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La classe operaia e il nazionalismo irlandese

Parte prima, Il marxismo e la questione irlandese (Capitolo esposto a Genova nel maggio 2014): 1. Condizioni naturali e storia antica dell’Irlanda: Condizioni naturali - Geologia dell’isola - Il suolo e i raccolti - L’Irlanda antica; 2. La conquista inglese - Prima della Riforma protestante - La riconquista elisabettiana - Primo sollevamento nazionale - Lo sbarco di Cromwell - Durante le rivoluzioni americana e francese - 1801-1846: Il periodo dei piccoli contadini - 1846-1870: Sterminio per fame; 3. La questione irlandese nella Prima Internazionale

Nel 2013 si sono tenute a Dublino le celebrazioni del centenario della notoria Serrata, e a commemorazione dell’evento si sono scritti saggi, rappresentate opere teatrali e rievocazioni storiche, stampati francobolli, oltre a mostre d’arte, conferenze, ecc. Molte di queste cerimonie hanno ricevuto il sostegno, seppure esitante, di istituzioni e governo. Perché la Serrata del 1913-14, a dispetto della borghesia irlandese, non può essere ignorata: è ormai legata in modo inestricabile al “mito nazionale” dell’Irlanda.

Ma i socialisti di allora, ben informati al marxismo, pur partecipi alla lotta per l’indipendenza, non si davano quello scopo, ma di un’Irlanda “governata dalla classe operaia, nell’interesse della classe operaia”. Un profondo fossato separava quindi i loro scopi da quelli dei nazionalisti, che alla fine prevalsero. Per i borghesi la classe operaia avrebbe dovuto ripudiare il socialismo per tornare a prendere il posto che le spetta di umile servitore della nazione. Questo era nel programma del Sinn Fein, tanto che il suo capo, Arthur Griffiths, ad un certo momento della Serrata si sarebbe fatto sfuggire i suoi veri propositi: far trapassare tutti gli operai alla baionetta.

Che si continui a ritenere inevitabile mantenere dirigenti socialisti come Connolly e Larkin nel Pantheon del nazionalismo irlandese dimostra che la borghesia deve ancora oggi cercare di deviare il vero obiettivo del proletariato: un’Irlanda comunista.

All’epoca di Marx l’Irlanda stava all’Inghilterra come la Polonia alla Russia, e, potremmo aggiungere, come l’Algeria alla Francia: l’Irlanda e la Polonia avevano questo in comune, che la loro sottomissione era la base dei due grandi pilastri della reazione europea: in Inghilterra l’alleanza fra la grande proprietà fondiaria e la borghesia industriale, sul continente la Santa Alleanza.

Il dominio britannico è stato saccheggio e infamia. In Irlanda l’imperialismo inglese si manteneva solo con la forza dello stato d’assedio, che vi impedivano una rivoluzione sociale e l’espropriazione dei landlord. L’indipendenza dell’Irlanda era questione di vita o di morte per la grande maggioranza della popolazione irlandese.

Inoltre, le enormi ricchezze che la borghesia inglese ricavava dall’Irlanda le permettevano di corrompere una parte del proletariato inglese per indurlo a sostenere l’imperialismo e lo sciovinismo della propria borghesia. Il proletariato inglese si faceva così il puntello della borghesia inglese, come questa si appoggiava all’aristocrazia terriera. In questa situazione nessuna unità era possibile fra i lavoratori inglesi ed irlandesi, che tuttavia costituivano una grande parte del proletariato industriale in Gran Bretagna. Così per Marx l’indipendenza dell’Irlanda, o almeno la sua uscita dall’Unione ed una grande autonomia in seno ad uno Stato federale, avrebbe costituito la condizione per qualunque rivoluzione sociale in Inghilterra.

La sistemazione nazionale irlandese, nel 1921, alla fine della guerra di indipendenza con la firma del Trattato Ango-Irlandese, fu lungi dall’essere completa, tanto che lo scontro fra il partito favorevole al Trattato e quello contrario avrebbe alimentato due anni di guerra civile. Si può affermare che la questione nazionale non sarà risolta che nel 1937, quando il partito di De Valera, già rappresentante del partito ostile al Trattato, costituì una Repubblica a tutti gli effetti. O nel 1938, quando si concluse la “guerra economica”, per il non pagamento dei 3 milioni di sterline di debito accollato ai contadini irlandesi verso il governo inglese secondo i termini della riforma agraria, e quando l’Inghilterra restituì i diritti navali e militari in alcuni porti di Irlanda.

L’oppressione della nazionalità irlandese è perdurata nell’Ulster fino alla seconda metà del secolo scorso, estrema ultima viltà del decaduto militarismo imperialista della super-democratica borghesia britannica. La questione delle sei Contee ha fornito fino ai giorni nostri il pretesto per un infinito irredentismo, con la popolazione cattolica trattata come una sottoclasse, e l’unità con i correligionari cattolici del Sud la soluzione loro presentata a quella sottomissione. Così le braci del nazionalismo hanno continuato a covare, diventando fiamme durante gli anni dei “troubles”.

Dopo innumeri morti in una lunga e crudele guerra religiosa, la popolazione cattolica del Nord avrebbe infine ottenuto un certo numero di concessioni. I borghesi cattolici e nazionalisti del Nord hanno visto finalmente riconosciuta la loro parte nella gestione del potere, ammessi a pieno titolo nelle stanze del governo e ai riti democratici, riuscendo così a proteggere i loro interessi. Ma questo avrebbe anche necessariamente comportato il perpetuarsi e rafforzarsi del loro dominio sulla classe operaia, la fonte dei loro profitti. I proletari cattolici avrebbero scoperto che l’equiparazione ottenuta dai loro padroni cattolici dava loro pochi vantaggi e che avevano ancora tutto il loro mondo da conquistare.

Il trionfalismo protestante e l’aperto nazionalismo cattolico irlandese nel corso degli anni lentamente si è smorzato, insieme alle cause antiche di avversione tra le due comunità storiche del colonizzatore e del colonizzato, riducendosi a battute di spirito nei dibattiti allo Stormont, il Parlamento. Quello che rimane oggi della “milizia” religiosa appare oggi fuori moda, ridotta alla scelta dei percorsi delle sfilate e se e quando sventolare l’Union Jack. Ma il suo impiego per “dividere e governare” la classe operaia potrebbe essere resuscitato domani.

Anche in Ulster, che alla fine si unisca con il Sud, o continui a far parte del Regno Unito, o si affermi come entità statale separata, il compito dei comunisti si presenta sempre più univoco: l’affermazione di un partito internazionale, consapevole espressione della classe mondiale dei lavoratori. Tra la fine del 19° secolo e l’inizio del 20°, mentre il movimento nazionale assurgeva alla sua fase culminante, a quei primi marxisti irlandesi incombeva il compito di combattere i pregiudizi religiosi e unificare nel programma i partiti operai in Gran Bretagna e in Irlanda.

Riprendiamo quindi qui lo studio sulla questione irlandese, iniziando col confortare con maggiore apparato di citazioni di Marx e di Engels, quanto anticipato nei precedenti lavori del partito.

Nei capitoli successivi passeremo a più ampiamente documentare l’aspro cozzo fra le classi e i partiti nell’isola con l’imperialismo inglese dall’ultimo ventennio dell’Ottocento e fino alla Prima Guerra mondiale e alla ottenuta indipendenza dello Stato della borghesia irlandese. In particolare ci soffermeremo a descrivere l’onda crescente della lotta operaia in Irlanda, in particolare sulla Serrata di Dublino del 1913, lo sciopero più esteso e radicale che si sia mai visto nell’isola, un episodio chiave dello svolgersi della lotta internazionale tra borghesia e proletariato.

 

 

Parte prima
IL MARXISMO E LA QUESTIONE IRLANDESE

Capitolo esposto a Genova nel maggio 2014

1. Condizioni naturali e storia antica dell’Irlanda

Il primo scritto considerato, rinvenuto dallo scrupoloso lavoro di ricerca dei nostri compagni di lingua inglese, del quale alla riunione hanno dato lettura di alcune conclusioni essenziali, sono le bozze di una “Storia dell’Irlanda” cui Engels si dedicò fra il 1869 e il 1870 ma che poté ultimare solo nei suoi primi due capitoli, Condizioni Naturali e Irlanda Antica, spaziando dalle caratteristiche fisiche dell’isola alla sua storia fino alla sconfitta degli invasori vichinghi nella battaglia di Clontarf del 1014. Qui ne traduciamo pochi significativi estratti.

Condizioni naturali

«Fra l’Irlanda ed il resto di Europa si estende un’altra isola, tre volte più grande, che la chiude completamente a nord, ad est e a sud-est lasciando il passaggio solo in direzione della Spagna, della Francia occidentale e dell’America.

«Il canale che divide le due isole nei suoi passaggi più stretti a sud, di fronte al Galles, è largo da 50-70 miglia inglesi, e a nord, in corrispondenza della Scozia, 13 in un tratto, 22 nell’altro, attraverso i quali gli Scoti di Irlanda emigrarono nelle isole vicine per fondare il Regno di Scozia già prima del V secolo. A sud era troppo largo per le imbarcazioni degli irlandesi e dei britanni ed anche presentava seri ostacoli per le navi romane a fondo piatto. Ma il canale non fu più un ostacolo quando i frisoni, gli angli e i sassoni, e dopo di loro gli scandinavi, si avventurarono in alto mare, oltre la vista della terraferma, con i loro vascelli muniti di chiglia. L’Irlanda divenne oggetto delle scorrerie degli scandinavi e facile preda per gli inglesi. Appena i normanni formarono un forte ed accentrato governo in Inghilterra, si impose l’influenza della vicina isola più forte, che all’epoca significò una guerra di conquista (...)

