Partito Comunista Internazionale

Il testo di Lenin “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo” condanna dei futuri rinnegati
Il testo più sfruttato e falsato da oltre quaranta anni da tutte le carogne opportuniste e la cui impudente invocazione caratterizza e definisce la carogna
 
 
 


Premessa
I. La scena del dramma storico del 1920:
Primavera del 1920 - Punto centrale, la dittatura del partito - Giusta diagnosi del tradire dei “capi” - La durata della dittatura - Strategia e tattica dell’Internazionale - La trama del lavoro di Lenin
II. Storia della Russia o dell’umanità?:
Rivoluzione russa e mondiale - Caratteri di tutte le rivoluzioni - Che cosa la Russia insegnò - La dittatura e i filistei - La diffamazione è sempre quella
III. Cardini del bolscevismo: centralizzazione e disciplina:
Condizioni universali - La dittatura è una guerra - Solidarietà delle borghesie - Il pericolo sociale - Storia del bolscevismo - La teoria, base primaria del partito - Sorgere della teoria rivoluzionaria - La teoria e l’azione - La costruzione di Lenin - Le tattiche e la storia - “Ultime parole” da occidente - La sinistra in Italia
IV. Corsa storica (concentrata nel tempo) del bolscevismo:
La formazione rivoluzionaria - Preparazione e prima rivoluzione - La prima “verifica” - Organi politici della rivoluzione - Forma e contenuto - La “manovra agile” - La conferenza di aprile - Natura dell’opportunismo - Ripresa e ricapitolazione
V. Lotta contro i due campi antibolscevichi: riformista e anarchico:
Le ingiurie a Ottobre - Russia e resto d’Europa
VI. Chiave della “autorizzazione ai compromessi” che Lenin avrebbe data:
Teoria ed esperienza storica - Popolo, masse, classe, partito - Flessibilità o rigidità? - Rivoluzione politica, evoluzione sociale
VII. Appendice sulle questioni italiane:
Oggetto di questa nota finale - Dall’unità borghese alla prima guerra - La guerra del 1914 - Il congresso 1919 e le elezioni - Realtà del primo dopoguerra italico - Unità o scissione? - L’immediatismo ordinovista

 
 
 
 
 
 
 
Premessa

Nel corso dell’anno 1960, da molte parti si volle commemorare il quarantennio della celebre operetta di Lenin sull’ “Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo”. Non per associarci alla moda delle commemorazioni, che di solito si fanno ai morti, ma perché l’impiego dell’insegnamento di Lenin è cosa per noi sempre viva, e in questo caso ci sovvenne e ci sovviene contro opportunisti dell’inizio e della fine del quarantennio per necessarie operazioni escretive, anche il nostro movimento ha dedicato all’argomento un lavoro, che lasciamo nella sostanza immutato nella prima redazione data nei numeri 16-17-18-19-20-21-24/1960 e 1/1961 de “Il Programma Comunista”.

Non occorre altra premessa che avvertire il lettore che il testo va letto senza dimenticare che è apparso a puntate in una pubblicazione periodica, e va riferito all’epoca 1960.

Indichiamo soltanto che, come apparirà da alcune note a piè di pagina del testo, all’inizio del nostro lavoro ci siamo avvalsi delle edizioni contemporanee che, stampate a Mosca o in Italia, sono sempre malfide. Nel corso delle puntate, dato che il nostro lavoro ha sempre un carattere collettivo e impersonale, compagni lettori hanno fatto pervenire al centro di lavoro una copia francese del 1920, stampata a Parigi dalla Bibliothèque Communiste di rue Montmartre 123, e una tedesca stampata nello stesso anno a Lipsia come edizione del Segretariato dell’Internazionale Comunista. I due testi collimano certamente con quelli che furono distribuiti in quell’anno ai congressisti di Mosca, e abbiamo annotate nel nostro testo odierno alcune delle non poche deformazioni e omissioni posteriori. Il titolo in francese è: La “Maladie infantile du Communisme (Le Communisme de gauche)” e quello in tedesco: “Der linke ’Radikalismus’, die Kinderkrankheit im Kommunismus”.

Il gioco di destrezza di avvalorare con lo scritto di Lenin le manovre indecenti dei comunisti e socialisti odierni, del tutto simili a quelle dei traditori della II Internazionale che qui Lenin riduce a brandelli, è tanto più scandaloso in quanto viene da gente che dice di avere appreso da Lenin la casistica delle diverse situazioni. Gente simile può ben dimenticare che quando Lenin scriveva nel 1920 le fiamme sorgevano da tutto l’orizzonte, e alcune manovre proposte per inserirsi nelle fratture tra gruppi della politica borghese erano audaci, non in quanto occorreva condurvi gli elementi più ardenti e caldi della nostra possente organizzazione, ma solo e proprio in quanto si doveva essere allenati, scaduti pochi momenti sull’orologio della storia, a immergere nelle reni di quei momentanei stipulatori di compromessi l’inesorabile acciaio della forza rivoluzionaria.

 

 

 


I - La scena del dramma storico del 1920


Nella commemorazione di Lenin tenuta poco dopo la sua morte alla Casa del Popolo di Roma a iniziativa della Sinistra comunista italiana (se ne veda anche la traduzione in francese, più bella dell’originale, data nel n. 12 di “Programme Communiste”, la nostra rivista teorica internazionale, luglio-settembre 1960) il conferenziere, dopo aver fatto giustizia del «preteso opportunismo tattico di Lenin», citava un passo dell’inizio del classico “Stato e Rivoluzione” con queste parole: «Lenin dice che è fatale che i grandi pionieri rivoluzionari vengano falsificati, come è stato di Marx e dei suoi migliori seguaci. Sfuggirà Lenin stesso a questa sorte? Certamente no!»

Da questa facile previsione sono passati 36 anni, e il loro bilancio, tessuto passo per passo dalla critica spietata della Sinistra, sta a dimostrare che il volume di sterco falsario che l’opportunismo ha tentato di accumulare sulla figura di Lenin è almeno dieci volte più nauseante di quello che fu rovesciato su Marx.

Il mezzo vile dei falsificatori è sempre lo stesso: costruire una leggenda al posto della realtà storica che generò il formarsi del metodo e del programma di quei massimi comunisti, pescare in questa leggenda con citazioni locali, artefatte, staccate dalle condizioni effettive di lotta che dettero luogo al formarsi di quei testi classici, e capovolgerne sfrontatamente il valore speculando sulle difficili condizioni di combattimento della classe rivoluzionaria che, nel più gran numero dei casi, per lo stesso difetto economico in cui vive, deve contentarsi di prendere in rigatterie di terza e quarta mano l’arsenale delle sue armi teoriche.

Ma un lavoro marxista condotto, come avviene nelle nostre file, senza dilettantismi vuoti e vanesi, e disprezzabili arrivismi di facile affitto da sponde corruttrici, consente di mostrare che dell’”Estremismo” non vi è pagina, non vi è frase, che non debba ricadere come sferza implacabile sulla faccia bronzea dei traditori e dei rinnegati.

Per accingerci a questo, bisogna lasciare da parte retorica e demagogia e riportarsi alla storia positiva dei fatti, ove solo – e non nella bassa cronaca pettegola di eventi contemporanei – si legge la traccia luminosa unica della dottrina e della attuazione rivoluzionaria, che da un secolo i coboldi tentano porre in contrasto.


Primavera del 1920

In soli quattro anni da quando Lenin era sbarcato in Russia si era avuto l’Ottobre 1917, e, traverso lo svergognamento dell’opportunismo della II Internazionale naufragata nella guerra, da un anno appena (marzo 1919) la III era stata fondata.

Attorno al partito bolscevico da tutte le parti del mondo giungevano maledizioni e plausi, feroci invettive e ardenti adesioni. Nell’epoca a cui ora ci riferiamo il primo impegno del partito russo non aveva ancora cessato di essere la guerra combattuta, la guerra civile contro i bianchi, Denikin, Kolciak, Judeniç, Wrangel, le mille valanghe poggiate su piani di attacco tedeschi, inglesi, francesi, giapponesi. Tale periodo, da noi a fondo trattato negli ampi lavori sul cammino della rivoluzione di Russia, aveva tenuto in primissima linea questa lotta non solo politica ma apertamente militare: tutto andava subordinato alla vittoria.

Se Lenin fosse stato quell’opportunista in cui hanno tentato di trasformarlo da quarant’anni, non avrebbe trovato un minuto per scegliere tra le adesioni e le dichiarazioni di guerra. Tra un mondo di feroci nemici, tutti gli amici sarebbero stati accettati senza alcun benefizio di inventario, tali erano le urgenze di trovare appoggi nel mondo internazionale da cui tutte le borghesie centuplicavano i loro sforzi feroci, imbestiate dal terrore della dittatura rossa.

Lenin invece scrive quel testo per la preparazione del II congresso convocato per il giugno 1920. Egli sa dalle lezioni della storia che – come questo testo in prima linea dimostra – la vittoria in Russia è venuta perché il partito è stato nella sua formazione e preparazione spietato e senza riguardi nel riconoscere nemici e alleati. La sua prima preoccupazione è che il partito rivoluzionario mondiale non si formi senza una rigorosa base di dottrina programmatica e di organizzazione, anche a costo di dover respingere molti e molti aderenti da fuori Russia.

Di questa operazione selettiva si dà la versione banale prendendo a prestito le maniere della politica borghese parlamentare. Era già chiaro che vi era un pericolo dalla “destra” in quanto elementi a cavallo tra la II e la III Internazionale avrebbero gradito penetrare nella nuova a fare opera di intorbidamento: il centrismo, il kautskismo; contro questi Lenin aveva già fieramente martellato. Ma vi erano altre adesioni da rivedere attentamente, ed erano quelle che venivano, nel gergo politicante, da “sinistra”. Si trattava di anarchici, di libertari, di sindacalisti cosiddetti rivoluzionari della scuola di Sorel.

Tutti questi elementi aderivano agli eventi di Russia in forza della loro accettazione della violenza armata nella lotta di classe. Ma Lenin sapeva troppo bene che lo scaldarsi di molti fessi (per lo più squisiti fifoni individuali) per lo spettacolo di una cazzottatura o di una sparatoriella, nulla aveva a che vedere con la posizione rivoluzionaria. Sapeva che questi elementi, detti con grave errore di sinistra, sono spesso di origine proletaria e sinceri nel loro sbagliare, ma sapeva altrettanto bene che non si tratta di impartire assoluzioni morali ma di organizzare le forze rivoluzionarie, e solo verso questi deviati usava termini meno cocenti di quelli dati agli opportunisti di destra (sebbene nell’una e nell’altra schiera siano operai ingannati e siano intellettualoidi aspiranti a capi).

Il pericolo centrale contenuto in questo falsissimo estremismo consiste nel rifiuto degli insegnamenti fondamentali della rivoluzione russa circa lo Stato e il partito come mezzi essenziali della rivoluzione, lungo tutta una fase storica. In dottrina e nella organizzazione gli anarchici erano stati giudicati nella polemica di Marx ed Engels nella I Internazionale. In Russia, dice Lenin qui, si erano mostrati fuori strada quando erano prevalenti, nel 1870-1880, «rivelando la inettitudine dell’anarchismo come teoria rivoluzionaria». Quanto ai sindacalisti soreliani, erano meno noti a Lenin perché propri dei paesi latini, ove prevalentemente la critica della loro dottrina era partita da marxisti di destra quasi fino alla guerra (non da noi in Italia; del resto, nel social-sciovinismo è noto che caddero socialisti riformisti, sindacalisti soreliani e anche anarchici: Francia e Italia).

Ma Lenin vedeva avanzarsi la scuola errata in un’ala detta di sinistra dei comunisti tedeschi del partito di Spartakus, che si era scisso in K.P.D. (partito comunista di Germania) e K.A.P.D. (partito comunista operaio di Germania), e nei gruppi olandesi della Tribune di Gorter e Pannekoek.

Perché questa corrente, malgrado la sua dichiarata simpatia per la rivoluzione di Ottobre, preoccupa Lenin? Proprio perché Lenin non era un opportunista, ma un difensore del rigore teorico.

Lenin scusa quasi i falsi sinistri di Russia e Francia perché non erano mai stati sulla linea di una tradizione marxista. Col suo geniale intuito si preoccupa di quelli che si dicono tuttora marxisti, come noi facciamo oggi per quelli che si dicono... leninisti. Lenin cita un articolo di Karl Erler dal titolo edificante “Scioglimento del partito” e con questa perla:

«La classe operaia non può demolire lo Stato borghese senza annientare la democrazia borghese, e non può annientare la democrazia borghese senza distruggere i partiti».

Lenin qui non può non esplodere: «Le teste più confuse tra i sindacalisti e gli anarchici latini possono essere soddisfatte: solidi tedeschi, che si ritengono solidamente marxisti, arrivano a dire incredibili scempiaggini!».


Punto centrale: la dittatura del partito

L’Internazionale comunista non poteva definirsi solo dal riunire quei socialisti che come mezzo della lotta di classe del proletariato rivendicano la violenza armata. La distinzione sarebbe stata insufficiente. Ora tutti questi gruppi Lenin ha giustamente in sospetto (ma non tanquanto i destri, se a un certo punto dice: «Anche al IX congresso del nostro partito russo (aprile 1920) ci fu una piccola opposizione, che parlò contro la “dittatura dei capi” contro l’”oligarchia” ecc. Quindi nella “malattia infantile” del “comunismo di sinistra” fra i tedeschi, non c’è nulla di strano, nulla di nuovo, nulla di terribile. È una malattia che passa senza pericolo, e dopo di essa l’organismo diviene persino più forte»).

Ecco l’idea di Lenin sulla famosa malattia infantile. Ma egli ben sapeva quale altro pericolo venisse dai centristi e dalla famosa “destra”. È stata la “malattia senile” del comunismo, che ha condotto l’organismo rivoluzionario alla morte odierna, con effetto di gran lunga più deleterio della rovinosa crisi della II Internazionale.

Nell’onda di commenti che la rivoluzione russa portò con sé, la più gran parte dei nostri critici e detrattori, senza nulla aver capito della grandiosa teoria di Marx-Lenin sulla dittatura del proletariato, e con un coro che andava dai borghesi di destra ai democratici e agli anarchici, prese a inveire contro i “dittatori”, o il dittatore Lenin.

I liberali dimenticavano le figure colossali dei loro dittatori, da Cromwell a Robespierre a Garibaldi; tra i libertari ve ne furono di quelli, citati nella ricordata commemorazione, che avevano scempiamente scritto lutto o festa? I sinistri di Olanda, Germania e altri paesi esitavano sulla “dittatura”, e Lenin giustamente mostrò che lo facevano perché imbevuti di una mentalità democratica e piccolo borghese non diversa da quella che sollevò lo scandalo dei centristi kautskiani e di tutti gli imbecilli che da allora fino a oggi hanno gridato: socialismo non è che democrazia, che libertà per tutti! E sono le stesse figure sporche che oggi parlano a nome di Lenin.

Perché è proprio in queste pagine, che sarebbero state scritte contro noi veri marxisti di sinistra, che Lenin disperde da par suo ogni esitazione e ogni distinzione di principio tra dittatura del proletariato, dittatura del partito, e anche dittatura di date persone.

Lenin infatti, nel suo V paragrafo intitolato: “Il comunismo in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse”, cita ampiamente un opuscolo dei comunisti tedeschi di sinistra, che pone la vuota alternativa: si deve, per principio, aspirare alla dittatura del partito comunista, o a quella della classe proletaria? E che poco più oltre contrappone due soluzioni: il partito dei capi che agisce dall’alto, e il partito delle masse che aspetta l’ascesa della lotta dal basso.

La critica a questo punto svolta da Lenin si riduce a stabilire che se si rinunzia al “dominio del partito” che scandalizzava quei comunisti, si rinunzia alla dittatura del proletariato e alla rivoluzione, e se si vuole che il partito non agisca per mezzo di “capi” solo per paura di questa parola, si ricade nella stessa impotenza. Il nostro è un partito diverso da tutti i partiti, il nostro ingranaggio di uomini rivoluzionari è diverso da tutti gli ingranaggi adulatori e pubblicitari degli altri movimenti. E Lenin riattaccherà questo alla necessità vitale della organizzazione “illegale”.

Nella sua formidabile dote di chiarezza, Lenin non ci darà qui definizioni filosofiche di quelle “categorie” che sono masse, classe, partito e capi. I tempi urgevano e la sistemazione venne per altra via. Ma il testo di Lenin toglie di mezzo ogni esitazione sulla necessità che la dittatura sia del partito, e in determinati estremi anche di dati uomini del partito; il che da allora a oggi fa inorridire tutti i ben pensanti, pronti tuttavia sempre a prosternarsi a vertici di quattro duci, o, come diciamo noi, di quattro Battilocchi.

Altro che permessi da designazioni elettorali e consultazioni interne!

«Il solo fatto di porre il dilemma “dittatura del partito oppure dittatura della classe?”, “dittatura (partito) dei capi oppure dittatura (partito) delle masse?” attesta una incredibile e irrimediabile confusione di idee... Tutti sanno che le masse si dividono in classi; che si possono contrapporre le masse e le classi soltanto quando si contrapponga l’immensa maggioranza generica, non articolata secondo la posizione nell’ordinamento sociale della produzione, alle categorie che occupano un posto speciale nello stesso; che le classi sono dirette di solito e nella maggior parte dei casi, almeno nei paesi civili moderni, da partiti politici, che i partiti politici come regola generale sono diretti da gruppi più o meno stabili di persone rivestite della maggiore autorità, dotate di influenza e di esperienza maggiore, elette ai posti di maggiore responsabilità e chiamate capi. Tutto ciò è elementare, semplice e chiaro» (Ed. Mosca 1948).


Giusta diagnosi del tradire dei “capi”

Queste limpide parole richiamano quelle di Engels sugli anarchici spagnoli: «Una rivoluzione è il fatto più autoritario che ci sia».

La rivoluzione di classe è una guerra, guerra civile; occorrono un esercito, uno stato maggiore, un partito, e con la vittoria uno Stato, un governo, degli uomini al potere.

Il testo qui spiega che la confusione delle idee è sorta dalla necessità di agire in una situazione illegale, quale si generò in Germania dopo la prima guerra, al posto della precedente piena legalità. «Quando da tale consuetudine, per causa del corso tempestoso della rivoluzione e dello sviluppo della guerra civile, si dovette rapidamente passare all’avvicendarsi della legalità e della illegalità, alla combinazione dell’una e dell’altra, ai metodi “incomodi” e “non democratici” di selezione o formazione o conservazione dei “gruppi di capi”, costoro si sono smarriti e hanno cominciato a tirar fuori delle sciocchezze madornali».

Molti buoni proletari scottati dai tradimenti dei socialisti del 1914 acquisirono la diffidenza verso il capo, qualunque fosse. Lenin ricorda che la degenerazione dei capi è cosa antica e chiarita per i marxisti, e non si risolve con la “contrapposizione dei capi alle masse”. Non si tratta di capi cattivi e masse buone, ma di processo degenerativo dei capi e delle masse. «Marx ed Engels spiegarono molte volte le cause profonde di questo fenomeno... con l’esempio dell’Inghilterra... negli anni 1852-1892. La posizione monopolistica dell’Inghilterra separò dalla massa una “aristocrazia operaia” a metà piccolo borghese, opportunista. I capi di questa aristocrazia operaia passavano continuamente dalla parte della borghesia, erano mantenuti da questa, direttamente o indirettamente. Marx si guadagnò l’odio onorifico di questi farabutti, bollandoli apertamente come traditori».

Questo fenomeno, Lenin dice, si è ripetuto colla guerra nella II Internazionale. «È comparso dovunque il tipo del capo opportunista, traditore, social-sciovinista, che sostiene gli interessi della sua corporazione, dello strato costituito dalla aristocrazia operaia. Si è creato un distacco dei partiti opportunistici dalle “masse”, cioè dagli strati più estesi dei lavoratori, dalla loro maggioranza, dagli operai peggio pagati. La vittoria del proletariato rivoluzionario è impossibile senza lottare contro questo male, senza smascherare, svergognare e scacciare i capi opportunistici e social-traditori; questa è la politica fatta dalla III Internazionale».

Quale marxista può confondere questa posizione storica con la proposta libertaria: il male è nel partito, il male è nei famosi “capi”?

La questione era di principio e di programma e non di tattica contingente o peggio locale, nazionale, tedesca. Il fatto storico che vi sono stati capi e interi partiti, gli uni e gli altri che si richiamavano al proletariato e anche alla sua specifica e classica dottrina rivoluzionaria, che malgrado tanto sono passati dalla parte del nemico di classe, non conduce a ripudiare l’arma partito e l’arma, se così vogliamo chiamarla, “capo”. La dottrina marxista infatti dal suo sorgere ha confutato per sempre tali obiezioni, dal “Manifesto” che esige la organizzazione del proletariato in partito di classe (che secondo gli statuti della I Internazionale è «opposto a tutti gli altri partiti») agli scritti di Marx ed Engels sulla rivoluzione e controrivoluzione in Germania; e via.

Oggi possiamo dire di più. Al tempo di Marx e di Lenin non si era dato ancora che uno “Stato” della vittoria proletaria, come quello russo, degenerasse fino a passare dalla parte del nemico di classe nella politica estera (alleanze di guerra) e interna (misure economico-sociali capitalistiche). Un tale fatto storico da solo basta a mostrare quanto sia imbecille non vedere che l’opportunismo di oggi ha consumato qualcosa di venti volte più infame di quello di ieri, noto a Marx e a Lenin; non ha solo disonorato partiti e uomini del proletariato bensì ha disonorato il primo Stato della dittatura proletaria. Ma tale fatto che si esprime dicendo non solo: l’uomo è corruttibile, il proletariato è corruttibile, il socialista e comunista è corruttibile, e il partito è corruttibile; ma: lo stesso Stato proletario è corruttibile – per effetto di rapporti di reali forze storiche e non perché la carne sia fragile, e altre spiegazioni etiche! – non autorizza a dire: rinunziamo allo Stato; il potere è una porcheria, e tutti corrompe!

Questa eresia teorica era nota bene a Marx e a Lenin che la stritolarono per sempre. E Lenin scorge negli errori di principio dei sinistri tedeschi la stessa sbagliata idea: orrore del potere; e ribadisce che tutte dobbiamo saperle impugnare queste armi difficili: gli uomini, il partito, il timone del governo statale. Il problema è di indicare la via storica per cui i nostri militanti politici, il nostro partito rivoluzionario, il nostro apparato di Stato, saranno diametralmente diversi da tutti quelli che ha presentato il passato, in parte purtroppo anche proletari: e giungeranno alla forma originale teorizzata dalla nostra dottrina.

Lenin che ha posto questo problema insuperabilmente ma – uomo e mortale come era – non ne ha vista giungere la soluzione, capì che i sinistri di Germania, come avevano aperto il fianco ai dubbi contro la forma partito, dubitavano anche della forma Stato, e non avevano, in dottrina, capito la forma storica della dittatura, enunciata senza esitazioni dal marxismo. Essi falsamente credevano che rapidamente si dovesse sciogliere il partito per non vedere più traditori, e perfino sciogliere lo Stato per evitare le famose, piccolo borghesi, «seduzioni corruttrici dell’esercizio del patere».


La durata della dittatura

Prima di chiudere questa dimostrazione, che il pericolo contro il quale si levò Lenin non era l’errore di tattica del quale diremo in secondo tempo, ma un fondamentale errore di principio, e quindi un errore al quale non si rimedia con sole misure di organizzazione interna di partito – e in quel momento storico si trattava di prendere le misure “costituenti” del nuovo partito comunista mondiale, nella quale sede si evita l’errore, nel più dei casi, non facendosi allettare dall’acquisto di un flusso di aderenti, ma tagliando nel vivo con il ferro senza pietismi delle scissioni e delle diffamate “scomuniche” – sarà bene dare il passo di Lenin, di incomparabile vigore, dal quale si deduce che la dittatura si deve accettare non per un breve istante, ma per tutta una dura e lunga fase storica. Essa non è un provvedimento “di emergenza”, come nel gergo alla moda oggi si direbbe, ma è la parte vitale, l’ossigeno, che alimenta la nostra teoria e la nostra battaglia.

«Nel proclamare l’inutilità e il carattere borghese dei partiti politici (...) si vede come da un piccolo errore si può sempre arrivare a un errore madornale, se lo si spinge sino in fondo. La negazione del partito e della disciplina di partito; ecco il risultato al quale è giunta l’opposizione. E ciò equivale al completo disarmo del proletariato di fronte alla borghesia. Ciò equivale appunto a quella dispersione, a quella incostanza, a quella incapacità di essere fermi, di essere uniti, di coordinare le azioni, che sono proprie della piccola borghesia e che rovinano inevitabilmente ogni movimento rivoluzionario del proletariato se vengono trattate con indulgenza».

Da questo punto in poi il passo è talmente classico, e – a questo concluderemo il presente studio – collima talmente in pieno con le tesi della sinistra marxista italiana, quali le sosteniamo oggi che non vi è più Lenin, e quali sostenemmo quando era presente e avevamo sostenute prima del collegamento del nostro movimento in Italia colla nuova Internazionale e con Lenin (collegamento che avvenne appunto in quei mesi del 1920, in cui egli personalmente organizzò che andasse a Mosca un delegato della Frazione Comunista Astensionista del partito socialista, non compreso nella delegazione “democraticamente scelta”) che, da questo punto in poi, le sottolineature sono apposte da noi e non da Lenin al testo.

«Dal punto di vista del comunismo, negare il partito significa voler saltare dalla vigilia del crollo del capitalismo (in Germania), non alla fase più bassa o a quella media, ma alla fase superiore del comunismo. Noi in Russia (nel terzo anno dopo l’abbattimento della borghesia) muoviamo i primi passi sulla via del passaggio dal capitalismo al socialismo, ossia alla fase inferiore del comunismo. Le classi hanno continuato a esistere ed esisteranno ancora per anni [sottolineato in Lenin], dappertutto, anche dopo [idem] la conquista del potere da parte del proletariato. Può darsi che questo termine sia più breve in Inghilterra, dove non ci sono i contadini (ma ci sono tuttavia i piccoli produttori!).
     «Sopprimere le classi non significa soltanto cacciare [o uccidere, nota nostra] i proprietari fondiari e i capitalisti – ciò che noi abbiamo fatto con relativa facilità - ma vuol dire [è Lenin che qui sottolinea] eliminare i piccoli produttori di merci, che è impossibile cacciare, impossibile schiacciare, con i quali bisogna trovare un’intesa, che si possono (si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente. Essi circondano il proletariato, da ogni parte, di un ambiente piccolo borghese, lo penetrano di questo ambiente, lo corrompono, spingono continuamente il proletariato a ricadere nella mancanza di carattere, nella dispersione, nell’individualismo, nelle alternative di entusiasmo e di abbattimento, che sono proprie della piccola borghesia.
     «Occorre la più severa centralizzazione e disciplina nel seno del partito politico del proletariato per opporsi a questi difetti, per far sì che il proletariato adempia giustamente, con buon successo, vittoriosamente, la funzione organizzatrice (che è la sua funzione capitale). [Gli ultimi corsivi in Lenin vogliono dire che i semiproletari possono avere aiutato nella lotta civile, ma poi disorganizzano e decentrano: ora, sottolineeremo noi]. La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile della forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda la fiducia di tutto quanto vi è di onesto nella sua classe [noi chiosiamo che come nelle masse anche nella classe vi sono residui malsani, vittime della influenza contro-rivoluzionaria, e che in principio, dove non sono trattabili pedagogicamente, si tratteranno senza pietismi repressivamente], senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo [non subirlo!] è impossibile condurre con successo una lotta simile.
     «Vincere la grande borghesia centralizzata [leggi monopolista e fascista] è mille volte più facile che “vincere” milioni e milioni di piccoli produttori, i quali, mediante la loro attività quotidiana, continua, non appariscente, impercettibile, dissolvente, pervengono a quei medesimi risultati che abbisognano alla borghesia e che portano alla restaurazione [corsivi in L.] della borghesia. Chi indebolisce, sia pur di poco, la disciplina ferrea del partito, del proletariato (soprattutto durante la dittatura del proletariato) aiuta in realtà la borghesia contro il proletariato».

Con questa esplicita e decisa formulazione Lenin ha voluto togliere di mezzo un’altra ubbia dei comunisti di sinistra, che pensavano che il soviet operaio fosse un surrogato del partito comunista, e quindi la sua istituzione, che vale la dittatura del proletariato in quanto i borghesi non votano per i soviet, autorizzasse a “sciogliere il partito politico”, fino al punto di suggerire di convocare i soviet prima della lotta rivoluzionaria. I sinistri italiani fin dal 1919 avevano combattuta decisamente questa tesi antimarxista, che fu poi condannata al II congresso nella risoluzione sui soviet o consigli di fabbrica, di cui converrà riparlare.


Strategia e tattica dell’Internazionale

La stampa dell’opportunismo stalinista in questi giorni ha sottolineato che dell’”Estremismo” di Lenin ricorre il quarantennio. Per questa gentaccia non vi è che cerimoniale, e notes di appunti delle date fisse per salamelecchi convenzionali, compleanni onomastici e simili facezie. Naturalmente, dell’”Estremismo” interessano i brani cento volte, e sempre imbrogliando, usati contro la Sinistra italiana, che sono riportati sebbene siano più che altro elogiativi. Ma questo è il minimo punto di cui ci occuperemo, e anche con Lenin ci premeva che si discutesse del metodo internazionale, e non della provincetta italica.

Qui preme a noi stabilire che Lenin trattò questioni di tattica contingente o nazionale al solo scopo di chiarire punti di principio circa la costituzione e la strategia storica del movimento comunista rivoluzionario, con lo sguardo sempre fisso ai traguardi della rivoluzione mondiale e della organizzazione del partito comunista mondiale.

Mostreremo che in questa opera vitale la Sinistra italiana lo sostenne, e meglio di tutti lo comprese in punti cruciali. Ma per la chiarezza della nostra esposizione, che non può essere breve, vanno citati i punti di tattica che secondo la più nota accezione furono in quella occasione imputati ai tedesco-olandesi, in quanto è stato sempre comodo identificare con la posizione di quelli anche la posizione degli italiani.

L’opposizione tedesca si affermava su due punti pratici. Anzitutto, sosteneva la uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti, detti in quel torno “reazionari”; e su tale punto nulla aveva di comune coi comunisti italiani. Sebbene in Italia vi fossero, con tendenza anarchica, quei sindacati di sinistra che il K.A.P.D. proponeva di fondare in Germania, noi in Italia mai sostenemmo la scissione sindacale e lavorammo nel seno della riformistissima Confederazione Generale del Lavoro per abbatterne i capi, giusta la precisa tattica preferita da Lenin. Qui la soluzione tattica discende dai principi direttamente. La funzione rivoluzionaria è nel partito in forma primaria, e non nei sindacati, e nei consigli di fabbrica. Quindi la esigenza era, e Lenin approvava ovviamente, di formare il nuovo partito comunista scindendo il partito politico, e non boicottando il sindacato di destra o altro sindacato; anzi propugnando, allora, il sindacato unitario.

Ma il secondo errore dei sinistri tedeschi era il boicottaggio delle elezioni parlamentari. Ecco, si grida dai filistei, che Lenin dovette stigmatizzare tedeschi e italiani. Ma Lenin sapeva e insegnò che altra era la posizione nei due casi.

Non è facile che il fesso comune capisca che altro è negare la funzione primaria del partito comunista nella insurrezione rivoluzionaria e nello Stato, per lasciarla ad altri organi proletari “immediati” come sindacati, consigli e soviet, nel che è l’immediatismo, nostro principale nemico, e da questa negazione dell’aspetto politico della lotta far discendere la negazione anche di quella parlamentare; altro è il contrapporre, al dato passaggio storico, politica legalitaria a politica rivoluzionaria, punto sul quale discutemmo con Lenin senza metterci d’accordo, ma accettando per disciplina la sua soluzione.

Ci sarà facile in fine di questo studio o in uno successivo, dedicato al parlamentarismo, dimostrare che qui davvero in principio noi eravamo con Lenin, e la divergenza era tattica, mentre i traditori di oggi in principio sono, nella questione del parlamentarismo, contro Lenin e contro noi. Infatti nel II congresso si discusse sulla via migliore per distruggere il parlamentarismo, e Lenin colla maggioranza prevalente sostenne che la distruzione si facesse dall’interno di esso e non dal di fuori. Si andò dentro, e i parlamenti non solo sono sempre lì, ma i buffoni che si dicono leninisti giurano sulla loro eternità e sono pronti a battersi per difenderli. Dietro a loro su questo punto, le masse sono non meno deviate e vanno a votare con socialdemocratica fede che si tratti di una “via al socialismo”.


La trama del lavoro di Lenin

Per mostrare il nostro divario da quelli che citano per frasi staccate, e in questo non possono che essere allievi dei deformatori stalinisti, dedurremo le posizioni di programma e di principio da un esame di tutte le parti, ordinate, dell’opuscolo sull’”Estremismo”.

