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"Il Partito Comunista"
  n° 280 - dicembre 2000 - [.pdf]
PAGINA 1 Le «necessità» borghesi e quelle del proletariato
– Gli imperialismi guerreggiano con le rendite e con i prezzi del petrolio
Dopo le bombe ricostruzione sulle spalle del proletariato dei Balcani.
PAGINA 2 – Il Congresso del PCd’I a Lione (Continua nel numero successivo) Elaborazione del capitolo relativo degli Appunti per la Storia della Sinistra a presentazione della pubblicazione in lingua inglese del nostro Progetto di Tesi.
PAGINA 3 Così parlano i comunisti.
PAGINA 4 Crisi nell’industria dell’auto in Gran Bretagna  (Continua dal numero 278) Nazionalizzazione-privatizzazione falsa alternativa per la classe operaia.
 
 
 
 
 
 
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Le «necessità» borghesi e quelle del proletariato

LE NUOVE REGOLE

Da anni oramai passano all’interno della classe operaia le parole d’ordine padronali, appoggiate dall’intero politicantume e dai sindacati di regime. I sacrifici che i lavoratori devono affrontare non sono solo frutto d’imposizioni aperte, ma il risultato di un più o meno grossolano lavoro psicologico. Orfani della loro guida politica e sindacale, i proletari si conformano alla cultura borghese, al suo modo di raffigurare il mondo, alle sue discriminanti riguardo a ciò che è “necessario” e ciò che è “superfluo”. Il meccanismo è talmente collaudato che non si è avuta alcuna protesta degna di nota quando, ad esempio, si è sostenuto che era “necessario” sacrificarsi per entrare in Europa, o che era “necessario” che il sistema produttivo attuasse le sue infinite ristrutturazioni, o, ancora, che è “necessario” concedere nuove “elasticizzazioni” e “flessibilità”.

Soltanto un’esigua minoranza di lavoratori si è chiesta come mai tutte queste concessioni non abbiano prodotto un miglioramento della condizione operaia ma abbiano piuttosto aumentato la disoccupazione, creato maggiore sfruttamento, più precarietà del posto di lavoro, salari reali più bassi. I più, sopraffatti da tre quarti di secolo di controrivoluzione, prigionieri dei mille bisogni creati dal capitalismo, smarriti dalla negazione “storica” d’ogni attesa sociale di società futura, rimangono immobilizzati dalle loro tante debolezze private, dalla limitatezza delle loro coscienze, obnubilate dal martellante rimbecillimento dei media di massa. Senza speranze, restano aggrappati alla zattera capitalista, anche se questa imbarca sempre più acqua, e vanno dove li trascinano i marosi del “globalismo” borghese. Passa così la “cultura dell’instabilità”, quasi che il lavoro e la sicurezza di sopravvivere siano peccati da giardino dell’Eden. I più anziani vengono “esuberati”, i trenta-quarantenni sono sottoposti a ritmi di lavoro sempre più massacranti, i giovani vengono abituati, carne da macello del domani, a mendicare un qualsiasi lavoro, svendendo la propria dignità per salari al di sotto della sopravvivenza e condizioni normative corrispondenti.

È questa sì una necessità ineluttabile per la borghesia, per resistere alla sempre più spietata concorrenza internazionale, determinata dalla legge implacabile della caduta del saggio di profitto. Il capitale sfrutta al massimo il momento favorevole per creare le condizioni di massima agibilità nelle assunzioni e nelle espulsioni, per aumentare la sofferenza e la dipendenza psicologiche di un esercito di riserva sempre più ampio, anche grazie ai nuovi flussi migratori.

La contrattazione collettiva introduce sempre più innovazioni sfavorevoli, come la riduzione o l’eliminazione degli automatismi che lega gli aumenti salariali ai soli aumenti di produttività, oppure l’azzeramento o il rimodellamento di livelli e mansionari, aumentando flessibilità e mobilità. Ma soprattutto impone una pericolosa divisione tra vecchi e nuovi assunti, da una parte riducendo i salari d’ingresso, dall’altra creando le premesse per un generale futuro appiattimento in basso. A questo vanno aggiunte le modalità d’assunzione, sempre più a discrezione padronale e suo strumento di ricatto.

Questa strategia sta passando un po’ in tutti i settori, a partire da quello pubblico, o ex-pubblico. In un paio di rinnovi contrattuali il padronato ed i suoi servi sindacali contano di riportare indietro di cinquanta anni l’orologio delle concessioni sindacali, guadagnate con dure lotte e approfittando dello sviluppo post bellico. Oggi al padronato serve la maggiore libertà possibile per riscrivere le regole del nuovo sfruttamento, che mal sopporta le “rigidità” connesse allo “stato assistenziale”.
 

Ne è un esempio la situazione nelle ferrovie, dove iniziano a concretizzarsi parti di questo progetto, nonostante che la ristrutturazione sia ancora lontana dal completarsi, grazie all’opposizione di singole categorie prima, di larghi strati di ferrovieri ora. Ad ottobre, sottobanco, è stato sottoscritto l’accordo per l’assunzione “in apprendistato”, condizione che riguarderà la gran parte dei profili. Ai contratti di formazione lavoro si va ad aggiungere questa nuova piaga, che porterà per i “fortunati” neo-assunti tagli salariali che vanno dal 30% del primo anno sullo stipendio base, al 5% del quarto anno. A questi, inoltre, non spetteranno congrue parti dello stipendio oggi in godimento ai ferrovieri e saranno certo sottoposti a turni più pesanti sotto il ricatto della mancata assunzione alla fine del contratto, se mai questa si verificherà. È scontato poi che saranno utilizzati in contrapposizione ai loro compagni, dinanzi alle lotte o agli scioperi.

PER LA RIPRESA DI CLASSE

Opporsi a queste manovre sembra quasi utopistico alla maggioranza dei lavoratori dei paesi sviluppati, ancora tutti presi a difendere quell’idea di collaborazione sindacale che aveva in passato raccolto le briciole dell’accumulazione capitalista, ma che oggi si rivela apertamente contro la loro classe, in una situazione di scoperto attacco alle condizioni di vita e di lavoro.

Il padronato sa che deve utilizzare tutti i suoi mezzi di convincimento per dissipare le ultime certezze, per cancellare l’ultimo ricordo dell’esistenza delle classi e dei loro contrastanti interessi, in nome di un futuro da affrontare “tutti uniti”, giacché l’economia sarebbe “di tutti”, i posti di lavoro sarebbero “un problema di tutti” e “tutti” dovremmo guadagnare un po’ meno per avere un futuro “più sereno”.

Di fronte a queste strategie, la classe lavoratrice deve separare i suoi interessi da quelli borghesi, opponendo il progetto e la volontà di ricostruire il suo organo sindacale di classe, unica speranza per schierare in maniera efficace le sue forze di resistenza, unico strumento per tornare a gestire lo sciopero come arma indispensabile alle sue lotte di difesa. In questo percorso, per trasformare la sua difensiva in lotte di offesa, dovrà ritrovare il suo partito e la via smarrita del Comunismo e della sua prospettiva di liberazione dell’intera umanità dalla preistoria del lavoro salariato.
 
 
 
 
 
 

Gli imperialismi guerreggiano
con le rendite e con i prezzi del petrolio

Anche nella vicenda del prezzo del petrolio costatiamo quanto sia putrefatto, ma sempre più feroce, il mostro capitalistico.

Dopo il rallentamento e le crisi locali del ’97/98, la ripresa vigorosa del capitale in corso da due anni e il proseguimento dell’espansione forzata americana hanno portato a maggiori consumi di petrolio e al brusco aumento di prezzi. Le fluttuazioni economiche sono sempre amplificate negli acquisti di materie prime dalla ricostituzione o ridimensionamento delle scorte e dal fatto che in queste fasi la certezza sulla direzione del movimento dei prezzi attrae la speculazione.

Si è inserita nel movimento l’azione dei dodici paesi produttori OPEC, detentori di due terzi dell’esportazione mondiale del petrolio, per recuperare profitti e rendite ridotti dalla lunga fase precedente di prezzo basso. In ciò questa organizzazione è stata appoggiata inizialmente, poi moderata, da Stati Uniti e Gran Bretagna che per le caratteristiche delle produzioni nazionali e la partecipazione importante nella produzione petrolifera mondiale soffrono per il prezzo basso.

La quotazione del petrolio quindi, dal marzo ’99 in poco più di un anno si è triplicata, rispetto ai dieci dollari a barile di allora, con un’impennata molto brusca che ricorda quella del ’79/80, senza però raggiungere in dollari correnti il valore massimo di allora e rimanendone ben al di sotto, se si tiene conto della perdita di potere d’acquisto del dollaro.

Gli scontri per il dominio monopolistico su produzione e consumo delle materie prime fanno parte della storia del capitalismo. La lotta oggi è feroce per il petrolio, ieri al sorgere del capitalismo lo è stata per il cotone e il carbone, domani lo sarà, chissà, per l’uranio, se non arriva prima la rivoluzione proletaria.

L’infame civiltà minerale, che la produzione capitalistica esalta, pensa più alle bocche dei forni, delle caldaie e dei motori che a quelle delle creature umane; il petrolio è una di quelle materie prime minerali che possiamo definire “militari”, come l’acciaio, la cui disponibilità è necessaria alla potenza statale di un imperialismo. I capitali si scontrano nel mercato non solo in quanto venditori, ma anche come acquirenti di mezzi di produzione, giusto le fasi di circolazione, che spariranno con l’economia mercantile. La produzione di materie prime può procurare rendite ed extra profitti che fanno veramente gola.

