Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana

 

IL PARTITO COMUNISTA NELLA TRADIZIONE DELLA SINISTRA
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SOMMARIO

 
 

Appendice
Nell’organica predisposizione del Partito la sua preparazione alla rivoluzione

Rapporto alle Riunioni di Firenze (25-26 maggio 1985) e d’Ivrea (7-8 settembre 1985)
«Il Partito Comunista» - nn. 135 e 136 di novembre e dicembre 1985





1. Il Partito come guida organica della classe

Il primo punto da cui partire è quello secondo il quale il Partito è consapevole che non vi potrà mai essere alcuna vittoria rivoluzionaria se non si realizzeranno quelle condizioni storiche che permetteranno al Partito stesso di costituire la guida organica del proletariato rivoluzionario.

Il Partito organizza quei militanti che non solo sono decisi a battersi per la vittoria della rivoluzione, ma che sono anche consapevoli delle finalità che il Partito persegue e conoscono i mezzi necessari per conseguirle.

Ciò non significa che sia condizione per l’ammissione al Partito, la coscienza individuale, cosa che escludiamo alla maniera più assoluta; tuttavia questa tesi fondamentale e di principio significa che cessa di esistere ogni rapporto organico di Partito quando si usano al suo interno metodi di costrizione fisica, espliciti e, peggio, diplomatici, che escludiamo prima, durante e dopo la Rivoluzione. Tale tesi dimostra anche che i membri del Partito debbono essere considerati non materiali verso cui fare opera di propaganda e d’agitazione, ma compagni con cui svolgere un lavoro comune per la comune preparazione rivoluzionaria: in ciò è anche contenuta la tesi che il Partito rappresenta la classe per sé nel suo divenire storico indipendentemente dalle situazioni.

Cit. 164 - Discorso del rappresentante della Sinistra al 6° Esecutivo Allargato dell’I.C. - 1926
È assolutamente necessario dare la partito la possibilità di formarsi un’opinione e di esprimerla e sostenerla con franchezza. Al congresso del partito ho detto che l’errore è stato di non fare, all’interno del partito, una chiara distinzione fra agitazione e propaganda. L’agitazione viene condotta fra una grande massa di persone per chiarire un certo numero d’idee molto semplici; la propaganda, invece, tocca uno strato relativamente ristretto di compagni ai quali s’illustra un numero maggiore d’idee complesse. L’errore in cui si è incorsi è di limitarsi all’agitazione entro il partito; di considerare la massa degli iscritti come, in principio, dei minorati; di trattarli com’elementi che si possono mettere in moto, non come un fattore operante di lavoro comune. Un’agitazione in base a formule imparate a memoria è fino ad un certo punto concepibile quando si tratta di mettere in movimento grandi masse, e il fattore della volontà e della coscienza hanno un ruolo secondario. Ma, nel partito, le cose stanno in tutt’altro modo. Noi chiediamo che, nel suo seno, questi metodi d’agitazione abbiano fine. Il partito deve riunire intorno a sé quella parte della classe operaia che possiede e in cui prevale la coscienza di classe – a meno che voi propugnate appunto quella teoria degli eletti che un tempo servì d’accusa (e accusa infondata) contro di noi. Bisogna che la massa degli iscritti al partito elabori una coscienza politica collettiva, che studi a fondo i problemi di fronte ai quali il partito comunista si trova posto. In questo senso, è della massima urgenza cambiare il regime interno del partito.
Solo in rari svolti della storia la classe fisica corrisponde alla classe per sé e si tratta di un processo oggettivo su cui la volontà del Partito può influire molto relativamente perfino nei momenti di maggiore consistenza numerica del Partito. Al contrario il lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito stesso è compito squisitamente soggettivo, che certo non potrà non risentire dell’ambiente esterno e dell’evolversi delle situazioni, ma in ogni caso può essere assolto solo attraverso un continuo sforzo dell’organizzazione formale per mantenersi all’altezza del partito.
 

2. Fattori oggettivi della degenerazione dell’Internazionale Comunista

Come più volte affermato nei testi e nelle tesi è necessario rifarsi alla battaglia che la Sinistra ha condotto con il centro della Internazionale dal 1922 al 1926, perché fu proprio attraverso quella battaglia che il nodo storico della rinascita del Partito mondiale dalle ceneri della Terza Internazionale fu sciolto. Sconfitta la Rivoluzione e rinascita del Partito sulla base degli insegnamenti derivanti proprio dalla vittoria della controrivoluzione si saldano così inscindibilmente.

Non potremmo capire il significato della battaglia della Sinistra contro lo stalinismo negli anni cruciali 1922-1926 se non alla luce della nostra esclusiva tesi che furono fattori oggettivi che determinarono la vittoria della controrivoluzione. Tutti coloro che hanno sopravalutato gli aspetti soggettivi (errori del centro internazionale) hanno finito per abbandonare gli stessi più elementari principi comunisti proprio perché si sono preclusi la possibilità stessa di cogliere il significato di classe degli avvenimenti russi ed europei di quel periodo.

Questa nostra tesi è affermata in tutti i testi e ci contraddistingue non solo nei confronti dell’opportunismo ufficiale di marca moscovita, ma anche nei confronti dell’opportunismo per molti versi più fetente ancora dei mille gruppuscoli sedicenti rivoluzionari.

Cit. 165 - Struttura economica e sociale della Russia d’oggi - 1957
118 - In Russia la fase rivoluzionaria era matura per urgere in breve ciclo di forze nuove e disgregarsi di morte forme; fuori in Europa la situazione era falsamente rivoluzionaria e lo schieramento non fu decisivo, l’incertezza e mutevolezza di atteggiamento fu effetto e non causa della riflessione della storica curva del potenziale di classe.
    Se errore vi fu e se di errore di uomini e di politici è sensato discorrere, esso non consistette nell’aver perduto autobus storici che si potevano agguantare, bensì nell’aver colto, nella lotta in Russia, la presenza della situazione suprema, nell’aver creduto in Europa di poterle sostituire l’effetto di illusionisti soggettivi abilismi, nel non aver avuto, da parte del movimento, la forza di dire che l’autobus del potere proletario in occidente non era passato e quindi era menzogna segnalare in arrivo quello dell’economia socialista in Russia.
Tuttavia abbiamo più volte sottolineato che non si devono sottovalutare gli errori tattici ed organizzativi dei primi anni dell’Internazionale Comunista non perché senza quegli errori la controrivoluzione non sarebbe passata, ma perché sta proprio nel comune maneggio del significato di quegli errori e delle tempestive reazione della Sinistra la possibilità materiale di far marciare il Partito sulla corretta via rivoluzionaria.

Le debolezze che da parte della Sinistra furono subito indicate alla Internazionale furono relative alla stessa impostazione della questione della tattica (mancanza di limiti chiari e precisi); l’atteggiamento impaziente, peraltro non immotivato, nei confronti della lotta per la conquista del potere politico nei paesi capitalistici europei, da cui il manovriamo, la generalizzazione dell’esperienza russa ai grandi paesi capitalistici europei (confusione della tattica nelle aree a doppia rivoluzione con quella delle aree a rivoluzione unica); la pratica, in campo organizzativo, del fusionismo dei partiti comunisti con partiti non rivoluzionari.