«Una volta che l’isola maggiore fu infine unita in un singolo Stato, fu inevitabile che cercasse di inglobare totalmente anche l’Irlanda. Se questo fosse riuscito, diverso sarebbe stato il corso della storia. La storia è il proprio giudice, e non si può cambiare. Comunque sia, dopo sette secoli di lotte l’assimilazione è fallita; al contrario, se tutte le ondate di invasori che corsero l’Irlanda, una dopo l’altra, furono assimilati dall’Irlanda; se, ancora oggi, dopo un intero secolo di oppressione, gli irlandesi non sono più inglesi, né “britannici occidentali”, come vengono chiamati, di quanto i polacchi siano russi occidentali; se della lotta non si vede ancora la fine e non c’è alcuna possibilità che finisca se non tramite lo sterminio della RAZZA oppressa – se è così, allora tutte le giustificazioni geografiche del mondo non basteranno a provare che il destino dell’Inghilterra sia quello della conquista dell’Irlanda».

Geologia dell’isola

«Per comprendere le condizioni del suolo dell’Irlanda di oggi dobbiamo tornare molto addietro, fino all’epoca di formazione del cosiddetto sistema del carbonifero (...) Tutta la pianura centrale dell’Irlanda è il risultato di un denudamento tale che gli strati carboniferi con i sovrastanti depositi calcarei sono stati dilavati via».

Ne risulta che l’Irlanda si trova con poco carbone e di cattiva qualità. Engels conclude: «La sfortuna dell’Irlanda è quindi davvero antica: un paese, i cui depositi di carbone sono stati dilavati alla fine del Terziario, posto accanto ad altro più vasto che ne ha in abbondanza, era fin da allora condannato dalla natura a far da terra agricola per il futuro paese industriale; questa sentenza, pronunciata milioni di anni fa, non andò in esecuzione che in questo secolo: furono gli inglesi, aiutati dalla natura, a totalmente e violentemente calpestare ogni inizio di industria in Irlanda».

Il suolo e i raccolti

Engels smentisce la favola propagata dai fondiari irlandesi e dai borghesi inglesi che l’Irlanda non sarebbe atta alle coltivazioni ma solo all’allevamento, quindi solo a rifornire l’Inghilterra di carne e latticini, mentre gli irlandesi, senza pane, dovrebbero emigrare per far posto a vacche e pecore.

«Risulta che tutti i più autorevoli giudizi convengono che il suolo dell’Irlanda contiene tutti gli elementi della fertilità in un grado non comune, riguardo sia ai componenti chimici sia alla composizione fisica. Gli estremi – l’argilla colloide ed impermeabile, che non consente il drenaggio dell’acqua, e le sabbie incoerenti che non la trattengono per più di un’ora – non vi si trovano in alcun punto. Ma l’Irlanda ha uno svantaggio. Poiché le montagne si trovano per lo più lungo la costa (...) i fiumi non riescono a drenare tutte le precipitazioni al mare, e questo dà origine a vaste torbiere nell’interno (...) Ma tutte queste contengono in sé le sostanze per il loro recupero alla coltivazione» (...)

«Il più antico rapporto sul clima irlandese ci proviene dal romano Pomponius Mela (De situ orbis) del primo secolo a.C. Dice: “Oltre la Britannia giace Hibernium, quasi uguale a quella in estensione ma diversamente simile; di forma piuttosto allungata, con cieli avversi al maturare dei semi; ma abbondante di erbaggi non solo lussureggianti ma anche dolci, cosicché una piccola parte del giorno è sufficiente al bestiame per nutrirsi a sufficienza, e se non allontanati dal pascolo continuerebbero a pascolare fino a morirne».

«A guardare le cose con imparzialità, non distolti dalle grida interessate dei signori fondiari irlandesi e dei borghesi inglesi, troviamo che l’Irlanda dispone di terreni che per la qualità del suolo e del clima sono più adatti all’allevamento del bestiame, altri più adatti all’arativo, ed altri, la grande maggioranza ed ovunque, che sono ugualmente adatti ad entrambi.

«Rispetto all’Inghilterra, l’Irlanda nell’insieme è più adatta all’allevamento; ma la stessa Inghilterra è migliore della Francia per l’allevamento. Ne consegue che tutta l’Inghilterra dovrebbe trasformarsi in pascolo, che l’intera popolazione delle fattorie, tranne pochi pastori, dovrebbe essere trasferita nelle città o in America, per far posto al bestiame destinato alla Francia, in cambio di seta e vini? Ma questo è esattamente ciò che i signori fondiari irlandesi, desiderosi di accrescere le loro rendite, e la borghesia inglese, desiderosa di abbassare le paghe, stanno chiedendo all’Irlanda.

«Per di più la rivoluzione sociale che implicherebbe tale trasformazione da arativo a pascolo sarebbe molto più violenta in Irlanda che in Inghilterra. In Inghilterra, dove predominano le grandi fattorie e i braccianti sono stati ampiamente sostituiti dalle macchine, significherebbe sradicarne al più un milione; mentre in Irlanda, dove le piccole fattorie ed anche micro fattorie predominano, significherebbe sradicare quattro milioni di uomini, lo sterminio del popolo irlandese.

«È evidente che anche gli elementi naturali divengono questioni nazionali di contesa fra l’Inghilterra e l’Irlanda. Ma è altresì evidente che la pubblica opinione delle classi dominanti in Inghilterra – ed è solo questa che si conosce nel continente – muta per adattarsi ai propri interessi. Oggi l’Inghilterra ha improvvisamente bisogno di grano e senza problemi? ecco che l’Irlanda è fatta per crescere il grano; domani l’Inghilterra ha bisogno di carne? l’Irlanda non è buona allora ad altro che a pascolo per il bestiame. Cinque milioni di irlandesi sono con la loro semplice esistenza uno schiaffo in faccia a tutte le leggi della economia politica! Se ne devono andare, lasciamo che se ne vadano dove credano!»

La classe contadina irlandese era composta essenzialmente da piccoli agricoltori che versavano una rendita, in natura o in denaro, al proprietario, quasi sempre inglese. La trasformazione, imposta dai proprietari fondiari inglesi, di una parte delle terre coltivate in pascolo condusse alla carestia ed alla morte la grande parte della popolazione.

L’Irlanda antica

I ritrovamenti e i progressi della archeologia nel corso del secolo scorso hanno provato che non si riscontra nella antica popolazione dell’Irlanda una unica continuità etnica. Le ceneri provenienti da tre catastrofiche eruzioni del vulcano Hekja in Islanda ed accumulatesi nel nord delle isole britanniche impedirono o fortemente limitarono la crescita della vegetazione, con conseguente spopolamento. Gli effetti dell’eruzione del 2354 a.C. durarono nove anni e si ritiene coincidessero con la fine del neolitico e l’inizio dell’età del rame/bronzo. Le eruzioni dal 1154 a.C. durarono un decennio, che corrisponde alla fine dell’età del bronzo medio. I movimenti di popolazioni nella regione, come altri nell’Europa del Nord, possono collegarsi alle invasioni dei Popoli del Mare nel Mediterraneo. Nel 950 a.C. la devastazione avvenne alla fine dell’età del bronzo. La conquista dei celti, nell’età del ferro, legata a nuove forme di agricoltura e allevamento, fu facilitata dalle recenti distruzioni ed indebolimento della società, specialmente nelle sue classi dominanti.

La conquista celtica di Gaul, nel Sud della Britannia e dell’Irlanda ereditò importanti caratteristiche della precedente società: diritti delle donne, classe degli artigiani e dei druidi, che non esistevano nelle aree celtiche. Il popolamento nei millenni è risultato da parecchie ondate di immigrazioni di popoli diversi, ma quando gli irlandesi faranno la loro prima apparizione nella storia, costituiranno allora un popolo omogeneo di cultura celtica.

Dopo la conquista dell’Inghilterra, che fu terribile, dal V al VII secolo, da parte degli angli e dei sassoni che venivano dalla Danimarca, i celti furono respinti in Scozia e nel Galles. Nel medioevo i popoli celtici erano ripartiti tra la Scozia, il Galles, l’Irlanda e la Bretagna nella Francia di oggi.

L’Irlanda possiede una ricca letteratura, malgrado la perdita di gran parte di essa durante le guerre devastatrici condotte dall’Inghilterra dal XVI al XVII secolo. Sotto il dominio britannico solo una piccola parte di questi testi è potuta essere pubblicata, e probabilmente non la più interessante.

Riprendiamo a citare Engels.

«La cristianità deve essersi fatta strada in Irlanda assai presto, almeno sulla costa orientale. Altrimenti non si spiega il fatto che anche molto prima di San Patrizio così tanti irlandesi occupino un posto importante nella storia della chiesa» (...)

