e sociali della sconfitta proletaria nella vittoria della soluzione borghese.

L’oggetto di questo secondo articolo è di mostrare come è stata preparata questa vittoria del capitale nel periodo tormentato che va dal 1927 al 1949.


La genesi del “socialismo cinese”

Abbiamo già riportato l’interpretazione che la scuola di Mao ha dato dello annientamento del proletariato nel periodo 1924‑27. Le posizioni fondamentali che l’Internazionale aveva imposto al partito cinese non vennero rimesse in discussione, come chiedeva Trotzki. Si continuò ad affermare la necessità di una “tappa democratica” durante la quale il proletariato non avrebbe dovuto lottare che per obiettivi nazionali borghesi. Non si respinse, per principio, l’alleanza con il Kuomintang. Si rimproverò soltanto ai dirigenti destituiti l’applicazione che essi avevano fatto di questa politica menscevica. Così, invece di confessare che si erano completamente ignorati gli interessi e l’azione autonoma del proletariato in questa rivoluzione mancata, ci si contenta di denunciare la “sottovalutazione” del movimento contadino. È quanto farà Mao Tse‑tung.

Abbandonata alle proprie forze, decapitata della sua avanguardia proletaria, la rivoluzione cinese si disperderà nelle campagne. Ma nulla è più falso della pretesa del PCC di essersi ricostruito su basi di classe, lontano dai centri urbani laddove imperversava la controrivoluzione, e la scoperta della “questione agraria” non ha raddrizzato il corso del partito.

In effetti, per un partito di classe, non può esserci un programma agrario che non sia legato alla prospettiva della conquista del potere e della dittatura del proletariato. L’opposizione trotzkista tenterà per qualche anno di stabilire un nesso fra il movimento operaio e le rivolte contadine: essa preconizzava la formazione di distaccamenti contadini non per condurre la guerriglia nelle campagne, ma per appoggiare le ultime ondate di lotte proletarie nelle città. Davanti al riflusso generale, questa tattica andò incontro a un rapido fallimento. Mao Tse‑tung sancì allora la rottura di classe: l’organizzazione e l’armamento del contadiname non doveva avere altro scopo che l’unificazione del paese e l’indipendenza nazionale. Così il PCC stabilì come proprio compito quello che il Kuomintang non aveva osato fare allorché il proletariato costituiva ancora una minaccia: la sollevazione delle campagne contro i “signori della guerra” e la dominazione imperialista.

Se il Kuomintang riapparve sotto le sembianze di partito “comunista”, ciò avvenne con tutte le contraddizioni e le mezze misure di un partito piccolo-borghese nella soluzione dei problemi sociali della rivoluzione. Il partito di Mao pretese di essere il campione di una rivoluzione agraria radicale, ma il suo programma successivo, come la realizzazione che ne diede, sono la migliore smentita di questa illusione. Esso tremerà, esattamente come il Kuomintang, dinnanzi agli “eccessi” dei contadini e, alla bisogna, si occuperà di reprimerli. Dal 1937 fino alla fine della guerra mondiale, esso sacrificherà le più insignificanti riforme agli interessi del fronte nazionale anti‑giapponese e di una nuova alleanza con il Kuomintang. Infine, e soprattutto, svilupperà in seno al contadiname l’idea chimerica che la questione agraria avrebbe potuto essere risolta su scala nazionale e borghese attraverso la spartizione “equa” delle terre e una ulteriore collettivizzazione. Sollevare il contadiname per compiere la rivoluzione borghese e limitare la rivoluzione agraria a delle semplici riforme borghesi: tali furono gli obiettivi confessati dal PCC durante questo periodo di gestazione della “democrazia popolare”.


Dati della questione agraria in Cina

In quali termini si poneva la questione agraria in Cina? Quali erano le possibilità di una soluzione borghese? Quali furono i diversi programmi dei partiti democratici, del Kuomintang e del PCC? Ecco cosa dobbiamo considerare per comprendere le difficoltà del fallimento di una rivoluzione agraria, privata delle prospettive comuniste e internazionaliste del proletariato cinese.

La scuola di Mao ha insistito sul carattere antifeudale della rivoluzione cinese per far passare la spartizione delle terre come misura necessaria e sufficiente a sconvolgere i rapporti sociali nelle campagne. Ma quale era il peso della proprietà feudale nella Cina degli inizi del secolo? Comparata all’estensione delle terre appartenenti alla Corona e alla Chiesa in Russia, la proprietà dello Stato e dei monasteri era fortemente ridotta in Cina. Per la Russia del 1905 Lenin espone le cifre seguenti, in milioni di desiatine (1,09 ha):

Proprietà privata 101,5
Tenute contadine 138,8
Terre della Corona e della Chiesa 154,7
Certo bisogna sottrarre a quest’ultima cifra le estensioni desertiche dell’estremo Nord, il che riduce l’ultima cifra a 39,5 milioni. Ma il rapporto è comunque più elevato rispetto alla Cina per la quale abbiamo le seguenti percentuali:

Questa differenza riflette una maggiore dilapidazione di beni dello Stato in Cina da parte dei mandarini e della borghesia compradora, un indebolimento considerevole del potere centrale durante il primo periodo dell’accumulazione capitalistica, alimentata congiuntamente dall’imperialismo europeo e dagli usurai di villaggio. In Cina, dunque, i contadini senza terra non potevano aspettarsi davvero
Periodi Proprietà
dello Stato
e dei templi
Proprietà
privata
Fine XVI secolo 50 50
1877 18,8 81,2
1927-1933 6,7 93,3
Historie du développement économique
de la Chine
, 1840-1948,
Pechino, 1958 (tavola 172).
salvezza dalla divisione dalle proprietà “feudali” e la borghesia non poteva deviare l’impeto della rivoluzione contadina, come fu il caso della Russia, su estensioni agrarie di riserva, in Cina praticamente inesistenti.

Infatti la borghesia non attendeva dalla rivoluzione il libero accesso alla proprietà del suolo. Come abbiamo già detto, nella Cina antica l’acquisto e la vendita della terra imperversano liberamente e la borghesia aveva stabilito da molto tempo il proprio monopolio sul commercio del suolo. In un paese in cui meno un decimo della superficie totale era coltivata, in cui si faceva sentire terribilmente la scarsità di terre nelle zone fertili ad agricoltura intensiva, il contratto d’affitto era la forma predominante di possesso contadino. L’ampiezza che esso prese a partire dall’inizio del secolo è uno degli elementi della crisi cronica dell’agricoltura. Le cifre qui sotto danno un’idea di questo processo di espropriazione nelle campagne:

Anni Proprie-
tari
(%)
Semi-
fittavoli
(%)
Fittavoli
(%)
1912 49 23 28
1931 46 23 31
1936 46 24 30
1947 42 25 33
Questa situazione, particolarmente difficile nei grandi bacini fluviali della Cina centrale e del Sud, spiega le forme prese in queste regioni dallo sfruttamento del contadiname: rendita in natura e talora anche sotto forma di corvée, affitti molto elevati che arrivavano fino al 70% del raccolto. Bisogna però osservare che questa rendita veniva prelevata non da una classe di feudatari, ma dalla borghesia, la quale trovava più profittevole investire i propri capitali nella terra piuttosto che nell’industria, e che contribuiva, insieme con i notabili, a mantenere il vecchio ordine di cose nelle campagne. Una larghissima parte della borghesia cinese così approfittava del ritardo dell’industrializzazione e del frazionamento della proprietà fondiaria che essa stessa favoriva affittando in piccoli appezzamenti le terre che aveva accaparrato. Si giudicherà l’acutezza di questa lotta per la terra dalle statistiche pubblicate dal governo di “sinistra” di Wuhan in seguito a un’inchiesta della sua Commissione agraria, realizzata nel Centro e nel Sud del paese nel 1927:
Superficie delle
aziende agricole
in mu (0,067 ha)
Numero
aziende
%
Popolazione
agricola
%
Superficie
coltivata
%
1-10 44 20 6
10-30 24 12 13
30-50 16 7 17
50-100 11 4 21
100 e più 5 2 43
TOTALE 100 45 100
Rapporto della Commissione Agraria del governo
di Wuhan al C.C. del Kuomintang
,
citato da A.V. Bakulin Zapiski ob oukhanskom
periode kitaïskoï revoliutsii
, Mosca, 1930

Questo quadro conferma che il 55% della popolazione agricola (100‑45) è costituito da contadini senza terra, costretti ad affittare un miserabile campicello dai proprietari di più di 30 mu, che posseggono l’80% della terra coltivata.

Nel marzo del 1950 Liu Shao‑chi nel suo discorso sulla riforma agraria alla Conferenza consultiva del popolo cinese dirà: «I proprietari fondiari e i contadini ricchi, che costituiscono meno del 10% della popolazione rurale, possedevano approssimativamente, prima della guerra contro il Giappone, fra il 70 e l’80% delle terre, cosa che permetteva loro di sfruttare brutalmente i contadini. I contadini poveri, i lavoratori agricoli, i contadini medi, che costituivano il 90% della popolazione rurale, possedevano in tutto il 20‑30% delle terre».

Nel 1946 il Ministero dell’Agricoltura dava per l’insieme della Cina 94 milioni di ettari, coltivati da 329 milioni di contadini ripartiti in 63.200.000 aziende agricole, ciò significa una superficie coltivabile media di 0,28 ettari a testa o 1,48 ettari per azienda. Ancora più caratteristiche sono le indicazioni del China Handbook 1937‑43 per l’anno 1934. In esso troviamo le cifre sull’estensione delle aziende agricole nel Sud (14 provincie produttrici di riso) e nel Nord (12 provincie produttrici di grano) con una media nazionale stabilita sulla base di 22 provincie:
Superficie in mu 1-­5 6-­10 11-­15 16-­20 21-­30 31-­40 41-­51 51-­100 100-
Aziende % Sud 27,7 23,8 17,6 13,4 10,0 6,1 3,4
Nord 27,1 21,5 16,8 13,1 10,0 7,2 4,3
Media nazionale 35,8 25,4 14,2 16,5 8,3
The size of Farm Area in China, 1934

La differenza fra il Nord e il Sud, marcata da un frazionamento più accentuato e dunque da una maggiore intensità del problema agrario nelle terre destinate al riso, illustra la storia delle rivolte agrarie più di frequente di origine meridionale. Ma aggiungiamo anche questa osservazione: la “Lunga Marcia” verso il Nord delle truppe di Mao e di Zhu De [Chu Teh], lungi dall’essere una gloriosa epopea della rivoluzione agraria, non è altro che una fuga di fronte ad essa, davanti al suo fallimento. È nel Sud, lottando contro il governo nazionalista di Canton, poi contro quello di Wuhan, che il PCC avrebbe potuto conquistare alla rivoluzione le masse in rivolta del contadiname. Dopo la sconfitta del proletariato, poi del movimento contadino nello Hunnan e nel Kiangsu, la marcia verso il Nord non contribuirà al rilancio della questione agraria, ma permetterà al contrario al PCC di eluderla e di preparare una nuova alleanza con il Kuomintang per fare fronte alla guerra sino‑giapponese.


Due tipi di evoluzione borghese

Il PCC, come il Kuomintang, non vede nel contadiname in rivolta altro che lo strumento per realizzare l’unità del paese e la dominazione politica del Capitale. Questo è il motivo per il quale non ha esitato a ripetutamente sacrificare gli interessi del movimento contadino, come la campagna contro i militaristi del Nord o il confitto contro il Giappone. Tutt’altre erano le alternative cui si confrontavano le opposte classi in lotta. Quella del proletariato dei grandi centri urbani era se la rivoluzione cinese l’avrebbe portato, con l’aiuto esterno del proletariato d’Occidente, alla conquista del potere politico e accorciato in Cina le sofferenze dell’accumulazione capitalistica; quella del contadiname era di rimuovere tutti gli ostacoli che intralciavano la strada allo sviluppo del capitalismo. Privata della prospettiva della dittatura del proletariato, la “rivoluzione agraria” non poteva decidere altro che quali forme avrebbe preso l’accumulazione del Capitale in una Cina borghese. Se in una lotta per terra i contadini fossero riusciti a tagliare il cordone ombelicale che legava il capitalismo nazionale all’usuraio, al mandarino, al compradore e ai capitalisti stranieri, lo sviluppo di questo giovane capitalismo sarebbe stato rapido e potente. Se, al contrario, la rottura fosse stata meno radicale, la Cina sarebbe rimasta per un lungo periodo se non una colonia, un paese arretrato. È importante dunque determinare, come fece Lenin per la Russia, quale fosse la via riformista e la via rivoluzionaria di uno sviluppo borghese, e quale alla fine ha prevalso.

Nella Russia zarista l’obiettivo della lotta era la soppressione dei latifondi e della proprietà feudale. È a questo che conduceva lo sviluppo dell’economia mercantile e del capitalismo. A tale riguardo, diceva Lenin, la “rivoluzione agraria” non può che aprire una sola via: la via capitalista. E i bolscevichi hanno dovuto ricordare più di una volta questa tesi contro il “socialismo” piccolo-borghese dei populisti, che vedevano nel contadiname il portatore del comunismo e nelle sue rivendicazioni egalitarie una tendenza “anticapitalista”. Ma questa inevitabile evoluzione borghese si poteva fare sotto due forme differenti: o attraverso la trasformazione della proprietà feudale (inaugurata nel 1861 e proseguita con le riforme di Stolypin), oppure con la demolizione rivoluzionaria. I bolscevichi non si pronunciarono soltanto per il secondo metodo, ma lo hanno difeso anche contro l’idea di una spartizione egalitaria, con la parola d’ordine della nazionalizzazione che dette alle rivendicazioni democratiche del contadiname il contenuto più radicale.

In Cina l’assenza di latifondi, il prevalere di piccole aziende agricole che si ripartivano le proprietà facevano della divisione piccolo-borghese delle proprietà o del ribasso degli affitti le misure riformiste per eccellenza e della nazionalizzazione e del trasferimento della rendita fondiaria allo Stato, la sola via rivoluzionaria imposta dalle condizioni economico-sociali. Nel 1928 il VI congresso del PCC riconobbe «l’impossibilità di risolvere la questione agraria per la via riformista borghese, attraverso piccole concessioni al contadiname agiato e ai coltivatori a causa della mancanza di fondi agrari di manovra».

Il trasferimento allo Stato della rendita fondiaria non era dunque solamente l’unica via rivoluzionaria: essa appariva come il solo sbocco alla crisi agraria. La storia aveva conferito allo Stato centrale un ruolo determinante nella regolazione delle acque, indispensabile all’agricoltura cinese. Ma gli angusti interessi della proprietà privata avevano causato l’abbandono di questi giganteschi lavori e con ciò l’aprirsi del ciclo doloroso delle calamità dette naturali e delle carestie. Da questo punto di vista la Cina era dunque assai meglio preparata della Russia a una efficace concentrazione della terra nelle mani dello Stato. Questo è il motivo per cui, a differenza della Russia, in Cina i partiti borghesi e piccolo-borghesi hanno riconosciuto la necessità di nazionalizzare la terra. Ma nessun partito trasformerà le proprie parole in atti. Non lo faranno né il PCC, né il Kuomintang. E questo atteggiamento è interamente conforme, identico, a quello dei partiti borghesi che i bolscevichi hanno smascherato successivamente nel corso della rivoluzione russa.

In un articolo già citato (“Democratismo e populismo in Cina”, in Programme Communiste, 20‑21) Lenin commentava in questi termini il pensiero di Sun Yat‑sen sulla questione agraria: «Fare in maniera tale che “l’accrescimento di valore” della terra sia “proprietà del popolo”, questo significa trasferire la rendita, cioè la proprietà della terra, allo Stato; in altri termini, nazionalizzare la terra».

Nello spirito del rivoluzionario borghese, questo progetto di nazionalizzazione doveva preparare le campagne cinesi all’investimento di capitale straniero. Era parte integrante di un grande piano di cooperazione economica internazionale che doveva, dopo la prima guerra mondiale, trasformare la Cina in una grande potenza industriale. «Io propongo – scriveva Sun Yat‑sen nel suo libro Memorie di un rivoluzionario cinese – un piano per l’organizzazione di un nuovo mercato in Cina, il quale, sufficientemente esteso, svilupperà le forze produttive cinesi e assorbirà le possibilità industriali delle potenze straniere». E proponeva un programma grandioso di lavori di irrigazione del suolo e di sviluppo delle vie di comunicazione! Sun Yat‑sen collocava così la sua politica nella prospettiva di un progresso armonioso e razionale del capitalismo mondiale, il che la storia ha smentito. L’imperialismo in realtà ha chiuso ogni sbocco alla giovane Cina borghese. D’altra parte, il Kuomintang, il partito fondato da Sun Yat‑sen per raggiungere tali obiettivi, così come il suo erede politico, il partito di Mao Tse‑tung, è stato incapace di inscrivere la rivoluzione cinese in un programma di sconvolgimento rivoluzionario delle vecchie strutture agrarie.

Lo si vede per la nazionalizzazione. Dal 1922, al I Congresso dei lavoratori dell’Estremo Oriente, il rappresentante del partito bolscevico denunciava le esitazioni del governo di Sun Yat‑sen, che si era stabilito a Canton, sottolineando la necessità per i comunisti di condurre una lotta indipendente nelle campagne. «Secondo ciò che ha detto il delegato del Kuomintang – spiegava Safarov – il governo del Sud prevedeva la nazionalizzazione delle terre, ma questo progetto non è stato eseguito soltanto perché questa misura rivoluzionaria richiederebbe l’uniformità e dovrebbe essere realizzata in tutta la Repubblica cinese. Sarebbe dunque necessario, secondo il Kuomintang, ripulire il territorio cinese dagli imperialisti e dai signori e instaurare la democrazia in Cina. Questo non è un modo corretto di considerare la questione (...) Per i contadini della Cina del Sud la questione della nazionalizzazione delle terre non è una questione che possa essere regolata dall’alto, attraverso delle misure amministrative; per essi è una necessità vitale. Noi dunque dobbiamo realizzare questa misura rivoluzionaria anche in una piccola porzione del paese al fine di mostrare ai contadini che abitano i territori occupati dalle forze nemiche che laddove il regime democratico è stato instaurato i contadini vivono mille volte meglio. Senza una chiara comprensione di ciò, senza una posizione corretta sulla questione agraria, le grandi masse non possono essere trascinate dalla nostra parte nella lotta».

In effetti era la strategia della “rivoluzione per tappe” che portò tutto il movimento contadino all’impotenza e alla controrivoluzione. Sun Yat‑sen stesso così formulata: innanzitutto indipendenza e unificazione del paese; poi instaurazione di un potere democratico; in ultimo le “riforme sociali”. Per avere adottato questa linea strategica a partire dal 1924 il PCC subì la stessa sorte del Kuomintang. Anch’esso aderirà a parole al programma della nazionalizzazione ma non realizzerà che misure puramente riformiste. Le tesi votate dal C.C. del PCC nella sua conferenza dell’agosto del 1927, che pure marcheranno una “svolta a sinistra”, dichiaravano in sostanza: «Pur riconoscendo che il partito comunista cinese deve porre al centro del programma agrario del proletariato la rivendicazione della nazionalizzazione delle terre, è attualmente necessario differenziare la nostra tattica agraria e adattarla alle particolarità economiche e politiche delle differenti regioni del territorio». Questo “adattamento al concreto” non aveva altro scopo che di adottare nelle zone liberate dall’esercito nazionale le misure le più riformiste al fine di non compromettere il fronte unito con il Kuomintang. Fra queste misure la Conferenza d’Agosto faceva figurare: il ribasso degli affitti, l’introduzione di un’imposta unica, la confisca solo delle terre appartenenti ai templi e ai “reazionari”, una politica di credito agricolo, ecc.

Così, anche sulla questione agraria, il PCC appariva come l’esecutore testamentario del Kuomintang.


La politica agraria del PCC dal 1927 al 1945

Si distinguono in generale due periodi ben delimitati nella storia politica e sociale della Cina dopo la sconfitta del proletariato cantonese, fino alla fine della guerra sino‑giapponese e quello del trionfo della “democrazia popolare”:

- Fra il 1927 e il 1937 è il periodo detto delle “repubbliche sovietiche”, interrotto, dall’ottobre del 1934 all’ottobre del 1935, dalla “Lunga Marcia” che sposta le operazioni dalla Cina meridionale allo Shaanxi, nel Nord, dove si arrivò a una tregua fra il PCC e il Kuomintang.

- A partire dal 1937, sotto i colpi della guerra sino-giapponese, il PCC dissolve il proprio governo, si allinea alla difesa nazionale e segna un nuovo accordo di collaborazione col Kuomintang che durerà fino alla fine delle ostilità, fino al 1945.

La storiografia ufficiale distingue anche due fasi nella politica agraria del PCC durante tutto questo periodo. Nel 1937 si è passati da una politica di confisca delle terre a una politica di semplice riduzione degli affitti e di “aiuto ai contadini”. Come abbiamo già detto, l’una e l’altra non rappresentano altro che due varianti della stessa politica riformista. La seconda tuttavia manifesta ancora più chiaramente della prima il carattere nazionale borghese che domina tutto l’atteggiamento del PCC sulla questione agraria.

Nella sua postfazione all’edizione del 1941 dei suoi Materiali dall’inchiesta nelle campagne Mao Tse‑tung definì in questi termini cosa hanno in comune e in cosa differiscono queste due fasi nella politica pratica: «L’esperienza di dieci anni di guerra civile rappresenta per noi il sostegno più immediatamente utile nel periodo della guerra contro gli invasori giapponesi. Tuttavia ciò vale solo su come conservare il legame con le masse e mobilitarle nella lotta contro il nemico e non per i problemi di linea tattica da seguire. Quest’ultima è oggi fondamentalmente differente rispetto alla linea del Partito seguita nel passato. Noi lottavamo allora contro i proprietari fondiari e la borghesia controrivoluzionaria, mentre attualmente noi ci alleiamo con tutti i proprietari fondiari e con tutti i rappresentanti della borghesia che non si oppongono alla guerra contro gli invasori giapponesi». (Œuvres choisies, TRIVI, p.13).

Cosa significa questo? Che il PCC ha messo la “rivoluzione agraria” al servizio della difesa nazionale, che ha offerto su un piatto d’argento ai proprietari fondiari, alla borghesia anti-giapponese e alla strategia bellicista dell’imperialismo mondiale il suo legame con le masse e la mobilitazione del contadiname.

Vediamo ora più in dettaglio quale fu la politica agraria del PCC in questi due periodi.


Confisca e spartizione (1927‑37)

Il risultato più chiaro di questo periodo fu di preparare, dietro la finzione delle “repubbliche sovietiche”, la vittoria della politica agraria più “di destra”, cioè quella di Mao Tse‑tung. Tre tappe marcarono questa evoluzione:

- nel momento della “insurrezione della mietitura d’autunno” e nei monti Jinggang, Mao raccomandava misure che limitavano la confisca delle terre ai proprietari fondiari, risparmiando i contadini ricchi e riconoscendo a tutti un diritto uguale nella ripartizione degli appezzamenti di terra: questa politica gli valse le più severe critiche dalla direzione del partito; nel novembre del 1927 Mao fu sollevato per questo dal suo incarico nell’Ufficio politico;

- nel novembre del 1931 il Congresso pancinese dei Soviet tenuto a Ruijin, capitale della prima repubblica “sovietica” di Cina, adottò una legge agraria che resterà la più radicale di tutte quelle mai proposte del PCC: confisca di tutte le terre e delle grandi proprietà fondiarie le quali non avranno diritto ad alcun lotto (art.1); confisca anche delle terre dei contadini ricchi i quali non otterranno che un lotto di terra di qualità inferiore che dovranno coltivare essi stessi (art.3); la divisione sarà strettamente ugualitaria e non come chiedono i contadini agiati “proporzionale ai mezzi di produzione” (art.7); gli operai riceveranno un appezzamento di terra e non saranno raggruppati in sovchoz; la legge proclama infine la libertà completa di affittare, vendere o lasciare in eredità le terre così ricevute;

- Mao Tse‑tung, presidente della Repubblica di Ruijin, più tardi criticherà questa legge agraria: anche i grandi proprietari dovevano ricevere un appezzamento e anche i contadini ricchi dovevano ricevere terre buone; per reprimere gli “eccessi” nell’ottobre del 1933 elaborò un documento sull’“appartenenza di classe nelle campagne” e fece trionfare la sua concezione alla conferenza di Zunyi nel gennaio del 1935.

Così, alla fine di questo primo periodo, la politica delle confische e della divisione delle terre si era ridotta alla semplice limitazione degli affitti. A questo il PCC si adatterà del tutto naturalmente.


La riduzione degli affitti (1937‑45)

Il 22 settembre 1937 il PCC dichiarò solennemente che, al fine di facilitare la formazione di un fronte unito contro il Giappone, abbandonava la politica per rovesciare del Kuomintang e per la confisca delle terre. Mao Tse‑tung preciserà più tardi che questa era divenuta allora la politica agraria del partito. «Nel campo agrario questa politica ha un duplice aspetto, da una parte esige dal proprietario fondiario che abbassi l’ammontare degli affitti e i tassi di interesse dei prestiti e d’altra obblighi i contadini a pagare questi fitti ridotti e a versare gli interessi delle somme che ha preso in prestito»(Œuvres, T.IV, p.14). L’essenza di questa politica si riduceva a una riduzione degli affitti a un massimo del 37,5% del raccolto e una limitazione del tasso di interesse per i prestiti attorno al 10‑15%. In effetti queste misure che applicava nelle regioni liberate il PCC le aveva trovate nel codice penale del governo di Chiang Kai‑shek. Il 30 gennaio 1930 il Kuomintang aveva promulgato una legge agraria che proibiva gli affitti superiori al 37,5% del reddito di un’azienda agricola. Il PCC, che aveva allora violentemente contestato questa legge, nel 1937 ne divenne il garante, mentre il Kuomintang non era stato mai capace di applicarla.

Così, in nome della patria in pericolo, il partito della “rivoluzione agraria” veniva a difendere i “feudatari”. Il 28 aprile del 1942, nel decidere la linea politica da seguire, il Comitato Centrale del PCC si esprimeva in questi termini: «La politica del Partito consiste nell’aiutare i contadini riducendo lo sfruttamento feudale senza tuttavia eliminarlo completamente. Noi dobbiamo garantire ai proprietari le loro libertà civiche, i loro diritti di proprietà, i loro diritti politici ed economici, per allineare tutta intera la loro classe alla nostra lotta contro i giapponesi. Solo i traditori assolutamente incorreggibili e impenitenti saranno sottomessi alla politica di eliminazione dello sfruttamento feudale».

Nella stessa maniera in cui aveva sacrificato gli interessi politici del proletariato nella rivoluzione del 1924‑27, il PCC sacrificava gli interessi sociali del contadiname nel periodo di incubazione della “democrazia popolare”. Ma mentre nel primo periodo non aveva osato affermare davanti al proletariato rivoluzionario l’identità totale dei propri obiettivi finali con quelli del Kuomintang, nel secondo caso svolgerà il ruolo di “vero Kuomintang”. È così che nel suo opuscolo del 1945 Sul governo di coalizione Mao Tse‑tung si vanterà di essere stato il solo ad applicare la politica del Kuomintang di riduzione degli affitti e preciserà per l’avvenire: «Se non ci sono ostacoli particolari, noi siamo pronti a perseguire questa politica anche dopo la guerra: noi lotteremo innanzitutto per la riduzione degli affitti e dei tassi d’interesse nell’insieme del paese, poi attraverso l’applicazione di misure adeguate, noi otterremo che ciascun lavoratore agricolo abbia il suo campo» (Œuvres, T.IV, p.348). Gli “ostacoli” non mancheranno.

Ma questa politica non potrà essere infine realizzata che a... Formosa, con l’aiuto dell’imperialismo americano, nel 1949. Chiang Kai‑shek recuperò la sua legge del 1930 sulla mezzadria: nel 1953 fu decretato che un coltivatore non poteva possedere più di 3 ettari a riso e che lo stato avrebbe acquistato il surplus per rivenderlo agli operai agricoli; in due anni 470.000 famiglie diventarono proprietarie di un piccolo appezzamento e si afferma che la mezzadria sia sparita dall’isola.

Completamente diverse erano le difficoltà della Cina continentale. Ma Mao ha dovuto seguire un’altra strada, innanzitutto contro la propria volontà, sotto la pressione delle contraddizioni economiche e sociali del dopoguerra, in una direzione che non fu meno riformista e borghese. Essa si è imposta con l’impeto del movimento contadino degli anni 1927‑45.


Le due fasi classiche dello sviluppo capitalistico nell’agricoltura

Se nella rivoluzione del 1924‑27 il PCC ha fatto prevalere nel seno del proletariato la teoria menscevica della necessità di una “tappa democratica”, l’esperienza della “rivoluzione agraria” gli ha fatto derivare la linea di politica sociale di rinchiudere il movimento contadino nel gradualismo delle riforme borghesi, prima con la spartizione delle terre (o la riduzione degli affitti), in seguito con la cooperazione.

Queste sono le due fasi classiche e successive che attraversano tutte le agricolture capitalistiche. La prima è quella della distruzione dei vecchi rapporti e l’instaurazione dei rapporti borghesi (vendita dei “beni nazionali”, spartizione della terra, etc.). La seconda fase rappresenta un lungo processo di concentrazione e di espropriazione del piccolo contadino che mira alla più larga applicazione della tecnica e del capitale all’agricoltura. La rapidità di questo sviluppo dipende, fra l’altro, dall’ampiezza più o meno grande degli sconvolgimenti provocati dalla rivoluzione borghese nelle strutture agrarie precapitalistiche. Per questo motivo il partito del proletariato deve pronunciarsi per le soluzioni democratiche più radicali in questa rivoluzione.

Ma agendo in tale maniera, esso non manifesta puramente e semplicemente la propria preferenza per uno sviluppo capitalistico impetuoso di tale o tal’altro Stato capitalistico preso isolatamente, ma fa previsioni sulle conseguenze politiche e sociali di questi sviluppi. L’esistenza di altri paesi capitalistici avanzati, il livello di organizzazione del proletariato mondiale, non soltanto autorizzano a prevedere questo balzo, ma gli impongono il compito di tentarlo.

Nel 1850 nell’Indirizzo al Comitato Centrale della Lega dei Comunisti Marx definiva in questi termini le prospettive del proletariato sulla questione agraria: «Il primo punto sul quale i democratici entreranno in conflitto con gli operai sarà l’abolizione del regime feudale. Come nella prima rivoluzione francese, i piccolo-borghesi vorrebbero assegnare ai contadini le terre feudali a titolo di libera proprietà, in altri termini essi vorrebbero lasciare sussistere il proletariato rurale e formare una classe contadina piccolo-borghese che dovrà percorrere lo stesso ciclo di impoverimento e di indebitamento in cui il contadino francese si dibatte ancora nell’ora presente. Nell’interesse del proletariato rurale e nel loro proprio interesse, gli operai debbono opporsi a questo piano. Essi devono esigere che la proprietà confiscata resti proprietà dello Stato e sia trasformata in colonie operaie che il proletariato rurale associato sfrutterà con tutti i vantaggi della grande coltivazione, grazie alla quale i principi della proprietà comune acquisiscono rapidamente una base solida nel mezzo delle condizioni aleatorie della proprietà borghese».

Cosa significa tutto ciò? Che nell’abolizione del regime feudale, gli interessi del proletariato e quelli della borghesia sono radicalmente differenti: che il partito comunista deve perseguire nella rivoluzione lo smembramento di tutti i rapporti di proprietà e opporsi al piano della borghesia che mira alla concentrazione della proprietà e alla socializzazione dei prodotti solo in seguito a un processo che fa del piccolo contadino un proletario e di ogni lavoro un lavoro salariato. Alla parola d’ordine della rivoluzione permanente corrisponde dunque per Marx la speranza e la tentazione di accorciare o di saltare la “tappa” dell’accumulazione capitalistica e delle sue due fasi successive nelle campagne: la consacrazione della proprietà piccolo-borghese e in seguito il suo smantellamento attraverso l’espropriazione o, il che è lo stesso, alla cooperazione.

La critica che poi noi abbiamo fatto alla collettivizzazione cinese e alle “comuni popolari” non si ispira, come si vede, a delle semplici considerazioni sui loro risultati e sui loro metodi. Queste cooperative non hanno nulla a che vedere con le “colonie operaie” di cui parlava Marx, non più di quanto il kolchoz russo non derivi dalle idee di Lenin sulla cooperazione in agricoltura. Ma il solo fatto che Mao abbia posto il suo piano di cooperazione nel prolungamento di una politica di riforma piccolo-borghese che aveva per obiettivo di dare “a ciascun lavoratore il suo campo” è sufficiente a determinarne il carattere e a opporlo alle prospettive socialiste alle quali pretende di fare riferimento.

Durante il periodo che va dal 1927 al 1945 tutti gli sforzi di Mao hanno avuto lo scopo di canalizzare il movimento contadino verso queste soluzioni gradualiste e a separare nettamente le “tappe necessarie” di una riforma borghese. Fra gli “eccessi” che Mao combatté nell’applicazione della legge del 1931, a Ruijin, si cita il rifiuto dei contadini di permettere il libero commercio del suolo, l’opposizione di alcuni militanti alla politica di dotazione di terre agli operai agricoli, unico appoggio del proletariato nelle campagne. Infine, in questa prima fase, Mao insistette affinché ciascuno si attenesse alla parola d’ordine “la terra a chi la lavora!” e rifiutasse tutti i progetti di collettivizzazione. «Attualmente non bisogna sollevare la questione della creazione delle aziende agricole di Stato e le aziende agricole collettive», diceva nel 1934 (Œuvres, T.1 p.169).

Alla fine di questo periodo Mao formulerà in tutta la sua chiarezza questa concezione tipicamente piccolo-borghese delle due fasi della “rivoluzione agraria”. Citiamo dal suo rapporto Sul governo di coalizione questo passaggio che si oppone parola per parola al testo di Marx: «Da quando si sarà proceduto a certe trasformazioni del sistema agrario, anche se si tratterà di trasformazioni minori, come la riduzione dei tassi d’affitto o dei tassi d’interesse, aumenterà l’interesse dei contadini a incrementare la produzione. Se in seguito si aiutano i contadini a organizzarsi progressivamente e volontariamente in cooperative di produzione agricola, questo comporterà un accrescimento delle forze produttive. Per il momento queste cooperative di produzione agricole non possono presentarsi che sotto la forma di organizzazioni del lavoro collettivo e di mutuo aiuto, fondate sulle aziende contadine individuali (sulla base della proprietà privata dei contadini), come ad esempio, le squadre di mutuo aiuto nel lavoro, i gruppi di aiuto mutuo, le cooperative di lavoro» (Œuvres, T.IV. p.351).

Citiamo ancora un altro estratto dello stesso documento (p. 350) in cui la famosa “rivoluzione agraria” appare sotto una luce veramente borghese, in cui il contadino viene indicato come rappresentante dei rapporti borghesi, il cliente dell’industria capitalistica, il contribuente dello Stato democratico, il soldato della patria e il futuro... proletario! Dopo avere dichiarato che «nella questione dei rapporti agrari, il Partito Comunista cinese ha fatto delle grandi cose che rispondono realmente agli interessi della nazione», Mao spiega: «i contadini costituiscono l’ambiente dal quale sono usciti gli operai cinesi. Nell’avvenire le decine di milioni di contadini verranno ancora in città ed entreranno nelle fabbriche. Nella misura stessa in cui la Cina ha bisogno di creare una potente industria nazionale, di costruire numerose città, grandi e moderne, avrà bisogno di preparare un lungo processo di trasformazione della popolazione rurale in popolazione urbana».

Evviva l’accumulazione del Capitale con alla fine nuovi milioni di proletari! «Il contadino è una figura importante sul mercato dell’industria cinese, egli soltanto può fornirle in abbondanza prodotti alimentari e materie prime e assorbire enormi quantità di prodotti industriali». Così, contadini arricchitevi! L’avvenire dell’industria cinese è nel vostro gruzzolo nella calza di lana. «I contadini costituiscono la fonte sulla quale si poggia l’esercito cinese. I soldati sono i contadini che portano l’uniforme; essi sono i nemici mortali degli invasori giapponesi». Dunque, innanzitutto, alle armi! Per il trionfo della democrazia e della pace, a fianco dell’Urss e degli Usa nella guerra imperialista.

 

 

 


Programme Communiste, N° 30, gennaio‑marzo 1965 (3/7)

IV. - LA QUESTIONE NAZIONALE


- Marxismo e Stato nazionale
- Due epoche del capitalismo
- La “prova generale”: Russia (1905), Cina (1911)
- La guerra imperialista: Prospettive della rivoluzione proletaria in Asia
- La teoria delle “tappe” della rivoluzione anticoloniale
- L’eredità di Sun Yat‑sen: la Nuova Democrazia

 

Nel precedente articolo abbiamo studiato la questione agraria e la tattica del PCC fino al 1949. Le riforme promulgate dopo l’avvento delle Repubblica “popolare” saranno analizzate successivamente. Ricordiamo le conclusioni alle quali siamo arrivati:
     - Una “rivoluzione agraria” non può essere di per se stessa che una rivoluzione borghese, il cui risultato sarà quello di liberare le forze produttive dagli intralci di un’economia naturale e di sviluppare su scala nazionale lo scambio di merci e l’accumulazione di capitale;
     - invece di criticare le illusioni piccolo-borghesi sul carattere anti-capitalistico di questa rivoluzione, il partito di Mao le ha fatte sue e, ispirandosi allo stalinismo russo, le ha sviluppate nella teoria della “costruzione socialista” in Cina;
     - lungi dal portare avanti una rivoluzione agraria radicale, il PCC ha optato sempre per la via riformista (ribasso degli affitti o spartizione delle terre) e non per la via rivoluzionaria: nazionalizzazione e soviet dei contadini;
     - così il PCC ha rinnovato gli errori, le esitazioni e i compromessi dei partiti piccolo-borghesi che in Russia si erano ispirati al populismo e in Cina al sunyatsenismo; ma mentre nell’impeto della rivoluzione d’Ottobre i bolscevichi li hanno smascherati e battuti, la loro vittoria in Cina è un portato della controrivoluzione mondiale.

L’oggetto di questo articolo è precisamente di mostrare come, malgrado le pretese antimperialiste di Pechino, i falsi comunisti cinesi hanno fatto rientrare la spinta rivoluzionaria delle masse nella strategia nazionale e internazionale della borghesia. Che cosa rappresentano l’“estremismo” cinese, la rivendicazione di uno strapuntino all’Onu e qualche bollettino trionfalistico sulla costruzione economica, di fronte ai catastrofici “contraccolpi” delle scosse rivoluzionarie che Marx e Lenin attendevano per l’Europa e l’America in seguito all’irruzione sulla scena di una Cina moderna uscita dal suo isolamento e dalla sua arretratezza secolari? Bisogna confessarlo chiaramente, il movimento dei contadini cinesi non ha certo minacciato di morte il capitalismo mondiale come fece la Rivoluzione d’Ottobre. Non dispiaccia a tutti i democratici, non sono in gioco solo fattori di masse umane né di estensione territoriale, ma questioni di dottrina e di programma rivoluzionario.
 

* * *

Il lettore troverà in “Le lezioni della polemica russo‑cinese” la critica delle posizioni prese da Pechino sulla questione nazionale e coloniale dopo la fondazione della “democrazia popolare”. Noi affronteremo qui non tanto l’ideologia ufficiale dello Stato cinese quanto la prassi storica e sociale, la tattica del PCC nel periodo rivoluzionario che si è aperto per tutto l’Oriente con la rivoluzione del 1905 in Russia.


Marxismo e Stato nazionale

Riassumendo nel suo opuscolo Sul diritto dei popoli a disporre di se stessi l’atteggiamento di Marx riguardo i movimenti nazionali d’Europa occidentale nel secolo scorso, Lenin sottolinea in questi termini la natura circostanziale della questione nazionale e la maniera dialettica di affrontarla per i marxisti: «La classe operaia è la meno suscettibile di farsi un feticcio della questione nazionale, poiché lo sviluppo del capitalismo non sveglia necessariamente tutte le nazioni a una vita indipendente. Ma una volta che sono apparsi movimenti nazionali di massa, ripudiarli, rifiutarsi di sostenere ciò che hanno di progressivo, significa di fatto cedere ai pregiudizi nazionalisti: significa riconoscere “la propria” nazione come “nazione modello” o, vogliamo aggiungere noi, come la nazione che detiene il privilegio esclusivo di edificare uno Stato».

Non c’è un marxista per il quale questo passaggio non possa evocare la doppia lotta portata avanti dai fondatori del socialismo scientifico, da una parte, contro i liberali borghesi di tipo mazziniano che facevano un feticcio dell’indipendenza nazionale e dello Stato borghese, d’altra parte contro i militanti operai (cartisti inglesi e proudhoniani francesi) che si rifiutavano di appoggiare i movimenti nazionali rivoluzionari di Irlanda e Polonia. A partire da quest’epoca si sono cristallizzati sotto queste due forme elementari tutte le sfumature dell’opportunismo sulla questione nazionale e coloniale. Anche in questo lo stalinismo non si è inventato nulla di nuovo.

