Partito Comunista Internazionale Testi sulla guerra imperialista


Per farci intendere

(“Il Socialista”, n.28 del 3 dicembre 1914)

Scriviamo... per quelli che non vogliono sentire. Vogliamo ancora una volta soffermarci a confutare certe erronee considerazioni sul significato e sul valore dell'atteggiamento politico del Partito Socialista, ostinandoci a credere che fra i nostri avversari e i nostri accusatori ve ne siano ancora di quelli in buona fede.

Specialmente da quando colui che appariva l'alfiere del socialismo rivoluzionario italiano è divenuto fautore arrabbiato ed esaltato di un intervento militare, si seguita a confondere la nostra avversione alla guerra col quietismo pavido e meschino che è proprio della concezione e della tattica riformistica del socialismo. Neutralità è divenuto facile sinonimo di impotenza, e molti si compiacciono a ricercare le intime motivazioni dello attuale indirizzo del nostro partito nel desiderio di sfuggire a pericoli o responsabilità personali, nella preoccupazione di perdere il prestigio elettorale acquistato fra le masse. Così, invece di criticare le nostre ragioni, di addurne altre sostanziali a favore dell'intervento, molti nostri contraddittori si limitano a vituperarci con i sonori e ingiusti epiteti di inetti e vigliacchi.

È invece proprio all'anima intimamente rivoluzionaria del socialismo che si collega la sua posizione attuale e la sua campagna a favore della neutralità.

Dicemmo già come una interpretazione facilona e illogica di questa parola si prestasse a capovolgere interamente il significato del nostro atteggiamento.

Il dirci neutralisti, che è più che altro una maniera di farci chiaramente intendere, non autorizza nessuno a dedurre empiricamente che il partito socialista italiano intenda oggi rinunziare a qualcuna delle sue funzioni specifiche e delle sue responsabili attività. Dicemmo come per neutralità debba intendersi l'atteggiamento dello Stato monarchico e borghese sotto la pressione delle masse proletarie e delle correnti socialiste che non vogliono la guerra.

Quella posizione dello Stato borghese può, nei suoi riguardi, essere... antiestetica.... E che perciò? Agitandoci, ad esempio, per le vittime politiche, non tentiamo noi di imporre allo Stato il compimento di un atto che ne menomerà il prestigio?

Neutralità significa dunque per noi intensificato fervore socialista nella lotta contro lo Stato borghese, accentuarsi dell'antagonismo di classe, che è la vera fonte di ogni tendenza rivoluzionaria, e sul quale un'adesione del partito socialista alla guerra fatta dallo Stato porrebbe, tra la esultanza delle classi conservatrici, una pietra sepolcrale.

Che altre correnti convengano con noi nella neutralità, e che questa non dispiaccia alla chiesa, ai partiti conservatori, e alla stessa monarchia non muta affatto il carattere dell'atteggiamento socialista, poiché quelle tendenze disarmerebbero dinanzi alla proclamazione di una qualsiasi guerra, mentre invece la nostra resterà, sola domani come oggi, immutata nel suo significato di opposizione alla politica borghese, di negazione rivoluzionaria delle attuali istituzioni e delle perniciose e barbare loro conseguenze.

Il paludamento rivoluzionario di taluni intervenzionisti non va oltre la scorza. All'attuale grado di sviluppo della società, tenuti ben presenti i caratteri delle guerre moderne, non si può scorgere coincidenza tra la guerra fatta e condotta dallo Stato borghese e l'azione rivoluzionaria, senza ricorrere a paragoni che hanno un valore esclusivamente... futurista.

Si tenga bene presente che le correnti politiche che vorrebbero oggi spingere lo Stato alla guerra sono in grande maggioranza costituite da riformisti e democratici, e fanno capo a partiti che hanno una psicologia nettamente antirivoluzionaria. Questi partiti hanno infatti sempre deprecato l'inasprirsi della lotta di classe, hanno avversato l'intransigenza socialista, hanno rinnegata la necessità dell'impiego della violenza nelle competizioni sociali.

Se oggi questi partiti sono fautori della più aspra e più estesa violenza, che si esplica nella guerra, non è perché siano stati convertiti da un improvviso soffio rivoluzionario (ché in tal caso i rivoluzionari più autentici sarebbero i nazionalisti), ma perché appunto la guerra non implica la negazione delle istituzioni vigenti, non ha un contenuto di demolizione sovvertitrice, ma mette la violenza sotto la sanzione ufficiale degli organismi militari e delle autorità costituite, e il gesto del cittadino militarizzato, anche avendo l'epilogo nello spargimento di sangue, non è il frutto della psicologia ribelle dell'uomo che insorge contro una oppressione, ma è l'esplicazione di una obbedienza che lo avvicina allo schiavo e al bruto.

La guerra è conservazione! I “fasci di azione rivoluzionaria” che i pochi intervenzionisti transfughi del movimento socialista vorrebbero costituire, si muoveranno nel campo di una perpetua contraddizione,

Essi non raggiungeranno lo scopo di sollevare un'eco di entusiasmo eroico nelle masse, ma serviranno solo a rendere più facile l'azione del militarismo borghese quando questo, convertito più presto o più tardi alla guerra, crederà opportuno di trascinare quelle masse, soffocandone le proteste sotto il suo pugno di ferro, nel vortice sanguinoso della tiranna comunione nell'inutile sacrificio e nel crimine infecondo.