Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
O PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA
O PREPARAZIONE ELETTORALE
Bilancio del parlamentarismo rivoluzionario dai dibattiti nell’Internazionale Comunista ad oggi
SOMMARIO:
Introduzione (1968)
Parte I - IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA: L’ANNO 1919 - Premessa
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1.
2.
3.
4.
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1.
2.
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13 luglio 1913
26 giugno 1919
21 agosto 1919
14 settem. 1919
-
24 genn. 1919
1 settem. 1919
18 dicem. 1919
– L’atteggiamento dalla Sinistra del P.S.I.:
Avanti!, Contro l’astensionismo.
Il Soviet, O elezioni o rivoluzione.
Avanti!, Preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale.
Avanti!, Le contraddizioni del massimalismo elettorale.
– Come era impostato da Lenin e dalla Terza Internazionale:
Lenin, Lettera agli operai d’Europa e d’America.
Zinoviev, Il Parlamento e la lotta per i soviet
Trotzki, Jean Longuet o la putrefazione del parlamentarismo.
Parte II - DUE MESSE A PUNTO DE IL SOVIET - Premessa
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1.
maggio 1920
10 novem. 1919
11 genn. 1920
11 aprile 1920
Da: Tesi della frazione comunista astensionista del PSI
Fraz.Comunista Astens.del PSI, Al Comitato di Mosca della III I.
Il CC della Fraz.Comunista del PSI al CE della III Internazionale
Il Soviet, La Terza Internazionale e il parlamento.
Parte III - AL SECONDO CONGRESSO DELLA INTERNAZIONALE COMUNISTA - Premessa
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1a
1b
2.
3.
4.
5.
6.
marzo 1919
23 maggio 1920
24 febbr. 1924
giu-agosto 1920
giu-agosto 1920
giu-agosto 1920
giu-agosto 1920
2 agosto 1920
2 agosto 1920
2 agosto 1920
Da: La piattaforma dell’Internazionale Comunista
Da: Il Soviet, Le tendenze nella Terza Internazionale
Da: Prometeo, Lenin nel cammino della rivoluzione
Introduzione di Trotzki alle Tesi sul parlamentarismo
Tesi di Lenin-Bucharin sui partiti comunisti e il parlamentarismo
Tesi della frazione comunista astensionista sul parlamentarismo
Discorso del relatore sulla questione parlamentare
Discorso del rappresentante dei comunisti astensionisti
Discorso di Lenin
Replica del rappresentante dei comunisti astensionisti
Parte IV - IL PARLAMENTARISMO RIVOLUZIONARIO (1921-1926) - Premessa
1.
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2.
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3.
4.
5.
14 aprile 1921
14 aprile 1921
21 aprile 1921
12 maggio 1921
15 maggio 1921
19 maggio 1921
26 maggio 1921
28 febbr. 1924
12 novem. 1924
gennaio 1926
Il Comunista, Elezioni
Il Comunista, C.E. del P.C.d’I, Norme per le elezioni politiche
Il Comunista, Manifesto per le elezioni politiche
Il Comunista, C.E.I.C., Al proletariato italiano... lotta elettorale
Il Comunista, Alla vigilia delle elezioni
Il Comunista, Mentre la Socialdemocrazia... Montecitorio...
Il Comunista, Per chi hanno votato i proletari
Stato Operaio, Nostalgie astensioniste
Dichiarazione di Repossi alla Camera a nome del PCd’I
Da: Tesi di Lione, Bilancio dell’Aventino antifascista.
Parte V - BILANCIO FINALE - Premessa
  1951
maggio 1953
Da: Tesi caratteristiche del partito.
Sul filo del tempo, Il cadavere ancora cammina.

  

  

INTRODUZIONE (1968)
 

Fino al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista (Mosca, luglio-agosto 1920), non era ancora stato chiaramente stabilito se le sezioni della nuova Internazionale, mentre denunciavano l’inganno, e additavano ai proletari la necessità di abbattere gli istituti della democrazia parlamentare, dovessero o no iscrivere fra i loro mezzi tattici, a puri scopi di propaganda rivoluzionaria e quindi antidemocratica, la partecipazione alle elezioni e ai parlamenti dell’Occidente capitalistico.

La questione aveva avuto, a seconda dei paesi, sviluppi diversi. Nessuno metteva in dubbio né che la nuova organizzazione del proletariato rivoluzionario dovesse accogliere i soli movimenti che avessero lottato contro la guerra imperialista, rompendo con i socialtraditori che l’avevano appoggiata, né che le sezioni della Terza Internazionale dovessero agire sul terreno dell’insurrezione armata per abbattere il potere borghese e instaurare la dittatura del proletariato, come nella Russia di Ottobre 1917.

Ma le tesi e risoluzioni, tuttavia molto esplicite, del primo congresso del marzo 1919 non sembravano escludere, nello spirito degli stessi bolscevichi russi, che certi movimenti di orientamento anarchico o sindacalista-rivoluzionario venissero ad ingrossare la grande ondata rivoluzionaria: basti citare la Confederazione Nazionale del Lavoro spagnola, di tendenza libertaria, l’estrema sinistra della Confederazione Generale del Lavoro francese (C.G.T.), gli I.W.W. (Operai industriali del mondo) americani, gli Shop Stewards Committees (Comitati di delegati d’impresa) scozzesi e inglesi.

Questi movimenti non esitavano a condannare il socialpatriottismo e il riformismo, non dubitavano della necessità dell’insurrezione, ma non avevano una chiara posizione su quei problemi del potere e del terrore rivoluzionario, dello Stato e del partito politico, che i bolscevichi avevano da parte loro pienamente risolti. Quasi tutti, sia per tradizione ideologica che per reazione dell’opportunismo, si opponevano all’utilizzo del parlamento.

In Italia, la questione fu posta con estrema chiarezza sin dagli ultimi mesi del conflitto mondiale. Il Partito Socialista, che si era separato dalla corrente anarchica nel 1892 e da quella anarco-sindacalista nel 1907 (nell’anno successivo vi era pure stata una scissione sindacale con la nascita dell’Unione Sindacale Italiana, poi divisasi di fronte al problema della guerra), aveva esitato bensì di cadere nell’inganno dell’union sacrèe, ma l’azione del suo gruppo parlamentare, dominato dalla destra, andava in controsenso ad ogni prospettiva di soluzione rivoluzionaria della crisi postbellica. La frazione intransigente rivoluzionaria, pur avendo trionfato nel partito già nell’anteguerra, non aveva osato rompere se non con la estrema destra ultrariformista di Bissolati e consorti, espulsa nel 1912. Così gli elementi più decisi della sinistra del partito – che durante il conflitto mondiale avevano propugnato l’aperto disfattismo della difesa nazionale – cominciarono a presentire la necessità di una scissione del vecchio partito e giunsero alla conclusione storica che, se si voleva preparare e condurre il proletariato all’assalto rivoluzionario, bisognava finirla col metodo elettorale e parlamentare da cui la stessa direzione della “intransigente” era impeciata (Cfr. i volumi I e 1 bis della nostra Storia della Sinistra e l’ampia documentazione in essa contenuta).

Questa posizione, difesa nel giornale "Il Soviet", fondato a Napoli nel 1918 come organo della frazione comunista astensionista, fu respinta dalla maggioranza del partito al congresso di Bologna nel 1919. Ma i partigiani della partecipazione alle elezioni e al parlamento, pur facendosi forti dell’approvazione di Lenin, ebbero l’immenso torto di mantenere l’unità del grande partito elettorale, opponendosi così apertamente a Lenin e alle direttive fondamentali della Terza Internazionale e non esitando a respingere l’offerta degli astensionisti di rinunciare alla loro pregiudiziale antiparlamentare, purché la scissione fosse consumata.

Diversa la situazione in Germania. Qui il movimento anarchico era trascurabile, il sindacalismo soreliano non esisteva, e nessuna scissione aveva diviso i sindacati. Allo scoppio della guerra del 1914 l’intero movimento politico e sindacale seguì a tutta prima l’orientamento socialpatriottico. La scissione cominciò nel campo politico con la formazione nel 1915 della gloriosa "Lega di Spartaco" e con il distacco nel 1916 del Partito Socialista Indipendente dalla vecchia socialdemocrazia, finché alla fine del 1918 gli Spartachisti si costituirono in Partito Comunista di Germania (K.P.D.). Due tendenze vi si delinearono, non solo sulla tattica parlamentare, ma sul problema, molto più importante e legato a questioni di principio, della scissione sindacale. L’ala sinistra degli Spartachisti, che si spinse fino alla scissione per formare il K.A.P.D. (Partito Comunista Operaio Tedesco), sosteneva che, dato il tradimento dei sindacati legati alla socialdemocrazia, bisognava propugnare il boicottaggio e la creazione di una nuova organizzazione sindacale rivoluzionaria, orientata a sinistra.

Il problema era grave: la corrente del K.A.P.D. risentiva, infatti, degli errori sindacalisti che, oltre ad essere diffusi nei paesi latini, trovavano una certa eco anche nel movimento olandese attraverso il giornale "De Tribune", diretto dai teorici Gorter e Pannekoek. Essa tendeva ad attenuare l’importanza del partito politico e delle necessarie centralizzazione e disciplina, e tradiva le stesse esitazioni sulla questione dello Stato, mostrando così di non condividere la concezione russa del partito politico che amministra la dittatura del proletariato. È noto, del resto, che lo stesso K.P.D. pur restando legato a Mosca, non capiva chiaramente, all’inizio, che il partito politico rivoluzionario deve prendere direttamente nelle sue mani il potere.

Va da sé che i bolscevichi russi e la direzione della nuova Internazionale attribuivano la massima importanza al problema tedesco; Lenin lo mise al centro del suo famoso opuscolo su l’Estremismo, malattia d’infanzia del comunismo, il cui scopo essenziale era di prevenire l’infiltrazione nel movimento comunista di tendenze a sfondo anarchico, incapaci di comprendere la questione dell’autorità in seno al partito e allo Stato. La critica di Lenin, dominata dall’attenzione con cui egli segue lo sviluppo del movimento tedesco, d’importanza storica fondamentale, tratta questo problema parallelamente a quello della tattica parlamentare, ed è indiscutibile che egli condanna tanto la scissione sindacale, quanto l’astensionismo elettorale.

Nel frattempo, la frazione astensionista italiana si era sforzata di precisare in due lettere al Comitato Esecutivo dell’Internazionale, che in Italia queste due questioni non interferirono l’una nell’altra; che la frazione di sinistra del Partito Socialista condivideva in pieno le posizioni marxiste sul partito e sullo Stato, e che non soltanto non aveva alcuna simpatia per il movimento anarchico e sindacalista, ma conduceva contro di esso da tempo una polemica aperta. Se queste lettere dovettero superare molti ostacoli per giungere a Mosca, è un fatto che Lenin intervenne di persona affinché un rappresentante della frazione comunista astensionista partecipasse al secondo congresso mondiale.

Non è inopportuno aggiungere che, nelle riunioni preparatorie di questo, quando si trattò di ammettere i rappresentanti dei diversi paesi, gli astensionisti italiani sostennero che le organizzazioni senza un deciso carattere politico, come i movimenti spagnolo, francese, scozzese e inglese che abbiamo citati sopra, non dovessero avere voto deliberativo e nelle sedute dedicate al vitale punto delle condizioni di ammissione all’I.C. furono i più energici sostenitori dell’omogeneità teorica e programmatica e della centralizzazione organizzativa della nuova organizzazione mondiale del proletariato rivoluzionario.

* * *

Durante le sedute del congresso, di cui riprodurremo alcuni documenti più importanti, la discussione mise subito in risalto la netta differenza fra l’opposizione alla partecipazione elettorale che la Sinistra italiana difendeva, e quella condotta dai sindacalisti e semi-sindacalisti di altri paesi.

Il relatore sulla questione del parlamentarismo rivoluzionario fu Bucharin, che parlò durante la seduta del 2 agosto 1920 presentando le tesi che aveva redatto con Lenin, e alle quali Trotzki aveva premesso una introduzione dal titolo: "La nuova epoca e il nuovo parlamentarismo", e annunziò un contro-rapporto del rappresentante degli astensionisti italiani, che aveva pure sottoposto al congresso un corpo di tesi. Aggiunse che il compagno Wolfstein avrebbe riferito sui lavori della Commissione, e polemizzò a lungo contro gli avversari della tattica parlamentare distinguendo però fra i due gruppi di diverso orientamento teorico. Seguì il contro-rapporto del rappresentante della Sinistra italiana che, prendendo anche in considerazione gli argomenti svolti da Lenin né L’Estremismo, illustrò i concetti contenuti nelle sue tesi. Contro il parlamentarismo prese quindi la parola lo scozzese Gallacher, in seguito confutato dell’inglese Murphy; a favore si dichiarò il bulgaro Shablin; contro, lo svizzero Herzog e il tedesco Suchi, quest’ultimo, però, antiparlamentare alla maniera anarco-sindacalista.

Lenin prese allora la parola, e il suo discorso fu, come sempre, di una estrema importanza. Poiché la discussione si era già protratta a lungo, il relatore sulle tesi astensioniste gli rispose molto in breve, esprimendo la grave preoccupazione che suscitavano in lui gli argomenti stessi, di natura tattica, usati da Lenin per sostenere che non solo si poteva, ma si doveva agire in parlamento allo scopo di distruggerlo dall’interno. Brevi dichiarazioni fecero Murphy, Shablin, Goldenberg (che propose un emendamento a favore del boicottaggio delle elezioni nella fase insurrezionale); il rappresentante della gioventù italiana, Polano, pur votando a favore delle tesi sul parlamentarismo rivoluzionario, riconobbe che il movimento giovanile in Italia era in larga misura astensionista; Serrati scagionò, fra i clamori dell’assemblea, il gruppo parlamentare del PSI; Herzog rispose alle proteste dei bulgari per le sue critiche dell’azione parlamentare del loro partito; e infine Bucharin chiuse il dibattito rispondendo brevemente agli antiparlamentaristi e concludendo con l’invito ad andare al parlamento al grido di "Abbasso il parlamento". Messe ai voti, le tesi Bucharin-Lenin risultarono approvate a larga maggioranza contro appena sette "no". Dei sette voti contrari, su richiesta espressa del relatore astensionista, ansioso di evitare ogni confusione con gli argomenti del sindacalisti-rivoluzionari, solo tre andarono alle tesi da lui presentate: quelli del Partito Comunista Svizzero, del Partito Comunista Belga e di una frazione del Partito Comunista Danese. Quanto al relatore egli non aveva voto deliberativo, ma soltanto consultivo.

* * *

La natura stessa dei documenti che pubblichiamo facilita la loro presentazione. Si può dire che, nell’esame della funzione storica del parlamento borghese, l’introduzione di Trotzki, le tesi di Bucharin-Lenin e quelle dei marxisti astensionisti, non presentano alcuna differenza. Dal punto di vista dei principi, tutte e tre stabiliscono che si deve abbattere con un’azione violenta il potere di Stato borghese e distruggerne fino all’ultimo ingranaggio la macchina; che il parlamento è uno degli elementi più controrivoluzionari dell’apparato statale borghese, e deve quindi essere eliminato con la forza. Così avevano fatto i bolscevichi con l’Assemblea Costituente, pur avendo partecipato alla sua elezione. Così Marx aveva suggerito di fare nel 1871, quando si augurò che i comunardi marciassero su Versailles e disperdessero l’ignobile Assemblea Nazionale dal cui grembo uscì la Terza Repubblica. Dopo la sua vittoria, il proletariato deve quindi costruire un nuovo Stato, lo Stato della sua dittatura, fondato sui Consigli operai, e segnare così la fine storica del potere borghese, dello Stato e del parlamento capitalistici.

Lunghi anni sono passati dal Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. Ma una constatazione legittima s’impone: la prassi parlamentare a cui sono approdati i falsi partiti comunisti che hanno la somma impudenza di coprirsi con gli argomenti di Bucharin, Lenin e Trotzki, ha completamente rinnegato quei principi fondamentali, per identificarsi con il vecchio parlamentarismo della Seconda Internazionale. Il parlamento è ormai presentato senza veli come un organismo eterno, allo stesso modo che si considera lo Stato borghese come una struttura che può accogliere un’autentica rappresentanza delle forze della classe proletaria. Di fronte a ciò, non si può non ricordare la facile previsione del rappresentante astensionista alla fine della replica a Bucharin: «Mi auguro che il prossimo congresso dell’Internazionale Comunista non abbia a discutere i risultati dell’azione parlamentare, ma piuttosto a registrare le vittorie della rivoluzione comunista in un gran numero di paesi. Se ciò non sarà possibile, auguro al compagno Bucharin di poterci presentare un bilancio meno triste del parlamentarismo di quello col quale ha dovuto oggi cominciare il suo rapporto».

Abbiamo già parlato del discorso di Lenin. Esso mostra chiaramente come il grande rivoluzionario fosse fermamente convinto della possibilità di mandare nel parlamento borghese dei gruppi di deputati comunisti capaci di attaccare le istituzioni capitalistiche non solo con discorsi teorici, ma con un’azione offensiva, di sabotaggio, violentemente distruttiva, e integrantesi con l’azione armata delle masse (oggi, abbiamo il diritto di pensare che questa previsione non si sarebbe potuta realizzare neppure se la rivoluzione fosse scoppiata nel breve giro di qualche anno, come allora Lenin e tutti i comunisti erano convinti). Ma le formulazioni contenute nel discorso di Lenin, con tutta la sua potenza dialettica, bastavano per suscitare gravi apprensioni, non tanto per quello che avrebbe potuto fare l’Internazionale da lui diretta, quanto per le interpretazioni che non avrebbero mancato di sfruttate in modo ignobile le sue troppe larghe autorizzazioni all’elasticità tattica.

Lenin disse: «Ignorate forse che ogni crisi rivoluzionaria è accompagnata da una crisi parlamentare?». E insistette sulla necessità di tener conto dei fatti, che imponevano di considerare il parlamento come un’arena in cui le lotte di classe forzatamente si riflettono e attraverso la quale si può influire sullo sviluppo delle situazioni in senso a noi favorevole. Costernato da queste ed altre affermazioni il rappresentante degli astensionisti osò chiedere al suo grande contraddittore se una simile audacia dialettica non introduceva il rischio di rinunciare, un giorno, a quella condanna di ogni partecipazione dei deputati proletari ai ministeri borghesi, che i marxisti radicali avevano sempre pronunciata.

* * *

Per noi, è chiaro che il pensiero di Lenin era lontano le mille miglia degli sviluppi che il neo-opportunismo ha dato a questo formula, snaturandola completamente. Oggi ci si viene a dire che ogni lotta di classe non solo non si riflette nel parlamento, ma può realmente svilupparsi e trovare la sua soluzione nelle diatribe parlamentari. Un passo ancora, e tutte le tesi di partenza, quelle dello stesso Lenin, sono rinnegate, e con esse la tesi fondamentale che il passaggio del potere da un partito di classe a un altro non può storicamente realizzarsi attraverso la democrazia, ma solo attraverso la rivoluzione. Solo i più sfrontati traditori possono insinuare che il pensiero di Lenin si concilî con l’ignobile affermazione che fu, in sostanza, per caso che i bolscevichi conquistarono il potere in Russia con la guerra civile, e che quindi, in altri paesi, o addirittura in tutti, basterà prendere quella via parlamentare e democratica di cui i testi di Lenin, Bucharin e Trotzki pronunciavano l’irrevocabile condanna storica, anche quando ammettevano per i partiti comunisti, espressamente costituiti in vista dell’insurrezione, la possibilità di un’azione all’interno dei parlamenti.

Nei congressi successivi, il desiderio di conciliare evidenti contraddizioni teoriche con una immensa forza di volontà politica si sviluppò pericolosamente, soprattutto quando Lenin non fu più lì a risolverle; e così si gettarono le basi del catastrofico precipizio nell’opportunismo, di cui abbiamo vissuto le molteplici fasi nel corso degli ultimi decenni.

È oggi chiaro che non si tratta più di prevedere teoricamente, ma di constatare dei fatti storici reali; e la nostra prospettiva trova facile conferma in una lettura in profondità della storica discussione del 1920.
 
 
 
 
 
 


PARTE I
IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA: L’ANNO 1919
 

- L’atteggiamento della Sinistra del P.S.I.

La Sinistra Comunista non prestava minimamente il fianco ai tradizionali pregiudizi dell’anarco-sindacalismo latino, mentre era perfettamente vaccinata contro le "malattie infantili" che affliggevano nel 1920 il comunismo anglosassone. Una simile maturità non era il privilegio di pochi dirigenti, ma discendeva dalle caratteristiche stesse del socialismo italiano di prima del 1914, che da lunga data aveva rotto con l’anarco-sindacalismo (Congresso di Genova, 1892) e, in seguito, non gli aveva mai lasciato il monopolio della lotta contro i riformisti (espulsione dei socialimperialisti in occasione della guerra in Libia nel 1912). Queste ed altre circostanze fecero della campagna elettorale del 1913 una vigorosa manifestazione di propaganda rivoluzionaria. Come mostra l’articolo "Contro l’astensionismo", i rappresentanti della Sinistra non difesero allora soltanto la partecipazione alle elezioni, ma denunciarono nella ricetta anarchica dell’astensione una forma di apoliticismo e neutralismo la cui sola conclusione poteva essere il peggior blocco di collaborazione di classe.

I tre articoli del 1919, fanno eco alle elezioni dell’immediato dopoguerra che in tutti i paesi ebbero così funesta influenza sulla lotta e l’organizzazione del proletariato rivoluzionario e, in Italia in particolare, ritardarono il processo di selezione del partito di classe. Da allora, l’antiparlamentarismo della Sinistra Comunista si basa su una doppia analisi: quella della situazione, da una parte, e quella della strategia del partito di classe nella fase delle guerre imperialistiche e delle rivoluzioni proletarie, dall’altra. Sul primo punto la valutazione di Lenin, formulata nella "Lettera agli operai d’Europa e d’America" (21 gennaio 1919), e quella della Sinistra, sono rigorosamente identiche: chiamare il proletariato alle urne nel 1919 significa pugnalare alla schiena le repubbliche sovietiche di Baviera, Ungheria e Russia; è ammettere che la lotta debba rimanere necessariamente «racchiusa nei limiti dell’ordine borghese». Il secondo punto è sviluppato con forza nell’articolo "Preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale", e ulteriormente chiarito nell’articolo "Le contraddizioni del massimalismo elettorale", e sarà al centro delle divergenze sulla tattica al Secondo Congresso di Mosca. Per la Sinistra, infatti, «l’incompatibilità delle due forme di attività non è un’incompatibilità momentanea», ma caratterizza tutta una fase imperialista e fascista nella quale sono irrimediabilmente entrati i paesi a vecchia democrazia. Perciò il rifiuto della tattica parlamentare dev’essere adottato anche a prescindere dal flusso e riflusso delle situazioni rivoluzionarie, come un dato di fatto imposto al partito di classe dalle condizioni obiettive della sua lotta finale.
   
 
 
 
 


CONTRO L’ASTENSIONISMO
(Avanti!, 13 luglio 1913)
 

Nella prossima battaglia elettorale il nostro partito, che la affronta solo contro tutti, in nome di tutto il suo programma, non dovrà dimenticare di guardarsi e difendersi da un pericolo non meno serio di tutti gli altri, il pericolo astensionista. Per quanto il movimento anarchico e quello sindacalista non siano oggi tra noi in condizioni molto floride, pur tuttavia i socialisti, e i socialisti rivoluzionari soprattutto, non devono restare indifferenti al sabotaggio tentato dagli antielezionisti contro il Partito, e alla loro campagna denigratoria contro l’indirizzo sinceramente rivoluzionario assunto dal socialismo in Italia dopo gli ultimi avvenimenti. Tutta la campagna svolta dai rivoluzionari contro la degenerazione riformista del partito e della sua azione parlamentare, doveva restare ed è rimasta perfettamente immune da tenerezze verso un riavvicinamento all’astensionismo anarchico o sindacalista. E sono proprio i rivoluzionari che devono confutare le comode argomentazioni astensionistiche basate sugli errori e sulle debolezze di una frazione del partito che aveva gravemente deviato e che è oggi quasi del tutto eliminata da esso.

I rivoluzionari hanno riaffermato il valore politico della lotta di classe rivoluzionaria, secondo le concezioni marxiste, di fronte a tutte le forme equivoche d’apoliticismo e di neutralismo che avevano tolto al Partito la sua fisionomia sovvertitrice. Quindi essi debbono più che mai sostenere la necessità rivoluzionaria del partito politico di classe, la necessità di "colorire" politicamente tutta l’azione della classe lavoratrice per indirizzarla alle sue finalità comuniste. Questo concetto si contrappone al neutralismo opportunista degli organismi operai, caldeggiato dal riformismo nella sua gretta e volgare concezione che dimentica nel modo più completo ogni tendenza organica ed integrale ad uno scopo che non sia immediato e limitato. Sindacalismo e riformismo si sono ormai incontrati nel concetto dell’apoliticismo sindacale, il che è quanto dire che ci hanno dimostrato che il proletariato non potrà mai compiere la rivoluzione con la sola forza delle sue organizzazioni economiche. La rivoluzione sociale è un fatto politico e si prepara sul terreno politico. Nel concetto dell’azione generale politica del partito, la lotta elettorale entra come uno dei tanti lati dell’attività socialista. Non deve escludere tutte le altre forme di essa. Ma è secondo noi necessario che il partito esiga da tutti i suoi militi la recisa affermazione positiva della loro opinione e della loro decisione.

Si possono fare elegantissime discussioni sull’influenza dell’ambiente parlamentare e sulla quotidiana "corruzione" degli eletti socialisti. Noi non contestiamo tale influenza. Solo riteniamo che se tutti gli elettori, secondo il nostro punto di vista intransigente, fossero veri "socialisti", non dovrebbe avere alcun effetto su di essi l’errore commesso dal rappresentante. Ma se gli elettori sono racimolati dagli altri partiti, adescati con le promesse di tutta una serie di favoritismi riformistici e di vantaggi immediati, allora non è meraviglia che l’eletto diventi un rinnegato.

Questa che è appunto l’accusa da noi mossa al riformismo, vuole essere adoperata dagli astensionisti come argomento contro la partecipazione alle elezioni.

Ora noi non ci nascondiamo la grave difficoltà di dare alla politica di classe del proletariato, svolta dal Partito Socialista, un carattere così profondamente diverso dal politicantismo borghese. Ma i veri rivoluzionari devono sforzarsi di lavorare in questo senso e non disertare la lotta. L’astensionismo non è un rimedio, anzi è la rinuncia all’unico metodo che può dare al proletariato una coscienza capace di difenderlo dal politicantismo opportunista dei partiti non socialisti. Il neutralismo elettorale diventa neutralismo di coscienza e di opinione di fronte ai grandi problemi sociali, che pur essendo costruiti, come noi marxisti sosteniamo, sulla ossatura economica, rivestono sempre un carattere politico.

* * *

Non è nostra pretesa svolgere in poche righe un problema così complesso. Vogliamo solo gettare un allarme contro i propagandisti dell’antielezionismo che verranno a sabotare la nostra opera di propaganda nei comizi elettorali. Noi intendiamo cimentare la coscienza politica del popolo d’Italia in una grande battaglia antiborghese. Il nostro è l’unico partito che scenderà in lotta contro la dittatura clerico-monarchico-democratica. Aspettiamo il periodo elettorale non perché feticisti del parlamento, ma per scuotere le coscienze proletarie addormentate da tutti i neutralismi d’ogni scuola. Sentiamo di compiere opera profondamente sovversiva e ci proponiamo di schiaffeggiare ogni forma di collaborazione di classe.

I sindacalisti, che fanno un intruglio bloccardo per medagliettare De Ambris, gli anarchici, che pure affogano nel lattemiele democratico della cultura, della scuola e della educazione popolare in buon accordo con gli "intellettuali" borghesi, tenteranno di venire, atteggiandosi a monopolisti della rivoluzione, a incolparci di transazioni perché ricorriamo all’arma del voto.

Noi dobbiamo essere preparati a rispondere per non farci sottrarre il voto di qualche vero rivoluzionario, a cui teniamo più assai che a cento voti equivoci non-socialisti. Questi campioni dell’astensionismo aspettano ansiosi che Giolitti apra la campagna elettorale per venire a lanciare le loro scapigliate concioni, infarcite di luoghi comuni, principalmente contro di noi, che dicono loro "cugini". Ma il Partito Socialista non ha più parentele, né a destra, né a sinistra! Questi signori antiparlamentari danno in ultima analisi più importanza di noi all’azione del parlamento. Noi teniamo in fondo più alla piazza e all’aula della votazione che all’aula di Montecitorio. Essi invece sono i galoppini ferventi del candidato Nessuno. E questo signor Nessuno non è che l’esponente del "blocco" più informe: anarchici, sindacalisti, mazziniani e... cattolici intransigenti.

È il candidato dell’immenso partito dell’indifferenza. Tutta gente con cui noi non vogliamo avere a che fare. E aspettiamo i rivoluzionari non da burla alla prova delle urne. Come li aspetteremo domani a quella delle barricate!
   
 
 
 
 
 


O ELEZIONI O RIVOLUZIONE
(Il Soviet, 29 giugno 1919)
 

Mentre da una parte molti compagni cominciano sventuratamente a polarizzare la loro attenzione verso le prossime lotte a colpi di scheda, dall’altra parte si diffonde nelle file del Partito la corrente avversa alla partecipazione alle elezioni, e si insiste da ogni parte sulla necessità del Congresso Nazionale. La Direzione però non si pronuncia, e mentre le elezioni si approssimano, la convocazione del Congresso viene sempre più dilazionandosi.

Noi vogliamo rilevare che, in una lettera ai lavoratori d’Europa apparsa sulla Riscossa di Trieste, il compagno Lenin scrive, tra le altre cose interessanti: «...Vi sono oggi uomini quali Maclean, Debs, Serrati, Lazzari, ecc. i quali comprendono che bisogna finirla col parlamentarismo borghese... [censura di Trieste]». Dopo questa considerazione, che è logicamente desunta dalla adesione data dal nostro partito alla Terza Internazionale, Lenin scrive: «Il parlamento borghese, anche nella repubblica più democratica, non è altro che una macchina di oppressione contro milioni d’operai costretti a votare le leggi che altri fanno a danno loro. Il socialismo ha ammesso le lotte parlamentari unicamente allo scopo di usare la tribuna del parlamento a scopi di propaganda fino a tanto che la lotta dovrà svolgersi necessariamente entro l’ordine borghese».