«In tutti gli scritti dell’alto Medioevo gli irlandesi sono chiamati scoti, ed il paese Scozia (...) Quella che oggi è la Scozia era chiamata Caledonia, un nome straniero, o Alba, Albania, quello originario; lo spostamento del nome Scotia, Scotland, alla estremità settentrionale dell’isola non ebbe luogo fino all’XI secolo. La prima grande ondata di emigrazione degli scoti irlandesi verso Alba si suppone sia avvenuta alla metà del III secolo. L’emigrazione ebbe luogo per la via marittima più breve (...) Intorno al 500 sopraggiunsero più consistenti bande di scoti. Questi gradualmente formarono un regno proprio, indipendente sia dall’Irlanda sia dai Pict. Nel IX secolo (...) formarono lo Stato al quale un 150 anni più tardi sarà dato per la prima volta il nome di Scotia».

«L’Irlanda era considerata in tutta Europa una culla della cultura, tanto che Carlomagno a Pavia assunse come insegnante un monaco irlandese, Albinio, poi seguito da un altro irlandese, Dungal. Del gran numero di studiosi irlandesi importanti al loro tempo ed oggi per lo più dimenticati il più grande, il “Padre” o, come Erdmann lo chiamò, il “Carlo Magno” della filosofia medioevale, è Johannes Scotus Eriugena. Secondo Hegel “fu quello da cui iniziò la vera filosofia” (...) Attraverso la sua traduzione dal greco degli scritti attribuiti a Dionisio l’Aeropagita, risalì alle prime espressioni della filosofia antica, la scuola Alessandrina Neoplatonica. I suoi insegnamenti osavano molto per il suo tempo: negò l’eternità della dannazione, anche per il diavolo, ed arrivò assai vicino al panteismo. Per questo la contemporanea ortodossia non esitava a calunniarlo.

«Alla fine dell’VIII secolo l’Irlanda era tutt’altro che abitata da una singola nazione. Un regno sovrano su l’insieme dell’isola esisteva solo in apparenza, e anch’esso non era affatto permanente. I re provinciali, il cui numero e territorio cambiavano continuamente, erano costantemente in guerra fra loro; anche prìncipi minori locali avevano i loro feudi. Nell’insieme, tuttavia, alcune leggi sembrano aver prevalso in queste lotte intestine, che portavano devastazione solo entro dati limiti, sicché il paese non ne soffrì eccessivamente.

«Ma le cose stavano per cambiare. Nel 795, pochi anni dopo la prima scorreria in Inghilterra di quel popolo di predatori, i normanni sbarcarono sull’isola di Rathlin, al largo di Antrim, e bruciarono ogni cosa. Nel 798 sbarcarono vicino a Dublino e dopo di allora sono ricordati ogni anno nelle cronache di una o più località come pagani, stranieri e pirati, mai senza l’aggiunta di losccadh (che incendiano). Il loro insediamento nelle Orcadi, le Shetland e le Ebridi serviva loro di base per le operazioni contro l’Irlanda, così come contro la Scozia, e l’Inghilterra».

Queste invasioni continuarono, con alterni successi, fino alla famosa battaglia di Clontarf, non lontano da Dublino, del 23 aprile 1014, dove i vichinghi subirono una sanguinosa disfatta da parte delle truppe irlandesi. Questa battaglia decisiva mise fine definitivamente alle scorrerie vichinghe.

 

2. La conquista inglese

Qui purtroppo si interrompe la “Storia” di Engels, ma possiamo appoggiarci ad un Rapporto sulla questione irlandese che tenne Marx il 16 dicembre 1867 presso la Società di Educazione degli Operai Tedeschi a Londra (i “migranti” di allora), del quale abbiamo un resoconto schematico.

Prima della Riforma protestante

L’invasione inglese iniziò nel 1169. «Nel 1172 Enrico II conquistò meno di un terzo dell’Irlanda. Era un regalo di papa Adriano IV, un inglese. Un 400 anni più tardi un altro papa, sotto Elisabetta, nel 1576, Gregorio XIII, revocò quel dono agli inglesi. La capitale era Dublino. Mescolanza dei common colonists con gli irlandesi, e dei nobili anglo-normanni con i capi irlandesi. Comunque la guerra di conquista fu condotta, all’inizio, come contro i pellirossa. Nessun rinforzo armato fu inviato in Irlanda fino al 1565 (Elisabetta)».

Nei secoli XIV e XV si assiste ad un rinnovamento della società irlandese: l’economia si sviluppava, la cultura celtica fioriva e gli antichi conquistatori inglesi finirono per assimilarsi alla popolazione nativa tramite matrimoni ed adottando la lingua celtica.

La riconquista elisabettiana

La monarchia britannica si rese conto che la situazione le stava sfuggendo. I Tudor nel XVI secolo – da Enrico VIII ad Elisabetta I – iniziarono la riconquista dell’isola che si completerà nel 1609. Espulsione in massa dei contadini dalla terra nell’Ulster e nel Munster e loro sostituzione con coloni inglesi. Situazione particolarmente dura per la popolazione nativa che non poteva più possedere la terra né affittarla dai coloni e nemmeno lavorarvi a giornata.

«Elisabetta. Il piano era di sterminare gli irlandesi almeno fino al fiume Shannon, per prendere la loro terra ed impiantare coloni inglesi al loro posto, ecc. Nelle battaglie contro Elisabetta anche gli anglo-irlandesi cattolici [cioè i primi conquistatori inglesi, detti i “vecchi inglesi”, che avevano assimilato i costumi e la lingua dei nativi] combatterono insieme ai nativi contro gli inglesi. Far pulizia nell’isola dei nativi e riempirla di leali inglesi. Riuscirono solo ad impiantare una aristocrazia terriera».

«In Irlanda, oltre quello di “convertire”, lo scopo manifesto era trovare un pretesto per il saccheggio. La “Riforma”, fin dall’inizio, portava il marchio del saccheggio, ma in Irlanda fu solo saccheggio. In Irlanda “Bess” [Elisabetta] lasciò che si perpetrassero massacri in grande scala, saccheggi e macelli senza fine. Inviò in Irlanda quegli stessi pastori i cui successori vi rimangono ancor oggi. La spada sempre insanguinata assicurerà loro la decima e la terra. In Inghilterra, essa fu costretta a promulgare la legge per i poveri (nel 43° anno del suo regno), ma concederà ai saccheggiatori un regime per il quale l’“Inghilterra era un luogo ove si potevano levare le armi per inviarle a battersi in Irlanda per i suoi interessi”. Ed era proprio “il permesso di saccheggio che attirava questi armati inglesi”» (Marx, Estratti da “Note Etnografiche, 1883”).

Primo sollevamento nazionale

Nel 1641 una grave crisi agraria provocò una carestia. In questo contesto di crisi economica e di fame un gruppo di piccoli nobili tentò di impadronirsi dei punti strategici in vista di liberare l’Irlanda, il che suscitò una sollevazione generale. Al fine di recuperare le terre i contadini irlandesi attaccarono i coloni, che furono uccisi o espulsi. La nobiltà irlandese prese allora la direzione del movimento per la liberazione nazionale e trasformò l’insurrezione contadina in una vera guerra. Fecero finire gli attacchi contro i coloni e formarono un governo nazionale: la Confederazione Irlandese. Marx parla di “prima rivolta nazionale” e di “rivoluzione”.

La guerra civile portò una situazione favorevole alla popolazione irlandese. La Confederazione in un primo tempo cercò di ottenere un riconoscimento di autonomia da parte del re d’Inghilterra, poi nel 1646 dichiarò la sua indipendenza e cercò di liberare tutta l’isola. In questo periodo i contadini recuperarono la metà delle terre colonizzate. Nello stesso tempo la costituzione della Confederazione dichiarò la libertà di coscienza e di religione su tutto il territorio irlandese, il che all’epoca ne faceva la costituzione più avanzata al mondo.

Lo sbarco di Cromwell

Questa seconda completa riconquista dell’Irlanda da parte delle truppe di Cromwell fu di una ignominia e di una crudeltà senza fine. La classe dominante inglese – essenzialmente i grandi proprietari fondiari, ma anche i banchieri e gli industriali – mostrò tutta la sua bestialità e ferocia. Nel 1649 Cromwell sbarcò alla testa delle truppe ed organizzò il massacro. A differenza di Napoleone che – benché imperialista – esportava la Rivoluzione francese sul continente europeo abolendo i privilegi feudali ed introducendo una legislazione borghese tendente a sviluppare un ambiente favorevole alla grande industria, l’imperialismo di Cromwell difendeva unicamente gli interessi della borghesia terriera inglese, e secondariamente di quella industriale, rovinando ogni industria in Irlanda.

Fu un genocidio: fra un terzo e la metà della popolazione fu massacrato. William Petty, il primo demografo e statistico, scriveva che almeno 400.000 irlandesi furono uccisi, ma che potevano essere anche più di 600.000, dei quali due terzi erano civili. Prima del genocidio la popolazione irlandese era stimata in 1.500.000 abitanti.