L’antimperialismo stalinista non ha mai oltrepassato la rivendicazione “legittima” dei principi astratti di “libertà, uguaglianza e fraternità” per tutti i “popoli”. Esso non ha mai visto nei movimenti nazionali d’Oriente altro che la bandiera di un blocco di classi che si trattava di piantare sull’edificio di uno Stato borghese indipendente. Nello stesso tempo queste frasi altisonanti si sono tradotte nella pratica nel tradimento più vergognoso delle rivoluzioni anticoloniali che hanno richiesto un buon mezzo secolo di guerre civili e di rivolte fallite prima di giungere a termine. Come prevedevano Marx e Lenin il proletariato delle metropoli, sconfitto nel suo assalto al potere borghese, ha infine ceduto ai pregiudizi nazionalisti insieme con tutta l’Internazionale moscovita. Questo tradimento ha trovato la sua forma classica nella posizione del PCF davanti alla rivoluzione algerina e in quella del Cremlino riguardo alla rivoluzione cinese. Stalin nel 1927, come Thorez nel 1936 non hanno presentato forse ai popoli oppressi la propria nazione come la “nazione modello” riservandosi il diritto esclusivo di costruire prioritariamente il proprio... socialismo?

Ma il marxismo non si contenta di denunciare questa duplicità della borghesia e dei suoi lacchè. Esso non si arresta di fronte a questa contraddizione stridente fra i principi proclamati e i loro comportamenti effettivi. Perché il suo obiettivo non è quello di realizzare i loro sogni piccolo-borghesi: un mosaico universale di Stati “veramente indipendenti” e rappresentati in maniera proporzionale nel superparlamento dell’Onu. Il marxismo pone come chiave di volta di tutto lo sviluppo storico l’instaurazione di una società nella quale saranno scomparse le classi e con esse le differenze fra gli Stati e le nazioni stesse. Esso pone dunque la questione nazionale partendo da tutt’altre premesse. «Nel mondo intero – dice ancora Lenin – l’epoca della vittoria definitiva del capitalismo sul feudalesimo è stata legata ai movimenti nazionali. La base economica di questi movimenti era che per una vittoria completa della produzione mercantile bisognava che la borghesia conquistasse il mercato interno, cioè che si unissero in uno Stato i territori in cui la popolazione parla la stessa lingua e che fossero rimossi tutti gli ostacoli allo sviluppo di questa lingua (...) La formazione degli Stati nazionali che soddisfacesse al meglio queste esigenze del capitalismo moderno è dunque una tendenza propria a tutti i movimenti nazionali. I fattori economici più profondi vi contribuiscono; e per tutta l’Europa occidentale –meglio per l’intero mondo civilizzato – ciò che è tipico, normale in periodo capitalistico, è dunque lo Stato nazionale».

Sarebbe difficile esser più chiari. Lo Stato non è eterno; le lingue non sono immutabili, come pretendeva la linguistica staliniana. Ma c’è di più: la rivendicazione dello Stato nazionale, di una lingua, di una cultura nazionali sono tipici del capitalismo. Tale è dunque il contenuto reale della questione nazionale, il segreto di questo feticcio che non eguali, per il numero di adoratori, che il feticcio del denaro: la distruzione dell’economia naturale, lo sviluppo dello scambio di merci e l’accumulazione del capitale non sono possibili che sulla base di uno Stato nazionale centralizzato con il suo apparato amministrativo e poliziesco, la sua concentrazione economica e la sua cultura nazionale. E questo ci riporta dal cielo dei principi astratti sul terreno degli interessi materiali di una rivoluzione borghese.

«Noi ignoriamo – dice ancora Lenin – se l’Asia perverrà, prima del fallimento del capitalismo, a costituirsi in un sistema di Stati nazionali indipendenti sul modello dell’Europa. Ma una cosa è incontestabile, è che risvegliando l’Asia il capitalismo ha suscitato anche laggiù dei movimenti nazionali; che questi movimenti nazionali tendano a costituirsi in Stati nazionali in Asia; che precisamente questi Stati assicurano al capitalismo le migliori condizioni di sviluppo».

Noi abbiamo dunque stabilito diversi punti:
     1) la rivendicazione dello Stato nazionale è “tipica e normale” per il capitalismo perché questa forma statuale gli assicura “le migliori condizioni di sviluppo”;
     2) il proletariato non può farsi un feticcio dello Stato nazionale per due ragioni: ha per compito storico di distruggerlo; «lo sviluppo del capitalismo non sveglia forzatamente tutte le nazioni a una vita indipendente».

È così che Lenin poneva nel 1914 la domanda se l’Asia si sarebbe costituita in Stati nazionali «prima del fallimento del capitalismo». Vedremo in questa prospettiva come l’Internazionale Comunista prevedeva, attraverso la rivoluzione proletaria mondiale, la possibilità di ridurre considerevolmente per tutto l’Oriente la fase dolorosa dell’accumulazione capitalistica e della costituzione di Stati nazionali borghesi.


Due epoche del capitalismo

Ci resta un punto da precisare: in quali limiti storici e secondo quali criteri la questione nazionale può porsi al proletariato per la sua partecipazione e sostegno a un movimento nazionale di massa?

Citiamo ancora Lenin nelle sue Note critiche sulla questione nazionale del 1913: «Il capitalismo in sviluppo conosce due tendenze storiche nella questione nazionale. La prima è il ridestarsi di una vita nazionale e di movimenti nazionali, la lotta contro ogni oppressione nazionale, la creazione di Stati nazionali. La seconda consiste nello sviluppo e nell’intensificazione di ogni specie di rapporti fra le nazioni, nella distruzione delle barriere nazionali, nella creazione dell’unità internazionale del capitale, della vita economica, della politica, della scienza, ecc. Queste due tendenze sono una legge generale del capitalismo. La prima prevale all’inizio del suo sviluppo, la seconda caratterizza il capitalismo maturo, che si avvia verso la sua trasformazione in società socialista» (Lenin, Opere Complete, vol.20, p.19).

La tendenza naturale del capitalismo, dimostra Lenin, è di distruggere le entità nazionali, così come i rapporti di proprietà che esso stesso ha creato. Contro i regimi pre‑borghesi, esso rivendica l’uguaglianza fra le nazioni e il diritto “uguale” alla proprietà privata. Ma il movimento stesso della concentrazione capitalistica elimina i piccoli proprietari e costituisce a scala internazionale le intese economiche e i trust che dettano la loro legge agli Stati più potenti.

Nella prima fase dello sviluppo capitalistico, i marxisti lotteranno così per l’indipendenza di una nazione oppressa e per la sua unificazione politica su una base democratica, poiché queste condizioni sono quelle di un rapito sviluppo del capitalismo che trasformerà le vecchie strutture economico-sociali in senso borghese e daranno la forma più pura all’opposizione fra lavoro salariato e capitale. Ma nella seconda fase, quella del capitalismo già maturo, in cui la borghesia si è impadronita del potere dello Stato, in cui le riforme democratiche hanno dato tutto ciò che potevano dare, sviluppando considerevolmente gli antagonismi di classe, ogni appello all’unità nazionale, ogni programma nazionale di un partito operaio, non rappresentano altro che un tradimento degli interessi di classe del proletariato e la difesa della patria borghese.

Dopo una lunga degenerazione la II Internazionale è arrivata a questo tradimento supremo e l’Internazionale di Mosca ha fatto la stessa fine. Lenin nel 1914 ricordò invano i limiti storici e geografici dei movimenti nazionali rivoluzionari: la rivoluzione, come la controrivoluzione, è divenuta mondiale. Quali erano questi criteri? «Nell’Europa occidentale, continentale – disse Lenin – l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi abbraccia un intervallo di tempo abbastanza preciso che va grosso modo dal 1789 al 1871. Questa fu l’epoca dei movimenti nazionali e della creazione degli Stati nazionali. Al termine di questo periodo, l’Europa occidentale si è trasformata in un sistema costituito da Stati borghesi, di Stati nazionali generalmente omogenei. Cercare oggi il diritto di autodeterminazione nei programmi dei socialisti dell’Europa occidentale significa non conoscere l’Abc del marxismo. In Europa orientale e in Asia, l’epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi non è cominciata che nel 1905. Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia, in Cina, le guerre nei Balcani, questa è la catena di avvenimenti mondiali nella nostra epoca nel nostro “Oriente”. Bisogna essere ciechi per non vedere in questa catena di eventi il risveglio di tutta una serie di movimenti nazionali democratici borghesi e la tendenza alla formazione di Stati nazionali omogenei e indipendenti».

Possiamo affermare che oggi, dalla fine della seconda guerra mondiale, il periodo delle rivoluzioni democratiche borghesi si è chiuso anche per l’Africa e per l’Asia. Ovunque i movimenti nazionali rivoluzionari sono sfociati nella costituzione di Stati borghesi più o meno indipendenti, più o meno “popolari”. Ciò significa che in questi paesi, come nelle vecchie metropoli, il proletariato non deve più rispondere agli appelli che invitano a completare l’indipendenza politica o economica della propria borghesia, a portare a termine la rivoluzione democratica. Ad esso non resta altro che organizzarsi in classe e lottare contro la propria borghesia.

Davanti a questa situazione, il “socialismo” cinese non appare nemmeno come il campione dei movimenti nazionali rivoluzionari, che nei fatti sono arrivati al loro sbocco borghese. Le sue parole d’ordine sono quelle della collaborazione di classe in Oriente dove si è affermato il dominio del Capitale.

Lo sviluppo storico, da cui i progressisti borghesi si aspettano tutto, ha creato così le condizioni materiali (con quali difficoltà e quali sofferenze!) perché il proletariato dei paesi arretrati entri a sua volta in lotta contro la propria borghesia. Questo è il momento scelto da Pechino per annunciare al mondo la buona novella della “costruzione del socialismo” in Cina. Senza neanche considerare il contenuto oggettivo di questa parola d’ordine, noi possiamo affermare che Lenin e l’Internazionale Comunista auspicavano un altro esito ai movimenti ai nazionali rivoluzionari d’Oriente e avevano preparato e creato le condizioni soggettive di un balzo al di sopra dell’evoluzione borghese e della fase della costruzione degli Stati nazionali in Asia.


La “prova generale”: Russia 1905, Cina 1911

La Seconda Internazionale ha fatto propria l’illusione che la democrazia borghese, il suo allargamento e i suoi “progressi”, costituissero la condizione necessaria e sufficiente del “passaggio” al socialismo. Quella non ha ricevuto migliore smentita che con la vittoria del proletariato in Russia, paese che non “godeva” né di un regime parlamentare, né un potente sviluppo capitalistico. La posizione ufficiale dei socialisti della Seconda Internazionale e dei menscevichi russi fu sempre di negare la possibilità di una conquista del potere in Russia e di pretendere come necessario un periodo costituzionale borghese. Questa è la posizione che è stata sempre sostenuta dal partito di Mao nella rivoluzione cinese. «È soltanto attraverso la democrazia che si può arrivare al socialismo», dichiarava Mao Tse‑tung nel suo rapporto Sul governo di coalizione presentato al VII congresso del PCC nel 1943. Questo solo punto marca la rottura completa con la tradizione del bolscevismo e le prospettive dell’Internazionale Comunista per tutto l’Oriente.

Non torneremo qui alle Tesi sulla questione nazionale e coloniale in cui Lenin estese a tutto l’Oriente l’insegnamento delle tre rivoluzioni russe. Il lettore vi troverà abbondanti estratti nell’articolo “Rivoluzione e controrivoluzione in Cina” (Programme Communiste, numeri 20 e 21).

Ricordiamo solamente due dei tre punti che costituiscono secondo Lenin la chiave di volta di queste tesi: 1) la nozione chiara delle circostanze storiche ed economiche; 2) la separazione degli interessi delle classi oppresse da quelli degli interessi nazionali delle classi dominanti. È con questo metodo che il bolscevismo si è aperta la via al potere. Applicato alla Cina avrebbe dato risultati differenti? Avrebbe smentito le previsioni marxiste? Noi lo neghiamo.

Con chiara nozione delle circostanze storiche ed economiche Lenin intendeva la negazione della rivendicazione formale dei principi astratti della democrazia borghese e determinare nella maniera più rigorosa il ruolo delle classi sociali nelle rivoluzioni d’Oriente. In Russia, aveva sottolineato, la borghesia è una classe nata già morta e non ci si può aspettare che giunga da sola a realizzare i propri compiti politici e sociali. L’esperienza della riforma del 1861, delle rivoluzioni del 1905 e del febbraio del 1917 hanno mostrato sufficientemente la sua impotenza e la sua fretta, al primo pericolo, di gettarsi fra le braccia dello zarismo. «La rivoluzione borghese – diceva Lenin – è impossibile come rivoluzione della borghesia».

Si sa che Stalin non condivideva questo punto di vista, fra il febbraio e l’aprile del 1917, quando puntava alla convocazione dell’Assemblea costituente e alla liquidazione dei Soviet. Si sa soprattutto che dal 1924 al 1927 egli pose alla base della tattica del P.C. cinese questa idea che la borghesia anticoloniale fosse più rivoluzionaria della borghesia anti‑zarista russa e che gli insegnamenti della rivoluzione russa non potessero essere applicati alla Cina. Tanto le previsioni di Lenin quanto il corso della rivoluzione cinese vanno contro questa teoria di cui noi abbiamo rilevato altrove i tratti tipicamente menscevichi (vedi Programme Communiste n° 27).

La borghesia cinese, esitante ad armare il contadiname per realizzare l’unità nazionale e rompere in maniera radicale con l’imperialismo straniero, ha dovuto lasciare il posto e il potere al proprio esecutore testamentario, al partito di Mao.

Ma la sua debolezza congenita e le sue contraddizioni erano apparse già dal 1911, al momento della prima rivoluzione cinese. Il movimento che rovesciò la dinastia Manciù aveva appena dato il potere a Sun Yat‑sen, che quest’ultimo abbandonò in favore di un militarista assai discutibile, Yuan Shikai, da egli giudicato migliore di sé «per unificare il paese e garantire la stabilità delle repubblica grazie al credito di cui godeva presso le potenze straniere». In una lettera a Čičerin del 28 agosto 1921 Sun Yat‑sen confesserà: «Il mio ritiro fu un grande errore politico le cui conseguenze furono comparabili a una sostituzione di Lenin con Kolciak, Judenič o Wrangel».

In un articolo poco conosciuto del 1912, Lenin analizzava in questi termini le circostanze politiche e sociali della prima rivoluzione cinese:

«Il diritto al suffragio (né universale, né diretto) è una manifestazione dell’unione dei contadini ricchi con la borghesia e della mancanza o della completa l’impotenza del proletariato. Questa stessa circostanza risulta dal carattere dei partiti politici della Cina. I partiti principali sono tre:

«1) Il partito “radicalsocialista” nel quale, di fatto, non c’è assolutamente nulla di socialismo, come nei nostri “socialisti popolari” (e nei nove decimi dei “socialisti-rivoluzionari”), è il partito della democrazia piccolo-borghese. Le sue rivendicazioni più importanti sono: unificazione politica della Cina, sviluppo del commercio e dell’industria “in un senso sociale” (frase nebulosa quanto “il principio di lavoro” e “l’egualitarismo” nei nostri populisti e “socialisti rivoluzionari”), mantenimento della pace.

«2) Il secondo partito è costituito dai liberali. Essi, in unione, con il partito “radicalsocialista”, formano il “partito nazionale”. Con ogni probabilità questo partito avrà la maggioranza nel primo parlamento cinese. Il capo di questo partito è il Dottor Sun Yat‑sen. Questi si sta dedicando ora dell’elaborazione di un progetto per una vasta rete ferroviaria (come i populisti russi: Sun Yat‑sen lo fa seguendo l’idea che la Cina “eviterà” il capitalismo!).

«3) Il terzo partito si chiama “unione dei repubblicani”, ed è una dimostrazione di quanto le insegne, in politica, siano ingannevoli! In realtà è un partito conservatore che si appoggia soprattutto sui funzionari, sui grandi proprietari fondiari e sui borghesi del Nord della Cina, più arretrato, mentre il partito “nazionale” è prevalentemente il partito del Sud, più industriale, più avanzato e più sviluppato.

«Il principale appoggio del “partito nazionale” è la massa contadina. I suoi capi sono degli intellettuali formati all’estero. La libertà della Cina è stata conquistata mediante l’unione della democrazia contadina e della borghesia liberale. Il prossimo avvenire ci dirà se i contadini, non diretti dal partito del proletariato, sapranno mantenere la loro posizione democratica contro i liberali, i quali aspettano soltanto il momento propizio per gettarsi a destra» (Lenin, ”La Cina rinnovata”, Pravda, 7 novembre 1912, Opere, vol. XVIII, pp.385‑386).

Le prove della viltà della borghesia cinese non si fecero attendere: Yan Che‑kai consegnò rapidamente il paese alla reazione, tanto che Lenin poteva dichiarare qualche mese più tardi: «Le rivoluzioni dell’Asia ci hanno mostrato la stessa mancanza di carattere e la stessa viltà del liberalismo, la stessa straordinaria importanza dell’autonomia delle masse democratiche, la stessa demarcazione netta tra il proletariato e qualsiasi borghesia» (I destini storici della dottrina di Karl Marx, 1913).


La guerra imperialista e le prospettive della rivoluzione proletaria in Asia

Ci fu la Prima Guerra Mondiale a mettere fine ai buoni rapporti fra la borghesia russa e lo zarismo e a liberare il movimento sociale in Russia. Le sue conseguenze, più tardi, saranno importanti anche per l’Oriente, oggetto di tutte le cupidigie imperialistiche. Il dopoguerra pose in effetti il proletariato cinese in primo piano sulla scena politica e giustificò le prospettive dell’Internazionale Comunista: lotta diretta per il potere dei soviet in tutta l’Asia.

La rottura prolungata delle relazioni economiche con le metropoli in guerra avrà come conseguenza un vistoso sviluppo del capitalismo indigeno, insofferente alla restaurazione dei precedenti monopoli commerciali. D’altra parte, l’apparizione dei nuovi concorrenti aggravava i conflitti imperialistici in Oriente. Contro i rivali europei, gli Usa, seguiti dal Giappone, lanciarono la politica detta “della porta aperta” di cui Wilson aveva definito i principi: “libertà dei mari, Società delle Nazioni, internazionalizzazione delle colonie”.

Questa situazione accentuò le contraddizioni della borghesia cinese. Essa aveva partecipato alla guerra imperialista nella speranza di recuperare, dopo la vittoria, i possedimenti tedeschi in Cina. Il trattato di Versailles li trasferirà puramente e semplicemente al Giappone. Il malcontento e la delusione che ne seguirono provocarono il movimento del 4 maggio 1919. Non era ormai più possibile attenersi alla politica di appoggiare un imperialismo per logorarne un altro. La conferenza di Washington fece trionfare la politica della “porta aperta”, ma le sue prospettive entravano sempre più in contraddizione con il sogno di Sun Yat‑sen: creare un consorzio di grandi potenze per lo sviluppo economico della Cina.

La posizione del governo nazionalista di Canton non era migliore. Nessuna misura era stata presa in favore degli operai e dei contadini che disertavano l’esercito. La campagna contro i militaristi del Nord e per l’unificazione della Cina era compromessa. Lo stesso potere di Sun Yat‑sen fu minacciato a più riprese. Ci fu bisogno dell’arrivo di Borodin e della riorganizzazione del Kuomintang con l’aiuto dei comunisti affinché si raddrizzasse la situazione. Borodin redasse il manifesto del Kuomintang riunificato in maniera che diventasse un partito “popolare” e i proletari cinesi sacrificassero a queste belle parole la propria indipendenza di classe.

Sarebbe stato difficile affermare più apertamente il contrario rispetto a quanto aveva dichiarato il IV Congresso di Mosca sulla questione d’Oriente: «Il giovane movimento operaio orientale è un prodotto dello sviluppo del capitalismo indigeno degli ultimi tempi (...) Molto spesso, come ha indicato il II Congresso dell’Internazionale Comunista, i rappresentanti del nazionalismo borghese, sfruttando l’autorità morale e politica della Russia dei Soviet e abusando delle aspirazioni di classe degli operai, ammantano di “socialismo” o di “comunismo” i loro fini democratico-borghesi per deviare così, talvolta senza rendersene conto, i primi organi embrionali del proletariato dai loro doveri di organizzazione della classe. Tali sono il partito Behill Ardou in Turchia, che ha ridipinto il panturanismo di rosso, e il “socialismo di Stato” preconizzato da certi rappresentanti del Kuomintang”.

Lungi dall’interpretare questa politica della borghesia cinese come un fallimento della sua direzione di classe del movimento nazionale, Mosca volle vedervi il segno particolare della sua natura rivoluzionaria. Ciò era in contraddizione non solamente con le previsioni dell’Internazionale, ma anche con la massa dei fatti accumulatisi dopo i suoi primi congressi. Diceva Lenin nelle sue tesi del 1920: «Noi dobbiamo mettere fine alle illusioni nazionali della piccola borghesia e alla sua fiducia nella possibilità di una coesistenza pacifica e di una uguaglianza fra le nazioni in regime capitalistico». Era ciò che aveva provato a tutta l’Asia il trattato di Versailles e la conferenza di Washington. «Senza una vittoria sul capitalismo, né l’oppressione dei padroni, né le oppressioni nazionali, né la disuguaglianza sociale possono essere abolite». Era ciò che aveva provato agli operai e ai contadini il governo del Kuomintang a Canton.

Infine, in opposizione al piano economico di Sun Yat‑sen e al suo carattere utopico sotto il regime capitalistico, Lenin aveva risposto in anticipo che soltanto una federazione delle repubbliche sovietiche potrebbe «realizzare un piano economico universale la cui regolare applicazione sarebbe controllata dal proletariato di tutti i paesi».

Dunque non è certo nel 1964 che tutte le “soluzioni” di ricambio della borghesia “nazionale” e dell’imperialismo mondiale sono state condannate, ma nel 1924, ai primi inizi della rivoluzione cinese. La guerra imperialista aveva mostrato che l’insieme dell’economia mondiale era matura per la riorganizzazione socialista. La vittoria del proletariato in Russia aveva posto tutti i paesi di fronte all’alternativa: rivoluzione comunista o controrivoluzione borghese. «A partire dal momento in cui un paese (fosse anche uno solo) si è strappato dalla catena dell’imperialismo come ha fatto la Russia – disse Zinoviev al congresso di Baku – a partire dal momento in cui gli operai hanno messo all’ordine del giorno la questione della rivoluzione proletaria, noi possiamo dire che la Cina, l’India, la Turchia, la Persia, l’Armenia possono e devono ingaggiare direttamente la lotta per un regime dei Soviet».

Tale fu il senso di tutti i testi dell’Internazionale Comunista sulla questione coloniale: Manifesto del Primo Congresso (1919); Tesi di Lenin al II Congresso (1920) con le aggiunte di Roy dedicate più specificatamente alla Cina e all’India; tesi del Congresso di Baku (settembre 1920), le une sulla Questione agraria (Radek), le altre sul potere dei Soviet in Oriente (Bela Kun); tesi infine del IV Congresso di Mosca sulla questione di Oriente, presentata da Safarov.

Noi possiamo quindi così ordinare lo schema dei successivi periodi rivoluzionari:
     - 1789‑1871, rivoluzioni borghesi in Europa occidentale (così come in America del Nord e in Giappone);
     - 1905‑50 (circa), movimenti nazionali rivoluzionari in tutta l’area afro‑asiatica e in Europa orientale con una sola vittoria proletaria: in Russia;
     - 1917‑27, strategia unitaria della “rivoluzione permanente”, che collega i paesi capitalistici avanzati con le colonie: sconfitte successive in Europa e in Cina, che servirà da modello alla controrivoluzione staliniana in Russia.


La teoria delle “tappe” nella rivoluzione anticoloniale

Con loro ingresso nel Kuomintang, sotto le ingiunzioni di Mosca, i comunisti cinesi non commettevano soltanto un errore tattico che i bolscevichi non avevano mai commesso essendosi al contrario differenziati in tutti i modi dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari. Essi non commettevano soltanto un errore di valutazione sulla velocità con la quale si sarebbe sviluppata la rivoluzione cinese. Essi perpetrarono soprattutto un compromesso di principio volgendo le terga alle prospettive di lotta per le quali l’Internazionale era stata creata sottomettendosi alla strategia nazionale della borghesia cinese. Fu questo che conferì alle discussione sulla rivoluzione cinese e alla sconfitta davanti alle truppe di Chiang Kai‑shek, una così grande importanza nel trionfo della teoria del “socialismo in un solo paese”.

Nelle conferenze tenute a Canton fra il gennaio e l’agosto del 1924 sui “Tre principi del popolo”, Sun Yat‑sen elaborò per primo una teoria degli stadi per i quali avrebbe dovuto passare la rivoluzione cinese prima di arrivare alla sua conclusione borghese. Il principio nazionale, per essere realizzato avrebbe richiesto tutto un periodo di azione puramente militare con l’obiettivo di sconfiggere i “signori della guerra” e di cacciare dal paese gli imperialisti stranieri. Raggiunto questo obiettivo, si sarebbe potuti passare a un secondo periodo “educativo”, che doveva realizzare il principio della democrazia mediante l’instaurazione di un regime parlamentare compiere. Ultimo periodo, infine, quello del “socialismo” che Sun Yat‑sen chiamava nella sua versione primitiva del 1907 il “benessere del popolo”, durante il quale si trattava di mettere in pratica il “determinismo economico” nell’organizzare una giusta ripartizione delle ricchezze.

Il PCC aderì a questa teoria tipica del liberalismo borghese. Non si domandò neanche se si potessero scacciare gli imperialisti senza sollevare il contadiname, né se il contadiname potesse tenere fede alle proprie promesse rivoluzionarie senza la direzione politica del proletariato. L’esercizio di “stile” dello stalinismo nella questione cinese fu di determinare a quale stadio ci si trovasse. Allorché la controrivoluzione borghese cominciò ad imperversare, Stalin la giustificò a nome della “prima tappa”. Quando l’inasprimento delle lotte di classe, la pressione dei comunisti cinesi e le critiche di Trotzki posero all’Internazionale l’urgente questione di uscire dal Kuomintang e di creare i Soviet, Stalin fece allora interamente sua la teoria delle “tappe” di Sun Yat‑sen e ad essa dette la forma compiuta e “classica” che si imporrà in seguito ai comunisti di tutti i paesi coloniali.

Le sue tesi sui Problemi della rivoluzione cinese, pubblicate sulla Pravda del 21 aprile 1927, meritano qualche citazione: «Durante il primo periodo della rivoluzione cinese, quello della campagna del Nord, in cui l’esercito nazionale avvicinandosi allo Yangtse riportò vittoria su vittoria e in cui il movimento degli operai e dei contadini non si era ancora sviluppato, la borghesia nazionale (a eccezione dei compradores) marciava insieme con la rivoluzione. Era la rivoluzione del fronte nazionale unificato (...) Il colpo di Stato di Chiang Kai‑shek significa che la rivoluzione è entrata nella sua seconda tappa e che è cominciata la svolta dalla rivoluzione del fronte nazionale unificato alla rivoluzione delle masse operaie e dei contadini, alla rivoluzione agraria».

Le tesi di Stalin non comprendevano alcuna “terza tappa”, ma qualche mese più tardi, al Plenum di luglio‑agosto del CC del PCR egli darà un nome a quest’ultima tappa «che non esiste ancora ma che verrà»: la rivoluzione sovietica. Nel suo discorso pronunciato nello stesso Plenum, Stalin, si sforza di giustificare la sua teoria falsificando l’intera esperienza della rivoluzione russa. «Lenin – dichiarò – riconosceva due tappe nella nostra rivoluzione: la prima era la rivoluzione democratica borghese con il movimento agrario come asse principale, la seconda fu la rivoluzione d’Ottobre con, come asse principale, la presa del potere da parte del proletariato».

Non si poteva deformare meglio il senso delle Tesi d’aprile del 1917 di come l’abbia fatto Stalin nelle sue tesi d’aprile del 1927. Quando Lenin parla di due tappe della rivoluzione russa non è per negare il potere dei Soviet, ma per lanciarne quella parola d’ordine; non era per attendere il “compimento” costituzionale della “tappa” borghese, ma per evitarla; questo per fare comprendere alle teste dure, fra cui Stalin, che si doveva mettere fine alle ultime illusioni mensceviche fra gli ultimi “vecchi bolscevichi”. In realtà, secondo Lenin, la rivoluzione del 1905 aveva così poco a che fare con la “tappa democratica borghese” che la designava come una “prova generale” della rivoluzione del 1917. Perché “prova generale”? Perché il 1905 russo conteneva in germe tutti i caratteri politici e sociali della rivoluzione del 1917 e di tutta l’Asia; perché includeva dialetticamente tutte le fasi e, se si vuole, tutte le “tappe”, avendo provato sufficientemente la necessità del potere dei Soviet e della dittatura del proletariato.

La rivoluzione cinese non ha smentito questo insegnamento, ma ne ha dato la dimostrazione al contrario. Un anno dopo il primo colpo di forza di Chiang Kai‑shek, Stalin si oppose ostinatamente a uscire dal Kuomintang e a lanciare la parola d’ordine dei Soviet. Ecco come valutava nelle sue tesi gli avvenimenti più significativi della rivoluzione e della controrivoluzione in Cina: «Il tentativo di Chiang Kai‑shek, nel marzo del 1926, di espellere i comunisti dal Kuomintang fu il primo serio tentativo della borghesia nazionale di mettere la museruola alla rivoluzione. Si sa che il CC del PCR(b) considerava già all’epoca che era necessario “condurre una linea di mantenimento del PC nel Kuomintang” e di “allontanare o di escludere la destra dal Kuomintang” (aprile 1926) (...) Il colpo di Stato di Chiang Kai‑shek [si trattava del massacro dei comunisti di Shanghai e di Nanchino e della costituzione in questa città di un governo della sola “destra” del Kuomintang - NdR] significa che nella Cina del Sud ci saranno ormai due campi, due governi, due eserciti e due centri: il centro della rivoluzione a Wuhan e il centro della controrivoluzione a Nanchino (...) Ne consegue che la politica di mantenimento dell’unità del Kuomintang, di isolamento della destra all’interno del Kuomintang e della sua utilizzazione [sic!] non corrisponde più ai compiti della rivoluzione. Questa politica deve essere rimpiazzata da una politica di esclusione della destra, di lotta contro la destra fino alla sua completa liquidazione politica, e di concentrazione di tutto il potere nelle mani del Kuomintang come blocco della sinistra e dei comunisti».

Qualche mese più tardi il governo “di sinistra” espellerà invece i comunisti. Gli operai di Canton tentarono allora di imporre la loro dittatura contro tutte le tendenze del Kuomintang. La loro giusta parola d’ordine e la loro inevitabile sconfitta riassumono tutti gli insegnamenti della rivoluzione cinese: la posta in gioco e il fine della rivoluzione non erano la sconfitta del “blocco delle quattro classi”, ma la vittoria o la sconfitta della borghesia nazionale o del proletariato.

La storiografia staliniana presenta il movimento rivoluzionario del 1924‑27 come una semplice “tappa” della rivoluzione borghese in Cina. Così nella Conversazione con gli studenti dell’Università Sun Yat‑sen nel maggio del 1927, Stalin disse: «Certo il colpo di Stato di Chiang Kai‑shek non poteva passare senza una sconfitta parziale degli operai in una serie di regioni. Ma non è che una sconfitta parziale e provvisoria. In effetti con il colpo di Stato di Chiang Kai‑shek, la rivoluzione nel suo insieme è entrata in una fase superiore del suo sviluppo, la fase del movimento agrario».

Come può esserci una “sconfitta parziale” quando c’è la lotta armata per la conquista del potere? Mosca si è rifiutata di preparare questa lotta, ma essa si è prodotta comunque e si è conclusa con l’annientamento del proletariato cinese. Che questa sconfitta fosse necessaria perché la rivoluzione nazionale entrasse “nel suo insieme” nella sua “fase agraria” noi lo ammettiamo volentieri. Ma allora bisogna dire con Trotzki che in Cina la rivoluzione borghese non è stata possibile che come controrivoluzione borghese e che dal 1927 si è concluso il periodo in cui le rivoluzioni borghesi dell’Oriente potevano marciare sulle orme proletarie e internazionaliste dell’Ottobre russo.


L’eredità di Sun Yat‑sen: la Nuova Democrazia

Le lezioni che noi traiamo dalla sconfitta del 1927 sono dunque radicalmente differenti da quelle che ne ha tratto lo stalinismo russo o cinese. Non c’è stata una sconfitta del movimento nazionale a causa dell’abbandono da parte della borghesia cinese, ma l’annientamento del proletariato internazionalista a causa dell’abbandono delle proprie posizioni di classe. Fu il riflusso del movimento nazionale ad essere “parziale” e “provvisorio”, la sconfitta del proletariato fu completa e definitiva.

Ecco come Mao Tse‑tung ha interpretato questo periodo storico nel suo discorso dell’aprile del 1945 Sul governo di coalizione: «Nel 1924, su proposta del Partito comunista cinese, Sun Yat‑sen aveva convocato il Primo Congresso pancinese del Kuomintang al quale parteciparono anche i comunisti. Esso aveva elaborato le tre tesi politiche fondamentali (alleanza con la Russia, alleanza con il partito comunista e appoggio agli operai e ai contadini), aveva organizzato l’Accademia militare di Whampoa, creato un fronte nazionale unito che raggruppava il Kuomintang, il Partito comunista cinese e tutti gli strati della popolazione. Il risultato fu che nel 1924‑25 le forze reazionarie furono liquidate dal Guangdong; nel 1926‑27 si sviluppò con successo la Campagna del Nord».

Mao non dice che il “risultato” e il “successo” di questa politica fu il massacro del proletariato cinese. Non la considera che dal punto di vista nazionale e da questo punto di vista si limita a lamentarsi della controrivoluzione, perché «l’unione ha ceduto il passo alla guerra civile, la democrazia alla dittatura, la luce alle tenebre». In considerazione di ciò «i tre principi del popolo di Sun Yat‑sen, gettati a mare dai reazionari del Kuomintang, furono ripresi dal popolo cinese, dal Partito Comunista cinese e dagli altri democratici» (Œuvres, T. IV pp. 299‑300).

Una volta di più l’assioma di Lenin si è rivelato giusto: la rivoluzione borghese era impossibile come rivoluzione della borghesia. Quest’ultima fu incapace di trarre profitto dalla sua vittoria sul proletariato. Ma facendo proprio il programma di Sun Yat‑sen, il partito di Mao non l’ha reso più “rivoluzionario”. L’abbiamo visto nella questione agraria. E lo stesso nelle questioni della democrazia politica e della lotta contro l’imperialismo straniero. Il partito di Mao ha fatto di tutto affinché la realizzazione di questo programma non oltrepassasse il quadro degli interessi nazionali borghesi e non si violasse la buona intesa fra le classi. «Alcuni esprimono i seguenti dubbi: quando avranno vinto i comunisti non instaureranno la dittatura del proletariato, un sistema a partito unico, come in Russia? Noi rispondiamo a che fra lo Stato della Nuova Democrazia, fondato sull’alleanza di diverse classi democratiche e lo Stato socialista fondato sulla dittatura del proletariato, esiste una differenza di principio. Certamente, il regime della Nuova Democrazia che noi difendiamo è creato sotto la direzione del proletariato, sotto la direzione del partito comunista [il proletariato comunista può creare un potere che non sia quello della sua dittatura? - NdR], tuttavia durante tutto il periodo della Nuova Democrazia, in Cina non si potrà, e di conseguenza non si dovrà avere un regime di dittatura esercitato da una sola classe» (ibid. pp. 329‑330).

Queste affermazioni di principio sono davvero curiose quando si pensa alle lezioni di “marxismo-leninismo” che Pechino pretende di dare oggi a Mosca. Ieri Mosca dichiarava di incarnare la dittatura del proletariato. Attualmente ci si dice che si è trasformata in “Stato di tutto intero il popolo”, cioè in democrazia borghese. E noi possiamo comprendere questo “cambiamento” interpretandolo come il risultato giuridico della contro-rivoluzione staliniana. Ma per quale miracolo lo Stato cinese fondato sui “Tre principi del popolo” si sarebbe trasformato in Stato socialista, in dittatura del proletariato?

Mao non ha più l’“ingenuità verginale” del populista Sun Yat‑sen di cui parlava Lenin. Non ci si può più immaginare che i “Tre principi del popolo” e l’avvento della democrazia siano la chiave dell’emancipazione umana. E ciò perché il rivoluzionario piccolo-borghese porta le stigmate della controrivoluzione borghese: Sun Yat‑sen + Stalin = Mao Tse‑tung. Lo stesso argomento che gli servì nel 1945 per rifiutare la dittatura del proletariato in Cina gli serve vent’anni dopo per ribattezzare la “democrazia nuova” in “Stato socialista”: «Il sistema che si è creato in Russia era condizionato dallo sviluppo storico della Russia. Si è distrutto un sistema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e vi si è creato un sistema politico, economico e una cultura di tipo democratico la più avanzata possibile, cioè socialista» (ibid. p.330).

Nell’ottobre del 1917 si era forse distrutto lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”? In Russia si era creata un’economia socialista o si credeva almeno alla possibilità di una sua prossima “creazione”? No, non è questo il contenuto del bolscevismo. Esso è la rivendicazione della dittatura del proletariato come forma universale del potere di classe, anche nei casi particolari della Russia o della Cina; l’affermazione che questa forma di governo era non solo possibile ma necessaria nei paesi arretrati con un debole sviluppo dell’economia nazionale. Quello che Mao accordava nel 1945 all’Urss come un privilegio nazionale grande‑russo, lo rivendica ora in esclusiva per la patria degli Han: non la dittatura proletaria, ma la “costruzione del socialismo” mediante l’accumulazione del capitale.

Numerose pagine del rapporto di Mao Sul governo di coalizione sono ugualmente consacrate all’analisi delle parole d’ordine economiche di Sun Yat‑sen: «La struttura economica della Nuova Democrazia che noi tentiamo di instaurare corrisponde ugualmente ai principi di Sun Yat‑sen» (p.325). Nel campo agrario Sun Yat‑sen aveva lanciato la parola d’ordine ripresa dal PCC: “A ciascun coltivatore il suo campo!”; nell’industria e nel commercio, il Manifesto del 1924 reclamava una “limitazione del capitale”... Mao Tse‑tung formula così il suo programma: «Alcuni pensano che i comunisti cinesi siano contrari allo sviluppo dell’iniziativa individuale, contro lo sviluppo del capitale privato, contro la difesa della proprietà privata. Non è affatto così. L’oppressione che fanno pesare gli stranieri sulla nazione e il giogo feudale all’interno del paese, frenano pesantemente lo sviluppo dell’iniziativa individuale dei cinesi, lo sviluppo del capitale privato e rovinano i beni di larghi strati della popolazione. Ora, il compito del sistema della Nuova Democrazia che noi ci sforziamo di instaurare, consiste precisamente nell’eliminare questi freni, nel mettere fine a questa rovina, nell’assicurare alla massa dei cinesi la possibilità di esercitare liberamente la loro iniziativa individuale nella società, di sviluppare liberamente l’economia capitalistica privata, la quale tuttavia, non deve “detenere nelle sue mani la vita del popolo”, ma al contrario essergli utile e infine ad assicurare la protezione di tutta la proprietà privata acquisita per via legale» (pp. 325‑326).