Anche qui la censura interrompe lo scritto. Ma, aggiungiamo noi, la lotta del proletariato è internazionale, e la tattica d’esso, come chiaramente è detto dal programma di Mosca accettato dalla nostra Direzione, è internazionalmente uniforme. Esistono già tre repubbliche comuniste, siamo dunque nel pieno corso storico della rivoluzione, fuori del periodo in cui la lotta svolgevasi entro l’ordine borghese. Chiamare ancora il proletariato alle urne equivale a dichiarare senz’altro che non vi è nessuna speranza di realizzare le aspirazioni rivoluzionarie; e che la lotta dovrà svolgersi necessariamente entro l’ordine borghese.

Il programma della dittatura proletaria, e l’adesione alla Terza Internazionale, la Direzione se li è dunque rimangiati col suo deliberato di partecipare alle elezioni. Come non vedere questa funesta contraddizione? Come non capire che dire oggi al proletariato "alle urne!" vuol dire invitarlo a disarmare da ogni sforzo rivoluzionario per la conquista del potere?

Noi gridiamo a gran voce: Il Congresso! Il Congresso!

Così non si va avanti. E mentre la borghesia si accinge a jugulare le repubbliche soviettiste, cadono le illusioni di quei nostri compagni faciloni, che pur essendo convinti rivoluzionari, credendo sterili le discussioni programmatiche e teoretiche (orrore!) se la cavano col dire: tanto alle elezioni non ci si arriva! Amici pratici: alle elezioni ci si arriverà, e mentre il sacrificio e l’onore di salvare la rivoluzione resterà tutto ai proletari russi e ungheresi che versano senza rimpianto il proprio sangue, fidando in noi, noi condurremo al simposio montecitoriale un centinaio di onorevoli eroi della incruenta pugna elettorale, nell’allegro oblio d’ogni dignità e d’ogni fede che danno le orge schedaiole.

Si riuscirà a scongiurarlo?
 
 
 
 
 
 
 


PREPARAZIONE RIVOLUZIONARIA O PREPARAZIONE ELETTORALE
(Avanti!, 21 agosto 1919)
 

Noi riteniamo di essere entrati nel periodo storico rivoluzionario nel quale il proletariato perviene all’abbattimento del potere borghese, poiché tale risultato è già conseguito in molti paesi d’Europa, e nel quale negli altri paesi i comunisti devono far convergere tutti i loro sforzi alla realizzazione della stessa finalità.

I partiti comunisti devono dunque dedicarsi alla preparazione rivoluzionaria, allenando il proletariato alla conquista non solo, ma anche all’esercizio della dittatura politica, e preoccupandosi di enucleare dal seno della classe lavoratrice gli organismi atti ad assumere e gestire la direzione della società.

Questa preparazione deve compiersi nel campo programmatico formando nelle masse la consapevolezza del complesso svolgimento storico attraverso il quale l’era del capitalismo cederà a quella del comunismo; e nel campo tattico con la formazione dei soviety provvisori pronti ad insediarsi nei poteri locali e centrali, e l’allestimento di tutti i mezzi di lotta indispensabili all’abbattimento della borghesia.

Nel periodo dedicato a questa preparazione, tutti gli sforzi del partito comunista sono consacrati a creare l’ambiente della dittatura proletaria, sostenendo con la propaganda non solo delle parole, ma soprattutto dei fatti, il principio cardinale della dittatura, cioè del governo della società da parte della classe proletaria con la privazione di ogni intervento e diritto politico per la minoranza borghese.

Se contemporaneamente si volesse adottare l’azione elettorale tendente a mandare i rappresentanti del proletariato e del partito negli organi elettivi del sistema borghese, basati sulla democrazia rappresentativa che è la antitesi storica e politica della dittatura proletaria, si distruggerebbe tutta l’efficacia della preparazione rivoluzionaria.

Anche se nei comizi elettorali e dalla tribuna parlamentare si agitasse il problema massimalista, i discorsi dei candidati e dei deputati sorgerebbero su una contraddizione di fatto: sostenere che il proletariato deve dirigere politicamente la società senza la borghesia, ed ammettere col fatto che rappresentanti proletari e borghesi seguitino ad incontrarsi con parità di diritti nel seno dei poteri legislativi dello Stato.

Nella pratica si disperderebbero tutte le energie morali, intellettuali, materiali e finanziarie nel vortice della contesa elettorale, e gli uomini, i propagandisti, gli organizzatori, la stampa, le risorse tutte del partito sarebbero distolte dalla preparazione rivoluzionaria, alla quale sono già, purtroppo, impari.

Stabilita l’incompatibilità teorica e pratica tra le due preparazioni, a noi pare che non si possa esitare nella scelta, e che l’intervento elettorale possa logicamente ammettersi da quelli soli che neanche la minima speranza hanno nella possibilità della rivoluzione.

La incompatibilità delle due forme di attività non è una incompatibilità momentanea, tale da rendere ammissibile il succedersi di entrambe le forme d’azione. L’una e l’altra presuppongono lunghi periodi di allestimento, e assorbono l’intera attività del movimento per notevole decorso di tempo.

La preoccupazione di quei compagni che scorgono l’ipotesi della attuata astensione elettorale senza che si sia raggiunta la finalità rivoluzionaria, non ha coscienza alcuna. Anche se il rimanere senza rappresentanti parlamentari anziché essere un vantaggio – come noi fermamente e suffragati da vasta esperienza riteniamo – fosse un pericolo, tale pericolo non sarebbe nemmeno lontanamente paragonabile a quello di compromettere ed anche ritardare soltanto la preparazione del proletariato alla conquista rivoluzionaria della propria dittatura.

Quindi, a meno che non si possa provare che l’azione elettorale, non solo con la sua impostazione storica in teoria, ma anche con le sue note degenerazioni pratiche, non riesca fatale all’allenamento rivoluzionario, bisogna senza rimpianti gettare tra i ferri vecchi il metodo elezionista e senza più volgersi indietro concentrare tutte le nostre forze alla realizzazione dei supremi obbiettivi massimali del socialismo.
 
 
 
 
 
 
 


LE CONTRADDIZIONI DEL MASSIMALISMO ELETTORALE
(Avanti!, 14 settembre 1919)
 

I compagni della frazione massimalista elezionista sostengono che per essi la questione elettorale è affatto secondaria, né è tale da dividere i comunisti! Non pare che sia così a giudicare dal fatto che è bastato affacciare la proposta d’astensione perché si affollassero i sostenitori della partecipazione elettorale, che del resto non fanno che passarsi l’un l’altro pochi argomenti molto discutibili.

E la frazione massimalista si preoccupa più di polemizzare con noi su questo argomento "secondario" che di controbattere le obiezioni che le vengono – che ci vengono – dai riformisti. Noi ci riserviamo di replicare in opportuna sede alle argomentazioni di Turati, Ciccotti, Zibordi ecc. e ci limitiamo per ora a battere in breccia l’incongruenza del massimalismo elezionista in base alle comuni premesse.

Tutti noi massimalisti crediamo che sia possibile – e quindi necessario – passare nell’attuale periodo ad organizzare la conquista del potere da parte del proletariato italiano, e vediamo nella rivoluzione comunista russa solo il primo atto della Rivoluzione mondiale. Siamo dunque sul terreno della Terza Internazionale ed accettiamo il compito programmatico e tattico di questa: diffondere nelle masse la consapevolezza del processo di realizzazione rivoluzionaria, e preparare i mezzi d’azione per la conquista violenta del potere e l’esplicazione successiva della gestione sociale da parte del proletariato.

È questa preparazione cosa di lieve conto? Tutt’altro. Che cosa si è fatto per la seconda parte (per la preparazione materiale)? Nulla. I compagni non si preoccupano nemmeno di discutere sull’opportunità della conclusione tattica di Lenin circa la formazione di Soviet e la conquista in essi di maggioranze comuniste. Che cosa si è fatto per la prima parte (preparazione, diciamo, spirituale)? Poco, e con scarsa chiarezza programmatica. La direzione aveva fatta propria la formula della "dittatura proletaria", adottando dopo quella imprecisa di "sciopero espropriatore", creando nel partito e nelle masse più un’attesa indistinta di chi sa che cosa, che una coscienza organica del compito da esplicare. La colpa non è della direzione, ma del Partito, che ancora non aveva compiuto la necessaria revisione programmatica per orientarsi e "selezionarsi" – senza di che la preparazione tattica organica è impossibile, ed è probabile in caso di eventi imprevisti esserne sorpresi e superati. Di più: molti compagni credono che essere convinti della necessità di un urto violento tra le classi autorizzi a fare a meno di un orientamento programmatico organico, "prima", "durante" e "dopo" la insurrezione. Essi sono in realtà degli anarcoidi e meritano la critica di attribuire all’atto violento taumaturgiche virtù. Poiché essi lo limitano nel tempo e fanno culminare in esso l’aspettazione e il trionfo proletario, non vedono perché la preparazione del partito e del proletariato alla rivoluzione siano inficiate dall’intervento alla campagna elettorale e parlamentare.

Il Congresso dovrebbe stabilire le basi per l’ulteriore esplicazione di questa preparazione rivoluzionaria. Lo farà? Accademia: replicano moltissimi tra noi. Ma intanto Lenin da Mosca attende invano il nostro "documento". Si vede che è un imbrattacarte anche lui.

Definita sommariamente questa doppia preparazione: spirituale e materiale, noi dichiariamo che l’azione elettorale e parlamentare del partito la sminuisce e la compromette. Come non può comprendersi la rivoluzione nelle giornate della insurrezione, così non può comprendersi la partecipazione elettorale nel giorno della votazione. Ecco perché è sciocca l’obiezione che dice: rinunceremo alla scheda solo al momento della lotta armata. L’elezione è un atto politico del Partito che si riflette su quattro o cinque anni successivi e in alcuni mesi di totale e febbrile attività precedente.

A tale metodo occorre invece rinunciare non appena si è in grado di sostituirlo con la preparazione organica della conquista della dittatura proletaria. Il sottoscritto che... ha meno fretta di molti altri, pensa che il momento può essere più vicino della durata della prossima assemblea legislativa borghese.

Quelli che affermano che la Rivoluzione Russa non è destinata ad essere seguita dalla rivoluzione in altri paesi e in Italia, sono logici ad andare tranquillamente alle urne. Ma quelli che vogliono – nella Terza Internazionale – fare opera di solidarietà fattiva con il proletariato russo e di altri paesi «subordinando le esigenze nazionali del movimento a quelle generali», devono essere per la mobilitazione delle forze comuniste per poter aprire le ostilità al momento opportuno. Che l’azione schedaiola sia incompatibile nel periodo delle ostilità è per se stessa cosa evidente: ciò che noi sosteniamo è ben altro: l’azione elettorale è incompatibile con la mobilitazione del proletariato per il conseguimento della sua dottrina. Ora: o si fa questa mobilitazione o vi si rinuncia, ed allora bisogna dirlo chiaramente ai compagni di altri paesi che attendono la nostra entrata in azione.

Ritornando alla preparazione: quella spirituale consiste nella propaganda attiva ed intensa del programma comunista, criticando sulla base delle fondamentali argomentazioni marxiste il sistema di governo borghese, la democrazia parlamentare, e volgarizzando gli audaci concetti innovatori della dittatura del proletariato, del sistema socialista di organizzazione del proletariato in classe dominante – sostenendo che la crisi di sviluppo della società è tale che è giunto il momento di infrangere con l’azione violenta delle masse il primo sistema per sostituirvi il secondo. Fare questo nei comizi convocati proprio per eleggervi i rappresentanti negli organismi rappresentativi borghesi? È una balorda contraddizione. Se si trattasse solo della critica a questi istituti, potrebbe andare; per quanto il passato insegni che su tale via si è sempre sdrucciolato. Ma quando si tratta di criticare non solo, ma di demolire, riunendo marxisticamente teoria ed azione, superando quella antitesi tra programma e realizzazione che il riformismo ha soffiato nelle menti di tanti rivoluzionari, allora l’assurdo diviene evidente. Noi critichiamo il sistema politico borghese e vi diciamo: preparatevi a sopprimerlo; tuttavia, vi chiediamo di mandarci a partecipare ad esso, alla sua struttura, alle sue funzioni. È enorme! Così si crea il confusionismo, non la consapevolezza e chiarezza programmatica nelle masse. Si interviene nell’ingranaggio del sistema democratico, si fa implicitamente atto di riconoscimento delle sue leggi funzionali; si deve reclamare se la votazione, lo scrutinio, lo svolgimento delle discussioni parlamentari non si svolgono secondo le leggi e le regole stabilite dalla vigente costituzione, e si rafforza tutto il sistema nella sua funzionalità.

Il programma massimalista parla di aiutare "dal di dentro" la demolizione. Un teorema di meccanica insegna che un sistema non può spostarsi nello spazio per l’azione di forze interne al sistema. Ma la fisica non c’entra. C’entrano però la logica e l’esperienza, che provano largamente come i parlamentari socialisti hanno fatto sempre opera di difesa delle prerogative e delle norme parlamentari e di tutto il sistema.

Il proporre di votare ai proletari già distrugge tutte le più eloquenti esposizioni del programma comunista. Votare vuol dire, nel regime attuale, delegare per un certo periodo la propria parte di pretesa sovranità, esaurire l’intervento dell’individuo nella politica per tutto quel tempo. Ma si dice agli elettori che ciò non deve essere. E allora bisogna concludere: non votare. La propaganda del programma e del metodo comunista non è cosa semplice, i suoi concetti fondamentali non vengono facilmente acquisiti alla coscienza collettiva. L’antitesi tra essi ed i principi della democrazia borghese deve essere messa nella più lucida evidenza. Ora il partito deve mettersi in una condizione di fatto che mostri come questa sua predicazione non sia che il proiettarsi in anticipo di eventi che stanno per realizzarsi. Solo l’astensione dalle elezioni può rispondere a questa delicata esigenza. Altrimenti l’obiezione ingenua che il massimalismo non è che un frasario per entusiasmare le masse ed ottenerne i voti, se non sarà vera, sarà però la traduzione di una verità più completa ma analoga.

L’astensione è un atto negativo? No, se essa equivale a proclamare tangibilmente il passaggio delle forze del partito sul terreno della realizzazione della conquista del potere politico. L’astensione pare negativa solo a chi vede erroneamente la fase positiva dell’azione rivoluzionaria solo nel momento insurrezionale, non a chi si rende conto che questo deve essere preceduto da tutto un periodo di attività politica del partito, tale da richiedere tutte le sue forze. Come il votare è in deplorevole contraddizione con la preparazione spirituale della dittatura proletaria (anche in questa si voterà, è vero; ma senza i borghesi: è essenziale dunque negare non il voto, ma il sistema del votare a parità di diritti tra proletari e borghesi; e perciò occorre l’astensione); così lo è l’esistenza di una rappresentanza parlamentare del partito.

I deputati diranno ciò che vogliono; ma lo diranno esattamente con gli stessi titoli di un deputato borghese, e l’effetto della loro propaganda sarà di confondere e non di chiarire i concetti del programma comunista.

Finora la propaganda socialista si è fatta (convergendo in ciò le forme d’imperfezione programmatica del riformismo e dell’utopismo anarchico) soprattutto contrapponendo la struttura razionale dell’economia comunista a quella irrazionale e gravida di cattive conseguenze dell’economia capitalista. I due sistemi erano contrapposti astrattamente, e perciò si poteva svolgere tale predicazione su qualunque piattaforma. Oggi che viviamo il periodo della trasformazione, occorre portare la nostra propaganda (abbeverandola delle meravigliose "divinazioni" della dottrina marxista) nel campo del processo storico concreto che dal regime dell’economia borghese conduce al comunismo, illustrando questo trapasso. Questa propaganda realista, preludio dell’imminente azione, non può farsi che con le armi al piede, di fronte al nemico. Se la chiave essenziale del passaggio rivoluzionario è l’abbattimento del sistema democratico borghese, la preparazione programmatica delle masse si deve fare fuori e non dentro gli organismi del sistema – l’eliminazione del quale è la prima condizione storica dell’emancipazione del proletariato.
 
 
 
 
 
 
 


- Come era impostato da Lenin e dalla Terza Internazionale
 
«Il parlamento borghese, sia pure il più democratico della repubblica più democratica in cui si conservi la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è una macchina che serve a un pugno di sfruttatori per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, che lottano per liberare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto servirsi dei parlamenti borghesi come tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l’agitazione, per l’organizzazione, finché la nostra lotta era racchiusa nei limiti del regime borghese. Adesso che la storia del mondo ha messo all’ordine del giorno la questione della distruzione di tutto questo regime, dell’abbattimento e dello schiacciamento degli sfruttatori, del passaggio dal capitalismo al socialismo, adesso, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellirla come "democrazia" in generale, tacerne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, finché perdura la proprietà dei capitalisti, è una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, la borghesia, essere un traditore e un rinnegato».
Lenin, Lettera agli operai d’Europa e d’America, 24 gennaio 1919.
Con i due testi di Zinoviev e di Trotzki che aprono questo fascicolo, il problema del parlamentarismo e della lotta per i Soviet appare in tutta la luce delle battaglie di classe del 1919. Quell’anno era iniziato con grandi premesse rivoluzionarie. Il 1° gennaio gli spartachisti avevano annunciato la costituzione del Partito Comunista tedesco, di cui Lenin dirà: «Nel momento in cui la Lega Spartaco ha preso il nome di Partito Comunista di Germania, la fondazione della Internazionale Comunista è diventata un fatto». Ma l’anno 1919 è anche il punto culminante della rivoluzione tedesca; sono le vittorie, anche se effimere, dei Soviet di Ungheria e Baviera; sono le più potenti ondate di scioperi del dopoguerra in Italia; sono infine gli inizi dell’intervento straniero contro la Russia e i primi successi della giovane repubblica dei Soviet di fronte alle armate bianche sostenute dall’Inghilterra e dalla Francia "democratiche".

Così la storia degnava con lettere di sangue l’opposizione irriducibile fra democrazia parlamentare e dittatura proletaria. Ma il proletariato avrebbe saputo decifrare il senso? Perché il 1919 fu anche un "grande anno elettorale". In Germania, le elezioni di gennaio portano al potere i carnefici "socialisti" di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. In Italia come in Francia, le campagne elettorali dei riformisti pongono apertamente il dilemma: o elezioni o rivoluzione. Ma le masse raramente sanno leggere la storia ch’esse fanno. Quando l’Assemblea Nazionale tedesca si riunisce a Weimar il 6 febbraio 1919, il Consiglio Centrale dei Soviet di tutta la Germania decide di rimetterle i suoi poteri. Più tardi nelle sue Memorie, il principe Max von Baden scriverà degli avvenimenti della fine del 1918 e dell’inizio del 1919: «Io mi sono detto: la rivoluzione trionferà; noi non possiamo batterla, ma forse potremmo soffocarla... Se la piazza mi presenta Ebert come tribuno del popolo, sarà la repubblica; se essa designa Liebknecht, sarà il bolscevismo. Ma, se il Kaiser abdica e nomina Ebert cancelliere per la monarchia, rimarrà ancora una piccola speranza. Forse sarà possibile deviare l’energia rivoluzionaria nei quadri legali d’una campagna elettorale».

Questa era la situazione vista da un vecchio difensore dell’Impero. L’Internazionale di Lenin non concepiva altrimenti il ruolo delle masse da un lato e del parlamento dall’altro nella rivoluzione europea. Zinoviev nella sua circolare e Trotzki nella lettera su Longuet indicano ciò che si deve abbattere: non solo la prassi parlamentare degli eroi della Seconda Internazionale, ma il parlamento stesso, questo mulino da parole delle illusioni democratiche; non solo i deputati socialisti che avevano tradito più apertamente, ma tutta la politica della socialdemocrazia, patriota, pacifista e parlamentarista. Chi non riconosce nel magistrale ritratto del centrista Longuet i tratti caratteristici dei "comunisti" Cachin e Thorez, Togliatti e Longo, e i temi preferiti della variazione parlamentare di cui il P.C.F. o i P.C.I. ci hanno dato in seguito un così miserando spettacolo?

La circolare di Zinoviev – il cui esame critico da parte del "Soviet" pubblichiamo più avanti – pone con molta energia il problema che sarà dibattuto un anno dopo al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista. Essa mostra la necessità di distruggere la macchina parlamentare borghese, e oppone alle vane speranze di "organizzare dei nuovi parlamenti, più democratici" una sola parola d’ordine: Abbasso il parlamento! Viva il potere dei Soviet! Zinoviev sottolinea inoltre che non esiste alcun nesso logico fra questa posizione di principio e la tattica "parlamentare" dell’Internazionale Comunista che auspica l’impiego della tribuna parlamentare e delle campagne elettorali per l’agitazione rivoluzionaria, per l’organizzazione delle masse e per l’appello alla lotta aperta contro lo Stato borghese, fino all’insurrezione armata. Minare l’edificio dall’interno nell’attesa di poterlo consegnare all’assalto delle masse, questo, nient’altro che questo era il "parlamentarismo rivoluzionario" di Lenin e Liebknecht.

Zinoviev fa, infine, un’importante constatazione: «Né in Francia, né in America, né in Inghilterra» – i paesi capitalistici più avanzati, dove il meccanismo democratico funziona ormai da molti decenni – ci sono stati fra gli operai dei parlamentari comunisti». Da questa constatazione la frazione astensionista italiana aveva concluso fin da allora la "incompatibilità teorica e pratica fra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale" nei paesi di vecchia democrazia (vedi oltre, "Preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale", e anche Storia della sinistra comunista, vol. 1 pp. 406-7).

Come mostra la circolare Zinoviev, l’IC. credeva alla possibilità d’un parlamentarismo rivoluzionario qualora il proletariato fosse riuscito a creare dei solidi partiti rivoluzionari. «Se esiste un tale partito, tutto può cambiare», dice Zinoviev. Ecco dunque a cosa mirava, in quell’anno 1919, l’elasticità tattica dell’Internazionale Comunista in questa questione. Sotto la spinta irresistibile della crisi rivoluzionaria, si poteva legittimamente sperare che in Europa occidentale sorgessero, come nella Germania di Liebknecht e Luxemburg, dei forti partiti comunisti, capaci non solo di dare grandi esempi di parlamentarismo rivoluzionario, ma di "fare come in Russia": disperdere tutte le assemblee costituenti borghesi, tutti i feticci parlamentari dei socialisti piccolo-borghesi, ed erigere sulle loro rovine la dittatura del proletariato.
 
 
 
 
 
 
 


1. IL PARLAMENTO E LA LOTTA PER I SOVIET
(1 settembre 1919, Lettera circolare del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista)
 

Cari compagni,

La fase attuale del movimento rivoluzionario pone fra le altre questioni, in modo estremamente imperioso, la questione del parlamentarismo. In Francia, in America, in Inghilterra, in Germania, contemporaneamente all’inasprirsi della lotta di classe tutti gli elementi rivoluzionari, unendosi o coordinando la loro azione sotto la parola d’ordine del potere dei Soviet, aderiscono al movimento comunista. I gruppi anarco-sindacalisti, e i gruppi che a volte si chiamano semplicemente anarchici, entrano così nella corrente generale. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista saluta questo fatto con grande calore.

In Francia, il gruppo sindacalista del compagno Péricat forma il nucleo del partito comunista; in America, e in parte in Inghilterra, la lotta per i Soviet è condotta da organizzazioni come gli I.W.W. Questi gruppi e tendenze hanno sempre attivamente combattuto i metodi di lotta parlamentari. D’altra parte, gli elementi del partito comunista nati dal seno dei partiti socialisti sono perlopiù inclini ad ammettere anche delle azioni in parlamento (gruppo Loriot in Francia, membri dell’Independent Socialist Party in America e dell’Independent Labour Party in Inghilterra ecc.). Tutte queste correnti, che devono essere ad ogni costo e al più presto possibile unite nei quadri del Partito Comunista, hanno bisogno di una tattica unitaria. La questione deve quindi essere risolta in modo generale, e il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista si rivolge a tutti i partiti fratelli con la presente lettera espressamente consacrata a tale questione.

La piattaforma comune sulla quale ci si deve unire è oggi il riconoscimento della lotta per la dittatura del proletariato nella forma del potere dei Soviet. La storia ha posto la questione in modo tale che proprio su questo argomento si è tracciato l’invalicabile confine tra il proletariato rivoluzionario e gli opportunisti, tra i comunisti e i socialtraditori di qualunque etichetta. Il cosiddetto "Centro" (Kautsky in Germania, Longuet in Francia, l’I.L.P. e alcuni elementi del British Socialist Party in Inghilterra, Hilquitt in America) costituisce, malgrado tutte le sue assicurazioni, una tendenza obiettivamente antisocialista, perché non vuole e non può condurre la lotta per la dittatura del proletariato. Invece, i gruppi e partiti che, in passato, non ammettevano alcuna lotta politica (per esempio, certi gruppi anarchici), riconoscendo il potere dei Soviet, la dittatura del proletariato, hanno rinunciato per ciò stesso alla loro essenza apolitica e accettano l’idea di quella presa del potere da parte della classe operaia, che è necessaria per vincere la resistenza della borghesia.

Abbiamo così, ripetiamo, una piattaforma comune: quella della lotta per la dittatura sovietica.

Le vecchie suddivisioni nel movimento operaio sono evidentemente superate. La guerra ha prodotto un nuovo raggruppamento. Numerosi anarchici o sindacalisti, che negavano il parlamentarismo, si sono comportati nei cinque anni di guerra in modo altrettanto ignominioso e proditorio, quanto i vecchi capi della socialdemocrazia ufficiale, che hanno continuamente sulle labbra il nome di Marx. L’unione delle forze si compie in base a una nuova linea divisoria: gli uni sono per, gli altri contro, la rivoluzione proletaria, i Soviet, la dittatura, le azioni di massa fino all’insurrezione armata. È questa la questione vitale dei nostri giorni; questo il criterio essenziale; questo il carattere distintivo in base al quale si formeranno, e già si formano, i nuovi raggruppamenti.

Quale rapporto esiste fra il riconoscimento del principio dei Soviet e il parlamentarismo? Bisogna qui distinguere nettamente due questioni che non hanno fra loro alcun nesso logico: quella del parlamentarismo come forma desiderabile di ordinamento statale, e quella dell’utilizzazione del parlamentarismo al fine di promuovere la rivoluzione. I compagni confondono spesso le due questioni, cosa che ha un effetto deleterio sull’intera lotta pratica. Esaminiamole una dopo l’altra, e traiamone le necessarie conclusioni.

Qual è la forma della dittatura proletaria? Noi rispondiamo: i Soviet; una esperienza a carattere mondiale lo ha dimostrato. Il potere dei Soviet è conciliabile col parlamentarismo? No, tre volte no. Essa è assolutamente incompatibile con i parlamenti esistenti, perché la macchina parlamentare incarna il potere concentrato della borghesia. I deputati, le camere, i loro giornali, il sistema di corruzione, i legami che dietro le quinte i parlamentari intrattengono con i capi delle banche, i loro rapporti con tutti gli apparati dello Stato borghese, sono altrettante catene ai piedi della classe operaia. Bisogna spezzarle. La macchina statale della borghesia, perciò anche il parlamento borghese, devono essere infranti, dispersi, annientati; e sulle loro rovine si deve organizzare un nuovo potere, quello delle unioni operaie, dei "parlamenti" operai, vale a dire dei Soviet. Solo i traditori della classe operaia possono cullare i proletari nella speranza in un sovvertimento sociale "pacifico", mediante riforme parlamentari. Essi sono i peggiori nemici della classe operaia e bisogna condurre contro di essi una lotta implacabile: nessun compromesso è ammissibile con tale genia. La nostra parola d’ordine per ogni e qualsiasi paese borghese è quindi: Abbasso il parlamento! Viva il potere dei Soviet!

Ma si può porre la seguente domanda: E sia; voi negate il potere degli odierni parlamenti borghesi; perché non organizzate dei nuovi parlamenti, più democratici, basati su un vero suffragio universale? Noi rispondiamo: Durante la rivoluzione socialista, la lotta è così aspra, che la classe operaia deve agire con prontezza e decisione, senza ammettere nel proprio seno, nella propria organizzazione di potere, i suoi nemici di classe. A queste esigenze rispondono solo i Soviet di operai, soldati, marinai, contadini, eletti nelle fabbriche, negli stabilimenti, nelle fattorie, nelle caserme. Così è posta la questione della forma del potere proletario. Occorre, qui ed ora, abbattere l’apparato di governo: re, presidenti, camere alte e basse, assemblee costituenti – tutte queste istituzioni sono i nostri nemici giurati, che devono essere distrutti.

Passiamo ora alla seconda questione fondamentale: Si possono utilizzare i parlamenti borghesi a fini di sviluppo della lotta rivoluzionaria di classe? Questa questione, come abbiamo già osservato, non ha alcun nesso logico con la prima. In effetti, si può tendere a distruggere un’organizzazione entrandovi, "utilizzandola". Anche i nostri nemici di classe lo capiscono perfettamente, quando si servono ai loro scopi dei partiti socialdemocratici, dei sindacati, ecc. Prendiamo l’esempio estremo. I comunisti russi, i bolscevichi, parteciparono alle elezioni per l’Assemblea Costituente, vi entrarono, ma per sciogliere questa assemblea nel giro di 24 ore e realizzare completamente il potere dei Soviet. Il partito bolscevico aveva i suoi deputati anche nella Duma di Stato dello zar. Ma riconosceva forse in questa Duma una forma di ordinamento dello Stato ideale o almeno tollerabile? Sarebbe follia crederlo. Esso vi mandava i suoi rappresentanti per attaccare anche da questa parte l’apparato di governo zarista, per contribuire alla distruzione della stessa Duma. Non a caso il governo zarista condannava i "parlamentari" bolscevichi ai lavori forzati per "alto tradimento". I capi bolscevichi svolgevano pure, approfittando foss’anche momentaneamente della loro "inviolabilità", un’azione illegale, organizzando le masse per l’assalto allo zarismo.

Ma una simile azione "parlamentare" non si è vista soltanto in Russia. Prendete la Germania e l’attività di Liebknecht. Il nostro compagno ucciso era un modello di rivoluzionario: ebbene, v’era alcunché di non-rivoluzionario nel fatto che egli, dalla tribuna dell’ignobile Dieta prussiana, incitasse i soldati alla rivolta contro questa stessa Dieta? Tutt’altro. Anche qui vediamo quanto vi sia di opportuno e vantaggioso in un atteggiamento del genere. Se Liebknecht non fosse stato deputato, non avrebbe mai potuto svolgere una tale attività; i suoi discorsi non avrebbero avuto una tale eco.