Abbiamo più volte scritto che tali debolezze non erano imputate dalla Sinistra a pretese incapacità soggettive dei dirigenti dell’Internazionale. Ciononostante la Sinistra sapeva che insistere nella pratica di tali debolezze avrebbe avuto la conseguenza di indebolire e poi distruggere l’Internazionale. Perciò fin dal II Congresso la Sinistra operò per ridurre al minimo gli effetti negativi di tali debolezze sulla intera Internazionale con la chiara intenzione di preservare se non l’intero partito, almeno il nerbo che aveva dato vita all’Internazionale. Le vicende successive ebbero invece il peggiore degli andamenti possibili per ottenere anche questo risultato limitato. Il crollo successivo della Internazionale ha confermato che, mentre essa aveva svolto in maniera definitiva i problemi di teoria e di principio, non aveva affrontato in maniera altrettanto definitiva ed adeguata il problema della tattica, ed attraverso questa breccia rimasta aperta è potuto entrare di nuovo l’opportunismo.
 

3. Valutazioni della situazione storica e compiti del Partito

Di fondamentale importanza è la corretta valutazione della situazione storica, perché altrimenti diventerebbero vaghi non solo i connotati della tattica, ma di conseguenza anche la fisionomia del Partito, la sua funzione ed i suoi compiti specifici.

La lezione che dobbiamo trarre dagli anni 1919-26 è che, in ultima analisi, fu la capacità di resistere del capitalismo alla potente ondata rivoluzionaria che spiega anche gli errori soggettivi della Internazionale. Negli anni seguenti il capitalismo mondiale ha potuto permettere con sostanziose briciole alla classe operaia dei paesi imperialisti la partecipazione allo sfruttamento del mondo. Da un punto di vista materialistico non può spiegarsi diversamente la totale acquiescenza del grosso della classe operaia occidentale alle esigenze capitalistiche, che si esprime con il controllo politico della classe da parte dei partiti opportunisti; altrimenti dovremmo considerare l’opportunismo come un fenomeno non sociale ed economico, ma morale. In ciò non deve essere contenuta alcuna concessione alle teorie della "integrazione" della classe operaia nel "sistema" capitalistico, perché deve anche essere riaffermata la sicura previsione che anche la classe operaia dei paesi occidentali ed imperialisti dovrà tornare ad esprimere potenza di lotta di classe per il raggiungimento dei suoi storici obiettivi come e più che nel 1919. Quando? Quando la base materiale dell’alleanza tra l’imperialismo e la classe operaia dei paesi imperialisti verrà meno, per ragioni altrettanto materiali.

I compiti tattici ed organizzativi del Partito, permanenti e contingenti, debbono essere direttamente correlati a questo processo storico, che condiziona la ripresa alla lotta rivoluzionaria di classe. Il Partito non deve adottare metodi ed atteggiamenti che non abbiano come base la necessaria situazione materiale, e che non siano ampiamente spiegati alla luce della teoria, in quanto in tal caso si comprometterebbero i caratteri fondamentali del Partito stesso. Senza una precisa correlazione tra fini, principi, tattica ed analisi della situazione il Partito finirebbe per assumere atteggiamenti che pregiudicano i suoi caratteri distintivi, e cadrebbe altrettanto inevitabilmente nell’attivismo e nel volontarismo.

Cit. 166 - Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) - 1926
     I, 3 - L’esame e la comprensione delle situazioni devono essere elementi necessari delle decisioni tattiche, ma non in quanto possano condurre, ad arbitrio dei capi a ’improvvisazioni’ ed a ’sorprese’, ma in quanto segnaleranno al movimento che è giunta l’ora di un’azione preveduta nella maggior misura possibile. Negare la possibilità di prevedere le grandi linee della tattica – non di prevedere le situazioni, il che è possibile con sicurezza ancora minore, ma di prevedere che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive – significa negare il compito del partito, e negare la sola garanzia che possiamo dare alla rispondenza, in ogni eventualità, degli iscritti al partito e delle masse agli ordini del centro dirigente. In questo senso il partito non è un esercito, e nemmeno un ingranaggio statale, ossia un organo in cui la parte dell’autorità gerarchica è preminente e nulla quella dell’adesione volontaria; è ovvio il notare che al membro del partito resta sempre una via per la non esecuzione degli ordini, a cui non si contrappongono sanzioni materiali: l’uscita dal partito stesso. La buona tattica è quella, che allo svolto delle situazioni, quando al centro dirigente non è dato il tempo di consultazione del partito e meno ancora delle masse, non conduce nel seno del partito stesso e del proletariato a ripercussioni inattese e che possono andare in senso opposto alla affermazione della campagna rivoluzionaria. L’arte di prevedere come il partito reagirà agli ordini, e quali ordini otterranno la buona reazione, è l’arte della tattica rivoluzionaria: essa non può essere affidata se non alla utilizzazione collettiva delle esperienze di azione del passato, assommate in chiare lettere di azione; commettendo queste all’esecuzione di dirigenti, i gregari si assicurano che questi non tradiranno il loro mandato, e si impegnano sostanzialmente e non apparentemente da una esecuzione feconda e decisa degli ordini del movimento. Non esitiamo a dire che, essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta, molto deve essere sacrificato alla chiarezza, alla capacità di persuadere delle norme tattiche, anche se ciò comporta una certa quale schematizzazione: quando le situazioni rompessero di forza gli schemi tattici da noi preparati, non si rimedierà cadendo nell’opportunismo e nell’eclettismo, ma si dovrà compiere un nuovo sforzo per adeguare la linea tattica ai compiti del partito. Non è il partito buono che dà la tattica buona, soltanto, ma è la buona tattica che dà il buon partito, e la buona tattica non può essere che tra quelle capite e scelte da tutti nelle linee fondamentali.
    Noi neghiamo sostanzialmente che si possa mettere la sordina allo sforzo ed al lavoro collettivo del partito per definire le norme della tattica, chiedendo una obbedienza pura e semplice ad un uomo, o ad un comitato, o da un singolo partito dell’Internazionale, e al suo tradizionale apparato dirigente.
    L’azione del partito prende un aspetto di strategia nei momenti culminanti della lotta per il potere, in cui la parte sostanziale di essa prende carattere militare. Nelle situazioni precedenti l’azione del partito non si riduce, però, alla pura funzione ideologica, propagandistica ed organizzativa, ma consiste, come si è detto, nel partecipare e agire nelle singole lotte suscitate nel proletariato. Il sistema delle norme tattiche deve essere dunque edificato appunto allo scopo di stabilire secondo quali condizioni l’intervento del partito e la sua attività in simili movimenti, la sua agitazione tra il vivo delle lotte proletarie, si coordina allo scopo finale e rivoluzionario e garantisce simultaneamente il progresso utile della preparazione ideologica organizzativa e tattica.


4. Necessità della continua preparazione del Partito

Nel decidere l’intervento del Partito nelle situazioni storiche date dobbiamo evitare l’errore volontaristico che si riduce quasi sempre ad una svalutazione del Partito, attribuendo ad organi immediati della classe funzioni rivoluzionarie tipiche del Partito. È in particolar modo la tradizione sindacalista. Dobbiamo invece essere consapevoli che quando la situazione storica maturerà veramente in senso rivoluzionario numerosi militanti rivoluzionari si schiereranno, anche per via istintiva, con il Partito; ed anzi proprio questo sarà uno dei segni più evidenti dell’accelerarsi del processo della ripresa rivoluzionaria.