In una lettera a Jenny Longuet del 24 febbraio 1881 Engels così descrive la riconquista dell’Irlanda e dice quel che pensa del giudizio di uno sciovinista inglese che paragonava l’Irlanda dei tempi di Cromwell alla Vandea durante la rivoluzione francese: «L’Irlanda era cattolica, la protestante Inghilterra repubblicana, da qui Irlanda Vandea dell’Inghilterra. C’è tuttavia la piccola differenza che la Rivoluzione francese intendeva dare la terra al popolo, mentre che il Commonwealth inglese intendeva in Irlanda togliere la terra al popolo. Ogni riforma protestante, come ben sa ogni studioso di storia (...) era un piano generale di confisca di terre. All’inizio furono prese le terre dalla chiesa. Poi i cattolici, ovunque i protestanti erano al potere, furono dichiarati ribelli e le loro terre confiscate».

Allo sterminio dei cattolici, cioè del popolo irlandese, si aggiunse che 100.000 donne e bambini, fra i 10 e i 14 anni, furono venduti come schiavi nelle colonie inglesi d’America (vedi “White cargo” di Don Jordan e Michael Walsh).

La soggezione dell’Irlanda rinforzava lo strato più reazionario e infame fra la borghesia inglese: i proprietari fondiari. E Cromwell, lungi da servire la rivoluzione, rafforzava la reazione nella stessa Inghilterra. La sanguinaria e spietata sottomissione dell’Irlanda sarà pagata a prezzo della Repubblica in Inghilterra. Rinforzando la potenza economica dei proprietari fondiari inglesi gettava le basi della restaurazione: alla morte di Cromwell fu ristabilita la Camera dei Lord e con essa la monarchia. Marx, in una lettera a Ludwig Kugelman del 29 agosto 1869 scriveva: «In realtà la Repubblica inglese sotto Cromwell fu sconfitta a causa dell’Irlanda».

Nel 1688 il nuovo re d’Inghilterra Giacomo II fu rovesciato. Cercò di recuperare il trono sbarcando in Irlanda e cercando l’appoggio della nobiltà anglo-irlandese. Dopo la sua sconfitta per opera del Principe Guglielmo d’Orange – suo nipote e sposo della figlia – la classe dominante inglese completò la pauperizzazione e l’assoggettamento della popolazione e il controllo totale dell’economia irlandese.

Furono applicate nuove discriminazioni nei confronti dei cattolici e tutte le terre e le poche industrie restanti furono date ai grandi proprietari fondiari inglesi e ad avventurieri di ogni genere – commercianti, industriali, uomini d’affari, ecc. Inoltre il commercio diretto fra l’Irlanda ed i paesi stranieri fu totalmente proibito: l’Inghilterra divenne il solo sbocco e dove si decidevano i prezzi. La tessitura della lana pure fu proibita. In una parola l’Irlanda divenne totalmente una colonia, come erano l’America ed il Sudafrica, ma a condizioni ancora peggiori. Questa situazione di soggezione economica spiega perché più tardi alcuni borghesi protestanti dell’Ulster, benché di origine inglese, si unissero alla lotta per l’indipendenza dell’Irlanda.

Nel 1640 i nativi e gli inglesi di antica immigrazione detenevano il 60% delle terre; nel 1660 non più dell’8-9%.

Durante le rivoluzioni americana e francese

Allo scoppio della rivoluzione americana i cattolici, cioè i tre quarti della popolazione irlandese, erano privi di ogni diritto. Il parlamento “irlandese”, come in Inghilterra, era costituito da due camere: la Camera dei Lord, i cui membri erano presi nel seno dell’aristocrazia fondiaria, tutti di origine inglese, e la Camera dei Comuni eletta dai protestanti, che nella loro schiacciante maggioranza erano di origine inglese.

Marx, nel discorso agli operai tedeschi del 1867 fa una descrizione esauriente della situazione irlandese dell’epoca.

«Sotto Guglielmo III la classe venuta al potere voleva solamente fare soldi, e l’industria irlandese fu soppressa al fine di obbligare gli irlandesi a vendere le loro materie prime all’Inghilterra a non importa qual prezzo. Sotto la regina Anna, con l’aiuto della legge penale protestante, la nuova aristocrazia ebbe ogni libertà di azione. Il parlamento irlandese era uno strumento di oppressione. I cattolici non erano autorizzati ad occupare un posto di funzionario, non potevano possedere terre, non gli era permesso di fare testamento né di ricevere in eredità; essere un vescovo cattolico era considerato alto tradimento. Tutto per spogliare gli irlandesi delle loro terre.

«Tuttavia il 50% dei discendenti inglesi nell’Ulster erano restati cattolici. La popolazione era spinta nelle braccia del clero cattolico, che quindi diveniva molto potente. Tutto quello che riuscì al governo inglese fu di impiantare una aristocrazia in Irlanda. Le città costruite dagli inglesi erano divenute irlandesi. È per questo che vi sono tanti nomi inglesi fra i feniani».

Il vento rivoluzionario proveniente dall’America, poi dalla Francia, arrivò nell’isola. I cattolici, che fino allora supplicavano per una attenuazione della legge protestante, alzarono la testa e fecero sentire la loro voce. I protestanti stessi, finora considerati dal governo britannico come loro carcerieri e servitori, chiesero maggiore autonomia e soprattutto la libertà di commercio: lo statuto coloniale dell’isola impediva i loro commerci e soprattutto soffocava ogni sviluppo industriale. E questa questione era per sua natura di interesse nazionale.

Gli irlandesi si risolsero a proibire l’importazione e il consumo dei prodotti industriali inglesi, misura presto adottata in tutta l’isola.

La situazione internazionale era favorevole ad un movimento di emancipazione nazionale: l’Inghilterra si trovava in guerra prima con l’America poi con la Francia ed era anche minacciata da una invasione francese. Questa situazione l’indeboliva e l’obbligava a ritirare guarnigioni dall’Irlanda.

Il movimento rivoluzionario in Irlanda si approfondiva e chiariva i suoi rapporti di classe in seno alle comunità e si liberava degli elementi più conservatori e reazionari. Questo sfociò nel 1791 nella formazione della Società degli Irlandesi Uniti, che accoglieva sia cattolici sia protestanti.

«A partire da questo momento, il movimento dei Volontari si fuse con quello degli Irlandesi Uniti. La questione cattolica si trasformò in quella del popolo irlandese. La questione non era più di restituire i diritti alla classe superiore e media dei cattolici, ma di emancipare i contadini irlandesi, che erano in grande maggioranza cattolici» (Marx, “Ireland from the American Revolution to the Union of 1801”).

In queste condizioni l’Inghilterra allentò la sua stretta e fu costretta ad alcune concessioni. Engels scrive in merito in una lettera a Jenny Marx: «Abolizione della legge penale! La maggior parte fu abolita non nel 1793 ma nel 1778, quando l’Inghilterra era minacciata dalla sollevazione della Repubblica Americana, e la seconda soppressione nel 1793, quando la Repubblica Francese divenne una minaccia e l’Inghilterra aveva bisogno di tutti i soldati che poteva richiamare per combatterla!».

In questo periodo l’industria irlandese conobbe un nuovo slancio e la situazione materiale della popolazione migliorava. La legge nei confronti dei cattolici fu ammorbidita, si concesse loro l’affitto delle terre. Una riforma permetterà agli irlandesi di tornare a detenere il 20% delle terre.

I rivoluzionari organizzati in Convenzione e nella Società degli Irlandesi Uniti progettavano di sciogliere il parlamento con la forza, di prendersi l’indipendenza e di proclamare la repubblica.

In appoggio alla rivoluzione irlandese il 15 dicembre 1796 una flotta francese di 45 navi con 13.400 soldati salpò da Brest, ma una terribile tempesta ne impedì lo sbarco e fece fallire l’operazione. Il 21 giugno 1798, senza l’aiuto francese (Napoleone stava combattendo l’Inghilterra... in Egitto), gli Irlandesi Uniti lanciarono l’insurrezione per la repubblica con centro Dublino. Decine di migliaia di uomini in armi si sollevarono. Ma, a giudizio di Marx, «i contadini non erano ancora maturi».

Tuttavia le autorità, avvisate da informatori, imposero la legge marziale e decapitarono in anticipo gran parte dell’organizzazione arrestandone i principali capi. Per mancanza di coordinamento e di centralizzazione, l’insurrezione fallì e presto fu ovunque violentemente schiacciata.

Ristabilito l’ordine, il governo inglese ritirerà tutto quello che era stato costretto a concedere e la legge inglese, cioè la vendetta controrivoluzionaria, fu applicata con rigore con l’appoggio dello stato d’assedio. Il parlamento fu sciolto ed imposta l’Unione con la Gran Bretagna.

In conclusione riportiamo questo passaggio di una lettera di Marx ad Engels del 10 dicembre 1869: «Questo periodo – 1779-1800 – è del più grande interesse, scientifically e drammatically. Prima le porcherie degli inglesi del 1588-1589 ripetute (forse anche moltiplicate) nel 1788-1789. Secondo, entro il movimento irlandese stesso è facilmente dimostrabile un movimento di classi. Terzo, l’infame politica di Pitt. Quarto, e questo darà molta noia ai signori inglesi, la prova che l’Irlanda fallì perché, in fact, from a revolutionary standpoint, gli irlandesi erano troppo avanzati per l’English King and Church mob [plebaglia attaccata al re e alla chiesa], mentre d’altra parte, la reazione inglese in Inghilterra era radicata (come ai tempi di Cromwell) nel soggiogamento dell’Irlanda. Questo periodo deve essere illustrato per lo meno in un capitolo. John Bull messo alla gogna».