Anche l’esempio del lavoro parlamentare dei comunisti svedesi ce ne convince. In Svezia, il compagno Hoeglund ha svolto e svolge lo stesso ruolo di Liebknecht in Germania. Approfittando del posto di deputato, contribuisce a distruggere il sistema parlamentare borghese: nessuno ha fatto tanto in Svezia per la causa della rivoluzione e della lotta contro la guerra, quanto il nostro amico. In Bulgaria assistiamo a qualcosa di analogo. I comunisti bulgari hanno utilizzato con successo a fini rivoluzionari la tribuna parlamentare. Alle ultime elezioni hanno ottenuto 47 seggi. I compagni Blagojev, Kirkov, Kolarov e altri leader del partito comunista bulgaro sanno sfruttare la tribuna parlamentare per servire la causa della rivoluzione proletaria. Un tale lavoro "parlamentare" esige un’audacia e un temperamento rivoluzionario eccezionali. Qui, infatti, gli uomini si trovano in un posto di combattimento particolarmente rischioso. Essi collocano delle mine nel campo stesso del nemico di classe: vanno in parlamento non per ricevere nelle proprie mani questo apparato, ma per aiutare le masse fuori delle sue mura a farlo saltare in aria.

Siamo per la conservazione dei parlamenti "democratici" borghesi come forma di amministrazione statale? No, in nessun caso. Noi siamo per i Soviet.

Siamo per l’utilizzazione di questi parlamenti per il nostro lavoro comunista, finché non abbiamo ancora la forza di abbatterli? Sì, ma osservando tutta una serie di condizioni.

Sappiamo benissimo come né in Francia, né in America, né in Inghilterra ci siano ancora stati fra gli operai parlamentari simili. Lo spettacolo che vi osserviamo è finora quello del tradimento. Ma ciò non prova che la tattica che crediamo giusta sia sbagliata. Il fatto è soltanto che in quei paesi non è mai esistito un partito rivoluzionario del genere dei bolscevichi russi e degli Spartachisti tedeschi. Se un tale partito esiste, tutto può cambiare. In particolare è necessario: 1) che il centro di gravità della lotta stia fuori dal parlamento (scioperi, insurrezioni, e altre forme di lotta di massa); 2) che gli interventi in parlamento siano collegati a questa lotta; 3) che i deputati svolgano anche un lavoro illegale; 4) che agiscano su mandato del comitato centrale del Partito e subordinandosi ad esso; 5) che nei loro interventi non si preoccupino delle forme parlamentari (non temano scontri diretti con la maggioranza borghese, parlino "al di sopra della sua testa"). Se, in un dato momento, si debba partecipare alle elezioni durante una certa campagna elettorale dipende da tutta una serie di condizioni concrete, da studiarsi in modo particolare paese per paese e situazione per situazione. I bolscevichi russi furono per il boicottaggio delle elezioni alla prima Duma nel 1906. Sei mesi dopo, furono per la partecipazione alle elezioni alla seconda Duma, essendo apparso chiaro che il potere borghese-grande agrario sarebbe ancora durato a lungo. Prima delle elezioni all’Assemblea Costituente tedesca del 1919, una frazione degli Spartachisti era per parteciparvi, l’altra contro. Ma il partito spartachista rimase un partito comunista unico.

Noi non possiamo rinunciare per principio allo sfruttamento del parlamentarismo. Nella primavera del 1918 il partito bolscevico, quando già era al potere in Russia, dichiarò in una risoluzione speciale del suo VII Congresso che se, per un particolare intreccio di circostanze, la democrazia borghese avesse ripreso il sopravvento, i comunisti avrebbero potuto esser costretti a tornare a servirsi del parlamentarismo borghese. Non bisogna, a questo riguardo, legarsi le mani.

Quello che vogliamo sottolineare è che la vera soluzione del problema si trova, in tutti i casi, fuori dal parlamento, nella strada. È ormai chiaro che lo sciopero e l’insurrezione sono i soli metodi della lotta decisiva fra Lavoro e Capitale. Perciò i principali sforzi dei compagni devono concentrarsi nel lavoro di mobilitazione delle masse: creazione del Partito, formazione di gruppi comunisti nei sindacati e loro conquista, organizzazione di Soviet nel corso della lotta, direzione della lotta di massa, agitazione per la rivoluzione fra le masse. Tutto ciò in primo piano: l’azione parlamentare e la partecipazione alle elezioni come puro mezzo sussidiario e nulla più.

Se le cose stanno in questi termini, e non v’è dubbio che stanno in questi termini, è ovvio che scindersi per divergenze di idee limitate a questa secondaria questione non ha senso. La prassi della prostituzione parlamentare è stata così disgustosa, che anche i migliori compagni hanno, in materia, dei pregiudizi. Bisogna superarli, e si supereranno, nel corso della lotta rivoluzionaria. Ci rivolgiamo quindi a tutti i gruppi e organizzazioni che conducono una vera lotta per i Soviet, esortandoli alla più stretta unione malgrado gli eventuali disaccordi in questo campo.

Tutti coloro che sono per i Soviet e per la dittatura proletaria, vogliono unirsi al più presto e formare un partito comunista unico.
 

Saluti comunisti.

Il presidente del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista: G. Zinoviev

(Da Die Kommunistische Internationale, n.5, settembre 1919).


 
 
 
 
 
 
 


2. JEAN LONGUET, O LA PUTREFAZIONE DEL PARLAMENTARISMO
(18 dicembre 1919)
 

Un caso fortunato e la proverbiale amabilità di J. Longuet mi hanno messo sotto gli occhi il resoconto stenografico del discorso tenuto dall’onorevole deputato socialista il 18 settembre scorso alla Camera francese, sotto il titolo Contro la pace imperialistica. Per la rivoluzione russa. La sua lettura mi ha immerso per mezz’ora nel clima del parlamentarismo di quest’epoca di putrefazione della repubblica borghese, e mi ha ricordato il salutare disprezzo con cui Carlo Marx parlava dell’atmosfera viziata del parlamento.

Per conquistarsi di colpo gli avversari, J. Longuet comincia col ricordare ai colleghi la misura e la cortesia da cui non si è mai discostato in seno all’esimia assemblea. Egli si associa senza riserve alle «considerazioni, tanto giuste, qui svolte dal collega Viviani con la sua mirabile eloquenza». Ma ecco che, nel momento in cui Longuet vorrebbe adoperare il bisturi della sua critica, i cinici schiamazzatori dell’imperialismo gli tappano la bocca, gridando: «Alsazia Lorena!» Oh, la cortesia è la virtù cardinale di J. Longuet, ed essa gli consiglia di cercare, prima di tutto un terreno d’intesa col nemico. L’Alsazia Lorena! Non ha appena detto, Longuet, che vede nel trattato di pace tutta una serie di paragrafi felicemente concepiti? «Si è alluso all’Alsazia Lorena. Su questo punto, siamo tutti d’accordo»; e, per il momento, Longuet nasconde il suo bisturi critico, che del resto assomiglia piuttosto a una limetta per unghie, nel taschino del panciotto.

Nella sua analisi del trattato di pace, Longuet parte dal concetto di Nazione come lo ha definito niente po’ po’ di meno che Renan, questo reazionario gesuita senza dio. Da Renan, che deve assicurargli un terreno d’intesa col parlamento nazionalista, egli passa al principio della libertà dei popoli di disporre di se stessi, «proclamato dalla rivoluzione russa e adottato dal presidente Wilson». È appunto «questo principio sì, o signori, questo nobile, questo generoso principio di Renan, Lenin e Wilson», che Longuet vorrebbe vedere inscritto nel trattato di Versailles. Il guaio è che, «in un certo numero di casi (proprio così: un certo numero di casi!), il principio dell’autodeterminazione dei popoli rimane inadempiuto», cosa di cui Longuet si mostra addolorato.

Voci interrompono il cortese oratore: lo si qualifica di avvocato della Germania! J. Longuet si difende energicamente dall’accusa di sostenere la causa della Germania, ove un popolo è calpestato ed oppresso, contro la Francia, nella persona dei carnefici che la governano: «I miei amici in Germania – esclama – erano coloro che insorgevano contro il Kaiser, che subivano anni ed anni di prigione, e alcuni dei quali hanno dato la vita per la causa che noi difendiamo». Di quale "causa" esattamente si tratta? La causa «della riparazione del diritto violato nel 1871», o quella della distruzione dell’ordine borghese? Longuet si dimentica di precisarlo. I cadaveri di Liebknecht e di Rosa Luxemburg gli servono di scudo contro gli attacchi degli imperialisti francesi. Da vivi, gli eroi del comunismo tedesco coprivano di disprezzo i Longuet, questi azionisti del blocco imperialista ad una delle cui ali stava lo zar: da morti, si prestano egregiamente a far colpo sugli operai francesi con la finzione di una supposta amicizia, e a gettare il loro martirio ai cani rabbiosi dell’imperialismo francese come un osso graziosamente offerto.

Finita questo elegante operazione, J Longuet parla dell’«eloquente discorso del nostro amico Vandervelde». Faccio il conto: tre righe appena separano l’evocazione del martirio di Liebknecht e Rosa Luxemburg dall’accenno al "nostro amico Vandervelde". Là dove la vita ha scavato un abisso, là dove fra Liebknecht e Vandervelde non c’è che il disprezzo del rivoluzionario per il rinnegato, l’amicizia del cortese Longuet abbraccia in un solo amplesso l’eroe e il traditore. Ma non basta. Volendo legalizzare la sua stima (nel senso parlamentare del termine) per Liebknecht, Longuet si rifà alla testimonianza del regio ministro Vandervelde, il quale ha riconosciuto (e chi meglio di lui potrebbe saperlo?) che due uomini hanno salvato l’onore del socialismo tedesco: Liebknecht e Bernstein. Ma Liebknecht considerava Bernstein un miserabile lacchè del capitalismo. Ma Bernstein considerava Liebknecht un pazzo e un delinquente. Che importa? Sul palcoscenico del parlamentarismo agonizzante, in quest’atmosfera artificiale di menzogna e convenzione, il cortese Longuet accomuna senza sforzo Liebknecht, Vandervelde e Bernstein, come, poco prima, aveva accomunato Renan, Lenin e Wilson.

I tirapiedi dell’imperialismo in parlamento, tuttavia, non hanno alcuna fretta di seguire Longuet sul terreno comune che egli con la sua eloquenza concima: no, essi non cederanno un pollice delle loro posizioni! Qualunque sia il giudizio di Vandervelde su Liebknecht e Bernstein, i socialisti belgi hanno pur votato per il trattato di Versailles. «Dica, signor Longuet: i socialisti belgi hanno, sì o no, votato il trattato di pace? (Benissimo! Benissimo!)». Ora, lo stesso J. Longuet, per rabberciare in qualche modo, sia pure in ritardo, la propria nomea socialista, si dispone a votare contro il trattato di cui ha preparato l’avvento con tutto il suo contegno passato. Evita quindi, semplicemente, di rispondere. Sì o no? I suoi "amici" hanno, sì o no, votato per lo sconcio, infame trattato di Versailles, intriso di crudeltà, ingordigia e bassezza? J. Longuet tace. I fatti non rilevati dalla tribuna parlamentare sono, in pratica, inesistenti: nulla obbliga J. Longuet a ricordare le turpi azioni del "suo eloquente amico Vandervelde", quando ha la possibilità di citarne i fioriti, stilizzati discorsi...

E poi... Vandervelde! Il Belgio! La violazione della neutralità! «Su questo punto, siamo tutti d’accordo»; tutti denunciamo questo attentato all’indipendenza del piccolo paese! È vero che anche i tedeschi hanno protestato, un po’ in ritardo. Che farci? Così va la storia. «La coscienza del popolo oppresso e ingannato si ridesta solo lentamente, per gradi – spiega malinconicamente Longuet – Non è avvenuto lo stesso da noi, quarantasette anni fa, dopo la caduta dell’Impero?» E, nello stesso istante in cui i tirapiedi del capitalismo aguzzano le orecchie in attesa che Longuet dica, chissà mai: il nostro popolo non sopporta ancor oggi i vostro gioco? Non è ingannato, calpestato, avvilito, da voi? Non è trasformato nel boia delle nazioni? Si è mai vista un’epoca in cui un popolo, per volontà e tirannide dei suoi governanti, abbia sostenuto una parte indegna, più criminale, più assassina, di quella oggi recitata dal popolo francese asservito? – in questo preciso istante, il cortese Longuet scarica quarantasette anni dalle spalle del popolo francese per mettere a nudo la banda di violentatori criminali che inganna e calpesta il popolo non nel vittorioso governo di Clémenceau, ma in quello di Napoleone III da tempo abbattuto e ormai di gran lunga superato nelle sue turpitudini!

Ma ecco il cortese parlamentare riprendere in mano il suo bisturi innocuo. «Voi sostenete Noske e i suoi 1.200.000 soldati, che possono formare domani, contro di noi, i quadri di un esercito poderoso». Straordinaria accusa! Perché mai questi rappresentanti della Borsa non dovrebbero sostenere Noske? Il vincolo di un odio comune contro il proletariato rivoluzionario li unisce! Ma questa, che è la sola, la vera questione, per J. Longuet non esiste. Egli vorrebbe intimorire i suoi colleghi con lo spettro dell’esercito di Noske in marcia "contro di noi". Contro chi? Noske ammazza Rosa Luxemburg, Liebknecht e gli Spartachisti. "Contro di noi" forse contro i comunisti francesi? No, contro la Terza Repubblica, contro l’anonima statale Clémenceau-Barthou-Briand-Longuet.

Di nuovo l’Alsazia Lorena. Di nuovo «su questo siamo tutti d’accordo». Certo, è spiacevole che non si sia tenuto un plebiscito, tanto più che "noi" non avevamo nulla da temerne. Del resto, le prossime elezioni ne terranno il posto. Nel frattempo, il signor Millerand eseguirà in Alsazia-Lorena il patriottico lavoro di epurazione e educazione necessario affinché il futuro plebiscito possa definitivamente conciliare la delicata coscienza giuridica di J. Longuet con le dure realtà della politica Foch-Clémenceau. Longuet implora una cosa sola: che questo lavoro di epurazione sia eseguito con misura, onde «non mettere a repentaglio le simpatie profonde dell’Alsazia e della Lorena per la Francia». Umanizzate un tantino Millerand, e tutto andrà per il meglio in questo migliore dei mondi possibili...

Il capitale francese si è impadronito del bacino carbonifero della Saar. Non si tratta, qui, di «riparazioni di diritti violati», e nessun cronista zelante ha trovato sul posto delle «simpatie profonde». Qui non v’è che un atto di banditismo aperto, chiaro come la luce del sole. Longuet ne è addolorato. Longuet ne è afflitto. Considerazioni umanitarie a parte, «il carbone della Saar non è, dicono gli esperti, della qualità migliore». Non si poteva, chiede Longuet, ottenere dalla Germania crocifissa il carbone a "noi" necessario prendendolo nel bacino della Ruhr? Avremmo un carbone di qualità di gran lunga superiore, e ci risparmieremmo le difficoltà parlamentari in tema di autodecisione dei popoli. Non c’è che dire: al signor deputato, il senso pratico non manca.

Certo, Longuet è internazionalista. Lo riconosce egli stesso, e chi meglio di lui potrebbe saperlo? Ma che cos’è l’internazionalismo? «Noi non l’abbiamo mai concepito nel senso della menomazione delle patrie, e la nostra è così bella, che non abbiamo bisogno di contrastare gli interessi di nessun’altra nazione». (Coro degli amici: Benissimo! Benissimo!). L’internazionalismo di Longuet impedisce affatto a questa bella patria, di cui Foche e Clémenceau dispongono a piacere, di utilizzare l’alta qualità del carbone della Ruhr. Basta che lo si faccia nel rispetto della tornite forme parlamentari, che, come si vede, tutti i nostri amici approvano.

J. Longuet passa quindi all’Inghilterra. Se, nel giudizio sulla politica del suo paese, si era fatto scudo di Renan, in compagnia altrettanto rispettabile ora scende nell’arena della politica britannica. Non potendo fare a meno di parlare dell’Irlanda, «mi si conceda di ricordare i grandi uomini di Stato inglesi, Gladstone, e Campbell-Bannerman»: se l’Inghilterra avesse concesso la libertà all’Irlanda, la federazione fra i due paesi sarebbe un fatto bell’è compiuto.

Avendo così assicurato il bene dell’Irlanda coi metodi del grande statista Gladstone, J. Longuet inciampa in nuove difficoltà: anche la Francia ha più di una Irlanda. Longuet cita la Tunisia «Permettetemi, signori, di ricordarvi che questo paese ha sostenuto per la Francia, durante la guerra, i più nobili e gravi sacrifici. Dei 55.000 combattenti che Tunisi ha dato alla Francia, circa 45.000 sono rimasti uccisi o feriti: lo dicono le cifra ufficiali. E noi abbiamo ragione di affermare che questa nazione ha conquistato con i suoi sacrifici il diritto a un po’ più di giustizia e a un po’ più di libertà». (Coro degli amici: Benissimo! Benissimo!). Poveri, infelici arabi tunisini gettati dalla borghesia francese nel crogiolo ardente della guerra, triste carne da cannone che si è immolata sui campi di battaglia della Somme e della Marne, senza sapere per chi e per cosa, come i cavalli in arrivo dalla Spagna e i buoi in arrivo dall’America! Questa disgustosa vergogna sul cupo teatro della guerra è presentata dal J. Longuet come un nobile, alto sacrificio che, prima o poi, la libertà dovrà coronare. Dopo le chiacchiere insulse sull’internazionalismo e sull’autodecisione dei popoli, il diritto degli arabi tunisini ad uno straccetto di libertà diventa una specie di mancia, che la Borsa, generosa perché ben pasciuta, cedendo alle sollecitazioni di uno dei suoi sensali in parlamento getta ai propri schiavi! No, non c’è limiti allo sfacelo del parlamentarismo!

Ma veniamo alla Russia. Col tatto che lo distingue J. Longuet rivolge, a guisa di introduzione, un inchino profondo a Clémenceau: «Non abbiamo qui unanimemente applaudito il signor Clémenceau quando, dall’alto di questa tribuna, ci ha letto il paragrafo che annulla l’indecorosa pace di Brest-Litovsk?» All’evocazione della pace di Brest-Litovsk, J. Longuet dà in escandescenze: «La pace di Brest-Litovsk – esclama – è un monumento alla crudeltà e dell’impudenza del militarismo prussiano». Longuet sprizza fulmini e tuoni. È chiaro: le folgori parlamentari contro il trattato di Brest-Litovsk, che la rivoluzione si è da tempo messa sotto i piedi, compongono per le delicate operazioni critiche dell’onorevole deputato sulla pace di Versailles uno sfondo dei più felici.

J. Longuet si dichiara per la pace con la Russia dei Soviet. Inutile dirlo, in modo non compromettente, dio guardi! Longuet conosce alla perfezione la giusta via che condurrà alla pace: lo stessa che prese Wilson, quando inviò nella Russia sovietica il suo plenipotenziario Bullitt. Il senso e il fine della missione Bullitt sono ormai sufficientemente noti. Le sue condizioni rappresentavano una copia aggravata delle clausole di Von Kühlmann e Czernin a Brest-Litovsk: smembramento della Russia da un lato, sua spoliazione economica dall’altro. Ma... cerchiamo per le nostre variazioni oratorie qualcosa di diverso, Wilson (e chi non lo sa?) è fautore dell’autodecisione dei popoli, mentre Bullitt... «Considero il signor Bullitt come uno degli uomini più onesti, più leali, meglio intenzionati, che abbia mai conosciuti». Che piacere, imparare dal signor Longuet che alla Borsa americana l’integrità è pur sempre quotata, e che in seno al parlamento francese esistono deputati in grado di valutare al giusto prezzo la virtù americana!

Resa così giustizia alla benevolenza dei signori Clémenceau e Bullitt verso la Russia, Longuet non lesina i suoi elogi alla Repubblica dei Soviet. «Nessuno crederà – dice – che il regime sovietico si sia potuto mantenere per due anni, se non avesse dalla sua le più larghe masse del popolo russo. Senza di ciò, non avrebbe potuto allestire un esercito di 1.200.00 uomini, che è guidato dai migliori ufficiali della vecchia Russia e combatte con l’entusiasmo dei volontari del 1793». Eccoci al punto culminate del discorso del signor Longuet. Ricordando gli eserciti della Convenzione, egli si immerge nella tradizione nazionale, dissimula tutti gli antagonismi di classe, si unisce in eroici ricordi a Clémenceau, e, nello stesso tempo, crea una formula storica per l’adozione indiretta della Repubblica dei Soviet e dell’esercito sovietico da parte dell’Europa.

Questo è Longuet. Questo è il socialismo ufficiale francese. Questo è, nella sua espressione particolarmente "democratica", il parlamentarismo della Terza Repubblica. Routine e fraseologia, astuzia e vuotaggine, menzogne dolciastre, giri e rigiri di un avvocatucolo che, in tutta serietà, scambia la sua miserabile tribuna per l’arena immensa della storia!

Nell’ora in cui la lotta fra le classi divampa in tutta la sua asprezza, nell’ora in cui le idee storiche appaiono armate fino ai denti e, nella loro contesa, è il ferro che decide, quale umiliazione, quale offesa per la nostra epoca, i "socialisti" alla Longuet! L’abbiamo visto: si inchina a destra, fa una riverenza a sinistra, eleva preci al grande Gladstone che tradì l’Irlanda, si genuflette a sua nonno Carlo Marx che odiava e disprezzava l’ipocrita Gladstone, e tesse le odi del beniamino dello zar, Viviani, primo presidente del consiglio della guerra imperialistica. Accomuna Renan e la rivoluzione russa, Wilson e Lenin, Vandervelde e Liebknecht; poggia i "diritti dei popoli" sul piedistallo del carbone della Ruhr e delle ossa degli Arabi tunisini; e compiute queste mirabolanti imprese, di fronte alle quali inghiottire della stoppa ardente è un gioco da bambini, rieccolo davanti a noi, cortese incarnazione del socialismo ufficiale, mirabile coronamento del parlamentarismo francese.

È tempo di finirla con questo lungo malinteso. I problemi e i compiti che la classe operaia francese deve risolvere sono troppo grandi, e posti con troppa crudezza, perché si possa sopportare oltre la convivenza dell’ignobile longuettismo con la grande realtà della lotta proletaria per la conquista del potere. Più di qualunque altra cosa, abbiamo bisogno di chiarezza e verità. Ogni operaio deve sapere esattamente chi è l’amico e chi il nemico, chi il compagno d’armi fidato e chi il vile traditore. Liebknecht e Rosa Luxemburg sono nostri: Longuet e Vandervelde devono essere gettati con la borghesia, senza pietà, nello stesso immondezzaio, da cui cercano invano di sgattaiolare per la via socialista. Il nostro tempo esige idee chiare e parole franche, preludio a gesti franchi ed atti chiari.

Via da noi i logori scenari del parlamentarismo, i suoi chiaroscuri, le sue illusioni ottiche. Il proletariato di Francia ha bisogno dell’aria schietta e pura della sua strada, di un’idea precisa in testa, di una ferma volontà in cuore, di un buon fucile in mano. L’igiene politica chiede con urgenza che si faccia piazza pulita del longuettismo. E se il discorso del signor Longuet ha destato in me un sentimento per il quale il troppo cortese linguaggio parlamentare non trova un’espressione adatta, al temine di questa lettera io penso con gioia al magnifico lavoro di pulizia che l’ardente proletariato di Francia eseguirà nel lurido e cadente edificio della Repubblica borghese, quando si appresterà ad assolvere il suo ultimo compito storico.
 

Trotzki

(Da Die Kommunistische Internazionale, nn. 7-8, novembre 1919).


 [Richiamandosi a questa "lettera", il 14 febbraio 1920 Lenin rincarerà la dose della denunzia del longuettismo, e in genere delle posizioni democratiche-parlamentari e di centro in Francia, Germania ed Austria, nelle "Note di un pubblicista", apparse nel numero 9 dello stesso periodico].
   
 
 
 
 
 
 
 
 
 


PARTE II
DUE MESSE A PUNTO DI IL SOVIET
 
 
    «La partecipazione alle elezioni per gli organismi rappresentativi della democrazia borghese e l’attività parlamentare, pur presentando in ogni tempo contini pericoli d deviazione, potevano essere utilizzati per la propaganda e la formazione del movimento nel periodo in cui, non delineandosi ancora la possibilità di abbattere il dominio borghese, il compito del partito si limitava alla critica ed alla opposizione. Nell’attuale periodo aperto dalla fine della guerra mondiale, dalle prime rivoluzioni comuniste e dal sorgere della III Internazionale, i comunisti pongono come obiettivo diretto dell’azione politica del proletariato di tutti i paesi la conquista rivoluzionaria del potere, alla quale tutte le forze e tutta l’opera di preparazione devono essere dedicate.
    «In questo periodo è inammissibile ogni partecipazione a quegli organismi, che appaiono come un potente mezzo difensivo borghese destinato ad agire tra le file stesse del proletariato, e in antitesi alla struttura e alla funzione dei quali i comunisti sostengono il sistema dei consigli operai e la dittatura proletaria.
    «Per la grande importanza che praticamente assume l’azione elettorale, non è possibile conciliarla con l’affermazione che essa non sia il mezzo per giungere allo scopo principale dell’azione del partito: la conquista del potere; né è possibile evitare che essa assorba tutta l’attività del movimento, distogliendolo dalla preparazione rivoluzionaria...»
Da Tesi della frazione comunista astensionista del P.S.I., maggio 1920.


La circolare Zinoviev non apparve sulla stampa socialista che nei primi mesi del 1920; era d’altra parte chiarissimo, in ripetute martellanti dichiarazioni dei principali esponenti bolscevichi, che la questione tattica del "parlamentarismo rivoluzionario" passava in secondo piano di fronte ai problemi cruciali della formazione del partito sulla base della linea di demarcazione invalicabile della presa violenta del potere, della dittatura proletaria, e della centralizzazione che di tutto ciò rappresentava, per Lenin, Trotzki e tutti i veri comunisti, la necessaria premessa: quindi, dell’antidemocrazia di principio.

Per gli astensionisti della Frazione Comunista del P.S.I., era della massima importanza chiarire che, su quei punti di dottrina, non solo non v’era per essi alcuna esitazione, ma che la loro proclamazione e difesa costitutiva il vero centro di gravità della corrente rappresentata, con larga base nazionale, dal Soviet. La Frazione si opponeva al massimalismo elettorale, che nelle questioni di principio sbandava paurosamente e faceva della partecipazione alle elezioni, contro le direttive dei bolscevichi, una pregiudiziale tanto imperiosa da imporre l’unità con la destra riformista e il sacrificio di una reale e non retorica preparazione rivoluzionaria delle masse nell’arroventato dopoguerra. Ma si opponeva anche all’anarchismo, al sindacalismo-rivoluzionario e all’operaismo, negatori in vario modo e misura del partito e della dittatura o, persino, della lotta politica. Importava ribadire – come appunto nei due testi che pubblichiamo, preludio al Secondo Congresso mondiale – come l’astensionismo comunista discendesse non da principi teorici divergenti dal marxismo più ortodosso, ma, nel quadro di quest’ultimo, riaffermato in tutta la sua estensione e potenza, da una valutazione del peso negativo e addirittura rovinoso della tradizione elettoralistica nei paesi a capitalismo avanzato e a secolare struttura politica democratica.

In essi, e solo in essi – dove la prospettiva era la rivoluzione proletaria pura, diversamente che nella Russia zarista, o nei paesi in cui la rivoluzione borghese attendeva ancora di compiersi – l’astensionismo costituiva, a nostro avviso, un indispensabile strumento di preparazione ideologica delle masse alla battaglia rivoluzionaria, un mezzo decisivo di selezione dalla Destra e dal più equivoco Centro nel seno dei vecchi partiti socialisti, e un banco di prova della serietà dell’adesione alla III Internazionale fuori dagli entusiasmi superficiali e dalle fin troppo interessate «mode»: insomma, un reagente pratico nella profilassi contro il longuettismo dei Longuet e il cripto-longuettismo dei Cachin, dei Frossard, dei Serrati o degli Smeral.

Il tempo ha dato amare conferme di quella valutazione critica – in franca e serena polemica con Mosca, ma in perfetto parallelismo con le grandi tesi di principio vigorosamente proclamate dai bolscevichi – e i testi che riproduciamo possono a buon diritto considerarsi anticipatori di un futuro in cui essa diverrà non il tema di un dibattito, ma uno dei punti fermi della riscossa proletaria e della sua vittoria mondiale.
 
 
 
 
 


1. LA TERZA INTERNAZIONALE E IL PARLAMENTO
(Il Soviet, 11 aprile 1920)

La circolare del C.E. dell’Internazionale Comunista firmata da Zinoviev e pubblicata in Comunismo nn. 8 e 9 ci costringe a tornare ancora una volta sulla vessata questione del parlamentarismo. Su di esso la circolare nelle sue prime parole così si esprime: «L’attuale fase del movimento rivoluzionario ha posto all’ordine del giorno, nella forma più aspra, tra le altre questioni, quella del parlamentarismo».

Valgano queste parole come risposta per coloro che dicono che noi abbiamo fatto di essa una specie di incubo, che noi soli diamo ad essa un’importanza eccessiva, mentre è una questione di tattica e non di programma, e perciò di carattere secondario.

Abbiamo già varie volte detto che per noi le questioni di tattica hanno un valore grandissimo, perché esse indicano l’azione che i partiti debbono svolgere; essi discutono le questioni di programma precisamente per ricavarne le direttive tattiche, altrimenti invece di essere partiti politici sarebbero congregazioni di sognatori.

Tra i socialdemocratici ed i comunisti ciò che li divide non è già la finalità lontana che tutti e due vogliono raggiungere, ma precisamente la tattica, e la divisione è così profonda che in Germania e altrove tra le due parti è corso non poco sangue. Non si vorrà sostenere che ciò sia secondario e di poca importanza.