Cit. 167 - Tesi caratteristiche del Partito (Tesi di Firenze) - 1951
IV, 10 - L’accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito esclude assolutamente che si possa stimolare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti. Questi mezzi che informarono la tattica della Terza Internazionale, all’indomani della scomparsa di Lenin dalla vita politica, non sortirono altro effetto che la disgregazione del Comintern, come teoria organizzativa e forza operante del movimento, lasciando sempre qualche brandello di partito sulla strada dell’«espediente tattico». Questi metodi vengono rievocati e rivalorizzati dal movimento trotzkista e della IV Internazionale, ritenendoli a torto metodi comunisti.
    Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette belle e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica.
    La Sinistra italiana ha sempre combattuto l’espedientismo per rimanere sempre a galla, denunciandolo come deviazione di principio e per nulla aderente al determinismo marxista.
L’errore opposto al volontarismo è il piatto fatalismo. Nel processo storico che vede realmente la classe operaia riappropriarsi dei suoi strumenti rivoluzionari il Partito non solo può, ma deve intervenire come fattore volontario. Nelle situazioni storiche contingenti il Partito deve dunque intervenire con i suoi principi inconfondibili, con lo scopo di consolidare i maggiori legami possibili con la classe. Non ogni legame con la classe interessa il Partito (sarebbe puro opportunismo), ma solo quello che non contraddice il nostro schema di prospettiva rivoluzionaria: lotta difensiva di classe, ricostruzione del sindacato di classe, rafforzamento del Partito, lotta rivoluzionaria per la conquista del potere politico. Viceversa proporsi in ogni situazione di dirigere la classe o anche di influenzarla al di fuori della nostra prospettiva ha come conseguenza inevitabile quella di compromettere la compattezza del Partito per i riflessi che un tale tipo di attività non può non avere nell’organizzazione.
Cit. 168 - Tesi della Sinistra al III Congresso del P.C.d’I. (Tesi di Lione) - 1926
I, 3 - L’attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare, in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia alla coscienza teorica del movimento della classe operaia;
b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiare lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni dell’attività e della combattività classista del proletariato, come l’autonomia e l’indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.
    Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.
    Si deve altamente dire che, in certe situazione passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto d’appoggio indispensabile della sua ripresa. Su terreno dialettico e marxista, non mai sul terreno estetista e sentimentale, va respinta la bestiale espressione opportunista che un partito comunista è libero di adottare tutti i mezzi e tutti i metodi. Si dice che, appunto perché il partito è veramente comunista, sano cioè nei principi e nella organizzazione, si può permettere tutte le acrobazie della manovra politica, ma questa asserzione dimentica che il partito è per noi al tempo stesso fattore e prodotto dello sviluppo storico, e dinanzi alle forze di questo si comporta come materia ancora più plastica il proletariato. Questo non sarà influenzato secondo le giustificazioni contorte che i capi del partito presenterebbero per certe «manovre», ma secondo effetti reali che bisogna saper prevedere, utilizzando soprattutto l’esperienza dei passati errori. Solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi le false strade con norme d’azione precise e rispettate, il partito garantirà contro le degenerazioni, e mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative.
Il Partito si deve abilitare a diventare l’organo indispensabile della Rivoluzione, e lo può fare solo «difendendo nel presente i compiti futuri del movimento proletario». Qui sta il senso e l’importanza della necessità della preparazione del Partito, compito primario proprio del periodo storico che ancora oggi attraversiamo. Quando le masse proletarie si schiereranno nuovamente sul terreno sul terreno della lotta di classe non ci sarà il tempo per la preparazione di un Partito capace di svolgere in maniera efficace i suoi compiti rivoluzionari. L’esperienza storica dimostra che la situazione rivoluzionaria travolge i partiti non saldamente preparati sul terreno rivoluzionario (crollo della Seconda Internazionale allo scoppio della prima guerra mondiale), mentre solo partiti precedentemente preparati possono condurre il proletariato alla vittoria nelle crisi rivoluzionarie (partito bolscevico, in Russia 1917). Non è dunque il movimento, nemmeno quello del proletariato rivoluzionario, a determinare chiarezza di programmi e compattezza di azione del Partito, ma viceversa è la chiarezza programmatica e tattica e la compattezza organizzativa precedentemente conquistate dal Partito a consentire la vittoria del proletariato rivoluzionario contro lo Stato capitalista. Altrimenti su che cosa si baserebbe la nostra fondamentale nozione che dittatura del proletariato significa dittatura del Partito?
 

5. La compattezza e l’unitarietà del Partito sono risultati della sua organica attività

Il lavoro di preparazione rivoluzionaria del Partito deve consistere nella trasmissione continua ed in ogni sua parte della dottrina e della tradizione storica con lo scopo di conseguire quel grado di assimilazione collettiva indispensabile affinché il Partito stesso possa assumere la funzione di organo della Rivoluzione quando la situazione sarà maturata. La coscienza di questa necessità, pur essendo stata una originaria aspirazione della Sinistra, si ha solo con la lotta contro lo stalinismo. Sconfitta pratica del movimento rivoluzionario e vittoria teorica in quanto coscienza della unica possibilità della vittoria rivoluzionaria futura si saldano inscindibilmente nelle esperienza della Sinistra ormai fuori della Internazionale stalinizzata. È dunque a questa sola esperienza che dobbiamo rifarci nel nostro quotidiano lavoro di partito e soprattutto alla battaglia condotta dalla Sinistra contro i primi sintomi di degenerazione della Internazionale, quando si forgiarono i primi strumenti e gli antidoti ai primi tentativi, poi andati a buon fine, di rivincita dell’opportunismo contro il partito.