Ricorderemo il sommario, dopo di aver fornito altri dati storici. Nelle tesi del II congresso “Sui compiti principali della Internazionale comunista” il punto 18 dichiara inadeguate le concezioni sui rapporti tra il partito, la classe operaia e le masse, di una serie di movimenti, che sono indicati nel Partito Operaio Comunista di Germania, in parte nel Partito Comunista Svizzero, nella rivista ungherese «Kommunismus» (di cui la bella lotta per la rivoluzione russa non celava errori dottrinali in senso idealista), nella Federazione Operaia Socialista Inglese, negli I.W.W. (Lavoratori Industriali del Mondo) statunitensi, negli Shop Stewards scozzesi (comitati di fabbrica). È vero che anche qui si condanna insieme il boicottaggio sindacale e quello dei parlamenti, ma in effetti si tratta di una presa di posizione di marxisti ortodossi contro ciò che ancora oggi noi combattiamo, anche in gruppi antistalinisti, sotto il nome di “immediatismo”.

Altro particolare. In una riunione precongresso a Leningrado si discusse se questi movimenti potevano essere ammessi al congresso come sezioni, e non come soli uditori. Tra una certa meraviglia anche dei russi il delegato della Sinistra italiana propose la loro esclusione con l’argomento che si era al congresso della Internazionale dei partiti politici, e solo partiti comunisti potevano aderire. Ciò fu poi chiarito a fondo nelle “condizioni di ammissione”, i celebri 21 punti.

Vogliamo dunque fare uso dell’”Estremismo” di Lenin? Bene. Si tratta di leggerlo e di saperlo leggere. Il quadro storico lo abbiamo dato. Il sommario è questo:
     1. In qual senso si può parlare della importanza internazionale della rivoluzione russa?
     2. Una delle condizioni principali del successo dei bolscevichi.
     3. Le tappe principali nella storia del bolscevismo.
     4. Lottando con quali nemici nel seno del movimento operaio il bolscevismo è cresciuto, si è rafforzato e temprato.
     5. Il comunismo “di sinistra” in Germania. I capi - il partito - la classe - le masse.
     6. I rivoluzionari devono lavorare nei sindacati reazionari?
     7. Si deve partecipare ai parlamenti borghesi?
     8. “Nessun compromesso”?
     9. Il comunismo “di sinistra” in Inghilterra.
     10. Alcune conclusioni.
     Appendice:
     1. La scissione dei comunisti tedeschi.
     2. I comunisti e gli “indipendenti” in Germania.
     3. Turati e consorti in Italia.
     4. False conclusioni da giuste premesse.

Come abbiamo detto, abbiamo ricordato il momento storico in cui Lenin si indusse a scrivere questo testo, importantissimo per tesi valide in tutti i tempi e che oggi i proclamati leninisti ufficiali oltraggiano a ogni ora. Poi ci siamo fermati sul tema del paragrafo 5 per mostrare quale fu la preoccupazione principale di Lenin: il pericolo dello svalutamento della funzione primaria del partito, e il timore della dittatura del partito. Una vera classica condanna dell’abusato antipoliticismo immediatista e operaista, sempre dal marxismo classico battuto in breccia.

Toccheremo nel seguito tutti gli altri punti. Circa la questione del parlamentarismo sottolineeremo che la linea di Lenin prevede boicottaggio e partecipazione; ricorderemo la storia del partito italiano, e la ridicola fase della uscita insieme all’Aventino borghese voluta dai centristi, mentre la Sinistra che più non dirigeva il partito impose il rientro.

Citeremo un passo in cui Lenin mostra che forse gli astensionisti avrebbero fatto bene a scindersi a Bologna, Ottobre 1919, dalla enorme maggioranza che, volendo le elezioni, le voleva con Turati.

Circa la teoria del compromesso ricorderemo che si tratta del rifiuto della pace di Brest-Litovsk nel 1918, mentre la sinistra italiana, senza nessun collegamento, fece propria la tesi di Lenin della firma del trattato coi briganti tedeschi, e non quella della guerra rivoluzionaria fino allo sterminio.

Sulla questione dei sindacati e consigli di fabbrica sarà facile mostrare che, allora e dopo, la tesi combattuta dall’Internazionale fu proprio quella degli ordinovisti gramsciani, di sospetta ortodossia sempre.

Riconosciamo che un simile modo di leggere Lenin o Marx è laborioso. Ma è il solo che difende dalla rovina opportunista dilagante.

Chi vuole andare per effettacci e appagarsi di luoghi comuni e frasi subdolamente staccate, si accomodi nel letamaio.

 

 

 

 


II - Storia della Russia o dell’umanità?


Rivoluzione russa e mondiale

Nell’intraprendere l’esposizione ordinata del lavoro di Lenin – che preludeva per ragioni di “urgenza” alla sistemazione teorica nelle tesi del II congresso mondiale cui Lenin largamente collaborò di persona, e in attesa delle quali l’attuale opuscolo ebbe da lui nella seconda edizione il sottotitolo: Saggio di conversazione popolare sulla strategia e la tattica marxista (lo stesso classico “Imperialismo” nella modestia dell’autore ha il sottotitolo di saggio popolare) – ci domanderemo se tutti quelli che lo citano, secondo la moda, contro la Sinistra comunista, ossia contro la sola corrente fedele al marxismo, ne abbiano mai letta la prima pagina.

La prima pagina basta a distruggere il capolavoro della infamia stalinista che nei suoi effetti controrivoluzionari batté di gran lunga i nefasti di ogni social-patriota del 1914, ossia la ignobile “teoria” del socialismo in un solo paese. Intanto ancora oggi i giornali Stalin-kruscioviani e il “rettificato” “Breve corso di storia del partito comunista bolscevico” insistono nel dire che quella pretesa teoria fu fondata da Lenin!

Quale socialista destrissimo della II Internazionale è arrivato a scrivere mai falsi di tale forza come quello che prendiamo da “L’Unità” del 31 agosto 1960? «Dal falso presupposto che le conquiste della rivoluzione socialista in Russia potessero essere difese soltanto con l’aiuto di una rivoluzione socialista mondiale, i “sinistri” traevano la conclusione che compito del potere sovietico fosse in primo luogo quello di stimolare la rivoluzione negli altri paesi attraverso una guerra contro l’imperialismo mondiale».

Qui è un primo falso a carico dei sinistri che volevano stimolare la rivoluzione fuori di Russia con l’azione della Internazionale dei partiti comunisti e non con una guerra dello Stato russo, idea che piuttosto definisce lo “stalinismo” prima maniera, in quanto distinto dal moderno e assai più vile krusciovismo.

Ma il falso gigante è a danno di Lenin: «Lenin dimostrò – sottolinea il nuovo manuale – come questa teoria di “stimolare” la rivoluzione internazionale non avesse nulla in comune con il marxismo, per il quale lo sviluppo della rivoluzione dipende dal maturare della lotta di classe all’interno dei paesi capitalistici. È questo di fatto uno dei presupposti della concezione Leninista della coesistenza pacifica»!

Dunque per i compilatori del nuovo manuale (che si vanta liberato da certi falsi del primo, come il complotto di Trotski per uccidere Lenin al tempo di Brest-Litovsk, seguitando però a mentire che Trotski non seguì la politica di Lenin) marxismo-leninismo deve essere la teoria per “addormentare” la rivoluzione!

Abbiamo ricordato che il primo capitolo tratta della importanza internazionale della rivoluzione russa. Chi rilegge la esplicita definizione di Lenin sui caratteri della rivoluzione russa che hanno valore generale internazionale, non voglia dimenticare la tesi ufficiale degli odierni leninisti del calibro dei Krusciov e dei Togliatti. Dal tempo del XX congresso russo questi signori hanno proclamato che ogni paese ha una sua “via nazionale” al socialismo, e che quindi caso per caso essa sarà diversa dalla via russa. Ma quali sono secondo questa manipolazione i caratteri della rivoluzione russa che non sarebbero, per usare un termine di Lenin, obbligatori in tutte le altre rivoluzioni? Essi non ne fanno mistero. Sarebbero stati caratteri puramente accidentali e fortuitamente russi la stessa dittatura del proletariato, il sistema dei soviet, il terrorismo rivoluzionario, e anche, perché no? la violenza insurrezionale. La stessa distruzione del parlamento (assemblea costituente) sarebbe stata una peculiarità della rivoluzione russa, non come noi gridammo allora, entusiasti e solidali in principio col vero Lenin, la prima realizzazione della teoria marxista della rivoluzione proletaria, che attendevamo in tutti i paesi.

Leggiamo ora Lenin: «Nei primi mesi dopo la conquista del potere politico per opera del proletariato in Russia (25 ottobre - 7 novembre 1917), poté sembrare che le grandissime differenze esistenti tra la Russia arretrata e i paesi progrediti dell’Europa occidentale avrebbero reso la rivoluzione del proletariato in questi paesi assai poco simile alla nostra».

Giova già fermarci, malgrado si tratti di un saggio popolare e non di un palinsesto. Anzitutto Lenin non pone in confronto rivoluzione russa e rivoluzione mondiale, ma parla dell’Europa occidentale. Nel 1920 infatti Lenin e noi con lui (a nessuno è vietato di proclamare fessi l’uno con gli altri, ma è vietato dirsi leninista a chi pensa con indirizzo rovesciato su tutto il fronte) attendevamo la rivoluzione non in Asia e America, ma tra la Russia e l’Atlantico. Questa era la condizione perché la rivoluzione socialista in Russia non capitolasse storicamente, come ha dovuto capitolare.

Perché poteva sembrare che la rivoluzione nell’Europa ovest avrebbe avuto uno sviluppo poco simile alla russa, e in qual senso? La Russia era arretrata soprattutto nel senso politico, in quanto da pochi mesi era uscita dal dispotismo feudale, e quindi la sua rivoluzione poteva essere diversa da quella di un paese ove il dispotismo e la feudalità erano stati abbattuti da secoli, come Francia o Inghilterra. Questa e tutte le altre differenze di fatto avrebbero suggerita la previsione che la rivoluzione proletaria russa sarebbe stata più sbiadita, incerta, esitante, rispetto a quella dei paesi di pieno capitalismo, in cui la si poteva a buon diritto attendere più netta, decisa, travolgente. Basti pensare che la egemonia del proletariato e del suo partito sul «restante popolo lavoratore», postulato centrale in questa opera di Lenin, sarebbe stata nella industriale Europa di ovest assai più agevole e completa.

Solo alcuni filistei della II Internazionale, che dovevano poi essere superati solo da quelli schifosissimi sorti sul cadavere della III, potevano insinuare che terrore proletario, dittatura, dispersione dei parlamenti, fossero caratteri non europei ma “asiatici” – fin da allora questo risibile luogo comune fu coniato. Gli opportunisti di allora lo facevano per svergognare la Russia rossa, quelli più infami di oggi lo ripetono; e pretendono che si creda che con ciò la esaltino.

Se la rivoluzione di Russia livragò un parlamento dopo pochi mesi dalla istituzione di un vero sistema elettorale, quale sarebbe stata la differenza presumibile per i paesi parlamentari da un secolo? Ci vuole la faccia cornea dei traditori odierni per insinuare che in questi paesi il parlamento divenga una possibile via al socialismo (che mai di peggio dissero i socialdemocratici del principio del secolo?), e quindi in Russia lo si sbaionettò via per sport, per distrazione, o perché il grande Vladimiro era sbronzo di vodka!


Caratteri di tutte le rivoluzioni

Lenin scrive per stabilire che, malgrado le radicali differenze nella situazione sociale e storica di partenza, i processi essenziali della rivoluzione bolscevica si presenteranno in tutti i paesi. Quali questi processi? Lo studio completo di quest’opera, e del complesso delle opere del marxismo-leninismo non adulterato, consente di rispondere nettamente. Si capisce bene che chi pensa che gli eventi di quarant’anni abbiano dato alla storia un opposto indirizzo lo può fare, e passare ad abiurare il marxismo-Leninismo. «Adesso [aprile del 1920] abbiamo già di fronte a noi una esperienza internazionale considerevole, la quale attesta nel modo più netto che alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione non hanno una importanza locale e specificatamente nazionale, né esclusivamente russa, ma un’importanza internazionale».

Qui lo scrittore teme di essere frainteso e vuole precisare. «E non parlo qui di importanza internazionale nel senso lato della parola: non alcuni ma tutti i tratti fondamentali, e molti tratti secondari, della nostra rivoluzione hanno un’importanza internazionale, in quanto essa ha un’influenza su tutti i paesi. No: parlo qui nel senso più stretto della parola: se per importanza internazionale si intende la portata internazionale [forse sarebbe tradotto meglio il valore] o la inevitabilità storica della ripetizione su scala internazionale di ciò che accadde da noi, si deve attribuire tale importanza ad alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione».

Alcuni e non tutti? È esattamente la tesi della sinistra nei congressi internazionali comunisti. Lenin lo spiega subito dopo. Ma val la pena di rilevare perché in senso lato tutti gli eventi sono di importanza mondiale, e in senso stretto solo alcuni, che passano, anzi si confermano, nel programma marxista della rivoluzione. La soppressione della famiglia imperiale ebbe importanza internazionale massima, e se ne schiamazza ancora. Ma in senso stretto non è un tratto di «inevitabile ripetizione dovunque». Nei paesi non dinastici non vi sarà tale esigenza. I figli dello zar furono uccisi per il principio ereditario dinastico; ove tale principio non esisterà, l’uccisione sarà inutile.

Dunque i tratti valevoli in senso stretto per tutte le rivoluzioni fuori Russia saranno alcuni e non tutti; alcuni saranno non valevoli. Quali e perché? Basta leggere con attenzione, e lo si apprende da un passo di peso grandissimo. «Certo, sarebbe un grandissimo errore voler esagerare questa verità, estenderla a più di alcuni tratti fondamentali della nostra rivoluzione. Sarebbe altresì un errore trascurare il fatto che dopo la vittoria della rivoluzione proletaria, anche in uno solo dei paesi più progrediti, avverrà verosimilmente una brusca svolta, cioè la Russia cesserà in breve di essere il paese modello, e sarà di nuovo un paese arretrato (dal punto di vista “sovietico” e socialista)».

Questa è un’idea centrale del leninismo: la rivoluzione progredirà ben presto in Europa; dopo la sua vittoria, ad esempio in Germania, la Russia passerà in coda nel cammino sociale verso il socialismo economico, in quanto la struttura tedesca la distanzierà fortemente. L’idea di Lenin si completa col concetto che a lato di una Germania, e meglio di una Europa, sovietica la Russia sociale potrà abbreviare il cammino dalle sue vecchie economie al capitalismo e da questo, sia pure in forma statale, al socialismo.

Questa dottrina è la esatta negazione di quella insulsa del paese del socialismo, e del paese modello, del paese guida, che dopo Lenin oscenamente ha prevalso. Fra la teoria del modello da imitare, e quella del passaggio immediato della Russia in coda alla rivoluzione, corre la stessa contraddizione che tra la fognosa via nazionale al socialismo e la enunciazione possente testé riportata: «inevitabilità storica della ripetizione su scala internazionale di ciò che accadde da noi». La teoria del modello russo non era che la prima formulazione della odierna superstizione della coesistenza emulativa.

Tornati dalla Russia nel 1920, innanzi a folle di proletari che sembravano attendere la descrizione di una terra promessa, noi risolutamente combattemmo, da allievi umili del grande Lenin, la illusione che fossimo andati a vedere il socialismo come era fatto, come funzionava, quasi fosse un giocattolo da bambini, o una specie di sputnik, inventato, creato.

Sebbene il socialismo non fosse ancora esistito in terra, noi come marxisti sapevamo già come doveva essere fatto, e ne avevamo la certezza per il mondo e per la Russia, ove il luminoso meccanismo umano non giocava però ancora. Splendeva sì la forza della rivoluzione in marcia, dura, dolorosa e accettata, verso la lontana gioia comunista, che tutti i proletari europei dovevano, e soli potevano, dare a se stessi e ai russi, qualora avessero potuto abbattere tutti gli Stati borghesi del continente.

Sta nella teoria del modello la posizione antimarxista e antileninista, viva oggi nella nefanda teoria della coesistenza. Era Gramsci che poteva impersonare in Italia quel marchiano errore, quando commentava l’Ottobre scrivendo: “La Rivoluzione contro ’Il Capitale’”. Secondo il materialismo storico la rivoluzione proletaria in Russia, ove il capitalismo non era sviluppato abbastanza, era impossibile; se aveva vinto, la conclusione era facile: sbagliato il determinismo economico e il materialismo; vero e luminoso l’idealismo volontarista, eroe del mito Lenin, che aveva saputo violentare la storia e creare dalle condizioni più avverse il Modello, la tanto sognata Utopia. Non vi era che andare pellegrini a baciare il sacro lembo della clamide del Profeta: contemplare il modello e riportarne il racconto e il segreto alle masse aspettanti di occidente che lo dovevano copiare.

Ma Lenin è lì; senza pose di messia, e perciò tanto più semplice e grande. Egli si richiama in tutto al materialismo di Marx, illumina della dialettica di quegli la storia che vive, e deride il modello; come tale esso è povera cosa e non tarderà a essere sorpassato; egli vede e anela che sia sorpassato.

Chi lo aveva creduto giustiziere del Capitale chinerà il capo e aprirà gli occhi alla luce: Gramsci infatti lo fece, fino a che la poca forza fisica sorresse l’acutezza dello sguardo.

Oggi anche la luce azzurra degli occhi di Vladimiro è spenta, ma abbiamo fra tanto di lui la svalutazione della ubbia del modello da imitare, che per tutti i tempi basta a confondere, con la potenza polemica spietata che era sua, la balorda costruzione del mondo che si fa comunista per imitazione miracolata.


Che cosa la Russia insegnò

La rivoluzione russa non aveva dunque, nella visione leniniana, la funzione di presentare al mondo una struttura socialista, ma diversa e ben più grande funzione internazionale, cioè di insegnare i mezzi e le armi con le quali sole, dovunque il potere del capitale con tutti i suoi associati poteva essere rovesciato.

Questo insegnamento esisteva già nelle linee dorsali della dottrina, ma per la prima volta lo si poteva verificare nel fatto, nella storia.

Non si doveva andare a prendere delle fotografie dell’ordinamento russo – se pure allora assai meno di oggi infetto da stimmate autentiche di capitalismo mercantile, ed emulativo di questo maledetto occidente – ma, se è consentita l’immagine, riuscire ad avere il film cinematografico dell’evento rivoluzionario, e da questo trarre quelle che si potrebbero dire le sequenze decisive, valide in modo universale per tutta l’Europa.

In questo senso si offriva, ai nostri travolgenti entusiasmi di quel tempo glorioso, un modello non statico, ma dinamico; non una stucchevole ricetta, ma il fiammeggiare eruttivo della palingenesi sociale.

Lenin questo dice: «Nel presente momento le cose stanno proprio così: il modello russo indica a tutti [sottolinea lui, o signore carogne] i paesi alcunché di oltremodo essenziale del loro inevitabile e non lontano avvenire».

Noi lo abbiamo detto forse in modo troppo prolisso, ma la dimostrazione ci preme. Il nostro modello non è un “progetto” presente per una riproduzione presente, ma è il costrutto di una lezione del passato che deve servire per un inevitabile avvenire.

Benché l’uomo sia un animale ingenuamente imitativo, e l’umanità del 1960 ne vada dando prove pietose, nel 1920 sentimmo evidente in quella consegna la potenza del lancio dal passato al futuro, e la fede di immense moltitudini nella infallibilità della grande teoria rivoluzionaria.

Si viveva un’epoca fervida e feconda. Lenin scrisse: «In tutti i paesi, gli operai progrediti hanno compreso ciò da molto tempo, e ancor più spesso lo hanno non tanto compreso, quanto intuito, presentito con l’istinto proprio della classe rivoluzionaria».

Istinto non cultura, emulante le scuole borghesi!

Nel corso del suo luminoso studio Lenin ci segnerà i diversi tratti essenziali della linea rivoluzionaria universale. «Da ciò deriva l’”importanza” internazionale (nel senso stretto della parola) del potere sovietico e dei principi della teoria e della tattica del bolscevismo».

A questo punto il capitolo introduttivo dell’”Estremismo” devia in certo modo, per esigenze della polemica che come vedremo sono della più grande importanza e comportano commento attuale. Ma le parole ora scritte ci danno modo di annotare quanto Lenin promette di specificare come contenuto dei tratti fondamentali della rivoluzione russa che vorremmo dire onnivalenti.

Si tratta dei “principali” e Lenin ammette che ve ne sono di due sorta: della teoria e della tattica del bolscevismo.

Ciò che con ripercussione internazionale caratterizzò dunque il glorioso partito comunista bolscevico è un sistema di principi nella sua dottrina. Ma nessuno ha il diritto di dire che la teoria è legata a un sistema di principi mentre la tattica è libera, è spregiudicata. Quello che in vari congressi di Mosca la nostra sinistra sostenne, si basa su questa formulazione di Lenin stesso: anche per la tattica, e non solo per la teoria, occorre stabilire un sistema di principi; di più essi devono essere validi per tutti i paesi e i partiti dell’Internazionale. Le Tesi di Roma 1922 ne furono un saggio.

Il testo accusa i capi traditori della II Internazionale ed i capi centristi come Kautsky, Bauer, Adler che – pur non essendo dei triviali social-patrioti – col non capire la validità generale del sistema di principi teorici e tattici che avevano condotto alla vittoria il partito bolscevico «si rivelarono reazionari» e traditori. Lenin qui schiaffeggia la pedanteria, la bassezza e l’ignominia di un opuscolo (che era di Bauer) intitolato «La Rivoluzione mondiale», che ipocritamente contrappone gli immaginari caratteri democratici, pacifici e incruenti (oggi abbiamo il diritto di aggiungere «emulativi») della rivoluzione mondiale a quelli della rivoluzione russa, anzi a quei caratteri di essa che devono essere di tutte le rivoluzioni e sulla linea dei quali nel 1920 si conduceva – sapendo bene che si giocava il tutto per tutto – la battaglia della rivoluzione nell’Europa occidentale.

Dopo questa staffilata ai centristi, Lenin, avendo nominato Kautsky, tiene a mostrare che quando questi era un marxista, nel lontano 1902, aveva scritto un articolo dal titolo “Gli slavi e la rivoluzione”, in cui ammetteva che il timone della rivoluzione europea poteva passare nelle mani dei proletari russi; dopo che il centro rivoluzionario aveva mostrato di essere in Francia nella prima metà del secolo decimonono e talvolta in Inghilterra, e nella seconda metà in Germania. Kautsky, che nel 1920 trivialmente insultava la Russia rivoluzionaria, e contestava in modo truffaldino il principio della dittatura, aveva trent’anni prima liricamente concluso che forse era riserbato agli slavi, che nel ’48 furono il rigido gelo che spezzò i fiori della primavera dei popoli, di essere l’uragano che, travolgendo lo zar e il suo alleato, il capitale europeo, avrebbe infranto il ghiaccio della controrivoluzione.

Scriveva bene Kautsky diciotto anni fa, Lenin, esclama, quel Lenin che fino alla non lontana morte scrisse sempre nello stesso modo. Oggi noi possiamo fare eco: scriveva bene Kautsky cinquant’otto anni fa!

La crosta ghiacciata si è richiusa sulla impresa ultra memorabile dei proletari slavi, e sulla lastra tombale di questo ghiaccio è scritto: pacifismo, coesistenza, distensione, via democratica e parlamentare al socialismo!

Mentre Lenin disonorò la infame Lega delle Nazioni come fortezza del capitale, la Russia di oggi, che lo ha abiurato, scrive quelle epigrafi funerarie sui non meno luridi tavoli verdi della Organizzazione delle Nazioni Unite.

I rivoluzionari marxisti non conducono certo una Olimpiade del tempo moderno, che si passi la fiamma della rivoluzione comunista. Ma se Marx ed Engels, un non ancora spento Kautsky, e un sempre luminoso Lenin, videro questa consegna da Inghilterra a Francia a Germania e a Russia, oggi che la Russia è caduta dopo essersi coperta di gloria, oggi noi, sicuri che la grande fiamma divamperà ancora, pensiamo all’Europa occidentale che Lenin vaticinò all’inizio dell’”Estremismo”, sola che possa levarsi contro la emulativa oppressione della turpe America e della degenerata Russia, e fare forse leva, mentre i sinistri diplomatici delle due sponde manovrano lubrici la questione della calpestata Germania, su questo paese che (sia pure con lungo processo) può intravedere nella storia una rivoluzione del proletariato che si levi contro America e Russia, nemiche o amiche che siano.

Forse mezzo secolo, che noi bianchi abbiamo perduto, potrà essere riguadagnato nella marcia, che fragorosamente accelera, dei fratelli gialli e neri!


La dittatura e i filistei

Non lasceremo questo capitolo introduttivo del testo di Lenin senza svolgere alcune deduzioni dal suo attacco sterminatore ai nominati Karl Kautsky, Otto Bauer e Friedrich Adler, perché per noi è storicamente di significato immenso che Lenin abbia sempre diretto i suoi colpi più acerbi contro questi tipi, detti in quegli anni centristi, indipendenti, internazionalisti due e mezzo, che stavano a mezz’acqua tra la II e la III. Lenin li considera più pericolosi dei destri, socialdemocratici, o social-patrioti, aperti alleati e scherani della borghesia, i cui nomi potevano essere Scheidemann, Noske, Vandervelde, Mac Donald, ecc., con le loro turpi gesta di guerra e di dopoguerra.

Infatti in Germania Kautsky fu uno dei primi a costituire l’opposizione contro la maggioranza parlamentare social-patriottarda (non va dimenticato a proposito del bilancio del parlamentarismo di cui diremo a suo luogo, che lo stesso Karl Liebknecht il 4 agosto 1914, curvandosi davanti alla disciplina di partito, che era poi la disciplina del gruppo parlamentare, votò purtroppo silente a favore dei crediti di guerra al governo del Kaiser). In Austria poi Bauer e Fritz Adler, figlio del vecchio marxista Victor, erano i capi di quello che si chiama austro-marxismo (come se ci potessero essere marxismi nazionali!): e si ricorderà che a Vienna Fritz fu processato per la sua coraggiosa opposizione alla guerra.

Ma tipi simili, come teorici – e ne sfruttavano la fama di più decenni – pretesero che vi fosse incompatibilità tra marxismo e dittatura, e diffamarono acidamente il bolscevismo e il leninismo come una violazione del sano socialismo. Secondo quella gente i marxisti avrebbero il dovere di non violare le norme del libero consenso democratico, delle adesioni dal basso, del parere liberal-democratico della maggioranza dei “cittadini”, e furono essi a costruire la più vergognosa delle falsificazioni di Marx.

Contro di essi si getta Lenin a ferro e fuoco, e questo è un insegnamento storico che noi, testimoni e militi di quella storica battaglia all’ultimo sangue, non abbiamo mai dimenticato. Questa posizione reale, pratica, materiale, che i nostri eterni contraddittori chiamerebbero con l’aggettivo borghesoide di “concreta”, noi oseremo oggi dirla più eloquente, come dettato e insegnamento, della stessa insuperata forma scritta della polemica di Lenin. Nelle sue colossali responsabilità davanti alla storia, questo sommamente antiscolastico guidatore di masse non doveva prestare il fianco al facile successo dei rinnegati, davanti alla immaturità dei proletari appena usciti da una rivoluzione antidispotica, come sarebbe avvenuto se avesse scritto apertamente: Della consultazione e del consenso numericamente manifestato non solo ce ne freghiamo, ma siamo certi che quando si va in senso contrario a questi avanzi patologici della servitù e del servilismo dell’epoca borghese allora si è sulla diritta via.

Ma quelli che allora erano giovani, e non hanno subita corruzione, non potevano dimenticare la norma (anche se non si trovasse scritta in tesi e in libri di teoria): Picchiate feroci sul vicino, l’affine, il cugino; e non sbaglierete mai!

Da un lato abbiamo l’esempio di Lenin, ossia della vita rivoluzionaria di quegli anni nella realtà degli scontri tra milioni di uomini, dall’altra la fine miseranda e infame degli stolti, che con largo impiego della spudorata falsificazione di quello che Lenin scrisse, e di quello che compì, hanno seguita la norma opposta, che consiste nel blocco, nel fronte, nell’isolamento a destra di un fittizio nemico, nel ché non sta che la ripetizione di quello che fecero i traditori della prima guerra mondiale. I campioni della terza ondata storica della peste opportunistica non si sono fermati al blocco con i socialisti di centro e di destra, ma sono passati ben oltre – non in tempo di guerra ma anche in tempo di pace – fino al blocco con democratici e liberali borghesi e con cattolici, e socialmente non solo con proletari traviati ma con piccoli borghesi, e infine dichiaratamente con una media borghesia imprenditrice.

Le questioni di teoria non si distinguono da quelle pratiche. Lenin non si dilettava puramente a confondere quei professori sulla falsa esegesi di Marx; si trattava di ben altro: quelle canaglie, nel momento in cui eserciti sorretti dalle borghesie occidentali si lanciavano a spegnere nel sangue il potere bolscevico e la rivoluzione tutta, solidarizzavano con i bianchi, ne auspicavano la vittoria come punizione del reato di “dittatura” e di “terrorismo” consumato dalla gloriosa avanguardia leninista. Noi abbiamo allora appreso che sempre, quando la vittoria del proletariato starà per essere colta sulla sola via storica “inevitabilmente prevedibile”, quella canaglia cuginastra e frontastra agirà cosi, e il proletariato, se non lo avrà saputo, cadrà tradito.

Non per niente quando Kautsky, il più truculento antibolscevico, scriverà così, mentre in Russia si risponde a cannonate, Lenin stenderà “La dittatura proletaria e il rinnegato Kautsky”, e Trotski il formidabile testo “Terrorismo e comunismo”.

In che da Kautsky e mala compagnia differiscono quelli che oggi proclamano che dittatura e terrore furono metodi “peculiari della Russia 1917” e che ora vanno risparmiati agli altri paesi? Non sono anche essi, come Lenin pronunziò in una condanna senza appello, marxisti-liberali, marxisti passati armi e bagagli al liberalismo e alla borghesia?


La diffamazione è sempre quella

Ancor oggi si possono scrivere i nomi dei signori Bauer e Adler (vedi “Messaggero” di Roma del 2 settembre 1960) per ricordare la loro critica del bolscevismo e nello stesso tempo per cercar di dichiarare battuta la loro teoria di un movimento di successo proletario e socialista “senza dittatura e terrore”; il che nella sostanza è giusto (siamo sempre lì, dall’estremo opposto si vede meglio che dalle panche prossime a noi, se è lecito usare questa immagine da baraccone parlamentare).

Un polacco, Deutscher, dopo la morte di Stalin ha scritto un libro dal titolo “La Russia dopo Stalin”. La tesi di questo recente scrittore è che la Russia moderna evolve verso una forma liberale o socialdemocratica che dir si voglia. Ma un altro “russologo” americano, il Croan, ha contestato al Deutscher che la sua tesi non era nuova, ma era la stessa del famoso Otto Bauer in un suo libro del 1931: “Capitalismo e socialismo verso la guerra mondiale”.

Se dopo quarant’anni ci troviamo ancora tra i piedi un Otto Bauer che Lenin aveva fatto fuori per sempre, di chi mai è la colpa se non dei pretesi allievi e fetidissimi falsificatori del Leninismo?

 

 

 



III - Cardini del bolscevismo: centralizzazione e disciplina

Sono essi che dal XX congresso recitano la bassa commedia di essersi pentiti della dittatura e del terrore, sviluppi non propri della rivoluzione anticapitalistica ovunque scoppi, ma solo per ragioni “locali” dell’Ottobre russo. Naturalmente per la cricca del Cremlino la dittatura non deve essere un mezzo di lotta del proletariato rivoluzionario mondiale; questo deve usare la cultura, la civiltà e la emulazione al posto del terrore, ma la dittatura il terrore e mezzi anche più truculenti vanno benissimo ancora quando è in gioco il loro potere!

Quale la dottrina “marxista” di Bauer-Deutscher? Stalin aveva ripreso e fatto suo il motto di Lenin, che cioè la rivoluzione russa erano i soviet più la elettrificazione. Aveva Stalin secondo costoro cancellato i soviet, pretesa rappresentanza democratica autentica di popolo nelle assemblee politiche (sono invece una struttura di classe per la dittatura, che, come Lenin nel testo in esame dimostra, falliscono se non vi è la dittatura del partito rivoluzionano, e non sono una nuova risibile arena per il danzare del pluripartitismo) ma aveva, Stalin, fatta la elettrificazione. Non solo, ma con questa la educazione scolastica e tecnologica del popolo russo. Tali sono le premesse di ogni ammirevole sistema democratico, atmosfera in cui secondo questi signori respira il socialismo, e Stalin senza volerlo né saperlo aveva gettato le basi della nuova Russia parlamentare, liberale, e pluripartitica, con libere elezioni, ecc.

Contro questa vecchia tesi di Bauer si era scagliato lo stesso Kautsky, il cui velenoso temperamento lo aveva fin da allora condotto a dire che il delitto della dittatura non poteva essere sanato che da una repressione armata dall’esterno, cui egli oscenamente plaudiva.