Noi siamo d’accordo nell’ammettere che la questione del parlamentarismo vada distinta in due questioni. Sulla prima, cioè sulla necessità di abbattere il parlamentarismo per dare tutto il potere ai Soviet, non vi dovrebbe essere disaccordo tra i partiti, e quindi tra gli iscritti ad essi, aderenti alla III Internazionale, perché questo costituisce il caposaldo, la spina dorsale del programma suo. Diciamo dovrebbe perché a questo dovere si sottrae il P.S.I., di cui una notevole parte sostiene palesemente il concetto inverso ed un’altra non meno notevole non si è resa conto per nulla dell’antitesi profonda che vi è tra parlamentarismo e potere soviettista. Forse per la conoscenza di questo ibridismo equivoco che esiste nel nostro Partito i compagni della III Internazionale, mentre si rivolgono agli altri partiti, non si occupano di quello italiano. Attendono forse che esso esca dall’equivoco? E staranno freschi ad aspettare!

Per quanto riguarda la seconda questione, che «possono essere sfruttati i parlamenti borghesi al fine dello svolgimento della lotta di classe», non ci sembra esatto, secondo quanto afferma la circolare, che essa non sia in alcun rapporto con la prima questione.

Se si riconosce che vi è una profonda antitesi tra la concezione parlamentare e quella soviettista, bisogna pur riconoscere che sia necessario preparare spiritualmente le masse a rendersi conto di questa antitesi, a familiarizzarsi con l’idea della necessità di abbattere il regime parlamentare borghese e di costituire i soviet. I partiti che sostengono questo programma possono efficacemente svolgere la loro propaganda al solo patto di non svalorizzarlo nel modo più assoluto con l’azione, accettando essi stessi di partecipare alla funzione dei parlamenti. Ciò specialmente nei paesi in cui tale partecipazione è stata valorizzata dalla lunga consuetudine e dal credito che a tali organi è stato dato proprio da quei partiti che oggi vorrebbero sostenere al riguardo un concetto opposto.

Questi partiti hanno educato con persistenza le masse a che esse diano suprema importanza ai parlamenti, predicando che tutto il potere statale appartiene ad essi e che, sol che si riesca a conquistarne la maggioranza, si è padroni assoluti del potere.

A maggior ragione una campagna elettorale a contenuto antiparlamentare non può essere fatta insieme sotto la medesima bandiera, in nome e con la disciplina del medesimo partito, da coloro che almeno a parole domandano l’abbattimento «dal di dentro» del parlamento borghese e coloro che continuano a considerarlo dal punto di vista della socialdemocrazia.

Gli esempi di Zinoviev adduca a sostegno della sua tesi non sono convincenti. Dire che i bolscevichi russi abbiano partecipato alle elezioni della costituente per spazzar via questa 24 ore dopo, non è dimostrare che si sia sfruttato in pro della rivoluzione il parlamentarismo borghese. Evidentemente i bolscevichi parteciparono alle elezioni perché in quel momento non sentirono di avere forza sufficiente per impedire le elezioni della costituente, altrimenti ciò avrebbero fatto. Appena ebbero la coscienza di essere forti abbastanza, si decisero all’azione. Questa forza essi non potettero acquistare in virtù della loro partecipazione alla lotta, né potettero acquistarne almeno la coscienza, perché i risultati elettorali non furono, e fortunatamente, a loro favorevoli. Forse, se ciò fosse avvenuto, la costituente non l’avrebbero più abbattuta.

Per dimostrare l’inutilità della costituente e di qualsiasi parlamento, o meglio, per dimostrare l’utilità di abbatterli, noi accettiamo che possa giovare l’intervento nelle lotte elettorali, ma solamente in senso negativo ossia senza candidati. Soltanto così può avere reale efficacia presso le masse la dimostrazione dell’antiparlamentarismo, perché essa è concorde nella teoria e nella pratica, non contraddittoria come quella che può essere fatta da quella rinnovellata sirena, l’aspirante parlamentare antiparlamentare.

Così pure non ha valore il ricordare che i bolscevichi parteciparono alla Duma zarista prima della guerra, in una condizione storica profondamente diversa, quando la possibilità di un prossimo abbattimento del regime borghese non era nemmeno un sogno; né è esatto dire che la qualità di parlamentare abbia giovato all’opera rivoluzionaria di Liebknecht durante la guerra, quando questa qualità non fece altro che costringerlo ad un primo voto forzato favorevole ai crediti militari. Accanto a lui ed insieme con lui, non pochi altri martiri affrontarono la medesima lotta, la quale si svolse tutta al di fuori del parlamento, ove non fu permesso neppure di parlare.

L’argomento della relativa immunità che può dare il privilegio parlamentare a qualcuno che ne possa godere non può affacciarsi alla mente di chi sente in sé la profonda fede di votarsi alla causa della rivoluzione, che richiede spirito di sacrificio illimitato.

D’altra parte, quando il deputato compie davvero opera rivoluzionaria e pericolosa, perde la sua garanzia, come provò lo stesso Liebknecht, come i deputati della Duma zarista o del parlamento bulgaro, ecc. Quanto alle mine che i deputati comunisti pongono contro il nemico mentre si trovano nel suo campo, e che sono i loro voti, i loro discorsi, i progetti di legge, ordini del giorno, magari urli, pugni e simili, non vi è da temere: con esse, tutt’al più, si fa saltare in aria... un ministero.

Il C.E. della III Internazionale, ritenendo che gli antiparlamentari siano sindacalisti ed anarchici, si preoccupa di includere questi nel Partito Comunista per tonalizzare in certo qual modo i provenienti dai partiti socialisti più disposti all’azione parlamentare che a quella illegale, cui tendono più degli altri. Perciò, mentre insiste nel dichiarare che la vera soluzione è fuori del parlamento, nella strada, consiglia a quelli l’azione parlamentare e a tutti l’unione, perché non si indeboliscano forze rivoluzionarie che esso mostra in fondo di ritenere più efficaci e decise dei primi.

Senza ripetere ancora una volta quanto sia diverso il nostro antiparlamentarismo da quello dei sindacalisti e degli anarchici, noi conchiudiamo che riteniamo, in perfetto accordo col C.E. della Terza Internazionale, che la questione del parlamentarismo debba essere definita in norma generale. Se però il C.E. crede di averla risolta con la sua circolare, noi sosteniamo che non possiamo accettare la sua risoluzione che non risolve nulla, ma lascia le cose tal quali sono con tutte le loro nocive conseguenze. La questione va posta nel prossimo congresso della Terza Internazionale, per modo che ovunque i partiti aderenti ad essa ne adottino e pratichino disciplinatamente i deliberati.

Non mancheranno in seno al congresso coloro che faranno conoscere tutte le ragioni che consigliamo, a parer nostro, la Terza Internazionale ad adottare in rapporto al parlamentarismo la tattica astensionista che noi sosteniamo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


PARTE III
AL SECONDO CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA
 
«L’epoca rivoluzionaria esige dal proletariato l’uso di sistemi di lotta capaci di concentrare tutta la sua energia, come l’azione delle masse, fino alla sua estrema, logica conseguenza: l’urto diretto, la guerra dichiarata con la macchina statale. A questa meta devono essere subordinati tutti gli altri metodi, per esempio l’utilizzo rivoluzionario del parlamentarismo borghese».
Piattaforma dell’Internazionale Comunista approvata al Primo Congresso dell’IC, 1919.
«Il nostro astensionismo deriva dalla grande importanza che noi diamo al compito politico che nell’attuale periodo storico tocca ai Partiti Comunisti: conquista insurrezionale del potere politico, instaurazione della dittatura del proletariato e del sistema sovietista. Siccome il più grande ostacolo a questa lotta sono le tradizioni e i partiti politici della democrazia borghese e le propaggini che attraverso il socialismo tipo II Internazionale legano questa alle masse operaie, affermiamo indispensabile il troncare ogni contatto fra il movimento rivoluzionario e gli organi rappresentativi borghesi: l’isolamento dalla carogna in putrefazione della democrazia parlamentare».
Le tendenze nella III Internazionale, in "Il Soviet", 23 maggio 1920.


Il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista era stato convocato per obiettivi che andavano molto al di là della questione della partecipazione o meno al parlamento in funzione antiparlamentare, riconosciuta dai bolscevichi d’importanza secondaria rispetto ai grandi compiti posti al proletariato rivoluzionario dalla Prima Guerra imperialistica e dal periodo di violenti sussulti sociali da essa inaugurato.

Si trattava di dare un indirizzo sicuro ed omogeneo ai partiti che o avevano già aderito all’Internazionale nell’anno trascorso dalla sua fondazione, o si disponevano ad entrare sotto la suggestione della grande esperienza rivoluzionaria russa e sotto l’irresistibile spinta delle masse dovunque scese in lotta contro un capitalismo che aveva chiesto loro il sacrificio della vita sui campi di battaglia e ora le ricompensava con la miseria, la disoccupazione, la violenza.

Come è detto nel preambolo alle "condizioni di ammissione", il pericolo per la giovane organizzazione mondiale del proletariato non era già di non poter essere il polo di attrazione delle masse rivoluzionarie, che ad essa e a Mosca guardavano dovunque con entusiasmo e con speranza, ma di "diventare, in un certo senso, di moda", attirando nelle proprie file partiti e organizzazioni che una lunga tradizione parlamentare, riformista, democratica, rendeva impervi ai fini e ai mezzi scultoreamente riassunti nella premessa ai suoi Statuti: «L’Internazionale Comunista si dà per fine la lotta armata per il rovesciamento della borghesia internazionale e la creazione della repubblica internazionale dei Soviet, prima tappa sulla via della completa soppressione di ogni regime governativo...; considera la dittatura del proletariato come l’unico mezzo disponibile per strappare l’umanità agli orrori del capitalismo... e il potere dei Soviet come la forma di dittatura del proletariato che la storia impone»; trae dalla guerra imperialistica la rinnovata conferma che «l’emancipazione dei lavoratori non è un compito locale, né nazionale, ma sociale e internazionale...; rompe per sempre con la tradizione della Seconda Internazionale per cui in realtà non esistevano che i popoli di razza bianca», proponendosi di assicurare col suo meccanismo organizzativo «ai lavoratori di ogni paese la possibilità di ricevere in ogni momento, dai lavoratori organizzati degli altri paesi, tutto l’aiuto possibile».

Nel momento in cui i Longuet e i Dittmann, i Macdonald e i Serrati, rendevano un omaggio verbale a questi luminosi obiettivi, mostrando nel fatto, con la caparbia renitenza a rompere con la destra, di considerarli un libro chiuso con sette sigilli (né si poteva d’altronde supporre che, come Paolo sulla via di Damasco, vi si fossero improvvisamente convertiti, e in veste di penitenti ansiosi di riscattarsi bussassero ora alle porte dell’Internazionale Comunista), urgeva elevare un argine insuperabile sia all’infiltrazione dell’opportunismo nelle file di un esercito sceso in campo per abbatterlo, sia al suo possibile ritorno in forza, in situazioni meno ardenti, per non aver noi tracciato fin dall’inizio con sufficiente chiarezza l’invalicabile confine, scavato dalla storia in seno al movimento operaio, fra gradualismo e comunismo, tra riforma e rivoluzione, fra democrazia e dittatura di classe. Urgeva insomma ristabilire i cardini della dottrina marxista integrale, battendo in breccia la traditrice destra e il subdolo centro e, compito mille volte più lieve, martellando questi principi fondamentali, queste indispensabili armi della vittoria rivoluzionaria nelle giovani e sane forze proletarie che, per reazione ad essi, nutrivano gravi preconcetti sulla questione del potere, del partito, della dittatura.

Tutte le tesi del Secondo congresso furono rivolte a tale lavoro di sgombero del terreno dalla mala erba del riformismo, e parallelamente dalle malattie generate in senso opposto – anarco-sindacalismo, operaismo, antipartitismo – dalla sua lunga azione devastatrice sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria. Come gli Statuti e i celebri 21 Punti erano volti sul parlamentarismo, sulla questione nazionale e coloniale, sul lavoro nelle organizzazioni economiche del proletariato, sulle condizioni per la creazione dei Soviet, sui compiti fondamentali dell’I.C.. È noto che ad esso la frazione comunista astensionista diede non solo un’entusiastica adesione, ma un contributo rilevante, battendosi (in buona parte con successo) perché le condizioni di ammissione fossero non pur attenuate – come parve a momenti che si volesse – ma rese assai più vincolanti e categoriche. Poté farlo perché, come documentano i testi pubblicati nei volumi I e I bis della nostra Storia della Sinistra, di quei principi-cardine essa aveva fatto non dal 1920 la sua bandiera, e le tesi da essa adottate in maggio a Firenze li ribadivano senza possibilità di equivoco, in un parallelismo che nessuna corrente internazionale poteva ancora vantare con le fondamentali tesi consegnate in quegli anni alla storia – per non citare altro – in Stato e Rivoluzione e ne Il rinnegato Kautsky di Lenin, e in Terrorismo e Comunismo di Trotzki.

Persisteva, e persistette, il dissenso sulla questione del "parlamentarismo rivoluzionario", ma nessuno – meno che mai i superopportunisti bottegoni [del PCI] che al comunismo pretendono di richiamarsi – ha il diritto di trasformare questo dissenso tattico in un’antitesi di principio, o – che è il colmo dell’impudenza – erigersi a paladini dell’ortodossia leninista trincerandosi dietro una mentita fedeltà alle direttive propugnate in campo parlamentare da Lenin. Basta la lettura parallela delle due tesi – parlamentariste-rivoluzionarie e astensioniste marxiste – per constatare che identico è il giudizio sulla funzione controrivoluzionaria dell’istituto parlamentare, identico il rifiuto di esso come via per giungere al socialismo e come forma della dittatura di classe, identico l’obiettivo: abbatterlo. Il dissenso verte sulla opportunità o meno di servirsi della tribuna – non altro che tribuna! – elettorale e parlamentare come strumento sussidiario di agitazione e propaganda per la sua distruzione.

Il giudizio negativo della Sinistra astensionista marxista, suffragato da argomenti che non hanno nulla di comune con quelli dell’anarchismo, del sindacalismo o dell’operaismo, poggia sul bilancio non accademico né metafisico di lunghi decenni di lotte proletarie nell’Occidente avanzato, dove il morbo parlamentare e democratico ha più profonde radici e la rivoluzione proletaria in gestazione nelle viscere dell’economia e della società capitalistiche non ha più da innestarsi, come in Russia, sul tronco di una rivoluzione borghese attardata; dove, quindi, si impone una tattica ancor più diretta di quella, pur rigidissima, usata dai bolscevichi nella preparazione alla conquista del potere. L’insegnamento dei comunisti russi era stato quello, stupendo, dell’applicazione integrale del programma marxista in una situazione che, isolata dal suo contesto mondiale, avrebbe giustificato – per la pedanteria dei Kautsky o dei Plekhanov 1917 – una minore "durezza", un uso meno radicale della scopa antidemocratica e antiparlamentare. In Occidente – ragionava la Sinistra – a malattia incancrenita s’imponevano più drastici rimedi, e uno di questi, il rifiuto di "servirsi" del meccanismo elettorale e parlamentare a qualunque scopo, sia pure dichiaratamente eversivo, avrebbe avuto il pregio supplementare di favorire una rapida e forse immediata selezione dei comunisti dalle molteplici varianti del criptoriformismo.

Non è irriverenza, da parte di chi come noi con le unghie e coi denti difende Lenin – cioè il marxismo – contro le innumerevoli falsificazioni dei collitorti spudoratamente invocanti il suo nome, dire che a questo argomento cruciale gli astensionisti marxisti non ricevettero allora risposta, né da lui né, tanto meno, da Bucharin, come si può ben vedere dai discorsi che più oltre riproduciamo. Questi sono viziati dalla preoccupazione – in sé sacrosanta – che da giuste premesse (la frase è di Lenin) possano trarsi conclusioni sbagliate nel senso dell’infantilismo anarchico, sindacalista ed operaista, e, mentre riconoscono che tale accusa non può essere rivolta al punto di partenza delle tesi degli astensionisti marxisti, evitano di entrare nel merito della questione di fondo delle deduzioni tattiche nel mondo occidentale, per spezzare un’ennesima, giustissima lancia contro gli argomenti non nostri, ma altrui.

Sacrosanta la polemica contro l’infantile astrattismo di chi predica il rifiuto per principio di "qualunque compromesso": ma il richiamo non colpiva noi. Commemorando Lenin nel febbraio 1924, proprio la Sinistra dirà (Lenin nel cammino della rivoluzione, discorso riprodotto nel n. 3, 1924, di "Prometeo"): «Quale è la critica essenziale di Lenin agli errori di “sinistra”? Egli condanna ogni valutazione tattica che, invece di richiamarsi al realismo positivo della nostra dialettica storica e al valore degli atteggiamenti e degli espedienti tattici, si renda prigioniera di ingenue formule astratte, moralistiche, mistiche, estetiche da cui scaturiscono d’improvviso risultati del tutto estranei al metodo nostro. Tutta la rampogna al frasario pseudorivoluzionario, che viene spesso a prendere arbitrariamente il posto dei veri argomenti marxisti, non solo è giusta, ma è perfettamente intonata a tutto il quadro del grandioso lavoro di restaurazione dei valori rivoluzionari “sul serio”, dovuto a Lenin. Tutti gli argomenti tattici che si basano sulla fobìa di certe parole, di certi gesti, di certi contatti, su una pretesa purezza e incontaminabilità dei comunisti nell’azione, sono roba da ridere, e costituiscono lo sciocco infantilismo contro cui Lenin si batte, figlio di pregiudizi teorici borghesi di sapore antimaterialista. Sostituire alla tattica marxista una dottrinetta morale è una balordaggine».

Ansiosi che noi – riconosciuti come identificabili con gli antiparlamentaristi a sfondo anarchico – cadessimo nell’irrealismo idealistico di questi, gli oratori usarono argomenti polemici che noi sapevamo soltanto tali ma che rischiavano di ricreare il buio là dove si era appena fatta luce.

Sacrosanta la battaglia contro l’"astensionismo sindacale", ma invocare la vitale necessità per i comunisti di essere presenti ed attivi nei sindacati operai, anche se diretti da riformisti e da questi portati tendenzialmente ad inserirsi nel meccanismo statale borghese, come argomento a favore della partecipazione rivoluzionaria al parlamento, significava – o meglio poteva far credere, contro le stesse intenzioni di chi si serviva di quest’arma polemica – che fosse lecito porre sullo stesso piano un’organizzazione di puri proletari e un istituto di governo borghese, quest’ultimo, fra l’altro, da distruggere per elevare su di esso la dittatura proletaria, l’altra destinata a permanere, sia pure con funzione diversa, dopo la conquista del potere. E significava equiparare l’azione di agitazione e propaganda svolta in seno al sindacato, cioè nelle file della propria classe e sul terreno dal quale nascono le prime fondamentali spinte del conflitto fra capitale e lavoro – il terreno degli interessi economici e delle determinazioni materiali – all’azione da svolgere in seno a un organismo politico borghese, e in un ambiente e struttura interclassista, organicamente destinato ad alimentare nei proletari l’illusione che esista un terreno comune fra le classi, e che la "sovranità popolare" non sia un mito.

Sacrosanta la polemica contro chi riconosce soltanto la formula: "o rivoluzione o nulla"; ma essa non tocca la corrente che dirigerà il partito nel 1921-22, e che, nella Tesi di Roma 1922 e Lione 1926, cercherà di dare sistemazione organica a tutti i problemi della tattica internazionale comunista, anche e soprattutto a quelli relativi a situazioni non rivoluzionarie. Più che giusto il richiamo all’estremismo parolaio di chi andava "costruendo" i Soviet sulla carta (e contro cui da tempo noi ci battevamo), ma pericoloso – non per le deduzioni che sapevamo molto bene non ne avrebbe tratte Lenin, ma per quelle che sarebbero stati pronti a trarne i falsi Lenin in trentaduesimo – dire che i Soviet non sono sempre a portata di mano, il parlamento per adesso lo è; come se i primi non fossero degli organi di battaglia e di potere proletario e il secondo un organo di dominio della borghesia, e come se, a quella stregua, non si potesse dagli opportunisti invocare (come osservò stupefatto e preoccupato il rappresentante della frazione comunista astensionista) l’andata un bel giorno al governo in regime borghese.

Quanto al dubbio che il nostro astensionismo esprimesse un’infantile e, dal punto di vista rivoluzionario, criminosa paura delle responsabilità, valgano a diradarlo – se è necessario – le pagine che riportiamo più oltre (parte IV), e dalle quali – se mai Bucharin avesse in anni successivi rifatto il bilancio critico dell’attività parlamentare dei partiti comunisti – avrebbe dovuto concludere che gli unici da cui si fosse avuta prova di seria e coerente applicazione del parlamentarismo rivoluzionario erano... gli astensionisti perché i soli a non portare con sé nelle campagne elettorali o alla Camera (quando ci andarono per disciplina, senza rinnegare nulla del proprio punto di vista) la zavorra di nostalgie democratiche, perché i soli pronti, lì come nello scontro diretto fra le classi, a lottare a viso aperto.

La storia ha tragicamente provato che erano più che legittimi i nostri amari presagi sulla possibilità che da conclusioni tattiche opinabili (quindi, per noi e per Lenin, non tali da giustificare una scissione), e da un’audacia polemica in Lenin mai disgiunta dalla più "settaria" e "dogmatica" fedeltà ai principi, si deducessero premesse e conclusioni sbagliate e infine si perdesse tutto il marxismo, teoria e prassi. Noi gridammo in sei anni di lotta in seno all’Internazionale che il "realismo" di Lenin non doveva servir di pretesto al progressivo abbandono dei principi.

Dicevamo ancora nel citato discorso del 1924: «Noi ci rifiutiamo di far tradurre il realismo marxista di Lenin nella formula che ogni espediente tattico sia buono ai nostri fini. La tattica influisce a sua volta su chi la adopera, e non si può dire che un vero comunista, col mandato della vera Internazionale e di un vero partito comunista, può andare dovunque con sicurezza che non sbaglierà. “Allargare” oltre ogni limite la possibilità dei progetti tattici non viene ad urtare contro le stesse nostre conclusioni teoretiche e programmatiche, punti di arrivo di un vero esame “realistico” controllato da una continua e vasta “esperienza”? Noi riteniamo illusoria e in contrasto con i nostri principî una tattica che si illuda di sostituire al rovesciamento e alla demolizione della macchina statale borghese, caposaldo dimostrato così vigorosamente da Lenin, la penetrazione di non sappiamo qual cavallo di Troia entro la macchina stessa, la illusione – veramente pseudo-rivoluzionaria e piccolo borghese – di farla saltare col sasso tradizionale. La situazione, finita nel ridicolo, dei ministri comunisti sassoni [1923] dimostra questo: che non si può prendere la fortezza statale capitalistica con stratagemmi che risparmiano l’assalto frontale delle masse rivoluzionarie. È un grave errore far credere al proletariato che si posseggono di questi espedienti per facilitarne la dura via, per “economizzare” sul suo sforzo e il suo sacrificio. In Lenin, noi affermiamo, la valutazione tattica, spregiudicata fin che si vuole nel senso che egli meno che ogni altro si lasciava guidare da suggestioni sentimentali estemporanee e da cocciutaggini formalistiche, non abbandonò mai la piattaforma rivoluzionaria: ossia la sua coordinazione alla finalità suprema e integrale della rivoluzione universale».

L’Internazionale Comunista non è certo degenerata perché Lenin credesse nel 1920 alle potenzialità favorevoli del parlamentarismo rivoluzionario nei paesi "democratici" d’Europa occidentale; ma, nel corso della lunga degenerazione in cui gli uomini, i partiti e i programmi dovettero subire la prova implacabile della controrivoluzione, la storia ha irrimediabilmente giudicato questa lontana controversia tattica a sola confusione dei rinnegati del comunismo.
 
 
 
 
 
 
 


1. TESI DI LENIN-BUCHARIN SUI PARTITI  COMUNISTI E IL PARLAMENTARISMO APPROVATE AL II CONGRESSO
 

1a. Introduzione di Trotzki: La nuova epoca e il nuovo parlamentarismo

L’atteggiamento dei partiti socialisti verso il parlamentarismo consisteva in origine, all’epoca della Prima Internazionale, nell’utilizzare i parlamenti borghesi a scopi di agitazione. La partecipazione al parlamento era considerata dal punto di vista dello sviluppo della coscienza di classe del proletariato nella sua lotta contro la classe dominante.

Questo atteggiamento si modificò sotto l’influenza non della teoria, ma dell’evoluzione politica. Grazie all’aumento incessante delle forze produttive, e all’ampliarsi del campo di sfruttamento capitalistico, il capitalismo e con esso gli Stati parlamentari raggiunsero una prolungata stabilità. Ne derivarono l’adattamento della tattica parlamentare dei partiti socialisti all’attività legislativa "organica" dei parlamenti borghesi e l’importanza sempre maggiore della lotta per le riforme nel quadro del capitalismo, il predominio del cosiddetto programma minimo della socialdemocrazia e la trasformazione del programma massimo in una piattaforma di discussione su un molto remoto "fine ultimo". Su questa base si svilupparono i fenomeni del carrierismo parlamentare, della corruzione, del tradimento palese o nascosto dei più elementari interessi della classe operaia.

La posizione della Terza Internazionale verso il parlamentarismo non è determinata da una nuova dottrina, ma dal mutamento nel ruolo dello stesso parlamentarismo. Nell’epoca passata, il parlamento, come strumento del capitalismo in ascesa, svolgeva, in un certo senso, un’opera storicamente progressiva. Ma, nelle condizioni attuali di imperialismo sfrenato, il parlamento è divenuto uno strumento di menzogna, di inganno, di violenza, e di snervante logorrea. Di fronte alle devastazioni, alle rapine, alle violenze, agli atti di brigantaggio e distruzione dell’imperialismo, le riforme parlamentari, prive di qualunque pianificazione e consistenza, perdono ogni importanza pratica per le masse lavoratrici. Come la società borghese nel suo complesso, così anche il parlamentarismo perde la sua stabilità. Il passaggio dall’epoca organica all’epoca critica crea le basi per una nuova tattica del proletariato nel campo del parlamentarismo. Per esempio, il partito operaio russo (il Partito bolscevico) poté elaborare il nocciolo del parlamentarismo rivoluzionario fin dall’epoca precedente perché già dal 1905 la Russia aveva perduto il suo equilibrio sociale e politico ed era entrata nel periodo delle tempeste e dei sommovimenti.

Quando certi socialisti che inclinano verso il comunismo si richiamano al fatto che nei loro paesi l’ora della rivoluzione non è ancora giunta e si rifiutano di rompere con gli opportunisti parlamentari, essi partono in fondo, coscientemente o semicoscientemente, da una valutazione dell’epoca attuale come di un’epoca di relativa stabilità dell’imperialismo, e pensano che su questa base, nella lotta per le riforme, una coalizione con i Turati e i Longuet possa dare risultati pratici.

Il comunismo deve invece partire da una chiara visione teorica del carattere dell’epoca presente (apogeo del capitalismo, sua autonegazione e autodistruzione imperialistica, ininterrotto aumento delle guerre civili, ecc.). Le forme dei rapporti e raggruppamenti politici possono essere diverse nei diversi paesi. Ma il nocciolo rimane dovunque lo stesso. Si tratta per noi della preparazione politica e tecnica diretta dell’insurrezione del proletariato, della distruzione del potere statale borghese, e della instaurazione di un nuovo potere statale proletario.

Oggi il parlamento non può, in nessun caso, essere per i comunisti il teatro della lotta per le riforme, per il miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice, come lo fu in certi momenti dell’epoca passata. Il centro di gravità della vita politica si è completamente spostato fuori dal parlamento, e in modo definitivo. D’altra parte, la borghesia, a causa non solo dei suoi rapporti con le masse lavoratrici, ma anche dei complicati rapporti reciproci all’interno della classe borghese, è costretta a realizzare, in un modo o nell’altro, una parte delle sue misure attraverso il parlamento, dove le varie cricche si contendono il potere, serbano la loro forza, tradiscono i loro punti deboli, si compromettono, ecc.

Il compito storico immediato della classe operaia consiste quindi nello strappare questi apparati dalle mani delle classi dirigenti, nell’infrangerli, nel distruggerli, e nel sostituirli con nuovi organi di potere proletari. Nello stesso tempo, lo stato maggiore rivoluzionario della classe operaia è straordinariamente interessato ad avere i suoi portavoce nelle istituzioni parlamentari della borghesia per facilitare questo compito di distruzione. Ne risulta con estrema chiarezza la differenza radicale fra la tattica del comunista che entra nel parlamento con obiettivi rivoluzionari e la tattica del parlamentare socialista. Questi parte dal presupposto di una relativa stabilità, di una durata indefinita del regime attuale, si pone il compito di ottenere con ogni mezzo delle riforme ed è interessato a che ogni conquista delle masse sia da queste considerata un merito del parlamentarismo socialista (Turati, Longuet, ecc.).

Al vecchio parlamentarismo capitolardo subentra il nuovo parlamentarismo, inteso come uno degli strumenti per la distruzione del parlamentarismo in generale. Le ignobili tradizioni della vecchia tattica parlamentare spingono alcuni elementi rivoluzionari nel campo degli antiparlamentaristi per principio (I.W.W., sindacalisti rivoluzionari, partito operaio comunista di Germania). Tenuto conto di questo fenomeno, il Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista formula le seguenti tesi.
 
 
 
 
 
 

1b. Le Tesi: Il comunismo, la lotta per la dittatura del proletariato e l’utilizzo dei parlamenti borghesi

I

1. Il parlamentarismo come sistema statale è divenuto la forma "democratica" di dominio della borghesia, la quale, a un certo grado del suo sviluppo, ha bisogno della finzione di una rappresentanza popolare che, mentre esteriormente appare come l’organizzazione di una "volontà del popolo" al di sopra delle classi, in realtà è uno strumento di oppressione e soggiogamento nelle mani del capitale imperante.

2. Il parlamentarismo è una determinata forma di ordinamento dello Stato. Perciò, esso non può in nessun caso essere una forma della società comunista, che non conosce né classi, né lotta di classe, né potere statale di sorta.

3. Il parlamentarismo non può neppure essere la forma dell’amministrazione proletaria dello Stato nel periodo di transizione dalla dittatura della borghesia alla dittatura del proletariato. Nel momento di lotta di classe inasprita, che trapassa in guerra civile, il proletariato deve inevitabilmente costruire la sua organizzazione statale come organizzazione di combattimento in cui non siano ammessi i rappresentanti delle vecchie classi dominanti. In questo stadio, ogni finzione di una "volontà generale del popolo" è direttamente nociva al proletariato. Il proletariato non ha bisogno di alcuna divisione parlamentare del potere; essa gli è nefasta. La forma della dittatura proletaria è la Repubblica dei Consigli.