Non è ancora venuto il momento di giudicare la Cina maoista sotto il profilo della realizzazione del suo programma borghese. Questa questione sarà l’oggetto di ulteriori articoli. Qui si tratta solamente di denunciare le frasi “socialiste” con cui si paluda questo programma. L’assioma politico del riformismo era: non si può passare al socialismo che attraverso la democrazia. Il suo assioma economico si riassume in questi termini: lo sviluppo del capitalismo nazionale è una condizione assoluta della “costruzione socialista”. Abbiamo visto come la strategia rivoluzionaria dell’Internazionale Comunista prendeva in considerazione il rapporto fra paesi arretrati e paesi capitalistici avanzati nella prospettiva universale di un assalto proletario al potere borghese. Il merito di Trotzki nella questione cinese non fu solamente di difendere la tattica dei bolscevichi: egemonia del proletariato e dittatura di classe. Trotzki ha anche lottato per la strategia rivoluzionaria mondiale senza la quale il bolscevismo non avrebbe alcun senso: «La conquista del potere da parte del proletariato non mette termine alla rivoluzione, essa non fa che inaugurarla. La costruzione socialista non è concepibile che sulla base della lotta di classe alla scala nazionale e internazionale. Questa lotta, essendo data dalla dominazione decisiva dei rapporti capitalisti sull’arena mondiale, porterà inevitabilmente a eruzioni violente, cioè a guerre civili all’interno e a guerre rivoluzionarie all’estero». (Tesi sulla rivoluzione permanente, 1929)

Salutando lo sviluppo capitalistico cinese e la sua rivalità con Mosca come una vittoria della rivoluzione permanente, i pietosi “trotzkisti” di oggi mostrano fino a che punto lo stalinismo e il progressismo borghese si sono impadroniti della loro anima. È un fatto che sviluppandosi il capitalismo scava la sua tomba. In Cina esso può creare tutte le condizioni favorevoli possibili per la crescita fisica e la ripresa politica del proletariato. Ma suo malgrado. Tutto ciò che può attendersi il proletariato è che esso dia all’antagonismo fra capitale e lavoro la sua forma più pura, la più violenta, la più spoglia di illusioni riformiste e piccolo-borghesi. Sotto questo aspetto i meriti del “socialismo cinese” sono stati nulli nel periodo rivoluzionario. E non sono più grandi dopo che il partito di Mao è diventato il partito di governo. Si sa che Pechino, nella stretta tradizione staliniana abbandonata da Mosca, non nega l’esistenza di antagonismi di classe in Cina. Ecco dunque ciò che Mao pensa, sempre secondo il suo rapporto del 1945: «Va da sé che continueranno ad esistere contraddizioni fra le classi e che quella che si manifesterà in maniera più netta sarà la contraddizione che oppone il lavoro al capitale. Questo avverrà perché ciascuna di queste classi avrà proprie rivendicazioni. Velare queste contraddizioni, velare queste rivendicazioni sarebbe un’ipocrisia, un errore. Ma durante tutta la fase della Nuova Democrazia, queste contraddizioni, queste rivendicazioni particolari, non usciranno dal quadro delle rivendicazioni generali e non si deve permettere che esse ne escano» (ibid. p. 323).

Così lo Stato della Nuova Democrazia si erge a campione della collaborazione di classe; intende regolare dall’alto, al di sopra delle classi, l’antagonismo fondamentale fra capitale e lavoro; ridurre le “rivendicazioni particolari” del proletariato agli interessi “generali” dello Stato borghese. In tutta evidenza, ciò che il proletariato cinese guadagnerà nel regime della Nuova Democrazia, lo guadagnerà lottando contro di esso, preparandosi a seppellirlo! Solo quando, come dice Marx, vi sarà «un ordine di cose in cui non ci siano più classi né antagonismi di classe» allora «il divenire sociale cesserà di farsi in rivoluzioni politiche” (Miseria della filosofia).

Non c’è dunque nulla di nuovo nella democrazia cinese e lo studio dello sviluppo del capitalismo in Cina ne sarà una ulteriore conferma. Allo stesso modo, non c’è nulla di particolare né di originale nella rivoluzione cinese, se non la sconfitta completa e durevole dell’internazionalismo proletario in Asia e nelle vecchie metropoli.

 

 

 

 

 


Programme Communiste, N°31, aprile‑giugno 1965 (4/7)

V. - LO SVILUPPO DEL CAPITALISMO CINESE E LA DOMINAZIONE IMPERIALISTA


- Ciò che si chiama “accumulazione primitiva”
- L’apertura della Cina, commercio e oppio
- Marx e la Cina
- L’imperialismo e la borghesia compradora
 

Abbiamo visto nell’articolo precedente il posto che occupa la questione nazionale e coloniale nella teoria marxista. La costituzione di uno Stato nazionale, lo sviluppo di una economia nazionale non possono in alcun modo rappresentare per il proletariato l’obiettivo finale delle sue lotte politiche, né il culmine delle sue aspirazioni sociali.

Lo stalinismo ha invece rinnegato a tal punto la rivoluzione d’Ottobre che non la considera oggi che una mera premessa per l’accumulazione del capitale in Russia. Associandosi così ai socialisti della Seconda Internazionale che cercavano di ridimensionare l’esplosione rivoluzionaria del 1917 ad una rivoluzione borghese. Ma i bolscevichi non erano degli smarriti giacobini. Fondando l’Internazionale Comunista, chiamando il proletariato mondiale alla guerra di classe, sono stati capaci di dare un’altra ripercussione al tracollo dell’Impero degli Zar. Come Marx ed Engels avevano previsto, la rivoluzione a San‑Pietroburgo precipitò l’Europa borghese sull’orlo dell’abisso.

I fondatori del marxismo avevano prefigurato lo stesso contraccolpo dalla rivoluzione cinese. Abbiamo dimostrato perché questa attesa è andata delusa. Il proletariato ha combattuto senza direzione di classe; l’Internazionale di Mosca gli ha imposto la camicia di forza della strategia nazionale del Kuomintang. Mao Tse‑tung non ha “modificato” questa politica, ma ne è stato l’erede. Seguendo l’esempio della Russia staliniana, la Cina esalta il suo modello di costruzione economica come il più grande successo e l’unica prospettiva del “socialismo”. Nelle metropoli capitaliste, tutto quello che “l’Internazionale” di Pechino si è accontentata di creare si riduce a delle “società d’amici della Cina” che reclutano dei borghesi liberali, amanti del tè e degli imbrogli. La nuova “patria del socialismo” non ha nemmeno rinfrescato la formula moscovita del “socialismo delle patrie!”.

Ci rimproverano spesso di trincerarci, nelle generali condanne, in un dogmatismo ottuso. Noi siamo fieri di queste accuse! Ci dicono anche che noi pretendiamo l’impossibile dalla Storia, quando mille “realisti” ripetono con Mao la necessità d’uno sviluppo capitalista prima del “passaggio al socialismo” in un solo paese. Definiscono la nostra posizione sulla questione nazionale e coloniale “utopistica”, se non “pericolosa”: non si sono accusati i bolscevichi d’aver isolato la rivoluzione russa e di favorire il ritorno allo zarismo? non sono state invocate le minacce dell’Inghilterra per persuadere gli operai cinesi a restituire le armi alle truppe di Ciang Kai‑shek nel 1927? Questi “argomenti” sono al di sopra di ogni critica. Ma il socialismo è potuto uscire dall’utopia per diventare la scienza della rivoluzione sociale solo respingendo le illusioni piccolo-borghesi sullo “sviluppo” del capitalismo.

Vogliamo dimostrare nel proseguire dell’articolo come le posizioni strategiche e tattiche del proletariato nella questione nazionale e coloniale riposano sull’analisi e sulla previsione degli antagonismi economici scatenati dal Capitale. È creando il mercato mondiale che le metropoli capitaliste si sono costituite delle colonie; è nel mercato mondiale che esse hanno trovato le condizioni della loro emancipazione; ed è anche la prova che è il mercato mondiale che decide il loro “sviluppo” capitalista. Nessuna forma d’indipendenza, nessuna cortina di ferro può liberare una economia “nazionale” dalla dura legge del mercato. Anche se trova nello Stato nazionale il suo migliore strumento di dominazione, il sistema capitalista è mondiale. È nato e vive nel perpetuo sconvolgimento dei rapporti tra gli uomini, i popoli, i continenti. Lo studio di questi rapporti anarchici e del loro punto di rottura, e nello stesso tempo il riflesso di questi antagonismi sui rapporti tra le classi, sono alla base di tutte le posizioni marxiste sulla questione nazionale e coloniale.

Il marxismo è dunque lontano dalla storia apologetica degli Stati o dalla glorificazione del loro “sviluppo” economico. La Cina proletaria sarebbe potuta diventare una delle chiavi della rivoluzione sociale in Occidente. Ma la Cina borghese (d’altronde come ogni altro paese, per quanto “sviluppato”) non può determinare la sorte del mondo capitalista, e neanche il suo proprio destino.

È trascorso un secolo tra l’apertura della Cina al commercio mondiale (o meglio alla pirateria inglese) e la fondazione della “democrazia popolare” che ha consacrato in questo paese il trionfo incontrastato del modo di produzione capitalista. Non abbiamo adesso l’intenzione di descrivere la storia di questo periodo, e neanche di evidenziare tutte le falsificazioni della storiografia nazionale. Nemmeno ci stupiamo di leggere nei manuali, anche i più seri, della Cina maoista passare sotto silenzio le pagine più significative di Marx, Engels o Lenin: perché parlano di preoccupazioni che non sono quelle dei mandarini della nuova Cina. Abbiamo già denunciato il loro “rifiuto” della teoria marxista del modo asiatico di produzione. Si tratta adesso di illustrare lo sviluppo del capitalismo in Cina respingendo l’interpretazione che fa della vittoria del Capitale la fine ultima di tutto il movimento sociale e la garanzia di tutti i “progressi”.


Quello che definiamo “accumulazione primitiva”

Il primo libro de Il Capitale parte dallo studio del denaro, del capitale e del plus‑valore, come si presentano in una società capitalista sviluppata, l’Inghilterra del XIX secolo, per farne la genesi e risalire fino ai segreti dell’“accumulazione primitiva”.

«Abbiamo visto come il denaro diventa capitale, il capitale origine del plusvalore, e il plusvalore origine del capitale addizionale. Ma l’accumulazione capitalista presuppone la presenza del plusvalore e questo la produzione capitalista che, a sua volta, non entra in scena che nel momento in cui delle masse di capitali e di forze operaie assai considerevoli si trovano già accumulate tra le mani di mercanti produttori. Tutto questo movimento sembra dunque girare in un circolo vizioso, da cui non ne saremmo mai usciti senza ammettere una accumulazione primitiva (previous accumulation dice Adamo Smith) precedente all’accumulazione capitalista e in tal modo servendo come punto di partenza alla produzione capitalista. Questa accumulazione primitiva gioca nell’economia politica pressapoco come il peccato originale nella teologia» (Il Capitale, L.I, cap. XXVI).

Dopo avere decifrato il mistero della forma denaro e scoperto l’origine del plusvalore, Marx risale dunque a questo “peccato originale” dell’economia “nazionale”. Ma non per assolverlo! Denuncia al contrario la facilità con la quale il capitalismo maturo dimentica i suoi peccati di gioventù, come Krusciov “dimentica” Stalin e Kossighin “dimentica” Krusciov nei loro inni a una società del “benessere” e del profitto. Marx fa anche la storia della colonizzazione per rinfrescare la memoria ai borghesi inglesi. Poteva mai pensare che le colonie della vecchia Albione, un secolo più tardi, avrebbero brandito la bandiera del socialismo, non per piantarla sulla torre di Londra, ma per camuffare le miserie della loro propria accumulazione primitiva? Oggi, il “peccato originale” dei capitalismi russo o cinese, jugoslavo o indiano, si chiama “costruzione del socialismo”.

E Marx ne smaschera anzitutto il preteso carattere “pacifico” e “armonioso”:

«Negli annali della storia reale, è la conquista, l’asservimento, l’assassinio e la rapina a mano armata, il regno della forza brutale, che l’ha sempre contraddistinto. Nei manuali di testo dell’economia politica, è l’idillio che da sempre regna. A sentire loro, non ci furono mai altri mezzi d’arricchimento che il lavoro e il diritto. In effetti, i metodi dell’accumulazione primitiva saranno tutto ciò che si vuole, eccetto idilliaci».

Marx dedica numerose pagine de Il Capitale per descrivere l’espropriazione dei contadini, la legislazione contro il “vagabondaggio”, preludio indispensabile all’asservimento salariale. Ma non fa soltanto opera di storico. Ciò che poteva sembrare un passato lontano per l’Inghilterra del XIX secolo ne dimostra la sanguinante realtà nelle sue colonie. Marx non è obnubilato nella “patria del capitalismo”, dai miraggi dell’“economia nazionale” e del suo “sviluppo”. E ci presenta come un fenomeno mondiale e contraddittorio la rivoluzione operata dal Capitale. Ed è il saccheggio dell’universo perpetrato dall’Inghilterra borghese che si erge sulle rovine dell’India, che s’arricchisce con la tratta dei Neri, lo sfruttamento dell’America e del crollo degli imperi rivali:

«Subito dopo scoppia la guerra commerciale; che ha il mondo intero come teatro. Aprendosi con la rivolta dell’Olanda contro la Spagna, prende delle proporzioni gigantesche nella crociata dell’Inghilterra contro la rivoluzione francese e si prolunga, fino ai nostri giorni, con spedizioni di pirati, come le famose guerre dell’oppio contro la Cina.
     «I differenti metodi dell’accumulazione primitiva che l’era capitalista fa sbocciare si suddividono prima di tutto, in ordine più o meno cronologico: il Portogallo, la Spagna, l’Olanda, la Francia e l’Inghilterra, fino a che quest’ultima li unisce tutti, nell’ultimo terzo del XVII secolo, in un insieme sistematico, abbracciando al tempo stesso il regime coloniale, il credito pubblico, la finanza moderna e il sistema protezionista. Qualcuno di questi metodi consiste nell’impiego della forza brutale, ma tutti senza eccezione sfruttano il potere dello Stato, la forza concentrata e organizzata della società, al fine di far precipitare violentemente il passaggio dall’ordine economico feudale all’ordine economico capitalista e accorciare le fasi di transizione. E in effetti la forza è la levatrice di qualsiasi vecchia società in travaglio. La forza è un agente economico».

Non è da oggi, che nelle vecchie colonie dell’Africa o dell’Asia la borghesia autoctona non predichi altro che l’arricchimento dal “lavoro” e dal “diritto” nel rispetto dell’idolatria dello Stato onnipotente. È l’ABC dello stalinismo. Dietro le formule del “diritto al lavoro” o della “la terra a chi la lavora” si nascondono le espropriazioni in massa, la trasformazione di centinaia di milioni di uomini in proletari: dall’Africa all’Asia, dalla Russia alla Cina. E anche se questi metodi di “sviluppo” non poggiano tutti sull’impiego diretto della forza, come dice Marx, “tutte senza eccezione sfruttano il potere dello Stato” al fine di far “precipitare violentemente” il passaggio alla dominazione del Capitale. Anche se l’Inghilterra è riuscita a fondere i differenti metodi dei suoi predecessori, i nuovi concorrenti del XX secolo si sono sforzati di intrecciare tutti i metodi del capitalismo per predisporre il suo declino: la cooperazione con la proprietà contadina, il mercato mondiale con il sistema protezionista, il “socialismo” con... lo sfruttamento del lavoro salariato.

Nella sua impresa di demistificazione dell’economia politica, Marx affronta le teorie della colonizzazione e in particolare quella di Wakefield, detta “colonizzazione sistematica” (Il Capitale, libro I, capitolo XXXIII). Qui si tratta di dimostrare quanto la realtà dell’accumulazione capitalista corrisponda poco alle motivazioni apologetiche che la società borghese s’è data scrivendo sulle sue bandiere i “diritti dell’uomo e del cittadino”. Ma indagando da più vicino, non ci stupiremo certo di scoprire nelle idee della “colonizzazione sistematica”, la “fabbrica dei salariati nelle colonie”, l’embrione di tutti i “sistemi socialisti” della nostra moderna decolonizzazione.

«Alla società capitalista compiuta, l’economia applica le nozioni del diritto e della proprietà ereditate da una società precapitalista, con tanto più zelo e sacralità quanto più i fatti protestano contro la sua ideologia. Nelle colonie è tutt’altra cosa. Lì il modo di produzione e d’appropriazione capitalista urta dappertutto contro la proprietà, corollario del lavoro personale, contro il produttore che, disponendo delle condizioni esteriori del lavoro, s’arricchisce lui stesso invece d’arricchire il capitalista. L’antitesi di questi due modi di appropriazione diametralmente opposti s’afferma qui in modo concreto, in uno scontro».

Marx fornisce qui un elemento molto importante nella questione nazionale e coloniale: la possibilità per le masse sfruttate nelle colonie di prendere coscienza delle contraddizioni dell’ideologia borghese e di respingerla, come può solo fare l’avanguardia del proletariato nelle metropoli capitaliste. È appunto la lotta aperta e senza esitazioni della borghesia “nazionale” e dell’imperialismo mondiale per l’espropriazione di queste masse contadine che può favorire la loro presa di coscienza e porle momentaneamente sul terreno del proletariato. Così, constatiamo che differenza ci sia tra la fine del yeoman inglese del XVII secolo e quella del mujik russo, soldato della rivoluzione d’ottobre!

«Lo stesso interesse che spinge il sicofante del capitale, l’economista, a sostenere a casa propria l’identità teorica della proprietà capitalista e del suo contrario, lo determina nelle colonie a confessarsi, a proclamare ad alta voce l’incompatibilità di questi due ordini sociali. Si mette dunque a dimostrare che bisogna o rinunciare allo sviluppo delle potenze collettive del lavoro, alla cooperazione, alla divisione manifatturiera, all’impiego su larga scala di macchine, ecc., o trovare degli espedienti per espropriare i lavoratori e trasformare i loro mezzi di produzione in capitale. Nell’interesse di ciò che gli piace chiamare la ricchezza della nazione, cerca degli espedienti per assicurare la povertà del popolo. Così dalla sua corazza di sofismi apologetici si staccano frammenti su frammenti, come da un legno marcio».

Siamo lontani dagli elogi sino‑russi dello “sviluppo industriale”, dalle dichiarazioni sulla “libertà”, “l’indipendenza economica” e “la proprietà fondata sul lavoro”. Marx mostra nel saccheggio coloniale la verità dell’accumulazione capitalista e nella teoria della colonizzazione di Wakefield il nec plus ultra delle nostre moderne teorie dello “sviluppo economico” e altre “costruzioni del socialismo”. Precisiamo prima di tutto che le idee di Wakefield dovevano applicarsi agli Stati Uniti d’America per risolvere una contraddizione apparentemente insolubile che frenava tutto il suo sviluppo: la necessità che la terra restasse proprietà del popolo per attirare dei nuovi coloni e la necessità non meno importante per il Capitale che la proprietà della terra fosse strappata ai piccoli produttori liberi. Ritorneremo su queste “difficoltà” quando avremo studiato le ricette borghesi di Mao Tse‑tung. Osserviamo solamente che non sono le idee di Wakefield che hanno risolto il problema dello sviluppo capitalista negli Stati‑Uniti, ma sconvolgimenti di tutt’altra portata.

Ciò che ci interessa solamente adesso sono le premesse, il punto di partenza della “colonizzazione sistematica”. Wakefield ci offre una versione originale del “contratto sociale”:

«L’umanità adotta un metodo molto semplice per attivare l’accumulazione del capitale: si divide in proprietari del capitale e in proprietari del lavoro... Questa divisione fu il risultato d’una intesa e d’una combinazione fatte volontariamente e di comune accordo».

Perché nei paesi in via di sviluppo, non si potrebbe rinnovare un tale “contratto” migliorando le sue clausole?

«Dopo questo, commenta Marx, non ci sarebbe ragione di credere che a questo istinto d’abnegazione fanatica non possa darsi libera sfogo proprio nelle colonie, l’unico luogo dove si incontrano degli uomini e delle circostanze che permetterebbero di far passare il contratto sociale dal paese dei sogni a quello della realtà!».

E non è solo “l’idea” dell’onorabile Wakefield. È anche quella degli Stalin, Mao Tse‑tung, Ben Bella e di tutti i “socialismi nazionali” alla moda che ci vogliono far credere, come dice Marx che

«La massa dell’umanità si è espropriata da se stessa in onore dell’accumulazione del capitale!».

Dalle guerre dell’oppio ai “grandi balzi in avanti” della Cina maoista, non è mai stato in questo modo.


“L’apertura” della Cina: commercio e oppio

Al fine di stabilire bene la differenza tra la storiografia nazionale e la nostra concezione dello sviluppo storico, apriamo per un momento il manuale di Histoire générale de la Chine pubblicata nel 1958 dalle edizioni di Pechino “sotto il patrocinio della Società cinese degli Studi storici”. Gli autori hanno scelto la data “repubblicana” del 1911 per dividere la storia moderna della Cina. Prima del rovesciamento della dinastia Manciù pongono “l’epoca della rivoluzione democratica di tipo antico”. Dopo il 1911 è “l’epoca della rivoluzione democratica nuova e il passaggio dalla democrazia nuova al socialismo”. Ma se, abbagliati da questo trucco, cerchiamo di distinguere tra la democrazia di “tipo vecchio” e quella “nuova”, scopriamo una paternità inaspettata ai democratici borghesi del tipo di Sun Yat‑sen: quella del “socialismo” di Mao. La stessa divisione della storia in “Vecchio” e “Nuovo” Testamento non ci sorprende affatto. Vediamo la democrazia crescere e moltiplicarsi fino alla rivelazione del “socialismo”. Vediamo la curva paradossale d’una borghesia “nazionale” sempre più “rivoluzionaria” man mano che si afferma la dominazione del Capitale. E tutta la differenza tra la democrazia di “stampo antico” e la democrazia “nuova” si riassume in questo: mentre i borghesi compradori tradiscono gli interessi della Patria per il loro compromesso con l’imperialismo straniero, i borghesi della Nuova Democrazia sarebbero infine diventati dei borghesi “nazionali”.

Ma lasciamo la cronologia dinastica e repubblicana. La storia dello sviluppo capitalista in Cina ci presenta un quadro del tutto differente. È anzitutto “l’apertura” della Cina con le cannoniere anglo‑francesi, i trafficanti d’oppio e i missionari di ogni genere. Questa età dell’oro del capitalismo europeo sfocia rapidamente nell’imperialismo e con l’apparizione di nuovi concorrenti in Cina: il Giappone e gli USA. Il trattato di Simonoseki, dopo la guerra sino-giapponese del 1895, segna l’inizio di questa nuova fase di spartizione della Cina in sfere d’influenza per l’esportazione di capitali. E questa data, che nello stesso tempo è quella della rivolta dei Boxer, costituisce una pietra miliare molto più importante nei rapporti tra l’imperialismo mondiale e il movimento nazionale in Cina. Ma agli occhi dei nostri mandarini si allinea troppo sul L’Imperialismo di Lenin; rende troppo conto delle grandi correnti della storia universale e non abbastanza di quella degli... Imperatori di Cina!

Alla pagina 107 della Histoire Générale, si può leggere quanto segue:

«Con le due guerre dell’oppio le forze feudali reazionarie si erano poco a poco associate con i capitalisti stranieri venuti a spogliare la Cina, unendo con essi gli sforzi per soffocare il movimento rivoluzionario del popolo cinese. Ostruirono la via allo sviluppo indipendente della società feudale verso il capitalismo al quale la Cina doveva accedere, condannandola inevitabilmente alla sorte tragica di paese semi‑coloniale e semi‑feudale» [sottolineato da noi].

Così, dopo le “vie nazionali al socialismo”, Pechino scopre le “vie nazionali al capitalismo”. Queste ultime sembreranno meno “originali”, perché lo Stato nazionale è tipico del capitalismo. Ma una tale rappresentazione non è meno falsa. La storiografia nazionale di Mao entra in contraddizione prima di tutto con se stessa, con i suoi principi sacrosanti. Cosa potrebbe essere, in effetti, “la via d’uno sviluppo indipendente della società feudale verso il capitalismo” nella Cina della “democrazia di vecchio tipo?” Noi non ne vediamo che una: quella della borghesia compradora legata agli interessi dell’imperialismo mondiale. Gli storici della Nuova Democrazia l’hanno sempre denunciato come “capitalismo burocratico”. Tuttavia, c’è un’altra via, aperta dalla vittoria di Mao Tse‑tung, e che pretende giustamente di essere “indipendente”: è quella che porta il nome di “costruzione del socialismo”. Ci dobbiamo vedere una confessione?

Ma l’ideologia nazionale borghese che rifà a modo suo la storia degli Stati, secondo l’immagine di un idilliaco “contratto sociale” per legittimare il potere di classe, entra anche in contraddizione con la realtà dello sviluppo capitalista. Marx ce l’ha già dimostrato per l’Inghilterra, “patria del Capitale”, che non ha potuto consolidare il suo dominio che sullo sconvolgimento e lo sfruttamento di tutto l’universo. Questa dipendenza dal mercato mondiale e dalla politica mondiale è più stratta per i paesi coloniali vittime dell’imperialismo e aspiranti a loro volta ad uno “sviluppo indipendente”. La storia apologetica falsifica completamente il ruolo svolto dal capitalismo europeo nel risveglio dell’Asia nell’ultimo secolo. Lungi d’avere “bloccato” il suo sviluppo, l’ha al contrario incentivato, sferrando un colpo decisivo al vecchio modo asiatico di produzione.

Divenuto “la fabbrica del mondo”, l’Inghilterra borghese non poteva più continuare ad importare i tessuti di cotone e di seta del piccolo artigiano cinese. Non poteva però fare a meno di un mercato così vasto per la sua produzione industriale, mentre nuovi concorrenti si presentavano in Europa. Da parte sua, la dinastia Manciù difendeva gelosamente il suo potere, diffidando a giusto titolo dei commercianti occidentali. Nel 1757, un decreto impedì la penetrazione degli stranieri in Cina e li confinò nelle “factoreries”, una sorta di quartieri riservati. Per lungo tempo il porto di Canton fu il solo porto aperto al commercio estero di cui un’associazione di commercianti deteneva il monopolio.

Nel 1833, data che segna la fine del monopolio dell’East India Company sul commercio con la Cina, i risultati della rivoluzione industriale inglese non si erano ancora fatta sentire sugli scambi sino‑britannici. Circostanza aggravante, il deficit della bilancia commerciale inglese stava crescendo. Le importazioni di tè cinese, prodotto che prese il posto del latte nel magro breakfast dell’operaio, aumentarono in proporzioni considerevoli. E questo debito doveva essere colmato in lingotti d’oro o d’argento!

Sappiamo quello che l’Inghilterra inventò per far cessare questa emorragia di metalli preziosi. Fino al XVIII secolo l’oppio era stato utilizzato solo come medicamento. Ma nel 1773, i dirigenti della East India Company ebbero l’idea di sviluppare la cultura del papavero in India e di portare il traffico della droga in Cina. Venduto a prezzo molto alto, l’oppio compensò gli acquisti di tè e la soppressione del monopolio commerciale della East India Company facilitò anche il contrabbando. La resistenza delle autorità cinesi, il sequestro e la distruzione a Canton di migliaia di casse di stupefacenti scatenarono la prima guerra dell’oppio (1839‑1842). Il trattato di Nanchino (1842) confermato da quello di Tien‑tsin (1858) durante la seconda guerra dell’oppio, inaugurò la lunga serie di “trattati ineguali” imposti alla Cina dalle potenze imperialiste. La Cina dovette aprire nuovi porti al commercio estero, abbandonare Hong Kong all’Inghilterra e soprattutto rinunciare ad ogni politica doganale indipendente: i diritti d’entrata delle merci non dovevano superare il 5% del loro valore, tasso che venne ridotto al 3% alla fine del secolo. I mercanti inglesi erano entusiasti, allettati dalla prospettiva di sbocchi illimitati. Furono presto delusi.

In uno dei suoi primi articoli sugli avvenimenti cinesi, Marx dimostra il legame tra la guerra dell’oppio e la rivolta dei Taiping. La degradazione dell’autorità imperiale, la rovina dell’artigianato domestico per la concorrenza dei prodotti dell’industria inglese, l’aggravamento delle tasse sui contadini. Tutti questi fattori misero fine alla stabilità millenaria della Cina:

«La sovrappopolazione in lento progresso, aveva dopo molto tempo reso insopportabile alla stragrande maggioranza della nazione i rapporti sociali esistenti. Vennero gli inglesi che ottennero con la forza la libertà di scambio nei cinque porti cinesi. Migliaia di navi partite dall’Inghilterra e dall’America navigavano verso la Cina che fu rapidamente sommersa da prodotti industriali a buon mercato. L’industria cinese basata sul lavoro manuale dovette soccombere alla concorrenza delle macchine. “L’incrollabile Impero di Mezzo” subì una grave crisi sociale. Le imposte non si raccoglievano più, lo Stato si trovò sull’orlo del fallimento, la popolazione sprofondò in massa nel pauperismo, cominciò a ribellarsi, malmenò e uccise dei mandarini e dei bonzi. Il paese in piena decomposizione è minacciato oggi da una rivoluzione violenta» (Marx: “Primo giro d’orizzonte internazionale”, Neue Rhreinische Zeitung, febbraio 1850).

Siamo ben lontani dal modo maoista di scrivere la storia! Marx considera l’entrata della Cina nel mercato mondiale non dal punto di vista del suo “sviluppo indipendente”, ma come un risultato dell’espansione del Capitale e come garanzia di nuove crisi e di nuove rivoluzioni. Senza farsi illusioni sul “socialismo” cinese dei Taiping, Marx s’interroga sulle prospettive d’una rivoluzione borghese in Cina che sarebbe un ostacolo alle cupidigie dell’imperialismo bianco e darebbe un altro scossone rivoluzionario alla vecchia Europa:

«Il socialismo cinese forse non ha più rapporto con i socialismi europei che la filosofia cinese con la filosofia hegeliana. Ma bisogna essere felici che in otto anni le balle di cotone della borghesia inglese hanno condotto l’Impero più vecchio e solido del mondo alla vigilia d’uno sconvolgimento sociale le cui conseguenze saranno estremamente importanti per la civiltà. Quando i reazionari d’Europa, nella loro fuga imminente verso l’Asia, arriveranno infine alla muraglia cinese, alle porte della cittadella arcireazionaria e arciconservatrice, chissà se leggeranno l’iscrizione: “Repubblica Cinese - Libertà, Uguaglianza, Fraternità”!».

Marx scriveva queste parole nel febbraio del 1850, nello stesso tempo in cui scoppiava la rivolta dei Taiping. Ci sarebbe voluto esattamente un secolo prima che la Cina potesse affiggere una tale iscrizione. Malgrado la verniciata di “socialismo”, questa non ha impaurito i nostri reazionari d’Europa e d’America; non ha portato alla loro bancarotta. Anzi! Il 6 gennaio 1850, il governo dell’Inghilterra arciconservatrice “riconosceva” la Repubblica Popolare Cinese, mantenendosi la cittadella di Hong Kong. Il 14 febbraio, era il turno dell’arcireazionario Vyscinski di firmare a Mosca un “trattato d’alleanza, d’amicizia e d’aiuto reciproco” con la Cina.

Se Marx non si aspettava a metà del secolo scorso una rivoluzione proletaria in Cina, sperava in una rivoluzione borghese dalle conseguenze funeste per l’occidente capitalista: contrazione del mercato, crisi commerciale e rivoluzione sociale in Europa. Ma non collegava questa prospettiva a quella d’uno “sviluppo indipendente” del capitalismo cinese e di scambi “proficui” con l’esterno.


Marx e la Cina

In una serie di articoli pubblicati dal New York Daily Tribune tra il 1853 e il 1860, Marx ha esaminato la situazione cinese dopo la prima guerra dell’oppio e durante la seconda. L’articolo “Rivoluzione in Cina ed in Europa”, del 14 giugno 1853, presenta come gli anelli d’una stessa catena l’espansione britannica in Asia, la rivolta dei Taiping e i rischi d’una nuova crisi in Europa:

«Qualunque siano le cause delle rivolte croniche che si sono succedute da quasi dieci anni per fondersi oggi in una rivoluzione formidabile, qualunque ne sia la forma – religiosa, dinastica o nazionale – è certo che questa esplosione è stata provocata dai cannoni inglesi che imposero alla Cina la droga soporifera chiamata oppio. Di fronte alle armi britanniche, l’autorità della dinastia Manciù si è sbriciolata; la fede superstiziosa nell’eternità dell’Impero Celeste ha ricevuto un colpo mortale; l’isolamento barbaro dal mondo civile fu infranto; e s’inaugurarono dei rapporti scambio che si sono poi rapidamente sviluppati sotto l’influenza attraente delle miniere d’oro della California e dell’Australia (...)
     «Un isolamento completo era la condizione prima di tutto il conservatorismo in Cina. Dal momento che l’Inghilterra ha messo fine con la forza a questo isolamento, la dissoluzione deve venire anche fatalmente come quella di una mummia accuratamente conservata in un circuito ermetico e messa a contatto dell’aria. Ma dal momento che l’Inghilterra ha scatenato la rivoluzione in Cina, una questione si pone: quale influenza avrà questa rivoluzione sull’Inghilterra e, attraverso di essa, sul continente europeo?».

Per rispondere a questa domanda Marx fa uno studio minuzioso del commercio sino‑inglese a partire dal 1842. E ha concluso che ci sarà un fallimento inevitabile delle speranze spropositate concepite dagli industriali britannici circa “l’apertura” del mercato cinese. La conquista della Cina, la scoperta dell’oro in California, dice Marx, hanno aperto una nuova fase di “prosperità” borghese in Europa, ma possiamo prevederne la fine nei limiti stessi dell’economia di mercato:

«Alla caduta di Napoleone, dopo l’apertura del continente europeo, le esportazioni britanniche furono così sproporzionate alle capacità d’assorbimento del nuovo mercato che il “passaggio dalla guerra alla pace” rappresentò una catastrofe più grande ancora del Blocco Continentale. Ugualmente, il riconoscimento dell’indipendenza delle colonie spagnole da parte di Canning contribuì a scatenare la crisi del 1825. Le merci destinate al meridiano di Mosca erano state inviate al Messico o in Columbia. Infine, nei nostri giorno, l’Australia non ha evitato il destino comune a tutti i nuovi mercati e si è trovata ingombra di prodotti per i quali mancavano i consumatori e i mezzi di pagamento. In Cina, la caratteristica del mercato è che dopo la sua apertura, a seguito del trattato del 1842, l’esportazione di prodotti cinesi come il tè o la soia in Gran Bretagna è senza tregua aumentata, mentre l’esportazione di prodotti britannici è rimasta stazionaria nel suo insieme» (Marx, “Il trattato anglo‑cinese”, New‑York Daily Tribune, 5 ottobre 1858).

Marx ha dimostrato questa evoluzione fino al 1857. Ma noi possiamo completare questa tabella con delle cifre più recenti per esaminare le tendenze del commercio estero cinese alla vigilia della spartizione del paese in sfere d’influenza e del passaggio del capitalismo al suo “stadio supremo”: l’imperialismo. Così, la Histoire moderne de la Chine di Fan Wen‑Iang ci fornisce delle cifre che hanno il vantaggio di escludere le importazioni d’oppio:

Commercio estero cinese
(in migliaia di liang)
Anno Importazioni Esportazioni Eccedenza
1864 51.293 54.006 +2.713
1870 69.290 61.682 -7.508
1876 70.269 80.850 +10.581
1887 102.263 85.860 -16.403
1890 127.093 87.144 -39.949
1894 162.100 128.997 -33.223
Trascurabile prima del 1850 il deficit della bilancia commerciale cinese s’aggraverà rapidamente dopo questa data. Ma fino ad allora possiamo considerare con Marx che “l’apertura” del mercato cinese non ha giustificato le speranze dell’Inghilterra vittoriana. In un nuovo articolo pubblicato nel dicembre del 1859, quando stava per finire la seconda guerra dell’oppio, Marx traeva le conclusioni del suo studio:

«In un’epoca in cui circolavano le opinioni le più assurde, sull’impulso che il commercio americano e britannico avrebbe dovuto ricevere dall’apertura, come si diceva allora, dalle porte del Celeste Impero, abbiamo dimostrato, con un’analisi minuziosa del commercio estero della Cina dopo l’inizio del secolo, che queste opinioni ottimiste non avevano nessuna solida base.
     «Ad eccezione del traffico dell’oppio che aumentava, come abbiamo dimostrato, in ragione contraria delle vendite dei prodotti manifatturieri d’Occidente, abbiamo scoperto che l’ostacolo principale ad una rapida crescita delle importazioni in Cina consisteva nella struttura economica di questa società basata sulla combinazione della piccola agricoltura e dell’industria domestica (...)
     «Questa stessa combinazione dell’agricoltura e dell’industria domestica da molto tempo è stata e resta ancora un ostacolo all’esportazione di merci britanniche alle Indie Orientali: ma là, questa combinazione, era basata su un regime di proprietà che gli inglesi come proprietari supremi del suolo, hanno potuto minare e distruggere, trasformando con la forza una parte delle comunità indiane in farms pure e semplici che producevano oppio, cotone, indaco, canapa ed altre materie prime in cambio di merci britanniche. In Cina, gli inglesi non avevano ancora un tale potere ed è molto probabile che non l’avranno mai» (Marx: “Il commercio con la Cina”, New York Daily Tribune, 3 dicembre 1859).

Questa ultima previsione di Marx si è completamente avverata: la Cina non è entrata nella storia come colonia dell’Inghilterra ma come “colonia di tutto il mondo” secondo l’espressione di Sun Yat‑sen. Le difficoltà dell’Inghilterra a conquistare il mercato cinese non furono superate né col traffico dell’oppio, né dalla politica “delle cannoniere”, né dalla moltiplicazione dei “trattati ineguali”. Fu necessario che la prima fase dell’espansione coloniale in Asia trapassasse in imperialismo, che alla esportazione delle merci subentrasse quella dei capitali, affinché la resistenza del vecchio modo asiatico di produzione si sgretolasse e lasciasse il posto a quello che gli storici maoisti chiamano la “via dello sviluppo indipendente” della Cina.

Ritorneremo su questo confronto dell’India con la Cina, sul posto particolare che occupa quest’ultima al limite di due epoche nella storia coloniale. Diamo un’occhiata alle preoccupazioni di Marx e alla sua analisi sullo sviluppo economico cinese voltando le spalle a quelle della scuola maoista. Se il traffico dell’oppio, necessario per forzare le porte dell’Impero Celeste, è diventato un ostacolo per l’allargamento del mercato cinese, Marx non ci vede il freno principale allo sviluppo d’una economia di mercato. Non si mette, come i nostri storici maoisti, alla ricerca d’una via nazionale al capitalismo. Ne dimostra al contrario le difficoltà: la resistenza delle vecchie strutture economiche e l’assenza d’un potere nazionale o coloniale (l’India) suscettibile di dare impulso con la forza all’accumulazione del capitale. La rivolta dei Taiping fu incapace di creare un tale potere. La borghesia compradora non ha fatto che gettarne le basi. Solamente la democrazia popolare ha potuto solidamente stabilirlo in Cina! Si capisce come i nuovi mandarini riscrivono a modo loro la storia della Cina!

Bisogna ancora sottolineare da quale punto di vista, certamente non nazionale, ma internazionalista, Marx considera i limiti oggettivi del mercato cinese. Non nutre la speranza “ultra-imperialista” di un aiuto allo sviluppo industriale della Cina: non predica la versione piccolo-borghese di questo programma; un commercio “uguale” e “reciprocamente vantaggioso”. Marx attende solamente che la contraddizione del mercato cinese sfoci in una crisi rivoluzionaria in Europa; e non teme più dall’ulteriore espansione di questo mercato un ritardo della rivoluzione proletaria in Occidente. Come si evince da questa lettera a Engels dell’8 ottobre 1858:

«Non possiamo negare che la società borghese ha vissuto una seconda volta il suo XVII secolo, un XVII secolo che, spero suonerà la sua campana a morto, come la prima l’ha chiamata in vita. Il vero compito della società borghese è di creare il mercato mondiale, almeno a grandi linee, e una produzione basata su tale mercato. Come la terra è rotonda, sembra che con la colonizzazione della California e dell’Australia, con l’apertura della Cina e del Giappone, questo compito è concluso. La questione difficile per noi è la seguente: sul continente (europeo), la rivoluzione è vicina e prenderà immediatamente un carattere socialista. Ma non sarà, forse, inevitabilmente sbriciolata su questo piccolo angolo di terra se in un’area molto più vasta la società borghese prosegue ancora un movimento ascendente?».

Marx risponde a questa domanda in modo negativo. Proprio come Lenin risponderà a Kautsky. Proprio come noi rispondiamo oggi a Krusciov, a Mao Tse‑tung e agli altri propagandisti del “movimento ascendente” della società borghese. In questa lettera a Engels, Marx s’appoggia sui suoi studi del mercato cinese per dimostrare le contraddizioni di questo “movimento ascendente”.

Nella sua risposta a Kautsky, Lenin mette l’accento sulle contraddizioni ancora più gravi scatenate dall’imperialismo trionfante nei paesi arretrati e cita in particolare l’esempio della Cina divisa in sfere d’influenza per una maggiore efficacia delle esportazioni di capitali. Nella nostra risposta d’oggi ai “progressisti” borghesi, possiamo riprendere la storia delle crisi economiche e degli antagonismi sociali in Asia; possiamo gettare sulla faccia dei rinnegati le gloriose battaglie dei proletari russi e cinesi; ma dobbiamo affermare che se gli operai d’Oriente sono stati vinti, se la società borghese ha proseguito in questa area geografica il suo “movimento ascendente”, è perché i proletari d’Occidente non hanno compiuto il loro dovere di classe impossessandosi delle fortezze tradizionali del capitale. Ma la vittoria del proletariato europeo durante le guerre e le crisi imperialiste nel XX secolo non era “inevitabile”. Quindi, senza tale vittoria, l’accumulazione del capitale in Russia o in Cina diventava una necessità per lo sviluppo del mercato mondiale.