Kautsky ingiuriò il “sozio” Bauer per il suo ottimismo su una “sana” evoluzione della Russia, mentre il terzo nostro uomo, Adler, prese le difese di Bauer. Non è errato dire che Adler era mosso non da fiducia nel democratizzarsi di Stalin, ma da timore del totalitarismo fascista che invadeva l’Europa, e dalla speranza, poi realizzata (Adler allora parlava come segretario della II Internazionale, che ha potuto sopravvivere alla III, o vergogna delle vergogne), della salvezza della democrazia borghese dal pericolo fascista ottenuta con l’alleanza russa (infamia e svergognamento supremo della tradizione bolscevica).

Ma gli ondeggiamenti di questi professionisti dell’opportunismo non hanno tale importanza da oscurare il significato fondamentale della loro tesi.

Questa era cosi formulabile: La rivoluzione proletaria e socialista nei paesi “evoluti” e “civili” si svolgerà in forme che escludono la dittatura e il terrore. In Russia hanno giocato cause che la distinguevano radicalmente dai moderni paesi progrediti. Tali cause erano non solo lo zarismo ma soprattutto la pretesa spaventevole ignoranza del popolo russo. Se questo non fosse stato tanto incolto, non avrebbe tollerato i metodi di quel despota asiatico che, per quei buffoni, era Lenin.

Noi vedemmo all’opposto in quel metodo glorioso l’incontro tra il formidabile istinto rivoluzionario del geniale proletariato russo con la formidabile conquista della visione della storia attinta dal suo grande partito marxista, che possedeva la scienza dell’avvenire quando i vili professori dell’ovest razzolavano nella spregevole cultura del passato.

L’istinto è in ragion contraria della cultura diffusa dalla classe dominante con le sue innumeri spregevoli scuolette. Noi ammiriamo un proletariato che non ha titoli di studio neanche elementari, ma ha il titolo supremo di possedere, perché la vive, la verità rivoluzionaria da cui la scienza borghese dista ancora secoli e secoli.

Vana quindi la storiella che Stalin si mise sulla via della culturetta scolastica e con questa portò il popolo russo all’altezza del socialismo. In tal modo il popolo russo non fu che portato all’altezza dell’imbecillità borghese, irta di tecnologie e di collegi accademici, di ipocrite preterie di auguri moderni della cosiddetta “scienza che avanza”, in un mondo che vilmente rincula.

Se da questo corbellamento culturale del popolo russo non è uscito il liberalismo parlamentare, ciò non prova che la spiegazione deterministica non vi sia. Dialetticamente la borghesia vive un’epoca di progresso libero, illuministico, che nella prima fase non è di classe soltanto, ma anche umano. Marx descrisse che nella seconda fase, nelle sottostrutture come nelle sovrastrutture, avrebbe seguitato a salire come classe e forma di classe (e sale il capitalismo in America e in Russia) ma avrebbe affondato paurosamente in un’organizzazione sociale disumana e oscurantista.

La dittatura urge, perché in questo mondo degenera asfissiandoci la società capitalistica e diviene più fetente per l’effetto tra le masse della sua scuola, dei suoi mezzi pubblicitari, e del suo strombazzare conquiste.

Tanto non potevano capire i Bauer e gli Adler, tanto non possono capire tutti i moderni pennaioli, e ogni sciaguratello che di quando in quando cade con essi nel liquame da fogna.


Condizioni universali

Nel secondo paragrafo il lavoro di Lenin tratta delle principali condizioni che assicurarono ai bolscevichi russi il successo nella rivoluzione di Ottobre, ossia di quelle condizioni che dovranno realizzarsi in tutti i paesi d’Europa perché il proletariato conquisti il potere. Diciamo di Europa perché la prospettiva probabile del 1920 si stendeva sull’Europa occidentale; ma può ben riferirsi a qualunque paese del mondo in cui il proletariato aspiri alla vittoria.

Lenin, mentre scrive, ha dinanzi a sé due realizzazioni storiche: conquista del potere in Ottobre 1917 e vittoriosa difesa di esso da tremendi assalti per due anni e mezzo. Le sue parole sono queste: «È certo che ormai tutti vedono come i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea, nel nostro partito, e se il partito non avesse avuto l’appoggio totale e pieno di tutta la classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto fino all’abnegazione, di influente e capace di condurre dietro a sé o attirare gli strati arretrati».

Prima che Lenin spieghi la vitale necessità del fattore disciplina, da tante parti sospettato e contestato, e definisca da suo pari il senso della disciplina nel partito e nella classe, citiamo un periodo che verrà poco oltre e che al concetto-base comunista della disciplina mette in parallelo l’altro non meno essenziale della centralizzazione, chiave di volta di ogni costruzione marxista. «Ripeto: l’esperienza della vittoriosa dittatura del proletariato in Russia ha mostrato all’evidenza, a coloro che non sanno pensare o non hanno mai dovuto meditare su questo problema, che una centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia».

Lenin sa che in quell’epoca, anche in elementi che si autodefinivano di sinistra, vi erano esitazioni su queste due formule che sempre hanno avuto sapor di forte agrume: “centralizzazione assoluta” e “disciplina ferrea”. La resistenza a queste formule deriva dalla ideologia borghese diffusa nella piccola borghesia e da questa pericolosamente tracimante nel proletariato, vero pericolo contro il quale questo scritto classico è stato levato.

La borghesia ha idealizzato il suo compito nella storia con la maledizione al dispotismo delle monarchie assolute, a cui contrapponeva la libertà del singolo cittadino nei suoi moti economici svincolati dal controllo dello Stato centrale, e alla oppressione delle coscienze da parte dei poteri religiosi che esigevano cieca obbedienza.

Il radicalismo borghese aveva educato alla retorica del libero pensiero, e ogni richiamo a una disciplina delle idee veniva accolto come un ritorno all’oscurantismo clericale. L’organizzazione economica capitalista, il cui vero passo in avanti storico era stato il concentrarsi di disperse forze produttive e un reale concentrarsi di potere nello Stato contro lo sparpagliamento feudale centrifugo, si truccava sotto la letteratura della autonomia delle private iniziative e il liberalismo economico. Il parlare di centralizzazione veniva respinto come un rinculo nel cammino verso la libertà e un tradimento del liberalismo la cui esasperazione era il libertarismo, che pur seduceva fin dal secolo decimonono alcuni strati proletari.

Una delle false ragioni per cui la diffidenza verso la forma partito era pericolosamente alimentata, era che il partito, obbligando tutti a pensare allo stesso modo, era una chiesa, e facendo partire tutte le decisioni da un centro era una caserma. In buaggini di questa natura, che da decenni e decenni hanno disturbato il nostro lavoro, sta il vero infantilismo contro cui Lenin muove senza debolezze; ma contro il quale con pari energia ha sempre lottato la sinistra marxista e in ispecie quella italiana. Sì – dicemmo sempre ai compagni, forse in modo più imprudente del sommo Lenin, e quindi più azzannabile da generazioni di scagnozzi filistei, non oggi ancor spente – se io sono nel partito la mia testa personale e i suoi pruriti critici dovranno tacere sette volte al giorno, e le mie azioni non verranno dalla mia volontà individuale ma da quella impersonale del partito, come la manifesta e detta la storia a mezzo dell’organismo di esso.

Da quale microfono detta ordini questa forza collettiva? Contestammo sempre che vi fosse una regola meccanica e formalistica: non è la metà più uno che ha il diritto di parlare, anche se in molti trapassi servirà questo metodo borghese; e non accettiamo come regola metafisica la “conta delle teste” entro il partito, il sindacato, i consigli, o la classe: alcune volte la voce decisiva verrà dalla massa in sommovimento, altre da un gruppo nella struttura di partito (Lenin non ha paura, come vedemmo, di dire: oligarchia), altre volte da uno solo, da un Lenin, come nell’aprile del 1917 e nello stesso Ottobre, contro il parere di “tutti”.


La dittatura è una guerra

Il nostro è soprattutto materialismo sperimentale, ed è la lezione della storia che ci guida, dice qui Lenin. Se in Russia abbiamo vinto è certo che l’evento è seguito all’accettazione della disciplina, all’impiego della centralizzazione: due condizioni della vittoria della dittatura del proletariato. Accettazione totale della disciplina e della centralizzazione può condurre al caso estremo che pochi o uno parlano e decidono, gli altri, non convinti, o decisi del tutto, obbediscono ed eseguono. E passa la storia rivoluzionaria.

Vediamo ora in un passo formidabile il contrasto atroce tra disciplina e uzzo stupido di “voglio pensarla colla mia testa personale”, proprio dell’individualista anarchico; tra centralizzazione e dispersione, autonomia, frammentazione molecolare della produzione economica e delle forme sociali. «La dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della classe nuova contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata (sia pure in un solo paese) e la cui potenza non consiste soltanto nella forza del capitale internazionale, nella forza e nella solidità dei legami internazionali della borghesia, ma anche nella forza dell’abitudine, nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e in vaste proporzioni. Per tutte queste ragioni la dittatura del proletariato è necessaria, e la vittoria sulla borghesia è impossibile, senza una guerra lunga, tenace, disperata, per la vita e per la morte, una guerra che richiede padronanza di sé, disciplina, fermezza, inflessibilità e unità di volere».

In queste parole, in cui abbiamo lasciate le sottolineature che Lenin stesso vi pose, ricorrono una serie di concetti su tutti i quali, a costo di essere giudicati pedanti, si ha il dovere di fermarsi con riflessione profonda.

L’atto rivoluzionario, che l’anarchico e il rivoluzionario infantile vedono istantaneo, o quanto meno ridotto alle proporzioni di una battaglia, che per il borghese era una giornata, è invece solo l’apertura di un periodo di guerra sociale che è la dittatura rivoluzionaria. Le ragioni sono di diverso ordine, prima interno, nazionale – diremo – poi internazionale, poi “sociale”.

Anzitutto togliere il potere alla grande borghesia (magari fosse già tutta monopolista, perché la vittoria iniziale sarebbe più facile e la guerra più breve) non vuole dire averla sradicata dalla società economica. Il senso della dittatura è che da quel momento i partiti borghesi sono dispersi, e nessuna rappresentanza hanno più i borghesi come classe e come persone nel nuovo Stato. Il senso del terrore di classe è che si fa loro intendere che ogni tentativo di riprendere voce politica avrà per risposta lo sterminio delle persone. Ma ciò non vuol dire che la minoranza borghese sarà da quel giorno soppressa o esiliata. In non poche aziende, come nei primi anni russi dopo il 1917, il padrone resterà sottoposto solo al controllo, non tanto dei suoi operai, quanto dello Stato proletario. Periodo estremamente pericoloso, ma meno del totale arresto della produzione fisica, che nella illusione libertaria, da quella “giornata”, andrebbe avanti per il famoso associazionismo spontaneo dei produttori!

Dunque la debellata (in sede politica) borghesia è ancora più potente (Lenin è cristallino ma sfida l’accusa di paradosso!) e, per le varie ragioni che seguiamo, con ordine paziente, dieci volte più di prima! Per ora può bloccare una fabbrica di munizioni e determinare la sconfitta al fronte ove agiscono eserciti delle altre borghesie nazionali. Un plotone di esecuzione di fabbrica sarà pronto; ma se per esso bastano otto pallottole, lo sparo lascerà senza armi un intero reparto rivoluzionario.

Ragioni dunque di produzione, non solo di alimenti ma anche di armi, rendono la borghesia pericolosa anche dopo che le si è tolto il potere ma non le si può ancora togliere ogni funzione produttiva e direttiva, tecnica.


Solidarietà delle borghesie

Vi è poi la difficile questione internazionale. Noi non facevamo e non facciamo per il futuro l’ipotesi che la borghesia nello stesso giorno perda il potere politico in diversi Stati capitalistici. Se cadessimo in questo insidioso inganno saremmo vittime del tranello dei socialdemocratici che pretendono che si rinunzi a prendere il potere “in un solo paese”. Questo lo si dovrà sempre fare, e sarà solo così che la rivoluzione mondiale potrà storicamente incominciare. Sarà sempre il più debole degli Stati borghesi che faremo cadere, e nel 1917 era il giovanissimo Stato russo, proprio perché appena uscito dalla caduta del regime feudale.

La parentesi che avete letto in Lenin significa che per noi, dal punto di vista della “vittoriosa dittatura proletaria” il caso meno favorevole è quello in cui gli altri Stati sono ancora nelle mani della borghesia. Se in un certo periodo storico cadessero alcuni altri Stati prossimi, la situazione della dittatura comunista prima vittoriosa sarebbe notevolmente migliorata.

Queste ipotesi sembrano oggi astratte, ma allora erano state prossime a realizzarsi. Nel gennaio 1919 in Germania la rivoluzione spartachista, gloriosamente tentata, avevamo tutti sperato di vederla vittoriosa. Nel 1919 cademmo dopo avere vinto, e cademmo per errori che si potevano evitare (esitazioni di tipo demo-libertario nell’applicare la dittatura), in Ungheria. Poco dopo avvenne lo stesso o quasi in Baviera.

Lenin parla perché questi momenti tremendi erano allora davanti agli occhi di tutti gli europei del tempo, e teme ulteriori insuccessi se vi saranno manchevolezze nel colpire e nell’agire. Non va dimenticato che nel 1920, durante le stesse settimane del II congresso, si combatteva la guerra russo-polacca e si era a pochi chilometri da Varsavia. La interposizione degli Stati rapidamente formati dopo la vittoria sulla Germania e l’Austria aveva formato un cuscinetto tra la Russia rossa e le cittadelle di Berlino, Budapest e Monaco, cadute senza poter ricevere aiuto. Se Varsavia fosse stata presa, sia pure in un’operazione puramente militare, dato il forte proletariato e partito comunista polacchi il programma di conquistare l’Europa centro-occidentale si sarebbe ravvivato nella storia. Ma la occhiuta borghesia di Francia sostenne con i suoi mezzi e i suoi “eroici” generali la vacillante sorella di Polonia, e l’onda rivoluzionaria fu fermata. (Sono note le polemiche fra Trotski e Stalin sulla sciagurata deviazione delle puntate russe dall’obiettivo vitale di Varsavia. Un telegramma sbagliato può cambiare la storia di decenni e decenni).

Ciò che Lenin dice in questo testo è che nessun alleggerimento venne alla prima dittatura di Mosca che sola aveva rovesciata una borghesia statale, e che la sua lotta continuò nelle peggiori condizioni, perché il fattore internazionale giocò nella forza del capitale e nella solidità dei legami internazionali borghesi, come abbiamo letto.

Prima quindi di passare all’importantissimo punto sociale, che esige il vigore della dittatura dato da centralismo e disciplina, è bene notare come per Lenin non si trattasse mai della frase fognosa: disinteresse per gli affari interni dei paesi stranieri a diverso regime!

Tutta la preoccupazione di Lenin e di tutti i rivoluzionari comunisti del tempo in cui si formò la III Internazionale era di fare leva sul potere proletario in Russia, e in primo luogo sui formidabili insegnamenti che aveva dato la sua esperienza, confermando luminosamente la «giustezza della teoria rivoluzionaria marxista» (che subito incontreremo), per influire sull’equilibrio interno degli «altri paesi», per farlo saltare, per travolgere la loro struttura costituzionale.

Lenin qui discute e sceglie i mezzi; e ci vuole insegnare che sarebbe apriorismo metafisico e non marxismo scartarne qualcuno perché non bello, non elegante, o non simpatico, o non pulito, come scioccamente facevano molti infantili di sinistra. Ma prima bisogna capire lo scopo. Secondo Lenin, in date circostanze, lavorando nel parlamento si può dare opera a turbare l’equilibrio nazionale e a far saltare la costituzione borghese. Non vi sono ragioni “a priori” per rifiutarsi di discutere questa possibilità su basi positive, e diremo di più non si può escludere che si possano dare situazioni storiche in cui si giunga alla risposta affermativa. Ma quando si va nel parlamento per rispettare e difendere la struttura costituzionale e incitare le masse a eternarla, allora il problema di Lenin non si pone più: sono i suoi scopi che sono stati capovolti e rinnegati.

Non stiamo ora ancora trattando il parlamentarismo, ma avremo agio di mostrare come Lenin pone il problema: per far crepare al più presto il parlamento è utile agire di fuori o di dentro? Noi eravamo perplessi sulla sua soluzione, e lui sulla nostra, ma di fronte a quelli che «rispettano il regime interno e la costituzione parlamentare» d’Italia, o di Pincopallinia che sia, avremmo, lui e noi minimi, tirato a gara a palle infuocate contro simile carogname.

Il concetto che la borghesia dopo la vittoria della dittatura è ancora un nemico potente, Lenin lo ripete tal quale in altro passo, dove tratterà dei “compromessi”. Sono quasi le stesse parole: «Dopo la prima rivoluzione socialista del proletariato, dopo l’abbattimento della borghesia in un paese, il proletariato di questo paese resta per molto tempo più debole della borghesia, anche semplicemente in forza dei formidabili legami internazionali della borghesia, poi in forza della ricostruzione, della rinascita, spontanea e continua, del capitalismo e della borghesia per opera dei piccoli produttori di merci nel paese stesso che ha abbattuto il dominio borghese».

Quando quindi il modernissimo carogname dice che Lenin fondò la teoria che il paese della vittoria socialista isolata deve guardarsi dallo stimolare la rivoluzione negli altri paesi, invitandoli a “esistere” pacificamente con piena struttura capitalista, occorre ancora rispondere? Lenin aveva già risposto da quarant’anni, con due prospettive esatte di cui si è verificata quella a noi contraria. La prospettiva buona è quella che il paese della vittoria politica socialista riesca a far esplodere la rivoluzione in molti paesi esteri, e così il suo proletariato da debole diventi forte contro le resistenze interne. Ovvero, come secondo Stalin, esso rinunzia alla stimolazione della rivoluzione internazionale, e allora il mercantilismo interno, i piccoli produttori di merci, generano spontaneamente il capitalismo sociale interno e la danno vinta alla borghesia internazionale – convivano dunque pure sconciamente con essa, e presto con essa connubino! – oltraggiando turpemente la tradizione di Ottobre e la dottrina di Lenin.

Noi comunisti rivoluzionari abbiamo perduta la guerra di classe, ma, se non la nostra organizzazione di partito mondiale – giusta il timore che la Sinistra espresse invano a Lenin stesso – si è salvata la «giustezza della nostra teoria». Quelli che si vantano oggi di leninismo sono nel fondo del pantano stercorario; Lenin come teorico della storia resta altissimo e intatto.


Il pericolo sociale

Il proletariato comunista ha vinto e il suo partito tiene nel saldo pugno la dittatura; e a parte il pericolo che viene d’oltre frontiera anche dopo che è stata vinta la guerra civile delle bande bianche, resta un pericolo interno sulla cui definizione Lenin non dà formule dubbie: la piccola produzione.

Nel senso marxista la piccola produzione è più pericolosa della grande, dopo la dittatura e prima; e il processo per cui le schiere dei ceti piccoli produttori soccombono può dai comunisti essere denunziato alla illusa piccola borghesia, ma non può essere contrastato e scongiurato. In innumeri occasioni abbiamo mostrato la potenza di questa tesi non in alcune frasi ma in tutte le pagine di Marx e di Engels.

In Lenin la dialettica marxista attinge il suo vertice, ed è arduo il seguirlo; tuttavia i rinnegati non hanno peccato per ignoranza ma per aperta carogneria. La parola italiana carogna indica in senso proprio il cadavere di un animale che non ha colpa del proprio fetore, a cui l’animale-uomo provvede col rito e il mito più labile, quello dell’interramento. Ma noi la parola la usiamo in senso figurato, da buoni ospiti delle patrie galere. In galera il delinquente non spregia l’altro delinquente, come lui sventurato, in cui d’istinto vede la vittima, e non fa graduatorie di nefandezze. Una categoria è esclusa: la carogna, ossia la spia, il delatore all’organismo carcerario che tutti opprime, colui che per una vile moneta rende più amara la sorte dei suoi compagni.

Tornando al passo di Lenin, si noti che la espressione piccolo produttore di merci ha lo stesso valore di quella di componente delle masse lavoratrici non proletarie. Quando parla di questa collettività sociale (che comprende contadini piccoli proprietari e artigiani cittadini, e forme affini), Lenin sostiene che il proletariato rivoluzionario deve farne dei suoi alleati, e lo sostiene non solo per la fase della lotta contro lo zarismo ma anche per quella successiva della lotta contro la borghesia capitalista industriale e agraria. Ma quando Lenin parla di questo tipo economico e sociale, di questa forma spuria presente non solo in Russia ma in molti altri paesi d’Europa in varia misura, ma sempre con rilevanza numerica quantitativa, allora Lenin indica in questa forma il maggiore pericolo per la affermata dittatura proletaria. Fino a quando questo tipo economico della piccola produzione di merci, agricole e manufatte, sarà tollerato nella società in trasformazione, vi sarà una base da cui inevitabilmente, usando le stesse parole di Lenin, si genererà, ogni giorno e ogni ora, con rinascita spontanea e continua, il capitalismo, la borghesia.

Come la dittatura comunista eviterà questo rigenerarsi? Non certo sterminando i ceti contadini e artigiani o piccoli produttori in genere, che possono essere statisticamente più numerosi dello stesso proletariato. Se la stessa borghesia industriale la dittatura non può fisicamente sterminarla, né esiliarla o incarcerarla, per un certo tempo in cui sarà ancora indispensabile alla produzione, si tratterà di un tempo molto più lungo per quelle classi. Mentre con una certa rapidità si potrà abolire la proprietà privata di grandi imprese, si dovrà lungamente tollerarla in queste imprese minime (e non solo minime). Sulla durata di queste fasi e l’errore che Stalin le abbia abbreviate nel 1928 con la pretesa collettivizzazione e sterminio dei kulaki o contadini ricchi, abbiamo detto tutto nei tanti nostri studi sulla struttura russa, in quello ancora oggi in pubblicazione, in “Il Programma Comunista”, estate-autunno 1960), nel “Dialogato coi Morti” (1956) e in “L’économie russe de la révolution d’Octobre a nos jours” (1963).

Quale allora il rimedio voluto e proposto da Lenin a questo gravissimo pericolo, nel tempo che il proletariato deve “coesistere” (qui purtroppo la parola calza) con le classi della piccola produzione mercantile? Esso è per il momento un rimedio solo politico e di partito; ed è esplicitamente indicato nella disciplina e nella centralizzazione. Questo era ciò che tempestivamente i bolscevichi avevano capito, e che permise loro la vittoria nella colossale “manovra” di utilizzare l’odio dei contadini e di alcuni strati di piccola borghesia lavoratrice contro lo zarismo e la borghesia russa fino a poco prima sua alleata, assicurando però la direzione egemonica del proletariato su quelle classi ibride e la prevalenza del partito comunista che a poco a poco travolse e distrusse le organizzazioni politiche che da quei ceti si esprimevano: partito socialdemocratico menscevico, e partito populista socialrivoluzionario, fautori di una formula non marxista e non proletaria della rivoluzione russa.

È indubitabile che in termini non eufemistici centralizzazione e disciplina si risolvono in una chiara subordinazione. Le classi piccolo-produttrici sono sottoposte al proletariato, classe egemonica nella rivoluzione; e quando Lenin parla di disciplina nel partito ma anche nel proletariato, intende che tutta la classe proletaria si subordini alla stretta direzione della sua avanguardia, organizzata nel partito politico comunista.

Era questa posizione del partito alla sommità che infastidiva i pregiudizi infantili che Lenin qui prese a combattere. Secondo questi “immediatisti”, da noi combattuti in Italia e fuori, allora e oggi, in questo dopoguerra e sempre, un sistema di consultazione del proletariato deve dare al partito la sua direttiva, e determinarne, con un meccanismo più o meno elettorale, la ubbidienza; mentre noi sosteniamo che il partito la deve esigere dalla classe e dalle masse, in quanto solo il partito sintetizza tutta l’esperienza storica rivoluzionaria di tutte le epoche e di tutti i paesi. Lenin qui dimostra che tanto seppe fare il partito bolscevico, e per questo vinse, e indica tale via a tutti i paesi.


Storia del bolscevismo

Gli eventi non consentivano a Lenin nell’incandescente anno 1920 di scrivere la completa storia del partito bolscevico, che egli indica come fonte indispensabile per intendere come si poté formare la disciplina necessaria al proletariato rivoluzionario. Ma gli spunti che egli dà sono più che sufficienti a intendere la questione.

La base della disciplina risale in primo luogo alla «coscienza dell’avanguardia proletaria», ossia di quella minoranza del proletariato che si riunisce negli strati avanzati del partito, e subito dopo Lenin indica le qualità di questa avanguardia con parole che hanno un carattere più “passionale” che razionale, rilevando che, come da tanti altri suoi scritti (“Che fare?”) è messo in evidenza, il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo. Questa tesi fin dal 1912 nella gioventù socialista italiana fu sostenuta contro gli “immediatisti” – che sono sempre, al pari degli anarchici, “educazionisti”» – nella lotta tra culturisti e anticulturisti, come si disse allora, ove ben si intenda che i secondi, invocando un fatto di fede e di sentimento e non di grado scolastico nella adesione del giovane rivoluzionario, provavano di stare sul terreno di uno stretto materialismo e di rigore della teoria di partito. Lenin, che apre arruolamenti e non accademie, parla qui di doti di «devozione, fermezza, abnegazione, eroismo». Noi, lontani allievi, abbiamo recentemente con dialettica decisione osato parlare apertamente di fatto “mistico” nella adesione al partito.

Questo in primo luogo. In secondo luogo, Lenin richiede per questa avanguardia: «La capacità di collegarsi, di avvicinarsi, e se volete di fondersi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie».

Ma collegarsi non vuol dire che se la “temperatura” delle masse è fredda, pacifista, conciliativa, il partito debba scendere a tale livello, come i tartufi dell’opportunismo ostentano qui di leggere. Il senso del collegarsi è che la saldatura delle masse col partito eleva la temperatura rivoluzionaria, anzi – come molte volte noi abbiamo espresso, ma non con formula di nostra invenzione – solo «organizzandosi in partito politico» la informe massa lavoratrice (infetta di piccola produzione) si seleziona in classe proletaria. Prima del partito rivoluzionario non vi è vera classe, soggetto di storia e domani di dittatura rivoluzionaria.

È infatti il terzo luogo che molto ci interessa, a chiarimento dei due primi da cui è inseparabile: «In terzo luogo, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politica, e a condizione che le grandi masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza».

Troviamo fondamentale questo passo, collegato a molti altri, che stabilisce quella che chiameremmo “teoria della giustezza”. Se le masse devono colla propria esperienza nella reale lotta storica verificare la giustezza della strategia del partito proletario rivoluzionario, ciò significa che il partito, sulla via della storia, precede le masse.

Il partito in virtù della sua teoria interpretativa della storia decorsa si è messo in grado di prevedere in una data misura gli sviluppi della storia ulteriore, delle lotte di classe che succederanno a quelle del passato nell’avvicendarsi delle forme sociali. Il partito ha previsto, e in un certo senso proprio annunciato, quali saranno in una fase cruciale gli impulsi che trascineranno le masse, e quale classe, appunto dotata di una teoria e di un partito, prenderà la parte di protagonista nella lotta. Quando questo avverrà anche le masse dal contorno meno definito vedranno come si è formata la parte più decisa nella lotta, entrerà nella loro esperienza il fatto che quel partito aveva giustamente previsto gli eventi, lo schieramento delle forze in un conflitto generale.

Nel seguito Lenin mostra come i contadini russi videro fin dal 1905 che erano i proletari dell’industria a prendere la testa della lotta. Egli, quando passa a discutere il tramontare dei vari partiti che avevano tentato un teorizzamento della rivoluzione prefiggendosi di tentare poi di capitanarla, mostra come cadde nel nulla la costruzione secondo cui i contadini e in genere i piccoli produttori avrebbero in Russia impersonata la rivoluzione formandone la classe egemonica. Era il populismo, il cui atteggiamento e le cui aberrazioni teoriche risalgono da un lato al vecchio Proudhon, e dall’altro purtroppo si ripresentano oggi sfrontate nella ondata ultima dell’opportunismo odierno, filorusso, filocremlinista. Gli stessi contadini videro che avrebbero persa la partita della stessa liberazione dal feudalismo se non fossero stati davanti a loro, assai più agguerriti, gli operai col loro partito bolscevico; in quanto le stesse vicende avevano liquidato il menscevico, scoprendosi agli occhi dei piccoli produttori che tali partiti, non in insinuazioni polemiche dei comunisti, ma nel fatto, agivano da alleati della grande produzione, e della stessa controrivoluzione.

Ecco in senso pratico un esempio di quello che è la verifica, nella esperienza delle grandi masse, della giustezza della strategia politica del partito rivoluzionario di classe.

Perché questo glorioso concorso di circostanze favorevoli fosse possibile, il partito doveva avere parlato prima, senza restare come i partiti della piccola borghesia in attesa di vedere che vento tirava, o quali pose potevano destare il favore delle masse. La teoria del partito non deve essere solo una spiegazione scientifica dei fatti passati ma deve essere una coraggiosa anticipazione dei fatti futuri. Le masse ne devono fare l’esperienza, ma è lecito dire che il partito la possedeva in anticipo.

A questo punto si tenta di giustificare l’immonda palinodia di Stalin, e oggi dei suoi successori, contro “i dogmatici, i talmudici”, con un passo di Lenin, che avrebbe in queste pagine scritto che la teoria non è un dogma, il che si prende nel senso scempio che il partito debba sempre essere pronto e proclive a cambiarla per fabbricarsene una nuova.


La teoria, base primaria del partito

Nella quasi totale citazione del testo di Lenin è bene ripetere che ci serviamo della edizione in lingua italiana delle “Opere scelte”, edita a Mosca 1948. Le vicende di questi quarant’anni fanno sì che non sia agevole disporre di una delle edizioni originali del tempo in varie lingue; e crediamo che nemmeno i lettori ne siano in possesso [si veda nella Premessa circa la nostra utilizzazione in punti controversi dei testi francesi e tedeschi del 1920].

Il testo nella citata traduzione, dopo aver detto delle condizioni che assicurarono al partito bolscevico russo il successo nello stabilire la vera disciplina e centralizzazione, che abbiamo largamente illustrato, dice: «Queste condizioni non possono sorgere di colpo» (ci si fermi un istante su questa tesi di passaggio per pensare a quegli spiriti errabondi, illusi di essere marxisti, che propongono: facciamo dunque un convegno e fondiamo il partito perfetto, disciplinato e centralizzato! Anche il partito è un prodotto della storia; tale la osservazione centrale della sinistra in tutte le discussioni di Mosca sul compito e la tattica del partito): «Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza [anche di quella delle gesta carognifere]; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta, e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario».

Gli opportunisti che nulla hanno capito di Lenin, o che forse hanno capito ma in molti casi fanno il mestiere di non aver capito, chiosano questo passo nel modo ben noto. La teoria non è mai completa, è sempre in trasformazione e solo dopo che sarà completata la serie delle rivoluzioni proletarie sarà in modo scientifico possibile scrivere la dottrina della rivoluzione anticapitalistica. Questa interpretazione non solo non è giusta, ma serve proprio a raggiungere il risultato e lo scopo diametralmente opposti a quelli che Lenin si prefigge quando si mette a scrivere questo famoso “Estremismo”.

Infatti codesti signori vogliono stabilire: In Russia e nella rivoluzione di Lenin e dei bolscevichi vi sono stati certi caratteri; ma la storia mostrerà che in altre rivoluzioni “nazionali” essi potranno scomparire, e non esservi insurrezione violenta, non esservi dittatura, non esservi terrorismo, non esservi dispersione da parte del potere dei soviet e del partito comunista del parlamento democratico e costituente. Lenin ha voluto dimostrare invece che la rivoluzione russa ha per sempre distrutta la versione socialdemocratica del trapasso da capitalismo a socialismo, e mostrato che quei caratteri russi sono obbligatori per tutti i paesi. I traditori “di destra” della prima guerra mondiale erano – lo credevamo tutti – per sempre fuori combattimento; ma Lenin si preoccupò degli infantili di sinistra che dicevano: Non potremmo fare le altre rivoluzioni evitando, risparmiando, non la lotta armata e cruenta per rovesciare il vecchio potere (a tanto non ci arrivavano; ma le carogne moderne sì) ma almeno l’impiego di un partito che dispoticamente fa tacere i dissensi, centralizza tutto, mette sotto i piedi il responso uscito da libere elezioni?

Lenin è partito nella sua analisi storica della via bolscevica alla rivoluzione da due fatti importanti: la disciplina e la centralizzazione. Ha poi cercato quali caratteristiche ne abbiano assicurata la conquista, e ha indicato il legame con le masse poste storicamente in movimento rivoluzionario, la appassionata dedizione dell’avanguardia partito, la giustezza della strategia e della tattica. Senza tutto questo egli dice che non si ha vera disciplina e centralizzazione, e il potere rivoluzionario, anche se conquistato, va in seguito perduto. Adesso enuncia le condizioni delle condizioni favorevoli, e indica un lungo tempo di sviluppo e la elaborazione della lunga esperienza, facilitata (il verbo può sembrare debole, ma il senso è: resa solo possibile) dalla teoria rivoluzionaria giusta.