4. I parlamenti borghesi, che costituiscono i più importanti ingranaggi della macchina statale della borghesia, non possono essere conquistati così come il proletariato non può conquistare lo Stato borghese in generale. Il compito del proletariato consiste nel far saltare la macchina statale della borghesia, nel distruggerla e, insieme con essa, distruggere gli istituti parlamentari, poco importa se repubblicani o monarchico-costituzionali.

5. Lo stesso vale per le istituzioni municipali della borghesia, che è teoricamente erroneo contrapporre agli organi dello Stato. In realtà, essi sono appunto quegli ingranaggi del meccanismo statale della borghesia, che il proletariato rivoluzionario deve distruggere e sostituire con Consigli locali di operai.

6. Il comunismo nega dunque il parlamentarismo come forma del futuro ordine sociale. Lo nega come forma della dittatura di classe del proletariato. Nega la possibilità di una duratura conquista del parlamento; si pone il compito di distruggere il parlamentarismo. Perciò si può parlare soltanto di utilizzo degli istituti statali borghesi ai fini della loro distruzione. In questo e soltanto in questo senso è lecito porre la questione.
 
 

II

7. Ogni lotta di classe è una lotta politica, perché è in definitiva una lotta per il potere. Ogni sciopero che si estenda a tutto un paese diventa un pericolo per lo Stato borghese, e quindi assume carattere politico. Voler abbattere la borghesia e distruggerne lo Stato significa dover condurre una lotta politica. Creare un apparato proletario di classe – qualunque esso sia – per l’amministrazione e per la repressione della resistenza della borghesia, significa conquistare il potere politico.

8. La questione della lotta politica non si identifica dunque con la questione dell’atteggiamento verso il parlamentarismo. Essa è la questione generale della lotta di classe proletaria che, da piccole lotte parziali, si trasforma in lotta per l’abbattimento dell’ordine capitalista in generale.

9. Il metodo più importante di lotta del proletariato contro la borghesia, cioè contro il suo potere statale, è prima di tutto il metodo delle azioni di massa. Queste sono organizzate e dirette dalle organizzazioni rivoluzionarie di massa del proletariato (sindacati, partiti, soviet) sotto la direzione generale di un partito comunista compatto, disciplinato e centralizzato. La guerra civile è una vera e propria guerra. In essa il proletariato deve possedere un buon corpo politico di ufficiali, un buon stato maggiore politico, che diriga tutte le operazioni su tutti i campi di battaglia.

10. La lotta delle masse è tutto un sistema di azioni in sviluppo continuo, che assumono forme sempre più aspre e portano logicamente alla insurrezione contro lo Stato capitalistico. In questa lotta che si trasforma in guerra civile, il partito dirigente del proletariato deve assicurarsi di norma tutte le posizioni legali possibili, farne dei punti di appoggio sussidiari della sua attività rivoluzionaria e subordinarle al piano della campagna principale, la campagna della lotta delle masse.

11. Uno di questi punti d’appoggio sussidiari è la tribuna del parlamento borghese. Contro la partecipazione alla lotta parlamentare non si può in nessun caso addurre l’argomento che il parlamento è un istituto statale borghese. Il Partito comunista entra in questo istituto non per svolgervi un lavoro organico, ma per aiutare le masse, dall’interno del parlamento, a distruggere con la propria azione la macchina statale della borghesia e il parlamento stesso. (Esempi: l’attività di Liebknecht in Germania, dei bolscevichi nella Duma zarista, nella "Conferenza democratica" e nel "Preparlamento" di Kerenski, nella "Costituente" e nelle dume cittadine, e, infine, l’azione dei comunisti bulgari).

12. Questo lavoro in seno al parlamento, che serve essenzialmente all’agitazione rivoluzionaria dalla tribuna parlamentare, allo smascheramento del nemico, e all’unificazione ideologica delle masse – le quali sono prigioniere, soprattutto nei paesi arretrati, di illusioni democratiche, e i cui occhi sono ancora rivolti alla tribuna parlamentare – deve essere completamente subordinato ai fini e ai compiti della lotta extraparlamentare delle masse.

La partecipazione alle campagne elettorali e la propaganda rivoluzionaria dall’alto della tribuna parlamentare, rivestono una particolare importanza per la conquista politica di quegli strati della classe operaia (come per esempio le masse lavoratrici delle campagne) che sono rimasti finora estranei alla vita politica.

13. I comunisti, se ottengono la maggioranza nelle istituzioni municipali, devono: a) condurre un’opposizione rivoluzionaria contro il potere centrale borghese; b) fare di tutto per aiutare la popolazione più povera (misure economiche, organizzazione o tentativi di organizzazione di milizie operaie armate ecc.); c) mostrare in ogni occasione i limiti che il potere statale centrale borghese oppone ad ogni riforma veramente radicale; d) svolgere su questa base una propaganda rivoluzionaria decisa, senza temere i conflitti col potere statale; e) in date circostanze, sostituire le amministrazioni comunali ecc. con soviet operai locali. L’intero lavoro dei comunisti nelle istituzioni municipali deve quindi far parte integrante della loro attività generale per l’abbattimento dello Stato capitalistico.

14. La campagna elettorale non deve mai essere una caccia al più gran numero possibile di seggi, ma una mobilitazione rivoluzionaria delle masse per le parole d’ordine della rivoluzione proletaria. La lotta elettorale deve essere condotta dall’intera massa degli iscritti al partito, non dal solo strato dirigente. Tutte le azioni di massa (scioperi, dimostrazioni, fermento tra i soldati e i marinai, ecc.), che si verifichino in quel particolare momento devono essere sfruttate lavorando in strettissimo contatto con esse. Tutte le organizzazioni proletarie di massa devono essere mobilitate per un lavoro attivo.

15. Quando tutte queste condizioni, come pure quelle contenute in istruzioni particolari, siano osservate, l’attività parlamentare è l’esatto opposto del sudicio politicantismo praticato dai partiti socialdemocratici di tutti i paesi, che vanno in parlamento per sostenere questa istituzione "democratica" o, nel migliore dei casi, per "conquistarla". Il Partito comunista può essere soltanto per l’utilizzo rivoluzionario del parlamentarismo nello spirito di Karl Liebknecht, di Hoeglund e dei bolscevichi.
 
 

III

16. L’"antiparlamentarismo" di principio, nel senso di un rifiuto assoluto e categorico della partecipazione alle elezioni e dell’azione parlamentare rivoluzionaria, è dunque una dottrina ingenua, infantile, che non regge alla critica; una dottrina che trae a volte origine da un sano disgusto per i politicanti parlamentari, ma, nello stesso tempo, non vede le possibilità di un parlamentarismo rivoluzionario. Inoltre questa dottrina è spesso legata ad una concezione del tutto erronea della funzione del partito, che vede nel Partito comunista non l’avanguardia centralizzata dei lavoratori, ma un sistema decentrato di gruppi legati solo da vincoli deboli ed elastici.

17. D’altra parte, dal riconoscimento in linea di principio dell’attività parlamentare non segue in alcun modo che si debba partecipare in tutte le circostanze a date elezioni e sedute del parlamento. Ciò dipende da tutta una serie di condizioni specifiche. In certi casi può essere necessaria l’uscita dal parlamento. Così agirono i bolscevichi quando abbandonarono il Preparlamento, per farlo saltare, togliergli subito ogni forza, e contrapporgli brutalmente il Soviet di Pietrogrado, che era alla vigilia dell’insurrezione; così agirono quando sciolsero la Costituente e spostarono il centro di gravità degli avvenimenti politici verso il III Congresso dei Soviet. In altri casi, possono essere necessari il boicottaggio delle elezioni e l’immediata, violenta eliminazione dell’intero apparato statale e della cricca parlamentare borghese, o anche una partecipazione alle elezioni combinata col boicottaggio del parlamento.

18. Perciò, pur riconoscendo in regola generale la necessità di partecipare alle elezioni, ai parlamenti centrali e agli organi dell’autogoverno locale, e di lavorare in queste istituzioni, il Partito comunista deve decidere la questione in concreto, partendo dalle peculiarità specifiche del momento. Il boicottaggio delle elezioni o del parlamento, come pure l’uscita dal parlamento stesso, sono ammissibili in particolare quando esistono i presupposti immediati del passaggio alla lotta armata.

19. In tutto ciò, si deve sempre tener presente il carattere relativamente secondario di questa questione. Poiché il centro di gravità risiede nella lotta extraparlamentare per il potere politico, va da sé che la questione della dittatura proletaria e della lotta delle masse per questa dittatura non può essere messa sullo stesso piano con la questione particolare dello sfruttamento del parlamentarismo.

20. Perciò l’Internazionale Comunista afferma con la massima energia che ritiene un grave errore ogni scissione o tentativo di scissione in seno ai partiti comunisti su questa questione e per questo solo motivo. Il Congresso invita tutti coloro che stanno sul terreno della lotta delle masse per la dittatura proletaria sotto la guida di un partito centralizzato del proletariato rivoluzionario, di un partito che eserciti la sua influenza in tutte le organizzazioni di massa della classe lavoratrice, a realizzare la più completa unità dei gruppi comunisti, malgrado possibili divergenze di idee sul problema dell’utilizzo dei parlamenti borghesi.
 

(Da Manifestes, Thèses et Résolutions des quatre premiers Congrès Mondiaux de l’Internazionale Communiste, Paris, 1934).

 
 
 
 
 
 
 
 


2. TESI DELLA FRAZIONE COMUNISTA ASTENSIONISTA SUL PARLAMENTARISMO
 
[Vedi qui]
 
 
 
 
 
 
 

3. DISCORSO DEL RELATORE SULLA QUESTIONE PARLAMENTARE

Compagni!

Anzitutto vi prego di scusare la mia lingua, che non sarà il tedesco, ma un suo surrogato. Abbiamo diviso il lavoro nel modo seguente: io riferirò sulla questione di principio e sulla soluzione che ne deriva, il compagno Wolfstein riferirà sul lavoro della nostra commissione, e infine ci sarà il contro rapporto del compagno Bordiga, rappresentante del punto di vista secondo cui, in questa epoca di distruzione del sistema capitalistico mondiale, non dovremmo partecipare a nessun parlamento.

E veniamo al punto. Nel porre un problema qualsiasi, dobbiamo sempre partire dalla valutazione dell’epoca concreta. E qui ci imbattiamo in una differenza di principio fra l’epoca precedente, di sviluppo pacifico, e l’epoca attuale, l’epoca del crollo del sistema capitalistico, l’epoca delle guerre di classe, delle guerre civili e della dittatura proletaria.

L’epoca "pacifica" (che del resto non era poi pacifica, se si pensa alle guerre coloniali) può essere caratterizzata come l’epoca di una certa comunanza di interessi fra proletariato e borghesia. Questa comunanza, soprattutto nel proletariato dei paesi capitalistici altamente sviluppati, poggiava sul fatto che questi ultimi conducevano una politica imperialistica grazie alla quale le classi dominanti realizzavano extraprofitti e con essi potevano pagare ai rispettivi proletariati salari più alti. In linea di principio, è un errore credere, come sosteneva Kautsky, che la politica imperialistica non abbia recato alcun vantaggio alla classe operaia. Infatti, dal punto di vista degli interessi contingenti della classe lavoratrice, si potrebbe sostenere che la politica imperialistica fu di una certa utilità, espressa nei più alti salari che si poterono distribuire agli operai attingendo agli extraprofitti dei capitalisti.

Se dunque possiamo considerare questa epoca come l’epoca di una certa comunanza d’interessi tra proletariato e borghesia, la sua seconda caratteristica fu d’essere anche l’epoca dell’integrazione delle organizzazioni operaie nell’apparato statale borghese. Questo fenomeno si rivelò in modo particolarmente smaccato nell’epoca del capitalismo di Stato, quando, di fatto, quasi tutte le organizzazioni operaie – e organizzazioni di massa relativamente grandi – apparvero come parti componenti del sistema capitalistico e del suo apparato di governo. Se, infatti, consideriamo l’atteggiamento dei grandi partiti politici della classe operaia, della socialdemocrazia gialla e dei sindacati, durante la guerra, possiamo constatare che tutte queste organizzazioni di massa diventarono allora parti costitutive del sistema e dell’apparato statale capitalistico, istituzioni nazionali borghesi. Il punto di partenza di questa evoluzione si trova già nell’anteguerra, ed è lecito affermare che, allo stesso modo, le rappresentanze parlamentari dei partiti operai, i loro gruppi parlamentari, si integrarono allora nel parlamento borghese; invece d’essere diretti contro l’insieme del sistema capitalistico in genere, e contro il parlamento borghese in specie, divennero parti integranti dell’apparato parlamentare. Tale fu l’epoca pacifica del capitalismo, e tali sono i fatti che osserviamo anche all’inizio della guerra.

Poi venne la nuova epoca, l’epoca della decadenza capitalistica e delle guerre civili. In essa, la classe operaia abbandonò, in quanto classe, la precedente ideologia a sfondo imperialistico. Questa ideologia, culminata nella parola d’ordine della "difesa nazionale", crollò trascinando con sé tutte le sue manifestazioni secondarie. Da parti integranti del sistema capitalistico, le organizzazioni operaie si trasformarono a poco a poco in strumenti della lotta di classe; cioè da strumenti al servizio del sistema capitalistico divennero strumenti della sua distruzione. Parallelamente si verificò la conversione dei gruppi parlamentari da parti integranti – quali erano – dell’intero apparato parlamentare in strumenti della sua distruzione. E così nacque il nuovo parlamentarismo, di cui i comunisti sono, e hanno di dovere di essere, sostenitori.

Compagni, io non commenterò tutti i paragrafi delle nostre tesi, che sono molto estesi: sceglierò solo qualche punto essenziale su cui soffermarmi. Potremo così risolvere un certo numero di questioni spinose.

Avendo avanti agli occhi due epoche di carattere così diverso, possiamo già dire a priori che il processo di transizione da un’epoca all’altra, dal vecchio al nuovo parlamentarismo, va considerato come un processo che, in ogni determinata fase, porta con sé residui delle concezioni precedentemente circolanti nelle file della classe operaia: quanto più il processo si sviluppa, tanto più queste sopravvivenze svaniranno, ma è un fatto che oggi possiamo ancora chiaramente distinguerle in molti partiti, perfino in partiti che hanno dato la loro adesione all’Internazionale Comunista; è un fatto che l’opportunismo e i partiti oscillanti esistono ancora nel movimento operaio, che l’ideologia della collaborazione con la borghesia sussiste ancora in parte, e questo fatto si rispecchia nella persistenza del vecchio parlamentarismo.

Consideriamo anzitutto il quadro d’insieme dell’attività parlamentare della classe operaia. Prendiamo la composizione dei diversi gruppi parlamentari e avremo un’immagine delle più singolari. Ad esempio, il Partito Socialdemocratico Indipendente tedesco. Questo conta ora 82 deputati. Ma, se analizziassimo la composizione del gruppo parlamentare di questo partito, già di per sé piuttosto moderato e opportunista, otterremmo suppergiù le seguenti cifre: di questi 82 deputati, una ventina appartiene direttamente alla destra, una quarantina al centro e una ventina alla sinistra. La percentuale della destra e del centro, ripeto, nel quadro del Partito Socialdemocratico Indipendente, è dunque piuttosto elevata. Prendiamo ora il Partito Socialista Italiano e il suo gruppo parlamentare. Questo partito aderisce alla III Internazionale, ed è anzi uno dei nostri migliori partiti. Ma, se dividiamo i membri del suo gruppo parlamentare in tre parti, cioè il gruppo Turati-Lazzari, il gruppo Serrati e i cosiddetti Bombacciani, otteniamo le seguenti cifre: il 30 per cento dell’intero gruppo appartiene alla tendenza Turati, il 55 per cento al centro, e il 15 per cento alla sinistra. Il compagno Serrati mi ha dato qualche altra cifra. Secondo lui, i riformisti contano 41 mandati. Si tratta di un dato ufficiale fornito dal compagno Serrati: e, per un partito che si vuole comunista, indica una percentuale altissima. Se passiamo al Partito Socialista Francese, abbiamo 68 parlamentari, di cui 40 riformisti dichiarati in un partito già opportunista e 26 del centro (non nel senso nostro del termine, ma nel senso del centro del Partito Socialista Francese un centro al quadrato); quanto ai comunisti, il loro numero non supera forse i 2. Nel Partito Socialista Norvegese, che è un partito relativamente buono, il gruppo parlamentare è di 19 membri, di cui 11 destri, 6 centristi e 2 comunisti. Del gruppo parlamentare svedese, una parte abbastanza elevata è composta di elementi che non si possono considerare affatto comunisti. A conti fatti, un quadro piuttosto malinconico! La composizione dei gruppi parlamentari è al di sotto di ogni critica. E, se cerchiamo la causa di questo stato di cose, la riconosciamo nel fatto che questi partiti non sono abbastanza chiaramente comunisti e che nel loro ambito si trova un numero notevole di opportunisti. Perciò essi tollerano simili elementi nei gruppi parlamentari.

Passo ora dalla composizione dei partiti all’analisi della loro politica parlamentare, e qui si può a buon diritto affermare che questa politica è lontana dal parlamentarismo rivoluzionario quanto il cielo dalla terra. Prendo di nuovo ad esempio il Partito Socialdemocratico Indipendente. Durante la guerra, quando si doveva fare appello ai popoli per porre fine al massacro, esso si rivolgeva al governo. Ricordo una conversazione avuta a Berlino con Haase. Volendo dimostrarci che faceva del parlamentarismo rivoluzionario, egli ci portò, come la prova migliore, i suoi discorsi, in cui sosteneva che il governo tedesco aveva commesso un abuso inviando truppe in Finlanda, perché queste vi si potevano impiegare a scopi riprovevoli. Dunque, finché le si mandava sul fronte francese, nulla di ridire; l’abuso esisteva solo in direzione della Finlanda. È questa una prova di parlamentarismo non rivoluzionario ma opportunistico.

Prendiamo tutto quanto s’è scritto e detto nel parlamento tedesco in tema di socializzazione. Roba da ridere: non il minimo afflato rivoluzionario. E, per quando mi risulta, il compagno Däumig, parlando ancora nel 1920 di piani di socializzazione, non si è discostato per nulla da questa impostazione opportunistica. O, per esempio, il discorso sulla Costituzione di Oskar Cohn, rappresentante degli Indipendenti. Esso è abbastanza lungo, ma non vi si trova assolutamente traccia di una concezione rivoluzionaria. Ci sentiamo dire che la Costituzione è ammalata: su Noske, non una parola. È il metodo di Kautsky, che, se discute il problema della democrazia borghese, tira in ballo scimmie e selvaggi. Eppure, era una buona occasione per sviluppare in senso rivoluzionario il nostro punto di vista di principio! O ancora la storia della commissione d’inchiesta sui responsabili della guerra. Una vera e propria commedia recitata in base al materiale fornito dal Ministero degli Esteri! Ma è così che gli Indipendenti pretendono di approfondire parlamentaristicamente la questione delle responsabilità del conflitto. Neppure una traccia, anche qui, d’attività rivoluzionaria.

Prendiamo la mozione del compagno Oskar Cohn sull’abrogazione della legge sul fermo precauzionale dei politici. Vi si trova di tutto, fuorché il punto di vista del rivoluzionario comunista. E che dire di quanto abbiamo sentito in questa stessa sede dai delegati del Partito Indipendente? Quando si sono scusati di non averci risposto in tempo, il compagno Dittmann, se non sbaglio, o un altro, ha detto: «Eravamo in periodo elettorale e, data l’importanza della cosa – un’elezione! – non abbiamo potuto redigere subito una lettera di risposta». Ecco un esempio clamoroso, che uccide chi lo dà. Se avete da un lato le elezioni e dall’altro la causa di tutta l’Internazionale, è chiaro per ogni rivoluzionario che egli deve condurre la campagna elettorale sotto le parole d’ordine dell’Internazionale. Mettere a contrasto Internazionale ed elezioni è tutto quel che si vuole, fuorché una posizione conciliabile con il desiderio di appartenere all’Internazionale Comunista. Noi possiamo seguire tutta l’attività parlamentare dei compagni indipendenti e non trovarvi mai l’ombra di un’azione chiara, cosciente del fine da raggiungere, ispirata ai nostri principi. Se prendiamo il Partito Socialista Francese o anche altri partiti, il quadro non è meno triste. Non intendo dilungarmi su di essi, perché un esempio basta a ricostruire l’intera situazione. In tutti questi casi, sia nella composizione che nella tattica del gruppo parlamentare si notano quelle sopravvivenze del vecchio parlamentarismo che noi dobbiamo letteralmente sradicare, perché, fin quando questa pratica, questi metodi, questa composizione dei gruppi parlamentari sussisteranno, non potremo svolgere nessuna attività rivoluzionaria. È assolutamente escluso che una lotta rivoluzionaria possa iniziarsi con un simile ciarpame.

Vengo ora all’altra questione, la questione dell’antiparlamentarismo per principio. Questo antiparlamentarismo è il figlio legittimo dell’opportunismo sopra descritto e dell’attività parlamentare vecchio stile con tutti i suoi malanni. Questo antiparlamentarismo per principio c’è infinitamente più simpatico del parlamentarismo opportunista. Fra i fautori dell’antiparlamentarismo, si possono, credo, distinguere due gruppi principali. Uno che nega assolutamente per principio ogni partecipazione all’attività parlamentare e l’altro che è contro il parlamentarismo per una valutazione specifica delle possibilità che l’azione parlamentare offre. Gli I.W.W. rappresentano oggi la prima tendenza, e il compagno Bordiga, che parlerà dopo di me, la seconda.

Quanto all’antiparlamentarismo per principio, si può dire del primo gruppo che questa dottrina o questa tattica, se la si esamina teoricamente, si basa su una completa confusione dei concetti fondamentali della vita politica. Gli I.W.W., per esempio, non hanno un’idea affatto chiara di che cosa sia propriamente la lotta politica. S’immaginano che uno sciopero generale a carattere economico, diretto di fatto contro lo Stato borghese, ma guidato dai sindacati anziché dal partito politico, non sia una lotta politica. Dunque non capiscono assolutamente che cosa si intende per lotta politica. Confondono la lotta politica con l’attività parlamentare. Credono che per lotta politica si debba intendere unicamente l’attività parlamentare o l’attività dei partiti parlamentari. Non approfondirò questa questione, poiché essa è chiaramente sviluppata nelle nostre tesi, e i compagni non hanno che da prenderne conoscenza. È chiarissimo che l’atteggiamento negativo nei confronti del parlamentarismo si basa su diversi errori di principio, soprattutto su un concetto errato di ciò che è in realtà la lotta politica. Considerato dal punto di vista storico, il parlamentarismo americano mostra tanta bassezza e corruzione che molti elementi onesti passano nel campo dell’antiparlamentarismo per principio. L’operaio non pensa in modo astratto: egli è un empirico che fa per le spicce e, se non gli si può dimostrare empiricamente che il parlamentarismo rivoluzionario è possibile, egli semplicemente lo rifiuterà. Questi elementi che hanno visto solo i lati negativi e le bassezze del parlamentarismo, passano in gran parte nel campo dell’antiparlamentarismo per principio.

Vengo ora al secondo gruppo, qui rappresentato dal compagno Bordiga. Egli sostiene che non si deve confondere la sua posizione con l’antiparlamentarismo di principio, e io devo dire che il suo punto di vista, considerato formalmente, parte da premesse tutte e soltanto teoriche. Il compagno Bordiga afferma che proprio perché l’epoca attuale è un’epoca di lotte di massa del proletariato, un’epoca di guerre civili, ci si deve astenere, solo per questo specifico punto di vista storico, dall’andare in parlamento. Tale la sua opinione. Ma io credo possibile dimostrare che fra la tattica del compagno Bordiga e quella degli antiparlamentaristi per principio esiste un ponte.

Il compagno Bordiga ha preparato un corpo di tesi, ed ecco che vi leggiamo: «È necessario spezzare la menzogna borghese secondo cui ogni scontro fra partiti avversi, ogni lotta per il potere, debba svolgersi nel quadro del meccanismo democratico, attraverso campagne elettorali e dibatti parlamentari, e non vi si riuscirà senza romperla col metodo tradizionale di chiamare gli operai alle elezioni, e senza smetterla con lo spettacolo di delegati del proletariato che agiscono sullo stesso terreno parlamentare di quelli dei suoi sfruttatori». Qui il compagno Bordiga sembra sostenere che un delegato della classe operaia per il solo fatto di trovarsi in una camera fisicamente accanto ad un borghese collabori con la borghesia. È un’idea ingenua, degna degli I.W.W.

Alla fine del paragrafo 9 leggiamo delle sue tesi leggiamo: «Perciò i partiti comunisti non otterranno mai un largo successo nella propaganda del metodo rivoluzionario, se non poggeranno il loro lavoro diretto per la dittatura del proletariato e per i consigli operai sull’abbandono di ogni contatto con l’ingranaggio della democrazia borghese». Prima un contatto fisico in una camera era già un peccato, e tutto andava a catafascio. Ma qui l’errore è ancor più grave, perché non sempre si hanno a disposizione dei Soviet. Il compagno Bordiga riconosce con noi che non si può procedere all’organizzazione immediata dei Soviet operai in tutti i paesi. I Soviet sono organi di combattimento del proletariato; se le condizioni che rendono possibile questo combattimento mancano, non ha alcun senso creare dei Soviet, perché essi si trasformerebbero in appendici filantropico-culturali di altre istituzioni puramente riformistiche, e v’è il serio pericolo che i Consigli operai si organizzino secondo il modello francese, in cui un paio di individui si riuniscono in associazioni pacifiste e umanitarie, prive di qualunque valore rivoluzionario.

I Soviet per ora non esistono; ciò che esiste è il parlamento borghese. Le nostre tesi dicono che noi dobbiamo avere in esso i nostri agenti e informatori rivoluzionari. Che essi lavorino a fianco a fianco con i borghesi è un’obiezione del tutto negativa e illogica, anche se ben comprensibile dal punto di vista sentimentale. Sotto il profilo della logica e della convenienza rivoluzionaria, il punto essenziale è che noi comunisti affermiamo: v’è una possibilità di andare al parlamento per cercare di distruggerlo dall’interno. Un tempo, i gruppi parlamentari, integratisi nel parlamento, erano divenuti parti costitutive del sistema in quanto tale. Ora noi vogliamo svolgere la nostra attività in modo da contrapporre sempre più l’uno all’altro il sistema parlamentare e i nostri gruppi. Inutile dire che è per noi pregiudiziale che l’attività parlamentare sia coordinata con i movimenti delle masse operaie.

Ma riprendiamo le tesi del compagno Bordiga. Anzitutto una piccola osservazione. Io sostengo che alcuni compagni abbracciano una forma di antiparlamentarismo per principio perché temono di agire come parlamentari rivoluzionari; perché questo terreno presenta secondo loro troppi pericoli, ed essi cercano di eludere un compito riconosciuto estremamente difficile. Non dico questo del compagno Bordiga, ma nella sua frazione ci sono elementi del genere. È impressione che scaturisce dal paragrafo 12 delle sue tesi, dove si scrive: «La natura stessa dei dibattiti che hanno per teatro il parlamento e gli altri organi democratici esclude ogni possibilità di passare dalla critica della politica dei partiti avversi ad una propaganda contro il principio stesso del parlamentarismo, ad un’azione che oltrepassi i limiti del regolamento parlamentare».

Il compagno Bordiga sostiene l’impossibilità tecnica e materiale di utilizzare il parlamento; ma bisognerebbe dimostrarla. Che nella Duma zarista noi ci trovassimo in condizioni migliori che i nostri compagni, oggi, alla Camera italiana, nessuno ha osato dirlo. Perché negare a priori che una azione rivoluzionaria in parlamento sia possibile? Provate, prima di negarlo; provocate degli scandali, fatevi arrestare, organizzate un processo politico in grande stile. Voi non avete fatto nulla di tutto ciò. Bisogna sviluppare sempre più questa tattica, e io sostengo che è possibile. Dei compagni francesi, come Lefèvre, dichiarano che nella Camera francese non si potrebbe mai pronunciare una frase rude contro Clémenceau. Ma nessuno ci si è provato. E per me, questa è paura bell’è buona. Si dice: è rischioso; nel campo della propaganda noi possiamo svolgere un lavoro puramente legale. Qui è il fondo della questione: siccome il terreno è pericoloso, non ci si vuole arrischiare.

Nel paragrafo 10 delle sue tesi il compagno Bordiga adduce il seguente argomento contro le elezioni: «La grandissima importanza che si attribuisce in pratica alla campagna elettorale e ai suoi risultati, il fatto che per un periodo abbastanza lungo il partito consacri ad essa tutte le sue forze e le sue risorse in uomini, in stampa e in mezzi economici, concorre da un lato, malgrado ogni discorso da comizio e ogni dichiarazione teorica, a rafforzare l’impressione che si tratti della vera azione centrale per gli scopi del comunismo, dall’altro conduce all’abbandono quasi completo del lavoro di organizzazione e di preparazione rivoluzionaria, dando all’organizzazione del partito un carattere tecnico affatto contrastante con le esigenze del lavoro rivoluzionario tanto legale, quanto illegale». Può darsi che in Italia sia così, ma voi dovete dimostrarci perché sia necessariamente logico. Se condividete l’opinione di Dittmann, e dite: la lotta elettorale è in contrasto con la causa dell’Internazionale, allora avete ragione.

Ma il nostro punto di vista è che l’intera campagna elettorale dev’essere sviluppata secondo criteri rivoluzionari, e allora quel contrasto sparisce. Non v’è nulla di logicamente contradditorio nel fatto che noi diciamo: dobbiamo condurre l’intera lotta elettorale sotto parole d’ordine rigorosamente rivoluzionarie, per raggiungere gli ambienti in cui l’interesse politico non si è ancora svegliato, per raggruppare i lavoratori in organizzazioni di massa e collegare l’uno all’altro i diversi aspetti della nostra attività. Questo, dite voi, significa uccidere ogni lavoro rivoluzionario. Se il compagno Bordiga ha potuto usare un simile linguaggio, è perché ha visto ben poco di una vera campagna elettorale rivoluzionaria, così come compagni degli I.W.W. non hanno mai conosciuto un parlamentarismo rivoluzionario. Perciò il compagno Bordiga fa simili affermazioni, che tuttavia avrebbe, almeno, il dovere di giustificare razionalmente.