A causa di questa situazione politica ed economica, la Cina fu il primo paese coloniale dove si manifestarono le tendenze dell’imperialismo moderno. Il rovesciamento della bilancia commerciale verso il 1880 riflette in parte questo cambiamento. Ci si mise a coltivare l’oppio in Cina e il tè in India, la conseguenza fu che questi prodotti persero molto della loro importanza nel commercio estero cinese. Inoltre, il deficit crescente degli scambi fu provocato dagli acquisti di beni strumentali o di materie prime per l’industria nazionale o per le imprese costruite nelle concessioni dai capitalisti stranieri.

La scuola di Mao si sforza di minimizzare il ruolo della borghesia compradora come pioniere del capitalismo nazionale. Desidera inoltre presentare la Cina di inizio secolo come un semplice serbatoio di materie prime per l’imperialismo mondiale e un mercato per i prodotti manifatturieri dell’Occidente. La storia dei rapporti tra l’imperialismo e la borghesia compradora non quadra minimamente con questa concezione di patriottismo piccolo-borghese. E gli apologisti del “capitalismo nazionale” hanno sovente delle difficoltà a nascondere la verità. Ciò vale anche per la raccolta statistica pubblicata a Pechino nel 1955 con il titolo Histoire du Dèveloppement économique de le Chine (1840‑48).

Nella terza sezione di questo studio, troviamo diverse tabelle che illustrano questa tendenza, ma con dei trucchi volgari che ci impediscono di afferrare compiutamente i cambiamenti avvenuti nella struttura del commercio estero cinese.

Riproduciamo la tabella 55 sugli acquisti e le vendite di cotone grezzo e cotonate:

COTONE E TESSUTI DI COTONE NEL COMMERCIO ESTERO CINESE (1873‑47)
 
  1873 1883 1893 1903 1910 1920 1930 1936 1947
 
COTONE GREZZO (migliaia di quintali)
Espor­tazioni 15 13 348 459 754 227 499 368 -
Impor­tazioni 122 127 32 35 124 1.017 2090 406 1212
Saldo -107 -114 -316 -424 -630 -790 -1591 -38 -1212
 
FILATI DI COTONE (migliaia di quintali )
Espor­tazioni - - - - - 42 199 89 34
Impor­tazioni 41 137 593 1656 1380 801 98 6 -
Saldo -41 -137 -593 -1656 -1380 -759 +101 +83 +34
 
TESSUTI DI COTONE (migliaia di dollari)
Espor­tazioni 58 153 1005 1497 3006 7.711 15258 8969 -
Impor­tazioni 24716 25256 39720 92783 99497 251624 202163 12089 -
Saldo -24658 -25103 -38715 -91286 -96491 -243913 -186907 -3120 -
Tranne tra il 1893 e la prima guerra mondiale, vediamo un eccedente regolare delle importazioni di cotone grezzo destinato all’industria tessile cinese. Parallelamente l’importazione di filati di cotone che sono in crescita fino al 1903 in seguito decrescono regolarmente finché la Cina dal 1930 ne diventa esportatrice. La tendenza è identica anche se meno netta per i tessuti di cotone.

Le tabelle 48 e 49 dello stesso raccolta sarebbero ancora più significative se presentando la parte di differenti prodotti nel commercio estero cinese dal 1871 al 1947 non avessero lasciato una rubrica misteriosa intitolata “Altre merci” in cui la percentuale passa dal 219% dal 1871‑1873 al 63% nel 1936. Questa rubrica non comprende forse i beni strumentali importati dalla borghesia compradora e dalle imprese dei capitalisti stranieri? Siamo tentati a crederlo. Sta di fatto che nel capitolo delle importazioni la parte dell’oppio è passata dal 37,7% nel 1871‑1873 allo 0,05% nel 1919‑21; quella dei tessuti di cotone è passata dal 30,2% al 18,4% nello stesso periodo per decrescere ancora fino al 1947.

Come interpretare questi dati? Gli ostacoli allo sviluppo del mercato cinese che Marx aveva scoperto a metà del XIX secolo sono stati superati alcuni decenni più tardi. In che modo? Sostituendo la vendita di prodotti manifatturieri con l’esportazione di capitali, o per meglio dire dall’esportazione pura e semplice del modo di produzione capitalista nei paesi arretrati.


L’imperialismo e la borghesia compradora

Quando era ancora marxista Kautsky seppe fare un’analisi rigorosa dell’imperialismo che contrastava in modo sorprendente con le sue successive affermazioni e con le conclusioni politiche che ne trasse all’epoca della III Internazionale, conclusioni che son diventate quelle dello stalinismo russo o cinese.

Nella sua brochure La via al potere pubblicato a Berlino nel 1910, Kautsky scriveva:

«Per lungo tempo l’espansione del capitalismo non aveva quasi apportato dei cambiamenti allo stato delle cose esistenti. Nelle regioni situate fuori dalla civiltà europea (alla quale bisogna annettere oggi l’America e l’Australia), i capitalisti non esportavano, innanzitutto, che i prodotti del modo di produzione capitalista ma non la produzione capitalista in sé. In più si limitavano alle regioni vicine alle vie fluviali e alle coste. Ma nel corso degli ultimi decenni e in particolare in questi ultimi vent’anni, è avvenuta una brusca svolta. Una nuova era è incominciata nella politica delle conquiste d’oltremare, e l’esportazione dei prodotti dagli Stati industriali nei paesi arretrati s’è trasformata in una esportazione dei mezzi di produzione e dei mezzi di trasporto dell’industria moderna.
     «Abbiamo visto come s’è rapidamente sviluppata durante questo periodo la costruzione delle ferrovie soprattutto in Oriente (compresa la Russia). Si è sviluppata altrettanto velocemente un’industria capitalista: tessile, metallurgica e miniere... Nella prima metà degli anni 1880 l’industria capitalista sembrava incapace di progredire e ciò si verificò nel settore dell’esportazione dei prodotti industriali. Ma l’esportazione dei mezzi di produzione, premessa d’un nuovo e brillante sviluppo, fu possibile solo perché garantiva l’espansione del modo di produzione capitalista in paesi che si trovavano fuori della sfera della civiltà europea e perché vi aveva rapidamente distrutto i rapporti economici ereditati dal passato».

Queste tendenze si sono particolarmente affermate nei paesi che il capitalismo europeo non era ancora riuscito a trasformare in colonie costituenti una riserva di caccia per la metropoli. Tali furono l’America del Sud e soprattutto la Russia zarista e la Cina. C’è voluta la fine della seconda guerra mondiale e le “grandi vittorie del socialismo” moscovita perché le vecchie colonie europee d’Africa e d’Asia potessero accedere a pieno titolo alla politica benedetta dell’imperialismo russo-americano; l’esportazione di capitali e del modo capitalista di produzione. Ma si giudicherà il carattere esplosivo delle contraddizioni accumulate in queste regioni per quello che si definisce “neocolonialismo”, se le studiamo alla luce delle esperienze russe e cinesi che le hanno precedute. Non è un caso che la Russia e la Cina si sono trovate a inizio secolo, al centro delle più potenti irruzioni rivoluzionarie. Sono state allora la terra d’elezione dei capitali dell’Occidente. L’Eden dei “piani di sviluppo”. Mostrare come tutti questi “piani” sono falliti, è come illustrare le future crisi nei paesi recentemente annessi all’imperialismo mondiale.

Dopo la seconda guerra dell’oppio e la rivolta dei Taiping, una frazione della classe dirigente cinese comprese la necessità di riforme. La stessa constatazione aveva colpito lo zarismo, all’epoca della sua sconfitta nel 1855, nella guerra di Crimea.

In Cina, l’iniziativa del movimento che porta il nome di “occidentalismo” e che s’ispirò alla parola d’ordine “La Cina forte da se stessa”, spetta ai signori della guerra Tseng Kouo‑fan e Li Hong‑tchang. Il loro obiettivo era innanzitutto quello di dotare la Cina d’un esercito moderno imitando quelli dell’Occidente. Li Hong‑tchang fece costruire degli arsenali e dei cantieri navali utilizzando materiale straniero e dei capitali si Stato. Ma rapidamente questa politica si estese a tutta una serie di attività: servizi pubblici, industrie meccaniche e tessili, ecc.

«Questi signori della guerra, ci dice la Histoire générale de la Chine, misero le mani ugualmente tanto sulla navigazione quanto sull’industria mineraria; l’azienda la più celebre fu la China Merchant Steam Navigation Co, fondata da Li Hong‑tchang nel 1872. Questa compagnia, benché avesse assorbito anche delle azioni private a fianco di capitali forniti dal governo, era completamente controllata dai signori della guerra e dai compradores, mentre gli azionisti ordinari erano in realtà sprovvisti di qualsiasi voce deliberativa nell’amministrazione della società».

In tutte queste imprese il controllo dello Stato era strettamente osservato. Ma con quale compassione gli storici maoisti si fermano sulla sorte degli “azionisti ordinari” ai quali il Figlio del Cielo non consentiva loro nemmeno di avere una voce deliberativa nelle prime società capitaliste cinesi! I nostri autori respirano visibilmente meglio solo quando vedono nascere il capitalista individuale!:

«Durante la decade dal 1870 al 1880, dei capitalisti privati cominciarono a fondare individualmente delle piccole officine di lavoro per i metalli, delle cartiere, delle fabbriche di fiammiferi e delle filande di seta a Shanghai, Hankéou, Woutchang ecc. E ciò rappresenta la nuova industria capitalista nazionale, la prima di questo genere in Cina».

Ecco il segno distintivo del “socialismo” cinese: la fabbrica di fiammiferi del capitalista individuale, l’aratro del piccolo contadino, è questo il “progresso”, il “capitalismo nazionale” e la Nuova Democrazia! Ma gli arsenali di Li Hong‑tchang con materiale americano, capitali di Stato e operai salariati, è la “reazione”, il “capitalismo burocratico”, la negazione stessa di tutte le “vie nazionali” al capitalismo!

La Histoire du développement économique de le Chine che abbiamo citato ci dà una serie di indicazioni sulla correlazione tra capitalismo privato, pubblico e straniero nella fase iniziale dell’accumulazione capitalista. Dalla tabella 62 traiamo le seguenti cifre:

Imprese create in Cina tra il 1872 e il 1911
con un capitale uguale o superiore a 10.000 yuan
Periodi Imprese private Imprese
di Stato
o miste
Imprese con
partecipazione di
capitale estero
Quantità Capitale
1.000
yuan
Quantità Capitale
1.000
yuan
Quantità Capitale
1.000
yuan
1872-1894 54 4.805 19 16.003 1 629
1895-1911 345 76.840 47 27.574 30 25.432
Per quanto siano limitate queste indicazioni (riguardano solo le industrie minerarie e di trasformazione), vediamo nettamente che il capitalismo industriale cinese è nato statale ed è cresciuto, a partire dal 1895, con l’aiuto dei capitali privati e dell’imperialismo mondiale. Come abbiamo detto, l’entrata in forza dei capitali stranieri in Cina può essere datata con precisione. Fino al 1895, la maggioranza delle imprese occidentali o giapponesi situate nei grandi porti cinesi limitavano le loro attività ai servizi richiesti dalle esigenze del commercio estero: costruzioni e riparazioni navali, industrie di lusso nelle concessioni. Con il trattato di Simonoseki, il Giappone ottiene un privilegio che si estenderà presto anche alle altre potenze. Si tratta del diritto per gli stranieri d’installare delle officine in Cina e d’importare liberamente macchine d’ogni sorta. Questa clausola del trattato sino-giapponese del 1895 segna una nuova fase nell’“apertura” della Cina: il passaggio dall’esportazione di prodotti manifatturieri all’esportazione di capitali.

Una nuova serie di “trattati ineguali” aggiunge ai vantaggi conquistati con la guerra dell’oppio quelli che derivano dalla dominazione imperialista. E così che J. Chesneaux ha potuto scrivere nel Le mouvement ouvriere chinois de 1919 à 1927:

«Alcuni di questi privilegi, i più antichi, corrispondono alle necessità dell’era commerciale e non cercano altro se non quello di garantire il movimento delle merci e quello dei commercianti (concessioni, extraterritorialità, limitazione delle tariffe doganali), mentre una seconda serie di privilegi (controllo delle finanze, territori in affitto) riflettono a partire dal break‑up la preoccupazione delle Potenze di garantire i loro investimenti sul suolo cinese e di proteggerli».

Lunghezza delle strade ferrate costruite
tra il 1876 e il 1959 (in km)
Anni Lunghezza
totale
Lunghezza
per periodo
Lunghezza
media
per anno
1876 15 - -
1877-1894 864 364 20
1895-1911 9.618 9.253 544
1912-1927 13.040 3.422 214
1928-1931 14.239 1.198 299
1932-1937 21.036 6.797 1133
1938-1948 24.945 3.909 355
1949-1958 31.193 7.157 715
Per meglio com­pren­dere i rapporti tra il capitalismo nazionale cinese e l’im­pe­ria­li­smo straniero nonché il ruolo della borghesia compradora, esaminiamo qualcuna delle realizzazioni d’avanguardia del periodo che s’è aperto per la Cina con il trattato di Simonoseki. E per prima la costruzione delle ferrovie.

Comesi sa le strade ferrate occupano un posto importante nella sottomissione della Cina al capitale straniero, con l’aggravarsi delle rivalità imperialiste, con la spartizione del paese in sfere d’influenza, con le concessioni e i territori in affitto. Nondimeno rappresentano una base indispensabile per la creazione del mercato nazionale. Nel suo “piano industriale” Sun Yat‑sen poneva come un compito urgente di sviluppo economico cinese l’apertura di 100.000 km di ferrovie. La democrazia maoista è ancora ben lontana dal realizzare un tale programma. È vero che Sun Yat‑sen non lo credeva realizzabile con i soli mezzi nazionali cinesi. Non ci stupiremo dunque, se nella statistica pubblicata qui di seguito la Cina “socialista” non ha battuto i record del capitalismo burocratico nel corso delle due grandi fasi d’espansione ferroviaria: 1895‑11 e soprattutto 1932‑37.

Controllo dell’imperialismo sulla rete ferroviaria
(percentuale sulla sua lunghezza totale)
Anni Sotto
ammini-
strazione
cinese
Sfruttate
direttamente
dall’impe-
rialismo
Sotto
controllo
straniero
1894 21,1 - 78,9
1911 6,9 39,1 54,0
1927 8,0 33,2 58,8
1931 15,7 30,4 53,9
1937 9,3 46,6 44,1
1948 (1) 65,6 8,8 25,6
1) Comprese le ferrovie costruite sotto
l’occupazione giapponese e quelle di Formosa.
La storia della rete ferroviaria cinese illustra chiaramente la debolezza della borghesia nazionale. I periodi di sviluppo (1895‑12 e 1932‑37) furono per il “capitalismo nazionale” fasi di sconfitta o di stagnazione (l’annientamento dei Boxer e l’occupazione giapponese). Viceversa, tra il 1912 e il 1927, durante il più grande sviluppo delle imprese private della borghesia nazionale, la Cina non ha costruito che 214 km di ferrovie per anno.

Ma la debolezza di questa borghesia appare ancora più evidente se si considera la massa dei prestiti sottoscritti dallo Stato per la costruzione della rete ferroviaria e il controllo esercitato dall’imperialismo su di essi. La costruzione delle ferrovie fu uno dei grandi contributi per l’esportazione dei capitali. Nel 1914, lo Stato cinese non aveva costruito con i suoi propri mezzi che il 3,8% della rete esistente, e queste ferrovie furono date in garanzia ai prestatori di capitali. La storia dello sviluppo economico della Cina ci offre il quadro seguente dello sfruttamento della rete ferroviaria:
  Numero di imprese Capitale d’impresa
Industrie minerarie
e metallurgiche
72 41,4
Costruzioni meccaniche 3 0,8
Industrie tessili 193 40,8
Industrie alimentari 100 17,7
Altre industrie 153 59,3

Un altro segno di debolezza della borghesia nazionale si rivela nell’orientamento dei suoi investimenti. Le imprese che richiedono capitali importanti (ferrovie, industrie estrattive) sono quasi tutte interamente controllate dall’imperialismo straniero. La borghesia compradora limita le sue ambizioni all’industria leggera: tessile e alimentare. Su 521 imprese fondate dalla borghesia nazionale tra il 1872 e il 1911 con un capitale di 160 milioni di yuan, la raccolta statistica già citata ci dà la seguente ripartizione:

La gran parte dell’industria pesante è invece nelle mani straniere. Le miniere di carbone di Foutchéou appartengono al Giappone, quelle di Kailan all’Inghilterra. La quasi totalità dei minerali di ferro prodotti in Cina è controllata da imprese giapponesi. Le tabelle 75, 80 e 88 del manuale di statistiche cinesi ci danno le seguenti cifre:
PRODUZIONI
Anni Carbone Ferro
Totale
(mil. t)
Sotto
controllo
straniero
(%)
Totale
(mil. t)
Sotto
controllo
straniero
(%)
1912 9,1 52,4 0,2 100
1913 12,9 55,4 0,4 100
1914 14,2 50,4 0,5 100
1915 13,5 56,5 0,6 100
1916 16,0 47,6 0,6 100
1917 17,0 49,0 0,6 100
1918 18,4 46,6 1,0 100
1919 20,1 48,1 1,3 100
1920 20,1 50,9 1,3 100
1921 20,5 49,4 1,0 100
1922 21,1 52,2 0,9 100
1923 24,5 54,8 1,2 100
1924 25,8 54,8 1,3 100
1925 21,2 54,2 1,0 100
1926 23,0 53,1 1,0 99,0
1927 24,2 56,0 1,2 99,3
1928 28,0 56,1 1,5 99,3
1929 25,4 57,7 2,0 99,7
1930 26,0 57,8 1,8 99,7
1931 27,2 53,5 1,8 99,4
1932 26,4 59,0 1,8 99,3
1933 28,4 64,9 1,9 99,1
1934 32,7 62,8 2,1 99,2
1935 36,0 56,0 2,9 99,4
1936 39,9 35,7 2,9 99,2
1937 37,2 61,1 3,4 99,7
1938 27,4 - - -
1939 36,6 - 4,5 -
1940 44,5 - 5,3 -
1941 56,3 - 7,5 -
1942 59,2 - 9,9 -
1943 50,1 - 10,6 -
1944 48,3 - 7,9 -
1945 23,9 - 0,4 -
- Per il ferro, la statistica riporta
solo la produzione meccanizzata.
- Per il carbone, comprende anche
la piccola produzione artigianale,
riducendo così la percentuale sotto
il controllo straniero.
- A partire dal 1938, le cifre citate
comprendono solo quelle delle
quattro province del nord‑est
occupate dai giapponesi.

Questa la tabella delle debolezze della borghesia cinese relegata alle industrie di trasformazione, dipendente dai capitali e dalle materie prime nelle mani dell’impe­rialismo, non sarebbe completa se non si menzionasse anche le differenti misure di controllo dirette nell’ambito finanziario e politico. Nel 1854, la direzione delle dogane cinesi fu consegnata ad un ispettore generale inglese; con l’incremento dei prestiti esterni la Cina ha praticamente ipotecato le sue dogane allo straniero che ha preso l’abitudine di vederci una garanzia per i suoi prestiti. Inutile dire in quali condizioni s’è trovata l’industria nazionale di fronte alla concorrenza estera. Circostanza aggravante: una dogana interna, creata all’epoca della rivolta dei Taiping colpì inoltre le merci cinesi circolanti da una provincia all’altra. Questa imposta (il likin) che all’inizio era dell’1%, passò in alcune province al 5% e anche al 20%. Nei “Tre principi del popolo”, datato al 1924 Sun Yat‑sen definì con questi termini la situazione delle dogane cinesi:

«Ultimamente. abbiamo cominciato a servirci del cotone cinese e di macchine europee per filare e per tessere. Così a Shanghai ci sono dei grandi stabilimenti tessili. In effetti con questi centri operativi potremmo ostacolare le merci europee. Ma, siccome le dogane sono ancora nelle mani degli stranieri, costoro percepiscono dei pesanti diritti sulle nostre tele indigene. E non solamente le dogane marittime percepiscono dei pesanti diritti, ma quando una merce entra nel territorio, deve sottostare al likin. Dunque, la Cina non solamente non ha tariffe protettrici, ma i diritti che pesano sulle merci indigene sono a tutto vantaggio delle merci europee».

Negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, queste contraddizioni tra la borghesia “nazionale” e l’imperialismo scoppiarono con virulenza. In assenza di una potente concorrenza straniera durante le ostilità, le imprese cinesi ebbero un certo sviluppo: tra il 1914 e il 1921 il numero delle filature di cotone appartenenti a cinesi passò da 7 a 23 per un totale di fusi da 160.900 a 508.746. Ma questo progresso,sempre limitato all’industria leggera, s’è presto trovato di fronte ad una ritorsione dei capitali europei e a un rafforzamento considerevole delle posizioni giapponesi che si espresse, fin dal 1915, nelle “Ventun richieste” del Giappone al governo cinese.

Così, abbiamo visto come l’imperialismo si è sviluppato tendendo a sostituire l’esportazione dei prodotti manifatturieri delle metropoli con l’esportazione di capitali e del modo di produzione capitalista. Abbiamo dimostrato nello stesso tempo le contraddizioni di questo sviluppo ed i suoi limiti: debolezza della borghesia nazionale malgrado l’espansione della grande industria e l’estensione di una rete moderna di vie di comunicazione, difficoltà a costituire un mercato nazionale adatto a resistere sia alle pressioni esterne sia alla stagnazione della piccola agricoltura, e infine, rapida crescita d’un proletariato indigeno fortemente concentrato che prenderà assai presto coscienza dei suoi obiettivi specifici di classe. Ritorneremo ulteriormente su quest’ultimo punto.

Prima d’esaminare le forze del proletariato cinese, si tratta di denunciare due concezioni oggi trionfanti che hanno il solo obiettivo di abbellire il ruolo dell’imperialismo e della borghesia nazionale negando le contraddizioni dello sviluppo capitalista nei paesi arretrati. Apparentemente opposte, queste concezioni convergono nella medesima negazione dei compiti rivoluzionari del proletariato e della sua indipendenza di classe. La prima di queste concezioni porta il nome di Kautsky e diffonde l’illusione d’uno sviluppo armonioso e senza crisi dell’imperialismo nei paesi arretrati; la seconda formulata da Sun Yat‑sen dall’inizio secolo ne è la versione “sottosviluppata” che ricerca nello Stato, nelle nazionalizzazioni, nella creazione d’un mercato nazionale unico, non soltanto la garanzia d’un rapido sviluppo capitalista, ma anche la miglior garanzia che un popolo arretrato possa opporre all’esportazione di capitali delle potenze imperialiste.

L’una e l’altra di queste teorie pretendono falsamente di ispirarsi al socialismo; l’una e l’altra sono state da molto tempo smentite dalla storia e non devono che alla controrivoluzione mondiale di trascinare un’esistenza miserabile nei ranghi di un proletariato poco numeroso.

 

 

 

 

 

 


Programme Communiste, N° 33, ottobre‑dicembre 1965 (5/7)

VI. - BREVE STORIA DEL RIFORMISMO ANTIMPERIALISTA


- Alle fonti del superimperialismo, J.A. Hobson e la Cina
- Sun Yat‑sen “confuta” Marx
- Mao Tse‑tung contro Togliatti?
- Un capitalismo “desiderabile”

Abbiamo visto nell’articolo precedente come l’imperialismo europeo ha strappato la Cina dal suo isolamento per gettarla nelle contraddizioni e nelle crisi della storia moderna. Processo né “pacifico” né “armonioso”, e neanche puramente “nazionale”. Elenchiamo le principali fasi:
     – 1840‑1860, “apertura” del mercato cinese per i manifatturieri inglesi alla ricerca di nuovi sbocchi; la politica delle cannoniere e del traffico d’oppio trova la sua risposta nella rivolta dei Taiping, incapace tuttavia di trasformarsi in una rivoluzione borghese;
     – 1860‑1880, apogeo della libera concorrenza in Europa e nascita dei primi cartelli (soprattutto dopo la crisi del 1873); parallelamente si sviluppa in Cina una borghesia compradora che sogna d’instaurare un capitalismo di Stato all’ombra della dinastia Manciù:
     – 1880‑14, i monopoli dominano l’insieme della vita economica, le grandi potenze finiscono la spartizione coloniale, il capitalismo raggiunge la sua fase imperialista; in Cina, quest’ultima è contraddistinta dalla guerra sino‑giapponese che inaugura la politica d’esportazione dei capitali e della divisione in sfere d’influenza.
     – La prima guerra mondiale ha visto in Asia un regresso della dominazione europea controbilanciata da un certo sviluppo del capitalismo nazionale e soprattutto per l’entrata d’imperio di imperialismi più giovani: Giappone e USA.

Abbiamo dimostrato con l’analisi economica come la Cina sia diventata la “colonia di tutto il mondo” quando il capitalismo mondiale è passato alla sua fase imperialista sostituendo all’esportazione delle merci industriali quella dei capitali. Con la prima guerra mondiale e il fallimento del vecchio sistema coloniale europeo, nacque l’idea d’una “internazionalizzazione delle colonie” che avrebbe permesso il loro sfruttamento in comune con il capitale finanziario delle grandi potenze. Questa concezione difesa da Kautsky e contenuta nelle proposizioni di pace del presidente Wilson, servì nei fatti come bandiera all’imperialismo americano per la conquista dei vecchi mercati coloniali. Spesso condivisa dalla borghesia nazionale dei paesi arretrati in lotta per la loro indipendenza o alla ricerca di capitali per la loro industrializzazione, questa concezione è al centro dell’opportunismo attuale, tanto cinese quanto russo. Che lo si voglia “ultra” o “anti-imperialista”, questo “kautskismo”, deve essere denunciato in blocco, come un solo e stesso sistema che rinnega gli obiettivi ed i metodi specifici della lotta di classe proletaria, facendo l’apologia di uno sviluppo “armonioso” e senza crisi della società borghese.

Invece di fare qui la storia dei conflitti inter-imperialistici in Cina dopo la “pace” di Versailles fino alla vittoria di Mao Tse‑tung, abbiamo preferito sottolineare la profonda unità ideologica dell’“ultra-imperialismo” borghese. Il lettore si ricorderà che se la Cina è stata la prima a far nascere presso le grandi potenze i progetti d’investimento “concertati” con le banche internazionali talmente in voga ai giorni nostri, ha dato anche la dimostrazione del fallimento di tutti questi “piani di sviluppo”. In gran parte, le rivalità imperialiste sono all’origine dell’anarchia politica e delle lotte intestine che hanno lacerato il paese tra le due guerre. Situazione analoga a quella dell’Africa nera d’oggi.


Alle sorgenti dell’“ultra-imperialismo”: J.A. Hobson e la Cina

Molto prima di Kautsky e dei nostri moderni kruscioviani, un economista liberale inglese, J.A. Hobson, aveva formulato la “teoria” secondo la quale il capitale finanziario delle principali potenze imperialiste si sarebbe dovuto unire alla scala internazionale per uno sfruttamento “pacifico” delle colonie. Ma da questa idea dopo innumerevoli sviluppi, tanto teorici quanto pratici, non ne è mai scaturita la pace tra le nazioni e il progresso sociale di cui sognano giorno e notte i democratici piccolo borghesi.

L’idea di J.A. Hobson aveva del resto una portata più limitata. Nel suo libro del 1902 Imperialismo dichiarava: «Mentre la classe operaia discuteva sulla collaborazione dei lavoratori, il capitale realizzava già la collaborazione internazionale. Ecco perché, per quanto riguarda i grandi interessi finanziari e commerciali, è molto probabile che la futura generazione sarà testimone di una così potente unificazione del capitale internazionale che le guerre tra paesi occidentali diverranno pressoché impossibili». Pur essendo falsa, questa “teoria” tuttavia aveva una superiorità sulle sue versioni più recenti e mille volte smentite dai fatti: si fondava su una comunità d’interessi materiali del capitalismo mondiale e sul groviglio inestricabile dei rapporti economici tra gli Stati. Proprio riflettendo gli stessi interessi e gli stessi legami stabiliti dal mercato mondiale, la favola kruscioviana secondo la quale le guerre potevano essere evitate nel sistema attuale è caduta a un livello molto più basso, quello dell’ideologia. Come argomento, ci si accontenta di fare appello all’“equilibrio delle forze” e ai piagnistei dei piccoli borghesi pacifisti.

Se aspirava ad una pace europea (che non escludeva peraltro delle guerre coloniali “civilizzatrici”) J.A. Hobson ha saputo ricondurre questa prospettiva a delle più giuste proporzioni: «la situazione è troppo complessa, scriveva, il gioco delle forze mondiali troppo difficile da decifrare per rendere “molto probabile” questa o quest’altra interpretazione a senso unico dell’avvenire. Ma le influenze che regolano l’Imperialismo dell’Europa occidentale, al giorno d’oggi, vanno in questa direzione; e se non incontrano delle resistenze, se non sono deviate da un’altra parte, lavoreranno nel senso della realizzazione di questo processo».

Come si vede, Hobson definisce solamente una tendenza del capitale finanziario e ammette inoltre l’azione di forze contrarie che decidono per noi nell’esplosione di antagonismi economici e sociali inerenti al modo di produzione capitalista. Ed è per questo che Lenin (vedi L’imperialismo, stadio supremo del capitalismo e i Quaderni sull’imperialismo da cui traiamo gli estratti del libro di Hobson) aggiunge questo commento: non bisognava dire “teoria” ma “prospettiva”. Una “teoria dell’ultra-imperialismo”, prosegue Lenin, non avrebbe più senso che una “teoria dell’ultra-agricoltura” dedotta dall’alimentazione per pillole o dalla coltura in laboratorio come “teoria”. L’ultra-imperialismo è una stupidaggine e non può essere che un’apologia: quella del progresso indefinito e pacifico del capitalismo. Hobson non cerca di fare questa apologia. E da buon liberale borghese, si limita ad osservare gli ultimi sviluppi del capitalismo come si presentava all’inizio del XX secolo. E quindi, malgrado il suo spirito filisteo impaurito dalle conseguenze che può intravedere, si dimostra ben superiore a Kautsky e ai suoi moderni discepoli.

Ma Hobson ha altri meriti. Pur prefigurando gli “Stati Uniti d’Europa” per uno sfruttamento comune dell’Asia, si rende perfettamente conto che è proprio lì che incomincerà il vero “dramma”. «Malgrado l’avidità e l’egoismo della politica attuale (notate questa caratteristica che è di tutto “l’anti-imperialismo” piccolo-borghese: i “lati cattivi” della dominazione del capitalismo finanziario gli sembrano un fatto puramente occasionale di cricche ”interessate e avide”) il vero dramma comincerà quando le forze del capitalismo internazionale che rappresentano la cultura d’un mondo cristiano unificato saranno utilizzate per l’assimilazione pacifica della Cina. È allora che spunterà il “pericolo giallo”.

E l’economista inglese non si preoccupa di considerazioni razziali o demografiche. Non ci presenta questo pericolo come la guerra delle pance vuote contro le pance piene alla maniera dei nostri piccolo-borghesi che si credono “rivoluzionari” indicando la fame come la più grave minaccia alla “pace” del mondo, alla “giustizia sociale” e alla... tranquillità della loro coscienza. Non si preoccupa più di un “socialismo” di villaggio che verrebbe dal fondo dell’Asia per ispirare il proletariato europeo. Per Hobson, il “pericolo giallo” è la concorrenza d’una Cina borghese che «rovesciando il vecchio movimento dei capitali» sottometta l’Europa al suo controllo economico. «Non c’è niente d’impossibile, ovvero che la Cina restituisca i capitali con la sua moneta ai paesi industriali d’Occidente utilizzando la sua organizzazione e le sue disponibilità finanziarie o, e ciò è più verosimile, inondi i propri mercati con prodotti della sua industria». E il democratico inglese, spaventato da una tale prospettiva scrive: «E allora solamente che comprenderemo tutti i rischi e tutta la follia di questa impresa, la più grandiosa, la più rivoluzionaria di tutta la storia umana».

Bisogna forse assegnare a J.A. Hobson un brevetto di marxista alla moda pechinese? Aver trovato come limite all’“ultra-imperialismo bianco lo sviluppo di una Cina moderna e potente, avere intuito come “più verosimile” la soluzione che consiste, per l’“anti-imperialismo” giallo, sostituire i propri capitali a quelli dell’occidente, è oggi sufficiente per meritare il nome di “marxista”. Ma Hobson sarebbe molto stupito di vedere battezzato come “socialista” il programma di “guerra economica” che la Cina ha appena lanciato contro i vecchi imperialismi. Ripagare gli Occidentali con la stessa moneta, “utilizzare le loro organizzazioni e i loro capitali” o meglio ancora “sostituirli con i propri”, è camminare sulla stessa via che fu del loro sviluppo capitalista, la quale, malgrado “tutti i rischi e tutta la follia di questa impresa”, si presenta al vecchio liberale Hobson, così come all’arrischiato “socialismo” dei maoisti, come “la più grandiosa” e “la più rivoluzionaria di tutta la storia umana”. Così l’imperialismo genera il capitalismo giallo, il capitalismo giallo minaccia l’imperialismo bianco e questa concatenazioni di crisi e di rivoluzioni borghesi appariva naturalmente agli ideologi della borghesia, da Hobson fino a Mao Tse‑tung, come l’opera “la più grandiosa”, “la più rivoluzionaria” e soprattutto la più definitiva della storia.

Diamo a Hobson ciò che gli spetta. Davanti alle minacce (per il momento tutte verbali e potenziali) del concorrente cinese, l’imperialismo russo-americano d’oggi è soggetto alle stesse paure del vecchio liberale inglese. E “l’assimilazione pacifica” si è trasformata in un boicottaggio economico e politico della Cina per ritardare l’ora della sua entrata in lizza. Tuttavia non si può rimproverare a Hobson d’aver sottovalutato il ruolo reazionario dell’imperialismo. La sua perspicacia l’ha portato a pensare che se gli imperialisti riuscivano ad “intendersi”, non sarebbe stato per lo “sviluppo” della Cina, ma per il suo saccheggio e il suo smembramento: «Se è inutile, dichiarava, aspettare che in Cina penetri un patriottismo che le dia la forza di scacciare gli sfruttatori occidentali, ciò significa che è votata a una decomposizione che sarebbe più giusto definire come “smembramento” della Cina, piuttosto che il suo “sviluppo”».

Queste sono le conclusioni alle quali è arrivato J.A. Hobson:
     1) L’associazione del capitale finanziario e le forme politiche che ne derivano (“Stati Uniti d’Europa”, “Società delle Nazioni”, ecc.) rappresentano «lo sviluppo più legittimo delle tendenze attuali e darebbero le più grandi speranze di pace durevole sulla base dell’inter-imperialismo».
     2) Questa tendenza non può non sviluppare in Asia nuovi focolai di capitalismo, perché «la storia dell’imperialismo, a differenza del colonialismo, dimostra la tendenza a spingere gli indigeni a sfruttare le loro terre per il nostro profitto»; e può darsi allora, dice il filisteo inglese, che «i popoli occidentali comprenderanno di aver permesso ad un piccolo gruppo di speculatori di trascinarli in un imperialismo dove tutti i costi e tutti i pericoli di questa politica avventurista saranno cento volte maggiori».
     3) Ma di fronte all’“egoismo” a all’“avidità” di questi “speculatori” che minacciano di spogliare la Cina, solo il “patriottismo”, ovvero l’espansione d’un movimento nazional-rivoluzionario, potrà salvare il paese dallo smembramento e gli aprirà la via d’un vero sviluppo capitalista.


Sun Yat‑sen “rifiuta” Marx...

Se abbiamo citato così ampiamente lo studio di Hobson, è con il fine di dimostrare che un buon liberale inglese può dire e comprendere in materia di imperialismo e di anti-imperialismo, senza fuorviare sul terreno del marxismo rivoluzionario. Ne risulta un miscuglio per niente paradossale, di maoismo e krusciovismo. Tant’è vero che la linea di demarcazione ideologica tra la Cina e la Russia non è una linea politica di classe ma semplicemente una frontiera nazionale. Per difendere la causa del “patriottismo” cinese, non c’è bisogno di tirare in ballo Lenin, né di lanciare invettive contro il “kautskismo” russo. È sufficiente appoggiarsi (come fa qualche volta la diplomazia cinese) sulle analisi e sulle sagge riflessioni del buon vecchio liberalismo inglese. La questione della pace o della guerra, delle alleanze più o meno durevoli costituite dal capitale finanziario, non è la questione fondamentale nella critica marxista dell’imperialismo, e nella lotta di classe del proletariato. La pace o la guerra, la costituzione di questo o quel blocco di Stati borghesi avvalentisi d’una ideologia “ultra-imperialista” o “anti-imperialista”, bellicosa o pacifica, “fascista” o “democratica” sono imposte dalle tendenze profonde che dominano il mercato mondiale in un momento o nell’altro.

Il “kautskismo” (che è tanto cinese quanto russo, che unisce in uno stesso pensiero Hobson, Stalin, Krusciov e Mao) non è solamente lo sterile calcolo delle probabilità d’una pace imperialista, né le speranze smisurate che si ripongano in una Banca mondiale o in una qualunque “Società delle Nazioni” incaricate di garantire lo sviluppo “armonioso” e “pacifico” di tutti i popoli. Nei suoi Quaderni sull’imperialismo Lenin scrive che il libro di Hobson è molto utile perché «aiuta a scoprire la menzogna fondamentale del kautskismo», e spiega:

«Eternamente, l’imperialismo genera di nuovo il capitalismo (a partire dall’economia naturale delle colonie e dei paesi arretrati, genera di nuovo il passaggio dal piccolo capitale al grande capitale, da un debole scambio di merci ad uno scambio sviluppato, ecc., ecc. I kautskiani (K.Kautsky, Spectator e C.) citano gli esempi di un capitalismo “sano”, “pacifico”, fondato su dei rapporti “pacifici”, e li oppongono al saccheggio finanziario, ai monopoli bancari, alla collusione delle banche e del potere di Stato, all’oppressione coloniale; li oppongono come il normale all’anormale, il desiderabile all’indesiderabile, il progressista al reazionario, l’essenziale all’accidentale. È un nuovo proudhonismo. Il vecchio proudhonismo su un nuovo terreno e in una forma nuova. Il riformismo piccolo-borghese è per un capitalismo pulito, ordinato, moderato e corretto».

Questa è l’essenza del riformismo che riflette sia sull’“ultra-imperialismo” russo sia sull’anti-imperialismo cinese, il desiderio delle grandi potenze di accordarsi per lo sfruttamento sistematico dell’universo e della volontà dei paesi arretrati di accedere al loro proprio sviluppo capitalista. Il loro denominatore comune è il tentativo d’attenuare gli antagonismi inevitabili del sistema capitalista, è di far credere che uno sfruttamento razionale e concertato dell’universo è diventato possibile sotto la dominazione del capitale finanziario, è di diffondere l’idea che i paesi arretrati possono conoscere uno sviluppo rapido e armonioso utilizzando i capitali e la tecnica dell’Occidente o “contando sulle loro proprie forze” sui loro propri capitali.

Più di ogni altra cosa, la storia della Cina moderna porta una smentita formale a queste concezioni. Che cosa è rimasto del Consorzio delle grandi potenze da cui Sun Yat‑sen aspettava gli investimenti necessari per l’industrializzazione della Cina? Cos’è diventata la politica “della porta aperta” che Washington difese nelle conferenze internazionali che seguirono la prima guerra imperialista? Cos’è diventata infine la “grande collaborazione” tra Mosca e Pechino sulla quale Mao Tse‑tung credeva di poter fondare i suoi piani quinquennali? Tutti questi “piani”, tutti questi progetti “ultra‑” o “anti-imperialisti” hanno consegnato la Cina all’anarchia sanguinosa e allo smembramento che furono l’opera “comune” dell’Inghilterra, dell’America e del Giappone; poi, quando il patriottismo cinese ebbe ragione dei suoi nemici, fu il boicottaggio e il “cordone sanitario” organizzati innanzitutto dall’imperialismo americano, infine dalla Russia stessa.

Tuttavia spingiamo ancora avanti l’identificazione delle “teorie” dell’ultra- e dell’anti-imperialismo piccolo-borghese. Sun Yat‑sen, di cui i “comunisti” cinesi hanno sempre rivendicato i principi, ce ne fornisce il mezzo migliore.

Nella seconda parte delle sue opere sui “Tre principi del Popolo”, che fu la Bibbia del Kuomintang (Partito Nazionalista Cinese) riunificato con il PCC, Sun Yat‑sen si sofferma lungamente sul “Socialismo di Stato” bismarchiano e gli conferisce un’approvazione degna di Proudhon o di Lassalle: «I socialisti, scriveva, richiedevano la riforma sociale e la messa in opera della rivoluzione economica. Bismarck, sapendo che non poteva annientarli con la forza politica, si mise a praticare una sorta di socialismo di Stato per arginare il socialismo dei marxisti (...) Nazionalizzò tutte le ferrovie. Le grandi industrie furono messe nelle mani dello Stato. Quanto agli operai regolamentò le ore di lavoro, instaurò le pensioni di vecchiaia e varie garanzie. Tutto ciò era nel programma che i socialisti volevano attuare. Ma Bismarck ebbe la vista lunga. Si servì della forza dello Stato per farlo lui stesso» (Sun Yat‑sen: I tre principi del popolo, Shanghai, 1930).