1801-1846: Il periodo dei piccoli contadini

L’Unione imposta, la libertà di commercio soppressa, azzerata l’industria che si era sviluppata dal 1778 al 1801 e l’Irlanda di nuovo trasformata in una nazione puramente agraria, costituita in maggioranza di piccoli contadini che dovevano prendere in affitto la terra da un pugno di landlord inglesi, 8.000-9.000 grandi proprietari fondiari che possedevano tutte le terre agricole.

Afferma Marx nella conferenza agli immigrati tedeschi: «Durante la guerra d’indipendenza americana la morsa si era un po’ allentata. Durante la Rivoluzione francese v’erano state altre concessioni. L’Irlanda insorse così risolutamente che il suo popolo minacciava di prevalere sugli inglesi. Il governo inglese li spingeva alla ribellione ed impose l’Unione tramite la corruzione. L’Unione portò un colpo mortale alla rinata industria. In una occasione Meagher disse: “tutti i rami dell’industria irlandese sono stati distrutti, e ci rimane solo la costruzione delle bare”. Divenne una necessità vitale disporre di un pezzetto di terra. I grandi proprietari fondiari affittavano la terra agli speculatori; la terra passava così da 4-5 intermediari prima di arrivare al contadino, ad un prezzo così sproporzionatamente elevato. La popolazione agraria viveva di patate ed acqua; il grano e la carne erano spediti in Inghilterra; la rendita finiva a Londra, Parigi e Firenze. Nel 1836 i proprietari assenteisti inviarono all’estero 7 milioni di sterline. Insieme ai prodotti e alla rendita era esportato anche il letame, ed il suolo si impoveriva. La carestia scoppiava qua e là, ma è con la malattia della patata del 1846 che la fame fu generale: morirono di fame in un milione. La malattia della patata, causata dall’impoverimento del suolo, fu una conseguenza della dominazione inglese».

L’Irlanda fu sottomessa e trasformata in una nazione puramente agricola a vantaggio dell’industria britannica e dei landlord, che potevano sfruttare senza pietà gli affittuari. Scrive Engels in “L’Inghilterra nel 1845 e 1885”: «La libertà di commercio significava adattare tutta la politica finanziaria e commerciale interna ed estera dell’Inghilterra agli interessi dei capitalisti industriali, classe che agiva ormai in nome della nazione. E questa classe si mise attivamente all’opera. Ogni ostacolo alla produzione industriale era eliminato senza pietà. Le tariffe doganali ed il sistema fiscale furono sconvolti. Tutto si trovò subordinato ad un unico scopo, ma della massima importanza per i capitalisti industriali: ridurre il prezzo delle materie prime e, in particolare, dei mezzi di esistenza della classe operaia, riduzione della spesa per le materie prime e mantenimento ad un basso livello, o abbassamento, dei salari. L’Inghilterra era chiamata a divenire la “fabbrica del mondo”: gli altri paesi dovevano essere per l’Inghilterra quello che era l’Irlanda: uno sbocco per i suoi prodotti industriali, una fonte di materie prime e di derrate. L’Inghilterra, gran centro industriale in un mondo agricolo, il sole industriale attorno al quale girava un numero crescente di satelliti produttori di grano e di cotone. Che magnifica prospettiva!».

Ecco svelata la bellezza dello sviluppo capitalistico!

Ma i contadini irlandesi non si lasciarono schiacciare senza resistenza: si erano formate delle associazioni di contadini che organizzavano, quando possibile, spedizioni per liquidare i landlord ed i loro accoliti.

I contadini irlandesi, benché i più miserabili e sfruttati di Europa, assumevano collettivamente degli insegnanti al fine di dare una educazione ai figli. Per evitare che l’educazione restasse in mani irlandesi nel 1831 il governo inglese introdusse in Irlanda un sistema scolastico aperto ai cattolici e ai protestanti. «Quella scuola veramente nazionale non conviene agli inglesi: per sopprimerla è stata inventata questa parvenza di scuola» (Engels a Jenny Longuet, 24 febbraio 1881).

1846-1870: Sterminio per fame

L’intenso sfruttamento dell’Irlanda portò all’impoverimento del suolo e favorì la diffusione di una malattia della patata, la peronospora, parassita che ne distrusse quasi completamente la coltura locale, alimento base del contadiname. Ne conseguì una disastrosa carestia che, nella sua fase acuta, durò quattro anni dal 1845 al 1852: nel 1841 l’Irlanda contava 8.175.124 abitanti; al 1851 un milione era emigrato, un milione e mezzo era morto di fame.

Ma di derrate ve n’erano. Ai Comuni fu riferito che nei primi tre mesi della carestia, fino a febbraio 1846, 3.280 tonnellate di grano, 35.600 tonnellate di orzo e 12.700 tonnellate di avena e farina d’avena erano state esportate in Inghilterra. Dopo questa data le esportazioni continuarono allo stesso ritmo, ad arricchire i landlord.

Si aggiunse nel 1846 la soppressione della inglese “Corn Law“, che assicurava all’Inghilterra la protezione alla importazione dei cereali. Abolito questo monopolio l’America poté esportare il suo grano in Inghilterra; ma il piccolo contadino irlandese non poteva reggere alla concorrenza della grande agricoltura meccanizzata americana. I landlord, che videro con l’abolizione della “Corn Law” crollare le loro rendite, si misero ad espellere con la forza armata i contadini per sostituirli con montoni, bovini e maiali, per la produzione di carne. Non restò ai contadini che morire di fame, o emigrare verso l’America, se ancora ne avevano i mezzi, o a sollevarsi contro l’oppressione britannica e sterminare i grandi proprietari fondiari.

Passiamo la parola a Marx che ne “Il Capitale” descrive la trasformazione agraria e sociale che ne seguì (Sezione VII, capitolo 23.5, Illustrazione della legge generale dell’accumulazione capitalistica; Irlanda).

«L’Irlanda in meno di 20 anni perdette più di cinque sedicesimi della sua popolazione. La emigrazione complessiva irlandese ammontò dal maggio 1851 al luglio 1865 a 1.591.487 unità; l’emigrazione durante gli ultimi cinque anni 1861-1865 a più di mezzo milione. Il numero delle case abitate dal 1851 al 1861 è diminuito di 52.990.

«Dal 1851 al 1861 il numero dei fondi affittati da 15-30 acri è aumentato di 61.000, quello dei fondi affittati da più di 30 acri [1 acro = 0,4 ha] di 109.000, mentre il numero complessivo di tutte le affittanze è diminuito di 120.000, diminuzione dovuta dunque esclusivamente all’eliminazione delle affittanze al di sotto dei 15 acri, ossia alla loro centralizzazione. Nell’insieme, la diminuzione della massa della popolazione fu accompagnata naturalmente da una diminuzione della massa dei prodotti» (...)

«Lo spopolamento ha sottratto alla coltivazione molta terra, facendo diminuire fortemente i prodotti del suolo (Il prodotto diminuisce anche relativamente per acro: non si dimentichi che l’Inghilterra da un secolo e mezzo ha indirettamente esportato il suolo irlandese, non concedendo ai suoi coltivatori nemmeno i mezzi per reintegrare i nutrienti costitutivi del suolo). L’allevamento del bestiame, malgrado l’estensione delle superficie, ha visto in alcuni suoi rami una diminuzione assoluta, in altri un progresso quasi insignificante, interrotto da costanti regressi.

«Nonostante la caduta della popolazione totale, le rendite fondiarie e i profitti dei fittavoli sono costantemente saliti» (...)

«Il capitale complessivo dell’Irlanda investito al di fuori dell’agricoltura, nell’industria e nel commercio, si è accumulato lentamente durante gli ultimi due decenni e con fluttuazioni costanti e forti. Con tanta maggiore rapidità si è sviluppata invece la concentrazione delle sue parti costitutive individuali. Infine, per quanto esiguo il suo aumento assoluto, esso aveva avuto, relativamente, in proporzione del numero della popolazione molto ridotto, un forte aumento.

«Qui dunque si svolge, su larga scala e sotto i nostri occhi, un processo come l’economia ortodossa non poteva augurarselo migliore a conferma del suo dogma secondo cui la miseria nasce dalla sovrappopolazione assoluta e l’equilibrio viene ristabilito mediante lo spopolamento» (...)

«La carestia abbatté nel 1846 in Irlanda più di un milione di uomini, ma soltanto poveri cristi. Non pregiudicò minimamente la ricchezza del paese. L’esodo ventennale che le seguì e che ancora aumenta non decimò affatto, come ad esempio la guerra dei Trent’anni, i mezzi di produzione assieme agli uomini. Il genio irlandese escogitò un metodo nuovissimo per far volar via d’incanto una popolazione povera a mille miglia dalla scena della sua miseria. Gli emigrati che si sono trasferiti negli Stati Uniti mandano a casa ogni anno delle somme di denaro che sono il costo del viaggio per coloro che sono rimasti. Ogni scaglione che emigra quest’anno, se ne tira dietro un altro l’anno prossimo. In tal modo, invece di causare spese all’Irlanda, l’emigrazione costituisce uno dei rami più proficui del suo commercio di esportazione. Essa è, infine, un processo sistematico che non si limita a creare vuoti transitori nella massa della popolazione, ma ne pompa annualmente un numero di uomini maggiore di quello che è reintegrato dalle nuove generazioni, cosicché il livello assoluto della popolazione scende di anno in anno.