Cit. 169 - Tesi supplementari (Tesi di Milano) - 1966
2 - Pure accettando che il partito abbia un perimetro ristretto, dobbiamo sentire che noi prepariamo il vero partito, sano ed efficiente al tempo stesso, per il periodo storico in cui le infamie del tessuto sociale contemporaneo faranno ritornare le masse insorgenti all’avanguardia della storia; nel quale slancio potrebbero ancora una volta fallire se mancasse il partito non pletorico ma compatto e potente, che è l’organo indispensabile della rivoluzione. Le contraddizioni anche dolorose di questo periodo dovranno essere superate traendo la lezione dialettica che ci è venuta dalle amare delusioni dei tempi passati e segnalando con coraggio i pericoli che la Sinistra aveva in tempo avvertiti e denunziati, e tutte le forme insidiose che volta a volta rivestì la minacciosa infezione opportunista.
3 - Con tale obiettivo si svilupperà in profondità ancor maggiore il lavoro di presentazione critica delle battaglie del passato e delle ripetute reazioni della sinistra marxista e rivoluzionaria alle storiche ondate di deviazione e di smarrimento che si sono poste da oltre un secolo sul cammino della rivoluzione proletaria. Con riferimento alle fasi in cui le condizioni di una ardente lotta tra le classi si presentarono, ma venne meno il coefficiente della teoria e strategia rivoluzionaria, e soprattutto con la storia delle vicende che inficiarono la Terza Internazionale quando sembrava che il punto cruciale fosse stato per sempre superato, e delle posizioni critiche che la Sinistra assunse per scongiurare il pericolo che grandeggiava, e la rovina che purtroppo seguì, si potranno consacrare insegnamenti che non possono né vogliono essere ricette per il successo, ma moniti severi per difenderci da quei pericoli e da quelle debolezze in cui presero forma le insidie e i trabocchetti, quando la storia vi fece tante volte cadere le forze che sembravano votate alla causa dell’avanzata rivoluzionaria.
Questi strumenti, sottoposti ormai ad una selezione storica più volte confermata, furono la reazione della Sinistra contro l’eclettismo tattico (aleatorietà del termine usato al terzo congresso dell’Internazionale nel 1921 «conquista della maggioranza», mancanza di limiti ben precisi nelle indicazioni tattiche, fronte unico, etc.); la reazione della Sinistra contro metodi organizzativi fusionisti con gli altri partiti; la denuncia dei metodi della caccia ai presunti responsabili di insuccessi che si imputavano alla cattiva applicazione delle norme tattiche dettate dal Presidium dell’Internazionale, quando invece non erano imputabili che alle condizioni oggettive sfavorevoli, alle quali male si reagiva proprio con l’eclettismo tattico; la lotta della Sinistra contro un metodo di lavoro interno consistente nella caccia allo spettro del frazionismo invece che alla ricerca comune delle giuste posizioni. Mentre si pretendeva di rovesciare situazioni storiche sfavorevoli, il che era materialmente impossibile, si distruggeva l’organo Partito. Da quelle vicende il Partito ha tratto definitivamente la convinzione che non si può ottenere il risultato di coesione e compattezza organizzativa se non come risultato di un’attività (teorica e pratica) che accomuni tutto il Partito, dal centro alla periferia, quindi come risultato di un metodo di lavoro in cui la lotta politica interna sia esclusa in via di principio.
Cit. 170 - Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito (Tesi di Napoli) - 1965
     3 - Per quanto riguarda il periodo successivo di vita della nuova Internazionale, forma patrimonio in obliabile della Sinistra comunista la giusta diagnosi teorica e previsione storica di nuovi pericoli opportunistici che si delineavano nel processo di vita dei primi anni della nuova Internazionale. Tale punto va sviluppato, ad evitare teoricismi pesanti, con metodo storico. Le prime manifestazioni denunziate ed opposte dalla Sinistra si verificarono nella tattica a proposito dei rapporti da stabilire con i vecchi partiti socialisti della II Internazionale, da cui i comunisti si erano organizzativamente divisi con le scissioni, e conseguentemente anche in misure errate in materia di struttura organizzativa.
    Il III Congresso aveva giustamente constatato che non era sufficiente (già nel 1921 si poteva prevedere che la grande ondata rivoluzionaria seguita alla fine della guerra del 1918 andava raffreddandosi e che il capitalismo avrebbe tentato controffensive sia nel campo economico che in quello politico) avere formato partiti comunisti strettamente impegnati al programma dell’azione violenta, della dittatura proletaria e dello Stato comunista, se una larga parte delle masse proletarie restava accessibile alle influenze dei partiti opportunisti, da tutti noi allora considerati come i peggiori strumenti della controrivoluzione borghese e che avevamo le mani lorde del sangue di Carlo e Rosa. Tuttavia la Sinistra comunista non accettò la formula che fosse condizione dell’azione rivoluzionaria (deprecabile come iniziativa blanquista di piccoli partiti) la conquista della «maggioranza» del proletariato (tra l’altro non si seppe mai se si trattasse del vero proletariato salariato o del «popolo», includente contadini proprietari e microcapitalisti, artigiani ed ogni altro piccolo borghese). Tale formula della maggioranza col suo sapore democratico destava un primo allarme, purtroppo verificato dalla storia, che l’opportunismo potesse rinascere introdotto sotto la solita bandiera dell’omaggio ai concetti mortiferi di democrazia e di conta elettorale.
    Dal IV Congresso, fine del 1922, in poi, la previsione pessimista e la vigorosa lotta della Sinistra seguitano a denunciare le tattiche pericolose (fronte unico tra partiti comunisti e socialisti, parola del «governo operaio») e gli errori organizzativi ( per i quali si volevano ingrandire i partiti non solo coll’accorrere ad essi di proletari che abbandonassero gli altri partiti a programma azione e struttura socialdemocratica, ma con fusioni che accettassero interi partiti e porzioni di partiti dietro patteggiamenti coi loro stati maggiori, ed anche coll’ammettere come sezioni nazionali del Comintern i pretesi partiti «simpatizzanti», il che era un palese errore in senso federalistico). In una terza direzione, la Sinistra denunzia fin da allora, e sempre più vigorosamente negli anni successivi, il grandeggiare del pericolo opportunista: questo terzo argomento è il metodo di lavoro interno dell’Internazionale, per cui il centro rappresentato dall’Esecutivo di Mosca usa verso i partiti, e sia pure verso parti di partiti che siano incorse in errori politici, metodi non solo di «terrore ideologico», ma soprattutto di pressione organizzativa, il che costituisce una errata applicazione e man mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina senza eccezioni. Tale metodo di lavoro andò inasprendosi dappertutto, ma particolarmente in Italia negli anni successivi al 1923 – in cui la Sinistra, seguita da tutto il partito, dette prova di disciplina esemplare passando le consegne a compagni destri e centristi designati da Mosca – poiché si abusò gravemente dello spettro del «frazionamento» e della costante minaccia di buttare fuori dal partito una corrente accusata artificialmente di preparare una scissione, al solo fine di fare prevalere i pericolosi errori centristi nella politica del partito. Questo terzo punto vitale fu a fondo discusso nei Congressi internazionali ed in Italia, ed è non meno importante della condanna alle tattiche opportunistiche ed alle formule organizzative di tipo federalista.
Nonostante generosi e tempestivi tentativi di salvare l’Internazionale, questa, di lì a pochi anni, diventò totalmente preda del nuovo e più potente opportunismo. L’insegnamento contenuto nelle vicende di allora e confermato da quelle successive è duplice: non vi sono ricette per impedire le crisi ricorrenti del Partito, ma sarebbe delittuoso non far tesoro delle esperienze di quel periodo.

Il mantenimento del corretto metodo di lavoro interno è indispensabile affinché il Partito non degeneri e affinché sia svolta pienamente la funzione di trasmissione delle corrette posizioni rivoluzionarie alla nuove generazioni. È nostra tesi che il Partito non può non risentire dell’ambiente esterno in cui è costretto ad agire, ambiente che oggi è il più sfavorevole e impregnato di opportunismo che sia possibile immaginare. È dunque solo nella coerenza teorica delle sue posizioni che il Partito deve trovare la forza per opporsi all’opportunismo dilagante. Ed è proprio qui che sorge la questione del mantenimento dei principi e della giusta tattica.

La migliore soluzione di questa questione, di importanza capitale per saperci orientare nel nostro lavoro quotidiano, risiede:
a) nell’evitare di rivolgere la lotta che il Partito conduce contro l’opportunismo (che è una lotta dell’intero Partito contro un nemico esterno) contro una parte del Partito stesso, accusata dall’altra parte di «opportunismo». La lotta politica interna è stata bandita per sempre;
b) nella sempre miglior conoscenza delle nostre posizioni e della storia della battaglia del comunismo di sinistra contro le posizioni opportuniste, perché altrimenti il Partito finirebbe per non sapere più riconoscere le stesse posizioni rivoluzionarie.

Soltanto così il Partito potrà acquisire la capacità collettiva di separare sempre più nettamente le posizioni delle svariate forme di opportunismo da quelle autenticamente rivoluzionarie. E tale capacità non consisterà nell’attribuire «posizioni opportuniste» a singoli compagni o parti del partito, ma in quello di riconoscere tempestivamente i pericoli a suo tempo denunciati dalla Sinistra affinché il Partito possa esserne difeso nel migliore dei modi.

Questo risultato è una conquista continua per il Partito e, perché possa essere sempre precisato e confermato, è necessario e vitale chiarire continuamente, attraverso il complesso e connesso lavoro del partito, compresi contatti fisici ed epistolari frequenti fra i compagni, gli scopi della nostra attività e la loro correlazione con i mezzi necessari per conseguirli.

