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La guerra europea e il proletariato (Il Socialista, n.23 del 29 ottobre 1914) |
Tra le molteplici antitesi in cui si dibatte la produzione capitalistica vi è pur quella che, mentre, per i suoi traffici, ha bisogno di pace, crea con la concorrenza un continuo conflitto tra i gruppi borghesi delle singole nazioni, che cercano reciprocamente di estendere i mercati pei propri prodotti.
Questo conflitto, alle volte, non ha altra soluzione possibile se non quella violenta dell'uso della forza, cioè la guerra, la quale quindi, da tal punto di vista, può divenire un fattore di accelerazione storica in quanto permette da parte di certi gruppi la conquista di mercati che senza di essa non sarebbe possibile conquistare, o con estrema difficoltà e tempo.
Le guerre coloniali sono quelle in cui più chiaramente si manifestano questi scopi, che nelle guerre europee sono più velati dalla considerevole superstruttura di fattori etnici, politici, sentimentali che si sovrappongono modificando non la sostanza delle cose ma l'apparenza esterna di esse, il che ha pure il suo valore e il suo significato, per quanto relativi.
Un tempo la guerra era diretta dipendenza della miseria. Quando in un determinato territorio si stabiliva una sproporzione tra il numero degli abitanti e la capacità produttiva del territorio, nel senso che questo diveniva insufficiente ai bisogni di quelli, una parte di essi e, naturalmente, la più forte, la più audace, la più capace di sopportare fatiche, disagi e pericoli, si trasportava altrove, emigrava cioè. Poiché però suo proposito era di impossessarsi di territori già da altri occupati, doveva vincerne le resistenze, spesso distruggerne affatto la esistenza, per lo meno quella maschile.
Questa genesi misera di guerra del periodo delle incursioni barbariche non esiste più. Nei paesi in cui si stabilisce la sproporzione suaccennata, ad es. l'Italia, si produce ancora il fenomeno della emigrazione, ma senza l'azione guerresca. La guerra moderna è promossa non più dai Paesi poveri, ma da quelli invece in cui vi è rigoglioso e fiorente sviluppo industriale, esuberante in rapporto ai bisogni del Paese. È guerra perciò non di miseria ma di pletora, che mira a ristabilire l'equilibrio tra il mercato e la produzione di un determinato Paese.
Quante guerre non ha sostenuto l'Inghilterra per strappare all'Olanda e alla Spagna il dominio del mare, quando doveva diffondere in tutto il mondo i prodotti delle sue immense e molteplici industrie?
Oggi l'Inghilterra, raggiunto lo scopo della conquista di un estesissimo mercato, non ha più alcun interesse a promuovere guerre.
Può essere democratica, pacifista, e aspirare a quella riduzione degli armamenti che le gioverebbe, in quanto le farebbe conservare l'attuale predominio, togliendole la preoccupazione di doverlo mantenere con rilevantissimi sacrifici economici e non soltanto economici.
Oggi essa deve con ogni sforzo costringere le sue tendenze spirituali, poiché quello spirito guerresco, invasore, prepotente, che si sviluppò potentissimo nei periodi in cui il suo sviluppo capitalistico incontrava forti resistenze nell'ambiente esterno, a misura che questa lotta si è attenuata si è venuto anche esso attenuando.
Nello sviluppo della borghesia in ogni singolo Paese si ripete un analogo fenomeno; non si suscitano in esso energie di resistenza all'avanzata proletaria finché la pressione proletaria, tendente a limitare il margine di profitto, non si fa sentire. In più largo campo, finché la conquista dei mercati è agevole e la saturazione di questi è lontana, l'azione può svolgersi pacificamente. È la resistenza all'invasione che determina i conflitti e sviluppa lo spirito combattivo.
Il militarismo tedesco non è in fondo che il prodotto naturale della resistenza inglese nel mercato mondiale alla potentissima industria tedesca in continuo e rapidissimo accrescimento. La conquista dei mercati europei è più lunga, difficile, costosa, e richiede troppi sacrifici, specie se per ottenerla si debba adoperare la forza delle armi. Più comoda e agevole riesce quella coloniale, che offre minima resistenza.
L'Inghilterra, estendendo la propria azione fuori dell'Europa, ha potuto senza eccessivi sforzi e sacrifici raggiungere l'attuale sviluppo. La Germania non ha colonie sufficienti alle sue energie produttive. Quasi ultima venuta tra le grandi Nazioni, ha dovuto contentarsi dei rimasugli coloniali, che i Paesi europei prima di essa progrediti le hanno lasciato, soprattutto tra questi l'Inghilterra.