«Quali sono state le conseguenze per i rimasti, per gli operai d’Irlanda liberati dalla sovrappopolazione? Eccole: la sovrappopolazione relativa è eguale oggi a quella che si aveva prima del 1846, cosicché i salari sono bassi come prima e la durezza del lavoro è aumentata; la miseria nelle campagne risospinge a una nuova crisi. Le cause sono semplici. La rivoluzione nell’agricoltura è proceduta di pari passo con l’emigrazione. La produzione della sovrappopolazione relativa è stata anche più rapida dello spopolamento assoluto.

«La trasformazione della coltivazione della terra arabile in pascolo non può non avere in Irlanda un effetto anche più aspro che in Inghilterra. Qui le coltivazioni ortive aumentano con l’aumento dell’allevamento del bestiame, là diminuiscono. Mentre vaste estensioni di campi prima coltivati ora sono lasciate incolte o trasformate in erbai permanenti, gran parte del suolo già sterile e abbandonato e il terreno torboso serve all’estensione dell’allevamento del bestiame. I fittavoli piccoli e medi — fra di essi comprendendo tutti coloro che non coltivano più di 100 acri — costituiscono tuttora all’incirca gli otto decimi del numero complessivo. Essi sono schiacciati sempre più dalla concorrenza dell’agricoltura esercitata capitalisticamente: e perciò forniscono costantemente nuove reclute alla classe dei salariati.

«All’unica grande industria dell’Irlanda, la fabbricazione del lino, occorrono relativamente pochi uomini adulti, e in genere si può dire che essa occupa, malgrado la sua espansione dopo il rincaro del cotone nel 1861-66, solo una parte relativamente insignificante della popolazione. Come ogni altra grande industria, quella del lino, a causa delle continue oscillazioni, produce costantemente entro la propria sfera una sovrappopolazione relativa, anche se la massa umana che assorbe aumenta in assoluto. La miseria della popolazione rurale costituisce il piedistallo di gigantesche fabbriche di camicie ecc., il cui esercito operaio è disseminato per la maggior parte nelle campagne. Ritroviamo qui il sistema di lavoro a domicilio che abbiamo già descritto, e che nel pagamento al di sotto del minimo e nell’eccesso di lavoro possiede i suoi mezzi metodici per “mettere in esubero” gli operai.

«Infine lo spopolamento, benché non abbia le stesse conseguenze devastanti che in un paese a produzione capitalistica sviluppata, non manca di provocare ripercussioni sul mercato interno. Il vuoto creato dall’emigrazione restringe non soltanto la domanda locale di lavoro, ma anche le entrate dei piccoli bottegai, degli artigiani, dei piccoli industriali, ecc., cioè della piccola borghesia» (...)

«In passato i lavoratori agricoli finivano per far tutt’uno coi piccoli fittavoli e per lo più costituivano semplicemente la retroguardia delle affittanze medie e grandi, nelle quali trovavano occupazione. Soltanto a partire dalla catastrofe del 1846 avevano cominciato a costituire una frazione della classe dei salariati puri e semplici, un ceto particolare che è ormai legato ai propri padroni soltanto da rapporti di denaro» (...)

«Lord Dufferin dichiara che in Irlanda vi sono ancora troppi irlandesi e che la fiumana dell’emigrazione scorre troppo lentamente. Per essere pienamente felice l’Irlanda dovrebbe disfarsi ancora per lo meno di un terzo di milione di contadini (...) La prova è presto fatta (...) Dal 1851 al 1861 la centralizzazione ha distrutto maggiormente le affittanze delle prime 3 categorie, da un acro a quindici, sono queste che devono scomparire per prime. Ne risultano 307.058 fittavoli in eccesso, e, calcolando per famiglia la bassa media di quattro teste, vi sarebbero attualmente 1.228.232 “sovrannumerari”. Con la stravagante supposizione che un quarto di essi sia di nuovo assorbibile a rivoluzione agricola avvenuta, rimangono destinati all’emigrazione 921.174 uomini. Le categorie 4, 5 e 6, superiori ai quindici acri e non oltre i cento, come tutti sanno in Inghilterra, sono incompatibili con la cerealicoltura capitalistica e non sono nemmeno da contare per l’allevamento degli ovini. Date le premesse, se ne deve andare un altro contingente di 788.761 individui; in totale 1.709.932. E, comme l’appetit vient en mangeant, i grossi terrieri presto non mancheranno di scoprire che l’Irlanda, con tre milioni e mezzo di abitanti, è ancor sempre miserabile, e miserabile perché sovraccarica di irlandesi. Bisogna quindi spopolarla affinché adempia alla sua vera missione, che è quella di formare un immenso pascolo, un erbaggio abbastanza vasto per soddisfare la fame divorante dei suoi vampiri inglesi.

«Questo metodo redditizio ha, come ogni cosa buona di questo mondo, il suo inconveniente. Con l’accumulazione della rendita fondiaria in Irlanda procede di pari passo l’accumulazione degli irlandesi negli Stati Uniti. L’irlandese cacciato dai buoi e dai montoni riappare al di là dell’Atlantico nella forma di feniano».

Aggiungiamo qui da una lettera di Marx ad Engels del 8 novembre 1867:

«Come l’Inghilterra conduce la cosa è evidente dalle “Statistiche Agrarie” di quest’anno uscite pochi giorni fa. Ed anche la questione degli sfratti. Il Viceré in Irlanda, Lord Abercorn, ha “ripulito” i suoi possedimenti nelle scorse settimane sfrattando con la forza migliaia di uomini. Fra questi erano dei ricchi affittuari, anche le migliorie e gli investimenti dei quali sono stati così confiscati! In nessun paese europeo la legge sugli stranieri prevede questa forma di espropriazione diretta in massa della popolazione. I russi confiscano solo per motivi politici; i prussiani nella Prussia occidentale pagano [ciò che espropriano]».

La rivoluzione agraria ha implicato una diminuzione del numero dei piccoli contadini, benché questi ultimi restassero ancora maggioritari, ed un aumento delle fattorie di maggiore estensione, in particolare più di 30 acri e quindi l’apparizione di una borghesia contadina capace di impiegare uno o due operai agricoli, come più tardi in Russia con i kulachi, e nello stesso tempo il formarsi di un proletariato agricolo.

Questa terribile situazione determinava un fermento rivoluzionario fra i contadini, soprattutto piccoli e medi, e nel proletariato agricolo. Il movimento dei feniani, ai quali fa allusione Marx, che dirigevano la lotta contro i colonizzatori inglesi, aveva avuto origine fra gli irlandesi emigrati negli Stati Uniti, ma il movimento era radicato nella massa della popolazione irlandese, cioè fra i contadini. Questo movimento dovette essere ateo perché la Chiesa in un primo tempo l’aveva condannato, per ravvedersi quando si rese conto che rischiava di perdere ogni influenza sulle masse contadine. A differenza dei precedenti movimenti contadini, che avevano preso a guida naturale l’aristocrazia irlandese, o la borghesia, i feniani ignoravano l’autorità della Chiesa e della classe dominante irlandese, ed erano prima di tutto un movimento popolare.

Riportiamo qui un lungo testo di Engels che fa un riassunto storico delle lotte condotte dal contadiname contro il suo oppressore. È “A proposito della questione irlandese”, pubblicato in “Der Sozialdemokrat” n. 29, 13 luglio 1882. Vedi anche la lettera del 26 giugno a Bernstein.

«Il movimento in Irlanda presenta due correnti. La prima, la più antica, è la corrente agraria, cioè l’antico brigantaggio organizzato, con l’appoggio dei contadini, dei capi dei clan spossessati dagli inglesi ed in alleanza con i grandi proprietari cattolici (nel XVII secolo questi briganti si chiamavano tory, da cui il nome dei Tory attuale); ma questo movimento, diviso per località e per provincia, si trasforma gradualmente in resistenza spontanea dei contadini alla penetrazione di signori agrari inglesi. I nomi sono cambiati, Ribbonem, White Boys, Captain Rock, Captain Moonlight, ecc., come la forma della resistenza: assassinii, le cui vittime non erano solo gli aborriti landlord ed i loro agenti (esattori degli affitti), ma anche i contadini che avevano occupato una fattoria dalla quale un altro era stato cacciato, boicottaggi, lettere minatorie, attacchi notturni ed intimidazioni, ecc., tutto questo è vecchio quanto la proprietà fondiaria attuale degli inglesi in Irlanda e data quindi, al più tardi, dalla fine del XVII secolo. Questa forma di resistenza è irrefrenabile, non si può soffocare con la forza e non sparirà che con le sue cause. Ma per sua natura è locale, isolata, e non potrà mai diventare una forma generale di lotta politica.

«Poco dopo l’Unione (1800) comincia l’opposizione liberale nazionale della borghesia cittadina che, come in ogni paese agrario, per esempio in Danimarca, nelle città impoverite aveva trovato i suoi capi naturali nelle persone degli avvocati. Questi hanno, a loro volta, bisogno dei contadini; così debbono inventarsi delle parole d’ordine che i contadini approvino. È così che O’Connell ne ha trovato prima una nella emancipazione cattolica, poi nella revoca dell’atto di Unione.

