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"Il Partito Comunista" - n° 285 - luglio-agosto 2001 - [.pdf]

PAGINA 1 Spurie messinscena "popolari" per intorbidire il movimento autonomo della classe operaia.
                  – Contro Fascismo e Antifascismo.
                  – Ai lavoratori dei sindacati di base che hanno manifestato a Genova.
                  – Insegnamento della Storia nella Scuola borghese: Ancora gracidar di ranocchie.

PAGINA 2 ALGERIA, IERI E OGGI:     5. IMPIANTO MARXISTA E TESI DELLA I. C.
                                SULLA QUESTIONE NAZIONALE E COLONIALE:  La dissoluzione del Comunismo primitivo; Da Engels
                                all’Internazionale;   6. BASI ECONOMICHE DELLA RIVOLUZIONE ALGERINA.

PAGINA 3 – Il «militarismo democratico» cui Rifondazione acconsente.

PAGINA 4 Cobas-scuola: L’eterna questione del “chi siamo?”: (Parte 1ª:  1 - 2 - 3 )
                                 Ottobre ‘92. Il Governo Amato e lo squadrismo della triplice
                                - I Cobas scuola tra scontro e collaborazione -   Massimalismo a parole opportunismo
                                di fatto - La riscrittura “orwelliana” della storia dei Cobas-Scuola - La sinistra Cobas contro il confusionismo.
 
 
 
 
 


PAGINA 1

Spurie messinscena "popolari"
per intorbidire il movimento autonomo della classe operaia
 

Sapere come è andata a finire a Genova non ammorbidisce per nulla il giudizio che abbiamo espresso del cosiddetto “popolo di Seattle”: “una masnada di imbecilli”. Benevolmente rivolto ai meno peggio, perché certo molti lì dentro sanno benissimo quel che fanno.

È però utile ricordare che al “movimento”, che vanta il proprio interclassismo, danno adesione ufficiale apparati non secondari del regime borghese fra cui potenti istituti chiesastici ed esponenti dell’alto clero. Le sfumature politiche vedono rappresentato tutto il bestiario ideologico pre-, anti- e post- comunista: antiautoritarismo, ribellismo sottoproletario, pan-distruttivismo, pacifismo, cattolicesimo missionario o francescano, terzomondismo, ecologismo, oltre ad un arco di partiti che trova tutti “uniti nella lotta” dall’antifascismo militante a baldanzosi plotoncini nazisti. Non è da meravigliarci, è la piccola borghesia senza parte e senza partito, fogna di marci particolarismi dalla quale, quando la crisi del Capitale la minaccia, fermentano e vengono rumorosamente a galla di questi miasmi.

Il regime, che dal grande Capitale emana e a cui risponde, da parte sua si è adoperato per mesi a far quotidiana propaganda alla manifestazione quasi si trattasse di un incontro estivo di rugby fra la squadra dei “ragazzi” in uniforme, deputati al necessario mantenimento dell’ordine, e quella dei “ragazzi”, di tanti colori, portatori della, altrettanto necessaria, “spontaneità popolare”.

La partita, a tranquillità dei benpensanti, l’hanno stravinta i primi, anche se vi sono state dal basso e dall’alto contestazioni su irregolarità in campo. Non sarebbero infatti state rispettate le regole, con l’infiltrare nei cortei provocatori camuffati per scompaginare le file dei “pacifici” e trascinarli negli scontri e nei vandalismi. La polizia, inoltre, non avrebbe fatto alcuna distinzione fra “buoni” e “cattivi” spaccando gran numero di teste, e piuttosto dei primi che dei secondi, e anche dopo il fischio di chiusura. Ha pagato per tutti un giovane spinto sotto le ruote di questa cinica e pilotata rappresentazione di regime.

La piccola borghesia, di per sé con le sue ben giustificate angosce, viene mobilitata da abili pifferai, con l’ipocrisia caritatevole verso il Sud del mondo o sul dogma moderno del “buco nell’ozono”, ma in realtà in uno scenario che vede gli otto “Grandi” tali solo nella loro impotenza, marionette in balia del Capitale. È l’Economia che determina la Politica, non il contrario. Silenzioso si tende l’arco Europa-Usa in una energia potenziale che chiama l’Apocalisse. Si avvicina qui la scadenza dell’Euro, là si risponde con lo Scudo spaziale. E la vile spregevole borghesia italiana ancheggia perché non ha ancora deciso a chi vendersi, a chi vendere il sangue del suo proletariato.

Ecco che una “spontanea”, sacrosanta, “spinta di popolo” non nuoce, al mulino patriottico, nazionalista, europeista. Contro gli “affossatori del protocollo di Kyoto”! È uno strumento della diplomazia fra gli Stati, una dimostrazione della forza di aver le spalle coperte, il “fronte interno” solidale. E, infine, la guerra la fa il popolo. Tutti sanno che la inevitabile crisi di sovrapproduzione è curabile solo con la distruzione nella guerra delle merci e della manodopera esuberanti.

Chi ha preordinato, allora, l’irruzione nella sede di Agnoletto? Forse l’altra italica banda borghese che si contende il controllo degli sbirri, quella “atlantica”?

Lo scopo però non secondario della dimostrazione di “cieca” violenza poliziesca è stato ricordare a tutti, e in particolare alla classe operaia, oggi succube ma domani certo spinta alla sua riorganizzazione sindacale e alle lotte, che la democrazia borghese non le concederà mai alcun “diritto”. Il suo scendere in piazza non sarà garantito da suggelli costituzionali ma da un favorevole, costruito e mantenuto rapporto di forza fra le classi, fatto non solo di numeri e inquadramento, ma di autodisciplina, dedizione, pazienza, esperienza e coscienza della complessa realtà politica dello scontro sociale. Tutti fattori che oggi le mancano.

Capiranno i “pacifici” che qualsiasi manifestazione di opposizione sociale, nelle “democrazie mature”, che cioè hanno imparato dal fascismo, è “violenta”?. Capiranno che è inutile appellarsi alla democrazia e al parlamento, con la sua retorica e con le sue “indagini”, perché l’esecutivo, la macchina secolare dei “fedeli servitori dello Stato”, è ampiamente irresponsabile di fronte alla “legge” e i ministri e parlamentari “eletti dal popolo” non possono guidarla a loro piacimento.

Difficile risulta oggi ad un proletariato privo di direzione di classe apprendere queste lezioni e l’effetto che i borghesi prevedono della loro falsamente deprecata violenza non è che uno stringersi ancora dei lavoratori alla sinistra borghese, in quel sodalizio “antifascista” che è il contrario e la negazione della lotta proletaria di classe.

Agli “eco-catto-comunisti” che affermano che “un altro mondo è possibile” opponiamo che non lo sarà riformando il capitalismo, ma abbattendolo. La violenza rivoluzionaria però non è vandalismo di disperati ma culmine di una lotta reale tra classi reali, aventi opposti, inconciliabili, interessi economici; solo questa lotta difensiva, nelle sue fasi culminanti, quando può abbracciare il programma del Comunismo, arriva a contesa armata per la conquista del potere politico.

Ribadiamo quindi la nostra totale denuncia di partito di questi caroselli, finalizzati solo ad intorbidire la visione del reale scontro sociale e a distogliere i lavoratori dal loro percorso storico. L’unica classe che potrà sovvertire il putrido sistema capitalistico è quella proletaria, quando sarà organizzata separatamente e in opposizione a tutte le altre e riconoscerà se stessa nel partito comunista marxista.
 
 
 


CONTRO FASCISMO E ANTIFASCISMO

Partendo dalla per noi evidente tesi che il capitalismo è una società divisa in classi, borghesia e proletariato, e che il potere appartiene alla borghesia che lo esercita attraverso il suo Stato, concludiamo che lo Stato a governo democratico invece che a governo fascista in nulla diminuisce il suo restare una macchina di repressione nelle mani della borghesia.

Del resto è la borghesia a decidere quando è necessario il fascismo aperto e quando invece lo è la democrazia.

Predilige le forme democratiche perché mascherano meglio del fascismo la realtà delle cose, il potere sempre dittatoriale della classe capitalista sul proletariato. Ma è chiaro che di fronte ad un proletariato troppo minaccioso può rendersi necessario sbarazzarsi dell’ingombrante baraccone democratico per avere mano libera di schiacciare e reprimere ogni tentativo rivoluzionario o anche solo di energica difesa di classe.