Cit. 171 - Forza-violenza-dittatura nella lotta di classe - 1948
     V- Per evitare quindi che il Partito cada nelle crisi di opportunismo o debba necessariamente reagirvi col frazionismo non esistono regolamenti o ricette. Vi è però l’esperienza della lotta proletaria di tanti decenni che ci permette di individuare talune condizioni, la cui ricerca, la cui difesa, la cui realizzazione devono essere instancabile compito del nostro movimento. Ne indicheremo a conclusione le principali:
1) Il partito deve difendere ed affermare la massima chiarezza e continuità nella dottrina comunista quale si è venuta svolgendo nelle sue successive applicazioni agli sviluppi della storia, e non deve consentire proclamazioni di principio in contrasto anche parziale coi suoi cardini teoretici.
2) Il partito deve in ogni situazione storica proclamare apertamente l’integrale contenuto del suo programma quanto alle attuazioni economiche, sociali e politiche, e soprattutto in ordine alla questione del potere, della sua conquista con la forza armata, del suo esercizio con la dittatura.
    Le dittature che degenerano nel privilegio di una ristretta cerchia di burocrati e di pretoriani sono state sempre precedute da proclamazioni ideologiche ipocritamente mascherate sotto formule di natura popolaresca a sfondo ora democratico ora nazionale, e dalla pretesa di avere dietro di sé la totalità delle masse popolari, mentre il partito rivoluzionario non esita a dichiarare l’intenzione di aggredire lo stato e le sue istituzioni e di tendere la classe vinta sotto il peso dispotico della dittatura anche quando ammette che solo una minoranza avanzata della classe oppressa è giunta al punto di comprendere queste esigenze di lotta.
    «I comunisti – dice il Manifesto – disdegnano di nascondere i loro scopi». Coloro che vantano di raggiungerli tenendoli abilmente coperti sono soltanto i rinnegatori del comunismo.
3) Il partito deve attuare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o peggio ancora di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti.
4) Il partito deve lottare per una chiara comprensione storica del senso antagonista della lotta. I comunisti rivendicano l’iniziativa dell’assalto a tutto un mondo di ordinamenti e di tradizioni, sanno di costituire essi un pericolo per tutti i privilegiati, e chiamano le masse alla lotta per l’offensiva e non per la difensiva contro pretesi pericoli di perdere millantati vantaggi e progressi, conquistati nel mondo capitalistico. I comunisti non danno in affitto e prestito il loro partito per correre ai ripari nella difesa d cause non loro e di obiettivi non proletari come la libertà, la patria, la democrazia ed altre simili menzogne.
    «I proletari sanno di non aver da perdere nella lotta altro che le loro catene».
5) I comunisti rinunciano a tutta quella rosa di espedienti tattici che furono invocati con la pretesa di accelerare il cristallizzarsi dell’adesione di larghi strati delle masse intorno al programma rivoluzionario.
    Questi espedienti sono il compromesso politico, l’alleanza con altri partiti, il fronte unico, le varie forme circa lo Stato usate come surrogato della dittatura proletaria – governo operaio e contadino, governo popolare, democrazia progressiva.
    I comunisti ravvisano storicamente una delle principali condizioni del dissolversi del movimento proletario e del regime comunista sovietico proprio nell’impiego di questi mezzi tattici, e considerano coloro che deplorano la lue opportunista del movimento staliniano e nello stesso tempo propugnano quell’armamentario tattico come nemici più pericolosi degli stalinisti medesimi.
Il Partito infatti non considera la tattica alla stessa tregua della politica borghese, cioè come se consistesse in un insieme di intrighi ed accorgimenti di carattere parlamentare e diplomatico. La necessità storica della Rivoluzione Comunista non è qualcosa che abbiamo cavato fuori dalla nostra testa e che vogliamo imporre con giochi di astuzia ad un mondo riluttante; è la necessità stessa della evoluzione storica. Al Partito, come fattore di volontà e di coscienza, spetta un ruolo determinante, quello della direzione della classe che sarà costretta a lottare per il potere da condizioni materiali ben precise. E tale ruolo fondamentale il Partito sarà in grado di svolgerlo nella misura in cui si scaglierà deciso e compatto contro tutti gli altri partiti che cercheranno con ogni mezzo di impedire la Rivoluzione.

Per poter svolgere una tale funzione serve un centralismo, ma non quale che sia, è necessario che il funzionamento del Partito sia organicamente collegato alle sue funzioni, intorno alle quali si centralizza. È decisivo che il Partito possa fare oggi questa esperienza perché dovrà costituire la caratteristica peculiare del Partito che materialmente guiderà la Rivoluzione. Se ha senso tutta la nostra opera per reimpostare nella classe operaia la teoria e l’azione rivoluzionaria, lo ha maggiormente realizzare questo criterio di funzionamento e di metodo di lavoro, poiché senza la decisiva esperienza del piccolo organismo quale siano noi oggi, ben difficilmente è prevedibile l’improvvisa apparizione di un Partito di centinaia di migliaia di membri caratterizzato da questi principi organizzativi, come in ogni caso dovrà essere il Partito che guiderà la Rivoluzione.
 

6. Le lezioni delle controrivoluzioni

Gli avvenimenti storici del periodo 1919-1926 non segnano soltanto la sconfitta del movimento rivoluzionario, ma anche la rinascita del Partito dalle ceneri della Terza Internazionale. Si tratta di avvenimenti le cui cause più profonde non vanno ricercate né nei tradimenti né nella fedeltà alla Rivoluzione di uomini geniali e illustri, ma nelle oggettive determinazioni storiche. Come oggettive furono le cause della sconfitta delle forze rivoluzionarie in quanto in Europa la situazione era falsamente rivoluzionaria e l’incertezza e la mutevolezza di atteggiamento dei partiti comunisti europei e della stessa Internazionale furono effetto e non causa della deflessione della curva del potenziale di classe, altrettanto oggettive furono le cause che determinarono la lotta della Sinistra contro lo stalinismo. Fu in tale lotta che si selezionarono, per determinazioni storiche e non certo per virtù di singoli, le posizioni che da allora formano l’ossatura fondamentale del Partito destinato a guidare la prossima ondata rivoluzionaria contro i poteri capitalistici; ed è perciò che a quella lotta e a quelle posizioni rinviamo continuamente tutte le tesi del Partito, perché è lì che è possibile trovare la risposta ad ogni questione, al di fuori del politicantismo personale, in collegamento con tutta la tradizione rivoluzionaria.

Solo la Sinistra ha mantenuto intatta la teoria e solo in essa si è cristallizzata la premessa della ripresa del movimento rivoluzionario, ma tutto ciò è inseparabile dal fatto che solo la Sinistra denunciò sin dal loro nascere le prime deviazioni tattiche come primi sintomi di un nuovo opportunismo che poi si manifestò completamente. La conclusione che il Partito ha tratto è che ogni tattica «elastica e manovrata» non può non avere un risultato disastroso e fallimentare per la Rivoluzione.

La Sinistra fu la prima ad avvertire che dal momento che lo Stato russo cominciò a deviare sottomettendo a sé il PCUS e la stessa Internazionale si sarebbe aperta una divaricazione sempre più netta tra gli interessi del proletariato mondiale e quelli dello Stato russo. Rimase sola a sostenere che in tal modo si sarebbe aperto un processo controrivoluzionario ed è rimasta sola ad intendere come il partito formale dovesse rinascere ex-novo per tornare ad essere aderente la partito storico, contro altre scuole che sostenevano e sostengono la possibilità di bloccare dall’interno la degenerazione di un Partito e di uno Stato comunque «operai».