Sun Yat‑sen volle applicare l’esempio di Bismarck alla Cina. Ma gli fu necessario prima di tutto trovare le motivazioni per un “rifiuto del marxismo”. È l’argomentazione della terza parte del suo libro intitolata “I tre principi del Popolo vitali o economici”.

Sappiamo già come Sun Yat‑sen si sia impegnato molto, nel 1923, per far riconoscere da Joffe, il rappresentante dei Soviet, che «la Cina non era matura per il bolscevismo». Il fondatore del Kuomintang non faceva dipendere da questo il suo “rifiuto”, visto che il suo libro, concepito fin dal 1922, fu redatto ed esposto nel 1924 in una serie di 16 conferenze che il dottor Sun tenne a Canton. Curioso “rifiuto” del bolscevismo che passa da Lassalle e da Berstein! Sun Yat‑sen parte dapprima in guerra contro il materialismo di Marx, che riassume in questa formula lapidaria: «la materia è il centro di gravitazione della storia». Berstein non fece altrimenti per volgarizzare il materialismo storico. Ma Sun abbandona Berstein strada facendo. Non lo segue nel suo “ritorno a Kant” e in altre divagazioni filosofiche del vecchio riformismo occidentale. Sun Yat‑sen resta un rivoluzionario borghese. E siccome è soprattutto un rivoluzionario cinese, fa questa scoperta: «il sostentamento del popolo è il centro di gravitazione dell’evoluzione sociale”.

Dopo aver così definito la sua filosofia della storia e fondato il suo “socialismo” su una teoria dell’abbondanza e la ripartizione equa dei beni, Sun Yat‑sen si sforza di “rifiutare” il marxismo sul suo terreno: l’analisi del modo di produzione capitalista e l’interpretazione della lotta di classe. Il padre del nazionalismo cinese è d’accordo nell’ammettere che il modo di produzione capitalista e le sue intime contraddizioni siano il motore della lotta di classe del proletariato. Ma “l’evoluzione sociale” porterebbe all’estinzione di questi antagonismi. Ragionamento tipico del riformismo. E a suo sostegno Sun Yat‑sen invoca, come un qualsiasi Berstein:

1) «Il miglioramento della società e dell’industria» (l’accrescimento della produttività del lavoro, ecc.); 2) «la nazionalizzazione dei mezzi di trasporto e di comunicazione»; 3) «le imposte dirette sul reddito»; 4) «la socializzazione e la ripartizione dei beni». Un po’ più avanti, Sun cita questi quattro mezzi come la ricetta del “socialismo” cinese che dovrebbe permettere di uscire dalla “povertà” ed evitare “l’ineguaglianza”. «Questi fatti, conclude Sun, dimostrano che la lotta di classe è non la causa, ma la malattia dell’evoluzione sociale. Marx è dunque un patologo e non un fisiologo della società». La formula più classica del riformismo che si dà come compito curare i mali della società borghese e non di sotterrarla!

Sun Yat‑sen non si accontenta solamente di chiedere in prestito ai riformisti della Seconda Internazionale le loro “analisi” della società occidentale e le loro “critiche” al marxismo. Le condensa in delle formule taglienti che devono la loro forza alla risoluzione con le quali intende rigettare il marxismo di cui si coprono oggi così ipocritamente i suoi eredi spirituali, i “comunisti” alla Mao. L’impostazione di Sun Yat‑sen non è solamente parallela al movimento riformista occidentale perché essa mette l’accento sul miglioramento del sistema di ripartizione e non sugli antagonismi del modo di produzione capitalista. C’è nel cuore stesso del “populismo” cinese le concezioni fondamentali del “nuovo proudhonismo”:
     – negazione degli obiettivi specifici della classe proletaria e dell’opposizione radicale tra il Capitale e il Lavoro, travestita in una lotta delle masse “popolari” contro un pugno di avidi “usurpatori”;
     – speranza d’attenuare con tutte le ricette possibili (cooperative, nazionalizzazioni, organizzazioni internazionali, ecc.) le inevitabili contraddizioni del sistema capitalista.

Citiamo a questo riguardo un ultimo passaggio di Sun Yat‑sen:

«Anche in un paese dove l’industria è sviluppata, se gli interessi economici di tutto il paese non si armonizzano, se nascono delle opposizioni che inducono alla lotta, non è lotta tra la classe operaia e la classe capitalista, ma lotta tra gli elementi utili e influenti di tutta la società, che ne costituiscono la maggioranza, e la classe capitalista. Poiché questi elementi utili e influenti cercano tutti di sopravvivere e di evitare i conflitti economici (!?!), bisogna ricorrere alla ripartizione dei beni dallo Stato, all’aumento delle imposte dirette sui redditi dei capitalisti e sulle eredità, in modo da sviluppare le imprese di trasporto e i mezzi di comunicazione di tutto il paese, per arrivare così a migliorare la vita dell’operaio e il lavoro delle officine per fare in modo che gli interessi economici s’armonizzino».


Mao Tse‑tung contro Togliatti ?

Ci diranno che le idee di Sun Yat‑sen non hanno niente a che vedere con quelle del “comunismo” cinese e che in ogni caso la lotta portata avanti da qualche anno contro il “revisionismo moderno” è sufficiente a scagionare Mao Tse‑tung da tutte le accuse di riformismo. Vediamo giustamente però che cosa ne è rimasto secondo le critiche contenute nel libro Da dove vengono le divergenze? che riproduce per esteso l’articolo intitolato: “Ancora una volta sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi” (N. 3 e 4 della rivista Hongqi, 1963).

La rivista teorica del P.C. cinese lascia innanzitutto Togliatti definire la sua concezione della “via italiana” verso il socialismo:
     – «Oggi, dice Togliatti, la questione di fare ciò che è stato fatto in Russia non si pone agli operai italiani» che possono «organizzarsi, nel quadro d’un regime costituzionale, in classe dirigente»;
     – Con un «allargamento dei poteri effettivi del Parlamento sul piano economico» è possibile, «frantumare e abolire la proprietà monopolista delle grandi forze produttive, e trasformarla in proprietà collettiva»;
     – Infine, «partecipando all’elaborazione e all’applicazione della politica della pianificazione, realizzando pienamente i propri ideali e la sua autonomia», la classe operaia può fare di questa politica «uno strumento per soddisfare i bisogni degli uomini e della collettività nazionale».

Contro queste teorie del “passaggio pacifico al socialismo” e delle “riforme di struttura”, Pechino da libero sfogo alla formidabile artiglieria del marxismo, dal Manifesto dei Comunisti fino a Stato e Rivoluzione passando per Socialismo utopistico e Socialismo scientifico dove Engels dimostra che «né la trasformazione in società per azioni e in trusts, né la trasformazione in proprietà di Stato sopprime la qualità di capitale delle forze produttive». Dopo essersi appoggiato su queste “autorità” per criticare il “cretinismo parlamentare” di Togliatti, si arriva a queste conclusioni: «I marxisti-leninisti devono denunciare l’ipocrisia delle istituzioni borghesi, ma dovrebbero, nello stesso tempo, servirsi di certi articoli (?) di queste costituzioni come un’arma contro la borghesia». Si legge ancora: «Il compagno Togliatti pretende che quanto preconizza non sia soltanto “un parlamento che funzioni”, ma anche “un grande movimento popolare”. Rivendicare “un grande movimento popolare” è molto significativo. E i marxisti-leninisti non possono che rallegrarsene». A questo punto a Mao Tse‑tung non resta che fare tanto di cappello a Togliatti: «Bisogna riconoscere che c’è attualmente in Italia un movimento di massa molto vasto, e che il Partito comunista italiano ha fatto molto lavoro in questo settore. Ma è deplorevole che il compagno Togliatti limiti il movimento di massa nel quadro stabilito dal Parlamento».

A questo punto ci domandiamo: ma dove sono le divergenze?. Togliatti e Mao confidano ugualmente le loro speranze in un “grande movimento popolare”, ovvero non proletario, “democratico”, piccolo-borghese. Ma cos’è che “rimpiange” Mao? Che un tale “movimento”, caduto nel “cretinismo parlamentare”, non esca dalla legalità borghese. Ma non può essere altrimenti! Come preconizzava il Manifesto, il proletariato è diventato oggi la sola classe rivoluzionaria, la sola forza capace di distruggere l’ordine borghese; e non c’è più nelle costituzioni borghesi un qualsiasi articolo che possa “servire come arma contro la borghesia”, non c’è più nei rapporti di dominazione del Capitale alcuna ipocrisia democratica da “denunciare”.

I cinesi invocano a volte contro le concezioni pacifiste dei Tito, Togliatti e Krusciov, la necessità della dittatura proletaria. Ma ciò resta una parola vuota, una bella frase “socialista”, perché non dicono nulla su che cosa debba essere la lotta del proletariato per raggiungere quest’obiettivo che rimandano ad un mondo ideale e lontano. «In tutti i movimenti di massa, come nella lotta parlamentare, afferma la rivista Hongqi (“Il Fatto”), conservare l’indipendenza politica del proletariato, operare una netta distinzione tra quest’ultimo e la borghesia, fondere gli interessi immediati e gli interessi a lungo termine del movimento, e legare il movimento del momento all’insieme della lotta della classe operaia al suo obiettivo finale». Sotto un’apparenza perfettamente innocente, questa formula è in realtà l’espressione più insidiosa del riformismo. Che diavolo vuol dire “fondere”, “legare” gli interessi immediati e gli interessi finali del proletariato? Che diavolo vuol dire “unire la verità universale del marxismo-leninismo con la pratica concreta della rivoluzione in ogni paese”, altra formula cara ai nostri maoisti? Qual’è il rapporto tra gli interessi immediati del proletariato ed i suoi interessi finali, tra la lotta di classe e la lotta per la conquista del potere?

Nei suoi Quaderni sull’Imperialismo, Lenin cita una formula analoga di A. Pannekoek facendo la seguente osservazione: «Pannekoek ha qui affrontato una questione di prima importanza, ma ha dato una cattiva risposta o l’ha fatto in un modo impreciso. “L’unità della lotta per il socialismo e per le riforme” o “per gli interessi immediati degli operai?” Ma che cos’è la lotta per il socialismo? La formula di Pannekoek offusca, cancella e fa sparire la differenza tra la sinistra e il “centro”. Questa formula di Pannekoek anche Kautsky potrebbe sottoscriverla (...) La lotta per il socialismo è fatta dell’unità della lotta per gli interessi immediati degli operai (per conseguenza per le riforme) e della lotta RIVOLUZIONARIA per il potere, per l’espropriazione della borghesia, per il rovesciamento del governo borghese. Bisogna unire non la lotta per le riforme + delle frasi sul socialismo, la lotta “per il socialismo”, ma due aspetti della lotta».

Marx, Engels e Lenin l’hanno sempre affermato: non c’è lotta per delle riforme che non sia una lotta rivoluzionaria, suscettibile di trasformarsi immediatamente in un assalto per la conquista del potere. Così è stato in tutte le lotte condotte dal proletariato d’Europa nel secolo scorso: per i loro diritti politici, per la riduzione della giornata di lavoro, per il loro diritto all’organizzazione. Anche in quei movimenti di riforme borghesi che sono i movimenti d’emancipazione dei popoli coloniali il marxismo ha sempre considerato la prospettiva d’una conquista immediata del potere da parte del proletariato rivoluzionario. Ma cosa succede oggi nelle vecchie metropoli capitaliste? Se le lotte per le “riforme” non sono più rivoluzionarie, non si manifestano più come lotta di classe ma si perdono nei pantani dei “movimenti popolari” vuol dire che il sistema capitalista non può più essere rinnovato né riformato. Ha già un piede nella tomba. Se i bonzi sindacali sabotano a più non posso le rivendicazioni immediate degli operai annegandole nei “movimenti popolari”, vuol dire che tutta la lotta di classe seria sarebbe una minaccia diretta alla dominazione del Capitale. Ecco perché Lenin respinge tutte le idee di “legare”, “fondere”, “unire” due tipi di lotta che, più che mai all’epoca imperialista, sono inseparabili come i due aspetti d’una sola e stessa lotta rivoluzionaria.

Ciò che in Pannekoek non è che una “formula” infelice, prende nei testi cinesi l’importanza d’un “principio” o d’una “tesi”. Pechino afferma «la tesi dell’unione della verità universale del marxismo-leninismo con la pratica della rivoluzione in ogni singolo paese». Ed è in effetti un “principio” per il “socialismo” di Mao di separare per tutta una tappa storica la “lotta” per delle riforme borghesi nei paesi arretrati e la lotta del proletariato per i suoi obiettivi specifici. Abbiamo dimostrato che cosa ha rappresentato la teoria della “rivoluzione per tappe” nel movimento rivoluzionario in Cina: una ripetizione del menscevismo russo. Abbiamo visto che il partito cinese è stato il primo dell’Internazionale moscovita a teorizzare le “vie” della Nuova Democrazia o “popolare”. Togliatti ha la bontà di ricordarlo: «Parlando dell’esperienza della rivoluzione cinese, il compagno Togliatti ha dichiarato che nel periodo della conquista del potere del popolo cinese, la linea politica del Partito Comunista cinese “non corrispondeva in alcun modo alla linea strategica e tattica seguita, per esempio, dai bolscevichi nel corso della rivoluzione da marzo a ottobre 1917”. Questa è una deformazione della storia della rivoluzione cinese. La rivoluzione cinese ha le sue proprie particolarità, nelle condizioni concrete della Cina. Tuttavia, come il compagno Mao Tse‑tung ha sottolineato a più riprese, la linea politica del nostro Partito è stata elaborata in funzione del principio [ci risiamo!] dell’unione della verità universale del marxismo-leninismo con la pratica della rivoluzione cinese».

Questo è il “principio” che permette ai cinesi di mettere da parte la teoria marxista della rivoluzione permanente e di sostituire agli interessi della lotta di classe del proletariato gli interessi “nazionali” della rivoluzione borghese in Cina. Questo appello alle condizioni “concrete” esistenti in ogni paese, questo modo di “fondere” le lotte del proletariato e i “movimenti popolari”, bastano per “unire” il riformismo di Togliatti e quello di Mao.


Un capitalismo “desiderabile”...

Come diceva Lenin, la caratteristica del “nuovo proudhonismo” è di opporre un capitalismo “sano” al capitalismo putrescente della fase imperialista, un capitalismo “pacifico” e “nazionale” al saccheggio dei grandi monopoli. Citiamo nuovamente J.A. Hobson: «Definire l’imperialismo una politica nazionale, è una menzogna vergognosa: gli interessi della nazione sono contrari ad ogni passo di questa politica (...) Il potere delle forze imperialiste all’interno del paese permette loro di utilizzare le risorse nazionali per i loro vantaggi particolari: non può essere rovesciato che con l’instaurazione d’una autentica democrazia, da una politica condotta dal popolo, nell’interesse del popolo e realizzata dai suoi rappresentanti sui quali sarà mantenuto uno stretto controllo».

Non vi sembra di sentire i nostri staliniani? A margine di queste citazioni Lenin ha semplicemente detto queste parole “democratico piccolo borghese”.

«Nella misura in cui sono possibili autentici governi nazionali rappresentanti gli interessi del popolo e non di un pugno di oligarchi, si potranno sopprimere gli urti tra nazioni e si svilupperà sempre di più un internazionalismo pacifico fondato sulla comunità d’interessi tra i popoli (...) La speranza d’un futuro internazionalismo esige prima di tutto il mantenimento e il libero sviluppo dei popoli indipendenti; perché senza questa condizione non ci può essere alcun sviluppo progressivo dell’internazionalismo, ma solamente una serie di tentativi disgraziati di cosmopolitismo caotico e instabile. Nello stesso modo in cui l’individualismo è necessario a tutte le forme sane di socialismo nazionale così il nazionalismo è necessario all’internazionalismo».

Parlava bene, il liberale Hobson saggio consigliere di sua Maestà britannica e profeta dell’internazionalismo delle patrie contro l’internazionalismo proletario! Ma che cos’è questo “capitalismo desiderabile ”che predicano congiuntamente liberali e staliniani, russi o cinesi? Pechino denuncia fortemente le “riforme di struttura” alla Togliatti e cita Engels per dimostrare che le nazionalizzazioni non escono dal perimetro del capitalismo e non servono che a rafforzare la dominazione del capitale finanziario. Il capitalismo “desiderabile” e “sano” dei piccoli borghesi d’Occidente è “nazionale”, “democratico” e libero-scambista, confessa apertamente la sua natura reazionaria volendo riportare il capitalismo allo stadio della libera concorrenza, del piccolo commercio e del protezionismo. Ma per quanto riguarda il capitalismo cinese? C’è più di un punto comune tra quello che Pechino chiama il suo “programma di transizione” e le “riforme di struttura” di Togliatti.

Nel suo articolo del 1949 su La dittatura di democrazia popolare dove Mao Tse‑tung definisce un “periodo di transizione” durante il quale la classe operaia, i contadini, la piccola borghesia e la borghesia nazionale saranno uniti per formare il loro proprio Stato e per scegliere il loro proprio governo, in modo da esercitare una dittatura sui lacché dell’imperialismo, la classe dei proprietari fondiari e dei capitalisti burocratizzati. Ravvisiamo questa frase, fortemente degna di Togliatti: «Quando il momento sarà arrivato di realizzare il socialismo, altrimenti detto di nazionalizzare le imprese private, spingeremo più avanti l’educazione e la riforma della borghesia». Ma c’è di più. Tutto il movimento di collettivizzazione è stato presentato come una “trasformazione socialista” dell’agricoltura cinese. Ci ritorneremo in un prossimo articolo. Di fatto, come si presenta il famoso “programma di transizione?”.

Il 30 luglio 1955, l’Assemblea popolare cinese adotta una risoluzione sul “primo piano quinquennale di sviluppo dell’economia nazionale” (lanciato il 1°gennaio 1953) che ravvisa in questi termini il preambolo della Costituzione: «Il periodo che va dalla fondazione della Repubblica Popolare di Cina alla venuta della società socialista è un periodo di transizione. Il compito fondamentale dello Stato nel periodo di transizione è di realizzare progressivamente l’industrializzazione socialista (?) dell’agricoltura, dell’artigianato (!), così come dell’industria e del commercio capitalisti (?!)». Poiché non siamo ancora alla “società socialista”, in che cosa l’industrializzazione può essere “socialista”? Tre piani quinquennali sarebbero, pare, necessari per “l’avvento del socialismo” che per Mao come per Stalin, è un affare puramente “nazionale” e “popolare”.

Dopo aver ripreso dalla Costituzione il termine equivoco e contraddittorio di “industrializzazione socialista”, la risoluzione del 1955 sembra ritornare alla formula non contraddittoria, ma tuttavia equivoca di Stalin: «durante il famoso periodo di transizione, non sarà il socialismo che costruiremo, ma semplicemente le sue “basi”, ovvero il capitalismo il più sviluppato, il più concentrato possibile». Mao afferma: «Fare entrare l’industria e il commercio capitalista in differenti forme di capitalismo di Stato, al fine di gettare anche le basi della trasformazione socialista dell’industria e del commercio privato». Questa formula è corretta. Il capitalismo di Stato non ha niente a che fare con il socialismo.

Ma lo stesso testo ci prospetta un’altra formula, molto significativa: il periodo di transizione avrebbe avuto per ragione d’essere il «gettare le basi preliminari dell’industrializzazione socialista della Cina». Si tratta di gettare le basi (capitaliste) del socialismo o di gettare solamente le basi dell’industrializzazione capitalista, ovvero d’una economia borghese che non ha ancora raggiunto lo stadio d’un capitalismo sviluppato, che si libera lentamente dalle forme precapitaliste dell’economia contadina? È qui tutta la questione. I “comunisti” cinesi hanno sovente predicato non per «fare entrare il commercio capitalista nelle varie forme di capitalismo di Stato», ma per incoraggiare l’iniziativa privata, i piccoli mercati di campagna, ecc. Ricordiamo le parole di Lenin: l’imperialismo comporta in permanenza il passaggio dal piccolo capitale al grande capitale, dal debole scambio di merci ad uno scambio sviluppato. Il “socialismo” cinese è a questo punto. Il capitalismo di Stato è ancora per lui un ideale molto lontano, ciò che gli permette di denunciarne le formule presso i falsi “comunisti” occidentali. Ma, in sostanza, Pechino presenta lui stesso il “socialismo” come una forma di proprietà collettiva o statale che non differisce in alcun modo dalle forme russe, italiane o francesi del “socialismo nazionale”.

Abbiamo limitato questo studio all’ideologia del riformismo anti-imperialista, accontentandoci qua e là di alcune indicazioni storiche sul fallimento dei sogni “ultra-imperialisti” d’uno sviluppo concertato della Cina borghese. Conviene a questo punto fare un’ultima osservazione di carattere storico. L’insuccesso del Kuomintang tra le due guerre è dovuto alla sua negligenza di due o tre fattori che il Partito di Mao ha saputo giocare a proprio torna conto. Per paura della rivoluzione agraria, il partito nazionalista s’è rifiutato di armare la sola forza sociale capace di lottare contro l’imperialismo straniero e di assicurare l’unificazione del paese. Per altro, tutto il sistema dei monopoli statali e tutti gli investimenti americani in Cina erano insufficienti ad assicurare il suo sviluppo capitalista. Non hanno fatto che rafforzare la dominazione parassitaria che la borghesia compradora manteneva tanto sull’industria delle regioni costiere quanto sul contadiname all’interno. Contro questi “capitalisti burocratici”, che alla fine del secolo trascorso erano stati gli imitatori del capitalismo di Stato, la spartizione della terra (o anche la semplice liquidazione dei canoni d’affitto), la difesa della libera impresa, dell’industria e del commercio privati avrebbero dovuto aprire la strada ad un capitalismo “sano”, “normale”, “desiderabile” e “nazionale”: era il desiderio di “tutto il popolo”. E, inoltre, del presidente Truman, che dichiarava il 15 dicembre 1945 che gli USA erano pronti ad “aiutare” la Cina se fosse riuscita a istituire “un governo largamente rappresentativo” che avrebbe dato «a tutti gli elementi politici principali del paese una rappresentanza giusta ed efficace nel governo nazionale cinese»; quando la Cina avrebbe così dimostrato la sua volontà di pace e d’unità, gli USA avrebbero potuto contribuire con prestiti e crediti allo “sviluppo d’una sana economia da un capo all’altro della Cina intrattenendo relazioni amichevoli con il paese» (citato da Ph. Jaffé: Il destino della Cina).

“Ultra-imperialismo”? “Anti-imperialismo”? I proletari della Comune di Canton sono morti per un’altra causa!

 

 

 

  

 


Programme Communiste, N° 35, aprile‑giugno 1966 (6/7)

VII. - VERSO LA CONQUISTA DEL POTERE


- Il periodo della ricostruzione 1949‑52
- La riforma agraria 1947‑52
- La “collettivizzazione” 1953‑58
- Dalle cooperative alle comuni popolari
 

Profondamente segnato a partire dal 1924 dalla degenerazione di Mosca, il Partito “Comunista” Cinese è diventato, dopo la sconfitte proletarie del 1927, il campione della rivoluzione borghese in Cina. La sua ambizione non fu altra, come disse Mao Tse‑tung, di svolgere il ruolo di “vero Kuomintang” e di realizzare il programma di Sun Yat‑sen, così malamente intrapreso da Chiang Kai‑shek: indipendenza nazionale, riforma agraria, industrializzazione. Non ci rimane ora che comparare i meriti rispettivi di questi due partiti nazionali ed esaminare il modo in cui si è prodotta questa rivoluzione borghese, consegnata alle sue contraddizioni e presa nella morsa dell’imperialismo mondiale, sprovvista del sostegno attivo e della visione chiaroveggente di un proletariato internazionalista. Ma per una curiosa metamorfosi, la realizzazione di questi compiti borghesi ha preso ben presto il nome di “costruzione del socialismo” e il partito che ha sempre sostenuto la piattaforma più apertamente borghese nell’internazionale di Mosca oggi si fa passare per il salvatore di una ortodossia leninista da lungo tempo rinnegata.

Per la maggioranza degli svigoriti “comunisti” che identificano socialismo e interesse nazionale, questa metamorfosi non è neanche un problema. Si deplora solamente, con molta ipocrisia, che abbia preso una forma “estremista”. Nello spirito filisteo russo l’estremismo cinese fa risorgere il fantasma del pericolo giallo che si credeva di avere relegato nel subcosciente di un Occidente putrefatto. Ma anche i fantasmi hanno degenerato! All’inizio del secolo, il pericolo giallo traduceva la paura borghese che naufragassero le speculazioni dell’imperialismo sul mercato cinese. Così come Marx aveva già evidenziato, nella sua fuga verso l’Asia il capitalismo europeo temeva di vedere scoppiare, ai piedi della muraglia cinese, una rivoluzione che avrebbe minacciato il suo potere politico anche in Europa. Dopo che la Cina stessa si messa essa a puntare sul proprio sviluppo, il pericolo giallo non è più paura della rivoluzione, ma vaga inquietudine davanti alle prospettive ancora lontane di un concorrente cinese.

Se Mosca ha in qualche modo la sua logica, la confusione raggiunge il culmine in ciò che resta del trotzkismo. La Verité (ottobre‑dicembre 1964) presenta il conflitto sino‑sovietico come una lotta di Pechino contro lo stalinismo russo e vede nella storia cinese del dopoguerra una «rivoluzione interrotta (...) un processo che, in definitiva, ridarà il primo posto al proletariato cinese». Poiché il PCC fondò nel 1949 la Repubblica Popolare contro la volontà di Stalin, «non lo si può qualificare come un partito stalinista». Certo anche lì si sarebbe formato un “ceto burocratico”; ma «i compiti democratici borghesi sono stati risolti in Cina solo dalla rivoluzione proletaria, mediante la distruzione dello Stato borghese, mediante l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione». In considerazione di ciò, «bisogna difendere le conquiste realizzate dalla rivoluzione cinese, non solamente contro ogni tentativo dell’imperialismo, ma anche contro la politica apertamente contro-rivoluzionaria della burocrazia russa».

Questa “difesa della Cina” è una vera caricatura della vecchia “difesa dell’Urss”. Anche le sue premesse sono assolutamente di fantasia. Chi può affermare in effetti che ci sia stata in Cina una rivoluzione proletaria, la distruzione dello Stato borghese e l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione? Cosa ci si deve attendere dall’influenza di Pechino sui movimenti nazionali borghesi del Terzo Mondo? Certo, la costituzione di un potente Stato nazionale gli permette di giocare in Asia il ruolo di guastafeste. Ma da quelle parti la diplomazia cinese non fa che anticipare i futuri risultati di uno sviluppo capitalistico che farà della Cina un reale polo di attrazione economica. Dunque essa si mostra sempre più come una diplomazia borghese e il suo sfruttamento dei movimenti antimperialisti prende già le forme di un mercanteggiamento con l’imperialismo.

Così, dopo avere studiato le tradizioni politiche del maoismo, ci resta da mostrare le caratteristiche economiche e sociali delle riforme agrarie e dello sviluppo industriale della Cina dopo il 1949.

Nel pieno della rivoluzione del 1924‑27 l’Internazionale di Mosca fece una scommessa sulla borghesia cinese che mascherava in realtà il suo tradimento degli interessi di classe del proletariato. La scommessa consisteva nel dire che la borghesia anticoloniale era più radicale della borghesia antizarista russa e che avrebbe potuto portare fino in fondo la propria rivoluzione. Il giogo stesso dell’imperialismo doveva riavvicinarla al proletariato in lotta, invitato a riconoscere l’egemonia della propria borghesia durante tutta la “tappa” della rivoluzione democratica. Il risultato di questa tattica, che voltava le spalle agli insegnamenti di tutte le rivoluzioni passate, fu di consegnare il Partito Comunista Cinese alla repressione di Chiang Kai‑shek.

Quando il PCC riprese a sua volta la bandiera del Kuomintang pretese di realizzarne il programma con tutta l’energia e tutto il radicalismo di cui si riteneva armato. La borghesia nazionale sarebbe diventata “più rivoluzionaria” quando i suoi rappresentanti classici (i Sun Yat‑sen e i Chiang Kai‑shek) sono stati sostituiti da un personale anonimo scaturito dalla massa popolare, cioè il partito di Mao Tse‑tung? Non vedremo nulla di tutto ciò. Le peripezie multiple dell’alleanza PCC‑Kuomintang, le scappatoie della riforma agraria, i compromessi con l’imperialismo russo-americano, le illusioni di coesistenza pacifica sono sufficienti a smentire le pretese maoiste di un radicalismo borghese conseguente.

La borghesia cinese si è mostrata un boia del proletariato feroce quanto i suoi predecessori. Come la borghesia tedesca all’epoca di Bismarck, essa ha affidato il suo destino ai generali reazionari del genere di Chiang Kai‑shek piuttosto che correre il rischio di una rivoluzione agraria. Come la borghesia russa ai tempi di Miljukov e Kerensky, la borghesia cinese si è gettata nelle braccia dell’imperialismo mondiale, giapponese e americano prima, poi russo.

Nella prima rivoluzione borghese che rovesciò la dinastia Manciù, Sun Yat‑sen, posto alla presidenza della repubblica, abbandonò ben presto il potere in favore di Yuan Shikai poiché lo giudicava più capace di «unificare il paese e di garantire la stabilità della Repubblica grazie al credito di cui gode presso le potenze straniere». Sun Yat‑sen confesserà in una lettera a Čičerin: «le mie dimissioni furono un grave errore politico le cui conseguenze furono comparabili a un eventuale sostituzione di Lenin da parte di Kolciak, Judenič o Wrangel”. Questa lezione tuttavia non basterà a Stalin che alternativamente fece assegnamento su Chiang Kai‑shek o su Zhang Zuolin piuttosto che sul proletariato di Shanghai.

Nelle condizioni della prima guerra mondiale la borghesia cinese tenterà ancora di ottenere l’indipendenza a buon mercato. Fu così che Sun Yat‑sen incoraggiò Wilson a intervenire in Europa nella speranza di vedersi restituire i possedimenti della Germania in Cina. Speranza presto delusa dal trattato di Versailles che consacrò una spartizione imperialista conferendo al Giappone i possedimenti tedeschi. Dopo il fallimento della politica che consisteva nell’appoggiarsi su una potenza imperialistica per liberarsi dall’influenza di altre, la borghesia nazionale si aggrappò alle illusioni che fece nascere la conferenza di Washington sulla politica detta della “porta aperta”. Il piano concepito da Sun Yat‑sen di aprire l’immensa Cina al commercio e ai capitali di tutte le nazioni non avrebbe conosciuto una realizzazione pacifica? Ma questa prospettiva non fece che moltiplicare le rivalità imperialistiche, la divisione del paese in sfere d’influenza e il reclutamento di mercenari locali al soldo del capitale straniero.

Con l’anarchia interna e lo smembramento territoriale si aprì un nuovo periodo per l’antimperialismo cinese: quello dell’alleanza con l’Urss, che aveva denunciato i trascorsi “trattati ineguali” con lo zarismo, ma che scivolava sempre più sulla china della controrivoluzione. Con l’accordo con Mosca Sun Yat‑sen non si guadagnava soltanto la messa in riga del minaccioso proletariato cinese, e istruttori militari russi che formarono così bene le bande di Chiang Kaishek; Sun intendeva mettere la Cina al riparo dagli appetiti imperialisti, dalle grandi crisi politiche e dalle catastrofi sociali il cui sbocco rivoluzionario sarebbe stato fatale per la borghesia cinese.

Tuttavia né la sconfitta del proletariato cinese, né il sostegno di Mosca, né le successive alleanze del partito di Mao Tse‑tung hanno potuto salvare la borghesia cinese. È la sua funzione sociale che ne ha determinato il destino storico. Incapace di armare il contadiname, poiché viveva della sfruttamento usurario, non potette realizzare l’unificazione del paese sotto la propria egida. Incapace di opporsi all’imperialismo, di cui non faceva altro che piazzare i capitali in Cina, non poteva essere lo strumento di una potente accumulazione capitalistica. È così che la seconda guerra mondiale ha realizzato ciò che Mosca aveva sempre temuto e che Mao Tse‑tung non aveva mai auspicato: ha spazzato dal continente, insieme con un buon numero di mandarini, i rappresentanti classici della borghesia cinese.

Poiché dopo il 1927 il partito di Mao aveva compreso la necessità di sollevare i contadini per realizzare l’unità nazionale, esso era già divenuto il “vero Kuomintang”, il solo portabandiera di una rivoluzione borghese. Questo non gli ha impedito di manifestare le stesse inquietudini del Kuomintang di fronte agli “eccessi” del contadiname. Il lettore potrà trovare riferimenti alle oscillazioni della politica agraria del PCC fino al 1947 qui più indietro.

Noi vedremo che anche le riforme agrarie intraprese dopo la conquista del potere sono ben lontane dal rappresentare una rivoluzione agraria nel senso radicale e borghese che si è voluto dare loro.

Il PCC per anni ha vissuto nella speranza dell’unità con Chiang Kai‑shek, facendo appello al suo patriottismo di fronte all’invasione giapponese. Queste illusioni in tutto simili a quelle di Sun Yat‑sen nel 1911, hanno ritardato di un decennio l’avvento della Repubblica popolare e mostrano fino a che punto il PCC ha potuto rinnegare le proprie posizioni precedenti a seconda delle opportunità. Il 22 settembre del 1937, offrendo una nuova alleanza a Chiang Kai‑shek del tipo dei fronti popolari, il PCC pubblicava il seguente comunicato: «Al fine di privare il nemico (giapponese) di ogni pretesto di aggressione e per dissipare ogni equivoco, il C.C.E. del PCC dichiara solennemente ciò che segue: 1° I tre principi del popolo enunciati dal dottor Sun Yat‑sen rappresentano la base suprema della Cina di oggi. Il nostro partito è pronto a fare tutto il possibile per rafforzarli. 2° Il nostro partito abbandona la politica tesa al rovesciamento del Kuomintang così come il movimento di sovietizzazione e sospende la confisca delle terre. 3° Il nostro partito abolisce l’attuale governo sovietico e si impegna, al fine di unificare l’apparato governativo dello Stato, a rafforzare la democrazia basata sui diritti del popolo. 4° Il nostro partito dissolve l’Armata Rossa e la riorganizza in Armata Nazionale Rivoluzionaria, la pone sotto il controllo diretto della Commissione degli Affari Militari del Governo Nazionale e attende gli ordini di mobilitazione per poter condividere la responsabilità della resistenza all’invasione straniera».

Questa nuova alleanza con il “reazionario” Chiang Kai‑shek non è l’ultima. Il 28 agosto del 1945 Mao Tse‑tung e Chiang Kai‑shek si siedono di nuovo allo stesso tavolo, questa volta sotto la presidenza del generale Marshall, per concludere un accordo in dodici punti sul futuro governo della Cina: «In ciò che concerne la politica fondamentale della ricostruzione nazionale, è stato convenuto di mantenere una stretta collaborazione sotto la presidenza di Chiang Kai‑shek e sono state prese alcune misure per evitare conflitti interni, affinché una Cina moderna, indipendente, libera e prospera possa essere costruita e i Tre principi del popolo diventino una realtà. Le due parti hanno fra l’altro convenuto che la democratizzazione politica e la nazionalizzazione delle truppe, così come è stata raccomandata dal presidente Chiang Kai‑shek, è assolutamente essenziale per realizzare la ricostruzione nazionale nella pace».

Ancora nel gennaio del 1946 il PCC e il Kuomintang tennero una Conferenza Politica Consultiva. Ma nulla poteva salvare il regime decrepito di Chiang Kai‑shek, né il generale Marshall, né il maresciallo Stalin, il quale “consigliava” allora al PCC di limitarsi alla guerriglia nelle campagne senza tentare di conquistare le città. Certo l’imperialismo russo-americano ha potuto imporre al Partito Cinese questi ultimi tentativi di rabberciare la situazione: Accordi di Yalta (11 febbraio 1945), Trattato di amicizia e di alleanza sino-sovietico (14 agosto 1945), in cui l’URSS riconosceva il governo di Chiang Kai‑shek come il solo governo nazionale della Cina. Nondimeno le esitazioni di Mao Tse‑tung, la politica stessa del PCC formulata nel rapporto Sul governo di coalizione al 7° Congresso dell’aprile del 1945, costituiva un terreno fertile per le manovre imperialiste del duo Marshall‑Stalin.

Stalin aveva creduto di regolare a Yalta il destino della Cina. Ricordiamo i termini dell’accordo di Yalta: «Da due a tre mesi dopo che la Germania si sarà arresa e che si saranno concluse le ostilità in Europa, l’Urss entrerà in guerra contro il Giappone a fianco degli alleati a condizione: 1° che lo status‑quo sia mantenuto nella Mongolia Esterna; 2° che i precedenti diritti della Russia, violati dal proditorio attacco giapponese del 1904, siano restaurati, cioè: a) che la parte meridionale di Sahkalin e delle isole adiacenti tornino all’URSS; b) che il porto commerciale di Dalian venga internazionalizzato, gli interessi predominanti dell’URSS in questo porto vengano salvaguardati e che torni in vigore la cessione in locazione di Port Arthur come base navale dell’URSS; c) che la ferrovia della Cina dell’Est e la ferrovia della Manciuria del Sud, che servono da sbocco a Dalian, vengano sfruttare creando una compagnia sino‑sovietica, restando inteso che gli interessi predominanti dell’Unione Sovietica saranno salvaguardati e che la Cina conservi la piena sovranità sulla Manciuria».

Ma non bastava che Roosevelt e Churchill riconoscessero i “diritti” imperialisti che lo zar aveva perduto nel 1904. Non bastava neanche persuadere il PCC a riannodare i rapporti con Chiang Kai‑shek. Il livello di decomposizione del regime del Kuomintang era tale che il solo “governo di coalizione” possibile era quello del PCC. Esso soltanto era capace di assicurare nell’ordine e nel rispetto delle proprietà la congiunzione del movimento contadino e dell’agitazione proletaria nelle città. L’imperialismo mondiale se ne è presto reso conto. L’URSS e la Gran Bretagna riconobbero subito la Repubblica Popolare e la Francia avrebbe fatto lo stesso se non avesse avuto qualche paura per l’Indocina. Negli Stati Uniti, malgrado gli impegni presi con Chiang Kai‑shek e la guerra di Corea, una forte corrente si era sempre mostrata favorevole alla ripresa degli affari con la Cina.


Il periodo della “ricostruzione”: 1948‑52

Una settimana prima della capitolazione giapponese, l’URSS invase la Manciuria e vi instaurò un “governo popolare” presieduto da Gao Gang. Questo fatto, così come la degradazione della situazione economica nell’insieme del paese, rese inevitabile l’offensiva di Mao Tse‑tung.

In Manciuria le truppe sovietiche si abbandonarono a un vero saccheggio dell’enorme potenziale economico messo in campo dai giapponesi. La produzione di carbone che nel 1943 era di 21,5 milioni di tonnellate, cadde a meno di 5 milioni nel 1945. La produzione di energia elettrica cadde a un quarto di ciò che era sotto il governo del Manciukuò. L’80 per cento delle locomotive della Cina del Nord furono distrutte o trasportate in URSS. Di fronte a questo smantellamento delle installazioni industriali del principale bastione economico della Cina, Li Lisan dichiarò a nome del PCC: «Io penso che questo trasferimento di macchinari non sia affatto un problema importante. Certo, l’Unione Sovietica importa alcuni macchinari, ma non in grande quantità in proporzione alle sue perdite di guerra». Questo era tuttavia sufficiente a compromettere ogni opera di ricostruzione della Cina, sia che venisse compiuta dal Kuomintang sia dal PCC. Nello stesso tempo nella Cina del Sud numerose imprese furono costrette a chiudere i battenti in seguito alla soppressione dei comandi militari.

Così il partito di Mao Tse‑tung apparve sempre di più come l’unico capace di salvare la Manciuria dalle grinfie di Stalin e di ottenere dagli operai cinesi i sacrifici necessari alla ricostruzione. Fu dunque la situazione disperata nella quale si trovava la Cina fra il 1945 e il 1949 che condusse il PCC ad assumersi tutte le responsabilità, a passare dalla guerriglia nelle campagne alla conquista delle città, a rompere in maniera definitiva con tutte le speranze di governo di coalizione presieduti da Chiang Kai‑shek.

