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"Il Partito Comunista"- n° 301 - ottobre-novembre 2003 - [.pdf]

PAGINA 1Petrolio e Sangue.
                   – Testo che abbiamo ditribuito agli scioperi del 24 e del 7
                                 - PER IL SINDACATO DI CLASSE.
                   – Cospiratori.
                   – Sulla muffosa questione del Crocefisso.
PAGINA 2Ben riuscita riunione di lavoro a Torino:
                                    ECONOMIA MARXISTA - STORIA DELL’IRAQ MODERNO
                                    - ATTIVITÁ SINDACALE TRA I FERROVIERI
                                    - LA STORIA ITALICA NEL SUO SPECCHIO IDEOLOGICO - LA GUERRA CIVILE AMERICANA.
                   – Da Bismarck a Schroeder.
PAGINA 3ALGERIA, IERI E OGGI: 10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO -
                           Ritorno alla dittatura in nome della Democrazia - Terrorismo contro le masse povere
                           - La dittatura dei creditori imperialisti e la spirale infernale del debito
PAGINA 4Perfino le pietre.
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 1


Petrolio e Sangue
 

Giungono mentre stiamo per chiudere il giornale le notizie dell’attentato suicida di Nassiria nel quale hanno trovato la morte molti soldati del contingente italiano e molti altri feriti, insieme ad un numero imprecisato di civili iracheni.

In Italia si è subito scatenata la retorica nazionalista, che utilizza questi morti per suscitare i sentimenti che sempre servono alla borghesia in caso di guerra. "Noi", soldati "di pace", lì solo per riportare "ordine e democrazia", saremmo vilmente attaccati dal "terrorismo" degli "arabi", dagli "islamici", ecc. ecc. Si insinua con perfidia sottile, ovvero si afferma sfacciatamente la tesi del "loro" e di "noi", aggrediti, che si traduce nel popolo in uno stato di pericolo indistinto che facile trascende nella xenofobia, nel razzismo e nella guerra di religione.

Difficile resistere quando manca il partito di classe, unico rifugio corazzato contro la dilagante merda borghese. È impossibile, per i lavoratori privi della coscienza storica del loro partito, rintracciare il bandolo della realtà storica nella matassa delle notizie che i media lavorano abilmente ad ingarbugliare e presentare infine confezionate nel verso rispondente ai fini del militarismo capitalista.

Oggi il "terrorismo", per la propaganda degli Stati borghesi, è il nemico ideale da additare alle masse, il "male assoluto", senza collocazione, senza scopi, senza volto. Nessuno sa né si cura di indagare chi, nell’Iraq occupato, ispiri e coordini la guerriglia, nessuna chiesa, nessun partito né programma.

La risposta è fuori dall’Iraq come è fuori dall’Afghanistan, nella concorrenza generale fra i grandi centri dell’imperialismo. È il conflitto inter-imperialista mondiale che sta prendendo la forma, e la giustificazione, della cosiddetta "guerra al terrorismo".

Le grandi corporation capitalistiche di tutto il mondo commissionano ai rispettivi Stati l’invio di eserciti con la funzione di loro "agenti di commercio" in armi. Ma azzardiamo l’ipotesi che anche dietro i misteriosi invisibili "combattenti islamici", i quali, con armi sempre più sofisticate (e costose) ben contrastano le truppe americane e dei soci, si nasconda l’altro fronte imperialista che, dietro la ipocrita ostentata solidarietà fra diplomatici americani, russi, cinesi, europei, li usa, li appoggia, li arma, li dirige.

Le vittime della guerra irachena, dunque, siano essi civili o militari, iracheni, americani, inglesi o italiani, non sono che le vittime sacrificate in un massacro utile solo agli interessi del capitalismo mondiale, lì cinicamente accorso per dividersi il petrolio e gli appalti e per occupare con le sue truppe quella strategica zona militare in vista di ulteriori sviluppi bellici. Anche se questi primi contingenti sono composti solo di soldati di mestiere, essi non sono che l’avanguardia dei coscritti che verranno, comunque "proletari in divisa" nella guerra dei loro padroni, se la classe operaia non ritroverà la strada del suo antimilitarismo antipatriottico e internazionalista.

* * *

«Tutto questo è colpa di Saddam Hussein e degli Americani che l’hanno sostenuto, prima di farci pagare il loro errore. E ora, ci fanno pagare i loro errori con il loro Bin Laden e la loro Al Qaeda!». Hanno le idee chiare gli abitanti del quartiere sciita di Baghdad sconvolto dagli attentati degli ultimi giorni di ottobre. È la lucidità di una popolazione che vive in stato di guerra da vent’anni per compiacere gli interessi di una borghesia compradora legata a doppio filo all’imperialismo.