Il miglior consiglio che la borghesia sa quindi dare al proletariato è di non farsi minaccioso a tal punto da provocare reazioni autoritarie, ma di lasciarsi docilmente e democraticamente sfruttare.

Il partito falsamente comunista di Togliatti ed i suoi odierni eredi rifondaioli e non, con la sincera riverenza ai valori democratici, hanno dato il maggior contributo alla diffusione nella classe lavoratrice di questa reazionaria ideologia borghese.

Per i proletari l’unica strada da percorrere è di disertare i movimenti della borghesia antifascista e di unirsi in un unico fronte classista in difesa dei propri interessi economici, contro il dominio del capitale, sia esso di facciata democratica sia fascista.
 
 


Ai lavoratori dei sindacati di base che hanno manifestato a Genova
 

I fatti di Genova, dalle manifestazioni agli scontri, sono continuamente discussi all’interno dei sindacati di opposizione. Bisogna però uscire dalla facile liturgia antipoliziesca, antirepressione, antiberlusconi, per intendere ed analizzare le debolezze e gli errori gravi del cosiddetto movimento antiglobal. Su quel carrozzone hanno ritenuto di dover saltare anche la Cub e gli altri sindacati di base, con la infondata speranza di farsi così della pubblicità sui media, cosa che il regime tutto (“movimento” compreso) ha accuratamente evitato.

1) Il movimento antiglobal è un insieme indefinito di posizioni che vanno dagli ecologisti alle “tute nere” per passare a centri sociali, religiosi, coltivatori biologici, cobas, rifondaroli, ambientalisti, femministe, Arci, Arcigola, Lilliput, Antiaids… la lista è così lunga che correremo sicuramente il rischio di dimenticarne pezzi “importanti”. Per la confusione dei tempi e per l’apparente varietà delle impostazioni del “movimento”, che abbraccia tutto lo spettro sociale, da parte del padronato a proletari, e tutto lo spettro politico, dall’estrema sinistra all’estrema destra, molti lavoratori impegnati nella lotta sindacale esprimono la loro individuale simpatia politica per qualche suo “spezzone”.

I sindacati di base non possono però farsi inghiottire in questa, che è in gran parte una manovra mediatica, con il che si cancellerebbe ogni loro diversità, si trasformerebbero in qualcosa che non sono – un movimento di opinione – e se ne pregiudicherebbe la capacità di reclutamento e rafforzamento come strumenti della difesa dei lavoratori. Quindi i sindacati di base debbono prima di tutto distinguersi: definire le proprie posizioni operaie-sindacali e metterle in bella mostra.

Certo anche sulla “globalizzazione” e sulle “privatizzazioni” hanno la loro da dire: spezzettamento di grandi aziende in piccole con mille e diversi contratti, contratti di lavoro atipici, ricorso indiscriminato al lavoro precario, flessibilità, al lavoro straordinario, ecc. ecc., questa è la traduzione reale fra i lavoratori dei termini globalizzazione e privatizzazioni, termini usati ed abusati. Sia nell’industria privata sia nei settori pubblici (ferrovie, sanità ecc. ecc.) dietro a questi due termini i lavoratori si scontrano con tutta una serie di uguali provvedimenti ed azioni che alla fine peggiorano le loro condizioni di vita e di lavoro. Questi provvedimenti e queste azioni dallo stesso padronato sono considerati figli legittimi e inevitabili delle privatizzazioni e della globalizzazione. I sindacati di base devono svelare che, dietro il paludamento delle frasi e dei proclami sull’efficientismo e la lotta agli sprechi, c’è un reale e continuo attacco alle condizioni di vita e di lavoro di tutta la classe operaia, che tale peggioramento va infine contrastato e combattuto. Per lottare contro questo attacco non bastano vaghe e generiche “simpatie” ed “idee”, ma una forte e radicata organizzazione sindacale di classe, che oggi manca ed è assolutamente indispensabile.

2) Oltre alle posizioni dei sindacati di base, vanno definiti i metodi di lotta, che non possono essere quelli dello scontro per lo scontro, della guerriglia urbana fine a se stessa, della disubbidienza civile-militarista che ingenuamente-volontariamente cerca di misurarsi a botte e sassate con le oggi soverchianti e preparatissime forze repressive dello Stato dei padroni. Di fronte a cotanto apparato in armi e pronto allo scontro, una parte consistente del movimento “antiglobal” lo era altrettanto, attrezzata a pugnare per nulla preoccupata che la grande maggioranza dei partecipanti alla manifestazione fosse del tutto impreparata e non disposta a simile ginnastica. Tutta una massa inconsapevole anche di lavoratori, con anziani e bambini, è stata coinvolta negli scontri anche per l’assoluta incapacità, se non peggio, dei dirigenti del movimento di prevedere alcunché, prestandosi al gioco di violare la zona rossa e confidando nelle assicurazioni delle democratiche forze dellâ��ordine.

Se il corteo dei sindacati di base non è stato coinvolto negli scontri, se alla fine il morto è stato solo il povero Carlo Giuliani, è solo per la buona stella che talvolta protegge gli imbecilli, perché deficienze, leggerezza, impreparazioni ed errori sono stati tanti. Su questi il movimento di opposizione sindacale deve riflettere e ancora riflettere, consapevole che davanti a sé ha avversari che non gli concederanno sconti e non perdoneranno debolezze ed esitazioni.

Ma questa riflessione è possibile solo se, riposti in un cassetto invettive antirepressive, bandiere rosse e nere e proclami rivoluzionari di vendetta, ci si dispone con calma a dibattere sui compiti, sulle finalità e sui metodi della attività sindacale, che pretende un impegno costante in difesa delle condizioni di vita e di lavoro della classe, senza martiri ed eroi.
 
 
 


Insegnamento della Storia nella Scuola borghese
Ancora gracidar di ranocchie

Qualche mese fa la Destra, ora giunta al potere, imprecò contro la cultura impartita ai giovani nelle scuole: i libri di storia sarebbero troppo “marxisti”, faziosi, e da combattere l’approccio economico-sociale che la storiografia ufficiale propina alla gioventù italiana. Su “La Stampa” del 16 maggio il Professor Rocco Buttiglione, leader della cattolica CDU ed ex traduttore di opere di Marx, riprende la questione non più in polemica con il Governo di sinistra, ma come esponente del vittorioso alle elezioni Polo delle Libertà, di cui il partitucolo fa parte. Nell’intervista Buttiglione afferma che «i giovani non devono studiare la storia universale ma innanzitutto quella del loro paese. Inseguendo un astratto cosmopolitismo si annoiano. Devono capire la cultura dove sono nati». Un esempio: «Il cristianesimo. Roma è piena di chiese. Un ragazzo che sta a Roma deve decifrare le pietre di Santa Sabina e da lì risalire ai precedenti latini e greci. Penso a una figura come quella del vescovo defensor civitatis che è stata ricacciata nell’oblio. I programmi del governo di sinistra avevano un approccio mondialista puntato tutto sulla storia sociale che non fa capire quello che è accaduto prima». Così è posta la questione dalla odierna “Destra al potere”: se il marxismo “è morto”, pare che anche l’idealismo della fu Destra sia ridotto assai malconcio e in ingloriosa ritirata dai destini fatali della Patria a quelli... della Parrocchia, secondo il “costruttivismo” alla moda!

Le ranocchie, “sconfitte”, uliviste, rifondarole e antifasciste doc si son date ad alto gracidio, mostrandosi alla loro amata pubblica opinione scandalizzate, hanno tirato fuori il risorgere dei metodi culturali fascisti, la repressione culturale, la retorica patriottica e chiesastica.

Ma, di fronte alla nostra critica storico-dialettica, la posizione di questi politicanti della sinistra borghese (rifondaroli in testa) è senz’altro peggiore di quella, nazional-idealistica che era delle destre. Affermano infatti che la storia, per essere obiettiva, debba utilizzare nient’altra bussola che quella della libertà di pensiero, il che vuole dire ridurre la Storia da scienza ad accozzaglia di opinioni.

Se la “destra” in questo campo si atteggia a passare all’offensiva, noi comunisti non ce ne turbiamo: la realtà storica è stata violentata dalla “sinistra” non meno che dalla “destra” borghese.