Lenin qui non afferma ma dimostra, e dimostra non filosofando ma esponendo fatti, e quindi spiegherà subito dopo come e perché il partito bolscevico, solo in Russia, pervenne a possedere la teoria rivoluzionaria giusta, e quindi la disciplina e centralizzazione indispensabili. Non vuole scrivere: la teoria io la ho enunciata trent’anni prima e per questo «ho fatto la rivoluzione», in quanto sono riuscito a far convergere su di essa la fede di tanti altri, e alla fine delle masse aspettanti. In questo senso, la teoria non è un dogma, e noi accettiamo la formula, né pretendiamo nemmeno per idea di sostituirla con l’altra: la teoria del partito è un dogma. Ma se la formula dovesse divenire l’altra che la teoria del partito domani sarà quella che farà comodo, dopo sentite le lezioni dei fatti di domani oggi ancora ignoti, allora noi diremmo che tale è il costrutto dell’opportunismo e non del leninismo, e che a una simile formula puttana preferiremmo certo quella che dice: la teoria del partito va accettata come un dogma.

Che cosa significa dogma? Nel senso proprio significa verità rivelata da una entità sovrannaturale a un uomo eletto da Dio, il Profeta, e che gli altri non possono vedere se non accettando di ripetere e rispettare quelle parole rivelate. In questo senso noi siamo agli antipodi di ogni dogmatismo e questo è perfino inutile enunciarlo. Gli stessi borghesi, nella fase storica in cui erano rivoluzionari e le chiese sostenevano i regimi feudali, vantarono di aver superato ogni dogmatismo. Ma l’antidogmatismo dei marxisti è radicalmente diverso dal loro. Alla accettazione del dogma religioso la filosofia borghese oppone il principio della libertà individuale di critica per cui il soggetto, tipicamente piccolo borghese, vanta che, invece di accettare dal prete il suo pensiero bello e fatto e scritto nella dottrinetta di chiesa, se lo fabbrica lui con la sola sua testa di classico “libero pensatore”. Noi invece, come non abbiamo atteso la verità dalla rivelazione divina, noi marxisti contrapponiamo una verità di classe a una opposta verità di classe, e prima che come filosofemi o ideologismi le vediamo come armi della pratica e storica lotta delle classi.

Dalla parte della lotta proletaria sta un partito di classe, ed esso agita una verità di classe. Appunto perché non crediamo alla scienza borghese, che si pretende eterna e definitiva come vittoria sul “dogma”, diciamo che, sola, la nostra verità classista è “scientifica”. Ciò esprime che la borghesia è incapace di pervenire alla scienza sociale, e che solo la rivoluzione proletaria e il partito di essa possono pervenirvi, per la rottura con ogni pensiero borghese. È nostra tesi, ma verrà tempo che la faremo leggere in Marx e in Lenin, che questa impotenza della “civiltà” e “cultura” capitalistica di possedere la scienza sociale e storica vale impotenza alla scienza in generale, alla conoscenza della natura e del cosmo anche in campo fisico. Non esiste dunque un comune metro della “scienza” a cui si possano misurare le nostre conclusioni e quelle del mondo borghese. Chi questo crede è un vero kruscioviano, un fautore della emulazione, della gara a chi ha più capitale e più tecnica, vilmente sostituita alla guerra civile.

Perciò la borghesia in materia sociale e politica si è rifugiata nel diffamato dogma, e soprattutto in quanto si presenta democratica e pacifista, ha rimesso in questo dogma l’ingrediente Dio, e la morale “a priori”.


Sorgere della teoria rivoluzionaria

La teoria marxista, che come vedremo il partito bolscevico non inventò, ma prese proprio dall’Europa d’occidente, è la sola che spiega la futura rivoluzione proletaria, ma è anche la sola che spiega la rivoluzione borghese, anzi tutte le rivoluzioni, e in modo particolare le rivoluzioni doppie, ossia le rivoluzioni ravvicinate della storia contemporanea, di cui la Russia ha dato il solo esempio vittorioso – ma non il solo esempio combattuto. Anzi la Russia ne dette prima un esempio combattuto, e non vittorioso nemmeno nel senso borghese, nelle colossali lotte del 1905, in cui già il proletariato era protagonista.

Questa fu una circostanza per cui l’arretratezza della Russia, da condizione contraria, divenne condizione favorevole.

Se non si tiene ben presente questo quadro di fatti storici è inutile cercare di leggere Lenin. Si può capire l’esatto rovescio. Chi poi legge da falsificatore affittato, vada pure all’inferno. «Se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, in circostanze difficili quanto altre mai, poté creare e attuare con pieno successo la più severa centralizzazione e una ferrea disciplina [la catena dialettica non si interrompe] ciò è dovuto semplicemente a un complesso di particolari caratteristiche storiche della Russia».

Il lettore-carogna a questo punto, simulando di dimenticare che Lenin è qui intento a mettere in evidenza i caratteri «internazionali in senso stretto» della rivoluzione russa, prenderà queste frasi, e dirà: Ecco che fuori di Russia è lecito giocarsi disciplina e centralizzazione!

Ma le particolari caratteristiche della Russia furono proprio che per la presenza dello zarismo i rivoluzionari emigrati acquisirono il marxismo, formatosi in occidente non sui libri, ma nella pratica lotta delle masse. Queste fasi di pratica lotta sociale sono date dalle rivoluzioni del secolo decimonono, Lenin lo sta per dire; quindi la “teoria” marxista della rivoluzione è completa non solo nel 1920 quando Lenin scrive, ma lo era già nel 1871, anzi nel 1850, quando la tracciò Marx.

«Da un lato, il bolscevismo sorse nell’anno 1903 sulla base più salda; sulla base della teoria marxista. E la giustezza di questa teoria rivoluzionaria – e unicamente di questa – fu provata non soltanto dalla esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono, ma anche e specialmente dalla esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia. Nel corso di circa mezzo secolo, a un dipresso dal 1840 al 1900, il pensiero d’avanguardia nella Russia, sotto il giogo inaudito, brutale e reazionario dello zarismo, cercò avidamente una giusta teoria rivoluzionaria e seguì con zelo e accuratezza sorprendente ogni “ultima parola” dell’Europa e dell’America in questo campo. La Russia, in verità, è pervenuta al marxismo, come all’unica teoria rivoluzionaria giusta, attraverso il travaglio di un mezzo secolo di una storia di tormenti e di sacrifici inauditi, di un eroismo rivoluzionario mai visto, di incredibile energia e di instancabili ricerche, studi, esperimenti di applicazioni pratiche, delusioni, verifiche, confronti con le esperienze dell’Europa. Grazie alla emigrazione imposta dallo zarismo, la Russia rivoluzionaria, nella seconda metà del secolo decimonono, dispose, come nessun altro paese al mondo, di una grande ricchezza di legami internazionali, di una ottima conoscenza delle forme e delle teorie mondiali del movimento rivoluzionario».

Abbiamo resistito alla tentazione di sottolineare le formule decisive di questo passo. Il lettore ne intenda che la esperienza bastevole a consolidare per sempre la teoria della rivoluzione ha bisogno di una grande lotta di masse, ma questa è già data dalle rivoluzioni del secolo decimonono, ed è già definitiva alla fine dell’ottocento. Dieci passi di Lenin e di Marx potremmo citare per stabilire che già la rivoluzione francese del secolo decimottavo fu uno scontro di masse di popolo alla unità dei milioni, e bastò per costruire di getto la dottrina che dichiariamo immutabile dal 1848.

Inoltre le condizioni particolari favorevoli della Russia furono, anzitutto, che per la rivoluzione antifeudale e antidispotica le masse si dovevano mettere in moto irresistibile; furono poi gli stessi errori di partiti non marxisti che le condussero a enormi delusioni (la Sinistra italiana in vari passi, e in ispecie nel 1918 prima di leggere Lenin, si dedicò alla “critica delle altre scuole” con particolare riguardo ad anarchismo, sindacalismo e anche aziendismo), e le stesse sconfitte nella lotta proletaria; in terzo luogo non circostanze asiatiche, mongoliche, cosacche, come fin da allora i luridi avversari blateravano, ma circostanze di pretto internazionalismo, ossia la constatazione che la scuola, la palestra, e meglio ancora il campo di sanguinosa battaglia della rivoluzione non sono nazionali, non sono russi o tampoco tedeschi, inglesi, francesi o italiani, ma sono europei, e con parola che qui Lenin, impeccabile anche nella foga, non usa a caso, mondiali.

Tutta quest’opera tende a elevare la grandezza della rivoluzione russa non come formazione di un “paese socialista” – formula miserabile – ma come prova tipica, insuperata ancora, della dinamica universale della rivoluzione comunista.


La teoria e l’azione

Il testo di Lenin ha qui mostrato come la dottrina su cui il partito bolscevico si fondò avesse origine non russa e locale, ma europea e mondiale, e come la diffusione in Russia di tale teoria, che era il marxismo, sola teoria giusta alla scala mondiale, fu favorita dalla “emigrazione” dei rivoluzionari, effetto delle persecuzioni zariste. Intorno al 1900 in ogni città dell’Europa occidentale – e di altri continenti – vi erano vere colonie di profughi russi espulsi o emigrati per le loro posizioni politiche, che si tenevano in stretto contatto coi partiti avanzati dell’estero e che tuttavia dettero a essi ampio contributo; per l’Italia basterebbe pensare a Kuliscioff, Balabanoff e altri.

Lo scontro delle ideologie dottrinali era in queste colonie incessante e vivissimo, e ne seguiva un continuo confronto con le lotte di tendenza politica nei paesi ospitanti.

Quindi Lenin passa a descrivere un fenomeno complementare e integrativo del primo, ma potremmo dire di direzione contraria. La Russia ha pompato la teoria dall’occidente, ma nella applicazione di essa ai fatti, nella famosa “tattica”, ha rapidamente sorpassato i maestri e ha avuto una propria esperienza tattica di cui invece, al suo tempo, avevano bisogno di far tesoro i paesi rimasti sotto il dominio borghese.

Senza voler fare del semplicismo o dello schematismo seguiamo un poco questi due flussi opposti, che mancarono nella storia di fecondarsi al punto di dare alla rivoluzione la vittoria mondiale.

Le peculiari condizioni del movimento russo, che gli permisero di abbeverarsi rapidamente e poderosamente al pensiero rivoluzionario occidentale, furono il sopravvivere del dispotismo, la sua resistenza agli assalti interni, e il riflusso delle avanguardie rivoluzionarie fuori di Russia.

La peculiare condizione che permise di accumulare con rapidità non minore le esperienze strategiche e tattiche risale in sostanza alla stessa causa: ultimo paese in Europa, la Russia non aveva ancora compiuta la grande rivoluzione liberale, che più chiaramente si dice antifeudale e anti-assolutistica. Aveva comune tale situazione storica in Europa con la sola Turchia, ma questa, pure avendo allora la sua capitale in Europa, era uno stato asiatico.

Era quindi una generale previsione che in Russia sarebbe presto scoppiata una rivoluzione politica “democratica” e che questa non avrebbe potuto essere contenuta nelle forme incomplete della concessione da parte della dinastia tradizionale di una semplice costituzione a tipo parlamentare.

Da tempo tutti i socialisti avevano considerato che una tale rivoluzione si sarebbe svolta con la presenza di un movimento proletario ben più sviluppato di quello che avevano avuto i paesi di Europa nelle rivoluzioni dell’ottocento, e si poteva prevedere un rapido “innesto” di due rivoluzioni successive in pochi anni, quella borghese e quella proletaria. Marx ed Engels lo avevano detto apertamente; anzi avevano ritenuto che il potere zarista in Russia era una vera polizia europea contro il proletariato, e che la rivoluzione liberale russa poteva scatenare la rivoluzione proletaria non solo in Russia, ma in tutta Europa.

Senza (per un momento) pensare a quello che accadde dopo, notiamo tuttavia che una tale previsione dell’innesto di due rivoluzioni di classe in una non era fatta per la prima volta dai marxisti. Per la Germania era stata compiutamente teorizzata nel 1848.

Un altro rilievo è importante. Lenin qui sta per porre in evidenza che un tale “piano” di strategia storica non solo è ricco di lezioni quando ha successo (ed egli sta illustrando l’unico esempio storico favorevole) ma anche quando il suo sbocco è una sconfitta: egli lo dice per il 1905 russo, ma è evidente che lo stesso vale per tutte le disfatte proletarie, non solo quelle del 1848 in quasi tutta l’Europa centro-occidentale, ma anche quella della Comune di Parigi nel 1871, da cui sempre Marx e Lenin hanno preso grandiosi apporti non solo alla dottrina della rivoluzione operaia ma anche ai principi della sua strategia e della sua tattica. Anche nel 1871 il proletariato di Parigi tentò quello che aveva tentato nel 1830 e nel 1848, di giungere sullo slancio di una rivoluzione democratica, e della caduta di un potere dinastico, alla propria vittoria di classe.

Con la premessa di questi richiami, utili sempre per quanto spesso ripetuti e universalmente noti, possiamo leggere il passo di Lenin che chiude il secondo capitolo, sulle condizioni che consentirono il successo dei bolscevichi.


La costruzione di Lenin

«Dall’altro lato il bolscevismo, sorto su questa granitica base teorica [abbiamo visto che è quella marxista, che il testo definisce granitica, ossia consolidata in forma immutabile e non più suscettibile di alcuna plasticità o elasticità, secondo un vocabolo di moda per gli opportunisti, e per la diffamazione di Lenin], ha svolto una storia pratica di quindici anni (1903-1917), che non ha eguali al mondo per ricchezza di esperienze. Perché non vi è paese che in questi quindici anni (anzi in generale in un tempo di quindici anni) abbia anche solo approssimativamente fatto tanto quanto la Russia nel senso della esperienza rivoluzionaria, della rapidità e varietà di successione delle diverse forme del movimento, legale e cospirativo, pacifico e tempestoso, clandestino e aperto, di piccoli circoli e di grandi masse, parlamentare e terroristico. In nessun paese fu concentrata in così breve spazio di tempo una tale ricchezza di forme, gradazioni e metodi di lotta di tutte le classi della società moderna, e inoltre di una lotta che, in conseguenza dello stato arretrato del paese e del duro giogo dello zarismo, andava maturando con una celerità particolare e si appropriava, con speciale avidità e buon successo, la corrispondente “ultima parola” dell’esperienza politica europea e americana».

La costruzione di Lenin alla data del 1920 si incardina su queste due contribuzioni: l’occidente che fornisce la teoria ai russi, e la Russia che fornisce la “prova sperimentale” che conferma giusta e granitica la teoria, attraverso quindici anni di convulsioni sociali a cui partecipano masse immense di uomini di tutte le classi e che per la prima volta nella storia conducono al risultato che la classe operaia istituisce la propria dittatura.

Il contributo della Russia non è solo quello di un campo di prova che consente di dire: la nostra teoria marxista era la giusta; ma anche quello di una campagna di guerra sociale e classista che, avendo per la prima volta condotto alla vittoria e confermando gli insegnamenti dialettici delle campagne seguite da sconfitte, permette di stabilire le regole universali della nostra strategia e della nostra tattica di partito.

Non si ha il diritto di dire che la teoria si stabilisce solo dopo la vittoria, e quelle a essa precedenti erano, tutte, incerte e suscettibili di trasformazione. Anzitutto, se questo fosse vero, resterebbe sempre da domandare ai tralignatori da Lenin perché hanno abbandonata la teoria che insurrezione in armi, dittatura, terrore, dispersione degli organi parlamentari e democratici, fossero non espedienti tattici locali, ma cardini della dottrina e del programma valevoli, obbligatori, per tutti i paesi.

Quando Lenin ha scritto la famosa frase che la teoria non è un dogma, non ha voluto dire che la teoria prima dell’Ottobre 1917 fosse ancora una pagina bianca, e tanto meno che tale sia diventata a disposizione degli Stalin e dei Krusciov dopo di allora. Lenin ha solo inteso dire che la teoria non è sorta (come il dogma che si basa su un testo rivelato dalla divinità a un uomo di eccezione e di elezione) dalla scoperta di un autore o di un condottiero geniale, ma non avrebbe nemmeno potuto sorgere se non dopo e per effetto e con le lezioni, apprese fuori dei vecchissimi pregiudizi di classe e di scuola, di grandi movimenti storici di masse immense.

Ora, in un certo senso per la prima volta nella storia umana, le rivoluzioni che ha scatenato la borghesia capitalistica hanno preso la forma di movimenti e di spinte non passive ma attive di immense masse. La rivoluzione francese è stata combattuta da tutti, meno forse che dai banchieri e dagli industriali, dagli “operatori economici” del tempo. Contadini, servi della gleba, artigiani, borghigiani, studenti, intellettuali, poeti, operai delle prime manifatture, formarono le schiere della guerra rivoluzionaria: non solo il proletariato era già nato nell’industria e nell’agricoltura, ma non si imbevve solo della ideologia borghese, bensì esperì le prime invettive contro la nuova nascente classe dominante, e sia pure in gruppi di avanguardia estrema seguì il rozzo ma grandissimo comunismo dei Babeuf e dei Buonarroti.

La scoperta di Marx è condizionata dalla esperienza storica della lotta delle grandissime masse nella rivoluzione borghese, e dalla affermazione, possibile solo dopo quella ondata di fatti storici, che la rivoluzione non si doveva teorizzare come da se stessa si era teorizzata, ma in un modo nuovo. La dottrina della rivoluzione proletaria si costruisce dialetticamente quando si costruisce quella della rivoluzione borghese, opposta a quella propria; dottrina bandita dai suoi precursori illuministi, che affermarono o credettero (non importa) che fosse la liberazione di tutta l’umanità, e non ne videro la struttura di classe.

Non resterebbe nulla della nostra secolare costruzione della storia, o essa conserverebbe solo un incomparabile valore “artistico” per la sua armonia e completezza coerente, se non fosse vero che la prima classe che possiede la chiave della storia è il proletariato moderno, e che questo non la afferra quando vince la sua lotta titanica e mondiale, ma fin da quando nasce e si prova nelle prime lotte, che conduce, per necessità storica, non per sé ma per la classe dei suoi sfruttatori, che come testa di urto gli aprirà la luminosa strada.

Chi vuole, diciamo e diremo innumeri volte, può fare gettito di Marx e di Lenin, subordinando le loro pagine splendenti alla superstizione idiota del senno di poi; ma non è che carogna, e non contraddittore, nemmeno di classe, chi nega che in Lenin e per Lenin la teoria fosse scolpita in una massa di granito da quando la nascente Prima Internazionale del proletariato la costruì sulle lezioni degli scontri di ondate di umani di cui fu teatro l’Europa del primo mezzo ottocento. E grazie a questa lezione poté, Lenin e il suo partito, descrivere prima che accadesse l’atto più glorioso del dramma sociale dell’uomo, la rivoluzione russa di Ottobre.


Le tattiche e la storia

La dottrina di partito, il programma, stabiliscono il fine a cui tende la nostra lotta, e fissano le tappe fondamentali che essa dovrà percorrere nel suo sviluppo. Sono pertanto capisaldi dottrinali e programmatici l’insurrezione armata contro lo Stato costituito borghese, la distruzione del suo apparato di potere e di amministrazione, la dispersione dei parlamenti democratici, la dittatura del proletariato, la funzione quindi egemonica della classe operaia nella società sopra e contro tutte le altre, la primaria funzione del partito politico in tutti questi svolti del grande corso; come fanno parte di tale insieme di capisaldi i caratteri sociali della struttura comunista e i caratteri di quella borghese che in un tempo adeguato la rivoluzione sradicherà, fino alla società senza classi e senza Stato.

Per percorrere questa serie di tappe il partito e il proletariato devono avvalersi di adatti mezzi. Prima della fase rivoluzionaria è del tutto ammesso e previsto che la propaganda pacifica e una agitazione non ancora armata, e anche in adatti periodi l’intervento negli organi della società borghese come i parlamenti e simili, siano tutti mezzi e metodi di largo impiego. Naturalmente il loro impiego non può e non deve contraddire le tappe del programma.

La incessante contesa tra partiti, correnti, tendenze, spesso nel seno dello stesso partito, che si è svolta a cavallo degli ultimi due secoli, è quasi sempre caduta nell’equivoco di far risiedere la scelta in una graduazione dei mezzi e non in quella degli scopi da raggiungere. In questo sta tutto il revisionismo e l’opportunismo.

Bernstein, contro il quale qui e ovunque Lenin si scaglia, dettò la formula che il fine è nulla, il movimento è tutto. A prima vista tale formula sembra solo cinica, machiavellica; sembra voler dire che i mezzi sono tutti buoni, ma quanto ai punti di arrivo non ne sappiamo nulla e ce li mostrerà l’avvenire. Ma presto l’opportunismo si smascherò e si svergognò maggiormente. Esso, agnostico sempre sugli scopi e le finalità massime, graduò gli scopi e scelse tra essi: questi buoni, quelli cattivi. La questione di principio, che non valutava nulla nel programma, la introdusse nelle scelte tattiche. Lenin non fu colui che disse: È lecito scegliere come si vuole. Lenin fu invece quel grandissimo che svergognò il carognume per sempre, e mostrò che i traditori sceglievano i mezzi in modo da servire i principi che interessavano alla controrivoluzione. Fino a Lenin, il revisionista, il riformista fu quello che voleva procedere adagio, più piano. Da lui, e da noi suoi ultimi allievi, tal gente fu chiamata reazionaria, ossia conservatrice e ripristinatrice del potere borghese.

La distinzione fra le tattiche fu quella che oggi fanno apertamente i partiti di tutti i paesi accodati a Mosca: propaganda pacifica sì, lotta armata no, né oggi né mai. Democrazia sì, dittatura no, né oggi né mai (a Lenin e a Ottobre, un perdono; quell’ometto, quell’incidente!). Elezioni e costituzioni sì, scioglimento dei parlamenti no, e (sempre) né oggi né domani né mai.

Lenin qui dice nel suo lungo elenco di contrapposti che in quei quindici anni, e con dieci partiti e molti più sottopartiti come nello scorcio storico del quarto capitolo, tutti i “mezzi” furono in gioco e subirono una prova, dal pietismo fabiano (mettiamolo per un’ultima parola di occidente) all’attentato alla dinamite. Dice certo anche di più; che, se non tutti, quasi tutti quei mezzi in gioco elencati per contrapposizione furono esperiti dallo stesso partito bolscevico, ma lo furono in quanto in quei quindici anni quel partito ne traversò centottanta di storia (poco oltre: «un mese contava allora quanto un anno»).

Il senso del lavoro di Lenin, alla vigilia dello studio sull’arsenale tattico del comunismo internazionale, era questo: vi sono tappe storiche che si scartano per principio, ma non vi sono mezzi tattici che si scartano per principio. Possiamo dire che solo la nostra sinistra ha dimostrato, dopo quarant’anni, di avere assimilata e fatta propria questa opposizione.


“Ultime parole” da occidente

Per due volte, in due capoversi successivi, Lenin ha usato la espressione che in Russia si era al corrente, per i descritti flussi e riflussi, delle ultime parole della esperienza europea, e anche americana.

Non dimentichiamo in Lenin il polemista e anche l’ironista di primissima forza. L’ondata polemica che si abbatteva contro di lui – e che in quegli anni grandi giudicammo di avere ributtata e disonorata per sempre – faceva leva sul solito argomento principe: in Russia eravate arretrati, quello che oggi si dice eravate un’area depressa, e quindi dovevate stare quieti, umili e buoni buoni, tutt’al più padroni di imitare e riprodurre le nostre passate grandi rivoluzioni democratiche e liberali; ma quanto a movimento proletario e socialista non avevate il permesso di muovervi; dovevate prima attendere la nostra esperienza di paesi progrediti, sviluppati, avanzati (tutte espressioni imbecilli che allora e oggi abbiamo disprezzato come stupide pose di ammirazione per un capitalismo che mezzo secolo fa aveva largamente fatto tutto quello che poteva di utile per la economia, la società, la tecnica e la scienza; e per tutto il resto, dove si diffondeva, portava solo soffocazione e ignominia) e dopo avreste imparato come si andava al socialismo nei paesi maturi (per noi schifosi e fradici di decomposizione) per inchinarvi e imitare, al vostro turno una tale via.

La sfrontatezza dei nostri avversari era che essi adoperavano il marxismo come dimostrazione di questa pretesa gerarchia e cronologia delle rivoluzioni, mentre erano volgari immediatisti, e appartenevano alla genia dei commercianti di principi che Marx ed Engels avevano da decenni staffilata a sangue.

A questo si ricollegava l’ingenuità del Gramsci giovane che da buon idealista gioiva perché Lenin aveva saputo violare la regola del marxismo, che anche lui sprovvedutamente vi leggeva.

Quando Lenin dice che le “ultime parole” di occidente erano già state trasferite e utilizzate e vagliate in Russia, egli risponde che non vi era bisogno “culturista” di andare ulteriormente a scuola in Europa o in America per avere i titoli che consentissero in Russia di passare all’avanguardia, salvo la giusta posizione materialista e dialettica della questione del modello, da cui, sulla sua guida, abbiamo in queste pagine preso le mosse.

Non è dunque una concessione al concetto dell’aggiornamento ai risultati moderni e recenti, moda stupida del pensiero piccolo borghese immediatista, che qui fa Lenin, ma è una coraggiosa dichiarazione che tutto quello che vi era da imparare di buono i bolscevichi lo sapevano da un pezzo, ed erano essi ben maturi, coi loro seguaci di tutti i paesi, i marxisti di sinistra, e in grado di salire in cattedra e dettare le norme.

L’infezione immediatista del pensiero piccolo borghese (la stessa cosa dell’infantilismo di Lenin) consiste proprio nella mania dell’ultima moda, del più recente brevetto, della più fresca trovata.

Negli anni che precedevano l’epoca storica che trattiamo si atteggiavano a depositari dell’ultima moda i sindacalisti rivoluzionari della scuola di Sorel, largamente rappresentati nell’Europa latina (in Italia dagli Arturo Labriola, Orano, Olivetti, Leone, de Ambris ecc. ecc.) e anche in America del Nord nel movimento sindacale degli I.W.W. che si opponevano alla confederazione sindacale del lavoro, riformista e borghese. Questa pareva essere al momento l’ultima parola. Ma i bolscevichi non erano caduti in un simile abbaglio, per quanto seducenti fossero gli slogan di tale scuola di fronte a quelli dei socialisti revisionisti. I bolscevichi si tennero al modello che era costituito dall’ala sinistra della socialdemocrazia tedesca (nome poi, come suggerito da Marx ed Engels, abbandonato dal partito di classe rivoluzionario) e prima degli eventi della grande guerra (in cui quasi tutti i soreliani naufragarono) erano vicini a Kautsky come esponente del marxismo allo svolto del secolo.

Come ragionavano quelli dell’ultima parola? Secondo la forma mentis dell’immediatista, dell’infantile; ossia ponevano i mezzi tattici al posto dei capisaldi programmatici.

Essendo in fondo, come tutti i borghesi radicali, dei veri progressisti ed evoluzionisti, elencavano i “nuovi corsi” che si erano a loro credere succeduti nella storia. Lo schema era di questo tipo; dalla rivoluzione francese si è cominciato col club politico, che ha dato poi origine ai partiti. Il movimento proletario è passato dai piccoli club di cospiratori ai grandi partiti parlamentari elettorali e si è vantato, sul tipo tedesco (accusavano di questo il coerentissimo rivoluzionario Engels!), di arrivare alla conquista pacifica del potere. Ma le masse hanno visto che la forma partito degenera inevitabilmente verso destra, e si sono portate a una forma di organizzazione solamente economica, il sindacato. Alle elezioni hanno sostituito lo sciopero generale e l’azione diretta, ossia la lotta senza l’intermediario del partito che accoglie, giusta la formula genialissima di Marx, uomini di tutte le classi. Da allora i partiti politici, a sentire costoro, non sarebbero più serviti al proletariato.

Da questo cumulo di enormi errori storici e di falsissimo rivoluzionarismo i bolscevichi russi si erano salvati per quel doppio effetto: il legame con il marxismo originario classico, che i soreliani e simili attaccavano nella sua dottrina-base, e l’esperienza russa che aveva già mostrato in nichilisti, anarchici, bakuniniani e populisti, la inconsistenza di queste attitudini piccolo borghesi. Come Lenin qui ricorda, nella preliminare lotta ideologica (nella sua costruzione tale contrasto fotografa in anticipo lo scontro futuro delle masse attive), i marxisti bolscevichi avevano già avuto a che fare con “economisti”, “marxisti legali” e “liquidatori”, i quali, incanalandosi in un errore non nuovo perché in certo senso il suo esempio tedesco era in Lassalle, da Marx denunziato molto per tempo, sostenevano che conveniva liquidare la lotta politica e il partito che veniva a cozzare con la tremenda armatura statale dello zarismo, e impostare una lotta economica degli operai di industria con i capitalisti, disinteressandosi della rivoluzione antizarista.

Come dal passo di Lenin, la dottrina e la storia avevano insegnato ai bolscevichi la via rivoluzionaria utile. La loro ideologia e la loro attività seppero prendere e riempire tutte le forme, il piccolo cenacolo e le grandi masse, il lavoro sindacale e quello parlamentare anche nelle Dume reazionarie, la cospirazione segreta e lo sciopero generale insurrezionale, ma salvarono le posizioni di principio: mai mettere da parte la questione dello Stato; sia esso ancora feudale, o già borghese; mai togliere il posto primario alla forma partito; intendete che lo sciopero generale è rivoluzionario in quanto cessa di essere economico e diviene politico, cessa di essere impersonato dai sindacati, ma con questi stessi lo è dal partito rivoluzionario; e la stessa lotta sociale delle masse non condurrebbe a porre la questione storica del potere se le masse e la stessa classe operaia industriale non avessero a protagonista il partito politico.


La sinistra in Italia

L’effetto delle circostanze storiche condusse l’ala sinistra del partito socialista italiano a posizioni che presentano con quelle ora descritte per i russi una larga analogia, e spiegano come, non certo per solo effetto della buona lettura dei testi o il rinvenimento di efficaci lettori, si costruì una difesa contro le influenze dell’immediatismo-infantilismo, che sono quelle che preoccupavano Lenin.

Verso il 1905 in Italia il campo delle tendenze nel seno del movimento socialista, a parte gruppi minori o che presto scomparvero dalla lotta senza lasciare grande traccia di sé, sembrava diviso nettamente in due, tra riformisti e sindacalisti rivoluzionari. Questi, del resto coerenti in certo senso colla loro ideologia, finirono con lo scindersi dal partito concentrando la loro azione nell’Unione Sindacale Italiana e organizzandosi senza una vera e propria rete nazionale in “gruppi sindacalisti”, che ibridamente dissimulavano la loro natura politica in quanto sostenevano di essere non solo aparlamentari e aelezionisti, ma anche apartitici. Questo agnosticismo non doveva impedire in certe località esperienze elettorali che furono abbastanza strane, giungendo fino a blocchi popolari nelle elezioni amministrative.

Dalla banda opposta il partito cadde sempre più a destra, e fu diretto da aperti riformisti che tendevano a quello che allora si diceva “possibilismo”, ossia partecipazione ai ministeri borghesi, come se ne era avuto esempio in Francia. Tanto non avvenne in Italia, ma i capi riformisti dominavano nel gruppo parlamentare del partito e nella Confederazione Generale del Lavoro, che riuniva in sé la maggioranza delle organizzazioni economiche, con tattica più che minimalista e aborrente dalle lotte aperte e dagli scioperi.

Orbene in Italia fu in tempo chiaro, a una corrente ortodossa marxista del partito, che queste due tendenze, in apparenza decisamente opposte e in fierissima ingiuriosa polemica, i sindacalisti e i riformisti, avevano invece molti lati comuni, ed erano i lati negativi che toglievano efficienza alla lotta di classe di un proletariato, nella industria e nella campagna, fieramente sfruttato dalla sinistreggiante borghesia nazionale.

Come i marxisti russi, quelli italiani sfuggirono alla sbagliata antitesi partito e collaborazione di classe contro sindacato e lotta di classe. La forma organizzativa sindacato era non meno, bensì più di ogni altra accessibile alla deviazione dalla lotta di classe e dalla azione rivoluzionaria; anzi il riformismo parlamentare si nutriva della rete sindacale la quale aveva bisogno di avvocati politici entro la rete burocratica dei ministeri borghesi.

Il sindacalismo non è affatto salvo dalla malattia della transazione fra le classi, che dalla sua rete va ad allignare in quella del partito. La soluzione non sta nello scegliere l’una o l’altra delle tessiture organizzative, e quindi la vittoria sul riformismo non poteva essere attesa dai sindacalisti soreliani e anarchici della Unione Sindacale.

In Italia prima della guerra una persona cui intelligenza e cultura non facevano certo difetto, la stessa che in tempo successivo non ebbe paura della formula della dittatura, Antonio Graziadei, teorizzò quello che allora sembrava e non era una contraddizione in termini: il sindacalismo riformista. Del resto la formula era nata nel movimento inglese con il Labour Party, cui aderiscono come sezioni di base le unioni sindacali e che al loro servizio svolge l’azione parlamentare e non ha mai esitato a svolgere quella ministeriale.