Prima la sanguinosa guerra contro l’Iran, poi la sciagurata impresa della conquista del Kuwait con la conseguenza delle stragi della prima guerra del Golfo, infine, dopo dieci anni di embargo che ha colpito soprattutto la popolazione civile, la guerra attuale; sono questi i frutti della politica di supremazia regionale intrapresa dal regime iracheno sfruttando i dividendi della enorme rendita petrolifera. Il petrolio è la maledizione dell’Iraq; da quando vi è stato scoperto l’oro nero non c’è stata pace in quella regione. Gli inglesi furono i primi ad appropriarsene nei primi anni Venti del Novecento, ma non fu cosa facile neppure allora.

Oggi, dopo una guerra costata decine di migliaia di morti, in maggioranza civili, la popolazione è costretta a condizioni di vita difficili, sottoposta al regime d’occupazione, inasprito dal moltiplicarsi di atti di guerriglia e di terrorismo che hanno seminato molte centinaia di vittime tra le truppe straniere e tra la popolazione civile, e per le rappresaglie degli alleati.

Gli ultimi giorni di ottobre non sono stati facili per l’armata statunitense. Un elicottero abbattuto; il giorno seguente una salva di missili contro l’Hotel Rashid, in pieno centro di Baghdad, dove si trovava uno dei pezzi grossi della Casa Bianca, Paul Wolfovitz, segretario aggiunto alla difesa; all’alba del giorno successivo una nuova serie di attentati nel centro di Baghdad che prendono di mira la sede della Croce Rossa e alcune caserme della polizia irachena. Lo stesso Comando centrale statunitense è costretto ad ammettere che l’aggressività e l’uso di armi sofisticate della resistenza stanno aumentando e che gli assalti quotidiani superano i 25 al giorno. «Siamo in una situazione d’insurrezione – ha dichiarato il Segretario di Stato Colin Powell – con gente che colpisce e fugge. Non pensavamo che questa situazione sarebbe stata così intensa e così lunga. Noi siamo ancora in guerra».

Pare che la Coalition Provisional Authority, cioè le forze occupanti, si stiano convincendo che solo migliorando le condizioni di vita delle popolazioni, che sono disastrose poiché mancano ancora elettricità, acqua, telefoni mentre i prezzi del gas sono alle stelle, potranno stroncare la resistenza. Forse comprendono ora che sciogliere, subito dopo l’occupazione, i ministeri della difesa e dell’informazione gettando sul lastrico 440.000 lavoratori di cui oltre 300.000 militari è stato un errore. Questi ex militari hanno diritto adesso ad un assegno di 40 dollari al mese ma per riscuoterlo devono fare code interminabili che danno luogo a tumulti e manifestazioni antiamericane.

Alcuni giorni fa, il 6 ottobre, il presidente russo Vladimir Putin in un’intervista al New York Times ha ammonito che gli USA in Iraq avrebbero potuto ritrovarsi di fronte ad una guerra prolungata simile a quella combattuta dai sovietici in Afghanistan negli anni Ottanta: lui che ne sa qualcosa, certamente di allora, ma probabilmente anche di oggi...

Gli Stati Uniti stanno prendendo atto che una cosa è sconfiggere l’esercito di Saddam Hussein, male armato e ben poco motivato, una cosa è tenere il terreno, soprattutto i grandi centri urbani. «Tenere sotto controllo Baghdad esigerebbe delle risorse umane enormi, più di quelle che l’Amministrazione è in grado di mobilitare» afferma al New York Times uno studioso di problemi strategici. I 140.000 uomini dell’armata statunitense non bastano, non bastano le forze alleate e non esistono prospettive a breve termine che gli americani ricevano consistenti aiuti da altri Paesi, mentre cresce anche il peso economico della guerra senza che essa abbia prodotto effetti sull’economia.

«Finora l’investimento in Iraq si è rivelato fruttuoso solo per alcune grosse multinazionali (la Halliburton, di cui è stato direttore il vicepresidente Cheney, si è assicurata contratti per 1,4 miliardi di dollari) ma fallimentare per le Casse dello Stato: dalla scorsa primavera sono stati spesi per la guerra 79 miliardi di dollari, quindi ne sono stati stanziati altri 87, ma non bastano per sostenere una spesa che, solo per le operazioni militari, ammonta a 4 miliardi di dollari al mese, cui si aggiunge almeno un altro miliardo speso per le operazioni militari in Afghanistan» (Il Manifesto, 8.10).

Secondo le stime dell’ONU e della Banca Mondiale, i bisogni dell’Iraq per il periodo 2004-2007 si eleveranno a circa 55 miliardi di dollari, oltre al costo di mantenimento di una forza militare di 140.000 uomini. La conferenza di Madrid, voluta dagli Stati uniti per ottenere aiuti in uomini e in denaro, non ha dato risultati molto soddisfacenti, nonostante l’approvazione unanime della mozione dell’ONU che in qualche modo ha sancito il dato di fatto dell’occupazione militare anche se considerata provvisoria. All’importante sinedrio non c’erano né il ministro degli esteri francese Villepin né quello russo Ivanov che hanno voluto così ribadire la loro opposizione ad aiutare Washington senza avere la certezza di poter partecipare alla spartizione della rendita petrolifera. «Secondo Kofi Annan – ha riportato l’Unità del 23.10 – la ricostruzione dell’Iraq deve cominciare con urgenza, senza attendere che il potere passi dalle mani degli occupanti a quelle dei governanti di Baghdad», ma ben pochi paesi sono disposti ad aprire il portafoglio finché a decidere su tutto sono solo gli Stati Uniti.