Probabilmente, arrischiando una supposizione ardita, se avesse potuto trovare per sé un tale sbocco da essere sufficiente ad esaurire le ricche energie produttive delle sue industrie, che, così come è avvenuto per le altre Nazioni a produzione capitalistica, hanno un certo periodo per lo più breve di rapidissima e grandissima espansione, il suo sviluppo sarebbe stato pacifico.
In mancanza di nuovi mercati da creare, essa tende a strapparli a chi già li possiede col solo mezzo di cui si può disporre in tali casi, cioè la guerra, che non può svolgersi se non in Europa dal momento che questa ultima si è impadronita di tutto il resto del mondo, e che mira a colpire il maggiore suo ostacolo, cioè l'Inghilterra. L'impossibilità materiale di raggiungere questa direttamente, a causa della sua costituzione geografica, che richiede una potentissima flotta capace di abbattere la ultra potentissima che quella possiede, ha trascinato in ballo le altre Nazioni, che sono vittime indirette dell'immane duello.
Lo svilupparsi dell'industrialismo, in quanto quest'ultimo è prodotto di alta cultura e d'iniziativa, non può esistere isolato. Queste attitudini spirituali esplicatesi in altre attività umane portano alla esaltazione di altri fattori, politici, sentimentali, intellettuali, morali, che a loro volta esplicano la loro azione armonizzandosi con quella.
Nello scoppio di una guerra e nella sua determinazione, l'idealità delle rivendicazioni nazionali e quella della difesa della democrazia, il fatto storico della missione delle razze non sono che contorno e complemento, in parte dilettantismo letterario. In rapporto alle vere cause efficienti, queste ed altre fanno la medesima figura di quella mosca che, stando sul capo del bue che tirava l'aratro, diceva con sussiego: “Noi ariamo”.
Quale che sia l'esito della guerra, è naturale che ciascun gruppo vincitore vorrà, anzi dovrà cercare di ricavare dal mezzo estremo adoperato i più estremi frutti. Esso tenderà ad assicurarsi il dominio e ad impedire al vinto di oggi di divenire pericoloso pel domani.
Chi ha stabilito quei certi diritti di nazionalità, che secondo alcuni dovrebbero prevalere? Chi riuscirà a farli prevalere?
Nessuna meraviglia che si faccia paladina di questo diritto l'Inghilterra, che non avendo alcun dominio di terraferma in Europa, ha tutto l'interesse di creare per sé correnti di simpatia, favorendo certe sentimentalità di indipendenza nazionale. Se queste dovessero trionfare, aumenterebbe il numero dei piccoli Stati in Europa i quali non potrebbero da soli compromettere il suo predominio, né riuscirebbero mai a mettersi di accordo per sopraffare la Nazione che di ognuno favorì la formazione.
Non altrettanto pensarono ed agirono le potenze di terraferma, la cui borghesia, per ragioni che la critica scientifica socialista ha ampiamente delucidate, ha interesse vivissimo ad ingrandire la costituzione nazionale che giova alle sue finalità, senza alcuna preoccupazione di razza o di altre simili ideologie.
In tanto immane conflitto in quale modo partecipa il proletariato, che cosa può ottenere, o volere, o temere?
Si muti pure il destino degli attuali domini coloniali, le sue condizioni non muteranno, così come non muteranno se qualche altra provincia francese sarà annessa alla Germania, o se avverrà l'inverso, o se l'Italia abbia Trento e Trieste, o la Russia la Polonia tedesca e via.
Le differenze di costituzione politica tra Stato e Stato, nei relativi diritti del proletariato non sono tali che valga per esso la pena di offrire il proprio sangue. Non si tratta del pericolo di ritornare allo stato di schiavitù, che ormai non esiste neppure nei possessi coloniali.
I civilissimi borghesi europei non solo non la importano ma la distruggono ove la trovano ancora, perché dannosa al capitalismo, non perché sia barbara: di ciò essi poco si darebbero pena, come non si danno pena delle miserie e dei dolori della classe proletaria.
I proletari dunque, e per essi il partito socialista che ritiene di rappresentarne le idealità, si rinserrino nel loro egoismo di classe; ora e sempre essi devono opporsi contro questa guerra, che non minando in alcun modo gli attuali cardini della società non può essere per nulla loro utile.