Il passato si vede meglio del presente: se in Italia negli anni ‘30 il Partito Nazionale Fascista pubblicava intere biblioteche di testi propagandistici, scritti nella tipica retorica grossolana che li rendeva efficaci al loro scopo, contemporaneamente lo Stato Russo di Stalin pubblicava innumeri testi, dei quali il capostipite è la “Storia del Partito Comunista (Bolscevico) dell’URSS”, che nel 1945 fu tradotto anche in italiano. Lo stalinismo non si abbandonava soltanto a roboanti frasi demagogiche, perché i comunisti ancora in buona fede da convincere alla sua linea anticomunista erano più esigenti e doveva scrivere con uno stile pseudo-scientifico. Ciò non cambia però lo scopo di quei volumi, rincoglionire il proprio popolo (e nel caso staliniano anche gli altri). L’ostentato metodo “scientifico” dello stalinismo non gli impediva di asseverare le peggiore menzogne mai osate dalla storiografia, che, come noto, al di fuori del partito rivoluzionario, la scrivono i vincitori! Lo stesso in quel decennio avveniva negli Stati Uniti, patria della Democrazia: il New Deal, vera offensiva contro il proletariato, non poté che passare attraverso l’indottrinamento di un’intera nazione alla pacificazione fra le classi (tema classico demo-fasci-stalinista) e ai comuni interessi del popolo nei confronti della ripresa dell’economia nazionale. «Roosevelt faceva sempre notizia, era sempre sulla prima pagina dei giornali: sapeva tenersi amici i giornalisti alle conferenze stampa informali che si svolgevano due volte la settimana. Con le “chiacchierate davanti al caminetto”, alla radio, portò se stesso e il suo messaggio in milioni di case» (C.Coardi, Introduzione a Furore di Steinbeck).

Né mai è esistito uno Stato che non abbia propagandato una lettura della Storia atta alla sua conservazione. Lo Stato è un organo di classe, non super partes, non la fichtiana astrazione, ma l’organo di coordinamento della società da un unico “punto di vista”, quello dell’interesse della classe che domina in un dato momento. Di demagogia e retorica era fatta la cultura di intellettuali e mecenati a ruolo nello Stato imperiale dell’antica Roma, altrettanto falsa è la storiografia imposta dall’800 ad oggi dai democratici Stati borghesi. La Storia insegnata nella società divisa in classi non può che essere la Storia della classe dominante, quel particolare ordinamento e spiegazione dei fatti storici. Ogni classe depositaria di un suo ruolo storico per agire deve possedere una propria cultura, un proprio bagaglio di chiavi filosofico-storiche, un suo tipico programma.

Per altro, ogni società morente cerca di sopravvivere utilizzando gli strumenti, materiali, di scienza e di morale, della classe rivoluzionaria che la incalza. La Roma del tardo impero abbandonò gli Dei del suo Olimpo e si fece cristiana; il regime feudale-autocratico, dogmatico e scolastico, si compiacque di un illuminismo che cercava di conciliare lo scientismo e il razionalismo avanzanti con il mantenimento dell’assolutismo. Ugualmente fa la società borghese, tanto che gran parte della sua “cultura”, quando non urgono problemi seri di conservazione, si dichiara “marxista”.

La storiografia borghese ha dovuto riconoscere la vittoria sul piano teorico della dottrina di Marx, accettandone l’approccio economico-sociale alle questioni storiche. Ma il materialismo dialettico è qualcosa che va molto più in là delle conclusioni a cui possono giungere gli storiografi borghesi: il materialismo dialettico applicato all’oggi capitalistico decreta la morte del capitalismo e soltanto un suo uso malevolo e capovolto può non far giungere lo studioso a questa unica possibile conclusione.

Se le classi medie nella società attuale non possono che possedere una conoscenza eunuca della Storia, data la loro ambigua posizione intermedia e perciò tentennante, non risoluta e prostituita al miglior offerente, la classe borghese e la classe proletaria, poli opposti antagonistici, con ruoli storici definiti, possiedono Teorie della Storia opposte l’una all’altra. La borghesia, nonostante il suo proclamato materialismo, ha bisogno di mistificare e falsificare tutto ciò che possa compromettere il suo potere. Il proletariato ha invece bisogno del marxismo, la dottrina che lo porterà al potere. Questa dottrina non l’apprenderà nelle scuole e nelle università borghesi né in circoli di illuminati. La riceverà dall’incontro felice delle lezioni impartite dalla storia, accumulate nella dottrina del partito marxista, con le riprove scaturenti dalle vive esperienze della lotta di classe. È solo nel Partito la lotta aperta contro la marcia e ipocrita sovrastruttura culturale del capitalismo.

Ora, se la Destra imporrà quello che vorrà definire “storia patria” faccia pure! Noi non rimpiangeremo la “storia” propinataci negli ultimi sessant’anni, che solo ulivisti e rifondaroli possono credere “più obiettiva”. Quella imposta in Italia dopo il 1945 è anch’essa faziosa storia di classe borghese, antiproletaria ed anticomunista. Basti vedere l’unanime coro nei libri scolastici di disegnare l’antifascismo come prima e unica “conquista” della seconda metà del secolo passato. Tutto per spingere il proletariato e il resto del popolo alla fedeltà alla legalità borghese, all’armonia fra le classi. Si difende il regime borghese demonizzando la forma di Stato precedente (il fascismo della democrazia, la democrazia del fascismo), Stato sempre ugualmente borghese, riempiendo le pagine di aperte falsificazioni.

Già fummo chiarissimi nel lontano 1912 sull’argomento cultura e scuola. La nostra Sinistra Comunista nasceva proprio allora, già ben definita come corrente rivoluzionaria nell’allora riformista ma ancora classista Partito Socialista Italiano. Gli “anziani” del Partito, riformisti, pretendevano che i giovani per farsi rivoluzionari adottassero il metodo formativo dello studio intellettuale, ritenendo necessaria «un’istruzione generica, letteraria e scientifica», nella falsa convinzione che la Rivoluzione passi per una crescita della cultura delle masse proletarie. Per questo i giovani militanti del Partito avrebbero dovuto impossessarsi dapprima, in modo scolastico, della cultura borghese. La nostra corrente, siamo al Congresso giovanile di Bologna, rispose chiaramente che «la scuola rappresenta un’arma potente di conservazione nelle mani della classe dominante la quale tende a dare ai giovani un’educazione che li renda ligi e rassegnati al regime attuale». La scuola (non solo quella fascista, che ancora non c’era, ma quella del regime capitalistico in generale) impedisce ai giovani di scorgere «le essenziali contraddizioni» e i comunisti ritengono da ciò che «nessuna fiducia sia da attribuirsi ad una riforma della scuola nel senso laico o democratico». «Scopo del movimento nostro», dicemmo ancora, «è contrapporsi ai sistemi di educazione della borghesia creando dei giovani intellettualmente liberi da ogni forma di pregiudizio» (Conclusioni dei relatori al Congresso giovanile di Bologna, “L’Avanguardia”, 15 settembre 1912). «Lo sviluppo intellettuale dell’operaio è la conseguenza diretta del suo stato economico. Ed in questo senso il socialismo vuole interessarsi dell’emancipazione intellettuale dell’operaio contemporaneamente a quella economica, sempre ritenendo che la prima è una conseguenza della seconda» (Il problema della cultura, “Avanti!”, 5 aprile 1913).

Soltanto il partito darà al proletariato la “cultura” di cui abbisogna, gli strumenti per la sua emancipazione.

Nel comunismo senza classi il problema della storiografia si libera delle sue necessità politiche e diviene un bisogno della specie di conoscere se stessa e il suo travagliato passato.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2


ALGERIA, IERI E OGGI
(Continua dal numero scorso)

5. IMPIANTO MARXISTA E TESI DELLA I. C. SULLA QUESTIONE NAZIONALE E COLONIALE
La dissoluzione del Comunismo primitivo
Da Engels all’Internazionale
6. BASI ECONOMICHE DELLA RIVOLUZIONE ALGERINA

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 3


Il «militarismo democratico» cui Rifondazione acconsente

IL MITO DELL’UNITÁ

Il mito della unità è sempre stato il cavallo di battaglia dei partiti opportunistici che l’hanno sempre utilizzato per spezzare l’azione del proletariato e deviarne l’indirizzo in campo controrivoluzionario. Esempio classico, in Italia, fu il tentativo, da parte dei massimalisti, di sabotare la costituzione del Partito Comunista in nome della unità del movimento socialista e proletario, per non spezzare l’unità di azione contro la reazione borghese ed il fascismo. Simili balle le sentiamo tutt’ora ripetere proprio dai portavoce di quei partiti che hanno perfino rinnegato il nome del comunismo.