«Le infamie dei proprietari fondiari hanno recentemente condotto questa corrente a cambiare di orientamento. Mentre che nel campo sociale la Lega Agraria tende ad obbiettivi più rivoluzionari (ed accessibili nel caso attuale), l’eliminazione totale dei landlord invasori, politicamente si mostra assi moderata e non chiede che lo Home Rule, cioè un parlamento locale irlandese, che funzioni a lato del parlamento britannico e ad esso subordinato. Questo è perfettamente accessibile per via costituzionale. I proprietari spaventati gridano che è tempo (i tory stessi lo propongono) di effettuare il riscatto della terra contadina, per farne la parte del leone. D’altronde Gladstone dichiara del tutto ammissibile concedere una maggiore autonomia all’Irlanda.

«Fra queste due correnti si afferma, dopo la guerra civile americana, il movimento feniano. Centinaia di migliaia di soldati ed ufficiali irlandesi che avevano partecipato a quella guerra lo avevano fatto con l’intenzione di preparare un esercito per la liberazione dell’Irlanda. I litigi anglo-americani che seguirono la guerra di Secessione furono il principale punto di forza dei feniani. Per poco che la guerra fosse scoppiata fra i due paesi, l’Irlanda sarebbe divenuta in pochi mesi membro degli Stati Uniti, o almeno una repubblica sotto il loro protettorato. La somma che l’Inghilterra pagò di buon grado per l’affaire dell’Alabama, in virtù dell’arbitrato di Ginevra, fu il prezzo del non-intervento degli americani in Irlanda».

L’affaire dell’Alabama: all’epoca della guerra di Secessione (1861-1865) l’Inghilterra, avversa allo sviluppo industriale degli Stati del Nord, aveva fornito aiuti militari e finanziari agli Stati del Sud, in particolare alcune navi da guerra, che recarono grave danno ai nordisti affondandone i mercantili. A guerra finita il governo americano ne chiese il risarcimento: il Tribunale di Ginevra condannò la Gran Bretagna a pagare 15,5 milioni di dollari.

3. La questione irlandese nella Prima Internazionale

Fino al 1867 Marx ed Engels avevano pensato che la rivoluzione socialista in Inghilterra avrebbe risolto la questione irlandese mettendo fine alla sua schiavitù. A quella data Marx riconosce che le immense ricchezze che l’Inghilterra traeva dall’Irlanda, e dalle sue colonie in generale, le permettevano di corrompere una parte del proletariato, la cosiddetta aristocrazia operaia. Questa, di mentalità sciovinista, sposava le posizioni imperialiste della propria borghesia e diffondeva nei ranghi del proletariato una ideologia piccolo borghese. Inoltre l’immensa rendita che l’aristocrazia terriera inglese – i landlord – ricavava dall’Irlanda dava alla borghesia inglese una considerevole forza materiale, politica e morale su tutta la società. In Inghilterra si dava questa gerarchia: alcuni delegati operai in parlamento facevano i valletti dei liberali, che rappresentavano gli interessi degli industriali, e questi ultimi facevano i valletti dei proprietari fondiari. Una buona parte del proletariato in Inghilterra era irlandese, e la borghesia attizzava l’odio entro le frazioni inglese ed irlandese della classe operaia impedendo ogni unità fra di loro.

Così a Marx e ad Engels divenne evidente che l’indipendenza dell’Irlanda, o almeno una larga autonomia, e quindi l’uscita dall’Unione, era una precondizione ad ogni rivoluzione sociale in Inghilterra. In un’Irlanda indipendente, o almeno avendo acquisito una larga indipendenza uscendo dall’Unione, sarebbe presto scoppiata una rivoluzione sociale per la espropriazione dei landlord, questione questa di vita o di morte per la gran massa dei contadini. L’espropriazione dei landlord in Irlanda avrebbe portato un colpo mortale al landlordismo anche in Inghilterra ed indebolito notevolmente questo pilastro della controrivoluzione. Il che avrebbe portato un soffio rivoluzionario su tutta l’Inghilterra e messo in moto la lotta di classe. L’indipendenza dell’Irlanda avrebbe nello stesso tempo liberato il proletariato inglese dalla sua soggezione alla borghesia inglese.

È per questo che Marx ed Engels nella Prima Internazionale sostenevano ogni movimento per lo scioglimento dell’Unione e chiamavano il proletariato inglese ad appoggiarlo. Anche dopo la dissoluzione dell’Internazionale torneranno costantemente sulla necessità dell’indipendenza dell’Irlanda.

Nella scelta dei testi da citare sull’argomento c’è l’imbarazzo della scelta e qui riportiamo per la sua chiarezza una lettera di Marx a Sigfrid Meyer e August Vogt, a New York, del 9 aprile 1870:

«Dopo essermi occupato per anni della questione irlandese sono venuto alla conclusione che il colpo decisivo contro le classi dominanti in Inghilterra (e sarà decisivo per il movimento operaio all over the world), deve essere portato non in Inghilterra ma piuttosto in Irlanda.

«Il 1° gennaio 1870 il Consiglio Generale ha pubblicato una circolare confidenziale scritta da me in francese (perché solo i giornali francesi, e non i tedeschi, hanno risonanza in Inghilterra) sulla relazione fra la lotta nazionale irlandese e l’emancipazione della classe operaia, e quindi sull’atteggiamento che l’Associazione Internazionale dovrebbe assumere nei confronti della questione irlandese. Vi darò qui del tutto in sintesi i punti salienti.

«L’Irlanda è il bastione dell’aristocrazia agraria inglese. Lo sfruttamento di quel paese non è solo la principale fonte del suo benessere materiale, è anche la sua maggiore forza morale. Essa, di fatto, rappresenta la dominazione dell’Inghilterra sull’Irlanda. L’Irlanda è quindi lo strumento principale col quale l’aristocrazia inglese mantiene il suo dominio nella stessa Inghilterra.

«D’altro lato, se domani l’esercito inglese e la polizia fossero richiamati dall’Irlanda, vi avremmo subito una rivoluzione agraria. Ma la caduta dell’aristocrazia inglese in Irlanda implica ed ha per necessaria conseguenza la sua caduta in Inghilterra. E questo produrrebbe le condizioni preliminari della rivoluzione proletaria in Inghilterra. La distruzione dell’aristocrazia terriera inglese in Irlanda è un’operazione infinitamente più facile che nella stessa Inghilterra, perché in Irlanda la questione della terra è stata fino ad ora la forma esclusiva della questione sociale, perché è una questione essenziale, di vita o di morte, per l’immensa maggioranza del popolo irlandese, e perché è allo stesso tempo inseparabile dalla questione nazionale. A parte il fatto che il carattere irlandese è più passionale e rivoluzionario di quello dell’inglese.

«Riguardo la borghesia inglese, primo, ha un comune interesse con l’aristocrazia inglese nel trasformare l’Irlanda in terra da pascolo che provveda for the English market carne e lana al prezzo minore possibile. È del pari interessata a ridurre la popolazione irlandese, con gli sfratti e l’emigrazione forzata, ad un numero così piccolo che il capitale inglese (capitale investito nell’agricoltura) possa funzionare colà “in sicurezza”. Ha lo stesso interesse nel ripulire i possedimenti dell’Irlanda come aveva fatto “clearing of the agricultural districts of England and Scotland”. Devono essere prese in conto anche le 6.000-10.000 sterline di rendita che gli absentees ed altri attualmente fanno finire annualmente a Londra.

«Ma la borghesia inglese ha anche molto maggiori interessi nella presente economia dell’Irlanda. A causa della sempre crescente concentrazione delle affittanze, l’Irlanda costantemente invia il suo surplus sul labour market inglese, è così spinge giù le wages ed abbassa la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.

«Ed ora la cosa più importante di tutte. Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra oggi possiede una classe operaia divisa in due campi ostili, i proletari inglesi e i proletari irlandesi. Il comune operaio inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che abbassa il suo standard of life. A fronte dell’operaio irlandese considera se stesso membro della nazione dominante e conseguentemente diventa uno strumento degli aristocratici e dei capitalisti inglesi contro l’Irlanda, così rafforzando la dominazione su se stesso. Esso nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro il lavoratore irlandese. Il suo atteggiamento verso di lui è in molto lo stesso dei poor whites nei confronti dei niggers nei vecchi stati schiavisti dell’Unione americana. L’irlandese lo ripaga con gli interessi. Vede nell’operaio inglese sia il complice sia lo strumento idiota dei dominatori inglesi in Irlanda.

«Questo antagonismo è artificialmente tenuto in vita ed intensificato dalla stampa, dal pulpito, dai giornali satirici, in breve con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, nonostante la sua organizzazione. È il segreto con il quale la classe capitalista mantiene il suo potere. Ed è del tutto cosciente di questo.

«Ma il male non finisce qui. Attraversa l’oceano. L’antagonismo fra inglesi ed irlandesi è la base nascosta del conflitto fra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Rende impossibile ogni sincera e seria cooperazione fra le classi operaie dei due paesi. Permette ai governi di entrambi i paesi, ogni volta loro aggrada, di stemperare il conflitto sociale provocandosi, e, in caso di necessità, facendosi la guerra.