Perciò la lotta fra imperialismi concorrenti è un fattore importante nell’evoluzione dei prezzi del petrolio, benché subordinata alla legge economica. La Gran Bretagna, storicamente la prima potenza capitalistica egemone e gli Stati Uniti attualmente super potenza dominante hanno avuto prima la proprietà e oggi un forte controllo su buona parte dei giacimenti petroliferi migliori, quelli del Medio Oriente. Così si sono garantiti, oltre a lauti guadagni, la possibilità di sostenere le produzioni nazionali in difficoltà. I loro giacimenti nazionali sono quelli con costi di produzione più alti, ma, con il controllo del Medio Oriente, e magari domani nel Caucaso, possono impedire o rallentare cali di prezzo violenti che metterebbero in crisi la produzione petrolifera nazionale (che non gode di rendita differenziale) e appropriandosi degli extra profitti dei pozzi migliori all’estero possono sostenere i pesanti investimenti necessari a proseguire l’intenso sfruttamento dei pozzi in casa propria e garantirsi una minore dipendenza dall’estero. Infatti un periodo di prezzi bassi del petrolio che compromettesse il profitto medio e il margine per la rendita assoluta che spetta anche al giacimento peggiore, arrestando la coltivazione petrolifera nelle zone più difficili, porterebbe rapidamente le potenze industriali a dipendere dai paesi con grandi capacità di produzione petrolifera a costi ridotti, situazione intollerabile ed esplosiva per i loro equilibri interni.

Ciò riguarda non solo cali di prezzo a produttività invariata, ma anche diminuzioni di valore della materia prima, e quindi di prezzo, nel caso di avanzamento della tecnica o di innalzamento del grado di fertilità dei giacimenti peggiori in coltivazione per abbandono di quelli attuali. A questo processo farebbero resistenza, come è stato in passato, gli Stati i cui privilegi fossero messi in discussione da questo movimento.

Gli Stati Uniti sono molto sensibili alla questione di un forte ribasso dei prezzi del petrolio. Essi sono stati la culla dello sviluppo storico dell’industria petrolifera, che è ancora molto importante per l’economia nazionale; hanno in assoluto il maggior numero di pozzi forati perché sottopongono le riserve a intense coltivazioni, ottenendo però un rendimento annuale medio dei loro tanti pozzi 200 volte inferiore a quello dei pozzi dell’Arabia Saudita; hanno riserve accertate pari a 8 volte la produzione annua, contro un rapporto di 80 per l’Arabia Saudita. Sono importatori netti di petrolio dal 1948 e la forbice fra consumi e produzione cresce dalla metà degli anni ’80, per l’aumento dei consumi e la stasi della produzione; hanno un consumo annuo pro-capite molto elevato (25 barili annui a testa), quasi il doppio dei paesi europei dell’Unione monetaria, anch’essi grandi consumatori, ma terzi dopo il Giappone nel trionfo dello spreco.

Se il prezzo del petrolio salisse per uno squilibrio duraturo fra produzione e consumo e non fossero disponibili zone con giacimenti individuati a forte produttività, sarebbero messi in coltivazione pozzi sempre meno fertili; Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbero stare tranquilli per le loro produzioni interne. Ma oggi la situazione è che nel Medio Oriente sono concentrate grandi riserve (più di due terzi di quelle mondiali) con costi di produzione minimi (raramente superiori a 2 dollari a barile). Quindi, in caso di crescita dei consumi, prima di passare a pozzi meno fertili si avranno maggiori investimenti e produzione in questa zona, sebbene graduati in modo da non rendere superflua la produzione americana e la sua industria petrolifera.

Per contro il prezzo del petrolio non può esser tenuto troppo alto, con manovre di cartello dei produttori, perché favorirebbe la sua sostituzione con altre fonti di energia e in generale minori consumi. Dal 1973 al 1997 la percentuale di petrolio nell’approvvigionamento di energia è diminuito nei paesi OCSE dal 53% al 41%, a vantaggio del gas e del nucleare (e per l’UE la sostituzione è più marcata) e il rapporto fra consumo totale di petrolio e il PIL fatto 100 quello del 1973 si è ridotto a 60 nel 1997. Inoltre un periodo di prezzi artificialmente alti potrebbe favorire l’entrata sul mercato di nuovi produttori o una sovraccumulazione di investimenti nell’industria petroliera e sovrapproduzione conseguente. Così l’OPEC in questi mesi per i suoi interventi sulla produzione si è data dei prezzi limite a barile inferiore di 22 dollari e superiore di 28.

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Il capitale di un paese industriale forte importatore di petrolio, quando il suo prezzo aumenta, a parità di altre condizioni, e quindi ammesso che salario e saggio di sfruttamento non varino, vede diminuire il saggio del profitto, perché aumenta il capitale costante anticipato in materie prime e ausiliarie. Venduto il prodotto, il capitale industriale ha maggiori difficoltà per il maggio costo della materia prima a ripetere il ciclo alla stessa scala o in quella che fino ad allora andava ampliandosi. Inoltre l’aumento dei prezzi dei mezzi di consumo può spingere la classe operaia a una lotta salariale generalizzata, tanto più quanto l’economia era vicina al boom economico.

In generale la riproduzione allargata del capitale dipende da una tale serie di condizioni che forti perturbazioni di prezzi o valori intralciano il normale processo ripetitivo, contribuendo a rendere impossibile lo sviluppo regolare e armonico del capitale.

Le maggiori rendite dei paesi esportatori di petrolio saranno gettate nella circolazione solo successivamente e non saranno in generale trasformate in capitale produttivo addizionale, ma in buona parte in consumi di lusso delle oligarchie redditiere e in spese statali improduttive; in conclusione freneranno l’accumulazione.

L’aumento in corso del prezzo del petrolio è quindi una causa di rallentamento dell’espansione del capitale mondiale e ha già fatto sentire i suoi effetti. Come azione frenante si aggiunge a quelle che premono su una ripresa che è drogata dall’enfiarsi del credito e del capitale fittizio. Ma questo aumento ha altri vari effetti di scompiglio nella delicata situazione economica e politica dell’imperialismo.

Può intralciare l’agognato riequilibrio fra la crescita forzata del capitale americano e quella in ritardo dell’Europa, più dipendente dagli approvvigionamenti esteri di petrolio e che deve inoltre pagare in moneta attualmente cara. Paesi non produttori di petrolio con forte debito estero possono andare incontro a crisi finanziarie e monetarie locali con pericoli di contagio generale nel contesto attuale.

Il caro petrolio spinge gli imperialismi ad affondare con più ferocia i loro denti nel Caucaso e le rivalità petrolifere alimentano i vari conflitti nella zona. Così pure accresce gli intrighi degli imperialismi nelle tensioni del Medio Oriente, zona con il maggior rapporto riserve-produzione di petrolio e i minori costi di produzione. Qui diventa comica la grande corsa al petrolio dell’Iraq, finora bandito dal circolo dei grandi briganti mentre oggi i capitalisti europei, americani ed iracheni rilanciano gli affari fregandosene dell’embargo.

Unione Europea e Russia vedono nuovi spazi di alleanza con un patto sull’energia: gas, petrolio ed energia elettrica in cambio di investimenti di capitali monetari, acquisti a credito di impianti e macchinari per una ripresa promettente e una diplomazia comprensiva sugli affari russi nel Caucaso e nei Balcani; la Germania, più accessibile geograficamente per il rifornimento russo di energia, grande esportatrice soprattutto di impianti e macchinari e quindi più sensibile ad un possibile rallentamento mondiale degli investimenti produttivi, è la più interessata a questa prospettiva.

Questi effetti di crisi, tensioni e perturbazioni nel funzionamento del regime capitalistico poco possono essere compensati dagli effetti positivi per i paesi esportatori di petrolio che sono indebitati o appena usciti da una crisi finanziaria e monetaria o con gravi tensioni sociali.

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Le variazioni di prezzo delle materie prime per squilibrio temporaneo fra produzione e consumo, le azioni dei cartelli tipo le “sette sorelle” di una volta, delle organizzazioni di paesi esportatori tipo OPEC, gli accordi per solidarietà di interessi capitalistici fra produttori e consumatori restano soggetti a un meccanismo dettato da una precisa legge economica che Marx descrive nella teoria della rendita fondiaria. In questa viene stabilito che il prezzo di mercato della produzione agricola e mineraria capitalistica è regolato dal prezzo di produzione (valore di produzione dato da capitale costante e variabile più profitto al saggio medio) del peggiore terreno, quello meno fertile, più ancora un altro margine di aumento, che costituisce la rendita assoluta per tutti i proprietari di terreni, buoni o pessimi, utilizzati da un’impresa capitalistica. Per i terreni migliori di quello meno fertile vi è quindi rendita sia assoluta sia differenziale, questa potendo assumere ampiezza considerevole in proporzione alla fertilità del terreno. All’impresa capitalistica resta di regola il profitto medio. Ma extra profitti e rendite provengono sempre dal lavoro salariato e sono parti del plusvalore totale della società estorto al proletariato.

A parte il margine aggiuntivo della rendita assoluta, tutto il prodotto della terra di una data categoria di merci viene scambiato al valore sociale “falso”, più elevato, determinato dal prezzo di produzione del peggior terreno; da ciò derivano gli extra profitti delle imprese che si appropriano dei prodotti dei terreni migliori. Di questi extra profitti è responsabile l’economia mercantile con la regola del prezzo uguale per merce uguale. Il monopolio della proprietà fondiaria invece si manifesta nell’attribuzione di questi extra profitti in forma di rendita differenziale ai proprietari stessi, che li pretendono dalle imprese in forza del loro monopolio.

La teoria marxista della rendita fornisce al Partito Comunista armi possenti di battaglia politica contro questa infame società, dà la teoria di ogni monopolio anche in settori industriali e fornisce indicazioni essenziali per il programma comunista. La vicenda del prezzo del petrolio è solo uno dei settori di tutta la produzione minerale e vegetale.

«Ove vi è rendita, ossia monopolio – dovuto a forma politica di classe organizzata nei pubblici poteri – il processo che la più utile forma produttiva scaccia la meno utile, si capovolge, fino a quando l’involucro capitalistico non sarà infranto».