Perciò la trasmissione di questa tradizione incorrotta al di sopra delle degenerazioni non può farsi che utilizzando nel modo più fedele possibile gli insegnamenti della battaglia di classe condotta dalla Sinistra negli anni successivi al 1919 e che fu spezzata soprattutto dal vincolo di dipendenza da un centro che degenerava. Attraverso un continuo riferimento alle vicende che inficiarono la Terza Internazionale e alle posizioni critiche che la Sinistra sostenne per scongiurare il pericolo di un nuovo opportunismo si devono trarre degli insegnamenti che dobbiamo ritenere addirittura «sacri», non tanto perché pretendiamo di aver scoperto in essi ricette per il successo, ma perché costituiscono «moniti severi» per difenderci dai pericoli e dalle debolezze in cui tante volte sono cadute le forze rivoluzionarie e nelle quali ogni organismo è suscettibile di ricadere. Il Partito deve conservare intatti questi insegnamenti fondamentali e mantenere come suo patrimonio in obliabile la giusta diagnosi teorica e previsione storica fatta dalla Sinistra di nuovi pericoli opportunistici come si delinearono nei primi anni di vita della nuova Internazionale. In tale patrimonio è di fondamentale importanza l’evidente tesi marxista affermata dalla Sinistra in tutte le polemiche contro la degenerazione di Mosca che il Partito è al tempo stesso fattore e prodotto dello svolgimento storico e che quindi non è circondato da invalicabili mura, ma risente degli effetti della sua stessa azione svolta verso l’esterno.

Il baratro in cui caddero in pochi anni il Partito Comunista russo e la stessa Internazionale, che pure avevano guidato la gloriosa Rivoluzione d’Ottobre e avevano fatto tremare di paura la borghesia mondiale, fu talmente profondo che la stessa possibilità di mantenere anche un esile filo organizzativo che trasmettesse le corrette posizioni e la corretta tradizione rivoluzionaria fu affidata ad un esiguo numero di militanti. Nonostante ciò il senso storico della rinascita del Partito e del mantenimento di legami organizzativi di Partito in tutto il periodo estremamente sfavorevole alla Rivoluzione apertosi con la vittoria dello stalinismo è sempre stato quello della preparazione del vero Partito per il periodo storico in cui il proletariato ritornerà all’avanguardia della storia, nella convinzione assoluta che anche il prossimo assalto rivoluzionario andrebbe sicuramente sconfitto se mancasse ancora l’organo indispensabile alla Rivoluzione, il Partito. Un tale Partito non può essere improvvisato, né può nascere sotto la spinta di suggestioni e movimenti spontanei, ma può essere solo il risultato di una lunga e difficile opera che mantenga intatto il legame che unisce l’incorrotta teoria all’azione rivoluzionaria. Questo formidabile respiro storico e la profonda consapevolezza della preparazione dell’effettivo ed efficiente organo della Rivoluzione devono essere sempre presenti nel Partito, anche se la distanza dall’epoca rivoluzionaria è abissale.

Nelle Tesi di Lione, che traggono il bilancio della lotta contro lo stalinismo, nonostante il risultato estremamente negativo ai fini degli effetti immediati di tale lotta, vengono posti i cardini di come deve intendersi l’attività del Partito in tutti i tempi e in tutte le situazioni e tali cardini devono essere considerati sacri insegnamenti non solo per il Partito di oggi, ma anche per quello di domani, proprio perché derivano da quelle cause che allora giocarono a favore della controrivoluzione, ma che nelle condizioni storiche future potranno giocare a favore della Rivoluzione. Da questi sacri insegnamenti abbiamo appreso che in tutti i tempi e in tutte le situazioni l’attività del Partito non deve mai limitarsi alla conservazione della purezza dei principi teorici e della compagine organizzativa, né alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati. Essa deve conglobare sempre la difesa dei postulati programmatici fondamentali, anche quando cosiddetti nuovi fatti pretendessero smentirne alcuno; l’assicurazione della continuità dell’organizzazione, della sua efficienza e della sua difesa contro esigenze estranee all’interesse della Rivoluzione; la partecipazione attiva ad ogni lotta proletaria suscitata anche da interessi parziali e limitati, incoraggiandone sempre lo sviluppo, ma mettendo sempre in primissimo piano il raccordo di ogni lotta con gli scopi finali rivoluzionari, mai presentando le eventuali conquiste ottenute con il metodo della lotta di classe come posizioni di arrivo ma ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire. Scopo supremo di tutta questa attività è quella di preparare le condizioni soggettive che consentano al proletariato di approfittare delle possibilità oggettive che presenterà la storia in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.

È mantenendosi aderente a questa complessa visione dell’attività del Partito che è possibile conservare il Partito stesso sulla giusta via rivoluzionaria, al di fuori di ogni attivismo spaccone e inconcludente che pretende di allevare con la propria volontà le condizioni oggettive della Rivoluzione, non capendo che queste sono un prodotto della storia e dunque scambiando questa con la propria volontà; e ugualmente al di fuori di ogni spontaneismo che svaluta ogni attività di preparazione soggettiva del Partito pretendendo che la chiarezza e l’efficienza dell’indirizzo del Partito siano un prodotto dell’azione delle masse e non qualità del Partito e che il Partito deve saper acquisire prima della esplosione della Rivoluzione, pena la disfatta della Rivoluzione stessa.
 

7. Nesso Principi - Programma - Tattica

La degenerazione del movimento comunista degli anni ’20 ha confermato in maniera decisiva che l’unico modo di impostare con fedeltà ai principi rivoluzionari il problema della tattica è quello sostenuto dalla Sinistra fin dai primi anni di vita della Terza Internazionale: vi è una stretta connessione tra le direttive programmatiche e le regole tattiche e quindi lo studio della situazione deve essere inteso solo come elemento integratore per la soluzione dei problemi tattici. Il Partito nella sua coscienza ed esperienza critica deve aver preveduto lo svolgimento delle situazioni e quindi delimitato le possibilità tattiche ad esse corrispondenti, mentre il metodo opposto dell’attesa delle situazioni per subirne gli effetti e le suggestioni è tipico metodo opportunista. Il sistema delle norme tattiche deve dunque essere edificato con lo specifico scopo di stabilire secondo quali condizioni l’intervento del Patito e la sua attività si coordinano allo scopo finale rivoluzionario. È una necessità pratica e di organizzazione e non il desiderio di teorizzare e schematizzare la complessità dei movimenti sociali quella che impone al Partito di stabilire i termini e i limiti della propria azione. Al contrario è ai sopravvalutatori del movimento e ai negatori della funzione primaria del Partito che tale metodo appare restrittivo delle sue possibilità di azione, che è invece l’unico che possa assicurare la organica unità del Partito stesso e quindi la condizione fondamentale della vittoria della Rivoluzione.

Perciò è necessario che il sistema delle norme tattiche debba essere fatto proprio da tutto il Partito e debba essere vincolante per tutti. A tal fine deve essere oggetto di studio e applicazione, nella misura del possibile, affinché tutto il Partito sia pronto ad impugnarlo quando le condizioni storiche previste si presenteranno. Non può tuttavia essere teorizzata la tesi che il Partito ricerca «in libertà di critica» il proprio piano tattico, perché per questa via molto più insinuante si ritornerebbe alla teorizzazione dell’attesa delle situazioni per subirne il condizionamento, in altre parole alla libertà di tattica. Dal processo della giusta teoria e della giusta valutazione della fase storica, senza le quali il Partito stesso non esisterebbe, si deve trarre anche la giusta tattica, che, permeando tutta l’organizzazione, assicuri anche organicità e compattezza del Partito.