Dal 1848, con il Manifesto, la dottrina marxista insegna che il proletariato diviene classe solo quando sorge il suo partito politico. Senza il partito la classe è un puro elemento statistico, incapace di azione indipendente e per le proprie finalità. Soltanto dal partito può venirgli la coscienza dei suoi interessi storici generali. Solo ed esclusivamente nel partito risiede la coscienza di classe, non nei singoli proletari, non nella massa statistica: la sbandierata ed abusata “democrazia proletaria”. Non a caso la democrazia elettiva borghese si avvale della consultazione delle masse perché sa che la maggioranza risponderà sempre a favore della classe dominante e, volontariamente, delegherà ad essa il diritto di governare e perpetuare lo sfruttamento. Ed i rapporti non cambierebbero neppure qualora dal computo dei voti venissero tolte le minoranze borghesi e piccolo-borghesi. La borghesia governa con la maggioranza che è tale non solo rispetto a tutti i cittadini, ma anche ai soli lavoratori. Questo concetto lo troviamo ripetutamente sia in tutta l’opera di Marx, sia in quella di Lenin, sia nella tradizione del movimento comunista marxista rivoluzionario.

Il partito comunista, che non abbia perduto le sue caratteristiche rivoluzionarie, non si illuderà mai di poter inquadrare nelle proprie file la maggioranza della classe proletaria, al contrario constata, e materialisticamente comprende, come gruppi di proletari aderiscano a partiti socialdemocratici, borghesi e perfino fascisti. Ma il fatto materiale che in questi partiti o movimenti politici si trovino inquadrati strati più o meno larghi di proletari (e certamente numericamente più consistenti di quelli aderenti al partito) non spingerà il partito a cercare una unità di azione con questi raggruppamenti politici, ma, al contrario, nei confronti di questi partiti e movimenti dovrà svolgere una incessante ed accanita critica dei loro programmi, e questa polemica teorica sarà tanto più efficace quanto più il partito comunista potrà dimostrare che le critiche da esso fatte a tali movimenti sono puntualmente confermate dai fatti.

L’interesse e lo scopo del partito non è quello di trovare basi di intesa e di azione con altri movimenti proletari od inquadranti proletari, ma quello di attrarre a sé i proletari organizzati negli altri movimenti. L’aspetto della polemica e della lotta contro di essi sarà un elemento di prim’ordine per riportare la parte più combattiva di quei lavoratori sul terreno rivoluzionario di classe.

Al contrario, da parte dei portavoce di qualsiasi altra tendenza, assistiamo costantemente all’abuso della ricerca dell’unità, del dialogo con tutte le forze della sinistra (adesso nemmeno si dice più della “classe lavoratrice”) per opporre un fronte di lotta, più ampio possibile, contro l’avvento dei governi di destra che minaccerebbero le basi stesse della democrazia. E quali frutti siano scaturiti da questa politica è sotto gli occhi di tutti.

Secondo la nostra concezione, un governo di sinistra borghese, od anche socialdemocratico, non rappresenta minimamente per la classe un fatto positivo nel senso che, come pretendono di credere i sinistri di tutte le tendenze, concederebbe maggiore libertà di organizzazione, di preparazione e di azione autonoma al proletariato. Qualunque governo, di destra o di sinistra, di fronte ad una organizzazione del proletariato indipendente dall’influenza e dal controllo statale e che possa anche solo potenzialmente mettere in crisi l’ordine borghese, si comporterebbe esattamente alla stessa maniera; cercherebbe dapprima di corromperla e poi la reprimerebbe. Il partito comunista ha quindi il dovere di proclamare che questi governi non rispetterebbero la libertà di movimento del proletariato che fino a quando quest’ultimo non li considerasse come i propri legittimi rappresentanti, mentre risponderebbe con la più feroce reazione non appena le masse lavoratrici si scagliassero contro la macchina dello Stato democratico borghese.

Da queste premesse marxiste deriva che parlare di unità di azione significa negare l’azione rivoluzionaria.
 

LA “COSTITUENTE DI SINISTRA”

Oggi, chi potrebbe farsi portabandiera di questa unità della sinistra se non i Rifondazione Comunista? Questo partito non è nemmeno un partito degenerato, ma è stato costruito a tavolino appositamente per svolgere la funzione classica dell’opportunismo, cioè di controllo della classe operaia ingabbiandola all’interno del sistema democratico borghese per impedire, o quanto più possibile allontanare nel tempo il suo naturale ricongiungimento con il partito di classe.

Ancora i suoi compiti sono limitati dalla situazione oggettiva poiché il proletariato, purtroppo, non dà grandi segni di ripresa di classe. Ma il ridestarsi dei movimenti sconclusionati delle mezze classi è già significativo, è un campanello di allarme dell’infrangersi di un equilibrio di pace sociale ed anticipa un prossimo radicalizzazione delle lotte operaie. Saranno i bisogni materiali, non la “coscienza” a determinare la combattività proletaria. Fin da ora, quindi, il partito di Bertinotti si attrezza a svolgere adeguatamente il suo compito.

Il 26/27 maggio scorso, durante la riunione del Comitato Politico Nazionale, il segretario di Rifondazione lanciava la proposta di una “Costituente di Sinistra”; l’appello al confronto ed al dialogo con tutte le «sinistre che oggi sono divise da diverse opzioni strategiche» al fine di costruire una «sinistra anticapitalista all’interno delle istituzioni». Lo scopo dichiarato è quello di impedire che i movimenti piccolo-borghesi, oggi, ma soprattutto il movimento proletario domani, non straripino all’esterno degli argini imposti dalla legalità democratico-borghese, ma soprattutto si facciano carico di un’opera di vigilanza e di difesa poiché, avverte Bertinotti, si sta «verificando una eclisse della democrazia ed una profonda crisi della politica». E per chi non avesse inteso specifica meglio: «La questione della difesa della democrazia è stata uno degli assi portanti della nostra battaglia. La democrazia è oggi costretta in una tenaglia dall’alto e dal basso». Secondo i rifondatori compito storico del proletariato sarebbe quello di farsi garante dell’ordine democratico borghese, quello di prendere in appalto (visto che allo Stato giustamente della democrazia non gliene importa nulla) la gestione della controrivoluzione democratica.

Con tutta evidenza, al di là della facciata di radicalismo che gli viene costruita su misura da tutti i media, Rifondazione non è che un rancido partito borghese al pari di tutti gli altri coinquilini di Montecitorio; e, come tutti gli altri rancidi partiti borghesi, mentre all’esterno lancia appelli di unità e di dialogo, al suo interno adotta i sistemi classici della conduzione borghese con tanto di lotta politica per la conquista dei vertici dell’organizzazione e con consorterie personali e locali che si combattono apertamente tra loro. Ciò viene messo in evidenza anche da un rappresentante della Segreteria Nazionale quando denuncia che «l’unità non c’è nei documenti votati all’unanimità nella Direzione e poi attaccati nelle riviste di corrente e dalla pratica di Federazioni e Regionali gestiti come feudi di corrente».

Col progetto di “unità delle sinistre” Rifondazione, lanciando «la proposta di una sinistra plurale» con «l’apertura di un confronto fra le sinistre», preconizza «la costruzione di un vero e proprio reticolo dei movimenti, fino, se possibile, alla Costituente dei movimenti».

Bernstein rivive in Bertinotti: “Il movimento è tutto il fine è nulla”. Che per i rifondatori il fine sia nulla ce lo dichiarano essi stessi quando spiegano gli scopi che intendono realizzare con la costituzione del “reticolo”: «Chiedere alla sinistra moderata la rottura con le politiche neo liberiste e ritrovare una capacità critica rispetto al nuovo ordine mondiale; puntare su obiettivi possibili di riforma; opposizione sociale e politica al governo delle destre» (si badi bene: delle destre!! - n.d.r.) «che dovrà di volta in volta individuare i punti di attacco, campagne incalzanti, obiettivi».
 

TUTTI “ANTI-GLOBAL”!