«Senza la teoria della questione agraria e della rendita fondiaria non è dato afferrare quel punto, a cui si riduce tutta la resistenza contro le degenerazioni del marxismo, che premono in soffocanti volumi da tutti i lati. La dottrina della rendita conduce direttamente alla condanna del mercantilismo, della distribuzione secondo scambi di equivalenti, che sola lascia afferrare quale è la vera e sola istanza, la rivendicazione una ed unitaria della rivoluzione comunista e del suo partito di classe. La dottrina della rendita di Marx, nel suo completo lucido intreccio, fornisce l’arma teorica per descrivere l’ultraprevisto monopolismo e imperialismo moderno. Per quanto la sfera della produzione degli alimenti sia fondamentale nella dinamica di ogni società, la teoria marxiana della rendita è parte centrale della descrizione del modo di produzione capitalistico: diremo che ne è, dal punto di vista rivoluzionario e “antipossibilista”, la parte decisiva» (La questione agraria e la teoria della rendita fondiaria secondo Marx).

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Nelle attuali vicende del petrolio vediamo una conferma delle caratteristiche della fase imperialistica e delle conseguenze nefaste della proprietà fondiaria e della economia mercantile, solo un ostacolo ormai sul cammino della realizzazione della specie umana.
 
 
 
 
 

Dopo le bombe ricostruzione
sulle spalle del proletariato dei Balcani

Per il proletariato balcanico, terminate le recenti guerre e le distruzioni, è in pieno corso il tempo della "ricostruzione".

Le borghesie di Slovenia, Croazia, Bosnia come quella della “piccola Iugoslavia”, di Macedonia o dell’”autonomo” Kosovo, e ben coadiuvate dalle bombe Nato, dopo aver mandato al macello come soldati i loro proletari e rinnovato in loro, coi modi più turpi e sanguinosi, “l’amor di patria” e per l’”economia nazionale”, hanno riavviato la produzione in modo davvero intenso. Per il vampiresco Capitale, interno e internazionale, è una bella boccata d’ossigeno quella offerta dalle macerie della ex-Iugoslavia.

Gli organi di informazione delle metropoli ovviamente non s’interessano alla condizione operaia in quell’area. Un’idea possiamo però trarla dall’osservazione di traffici marittimi italiani verso i porti di Rijeka (già Fiume) in Slovenia, Spalato e Sebenico in Croazia e Bar in Iugoslavia: è da tre anni, almeno per gli approdi settentrionali, che è costante l’esportazione di semi-lavorati come coil, loppa per calcestruzzo, lamiere e cemento, che saranno impiegati dalle industrie di trasformazione meccanica ed edile. Le rotte adriatiche e joniche sono percorse da una consistente flottiglia di navi mercantili di modeste dimensioni ma che vanno a sbarcare anche 5.000 tonnellate alla volta di vitali merci per le industrie balcaniche, tipo i cementifici di Spalato.

Se questo è l’inequivocabile segnale che l’economia di quegli Stati è in ripresa, noi marxisti possiamo leggervi che ai proletari balcanici, dopo i lutti e il sangue, e ora è richiesto il sudore.

Le locali borghesie hanno avuto gioco facile, in assenza di un movimento autonomo di classe, ad inebetire il proletariato nel letamaio nazionalista, religioso, xenofobo, a condurlo alla guerra e rinchiuderlo docile in fabbrica, nei cantieri, nei campi. Mentre all’orizzonte si profila la guerra per il Montenegro (dove già hanno abbandonato il dinaro iugoslavo per il marco tedesco come moneta di scambio), per i proletari slavi del sud, come per quelli d’ogni Paese, in assenza di un movimento sindacale sicuramente classista e separati dal programma comunista e dal suo storico Partito, non ci può essere una realtà diversa da questa: sudore e sangue, linfa vitale per il mostro capitalista.
 
 
 
 
 
 
 
 

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Il Congresso del PCd’I a Lione
Elaborazione del capitolo relativo degli Appunti per la Storia della Sinistra
a presentazione della pubblicazione in lingua inglese del nostro Progetto di Tesi

A Lione, al termine di un rapporto durato sette ore, il rappresentante della Sinistra, rivolgendosi a Gramsci, dichiarò che «non si è in diritto di chiamarsi marxisti, e nemmeno materialisti storici, solo perché si accettano come bagaglio di partito certe tesi di dettaglio, che possono riferirsi vuoi all’azione sindacale, economica, vuoi alla tattica parlamentare, vuoi a questioni di razza, di religione, di cultura; ma si è giustamente sotto la stessa bandiera politica solo quando si crede in una stessa concezione dell’universo, della storia e del compito dell’Uomo in essa». Gramsci rispose riconoscendo la giustezza della fondamentale conclusione enunciata dalla Sinistra «ed ammise anzi che aveva allora scorto per la prima volta quella importante verità».

Ad onor del vero, anche il gruppo di Gramsci, l’anno precedente in polemica con la Sinistra, aveva affermato che il “leninismo” era una visione completa del mondo e non solo del processo della rivoluzione mondiale. Ma probabilmente l’avevano dichiarato senza comprendere il significato. Infatti la Sinistra non faticò a mettere in evidenza la contraddizione tra questa affermazione e l’adesione, da parte dei capi dell’ordine Nuovo, alla filosofia idealistica, alla concezione del mondo propria, non di Marx, non di Lenin, ma dei neo-hegeliani e di Benedetto Croce in particolare. Con quale coerenza Gramsci poteva aderire a Croce in materia filosofica ed al “leninismo” come concezione del mondo?

Alla base del movimento rivoluzionario comunista sta un sistema teorico che riflette una concezione organica del mondo: è questa la dottrina marxista, del materialismo dialettico e storico che in Lenin ebbe uno dei fautori più poderosi. Questo è il motivo per cui diamo il nome di dottrina al compiuto corpo teorico-scientifico marxista, ed è sempre per questa ragione che gelosamente lo difendiamo da ogni tipo di contaminazione, altri direbbe arricchimento, da parte di qualsivoglia scuola.

È quindi del tutto superfluo, e non lo ritenne necessario Lenin, chiamarlo leninismo. Se Lenin fosse stato un revisionista allora si spiegherebbe tale termine, ma egli combatté fieramente contro i revisionisti di tutte le scuole, contendendo loro il diritto di adoperare il nome e la tradizione marxista. Difese la ortodossia marxista con argomenti della storia viva e con una formidabile esegesi dell’opera dei fondatori del socialismo scientifico, sviscerando fino nella minuzia il contenuto delle conferme apportate dalla storia alla nostra comune dottrina.

La battaglia che Marx, Lenin e la Sinistra italiana hanno condotto, e l’attuale nostro partito conduce, è al tempo stesso lotta rivoluzionaria di studio, di organizzazione, di preparazione insurrezionale e di difesa della totale coerenza del programma e della tattica, risultato di esperienza e bilancio della ultracentenaria lotta di classe del proletariato.

Le divergenze che videro contrapposta la Sinistra alla politica deviazionista dell’Internazionale e della direzione gramsciana, o centrista, del PCd’I, che culminarono con il Terzo Congresso di Lione ed il Sesto Esecutivo Allargato di Mosca, avevano appunto origine dal preoccupante eclettismo tattico che, in nome della conquista delle masse, annacquava le posizioni classiste del marxismo rivoluzionario con le bastarde ideologie piccolo-borghesi. Le preoccupazioni della Sinistra italiana, sfortunatamente, non erano infondate e gli errori di tattica divennero ben presto stravolgimento dei principi rivoluzionari. Da qui all’aperto tradimento il passo fu molto breve.

A 75 anni di distanza non si conoscono che frammenti dei verbali della discussione del Terzo Congresso del PCd’I. Se a suo tempo non vennero distrutti, restano tutt’oggi sepolti negli archivi di Mosca e dell’ex PCI. Ma, se non ci è dato conoscere il lunghissimo rapporto del rappresentante ufficiale della Sinistra e gli interventi dei suoi delegati, abbiamo però il magnifico corpo di tesi presentato al Congresso, le “Tesi della Sinistra”, la profonda conoscenza delle quali è indispensabile per ogni militante comunista.

Come è tradizione della Sinistra le tesi presentate al Terzo Congresso relegavano le questioni italiane e contingenti all’ultimo posto, dando, al contrario, ampio spazio ai caratteri generali e fondamentali del partito. Le tesi presentate dalla Sinistra al Congresso di Lione non sono quindi da considerare come le tesi di quel particolare Congresso, svoltosi in quel particolare anno ed in quella particolare città, debbono essere bensì considerate come corpo dottrinario del Partito: del partito di ieri come di quello di oggi e di domani. La loro attuale pubblicazione in lingua inglese non vuole essere la presentazione di un documento di archivio quale contributo per lo studio del movimento comunista rivoluzionario degli anni ’20, ma rappresenta una arma della battaglia teorica di oggi in preparazione della battaglia e dello scontro rivoluzionario di domani.

Proprio per questo motivo, prima di entrare nel merito del Terzo Congresso del PCd’I è indispensabile fare una panoramica generale, per quanto succinta ed incompleta, della situazione di quegli anni.

* * *

Finita con il 1918 la prima guerra mondiale, che aveva fatto la sua travolgente apparizione spegnendo le fiamme della lotta di classe, nei successivi anni del 1919 e 1920 il terrore della vittoria rivoluzionaria fece tremare il mondo borghese. L’inatteso divampare dell’attacco rivoluzionario al potere costituito che, partito dalla Russia zarista, era dilagato nell’intera Europa, faceva presagire alla borghesia che alla guerra generale fra gli Stati non sarebbe succeduta, come nuova fase storica, la pace capitalista, ma un nuovo incendio di guerra di classe, di guerra civile.

Il movimento comunista internazionale in quella fase raggiunse il suo culmine: vittoria della battaglia insurrezionale in Russia contro tutta la genia dei partiti piccolo-borghesi (avversari classici) e socialdemocratici (traditori classici); poi le vittorie militari contro le orde bianche controrivoluzionarie sostenute prima dai tedeschi, poi dagli alleati dell’Intesa. E nello stesso tempo vittoria teorica di tutto il sistema della dottrina del marxismo rivoluzionario che era servita di vitale ossigeno alla formazione del partito bolscevico e che lo stesso aveva rivendicato nella sua interezza contro le ignominie dei riformisti e dei traditori del 1914.