Non abbiamo mai sostenuto che il Partito, in quanto organo cosciente, sia libero di trarre implicazione tattica dai suoi principi, né abbiamo mai ricercato la garanzia della coordinazione dei mezzi agli scopi rivoluzionari nella natura rivoluzionaria del Partito e nel contributo portato da uomini insigni e ben dotati di preparazione marxista, in quanto tutto ciò prescinde dalla ripercussione che sul Partito hanno i mezzi stessi della sua azione. Dalla lotta storica della Sinistra contro lo stalinismo emergente e con il bilancio di questa lotta abbiamo invece concluso che solo sapendo agire nel campo della tattica e chiudendosi energicamente dinanzi la false strade con norme di azione precise e rispettate, il Partito si garantisce contro le degenerazioni, mai soltanto con credi teorici e sanzioni organizzative. Dunque la nostra avversione verso il metodo della libertà di tattica conduce alla negazione di tale libertà anche per lo stesso Partito, nel senso che il Partito stesso non può applicare tattiche impreviste e che non abbiano permeato del loro significato e della loro correlazione con lo scopo finale rivoluzionario l’intera organizzazione. L’elemento volontario nel Partito consiste nella possibilità di decidere nel momento di maggior efficacia della forze rivoluzionarie l’applicazione del proprio piano tattico e sta qui la sua supremazia nei confronti del nemico, in quanto nessun altro organismo ha la possibilità di conoscere gli effetti della propria azione sullo sviluppo della situazione. Ecco perché, per poter esplicare la sua potenza rivoluzionaria, il Partito deve essere pronto all’azione ben prima che gli avvenimenti storici previsti si verifichino ed ecco l’importanza della preparazione a tali compiti, anche se si svolge in epoche grigie e buie come l’attuale, in cui è facile perdere il significato e l’importanza ai fini della vittoria della Rivoluzione dell’attività svolta.

Non si tratta oggi di elaborare alcunché di nuovo, perché nella tradizione del Partito, nei testi e nelle tesi ogni elemento del nostro piano tattico è ampiamente previsto e precisato. Si tratta dunque di impostare il lavoro del Partito in modo che tutta l’organizzazione possa acquisire con il maggior grado di completezza possibile e praticare nella propaganda e nella lotta sociale gli elementi della tattica, in ogni campo dell’azione del Partito. Potrebbe sembrare un compito di poco conto, ma è così importante che senza un suo adeguato svolgimento oggi diventerebbe impossibile la vittoria della Rivoluzione domani, perché il Partito non può essere improvvisato durante l’esplosione delle epoche rivoluzionarie. Le direttive generali della tattica che il Partito applicherà in tutti i paesi devono far tesoro della esperienze pratiche delle crisi opportunistiche e delle lotte condotte dalla Sinistra contro i revisionismi della Seconda Internazionale e contro la deviazione progressiva della Terza, dalle quali si è tratto il risultato che non è possibile mantenere integra l’impostazione programmatica, la tradizione pratica e la solidità organizzativa del Partito se questo applica una tattica che, anche per le sole posizioni formali, comporta attitudini e parole d’ordine accettabili dai movimenti politici opportunisti. Da ciò deriva la nozione basilare, sulla quale si fonda il piano tattico complessivo del Partito, che la nostra prassi politica rifiuta le manovre, le combinazioni, le alleanze e i blocchi che tradizionalmente si formano sulla base di postulati e parole di agitazione comuni a più partiti. Questa nozione basilare in campo tattico ha un valore essenzialmente storico, cioè non può essere messa in discussione con valutazioni contingenti, e contraddistingue il Partito esattamente come lo contraddistingue l’originale visione del periodo che presentemente attraversa la società capitalistica, che non è caratterizzato dal ritorno alle forme demoliberali del periodo prefascista, ma è sempre più incardinato su mostruose e totalitarie unità statali, spietata espressione della concentrazione economica.
 

8. Contro la lotta politica nel Partito

Un altro sacro insegnamento che ci deriva dalla lotta della Sinistra contro lo stalinismo negli anni ’20 è che la preparazione del Partito allo svolgimento dei suoi compiti rivoluzionari deve avvenire attraverso un metodo di lavoro interno dal quale è escluso per principio il criterio della lotta politica. Il Partito, infatti, è caratterizzato, oltre da inconfondibili principi teorici e programmatici, da precisi confini tattici e organizzativi, per cui, con la cancellazione di questi confini, verrebbe cancellato lo stesso Partito. Si tratta quindi di un’altra nozione basilare: il Partito è in lotta continua contro un nemico esterno che non può pretendere di sconfiggere attraverso il metodo della convinzione della giustezza dei nostri principi rivoluzionari, perché la soluzione del problema della Rivoluzione è solo affidata ad una questione di forza. Ma lo stesso metodo non può essere impiegato nel lavoro interno di preparazione allo svolgimento dei compiti rivoluzionari, perché deve essere finalizzato non alla distruzione di un nemico ma alla acquisizione collettiva delle giuste posizioni. In questo lavoro è mortale non solo il metodo della lotta politica, ma anche quello della pressione organizzativa: ne costituiscono una prova più che sufficiente i metodi usati dall’Esecutivo di Mosca negli anni ’20 verso Partiti che pure incorsero in gravi errori politici, ma verso cui furono adottati metodi di «terrore ideologico» e di «pressione organizzativa» che costituiscono un’errata applicazione e a mano a mano una falsificazione totale dei giusti principi della centralizzazione e della disciplina. Questo metodo fu usato dall’Esecutivo di Mosca verso i Partiti dell’Internazionale, ma particolarmente verso il Partito italiano negli anni successivi al 1923, abusando gravemente dello spettro del frazionismo e della costante minaccia di espellere dal Partito la corrente di Sinistra accusata artificialmente di preparare la scissione, e tutto ciò al solo scopo di far prevalere nella politica dell’Internazionale i pericolosi errori centristi.

Dal disastroso e fallimentare bilancio di questo metodo abbiamo dedotto che quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria non può ottenersi che con il Partito di classe e la sua dittatura e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del Partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe, forse per la scienza borghese, ma non per Marx e per noi, la conclusione da trarne è che la vittoria sarà necessario avere un Partito che meriti al tempo stesso la qualifica di Partito storico e di Partito formale, ossia che sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente tra partito storico, dunque quanto al contenuto, e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta.
 

9. Conclusioni

L’esperienza storica ed in particolare le vicende relative alla degenerazione della Terza Internazionale ci hanno insegnato che è grave errore considerare il Partito come un risultato acquisito una volta per tutte, perché ogni organismo può degenerare. Il veicolo attraverso il quale passò la degenerazione della Terza Internazionale fu l’insufficiente coerenza della tattica con le direttive programmatiche e da allora è attraverso questo veicolo che può passare ancora la degenerazione del Partito. Si tratta di un veicolo molto più subdolo e difficile da individuare di quello che rinnega apertamente i principi, in quanto si può benissimo conciliare con il loro formale ossequio. Per questo è indispensabile segnalare con coraggio i pericoli che la Sinistra avvertì e denunziò contro la degenerazione di Mosca per impedire con tempestività che gli stessi pericoli che portarono alla degenerazione della Terza Internazionale possano ancora giocare lo stesso nefasto ruolo. Infatti le garanzie contro l’opportunismo non possono consistere solo nel passato, ma devono essere in ogni momento della vita del Partito presenti e attuali. Del resto non esistono gravi inconvenienti in una esagerata preoccupazione verso il pericolo opportunista perché, dato anche che sia il prodotto della elucubrazione di singoli militanti e non l’effettivo riflesso di qualcosa che non va, è certo che non avrà modo di indebolire minimamente il Partito, mentre, al contrario, il pericolo per il Partito è gravissimo se la malattia grandeggia prima che si sia osato da qualche parte dare l’allarme. Anche queste sono lezioni indimenticabili che ci derivano dalla lotta della Sinistra negli anni ’20 e che ci fanno concludere come allora che la critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quello che nuoce l’errore senza la critica. Non si tratta certo di affermare l’apologia della libertà di pensiero e di critica nel Partito come diritto di ogni individuo, ma di stabilire il modo fisiologico di funzionare e di lavorare di un partito rivoluzionario.