Comunque, secondo me, gli esempi empirici che suffragano la tesi del parlamentarismo rivoluzionario non mancano. Non li ripeto: i nomi sono noti: è l’attività di Liebknecht, di Hoeglund, dei compagni bulgari, di noi bolscevichi. Noi in Russia abbiamo avuto un parlamentarismo rivoluzionario nelle più diverse condizioni storiche: alla seconda Duma, nel Preparamento di Kerensky, nella Costituente. Noi non abbiamo mai temuto di lavorare a fianco a fianco con i borghesi, con i socialrivoluzionari o perfino con i cadetti, perché avevamo una decisa tattica rivoluzionaria, una chiara e netta linea politica. La questione cardinale è lì: è la questione del partito. Se avete un partito veramente comunista, non temerete mai di mandare uno dei vostri uomini nel parlamento borghese, perché egli agirà come un rivoluzionario ha il dovere di agire. Ma, se il vostro partito è un miscuglio in cui il 40% è composto di opportunisti, è certo che questi elementi si intrufoleranno nei gruppi parlamentari, dove si trovano più a loro agio (non a caso sono quasi tutti dei parlamentari), e voi non potrete assolvere i vostri compiti di comunisti rivoluzionari in parlamento.

Ripeto: si i partiti affiliati all’I.C. sono dei veri partiti comunisti, che non ospitano nelle loro file dei riformisti e degli opportunisti; se questa selezione è già avvenuta, avremo la garanzia che il vecchio parlamentarismo ha cessato di esistere, cedendo il posto a un vero parlamentarismo rivoluzionario come metodo sicuro di abbattimento della borghesia, dell’intero apparato statale borghese, e del sistema capitalistico.
 
 
 
 
 
 
 
 


4. DISCORSO DEL RAPPRESENTANTE DEI COMUNISTI ASTENSIONISTI
2 agosto 1920(Da Rassegna Comunista, n. 8, 1921)


[Vedi qui]
 
 
 
 
 
 


5. DISCORSO DI LENIN
2 agosto 1920
 
 
Il compagno Bordiga, evidentemente, ha voluto difendere qui il punto di vista dei marxisti italiani; ma ciononpertanto non ha risposto a nessuno degli argomenti addotti da altri marxisti in favore dell’azione parlamentare.

Il compagno Bordiga ha riconosciuto che le esperienze storiche non si creano artificialmente. Egli ci ha detto or ora che la lotta deve essere portata in un altro campo. Non sa forse che ogni crisi rivoluzionaria è stata accompagnata in Europa di una crisi parlamentare? [I resoconti stenografici del congresso sono spesso scheletrici o lacunosi. Il rappresentante della frazione comunista astensionista a Mosca nel 1920 ricorda che a questa domanda, nel discorso di Lenin, seguì una frase di questo tenore: «Noi non dobbiamo abbandonare un osservatorio che ci permetterà di prevedere con anticipo il momento in cui la classe proletaria guidata dal nostro partito potrà scatenare la lotta per il potere non più coi metodi legali voluti dalle costituzioni del nemico, ma col metodo nostro dell’insurrezione e della violenza armata»].

Egli ha detto, è vero, che bisogna portare la lotta in un altro campo, cioè nei Soviet. Ma il compagno Bordiga stesso ha riconosciuto che i Soviet non possono essere creati artificialmente. L’esempio della Russia dimostra che i Soviet possono essere organizzati o durante la rivoluzione o nell’imminenza della rivoluzione. Nel periodo di Kerensky la composizione dei Soviet (i Soviet menscevichi) era tale che essi non erano assolutamente in grado di costituire un potere statale proletario.

Il parlamento è un prodotto dello sviluppo storico che non si può eliminare dalla faccia della terra finché non si è abbastanza forti per sciogliere il parlamento borghese. Solo quando si è membri del parlamento borghese, si può combattere – partendo dalle condizioni storiche esistenti – la società borghese e il parlamentarismo. Lo stesso mezzo che la borghesia utilizza nella lotta deve essere adoperato – s’intende per fini del tutto diversi – anche dal proletariato. Voi non potete contestare che sia così; ma, se volete contestarlo, dovete prescindere dalle esperienze di tutti gli avvenimenti rivoluzionari del mondo.

Voi avete detto che anche i sindacati sono opportunisti e che anch’essi rappresentano un pericolo; ma, d’altra parte, avete detto che per i sindacati bisogna fare un’eccezione perché sono organizzazioni operaie. Ma questo è esatto solo fino a un certo punto. Anche nei sindacati vi sono elementi molto arretrati: una parte della piccola borghesia proletarizzata, degli operai arretrati e dei piccoli contadini. Tutti questi elementi pensano veramente che i loro interessi siano rappresentati nel parlamento; bisogna lottare contro questa convinzione per mezzo del lavoro nel parlamento e dimostrare con i fatti la verità alle masse. Le masse arretrate non imparano attraverso teorie, ma attraverso esperienze.

L’abbiamo visto anche in Russia. Siamo stati costretti a convocare la Costituente perfino dopo la vittoria del proletariato, per mostrare al proletariato arretrato che essa non poteva dargli nulla. Abbiamo dovuto contrapporre concretamente i Soviet all’Assemblea costituente per fare il paragone tra gli uni e l’altra e presentare i Soviet come unica via d’uscita.

Il compagno Suchi, sindacalista rivoluzionario, ha difeso le stesse teorie, ma la logica non è dalla sua parte. Egli ha dichiarato di non essere marxista, perciò, il suo atteggiamento è comprensibile. Ma se voi, compagno Bordiga, affermate di essere marxista, si può esigere da voi un po’ più di logica. Bisogna sapere in che modo si può distruggere il parlamento. Se poteste distruggerlo in tutti i paesi con una insurrezione armata, sarebbe un gran bella cosa. Voi sapete che in Russia abbiamo dimostrato, non soltanto in teoria, ma anche in pratica, la nostra volontà di distruggere il parlamento borghese. Ma voi avete dimenticato che ciò è impossibile senza una preparazione abbastanza lunga e che, nella maggioranza dei paesi, è ancora impossibile distruggere il parlamento in un sol colpo. Noi siamo costretti a condurre anche nel parlamento la lotta per la distruzione del parlamento. Voi sostituite la vostra volontà rivoluzionaria alle condizioni che determinano l’orientamento politico di tutte le classi della società contemporanea, e perciò dimenticate che noi, per distruggere il parlamento in Russia, abbiamo dovuto dapprima convocare l’Assemblea costituente, per giunta, quando già avevamo vinto.

Voi avete detto: «Il fatto è che la rivoluzione russa è un esempio che non corrisponde alle condizioni dell’Europa occidentale». Ma, per dimostrarcelo, avete addotto un argomento superficiale. Noi abbiamo attraversato un periodo di dittatura della democrazia borghese. Lo abbiamo attraversato rapidamente, quando siamo stati costretti a svolgere l’agitazione per le elezioni dell’Assemblea costituente. E dopo, quando la classe operaia aveva già avuto la possibilità di impadronirsi del potere, i contadini credevano ancora alla necessità del parlamento borghese. In considerazione di questi elementi arretrati, abbiamo dovuto indire le elezioni e dimostrare alle masse con l’esempio, con i fatti, che la Costituente, eletta in un momento di grandissime e generali difficoltà, non esprimeva le aspirazioni e le rivendicazioni delle classi sfruttate. Così, non soltanto noi, non soltanto l’avanguardia della classe operaia, ma anche l’immensa maggioranza dei contadini, i piccoli impiegati, la piccola borghesia, ecc., hanno visto con piena chiarezza l’antitesi tra il potere sovietico e il potere borghese. In tutti i paesi capitalistici esistono elementi arretrati della classe operaia i quali sono convinti che il parlamento sia una vera rappresentanza del popolo e non vedono che vi si fa uso di mezzi poco puliti. Si dice che il parlamento è uno strumento della borghesia per ingannare le masse. Ma questo argomento si ritorce contro voi e le vostre tesi. Come mostrerete alle masse effettivamente arretrate e ingannate della borghesia il vero carattere del parlamento? Come smaschererete tale o tutt’altra manovra parlamentare, la posizione di tale o tal’altro partito, se non entrate nel parlamento, se siete fuori del parlamento? Se siete dei marxisti, dovete riconoscere che i rapporti fra le classi nella società capitalistica e i rapporti tra i partiti sono strettamente legati. Ripeto: come dimostrerete tutto questo se non siete membri del parlamento, si rifiutate di svolgere un’azione parlamentare? La storia della rivoluzione russa ha dimostrato che nessun argomento può convincere le grandi masse della classe operaia, i contadini, i piccoli impiegati, se essi non imparano per esperienza propria.

Si è detto che partecipando alla lotta parlamentare perdiamo molto tempo. Ma è possibile immaginare un’altra istituzione alla quale tutte le classi siano interessate in ugual misura che al parlamento? Un’istituzione simile non può essere creata artificialmente. Se tutte le classi sono spinte a partecipare alla lotta parlamentare, vuol dire che gli interessi e i conflitti si riflettono effettivamente nel parlamento. Se fosse subito possibile organizzare dovunque e d’un tratto uno sciopero generale per abbattere di colpo il capitalismo, la rivoluzione sarebbe già avvenuta in diversi paesi. Ma bisogna tener conto dei fatti, e per ora il parlamento è ancora un’arena della lotta di classe.

Il compagno Bordiga e coloro che condividono il suo punto di vista, devono dire la verità alle masse. La Germania è il migliore esempio della possibilità di un gruppo comunista in parlamento.

Perciò voi dovreste dire apertamente alle masse: "Siamo troppo deboli per creare un partito con una organizzazione fortemente disciplinata". Questa è la verità che si dovrebbe dire. Ma se voi confessate alle masse la vostra debolezza, le masse non diverranno le vostre seguaci, ma le vostre avversarie, le fautrici del parlamentarismo. Se voi diceste: "Compagni operai, noi siamo troppo deboli per creare un partito sufficientemente disciplinato, in grado di costringere i deputati a sottomettersi al partito", gli operai vi abbandonerebbero, dicendosi: "Come potremo organizzare la dittatura del proletariato con uomini così deboli?".

Siete molto ingenuo se credete che, subito dopo la vittoria del proletariato, gli intellettuali, le classi medie, la piccola borghesia diverranno comunisti. E se non avete quest’illusione, dovete fin d’ora preparare il proletariato a procedere a un’epurazione delle sue file. In tutti i campi della vita politica, non troverete neppure un’eccezione a questa regola. Troverete dappertutto degli avvocati opportunisti che si dicono comunisti, dei piccoli borghesi che non riconoscono né la disciplina, né il partito comunista, né lo Stato proletario. Se non preparate gli operai a creare un partito effettivamente disciplinato, il quale costringa tutti i suoi membri a sottomettersi alla sua disciplina, non preparerete mai una dittatura del proletariato. Perciò, credo, voi non volete ammettere che è appunto la debolezza di molti dei nuovi partiti comunisti a spingerli a rifiutare l’attività parlamentare. Sono persuaso che l’immensa maggioranza degli operai effettivamente rivoluzionari ci seguirà, e si pronuncerà contro le vostre tesi antiparlamentari.
 
 
 
 
 
 
 
 


6. REPLICA DEL RAPPRESENTANTE DEI COMUNISTI ASTENSIONISTI
2 agosto 1920

[Vedi qui]
 
 
 
 
 
 
 
 
 


PARTE IV
IL PARLAMENTARISMO RIVOLUZIONARIO

Dopo la decisione del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, a favore delle tesi preconizzanti l’utilizzazione delle campagne elettorali e del parlamento ai fini della propaganda e dell’azione rivoluzionaria, la Sinistra, che diresse il Partito Comunista d’Italia dalla sua fondazione al 1923, si attenne scrupolosamente nella sua azione pratica alla lettera e allo spirito delle tesi di Lenin-Bucharin-Trotzki: anzi si può dire senza tema di smentita che fu la sola a dare, nella fase di ripiegamento dell’ondata postbellica, gli esempi di parlamentarismo rivoluzionario che Lenin auspicava e che Liebknecht aveva incarnato nella fase ascendente della rivoluzione tedesca. È caratteristica a questo proposito l’azione del Partito nella campagna elettorale del 1921, di cui, come mostra il suo "Manifesto", la Sinistra seppe fare un grande movimento di propaganda e mobilitazione politica della classe operaia di fronte all’incalzante offensiva fascista.

Nelle stesse circostanze, l’articolo "Elezioni" difendeva la necessità di partecipare alla campagna elettorale, malgrado le profonde convinzioni astensioniste di numerosi proletari, con argomenti che rivestono una particolare importanza. L’articolo ricorda anzitutto come la situazione del 1921, in cui si contano meno schede elettorali che randellate, fosse di quelle che meglio corrispondevano allo schema tattico leninista del parlamentarismo rivoluzionario e invece si adattavano di meno alla tattica astensionista della Sinistra, ostile alla partecipazione soprattutto nei paesi e nelle fasi di democrazia borghese e di "libertà costituzionali". L’esame della situazione 1921 non costituisce però un argomento decisivo a favore della tattica dell’Internazionale.

Sempre convinta che le tesi parlamentari del Secondo Congresso dovessero essere rivedute, la Sinistra si era tuttavia energicamente pronunciata per la disciplina internazionale e per il centralismo: in quanto Sinistra marxista, essa era prima centralista e solo poi astensionista. Appunto perché la nostra concezione tattica si integrava pienamente nella teoria e nei principi del comunismo, la Sinistra non ricorse mai, per farla valere, al mercanteggiamento di corridoio, alle "situazioni particolari" e, peggio ancora, a quelle "vie nazionali" che servirono di pretesto ai rinnegati per contrabbandare il parlamentarismo più conformista. Nella storia del Partito comunista mondiale, l’astensionismo non doveva entrare dalla porta di servizio, meno che mai per vie traverse, antitetiche alla nostra dottrina.

L’articolo "Nostalgie astensioniste" (1924) e il brano qui riprodotto delle "Tesi di Lione" (1926) contengono la nostra denuncia dell’antifascismo democratico che dal 1924 tendeva a compromettere – e infine sfigurerà completamente – la linea del Partito, non più diretto (per decreto dell’Internazionale ) dalla Sinistra. Per ben valutarne la portata, converrà ricordare brevemente il contesto storico e, in particolare, la situazione del 1924, di cui l’articolo "Nostalgie astensioniste" è in un certo senso la prognosi e le "Tesi li Lione" rappresentano il bilancio politico.

Nei primi mesi del 1924, il P.C.d’I., ora diretto dal Centro e ligio alle direttive "elastiche" del Comintern, si presentò alle elezioni come "Blocco di unità proletaria", nell’illusione di cristallizzare intorno a sé un vasto movimento non tanto e non solo proletario, quanto "popolare", ma non riuscendo a riunire sotto quella confusa bandiera che lo sparuto gruppo dei "terzinternalisti". Ora, come risulta dall’articolo del 28 febbraio, le elezioni, destinate a legittimare il regime fascista, provocarono una prima levata di scudi a favore dell’astensione – levata di scudi derivante non dalle nostre ragioni di stretta ortodossia marxista, ma da pregiudizi costituzionali borghesi, dallo "sdegno" per la "illegalità", le "frodi", le "pastette" e le violenze che caratterizzavano la campagna elettorale, un anticipo della cagnara che si farà trent’anni dopo sulla "legge truffa".

Toccò alla Sinistra difendere la partecipazione alle elezioni non solo in nome della disciplina verso l’Internazionale, ma per reagire ai primi sintomi di nostalgie democratiche, costituzionali e legalitarie serpeggianti nelle nostre file. Una volta sancito internazionalmente il criterio del parlamentarismo rivoluzionario, bisognava praticarlo a fondo e sulle sue vere basi, non trincerarsi dietro la "incostituzionalità" o i rischi di una particolare campagna per disertala, giustificandosi per di più con un astensionismo dettato da reazioni "morali" o da scrupoli di... correttezza democratica.

L’allarme era più che giustificato. Quando, in giugno, scoppiò la crisi Matteotti, la direzione centrista del P.C.d’I. seguì le opposizioni democratiche-borghesi (socialisti inclusi) nel fare della turpe vicenda una "questione morale", uscì dal parlamento, scambiò l’aventinismo per il "cardine del movimento popolare antifascista" e, anche dopo il fallito tentativo di sciopero generale e di fronte unico con i socialisti, insistette nell’offerta di un’azione comune ai partiti e gruppi aventiniani, spingendola fino alla proposta – di schietta marca democratica – di costituirsi in "antiparlamento". Altro che "distruggere il parlamento dall’esterno"! si sarebbe tenuto a battesimo un altro, un più "onesto", un Montecitorio "più legale", "migliore"... Insomma, passò dall’estremo di un astensionismo parlamentare di ispirazione filodemocratica all’estremo opposto di un eccesso di zelo parlamentare di ispirazione ultrademocratica.

Ancora una volta, fu la Sinistra a reagire vigorosamente: se mai v’era situazione in cui aveva un senso il parlamentarismo rivoluzionario, cioè la tattica di servirsi della tribuna parlamentare per denunciare sia il parlamentarismo sia la collaborazione fascismo-democrazia nel difendere le basi della società borghese, era proprio quella. Si era andati in parlamento? bisognava restarci a rischio di farsi manganellare, smascherando a un tempo il "governo degli assassini" e i suoi codardi "oppositori" dell’ultima ora. Si era voluta adottare la tattica del parlamentarismo rivoluzionario? che almeno lo si praticasse, coraggiosamente, invece di ricadere in una nuova e codarda versione del parlamentarismo riformista. Bisognava seguire fino in fondo la propria strada indipendente, mobilitando intorno a parole d’ordine rivoluzionarie le masse, più che mai disposte a battersi nelle città e nelle campagne, e a questo scopo non lasciandosi sfuggire l’occasione unica anche se sussidiaria di utilizzare i megafoni della tribuna parlamentare, disertata da tutti, per ribadire il concetto che la vera soluzione alla crisi andava cercata non lì dentro, ma nelle piazze.

Solo il rifiuto categorico delle "opposizioni" di aderire alle iniziative pur democraticheggianti del P.C.d’I. convinse la direzione gramsciana ad accettare la tesi della Sinistra rientrando a Montecitorio, e non è un caso che a tenere alla Camera, il 12 novembre 1924, l’audace discorso del "rientro", fra urla di minaccia e pugni levati, fosse chiamato proprio un esponente della Sinistra, un componente del vecchio Esecutivo deposto nel 1923: Luigi Repossi, così come non è un caso che il primo discorso nella nuova legislatura sia stato tenuto a nome del Partito, il 14 gennaio 1925, da un altro "astensionista" (non ancora capitolato di fronte a Mosca), Ruggero Greco, non tanto per svolgere la critica della nuova legge elettorale, quanto per riaffermare i principi comunisti della lotta di classe, della conquista violenta del potere e della dittatura proletaria. Il bilancio del periodo aventiniano, fatto dalla Sinistra, si trova infine riassunto nel paragrafo delle "Tesi di Lione" con cui si conclude questo capitolo.

L’ultima battaglia della Sinistra marxista sulla questione parlamentare non fu soltanto un estremo esempio di parlamentarismo rivoluzionario come l’aveva inteso e preconizzato Lenin. Difendendo il parlamentarismo rivoluzionario contro la ricaduta nel parlamentarismo tout court, la Sinistra seppe allora difendere nello stesso tempo il suo tipico astensionismo contro lo "astensionismo contingente" dei democratici antifascisti, pronti a far la spola fra parlamento e "antiparlamento" al solo fine della conservazione dell’ordine borghese.

Dopo la prova dei fronti popolari e dei blocchi di resistenza partigiana in cui l’antifascismo è poi riuscito a trascinare il proletariato, distruggendo i cardini stessi del programma comunista, è un astensionismo integrale e definitivo quello che la Sinistra trasmette alle future generazioni rivoluzionarie.
 
 
 
 
 
 
 


1. ELEZIONI
(Il Comunista, 14 aprile 1921)

Speravamo anche noi, e si capisce il perché, che non si facessero. Ma bisogna deporre ormai ogni speranza. Le elezioni si fanno. Che cosa farà il Partito Comunista?

A parte tutte le modalità che gli organi competenti potranno stabilire, secondo alcuni compagni occorrerebbe porsi la domanda: Deve o no il P.C. partecipare alle elezioni? Secondo me, questo problema non ha ragione di esistere. Per chiare ragioni di disciplina tattica internazionale, il P.C. deve intervenire, ed interverrà, nelle elezioni.

Non intendo dire che il problema della tattica elettorale sia nel seno della Internazionale Comunista definitivamente risolto con le decisioni del Secondo Congresso. Credo anzi che il numero di noi astensionisti sia aumentato in molti Partiti Comunisti occidentali, e non è escluso che la questione torni al prossimo Terzo Congresso. Se questo avvenisse, io sarei per le stesse tesi che presentai e che furono bocciate al Congresso dell’anno scorso: per il migliore svolgimento della propaganda comunista e della preparazione rivoluzionaria nei paesi "democratici" occidentali, nell’attuale periodo di crisi universale rivoluzionaria, i comunisti NON dovrebbero partecipare alle elezioni. Ma finché vigono le tesi opposte di Bucharin e Lenin, per la partecipazione alle elezioni e ai parlamenti con direttive e finalità antidemocratiche ed antisocialdemocratiche, bisogna partecipare senza discutere, e procurare di attenersi a queste norme tattiche. Il risultato di questa azione fornirà nuovi elementi per giudicare se noi astensionisti avevamo torto o avevamo ragione.

C’è qualche compagno astensionista – ed anche qualcuno elezionista – che dice: Ma non si può trovare nelle tesi di Mosca un appiglio per astenersi dalle elezioni senza incorrere in indisciplina? A ciò rispondo anzitutto che l’astensionismo che cerchiamo di far passare dalla porta, non deve entrare dalla finestra, a mezzo di pretesti e sotterfugi. E poi tutte le circostanze in cui ci troviamo in questa campagna elettorale concorrono a rendere più chiara la applicazione delle tesi di Mosca, nello spirito e nella lettera, nel senso della partecipazione.

Rileggano i compagni tutti gli argomenti di Lenin e Bucharin e vedranno che essi corrispondono meglio a circostanze di reazione e di conculcamento della libertà di movimento del partito. Rileggano gli argomenti recati da me, e vedranno che essi si riferiscono soprattutto a situazioni di "democrazia" e libertà, senza, intendiamoci, che io li pensi superati nelle circostanze attuali. Quando Lenin disse: Abbiamo partecipato alla Duma più reazionaria, io risposi che il vero pericolo è nei parlamenti più liberali. Lenin è convinto che un partito veramente comunista può e deve partecipare, ma ammette con me il valore controrivoluzionario della partecipazione nelle condizioni del 1919, con un partito non comunista.

Le due tesi che parlano della eventualità che i partiti comunisti boicottino il parlamento e le elezioni, si riferiscono a circostanze nelle quali «si possa passare alla lotta immediata per prendere il potere». Vorrei che così fosse, ma così oggi non è: non è escluso che domani la situazione si capovolga; ci vorrebbe allora poco a mandare all’aria, con la baracca parlamentare, i comitati elettorali che il nostro partito avrà costituiti.

A Mosca, se avessi accettato i suggerimenti di alcuni compagni, avrei potuto forse ottenere un "allargamento" di quelle eccezioni, ed oggi si potrebbe, forse, applicarle – sebbene noi siamo, ripeto, nelle condizioni specifiche pensate da Lenin per l’utile partecipazione. Ma invece preferii presentare conclusioni nettamente opposte. Ciò ha condotto al beneficio di avere direttive chiare e sicure e di non sentirsi "serrateggiare" col noiosissimo argomento delle "speciali condizioni". La centralizzazione è il cardine del nostro metodo teorico e pratico: come marxista, prima sono centralista, e poi astensionista.

Per altre tesi non successe così. Si rabberciarono alcuni punti per soddisfare piccole opposizioni (ma più grandi della nostra pattuglietta di astensionisti coûte que coûte). La conclusione nell’applicazione di queste tesi, che hanno un po’ smarrita una precisa direttiva teorica, non la ritengo favorevole per l’efficacia e la sicurezza dell’azione rivoluzionaria.

Noi astensionisti fummo i soli che contrapponemmo alle tesi proposte da uomini la cui autorità era ed è giustamente formidabile precise conclusioni in contrario. (Tacevano intanto molti critici della ventesima giornata, che nulla seppero opporre a conclusioni cui si sono poi ribellati). Noi astensionisti dobbiamo anche essere quelli che daranno l’esempio della disciplina, senza sofisticare e tergiversare.

Il Partito Comunista, dunque, non ha ragione di discutere se andrà o no alle elezioni. Esso vi deve andare. Con quali modalità, sarà opportunamente deciso. Con quale obiettivo lo dicono le tesi di Mosca, e si riassume in poche parole: Spezzare il pregiudizio parlamentare, e quindi accettare se invece dei voti si vogliono contare le legnate e peggio. Spezzare il pregiudizio socialdemocratico e quindi volgere le batterie, con inflessibile intransigenza, contro il partito socialdemocratico.

Gli astensionisti sono al loro posto.
 
 
 
 
 
 
 


2. MANIFESTO PER LE ELEZIONI POLITICHE
(Il Comunista, 21 aprile 1921)

Ai proletari italiani

Proletari!

Il Partito Comunista d’Italia scende sul terreno elettorale per riaffermare, in mezzo alle grandi masse del popolo lavoratore, la parola d’ordine, più che mai storicamente attuale e vigorosa, dell’Internazionale comunista e della rivoluzione mondiale.

Un grande lavoro dev’essere compiuto dall’avanguardia proletaria, dai militanti più fedeli e devoti della classe operaia, lavoro di riorganizzazione delle file rivoluzionarie, di ricostruzione delle fedi e della volontà, di riassestamento delle forze necessarie per la difesa e per l’attacco.

Il Partito comunista, ispirandosi agli insegnamenti della storia delle rivoluzioni proletarie moderne e al corpo di dottrine elaborate dal Secondo Congresso mondiale dell’Internazionale comunista, è persuaso della necessità e dell’utilità di servirsi del periodo elettorale per realizzare questi fini, e chiama a raccolta i migliori elementi del proletariato e della classe contadina perché mobilitino intorno alle sue bandiere tutti coloro che hanno conservato, nel caos e nell’angoscia del momento presente, un carattere saldo e il proposito tenace di lottare incessantemente per gli ideali delle classi oppresse e sfruttate, perché rincuorino gli avviliti e i dispersi, perché da questa immane decomposizione delle armate rivoluzionarie italiane si creino le armate nuove della riscossa, e alla Caporetto del massimalismo demagogico e poltrone facciano succedere la Vittorio Veneto proletaria. Questo grande lavoro dev’esser compiuto e sarà compiuto coraggiosamente, con spirito di sacrificio e di disciplina, senz’infatuazione per immediati successi, senza scoraggiamenti per le difficoltà da affrontare con la serenità e la perseveranza che devono essere proprie del rivoluzionario comunista, il quale valuta il momento storico da superare, riconosce la necessità dell’opera specifica da fornire, foggia e salda un nuovo anello della catena storica che conduce all’emancipazione della sua classe e alla liberazione dell’umanità.

Compagni operai!

Da queste elezioni deve risultare con esattezza e precisione qual grado di consapevolezza politica e di chiarezza spirituale abbiano raggiunto le grandi masse popolari italiane. Le elezioni del 1919 sono state il processo della classe dirigente la società italiana, del personale politico borghese che nel 1915 aveva in mano le sorti del popolo e ne fece scempio, che al popolo aveva domandato tutti i sacrifici, promettendo benessere e libertà, e mantenne la promessa accumulando disastri e vergogne, miserie e tirannie. Le elezioni del 1921 devono essere il processo del Partito socialista, del personale politico che le classi popolari, dopo le disillusioni patite nella guerra, avevano scelto nel Partito socialista per farsi rappresentare in Parlamento, per amministrare le istituzioni sindacali, cooperative, municipali.

Alle promesse fatte dalla borghesia durante la guerra, corrispondono le promesse fatte dal Partito socialista dopo l’armistizio: ad un fallimento corrisponde un altro fallimento. Le grandi masse popolari avevano affidato le loro sorti al nuovo personale dirigente, avevano costituito un immenso esercito in campo per la lotta suprema, si mostravano disposte ad affrontare tutti i pericoli e tutte le sofferenze pur di uscire dall’inferno dello sfruttamento capitalista e d’iniziare, protette da un forte Stato proletario, l’opera di elaborazione e di costruzione di una nuova civiltà su basi comuniste. Le incertezze, le esitazioni, le paure del Partito socialista, hanno portato allo sfacelo dell’esercito proletario. Il Partito socialista si è rivelato, specialmente dopo che dalle sue file uscì la minoranza comunista, nient’altro che un partito piccolo-borghese, sprovvisto di spirito internazionalista, senza fede nelle energie rivoluzionarie del proletariato, pervaso d’una grande ammirazione per la democrazia borghese e per la capacità tecnica e politica del capitalismo e dei suoi staffieri, incapace d’organizzare le masse non solo per le supreme vittorie rivoluzionarie, ma anche per la difesa e la conservazione delle conquiste già realizzate e degli istituti di classe. Ogni operaio consapevole del processo storico delle rivoluzioni proletarie deve ormai essere persuaso che la sua classe non riuscirà a procedere oltre in Italia se non passando sul cadavere del Partito socialista, deve ormai essersi persuaso che non è possibile vincer la borghesia se prima non sgombra il campo della lotta da questo cadavere in putrefazione, che svigorisce e spesso annienta le energie proletarie, ritardando il risveglio e l’organizzazione delle grandi masse popolari.

Il Partito comunista, senza esitazioni, senza amarezze sentimentali, sicuro di compiere così una non trascurabile parte della sua missione storica, imposta la sua propaganda per il periodo elettorale, aprendo il fuoco su due fronti: contro l’imperialismo capitalista, ormai capace di soddisfare le esigenze vitali delle masse proletarie solo col piombo e con la mazza ferrata delle guardie bianche – e contro il Partito socialista, che ha rinnegato l’Internazionale Comunista pur d’esimersi dall’aspro dovere di preparare la rivoluzione, che, per non aver voluto sistematicamente preparare la classe operaia alla rivoluzione, è incapace oggi d’infrenare qualsiasi attacco reazionario, e deve assistere paralizzato dallo stupore e dal panico all’incendio e alla distruzione degli edifici proletari e al sistematico massacro dei militanti rivoluzionari.

Proletari comunisti!