Mentre la borghesia vedeva i suoi imbelli ideali cadere a brandelli e disperatamente tentava di dare vita ad un riordino del suo decrepito mondo attraverso le pretesche formule di Wilson e C., illimitato era il nostro disprezzo, nel risplendere della dottrina di classe, nei confronti di tutto il bagaglio borghese di ideologia politica fatiscente, nei confronti delle sue ammuffite filosofie di cui il marxismo, fin dal suo nascere, aveva avuto ragione, nei confronti della sua scienza accademica falsa e corrotta e soprattutto nei confronti della ipocrisia dei suoi pacifismi e filantropismi puritani.

La massa ignorante dei proletari, senza dio e senza patria, alzava le mani callose per assestare alla borghesia il colpo di grazia e fare finalmente piazza pulita di tutta la sapienza della classe dominante.

La fede ardente di quegli anni fecondi poté far ritenere che uno slancio così vigoroso non potesse essere seguito da una rivincita storica delle forze collaborazioniste socialdemocratiche, da una ricaduta nell’opportunismo. Fu la Sinistra Comunista di Italia che per prima ebbe coscienza di questo pericolo, e da allora, in cento occasioni, il Partito italiano, finché ebbe l’indirizzo di sinistra, mise in evidenza il fatto che non poteva bastare né la fede nella rivoluzione, né la solidità organizzativa del partito a realizzare il legame tra la volontà dei rivoluzionari e l’azione della classe operaia. Vi deve essere nei militanti del partito sicurezza ed entusiasmo, ma essi non li possono automaticamente trasmettere alle masse proletarie con la loro sola attività di oratori, agitatori, scrittori. E neppure un gruppo dirigente formato da capi famosi può essere in grado di mettere in moto le masse proletarie a fini rivoluzionari. Tesi per noi centrale è che la rivoluzione non consiste nella scelta di un gruppo di uomini con doti particolari che formino lo stato maggiore del partito: il processo è di fisica sociale, si constata non si provoca. In altre parole, il partito comunista può e deve guidare la rivoluzione, non la può generare.

Con il passare degli anni, con il rifluire dell’onda rivoluzionaria e le sconfitte del proletariato, specialmente dopo i disastrosi eventi del 1923 tedesco, l’Internazionale Comunista, anziché svolgere nel senso della dialettica marxista il complesso confronto tra lo sviluppo russo e quello occidentale, non trasse dai vari insuccessi e disfatte un bilancio serio e sereno della sua tattica. Al contrario trovò molto più comodo far cadere le teste di “colpevoli”, fedelissimi e portati ad esempio fino al giorno precedente, accusati di deviazionismo di destra. Come se la rivoluzione dipendesse da ricette organizzative o da atti di volontarismo, si ritenne che, per poter ripetere in occidente il successo ottenuto della rivoluzione in Russia, fosse indispensabile (e sufficiente) fare imitare ai partiti di capitalismo senile il processo di formazione e la struttura organizzativa del partito bolscevico.

Dagli errori nel metodo si passò a rinnegare gli scopi. Quello in un primo momento che non era facile sostenere divenne evidente da quanto lo stalinismo decise che la Russia sarebbe stata il solo paese della dittatura del proletariato e del socialismo, rinunciando, sempre più nettamente, a lavorare per lo scoppio della rivoluzione in Europa.

Di congresso in congresso il Comintern cominciò a soppesare la situazione, ma non nel senso di una constatazione realistica per adottare quei metodi di azione che già il partito mondiale avrebbe dovuto avere previsto da prima nella sua tattica rivoluzionaria, bensì con la pericolosa mania di imprimere al movimento brusche svolte, sempre inattese e disorientanti, seguite da “abili” contromosse, nella pretesa di incrociare sempre ad angolo acconcio le vele al vento delle varie contingenze sociali e politiche. Si arrivò a pretendere di giudicare mese per mese se la “situazione” era più o meno rivoluzionaria. Se lo era se ne deduceva che si andava a “sinistra” e si dovevano mettere alla testa dei partiti degli uomini di “sinistra”. Se la situazione veniva giudicata invece raffreddata allora se ne traevano le conclusioni opposte e si decideva di andare a “destra”, portando alla direzione dei partiti elementi adatti a svolgere questa nuova politica.

La storia miserevole del Comintern, che seguì a quella troppo breve dell’indimenticabile sua grandezza, racconta come in ogni occasione si mettesse a cercare gli uomini adatti, pronto ad innalzarli ai più alti livelli dei partiti e dell’Internazionale o a scaricarli con la medesima facilità, a meno che non fossero talmente opportunisti e viscidi da sapersi adattare prontamente a tutte le svolte. Pratica questa da noi denunciata come “selezione alla rovescia”.

Di questa tendenza a scimmiottare il parlamentarismo e la diplomazia della più deleteria tradizione borghese, però non possiamo accusare il solo stalinismo. È triste un dato di fatto che nessuna componente dell’Internazionale Comunista ne fu indenne. Non solo questo metodo suicida non venne denunciato da alcuno, ma tutti, noi esclusi, comprese le varie opposizioni di sinistra, ne fecero uso senza rendersi conto che il metodo stesso era sintomo di pericolo e di infezione opportunista. Pure i maggiori assertori del metodo rivoluzionario si adattarono alla tattica della manovra e del patteggiamento strumentale, come se fossero inconsapevoli che la vittoria o la sconfitta della rivoluzione mondiale non sarebbe dipesa dai rapporti di forze che si fossero venuti a creare all’interno del Comintern e dei partiti ad esso associati. Stava svolgendosi, purtroppo, il fenomeno inverso. La partita che si giocava a livello mondiale era determinata da ben altri rapporti di forza, il capitalismo internazionale da una parte ed il proletariato dall’altra.

La Sinistra Comunista italiana fu la sola che con estrema coerenza denunciò in questa politica la marcia generale nella direzione di un neo-opportunismo verso cui, con queste oscillazioni poco sincere, si metteva in moto il Comintern e del quale prevedemmo la tendenza liquidatrice. E questo nostro coerente atteggiamento, nei confronti di una tattica fatta di alterne oscillazioni, dove ogni tipo di spostamento verso “sinistra” faceva prevedere un immancabile successivo ritorno a “destra”, ci portò più di una volta, destando lo scandalo generale, a sostenere che nella concezione della “destra”, molto spesso, vi era, pur nell’errore, una coerenza di metodo e di impostazione, cosa che mancava del tutto ai centristi.

Un esempio di ciò lo si ebbe proprio durante il Congresso di Lione. Tasca, rappresentante dell’ala destra del partito, riferendosi alle tesi gramsciane, ad un certo punto del dibattito in commissione politica affermava: «Io non accetto il punto delle tesi politiche in cui si nega che la socialdemocrazia sia l’ala destra del movimento operaio e se ne fa l’ala sinistra della borghesia. Se così fosse – commentava a ragione Tasca – la tattica del fronte unico sarebbe assurda, perché sarebbe una tattica di coalizione con una classe nemica. Con una affermazione simile – si preoccupava Tasca – si viene quindi a dare una giustificazione alle critiche che la estrema sinistra fa alla tattica del fronte unico. È vero che la ideologia socialdemocratica è il riflesso della influenza della borghesia sul movimento operaio, è vero che questa influenza, grandissima sui capi, si riversa anche su larghi strati delle masse, ma ciò non spoglia ancora il movimento operaio, anche là dove esso segue la socialdemocrazia, del suo carattere, della sua struttura sociale di classe. Ciò è specialmente vero là dove la socialdemocrazia costituisce una fase storica di sbocco di tutto il movimento operaio, come per il Labour Party inglese, e, se ciò non fosse, l’adesione dei comunisti al Labour Party sarebbe un assurdo». Ed il rappresentante della Sinistra, ritenendo del tutto logico il ragionamento di Tasca, non poteva che dichiarare: «Rienzi (Tasca - n.d.r.) ha ragione. Se si dice che la socialdemocrazia è un’ala sinistra della borghesia si deve ammettere che la tattica del fronte unico è una tattica di coalizione con un partito borghese. Vi è però una contraddizione tra ciò che Rienzi dice della base sociale della socialdemocrazia e ciò che egli stesso afferma circa la natura del Partito. Se è vero che è dalla base sociale che si giudica un partito la socialdemocrazia è essa pure un partito proletario e rivoluzionario». E questa annotazione, più che per Tasca, valeva per Gramsci, sostenitore della tesi del “partito parte della classe operaia”.

L’eclettismo tattico del Comintern, sempre avversato dalla Sinistra italiana, anche se, fino agli anni 1923/24, rimase nel quadro di una strategia le cui linee generali restavano tuttavia immutate, servì da fertile terreno per lo sviluppo ed il prosperare delle successive deviazioni opportunistiche, sempre più marcate e pericolose. Di tutto ciò le varie tendenze di sinistra e le opposizioni internazionali non si accorsero prima e non seppero, dopo, trarne il giusto bilancio.

Le prove di questa corruzione dei principi ormai dilagante non mancavano e possono così essere brevemente riassunte:
1 - il riavvicinamento alla socialdemocrazia, sia con il progetto di sciogliere l’Internazionale Sindacale Rossa e successiva fusione con l’Internazionale di Amsterdam, emanazione della Società delle Nazioni, sia con la teorizzazione del governo di sinistra quale tappa intermedia favorevole allo sviluppo rivoluzionario;
2 - il ritorno a formule equivoche di fronte unico esteso anche ai partiti borghesi, come nel caso, in Italia, della partecipazione alla opposizione antifascista dell’Aventino borghese, democratica, legalitaria e filomonarchica;
3 - la sopravvalutazione delle frazioni di “sinistra” nei partiti socialdemocratici e borghesi e nei sindacati;
4 - la tendenza ad attenuare, fino a fare scomparire, ogni differenza tra i partiti comunisti, i partiti contadini e i partiti nazionali democratici, sia nelle aree coloniali sia nel cuore dell’Europa occidentale;
5 - il metodo con cui venivano risolte le questioni interne dei vari partiti con rimpasti alla loro direzione, tipici del più consumato metodo democratico-borghese;
6 - il sistema di umiliazione e di corruzione con cui dai “reprobi” si pretendevano confessioni di errori ed abiure del passato mentre, parallelamente, ai vecchi arnesi del menscevismo russo e dell’opportunismo internazionale venivano accordati attestati di leninismo.
7 - Il rifiuto di portare nell’Internazionale la discussione sulla questione russa.
 