Ma se il movimento è tutto, quale migliore occasione poteva presentarsi ai rifondatori se non il G8 di Genova? Lì si sarebbe potuto condurre l’opposizione “al governo delle destre”, si sarebbe potuto trovare un campo di azione comune con tutti i gruppi della sinistra, ci si sarebbe potuti presentare come i difensori della pace, dell’ambiente, dei paesi poveri, ma soprattutto come difensori delle legalità e delle garanzie costituzionali rinnegate dal governo delle destre e represse dalle forze dell’ordine.

A Genova lo Stato ha dimostrato di essere quello che è: dittatura! Un organismo che per riflesso condizionato, automatico, scatena una dura repressione, con decine e centinaia di teste rotte, facendo un morto e mostrando chiaramente che domani ne potrebbe fare ancor di più. Lo Stato democratico borghese (solo casualmente con governo di destra) aveva bisogno di dare una prova di forza: si sono bastonate le “tute nere”, le “tute bianche”, i “verdi” e tutti gli altri variopinti partecipanti soprattutto per terrorizzare la classe operaia. Al proletariato è stato lanciato un messaggio preciso: questo è quanto si può aspettare chi turbi l’ordine borghese, chi appena attenti alla pace sociale. E le scene di “gratuita” violenza ripetute tutti i giorni da giornali e televisioni, accompagnate dagli appelli alla pace, alla democrazia, al ripristino dell’ordine sono il naturale corollario di quest’opera di terrorismo di classe.

I bertinottiani su questa violenta repressione ci ingrassano, speculando, proprio come il vecchio PCI negli anni del dopoguerra speculava sui morti della Celere, per poter poi spargere lacrime da coccodrilli sulle libertà costituzionali calpestate e per proporsi come garanti del mantenimento dell’ordine costituzionale e della pace sociale.

Lo Stato rinnega le libertà costituzionali borghesi? Rifondazione grida: “viva la Costituzione borghese!”. Lo Stato sferra un attacco brutale? Rifondazione grida: “No alla violenza, si all’ordine!”. Intanto fa il calcolo delle sua aumentata popolarità, della sua maggiore presa sui giovani arrabbiati, su come e quando presentare allo Stato il conto dei suoi servigi.
 

IL “MILITARISMO DEMOCRATICO”

Ma l’uso della forza e delle violenza è davvero estraneo al programma politico di Rifondazione? Noi sappiamo bene, attraverso le innumerevoli sanguinose esperienze storiche, che l’opportunismo non è mai indietreggiato di fronte all’uso della violenza ogni volta che il proletariato ha tentato l’attacco rivoluzionario al potere, anzi sono stati sempre i partiti di sinistra a sferrare i più violenti attacchi controrivoluzionari ed a fare scorrere il sangue proletario.

In una intervista al “Giornale dei Carabinieri” (gennaio/febbraio 2001), Russo Sperna, senatore di Rifondazione Comunista, parlando della riforma dell’Arma, si dichiarava preoccupato «che questo maggiore potere dei vertici possa innescare meccanismi di autonomia tra le varie strutture (...) Ora bisogna pensare al coordinamento per le forze di polizia e militari (...) C’è bisogno di un coordinamento democratico molto forte in questo senso (...) Esiste un braccio di ferro tra lobbies militari e governo». Quello che preoccupa Rifondazione è che tra carabinieri, esercito, polizia, governo non ci sia il dovuto coordinamento, non ci sia la massima intesa, in una parola, che gli organi repressivi dello Stato non funzionino per il meglio.

Le risposte di Russo Sperna sembrano avere creato un qualche imbarazzo anche alla intervistatrice del “Giornale dei Carabinieri” che gli chiede: «Ma Rifondazione non è un partito antimilitarista?» Ed alla domanda il senatore rifondatore, chiudendo l’intervista, risponde: «Rifondazione è un partito che crede nel militarismo democratico. Certamente non nel militarismo di potere ed antidemocratico».

Qual’è il “militarismo democratico” e qual’è quello “antidemocratico”? Lo spieghiamo in due parole. Il vecchio PCI speculava sui morti della Celere di Scelba e dei suoi degni successori. Come i rifondatori fanno oggi, anche allora i picciisti piangevano sulle libertà democratiche calpestate, sui rigurgiti fascisti e, di elezione in elezione, contavano le valanghe di voti di illusi proletari che giungevano al partitone delle Botteghe Oscure: quello è il “militarismo antidemocratico e di potere”. Quello che, essendo all’opposizione, si può denunciare: i morti sono proletari vittime delle reazione fascista.

Però, quando ministro dell’Interno non era Scelba, ma il socialista Romita, quando ministri di Grazia e Giustizia non erano dei borghesi dichiarati ma i rappresentanti del PCI Togliatti e Gullo, anche allora la polizia sparava, e sparava spesso, ed ammazzava operai e contadini, da un capo all’altro dell’Italia. Ma quello era “militarismo democratico”, i partiti di sinistra erano al potere ed erano proprio loro a dare l’ordine di sparare. I morti però non erano allora proletari vittime “della reazione fascista”, erano sì operai e contadini, ma venivano definiti “provocatori di disordini” se non addirittura “agenti fascisti”. Visto come è semplice la dialettica dell’opportunismo? Basta cambiare un aggettivo e tutto torna. Sono al governo? Dai fucili dei carabinieri esce piombo democratico. Ci sono le destre? Allora il piombo è fascista. Allo stesso modo sono i morti, sempre proletari, ma di volta in volta martiri o provocatori.

I giovani, che non sanno, possono non credere a quello che brutalmente affermiamo. D’altra parte nessuno ha interesse a raccontar loro la verità, né le destre, né le sinistre.

Abbiamo più volte, nella nostra stampa, riportato le disposizioni del ministro Togliatti «perché l’energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico fosse affiancata ed appoggiata dall’autorità giudiziaria» che avrebbe dovuto procedere «con assoluta urgenza onde assicurare una pronta ed esemplare repressione». A Mosca, Togliatti aveva avuto modo di fare un ottimo tirocinio e si era diplomato a pieni voti. Il suo collega socialista, Romita, ripensando a quegli anni scriveva: «I contadini, sebbene fossero, a mio avviso, dalla parte della ragione, si lasciavano andare ad eccessi che, sempre mio malgrado, come ministro degli Interni non potevo approvare (...) Fui severissimo di fronte a manifestazioni del genere. Ne comprendevo le ragioni profonde, ma non potevo che dimostrare energia, se volevo riportare in quelle terre il rispetto della legge». In un altro passo Romita si rammarica che la paternità dell’attuale polizia sia stata da sempre attribuita a Scelba e non a lui: «Infatti posso dire di aver dato, in un certo senso, il via a quella che è l’organizzazione attuale della nostra polizia, potenziata poi e completata da un mio valido successore, Mario Scelba».

Del resto, senza andare molto in là nel tempo, sono passati solo pochissimi anni da quando le squadre extra-legali di PCI e CGIL venivano scagliate contro le manifestazioni proletarie.

Da parte nostra ci auguriamo che anche solo una piccola parte di proletari, da questi recenti avvenimenti, abbia capito che il regime capitalista non ammette di essere messo in discussione; che lo Stato, a prescindere dai suoi aggettivi e dai suoi governi pro-tempore, è dittatura di classe; che tanto maggiore sarà la repressione quanto più la classe operaia lotterà per la difesa dei propri interessi vitali; che all’interno del modo di produzione capitalistico non ci sono possibilità di correttivi che vadano a favore del proletariato. E ci auguriamo pertanto che questa piccola parte di proletari possa trovare la via che conduce alla ricongiunzione della classe con il partito comunista marxista rivoluzionario, il solo partito che rifiuta per principio intese con altri raggruppamenti politici, che non piangerà sulla fine della democrazia, che non speculerà sui morti, ma che guiderà il proletariato alla liberazione dallo sfruttamento capitalistico
 
 
 



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Cobas-scuola:
L’eterna questione del «chi siamo?»

Come contributo alla disamina delle questioni che si pongono negli organismi di opposizione sindacale riteniamo di far cosa utile ripubblicando la “Proposta di indirizzo per la costituzione del Sindacato di Classe” emanante nel ‘92 dai Comitati di base della scuola di Torino.

Riproponiamo un momento saliente della storia Cobas non certo per rispondere al Bernocchi o Pinco Pallo di turno: intendiamo, al solito ribadire, attraverso un bilancio a distanza di quell’esperienza, le posizioni che il movimento proletario dovrà riconquistare nella sua strada verso l’emancipazione.