Nel marzo del 1949 un plenum del C.C.E. del PCC si riunì per esaminare la situazione militare, ma anche i compiti politici del partito alla vigilia della vittoria. Dopo avere sottolineato che «dopo il fallimento della grande rivoluzione cinese del 1927, il centro di gravità della lotta rivoluzionaria era stato il settore rurale» e che si apriva un nuovo periodo durante il quale «il centro di gravità di lavoro del partito doveva porsi nelle città», la risoluzione indicava i mezzi per riprendere in mano la massa considerevole del proletariato urbano: «La sessione plenaria è dell’opinione che il punto chiave dell’amministrazione e della ricostruzione delle città è la ripresa dello sviluppo della produzione industriale: 1) la produzione delle imprese di proprietà pubblica; 2) quella delle imprese private; 3) la produzione artigianale. Gli altri compiti urbani, quali il lavoro di organizzazione del partito, il lavoro di costruzione governativa, il lavoro sindacale, il lavoro delle diverse organizzazioni popolari, etc. dovranno servire a quest’opera centrale di restaurazione e di sviluppo della produzione industriale».

Era la prima volta, dopo le sconfitte di Shanghai e Canton, che il PCC riconosceva il primato del proletariato urbano nella lotta rivoluzionaria. Ma questo non fu per mostrargli il cammino per la sua dittatura, né per vendicare la comune di Canton. Il PCC gli chiedeva soltanto di dedicarsi alla produzione per ricostruire una Cina “prospera” e cementare il “blocco delle quattro classi”. Nello stesso tempo Mao Tse‑tung faceva appello a tutti i compagni del partito «affinché conservino la loro modalità di lavoro umile, prudente, modesta, calma e dura nella lotta, al fine di dispiegare i più grandi sforzi nella costruzione di un clima nuovo dopo avere sconfitto le forze della controrivoluzione».

Noi non riprenderemo qui i testi già citati che definiscono il regime di Nuova Democrazia: si tratta essenzialmente dell’articolo La Nuova Democrazia datato gennaio 1940 (Mao Tse‑tung, Œuvres, T.3), del discorso “A proposito del governo di coalizione” (ibid. T. 4) e del “Programma comune” approvato nel settembre del 1949 dalla conferenza consultiva del popolo cinese e che dichiara semplicemente (articolo 29) che «lo Stato coordinerà e dirigerà l’economia pubblica, l’economia cooperativa, l’economia individuale dei contadini e degli artigiani, l’economia capitalistica privata e l’economia capitalistica pubblica».

Noi vogliamo semplicemente mostrare che questo regime si era stabilito a spese del proletariato e dei suoi interessi di classe. Allorché si lacerò l’“unità” politica fra il PCC e il Kuomintang, Mao Tse‑tung al Congresso di Harbin (agosto 1949) realizzò la riunificazione sindacale indispensabile per salvaguardare l’essenziale della collaborazione di classe fra capitale e lavoro. Vennero così fuse la Confederazione dei Sindacati delle Regioni Liberate dirette dal PCC e l’Associazione Cinese del Lavoro, dirette da elementi dissidenti del Kuomintang. Dopo avere ricostruito la Federazione Pancinese dei Sindacati, il Congresso di Harbin raccomandava, nelle regioni ancora sotto il controllo del Kuomintang, «di fare una distinzione fra i “trust capitalistici” e i “capitalisti nazionali”».

Ultimo ma non meno importante: nelle regioni liberate, il Congresso dichiarava che «la contraddizione fra lavoratori e padroni esiste sempre nelle imprese private, ma, essendo un dato di fatto che questi occupano i posti di direzione in quanto padroni, è da un punto di vista politico che i lavoratori sono garantiti contro l’oppressione e uno sfruttamento eccessivo. Inoltre, l’esistenza e lo sviluppo di imprese private produttive fanno guadagnare anche la classe operaia. A causa di queste nuove condizioni, il movimento sindacale, nelle regioni liberate, dovrà essere guidato da una politica e da principi completamente nuovi (...) In quanto membri della classe politica dirigente, i lavoratori devono assumersi le proprie responsabilità per sviluppare l’industria e per compiere e superare gli obiettivi di produzione. Nell’industria privata i lavoratori hanno ugualmente il compito di eseguire il piano di produzione elaborato dal padronato e di tenersi agli accordi conclusi fra essi e il padronato e di eseguire la politica governativa che ha per obiettivo di proteggere l’industria e il commercio privato».

Di fronte alle difficoltà della situazione economica (inflazione, disorganizzazione del mercato, chiusura di fabbriche), il governo prese una serie di misure destinate a ridare fiducia ai “capitalisti nazionali” e a impedire le rivendicazioni immediate dei lavoratori. Vennero create alcune imprese commerciali di Stato per alimentare le fabbriche di materie prime e per lottare contro l’inflazione nelle città. Ma nello stesso tempo il governo chiese loro di rialzare i prezzi al dettaglio per non rovinare il piccolo commercio. Secondo un rapporto di Pan Hannian, sindaco aggiunto di Shanghai, del 1950: «Le imprese commerciali di Stato riducono il numero degli esercizi di vendita al dettaglio, limitano le categorie di prodotti destinati alla vendita al dettaglio e aumentano la differenza fra i prezzi all’ingrosso e quelli al dettaglio (questa differenza viene portata dal 2 al 5% per il riso, dal 2,5 al 6,5% per l’olio di arachidi, da 2 a 6% per il sale e da 12 al 15% per il sale), al fine di permettere ai dettaglianti di realizzare guadagni sufficienti. Questo dimostra – aggiunge il vice di Chen Yi – che pur combattendo la speculazione e gli accaparramenti, le imprese di Stato desiderano assicurare delle condizioni convenienti alle imprese private, allo scopo di permettere loro di guadagnare in tutta tranquillità e onestà» (3° Congresso Popolare di Shanghai).

Nello stesso rapporto ricaviamo preziose indicazioni sulla “politica operaia” del nuovo governo. A Shanghai un Ufficio del Lavoro riuscì a imporre agli operai la diminuzione dei salari, il licenziamento senza indennità, il lavoro a part‑time, allorché un’impresa potette dimostrare la necessità queste misure: «Dopo la liberazione di Shanghai, fino alla fine di maggio del 1950, l’Ufficio del Lavoro è stato interessato da 9.027 casi di conflitti fra capitale e lavoro. 4.436 di questi casi si sono stati registrati negli ultimi sette mesi del 1949 e il resto durante i primi cinque mesi di quest’anno. Il problema fu abbastanza grave. Ma dopo la pubblicazione della decisione della Conferenza dei Direttori degli Uffici del Lavoro convocati dal governo popolare centrale, le relazioni fra lavoro e capitale sono migliorate sensibilmente». Ecco come: «Gli operai hanno ridotto gli oneri dei loro datori di lavoro mediante l’adozione delle seguenti misure: riduzione dei loro salari e del loro nutrimento, adozione di un piano di austerità, licenziamento temporaneo o parziale del personale, adozione di un sistema di lavoro a rotazione. Essi si ingegnano nello stesso tempo di accrescere la produzione e di diminuire il prezzo di realizzo, prolungando le ore di lavoro, raddoppiando l’attività ed economizzando sulle materie prime» (ibid.).

Questo quadro della maniera con la quale Mao Tse‑tung e il suo partito hanno affrontato il “lavoro nelle città” sarebbe incompleto se non aggiungessimo qualche parola sulla frode del “controllo operaio”. Nel rapporto presentato al Primo Congresso del PCC della regione del Nord‑Est sulla ricostruzione economica (13 marzo 1950), Gao Gang tratta questa questione «in ragione delle divergenze di vedute esistenti fra il Comitato del nostro partito e i sindacati sulla questione del controllo delle aziende». Questo testo sviluppa due punti controversi: la “democratizzazione della gestione” e il “controllo dei conti” nelle imprese. La “democratizzazione” dice Gao Gang non sarebbe mettere in causa il principio di responsabilità dei capi d’intrapresa: «Alcuni dei nostri compagni stimano che in un’impresa il segretario del Comitato o una sezione del Partito Comunista possa assumere la responsabilità attribuite al capo‑officina. Una tale idea è falsa. Infatti il Comitato o un sezione del Partito non sono organi amministrativi di una fabbrica, ma un ufficio incaricato di guidare gli operai progressisti dell’impresa alla quale sono assegnati (...) La responsabilità che assume un capo‑officina gli è attribuita da un’amministrazione governativa superiore. Ogni fabbrica deve avere un capo‑officina responsabile, sistema necessario all’unificazione del programma economico dello Stato». Nello stesso testo Gao Gang confessa apertamente che «la missione dei comitati di fabbrica consiste nel raggruppare la massa operaia, gli specialisti e gli impiegati, consultarli sui problemi importanti concernenti le fabbriche, e accrescere la coscienza politica e l’impegno nel lavoro di tutti e infine a lottare contro i sabotaggi e contro tutti i movimenti di sciopero».

Questa “responsabilità” che lo Stato “popolare” riconosce ai capitalisti e che chiede agli operai di rispettare, trova la sua spiegazione nei fondamenti stessi dell’economia borghese. E non è per niente che Gao Gang, lontano precursore di Krusciov e di Kosygin, mette in primo piano il sistema del guadagno e del profitto: «Come ciascuno sa – scrive Gao Gang – il regime è stato per molti anni quello del Kung Kié Ché (vitto, alloggio e vestiario assicurati dallo Stato e basse remunerazioni) (...) Attualmente la situazione si è notevolmente modificata. Se nell’azienda della nostra economia nazionale e in particolare nelle nostre aziende moderne, noi non calcoliamo le nostre entrate e le nostre spese e se non adottiamo un sistema di differenziazione dei salari conforme al rendimento di ciascuno – in altri termini se non applichiamo un sistema di stretta contabilità e se non calcoliamo i nostri costi di produzione – noi non possiamo conoscere il presente delle nostre aziende, né prevederne il loro avvenire».

Si è trovato a suo tempo più di un “teorico” che ha comparato questo passaggio dal Kung Kié Ché a un “controllo dei conti” nella svolta russa del 1921 dal “comunismo di guerra” alla N.E.P. Ma la frode è altrettanto grande quando i nostri Liberman e altri economisti di Mosca assimilano alla politica della N.E.P. le loro baggianate sulla “costruzione del socialismo” mediante il sistema della libera impresa e del meccanismo del profitto. Lenin non è il precursore né di Gao Gang né di Kosygin. Se il compromesso della N.E.P. traduceva in termini marxisti la debolezza del capitalismo russo nel 1921, la vittoria della libera impresa esprime semplicemente la potenza dei rapporti borghesi nella Russia del 1966. Quanto alla Cina, la caduta in disgrazia di Gao Gang, capro espiatorio di una falsa N.E.P., non sarà sufficiente perché qualche anno dopo si possa vantare il “passaggio al socialismo”. Il ritorno, all’epoca delle comuni popolari, al sistema di Kung Kié Ché – non cinese ma vecchio truck system – ha mostrato bene che la Cina non era andata al di là del grande capitalismo della libera impresa, ma che se ne trovava ancora al di qua.

In ogni caso, nella N.E.P. di Lenin è essenziale la questione del potere politico. L’essenziale di tutte le misure di “controllo operaio” prese dai democratici piccolo-borghesi e dai falsi socialisti consiste nell’eludere questa questione del potere e nel deviare il proletariato dalla lotta immediata per l’instaurazione della sua dittatura. In una situazione economica comparabile a quella della Russia del 1917, il PCC ha giocato, verso la fine della seconda guerra mondiale, lo stesso ruolo dei menscevichi e dei populisti riguardo al “controllo operaio”. Ruolo smascherato da Lenin fra febbraio e ottobre, in particolare in La catastrofe imminente e come lottare contro di essa. In un articolo del giugno del 1917 dedicato alla conferenza dei comitati di fabbrica e d’officina, Lenin sottolineava questa differenza di posizioni sulla questione del “controllo operaio”: «L’idea centrale di questa risoluzione (la risoluzione dei comitati di fabbrica ispirati dai bolscevichi) è di contrapporre alla frase borghese, burocratica e piccolo-borghese sul controllo, le condizioni di un controllo effettivo sui capitalisti e sulla produzione. I borghesi mentono facendo passare per “controllo” alcuni provvedimenti di regolamentazione statale che assicurano ai capitalisti profitti triplicati, se non decuplicati. I piccolo-borghesi per metà ingenui e per metà interessati, si fidano dei capitalisti e dello Stato capitalistico, si accontentano dei più vuoti progetti burocratici per il controllo. La risoluzione adottata dagli operai mette in primo piano l’essenziale: come fare per 1) ”non lasciare intatti” di fatto i profitti dei capitalisti; 2) strappare i veli del segreto commerciale; 3) dare agli operai la maggioranza negli enti di controllo; 4) che l’organizzazione (del controllo e della direzione), come organizzazione “su scala statale”, sia assunta dai soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, e non dai capitalisti» (“Lo sfacelo economico e la lotta del proletariato contro di esso”, Lenin, Pravda del 17 giugno del 1917).

Nello stesso articolo Lenin respingeva l’interpretazione “sindacalista” del controllo bolscevico e ne sviluppava il significato politico: «Nelle nostre posizioni non vi è una traccia di cose ridicole come il passaggio delle ferrovie nelle mani dei ferrovieri, delle concerie nelle mani dei conciatori; ma c’è il controllo degli operai che deve diventare una completa regolamentazione e distribuzione della produzione da parte degli operai, che deve creare una “organizzazione statale” dello scambio di grano contro beni di consumo (con una “larga partecipazione delle cooperative urbane e rurali”); c’è la richiesta del “passaggio di tutto il potere dello Stato nelle mani dei Soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini”».

Lenin scrisse ancora all’indirizzo degli Struve e dei Mao cinesi che respingevano il controllo operaio in nome dell’impossibilità di realizzare il socialismo in un paese arretrato: «Questi ragionamenti sono stupidi fino al ridicolo, perché l’impossibilità oggettiva del socialismo è legata alla piccola azienda che noi non pretendiamo di espropriare, né di regolamentare, né di controllare. La “regolamentazione statale” di cui i menscevichi, i populisti e tutti i funzionari parlano per sbarazzarsene, che essi impalcano per preservare i profitti dei capitalisti, che essi vantano per lasciare intatto il segreto commerciale, è proprio di essa che noi vogliamo fare ben altra cosa che un semplice inganno. È di questo che si tratta, amabili quasi-marxisti, e non di introdurre il socialismo! Non regolamentazione e controllo della classe capitalistica sui lavoratori, ma il suo contrario. Non fiducia nello “Stato” degna di Louis Blanc, ma rivendicazione di uno Stato diretto dai proletari e dai semiproletari: tale deve essere la lotta contro la disorganizzazione economica».

Confinando i proletari cinesi in un democraticismo gestionario rispettoso dell’autorità del capo dell’impresa confermato da una “amministrazione governativa superiore” che aiuta apertamente i capitalisti e assicura loro “convenienti benefici”, il partito di Mao Tse‑tung ha fatto della menzogna dell’autogestione uno strumento di “controllo” del proletariato da parte del Capitale. Ben prima di Tito e di Ben Bella, ma nella linea tradizionale degli “atelier nazionali” del 1818 e della politica menscevica del 1917.


La riforma agraria: 1947‑52

Si è operata così in Cina la confluenza fra la guerriglia contadina e il movimento sociale nelle città. L’esperienza storica del Kuomintang aveva già provato che senza un sollevamento delle masse contadine tutti gli sforzi di unificazione della Cina sarebbero stati vani. La lotta armata nelle campagne, fra il 1927 e il 1947, dimostrò a sua volta che le sole possibilità della rivoluzione risiedevano nella conquista delle città, nella direzione politica che Shanghai e Canton davano all’insieme del movimento. In queste fortezze proletarie che il Kuomintang non riusciva più a tenere si doveva giocare in effetti la sorte della rivoluzione cinese. Ma non una sola misura, neanche una sola frase del fondatore della Nuova Democrazia era finalizzata allora ad aprire la via alla dittatura del proletariato.

Abbiamo visto come la crisi economica e sociale del dopoguerra e la minaccia di una nuova spartizione imperialista abbiano fatto del PCC il campione manifesto della Cina borghese. Se Mao Tse‑tung si decise a prendere il potere ciò non avvenne per dare ai conflitti di classe la loro espressione più rivoluzionaria, in particolare nelle città, né per portare duri colpi all’imperialismo russo-americano, come pretende di fare oggi. Non si trattava soltanto di limitare gli effetti della crisi ottenendo accordi internazionali accettabili (come l’accordo Mao‑Stalin che mise fine all’avventura russa in Manciuria) e tentando di fondare uno Stato nazionale, non sulle basi tradizionali della finanza straniera, ma sul lavoro e i risparmi dei contadini cinesi. Su questo argomento il primo articolo della legge agraria del 28 giugno del 1950 non lascia alcun dubbio: «Il regime del possesso della terra da parte dei contadini sarà instaurato allo scopo di liberare le forze produttive nelle campagne, di accrescere la produzione agricola e di preparare il cammino dell’industrializzazione della nuova Cina».

Programma borghese, realizzato con metodi borghesi che nessuna “tappa” ulteriore ha deviato verso un qualsiasi socialismo. Le sue stesse caratteristiche smentiscono la leggenda secondo la quale essa sarebbe stata la rivoluzione agraria più radicale di tutti i tempi. Per quanto sia stato potente il movimento contadino nelle campagne, noi vedremo quali influenze determinanti hanno esercitato su di esso le città: privata di una solida direzione proletaria, l’immensa rivoluzione agraria si è risolta in magre riforme.

Si ricorda che dopo l’inizio della guerra sino-giapponese, il PCC era passato dalla politica di confisca delle terre alla politica di ribasso degli affitti che era di fatto quella del Kuomintang. Alla fine della guerra il PCC tornò alla confisca delle terre. Glielo impose la spinta delle masse. Questa politica venne applicata all’inizio nella Regione di Frontiera a partire dal maggio del 1946. In seguito si diffuse rapidamente dal Nord al Sud. Il 10 ottobre del 1947 il partito pubblicò nella sua conferenza di Yan’an una legge agraria in 16 articoli che riprendeva grosso modo i termini della legge del 1931. Mao Tse‑tung si contentò di espungere dai vecchi testi tutto ciò che aveva qualificato di estremista nel periodo precedente. Si criticava in particolare la ripartizione ugualitaria: «Coloro che auspicano un livellamento egalitario assoluto – diceva Mao in un rapporto ai responsabili dello Shaanxi durante l’estate del 1948 – commettono un errore. Questa concezione diffusa oggi nelle campagne compromette l’industria e il commercio; essa è reazionaria e arretrata». La ripartizione delle terre doveva tenere conto dei mezzi di produzioni disponibili nelle mani di ciascun contadino. Così il contadino medio, capace di produrre per il mercato, venne favorito in rapporto al contadino povero.

Liu Shao‑chi presentando la legge sulla riforma agraria del giugno 1950, dichiarerà senza ambagi: «Il problema della povertà dei contadini non sarà risolto definitivamente se la produzione non sarà migliorata enormemente, soltanto se verrà portata avanti l’industrializzazione della nuova Cina, se il tenore di vita verrà innalzato su tutta l’estensione del territorio cinese e se la Cina si impegnerà infine sulla via dello sviluppo socialista. L’applicazione della riforma agraria, da sola, non potrà risolvere che una parte del problema della povertà dei contadini. La riforma agraria deve mirare essenzialmente e prima di tutto all’accrescimento della produzione».

I nostri “comunisti” qui si lasciano sfuggire delle solide verità borghesi. Ma è sempre alla maniera dei riformisti che fanno appello agli “imperativi economici” per deviare le masse dalla lotta sociale. In campagna come in città, tutto viene messo sotto il punto di vista della produzione o meglio della “ricostruzione”. L’obiettivo della legge agraria non è liberare l’energia rivoluzionaria dei contadini poveri, né di facilitare la loro educazione politica avvicinandoli al proletariato moderno. A loro sarà sufficiente comprendere che l’arricchimento dei kulak è più profittevole per lo Stato.

Fra il programma del 10 ottobre del 1947 e la legge agraria del 28 giugno 1950 si possono constatare delle differenze che vanno tutte nel senso di una repressione degli “eccessi” contadini. È così che il primo testo proclama l’abolizione dei diritti di proprietari fondiari (art.2). Nel secondo non si tratta che di confiscare le loro “eccedenze” di terre (art.2). Si dichiara ancora che nessun attentato verrà condotto alle loro proprietà commerciali o industriali (at.4). Infine anche essi riceveranno un lotto di terra uguale a quello degli altri contadini (art.10). Il programma del 1947, pur facendo una distinzione fra contadini ricchi e proprietari fondiari, non esclude la confisca delle terre eccedenti appartenenti ai contadini ricchi. La legge del 1950 lo proibisce. I tre testi del maggio 1946, ottobre 1947 e giugno 1950 segnano i punti salenti della lotta condotta dal PCC per ridurre l’ampiezza del movimento agrario.

Nel giugno del 1950 Liu Siao‑chi presentava egli stesso il bilancio di questa “lotta”: «Fra il luglio 1946 e l’ottobre 1947 le masse contadine e i nostri quadri rurali in molte regioni del Nord, del Nord‑Est e dello Shantung, nel realizzare la riforma agraria, non hanno potuto seguire le direttive pubblicate il 5 maggio del 1946 dal C.C. del Partito Comunista Cinese che prescrivevano, per l’essenziale, di non toccare le terre e i beni dei contadini ricchi e dei proprietari fondiari. Ciò è comprensibile perché si era in un periodo di combattimenti accaniti fra il popolo cinese e i reazionari del Kuomintang. È allora che si è avuto il massimo delle deviazioni nella realizzazione della riforma agraria: gli interessi di una parte dei contadini medi vennero frustrati, l’industria e il commercio nelle regioni rurali vennero in parte disorganizzati e in alcuni luoghi si sono prodotte scene di bastonature e di assassinii. Questi fatti si spiegano soprattutto con la tensione della situazione politica e militare del momento, così come per la mancanza di esperienza in materia di riforma agraria della maggior parte dei nostri quadri rurali. Essi non avevano saputo distinguere in maniera netta la situazione delle classi nelle campagne e hanno commesso l’errore di inquadrare i contadini medi in quelle dei contadini ricchi. È per questo che il 10 ottobre del 1947 il C.C. ha pubblicato il programma di legge sulla riforma agraria che traccia una linea di demarcazione (...) e l’inverno del 1947 un documento sulle distinzioni e la situazione delle classi nelle regioni rurali” (Citato da R.Dumont, Esprit, gennaio 1956).

Tali furono le caratteristiche della “Grande Divisione” cinese del dopoguerra: repressione degli “eccessi” della rivoluzione agraria, difesa dei contadini medi in nome della ricostruzione economica. Come negli anni ’30, la politica agraria del PCC contribuì a scaricare l’atmosfera esplosiva delle campagne dando ai contadini senza terra le illusioni della proprietà e del benessere. Così la statistica ufficiale cinese potrà vantare una diminuzione del numero dei contadini poveri e una crescita prodigiosa della categoria dei contadini medi. Per imprecisi che siano, questi dati rivelano bene lo spirito della riforma del 1947‑52.

Ripartizione della terra prima e dopo la divisione
Nel 1947 Nel 1950
Contadini poveri e giornalieri 70% Contadini poveri 20%
Contadini medi 20% Vecchi contadini medi 20%
Contadini ricchi 5-6% Nuovi contadini medi 50%
Proprietari fondiari 4-5% Antichi contadini ricchi 4,5%
Nuovi contadini ricchi 2%
Proprietari fondiari 3,5%
A questi limiti sociali della riforma agraria bisogna aggiungere ancora altre limitazioni. Limitazione nello spazio, poiché la riforma è stata condotta progressivamente a partire dal Nord‑Est (1947‑49), per propagarsi, nel 1950, nello Hubei e nello Shanxi, e nel 1951 nel Sud e infine nell’Ovest dove certe regioni, come il Tibet, non sono state neanche toccate. Limitazioni nel tempo anche perché ci sono voluti sei anni, dal 1947 al 1953, affinché lo Stato organizzasse “dall’alto” e “metodicamente” le operazioni di confisca e di divisione. Così, “la più grandiosa redistribuzione delle terre della nostra storia” prende rapidamente l’aspetto di una misura amministrativa di ordine sociale.

Quali furono i risultati economici della divisione? Pressoché la metà delle superfici coltivate (47 milioni di ettari) furono ripartite fra 300 milioni di contadini, che significa poco più di 15 are a testa. R. Dumont nota che vennero distribuite soltanto 3 milioni di bestie da tiro, su una cinquantina di milioni che ne contava la Cina del dopoguerra. In mancanza di mezzi di produzione e di terra i contadini poveri non riuscivano a migliorare le loro condizioni. Liu Shiao‑chi dovrà fare questa confessione all’VIII Congresso del PCC: «Essendo un dato di fatto che nelle campagne ci sono poche terre e molta popolazione, nell’insieme del paese ogni contadino non possiede in media che 3 mu (1/5 di ettaro) e che in molte località del Sud non dispone che di un mu e talora anche meno, i contadini poveri e gli strati inferiori dei contadini medi costituiscono ancora dal 60 al 70% della popolazione».

Queste sono le difficoltà che spingeranno alla seconda ondata di misure agrarie: la collettivizzazione. Ma anche in ciò che concerne lo sviluppo della produzione, obiettivo esplicito degli stessi dirigenti cinesi, la divisione conduce all’impasse. Certo le cifre assolute dell’anteguerra erano state raggiunte. In rapporto a una produzione cerealicola di circa 140 milioni di tonnellate prima del 1949, se ne erano avuti 103,1 nel 1949; 125,7 nel 1950; 135 nel 1951; 154,4 nel 1952; 156,9 nel 1953. Questo permette effettivamente la “ricostruzione” del paese. Ma è poco probabile che abbia potuto essere superata la produzione pro‑capite d’anteguerra. Soprattutto il proletariato delle città ha dovuto fare le spese di fare queste riforme. In effetti, provenendo una grande parte della produzione agricola dalla piccola azienda familiare, le città restarono comunque poco rifornite. Alla vigilia del movimento di collettivizzazione il Giornale del Popolo dichiarava: «In seguito alla riforma agraria e a causa della divisione delle aziende e del conseguente sviluppo di un’economia di piccoli contadini autosufficienti, la quantità di derrate messe sul mercato può diminuire e questo influirà sull’approvvigionamento delle città» (11 aprile 1953).

Tutte queste contraddizioni esploderanno allorché si passerà dal periodo della ricostruzione a quello del primo piano quinquennale. Allora ci si renderà conto che non soltanto la ripartizione delle terre non aveva risolto affatto la questione sociale nelle campagne, ma anche che era incapace di dare impulso alle forze produttive del capitale cinese.


La collettivizzazione: 1953‑58

Nel suo discorso del 31 luglio Sulla cooperazione agricola, Mao Tse‑tung dichiarò: «Come è stato osservato da tutti, nel corso di questi ultimi anni, la tendenza spontanea del capitalismo nelle campagne si è accresciuta di giorno in giorno e si vedono apparire ovunque nuovi contadini ricchi. Molti contadini poveri sono privi di mezzi di produzione sufficienti e non sono ancora sfuggiti alla morsa della miseria: molti hanno debiti, altri sono obbligati a vendere o ad affittare la loro terra. Se si lascia sviluppare questa tendenza, la divisione delle campagne in due poli estremi andrà inevitabilmente aggravandosi di giorno in giorno».

Evitare questo inasprimento della lotta fra classi nelle campagna, tentando nello stesso tempo di accrescere la produzione agricola tramite una maggiore concentrazione di mezzi umani e materiali: questo fu l’obiettivo della collettivizzazione cinese e ciò che essa ebbe in comune con la collettivizzazione russa degli anni ’30. Ma entrambe hanno un altro tratto in comune: è quello di non essere state pianificate come vuole la leggenda, ma di essersi imposte ai pianificatori con tutta la forza degli antagonismi economici.

In origine i progetti di collettivizzazione furono abbastanza moderati e le cadenze previste piuttosto lente. La risoluzione del C.C. del partito dell’ottobre del 1953 prevedeva che il numero delle cooperative agricole che era allora di 15.000 salisse a 35.800 entro l’autunno 1954. Il primo piano quinquennale fissò da parte sua l’obiettivo di 800.000 cooperative per il 1957 che rappresentavano soltanto il 20% delle focolari contadini. D’altra parte, se si auspicava la generalizzazione delle cooperative nella Cina del Nord e in Manciuria, il processo doveva essere più lento a Sud dello Yangtze. Questi obiettivi furono “sorpassati” presto: nel marzo del 1954 c’erano già più di 90.000 cooperative. Nell’ottobre del 1954 il C.C. si riunì e fissò per la primavera del 1955 un nuovo obiettivo di 600.000 cooperative che venne anch’esso superato. Le autorità furono anche spaventate da questo successo e un rapporto di Li Fuchun al congresso nazionale del popolo del luglio del 1955 rivide l’obiettivo del 50% dei focolari contadini che dovevano essere collettivizzati entro la fine del 1957 e li riportò al 33%. Ma nel luglio 1955, nel suo rapporto Sulla cooperazione agricola Mao Tse‑tung annunciava una nuova accelerazione del processo di collettivizzazione: nella primavera del 1958 la metà della popolazione rurale doveva avere aderito alle cooperative e la collettivizzazione avrebbe dovuto essere totale entro il 1960.

Nella sua prefazione a “La spinta del socialismo nelle zone rurali della Cina”, Mao scriveva: «I prossimi tre o quattro anni (...) opereranno la transizione fondamentale delle cooperative dalla tappa semi-socialista a quella socialista integrale».

Le cose andarono ancora più velocemente, poiché alla fine del 1956 si annunciò che il 96,1% dei focolari contadini e il 90% delle terre coltivate erano entrate nelle cooperative “semi-socialiste” e che nel 1958 il movimento delle comuni stava passando alla “tappa socialista integrale».

A fianco di questa storia ufficiale che vantava l’avanzata trionfale della collettivizzazione, la leggenda dorata dei bollettini di vittoria governativa, l’esaltazione della “linea delle masse”, autentico Sturm und Drang del socialismo cinese, in realtà la storia economica e sociale della collettivizzazione cinese resta ancora da scrivere. Gli studi più “dotti” si contentano di segnalare gli sbalorditivi “balzi” – in avanti o indietro – dell’ideologia ufficiale e delle riforme agrarie. La divisione delle terre del 1950, certo non rappresentava che una tappa per i dirigenti di Pechino, ma essi prevedevano tuttavia che questa tappa sarebbe stata molto più lunga. Nel 1953 Mao Tse‑tung dichiarò ancora: «Dopo la liberazione, l’entusiasmo dei contadini per la produzione nel quadro dell’economia individuale era inevitabile. Il partito capisce perfettamente questa caratteristica dei contadini in quanto piccoli proprietari e sottolinea che non dobbiamo misconoscere o respingere l’entusiasmo dei contadini per una tale forma di produzione»; e aggiungerà «per un periodo considerevole (...) la proprietà privata della terra deve essere protetta».

G. Etienne, che cita questo passaggio in La Voie Chinoise, si stupisce della svolta brutale della collettivizzazione: «A più riprese e in settori differenti i dirigenti usano lo stesso metodo: bruschi e improvvisi impulsi vengono a precipitare un ritmo di evoluzione relativamente lento. Ci si può domandare se le autorità non siano state le prime a sorprendersi della rapidità con la quale si sono propagate le cooperative. Questo sistema, in cui l’onda lunga si alterna al maremoto, è uno degli elementi più sconcertanti nell’analisi della Cina».

Le profonde convulsioni economiche e sociali che marcano la nascita del capitalismo cinese, come quelle che caratterizzano la senilità del capitalismo mondiale, ecco ciò che “sconcerta” i filistei borghesi. La sola spiegazione rassicurante che essi possono trovare in certi fenomeni è ancora quella che danno loro i “grandi uomini” della storia, gli Stalin, i Mao o anche gli Hitler che dicevano di avere voluto e preparato questi cataclismi! Hitler non ha “voluto” forse la guerra? Stalin non ha “voluto” la famosa “dekulakizzazione” del 1929‑32? Mao non ha forse “lanciato” il movimento delle cooperative, poi delle comuni popolari, come si vara una nave o si lancia una nuova marca di detersivo in polvere? Ebbene, per comprendere qualcosa della collettivizzazione cinese, ancor più che in Russia, bisognerà fare a meno dell’interpretazione volontarista della storia e della réclame pubblicitaria del “socialismo” al quale ci si è sforzati di addebitarla. Mao Tse‑tung non ha previsto più di Stalin il corso della collettivizzazione.

L’obiettivo essenziale della riforma del 1950 era, lo abbiamo visto, liberare le forze produttive borghesi. Per differenti ragioni, questo processo doveva essere lento e contraddittorio. Le proporzioni limitate delle parcelle individuali, la mediocrità dei mezzi di produzione costituivano già un grave ostacolo. Ma si faceva assegnamento sull’”entusiasmo” del contadino-proprietario liberato dell’enorme rendita in natura o in denaro che versava un tempo all’usuraio del villaggio. Questa abolizione degli affitti era certamente il più grande beneficio che il contadiname cinese aveva tratto dalla riforma agraria. E tuttavia questo beneficio si è perso rapidamente sia per i contadini sia per lo Stato, nell’oceano della piccola azienda agricola. Si valuta, per esempio, in circa 30 milioni di tonnellate di cereali il beneficio in natura che i contadini potevano realizzare ogni anno in seguito all’abolizione degli affitti. Avrebbero portato questo surplus sul mercato, creando così i legami di uno sviluppo borghese fra la città e la campagna? Questa prospettiva era quella di un ritmo “normale” e lento del capitalismo che si sarebbe occupato esso stesso, mediante la semplice espropriazione, di “collettivizzare” l’agricoltura cinese. Mao Tse‑tung, non più di Stalin, non se la sarebbe presa con il “kulak” se i granai dello Stato fossero stati pieni.

La disgrazia è che il contadino cinese si è mangiato i 30 milioni di tonnellate di cereali e molte altre cose ancora; che è ripiegato su un’economia naturale; che si è rivelato incapace di provvedere ai propri bisogni coltivando il suo minuscolo appezzamento; e che infine ha ritrovato la strada del suo vecchio sfruttatore, l’usuraio del villaggio. Ecco cosa Mao ha dovuto confessare egli stesso nel 1955. La stampa cinese si è limitata allora a denunciare qualche fatto particolarmente rivoltante: il tale kulak prestava a un tasso d’interesse del 50 o addirittura del 100%; altrove alcuni contadini erano costretti a vendere la terra che avevano ricevuto qualche anno prima. Il Giornale del Popolo rendeva conto della Terza sessione dell’Assemblea popolare cinese (1956) la quale segnalava che la collettivizzazione aveva pressoché messo fine alle vendite di terre e forniva i seguenti dati: negli 11 distretti dello Hubei i contadini poveri avevano venduto 7.199 ettari nel 1951, 5.714 ettari nel 1952, 4.903 nel 1953, 2.265 nel 1954 e 518 ettari nel 1955. Per combattere l’usura e aiutare i contadini entrati nelle cooperative, lo Stato organizzò il credito agricolo che assunse grandi proporzioni in pochi anni: l’ammontare annuale dei prestiti dello Stato passò dai 302 milioni di yuan del 1951 a 3.200 milioni del 1956.

Quest’ultimo fatto è particolarmente significativo. Al momento della divisione delle terre i dirigenti cinesi non pretendevano di risolvere la questione sociale nelle campagne. Essi pensavano tuttavia che questa riforma avrebbe permesso di accrescere sensibilmente la produzione agricola e di creare la base dell’industrializzazione. «Adesso – diceva Mao alla fine della guerra civile – il governo è capace di aiutare i contadini poveri a risolvere le loro difficoltà, accordando loro dei benefici destinati a compensare gli svantaggi derivanti dal fatto che posseggono meno terre dei contadini ricchi. Dobbiamo modificare la nostra politica riguardo i contadini ricchi trasformando la politica della requisizioni delle terre in una politica di preservazione dell’economia dei contadini ricchi, al fine di assicurare una pronta ripresa della produzione agricola, di facilitare l’isolamento dei proprietari fondiari e di proteggere i contadini medi e i piccoli coltivatori» (Discorso al terzo plenum del settimo C.C. del PCC).

Così la politica che puntava sui contadini medi, sulla commercializzazione delle eccedenze, su una fiscalità più pesante (il contadino ricco versava allo Stato, a titolo di imposta, il 30% del proprio raccolto), non soltanto è fallita, ma ha condotto a risultati diametralmente opposti a quelli che ci si aspettava: i surplus agricoli venivano assorbili dai contadini e il movimento dei capitali, invece di dirigersi dalla campagna verso la città, erano andati nella direzione inversa sotto forma di prestiti concessi dallo Stato al momento della creazione delle cooperative. Ci si poteva aspettare che almeno sotto la forma cooperativa questi sforzi non andassero perduti? Se la divisione delle terre e il riconoscimento del diritto di proprietà marcano l’alba del capitalismo, la cooperazione e il lavoro associato nell’agricoltura come nell’industria sono i segni di un capitalismo maturo in cui lo sviluppo delle forze produttive entra in contraddizione con i rapporti di produzione borghesi. La doppia frode dello stalinismo consiste nel presentare la collettivizzazione come una ricetta infallibile per accelerare la cooperazione nell’agricoltura e come la forma “compiuta” del socialismo nelle campagne. Per noi marxisti la collettivizzazione russa o cinese non ha fatto fare un passo in più verso il lavoro associato del grande capitalismo alle forze produttive nelle campagne. Come tale, infine, essa non ha nulla a che vedere con il “socialismo”.

All’epoca del “governo di coalizione”, Mao Tse‑tung non auspicava altra trasformazione dei rapporti agrari che quella che avrebbe comportato lo sviluppo delle forze produttive borghesi: «Dacché si sarà proceduto a certe trasformazioni del sistema agrario, anche se si tratta di trasformazioni minori, come la riduzione degli affitti e del tasso d’interesse [ed è a questo che si ridusse la divisione delle terre del 1950 - NdR], l’interesse che hanno i contadini ad accrescere la produzione aumenterà. Se in seguito si aiuteranno i contadini a organizzarsi, in maniera progressiva, volontariamente, in cooperative di produzione o altre, questo provocherà l’accrescimento delle forze produttive. Per adesso queste cooperative di produzione agricola non posso presentarsi che sotto la forma di organizzazione del lavoro collettivo e di mutuo aiuto fondato sulle aziende contadine individuali» (Œuvres, T.IV).

Dunque come si doveva realizzare la cooperazione? Allorché l’”interesse” dei contadini l’imporrà, “progressivamente”, in seguito a un accrescimento della produzione. In tutto ciò lo Stato non ordina, non pianifica, non costruisce un qualche “socialismo” agrario: esso “aiuta i contadini a organizzarsi”, in una parola, esso “aiuta” il capitalismo a uscire dalla fase di incubazione. Esso gioca apertamente il suo ruolo di Stato di classe, si definisce esplicitamente “democrazia popolare”, accetta al suo interno i governi di coalizione e sogna di stabilire alleanze diplomatiche all’estero che consolidino i suoi legami col capitalismo mondiale.

Con la collettivizzazione tutto cambia. Si realizzerà la cooperazione anche a dispetto delle forze produttive, qualsiasi sia il livello raggiunto da esse. Si costruirà il “socialismo” a dispetto di tutto l’universo, in “un solo paese”.

«L’obiettivo del movimento cooperativo – scrive Mao nel testo già citato del luglio 1955 – è di condurre 110 milioni di famiglie contadine dal modo di gestione individuale al modo di gestione collettivo e di procedere infine alla trasformazione tecnica dell’agricoltura».

Si noti bene questo: con un semplice decreto lo Stato “trasformerà” 110 milioni di aziende familiari; soltanto “in seguito” verrà la “trasformazione tecnica dell’agricoltura”. Qui lo Stato diviene demiurgo; non si contenta più di “aiutare”, ma pretende di “costruire” con le proprie mani e secondo la sua volontà le fondamenta sulle quali si regge. Contro la menzogna della collettivizzazione russa, Trotzki scriveva già nella Piattaforma dell’Opposizione di Sinistra: «Solo il processo di aumento progressivo dell’industrializzazione dell’agricoltura può creare una base sempre più ampia per la cooperazione socialista nella produzione, per il collettivismo. Senza la rivoluzione tecnica, anche nel campo dei mezzi di produzione, senza macchine agricole, senza cambiamenti in tutto il sistema di coltivazione, senza concimi chimici etc., è impossibile ogni serio lavoro per la collettivizzazione dell’agricoltura che abbia qualche possibilità di successo».

Ecco cosa scriveva Trotzki nel 1927 quando Stalin scommetteva ancora sui kulaki e non aveva ancora concepito il progetto di “collettivizzazione” forzata per risolvere i rapporti fra l’agricoltura e l’industria, quando non sognava ancora di “costruire il socialismo” nella sola Russia, mediante la sola impiccagione dei contadini ricchi. Lungi dal vincere e superare la piccola azienda contadina, la collettivizzazione stalinista l’ha consolidata per molto tempo nel quadro del colcos: essa ha fatto del contadino colcosiano la principale figura dell’accumulazione capitalistica russa e della controrivoluzione.