Ogni operaismo puro nella forma di organizzazione è suscettibile di degenerare nella collaborazione fra le classi; e un altro punto che non fu ben chiaro se non alla migliore corrente marxista in Italia è che la salvezza non sta nell’escogitare una altra forma immediata: il consiglio di fabbrica.

La prospettiva dell’ordinovismo, che duttilmente si mimetizzò come seguace del leninismo e della rivoluzione di Ottobre, fu in origine di tessere in tutta Italia il sistema dei consigli, aderente “immediatamente” alla struttura delle aziende di produzione capitalistiche e sostituirlo alla Confederazione del Lavoro riformista. La critica al partito socialista per la parte negativa fu giusta, ma ne mancava l’idea di fondare il partito rivoluzionario, perché in sostanza il sistema, il movimento dei consigli era un altro surrogato del partito, al solito una nuova ricetta per un nuovo corso. Vecchia, ma immortale illusione!

Alle prime notizie di Ottobre, da chi era solo a orecchio informato di Marx e solo giornalisticamente di Lenin, si vide la stessa “invenzione brevettata” nei soviet.

Ma se seguiamo le pagine dello scritto di Lenin – ossia non parole e non pagine, che sarebbe poco, ma la vera lezione dei fatti storici della rivoluzione di Ottobre – allora ne trarremo quelle tesi, che la sinistra italiana da mezzo secolo tiene per sue.

Forma fondamentale per la rivoluzione della classe è il partito politico, politica essendo la lotta insurrezionale per il potere.

Il boicottaggio dei sindacati tradizionali capitanati da riformisti è un errore, come di fatto lo aveva mostrato la “esperienza di occidente” nel fallimento dei sindacalisti “estremi” in Francia e Italia che rifiutavano la forma partito. Errore analogo sarebbe abbandonare la forma sindacato per la nuova forma del consiglio di azienda.

Più oltre Lenin spiega come altro errore sarebbe il prendere il soviet (organo apertamente politico, quando si capì che cosa fosse, e non sistema aderente alla produzione, come per gli immediatisti) quale un rimpiazzo del partito politico. Poco più oltre ci dirà Lenin che i bolscevichi dettero con graduata prudenza la formula tutto il potere ai soviet, in quanto un governo dei soviet in cui la maggioranza sia menscevica o populista sarebbe formula non rivoluzionaria; anzi fatto non rivoluzionario, poiché «nessuna formula organizzativa o costituzionale è di per se stessa rivoluzionaria». I bolscevichi attesero prima di avere il soviet nelle mani e poi scatenarono la insurrezione, perché il contenuto della loro agitazione, formule verbali a parte, fu in realtà: tutto il potere al partito comunista. Non si tratta di tattica a doppia faccia, ma di una linea continua concepita prima dell’evento con una chiarezza unica nella storia: a luglio 1917 i soviet sono in maggioranza opportunisti, e Lenin (pompiere, forse?!) frena la insurrezione. A ottobre i tempi sono maturi, i soviet sono a sinistra, allora si potrà sulla loro piattaforma annientare l’assemblea costituente eletta, e Lenin invoca lo scatenamento dell’azione, contro lo stesso comitato centrale del partito (e ogni filisteo formulista sarebbe pronto a dire: contro il partito e la sua legale gerarchia); e staffila di traditore chi voglia indugiare una sola ora!

Per chiudere questa parentesi italiana, prima della guerra la sinistra marxista aveva intuito che le due vie dei riformisti e dei sindacalisti erano entrambe teoricamente sbagliate e aveva presa la posizione giusta per il partito rivoluzionario. Prima della guerra questa formula ebbe una espressione non sufficiente nella sola intransigenza elettorale, ma alla vigilia della guerra e durante essa (1914-18) valse a evitare al partito italiano la fine ignobile dei grandi partiti dell’Europa occidentale.

Fino dai congressi di anteguerra la sinistra in Italia non si limitò a negare la collaborazione di classe nella politica parlamentare, ma seppe chiaramente impostare la questione dello Stato. Si era contro i riformisti perché ritenevano possibile la conquista pacifica dello Stato democratico, e si era contro gli anarco-soreliani perché, pure avendo veduto giusto nel rivendicare la distruzione dell’apparato di Stato borghese, negavano la funzione di uno Stato proletario uscito dalla insurrezione. Se questo non fu allora problema posto nella attualità storica e nella tattica, era posto, come per i bolscevichi del 1903, nella teoria, come retta applicazione del determinismo economico alla previsione corretta del passaggio da capitalismo a comunismo; diretto, e “istantaneo” nel senso militare, in quanto politico; complesso nello sviluppo sociale quanto a trasformazioni economiche, funzione di tutto lo svolgimento, arretratissimo in Russia, semimoderno in Italia, modernissimo ad esempio in Inghilterra.

In questo la sostanza dell’”Estremismo”.

 

 

 



IV - Corsa storica (concentrata nel tempo) del bolscevismo


La formazione rivoluzionaria

Lenin nel suo terzo capitolo dà una rapida storia degli sviluppi che consentirono al partito bolscevico di indirizzare la sua azione sulla via delle energie rivoluzionarie. Uno sguardo altrettanto rapido a questo scorcio permette di smentire la solita leggenda, che cioè gli avvenimenti e la febbre delle masse avessero svelata al partito una strada inattesa, e fornito per la prima volta una chiave della storia rivoluzionaria che prima era ignorata, e dal momento della vittoria in poi potesse essere impugnata in tutti gli altri paesi. Disgraziatamente l’opportunismo militante ha già disertata questa posizione per assumerne una ben più vile, e cioè che si debba considerare come idoletti il nome di Lenin e del bolscevismo e la tradizione di Ottobre, ma che non si debba più annunziare agli altri paesi lo stesso verbo, che in Russia si sarebbe allora per la prima volta rivelato.

Il lavoro di Lenin sembra scritto per rispondere a una simile contraffazione. La vera ragione per cui le linee essenziali dello sviluppo che condusse al vittorioso Ottobre del 1917 saranno proprie della lotta del proletariato di tutti i paesi, sta nel fatto che non apparvero come per miracolo imprevedibile in Russia, ma confermarono strettamente le previsioni di una dottrina universale della rivoluzione proletaria, a cui dopo già mezzo secolo dalla sua formazione storica i rivoluzionari russi avevano felicemente attinto. Vi furono particolari condizioni della Russia, talune favorevoli, talune, come il decorso successivo rivelò, purtroppo avverse, ma è per porre in evidenza i tratti conformi della rivoluzione russa e di tutte le rivoluzioni operaie, che Lenin qui scrive e che in tutta la sua vita lottò fieramente.

Lenin parte dal 1903 perché in quell’anno il partito bolscevico si distaccò dalla socialdemocrazia menscevica, che si accodava al revisionismo europeo di quei marxisti che vollero mutare le basi rivoluzionarie della dottrina e dell’azione del partito proletario internazionale; e da quell’anno essendo del tutto distinto da tutti gli altri partiti della opposizione allo zarismo – che erano pure partiti rivoluzionari nel senso antifeudale – influì sulla situazione reale e ne risentì le influenze in modo del tutto originale, e con conclusioni ben diverse sulla efficienza della posizione di tutti gli altri partiti. Per il bolscevismo, Ottobre significò conferma e vittoria, per tutti gli altri smentita e disfatta.

Quando adunque mancavano alla rivoluzione 14 anni, il partito di Lenin aveva già appreso le direttive che conducevano alla vittoria storica, e non fu questa che gliele apprese e gli fabbricò una teoria, poiché si trattò solo di una verifica, grandiosa e gloriosa, ma verifica di una preesistente dottrina, disastrosa e mortale per le dottrine di tutti gli avversari.


Preparazione e prima rivoluzione

Tutti presentono che è prossima la rivoluzione contro il potere dispotico degli zar e della nobiltà feudale. La situazione è rivoluzionaria per tutte le classi della società russa e per i loro “portavoce”: partiti politici e gruppi di essi che lavorano nella emigrazione all’estero.

La lotta ideologica tra le varie classi in contesa precede dunque la lotta armata che si svolgerà negli anni 1905-1907 e anche in quelli 1917-20, come testualmente Lenin stabilisce. Le armi teoriche si formano dunque prima dello scontro delle forze sociali, questo è il senso generale della teoria del materialismo storico e della lotta di classe, come si applica a tutte le rivoluzioni di classe e non solo a quella anticapitalista.

Capovolge il marxismo chi crede che dallo svolgersi delle guerre tra classi sorga la possibilità di stenderne l’espressione teorica e ideologica. Ogni classe ha una ideologia rivoluzionaria assai prima di battersi per la conquista del potere, la classe proletaria anche comincia la sua lotta prima nel campo della contesa politica e dell’agitazione, e poi nel conflitto insurrezionale; il suo privilegio rispetto alle classi rivoluzionarie precedenti è di possedere, nel suo partito politico, la giusta dottrina del corso storico e la giusta spiegazione delle lotte delle altre classi, che le interpretavano falsamente. La borghesia prima della sua rivoluzione aveva già una fioritura critica e culturale che disegnava la fine delle monarchie feudali e clericali, ma in questa prospettiva del futuro era falsa la visione che con l’avvento della libertà democratica sarebbero cessate le lotte di classe e la disparità sociale; la stessa rivoluzione francese, che fu una rivoluzione “semplice” e non “duplice”, come la russa, fornì, quando mobilitò masse immense, la possibilità al partito della nuova classe proletaria, del quarto stato, di impiantare la nuova dottrina, ossia la nuova previsione dello sviluppo del futuro storico.

Lenin descrive le varie classi russe: borghesia liberale, piccola borghesia di città e campagna (coperta dall’insegna delle tendenze “socialdemocratica” e “social-rivoluzionaria”, come Lenin dice), e proletaria rivoluzionaria rappresentata dal partito bolscevico, a parte le “innumerevoli forme intermedie”.

Il dimenarsi polemico di queste tendenze offre in anticipo come una immagine fotografica dell’aperta lotta futura tra esse; e non erano dunque le lotte e le loro forme che avrebbero dato a ciascun gruppo la formula storica da agitare. Si dubita che in tal modo pensi Lenin?

Leggiamo: «All’estero la stampa dell’emigrazione solleva in linea teorica tutte [corsivo dell’originale] le questioni fondamentali della rivoluzione». Le tendenze che abbiamo citate «annunziano e preparano, con l’asperrima lotta delle loro opinioni tattiche e programmatiche, la prossima lotta di classe aperta».

E ancora: «Tutti i problemi attorno ai quali si svolse la lotta armata delle masse negli anni 1905-1907 e 1917-20, si possono (e si devono) esaminare nella loro forma embrionale sulla stampa di allora».

L’autore insiste su questo concetto: «Più esattamente: è nella lotta tra gli organi di stampa, i partiti, le frazioni, i gruppi, che si cristallizzano le dottrine politiche che realmente caratterizzano le tendenze delle classi; queste si forgiano così le armi dottrinali occorrenti per le future battaglie».

Utilizziamo qui i già citati testi editi nel 1920, uno francese e uno tedesco, che compagni che hanno risposto al nostro appello ci hanno fatto pervenire. Ad esempio, nel passo citato prima, dopo le parole: la prossima lotta di classe aperta; manca nella traduzione recente staliniana l’altra frase: e ne danno una rappresentazione anticipata. Lenin dunque pensa che come le polemiche di tendenza negli anni precedenti le lotte mettessero in scena una prova generale della rivoluzione.

Ecco il rovescio del “concretismo”, che ammonisce: vedi prima che succede, e poi ti spingi a parlare. Un passo di più e avanza il ben noto in Italia doppiogiochismo: potrai vedere chi è più forte, e giurare che hai sempre parlato come lui in precedenza, quando badavi a... tacere.

La posizione di Lenin è dunque l’opposto della vecchia banalità che contrappone l’azione alla polemica delle dottrine opposte: non perdete tempo a scrivere, a polemizzare e a dividervi in gruppetti; scendiamo in piazza, e sapremo tutto!

La conclusione di Lenin e nostra si può così formulare: L’opportunista è quello per cui la teoria segue l’azione, il rivoluzionario quello per cui la teoria precede l’azione.


La prima “verifica”

«Gli anni della rivoluzione (1905-1907). Tutte le classi entrano francamente nella mischia».

Ecco in che cosa è necessaria la lezione dell’azione delle masse: «Tutti i programmi e tutte le concezioni tattiche vengono verificati dall’azione delle masse».

Quale il senso di questa verificazione? Che le masse, in una situazione oggettivamente matura (come era squisitamente quella di un regime che in Europa era scomparso da oltre mezzo secolo ovunque, e di più uscente da una guerra disastrosissima col Giappone e quindi in piena crisi economica e politica) scelgono la direzione di quel partito le cui previsioni meglio si attagliano alla spinta che le muove.

Lenin indica subito uno dei fenomeni originali di una rivoluzione antidispotica in cui, per lo sviluppo già inoltrato della produzione capitalistica, è presente specie nelle grandi città un vero proletariato. Per la prima volta non è la lotta sulle barricate di un popolo informe, ma si ricorre allo sciopero. («L’arma dello sciopero prende un’ampiezza e una acutezza senza esempio nel mondo»). Lo sciopero era la lezione data dai lavoratori dell’Europa di occidente; ma è qui in Russia che la lezione ritorna più che potenziata. Fine dello sciopero non è più la contesa economica nella fabbrica; la nuova formula che i marxisti di sinistra da tempo propugnavano trionfa: «Trasformazione dello sciopero economico in sciopero politico; dello sciopero politico in insurrezione».

Alla data del 1905 erano in Europa i sindacalisti rivoluzionari alla Sorel, di cui abbiamo già parlato, che propugnavano lo sciopero generale come forma massima della lotta proletaria, come espressione rivoluzionaria dell’”azione diretta” di classe, in cui i lavoratori agivano essi stessi senza valersi di rappresentanti o intermediari. Questi sarebbero stati i deputati socialisti, non solo, ma gli stessi partiti politici socialisti. Una tale attitudine sarebbe stata estremamente disfattista, ma era in certo senso giustificata dalla attitudine dei partiti socialisti del tempo che avversavano gli scioperi, deprecavano lo sciopero generale e si opponevano al suo impiego.

Quanto superiore la posizione del proletariato russo che non solo aveva appreso dall’esempio delle masse operaie di paesi ove l’industria era ben più sviluppata e con meno recenti origini, ma seguiva fin da allora un partito politico rivoluzionario il quale si seppe porre al centro e alla testa dei colossali scioperi di Mosca, Pietroburgo, Odessa, Varsavia, ecc.! È chiaro che allora nessuno poteva negare il contenuto politico dello sciopero e di tutta la lotta, che aveva di contro la polizia zarista coi suoi massacri sterminatori. Sciopero politico; sciopero insurrezionale; sciopero alla testa del quale sia un partito rivoluzionario: ecco la verifica non solo di una polemica tra russi, ma di una polemica che ha la sua sede in tutta l’Europa.

Naturalmente l’interpretazione dialettica della situazione russa doveva essere tanto possente da superare la difficoltà che la natura rivoluzionaria e di guerra di classe della politica proletaria andava messa in funzione non solo dell’abbattimento di un regime autocratico, ma anche di quello borghese liberale di tipo occidentale.

Tanto sostenevano i marxisti di sinistra in Europa, e tanto fu chiaro dopo la grande vittoria di Ottobre in Russia.

Il nostro testo segue nel mostrare la portata della immensa, storica, “verifica”. Procede per tappe grandiose. «Verifica pratica dei rapporti tra il proletariato dirigente, e i contadini guidati [da lui], oscillanti, instabili».

Un’altra grande lezione della rivoluzione russa è la parte dominante delle città di alta popolazione che si mettono alla testa della rivoluzione, perché vive in esse il grande proletariato industriale. Era la lezione del ’48 europeo, quando Parigi, Berlino, Vienna, Milano e così via sorsero in armi. Ma allora nelle città partecipavano alla lotta, con gli operai ancora non così compatti e maturi come nella seconda metà del secolo, gli intellettuali, studenti ecc. e la dottrina del proletariato classe egemonica non era ancora completa. La provincia e i contadini seguivano lentamente, quando non ospitavano addirittura le Vandee. Tuttavia nella teoria della questione agraria e nella tattica agraria l’esempio italiano fu presente a Lenin, che in Russia poggiava ansiosamente sui contadini proletari prima ancora che su quelli “poveri”, come molto si è stentato a capire.

Nelle tesi di Lenin il contadino povero non è tanto il possessore di poca tetra che gli consenta una condizione di vita assai peggiore – allora – di quella del salariato urbano, quanto e in primo luogo il salariato rurale, che in Russia era relativamente poco numeroso. Vi erano paesi, tra cui in questo senso classico l’Italia, ove non solo il salariato senza terra, il puro bracciante, statisticamente prevaleva sugli altri strati della popolazione agraria, ma aveva una tradizione di lotta di classe di primo ordine e non inferiore a quella dei salariati urbani. L’Italia aveva già dato l’esempio di grandi scioperi generali politici in cui le campagne avevano avuto una parte non secondaria rispetto alle città, e in cui i braccianti agrari si erano battuti con spirito rivoluzionario di gloriosa memoria e di prima grandezza. Il fascismo fu un movimento della piccola borghesia agricola assoldata dallo Stato borghese e dalla grande borghesia rurale e urbana per smantellare le organizzazioni dei salariati di campagna prima di quelle dei salariati di città. I primi erano non meno battaglieri certo dei secondi, ma ragioni di strategia della guerra di classe, in cui la borghesia prese l’iniziativa con l’impiego delle forze militari di Stato, rendevano possibile attaccare i rossi rurali in masse minori che nelle città, concentrando squadre di giovani borghesi e piccolo borghesi spalleggiate da formazioni di Stato contro una località di poca popolazione, i suoi proletari, le sue leghe e la sua camera del lavoro. La storia della difesa dei proletari rurali fu semplicemente eroica, date le condizioni di sfavore in cui era condotta, e se i proletari urbani caddero con minore resistenza fu a causa della mancata impostazione di una lotta nazionale, sabotata dai destri e dai centristi del movimento politico.

Non è questa una digressione fuori argomento, in quanto questo stesso testo sta per indicarci come si traggono lezioni dalla disfatta. Esse sono tratte al contrario dei dati storici, e al contrario della lezione di Lenin, quando le carogne dei partiti social-comunisti tendono a sproletarizzare i braccianti e pongono davanti ai loro interessi quelli dei piccoli proprietari coloni e mezzadri, non solo poveri e semipoveri ma anche medi e ricchi, ossia di quegli strati che forniscono effettivi allo squadrismo, anche se la grande borghesia li fregò allora attraverso il fascismo, e li fregherà oggi attraverso il tradimento social-comunista della rivoluzione.

Vogliamo chiarire che la formula classica di Lenin: proletariato dirigente, contadini guidati, oscillanti, instabili, pone i braccianti rurali dalla parte dell’avanguardia dirigente rivoluzionaria e non nel pantano della oscillazione e della instabilità. Se l’avanguardia ha un partito che non tradisce, la massa oscillante andrà dalla parte della rivoluzione; ma se il partito tradisce e manca, allora essa compirà la oscillazione opposta e cadrà sotto gli influssi fascisti o democratici, succube in ambo i casi della borghesia capitalistica controrivoluzionaria.


Organi politici della rivoluzione

Tutto il testo va letto tenendo presente che esso ha lo scopo di trasportare i contributi della verificazione russa al servizio della rivoluzione occidentale. Esso risponde al problema: I famosi soviet o consigli di operai e contadini, comparsi nella rivoluzione del 1905, e protagonisti della rivoluzione bolscevica del 1917, sono una forma propria della Russia, o ci danno un tipo applicabile in tutti i paesi? Il primo parere si potrebbe basare sul fatto che in Russia la situazione in quegli anni era quella di una minoranza di proletari dell’industria contro una grande maggioranza di contadini, ma la posizione di Lenin è del tutto dialettica. Se in quella situazione la funzione rivoluzionaria dei soviet fu assicurata dalla presenza del partito rivoluzionario di classe, che conquistò i soviet contro gli opportunisti, diresse la insurrezione e assunse la gestione del potere proletario, questo decorso si presenta a maggior ragione più favorevole in occidente, ove le classi contadine e di piccola borghesia hanno peso sociale minore (ma non trascurabile), alla chiara condizione che il partito marxista rivoluzionario sconfigga nelle organizzazioni e rappresentanze rivoluzionarie gli opportunisti, la cui funzione nella prima guerra fu di aggiogare gli strati semiproletari, svirilizzando lo stesso proletariato autentico, al carro nazionale borghese (e che altro fanno gli opportunisti che dilagano dopo la seconda guerra mondiale?).

La breve frase di Lenin è questa: «Nello sviluppo spontaneo della lotta nasce la forma sovietica dell’organizzazione. Le discussioni di questo periodo sull’importanza dei soviet preannunciano la grande lotta degli anni 1917-20».

Per renderci bene conto che non concludemmo e non concluderemo a una fede miracolistica nella “nuova forma”, del tipo della consegna: Il soviet ha sempre ragione, citiamo prima della indispensabile illustrazione un altro passo, che viene nelle pagine seguenti: «Lo storia si è permessa questo scherzo: nell’anno 1905 in Russia nacquero i soviet; dal febbraio all’Ottobre del 1917 essi furono falsificati dai menscevichi, i quali, a causa della loro incapacità di comprenderne la funzione e l’importanza, fecero bancarotta; e oggi l’idea del potere sovietico è nata in tutto il mondo [Lenin sottolinea] e si diffonde con inaudita rapidità fra il proletariato di tutti i paesi, mentre tutti i vecchi eroi della II Internazionale, in conseguenza di quella stessa incapacità a comprendere la funzione e l’importanza dei soviet, fanno dappertutto la stessa bancarotta dei nostri menscevichi».

D’altra parte, appena Lenin ha trattato della seconda rivoluzione (da febbraio a Ottobre 1917), ha detto: «I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari assimilarono mirabilmente in capo ad alcune settimane tutti i metodi e i modi, gli argomenti e i sofismi degli eroi europei della II Internazionale, dei ministerialisti e della rimanente genia opportunistica».

Non devono dunque fare la stessa bancarotta gli eroi della presente zattera da naufragio della III Internazionale, che hanno relegata in Russia la funzione storica dei soviet, e adorano in occidente quella dei parlamenti, pronti a farsene nominare ministri, come già altre volte? Ciò è tanto evidente che il nostro commento sui soviet nel pensiero di Lenin appena occorre.

È noto che della prima frase riportata, sulla nascita del soviet dallo sviluppo spontaneo della lotta, si fa uso per descrivere Lenin come il teorico della “spontaneità”, giusta la quale il partito comunista dovrebbe solo attendere che le masse scoprano o inventino esse le forme della rivoluzione, senza azzardarsi a prevederle prima.

Una simile banalità da una parte richiama il modo di pensare dei più fieri nemici di Lenin (che anche qui li flagella), i revisionisti, che non volevano si parlasse di fini ma solo di movimento fine a sé stesso, o che si pone i suoi stessi fini in modo imprevedibile; dall’altra quello degli idealisti come Gramsci, che vedevano Lenin fare gettito del determinismo marxista e inventare forme nuove!

I soviet, si dirà, non erano stati profetizzati da nessun teorico; nei libri di Marx non ci sono, né Lenin ve li aveva indicati. Ma questo sofisma consiste appunto nella ignoranza della funzione e importanza “internazionale” dei soviet che Lenin attribuisce ai menscevichi e centristi (poco più oltre egli attaccherà gli idealisti, ravvisando in essi i sinistri infantili, e sarà il caso di notare che i sinistri italiani a ogni passo avevano difeso il materialismo e il determinismo).


Forma e contenuto

I soviet sono la forma di organizzazione del potere proletario, e si può anche dire la forma costituzionale dello Stato proletario. La teoria della rivoluzione non solo è indispensabile, ma esisteva nei termini che proprio qui Lenin rivendica. Saremmo nella utopia se descrivessimo le forme di organizzazione della società futura, dello Stato futuro; siamo nella teoria del comunismo scientifico quando descriviamo le forze della rivoluzione e i loro rapporti, che sono rapporti economici, sociali e politici tra le classi. Il tipo del consiglio operaio e contadino non si trova tra i principi della dottrina, per Marx e Lenin indispensabile al partito della rivoluzione; ma tra essi sono i caratteri non capitalistici della società rivoluzionaria, i caratteri dell’urto tra le classi: lotta di classe, insurrezione, dittatura, terrore.

Questo la teoria, come Lenin rivendicò massimamente, aveva scritto chiaramente; ma era la costituzione del nuovo Stato che non aveva il compito di scrivere. Teoricamente e in principio lo Stato costituito, nella nostra accezione, è un’arma indispensabile ma passeggera nella storia, come lo sono le classi e le forme organizzative di classe (sindacati, soviet), e solo il partito politico oggi organo di classe può considerarsi eterno come organo umano. Il partito è definito dal suo contenuto, che è proprio la dottrina storica e l’azione rivoluzionaria; le altre organizzazioni sono definite dalla forma, e possono riempirsi di contenuti diversi.

Quali infatti le tesi che qui Lenin riduce a sintesi mirabile?
     1. La lotta russa rivelò nella storia la forma soviet nel 1905.
     2. I marxisti rivoluzionari videro nei soviet l’organo del potere proletario; mentre gli opportunisti cercarono di subordinarselo, e vi riuscirono in molti luoghi e tempi, per svuotarlo del contenuto, affermare che sarebbe sparito dopo la lotta, o che potesse coesistere in una repubblica democratica a fianco di un parlamento elettivo.
     3. Non va data la formula del potere ai soviet se questi sono in mano ai menscevichi o simili, ma solo quando conduce al potere del partito comunista.
     4. (II congresso). Nei paesi occidentali prima della fase di assalto al potere non si devono artificialmente formare i soviet, appunto perché nessuna forma è rivoluzionaria per automatismo.

I soviet esprimono la dittatura proletaria stabilita nella nostra dottrina prima che sorgesse nella storia (Marx per la Francia 1848 e 1871, in Lenin: Stato e Rivoluzione) in quanto non vi accedono, nelle elezioni dalla periferia al centro, i borghesi e i proprietari terrieri. Se a fianco vi fosse una camera elettiva e questa formasse un ministero, i soviet sarebbero una maschera vuota. Ecco la discussione del 1905 che viene verificata dai fatti del 1917!

La lezione della storia dal secolo XIX al XX è questa. Prima della rivoluzione francese esiste già una teoria di essa, sebbene errata. Vi è chiaro il rapporto delle forze: distruzione del primo stato (nobiltà e monarchia) e del secondo stato (clero), ma il programma del nuovo potere è: Potere a tutti i cittadini, a tutto il popolo; e non (come scoprì il marxismo, dando ai fatti la loro vera “anima”: Prefazione alla “Critica dell’Economia Politica”) potere al terzo stato, ossia alla borghesia. La teoria dei Voltaire e dei Rousseau nel XVIII secolo possiede il contenuto della rivoluzione, non ne può disegnare la forma costituzionale. Ammira la tradizione greco-romana, ma quelle democrazie avevano la piazza, ossia l’assemblea di tutti i liberi: democrazia diretta ma di una minoranza, perché vi era la maggioranza schiava. Dallo sviluppo spontaneo della lotta anche dopo il 1789 nacquero le varie forme, impreviste prima: assemblea nazionale, costituente, convenzione... matrici delle camere elettive dell’ottocento. Anche l’esempio storico inglese non fu seguito che dopo, con la doppia camera, e non fu teorizzato che post festum. A sua volta era nato dalla lotta tra due classi diverse: borghesia industriale e proprietari terrieri.

Il soviet dunque, possiamo dire, sta alla rivoluzione in cui cade il capitalismo, come il parlamento costituzionale sta alla rivoluzione in cui cade il feudalismo. Sono le strutture in cui si ordinano gli Stati usciti dalla rivoluzione che ha distrutto l’antico regime. In questo chiarimento li chiamiamo forme di organizzazione dello Stato, che è cosa diversa dalle forme sociali o modi successivi di produzione. Di questi le vecchie rivoluzioni non erano precoscienti, perché celavano a se stesse la nascita di una nuova classe dominante; ma la nostra rivoluzione con la teoria sua propria lo è, e conosce i veri caratteri per cui il modo sociale comunista si contrapporrà a quello capitalista, e sarà senza più classi e senza classe dominante, alla fine.

La visione menscevica e borghese della rivoluzione russa la voleva chiudere in una forma di ingranaggio statale non diversa da quella dei paesi capitalistici: la democrazia elettorale. La visione marxista e bolscevica prevedeva e sapeva che la rivoluzione non si sarebbe fermata che alla vittoria del proletariato, egemonico sulle altre classi povere, e quindi alla sua dittatura. Nei nostri studi sulla rivoluzione russa abbiamo ricordato come anche prima del 1903 Lenin proponesse la formula: Dittatura democratica del proletariato e dei contadini. Nel 1917 egli arriva in Russia, e annunzia la formula completa, universale, internazionale, centro della dottrina marxista della rivoluzione: Dittatura del proletariato.

Tutta l’opera di Lenin tende a stabilire che la rivoluzione russa non si svolge secondo formule specifiche “locali”, ma al contrario, pure essendo stata per lunghi anni attesa come una ritardata rivoluzione democratica, il fatto che in essa, e sin dalla fase 1905-7, lottano in prima linea le classi lavoratrici, sviluppando nella lotta una forma loro propria, il soviet, la trasferisce in una immediata rivoluzione di classe proletaria, che riempie di sé la nuova forma, e dunque ne fa forma non interclassista, non democratica, non popolare e non populista, ma classista, legata internazionalmente al proletariato di avanguardia, guidata internamente dal partito marxista, e quindi apparsa per riempirsi del contenuto che la teoria rivoluzionaria aveva sicuramente previsto: potere di classe, Stato di classe, dittatura di classe, mete che la storia non raggiunge che quando la classe si è organizzata in partito, come scritto nel «Manifesto» del 1848. E può organizzarsi in classe dominante, per la distruzione della società divisa in classi, perché il potere, lo Stato, la dittatura, sono funzioni del partito.

Abbiamo già visto che altra tesi di Lenin, che con lui sempre difendemmo contro i veri infantili, è che il soviet non esclude il partito, come molti in Europa credettero, ma ne esige la presenza e l’efficienza, perché è una semplice forma di organizzazione che va riempita del contenuto, e il partito è la forza della storia che sola può arrecarlo.

Il primo giornale della sinistra italiana fu “Il Soviet”. Essa si oppose alla proposta di molti massimalisti di fondare i soviet in Italia nel 1919. Essa dichiarò necessario il partito rivoluzionario con una chiara teoria, e liberato dagli opportunisti. Essa sostenne, contro le visioni immediatiste, che i soviet non erano una rete di sindacati o di consigli di azienda, ma il tessuto territoriale e centralizzato del nuovo Stato proletario, la cui ossatura doveva levarsi nella fase della insurrezione. Che erano quindi organi di natura politica, ma la loro struttura aveva bisogno della funzione attiva del partito rivoluzionario, perché la rivoluzione vincesse. E questi insegnamenti, con Lenin, si traevano dalle lezioni russe della storia, calzando in modo perfetto con il disegno classico della nostra dottrina.

La realtà apporta le forme, ma la teoria prevede il contenuto, ossia le forze e il loro rapporto e scontro. In questi passi lapidari, se crediamo alla versione tedesca in nostro possesso, Lenin ha adoperata la parola profetizzare. «Le contrastanti discussioni del 1905-7 sulla importanza dei soviet profetizzano le grandi lotte del 1917-1920».

Segue il leninismo non chi sbanda e tentenna, ma chi non teme di impegnarsi a profetizzare il futuro.


La “manovra agile”

Pure avendo già detto che dedicheremo la parte finale di questo studio, da considerarsi come uno studio a sé, alla questione della tattica parlamentare, non possiamo non trattare subito un aspetto importante del confronto che fa Lenin tra la esperienza storica della lotta del partito bolscevico nelle due rivoluzioni, e quanto allora se ne deduceva circa la tattica che i rivoluzionari avrebbero dovuto seguire nei vari paesi. Base di tutta la questione era che si dovesse correttamente agire al fine di estendere negli anni successivi al 1920 la rivoluzione dalla Russia all’Europa, sola via per la vittoria del socialismo in Europa e in Russia. Nessun diritto dunque di invocare queste conclusioni del 1920, e questa stessa impostazione del problema storico che Lenin pone e affronta, per gli sciagurati che gli attribuiscono, col falso più gigante della storia, l’intenzione di abbandonare la rivoluzione d’Europa al suo destino e proseguire verso il socialismo nella sola Russia.

Nella situazione del 1920 si disegnavano enormi errori nel giudizio sugli eventi russi. Il partito e l’Internazionale si dovevano massimamente preoccupare non solo delle falsificazioni dei socialsciovinisti che infamavano la rivoluzione d’Ottobre negandole contenuto proletario e socialista, ma anche delle interpretazioni cosiddette di sinistra che cadevano in errori antimarxisti e controrivoluzionari come quelli di cui abbiamo già dato cenno, ossia negare la funzione del partito politico, assumere che la forma soviet lo avesse eliminato, o cadere in quella civetteria con l’anarchismo cui Lenin fa in molti passi allusione, dire che la rivoluzione russa aveva abolito lo Stato, che i soviet non erano il tessuto dello Stato proletario (transitorio ma con un periodo di vita storica almeno bastevole a estendere la rivoluzione in Europa) ma un effimero schieramento di folle insorte.