E sono proprio queste posizioni di classe, col terrore che generano presso i corifei della borghesia ed il loro servidorame prezzolato, ad essere attaccate della “riscrittura” recente della storia dei Cobas fatta dalla attuale dirigenza. Attaccando quelle posizioni essa attacca una delle affermazioni più coscienti del movimento negli ultimi 20 anni. Con ciò la odierna dirigenza opportunista dei Cobas si allontana ulteriormente dal solco della lotta di classe e si approssima al confusionismo piccolo-borghese, in un’opera disfattista del riarmo organizzativo del proletariato.
 

Ottobre ‘92. Il Governo Amato e lo squadrismo della triplice

Il 2 ottobre 1992 il movimento operaio italiano subisce una significativa sconfitta.

La classe capitalistica dopo aver delegittimato, utilizzando stampa e magistratura, un parlamento corrotto e inquisito, vara un governo di salute pubblica che impone alla classe operaia una drastica cura dimagrante. Il governo Amato codifica a livello di programma statale i nuovi rapporti di forza tra Capitale e Lavoro dopo un decennio di controffensiva padronale seguita alla sconfitta degli operai della FIAT, il cui tradimento da parte dei dirigenti cigiellini e piccisti è oggi a conoscenza di tutti.

Ma 12 anni di svendita delle conquiste operaie avevano aperto gli occhi a molti lavoratori che spontaneamente, senza alcuna organizzazione preventiva, aprivano un autunno destinato ad esser ricordato come quello del ‘69: l’autunno “dei bulloni”. Partendo da Firenze si estende a tutta Italia un fenomeno di contestazione dei vertici. Una minoranza di proletari si scaglia violentemente contro i bonzi sindacali che cercano di far digerire le misure antioperaie del governo Amato appoggiate dalla sinistra, mentre la maggior parte dei proletari non muove un dito per difendere i suoi presunti capi. «Il lancio dei bulloni, l’assalto ai palchi, ed ancora più il silenzio accusatore della classe proletaria immobile che non interviene a difendere il bonzo di turno, sono i segnali che la classe comincia ad avere intuizione, se non conoscenza scientifica, di quel che sta avvenendo. La classe è scesa in piazza con i sindacati di regime perché ha bisogno di un’organizzazione che la inquadri e la diriga. Ha colpito e non difeso i dirigenti del sindacato di regime perché ha capito finalmente che i quadri dirigenti avevano posto l’organizzazione operaia al servizio dello Stato e del Capitale», questo abbiamo scritto nel gennaio 1993.

Solo i Cobas-Scuola decidono di affrontare l’avversario sulle piazze. Il 2 ottobre i sindacati confederali convocano a Roma la solita adunata proletaria destinata a legittimare la sconfitta travestita da successo. Mentre i dirigenti della Cub-RdB e delle altre sigle dell’opposizione sindacale chiamano a scendere in piazza in modo distinto dalle Confederazioni – mobilitando 50.000 lavoratori – i Cobas-Scuola invitano i proletari ad occupare la piazza del comizio della triplice. Tale iniziativa fu sin dall’inizio considerata provocatoria e avventurista non solo dal “Manifesto” ma anche dal sindacalismo di base.

Le poche migliaia di lavoratori della scuola scesi in piazza a contrastare i dirigenti sindacali vengono dispersi con estrema violenza da 10.000 squadristi sindacali in spolverino giallo che agiscono di conserva con 10.000 sbirri (dati ufficiali). La manovra d’avvolgimento del corteo e di aggressione ai lavoratori è tale da far pensare che fosse stata studiata preventivamente a tavolino da Sindacato e Ministero degli interni. Gli squadristi del Sindacato non risparmiano dai loro manganelli nemmeno i ragazzini e le donne che partecipavano numerosi al corteo, ad ennesima conferma della nostra tesi che le confederazioni sindacali nel 1944 sono sorte e si sono strutturate sul modello Mussolini.

Il 2 ottobre del 1992 fu una sconfitta non solo dei Cobas-Scuola quanto di tutto il movimento autorganizzato. Da allora le sigle sindacali di base, compresi i Cobas, pur avendo aumentato i loro iscritti e pur avendo guidato scioperi parziali di una certa importanza, hanno dovuto inchinarsi alla legislazione liberticida e non hanno avuto più la capacità di porsi come direzione di un movimento generale di lotta, come è stato drammaticamente evidenziato dalla solitudine operaia nel maggio del ‘95 alla firma sindacale della riforma Dini delle pensioni. Pur avendo il 55% dei metalmeccanici respinto l’accordo con punte nelle grandi città del Nord del 70-80%, non ci fu nessuna contestazione di piazza ai sindacati, mentre la Cub e i Cobas si limitarono a minacciare lo sciopero generale, poi mai dichiarato.
 

I Cobas scuola tra scontro e collaborazione

Il confronto di classe che nell’estate-autunno del 1992 aveva attraversato l’Italia, ha radicalizzato all’interno dei Cobas-Scuola lo scontro, già in atto da tempo, tra due posizioni. Rimandando i lettori al rapporto sul sindacalismo di base apparso sul nostro organo nei primi mesi del 1993, ci limitiamo qui a rilevare, a scorno degli attuali dirigenti dei Cobas-Scuola, che ambedue le linee erano antistituzionali e antilegalitarie. La posizione piattamente legalitaria, elettoralistica e neo istituzionale dell’attuale dirigenza Cobas era sostenuta timidamente e con molti distinguo solo da Cagliari.

La posizione di minoranza sosteneva che il movimento di lotta in atto confermava quanto da essa affermato da anni: la classe scendendo in piazza con i sindacati di regime e contestandoli violentemente aveva espresso il bisogno e la necessità di un sindacato di classe. Contro le pretese dei costruttori di partiti o di forme miste sindacali-politiche-ideologiche, il proletariato si era dato l’unico obiettivo che allora era alla sua portata: la rinascita di una potente organizzazione sindacale che lo difendesse senza remore e vincoli legali e costituzionali dagli attacchi sempre più devastanti del capitalismo.

La seconda posizione, di maggioranza e difesa dai romani, considerava superate dalla storia sia la forma partito sia la forma sindacato, per loro natura generatori di mostri burocratici, essendosi espressa una forma superiore, sintesi del movimento sindacale, politico e ideologico, la forma Cobas, considerata per sua natura immune da ogni degenerazione. Incapace di intendere che l’opportunismo non è frutto di carenze morali degli individui, ma un fatto sociale, un compromesso contronatura tra classe proletaria e classe capitalistica che avviene in profondità e a determinati svolti storici della storia delle classi, questa corrente, al pari di seguaci di vecchi errori, cercava, idealisticamente nella forma organizzativa la garanzia della sua natura rivoluzionaria.

Poiché per essa «una qualsiasi forma organizzativa che non permette alle masse di dominare e di dirigere se stesse è controrivoluzionaria e nociva; per questa ragione deve essere sostituita con un’altra forma organizzativa che è rivoluzionaria per il fatto che questa permette agli operai stessi di decidere attivamente su tutto» (A. Pannekoek), assumevano ai suoi occhi esagerata importanza i criteri organizzativi e le garanzie statutarie che permettessero un’effettivo accesso da parte della massa alla direzione del movimento.

Questa posizione, a cui furbescamente si accodava tutta l’ala destra neo-istituzionale del movimento Cobas al fine di sconfiggere la corrente di sinistra, era, ad onor del merito, antistituzionale e a suo modo si considerava la vera espressione rivoluzionaria del movimento, come scrisse nell’articolo anonimo “Il dado è tratto” apparso sul giornale Cobas n° 10/92. Essa considera «derisoria la stessa eventualità di costruzione di nuove macchine partitiche e sindacali generatrici di nuovi ceti, magari sedicenti “rivoluzionari”, di professionisti della politica. La politicizzazione di tutto il lavoro dipendente, la sua auto-rappresentanza politica il suo istituirsi in nuovo potere universale: questa è la RIVOLUZIONE che oggi si presenta nuovamente possibile e che forse, tra poco, milioni di donne e di uomini sentiranno necessaria».