La propaganda illuminatrice dei valorosi teorici del comunismo internazionale aveva preparato i vostri spiriti agli avvenimenti che si stanno svolgendo anche nel nostro paese. Perciò voi non siete intimoriti, né avete mai pensato di emendare e correggere il vostro indirizzo e i vostri programmi. Gli stessi avvenimenti in corso sono la prova migliore del come continuano a sussistere implacabilmente e anzi si generalizzino e si approfondiscano le premesse economiche e sociali per l’avvento dello Stato operaio. Se lo Stato parlamentare non riesce più a garantire a nessun cittadino le libertà fondamentali; se l’arbitrio e il sopruso dilagano; se ogni privato può impunemente sostituirsi all’autorità legale nell’arrestare, nel giudicare, nel condannare; se le popolazioni sono torturate e interrorite; se la pena di morte è ristabilita di fatto contro i militanti operai; tutto ciò significa che il controllo delle forze produttive sfugge ormai completamente ai vecchi gruppi dirigenti, che le gerarchie sociali costituite si spezzano irreparabilmente, e che non è lontano il giorno di un’irresistibile, immensa sollevazione fin dagli strati popolari più profondi contro un regime che sussiste solo come escrescenza infetta della società. È ormai evidente che il capitalismo non può riorganizzarsi e ricostruire le sue basi essenziali altro che determinando la morte e l’imbarbarimento delle grandi masse popolari.

È evidente anche come sia ormai divenuto impossibile uno sviluppo ulteriore dell’organizzazione proletaria nei vecchi schemi sindacali, cooperativi, municipali. Le leghe contadine, disseminate in un vastissimo territorio, non possono resistere all’assalto sistematico delle bande armate. I grandi sindacati degli operai industriali vanno in pezzi, poiché la serrata e la disoccupazione disarticolano le vecchie maestranze, e i licenziamenti allontanano dalle fabbriche e dalle città gli elementi migliori proletari, privando le organizzazioni dei loro agenti e dei loro viventi legami connettivi. Nei municipi si rivela con evidenza clamorosa una delle tesi fondamentali dell’Internazionale Comunista: quando la lotta di classe giunge alla sua fase più acuta, diventa inutile e ridicolo ogni duello oratorio tra oppressi ed oppressori nelle assemblee elettive, e si rende improrogabile il dominio di una sola classe, o della borghesia o del proletariato.

In Italia la borghesia caccia, con le armi in pugno, i rappresentanti operai dai comuni, costringe le amministrazioni socialiste a dimettersi, ed afferma la volontà di monopolizzare con la violenza i poteri locali. La borghesia stessa insegna, dunque, alle masse la via da seguire per mantenere il livello di organizzazione raggiunto e per creare le condizioni di uno sviluppo ulteriore fino alla totale emancipazione: la conquista di tutti i poteri statali, la dittatura di classe, l’uso della forza armata proletaria per schiacciare il terrorismo borghese e per imporre alla borghesia, in preda alla dissoluzione e al disordine, il rispetto delle leggi e la legge del lavoro produttivo.

Compagni operai!

Esistono le premesse economiche e sociali per la rivoluzione proletaria e per la fondazione dello Stato operaio. Mancano ancora le premesse spirituali: un preciso orientamento politico delle grandi masse, un indirizzo concreto per l’azione, il riconoscimento da parte delle grandi masse di un organismo politico centrale, che sia capace di lanciare parole d’ordine che risuonino nella coscienza universale proletaria come inderogabili comandi della storia. Voi dovete, compagni, lavorare attivamente, in questo periodo d’agitazione delle idee e dei programmi, per far conoscere il Partito Comunista, per renderlo vivente e operante nelle coscienze proletarie, per sfatare le leggende e le calunnie che la stampa prezzolata diffonde astutamente sul suo conto, voi dovete lavorare perché il Partito comunista diventi la più grande potenza italiana, così come l’Internazionale Comunista è già diventata la più grande potenza del mondo. Compagni, voi dovete, con orgoglio e fierezza, sostenere il vostro partito e i suoi programmi; dovete trasfondere nelle masse la vostra persuasione e la vostra assoluta fiducia che solo attuando questi programmi può ottenersi la salvezza del popolo lavoratore dalla barbarie e dalla degenerazione fisica e morale.

Sì, solo nel proletariato rivoluzionario è da ricercarsi oggi il principio d’ordine, che può riorganizzare le forze produttive disperse e sperperate dall’imperialismo capitalista; solo negli ordinamenti sovietisti, propri della civiltà proletaria, può trovare una compressione l’atroce guerra che dilania la società; solo nell’Internazionale comunista, divenuta governo mondiale delle forze produttive e delle masse lavoratrici di tutto il mondo, l’umanità può riprendere il suo sviluppo unitario verso forme sempre più alte di convivenza e di cultura. Compagni, con la fede incrollabile nei destini della vostra classe e nell’energia dell’avanguardia proletaria di attuarli, che voi diffonderete in questo periodo tra le masse demoralizzate e disorientate, voi dovete ricostituire le armate italiane della rivoluzione mondiale e dell’Internazionale comunista; è un lavoro rivoluzionario quello al quale vi chiama il Partito comunista, è un lavoro che deve essere compiuto e che voi compirete, mobilitando tutte le vostre energie, concentrando tutta la passione e la volontà di cui sono capaci i soldati fedeli e devoti di una grande idea.

Operai italiani!

L’Internazionale comunista, che domanda il vostro entusiasmo, è il movimento della vostra riscossa e della vostra emancipazione. Il Partito comunista deve diventare, per opera vostra, l’unico partito politico della classe operaia italiana.

Evviva il proletariato italiano, liberato definitivamente dagli opportunisti e dai rinnegati!
Evviva l’Internazionale Comunista!
Evviva la rivoluzione mondiale!

Il Comitato Centrale

 
 
 
 
 
 


3. NOSTALGIE ASTENSIONISTE
(Stato Operaio, 28 febbraio 1924)

Non si potrebbe neppure concepire una attitudine pratica di compagni del Partito Comunista per la astensione elettorale. Non è solo questione di disciplina di partito: basta riflettere che le opinioni di vari compagni espresse nel 1919 e 1920 per la tattica astensionista avevano un senso solo come proposta avanzata alla Internazionale, la cui applicabilità era comprensibile solo in base a precise deliberazioni per i vari paesi dell’Internazionale medesima. Nessuno di noi pose in dubbio nel 1921 che il Partito Comunista fondato sulla base delle decisioni del Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista dovesse intervenire nella lotta elettorale di allora.

Non è neppure il caso di riaprire il dibattito sulla questione per dire se le tesi astensioniste di allora sono ancora affacciabili in teoria. Certo è che quelle tesi sostenute da un gruppo di compagni insistevano su un doppio ordine di premesse: una situazione internazionale preludente ad una offensiva del proletariato, e il regime di larga democrazia vigente in un gruppo importante di paesi: ognuno sa che tanto internazionalmente, quanto nel campo politico italiano, quelle condizioni, se forse non si devono dire capovolte, si sono però modificate in senso opposto a quello da cui scaturivano le note nostre condizioni.

La nostra tesi astensionista non aveva puro valore contingente, ma giustamente il compagno Grieco ha fatto vedere come oggi non sussistono i pericoli affacciati dagli astensionisti nel 1919, quando Nitti scongiurò l’addensarsi della burrasca rivoluzionaria grazie al diversivo elettorale spalancato davanti al Partito Socialista. Oggi la situazione è tutt’altra e ognuno sa il perché. Non ci minaccia la sciagura di centocinquanta onorevoli proletari o sedicenti tali.

Non mi fermo ad esaminare tutti i problemi della presente campagna elettorale: mi basta constatare che i pericoli gravissimi di allora sono da essa del tutto allontanati.

Mi preoccupa solo, attraverso le manifestazioni di alcuni compagni per una tesi contingente di astensione – non certo per un’attitudine pratica di astensionismo dalla lotta dei partiti – il fatto che queste nostalgie, più che riportarsi alle ragioni rivoluzionarie da noi altra volta accampate per la tesi astensionista, si riportano evidentemente ad apprezzamenti, a stati d’animo, a premesse ideologiche, che sanno ben poco di comunismo; e sarebbe questo un inconveniente non minore della formale indisciplina.

Chi vuole essere sincero deve riconoscere che il ragionamento che sbocca nella conclusione: avremmo fatto meglio ad astenerci, non può essere che questo: non andiamo alle elezioni perché non si fanno in piena libertà, non tradurranno nei loro risultati la espressione legittima della volontà degli elettori, non ci daranno la soddisfazione di raggiungere cifre confortanti di voti e di eletti; ed anche: se ci astenessimo, faremmo un dispetto al fascismo svalutandolo all’estero.

Perché tutte queste ragioni mancano di un carattere classista e comunista? Non è da comunisti lasciare intendere che in regime di democrazia e di libertà le elezioni traducano l’effettiva volontà delle masse. Tutta la nostra dottrina si leva contro questa colossale menzogna borghese, tutta la nostra battaglia è contro i fautori di essa, negatori del metodo rivoluzionario di azione proletaria. Il meccanismo liberale di elezione non è fatto che per dare una necessaria e costante risposta: regime borghese, regime borghese...

Ciò che si deve denunziare nella degenerazione elettoralistica, è il metodo a fondo "sportivo" di raggiungere alti risultati numerici, che afferra tutti i partecipanti e talvolta anche noi. Le nostalgie astensioniste di oggi mi sembrano derivare proprio dalla morbosità dell’elezionismo per l’elezionismo.

Noi invece andiamo – la Internazionale lo esige, e non è agli astensionisti che deve riuscire più ostico questo compito – non come a quella esercitazione del cretinismo parlamentare, che tanto ricorda le manie per Spalla o per Girardengo, ma come ad un momento e ad un episodio della incessante lotta di classe. La degenerazione dell’elezionismo in collaborazionismo di classe è oggi meno difficile da evitare. La istintiva antipatia rivoluzionaria per la contesa schedaiola ha oggi tutti i motivi per essere fatta tacere.

Io non dico, si badi, che dobbiamo accettare le elezioni come una disfida da raccogliere sul terreno della violenza: la opportunità di accettare le provocazioni di tale natura si decide con ben altri coefficienti di strategia politica, che oggi certo la escludono. Ma, non potendo parlare di trasformazione della campagna elettorale in guerra di classe, dobbiamo almeno guardarci severamente da attitudini politiche che facciano smarrire alla massa il senso della necessità della soluzione rivoluzionaria avvenire, come avverrebbe per la astensione – e soprattutto per quella forma ultracretina di essa che potrebbe accomunarci alle prefiche riformiste piangenti sulla perduta libertà, come sulla perduta occasione di avere esse, anziché il fascismo, il merito di recidere i garretti al proletariato.

Ed è forse di carattere classista l’argomento basato sul preteso danno che una vasta astensione recherebbe alla fama del fascismo all’estero? Mai più. Questo vorrebbe dire solo illuderci che la borghesia estera possa aiutarci a liberarci dal fascismo, mentre un buon comunista sa che il borghese estero non può che rallegrarsi delle opere del fascismo in Italia e se non trova buono di imitarlo a casa sua è solo per i suoi interessi e non certo perché lo scandalizzino le violazioni della democrazia pura. Forse vogliamo imparare i metodi di lotta rivoluzionaria dal Corriere della Sera o dai fogli nittiani? Un tale astensionismo puzzerebbe di bloccardismo, ossia della forma purulenta della sifilide elettorale.

Ogni buon comunista non ha oggi altro dovere che combattere con questi argomenti classisti la tendenza di molti proletari alla astensione, derivato erroneo della loro avversione al fascismo. Facendo questo svolgeremo della magnifica propaganda e aiuteremo il formarsi di una coscienza recisamente rivoluzionaria, che servirà, quando sarà venuto, segnato dalle situazioni reali e non dal solo nostro desiderio, il momento di boicottare, per abbatterla, la baracca oscena del parlamento borghese.
 
 
 
 
 
 
 


4. DICHIARAZIONE DI REPOSSI ALLA CAMERA A NOME DEL PCd’I il 12 NOVEMBRE 1924
(Da: I Comunisti al Parlamento - Contro il Fascismo e contro le Opposizioni, Libreria del PCd’I, 1925)

Repossi. Parlo del processo verbale della seduta del 13 giugno. Se le dichiarazioni mie, voglio dire del Gruppo Comunista, saranno giudicate riferirsi alla situazione attuale, ciò dipende dal fatto che la situazione di oggi non è che lo sviluppo di quella già costituita al 13 giugno. Se avessi presenziato a quella seduta, avrei dovuto rilevare ai deputati Rocco, Soleri e Delcroix che una Camera di fascisti e di sostenitori del fascismo, una Camera eletta da Cesare Rossi e da Marinelli, non può commemorare Giacomo Matteotti senza commettere una profanazione vergognosa.

Presidente. On. Repossi, la richiamo all’ordine!

Repossi. Queste cose vi devo ripetere oggi. Non si tratta di responsabilità politiche del regime, il quale non ha oggi appoggio all’infuori degli squadristi che gridano: "Viva Dumini"; né si tratta soltanto delle responsabilità morali di chi quotidianamente considera legittima la violenza sanguinosa che si esercita sopra i lavoratori. Si tratta in questo caso di responsabilità personali dirette, le quali non si eludono con l’imporre le dimissioni di un sottosegretario né con la mostruosa contraddizione della rinunzia al Ministero degli Interni.

Presidente. Non posso farla continuare di questo passo!

Repossi. Da che mondo è mondo, agli assassini e ai complici degli assassini non è mai stato permesso di commemorare le loro vittime. Su quest’assemblea grava il peso di una correità.

Presidente. La richiamo all’ordine per la seconda volta.

Repossi. Noi vi ritorniamo oggi soltanto per ripetere contro di voi il nostro atto d’accusa, e nulla c’impedirà di tornarvi ogni volta che riterremo necessario servirci di questa tribuna per indicare agli operai e ai contadini d’Italia la via della liberazione dal regime di reazione capitalistica che voi rappresentate. Se noi fossimo stati presenti il 13 giugno avremmo dovuto e voluto dire che il delitto Matteotti appariva il determinatore di una situazione appunto perché in realtà ne era l’indice raccapricciante.

Presidente. On. Repossi, lei non parla sul processo verbale...

Repossi. Il delitto Matteotti è stato il segno spasmodico del fallimento fascista.

Greco. Così non si può proseguire!

Repossi. Già allora era ben chiaro che si può fiaccare per un istante un’organizzazione proletaria, ma che non si può fiaccare a lungo il proletariato, perché ciò vuol dire ridurre tutto il paese alla schiavitù.

Capanni (scatta e grida). Non ti tocco perché mi fai schifo!

Repossi. Già allora potevamo dirvi, ed oggi vi ripetiamo, che il proletariato non dimentica nemmeno le responsabilità di coloro che hanno preparato e fiancheggiato il fascismo, di chiunque ne ha favorito l’avvento al potere, di chiunque: fosse pure l’invocato "chiunque" del Quirinale. Già allora noi prevedevamo che, restringendo la lotta antifascista alla ricerca di un compromesso parlamentare, il quale lascia intatta la sostanza reazionaria del regime di cui soffrono e contro cui imprecano in tutta Italia milioni di operai e contadini, non si poteva giungere a nessun esito positivo. Si recava anzi aiuto al fascismo. Noi non viviamo nell’attesa di un compromesso borghese per il quale la borghesia invoca oggi l’intervento del re, per il quale la socialdemocrazia riformista e massimalista fa gettito della lotta di classe e auspica una "amministrazione superiore ed estranea agli interessi di ogni parte", cioè una dittatura militare che dovrebbe impedire l’avvento inesorabile della dittatura del proletariato.

Il centro della nostra azione è fuori di quest’aula, fra le masse lavoratrici le quali sempre più profondamente si convincono che la fine della vergognosa situazione in cui il paese è tenuto da voi, dai vostri sostenitori filofascisti e dai vostri alleati e fiancheggiatori democratici e liberali, si avrà soltanto col ritorno in campo e col prevalere sopra di voi della loro forza organizzata. Noi additiamo anche da questa tribuna ai lavoratori quale è la via che essi devono seguire: essa è la via della resistenza e della difesa fisica contro la vostra violenza, della lotta incessante verso le conquiste sindacali, dell’intervento organizzato contro il rincaro della vita e contro il precipitare della crisi economica; essa è la via della costituzione dei Comitati operai e contadini. Attorno ai Comitati operai e contadini si devono raccogliere tutti coloro che vogliono lottare contro di voi con armi adeguate. Dai Comitati operai e contadini devono partire le sole parole d’ordine che contengono una soluzione radicale della situazione presente: Via il Governo degli assassini e degli affamatori del popolo. Disarmo delle camicie nere. Armamento del proletariato. Instaurazione di un Governo d’operai e contadini. I Comitati operai e contadini saranno la base di questo Governo e della dittatura della classe lavoratrice.

E ora, commemorate pure Giacomo Matteotti, ma ricordatevi che il grido lanciato dalla madre del Martire è diventato anche il grido di milioni di lavoratori: "Assassini! Assassini!".
 
 
 
 
 
 
 


5. 1926 - TESI DI LIONE - BILANCIO DELL’AVENTINO ANTIFASCISTA
(Da: Tesi di Lione, Parte III - Questioni italiane, cap. 6, in L’Unità, 12-26 gennaio 1926)

(...) La partecipazione alle elezioni del 1924 fu atto politico felicissimo, ma non così può dirsi della proposta dell’azione comune fatta dapprima ai partiti socialisti, e della etichetta assunta di "unità proletaria", come fu deplorevole la tolleranza eccessiva di certe manovre elettorali dei terzini. Più gravi problemi si posero a proposito della crisi manifestatasi con l’eccidio Matteotti.

La politica della Centrale poggiò sulla assurda interpretazione che l’indebolimento del fascismo avrebbe messo in moto prima le classi medie e dopo il proletariato. Ciò significa da una parte sfiducia nella capacità classista del proletariato, rimasta vigile anche sotto la soffocazione dell’armatura fascista, e sopravalutazione dell’iniziativa delle classi medie. Invece, a parte la chiarezza delle posizioni teoriche marxiste al riguardo, l’insegnamento centrale dell’esperienza italiana è quello che dimostra come i ceti intermedi si lasciano spostare e si accodano passivamente al più forte: nel 1919-20 al proletariato; nel 1921-22-23 al fascismo; dopo un periodo di emozione chiassosa ed importante nel 1924-25, oggi nuovamente al fascismo.

La Centrale errò nell’abbandono del parlamento e nella partecipazione alle prime riunioni dell’Aventino, mentre avrebbe dovuto restare al parlamento con una dichiarazione di attacco politico al governo e una presa di posizione immediata anche contro la pregiudiziale costituzionale e morale dell’Aventino, che rappresentò il determinante effettivo dell’esito della crisi a favore del fascismo. Non è da escludersi che ai comunisti sarebbe potuto convenire di abbandonare il parlamento, ma con fisionomia propria e solo quando la situazione avesse permesso l’appello all’azione diretta delle masse. Il momento era di quelli in cui si decidono gli sviluppi delle situazioni ulteriori; l’errore fu quindi fondamentale e decisivo agli effetti di un giudizio sulle capacità di un gruppo dirigente, e determinò una utilizzazione sfavorevolissima da parte della classe operaia prima dell’indebolimento del fascismo e poi del clamoroso fallimento dell’Aventino.

La rientrata nel parlamento nel novembre 1924 e la dichiarazione di Repossi furono benefiche, come lo dimostrò l’ondata di consenso proletario, ma troppo tardive. La Centrale oscillò lungamente e si decise solo per la pressione del partito e della Sinistra. La preparazione del partito fu fatta sulla base di istruzioni incolori e di un apprezzamento fantasticamente erroneo delle prospettive della situazione (relazione Gramsci al Comitato Centrale, agosto 1924). La preparazione delle masse, indirizzata non alla visione del crollo dell’Aventino, ma a quella della sua vittoria, fu ad ogni effetto la peggiore attraverso la proposta del partito alle opposizioni di costituirsi in Anti-parlamento. Questa tattica anzitutto esulava dalle decisioni dell’Internazionale, che mai contemplarono proposte a partiti nettamente borghesi; di più essa era di quelle che portano fuori dal campo dei princìpi e della politica comunista, come da quello della concezione storica marxista. Indipendentemente da ogni spiegazione che la Centrale poteva tentare di dare sui fini e sulle intenzioni che ispiravano la proposta, spiegazione che avrebbe sempre avuto limitatissima ripercussione, è certo che questa presentava alle masse l’illusione di un Anti-Stato opposto e guerreggiante contro l’apparato statale tradizionale, mentre, secondo le prospettive storiche del nostro programma, solo base di un Anti-Stato potrà essere la rappresentanza dello sola classe produttrice, ossia il Soviet.

La parola dell’Anti-parlamento, poggiante nel paese sui comitati operai e contadini, significava affidare lo stato maggiore del proletariato ad esponenti di gruppi sociali capitalistici, come Amendola, Agnelli, Albertini, ecc.

Al di fuori della certezza di non arrivare a tale situazione di fatto, che si potrebbe chiamare solo col nome di tradimento, il solo presentarla come prospettiva di una proposta comunista significa violazione dei princìpi e indebolimento della preparazione proletaria (...)
 
 
 
 
 
 
 


PARTE V
BILANCIO FINALE
 
«Il parlamentarismo, seguendo lo sviluppo dello Stato capitalista che assumerà palesemente la forma di dittatura che il marxismo gli ha scoperto fin dall’inizio, va man mano perdendo d’importanza. Anche le apparenti sopravvivenze degli istituti elettivi parlamentari delle borghesie tradizionali vanno sempre più esaurendosi, rimanendo soltanto una fraseologia e mettendo in evidenza nei momenti di crisi sociale la forma dittatoriale dello Stato, come ultima istanza del capitalismo contro cui ha da esercitarsi la violenza del proletariato rivoluzionario».
Tesi caratteristiche del Partito, 1952, Parte IV. 12


Se nel 1926, poco dopo il Congresso di Lione, all’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista del febbraio-marzo, Bucharin, allora impegnato a scaricare tutte le sue batterie contro il "bordighismo" in attesa di poterle rivolgere contro il "trotzkismo", avesse potuto fare, nello spirito del Secondo Congresso, il bilancio di cinque anni di "parlamentarismo rivoluzionario" nei maggiori partiti comunisti di Occidente, il quadro non sarebbe stato meno triste di quello da lui tracciato nel 1920 in riferimento a partiti ancora alberganti nel loro seno nutrite ali riformiste.

Il Partito tedesco aveva bensì ottenuto grandi successi elettorali, ma, nella stessa misura, aveva perduto in combattività e mordente sul terreno degli scontri di classe – l’unico che nel 1920 fosse preso a criterio di giudizio: continuerà a mietere voti ancora alla vigilia dell’incruenta ascesa al potere di Hitler! Quanto alla sua attività parlamentare, non solo non poteva vantare alcun esempio di "sfruttamento" della tribuna del Reichstag a fini di propaganda e di battaglia rivoluzionaria, ma aveva giustificato in pieno l’allarme della Sinistra al Secondo Congresso, andando nel 1923 al governo con i socialdemocratici in Sassonia e Turingia (pronubo l’Esecutivo dell’Internazionale) e, dopo l’elezione di Hindenburg alla presidenza del Reich, lanciando proposte di... fronte unico elettorale e parlamentare non pure alla socialdemocrazia, ma alla "sinistra" borghese.

Il P.C. di Francia si era attirato, ad ogni nuova riunione a Mosca, i fulmini dell’Internazionale per le sue croniche, recidive parlamentaristiche, per la mancata o insufficiente "utilizzazione del parlamento" durante l’occupazione della Ruhr e, peggio, durante la guerra coloniale del Riff, mentre sul piano delle elezioni amministrative tornava agli antichi amori dell’appoggio ai "cartelli di sinistra" (tattica di Clichy), e ancora nel 1927 scandalizzava nientemeno che Palmiro Togliatti per il suo inguaribile "cretinismo parlamentare".

Il Partito italiano aveva rischiato di buttarsi anima e corpo in braccio all’aventinismo nel 1924, e nel 1936 – liberatosi dell’incomoda Sinistra – maturava l’evoluzione che, in nome della "libertà" da salvare, doveva condurlo l’avanguardia del revisionismo.

Cacciato dalla porta nel 1920, il parlamentarismo rientrava, sia pure ancora timidamente, dalla finestra. Era quello contro cui, inascoltati, avevamo messo in guardia. Al di là dalle prime dèfaillances di un metodo tattico, possiamo oggi vedere come la mancata adozione dell’astensionismo marxista nel 1920 abbia pesato – il che è ben più grave – sugli sviluppi del movimento operaio rivoluzionario negli anni 1925-1927 in cui si giocavano le sorti dell’Internazionale di Lenin.

Al Secondo Congresso, la Sinistra aveva sottolineato come l’insistere nella prassi parlamentare nel delicato periodo di formazione dei Partiti comunisti, soprattutto nei paesi a capitalismo stramaturo, minacciasse di ritardare o indebolire il necessario processo di selezione delle sane forze comuniste e proletarie dall’incancrenito democraticismo e riformismo della destra e del centro. Il rifiuto di applicare subito ai partiti nascenti questo che era per noi un salutare reagente, un catenaccio mille volte più efficace di qualunque condizione di ammissione per respingere da noi l’assalto riformista ai giovani partiti dell’Internazionale, fu duramente pagato in quegli anni drammatici, quando alla coraggiosa, per quanto tardiva battaglia dell’Opposizione russa contro lo stalinismo rampante, dai partiti fratelli d’Occidente non venne quell’appoggio che la Sinistra aveva chiesto con urgenza. Non poteva venire, perché essi erano nati quasi tutti pletorici, gonfi di riformistoidi nascosti dietro il paravento dell’accettazione soltanto formale dei 21 punti di Mosca, e della sostanziale adesione al solo punto che assicurasse loro una possibilità di ritorno comunque in parlamento. Erano zeppi di parlamentaristi travestiti, momentaneamente silenziosi ma pronti a tornare in avanscena – come appunto avvenne nel 1925-27 – man mano che l’astro del "socialismo in paese solo", cioè della nuovissima ondata opportunista, revisionista, controrivoluzionaria, saliva all’orizzonte. Il monito era stato dato nel 1920: il 1926, sciaguratamente, mostrava quanto fosse stato realistico. Era troppo tardi.

Che, dopo di allora, della costruzione 1920 del "parlamentarismo rivoluzionario" nulla sia rimasto in piedi nei partiti che ancora si dicono comunisti, non occorre nemmeno spendere tempo a dimostrare: in parlamento essi sono e restano – né lo nascondono – non per distruggerlo, ma per tenerlo in piedi caso mai crollasse. Il "cretinismo parlamentare" si è preso la sua rivincita: l’ammonimento nostro del 1920 sulla tenacia di questo morbo nei paesi che da cento anni e più hanno compiuto la rivoluzione democratica borghese poteva allora apparire dettato da "pure considerazioni teoriche"; oggi, è carne e sangue della storia.

Ma qualche cosa di più è avvenuto, e costituisce un’altra vittoria nostra, teorica ancora una volta, ma appunto perciò straordinariamente pratica. Nella stessa misura in cui i partiti della fu Internazionale Comunista si imbevevano di parlamentarismo in un grado sconosciuto ai Turati e ai Kautsky – rispettabili ancora, di fronte ai discepoli d’oggi – la borghesia democratica si toglieva di dosso quell’ultima foglia di fico, per non lasciarla sussistere che come soporifera droga da somministrare ai proletari. Vittoriosa in guerra sul fascismo, la democrazia sopravvive oggi unicamente in forza di un’adozione non solo integrale ma centuplicata del metodo fascista, che è poi l’altra faccia del dominio totalitario delle grandi potenze imperialistiche alla scala del mondo. Lo constatano gli stessi "ideologi" della classe dominante, essi che per primi gemono – gemere è la loro funzione, mentre la storia fa il suo corso inesorabile – sul divorzio fra "paese reale" e "paese legale", sulla schiacciante preminenza dell’esecutivo, sulla soffocante "dittatura" della "classe politica" e dei suoi partiti, sulla riduzione dei molto onorevoli deputati e senatori a burocrati stipendiati, a managers dell’impresa statale, a ombre – faticosamente rinverdite dagli schermi televisivi – di quella che si presume sia la loro "storica" funzione. In questa cornice, la "tribuna" parlamentare non è più nulla, neppure un microfono, e l’"aula" ha da tempo cessato d’essere il teatro delle grandi battaglie non diciamo di principio, ma anche soltanto oratorie: è il regno dell’ordinaria amministrazione, e a ridargli un pallido lustro non restano – fatica inane – che le colonne di una qualunque Unità...

"Il cadavere ancora cammina", sì, ma solo come specchietto per le allodole proletarie. Se queste, per ipotesi assurda, scomparissero del cielo tempestoso della società borghese, anch’esso sparirebbe senza che nessuno si accorgesse della sua scomparsa, perché la macchina statale gira per conto proprio e i costi di manutenzione di Montecitorio e di Palazzo Madama non entrano nel suo bilancio che come faux frais della conservazione sociale. I suoi puntellatori "socialisti" e "comunisti" non hanno neppur più la giustificazione che di là "si parli alle masse": la voce, là dentro, si spegne prima ancora si uscire dalle labbra (delicate labbra, del resto) di chi la articola. Il baraccone ha il solo compito di fare atto di presenza: la sua funzione di riduce ad "essere lì", cadavere che ingombra la strada della ripresa di classe proletaria.

Disse Stalin – erano esigenze di conservazione del regime a farglielo dire – che toccava ai partiti comunisti risollevare le bandiere irrise e calpestate dalla borghesia. Non altro compito la classe dominante assegna ai traditori; non altro è il mestiere per il quale, profumatamente, li paga.

Il partito di classe, il partito rivoluzionario marxista, non ha che da prenderne atto. Lo facemmo, come si vede nell’articolo che segue, alla vigilia delle elezioni politiche indette per il maggio 1952 – non per un anno della seconda metà del secolo, ma per tutto l’arco di tempo che dalla rivoluzione ci separa. Nel 1920, dicemmo che l’adozione del "parlamentarismo rivoluzionario", specie nei paesi di capitalismo avanzato, era pericolosa. Oggi, il bilancio di lunghi decenni ci autorizza a dire che, a prescindere dalle buone intenzioni, ritentarlo sarebbe disfattista: equivarrebbe, coscientemente o no, a ridare parvenza di vita a ciò che la storia stessa, con nostra somma gioia, ha ucciso; significherebbe restituire ossigeno a quello che la borghesia – smentendosi e dando ragione a noi – ha mostrato essere soltanto una larva.