Quando sia ben chiaro che la forma parlamento, propria della rivoluzione antifeudale, deve in rapido ciclo essere distrutta per sostituirvi la forma sovietica di dittatura proletaria, e che questo è lo scopo, non ultimo e lontano, ma immediato, di tutta la lotta, diventa un problema di strategia e di tattica di partito quello di usare o non usare il mezzo parlamentare. L’astensionismo tradizionale dell’anarchico, sempre combattuto dalla sinistra marxista, e con vigore speciale in Italia, è una posizione individuale e non di classe. Dato che la lotta collettiva deve condurre a una società senza Stato, al che noi con Lenin e in contrasto immenso con i social-traditori della destra aderiamo, che cosa vale dire: Io, che nella mia “coscienza” personale ho risolto il problema, boicotto lo Stato, ossia, nel 1960 nel 1920 o nel 1870, boicotto lui Stato non votando?

È chiaro che questa non è una soluzione storica ma una bambinata.

Su quali basi Lenin respinge un simile opportunismo piccolo borghese? Questo va inteso, anche se la posizione dialettica non è la più semplice.

Poiché tutto il mondo guarda alla Russia – con ammirazione o con orrore – Lenin è qui a testimoniare che cosa la Russia ha fatto, in specie il proletariato russo e il partito bolscevico che ne ha condotta la rivoluzione.

Vi sono due “tempi di prova” della tattica bolscevica, il 1905-1907 e il 1917-1920, separati da tempi di attesa, di cui a suo luogo va anche detto per uso nostro che viviamo oggi un tempo di ben più lunga attesa. Lenin mostra che si è vinto per essere stati lontani dai due pericoli: il socialdemocratismo che si fa un limite della forma liberale e quindi borghese dello Stato, e l’anarchismo che crede di romperla con una negazione ideologica, pari all’atto dello struzzo che crede di essere scampato al nemico ficcando la testa nella sabbia per non vederlo.

I bolscevichi hanno avuto una vasta gamma di tattiche nei due periodi storici indicati. Ecco come Lenin sintetizza il primo: «La successione alterna dei metodi di lotta, parlamentare e non parlamentare, della tattica del boicottaggio e della tattica di utilizzazione del parlamento, delle forme legali e illegali, le relazioni e i legami di queste diverse forme tra loro, tutto ciò si distingue per una enorme ricchezza di contenuto. Ogni mese di questo periodo (di tre anni) vale per l’apprendimento dei fondamenti della scienza politica, per le masse e per i capi, per le classi e per i partiti, un anno di sviluppo “pacifico e costituzionale”. Senza la prova generale del 1905 la vittoria della rivoluzione di Ottobre 1917 sarebbe stata impossibile».

Secondo periodo. «La forza di inerzia inveterata e insieme la inverosimile decrepitezza dello zarismo, a cui si aggiungevano i colpi di una guerra infinitamente penosa, avevano suscitato contro di esso una straordinaria forza di distruzione. In alcuni giorni la Russia (febbraio 1917) si trovò cambiata in repubblica, in una democrazia borghese più libera, malgrado il pieno stato di guerra, che in qualunque altro paese del mondo».

Notiamo che questa è una idea centrale in Lenin, ma dialetticamente ne sorge l’opposto che la solidarietà con una tale forma. «Il governo fu formato dai capi dei partiti di opposizione e dei partiti rivoluzionari, come nei paesi del più puro parlamentarismo, poiché il titolo di capo di un partito di opposizione al parlamento, anche nel parlamento più reazionario possibile, ha sempre facilitato il compito ulteriore di questo capo nella rivoluzione».

Nel 1920 noi chiedevamo a Lenin anzitutto se un tale vantaggio non era esclusivo del “parlamento più reazionario possibile”; e poi se di tutti quei capi parlamentari non avesse egli stesso schiaffeggiato l’ulteriore compito controrivoluzionario. Ma qui il nostro scopo è solo di presentate con tutta fedeltà la costruzione di Lenin.

Poco più oltre: «I bolscevichi hanno cominciata la loro campagna vittoriosa contro la repubblica parlamentare, borghese nel fatto, e contro i menscevichi, con una estrema prudenza, e avevano preparata questa campagna con infinita cura – contrariamente a quello che si crede oggi in Europa e in America. Noi non abbiamo fin dall’inizio di questo periodo spinto al rovesciamento del governo, noi abbiamo solo spiegata la impossibilità di rovesciarlo senza modificare preliminarmente la composizione e la mentalità dei soviet. Noi non abbiamo proclamato il boicottaggio del parlamento borghese, dell’assemblea costituente; noi, nella conferenza di aprile del nostro partito, ufficialmente, abbiamo solo detto che una repubblica borghese con una assemblea costituente è meglio della stessa repubblica senza assemblea costituente; ma che la repubblica sovietica operaia e contadina valeva meglio di ogni specie di repubblica parlamentare e di ogni democrazia borghese. Senza questa preparazione prudente, minuziosa, circospetta e prolungata, noi non avremmo mai potuto riportare la vittoria di Ottobre 1917, né conservare fino a oggi questa vittoria».


La conferenza di aprile

È esatto che in aprile 1917, ossia appena tornato in Russia, quando egli dette all’azione bolscevica il noto colpo storico di acceleratore che sbalordì i compagni, Lenin trovò giusto difendersi contro un triviale attacco del menscevico Goldenberg che lo aveva trattato da pazzo delirante (altro che prudente circospezione!) e scrisse nella “Pravda”: E si pretende che io sia contro la rapida convocazione dell’assemblea costituente!!!

Ma oggi l’indagine storica ci permette di dare il senso giusto alle parole di Lenin: per giungere al brillante risultato di sciogliere con la forza l’assemblea costituente eletta, è occorsa un’azione ben più efficace che quella barbina di chi avesse esortato le masse in questo modo: lasciate eleggere tutte le assemblee del mondo, quello che necessita è non andare a votare e non porre piede nell’assemblea!

Questo va detto alle carogne che traggono dall’assemblea costituente italiana del 1946 (nata non dal moto delle masse ma dal veicolamento di un clan di degeneri capi politici a mezzo della flotta e dell’esercito americani e alleati) la concessione di un credito storico, per soddisfare le aspettazioni proletarie, di un tempo eterno in cui non contino i mesi per anni, come in Lenin, ma gli anni per mesi o settimane, di svenevoli conte di schede che sono sempre li dopo decine e ventine di ripetizioni.

Poiché Lenin ci ha riportati alla conferenza di aprile e alla sua formidabile piattaforma, che il partito ufficialmente fece proprie, ci sembra il caso di farvi ricorso.
     Il governo provvisorio è definito governo borghese di classe, e gli è dichiarata l’opposizione.
     La sua politica estera è definita imperialista e di aggiogamento alle potenze borghesi dell’Intesa.
     L’intesa tra governo provvisorio e soviet è denunciata come prova della influenza dei partiti piccolo borghesi, specificamente elencati. La Russia di allora è definita il paese più piccolo borghese di tutta l’Europa, e tanto è dichiarato una contaminazione del proletariato.
     La tattica del momento non è indicata come quella della insurrezione, ma come necessità “di versare aceto e fiele nell’acqua inzuccherata delle frasi democratiche rivoluzionarie”.

Le proposte possono sembrare di sola propaganda ma sono un “lavoro rivoluzionario pratico” anche senza la consegna di prendere le armi (che anche nel luglio Lenin dichiarerà sbagliata). Ecco la tattica di aprile: Lavoro di critica. Preparazione e raggruppamento degli elementi di un partito coscientemente proletario, comunista. Liberazione del proletariato dalla generale ebbrezza piccolo-borghese. Notare che la coscienza del partito è opposta alla “fiduciosa incoscienza delle masse”.

Fermandoci un attimo, chiediamo se l’artificiosa pompata di antifascismo in Italia dopo 17 anni dalla caduta del fascismo, e il successo di una formula super-idiota quanto questa, non rispondano a uno stato di “fiduciosa incoscienza delle masse”; senza che il partito cosciente sia presente, e senza che lo si possa sostituire con un frasario infantile di falsa sinistra.

Il paragrafo seguente è contro il difesismo rivoluzionario ossia la situazione che ritornerà a Brest-Litovsk nel 1918. È vero che qui Lenin si esprime con molta pazienza per le masse, che credono dopo la caduta dello zar a una patria rivoluzionaria da difendere. Ma la tesi dice senza ambagi: «La minima concessione al difesismo rivoluzionario è un tradimento del socialismo, è una rinuncia completa all’internazionalismo» [Da “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione”, “Progetto di piattaforma del partito del proletariato”].

Questione della fine della guerra. Il primo passo è la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Il secondo deve essere il passaggio del potere statale al proletariato.

Questione della forma dello Stato. La repubblica democratica parlamentare è il tipo più perfetto, progredito, di Stato borghese. Il nuovo tipo apparve con la Comune di Parigi ed è oggi riprodotto dai soviet. Lo Stato democratico col suo apparato che deve essere spezzato incombe dall’alto sulle masse, i soviet muovono dal basso.

L’Internazionale. Il testo di aprile 1917 non è da meno di quello di maggio 1920 nello stigmatizzare tanto la destra social-sciovinista quanto il centro di cui sono elencati i rappresentanti da Kautsky a Turati. Viene criticata la maggioranza di Zimmerwald per il suo “social-pacifismo” e annunziata la fondazione della III Internazionale. Oggi è di speciale interesse il giudizio sul pacifismo. «Chi si accontenta di’”esigere” dai governi borghesi che essi concludano la pace, o “esprimano la volontà dei popoli”, ecc., cade di fatto nel riformismo. Poiché, obiettivamente, il problema della guerra si pone soltanto in modo rivoluzionario».

La pace e la liberazione dei popoli dalle conseguenze della guerra (debiti)... non sono possibili che mediante la rivoluzione proletaria. Non esiste altra via di uscita.

Come i moderni “ufficiali” leninisti a parole conciliano con simili tesi: primo, la costruzione del socialismo in un solo paese; secondo, la evitabilità della guerra per volere dei popoli; terzo, la distensione e coesistenza pacifica, sia essa tra Stati a diverso regime, sia tra Stati ad analogo regime, è cosa che è inutile chiedere loro.

La parte finale della piattaforma di aprile verte sul cambiamento del nome del partito russo da socialdemocratico a comunista.

Gli argomenti sono classici e noti. Ma ne ricorderemo talune formulazioni, per concludere alla dimostrazione che la prudenza tattica di Lenin sta le mille miglia lontana dal travisamento e sottacimento dei principi, come hanno già dimostrato le frasi tratte dal documento pubblico di partito nel difficile aprile del 1917. Qui è ribadita la vera natura della pestilenza opportunista, problema vivo nel 1920 e più vivo ancora oggi.

Vi sono due argomenti scientifici contro il nome socialdemocrazia, sulla base dei continui moniti di Marx ed Engels. Il primo termine è errato perché il socialismo è un nostro fine transitorio, per giungere al comunismo. Il secondo termine lo è perché «la democrazia è una delle forme dello Stato, e invece noi marxisti siamo avversari di ogni Stato». Il nostro pieno programma è comunismo senza stato. Il che vale: comunismo senza democrazia.


Natura dell’opportunismo

Ci serviamo di questo passo, che molti dell’”Estremismo” richiamano e parafrasano quasi frase a frase: «Noi siamo marxisti e prendiamo per base il “Manifesto del Partito comunista”, svisato e tradito dalla socialdemocrazia in due punti principali: 1) gli operai non hanno patria: la “difesa della patria” nella guerra imperialistica significa tradimento del socialismo; 2) la teoria marxista dello Stato, svisata dalla II internazionale».

Il fenomeno storico dell’opportunismo, se ci è lecito ricostruire con nostre parole il contenuto di una battaglia polemica di mezzo secolo, consiste nel fare, a un grave svolto della situazione storica, e al fine di tenere in esso il comportamento inverso a quello che il partito aveva sempre annunziato, una sensazionale “scoperta”. La storia del tradimento è una storia ai “scoperte” propinate in momenti cruciali al proletariato, che rendono ai suoi dominatori il servigio di disorientarlo e debilitarlo. A ognuna di tali “scoperte” una formula che sembrava sicura e definitiva, quando si tratta di applicarla, viene svuotata e fatta a pezzi.

Una di queste formule di cui ora ci serviremo come esempio evidente è quella del “Manifesto” che Lenin qui cita: i proletari non hanno patria. E poi: non si può toglier loro ciò che non hanno. È la classica risposta alle antiche “obiezioni” al comunismo.

In Russia la parte maggiore del movimento proletario allo scoppio della guerra 1914 non si era sentita di affermare che i lavoratori russi dovessero difendere una patria personificata nello zar. Solo pochi dei capi socialisti osarono giungere alla tesi “difesista” della pretesa aggressione tedesca, e purtroppo era tra essi Plekhanov, maestro di Lenin.

Ma dopo la caduta dello zar nel febbraio del 1917 il difesismo guadagnò terreno. Con la concessione di una democrazia parlamentare (che tuttavia si riduceva a un governo provvisorio di capi partito della vecchia Duma, come Lenin descrive) quasi tutti i capi politici annunziarono alle masse che avevano trovata una Patria e che era il caso di prendere le armi per difenderla, si intende con sommo gaudio della democrazia anglo-francese. Lenin, come abbiamo testé visto, si dovette con tutte le forze opporre a questa esosa contraffazione.

Le cose non furono in Italia molto diverse. È noto che allo scoppio della prima guerra mondiale nel partito socialista solo pochissimi elementi giustificarono il social-difesismo di tedeschi, francesi, ecc. Ma alcuni ve ne furono, anche dai primi mesi e con anticipo sul lurido tradimento di Mussolini.

Un pover’uomo tra questi fu Paoloni, che ricordiamo solo per la strana coincidenza che era una specie di esperto della propaganda che allora si diceva spicciola. Dirigeva un giornaletto, “Il seme”, che costava un centesimo (come chi dicesse, oggi, meno di cinque lire). Naturalmente si era fatta, per decenni, molta propaganda sul «Manifesto dei Comunisti». Quando rinfacciammo a questo signore la famosa frase che non poteva essere scordata, egli, che non si era mai sognato di dirlo o scriverlo prima, snocciolò la spudorata spiegazione: Sì, nel 1848 Marx disse che i proletari non avevano patria, perché si riferiva ai paesi ove non era stato conquistato il diritto all’elettorato democratico. Ma, da quando questo è un fatto, la frase non vale più, e i proletari di una repubblica parlamentare, e anche di una monarchia costituzionale, hanno acquistata una patria da difendere sui campi di battaglia.

Ecco la scoperta. Non scoperta perché si fosse trovata una verità, ma perché al contrario si era spacciata una spiegazione che in tanto tempo, dal 1848 al 1914, anno della guerra imperialistica, nessuno aveva pensato di dare. Scoperta e sorpresa. Queste ondate di vergognosa trufferia possono però in pochi giorni distruggere sforzi di lavoro di decenni di tutto un partito o almeno della parte più sana di esso.

Non diversa cosa è per la questione della democrazia e dello Stato. Per decenni si è diffusa senza nulla mutare la critica marxista, la formula che nella più democratica repubblica lo Stato è una macchina per sfruttare il proletariato nell’interesse della borghesia – in pochi giorni dal l’agosto 1914 si “scopre” che questo non dice nulla quando lo Stato è aggredito; quando si deve scegliere tra due Stati diversamente democratici; quando si deve ricongiungere una provincia alla sua nazionalità e lingua; e per cento altri motivi.

Sono tutte questioni sviscerate dal marxismo con riguardo a tutte le zone geografiche e i periodi storici, e si tratta di problemi non facili a rinchiudere in formule; ma quando si credeva raggiunta una sistemazione fanno la fine dei celebri deliberati di Stoccarda e di Basilea e si dice che era giusto votarli, ma che la situazione ha avuto sviluppi diversi da quelli allora considerati, e si scopre come, nell’unico caso in cui si doveva applicarli, vi siano buone ragioni per violarli spudoratamente.

La lezione della lotta di Lenin e della III Internazionale contro l’opportunismo è che, se lo si vuole debellare, occorre rivendicare la possibilità di «scrivere in anticipo le formule da rispettare strettamente nel momento supremo dello svolto storico». Il partito quindi prevede le situazioni a venire, e traccia i suoi piani di azione per esse.

Non si può venire ad altra conclusione dall’esame delle pagine di Lenin e di tutta la palpitante storia della sua vita e della sua battaglia. Egli volle costruire e ricostruire una teoria e una organizzazione che non potessero più essere travolte, come al principio di agosto del 1914 furono le dottrine del socialismo marxista “ufficiale” e l’organismo della II Internazionale. Questo si legge a ogni pagina e a ogni rigo, e non con un lavoro pignolo di letterale esegesi, bensì con il confronto dei fatti storici e dei loro chiari e sicuri sviluppi.

Come Lenin svergognò chi disse che era falsa la norma che non si difende la patria, e che il socialismo preconizza uno Stato democratico, così oggi la medesima vergogna deve cadere su chi afferma che gli interessi delle classi lavoratrici possono filtrare legalitariamente tra le maglie di una costituzione democratica, che una campagna pacifista può evitare la guerra e sostituirla con una incruenta gara di emulazione fra Stati a diverso (ma diverso non è) regime, o che la frammistione delle rivendicazioni proletarie con quelle di ceti piccolo borghesi (e medio borghesi!) non è più contaminazione e ottundimento del vigore rivoluzionario, ma successo del proletariato.

Se chi oggi dice tutte queste cose (e se ne sentono anche di peggiori sul patriottismo, il legalitarismo, il moralismo, e via) ammettesse di tornare sulle posizioni dei Kerensky, degli Scheidemann, dei Turati, dei Renaudel, dei tanti che Lenin a sangue ha frustato, avremmo un opportunismo di oggi fratello siamese di quello di allora.

Ma se i portavoce di tante infamie pretendono di trovarne la giustificazione nelle pagine di Lenin, in quelle di Marx ed Engels, dopo che Lenin medesimo le aveva per sempre rimesse in abbagliante luce; allora va detto che l’opportunismo di oggi non ha perdono, che tre volte più di quello di allora va maledetto. E che i suoi risultati, come è dato d’ogni intorno vedere, sono di un disfattismo dieci volte maggiore; che di tanto più merita della controrivoluzione borghese.


Ripresa e ricapitolazione

Nelle pagine che precedono abbiamo voluto indicare quale sia il metodo giusto per fare impiego dei testi fondamentali della teoria rivoluzionaria. Si deve ricollocarli nel quadro del tempo in cui apparvero e delle lotte che in esso si svolgevano, e ritrovare in tutta la linea del loro sviluppo i moventi che ne provocarono la redazione e la divulgazione e i fini che con quelle gli esponenti del movimento si erano proposti. Abbiamo data un’idea di insieme dello scritto di Lenin e quindi sviluppata la presentazione e il commento dei suoi primi capitoli, che quando sarà condotta a un punto sufficiente consentirà a ogni militante e ai gruppi di compagni della nostra organizzazione di seguirne la intera lettura traendone le giuste deduzioni.

Un determinato testo di partito non diventa di generale nozione e citazione per la notorietà letteraria del suo aurore, ma perché il suo passare non tanto di lettore in lettore quanto di gruppo in gruppo e di sezione in sezione del partito e del movimento rispondeva e rispose a una reale necessità della lotta, e offrì soluzioni feconde e possenti ai problemi di classe in dati svolti della storia, e, quando si tratta di tappe dell’unica linea rivoluzionaria, anche ai problemi del futuro.

Un simile metodo si contrappone diametralmente a quello sciaguratissimo di stralciare dal contesto citazioni isolate e usarle fuori del loro tempo, della loro origine e del loro obiettivo, a fine di falsificazione travisatrice, ossia nella maniera che i mortali nemici di Lenin usarono per le opere di Marx e di Engels, e per quelle che sono le “tavole” della dottrina del partito. Lenin stesso fu l’autore e il maestro del nostro metodo collettivo di trarre lezioni dalla storia, e di scegliere le presentazioni della storia che sono ossigeno vitale di ogni movimento di lotta, e del nostro su tutti.

Poiché il nostro scopo non è di stampare una edizione dell’”Estremismo” di Lenin con chiose a piè di pagina come un Dante commentato – non sarebbe lavoro disprezzabile qualora il personale di lavoro e i mezzi di divulgazione nostri in questa epoca fetente non fossero tanto ristretti; e quod differtur non aufertur – ci pare di aver dato in quel che precede sufficienti saggi della applicazione del nostro metodo di lettura di Lenin, e di poter trarre le conclusioni sulle questioni generali e mondiali del metodo della lotta proletaria.

Un breve riferimento alle questioni “italiane” varrà a stabilire che il dissenso tattico fra Lenin e noi, superato nella situazione del 1920 di cui si tratta qui, e anche il dissenso tattico negli anni successivi alla malattia e morte di Lenin, rappresentano differenze trascurabili per due ragioni.

Una è che la sinistra marxista italiana, come Lenin intuì in questo testo, era dalla sua parte nella lotta contro l’infantilismo piccolo borghese libertario, che noi preferiamo chiamare immediatista e non di sinistra (la nostra scuola ha sempre negato che gli anarchici fossero a sinistra dei marxisti, ieri oggi e domani) e nel porre in parallelo questo opportunismo con quello di destra; e anzi in Italia la corrente impeciata di questo errore era quella gramsciana (ordinovismo, aziendismo) che noi lealmente procurammo di trarre nel campo marxista, con la più flessibile delle accettazioni di disciplina di partito anche nel campo della partecipazione parlamentare.

L’altra ragione è che, come Lenin aveva sempre considerato come nemico più tremendo l’opportunismo socialdemocratico di destra, così la sinistra italiana fu la prima a vederne risorgere il pericolo nel seno della III Internazionale e lo combatté nei congressi ulteriori. Gli eventi recenti hanno dimostrato la esattezza di questa nostra violenta reazione, che sarebbe stata ingiustificata, a dire di Lenin stesso, se avesse coinciso con la ricaduta nell’infantilismo di sinistra; ma che fu condotta sul terreno puro del marxismo, tanto che previde esattamente le degenerazioni di oltre trent’anni.

Ciò può essere provato con un confronto tra questo testo, che leggemmo a Mosca suggendone ogni parola nel 1920, e quello ignobile che nel 1960 viene da Mosca dopo la riunione dei falsi partiti comunisti e operai, e che eleva a proclamazione di principio la rinnegazione di tutte le lezioni bolsceviche, leniniste, e dell’Ottobre 1917, per le quali qui, grandissimo anche se in talune cose non abbastanza pessimista sul possibile ritorno del “senilismo” pacifista e collaborazionista col capitale, Lenin si leva.

Lasciando quindi ai compagni lettori la cura del confronto di dettaglio dei testi, riassumeremo nei punti capitali le tesi dell’”Estremismo” di Lenin.

 

 

 



V. Lotta contro i due campi antibolscevichi: riformista e anarchico


Le ingiurie a Ottobre

Due ondate di lurido fiele si abbattevano contro i bolscevichi dopo tre anni dalla vittoria, e le polemiche si levavano su un mondo in lotta incandescente. Dalla risposta da dare a queste due bande di assalto dipendeva la sorte dell’inquadramento del movimento proletario in Russia e fuori, a quel fine che allora era indiscusso per tutti: prima che si chiudesse la crisi seguita alla prima guerra mondiale e al crollo dello zarismo e capitalismo russo, ottenere il crollo del potere borghese in alcuni almeno dei paesi fondamentali di Europa.

Le due ondate di calunnie si basavano entrambe sugli stessi vaneggiamenti antimarxisti; ai borghesi puri faceva comodo credete, e ai piccoli borghesi e anche semiproletari (contro la storica deficienza di queste classi l’”Estremismo” è il più travolgente atto di accusa che mai sia stato scritto) era fatale di credere sul serio allo stesso cliché: I bolscevichi di Lenin avevano fatto di prepotenza una rivoluzione che non si doveva fare. Per le carogne di destra, per i socialsciovinisti del 1914, non si doveva disturbare la guerra dello zar a fianco delle democrazie imperialiste, o almeno mettere lo zar da parte solo per meglio aggiogare la popolazione russa al massacro mondiale. Inoltre i castratori del marxismo asserivano che la Russia aveva il diritto di fare una rivoluzione liberale, ma non quella proletaria e socialista, perché lo sviluppo economico non era al giusto punto di... cottura, ed era di rigore attendere che si muovesse prima l’Europa progredita. Argomento social-patriottico e argomento social-riformista. Passare oltre queste due ragioni storiche era stato un colpo di mano contro la democrazia, e perfino contro il materialismo marxista, che allora e oggi si vuole ridurre a lurida pezza da piedi della prima!

Dall’altro lato, che in un saggio popolare era giusto dire di sinistra (chi a Vladimiro è sopravvissuto quarant’anni non ha il diritto di chiedergli se nella scelta del frasario fu felice: i tempi di allora non puzzavano ma gloriosamente stringevano; di più, alla primavera del 1920 l’astro della rivoluzione stava per tramontare e si giocavano, per dirla banalmente, le ultime carte del terribile gioco: un Lenin sapeva che il tramonto sull’Europa avrebbe voluto dire tramonto anche sulla Russia: perdere le ultime luci della giornata valeva lo stesso tanto se la causa era l’errore dei corruttori in malafede quanto se era quello degli ingenui in buona fede: si dovette parlare alto e presto e non sottilizzare), dal lato, dunque, detto per motivi di emergenza di sinistra, si cominciò a fare ai borghesi una sciagurata eco, dicendo che il partito bolscevico aveva forzata la storia e la libera via delle masse, per far prevalere il suo dominio, il suo potere, l’interesse di un gruppo dirigente che avrebbe preso a opprimere per altra via il proletariato troppo presto gridato vincitore.

Questa bestemmia è peggiore dell’altra, in essa è tutta la miseria del piccolo borghese libertario: partito vuol dire fame di potere, movente di questa fame è la fame di sfruttamento del “popolo”, mezzo di questa fame è lo Stato, il governo formato per condurre la rivoluzione: ogni governante è un oppressore. Noi affermiamo che nessun movimento quanto quello dei marxisti italiani della sinistra si strinse a Lenin nella battaglia contro queste incoscienti blaterazioni, e nel 1960 non le condanniamo con minore convinzione che nel 1920. La nostra condanna dello stalinismo, del krusciovismo ancora peggior traditore, non si basa sulla davvero infantile querimonia: fanno tutto perché attaccati come ostriche alla cadrega del potere!

Ma, nel 1920, in quasi tutti i partiti di sinistra di Europa e di America questa malattia dilagava: è giusto dire che un dottrinarismo di sinistra con tale bagaglio è più sabotatore che il dottrinarismo di destra, e Lenin fece bene, in quell’ora suprema, a colpire senza pietà, anche se la distinzione fra i due pericoli affiora in tutte le pagine.

Lo abbiamo sentito dire che sia dopo che prima la conquista del potere è più difficile debellare lo spirito piccolo borghese che la potenza della grande borghesia. La sua veggente grandezza è confermata dalla dura esperienza dei tempi. È stato il primo, che ha ucciso la rivoluzione e messo in letargo il proletariato. La borghesia non ha vinto colla destra (fascismo) ma colla sinistra (corruzione democratica e libertaria della classe operaia).

Coronava questa diffamazione di Ottobre la vile tesi: l’arretratezza sociale, l’assenza di tradizione democratica, la grave ignoranza della popolazione russa, barbara, asiatica, primitiva; erano i caratteri “nazionali” che avevano permessa quella “via” alla rivoluzione, che noi leninisti incardinammo nelle tappe essenziali: violenza, insurrezione, distruzione del vecchio Stato, dittatura del partito proletario, terrore rivoluzionario, sterminio dei partiti avversari; che pronosticammo – e che pronostichiamo – per tutti i paesi.

Secondo i riformisti e anche secondo gli anarchici, ammiratori per la pelle della civiltà borghese (udiamo Lenin: «Il piccolo borghese fuori di sé per gli orrori del capitalismo, ecco un fenomeno sociale proprio, come l’anarchismo, a tutti i paesi capitalistici. L’incostanza di queste velleità rivoluzionarie, la loro facilità a cambiarsi rapidamente in sottomissione, in apatia, in immaginazioni fantastiche, perfino in un fanatico entusiasmo per questa o quella tendenza borghese alla moda [e qui una nostra nota: come oggi la fantascienza, il tecnicismo, il feticcio delle conquiste scientifiche...] tutto questo è noto universalmente», dunque, secondo entrambe le ali della diffamazione antirussa, nei paesi più civili e tra gente più istruita (il che vale più idiotizzata nella scuola della classe dominante e nella superstizione della cultura che sarebbe, e oggi lo è, la stessa dovunque) non saranno necessarie quelle tappe tremende, e la persuasione, la via democratica, la via pacifica, permetteranno di evitare quegli orrori di Ottobre.

Chi al tempo stesso si è messo sulla scia dei dottrinari di destra e di sinistra, che insultarono Lenin, chi, se non il corrottissimo movimento che ha pontificato, dopo un misterioso conclave, da Mosca testé? E chi è degno, come coloro nel 1920, della replica fiammeggiante di lui, se non questi odierni chiercuti della cremlinesca sacrestia?


Russia e resto d’Europa

Se dunque l’”Estremismo” di Lenin è giusto adoperarlo non già contro di noi assertori dell’integrale marxismo rivoluzionario, ma contro i caudatari esterni e interni della consorteria krusciovista, crediamo di aver mostrato con sufficiente dettaglio che l’impostazione del “saggio” annienta la bestemmia staliniana sul “socialismo nella sola Russia”.

Abbiamo visto che il punto di partenza di questa storica difesa della immensa conquista dell’Ottobre russo, che si tratta di affermare sulla vergogna di tutti i diffamatori, giusta il precedente paragrafo, sta nello stabilire quale sia la portata internazionale della esperienza di Ottobre.

Noi non abbiamo nulla da opporre alla conclusione di Lenin che ci si deve guardare dal dottrinarismo di destra, che riconduce alla caduta nel puro liberalismo borghese e nella complicità col regime del capitale, in guerra e in pace, e dal dottrinarismo di “sinistra” ossia piccolo borghese, che cade in una stupida regola di purità individualistica, di preservazione morale paga di negazioni a vuoto, che liberano la persona ribelle disinteressandosi della società serva. Questa è una esigenza di tutti i paesi perché è pericolo vivo in tutti i paesi, e i russi che hanno vinto mostrano colla loro storia di partito di essersene saputi difendere a tempo.

Ma prima di arrivare a questo punto della “tattica”, che dette avvio a tante storiche discussioni, il testo mette un punto fermo che indica quali passi e tappe della rivoluzione bolscevica siano internazionali “nel senso stretto”. Abbiamo dato i passi, e ricordiamo quello che sta nel cap. III: «L’esperienza ha dimostrato che, in alcuni problemi oltremodo essenziali della rivoluzione proletaria tutti i paesi hanno da fare inevitabilmente ciò che ha fatto la Russia» (vecchia traduzione francese: «passeranno inevitabilmente per dove è passata la Russia»).

La affermazione che si tratta di giungere alla dittatura del proletariato nell’Europa occidentale, primo punto di tutta la dimostrazione, e quella che la “via” è solo quella, e ha per tappe quelle tante volte ripetute, basta da sola a far giustizia della teoria di Stalin: “costruzione della economia socialista nella sola Russia”, e del XX congresso, che sembrò condannare l’ombra di Stalin: “ogni paese ha una sua via nazionale al socialismo”, e oggi di Mosca: “ormai al socialismo tutto il mondo va per via pacifica”.

Quello che per Lenin era obbligatorio, diviene prima facoltativo, poi diviene addirittura vietato. E tutto questo si battezza “marxismo-leninismo”!

Citiamo due o tre passi del cap. X e finale, “Alcune conclusioni”, che qui traduciamo dal testo tedesco. Esso tende nel modo più irruente e deciso a guarire la “malattia infantile” e ne drammatizza i sintomi, pure facendo una prognosi ottimista. Noi, pivelli, preferimmo cercare di debellare la malattia senile, la cui prognosi era sinistra. Ci è facile dopo quarant’anni avere avuto ragione. Così non fosse stato!

Comunque in questa stessa appassionata tirata (non sembri irrispettoso, se lo stesso autore scrive: Non pretendo affatto di dare altro che rapidi spunti di pubblicista) il possente estensore sembra avere scritto rapidi appunti sulle sozze vergogne del 1928, del 1956, del 1960: «In meno di due anni si palesò il carattere internazionale dei soviet, l’estensione di questa forma di lotta e di organizzazione al movimento operaio di tutto il mondo, la missione storica dei soviet, che è quella di essere i becchini, gli eredi, i successori del parlamentarismo borghese in generale».

Lenin sembra porsi il quesito del XX congresso: Vi sono ancora nel mondo differenze nazionali? E risponde: È vero, bisogna seguire le particolarità che ciascun paese ha nell’affrontare «la soluzione del compito internazionale solo e unico [lui sottolinea] per tutti: la vittoria sull’opportunismo [di destra] e sul dottrinarismo di sinistra nell’interno del movimento operaio, l’abbattimento della borghesia, la instaurazione della repubblica dei soviet e della dittatura proletaria: questo è il compito capitale del momento storico che attraversano ora tutti i paesi progrediti (e anche i non progrediti)».