* * *

In Italia, nel 1926, a seguito del Terzo Congresso del PCd’I, al centrismo fu consegnato il totale controllo del partito. Tutte le deviazioni dalla corretta dottrina e dalla conseguente giusta tattica rivoluzionaria, basi della controrivoluzione staliniana, furono condivise appieno sia da Gramsci sia da tutto il gruppo dell’ “Ordine Nuovo”. Si andava inesorabilmente verso la peggiore degenerazione in quanto scopo prefissato era la rinuncia alla rivoluzione europea mentre si gettavano le premesse ideali per la partecipazione della Russia sovietica alla guerra imperialista.

Ma le fasi di questa politica disfattista dovevano essere ben mimetizzate per fare intendere al proletariato che l’Internazionale non solo non arretrava di un passo, al contrario si spostava sempre di più a “sinistra”. Un paio di anni dopo, infatti, prevalse quella che venne denominata tattica del social-fascismo. Questa nuova svolta apparentemente rappresentava l’esatta negazione della teoria in nome della quale i centristi gramsciani avevano in Italia combattuto le nostre posizioni facendosi un merito di eseguire fedelmente le direttive dell’Internazionale. La Sinistra italiana da sempre aveva sostenuto che la borghesia alterna, a seconda delle sue necessità di dominio di classe, il metodo fascista e quello democratico, asserzione allora considerata come una bestemmia. Ma quando Mosca lanciò la parola del social-fascismo non disse forse la stessa cosa, ossia che i socialisti dovevano essere combattuti quanto i fascisti, perché non vi erano da fare preferenze?

Trotzki, ormai esule, combatté fieramente la nuova formula, paventando il “pericolo fascista”, che in Germania avanzava senza che i comunisti stalinisti nulla facessero per combatterlo, e sostenne una tattica tipo fronte unico 1922 per cui si dovesse fare blocco antinazista. Noi su simili tattiche, che falsamente venivano dette “leniniste”, abbiamo sempre avuto dissensi con Trotzki, che troppo tardi vide l’abuso che ne aveva fatto lo stalinismo. Senza salutare come un successo di sinistra la nuova tattica di Mosca e confermando la linea non breve della nostra critica, mantenemmo ferma, su ben altre basi, la nostra avversione al blocco-fronte popolare, ben sicuri che gli stalinisti sarebbero tornati ad una tale formula, specialmente in Italia dove mai l’avevano denunziata.

Tutto questo ondeggiare che abbiamo succintamente tratteggiato è la ricetta per un inganno al proletariato più schifoso di quello del 1914: sfruttare il ricordo della Rivoluzione di Ottobre e degli anni gloriosi da cui siamo partiti per arrivare alla adozione spudorata della politica opportunista di collaborazione di classe e agli interessi della conservazione capitalista.
 

* * *

Il Congresso di Roma del 1922, con l’approvazione delle famose Tesi, aveva sancito, quasi all’unanimità, la linea di sinistra quale era organicamente scaturita, l’anno precedente, dalla scissione di Livorno. A puro titolo di cronaca possiamo ricordare che nel corso di quel Congresso nemmeno la destra di Tasca si era allineata completamente alle direttive tattiche dell’Internazionale, con alcune delle quali già eravamo in dissenso. L’adesione totale alla tattica del Comintern venne allora propugnata da quel Bombacci che dopo pochissimo tempo sarebbe divenuto un fiancheggiatore ufficiale del fascismo, fino a dargli poi completa adesione.

La Centrale del PCd’I che si presentò al successivo Congresso di partito, Lione 1926, non era stata né eletta né il partito aveva mai avuto occasione di giudicare il suo operato essendo stata nel 1923 nominata d’autorità da parte dell’Internazionale e avendo sostituito quella regolarmente eletta nel corso del Congresso di Roma. Inoltre, successivamente, era stata più volte rimaneggiata. Dal Congresso di Roma in poi il partito non aveva più avuto la possibilità di pronunciarsi sull’indirizzo e l’attività della Direzione. Nell’unica consultazione svoltasi, ossia la Conferenza clandestina di Como del maggio 1924, la schiacciante maggioranza dei delegati si era schierata contro la politica della nuova Centrale aderendo alle tesi di Roma, ossia della vecchia direzione di sinistra. Anzi, la direzione gramsciana emanante da Mosca non solo risultò nettamente minoritaria rispetto alla Sinistra, ma raccolse addirittura meno suffragi della stessa destra.

Ma nelle intenzioni dei centristi il Terzo Congresso “doveva chiudere tutta una epoca di vita del partito”. E così fu. Sradicare dalla base del partito l’influenza esercitata dalla Sinistra, era per l’Internazionale ed il centrismo, compito prioritario.

La rivista “Prometeo” che aveva visto la luce, all’inizio del 1924, con l’approvazione dell’Internazionale era stata bruscamente soppressa con il pretesto che sarebbe potuta «diventare un centro di attività e di agitazione da parte della Sinistra». I contributi dei compagni della Sinistra per la stampa di partito erano il più delle volte cestinati, oppure, se pubblicati, venivano sempre preceduti da lunghi cappelli redazionali, a volte più lunghi degli stessi articoli, in cui si tentava di screditarli presentandoli come frazionistici. Tutti i dirigenti della Sinistra furono regolarmente rimossi dai loro posti di responsabilità nelle varie federazioni, quando le federazioni stesse non erano addirittura sciolte.

Al Quinto Congresso del Comintern la Sinistra, pur rimanendo fuori dagli organi centrali del partito, si era impegnata a non creare ostacoli o fare opposizione all’azione del centro dirigente. Ma, fin dai congressi federali tenuti subito dopo, la Centrale italiana aveva rotto questa specie di accordo pattuito a Mosca aprendo la sua offensiva frazionistica.

L’argomento polemico usato dal gruppo dirigente del PCd’I era di una semplicità elementare: la Sinistra dice che l’Internazionale sbaglia, l’Internazionale non può sbagliare, quindi la Sinistra ha torto. Ma, di fatto, i grandi difensori del Comintern, che lo confondevano con il suo comitato dirigente, non erano mossi dalla preoccupazione di sostenere l’organizzazione internazionale dalle critiche della Sinistra, ma al contrario dall’Internazionale si facevano sostenere, scaricandole addosso tutto il peso delle proprie responsabilità e dei propri errori: la chiamavano in gioco e la compromettevano senza esitazione ogni volta che si trovavano in difficoltà. Questo “internazionalismo alla rovescia” era dettato dalla maggiore facilità e comodità che, agli effetti dell’immediato successo, poteva presentare l’utilizzazione del sentimento di fedeltà e dedizione che le masse lavoratrici nutrivano nei confronti dell’organo internazionale e di nomi illustri, quali l’abusato Lenin. Così, da individui che potevano essere considerati solo dei parassiti di quel grandioso insieme di forze, addosso alla Sinistra ad ogni piè sospinto venivano gettati l’Internazionale, la Rivoluzione Russa, il Leninismo, il Bolscevismo.

Questo sistema, anche quando fosse riuscito a spostare l’adesione della base dalle posizioni di sinistra a quelle di centro, avrebbe solo recato del danno al Partito e all’Internazionale perché avrebbe stravolto e degenerato la sua fisionomia, riconsegnandolo, complici della controrivoluzione staliniana, nelle mani dell’opportunismo. Da tutto questo sciagurato andazzo gli iscritti di base avrebbero solo ricavato la triste opinione che, in definitiva, anche il partito comunista era come tutti gli altri partiti borghesi e socialdemocratici dove tutto il dibattito si risolveva in dissensi ed antagonismi tra i capi, pronti anche a spezzare l’organizzazione politica pur di prevalere sui rivali, e dando ragione a chi affermava che la scissione di Livorno aveva contribuito alla rovina del proletariato avendo permesso al fascismo di trionfare.

Ma, al di là degli operai già inquadrati, il partito si sarebbe dovuto preoccupare di attrarre, convincere, mobilitare coloro per i quali il ricorso alla disciplina nei confronti delle deliberazioni dell’Internazionale non rappresentava alcuna autorità. Il partito, con argomenti e metodi positivi avrebbe dovuto trarre questi operai dalla diffidenza alla fiducia, e questo è compito fondamentale per un partito rivoluzionario, tanto più per un partito che sbandierava la necessità della conquista delle masse. Nei fatti concreti, tra tanto chiacchierare di conquista delle masse, la direzione centrista non riusciva ad allargare la influenza del partito sul proletariato riducendo il suo obiettivo ad avere il controllo totale sui proletari già inquadrati nel partito e non esitando, pur di raggiungere questo scopo, anche a smembrare il movimento non appena sorgevano iniziative di discussione e di critica.

(Segue al prossimo numero)

 
 
 
 
 

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Così parlano i comunisti

Riproduciamo l’intervento tenuto da un nostro compagno ai lavoratori del cantiere SEC di Viareggio riuniti in assemblea. Per il grande cantiere è iniziata la procedura fallimentare e i dipendenti sono minacciati di definitivo licenziamento. La drammatica situazione li vede divisi fra loro e dai compagni di classe, rinchiusi nella gabbia aziendale, della crisi della quale sono costretti così a sentirsi ed esser parte. Contribuiscono a questa divisione, a questo isolamento ed impotenza l’opera nefasta dei sindacati di regime e la carità pelosa delle “istituzioni cittadine” verso le quali si indirizza la disperazione degli operai.

Contro questa angustia e sottomissione dei lavoratori agli interessi nemici si è espressa in modo esemplare la nostra parola, fraterna verso i proletari in tanta difficoltà, ma diritta sia nel condannare le gravi mancanze attuali dell’azione difensiva e smagliature nella solidarietà operaia e sia nell’indicare la necessità del duro e non breve cammino verso la riorganizzazione del generale movimento sindacale di tutta la classe operaia.

«Sono un operaio dell’indotto, ho sempre lavorato alla SEC dal 1966 al 1998, quando sono andato in pensione. Sono un comunista e milito nel Partito Comunista Internazionale. Il mio intervento sarà molto breve e mi scuso con gli ascoltatori se potrebbe in alcuni punti non essere chiaro, spero però che il concetto sia capito, anche perché tutti coloro che hanno lavorato alla SEC o vi lavorano mi conoscono bene sia come persona sia per le mie posizioni politiche.