In Cina noi non parleremo di “controrivoluzione”: sin dall’inizio il movimento maoista si è presentato sotto la sua vera bandiera borghese. Ma dobbiamo dimostrare che la collettivizzazione non è un “via di passaggio al socialismo” perché il socialismo non ha nulla a che vedere con la costruzione di un’economia nazionale per quanto essa sia spinta; infine vedremo come la collettivizzazione non risolve affatto gli antagonismi fra l’agricoltura e l’industria, fra le forze produttive e i rapporti di produzione borghesi.


Dalle cooperative alle comuni popolari

In un prossimo articolo esamineremo i rapporti della collettivizzazione cinese con i piani quinquennali e la questione del mercato mondiale. Per il momento tiriamo il bilancio delle riforme agrarie di Mao dal punto di vista delle forme d’organizzazione dell’agricoltura cinese e della loro glorificazione ufficiale come tipicamente “socialiste”. Nel testo già citato nel 1955 Mao Tse‑tung definiva le tappe della collettivizzazione cinese dopo la guerra. Non enuncia un programma, non fa altro che riassumere un processo già compiuto e incollare delle etichette rosse a ognuna delle fasi percorse.

«Il primo passo – dice Mao – è chiamare i contadini sulla base del libero consenso e del mutuo beneficio, a organizzare delle squadre di aiuto reciproco le quali non porteranno in sé che qualche germe di socialismo (!!) e ciascuna di esse ingloberà alcune famiglie fino a più di una decina di famiglie».

Questa prima tappa, che si è verificata dal 1947 al 1953, comporta lo scambio stagionale, poi permanente, delle forze di lavoro, fra contadini che restano proprietari delle loro parcelle e dell’insieme del prodotto. Ci si aiuta fra famiglie al momento del raccolto e ci si prestano mutualmente i pochi strumenti di lavoro necessari. “Il povero aiuta il povero”: è così che nella Cina antica si esprimeva l’essenza di questo tipo di cooperazione, forma capitalistica (e non “socialista”) della garanzia solidale.

«Il secondo passo, prosegue Mao, è quello di fare appello ai contadini, appoggiandosi su queste squadre di mutuo aiuto e rispettando il principio del libero consenso e del vantaggio reciproco, per organizzare delle piccole cooperative agricole di produzione di tipo semi-socialista (!!), avendo per tratti distintivi l’apporto di terre per partecipare a una gestione unica».

In questa seconda tappa (1954‑55) il contadino aveva il diritto di conservare la sua parcella, ma anche di vendere o di affittare alla cooperativa la parte di terra o di attrezzi di cui era disposto a sbarazzarsi. Ci si rese presto conto che queste cooperative di “tipo inferiore” che dovevano mettere fine alla speculazioni dei contadini ricchi, caddero a poco a poco nelle loro mani. Questi ultimi si opponevano all’accrescimento dei fondi indivisi, negavano il diritto ad entrare nelle cooperative ai contadini poveri, stabilivano i dividendi di ripartizione del prodotto in base all’apporto di terre. In una parola la speculazione nelle campagne continuava in proporzioni sempre più grandi. Alla fine del 1955 si dovette passare alla terza tappa. «In seguito al compimento di queste due tappe noi possiamo fare un terzo passo che consiste nel fare appello ai contadini i quali si appoggiano alle cooperative di tipo semi-socialista, sempre conformemente al principio del libero consenso e del vantaggio reciproco, a unirsi ulteriormente per organizzare grandi cooperative agricole di produzione di carattere interamente socialista (!!!)».

Siamo ancora molto lontano dal “socialismo”! La legge garantisce la proprietà parcellare. In un primo tempo venne permesso a ciascun contadino di possedere un lotto pari al 5% della superficie media che spettava a ciascun membro della cooperativa. In seguito questo quota venne elevata al 10% per rimediare a una grave crisi della produzione di carne di maiale che è alla base dell’alimentazione dei cinesi. L’allevamento di suini, praticato al livello di piccola azienda familiare, accusò un calo in seguito alla collettivizzazione: il numero di maiali che era di 101,7 milioni nel 1954, passò a 87,9 nel 1955, 84 nel 1956, per poi risalire a 145,9 nel 1957. Fino ad allora la Cina aveva potuto evitare la catastrofe che si abbatté sul bestiame russo nel momento della collettivizzazione staliniana. Ma questo non avvenne per un sovrappiù di concessioni all’economia piccolo borghese. In particolare la cooperativa cinese si distingue dal colcos russo per il fatto che i contadini ricchi hanno potuto venderle le loro terre invece di prendere il cammino per la Siberia... la vera catastrofe economica non comincerà che con le comuni.

Il lancio delle comuni popolari è intervenuto nel momento in cui in Russia il gruppo “antipartito” di Molotov pose a Krusciov la domanda se non convenisse proclamare al più presto la “trasformazione della proprietà cooperativa in proprietà di tutto il popolo”. Molotov tirava così le conclusioni dell’era staliniana. Egli ammetteva che il sistema colcosiano costituiva la zavorra principale dell’URSS nella competizione economica con l’Occidente. Ma giustamente il carattere di questa competizione impediva all’Urss di rimettere in causa l’ordine sociale costituito. Molotov venne battuto. Krusciov si dovette contentare di importare grano americano per rimediare alla debole produzione colcosiana. Si parla oggi di “raggiungere” gli Usa e Kosygin lancia un piano quinquennale per il 1970 che prevede ritmi di sviluppo più lenti per l’economia russa.

Nel momento della zuffa sulla “destalinizzazione” (che fu per Molotov, come per Krusciov, la prova del fallimento dello stalinismo), i cinesi non presero apertamente partito per Molotov. Il loro “internazionalismo” escludeva l’ingerenza negli affari interni “internazionalismo” escludeva l’ingerenza negli affari interni di un paese “fratello”. La “costruzione del socialismo” era per essi un semplice affare “interno”. Essi si sono contentati di opporre le comuni ai colcos “imborghesiti” e pretesero di avere trovato la ricetta del passaggio indolore dalla proprietà cooperativa a quella di “tutto il popolo”. Krusciov ebbe così la sorpresa di vedere che la competizione “pacifica” fra l’Urss e gli Usa si trasformava in una competizione non pacifica di rodomontate “socialiste” fra Mosca e Pechino... Se questi signori volevano credere che il “socialismo” fosse un puro affare “interno” e nazionale, il capitalismo è invece bellamente mondiale. E queste sono le leggi ineluttabili che devono impregnare le relazioni sino-sovietiche.

La prima risoluzione del PCC sulle comuni popolari data il 28 agosto 1958. Ecco come pretende di avere risolto il problema del “passaggio al socialismo”. «Per quanto la proprietà nelle comuni sia ancora di carattere collettivo, per quanto la ripartizione (giornate di lavoro o salari) sia fatta secondo il principio “a ciascuno secondo il suo lavoro” e non “a ciascuno secondo i suoi bisogni”, le comuni realizzano la migliore forma di organizzazione per compiere l’edificazione socialista e passare gradualmente al comunismo. Esse saranno dunque l’unità sociale di base della società socialista».

Poiché le cose stavano così, e le comuni dovevano estendersi ugualmente alle città e ai grandi centri industriali, sembra che il proletariato cinese abbia manifestato una certa ostilità a questo tipo di organizzazione. Il 10 dicembre del 1958, una nuova risoluzione del PCC segnava l’abbandono del progetto delle comuni urbane e raffreddava l’entusiasmo dei teorici del “socialismo” comunale. In agosto lo si dichiarava già: «La creazione di una comune non è un motivo per trasformare immediatamente la proprietà collettiva in proprietà del popolo intero (...) La trasformazione completa della proprietà collettiva in proprietà del popolo intero richiederà in certi luoghi poco tempo (tre o quattro anni) e in altri luoghi un po’ di più».

Le comuni non venivano dunque più definite che come il quadro di una trasformazione progressiva delle cooperative in imprese agricole di Stato.

La stessa risoluzione precisava ancora la differenza fra le comuni e le imprese di Stato: «Non è il caso di farne delle imprese di Stato, perché non è il ruolo delle imprese di Stato di occuparsi nello stesso tempo di industria, agricoltura, cultura ed educazione, di commercio e di affari militari».

Dunque delle due cose una: o le comuni sono una forma di produzione e di organizzazione superiore che deve portarci al comunismo, e allora esse devono assorbire le aziende di Stato, o invece rappresentano una forma inferiore, ibrida, e dunque non possono pretendere di costituire “l’unità sociale di base della società comunista”. A fianco delle funzioni multiple e vaghe della comune, quelle dell’azienda di Stato sono al contrario chiare e nette: fare produrre a lavoratori salariati carne, grano e riso. La comune non va così lontano: «Laddove è possibile si stabilirà un sistema di salari. Ma laddove le condizioni non saranno mature, si manterrà temporaneamente il sistema anteriore di retribuzione per giornate di lavoro».

L’ideale verso il quale si incammina la comune non è dunque di dare “a ciascuno secondo le sue capacità”, ma di fare “maturare” le condizioni per il lavoro salariato. Questo è già sufficiente a smascherare le chiacchiere sulla distribuzione gratuita dei prodotti che si pone non al di là del lavoro salariato, ma al di qua.

Ultima caratteristica che assimila la comune cinese al colcos russo è che vi si riconosce la proprietà parcellare del contadino: «Quando viene creata una comune popolare, non è necessario di affrontare il problema degli appezzamenti individuali, degli alberi da frutta isolati etc. Non bisogna agire con precipitazione e non è utile stabilire dei regolamenti su questo soggetto».

Cosa furono dunque le comuni? Per l’essenziale delle cooperative che si sono fuse per regioni. «Tutti i grandi raggruppamenti di comuni saranno chiamati comuni popolari», annunciava Mao Tse‑tung. Infatti non furono nient’altro. Si permette che la riforma si compia in due tappe distinte: prima la fusione delle vecchie cooperative, poi la trasformazione in comuni. È per questo che i testi ufficiali definiscono la proprietà comunale come una “proprietà a tre livelli”. Si ritrova alla base la squadra di produzione (antica squadra di aiuto reciproco) che raggruppa da 20 a 40 famiglie; poi la brigata, cooperativa alla quale vengono attribuite per l’anno in corso terre e mezzi di produzione; infine, coronando il tutto, l’organizzazione comunale o dipartimentale che è più un’entità amministrativa che un’unità di produzione.

La comune presenta una sintesi di riforme agrarie successive e nello stesso tempo uno sforzo per razionalizzarle. Noi studieremo ulteriormente il suo ruolo nello sviluppo industriale. Fra i suoi obiettivi immediati, vi è certamente quello di intraprendere grandi lavori di irrigazione assolutamente necessari in Cina e trascurati dalla cooperativa allo stesso tempo troppo debole e limitata agli interessi della piccola proprietà. Le comuni fra il 1959 e il 1961 hanno mobilitato decine di milioni di uomini per la realizzazione di lavori idraulici e artigianali; ma questi li hanno di fatto sviati dai loro compiti agricoli, forse modesti, ma comunque indispensabili. Questo enorme spostamento di forza lavoro e il carattere rudimentale dei lavori di irrigazione che non hanno resistito alle calamità naturali, sono all’origine del disastro economico degli inizi degli anni ’60. La Cina da esso non si è ancora risollevata. Il fallimento del “balzo in avanti” ha messo in evidenza ciò che la comune e il movimento di collettivizzazione cinese non avevano potuto superare: la piccola produzione agricola e la lentezza del suo sviluppo. Già dal 1961 un articolo di Bandiera Rossa (n.17) sulle attività ausiliarie nelle comuni definiva in questi termini la posizione delle autorità: «Ai membri delle comuni si deve garantire l’aumento di anno in anno dei redditi che essi traggono dalle attività ausiliarie e dalle particelle individuali».

Incoraggiando i contadini a sfruttare i propri lotti di terreno, l’autore precisa: «Essi lo faranno approfittando delle loro ore di tempo libero, dei loro giorni di congedo e utilizzando i lavori ausiliari al fine di accrescere il prodotto sociale, di aumentare i loro introiti, di animare i mercati rurali (...) Tutti i prodotti agricoli e secondari possono essere venduti nei mercati dopo che è stato raggiunto l’obiettivo fissato dallo Stato; essi non devono entrare nella contabilità né nella produzione collettiva, né nelle razioni, né nei pagamenti delle imposte».
LE FORME DI ORGANIZZAZIONE DELL’AGRICOLURA CINESE
Forme di organizzazione Tipi di proprietà Modo di sfruttamento Ricavi Caratte­ristiche
SQUADRA DI MUTUO SOCCORSO
(1947-1953)
Proprietà privata Piccolo lavoro agricolo stagionale o permanente
Da 6 a 15 operatori
Ogni membro riceve la produzione della propria parcella Soprav­vivenza di aiuto reciproco comunitario di tipo precapi­talistico
COOPERATIVE DI TIPO “INFERIORE" (1954-1955) 1) Parcella individuale
2)Affitto o vendita di terreni e mezzi di produzione
Lavoro agricolo
Occupa­zione ausiliaria - 30 operatori
1) Ricavo della parcella individuale
2) Retribuzione proporzionale della terra e del lavoro
3) Fondi Indivisi
Mante­nimento della piccola proprietà locale all’interno del sistema cooperativo
COOPERATIVE DI TIPO "SUPERIORE" (1956-1958) Privati e cooperative
1) Acquisto della terra e dei mezzi di produzione per la cooperativa
2) Parcella individuale garantita dal lotto
Lavoro agricolo
Occupa­zione ausiliaria
Grandi imprese agricole da 150 operatori
1) Ricavi dalla vendita di terreni
2) Retribuzione proporzionale al lavoro fornito
3) Ricavo dalla parcella individuale
Il processo di concen­trazione del capitale avviene attraverso l’acquisto e la vendita.
(collettiviz­zazione russa)
COMUNI POPOLARI Privati e cooperative
Proprietà a 3 gradi
1) Comune: fondi e attività industriali
2) Brigata: usufrutto della terra attribuita
3) Squadra: parcella individuale
Lavoro agricolo ed artigianale. Occupa­zione ausiliaria. Concen­trazione a livello comunale (hsiang) e provinciale (hsien) 1) dal 20% al 30% del salario in natura
2) Salario della brigata
3) Ricavo della parcella individuale
Nessuna "naziona­lizzazione":
La vecchia brigata della cooperativa resta l’unita di base della comune
FATTORIE STATALI Proprietà Statale Colture meccanizate.
Dissoda­mento dei terreni vergini
Salariati.
Il plus-valore va allo Stato
In origine coltivate da soldati congedati.
Proprietà di Stato non "socialiste".
Rendita differenziale.

Nel settembre del 1962 il X plenum del C.C. del PCC pubblicava un comunicato in cui confermava questo orientamento e insisteva sull’incoraggiamento da dare alle fiere locali, alla produzione individuale, sull’intensificazione degli scambi con la città mediante il mercato libero e la soppressione dei refettori comunali. Le comuni hanno completato il loro ciclo vitale. Sulla stampa occidentale si è parlato di “decollettivizzazione”, ma ciò è eccessivo. Non c’è mai stata una reale collettivizzazione. Il quadro delle riforme agrarie che noi alleghiamo a questo studio può attestare, sotto molteplici forme, la sopravvivenza della piccola produzione. Ogni “tappa” vantata come un passo in avanti non ha fatto che riprodurre nella forma “superiore” le stesse caratteristiche piccolo borghesi dell’economia parcellare.

Come si è parlato di “decollettivizzazione” ci si è affrettati a proclamare il “fallimento del marxismo” incapace di vincere l’arretramento delle campagne russe e cinesi. In questo tracollo delle forze produttive dell’Asia che ha seguito la sconfitta molto più grave delle forze rivoluzionarie e del proletariato mondiale, noi vediamo al contrario una conferma del marxismo: la società comunista non ha niente a che vedere con l’opera di costruzione di uno Stato e di un’economia “nazionale”.

 

 

 

 

 
Programme Communiste, N° 37, ottobre‑dicembre 1966 (7/7)

VIII. - IL MITO DEI PIANI QUINQUENNALI


- La competizione Cina‑India
- Fra il monopolio russo e l’embargo americano
- Affamare la Cina
- Il prezzo dell’indipendenza economica
- “L’uomo è il capitale più prezioso”
 

Dopo aver studiato le contraddizioni e gli impasse della politica agraria cinese, passiamo alle caratteristiche specifiche dello sviluppo industriale, ovvero dello sviluppo del capitalismo in Cina.

Di fatto sono gli imperativi dell’industrializzazione e dell’accumulazione capitalista che hanno determinato i “balzi in avanti”, ma anche le catastrofi della collettivizzazione. E ciò, l’abbiamo dimostrato, nonostante il riformismo piccolo-borghese e le previsioni modeste dei dirigenti. La stessa osservazione può essere fatta sulla politica del PCC riguardo ai capitalisti “nazionali”; prima protetti dal regime di Nuova Democrazia, sono stati in seguito “liquidati come classe” e “rieducati” come semplici impiegati nelle loro vecchie imprese. È così che la forza irresistibile del Capitale trascina gli uomini e le cose.

Adesso questo divenire è glorificato, in Cina, tanto quanto nella Russia staliniana, come una “costruzione di socialismo” in vaso chiuso. Questi “socialisti” nazionali in realtà sono i peggiori apologeti del Capitale, chiudono gli occhi sulle contraddizioni di questo processo ed esaltano solo i ritmi dello sviluppo dell’economia nazionale. Noi invece vi vediamo le contraddizioni esplosive tra un’agricoltura precapitalista e un’industria fortemente concentrata sotto il controllo di uno Stato che utilizza la sua potenza per dissanguare la massa degli operai e dei contadini: i tassi di crescita d’una economia nazionale e gli ostacoli che incontra in un paese arretrato e sul mercato imperialista, hanno un tutt’altro significato. Lungi dal rappresentare dei bollettini di vittoria di una qualunque “costruzione socialista”, provano invece che le forze produttive dell’economia mondiale sono ingrandite in una tale proporzione che il rovesciamento dei rapporti sociali che dominano l’umanità è diventato un compito urgente e ineludibile.

Profondamente segnata da questi antagonismi, la Cina non può che tradurli nel suo linguaggio politico e diplomatico. E lo fa alla maniera borghese. Respingendo la Cultura e la Pace imperialiste, dimostra molto bene che dispera di condurre a buon fine la sua costruzione nazionale nell’ordine mondiale attuale. Ecco perché non combatte una guerra che sconvolgerebbe i rapporti imperialisti di cui è vittima. Il suo catastrofismo è un catastrofismo borghese. La Cina di Mao non comprende la guerra imperialista a venire se non come un urto di grandi blocchi statali e l’annuncio di una spartizione del mondo nel quale sarebbe meglio piazzata. È nella prospettiva di questa contesa che opera la politica cinese, che definisce la sua concezione della “coesistenza pacifica”, che delinea i suoi progetti di “nazione unita e rivoluzionaria”, ecc.

Tuttavia, la guerra imperialista che rimetterà in discussione la spartizione attuale, segnerà anche l’infrangersi e il fallimento delle basi stesse della società borghese. La guerra tra gli Stati non sarà che la forma reazionaria opposta dalla borghesia mondiale (compresa quella cinese) alla guerra di classe diventata inevitabile e che sola farà saltare dall’interno i più solidi bastioni dell’imperialismo. Che fa la Cina in previsione di questa lotta? Niente! Che potrebbe fare? Niente! Gli interessi del suo sviluppo nazionale, anche se sono stati raffrenati, come lo sono oggi, dal condominio russo-americano, non possono che deviarla sempre più dalla causa del proletariato internazionale.

Non siamo ancora in condizioni di tracciare un quadro dello sviluppo capitalista della Cina moderna. I soli dati sicuri di cui disponiamo concernono il periodo della ricostruzione (1949‑52) e quelli del 1° piano quinquennale (1953‑57). Ma gli obiettivi reali del 2° piano quinquennale (1958‑62) non sono mai stati pubblicati. Nel 1956, l’VIII Congresso del PCC fece delle “proposte” per il futuro piano; ma apparvero troppo ambiziose e nessun progetto definitivo è stato adottato nel 1958. Quell’anno fu, lo sappiamo, la prima del “balzo in avanti”, che doveva prendere il posto di un piano e polverizzare tutte le previsioni, fino al giorno in cui un dispaccio dell’agenzia Cina Nuova annunciò le peggiori “calamità naturali” che il paese aveva conosciuto da un secolo. A partire da questa data (dicembre 1960), non fu più una questione di piano. Tutti gli sforzi tendevano a ristabilire la situazione al livello precedente. Un III piano quinquennale dovrebbe essere in vigore dopo il 1963. Rimane tutto così enigmatico. Infine, con la “rivoluzione culturale” che potrebbe essere il segnale d’un nuovo “balzo in avanti”, si è ritornati a parlare d’un piano di dodici anni lanciato da Mao Tse‑tung nel gennaio del 1956, come “progetto di programma nazionale per lo sviluppo dell’agricoltura dal 1956 al 1967”. Questo piano che prevedeva per il 1967 un aumento del 150% della produzione agricola sarebbe, allo stesso dire del Quotidiano del Popolo (27 gennaio 1966) ancora lontano dall’essere realizzato.

Prima di entrare in maggiori dettagli, possiamo fare due constatazioni importanti sui piani cinesi. La Cina a differenza della Russia staliniana, non è riuscita a salvare l’orgogliosa facciata dei suoi piani quinquennali. Ma, d’altra parte, la crisi provocata da questa accumulazione sfrenata del Capitale sembra dover essere meno grave e meno duratura in Cina che in Russia: in effetti, se alla Russia ci sono voluti diversi decenni per raggiungere l’attuale livello della produzione agricola prima della collettivizzazione, la Cina sembra aver già provveduto alle sue ferite del 1958‑60. A questi due fatti vediamo una sola ed unica spiegazione: il grande ritardo della Cina.

La produzione frammentaria del contadino, quella del laboratorio dell’epoca manifatturiera non possono essere pianificati. Occorre tutto lo sviluppo del macchinismo e della grande industria perché la produzione capitalista si presti ad una certa “pianificazione”. L’avevamo già detto a proposito della pianificazione staliniana. E ciò si applica a maggior ragione alla Cina. Di fronte al crollo dei piani cinesi, i “successi” di Stalin sono dovuti ad una minore arretratezza economica che ha permesso alla Russia di destinare più consistenti investimenti nell’industria pesante e nei famosi “grandi lavori”. Solo ciò può essere “pianificato”, ma non l’economia contadina e la produzione artigianale, anche se contabilizzata dalla “comune popolare!”. Quanto alla ripresa della produzione agricola cinese dopo alcuni anni di caduta brutale, non è dovuta ad una predisposizione innata del contadino cinese per il “socialismo” e ancor meno ad una “saggezza” superiore del del presidente Mao: rivela solamente il più alto grado di resistenza d’una struttura economica e sociale molto arretrata.

Un confronto s’impone dunque tra la Russia e la Cina alla vigilia dei loro piani quinquennali. Nella La voie chinoise, G. Etienne ci dà il seguente quadro:

  CINA
1952
URSS
1927
Popolazione (milioni di abitanti) 583 147
Operai e impiegati nell’industria (milioni) 4 4,1
Superficie coltivata (milioni di ettari) 108 112,4
Carbone (milioni di tonnellate) 63,5 32,3
Ghisa (milioni di tonnellate) 1,9 3,0
Acciaio (milioni di tonnellate) 1,35 3,72
Energia elettrica (milioni di kwh) 7.260 4.205
Cemento (migliaia di tonnellate) 2.860 1.403
Rete ferroviaria (migliaia di km) 24,2 75,6
Un rapido esame di questo quadro evidenzia im­me­dia­ta­men­te che il divario tra i due paesi sarebbe ancora più grande se si tenesse conto della produzione per abitante. Klaus Menhert ci fornisce una panoramica nel suo libro Pékin e Moscou. Paragonando l’URSS del 1928 e la Cina del 1952, mette in evidenza che l’intero prodotto sociale per abitante sarebbe nella proporzione di 4 a 1 a favore dell’URSS. La produzione rispettiva dei due paesi, espressa in kg/abit. rappresenta per i cereali (compreso il riso) 491 contro 270; per il carbone 273 contro 110; per il ferro 22 contro 3,27; per l’acciaio grezzo 29 contro 2,35; per il cemento 13 contro 4,87. Un’altra indicazione sull’enorme ritardo della Cina ci è ancora fornito da Hugues e Luard nel Le développement économique de la Chine communiste. I due autori ricordano che nel 1937 la Manciuria, sotto controllo giapponese, produceva da sola la metà del carbone, i due terzi del ferro e i nove decimi dell’acciaio cinese. A parte la Manciuria, aggiungono, anche la produzione totale d’acciaio non raggiungeva che le 50.000 tonnellate, quella della ghisa 430.000 tonnellate, quella del carbone 20 milioni di tonnellate e quella di elettricità 2,5 miliardi di kwh.

Ciò sarebbe già sufficiente a spiegare il fallimento dei piani quinquennali cinesi e il silenzio ostinato degli esperti di statistica. Non si poteva pianificare ciò che non era pianificabile! Ma se l’economia cinese ha effettivamente recuperato e superato il livello che aveva prima della crisi dell’inizio degli anni 60, non riusciamo a capire perché Pechino non lo proclami apertamente, così come gli obiettivi futuri che la Cina si propone di raggiungere. La risposta a questa domanda è doppiamente politica. Per lanciare un qualsiasi piano, bisogna essere capaci di prevedere le risorse in capitali che pensiamo di poter mobilitare all’interno della nazione o sul mercato mondiale. Questa previsione ha sempre costituito un vero incubo per i dirigenti cinesi, anche all’epoca del primo piano quinquennale e con “l’aiuto” sovietico. D’altro canto, il problema della pianificazione (per Mao così come per Stalin) non è una questione di sviluppo armonioso dei diversi elementi dell’economia sociale, ma un semplice affare di mobilitazione delle masse sacrificate sull’altare della produzione. In questo modo non è necessario un “piano” finché questo sforzo sovrumano non sarà nuovamente richiesto. È qui che tocchiamo con mano l’aspetto più cinico e più tipicamente capitalista di questa pretesa pianificazione.

La mistica del piano, i “balzi in avanti” della statistica, l’esaltazione dei ritmi di crescita della produzione, tutto ciò serve a questa mobilitazione delle masse. Alla fine d’ottobre del 1959, il capo dell’Ufficio Nazionale di Statistica dichiarava davanti agli esperti, appunto, di Statistica cinesi riuniti a Pechino che «la statistica deve essere partigiana». E proseguendo: «I nostri resoconti statistici devono essere il riflesso della grande vittoria della Linea Generale del Partito e del progresso segnato da tutti i lavori eseguiti sotto la guida del Partito. Non bisogna in ogni caso che siano una semplice esposizione dei fatti obiettivi, I resoconti statistici devono emozionare il cuore: se dunque possiedono un significato politico evidente e se sono redatti con un linguaggio popolare, allora saranno emozionanti» (Planification et Statistique, 1959, n.14).

Non sapremmo dire quali “emozioni” ci prepari la statistica cinese. Almeno noi affermiamo che esse non hanno e non avranno niente di “socialista” nella loro esaltazione della produttività. Armati di questi dati, possiamo appena tastare il polso del giovane capitalismo cinese. Ma la velocità maggiore o minore del suo sviluppo non porterà alcun cambiamento nell’ordine sociale stabilito. Scrivendo il suo studio Le développement du capitalisme en Russie, Lenin sottolinea una volta per tutte il punto di vista dei marxisti a questo proposito, diametralmente opposto a quello dei vecchi populisti russi e dei loro sottoprodotti staliniani e maoisti. Per noi la questione più importante, diceva Lenin, non è sapere a quale velocità si sviluppa il capitalismo qui o là, ma in che modo e a partire da cosa si fa questo sviluppo.

Per rispondere a queste due domande fondamentali, faremo a meno delle cifre e dei resoconti statistici da cui Pechino ha voluto scacciare ogni “oggettivismo borghese”. Il soggettivismo che ispira le grandi “campagne” produttive della Cina moderna è molto più significativa della maniera in cui si svolge la trasformazione capitalista d’una delle più vecchie strutture economico-sociali.


La competizione Cina‑India

Il confronto che abbiamo testé sviluppato tra Cina e Russia deve essere completato dal raffronto della Cina con l’India alla vigilia del loro primo piano quinquennale. Il primo piano indiano ha debuttato nel 1950‑51, seguito da un secondo (1955‑56) e da un terzo (1960‑61). Disponiamo d’una serie di risultati e di previsioni largamente diffusi dal governo di Nuova Delhi. Possiamo quindi constatare che le peripezie dell’industrializzazione indiana, a parte la carestia endemica e il ruolo predominante del capitale straniero, lasciano molto indietro il “modello cinese”. Anche questo potrebbe spiegare il silenzio della statistica. Sullo sfondo d’una competizione per produrre più acciaio, cemento ed energia elettrica, le schermaglie tra Cina e India prendono tutto il loro significato borghese.

Secondo le pubblicazioni ufficiali (India: The Third Five Year Plan; Cina: La grande décade), ecco i dati iniziali dei due paesi:

  CINA
1952
INDIA
1950-51
Popolazione (milioni di abitanti) 583 361
Cereali (milioni di tonnellate) 154,4 52,5
Carbone (milioni di tonnellate) 63,5 32,2
Acciaio (milioni di tonnellate) 1,35 1
Energia elettrica (milioni di kwh) 2,86 2,7
Cemento (migliaia di tonnellate) 7,26 6,6
Filati di cotone (miliardi di metri) 3,8 3,4
Come si vede con­si­de­ran­do la produzione per abitante la superiorità della Cina è netta nell’ambito agricolo: 265 kg/ha contro i 145 per l’India. Ma quella dell’India non è meno netta nella produzione industriale (eccetto il carbone). Le cifre rispettive dell’India e della Cina per abitante sono le seguenti: carbone 90 kg contro 110; acciaio 2,7 contro 2,3; cemento 7,4 contro 7,9; energia elettrica 19 kwh contro 12,5. Anche per i filati di cotone l’India supera la Cina (9,4 metri contro 6,5), superiorità notevole se si tiene conto che il clima indiano è meno rigido di quello della Cina. Così fin dall’inizio, l’India presenta un forte vantaggio nel settore industriale e un grave ritardo nell’agricoltura, diffondendo alla luce del sole le più forti contraddizioni del suo sviluppo capitalista che fanno di essa la vera “polveriera dell’Asia”.

Adesso, se paragoniamo le previsioni del II piano indiano per il 1960‑61 e quelle del II piano cinese per il 1962, non potremmo che constatare che il “progetto” cinese si prefigge di superare l’India in tutti i settori:

INDIA
1960-61
previsioni
CINA
1962
progetto
di piano
Produzione agricola (mil. tonn.) 76 245
Carbone (milioni di tonnellate) 54,6 190-210
Acciaio (milioni di tonnellate) 4,3 (1) 10,5-12
Energia elettrica (miliardi kwh) 22 40-43
Cemento (milioni di tonnellate) 8,8 12,2-14,5
Petrolio (milioni di tonnellate) 5,7 5-6
Negli studi citati Hugues e Luard sot­to­li­ne­ano l’im­por­tan­za di questa com­pe­ti­zio­ne sino-indiana per il mantenimento dello status‑quo imperialista in Oriente: «Esistono nel mondo numerosi paesi arretrati in una situazione analoga a quella dell’India e della Cina che cercano di sviluppare un’economia industriale moderna in un lasso di tempo il più breve possibile. Se giungono a credere che la velocità dello sviluppo in Cina è stato, per un certo periodo, più rapido di quello che realizzato altrove sotto differenti sistemi di governo, possono essere indotti a delle conclusioni ideologiche (sic!) e a sperimentare dei metodi similari a quelli che si sono dimostrati efficaci in Cina, anche se ciò significa per il popolo il sacrificio della libertà politica (sic!)».

Tale era dunque la sfida politica per l’imperialismo russo-americano “dell’aiuto” economico all’India e del sabotaggio dei piani cinesi. Si trattava di orientare lo sviluppo capitalista dell’Asia in modo che l’equilibrio mondiale fosse il meno possibile sconvolto. A questo fine la Russia post-staliniana ha giocato il ruolo di agente e mercenario fedele dell’imperialismo americano. Chi della Cina o dell’India può vantarsi oggi d’avere i ritmi di crescita più elevati? Questa domanda, che avrebbe dovuto dimostrare il “socialismo” cinese, rischia ora di servire la causa dell’imperialismo. Ed è per questo che ai “grandi balzi in avanti”, che pretendevano di trasformare con una rapidità prodigiosa le vecchie strutture economiche cinesi, non è seguita per ora che una “rivoluzione culturale” che prepara, pare, futuri sforzi produttivi, ma che resta nell’ordine della trasformazione delle “idee” e dei “costumi” all’interno del sistema presente... Cerchiamo di seguire la competizione sino‑indiana:

Produzione industriale, agricola e di cereali
Realizzazioni
India 1950-51 e Cina 1952 100 100 100
I° piano India 1955-56 139 117 126
Cina 1957 229 125 120
II° piano quinq.: India 1960-61 194 135 152
Previsioni
Cina 1962 330 155 162
III° piano quinq.: India 1965-66 329 176 192
Come si vede, lo scarto tra la Cina e l’India, che si era già approfondito durante il primo piano quinquennale, doveva aggravarsi durante il secondo e dare quindi la prevalenza al paese di Mao. Anche senza le “calamità naturali” e la crisi dei “balzi in avanti”, era di urgente necessità per l’imperialismo di spezzare le reni all’industrializzazione cinese all’inizio degli anni 60. Consideriamo adesso le due ultime righe di questa tabella. Si evince che l’India non avrebbe raggiunto i livelli progettati dalla Cina per il 1962 che alla fine del suo III piano. Alla luce dei risultati precedenti, possiamo valutare che l’India realizzerà grosso modo i ritmi previsti. Ma che dire della Cina? Raggiungerà i suoi obiettivi del 1962?

Dopo aver esaurito le statistiche cinesi, l’ultima fonte di informatione per giudicare dello sviluppo economico della Cina è costituito dai resoconti dell’Assemblea nazionale. Nel dicembre del 1964, Chu En‑lai dichiarò: «La produzione agricola ha raggiunto il livello delle buone annate passate. Si valuta che la produzione di cereali, di cotone, di tabacco, di canna da zucchero, di maiali, di montoni e di altri prodotti supererà i livelli raggiunti nel 1957 (...) Si valuta che nel 1964 il valore totale della produzione agricola ed industriale supererà del 15% quella del 1963 e sarà nettamente superiore a quella del 1957». Senza fare altre congetture si capisce che nel 1964 l’insieme della produzione agricola ed industriale aveva appena superato il livello del 1957. In altre parole, non solamente la Cina e l’India si ritrovano sulla stessa linea, ma la prima è sicuramente rimasta indietro. Non era l’Inghilterra che bisognava proporsi di raggiungere nel 1959, ma la sua vecchia colonia diventata un campo di investimenti per i capitali americani, russi ed europei!

Canteremo i meriti del “socialismo” di Nuova Delhi? La superiorità del “modello indiano” sul “modello cinese”? È molto evidente con questo esempio così decisivo per il mantenimento dell’ordine imperialista in Asia, che non esistono “modelli” né ricette nazionali per lo sviluppo del capitalismo e ancora meno per il socialismo. Sono le forme arcireazionarie dell’imperialismo mondiale e del mercato mondiale che determinano nella misura più ampia possibile la sorte dei paesi arretrati sia che si definiscano “indipendenti” o “socialisti”. Contro questa potenza del Capitale che ha indotto la Russia a proteggere le frontiere dell’India e abbandonare alla fame i “fratelli” cinesi, non ci sono “rivoluzioni culturali”, né “balzi in avanti” che tengano. Solo l’azione rivoluzionaria delle forze produttive mondiali potrà vincere e distruggere i rapporti di produzione borghesi”.


Tra il monopolio russo e l’embargo americano: fallimento del “sistema socialista mondiale”

Oltre al suo significato politico perfettamente controrivoluzionario, la teoria staliniana della “costruzione del socialismo in un solo paese” aveva sul piano economico tutte le caratteristiche dell’utopia piccolo borghese. Credere che dentro le frontiere nazionali ci si potesse affrancare dalla legge e dai vincoli del mercato mondiale era un’assurdità smentita sia dagli antagonismi economici e sociali che sorgevano in modo immanente sul terreno del “socialismo nazionale”, e da tutta la politica “estera” dello Stato russo dopo la sua partecipazione alla seconda guerra imperialista fino al suo inserimento attuale nel “mondo degli affari” occidentali. Inserimento che, con le riforme intese a mettere in risalto il principio della redditività economica, fu di un peso decisivo nella rottura sino‑sovietica.

Nella sua prefazione del 1930 al La rivoluzione permanente, Trotzki scriveva: «Le crisi dell’economia sovietica non sono solo delle crisi di crescita, una sorta di malattia infantile, ma qualcosa di incommensurabilmente più significativo: precisamente il controllo inflessibile del mercato mondiale, lo stesso stesso “al quale, secondo le parole di Lenin, siamo subordinati, al quale siamo legati, e al quale non possiamo sottrarci” (XI° congresso del Partito, 27 marzo 1922)». Questa osservazione pienamente confermata dall’evoluzione dell’economia sovietica, è altrettanto vera per la Cina d’oggi che pretende essa stessa “di camminare sulle sue due gambe”, costruire il suo proprio “socialismo” dietro la cortina di bambù. Ma prima di farsi beffa del mercato mondiale, la Cina ha dovuto subirne la legge implacabile. E per una ironia che per la storia è consuetudine, è la Russia sovietica che gliel’ha imposto.

A metà degli anni cinquanta, quando l’URSS mise fine alle società miste nell’Europa centrale come in Cina, quando Krusciov promise a Mao un sostanzioso aiuto economico, la Cina credette alla “coesistenza pacifica” e ai miraggi del “sistema socialista mondiale”. In un testo caratteristico tra mille, ecco come la Signora Sun Yat‑sen evocava allora le prospettive delle relazioni sino‑sovietiche: «I legami fraterni tra l’Unione sovietica e la Cina, rafforzati dai legami con gli altri paesi dove il popolo è al potere, ci assicurano la soddisfazione dei nostri bisogni fondamentali. Noi possiamo esistere indipendentemente dal mercato capitalista, possiamo costruire la nostra economia come meglio crediamo preservando la nostra sovranità nazionale. È una situazione nuova per la Cina. Ha vaste conseguenze per tutto il commercio internazionale. In quei giorni quando un nuovo mercato mondiale è nato a fianco del mercato capitalista mondiale, i paesi arretrati hanno tutte le ragioni per formulare una politica indipendente poiché non sono più obbligati di subire condizioni commerciali sfavorevoli (...) Man mano che procediamo nello sviluppo delle economie nazionali di questo nuovo mercato, i piani economici saranno coordinati e provvedimenti saranno presi per una più grande utilizzazione in comune delle nostre rispettive risorse» (People’s China, 1 marzo 1955).

I fatti hanno smentito queste illusioni sul preteso “sistema socialista mondiale”, mettendo anche a mal partito la teoria della “coesistenza pacifica” che Pechino aveva avallato alle conferenze di Colombo e Bandung. Sabotando l’industrializzazione cinese e aumentando i prestiti all’India, l’URSS ha dimostrato che la sua politica economica perseguiva gli stessi obiettivi e si ispirava alle stesse motivazioni dell’imperialismo americano. Quanto alle circostanze della rottura sino‑sovietica, esse rivelano che il “nuovo mercato mondiale” non è regolamentato se non dalle leggi del mercato capitalista. La crescita e le crisi delle differenti “economie nazionali”, dall’Europa orientale fino alla Cina, hanno ampiamente dimostrato che non esisteva alcun “sistema socialista mondiale” che si sviluppava “a fianco” e “indipendentemente” dal mercato mondiale. E ben lungi dal “coordinare i loro piani”, concezione che resta ancora tipicamente borghese, questi paesi non sono nemmeno riusciti a praticare riguardo alla Cina l’elementare “solidarietà” internazionale che esercitano i blocchi imperialisti quando uno dei loro membri è vittima di calamità naturali o sociali!

Ma non solo queste illusioni piccolo-borghesi sulla natura del mercato sono state smentite dall’esperienza, esse voltavano la schiena all’idea che Lenin e l’Internazionale Comunista s’erano fatti del ruolo della Russia rivoluzionaria aldilà degli Urali. In effetti l’Ottobre russo ha svegliato l’Asia! Ma la sola arma che poteva dare per la sua emancipazione non era economica: era il programma di classe del proletariato internazionale. Se la Russia staliniana ha avuto il merito di contribuire in questi paesi arretrati allo sviluppo del capitalismo, è stato dopo aver affossato la parola d’ordine di Pietrogrado e di Baku: “Tutto il potere ai Soviet!”. Se durante un periodo storico oggi terminato, esso ha dato un certo impulso al Capitale nella “zona delle tempeste”, fu dopo averla isolata e tagliata fuori dalle lotte del proletariato rivoluzionario, dopo averne tradito e calpestato l’internazionalismo in Occidente come in Oriente. Anche “l’estremismo” cinese, la sua ristrettezza nazionale, i suoi tratti “asiatici” che disprezzano dall’alto i “socialisti” in smoking del Cremlino, sono solamente dei sottoprodotti dello stalinismo russo in tutta la sua continuità storica.