La sinistra Cobas fu facile profeta, quando la sua posizione fu sconfitta dal gruppo di maggioranza con l’appoggio della destra, a profetizzare una deriva istituzionale dei Cobas-Scuola e la stessa emarginazione del suo gruppo dirigente originario con il quale aveva condiviso sin dall’inizio la splendida lotta per l’affermazione dei Cobas contro tutti i tentativi interni ed esterni di recupero confederale o di degenerazione corporativa o neo-istituzionale. Di queste iniziative che sin dall’inizio avevano distinto i Cobas-Scuola da tutti gli altri organismi sindacali di base, vale la pena ricordarne le ultime due: a) Lo sciopero generale intercategoriale del 12 dicembre del 1987, che fu sabotato all’interno dalla frazione gildiana e dall’esterno dai dirigenti di RdB e Comu, vide, in un clima di terrorismo sollevato dalla stampa borghese, in primis la democratica “Repubblica”, cui prestò il fianco la stupida lettera aperta filo Cobas dei fuorusciti parigini dell’Autonomia, 70.000 lavoratori della scuola scioperare e 10.000 scendere in piazza su motivazioni non categoriali ma su parole d’ordine riguardanti tutto il proletariato, in un tentativo di massa di costituire una rete di collegamento tra le varie organizzazioni sindacali anticonfederali. Sin dall’inizio la destra tentò di screditare e demonizzare per anni all’interno dei Cobas questo sciopero come iniziativa minoritaria, quando, in quelle condizioni e con quel clima, fu un successo, oltre che un’esigenza sentita dal movimento di uscire dal ghetto della categoria; b) Lo sciopero generale intercategoriale del febbraio 1991 contro la guerra del Golfo. Fortemente voluto ed imposto contro le manovre dilatorie di RdB e la sostanziale indifferenza dei Cobas di fabbrica (che non aderirono allo sciopero dopo averlo procrastinato per un intero mese), a cui parteciparono mezzo milione di lavoratori che scesero in piazza in tutta Italia.

Se una critica la sinistra deve fare alla corrente maggioritaria, sul piano dell’iniziativa di lotta, e che questa, scottata dall’esperienza del dicembre 1987, ha sempre sopravvalutato la forza della destra nella categoria, giungendo ad allinearsi alla sinistra solo dopo settimane di defatiganti e infruttuose trattative con la destra, come avvenne nel caso dello sciopero generale categoriale del maggio del 1988 e dello sciopero contro la guerra del ‘91, che si rivelarono poi un successo.
 

Massimalismo a parole opportunismo di fatto

Successivamente agli anni in cui i Cobas nacquero e s’imposero con vere lotte, se ne sono impadroniti della direzione, in lunghi anni di riflusso, i destri per traghettarli, colpa anche l’ambiguità e la confusione di idee della maggioranza, nei limacciosi fondali dell’”antagonismo istituzionale”.

In materia di organizzazione del proletariato anche gli attuali dirigenti dei Cobas-Scuola privilegiano le forme ibride e quindi controproducenti sul piano dell’azione di classe. Come continuano ancor’oggi ad affermare, «c’è la necessità della costituzione su basi antagoniste e anticapitaliste di un’organizzazione politico-sindacale-culturale (la madre di tutti i Cobas) di tutto il lavoro dipendente, pubblico e privato, “stabile” e precario» (“Un anno vissuto pericolosamente e...alla grande”, 2001).

Anche il processo in atto di unificazione con il Sin Cobas è visto nella prospettiva della «nascita di una forza politico-sindacale-culturale radicata anche nel settore privato, che potrebbe essere non solo la sommatoria delle strutture precedenti ma fungere da polo d’attrazione credibile per altre forze sparse nell’autorganizzazione e soprattutto per nuovi strati di lavoratori».

Ma mentre la vecchia direzione Cobas privilegiava il momento antistituzionale e rifiutava di sottostare alle norme liberticide che regolano la contrattazione, l’attuale è tutta interna alla logica legalitaria e istituzionale. Da qui scaturisce, di fronte all’ennesima sconfitta subita dalla categoria con il rinnovo contrattuale, l’esaltazione dei risultati elettorali nelle RSU: «Aver superato la prima delle due soglie del 5% (quello elettorale), permette di tendere all’obiettivo del 4% degli iscritti entro un anno».

Quindi è per fare i conti con il passato che oggi urge “riscrivere” la storia dei Cobas-Scuola.
 

La riscrittura “orwelliana” della storia dei Cobas-Scuola

I Cobas-Scuola sono una dei pochi organismi di base scaturiti da una lotta di massa vera. Per questo ancora nel ‘94, a distanza di sette anni, le proposte di istituzionalizzazione erano nettamente minoritarie. Dopo l’uscita della sinistra ci vollero ancora quattro anni per far accettare l’iscrizione per delega a quel poco che era rimasto del movimento. Ed ancora adesso a 14 anni dalla sua nascita si esprime all’interno dei Cobas-Scuola una corrente (vedi il documento Cobas “Quale organizzazione”) che esprime forti perplessità sul processo istituzionale avviato dall’attuale dirigenza.

Certo il nostro giudizio su tale corrente è negativo. Essa cerca garanzie a livello formale e legale contro la burocratizzazione e l’istituzionalizzazione del movimento, quando ha ormai digerito tutto, compreso la delega. Si muove nella falsa dicotomia movimento/organizzazione che abbiamo ampiamente trattato nel nostro lavoro sul sindacalismo di base dell’inizio ‘93 a cui rimandiamo. Ma dimostra che i conti interni non si sono conclusi né con l’uscita della sinistra nel ‘94 né del gruppo “storico” romano nel ‘98.

Per questo tocca metter mano alla storia intera del movimento e per la sporca bisogna della sua “riscrittura”, al modo stalinista, nessuno era più adatto dell’ultimo arrivato, ma sempre intenzionato a mettersi in mostra: il vetrinista Piero Bernocchi.

Nel documento “Movimento ed organizzazione” del 2001 la formulazione teorica e l’esperienza pratica del “centro ceccottiano” viene liquidata come «deriva gruppettara, il tentativo di far diventare i Cobas un gruppetto politico che tentasse la disperata carta di presentarsi alle elezioni». Di tutte le critiche che si possono fare alla strategia “ceccottiana” certamente questa è la più riduttiva e disonesta. Ed è ancor più disonesta se viene da colui che in occasione dell’elezione di Rutelli a sindaco di Roma cercò invano di mercanteggiare l’appoggio dei Cobas.

L’esperienza della variegata opposizione di sinistra all’interno dei Cobas arrivò alla formulazione delle tesi sul sindacalismo di classe che qui ripubblichiamo, condivise al 100% solo a Torino ma con appoggi in altre province. Queste diventano per il nostro “costruttore di storia” il prodotto della propaganda di «esponenti di un gruppuscolo bordighista che usava i Cobas più che altro come biglietto da visita e luogo di reclutamento politico. Niente di strano che i Cobas fossero dunque sputtanatissimi in entrambe le città (Bologna e Torino)». Per contro la scelta istituzionale dell’iscrizione per delega di Cagliari nel ‘91, da Palermo e Napoli, da sempre attestate su posizioni di destra, diventa «lungimiranza politica». Dal che si evince che i Cobas dall’87 al ‘94 sarebbero stati costituiti da sprovveduti politici, che mai difesero il principio della delega e la giustezza delle posizioni cagliaritane.

A quanto pare non sono state liquidate del tutto le resistenze alla istituzionalizzazione dei Cobas, alla sua riduzione a sindacatino legale, riconosciuto dallo Stato come soggetto contrattuale, deve essere cancellata la memoria all’interno dell’organizzazione, in modo che i nuovi iscritti non sappiano che ci fu un tempo in cui nemmeno un Bernocchi avrebbe difeso posizioni simili per non essere spernacchiato dalla più scalcinata assemblea.
 

La sinistra Cobas contro il confusionismo

Una sinistra nei Cobas torna ad organizzarsi a livello nazionale sin dallo sciopero nazionale del maggio 1987.

Pur divergendo al suo interno su questioni fondamentali (federalismo/organizzazione centralizzata; sindacato di classe/consigli, etc.) essa comincia a presentare mozioni unitarie alle assemblee nazionali sempre privilegiando gli interessi unitari dei lavoratori con particolare riferimento agli strati peggio trattati. Fu essa a proporre lo sciopero per la prima settimana di maggio del 1988 respinto con il 70% di voti dall’Assemblea Nazionale svoltasi ad aprile dello stesso anno. L’E.N. fu costretto ad umiliarsi accodandosi successivamente alla Gilda che ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità a dichiarare lo sciopero poi perfettamente riuscito, al pari della manifestazione nazionale. E fu la corrente di sinistra a presentare la mozione che la splendida Assemblea Nazionale tenutasi dopo la manifestazione approvò a grandissima maggioranza.