«Io credo che la questione per cui stasera ci si trova qui a discutere non si possa spiegare nel modo in cui tutti, sia i sindacati sia i partiti, l’hanno spiegata e su tale spiegazione è stata basata la lotta che ha impegnato gli operai della SEC e dell’indotto negli ultimi due anni, cioè addebitando alla proprietà dell’azienda una cattiva gestione di questa, oppure sostenendo che questa ha voluto mettere in crisi il cantiere allo scopo di facilitare il passaggio dal mercantile al diporto. Anche se sono convinto che ci sono state tutte e due le cause, e che forse la prima è il riflesso della seconda, non sta a noi stabilirlo in quanto non potremo mai sapere effettivamente come sono andate le cose.

«Al contrario credo che questa vicenda vada inserita nel quadro più generale dell’attacco che il Capitale, e quindi il padronato, sta portando ormai da 15-20 anni alle nostre condizioni di vita e di lavoro e in generale alla classe lavoratrice. Il fatto che qui alla SEC la cosa abbia preso il verso della crisi finanziaria dell’azienda è solo la forma in cui questo attacco si manifesta. Poco vuol dire che la proprietà cerchi in tutti i modi di salvare l’azienda: la vuol salvare solo per continuare a trarne profitto sfruttando il più possibile gli operai per poi investirlo in altre attività, non certamente per difendere il posto di lavoro a noi operai.

«Negli ultimi anni di situazioni come la nostra anche qui in Versilia ce ne sono state molte: basti pensare, per citare le più importanti, alla FERVET, alla SIM o addirittura alla IMEG. Situazioni per le quali, anche se si sono manifestate diversamente, l’epilogo è stato lo stesso: il licenziamento dei dipendenti con la messa a cassa integrazione di questi.

«Quelli citati sono i casi che hanno fatto notizia, ma dietro a questi ce ne sono molti altri, aziende più piccole che chiudono e licenziano o aziende che si fondono fra loro o si ristrutturano. Ridimensionano il personale non sempre perché gli manca il lavoro o perché sono gestite male, il più delle volte perché preferiscono far fare il lavoro in appalto ad aziende che nascono e muoiono nel giro di poco tempo, che assumono lavoratori senza riconoscergli alcun diritto, lavoratori che sono sempre sotto la minaccia del licenziamento in quanto l’azienda in appalto è legata alla commessa del committente e al rinnovo di questa, altrimenti, finito il lavoro, si chiude ed i lavoratori sono licenziati. Questa situazione fa sì che i lavoratori di queste aziende siano continuamente ricattati, costretti ad accettare condizioni di lavoro, sia dal punto di vista dei salariale sia da quello degli orari e della sicurezza, inaccettabili per i loro compagni dipendenti delle aziende committenti.

«In questo modo, se qualche padroncino che magari fa solo il sensale di manodopera si arricchisce, i guadagni maggiori li fanno le aziende più grosse, quelle committenti, che così riescono a ridurre i costi di produzione esclusivamente sulle spalle dei lavoratori più deboli, ma soprattutto spezzando in mille casi particolari quel legame organico di interessi comuni che esiste fra gli operai e creando il terreno fertile per il padronato in modo che possa portare attacchi sempre più pesanti alle nostre condizioni di vita e di lavoro.

«Di questo modo selvaggio di fare produzione la cantieristica ne ha fatto la regola: nella cantieristica da diporto, penso di non esagerare, siano ormai al livello dell’edilizia con l’utilizzazione non dell’appalto ma del sub- sub-appalto. Esistono cantieri che, senza avere dipendenti diretti o pochi, costruiscono barche solo appaltando lavori a ditte terze. Anche nella cantieristica mercantile questa regola è passata completamente anche se non è ancora arrivata ai livelli del diporto. Comunque il rapporto fra operai diretti ed indiretti che lavorano sulle stesse costruzioni quando va bene è del 30% per i primi e del 70% per i secondi.

«A dimostrazione di questo possiamo prendere proprio la SEC. Negli anni ’70 i lavori dati in appalto erano riservati a particolari lavorazioni specializzate o al massimo se ne faceva ricorso solo in momenti di particolare intensità produttiva dovuti alla consegna della barca; le lavorazioni date in appalto erano sempre una minoranza rispetto a quelle che venivano fatte direttamente. Esisteva allora il “turnover” per l’organico del cantiere, dove gli anziani che andavano in pensione venivano rimpiazzati con altre assunzioni e a volte con i figli degli operai stessi. Con gli inizi degli anni ’80 questo equilibrio ha cominciato a invertirsi a favore del lavoro in appalto fino ad arrivare, al momento che è iniziata la crisi del cantiere due anni fa, ad un rapporto fra lavoratori interni ed esterni di 200 per i primi e 800-1.000 per i secondi.

«Questa linea, portata avanti dal padronato in generale a livello nazionale e voluta certamente dalla proprietà del cantiere, è stata completamente avallata, sia a livello nazionale sia aziendale, dalla politica sindacale e dai dirigenti dei sindacati stessi schierandosi apertamente sotto la bandiera della difesa della economia nazionale e delle aziende, trovandosi d’accordo con queste sulla necessità di ridurre i costi produttivi per poter reggere la concorrenza degli altri paesi che avrebbero costruito le barche ad un costo minore del nostro. Con questa politica il padronato, con la complicità delle organizzazioni sindacali, ci ha ripreso tutte quelle conquiste che, in un certo senso, eravamo riusciti a strappare al padronato prima degli anni ’70 ed oggi, nonostante quel che si dice sulla crisi in cui versa l’economia capitalista, le nostre condizioni di lavoratori peggiorano mentre i profitti del padronato e delle aziende aumentano.

«Di questa linea politica assolutamente contraria agli interessi dei lavoratori ne sono stati complici, oltre ai sindacati e ai partiti politici, anche gli operai stessi della SEC, poco importa se coscientemente o incoscientemente, che vedevano in quella soluzione il modo per poter salvare dall’interno dell’azienda le loro condizioni, già allora migliori di quelle dei dipendenti degli appalti, senza accorgersi che l’obbiettivo della proprietà era, ed è tuttora, quello di sfruttare al massimo tutti i lavoratori, e non solo una parte di essi. Infatti appena da un punto di vista contrattuale vi siete indeboliti, diminuendo di numero rispetto alle necessità produttive, questa ha cominciato a tirare i colpi più grossi.

«Questa politica si è spinta a tal punto che si è permesso all’azienda di privare il cantiere degli elementi più professionalizzati arrivando a chiudere reparti interi attraverso il prepensionamento ed il “bonus” di uscita per coloro che non avevano l’età pensionabile. Tutto questo non in un momento di crisi del cantiere per mancanza di commesse, ma nel momento stesso dove per costruire le barche l’azienda faceva ricorso ad altre aziende della zona e su tutto il territorio nazionale. In pratica gli operai del cantiere, guidati dalle organizzazioni sindacali (ma è vero, come dicono queste, che le decisioni sono state prese a maggioranza), invece di approfittare di un periodo di grande produzione per imporre all’azienda assunzioni dirette, hanno acconsentito a che i dipendenti diretti diminuissero ancora. La proprietà, una volta ottenuto il risultato di aver tolto la forza contrattuale ai propri dipendenti, ha fatto il passo successivo, in funzione della scelta dichiarata del diporto, di far abbattere gli scali di alaggio, sapendo benissimo che nessuno avrebbe avuto la forza di opporsi.

«Tutto questo per arrivare ad oggi e riuscire a dare una lettura materialistica della situazione attuale, in pratica per dire che l’epilogo delle scelte degli ultimi dieci anni del cantiere non poteva essere altro che questo. Poteva forse essere evitato il fallimento, ma per quanto riguarda l’occupazione ed i posti di lavoro se non ci avesse pensato il giudice ci avrebbe pensato la proprietà direttamente, come dimostra la volontà ormai decennale di questa di trasformare il cantiere da mercantile a diporto ed il fatto che proprio pochi giorni prima della dichiarazione di fallimento, ma già in amministrazione controllata, aveva chiamato alcuni dipendenti offrendogli un “bonus” di uscita fino al raggiungimento dell’età pensionabile se avessero accettato di essere licenziati e questo a fronte di un piano di risanamento che prevedeva la costruzione di altre navi.

«Detto questo è chiaro che oggi chi continua a legare la difesa del posto di lavoro alle esigenze aziendali tradisce questa difesa illudendo ancora di più i lavoratori, disorientati dal colpo che hanno ricevuto ma soprattutto dalla mancanza di prospettive. Questo disorientamento viene alimentato anche dalle diatribe che si sono venute a creare fra le due posizioni, la prima portata avanti dal sindacato e dalle RSU, che hanno assecondato tutte le scelte dell’azienda, e la seconda sostanzialmente uguale alla prima ma che vorrebbe analizzare più profondamente le scelte dell’azienda e della proprietà allo scopo di trovarci dei doppi fini contro l’azienda stessa o addirittura degli scandali.

«Le aziende, ed i padroni di esse, non hanno doppi fini ma un fine unico e ben dichiarato, quello di creare profitto, e questo si crea solo sfruttando sempre di più i lavoratori. Quando quelle non riescono più a crearne abbastanza il padronato le abbandona ed investe i propri capitali altrove senza curarsi minimamente di chi viene licenziato e messo sul lastrico. Anzi, quanti più disoccupati ci sono e meglio è per il Capitale in quanto la forza lavoro costa meno.

«L’obbiettivo di tutto il padronato è quello di peggiorare le condizioni della classe operaia allo scopo di salvare i suoi profitti. Non perché questi siano cattivi od immorali, ma perché queste sono le leggi naturali del sistema di produzione capitalistico. Basta pensare che le nostre condizioni di vita e di lavoro negli ultimi anni sono peggiorate proporzionalmente a quanto sono aumentati i profitti delle aziende. Questo, lo ripeto, è stato possibile per il padronato solo perché ha avuto l’appoggio dei sindacati e dei partiti in cui i lavoratori si riconoscono.