E che dire di un Mao che, denunciata a gran voce la divisione del lavoro nel “campo socialista”, il tradimento dei suoi “fratelli” in “comunismo” e la dominazione dei monopoli russi, rivendica il ruolo di salvatore del “sistema socialista mondiale”, preconizza legami politici, economici e sociali tra paesi “socialisti” diversi da quelli degli “interessi nazionali”, del profitti commerciali o della diplomazia borghese? Proprio il contrario! La politica di Pechino non fa che tradurre gli interessi nazionali cinesi, allo stesso titolo di quella di Mosca o di Budapest. A partire dal 1953, il Quotidiano del Popolo lasciava intravvedere che la “costruzione del socialismo” in URSS avrebbe potuto non andare di pari passo con quella del “socialismo” in “Cina”: «Si deve comprendere, scriveva, che la produzione industriale e agricola in Unione sovietica si sviluppa seguendo un tasso di crescita ben determinato, che l’Unione sovietica non modificherà affatto questo andamento semplicemente per prendere i nostri prodotti agricoli, ciò porterebbe pregiudizio alla sua propria agricoltura, o accrescerà la sua produzione d’articoli di consumo al fine di soddisfare la nostra domanda. Man mano che la costruzione socialista in Unione sovietica procede a passi rapidi e che il livello di vita si alza, la domanda per dei beni di consumo aumenterà costantemente in Unione sovietica e non le sarà più possibile fornirci in ugual misura di tali beni» (16 dicembre 1953).

Lo constata, dopo cinque anni, la Cina di Mao che comprendeva e ammetteva chiaramente “l’imborghesimento” dell’URSS e le sue conseguenze sul “campo socialista”. Ma conservava la speranza di costruire nel frattempo un’industria pesante che le avrebbe permesso di svilupparsi “come meglio crede” e di svolgere il proprio ruolo sul mercato mondiale. Invece è in tutt‘altro modo che si presenta oggi il brutale confronto del capitalismo cinese con questo mercato. Non solamente la Cina si ritrova più debole del previsto, e per di più per esservi ammessa deve intraprendere una vera prova di forza contro l’imperialismo americano. Certo, le numerose violazioni fatte all’embargo dai paesi dell’Europa occidentale le hanno riaperto nuove speranze di finanziamento e di ambizioni di grande potenza. Ma questo ruolo mondiale, come la fine dell’embargo, deve conquistarselo o mercanteggiarlo con gli Stati Uniti, che tengono inoltre in tasca la chiave del commercio con il Giappone, cosa così importante per la Cina.

Sullo sfondo di questo confrontarsi con le leggi implacabili del mercato mondiale, la “rivoluzione culturale” e la guerra del Vietnam prendono un rilievo tutto particolare. Per la prima, Pechino manifesta contro tutti la volontà di proseguire la sua costruzione nazionale. Che il movimento delle “guardie rosse” annunci una manifestazione di massa per un nuovo “balzo in avanti”, che si limiti a liquidare dei dirigenti “revisionisti” accusati di volere cedere alle pressioni economiche e politiche dell’imperialismo, o che non sia altro che un’esaltazione platonica del “socialismo” nazionale, ciò non fa alcuna differenza alla vicenda. Perché, d’altra parte, i ritmi dello sviluppo capitalista in Cina non dipenderanno solamente dal livello di sfruttamento degli operai e dei contadini cinesi. La Russia stalinista ha sacrificato il proletariato mondiale ai suoi piani quinquennali. La Cina potrebbe fare altrettanto con gli eroici guerriglieri vietnamiti. E abbiamo dimostrato che non ha esitato a farlo nel 1954 alla conferenza di Ginevra sull’Indocina (Le Proletaire n.23: “Ce que furent les accords de Genève”). Ma qual’è il prezzo del sangue vietnamita alla Borsa di New York? Può paragonarsi al massacro e all’asservimento del proletariato rivoluzionario di tutti i paesi perpetrati a suo tempo dalla Russia stalinista? Vale forse l’ordine mantenuto in India e il controllo esercitato dagli USA sull’economia giapponese? Questi sono i termini del “mercato”! E possiamo assicurare entrambi le parti che non sarà concluso “liberamente” ma sotto il pungiglione della crisi.

Se il conflitto sino‑russo ha rivelato il potere assoluto della legge del mercato nel preteso “sistema socialista”, il confronto della Cina con i problemi del suo ulteriore sviluppo dimostra per l’ennesima volta che l’unica via d’uscita è il rovesciamento dei rapporti di produzione che dominano l’economia mondiale. Ma per questo bisognerà finirla con il sistema che consiste (in Vietnam, in Cina, come altrove) nel vendere un movimento rivoluzionario contro un miliardo di dollari, il programma del proletariato contro “l’aiuto” del Capitale!


La legge del mercato mondiale: affamare la Cina!

Hanno detto che la Storia è una madre affettuosa che sceglie sempre l’ultimo dei suoi figli. Per quel che riguarda la Cina, sembra invece che sia stata piuttosto matrigna. In effetti, non ci stupiremmo affatto di registrare in Cina dei ritmi di accumulazione capitalista ancora inediti negli annali mondiali. Perché sarebbe “normale” che l’ultimo nato benefici dell’esperienza, della ricchezza, della tecnica, in una parola di tutto il patrimonio “culturale” della famiglia. È così che l’intendeva il rivoluzionario borghese Sun Yat‑sen, sognando di trasformare l’Impero di Mezzo in una “nuova America”. Ma non è questo quel che è accaduto, in quanto i rapporti di produzione e di scambio alla scala mondiale sono diventati un ostacolo insormontabile a tutti i progressi dell’umanità. La Storia all’epoca dell’imperialismo, rassomiglia sempre più alla divinità della mitologia greca che si nutriva divorando i propri figli...

Tuttavia nelle loro numerose lagnanze indirizzate a Mosca i dirigenti cinesi si sono limitati a denunciare la “rottura dei contratti commerciali”, e gli “abusi da una posizione di monopolio” sul mercato “socialista” e altre malefatte riprovevoli dal punto di vista del diritto borghese. Ma Pechino non ha mai messo in discussione i fondamenti dell’economia di mercato sui quali dovevano riposare i “legami fraterni” dei paesi sedicenti “socialisti”. Nella tradizione dell’anti-imperialismo borghese ci si è sempre limitati a condannare gli “eccessi” troppo visibili, le anomalie troppo evidenti dell’imperialismo. Esaminiamo tutto ciò da più vicino!

«L’aiuto sovietico alla Cina consisteva principalmente in transazioni commerciali», scriveva al PCUS il CC del PCC. E in questa lettera del febbraio 1964, Pechino si sforzava di minimizzare “l’aiuto” russo e di dimostrare che non fu mai un regalo. «La Cina, proseguiva il testo, ha pagato e paga in merci, in oro e in valuta convertibile tutti i beni strumentali e tutte le merci che le sono state fornite, comprese quelle ottenute mediante apertura di credito. È necessario aggiungere che i prezzi di numerose merci importate dall’Unione sovietica erano molto più alti di quelli del mercato mondiale» (Pékin-Information, 11 maggio 1964).

Due constatazioni s’impongono sul carattere del commercio sino-sovietico messo in luce da questo passaggio. Da una parte, la debole percentuale dei prestiti di capitali a lungo termine e la necessità per la Cina di rimborsarli con un saldo positivo del suo commercio estero, malgrado alcuni “accomodamenti” sovietici durante la grande crisi agricola. D’altra, come i cinesi hanno messo recentemente in rilievo, la sproporzione tra i prezzi del mercato “socialista” e quelli del mercato mondiale, denunciando la posizione monopolista dell’URSS. Abbiamo già dimostrato come le fluttuazioni del mercato mondiale della canna da zucchero hanno determinato l’evoluzione dei rapporti “ideologici” tra Mosca, Pechino e l’Avana. Vediamo che ne è dei prezzi di monopolio russi.

Da molto tempo la differenza tra i prezzi mondiali e i prezzi degli acquisti russi in Cina è un fatto conosciuto. Nel 1959 uno studio della Documentation française ne aveva tirato il confronto per il 1955‑56. Ecco qualche prezzo (in dollari USA) ricavati da questo studio:

PREZZI DI VENDITA
– CARBONE (la tonnellata)
della CINA all’URSS 9,8
dell’URSS alla Finlandia 18,4
della Polonia all’URSS 16,7
– GHISA (la tonnellata)
della CINA all’URSS 45,0
dell’URSS alla R.D.A. 50,5
dell’URSS all’Ungheria 52,5
– RISO (la tonnellata)
della CINA all’URSS 140,0
della Birmania all’URSS 97,5
dell’URSS alla Mongolia 173,0
– UOVA (la decina)
della CINA all’URSS 0,27
della Bulgaria all’URSS 0,37
Ma questo non è il semplice e “libero” confronto degli andamenti sul mercato “socialista” e sul mercato mondiale che ha avuto la meglio dei “legami fraterni” tra la Russia e la Cina; e non lo è nemmeno lo “scandalo” dei prezzi di monopolio, né la “politica imperialista” di quel o di quell’altro dirigente che ha rotto questi legami. All’epoca delle numerose società miste sino-sovietiche, Stalin non fu forse più feroce in affari di un qualunque Krusciov o Kossighin? E non è per niente che Suslov ricordava in un suo rapporto del febbraio del 1964 la frase pronunciata da Mao nel 1957: «Sulla questione cinese, il merito della liquidazione dei malintesi (sic!) appartiene a Krusciov!».

In realtà, le leggi più “naturali”, il funzionamento più “normale” dell’economia di mercato sono sufficienti a creare i prezzi di monopolio e le “difficoltà” sino-sovietiche. La differenza delle quotazioni significa forse che l’URSS non ha pagato il “giusto prezzo” per i suoi prodotti? oppure che ha invece utilizzato la sua posizione di monopolio per abbassare i prezzi d’acquisto dalla Cina? Finché domina un’economia di mercato, è “giusto” tenere presente della produttività del lavoro che resta più debole in URSS rispetto all’Occidente; è “normale” di detrarre dal prezzo d’acquisto dalle materie prime cinesi gli elevati costi del trasporto con la transiberiana come hanno sempre fatto i Russi. Lo studio di cui sopra, stimava la differenza a 20 dollari per ogni prodotto sovietico o cinese che attraversassero le steppe dell’Asia: 20 dollari in più sulla fattura che hanno dovuto pagare gli operai e i contadini cinesi!

Molto prima della rottura sino-sovietica, Pechino si era già scontrata con questo problema. La grande ambizione del primo piano quinquennale era di sviluppare con l’aiuto dell’URSS le immense possibilità della Cina continentale. Fino ad allora, solo la parte del paese facilmente accessibile dal mare aveva conosciuto un inizio d’industrializzazione. La Cina di Mao intendeva finirla con questa geografia economica ereditata dall’imperialismo e realizzare nello stesso tempo il sogno millenario dei conquistatori cinesi: unire con lo stesso legame politico, economico e culturale i deserti dell’ovest alla costa industriosa e sovraffollata. Non era forse lecito aspettarsi queste realizzazioni dal capitalismo altamente sviluppato che da solo si dimostrò capace di conquistare alla civiltà l’immensa pianura americana e, in una misura minore, le vaste distese dell’ex‑impero degli Zar?

Era una previsione che non considerava i costi di produzione russa, le leggi del mercato “socialista”, la senilità delle forme economiche-sociali del capitalismo attuale. Nel capitolo su “la nuova geografia economica” della Cina, Hugues e Luard devono riconoscere: «Questi piani sono stati modificati. Con una recente dichiarazione hanno affermato con insistenza che lo sviluppo dell’entroterra doveva continuare e l’importanza delle province costiere non doveva essere trascurata». Anche Shangai e Canton, per qualche tempo trascurate a vantaggio delle grandi unità di produzione nelle steppe, hanno ripreso un nuovo slancio industriale.

Questo esempio, tratto da un paese arretrato il più “indipendente” politicamente dai diktat dell’imperialismo mondiale, non prova forse che le crisi e le contraddizioni del suo sviluppo non hanno niente a che vedere con le crisi di crescita d’un organismo giovane e sano, ma riflettono come diceva Trotzki la crisi senile d’un modo di produzione condannato dalla storia. Nel testo che abbiamo citato precedentemente, Trotzki scriveva ancora: «Al fine di comprendere cosa sta succedendo adesso nel vasto territorio che la rivoluzione d’Ottobre ha svegliato a nuova vita [e questa interpretazione della vita e degli antagonismi economici della Russia stalinista s’applicano perfettamente alla Cina d’oggi - NdR], dobbiamo sempre chiaramente essere consapevoli che, alle vecchie contraddizioni, ravvivate recentemente dai successi economici, s’è aggiunta una nuova e ed enorme contraddizione tra il carattere accentrato dell’industria sovietica che consente la possibilità di sviluppo senza precedenti, e l’isolamento dell’economia sovietica, che esclude la possibilità di un utilizzo normale delle riserve dell’economia mondiale. La nuova contraddizione si sovrappone alle vecchie, conduce nei fatti che a fianco di successi eccezionali, si evidenzino delle difficoltà molto gravi. Le quali trovano la loro espressione più immediata e più forte, subita ogni giorno per ogni operaio ed ogni contadino, nel fatto che le condizioni di vita delle masse lavoratrici non solamente non seguono la crescita generale dell’economia, ma peggiorano anche adesso a causa delle difficoltà alimentari. Le crisi acute dell’economia sovietica ricordano che le forze produttive create dal capitalismo non sono adattabili che a un quadro nazionale e non possono essere coordinate in modo socialista e armonioso che a una scala internazionale» Trotzki: Prefazione a La rivoluzione permanente.

Non ci resta dunque da vedere adesso come le vecchie contraddizioni di una economia arretrata si sono aggravate sotto il dominio d’uno Stato onnipotente, spingendo le forze produttive della nazione al perseguimento di rumorosi “successi economici” ottenuti al prezzo di catastrofi sociali e di carestie di ogni tipo.


Il prezzo della “indipendenza” economica

In un quarto di secolo la Cina ha vissuto tre sconvolgimenti completi del suo commercio estero che hanno tutti segnato profondamente il ritmo della sua industrializzazione. Prima della guerra gran parte del commercio cinese si faceva con il Giappone, gli USA e l’Europa; la parte dell’URSS in questi scambi non rappresentava nemmeno l’uno per cento. Con la fondazione della Repubblica popolare e l’embargo americano conseguente alla guerra di Corea, la tendenza si è capovolta e i paesi dell’Est hanno scambiato con la Cina fino all’80% del valore globale del suo commercio estero. Infine il conflitto sino‑russo ha portato ad un nuovo sconvolgimento che vede abbassarsi di anno in anno la quota di partecipazione dell’URSS nel commercio cinese e crescere quella dell’Occidente. Bisogna anche aggiungere che la necessità di procedere ad acquisti massicci di prodotti agricoli in Australia, in Canada e in Francia ha portato la Cina ad infrangere sempre più il principio dell’equilibrio delle bilance bilaterali e al sistema del baratto, che avrebbe dovuto preservarla dal pericolo d’asservimento alle grandi piazze finanziarie.

Si tratta dunque di seguire questa evoluzione dimostrando il ruolo dello Stato centralizzato nell’aggravarsi degli antagonismi che hanno portato a spezzare non solo i “legami fraterni” tra la Russia e la Cina, ma anche le crisi interne della “collettivizzazione” e delle “comuni popolari”.

Il primo compito del governo cinese fu quello d’instaurare il monopolio di Stato sul commercio estero, di «regolare i flussi degli scambi di merci tra il mercato nazionale e il mercato estero in modo di fargli servire gli interessi della costruzione socialista» (dichiarazione del ministro del commercio Yeh Chi‑chuang Quotidiano del Popolo, 22 settembre 1959. Ma la politica protezionista ha qualcosa a che fare con il socialismo? Napoleone con il blocco continentale, Bismarck con lo Zollverein, Stalin con la “cortina di ferro” hanno forse costruito il “socialismo” o assicurato nei loro rispettivi paesi la formazione del Capitale e lo sviluppo del mercato? Nella stessa Cina, il controllo statale del commercio estero si presenta come il completamento della politica di Sun Yat‑sen e di Chiang Kai‑shek per i quali la parola finale della rivoluzione borghese consisteva nell’abolizione del likin, le dogane interne ed esterne, che erano in mano dell’imperialismo straniero.

Una volta consolidato questo monopolio, la politica dello Stato in materia volge ancora più nettamente la schiena al socialismo, il che si può riassumere in due punti: 1) il commercio estero deve servire l’industrializzazione della Cina; 2) non può essere che un commercio bilaterale basato sulla reciprocità al fine di salvaguardare “l’indipendenza politica” e la “sicurezza economica” del paese. Di conseguenza, lungi dal chiedere dei crediti esteri per il finanziamento delle importazioni, la Cina dovrà rifiutarli e pagare tutti i suoi acquisti di beni strumentali con le sue esportazioni di prodotti agricoli e di materie prime industriali. In altre parole, Lo Stato stesso si incarica di affamare la nazione per salvaguardare la sua “indipendenza” e, ironia della sorte, far passare per “ortodossia marxista” tutti i rigori dell’ortodossia finanziaria capitalista.

«Al di fuori di una parte di crediti a basso interesse che l’URSS aveva accordato al nostro paese nei primi tempi della fondazione della Repubblica, il suo aiuto si è esercitato soprattutto negli scambi reciproci nel quadro di relazioni commerciali basate sull’uguaglianza e il vantaggio reciproco. La parte che rappresenta le perdite subite all’estero nell’insieme delle risorse finanziarie del paese non si è innalzato più del 2% in tutto il periodo degli ultimi dieci anni [1949‑59 - NdR] e tali prestiti sono stati stipulati nei primi tempi della fondazione della Repubblica. Ci siamo appoggiati, per l’essenziale, sull’accumulazione interna e sulle nostre forze per risolvere la questione dei fondi di costruzione...» (La grande decade, articolo di Li Sien‑nien).

STRUTTURA DEL COMMERCIO
SINO-SOVIETICO (1955‑61)
A - IMPORTAZIONI CINESI
PROVENIENTI DALL’URSS
(% del totale delle importazioni)
ANNI Prodotti
industriali
e beni
d’investi
mento
Installazioni
industriali
complete
1955 45,0 18,9
1956 61,1 29,7
1957 71,4 38,5
1958 73,3 26,2
1959 79,5 41,9
1960 81,8 45,7
1961 72,0 21,5
B - ESPORTAZIONI CINESI
DESTINATE ALL’URSS
(% del totale delle importazioni)
ANNI Prodotti
agricoli
Articoli
tessili
Minerali
vari
1955 52,6 10,0 36,8
1956 47,8 13,7 29,2
1957 40,0 19,9 33,0
1958 37,2 26,0 17,8
1959 32,6 36,8 19,2
1960 28,2 45,5 21,2
1961 8,2 59,4 24,7

Non ci resta che osservare come, su questa base, dovevano inevitabilmente deteriorarsi tanto i rapporti sino‑sovietici quanto, all’interno della Cina, la condizioni delle masse supersfruttate. Esaminiamo la struttura del commercio sino‑sovietico:

Nel 1955, la Cina appariva come un paese che esportava una forte percentuale di prodotti agricoli (52,6%) e di materie prime (36,8%) rispetto a beni strumentali (45,0%). Dalla struttura del suo commercio con l’URSS, si evince assai bene lo schema classico dei rapporti tra paesi arretrati e paesi capitalisti sviluppati. Fino al 1960, l’anno del rimpatrio dei tecnici russi, le importazioni cinesi per una quota sempre maggiore erano costituite da mezzi di produzione e di prodotti industriali di base provenienti dall’URSS (massimo 81,8%). Questa crescita è ancora più evidente se si esamina la parte delle attrezzature industriali complete nel totale delle importazioni, che passano dal 18,9% nel 1955 al 45,7% nel 1960.

Nella colonna delle esportazioni, vediamo al contrario una forte tendenza al ribasso della parte dei prodotti agricoli che passa dal 52,6% al 28,2% tra il 1955 e il 1960. Senza nemmeno considerare le ripercussioni che hanno avuto su questo capitolo delle esportazioni cinesi le “calamità naturali” del 1959‑60‑61 (calo all’8% nel 1961) notiamo una tendenza regolare a vendere più articoli tessili e meno prodotti agricoli dal 1955 al 1960. Questa tendenza può spiegarsi in due modi: sia che rifletta i progressi dell’industria leggera cinese, sia che segni un limite insormontabile per le esportazioni agricole sotto pena di gravi carestie. Senza escludere la prima spiegazione, la seconda rende conto dei “balzi in avanti” e delle crisi della collettivizzazione e delle comuni.

Comunque sia, lo sviluppo del commercio sino‑sovietico sulla base del baratto doveva collocare entrambi i partner davanti a questo problema delicato: in che modo la Cina avrebbe fatto fronte alle crescenti importazioni di beni strumentali? Le era ancora possibile aumentare ulteriormente i prelievi sulle razioni alimentari già molto ridotte della popolazione? D’altro lato, l’URSS avrebbe senza dubbio continuato a comperare dei prodotti agricoli cinesi; ma poteva importare più manufatti, in particolare tessili, quando tutte le riforme economiche di Krusciov, Liberman e Kossighin perseguivano l’unico obiettivo di rendere l’industria leggera sovietica redditizia e competitiva sul mercato? L’isolamento economico della Cina s’accentuò ulteriormente con la liquidazione del baratto negli scambi orientali e dalla creazione d’una banca internazionale “socialista” per coprire i deficit delle diverse bilance commerciali.

Esaminiamo adesso alla luce di queste tendenze del “mercato socialista” le linee di frattura del commercio sino‑sovietico.

EVOLUZIONE DEL COMMERCIO
SINO-SOVIETICO 1949-1965
(in milioni di nuovi rubli)
Anni Totale
degli
scambi
sino-so-
vietici
Impor-
tazioni
cinesi
Espor-
tazioni
cinesi
Saldo
 degli
scambi
sino-so-
vietici
1949 308 179 129 -50
1950 522 350 172 -178
1951 729 431 298 -133
1952 872 499 373 -126
1953 1056 628 128 -200
1954 1205 684 521 -163
1955 1253 674 579 -95
1956 1350 660 690 +30
1957 1155 490 665 +175
1958 1320 571 749 +178
1959 1850 859 991 +132
1960 1498,7 735,4 763,3 +27,9
1961 826,9 330,6 496,3 +165,7
1962 674,8 210,1 464,7 +254,6
1963 540,2 168,5 371,7 +203,2
1964 404,6 121,8 282,8 +161,0
1965 375,5 172,4 203,0 +30,5
 Come per il precedente quadro, abbiamo ottenuto le cifre a partire dagli annuari sovietici del commercio estero. Fino al 1959 le statistiche indicano il valore degli scambi in vecchi rubli che abbiamo convertito in rubli “pesanti” seguendo il rapporto: 1 rublo nuovo = 4,44 vecchi rubli. Abbiamo quindi, fino al 1959, delle cifre arrotondate, ma hanno il vantaggio di presentare una serie continua che illustra molto fedelmente l’evoluzione degli scambi. Di questo quadro prendiamo in considerazione due date cruciali: 1956, primo anno in cui le esportazioni cinesi hanno superato la quantità delle importazioni, e il 1959, che segna l’apogeo del commercio sino‑sovietico con un totale di 1.850 milioni di rubli. Dopo il 1956, l’eccedenza delle esportazioni cinesi è mantenuto ed è con grida trionfanti che Pechino annunciò, allora, la liberazione dal debito verso Mosca. Dopo il 1959, il volume degli scambi diminuisce in modo regolare e vertiginoso: nel 1965 superava a mala pena il livello del 1949. È quindi a giusto titolo che possiamo parlare di uno stravolgimento completo delle relazioni estere della Cina maoista, sconvolgimento di cui bisognerà seguire le conseguenze non solamente all’interno, ma anche nei rapporti della Cina con il mondo capitalista.

Concludiamo per il momento su questo capitolo. Abbiamo già detto che la rottura sino‑sovietica è la constatazione del fallimento del preteso “sistema socialista mondiale”. Questo fallimento evidenzia gli antagonismi molto più profondi delle “divergenze politiche” con le quali l’hanno voluto spiegare. Perché la forma che ha preso questo conflitto tra Stati rivali, tra diplomazie concorrenti, esprime una realtà non meno imperiosa. L’intervento dello Stato come guardiano degli interessi capitalisti e della “indipendenza” nazionale, non può che aggravare le contraddizioni di questo modo di produzione fino al punto di rottura. Rottura dei necessari legami con l’economia mondiale, ma anche rottura del fronte interno della produzione, sperpero e massacro delle forze produttive dissanguate sull’altare della Patria e del Piano.

Nell’articolo che abbiamo già citato, Li Sien‑nien scriveva: «Parallelamente al rafforzamento ininterrotto delle nostre finanze, siamo già in grado di proseguire la nostra edificazione ricorrendo unicamente all’accumulazione interna. Questi fatti dimostrano che le nostre finanze hanno caratteristiche socialiste (!!!), che si fondano sullo sviluppo della produzione e la prosperità dell’economia, che contribuiscono alla fortuna del popolo evolvendosi verso uno slancio sempre crescente (La grande decade). Così, come già Stalin, Mao fa di necessità virtù: chiama “socialismo” il temporaneo isolamento dell’economia cinese, sviluppando i germi del “populismo” che nel pensiero del rivoluzionario borghese Sun Yat‑sen erano nati dalla delusione nei confronti del grande capitale americano e giapponese. Non discuteremo delle probabilità e dei possibili ritmi di sviluppo della Cina, se dovrà contare soltanto sull’“accumulazione interna”. Tutto ciò, abbiamo detto è un falso problema. Domandiamo solamente poiché si parla di socialismo: È forse questo il programma della dittatura proletaria in un paese isolato? Trotzki, ancora una volta, ci ha dato la risposta, la stessa per la Russia di ieri come per la Cina sedicente “socialista” di oggi, o per qualsiasi altro potere che domani rivendicherà la dittatura proletaria non a parole ma nei fatti:

«Il programma realista di uno Stato operaio isolato non dovrebbe proporsi né pervenire all’“indipendenza” in relazione all’economia mondiale, né, ancora meno, costruire una società socialista nazionale “nel più breve tempo possibile”. Il suo compito è di ricercare, non dei ritmi massimi del tutto astratti, ma dei ritmi migliori che derivano dalle condizioni economiche interne e mondiali, che rafforzino le posizioni del proletariato, che preparino gli elementi nazionali della futura società socialista internazionale e, nello stesso tempo e prima di tutto, che migliorino sistematicamente il livello di vita del proletariato, consolidando altresì l’unione con le masse non sfruttatrici delle campagne. Questa prospettiva resta valida per tutto il periodo di preparazione, ovvero fino al momento in cui la rivoluzione vittoriosa nei paesi avanzati libererà l’Unione sovietica dal suo isolamento attuale» (Prefazione a La Rivoluzione permanente).


“L’uomo, il capitale più prezioso”

Abbiamo già detto quali furono le difficoltà della pianificazione cinese. Anche per quel che riguarda il primo piano. Hugues e Luard hanno potuto scrivere: «Non ci fu mai un primo piano quinquennale nel vero senso del termine: ci fu piuttosto un piano di due anni e mezzo formulato nel corso della prima metà del 1955 e annunciato nel luglio di quello stesso anno» (Le développement économique de la Chine communiste). Inoltre non è una coincidenza se alla versione definitiva di questo piano ha fatto seguito dopo qualche mese la visita in Cina di Krusciov, Bulganin e Mikoyan, nel settembre‑ottobre del 1954. È dopo questa visita che fu annunciato, in una dichiarazione comune, la liquidazione delle società miste sino‑sovietiche, e che l’URSS avrebbe concesso dei finanziamenti supplementari per la costruzione di officine il cui numero fu portato da 141 a 211. Questo “aiuto” ha effettivamente costituito l’ossatura del primo piano dandogli la sua fisionomia definitiva: priorità all’industria pesante e alla realizzazione di “grandi progetti” come i complessi siderurgici d’Anshan (Manciuria), Paotow (Mongolia interna) e Wuhan sullo Yang‑tse.

Ma le condizioni del commercio sino‑sovietico che abbiamo descritte (pagamenti a breve termine con materie prime, prodotti agricoli o valute), hanno implicato una valanga di misure economiche imposte al paese per rimborsare Mosca. Ma il 1955 non fu solo l’anno dell’“aiuto” sovietico e del nuovo impulso che ne ricevette il piano; non fu solo l’anno che ispirò alla Signora Sun Yat‑sen la pagina ditirambica che abbiamo citato sui vantaggi del “nuovo mercato mondiale” che si stava creando tra paesi “socialisti”. L’anno 1955 fu l’anno decisivo della “collettivizzazione” con il rapporto di Mao di luglio “Sulla cooperazione agricola” (vedi sopra); senza parlare del movimento di “rieducazione” dei capitalisti nazionali che estendeva il controllo dello Stato a tutte le imprese private.

Un anno più tardi, la macchina economica sotto pressione dovette fare marcia indietro. La proporzione degli investimenti nella sezione A e nella sezione B, che era del 26,6% contro il 73,4% nel 1949; del 35,6% contro il 64,4,% nel 1952, passa nel 1957 al 48,4% contro il 51,6%. All’VIII Congresso del PCC, si denunciò una politica di eccessivi investimenti, la “forzatura” della mano d’opera per raggiungere gli obiettivi del piano e Chu En‑lai sottolineò nel suo rapporto la necessità di «regolamentare in un modo appropriato i rapporti tra l’industria pesante e quella leggera, tra la produzione industriale e la produzione agricola, tra la costruzione economica e lo sviluppo culturale». È all’inizio del 1957 che Mao ha confessò, in un discorso rimasto famoso, l’esistenza di “contraddizioni in seno al popolo” e pretendeva di aver trovato la “giusta soluzione”. Fu l’epoca dei “Cento fiori”...

Ma nel 1958, grazie ad un buon raccolto, il ciclo infernale ricominciava alla grande con il movimento delle “comuni popolari” che promettevano di risolvere tutti i problemi della Cina: vincere la fame e industrializzare il paese con i mezzi di cui si disponeva. Come l’abbiamo visto, gli anni 1958‑59 segnarono una forte ripresa del commercio sino‑sovietico e, nel volume degli scambi, la quota dei beni strumentali raggiunse nuove vette. Tuttavia l’estrema tensione delle forze produttive doveva rimettere il paese sull’orlo del fallimento. Nell’aprile del 1960, il commissario della pianificazione, Li Foutchoun, ammetteva pubblicamente come un tratto caratteristico della crescita economica cinese il suo sviluppo con balzi in avanti e indietro che conobbe dal 1955: «Il corso dello sviluppo dell’economia nazionale, diceva Li Fout, passa sempre da instabilità a stabilità e dalla stabilità all’instabilità. Ogni volta che questo processo si rinnova, fa passare la produzione a un livello più elevato e l’economia nazionale, da questi movimenti ondulatori progredisce in modo continuo» (citato da Hugues e Luard).

Pertanto pensiamo d’avere dimostrato che tutte le difficoltà dell’economia cinese non provengono unicamente dalla “rottura dei contratti commerciali” con Mosca, ma dalle condizioni del mercato “socialista” e del mercato mondiale. Dopo un breve periodo di ricostruzione lo Stato cinese si è trovato di fronte i suoi problemi e ha tentato di dar loro una “soluzione” nazionale borghese. La politica di “costruzione del socialismo” in Cina, con gli alti e i bassi della collettivizzazione, con le avanzate e le successive ricadute della produzione data effettivamente del 1955. E le differenti “soluzioni” che si è cercato di dare hanno tutte la stessa preoccupazione: come accelerare l’industrializzazione di un paese senza ricorrere a prestiti esteri, senza compromettere la sacrosanta indipendenza nazionale? Questa svolta risale al 1955.

EVOLUZIONE DEI CREDITI ESTERI
OTTENUTO DALLA CINA E DELLE
CONSEGNE SOVIETICHE
DI BENI STRUMENTALI (1950‑57)
(in milioni di dollari USA)
Anni Crediti
Esteri
al Bilancio
Cinese
Esportazioni
russe di
attrezzature
  Totale di cui
Fabbriche
Complete
1950-
   52
300 304 70
1953 175 162 45
1954 354 229 93
1955 663 198 141
1956 47 305 217
1957 9 272 209
Da La Documentation Française: “Le commerce
extérieur de la Chine populaire et les relations
sino-sovietiques”, 26 maggio 1959
In effetti quell’anno segna sì un aumento dell’“aiuto” russo, ma nello stesso tempo il carattere degli scambi sino‑sovietici si trasforma, in relazione a tutti i cambiamenti, latenti o alla luce del sole, dell’economia russa e del “campo socialista”. È a partire dal 1955 che i crediti esteri nel portafoglio cinese (per la maggior parte russi) diminuiscono, mentre crescono le forniture sovietiche di beni strumentali. La tabella né dà la prova.

Di “crediti” e “prestiti” ulteriori ecco cosa né dicono non i cinesi, ma i russi. Al XX Congresso, Krusciov dichiara: «Noi forniamo alla Cina dei beni strumentali per un valore globale di 5,6 miliardi di rubli. In cambio delle sue forniture l’URSS riceve dalla Cina articoli che rappresentano un interesse per il nostro paese». Nell’aprile del 1956 Mikoyan sigla un nuovo accordo aumentando di 2.500 milioni di rubli il valore di beni strumentali sovietici consegnati alla Cina; si precisa in un comunicato che «Il rimborso di questi beni strumentali si effettuerà per via commerciale».

Di fronte a queste difficoltà lo Stato cinese non è rimasto passivo e il “pensiero di Mao” si rivelerà fertile... Ma in che senso ha dato stura alla forza irresistibile del potere? Prima di rispondere a questa domanda, bisogna avere ben presente la forza d’inerzia e la resistenza delle vecchie strutture sociali. Nella sua ricerca dei capitali necessari all’acquisto di beni strumentali lo Stato si urta contro una realtà almeno altrettanto grave che la minaccia d’asservimento al capitale estero: l’evoluzione lenta del rapporto tra la crescita demografica e la produzione agricola. Ci se ne rese particolarmente conto quando furono resi noti i risultati del censimento del 1953. La crescita media annuale della produzione agricola con superava mai il 4‑5%. E bisognava far fronte in questa situazione ai bisogni di una popolazione totale che aumentava ogni anno di circa il 2%. E bisognava inoltre con queste magre risorse finanziare le importazioni dell’industria che aumentavano ogni anno di circa il 10%... Malgrado un calo della quota dei prodotti agricoli nell’insieme delle esportazioni cinesi nel corso del primo piano quinquennale, i dati del problema dopo il 1957 non sono certamente molto cambiati dal fatto delle diverse “calamità” che si sono abbattute sull’agricoltura cinese. Limitiamoci tuttavia a dare i soli elementi statistici certi: quelli degli anni del 1953‑57.

RITMO DELLA CRESCITA ECONOMICA CINESE
(1953-1957)
1957
(1953=
100)
1953-1957
media
annuale
Popolazione totale 111 2
Popolazione urbana 128 5,7
Produz. industriale e artigianale 219 17
Commercio estero 160 10
Produzione agricola totale 125 4,5
di cui alimenti di base 120 4
Nel marzo del 1957 il ministro della Salute com­men­ta­va queste cifre davanti al Congresso Nazionale Popolare: «Avendo un tasso di crescita della popolazione così smisurato, l’aumento della nostra produzione agricola ed industriale, per quanto sia rapida, non riuscirà a soddisfare i bisogni essenziali dell’aumento di popolazione» (citato da G. Etienne in La via cinese, p.62). Nella stessa sezione fu votata una legge che autorizzava l’aborto e la sterilizzazione, promuovendo la diffusione dei metodi contraccettivi. Questa politica, tuttavia, non durò a lungo: Mao aveva scoperto la formula del nuovo Malthus che doveva assicurare il trionfo del “socialismo” attraverso le campagne produttive di massa. Nel suo discorso del 27 febbraio 1957 Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo aveva dichiarato: «Stendendo i nostri piani, considerando i nostri affari e pensando ai nostri problemi, dobbiamo sempre partire dal fatto che la Cina conta 600 milioni d’abitanti... È un fatto obiettivo ed è il nostro capitale».

Formula ancora più cinica di quella pronunciata nel 1935 da Stalin davanti ad una assemblea di “quadri” sovietici! Infatti, quando Stalin dichiarava che “l’uomo è il nostro capitale più prezioso”, nello stesso tempo annunciava che l’URSS aveva superato il periodo della penuria tecnica dei primi anni dell’industrializzazione e di questo periodo dell’accumulazione capitalista parlava già al passato, quando le forze produttive erano state immolate senza ritegno in favore dei mezzi di produzione anche i più rudimentali. Prevedendo “tempi migliori”, Stalin respingeva in un passato “zarista” i massacri “inumani” dell’industrializzazione come non appartenessero al suo periodo.

All’opposto, il “pensiero di Mao” è andato oltre, rifacendosi agli “insegnamenti di Stalin” e stimolato dal grande ritardo della Cina. Pechino ha proclamato subito che il “capitale dei 600 milioni di cinesi” sarebbe stato chiamato a surrogare le tecniche avanzate del mondo capitalista. Per questi milioni di uomini il solo “fatto obiettivo” della rivoluzione cinese non è di collocarsi in un mondo super-industrializzato in cui solo il proletariato internazionale avrebbe potuto gestire e ripartire il patrimonio tecnico, ma in un paese arretrato schiavo della propria miseria e dei feticci borghesi della “indipendenza” economica e dello Stato nazionale. Altri ci hanno cantato “l’epopea” di milioni di cinesi che fertilizzano le montagne riportandovi sulle spalle il limo delle vallate, altri si sono estasiati davanti alla più vasta mobilitazione di forze produttive che non ha mai realizzato uno Stato nazionale centralizzato per scatenare una “rivoluzione senza precedenti nella storia agraria del mondo” (R. Dumont). La Cina non annunciava forse d’aver irrigato in qualche anno o addirittura in qualche mese più ettari che in due millenni, quasi il doppio delle terre irrigate negli USA durante un secolo e con altri mezzi materiali?

Allo stesso modo che “la più grande rivoluzione agraria di tutti i tempi” non ha ricorso che alla sola forza fisica dei contadini cinesi, così come i “balzi in avanti” dell’industria sono avvenuti alla scala della piccola manifattura e dei modesti forni nelle campagne. Questa “alternativa” agli antagonismi dello sviluppo del capitalismo in Cina fu anche suggerito dalle crisi di sovrainvestimento che sono scoppiate all’epoca dell’“aiuto” sovietico. All’VIII Congresso del PCC, 1956, Chu En‑lai indicò la svolta che stava per compiersi nella politica economica di Pechino: «Per ogni generale ramo produttivo, diceva, ci dovrebbero essere alcune grandi imprese come strutture di base e molte piccole e medie a loro sostegno delle grandi».

Il bilancio dei successi e delle disfatte dello Stato cinese dal punto di vista della sua “indipendenza” economica non ha infine che un interesse limitato. Come diceva Trotzki nella sua prefazione al La rivoluzione permanente, «la divisione internazionale del lavoro e il carattere sovranazionale delle forze produttive moderne non solamente conservano tutta la loro importanza, ma per di più la moltiplicheranno per due o per 10 per l’Unione sovietica [e domani per la Cina - NdR], in funzione del livello raggiunto dalla sua ascesa economica».

Più significativo e incontestabile appare al contrario il bilancio politico e sociale della costruzione nazionale cinese. L’abbiamo visto, non c’è contraddizione né recente catastrofe che non sia stata provocato ed accentuata dalla legge del mercato mondiale esprimendosi al cuore stesso del “sistema socialista”. Tuttavia le crisi cinesi non sono dovute alla semplice rottura dei legami economici con l’URSS, ma dalla natura stessa di questi rapporti come si sono instaurati fra i due dal 1956. In quella occasione, il ruolo dello Stato cinese ha rivelato in tutta chiarezza i suoi obiettivi di classe. Come ricordava Trotzki contro Stalin, il marxismo non ha mai considerato il potere dello Stato un riflesso passivo del processo economico ed è per questo che la dittatura proletaria nei paesi arretrati come la Russia o la Cina non sarebbe stata un’aberrazione storica. Ma le sue uniche possibilità di successo risiedevano nell’evoluzione della politica mondiale e il rovesciamento dei rapporti di produzione alla scala mondiale. Dal 1956 il compito più urgente dello Stato cinese è stato quello d’imporre all’interno e all’estero la formula della “indipendenza” economica e delle campagne produttive delle masse, la ricetta dell’isolamento nazionale battezzato “costruzione del socialismo”. E proprio in questo che ha dimostrato che non aveva niente di socialista, malgrado la sua “volontà” di cambiare definizione e la richiesta delle “guardie rosse” di sostituire la costituzione “democratica” del 1954 con la “costituzione” della dittatura proletaria!