E’ solo dopo un lungo lavoro che si giunge, e disgraziatamente maggioranza solo a Torino, ché in molte province si è rimasti minoranza, a formulare delle tesi sul sindacato di classe.

Contro la guerra del Golfo un’Assemblea dei Cobas, che vide la partecipazione di più di cento insegnanti, decise all’unanimità da proporre lo sciopero generale all’A.N. di Firenze del 20 gennaio ‘91. Questo non fu dichiarato allora dai Cobas nazionali perché la maggioranza romana non ebbe il coraggio di rompere con Cagliari, Napoli, Firenze, contrari allo sciopero.

I Cobas a Torino e Bologna erano tutt’altro che “sputtanatissimi”. Per quanto riguarda Torino tutti gli scioperi fondamentali hanno visto una partecipazione in linea con la media nazionale, mentre agli scioperi politici come quello del 12 dicembre ‘87 e del febbraio ‘91 la partecipazione fu notevole e nettamente superiore a città come Napoli, Palermo e Cagliari a maggioranza di destra. Alle elezioni del CNPI, pur avendo i Cobas torinesi quasi all’unanimità optato per l’astensionismo (compresi i lavoratori che poi aderirono alla Cub-FLSU), i Cobas presero il 10% dei voti. Questo dato fu dovuto alle scuole dove i Cobas erano assenti o poco presenti perché in quelli a forte presenza Cobas l’astensionismo fu massiccio. Se i Cobas Scuola torinesi si fossero impegnati nella campagna elettorale come le città a maggioranza di destra o la stessa Roma avrebbero conseguito un risultato eclatante.

Alla 56° A.N. del dicembre ‘92 le tesi sul sindacato di classe, presentate da Torino e appoggiate da Bologna e Salerno, furono approvate dal 23% dei delegati. Questa assemblea costituisce un momento chiave del processo degenerativo dei Cobas-Scuola, segna la rottura tra la sinistra e il centro maggioritario, che si consegna in ostaggio alla destra, la quale in cambio del suo appoggio chiede l’introduzione dell’iscrizione per delega.

Autonomi istituzionali e antistituzionali, federalisti di tutte le tinte, rifondatori e anarchici si coalizzarono contro l’impostazione classista e fecero approvare per la prima volta gli articoli dello Statuto che recitano: «E’ costituita l’Associazione federativa nazionale Cobas (...) L’Associazione è indipendente da partiti o gruppi politici di qualsiasi natura» (art.1); «L’Associazione (...) svolge ad un tempo attività politica, culturale, nonché funzioni sindacali» (art. 2).

Con l’appoggio esplicito dei rodomonti dell’Autonomia i Cobas rifiutarono di denominarsi sindacato proprio quando i lavoratori avevano espresso nelle piazze questa esigenza, preferendo le forme ibride e impotenti tipiche delle mezze classi. Scelsero il modello federalista, localista, autonomista proprio mentre il proletariato chiedeva unità e centralizzazione dell’azione di classe. Si sono dichiarati indipendenti da tutti i partiti, e quindi dipendenti dal partito diffuso borghese, mentre la classe operaia bullonava i suoi dirigenti dipendenti dalla borghesia.

Il centro-destra si assunse la responsabilità di respingere senza motivazione la seguente formulazione dell’articolo 3 dello Statuto proposto da Torino, Bologna e Salerno: «Principi generali: a) Il sindacato lavora per accrescere la solidarietà fra i lavoratori di tutte le categorie, per opporsi alle divisioni imposte a loro svantaggio dalla società borghese; b) Il sindacato non si preoccupa della difesa dell’economia nazionale, né della finanza dello Stato borghese, né tantomeno propone soluzioni alternative per la crisi, richiedendo magari quella “giustizia contributiva” che in questa società è irrealizzabile. Il sindacato si attesta sulla difesa intransigente degli interessi dei lavoratori dipendenti; c) Il sindacato tende all’eguaglianza salariale e normativa, a parità di lavoro, indipendentemente dalla razza, sesso, nazionalità, religione; d) Il sindacato ha come obbiettivo la solidarietà internazionale dei lavoratori, intesa non come enunciazione sentimentale astratta, ma come prospettiva di comuni fini, lotta e organizzazione; e) Il sindacato considera che la capacità di fatto a scioperare e ad organizzarsi proviene non da diritti assicurati da leggi o Costituzioni, ma da reali rapporti di forza tra le classi. Nel caso in cui lo Stato restringa ulteriormente o elimini il diritto di sciopero o di organizzazione indipendente il sindacato si attrezzerà adeguatamente per difendere i diritti dei lavoratori; f) Il sindacato non accetta le leggi sull’autoregolamentazione degli scioperi per ottenere il riconoscimento formale da parte dello Stato, in quanto si baratterebbero i principi dell’azione classista in cambio di un illusorio diritto di rappresentatività che si può acquisire solo con l’adesione e la mobilitazione dei lavoratori su una linea di intransigente difesa dei loro interessi; g) Il sindacato ha la coscienza che vero e duraturo sollievo delle sofferenze degli sfruttati si avrà solo con l’emancipazione piena del lavoro salariato, obiettivo generale che esso persegue».

Il risultato della 56° A.N. furono la fuoruscita dai Cobas della maggioranza dei lavoratori di Bologna e di Salerno, questi rientrati successivamente su pressione dei torinesi, e le dimissioni dall’E.N. di un nostro compagno torinese.

La successiva 57° A.N. recepì moltissime indicazioni del documento della sinistra. Ma che Torino non fosse né isolata, né costituita da pochi “bordighisti” è dimostrato anche dai risultati della sua battaglia condotta dopo la 57° A.N. nel movimento Cobas. Considerato che il movimento nel suo complesso non era maturo per accettare le tesi sul sindacato di classe i Cobas torinesi tennero per circa un anno una linea disciplinata nell’azione ma mirando a creare la più larga alleanza tra le province contro la “svolta politica” proposta dai Cobas-romani.

Questa “svolta politica” non era altro che la proposta di trasformare i Cobas-Scuola nel “soggetto politico” fungente da promotore del partito costituito da Cobas, centri sociali, “studenti”, partitini di ultrasinistra fino a pezzi di sindacato e di Rifondazione, con un programma social-politico di “uscita dalla crisi”.

Il documento teorico-programmatico sulla “svolta politica” è presentato nel corso della 67° A.N. svoltasi a Roma il 14-15-16 gennaio 1994. A contrastare simile deriva gruppettara troviamo la “sputtanata” Torino, che controreplica con un articolato documento che svela il contenuto opportunistico e meramente elettoralistico della “svolta politica” e che, non insistendo sulle questioni nominali del sindacato di classe ma privilegiando la sostanza della definizione dei Cobas come strumento di lotta sindacale aperto a tutti i salariati, riesce insieme a Savona e Genova a coagulare attorno alla sua mozione la maggioranza delle 19 province presenti e quasi il 50% dei delegati, costringendo i fautori della “svolta politica” ad una disordinata ritirata.

La 68° A.N. vede la completa sconfitta dei sostenitori della “svolta politica” e la netta vittoria della linea sindacale, sostenuta da Genova, Torino, Savona, La Spezia.

A commento di questa vittoria, considerata alquanto fragile visto l’assenza di lotte, scrivevamo su questo giornale quanto segue: «E’ urgente nei Cobas-Scuola costituire una rete nazionale per la costituzione del sindacato di classe fondato su organizzazioni territoriali tipo le Camere del Lavoro. Tale rete può fare centro attualmente a Torino in cui i Cobas sono unanimi in questo progetto a cui lavorano ormai da anni. Ma Torino se non è sostenuto da una rete nazionale rischia di rimanere isolata. Di questo hanno piena coscienza i suoi avversari, che non hanno scrupoli ad utilizzare tutti i mezzi nel tentativo di mantenere tale isolamento operando per contrapporre Torino alle altre province» (marzo 1994).

Disgraziatamente Torino rimase maggioranza locale. Si avviò con altre organizzazioni del sindacalismo di base torinesi un’esperienza unitaria con un organo di stampa “Dal Basso” che aveva l’obbiettivo della creazione di una Camera del Lavoro. Ma non riuscì a coinvolgere né la CUB né il COMU.

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