Contro la Sinistra si polemizzava in questo modo: la Sinistra dice che l’Internazionale sbaglia, ma poiché l’Internazionale non può sbagliare è la Sinistra ad avere torto. La Sinistra invece non pretendeva da nessuno il riconoscimento delle sue ragioni, ma richiedeva che la questione fosse messa in ben altri termini: la Sinistra dice che l’Internazionale sbaglia, per le seguenti ragioni inerenti al problema sollevato dimostriamo invece che la Sinistra stessa sbaglia per cui ciò prova che l’Internazionale non ha commesso errori. Si accusava la Sinistra anche di sospettare continuamente di opportunismo i dirigenti dell’Internazionale, il che non faceva deflettere la Sinistra dalla denuncia dei pericolosi errori e vanamente la Sinistra si aspettò non il solito urlo: ecco che diffida l’Internazionale di opportunismo e merita senz’altro il ’crucifige’, ma la dimostrazione seria delle garanzie che possano valere a separare la pratica dell’opportunismo dall’azione rivoluzionaria.

Nonostante i generosi tentativi della Sinistra di salvare l’Internazionale dal nuovo e più fetente opportunismo, questo di li a pochi anni fu addirittura trionfante. Per cui la conclusione che abbiamo tratto è che non esistono regolamenti e ricette per evitare che il Partito cada nelle crisi di opportunismo. Vi è però l’esperienza della lotta della Sinistra che ci permette di individuare alcune condizioni di vita organica del Partito, la cui realizzazione deve essere nostro instancabile compito:

 1) Escludiamo che l’attività del Partito possa portare alla costituzione di frazioni che si contendono la direzione del Partito. Così come escludiamo che alla periferia si formino delle frazioni per la "conquista" del centro del Partito, così escludiamo che il Centro concepisca la sua funzione escluSivamente finalizzata al "mantenimento" della direzione del Partito.
     Essendo assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il Partito sia misteriosamente assicurato contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell’opportunismo, si deve ammettere l’eventualità della formazione di frazioni per la preservazione del Partito da gravi pericoli e per la difesa della sua integrità programmatica, il che potrebbe perfino portare a scissioni, non per il bambinesco motivo di mancanza di energia repressiva da parte del centro, ma nella dannata ipotesi del fallimento del Partito e del suo asservimento ad influenze controrivoluzionarie. Dunque la questione delle frazioni non va posta dal punto di vista della morale. "V’è nella storia un solo esempio di un compagno che abbia organizzato una frazione per divertirsi? ", domandava la Sinistra accusata di frazionismo al VI E. A. dell’Internazionale. "No – rispondeva – un caso simile non è mai avvenuto e, per poter dire che si tratta di una manovra borghese per infiltrarsi nel Partito, bisogna averne le prove. L’esperienza prova al contrario che l’opportunismo penetra nelle nostre file sempre dietro la maschera dell’unità ". La genesi di una frazione indica che c’è nel Partito qualcosa che non va e per rimediare al male non c’è altro modo che risalire alle cause che l’hanno prodotto e queste cause risiedono sempre in errori ideologici e politici del Partito. Dunque anche la prevenzione e la cura della malattia che si presenta con i sintomi del frazionismo si risolvono nello scolpimento e nella precisazione delle corrette posizioni di principio e di tattica.

 2) Per le stesse ragioni per cui non vediamo nelle frazioni in quanto tali il male in sé da combattere sempre e comunque, non consideriamo il bene in sé nell’unitarismo ad ogni costo. Il mantenimento dell’unità del Partito è certamente un bene da salvaguardare, e bisogna temere come la perdita della vista la perdita anche minima delle nostre esili forze, ma ciò è inseparabile dal mantenimento delle corrette posizioni in tutti i campi, perché il pericolo dell’influenzamento borghese sul Partito di classe si presenta storicamente come un’accorta penetrazione sventolante una demagogia unitaria ed operante come una dittatura dall’alto.

 3) Il lavoro di tutto il Partito deve essere finalizzato ad ottenere un organismo omogeneo, e senza aggruppamenti diversi nel suo seno. Si tratta di un fine per il quale tutto il Partito è tenuto a lavorare e che è ottenibile alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche e organizzative siano poste e risolte correttamente. Perciò sarebbe errato adottare la formula della obbedienza assoluta nella esecuzione degli ordini venuti dall’alto per quanto riguarda i rapporti interni di Partito tra il centro dirigente e la periferia. Infatti gli ordini emanati dal centro non sono il punto di partenza, ma il risultato della funzione del movimento inteso come collettività. Quindi non vi è una disciplina meccanica buona per l’attuazione di ordini e disposizioni superiori ’"quali che siano": vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alle origini reali del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che possono compromettere la solidità organizzativa. La questione della disciplina e dei rapporti interni tra periferia e centro consiste dunque in un tracciamento del compito degli organi dirigenti, cosa che deve essere fatta da tutto il Partito, non certamente nel senso democratico del mandato che la periferia conferisce al centro, ma nel senso dialettico che contempla la tradizione, la preparazione, la continuità reale nel pensiero e nell’azione del movimento.

Il mantenimento del corretto metodo di lavoro interno è tuttavia inseparabile dalla maniera con la quale il Partito agisce verso l’esterno. Gli stessi rapporti interni quindi sarebbero destinati a degenerare se il Partito deviasse anche solo parzialmente dai suoi compiti, di cui riassumiamo i principali:

1) Il Partito deve difendere ed affermare la sua massima chiarezza e continuità nella dottrina comunista e non deve consentire proclamazioni di principio in contrasto anche parziale coi suoi cardini teoretici.

2) Il Partito deve in ogni situazione storica proclamare apertamente l’integrale contenuto del suo programma quanto alle attuazioni economiche, sociali e politiche e soprattutto in ordine alla questione del potere, della sua conquista con la forza armata, del suo esercizio con la dittatura.

3) Il Partito deve adottare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o, peggio ancora, di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti.

4) Il Partito deve lottare per una chiara comprensione storica del senso antagonista della lotta, rivendica l’iniziativa dell’assalto a tutto un mondo di ordinamenti e di tradizioni e chiama le masse alla lotta per l’offensiva e non per la difesa contro pretesi pericoli di perdere millantati vantaggi e progressi conquistati nel mondo capitalistico.

5) Il Partito rinuncia a tutta quella rosa di espedienti tattici che furono invocati con la pretesa accelerare il cristallizzarsi della adesione di larghi strati delle masse intorno al programma rivoluzionario. Questi espedienti sono il compromesso politico, la alleanza con altri partiti, il fronte unico, le varie formule circa lo Stato usate come surrogato di dittatura proletaria. Ravvisa storicamente una delle principali condizioni del dissolversi del movimento proletario proprio nell’impiego di questi mezzi tattici e considera nemici più pericolosi degli stalinisti medesimi coloro che, pur deplorando la lue opportunista del movimento staliniano, nello stesso tempo propugnano quell’armamentario tattico.