E ancora: «Il più importante – e naturalmente non è tutto, si è ben lontani dall’aver fatto tutto – è stato già fatto con l’attrazione della avanguardia della classe operaia dalla parte del potere dei soviet contro il parlamentarismo [maiuscole nostre], dalla parte della dittatura del proletariato, contro la democrazia borghese».

Tutto dovremmo trascrivere, ma è chiaro che tutto quello che Lenin dava per già fatto, è stato disfatto dagli scalzacani che invitano i proletari a lottare per la pace, la democrazia, la libertà nazionale, e all’ultimo lasciano scappare in semitono... il socialismo. Si intende, emulato, mai dettato, e mai soprattutto guadagnato armi alla mano!

Andiamo alla fine del capitolo (e delle citazioni): «I comunisti devono fare tutti gli sforzi per incanalare il movimento operaio e lo sviluppo sociale in genere sulla via più rapida verso la vittoria mondiale del potere sovietico e della dittatura del proletariato... La rivoluzione mondiale è spinta avanti e affrettata con tanta potenza dagli orrori, dalle infamie, dalle turpitudini della guerra imperialista mondiale e dalla mancanza di ogni via di uscita dalla situazione da essa creata; questa rivoluzione si sviluppa in estensione e in profondità con tale magnifica rapidità, con così meravigliosa ricchezza di mutevoli forme, con così edificante confutazione pratica di ogni dottrinarismo; che vi sono tutte le ragioni per sperare una sollecita e perfetta guarigione del movimento comunista internazionale dalla malattia infantile del comunismo “di sinistra”».

Nei testi del 1920, “di sinistra” è sempre tra virgolette.

Lenin nel suo slancio ottimista (ogni rivoluzionario ha il dovere dell’ottimismo) vede venire la rivoluzione fuori di Russia, ed è solo a essa che pensa. Quando le attribuiva complessa ricchezza di fenomeni, non intendeva affatto con questo pensare che, per salvarsi dal dottrinarismo, si potesse consentire di fare baratto dei soli e unici caratteri internazionali dati dalla dittatura del proletariato e dalla distruzione della democrazia. Quando ha intravisto un tale pericolo non ha parlato di malattia, ma di morte.

Quelli che vantano di avere battuto in noi l’infantilismo, non hanno guarita in sé e negli altri la malattia di sinistra. Essi sono morti di quella di destra, hanno bestemmiato Lenin, e il loro cadavere mostra il bubbone violaceo e ripugnante della peste opportunista.

 

 



VI. Chiave della “autorizzazione ai compromessi” che Lenin avrebbe data


Teoria ed esperienza storica

Un Lenin che dopo così formidabili lotte contro nemici feroci del suo paese e degli altri ha la responsabilità duplice dello Stato russo e del movimento mondiale, e che si tiene sicuro che, se errori si commetteranno – il che non è evitabile – non si tratterà mai di quello di rinnegare il sistema sovietico e la dittatura del proletariato, o di ricadere nella famigerata difesa della patria, che caratterizza i complici aperti della borghesia, ha ragione, e andava ammirato quando non trovava opportuno che ci chiudessimo tutte le strade davanti alle difficoltà che il futuro poteva riservare, e non voleva che rinunziassimo a certi scioglimenti solo perché le formule esteriori non erano pure, belle, eleganti e rutilanti. Solo gli sciocchi non capiscono che per la causa del partito il militante rivoluzionario è pronto a consumare qualunque schifezza. Scegliere i metodi per motivi etici, estetici, e quindi soggettivi, di forma e non di contenuto, come egli dice e noi sempre diciamo, è cosa sciocca.

Ma sciocco non è usare la esperienza storica del movimento per stabilire se dati mezzi tattici, appunto malgrado la giusta e sana volontà di chi li adotta, non possano condurre al disastro. Questo noi sempre facemmo, e non togliemmo importanza all’esperienza di Russia pur ricordando sempre quello che Lenin qui riconosce, che gli effetti nefasti dell’ambiente liberal-democratico di occidente non avevano precedenti in Russia, dove la stessa oppressione zarista, ed è Lenin che qui lo illustra, era stata favorevole condizione.

Quelli che mal conoscono l’opera di Lenin, e cui lo sguardo non basta a misurare l’altezza della sua costruzione, pensano ingenuamente che secondo Lenin l’esperienza delle lotte russe abbia rivelato la prima volta la via della rivoluzione, e non resti che camminare su quelle orme. Ma anche da questo leninismo falsato i suoi falsi seguaci oggi decampano, perché permettono (ai loro emulati amici capitalisti) di non ricalcare più i passi di Ottobre.

La costruzione di Lenin è ben più alta, e lo abbiamo colla precedente analisi dimostrato.

La vittoria dei bolscevichi fu data dal fatto che nella esperienza della lotta le masse russe riconobbero di trovarsi sulla via che quel glorioso partito aveva tracciata. La forza del Partito russo non fu dunque affatto di essersi adattato alla via che gli avvenimenti nella loro pretesa spontaneità e imprevedibilità avevano presa. Non fu nemmeno (come ingenuamente e immediatisticamente pensava il Gramsci 1917, ancora stropicciantesi gli occhi per essere uscito dalle tenebre della difesa della patria democratica), perché avendo uomini e capi di eccezione ed eroici seppero violentare la storia e piegare gli eventi. La forza loro non fu né in una utilizzazione posticipata, né in una volontaristica deformazione di piega avversa dei tempi, ma nel più grande esempio, finora vantato dal nostro secolare movimento, di anticipazione della storia reale.

Infatti Lenin nel ricordare tutte le altre condizioni favorevoli mette, lo abbiamo visto, in prima linea la tempestiva scelta della teoria rivoluzionaria giusta, il marxismo. Quando una teoria storica è giusta? Quando traccia molto e molto tempo avanti le linee essenziali del futuro.

Lenin dunque non ha mai detto scritto o sognato che, scoperta in Russia, o inventata, una ricetta per fare la rivoluzione, si trattava di insegnarla altrui.

La teoria i bolscevichi russi l’avevano trovata proprio in occidente, anzi – abbiamo citato i passi – ve l’avevano trovata dopo mezzo secolo di ricerche, e gli avvenimenti si svolsero in modo che le altre teorie opposte, o prese a prestito anche in occidente, o formate con vari travagli nella stessa Russia, fecero bancarotta.

A questo punto viene il noto gioco sulle solite frasi. La teoria non è un dogma. La teoria, per Marx ed Engels, non è un dogma, ma una guida per l’azione. Queste indubbie accezioni presentano la posizione marxista che la teoria è ben più che una risposta scritta al perché o al come dei fatti, una spiegazione di problemi e di misteri della realtà: la teoria storica è la scoperta di una via di azione umana, attraverso la quale il mondo sociale reale viene cambiato, viene sovvertito. Ma ciò non accade perché una mente eccelsa lo abbia voluto o lo abbia proposto, bensì perché a un dato svolto la chiave degli eventi storici è stata trovata, scoperta, teorizzata. Naturalmente con questo non si sarà profetizzato il dettaglio di episodi e di congiunture particolari, ma si saranno stabilite alcune linee dorsali, alcuni principi, quali in Lenin, dichiarati mille volte, sono la insurrezione di classe, la distruzione dello Stato, il nuovo Stato della dittatura proletaria.

Ma non è il muoversi delle masse che dà vita alla teoria, che senza di esso sarebbe morta? Lenin che cosa vuol dire con questo? Che la teoria è un foglio bianco su cui nel futuro le masse scriveranno quello che oggi è ignoto? Lenin, e noi con lui, se tanto avesse pensato, avrebbe per dirla trivialmente chiuso bottega. Perché chi così pensa una sola bottega può aprire: quella del successo personale e dei propri affari personali. Attribuire questo a un Lenin e ai grandi bolscevichi significa ammettere che difendano partito, conquista del potere, gestione della dittatura e del terrore per il motivo che dalle due bande accampano i carognoni: fame, anche sanguinaria, di privilegio. Ma Lenin frusta una simile genia senza pietà, usa frasi passionali come quella di capi delusi che non hanno onestà verso se stessi.

Non abbiamo bisogno di esporre questa questione in tono, appunto, dottrinario. È Lenin che ce la porge risolta nell’aureo libercolo. La lezione del moto delle masse che ha insegnato la teoria; la sola giusta, la sola che nasce in Francia o in Germania, vince in Russia; è la lezione «di tutto il secolo decimonono», delle masse che fin dal 1789 si gettavano sulla Bastiglia. Lenin legge questa teoria nelle pagine del “Manifesto” e la ritrova, disperse generazioni di falsari, tra le folle sommote del 1905 e del 1917. Ecco il rapporto fra teoria e azione delle masse, nel pensiero di Lenin, nella azione di Lenin, nella potenza della storia umana. La teoria ha per Lenin una data di nascita, in cui i suoi cardini si stabiliscono definitivi: è quella della rivoluzione francese. Ma non è la teoria borghese della rivoluzione liberale, bensì la diversa e originale teoria istituita dalla nuova classe proletaria, che Lenin rivendica formulata in tipi incandescenti da Carlo Marx.

È evidente che la traiettoria della rivoluzione russa si trova da quando si è conosciuta la traiettoria della rivoluzione francese, intesa come tipo o modello delle rivoluzioni borghesi, tra cui la prima fu l’inglese, e che non sono per questo pedissequamente identiche. Ma questa tesi va presa con dialettica, non dottrinaria ma viva, e facile, tanto che vi si fonda l’ABC nostro da un secolo e oltre. Non si tratta di quella traiettoria come l’hanno vista i borghesi, ossia dalla fallace “coscienza che la rivoluzione ha di se stessa” – Marx, “Prefazione alla Critica della Economia Politica” – ma della traiettoria quale la nostra dottrina l’ha scoperta.

La rivoluzione di Francia si ferma alla dittatura della borghesia, e falsamente afferma di essersi fermata alla democrazia, conquista umana di tutte le classi. Il marxismo scopre che la democrazia è conquista di una classe, di quella capitalista, e annuncia la nuova rivoluzione di classe e la dittatura del proletariato, sole basi della abolizione delle classi. Con questa bandiera lotta la classe operaia per tutto il secolo decimonono nei paesi di Europa, prima e dopo la vittoria della rivoluzione liberale.

Le storiche sconfitte non tolgono che la teoria sia immedesimata nell’azione delle masse. Prima che le masse russe sferrino la battaglia vittoriosa, e grazie anche alla loro esperienza di lotta soprattutto nel 1905 (qui il fulcro dell’opera di Lenin) un partito, il bolscevico, è schierato sulla teoria giusta: Le masse non si fermano sulla democrazia che vale dittatura del capitale, ma spingono alla dittatura proletaria. Lenin stabilisce come nostro maestro che tra le due soluzioni non è una differenza di tappa, ma un abisso, che divide il mondo moderno in due campi di lotta spietata.

Chi legge con intelligenza l’”Estremismo” non ne deduce la tesi della continua elaborazione modificatrice della teoria, propria dei rinnegati di Mosca, ma la stessa nostra tesi che la teoria rivoluzionaria nasce a uno svolto della storia. Lenin pensa come noi che questo svolto non fu l’Ottobre 1917, ma il 1847, in cui la classe proletaria condensa nel suo programma storico, nel suo “Manifesto”, la esperienza dell’inganno della rivoluzione borghese, la distruzione della menzogna della democrazia come conquista umana ed eterna.

Truffato contro Lenin il permesso di “adattare” la teoria per “arricchirla” coi dati di nuovi tempi (tempi di merda!); ecco l’infame punto di arrivo, la democrazia in generale, che altro non è che la democrazia borghese, risollevata a idolo della umanità, e quel che è più orrendo, del proletariato!


Popolo, masse, classe, partito

Dove si vede bene come era compito vitale battere l’infantilismo piccolo borghese è nella difesa di Lenin (capitolo sulla Germania) contro l’attentato alla cardinale forma partito.

Questo attentato lo avevano fatto già nello stesso modo gli opportunisti di destra, i revisionisti. In Germania, in Italia, in Russia e dovunque, essi ragionavano nello stesso modo insidioso. Le masse erano messe avanti alla classe, la classe al partito. La posizione di Lenin e la nostra è la contraria.

Possiamo ammettere che Lenin trovasse eccessivo il nostro modo di affermarlo di fronte a tutto e a tutti. Ammettiamo che alla vigilia della giornata campale è grave poter perdere alcuni battaglioni, alcune divisioni, respingendo troppo brutalmente i diffidenti verso il partito; che questo possa essere eccesso di dottrinarismo. Sarebbe stato comunque eccesso di brutalità proprio contro l’infantilismo immediatista, che vede la classe agire senza l’intermediario vitale, il partito, e che – ma non nel senso geniale di Lenin – finirà nella sua vana purezza con l’intorbidare la classe nelle masse e infine le masse nel popolo. La discesa fatale di tutti gli opportunismi è questa: dal partito proletario a una miscela di strati piccolo borghesi, infine alla democrazia popolare, totalmente borghese.

Perché anche gli opportunisti della vecchia destra erano sulla stessa via. Ovunque avevano svalutata la forma partito. Le gialle confederazioni sindacali, a effettivi più folti, avevano per essi, con la loro bonzesca burocrazia, più peso della organizzazione del partito e della sua struttura politica. I parlamentari avevano più peso delle sezioni e dei militanti perché rappresentavano una massa a più larga base, ossia quella degli elettori, nella immensa maggioranza non iscritti al partito. Le bonzerie sindacali tramite i deputati del partito trattavano con il padronato e coi ministeri borghesi, si alleavano con i partiti esponenti degli strati piccolo borghesi, e questa stessa catena finiva nella soggezione all’interesse popolare, nazionale, interclassista, come oggi vediamo sotto i nostri occhi fare quelli che non si risolvono a rinnegare il nome di comunisti e... leninisti.

Lo schema di questa gente si attaglia alla leggenda delle “giornate di luglio”. Il partitone è oggi in Italia corrotto fino alla feccia, ha rovinata la preparazione delle masse e le ha svuotate di ogni energia di classe. La massa elettorale su cui poggia è interclassista, include con prevalenza sui proletari veri gli strati piccolo borghesi, e la tendenza della bonzeria di partito è di arrivare ai ceti medio borghesi e di isolare dal popolo solo una minoranza di alti prelati e di supposti capitani di monopolio. Come si potrà risalire da questo abisso: le masse, non meglio definite, e, secondo un’altra formula vuota di moda, le giovani masse, danno una lezione al partito, questo, che si dice pronto a ogni stormire di fronda a rinnovare la sua teoria, fa una revisione a sinistra, e prende pose rivoluzionarie?

Questa via non è che illusione davanti a un partito carognesco e controrivoluzionario. Ma un infantilismo 1960, peggiore di quello che pure Lenin scusava per l’orrore delle enormità dei destri di allora, meno gravi delle odierne sarebbe quello di dire: le masse devono agire senza spirito di classe, senza preminenza dei lavoratori salariati, o con loro subordinazione a studenti, intellettuali e simili, e abolendo ogni organizzazione di partito. L’azione è tutto!

Quindi i passi che abbiamo dati largamente da Lenin: primo fattore rivoluzionario il partito politico; sola classe rivoluzionaria quella salariata, di città e di campagna; strato subordinato alla classe la massa di lavoratori semi-proletari, il cui fisico muoversi può essere utile in una situazione più che matura, a condizione che il partito proletario sia saldo nella teoria e nella strategia. Lenin ci ha indicato le condizioni prime, disciplina e centralizzazione, e nel partito e nella classe. Partito, centralizzazione, disciplina organizzativa e classista, tutti punti che la sinistra italiana agitava dall’anteguerra, e la esitazione verso i quali definisce l’immediatismo infantilista. Non crediamo che occorra insistervi oltre.


Flessibilità o rigidità?

Tutto il mondo contemporaneo e la sua rinculatissima letteratura vive di frasacce fatte, il che caratterizza le epoche di decadenza. Un chiodo ostinato è quello che chi si oppone agli inverosimili rinnegamenti odierni sia uno che non ha imparato da Lenin che la tattica deve essere flessibile. Non neghiamo che Lenin abbia usato il termine. Ma Lenin era rigido, quando insegnava a essere flessibili. Voleva che il partito fosse flessibile come una lama di acciaio, che è il materiale più resistente a spezzarsi. Ma questa gente che osa parlare di lui è flessibile come la ricotta, per non nominare la materia che meglio la simboleggia, ossia si deforma non per riprendere la direzione inesorabile della spada che va al cuore del nemico, ma alla maniera di uno stronzo calpesto.

Lenin non vuol fare del dottrinarismo e fa grazia dell’uso della sua potenza dottrinale: non conviene rischiare di accecare chi si vuole illuminare. Egli, con grande gioia degli intellettuali piccolo borghesi cresciuti, come in Torino, alla scuola idealista, vuole essere concreto e dà esempi pratici, e vi ci atterremo. Guai per lo stronzo che volesse essere astratto. Egli non riesce tampoco a essere concreto, nemmeno dopo anni di disseccamento. Gli americani chiamano concrete il calcestruzzo di cemento; si capisce, dopo che ha fatto presa. I concreti italiani in tanti anni non hanno fatto presa, e col tempo superano ogni limite di mollezza.

Noi bolscevichi, dice Lenin, negli anni ante-rivoluzione non siamo stati intransigenti, abbiamo fatto accordi, alleanze, compromessi coi partiti borghesi e piccolo borghesi. Ma ciò non dà il diritto di giustifica agli alleati inglesi, francesi, ecc. della borghesia al potere. Dove è dunque la distinzione tra flessibilità rivoluzionaria e smerdamento borghese? Il problema non è banale.

Anzitutto rispondemmo a Lenin che la tattica prima della caduta del regime feudale dispotico per antica norma marxista non esclude affatto il blocco del partito operaio con i partiti democratici piccolo borghesi e borghesi. Marx ed Engels, come Lenin e Trotski insegnano, lo avevano detto nel 1848. In una tale situazione, come in questo secolo in Cina e nelle colonie, quei partiti hanno un programma e un compito insurrezionale. La soluzione che cerchiamo non è una lezione della recente storia o del secolo XX: Lenin ce la mostra già completa in Marx: se fare questo è dottrinarismo, il dottrinario era lui. Si tratta di passare compromessi con quei movimenti, ma, nel seno del nostro, di non perdere mai di vista che in uno stadio immediatamente successivo passeranno a nemici, e la nostra manovra – anche grazie a inganno, ma inganno a loro, non a noi stessi – si volgerà agilmente alla loro sconfitta e distruzione. Manovra dunque flessibile, ma che, se si omette la preparazione delle nostre file di partito, condizionata alla incessante denunzia della ideologia degli alleati transitori, si volge in nostra rovina e sconfitta.

Si può dire che si tratta di uno “schema”, altra parola che è di moda deridere, ma che appunto in Marx è schema teorico perché non ancora giunto a tutto il suo sviluppo, mentre in Lenin è prassi storica, nell’Ottobre 1917 è azione reale. Questo è chiaro, ma altrettanto chiaro è che la dottrina ha preceduto l’azione, e la vittoria ha premiato la dottrina giusta. Lenin temeva che noi ragazzi deducessimo: troviamo la dottrina giusta e fermiamoci, colle mani in tasca. Facemmo del nostro meglio per non meritare tale taccia indegna; ma una taccia ancora peggiore, mille volte peggiore, è quella di chi si è piegato, con elasticità immensa, ma piegato al disfattismo avversario.

Gli esempi di Lenin dovrebbero riferirsi a situazioni di pieno regime borghese; e parlare degli alleati e dei “compromessi” nel solo campo dei partiti “operai”, che erano in quel torno di tre gradazioni: Internazionali due, due e mezzo, e tre. Questa fu soprattutto la discussione che venne dopo Lenin. I fautori del fronte unico invocarono, è vero, lui; ma non pensavano che la teoria del compromesso si sarebbe estesa un giorno (noi lo vedemmo e lo tememmo) fino ai partiti e Stati borghesi e capitalistici, appena infarinati della eterna “democrazia”, ossia della stessa giustificazione che le canaglie del 1914 adducevano per passare alla difesa della patria nella guerra imperialistica.

Valgano dunque gli esempi di Lenin per la tattica bolscevica sotto lo zar. Bastano a stabilire chi è che capisce Lenin; e chi è che lo rinnega.

Lenin ricorda che nel 1901-2 i bolscevichi (i socialdemocratici di allora) fecero una breve ma formale alleanza con Struve, capo del liberalismo borghese (dei famosi marxisti legali). Ma in quale modo, sotto quali condizioni? Ecco il seguito nel testo italiano: «Pur sapendo condurre in pari tempo, senza interruzioni, la lotta più spietata, ideologica e politica, contro il liberalismo borghese e contro le anche minime manifestazioni della sua influenza nel seno del movimento operaio».

Si può dire qualcosa di lontanamente simile per l’atteggiamento dei comunisti francesi o italiani nei fronti di resistenza partigiana? A parte la astronomica distanza tra fascismo capitalista e zarismo feudale, nulla si è fatto nella battaglia ideologica contro radicali borghesi o democratici cristiani, e si è permesso alla loro influenza di dilagare fra proletariati che erano già avanti nelle posizioni antimassoniche e anticattoliche...

Lenin cita gli accordi nell’ante-rivoluzione dei bolscevichi coi menscevichi e coi populisti, e li giustifica coll’esempio della finale sconfitta e dispersione di tali partiti. Infine si compiace – con vera “civetteria” di polemista – del più celebre compromesso, quello dopo la rivoluzione, coi socialisti rivoluzionari di sinistra, partito contadino e piccolo borghese. Noi accettammo, egli dice, integralmente il loro programma agrario. Questo “blocco”, fatto in tempo non borghese, ma addirittura dopo la conquista del potere, assicurò la maggioranza nei soviet e permise di disperdere la costituente.

Questo ultimo blocco fu rotto, ma dagli stessi social-rivoluzionari, e per la divergenza sulla accettazione del trattato di Brest-Litovsk. Gli alleati ruppero per “intransigenza” e per “odio del compromesso”. Nel partito bolscevico si fu sull’orlo della scissione. Gli “esserre” tentarono la insurrezione e si dovette reprimerli. In tutta questa serie di svolte Lenin fu sempre dalla parte della linea del marxismo rivoluzionario; gli infantili non lo compresero, ma dall’Italia fummo con lui, anche quando non si avevano dirette comunicazioni.

Si trattò, dice qui Lenin addirittura, del compromesso con una intera classe non proletaria, quella dei piccoli contadini. Ma se ciò fu possibile e se i contadini mantennero il loro impegno rivoluzionario nella epica lotta ai bianchi di tutte le bande che li speravano divisi dagli operai delle città, la grandezza di Lenin fu di non aver compromessa in dottrina la teoria agraria marxista e di avere eseguito tutte le ardue manovre sempre con gli occhi fissi al traguardo finale. Fu sotto Stalin che questa direttiva possente fu invertita e tradita, e annientata sempre di più (fino alle vergogne di oggi) la egemonia del proletariato sui contadini, per dar vita alla piccolo borghese forma colcosiana. Alla flessibilità della manovra rivoluzionaria fu sostituita la vergogna delle rinunzie che hanno fatto della Russia un paese non proletario, ma governato da quei servi del capitale mondiale che sono i piccoli borghesi; e la pseudo dottrina della convivenza non esprime altro che questo tipo di compromesso, pari a quelli che la storica analisi di Lenin annovera fra quelli dei traditori.


Rivoluzione politica, evoluzione sociale

Infinita è la sfrontatezza del sinedrio di Mosca e dei suoi satelliti nel tracciare, sempre in nome del marxismo e del leninismo, una via alla vittoria del socialismo in cui questo guadagnerebbe gli Stati del blocco di ovest con una penetrazione pacifica e modellistica, imitativa, pari a quella che Lenin condannò fin dalle prime pagine qui citate per la Russia del 1920. E oggi attraverso nuovi compromessi tanto laboriosi quanto mascherati, questa assurda teoria ricompare, a quarant’anni di distanza, in quella insensata dello Stato-guida a cui tutti gli altri ottanta partiti fanno un mistico e vile omaggio.

Il modello di oggi, pure avendo un lungo sviluppo in senso industriale e capitalistico, brilla soprattutto nello stesso campo della produzione industriale per decentralizzazione, mercantilismo, e ingresso sempre più spudorato nella bisca monetaria mondiale.

E questa roba si ammanta di un dottrinarismo, esso si di metallo falso, in quanto scusa i suoi trascorsi con una condanna di puro sapore stalinista al dogmatismo e al settarismo, e un’altra ancora più debosciata al revisionismo.

Che cosa è il revisionismo? È la negazione di quanto il corpus intangibile del marxismo aveva scolpito nel granito, che i tedeschi suoi depositari occultarono per quarant’anni nei loro cassetti, e che Lenin riportò al sole rivoluzionario del trionfo, come qui, in queste pagine, e riconsacrato per i secoli.

Quello storico, favoloso occultamento delle tavole della dottrina permise ai socialisti dei placidi tramonti di irridere al rivoluzionarismo infantile e piccolo borghese degli anarchici, che pretendevano che in una illusoria giornata crollasse la forma statale e la impalcatura sociale dello sfruttamento, ma che in quell’intermezzo ottocentesco erano i soli a capire che il proletariato avrebbe distrutto lo Stato e fondata una società senza Stato.

Lenin ridisegna la soluzione di Marx. È semplicissima. Non basterà una sola giornata, perché in effetti la struttura economica, se non si vuole la morte per inedia della società, evolve con un ritmo che può essere accelerato ma non reso istantaneo. Ma questa ragione freddamente “scientifica” non toglie che noi Partito rivoluzionario attendiamo e vogliamo la catastrofe. La giornata campale vi sarà, ma non segnerà la fine, dall’indomani, dell’economia mercantile e dello Stato. In questo è fondamentale lo scioglimento della dittatura; e per questo i revisionisti, che revisionarono di Marx la profezia di catastrofe, fecero prigioniera la scoperta della dittatura proletaria, per cui già le masse di Francia, nude quasi di dottrina nel senso scolastico, avevano tre volte lottato.

L’economia avrà tutto il tempo che vorrà (tempo massimo in Russia, gridò Lenin: «a noi è stato più facile cominciare, a voi sarà più facile continuare» altro che modello e guida!, ma lo Stato di classe di oggi lo faremo saltare nella prima giornata: dall’indomani il nostro Stato di classe dominante; la dittatura; la evoluzione economica fino al comunismo senza classi. Quanto tempo? anche cinquant’anni in Russia, dissero i grandi bolscevichi, ma dieci anni forse in Europa, se la dittatura vi vincerà. Intanto, spirerà lo Stato.

Che cosa è dunque il revisionismo, uccisore del marxismo che il leninismo resuscita? È la gradualità in economia e in politica, la visione di un decorso in cui la violenza e il terrore di classe sono stati messi fuori del novero dei personaggi della tragedia storica. E in cui la gradualità economica socialista comincia sotto lo Stato capitalista.

Non è dunque revisionismo il manifesto infame di Mosca 1960? Non è gradualismo, che di nuovo trionfa su Marx e su Lenin, rinsaldandoli in una tomba storica di oblio, la prospettiva in cui, senza nemmeno altre guerre mondiali come la terza che ancora l’occhio grifagno di Giuseppe Stalin osò affissare, una specie di civile plebiscito della demografia del pianeta, tramite una lenta permeazione di esempi da accogliere e di modelli da copiare, porterà senza scosse il mentito sistema socialista a diffondersi passo passo dall’altro lato?

Come Marx e Lenin odiarono la imbelle palinodia dei pacifisti, così va maledetta questa; la più turpe delle visioni evolutive della vita della umanità. Se davvero la guerra la minaccia come una catastrofe, la dialettica di Marx e di Lenin che noi ci sappiamo soli a seguire indica che la sola salvezza è nella teoria della catastrofe: in cui la fiamma gloriosa della guerra civile travolge la convivente ed emulativa lega degli sfruttatori e dei traditori.

 

 



VII. Appendice sulle questioni italiane


Oggetto di questa nota finale

Se troviamo giusto dedicare un certo spazio alle cose italiane (1), che furono oggetto di dibattito nella Internazionale comunista nel primo dopoguerra, non è certo perché centro della divergenza che sempre più, dopo Lenin e dopo il 1920, ebbe ad approfondirsi, fossero le faccende del partito italiano e il modo in cui la Internazionale le decise. Il punto più importante allora e oggi era quello della tattica internazionale comunista e in un più ampio sfondo storico della strategia della rivoluzione europea ed extraeuropea; ed è questo il punto su cui dopo quarant’anni si possono e si devono tirare le somme. La totale bancarotta rivoluzionaria nei paesi capitalisti occidentali sta a provare come l’uso della consegna di Lenin circa la “flessibilità” degenerò in un abuso analogo a quello che Lenin imputò allora ai traditori come Kautsky e compagni. Abbiamo giustificato i motivi storici per cui a Lenin parve urgente in quello svolto battere più contro il pericolo del rigidismo che contro quello del troppo flessibilismo. Noi che ci permettemmo di sopravvalutare il pericolo di questo, e di troppe concessioni a esso, stavamo per la salvezza del partito; Lenin sentì la salvezza della rivoluzione europea, senza la quale sapeva che la russa era perduta. Noi possiamo dire che la sua visione era grande, ma non possono osare di farlo quelli che blaterano di una Russia rivoluzionaria di oggi.

Misera cosa sarebbe farsi un merito della situazione storica disastrosa, per cui sono state immolate la rivoluzione d’Europa e quella di Russia, e con esse è stato distrutto il partito comunista mondiale. A tale salvezza non bastavano le Cassandre.

Il nostro studio su Lenin tende a stabilire il difficile trapasso tra la flessibilità che egli proponeva – e che non esitiamo a definire troppo larga per i paesi della meretrice democrazia moderna – e la schifosa flessibilità dei traditori del 1920, superata solo da quelli della presente ondata carognesca, che gli fu riservata la fortuna di non conoscere.

Ecco difatti un’altra citazione dal testo: «Per avviarci alla vittoria con maggiore sicurezza e fiducia non manca che una sola cosa [ecco il magnifico ottimismo di Lenin che ci spaventava!] ed è la coscienza profondamente meditata, che i comunisti di tutti i paesi devono conseguire, sulla necessità di arrivare al massimo di “souplesse” nella loro tattica. Una lezione utile potrebbe essere (e dovrebbe essere) la disavventura accaduta a marxisti tanto eruditi e a capi della II Internazionale tanto devoti al socialismo, quanto Kautsky, Bauer, e anche altri. Essi avevano perfetta coscienza della necessità di una tattica souple [elastica, ma il vocabolo italiano è peggiore], avevano appresa e insegnata agli altri la dialettica marxista... ma al momento di applicare questa dialettica, hanno commesso un tale errore, si sono nell’azione mostrati talmente estranei alla dialettica, tanto incapaci di valutare i rapidi cambiamenti di forme, e la rapida entrata nelle antiche forme di un nuovo contenuto, che la loro fine, paragonata a quella di Hyndman, di Guesde e di Plekhanov, non è affatto più invidiabile» (dalla traduzione francese).

La sorte dei tre ultimi fu di passare alla difesa della patria, per Lenin pietra di paragone dell’ultima infamia; la sorte dei primi, dei centristi, fu non meno schifosa: il lettore può rileggere le pagine che precedono e seguono: fu quella di plaudire in nome di una pretesa ortodossia socialista, non solo alle ingiurie, ma alle spedizioni borghesi punitive di quel tempo contro i soviet russi.

È forse una sorte migliore quella degli estensori del recente manifesto di Mosca? Anche essi hanno la infinita spudoratezza di prendere le mosse dalla flessibilità di Lenin e dalla dialettica di Marx. Dove sono giunti?

Mentre Lenin volle insegnate che potevano essere utili audaci evoluzioni tattiche ove la salda dialettica non avesse fatto dimenticare i capisaldi, fuori dei quali il suo nome perde ogni significato (e questi, come in tutte le pagine del testo esaminato, sono, per tutti i paesi, la dittatura proletaria, il sistema dei soviet, e la distruzione del parlamento), ecco che oggi una adunata di ottantasette suini scrive, invocando lui: «La classe operaia ha la possibilità di trasformare il parlamento, da strumento degli interessi di classe della borghesia, in strumento al servizio del popolo lavoratore».

Flessibilità di “nuovo contenuto che entra nelle antiche forme”? Flessibilità alla Lenin, dunque?! O triplicato contenuto putrescente che entra nella nuova carogneria?

Ecco i termini, non dottrinali ma storici della questione tattica quali da comunisti senza patria li poniamo.

E se l’Italia vuole un cenno, è per secondario motivo. Anzitutto perché Lenin ne parla, e poi perché interessa provare che, prima di conoscere la sua opera, e forse ogni sua opera, la linea maestra dei comunisti della sinistra italiana era già quella giusta, con la quale egli condannò il dottrinarismo di destra e quello di sinistra, ossia la carogneria di tutti i tempi e il balbettante immediatismo piccolo borghese che nel piccolo cerchio nazionale avevamo da tempo sgominati.