«Il posto di lavoro, compagni della SEC, non si può difendere all’interno dell’azienda, come all’interno di essa non si difende l’occupazione più in generale né tutti gli altri aspetti che determinano le condizioni di vita sociale della classe operaia. L’unico modo per difendere il posto di lavoro, il salario, le condizioni di vita e di lavoro all’interno delle aziende è che i lavoratori ritornino a porre sul terreno della lotta diretta contro il padronato quelle rivendicazioni che riunifichino tutti gli operai al di sopra delle fabbriche dei cantieri e delle categorie. Queste rivendicazioni dovranno essere necessariamente la riduzione dell’orario di lavoro e il blocco degli straordinari, se si vuole difendere l’occupazione, sostanziali aumenti salariali uguali per tutti legati alle esigenze sociali della classe e non legati alla quantità produttiva, abbassamento dei ritmi produttivi in modo da difenderci dal continuo peggioramento delle condizioni di lavoro, dimostrato dal crescente aumento degli infortuni sul lavoro e dalle malattie professionali.

«Solo queste rivendicazioni, portate avanti da tutte le categorie di lavoratori con il metodo della lotta diretta contro il padronato, possono unificare di nuovo la classe dei lavoratori ritessendo quel complesso di legami di solidarietà naturale fra chi ha gli stessi interessi e gli stessi obbiettivi. Questa solidarietà artificialmente si è voluta spezzare facendo credere ai lavoratori che i loro interessi siano quelli delle aziende e dell’economia di mercato e che quindi sia loro interesse difendere l’azienda e l’economia, portando così la classe ad essere completamente subalterna agli interessi del Capitale e priva di ogni autonomia propria. Ma per lottare per quelle rivendicazioni è necessario che la classe ricostituisca le proprie organizzazioni di difesa, i sindacati di classe dediti solo alla difesa degli interessi operai. Questo, a mio avviso, non sarà possibile farlo attraverso le organizzazioni attuali, ormai completamente burocratizzate ed inserite nei meccanismi dell’economia capitalistica e nello Stato.

«Per finire e ritornare alla nostra questione per la quale siamo qui stasera, voglio dire che il posto di lavoro per gli operai della SEC è una questione di dettaglio per gli interessi che ci sono in gioco (e non tanto per gli operai dell’indotto che, pur essendo in numero maggiore, il posto lo hanno perso più di un anno fa, e per i quali devo dire che, al di fuori delle parole di rito sulla solidarietà, nessuno ha fatto nulla anche se a volte l’aiuto agli operai stessi del cantiere e alle istituzioni era stato chiesto). Infatti anche in questa assemblea si dice chiaramente non che il posto di lavoro è un diritto che non si deve toccare in nessun modo perché con il lavoro gli operai ci campano, ma, al contrario, che bisogna salvare l’azienda nell’interesse della Città. Quindi, se l’interesse della Città, in cui dettano legge commercianti, proprietari di bagni, albergatori eccetera, è quello di avere più diporto quindi più panfili con relativi portafogli pieni, è giusto, secondo questi, che ci sacrifichiamo.

«Con questo non voglio dire che non dobbiamo tentare tutte le strade, anche quella di convincere il giudice a cambiare idea, ma sono convinto, e la mia solidarietà e contributo maggiore nei vostri confronti sta proprio nel dirvi che questa è una strada che non porta a nulla ma serve soltanto a coloro che hanno gestito fino ad ora la crisi a farci ingollare il rospo. E il rospo lo ingolleremo, come lavoratori in perdita di posti di lavoro ed in peggioramento delle condizioni di lavoro all’interno del cantiere, sia che il giudice ci ripensi e Pozzo ritorni alla direzione dell’azienda, sia che non ci ripensi e subentri qualcun’altro. Quello che interessa a tutti i capitalisti non sono i “posti di lavoro”, con questi fanno solo demagogia, ma un’area che con poco capitale investito può dare una rendita molto alta.

«Finisco ripetendo ancora una volta che l’unico modo per difendere l’occupazione è quello che ho indicato, cioè la lotta diretta contro il padronato. Lo so che mi risponderete che abbiamo bisogno di mangiare oggi e non fra venti anni, sperando che i lavoratori riprendano coscienza. Ma se non intraprendiamo quella strada, che non esclude certamente l’attuale, non solo non risolveremo niente oggi ma fra venti anni i nostri figli mangeranno meno di noi. Questo è confermato da tutta la storia della classe operaia, basta che consideriamo i trascorsi venti anni: quanto più ci dimostriamo docili nei confronti del padronato e delle sue istituzioni, facendoci carico dei loro problemi, tanto più le nostre condizioni sociali peggiorano mentre quelle del padronato migliorano».
 
 
 
 
 
 

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Crisi nell’industria dell’auto in Gran Bretagna
Nazionalizzazione-Privatizzazione
falsa alternativa per la classe operaia

(Segue dal numero 278)

Nella parte già pubblicata si trattava della gestione “stile conservatore” della crisi dell’industria dell’auto inglese. Dal 1974, con il rituale passaggio di consegne ai laburisti, la borghesia britannica decide che è meglio il caso di utilizzare il “metodo di sinistra”. I laburisti avevano impostata la campagna elettorale ed illuso gli operai essenzialmente col falso mito delle “nazionalizazioni”. Ma...

Una volta rispedito un laburista in Downing Street però il programma di nazionalizazioni fu “aggiustato”, e l’obiettivo diventò: «esplicita partecipazione per innalzare al qualità della gestione» e far riprendere la produzione manifatturiera nel settore privato. Il National Enterprise Board fu effettivamente istituito nel novembre 1975, ma senza più quei poteri di acquisizione obbligatoria che avrebbe dovuto avere, come svanì la prevista prerogativa di aumentare la sua partecipazione fino al 51% nelle aziende private.

Con la nomina a presidente del NEB dell’uomo d’affari Sir Jack Ryder la trasformazione dell’Istituto era completata, per il gaudio del più autorevole rappresentante del capitale industriale, la CBI, soprattutto dopo che Ryder ebbe annunciato la sua intenzione di fornire “sovvenzioni alle aziende private che non riuscivano ad ottenerne a sufficienza da fonti private”. La “nazionalizzazione”, da presunto gradino da superare per raggiungere la “proprietà comune dei mezzi di produzione”, era divenuta “aiuto statale” per i capitalisti privati.

Agli occhi degli operai l’operazione sembrava mantenere l’unico aspetto positivo di rimandare i massicci licenziamenti e i prepensionamenti. Ma, purtroppo, la conseguenza della gran parte degli interventi statali risultò proprio in una... perdita di posti di lavoro, e i tanto strombazzati “accordi di pianificazione” del NEB dimostrarono di non fare assolutamente nulla per evitare i prepensionamenti e trovare nuovi modi per occupare i lavoratori, come promesso. Al contrario, servirono solo ad utilizzare soldi del governo per creare e approfondire le condizioni che avrebbero poi determinato ulteriori richieste di sacrifici ai proletari. Il governo laburista riuscì così a tessere una grande ragnatela di illusioni, mentre faceva passare come “socialismo” quello che era solo un volgare furto di ricchezza sociale. Tutto questo mentre le spese assistenziali venivano costantemente ridotte: solo tra il 1976 e il 1978, in termini reali, di ben il 9.5%.

In questo modo la NEB sussidiò la Chrysler con 162 milioni di sterline, per tenerla a galla. Il risultato immediato fu che ben 8.000 lavoratori su 25.000 furono dichiarati esuberanti ed esclusi dalla produzione. Poi, nel luglio 1978, dopo due anni di ricatti e pressioni sugli operai per aumentare la produttività, l’azienda fu venduta alla Peugeot, senza dire niente al governo (e men che meno agli operai).

Ma questo era solo piccolo cabotaggio se confrontato ai 1.400 milioni di sterline che il governo sborsò per acquistare il 95% delle quote della British Leyland. Vi erano in questo accordo delle clausole, come d’altronde era stato anche con quello per la Chrysler, che condizionavano la nuova gestione al rispetto delle raccomandazioni contenute nel rapporto Ryder, che richiedeva ampia “razionalizzazione” delle procedure produttive, grazie all’intensificazione della produttività e a un “dimagrimento” della forza lavoro impiegata.

Il rapporto Ryder, che sostanzialmente derivava dai risultati della Commissione Donovan pubblicati nel 1968, si proponeva di affrontare il problema più spinoso per la borghesia: l’organizzazione sul posto di lavoro e gli scioperi non controllati dai sindacati. In breve delineava uno schema per corrompere, a costo zero, larghi strati di lavoratori combattivi: questo schema era eufemisticamente chiamato “partecipazione operaia”. Il nuovo slogan della “partecipazione” fu raccolto con entusiasmo dalla NEB, che lo fece applicare subito alla British Leyland; in tal modo i rappresentanti sindacali, dai delegati di officina ai funzionari, sedevano in comitati congiunti con i rappresentanti della direzione, a tutti i livelli aziendali, dal posto di lavoro alle massime istanze nazionali. Ma Ryder aveva nel suo documento anche scritto molto chiaramente che la direzione avrebbe mantenuto l’ultima parola su tutte le questioni, e completa libertà decisionale. Era quindi evidente lo scopo di questa immissione dei delegati in una “associazione” ineguale con i padroni.

I risultati non tardarono: nel 1975 i delegati anziani accettarono un sistema di partecipazione, che comportava tra l’altro l’eliminazione di 12.000 posti. Ma ora il numero dei delegati sindacali a tempo pieno era passato, solo a Longbridge, da sette a oltre cinquanta, e il loro entusiasmo per il nuovo piano era tale che lo stesso Financial Times li dovette pubblicamente lodare.