Volga la terga per sempre il proletariato all’ignobile teatro dei pupi, e cerchi ossigeno delle grandi battaglie passate e avvenire – per dirla con Trotzki – là dove è solo possibile respirarlo: fuori da quelle mura, sulle piazze!
 
 
 
 
 
 
 


1953 - IL CADAVERE ANCORA CAMMINA
(Dal nostro opuscolo Sul filo del tempo, maggio 1953)
 

Non è per sacrificare all’attualità dell’ignobile Maggio che trascorre, e prende degno posto tra vari suoi predecessori consacrati ai trascorsi della "dura virago" Libertà, ormai ridotta a vecchia trottatrice, che ci occuperemo ancora una volta del tema: proletariato ed elettoralismo.

Senza dare, infatti, importanza alcuna al pronostico o al compulsamento delle statistiche dei risultati, cui da oltre trenta anni contestiamo anche questa ultima affermata utilità di indice quantitativo delle forze sociali, e senza quindi tentare il freddo schizzo o ammirare la pallida fotografia in numeri dell’oggi, e del paese italiano, collegheremo in brevi tratti le posizioni di un periodo storico le cui immense lezioni sono, allo stato, in gran parte inutilizzate per le masse che accorrono – ma con visibili larghi riflussi di sfiducia e disgusto – alle solite urne.

Nel 1892 al Congresso di Genova si costituisce il Partito Socialista Italiano con la separazione dei marxisti dagli anarchici. La polemica e la scissione riflettono da lungi quella che pose fine alla Prima Internazionale tra Marx e Bakunin, e come si disse tra autoritari e libertari. In primo piano la cosa è vista così: i marxisti sono, nella situazione del tempo, per la partecipazione alle elezioni dei corpi pubblici amministrativi e politici, i libertari sono contro. Ma lo sfondo vero della questione è altro (vedi gli scritti del tempo di Marx, di Engels sulla Spagna, ecc.). Si tratta di battere la concezione rivoluzionaria individualista per cui non si deve votare per "non riconoscere" con quell’atto lo Stato dei Borghesi, con la concezione storica e dialettica che lo Stato di classe è un fatto reale e non un dogma che basti cancellare, più o meno oziosamente, dalla propria "coscienza", e sarà storicamente distrutto solo dalla rivoluzione. È questa (n’avete, diceva Engels, vista mai qualcuna?) per eccellenza fatto di forza e non di persuasione (tanto meno di conta di opinioni), di autorità e non di libertà, che non sarà tanto ingenua da lanciare a volo gli individui autonomi come da una gabbia di piccioni, ma costruirà la potenza e la forza di un nuovo Stato.

Sicché, in questa contesa tra quelli che volevano entrare nei Parlamenti e quelli che volevano starne fuori (ma come corollario dei ben più gravi errori di incitare i proletari a negare lo Stato di classe, il partito politico di classe, e perfino l’organizzazione sindacale) erano i socialisti marxisti e non gli anarchici antielezionisti e antiorganizzatori a negare la borghese fola della libertà, base dell’inganno della democrazia elettiva.

La retta posizione programmatica era di rivendicare non tanto la formale "conquista dei poteri pubblici, ma la rivoluzionaria futura "conquista del potere politico", e vanamente l’ala destra possibilista e riformista cercò di coprire la formula data da Marx dal 1848: dittatura della classe operaia!

* * *

La borghesia europea, larga di avanzate nel campo delle riforme sociali e di seducenti inviti di collaborazione ai capi sindacali e parlamentari degli operai, entra nel girone esplosivo dell’Imperialismo, e nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale. Un’ondata di smarrimento assale i socialisti e i lavoratori che pure avevano proclamato alla vigilia, a Stoccarda e Basilea, che si sarebbe contrapposta alla guerra la rivoluzione sociale. I traditori prendono a misurare la catastrofica situazione che travolge decenni di rosee illusioni non col metro del marxismo proletario, ma con quello della borghese Libertà, i cui più alti clamori si levano ogni volta che la causa e la forza della nostra Rivoluzione piega sulle ginocchia.

L’esistenza di Parlamenti e del diritto schedaiolo viene invocata come patrimonio assicurato al proletariato, che deve difenderlo lasciandosi irreggimentare ed armare nel nazionale esercito: e così i lavoratori tedeschi saranno persuasi a farsi uccidere per scongiurare lo spettro zarista, quelli occidentali a farlo contro lo spettro kaiserista.

Il Partito Socialista Italiano ebbe il vantaggio di un lasso di tempo per decidere prima di accedere all’unione nazionale: rifiutò decisamente quando per l’alleanza politica lo Stato italiano avrebbe dovuto seguire i tedeschi, e si rifugiò nella formula di neutralità (insufficiente, come dichiarato dall’ala rivoluzionaria ancora prima del maggio radioso del 1915) e seppe poi resistere alla opposizione quando la borghesia scese "nel campo della libertà" attaccando l’Austria.

* * *

Nel 1919 la guerra è finita, con la vittoria nazionale e con la liberazione delle città "irredente", ma dopo immenso sacrificio di sangue e con lo strascico inevitabile di sconvolgimenti economici e sociali: inflazione, crisi di produzione, crisi dell’industria di guerra. Due potenti risultati storici sono acquisiti ed evidenti davanti alle masse ed al loro partito. Nel campo interno si è visto quale antitesi vi sia tra i postulati di democrazia e nazione, identificati colla guerra e col massacro, e quelli di classe e socialisti: gli interventisti di tutti i colori, dai nazionalisti (poi fascisti) ai demomassoni e repubblicani, abbiano o non abbiano fatta la guerra, ansiosi di arrotolarsi nell’orgia della vittoria, presto raffreddata dalle frustate degli alleati imperialisti, sono a giusta ragione odiati e dileggiati dai lavoratori che li spazzano via dalle piazze in cui scendono decisi alla lotta. Nel campo internazionale la Rivoluzione bolscevica ha dato gli estremi di fatto alla teoria della rivoluzione opposta a demoborghesi ed anarchici: intanto si può arrivare alla vittoria, in quanto ci liberiamo radicalmente da errori, illusioni e scrupoli di democrazia e libertà.

Ed allora il bivio si apre davanti al grande partito battuto dagli interventisti nel maggio 1915. Per la via democratica è facile avere una poderosa rivincita numerica. Molto più dura è l’altra via che si affronta fondando un partito rivoluzionario, eliminando i socialdemocratici nostri alla Turati, Modigliani, Treves, sebbene salvi dall’onta del socialpatriottismo, organizzando la presa insurrezionale del potere, che intanto si spera possibile in tutto il centro Europa, nei territori degli sconfitti imperi.

Nella situazione del 1892 non vi era antitesi tra la via rivoluzionaria e quella dell’attività elettorale, non avendo la prima storicamente altra sede che il chiaro programma di partito, non la manovra di azione.

Un gruppo avanzato dei socialisti italiani al Congresso di Bologna sostenne che nel 1919 l’antitesi era aperta. Prendere la via delle elezioni voleva dire chiudersi quella della rivoluzione. Evidente era la perplessità della borghesia che non voleva, nella sua maggioranza di allora, prevenire la guerra civile con iniziative di forza, e con Giolitti e Nitti invitava gli operai ad entrare nelle indifese fabbriche, i centocinquanta onorevoli a riversarsi a Montecitorio: si cantasse pure in entrambi i recinti Bandiera Rossa!

Non fu possibile frenare l’entusiasmo per la campagna elettorale, e far valere la previsione, storicamente confermata, che il suo effetto, soprattutto in quanto fortunata, avrebbe fatto perdere tutto il guadagno fatto colla vigorosa campagna di svergognamento della "guerra democratica", coll’entusiasmo con cui i lavoratori italiani, fortemente schierati soli sul fronte di classe, avevano accolto la presa del potere dei Soviet russi, e la dispersione dell’Assemblea democratica nata-morta.

Mussolini, che ci aveva nel 1914 traditi passando al fronte opposto con i fautori dell’intervento democratico e irredentista, fautore – magari ci fosse prima riuscito! – di una iniziativa di forza della borghesia nazionale per soffocare gli organi proletari – fu nelle elezioni ridicolizzato, e l’ubriacatura fece in seguito l’irresistibile corso.

Nel 1920 gettandosi le basi del Partito Comunista in Italia diviso dai socialdemocratici, l’Internazionale di Mosca ritenne che quella antitesi tra elezioni e insurrezione non vi fosse, nel senso che ai partiti comunisti solidamente stabiliti al di là della linea di divisione tra le due Internazionali, potesse riuscire tuttavia utile l’impiego dell’azione nel Parlamento, per far saltare in aria il Parlamento stesso, e per tal via seppellire il parlamentarismo. La questione posta troppo in generale era difficile, e tutti i comunisti italiani si rimisero alla decisione del Secondo Congresso di Mosca (giugno 1920) essendo chiara la soluzione: in principio, tutti contro il parlamentarismo; in tattica, non bisogna stabilire né la partecipazione sempre ed ovunque, né il boicottaggio sempre ed ovunque.

I pareri delle maggioranze sono poco davanti alle riprove della storia. Una tale decisione, e la sua accettazione generale in Italia, non tolgono nulla alla ricordata antitesi del 1919: elezioni con un partitone ibrido di rivoluzionari per lo più in lenta via di orientamento e di socialdemocratici ben decisi – ovvero la rottura del partito (ottobre 1919, era tempo; nel gennaio 1921 fu tardi) e preparazione alla conquista del potere rivoluzionario.

È indiscutibile che Lenin fece poco bene collimare la posizione dei socialisti antibellici in Italia nel dopoguerra di uno Stato da tempo democratico, e vittorioso, e quella dei bolscevichi in Russia nelle Dume zariste durante le guerre perdute. Ma non meno indiscutibile è che Lenin vide in tempo l’antitesi storica da noi posta allora e confermata dal futuro.

Nel famoso libretto sull’ "Estremismo malattia d’infanzia del comunismo" – in cui la tendenza a sinistra non è disprezzata come puerile, ma considerata come elemento di crescenza del comunismo, contro il destrismo e il centrismo, elementi di senescenza e decomposizione, che contro la disperata lotta di Lenin e dopo avergli spezzato il cervello ebbero a trionfare – in quel testo tanto sfruttato dai maniaci del metodo elettorale, così Lenin si esprimeva sulla lotta nel partito italiano; sono i soli passi:

Nota del 27 aprile 1920: «Ho avuto troppo poco la possibilità di conoscere il comunismo “di sinistra” in Italia. Indubbiamente la frazione “dei comunisti boicottasti” (“comunista astensionista” – in italiano nel testo) sono dalla parte del torto, quando propugnano la non partecipazione al Parlamento. Ma in un punto mi sembra che abbiano ragione, per quanto è possibile giudicare da due numeri del giornale “Il Soviet” (nn. 3 e 4 del 19 gennaio e 1 febbraio 1920)... cioè nei loro attacchi a Turati e a coloro che la pensano come lui, i quali rimangono in un partito che ha riconosciuto il potere dei Soviet e la dittatura del proletariato, restano membri del Parlamento e proseguono la loro vecchia e dannosissima politica opportunista. Col tollerare ciò il compagno Serrati e tutto il Partito Socialista Italiano commettono certo un errore, che minaccia lo stesso pericolo e grave danno che in Ungheria, dove i signori Turati ungheresi sabotarono dall’interno il partito e il potere sovietico. Un tale atteggiamento falso, inconseguente e privo di carattere verso i deputati opportunisti produce da una parte il comunismo "di sinistra", e dall’altra ne giustifica fino ad un certo punto l’esistenza. Serrati ha certamente torto, quando accusa Turati di "incoerenza", mentre incoerente è proprio il Partito Socialista Italiano, che tollera i parlamentari opportunisti come Turati e consorti».

Vi è poi l’"Appendice", in data 12 maggio 1920. «I sopra citati numeri del giornale italiano "Il Soviet" confermano pienamente ciò che ho detto in questo opuscolo a proposito del partito socialista italiano». Segue la citazione di una intervista di Turati al "Manchester Guardian", che invoca disciplina del lavoro, ordine e prosperità per l’Italia. «Sicuro, il corrispondente del giornale inglese ha confermato nel modo migliore che i compagni del giornale "Il Soviet" hanno ragione ad esigere che il Partito Socialista Italiano, se vuole essere realmente per la Terza Internazionale, scacci dalle sue file, coprendoli di vergogna, i signori Turati e consorti e diventi un partito comunista, sia per il suo nome, che per le sue azioni».

È chiaro dunque che il problema principale è l’eliminazione dei socialpacifisti dal partito proletario, questione secondaria è se questo debba partecipare alle elezioni, nel pensiero di allora di Lenin come nei successivi dibattiti e tesi sul parlamentarismo del Secondo Congresso, di poco successivo.

Ma per noi oggi è anche chiaro quanto allora sostenemmo: che sola via per raggiungere il trasporto delle forze sul terreno rivoluzionario era un enorme sforzo per liquidare, subito dopo la fine della guerra, la tremenda suggestione democratica ed elettoralesca, che troppi saturnali aveva già celebrato.

La tattica voluta da Mosca fu disciplinatamente, anzi impegnativamente, seguita dal partito di Livorno. Ma purtroppo la subordinazione della rivoluzione alle corrompenti istanze di democrazia era ormai in corso internazionalmente e localmente, e il punto di incontro leninista dei due problemi, nonché il loro peso relativo, si palesarono insostenibili. Il parlamentarismo è come un ingranaggio che se vi afferra per un lembo inesorabilmente vi stritola. Il suo impiego in tempo "reazionario" sostenuto da Lenin era proponibile; in tempo di possibile attacco rivoluzionario è manovra in cui la controrivoluzione borghese guadagna troppo facilmente la partita. In diverse situazioni e sotto mille tempi la storia ha convinto che migliore diversivo della rivoluzione che l’elettoralismo non può trovarsi.

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Dalla concessione alla tattica parlamentare con applicazione del tutto distruttiva si scivolò piano piano verso posizioni che ricordavano quelle dei socialdemocratici. A questi si proposero alleanze, dove conducevano ad una possibile maggioranza di seggi, e poiché non aveva senso valersi di questo peso numerico solo per fare opposizione platonica e far cadere ministeri sorse l’altra malaugurata formula del "governo operaio".

Era chiaro che si ritornava verso la concezione del Parlamento come via per stabilire il potere politico della classe operaia. I fatti provarono che nella misura in cui questa illusione storica risorgeva si ridiscendeva da tutte le posizioni prima conquistate. Dalla distruzione del Parlamento tra tutti gli altri ingranaggi dello Stato a mezzo dell’insurrezione, si era passati alla utilizzazione del Parlamento per accelerare l’insurrezione. Si ricadde alla utilizzazione del Parlamento come mezzo per arrivare con la maggioranza al potere di classe. Il quarto passo, come chiaramente stabilito nelle tesi che la Sinistra depose a Mosca nel 1920, 1922, 1924, 1926, fu di passare dal parlamento mezzo al parlamento fine. Tutte le maggioranze parlamentari hanno ragione e sono sacre e inviolabili, anche se sono contro il proletariato.

Turati stesso non lo avrebbe mai detto: ma lo dicono ad ogni ora i "comunisti" di oggi e lo inculcano bene in profondo tra le masse che li seguono.

Se queste tappe ancora una volta rammentiamo, è per stabilire lo stretto legame tra ogni affermazione di elettoralismo, parlamentarismo, democrazia, libertà, ed una sconfitta, un passo indietro del potenziale proletario di classe.

La corsa all’indietro ebbe il suo compimento senza più veli quando, in situazioni capovolte, il potere del capitale prese l’iniziativa di guerra civile contro gli organismi proletari. La situazione era capovolta in grande parte per il lavoro della borghesia liberale e dei socialisti democratici, della stessa destra annidata nelle file nostre, come Lenin diceva per l’Ungheria. In Germania furono quei partiti sbirri e carnefici dei comunisti rivoluzionari, in Italia non solo favorirono le false ritirate alla Nitti e Giolitti ma dettero mano alla preparazione delle aperte forze fasciste, usando all’uopo magistratura, polizia, esercito (Bonomi) per contrattaccare ogni volta che le forze illegali comuniste (sole, e in pieno "patto di pacificazione" da quei partiti firmato) riportavano successi tattici (Empoli, Prato, Sarzana, Foiano, Bari, Ancona, Parma, Trieste, ecc.). Che in questi casi i fascisti, non avendolo potuto da soli, coll’aiuto delle forze dello Stato costituzionale e parlamentare massacrassero i lavoratori e i compagni nostri, bruciassero giornali e sedi rosse, non costituì il massimo scandalo: questo scoppiò quando se la presero col Parlamento ed uccisero, ormai post festum, il deputato Matteotti.

Il ciclo era compiuto. Non più il Parlamento per la causa del proletariato, ma il proletariato per la causa del Parlamento. Si invocò e proclamò il fronte generale di tutti i partiti non fascisti al di sopra di diverse ideologie e diverse basi di classe, con l’unico obiettivo di unire tutte le forze per rovesciare il fascismo, far risorgere la democrazia, e riaprire il parlamento.

Più volte abbiamo riportato le tappe storiche: l’Aventino, cui la direzione del 1924 del nostro partito partecipò, ma da cui dov’è ritirarsi per la volontà del partito stesso che solo per disciplina aveva subito le direttive prevalse a Mosca, ma ancora serbava intatto il suo prezioso orrore, nato da mille lotte, ad ogni alleanza interclassista; poi la lunga pausa e la ulteriore scivolata nella emigrazione, fino alla politica di liberazione nazionale e guerra partigiana, come più volte abbiamo spiegato che l’uso di mezzi armati ed insurrezionali nulla toglieva al carattere di opportunismo e tradimento di una tale politica. Non seguiremo qui tutta la narrazione.

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Fin da prima del fascismo italiano e dall’altra guerra ne avevamo abbastanza per sostenere che nell’Occidente di Europa mai il partito proletario doveva accedere a parallele azioni politiche con la borghesia "di sinistra" o popolare, della quale da allora si sono viste le più impensate edizioni: massoni anticlericali una volta, poi cattolici democristiani e frati da convento, repubblicani e monarchici, protezionisti e liberisti, centralisti e federalisti, e via.

Di contro al nostro metodo, che considera ogni moto "a destra" della borghesia, nel senso di buttare la maschera delle ostentate garanzie e concessioni, come una previsione verificata, una "vittoria teorica" (Marx, Engels) e quindi un’utile occasione rivoluzionaria, che un partito rettamente avviato deve accogliere non con lutto, ma con gioia, sta il metodo opposto per cui ad ognuna di quelle svolte si smobilita il fronte di classe e si corre al salvataggio, come pregiudiziale tesoro, di quanto la borghesia ha smantellato e schifato: democrazia, libertà, costituzione, parlamento.

Lasciamo dunque la polemica dottrinale, proponibile solo nei confronti dei dichiarati antimarxisti, e vediamo dove abbia condotto quel metodo da noi respinto, visto che ad esso, dal concorso di tante forze e di tanti complici, il proletariato, europeo ed italiano, è stato accodato e inchiodato.

Resistenze nazionali, guerra degli Stati orientali ed occidentali sul fronte democratico, arresto dei tedeschi a Stalingrado, sbarco in Francia, caduta di Mussolini e appendimento per i piedi, caduta di Hitler. La posta della lotta immane, cui i proletari nulla hanno negato: sangue, carne, trama di classe del loro travagliato movimento di un secolo, è salva! Grazie alle armate di America soprattutto, essa è salva per sempre: Libertà, Democrazia, costituzione elettiva! Tutto è stato rischiato e dato per te, Parlamento, tempio della moderna civiltà, e, chiusi i battenti del tempio di Giano, abbiamo la gioia di riaprire i tuoi!

Un poco ansimante, l’umana civiltà ripiglia il suo cammino generoso e tollerante, si impegna ad appendere gente solo per il collo, riconsacra la persona umana che per necessità era stata materiale adatto a fare la frittata con le bombe liberatrici: se storicamente tutti questi apologisti avevano ragione, il pericolo della Dittatura è finito, e da oggi fino alla fine dei secoli non vedremo la cosa, terribile a pensarsi, di stare senza deputati, di fare a meno di Camere parlamentari. Da Yalta a Potsdam, da Washington a Mosca, da Londra a Berlino, ed a Roma, tutto questo era nel maggio – sempre un maggio! – del 1945, del tutto solare e sicuro.

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Guardiamo dunque che dicono gli stessi soggetti, e le trasmittenti degli stessi centri, in questo Maggio 1953, non tanto poi lontano, ma "quantum mutatus ab illo!" Tutto era salvo allora, sull’accordo di tutti. Adesso a sentire ciascuno di loro tutto sta per essere ancora perduto, tutto è da rifare da capo.

Ammettiamo dunque, almeno, che nel 1922-1945 ci hanno trascinati in un metodo idiota e puzzolente!

Limitiamo la dimostrazione allo schieramento elettorale italiano, previa applicazione della maschera antigas.

Sostanzialmente sono tre i gruppi in lotta, se mettiamo da banda il timido riapparire dei fascisti, che avevano tutto il diritto di essere valutati un fatto storico qualificato quanto ogni altro, ma che con la scheda in mano al posto del manganello fanno la porca figura di essere i più democratici. Ed infatti il democratico più in carattere di ogni tempo è quello che recita la parte della vittima delle persecuzioni di Stato e rappresaglie di polizia. Libera apologia del manganello, da ottenersi, ohibò, con cartaceo ludo.

Sono dunque tre i gruppi in cui si è spezzato il fronte antifascista e il blocco – e primo governo dopo la salvazione – di liberazione nazionale. Tre gruppi che si affratellarono nella reciproca certezza – e si dettero reciproco avallo – che erano pari nella guerra santa, nella crociata mondiale contro le dittature. Orbene, ascoltiamo la logorrea degli altoparlanti e dei giornali, sia pure per tre o quattro battute, che di più non si riesce certo a resistere. Ognuno dei tre settori chiede voti con un argomento solo: gli altri due impersonano "pericolo di dittatura".

Secondo la parte monarchica, che rifiuta la definizione di destra, e si afferma democratica e costituzionale sulle tradizioni gloriose dell’epoca giolittiana, che non esita a fare mossette antivaticanesche tipo breccia di Porta Pia, è chiaro che i comunisti conducono il paese, se vincono, alla dittatura rossa e quindi manderanno il parlamento a carte quarantanove. Ma non meno virulenti sono nell’affermare sopraffattrice poliziesca e reazionaria la democrazia cristiana che, coi suoi alleati minori, conduce l’Italia di nuovo sotto il dispotismo di chierici in berretto frigio. Quindi anche costoro vedono in De Gasperi una minaccia al parlamento, cui sostituirà il concilio dei vescovi, sostituendo le elezioni con la comunione in piazza.

Secondo la sinistra comunistoide, non occorre spiegarlo, non solo i monarchici preparano né più né meno che un nuovo fascismo e assolutismo, ma il centro democristiano è un agente della dittatura dell’America e la Celere di Scelba peggiore della milizia di Benito. Il che, in quanto è vero, è stato possibile solo in grazia della politica di blocco antifascista e di liberazione nazionale che ha fatto accogliere "military police" e poliziotti nazionali a braccia aperte, e con l’immediato disarmo su ordine dei "generali" da corridoio delle "brigate" operaie, appena fatti fuori fascisti e militi repubblichini.

I democristiani e alleati, bombardatissimi da due lati come impersonatori sicuri del totalitarismo di domani e del nuovo ventennio, e soprattutto travolti nell’accusa di traditori della democrazia colla immane boiata della campagna sulla legge truffa, si dicono nientemeno che i salvatori della minacciata Italia libera da due opposti, e convergenti a denti digrignanti, ferocissimi totalitarismi: il neofascista da un lato, il comunista dall’altro, dipinto quello coi tratti del passato hitlerismo e mussolinismo, questo coi connotati presenti del sovietismo di Russia ultrastatale e ultradispotico.

Il ciclo si è dunque svolto così. Punto di partenza: leale alleanza fra tre schiere di egualmente fervidi amici della Libertà per annientare la Dittatura e la possibilità di ogni Dittatura. Uccisione della Dittatura Nera. Punto di arrivo: scelta fra tre vie ognuna delle quali conduce a una nuova Dittatura più feroce delle altre. L’elettore che vota non fa che scegliere tra la Dittatura rossa, la bianca e la azzurra.

Due metodi fanno qui storicamente bancarotta, sotto tutti i punti di vista, ma soprattutto sotto quello della classe proletaria che a noi interessa. Il primo metodo è quello dell’impiego dei mezzi legali, della costituzione e del parlamentarismo con un vasto blocco politico al fine di evitare la Dittatura. Il secondo è quello di condurre la stessa crociata e formare lo stesso blocco sul terreno della lotta con le armi, quando la dittatura è in atto, al solo democratico fine.

I problemi storici di oggi li scioglie non la legalità ma la forza. Non si vince la forza che con una maggiore forza. Non si distrugge la dittatura che con una più solida dittatura.

È poco dire che questo sporco istituto del Parlamento non serve a noi. Esso non serve più a nessuno.

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Tutte le alternative vantate e fatte paventare dai tre fronti non hanno consistenza. Ove una delle forze laterali prevalesse si scinderebbe subito ed una larga parte dei suoi effettivi di eletti passerebbe al centro borghese atlantico ed americano. I monarchici non ne fanno mistero alcuno. I sedicenti comunisti lo dicono meno apertamente, ma sarebbe lo sbocco inevitabile della eventuale loro riuscita in maggioranza che appare impossibile.

Poco cambieranno gli effettivi di quelli che si assideranno "ad un altro banchetto di cinque anni" di cui gli elettori non avranno manco le briciole.

Al tempo della crisi Matteotti dicemmo che si trattava di un movimento sindacale di categoria dei deputati di professione, che vedevano in pericolo privilegi e proventi e ricorrevano allo sciopero. Lo stesso va detto della "storica battaglia" contro la "legge truffa". L’elezione non solo è di per sé una truffa, ma lo è tanto più quanto più pretende di dare parità di peso ad ogni voto personale. Tutto il polpettone in Italia lo fanno poche migliaia di cuochi, sottocuochi e sguatteri, che si pecoreggiano in lotti "a braccio" i venti milioni di elettori.

Se il Parlamento servisse ad amministrare tecnicamente qualche cosa e non soltanto a fare fessi i cittadini, su cinque anni di massima vita non ne dedicherebbe uno alle elezioni e un altro a discutere la legge per costituire se stesso! Fatto il conto delle ore di sbraitamento, si va al di là dei due quinti. Questa sodalità sgonfiona non è fine che a se stessa: e i popoli che si sono fatti ammazzare per rimetterla su sono stati truffati altro che del venti per cento della loro particellina di sovranità! Ormai quelli votano all’altro mondo.

Se i parlamentari di tutte le frazioni borghesi se ne fregano del principio democratico, non meno se ne ridono i falsi comunisti. Ciò non perché ritornino minimamente su posizioni di classe e di dittatura dopo la bancarotta del bloccardismo per la libertà. Ed infatti essi non ricalcano la stessa strada, dissimulando ogni connotato di partito, e rimettono in piedi un blocco del sano popolo italiano, degli illuminati, degli onesti, non solo con la scema alternativa Nenni che in fondo promette quello che noi abbiamo detto: dateci adito al parlamento e governeremo con voi e come voi; ma suscitano tutta una schiera di fiancheggiatori bolsi, cui solo l’inesorabile decrepitezza e arteriosclerosi ha impedito di associare i nomi più borghesi della politica: Bonomi, Croce, Orlando, Nitti, De Nicola, Labriola e simili...

E sono tanto alieni dal pensare lontanamente a risalire la china discesa che non solo sono i più ardenti nell’invocare legalità e costituzionalità, quando rivendicano contro De Gasperi che pretendono "austriaco" (la borghesia austriaca può insegnare come si amministra senza rubare, a quella italiana) la tradizione del Maggio 1915, della guerra per la democrazia e Trieste, ma sbraitano nazionalista e patriottardo più di chiunque altro.

Non è solo il coerente e rispettabile Turati che potrebbe rientrare a fronte alta, ma soprattutto il Mussolini 1914, maestri di costoro per aver saputo tradire il proletariato per la democrazia, e la democrazia per la dittatura.

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L’inviato di un giornale londinese ha descritto una scena alla quale giura di aver assistito con i suoi occhi mortali, ben sano di mente e libero da fumi di droghe, in una valle del misterioso Tibet.

Nella notte lunare il rito aduna, forse a migliaia, i monaci vestiti di bianco, che si muovono lenti, impassibili, rigidi, tra lunghe nenie, pause e reiterate preghiere. Quando formano un larghissimo cerchio si vede qualcosa al centro dello spiazzo: è il corpo di un loro confratello steso supino al suolo. Non è incantato o svenuto, è morto, non solo per la assoluta immobilità che la luce lunare rivela, ma perché il lezzo di carne decomposta, ad un volgere della direzione del vento, arriva alle nari dell’esterrefatto europeo.

Dopo lungo girare e cantare, e dopo altre preghiere incomprensibili, uno dei sacerdoti lascia la cerchia e si avvicina alla salma. Mentre il canto continua incessante egli si piega sul morto, si stende su di lui aderendo a tutto il suo corpo, e pone la sua viva bocca su quella in disfacimento.

La preghiera continua intensa e vibrante e il sacerdote solleva sotto le ascelle il cadavere, lentamente lo rialza e lo tiene davanti a sé in posizione verticale. Non cessa il rito e la nenia: i due corpi cominciano un lungo giro, come un lento passo di danza, e il vivo guarda il morto e lo fa camminare dirimpetto a sé. Lo spettatore straniero guarda con pupille sbarrate: è il grande esperimento di riviviscenza dell’occulta dottrina asiatica che si attua. I due camminano sempre nel cerchio degli oranti. Ad un tratto non vi è alcun dubbio: in una delle curve che la coppia descrive, il raggio della luna è passato tra i due corpi che deambulano: quello del vivo ha rilasciato le braccia e l’altro, da solo, si regge, si muove. Sotto la forza del magnetismo collettivo la forza vitale della bocca sana è penetrata nel corpo disfatto e il rito è al culmine: per attimi o per ore il cadavere, ritto in piedi, per la sua forza cammina.

Così sinistramente, una volta ancora, la giovane generosa bocca del proletariato possente e vitale si è applicata contro quella putrescente e fetente del capitalismo, e gli ha ridato nello stretto inumano abbraccio un altro lasso di vita.