Partito di classe, centralizzazione, disciplina, sono i cardini della vittoria russa che Lenin pone come tema a tutti i paesi del mondo. Ciò vuol dire lotta senza quartiere contro le malattie (si presentino banalmente da destra o da sinistra), dell’economismo, laburismo, operaismo, sindacalismo, apoliticismo, localismo, autonomismo, individualismo e libertarismo. Fu facile dire che i sinistri italiani difendendo l’astensionismo elettorale nel 1919 deviavano da una tale linea marxista; la verità è il contrario; e la dimostrazione non è data solo in teoria ma nei fatti pratici non falsificati.


Dall’unità borghese alla prima guerra

Le storie del movimento proletario italiano non mancano sebbene la loro consultazione sia resa non sicura dalla posizione ideologica dei vari estensori, e i testi a base solo documentaria siano troppo ponderosi. I nostri qui non sono che appunti per giungere subito al 1920.

Agli anarchici, allora detti comunisti libertari e fino al 1871 uniti ai marxisti nella I Internazionale, non può negarsi il merito di avere per primi assunta la posizione storica che, finite le lotte per l’indipendenza nazionale, nessuna euforia doveva diffondersi tra i lavoratori italiani per la vittoria della borghesia nazionale liberale, loro vero nemico sociale, e alleato di ieri. È chiaro che questa è posizione storica marxista; e che non meno marxiste erano le tesi che il nuovo urto sociale doveva essere non difensivo, ma aggressivo, e avere forme di lotta insurrezionale e guerra civile: si potrebbe dire che si trattava di un tentativo, insufficiente nella teoria quanto nella organizzazione, di passare subito dalla vittoria della borghesia, ieri alleata, alla lotta contro di essa per il potere, come Marx volle nel 1848, e Lenin attuò nel 1917.

Le lotte furono locali, regionali, condotte da bande che non giunsero al loro generoso intento di attaccare le questure dei grossi centri e furono prevenute nelle campagne dalla repressione spietata dello Stato borghese di classe.

La tradizione dei marxisti di sinistra non può collegarsi a questo estremismo di tipo cospirativo e in un certo senso blanquista. La posizione corretta risale alla lettera di Engels alla “Plebe” di Pavia (“Della autorità”, 1873). La rivoluzione non ha solo bisogno di uomini audaci e di armi, ma di una organizzazione di partito centralizzata nazionalmente, che tenda ad agire come un esercito disciplinato della guerra civile per fondare uno Stato proletario dopo sconfitto quello borghese. Noi siamo, all’origine 1870, correttamente definiti come comunisti autoritari. Fu errore teorico (ed ecco che non il dottrinarismo, ma la correttezza anche terminologica e delle formule, sono ossigeno vitale per il movimento, sempre) passare dalla espressione di autoritari a quella di legalitari. La seconda nei decenni finali del XIX secolo scivolò alla prassi dei partiti socialisti che vedevano quello che oggi vedono i suini di cui poc’anzi: elezioni e parlamento come mezzi di classe per prendere il potere.

Nel 1892 i socialisti si dividono dagli anarchici al congresso di Genova: la formula di quel programma è la “conquista dei pubblici poteri”. Quando nel 1919 al congresso di Bologna sostenemmo che per aderire alla III Internazionale di Mosca essa andava mutata, il vecchio Lazzari tentò di provare che essa non escludeva la presa insurrezionale del potere: Verdaro gli rispose che egli teneva a quel programma di cui era stato un estensore. Lazzari aveva lungamente lottato nella sua vita contro i riformisti; fu durante la guerra che lo accusammo, fin dal 1917 e prima, di centrismo, come quello che Lenin imputa a Kautsky; comunque, un Lazzari era più “a sinistra” dei cremlineschi di oggi!

A cavallo dei due secoli, mentre gli anarchici si riducono alla scuola individualista e al metodo dell’attentato, i socialisti come in tutta l’Europa si dividono sempre più nelle due ali dei riformisti e dei rivoluzionari. Non occorre ripetere che i primi sono degli evoluzionisti e rinnegano la dottrina della rivoluzione sociale come sola via al socialismo; i secondi non affermano chiaramente la parola della dittatura, ma vedono nella attività parlamentare solo un campo di agitazione sulla base della lotta di classe, escludendo non solo la possibilità di entrare nei governi parlamentari, ma anche quella di far blocco con opposizioni parlamentari di sinistra.

La questione della intransigenza elettorale era un modesto banco di prova in tempi che nell’epoca idilliaca non facevano sospettare la prossima tremenda esplosione della prima guerra mondiale. Tuttavia in Italia fino al 1914 si ebbe un progresso della sinistra marxista. Questa ebbe una più notevole affermazione nella lotta contro la partecipazione alla massoneria e nella liquidazione del banale anticlericalismo piccolo borghese del tempo. Ma conferma migliore della giustezza della teoria seguita, nel senso che a questa parola dà proprio Lenin, si ebbe nella posizione di fronte al sindacalismo rivoluzionario, passato in Italia dalla scuola francese di Sorel, e sul cui piano si erano portate le tendenze anarchiche.

Reazione “infantile di sinistra” alle degenerazioni parlamentari e collaborazioniste dei partiti socialisti di allora, i soreliani negavano il partito e le elezioni. Rivendicavano la violenza di classe e l’insurrezione, ma in essa vedevano la fine dello Stato. Azione diretta per essi voleva dire urto tra il proletariato organizzato in sindacati e con l’arma dello sciopero generale, e lo Stato borghese, che nella lotta doveva sparire, giusta l’idea anarchica, senza cedere il posto a uno Stato operaio qualificato.

La critica a questi errori immediatisti fu piena da parte della sinistra del partito socialista nel primo decennio di questo secolo, nel quale i sindacalisti uscirono sia dal partito che dalla Confederazione del Lavoro. La forma adatta a riempirsi nel senso di Lenin del contenuto rivoluzionario è il partito politico, e non il sindacato. In questo si sviluppa lo spirito di categoria (e peggio nel sindacalismo dei consigli di fabbrica, nato dopo, lo spirito ancora più angusto di azienda): solo nel partito si arriva all’unità della lotta non solo nazionale ma mondiale. È «”infantilismo” trarre dalla degenerazione del partito e dei suoi parlamentari la conclusione apolitica e apartitica, che più di quella “aelezionista” conduce alla rinunzia alla dinamica rivoluzionaria, che è politica, perché fatto politico per eccellenza è la guerra armata tra le classi. Anche i sindacati avevano degenerato nel peggiore minimalismo delle piccole conquiste e provocato la degenerazione parlamentaristica, ma ciò non giustificava la scissione sindacale. Queste posizioni, assunte dopo la guerra nella III Internazionale, erano già prima chiare per noi in Italia.

La questione del partito era posta in pieno, e anche quella dello Stato. I sindacalisti vantavano di essere antistatali; più volte fu loro risposto nei giornali del movimento giovanile che anche noi socialisti rivoluzionari eravamo contro lo Stato, nel senso di rovesciare il potere attuale e di giungere alla fine dello Stato dopo che in una nuova forma questo sarebbe storicamente servito al proletariato nel periodo di trasformazione sociale. Ad esempio si potrebbe trovare un discorso di Franco Ciarlantini al congresso di Ancona che svolse tale tema, se pure esso non si presentava allora come attuale.


La guerra del 1914

La storia è ben nota anche ai più giovani. Il comportamento del partito socialista in Italia fu ben diverso da quello che si ebbe in Francia, Germania, Austria, Inghilterra. Ciò fu dovuto al fatto che l’Italia non fu coinvolta che con nove mesi di ritardo, ma si ha bene il diritto di dire che, come per il partito bolscevico russo, ebbe utile effetto la precedente storica lotta dell’ala sinistra dei marxisti contro errori dottrinari di destra e di sinistra (riformisti e anarcoidi, che sempre definimmo come due aspetti dell’errore piccolo borghese). Un articolo di uno dei nostri sull’”Avanti!” del 13 luglio 1913 si batteva con questa impostazione contro gli astensionisti dalle elezioni politiche imminenti allora, proprio col titolo: “Contro l’astensionismo”.

Il sorgere nello stesso partito, che nella enorme maggioranza fu contro la guerra, di una tendenza pericolosa e centrista fu subito avvertito; ne fanno fede articoli dell’”Avanti!”, per quanto sotto censura, e contrasti nelle riunioni di Roma 1917, Firenze 1917, ecc. in cui l’ala estrema si differenziò nettamente. Chi leggesse tali articoli vedrebbe come anche prima della pubblicazione delle tesi di Lenin-Zinoviev e delle riunioni internazionali di Zimmerwald e Kienthal, fossero delineate le tesi della scissione internazionale dopo la guerra, e nello stesso “non traditore” partito italiano.

Non solo venne condannata la formula dei destri di subire dopo il maggio 1915 il fatto compiuto dell’intervento in guerra per darsi a un’opera di “croce rossa civile”, e vennero duramente colpiti i destri nelle loro attitudini difesiste dopo la invasione austriaca a Caporetto, ma fu sconfessata la direzione nella sua formula dubbia “né aderire né sabotare”, sostenendo il disfattismo rivoluzionario delle guerre prima che ne desse la parola Lenin stesso.

Già in un articolo del novembre 1914 parlavamo di “nuova internazionale col programma massimo comunista”. Nel maggio 1917 la sinistra insorgeva contro un voto della direzione che vedeva mutata la situazione (solita malattia degli svolti!) per il messaggio di guerra di Wilson, subito seguito a quello di pace, e per la caduta dello zar in Russia, che ripuliva il contenuto “democratico” della parte imperialista occidentale. Serrati si preoccupò fin da allora che volessimo la “scissura”, contro cui poi lottò nel 1919 e 1921, ossia al momento cruciale.

Qui non si tratta di sciorinare benemerenze, ma di mostrare come si svolse di fatto la situazione storica italiana.


Il congresso 1919 e le elezioni

Materiali assai interessanti a riprova di quanto diremo si trovano nel resoconto del congresso del P.S.I. a Bologna nell’ottobre 1919, volume divenuto ormai rarissimo. In tutti i discorsi della frazione comunista astensionista – che raccolse una minoranza di fronte a quella massimalista, di gran lunga prevalente, e a quella riformista, che prendeva i soliti nomi di unità o di concentrazione – due punti sono trattati a fondo; quello della unità del partito, divenuta una palla al piede del proletariato impaziente di lotta, e quello delle imminenti elezioni generali, che come noi preavvertimmo deviarono nel canale legalitario tutte le energie della classe che un partito non ibrido avrebbe potuto condurre a immensi successi

Se la questione della scissione fu rifiutata dai massimalisti elezionisti, fu proprio per non rovinare il successo della campagna elettorale. È il caso di rendere pubblico un fatto importantissimo. Nella seduta pubblica noi demmo atto che la mozione della frazione massimalista (serratiana, a cui allora aderivano Bombacci, Gennari, Graziadei, Gramsci e tutti gli altri che poi a Livorno nel 1921 vennero con noi) era stata nella parte programmatica e teorica molto avvicinata alla nostra, che rivendicava in pieno la piattaforma della III Internazionale, restando solo la divergenza sulla partecipazione alle elezioni e sulla esclusione dal partito di quelli che rifiutavano il nuovo programma. Senza ora riferirci alle decisioni del congresso del 1920 che sancirono questa scissione, pur pronunziandosi come è noto per la partecipazione ai parlamenti, vi è un fatto che nel resoconto pubblico naturalmente non figura. Prima del voto i dirigenti della frazione astensionista fecero un passo verso i massimalisti offrendo di votare tutti uniti a patto che si decidesse la scissione dalla destra turatiana. A tale patto noi avremmo rinunciato anche prima del congresso internazionale alla pregiudiziale astensionista. Ebbene questo passo trovò una ripulsa immediata: non solo si volevano fare le elezioni, ma si volevano farle con la massima vittoria e quindi in unione alle forze elettorali di Turati e C. Era evidente che il serratismo non vedeva l’azione parlamentare, come Lenin nel 1920, a scopo demolitore, ma con stile social-democratico, sognando dopo la guerra e la indignazione proletaria una vittoria maggioritaria a Montecitorio. O povera ombra del buon Serrati! Quante ne hai sentite prima di noi, allora, e poi da Gramsci e dai suoi, fino a che non ti cospargesti il capo di polvere a Mosca-Canossa! Chi avrebbe detto che nell’Internazionale dei suini 1960 avrebbe trionfato... il serratismo!?

La questione della scissione tra quelli che seguivano il programma comunista e quelli che seguivano il socialdemocratico era più importante di quella delle elezioni italiane e del parlamentarismo, sebbene questa seconda abbia segnato il rovescio delle forze proletarie in Italia e quindi assicurata in sostanza la vittoria fascista della borghesia.

Noi ponemmo la questione della scissione invocando i tragici esempi delle rivoluzioni in Germania, Baviera, Ungheria. I testi dei discorsi di Verdaro, di Boero, e di tutti i nostri oratori stanno a mostrare che noi dicemmo come in quelle lotte – e del resto in quella vittoriosa di Russia – gli avversari del programma comunista della dittatura del proletariato, al momento dell’urto che si vedeva da tutti avvicinarsi in Italia, erano passati dalla parte della borghesia. Ricordammo il telegramma di Lenin perché si escludessero i socialdemocratici dal governo comunista ungherese di Bela Kun, che la stampa borghese aveva diffuso prima della fatale rovina dei soviet di Budapest. Non avevamo allora letto il testo 1920 dell’”Estremismo”, che svolge lo stesso tragico esempio e la stessa diagnosi delle cause. Ma la nostra intonazione con esso era totale.

Noi dopo il voto di Bologna non uscimmo dal partito e facemmo le elezioni con disciplina, come del resto le facemmo dopo il congresso di Mosca 1920 e la costituzione su quella base del partito comunista d’Italia a Livorno, nel 1921. Tutto ciò dimostra che il nostro contegno, lungi da essere affetto da rigidismo dottrinale, fu invero molto “elastico”. Ma appunto per non essere dottrinari ci possiamo oggi a buon diritto domandare quali furono i risultati finali della manovra del partito proletario. Ciò che noi sostenemmo a Bologna e poi a Mosca nel 1920 fu la impossibilità di una partecipazione parlamentare che non ci facesse ricadere nella concezione socialdemocratica della conquista parlamentare del potere, opposta a quella rivoluzionaria. I fatti reali non ci danno oggi la prova che la previsione era esatta?

È il caso di ritornare ora al testo di Lenin. La sua concezione della tattica ci mostra un partito che sa essere non rigido in due sensi: quando si tratta di accostarsi per un momento a una manovra la cui “forma” sia quella di un apparente compromesso con forze da noi distanti più o meno, e quando si tratta di eseguire il movimento strategico opposto, ritornando con ancora maggior decisione sulla posizione di attacco diretto a tutti i nemici. Potrebbe vantare di aver capito e attuato dialetticamente la consegna leninista chi avesse condotto con successo le due manovre. Ma a che cosa oggi assistiamo? Nessuno ha fatto una breve escursione nel metodo di azione parlamentare per poi tornare con raddoppiato vigore al metodo di assalto rivoluzionario. Il movimento invece si è immerso fino alla gola, invischiato totalmente, nell’idolatria democratica e nella pratica parlamentare. Lenin invece spiegava allora che la forza dei bolscevichi era di avere saputo applicare con pari vigore la tattica della presenza nella Duna e quella del suo boicottaggio. Fin da Bologna Verdaro toccò questa obiezione dicendo che appunto nella Duma reazionaria i cui deputati erano mandati in Siberia fu logica la partecipazione.

In ogni modo, ecco il caso nel quale Lenin giustifica il “boicottaggio”. Quando nell’agosto del 1905 lo zar proclamò la convocazione di un parlamento consultivo, i bolscevichi, all’opposto di tutti i partiti di opposizione, e dei menscevichi, proclamarono il boicottaggio di un tale parlamento, e la rivoluzione di Ottobre 1905 lo spazzò via effettivamente. In quell’epoca, il boicottaggio fu giusto, non perché sia giusto in generale di non partecipare ai parlamenti reazionari (questo noi non lo abbiamo mai sostenuto, perché sono i parlamenti democratici che ci fanno orrore – e ad esempio, quando i deputati comunisti per il fatto Matteotti andarono “sull’Aventino” partecipando al boicottaggio del parlamento fascista, fummo noi della sinistra a esigere dalla direzione del partito comunista, già passata dalle nostre mani a quelle di Gramsci-Togliatti, di riparare al grosso errore facendo rientrare i deputati comunisti alla Camera, da cui i fascisti li defenestrarono fisicamente!). Ma perché si era esattamente giudicata la situazione oggettiva, che era di natura tale da mutare rapidamente l’ondata di scioperi di categoria in sciopero generale politico, poi in sciopero rivoluzionario, e infine in insurrezione.

In base a queste parole di Lenin, il quale definisce poi errore il boicottaggio del 1906 e 1907 perché la situazione si era raffreddata, ci sentiamo di fare un preciso confronto con la situazione italiana del dopoguerra 1919.

Dunque non dottrinarismo, ma proprio esame delle situazioni, che ci hanno sempre accusato di non saper fare e non voler fare; laddove è nostra tesi che si valutano bene le situazioni solo quando si segue una non mutabile teoria.


Realtà del primo dopoguerra italico

La guerra finita nel 1918 era stata durissima per il proletariato, assai più di quella 1940-45, sebbene finita con la vittoria nazionale e non con la sconfitta. Dopo avere lasciato sul Carso in dodici folli battaglie seicentomila cadaveri, i soldati italiani avevano fatto lo sciopero militare a Caporetto, e solo eventi esteri, come è tradizione per le glorie della borghesia italiana avara e imbelle, avevano invertite le sorti finali della guerra. Il partito socialista che era stato fieramente contrario godeva tra le masse di una popolarità immensa, la quale era stata fra l’altro salvata quando noi della sinistra impedimmo ai parlamentari di infognarsi nel socialpatriottismo cui tendevano nel 1917.

Elettoralmente era sicuro che la consultazione elettorale sarebbe stata un rovescio per i fasci interventisti, accozzaglia lurida di nazionalisti ex austriacanti, massoni, repubblicani, mussolinisti e altri rifiuti del movimento socialista. Non solo l’odio dei lavoratori pesava su costoro, ma la stessa borghesia che temeva le ire di classe tendeva a liberarsi dalle responsabilità della guerra, e vantava la opposizione a essa che avevano tenuta Giolitti, Nitti, gran regista delle elezioni indette per l’autunno 1919, e i popolari cattolici, oggi democristiani. Questo gettò le basi della riscossa fascista borghese, che fu condotta a farsi un programma di lotta extraparlamentare. Quanto dicemmo a Bologna mostra come questa dipintura della situazione italiana fu prospettata: il fascismo ebbe gioco facile e partita vinta perché noi proletari passammo con tutte le forze sul terreno legalitario, mentre su quello della piazza eravamo allora i più forti. Nitti, Giolitti, Bonomi fecero il resto, come la storia dice.

Eravamo i più forti non solo perché era cominciata magnificamente l’ondata di scioperi rivendicativi di categoria, ma perché le masse operaie sentivano che i risultati sarebbero stati magri e precari se non si scendeva sul terreno politico (serie di Lenin: sciopero generale politico, sciopero rivoluzionario, insurrezione per la presa del potere). Parlammo a Bologna già del nascente fascismo per porre il dilemma leninista: dittatura del proletariato o dittatura della borghesia; che era quello di tutta Europa. Ma gridammo che occorreva il partito rivoluzionario.

La situazione era allora questa: per le strade i fascisti, i già interventisti, scappavano e reagivano propagandisticamente col dire che i nostri, i rossi, fischiavano i combattenti e strappavano i nastrini dal petto dei mutilati di guerra. Tale era la misura della santa indignazione proletaria contro la guerra: oggi si pongono sugli altari i decorati di ogni guerra, sia della prima che della seconda (fascista) e della partigiana, con pari ipocrita smanceria. Alle eccitazioni e prime provocazioni fasciste tenevano chiaro bordone gli industriali e gli agrari scottati a fuoco dall’onda rivendicativa sindacale, e la polizia se anche obbediva a Nitti, che D’Annunzio a Fiume apostrofava come Cagoia, si preparava alla facile evoluzione con cui sbirraglia ed esercito fino a tutto l’agosto 1922 dettero partita vinta alle bande fasciste, a dispetto della democrazia padrona dell’imbecille suo parlamento.

Era allora che la decisione andava presa; quando le grandi ondate di movimenti di classe su scala nazionale, come la occupazione delle fabbriche nel 1920, dovevano ancora venire. Era subito dopo la fine della guerra che si doveva epurare il partito, finirla colle convocazioni nelle svolte decisive di Direzione, Gruppo parlamentare e Confederazione del Lavoro, da cui dieci volte gli scioperi venivano evirati.

Volere il grande saturnale schedaiolo nel 1919 significò togliere gli ostacoli sulla strada del fascismo; che, nella attesa stupefatta delle masse per la grande prova parlamentare, bruciò le sue tappe e si preparò a pagare della stessa moneta quelli che avevano per le piazze d’Italia fatta l’incanata ai pretesi eroi della guerra borghese.

La vittoria dei 150 deputati socialisti fu pagata con il rientro del moto insurrezionale, dello sciopero generale politico, delle stesse conquiste rivendicative, e la classe borghese tutta – inclusa la media e piccola borghesia che è il vero verminaio del fascismo, ieri e oggi, in Italia e altrove – vinse contro di noi la sua partita. A Livorno era tardi per la scissione, più tardi ancora fu, dopo la marcia su Roma, la speranza di ripescare con Serrati il partito socialista, l’”Avanti!” ecc. – ma tutto questo esce dal presente tema.

In un recente scritterello dell’”Unità”, con una storia ad usum delphini del partito comunista d’Italia, si ricorda che a un certo momento (dopo Bologna ma prima di Livorno) e davanti a una delle tante stroncature di un lanciatissimo moto del proletariato torinese, cui tutta l’Italia avrebbe dovuto rispondere, la sezione di Torino della frazione astensionista (maggioranza locale) si rivolse al comitato centrale della frazione perché si decidesse la scissione immediata e la fondazione del partito comunista. Il gruppo Ordine Nuovo cominciava a capire forse l’errore enorme di aver votato a Bologna la unità per le elezioni.

Parecchie volte ci hanno chiesto perché non abbiamo fatta la scissione fin da Bologna.

Abbiamo accennato che lo stesso Lenin non si sarebbe stupito di una tale scissione. Nel suo scritto sull’”Estremismo”, due volte, in una nota e nell’appendice, parla degli astensionisti italiani, e dice che hanno torto di non volere andare al parlamento, ma che sono i soli ad avere ragione quando esigono la separazione dai riformisti, dai kautskiani d’Italia, e lo ribadisce con immenso vigore (2). Se diciamo che avrebbe gradita una nostra scissione anticipata, è in base a un passo che sta proprio all’inizio dell’”Appendice” col titolo: “La scissione dei comunisti tedeschi”. Ecco il passo (qui tradotto da un testo del 1920) con brevi nostri rilievi.


Unità o scissione?

«La scissione del partito comunista in Germania è ora un fatto compiuto. I comunisti di sinistra, o opposizione di principio, hanno costituito un partito comunista operaio, distinto dal partito comunista. Anche in Italia sembra che andiamo verso una scissione. Io dico sembra, perché non posseggo che due numeri supplementari, il n. 7 e il n. 8, del giornale “Il Soviet”, ove è apertamente considerata la possibilità di tale scissione, e ove si parla anche di un congresso della frazione “astensionista”, cioè ostile alla partecipazione al parlamento, frazione che è finora restata nel partito socialista italiano».

La data di questa nota di Lenin è 12 maggio 1920, i detti numeri del “Soviet” sono del marzo. La conferenza che Lenin chiama congresso ebbe luogo a Firenze in primavera ma non decise l’uscita dal partito in attesa delle decisioni della Internazionale. Fu bene o male, non significa nulla; i fatti erano questi.

«Si può temere che la scissione dei “sinistri”, degli antiparlamentari (spesso anche antipolitici, avversari di ogni partito politico e della azione nei sindacati professionali) [Lenin seppe dopo che noi sinistri italiani non eravamo per nulla contro l’azione politica e sindacale] non divenga un fatto internazionale, come la scissione coi centristi, kautskisti, longuettisti, indipendenti, ecc. Ammettiamo che sia così. Una scissione vale sempre meglio che una situazione confusa, che intralcia lo sviluppo dottrinale, teorico e rivoluzionario del partito, come anche la sua crescita e il suo lavoro pratico veramente organizzato e armonioso, che realmente prepara la dittatura del proletariato».

Il testo continua proferizzando che a una tale scissione seguirebbe una fusione – a differenza della scissione verso destra – in un partito unico (la formula è ripetuta due volte negli stessi termini in fine del paragrafo) di tutti i partecipanti del movimento operaio partigiani del potere dei soviet e della dittatura del proletariato.

Che cosa oggi pensano della “scissione” i conferenti suini di Mosca, che vantano di avere seguita fedelmente la via del leninismo? «L’ostacolo maggiore che si oppone alla lotta della classe operaia per raggiungere i propri obbiettivi [tra cui la dittatura non è più, la violenza è sostituita dalla via pacifica, o senza guerra civile, e i soviet dalla conquista dei parlamenti] continua a essere la scissione nelle sue file» (“Unità”, 6 dicembre 1960, pag. 8). Segue un caldissimo appello all’alleanza, non con i centristi, ma con gli aperti socialdemocratici di destra. Ciò nel campo dei partiti; quanto alle classi, ormai l’appello anche internazionale va fino alla borghesia media.

Ecco l’impiego 1961 del classico “Estremismo” di Lenin!


L’immediatismo ordinovista

Quel pericolo che Lenin dovette nel 1920 dipingere colle frasi, poi divenute classiche, di infantilismo e di dottrinarismo di sinistra, culmina nel non riconoscere che il contenuto rivoluzionario deve riempire di sé due forme squisitamente politiche e centrali: il partito di classe e lo Stato di classe. È appunto mitologia infantile e antistorica quella posizione che dal fatto che i partiti politici, non solo borghesi ma anche operai, avevano nel 1914 assunto un contenuto pratico antirivoluzionario, viene alla conclusione della rinunzia al partito; come gli estremisti di Germania. Analogo errore sarebbe quello di dedurre dalla funzione antirivoluzionaria dello Stato borghese, la decisione di rinunziare alla forma Stato (errore tradizionale dei libertari). Commetterebbe lo stesso errore chi dalla dimostrata degenerazione dello Stato russo inducesse il torto di Lenin (e Marx) nell’avere difesa la forma autoritaria della rivoluzione.

Quella che è stata sempre detta la unità vera (qualitativa prima che quantitativa) della lotta proletaria “nello spazio e nel tempo” non può che essere attuata da un partito – il che non vuol dire un qualunque partito. Solo sulla base politica si può andare oltre le differenze di situazioni e di interessi dei gruppi aziendali, di categoria, di industria, dei gruppi locali regionali e nazionali, se pure la loro somma statistica forma in una fredda registrazione la classe. Solo sulla base politica e del partito l’interesse momentaneo e transeunte dei gruppi proletari e anche del loro insieme nazionale, e internazionale, può essere subordinato al cammino storico generale del movimento, come nella classica definizione di Engels.

Il gruppo che si chiama dell’”Ordine Nuovo”, che una organizzata propaganda vuole descrivere come genuina corrente nella direzione del marxismo e del leninismo, nella sua origine dalla prima guerra mondiale nacque appunto da questi fondamentali errori.

Il dettaglio di questa cronaca politica spiega perché fin dal 1920 la Internazionale comunista considerò ortodosso un tale gruppo. Data la polemica sulla azione parlamentare, al II congresso ci si dovette chiedere se vi fosse un indirizzo in Italia che fosse del parere della Internazionale e che avesse accettata la parola della scissione. Il gruppo di Torino (non aveva allora base nazionale) non era presente a Mosca, su di esso riferì obiettivamente lo stesso rappresentante degli astensionisti, che spiegò che cosa fosse il movimento dei consigli di fabbrica e la rivista “Ordine Nuovo”. Le tesi che questa aveva pubblicate e che ne presero quindi il nome, erano state sostenute dall’accordo a Torino della maggioranza operaia astensionista col gruppo di giovani studenti intellettuali della rivista. Le questioni dei difetti del partito italiano e della necessità della sua divisione furono apporto degli astensionisti, che le avevano sostenute fin dal 1919.

Ma non è questo il momento della cronaca. Lo sviluppo di allora e tutto quello ulteriore permettono di vedere che lo schema, che diremo di Gramsci, aveva la natura immediatista di una posizione piccolo borghese di sinistra, e non marxista. La prospettiva dell’”Ordine Nuovo” nasce da un orientamento di giovani intellettuali fino allora estranei ai partiti come al proletariato, che guarda nelle brillanti officine torinesi dal di fuori, e lungi dal sapervi vedere la galera che sono per Marx, vi scorge un modello al quale può essere riferita tutta l’Italia “arretrata” del tempo. È operaismo anche quello del salariato puro che vede l’officina dall’interno, ma pensa che la sua conquista e gestione sia il suo scopo di classe, senza saper scorgere l’intreccio delle connessioni con tutto il mondo esterno e ridurlo alla finale lotta tra la dittatura mondiale del capitale e la dittatura mondiale del proletariato. Quello di quei giovani intelligenti e studiosi era un operaismo “estroverso” veramente immediatista. Guardavano l’operaio come una specie sociale zoologica gravida di metamorfosi particolari; non pensavano ancora che nel partito di classe – quali che fossero state le sue deviazioni – il compagno, il militante, ha lo stesso peso senza che si vada a guardare la sua anagrafe sociale: e solo un tale partito divinato da Marx rappresenta la classe, e fa di essa una classe, e la conduce a governare per distruggere le classi, e se stessa.

Nel sistema di Gramsci – alle cui origini di partenza non sta affatto la scomunica della guerra imperialista, quale la dette Lenin e chi veramente con lui confluì, ma una posizione che ebbe le stesse caratteristiche di quella di Mussolini, ed era diretta alla adesione alla guerra democratica – la via per eliminare i difetti della confederazione sindacale e del partito socialista non era quella di selezionare il secondo e poi lottare alla conquista della prima. Le due strutture dovevano essere svuotate e abbandonate per sostituire loro una nuova, l’ordine nuovo, il sistema dei consigli di fabbrica.

La gerarchia di questa elegante utopia è tutta tracciata: dall’operaio al reparto, al commissario di reparto, al comitato dei commissari di fabbrica, al consiglio locale delle fabbriche e via fino alla sommità. Questa nuova struttura prende, fabbrica per fabbrica, prima il diritto di controllo, poi quello di gestione; una specie di espropriazione del capitale per cellule base, una vecchia idea premarxista che nulla ha di storico e rivoluzionario.

Il partito non importa, e quindi non si dà importanza alla sua evoluzione, epurazione, o traumatica rottura, nazionale e internazionale.

Lo Stato neanche importa, perché manca la visione realistica della lotta centrale per il potere unico, e la trasformazione della società è immaginata come fatta pezzo per pezzo; e i pezzi sono le imprese produttive. Manca del tutto la visione dei caratteri della società comunista opposti a quelli del capitalismo. Resta un pallido “aziendismo”.

Tutte le esigenze che presentò con inderogabile urgenza l’”Estremismo”, che è qui stato il nostro tema, restavano da assolvere per il movimento dell’”Ordine Nuovo”. Esso ha percorso una strana traiettoria storica, dal giorno che alla riunione clandestina di Firenze del novembre 1917 Gramsci bevve il dibattito senza intervenirvi che con l’espressione intensa dei suoi occhi, fino alla successiva involuzione del movimento russo e internazionale, che lo sorprese forse non meno negli ultimi anni di vita.

Questo ciclo, molto al di sopra della scala dei nomi e delle persone, si è chiuso come era facile prevedere, e fu preveduto; il falso classico operaismo è mancato in pieno – e peggio nelle confluenze dubbie del tempo del ventennio fascista e della seconda guerra mondiale nella idea di far fecondare dalla cultura di una intellighenzia borghesoide la forza proletaria, originale e non miscugliabile coi residui di un idealismo filosofico liberatore di spiriti; e il triste percorso è sfociato in una sottomissione funesta alle mode impotenti della classe media e ai più rancidi e antiquati feticismi piccolo borghesi, della grandiosa potenza di azione e di dottrina che or sono quarant’anni aveva a Mosca la sua avanguardia e la sua lucente bandiera.

I surrogati odierni delle grandi consegne di Marx e di Lenin non sono il risultato di una marcia in avanti di quarant’anni, ma il miserabile rimasticamento di superstizioni vecchie di due secoli; e anche di quelle un pappagallare scempio, rispetto alla loro vera grandezza nel momento storico che fu loro proprio.

Pace, democrazia, nazionalità, un indefinibile demo-economismo! Noi saremmo restati fermi quarant’anni mentre costoro arricchivano e aggiornavano le tavole di Marx e di Lenin?! No, perdio, queste carogne di oggi sono gli spazzaturai del passato più retrivi e codini che mai la storia abbia visti. Essi sono il sintomo più evidente della fase degenerativa e rinculante che traversa questo infame mondo borghese; essi sono la forza principale che ne ha allungato sconciamente il tramonto.