Il responsabile sindacale dell’impianto di Longbridge, membro del Partito Comunista e con una forte sezione di partito che lo sosteneva, difese il coinvolgimento dei delegati nel piano Ryder, considerato «un passo avanti verso il controllo operaio», mentre l’opposizione operaia di base era liquidata come un’alleanza senza principi tra «militanti per i soldi», destri e «Trotz», cioè trotzkisti. Ora che l’azienda era nazionalizzata, questa era la linea del Communist Party of G.B., e le maestranze avrebbero avuto il dovere di mettere tutto il loro impegno per farla marciare. Fu messo il bavaglio agli scioperi spontanei, mentre la “produzione continua” divenne il Vangelo, comune sia agli opportunisti “comunisti” sia alla direzione. Ora che i lavoratori finalmente si erano messi in marcia verso un glorioso futuro socialista, un privilegio che era loro concesso grazie alla semplice appartenenza ad un’azienda nazionalizzata, che altro potevano fare se non sottomettersi?

Nel febbraio 1977, il governo minacciò di licenziamento 2.635 attrezzisti di tutta la Leyland che scioperavano per una richiesta di aumenti salariali, il che veniva a sfidare la “fase due” del Contratto Sociale del governo laburista, che prevedeva ferrei limiti salariali. In quella occasione il coordinatore dei delegati di Longbridge e il Partito Comunista unirono le loro forze a quelle dei padroni e dell’esecutivo del sindacato AEUW. Il coordinatore arrivò persino a invitare gli operai a non farsi fermare dai picchetti degli scioperanti e ad andare a lavorare. La stessa sceneggiata si ripeté nell’agosto del 1978, quando a scendere in lotta furono gli operai dell’officina carburatori.

Intanto, verso la fine del 1977, il governo nominò alla guida della British Leyland un nuovo manager, un duro famoso di nome Michael Edwardes, il quale d’acchito propose, già nel gennaio 1978, di considerare esuberanti ben 12.500 operai, nonché di chiudere 13 impianti. A Longbridge furono tenuti comizi di massa in ogni impianto, e la base votò contro questo progetto. Ma questa non era l’opinione della maggioranza dei delegati, soprattutto anziani, e dei sindacalisti, che decisero di accettarlo; infatti, in occasione della presentazione ufficiale del progetto, i delegati tributarono a Edwardes una vera ovazione!

Ma Edwardes, che sapeva quanto poco in realtà poteva essere il peso di quei fantocci, quando a settembre ricevette il sostegno pieno del sindacato, la Confederation of Shipbuilding and Engineering Workers, indisse una votazione saltando a piè pari i delegati, e chiedendo semplicemente agli operai: «Sei a favore del progetto per la sopravvivenza della Leyland?». Il voto fu Yes, con una maggioranza di 7 a 1. Ora Edwardes non aveva più bisogno della “partecipazione”, e licenziò il coordinatore. Le scarse resistenze finirono in un nulla di fatto, e Edwardes potette finalmente concentrarsi sulla mossa successiva, l’epurazione degli “estremisti” dell’impianto di Owford Cowley.

Si arriva così ai primi anni ’80, quando, contemporaneamente all’affermarsi di importanti innovazioni nella tecnica industriale automobilistica, la British Leyland inizia a sentire approssimarsi la minaccia delle intraprendenti aziende giapponesi, che osano sfidare la supremazia dei tre tradizionali colossi internazionali, General Motors, Ford e Chrysler. Nel 1986 la British Leyland già produce, con il marchio Austin o Rover, auto che sono in realtà Honda al punto che a Swindon viene costruito un nuovo impianto come joint venture per produrre motori Honda per le case inglesi.

A tale data l’azienda automobilistica britannica (ribattezzata Austin-Rover) aveva raggiunto il pareggio di bilancio. Si poteva quindi cedere, e nel 1988 fu di fatto venduta a British Aerospace. La nuova gestione introdusse nuove tecniche produttive, fieramente contrastate dalla base operaia delle officine, che dovevano aprire la porta a una nuova era di flessibilità, con “squadre”, “capisquadra”, “isole”, e che avrebbero garantito “posti di lavoro per tutta la vita”.

Nel 1994, in uno stile classicamente piratesco, la Rover fu venduta alla BMW per 800 milioni di sterline; ma nonostante l’investimento di altri 2,5 miliardi di sterline, più ulteriori iniezioni di sussidi governativi, l’azienda ha continuato a perdere, e si calcola che anche l’anno scorso le perdite si siano aggirate intorno ai 700 milioni. Eppure non ha ricevuto nient’altro che collaborazione da parte dei sindacati, a qualsiasi livello, dai delegati di officina ai segretari generali: anche in occasione della prima crisi BMW (per colpa della Rover) dell’ottobre 1998, Tony Woodley, il National Automotive Officer del sindacato T&GWU, era il più entusiasta sostenitore dell’accordo sul “Tempo di lavoro” dell’azienda, che prevedeva assoluta flessibilità e una “banca delle ore”.

Nel migliore dei casi, l’intervento statale ha determinato solo brevi rinvii, mantenendo i lavoratori in una stato di perenne incertezza fino alla successiva crisi dell’economia capitalista. Anche se un ristretto numero di proletari ha ricevuto dei benefici da questi interventi, un numero estremamente maggiore ha infoltito le code agli uffici della disoccupazione, ha dovuto accettare posti peggio pagati, se non addirittura scendere negli abissi della economia in nero di dickensiana memoria.

Questo è quindi quello che succede quando si pensa che la non-proprietà comunista possa essere realizzata dallo Stato borghese. L’unica cosa della quale si preoccuperanno veramente sarà che capitale e proprietà restino ben saldi nelle mani della classe borghese, anche se talvolta gli interessi contingenti del capitalismo richiederanno che sia lo Stato a gestire, oltreché possedere, certi settori economici, in particolari momenti e luoghi. Basta presentare la proprietà statale come un “passo avanti verso uno Stato socialista centralizzato”, ed ecco che si ha d’incanto, pronto per l’uso, uno strumento infallibile per tenere gli operai in riga. Sarà facile convincere gli operai che lavorando in un’azienda statale che essi difendono una “conquista della classe operaia” nel suo insieme.

È proprio ciò che accadeva nell’Unione Sovietica della controrivoluzione staliniana e dopo, quando questo mezzo di disciplinare gli operai raggiunse la sua forma più evoluta: siccome lavoravano in aziende statali, gli operai dovevano essere convinti di stare “costruendo” il socialismo stesso. Questo nonostante il fatto che all’interno della Russia rimanessero tutte le categorie dell’economia capitalista, il denaro, i proletari restavano proletari, e la borghesia, mascherata dietro una forma statale centralizzata e totalitaria, restava tale e conduceva l’opera di industrializzazione di un paese ancora caratterizzato da un’economia prevalentemente arretrata e rurale.

La rivendicazione della “proprietà comune” è priva di senso se non si accompagna alla comprensione che la si può attuare solo dopo che una rivoluzione proletaria abbia rovesciato con la forza lo Stato borghese, rintuzzato i tentativi di restaurazione e istituito un regime che dichiari il suo fine programmatico comunista e che vi si avvii abolendo da subito denaro, lavoro salariato e capitale, negando così le categorie “operaio salariato”, “capitale” e anche “proprietà” di ogni tipo. Solo per questa via si potranno gettare le basi per una gestione razionale delle risorse umane e ambientali, sulla base di un piano comune a tutti, in una società ormai senza più classi. Questa era l’essenza dello schema delineato da Marx nella sua “Critica del Programma di Gotha del Partito Socialdemocratico Tedesco” ma che emana da tutti i suoi scritti. Questo è anche il programma del nostro partito, l’unico che si è sempre mantenuto fedele allo spirito e alla lettera della dottrina del marxismo rivoluzionario; un programma cui in questa sede possiamo solo accennare, e che il lettore troverà più ampiamente trattato in innumeri scritti e testi di partito.

“Proprietà pubblica”, “nazionalizzazione”, “proprietà statale” sono parole d’ordine che costituiscono una diversione, un tradimento dell’unico vero strumento genuinamente classista e comunista: la Dittatura del Proletariato. Finché questa non trionfi, ogni intervento giuridico sui titoli di proprietà non rappresenterà che frasi illusorie e mistificatrici utilizzate dalla borghesia per aggiogare i lavoratori ai destini della stessa società borghese, attraverso i portavoce di partiti opportunisti e falsamente operai che, più “sinistri” sembrano, peggio sono. Sia che si voglia intestare la proprietà dei mezzi di produzione alla “nazione”, al “pubblico” o alla “comunità”, in regime politico borghese significa che lo Stato diverrà capitalista, cioè prenderà nelle sue mani settori della produzione capitalistica per gestirli aziendalmente nell’interesse non di “tutte le classi”, il che è impossibile, ma di tutta la classe borghese.

Il Comunismo ha invece come obbiettivo la espropriazione dei mezzi di produzione dalla borghesia e dal suo Stato, che viene distrutto. Ma l’obbiettivo positivo da raggiungere non è una nuova forma di proprietà contenente gli stessi rapporti impersonali di produzione. Il fine è una economia razionale, le cui scelte produttive siano dettate dai bisogni generali sociali e non imposti dal mare in tempesta del mercato ad una arcipelago di isole aziendali in lotta per il profitto.

Per mantenersi sul cammino verso questa meta, tanto aspra da raggiungere quanto inevitabile, i proletari devono sfuggire ai tentativi di deviarli sul binario morto dell’intermedismo che li inganna sull’esistenza di presunte tappe verso il socialismo ancora interne al capitalismo. Solo passo avanti progressista in senso proletario all’interno di questo regime è l’allenamento della combattività di classe, che un giorno si innesterà nella coscienza di partito per sfociare nel combattimento finale per la distruzione politica del sistema capitalistico. Abbiamo un vero passo avanti, seppure incosciente ed insufficiente, verso il socialismo solo ogni volta che un gruppo di proletari, nella lotta diuturna per la difesa del salario e per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, spezza la catena delle influenze paternalistiche e complementari di dirigenze sindacali e partiti falsamente operai, e riesce a scatenare una battaglia rivendicativa intransigente e determinata per difendere obbiettivi genuinamente proletari.

Certo, la ribellione di settori e categorie isolati non può bastare ed è necessaria la saldatura di tutti i gruppi proletari combattivi in un’organizzazione di classe unitaria. Questa saldatura, che dovrà avvenire separatamente sia sul piano economico sia su quello politico, farà del proletariato una forza sociale reale, primo passo verso la internazionale emancipazione della classe dei lavoratori.