«L’Inghilterra, la metropoli del capitale, la potenza che fino ad oggi ha dominato il mercato mondiale, è attualmente il paese più importante per la rivoluzione degli operai, ed inoltre l’unico paese nel quale le condizioni materiali per questa rivoluzione hanno ricevuto un certo grado di maturità. Conseguentemente lo scopo più importante dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori è di affrettare la rivoluzione sociale in Inghilterra. L’unico mezzo per affrettarla è rendere l’Irlanda indipendente. È quindi compito dell’Internazionale ovunque mettere in evidenza il conflitto fra l’Inghilterra e l’Irlanda, ed ovunque mettersi dalla parte dell’Irlanda. È compito speciale del Consiglio Centrale in Londra far comprendere agli operai inglesi che per essi l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o di sentimento umanitario, ma la prima condizione della loro medesima emancipazione.

«Questi sono approssimativamente i punti principali della lettera circolare, che allo stesso tempo dà le raisons d’être della risoluzione approvata dal Consiglio Centrale sull’amnistia irlandese. Poco dopo mandai allo “Internationale” (organo del nostro Comitato Centrale belga a Bruxelles) un energico articolo anonimo sul trattamento dei feniani da parte degli inglesi, ecc. attaccando Gladstone, ecc. In questo articolo ho anche denunciato i Repubblicani francesi (“La Marseillaise” ha stampato una serie di sciocchezze sull’Irlanda scritte qui dal povero Talandier) perché versano nel loro egoismo nazionale tutta la loro iracondia nei confronti dell’Impero.

«Questo ha funzionato. Mia figlia Jenny ha scritto una serie di articoli su “La Marseillaise”, firmandoli J. Williams (si è chiamata Jenny Williams nella sua lettera privata alla redazione) e ha pubblicato, fra gli altri, la lettera di O’Donovan Rossa. Da qui gran clamore.

«Dopo molti anni di cinici rifiuti Gladstone è stato quindi finalmente costretto a concedere una inchiesta parlamentare sul trattamento dei fenian prisoners. Jenny è ora per “La Marseillaise” il corrispondente fisso sugli Irish affairs. (Questo deve essere naturalmente un segreto fra di noi). Il governo e la stampa inglesi sono infuriati perché la questione irlandese è ora sull’agenda in Francia e che questi furfanti sono ora sotto osservazione tramite Parigi in tutto il continente.

«Con lo stesso colpo abbiano ottenuto anche di costringere i capi irlandesi, i giornalisti, ecc. a Dublino a prendere contatto con noi, cosa che il General Council era finora stato incapace di ottenere!

«Voi avete ampio campo in America per lavorare sulla stessa linea. Una coalizione di operai tedeschi con gli operai irlandesi (naturalmente insieme ad operai inglesi ed americani che siano pronti ad associarsi) è il più grande risultato che ora potreste ottenere. Questo deve esser fatto nel nome dell’Internazionale. Il significato sociale della questione irlandese deve essere chiarito.

«Assai presto delle precisazioni sugli operai inglesi. Salute e fraternità!».

La lettera non potrebbe essere più chiara: è di prima necessità per l’Internazionale sostenere con tutti i mezzi l’indipendenza dell’Irlanda. Una Irlanda indipendente avrebbe comportato un forte indebolimento dell’aristocrazia inglese: Marx parla di “colpo mortale”. La rivoluzione agraria in Irlanda avrebbe costretto il proletariato inglese ad affrontare la propria borghesia per un aumento dei salari. Per la ventata rivoluzionaria che avrebbe spazzato l’isola maggiore, l’indipendenza dell’Irlanda avrebbe radicalizzato la lotta di classe e vi avrebbe aumentato l’influenza del socialismo.

Marx previde anche il programma che una Irlanda indipendente sarebbe stata condotta ad applicare. Scriveva ad Engels, il 30 novembre 1867:

«Si domanda, che cosa dobbiamo consigliare noi agli operai inglesi? A mio parere essi debbono fare del repeal dell’Unione (in breve lo spirito del 1783, ma soltanto democratizzato e reso adatto alle condizioni attuali) un articolo del loro pronunciamento. È questa l’unica forma legale, e perciò l’unica possibile, dell’emancipazione irlandese, che possa entrare nel programma di un partito inglese. L’esperienza dovrà poi dimostrare se fra i due paesi possa continuare ad esistere un’unione puramente personale. Io lo credo a metà, se ciò avviene a tempo giusto.

«Quello di cui gli irlandesi abbisognano è: 1) autogoverno e indipendenza dall’Inghilterra; 2) rivoluzione agraria; gli inglesi, pur con la miglior buona volontà, non possono farla per loro, ma possono dar loro i mezzi legali perché la compiano da soli; 3) protezione doganale contro l’Inghilterra».

Alla seduta del 14 maggio 1872 del General Council londinese – del quale si sono conservate le Minute, tenute con proletaria e comunistica premura e precisione – si tenne una importante discussione sulla questione irlandese. Dopo che due delegati inglesi avevano proposto una mozione volta a non consentire agli operai irlandesi di organizzarsi in sezioni separate e di prendere per centro Dublino e non Londra, le Minute riportano:

«Dapprima il cittadino McDonnell riferisce dei progressi dell’Associazione in Irlanda e dà lettura della corrispondenza da Dublino. Interviene poi il cittadino Hales ed afferma che “la formazione di sezioni nazionali irlandesi in Inghilterra è in contraddizione con le Regole e i principi dell’Associazione, che tendono a combattere ogni parvenza di nazionalismo e a rimuovere le barriere fra gli uomini”. Aggiunge che “l’Internazionale non dovrebbe esprimersi sulla liberazione dell’Irlanda né sulla preferenza per una particolare forma di governo, sia in Inghilterra sia in Irlanda”. Mottershead, “pur riconoscendo la logica in astratto della mozione di Hales, ne depreca lo spirito nel quale è concepita, ben dimostrato dall’animosità con cui è stata difesa; dichiara quindi che voterà invece una mozione raccomandata dai membri inglesi tendente a che siano coltivati sentimenti di fraternità nei confronti dei membri irlandesi. Conosce troppo bene, purtroppo, come gli inglesi delle classi incolte trattano i loro fratelli irlandesi, come immigrati in terra straniera e guardati dall’alto in basso”.

«Interviene quindi il cittadino Engels:

«”Il vero scopo della mozione, messa da parte ogni ipocrisia, è sottomettere le sezioni irlandesi al Consiglio Federale Britannico, una cosa che le sezioni irlandesi non consentiranno mai, e che il Consiglio [Generale] non ha né il diritto né il potere di imporre (...) Le sezioni irlandesi in Inghilterra non sono sotto la giurisdizione del Consiglio Federale Inglese più di quanto lo siano in questo paese quelle francesi, tedesche, italiane o polacche. Quella irlandese costituisce una nazionalità a sé, ed il fatto che essi usano l’inglese non deve privarli dei loro diritti. Il cittadino Hales ha parlato dei rapporti fra Inghilterra ed Irlanda come se fossero della più idilliaca natura ed armonia.

«È un fatto che dopo sette secoli di conquista inglese dell’Irlanda, e fintanto quella oppressione perdura, sarebbe un insulto ai lavoratori irlandesi chieder loro di sottomettersi al Consiglio Federale Inglese. La posizione dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra non è alla pari, ma quella della Polonia di fronte alla Russia. Cosa si dovrebbe dire se il Consiglio chiamasse le sezioni polacche a riconoscere la supremazia del Consiglio di Pietroburgo, o le sezioni del Nord Schleswig e alsaziane a sottomettersi al Consiglio di Berlino? Ed è proprio quello che la mozione chiede. Si chiede al popolo conquistato di scordarsi della sua nazionalità per sottomettersi ai conquistatori. Non è internazionalismo, ma pura sottomissione.

«Se i promotori della mozione sono così traboccanti di vero spirito internazionale, ne diano prova trasferendo la sede del Consiglio Federale Inglese a Dublino sottomettendosi al Consiglio degli irlandesi.

«In un caso come quello irlandese, il vero internazionalismo deve necessariamente basarsi su di una organizzazione nazionale separata, ed essi sono nella necessità di dichiarare nel preambolo alle loro regole che il loro primo e pressante dovere come irlandesi è di stabilire la loro indipendenza nazionale».

Esistono tempi e luoghi nei quali per superare i nazionalismi non basta, ed è controproducente e controrivoluzionario, banalmente negarli.

Per quanto riguarda l’organizzazione interna dell’Internazionale occorre tener presente che ci trovavamo allora in una “Associazione”, per motivi storici formatasi e funzionante, come sappiamo, su base federale, una espressione necessariamente immatura di partito di classe. La questione delle sezioni nazionali non si porrà più, o non si sarebbe dovuta porre, nella Terza Internazionale, né a maggior ragione nel futuro partito comunista mondiale, al quale aderiscono non tedeschi, irlandesi o inglesi, ma indistintamente comunisti, che hanno rinnegato ogni loro personale educazione nei nodi di questa società.

Il partito considera e ha ben presente la complessità e il grande peso delle sopravvivenze storiche borghesi e preborghesi, la loro successione e necessità e la dinamica degli urti sociali che inevitabilmente provocano, ma non ne è parte, non lo attraversano, e si mantiene nel suo programma, nella sua organizzazione interna e nello scontro sociale ad esse tutte separato e superiore, anche quando le considerasse storicamente progressive e da appoggiare nella sua propaganda e nella sua azione. E tale era, ovviamente, anche il convincimento profondo e l’atteggiamento di Marx e di Engels.

(continua)