Anche il più volte annunciato coinvolgimento della Turchia, che dovrebbe inviare un contingente militare forte di 10 mila, forse 20 mila uomini, è ormai sfumato nonostante che gli USA abbiano promesso in cambio un consistente pacchetto di “aiuti” finanziari. Stati uniti e Gran Bretagna sono molto contrariati dalla decisione negativa del governo di Ankara, ma la situazione sociale in Turchia non è affatto tranquilla a causa della grave crisi economica e la gran maggioranza della popolazione è contraria all’invio dei soldati in Iraq; persino il Consiglio governativo iracheno, creatura di Washington, per non screditarsi completamente agli occhi della popolazione, è stato costretto a dichiarare che «non accetterà truppe provenienti da paesi confinanti».

D’altra parte il flusso di oro nero, che potrebbe permettere di tappare i buchi del bilancio statunitense, è ancora un miraggio; quando gli Stati Uniti hanno invaso il paese esso produceva 2,7 milioni di barili al giorno; a metà agosto ne esportava ancora solo 780.000 mila e non il milione e mezzo dichiarato dal governatore americano Bremer.

Ma gli Stati Uniti intendono tenere duro e non molleranno facilmente. La loro strategia consiste nella conquista di posizioni chiave nell’Asia centrale e in Medio Oriente, in modo da poter controllare i maggiori centri della produzione petrolifera mondiale. A questo è servita la guerra in Afghanistan, per questo si è continuata la guerra attaccando l’Iraq, dove pare che si stiano costruendo grandi basi militari stabili vicino a Bassora. Il prossimo obbiettivo potrebbe essere la Siria, che ha porti sul Mediterraneo, e non sarebbe dunque casuale sia il bombardamento effettuato dall’aviazione israeliana vicino a Damasco sia la campagna di stampa sulla nazionalità siriana di uno dei suicidi in un attentato a Baghdad.
 
 
 
 
 
 



Questo il testo che abbiamo ditribuito agli scioperi del 24 e del 7.

PER IL SINDACATO DI CLASSE

     Gli ultimi provvedimenti governativi colpiscono ancora una volta la condizione dei lavoratori: la recente Legge 30 dilata ancora il precariato; le successive controriforme delle pensioni (Dini-Prodi-Berlusconi) hanno ridotto la spesa pensionistica, scippando i frutti del risparmio previdenziale forzato imposto dallo Stato ai proletari per tutta la loro vita lavorativa.

     L’inflazione riduce i salari, ogni giorno centinaia di lavoratori sono licenziati, per i giovani proletari c’è solo lavoro precario e sottopagato, gli immigrati, privati di ogni solidarietà di classe, sono costretti a lavorare per salari da fame.

     Il governo taglia sistematicamente, ad ogni nuova "Finanziaria", gli stanziamenti per sanità, scuola pubblica, spese sociali per aumentare quelle per gli armamenti e per l’apparato repressivo dello Stato; contingenti militari sono spediti in mezzo mondo, gli ultimi in Afghanistan e in Iraq, per difendere gli interessi del Capitale nazionale e non certo "per la pace".

     I decenni di questo dopoguerra "democratico", dominati dalla collaborazione di classe, dalla cosiddetta "concertazione" – benedetta da stalinisti e fascisti, preti e liberali – hanno spezzato le gambe al movimento operaio. "Democratiche" leggi di tipo fascista impediscono l’organizzazione di veri scioperi, prolungati nel tempo ed estesi a più categorie di lavoratori, ed anche la libertà di organizzazione sindacale è sottoposta a mille impedimenti legali e polizieschi come stanno verificando sulla loro pelle, in questi mesi, i lavoratori metalmeccanici della FIOM che, pur aderendo al sindacato maggioritario di categoria, devono subire un contratto firmato da FILM e UILM, ma ben accetto dal padronato.

     Complici di questa situazione, insieme ai partiti della cosiddetta "sinistra" parlamentare, compresa Rifondazione Comunista, i Sindacati concertativi, CGIL-CISL-UIL, cercano di dirottare il malcontento e le lotte dei lavoratori contro il "governo di destra", mentre tutti i governi borghesi sono di destra e sempre e solo difendono gli interessi del Capitale. Basti ricordare, proprio sul tema delle pensioni, l’enorme manifestazione confederale del ’94 contro il tentativo del primo governo Berlusconi di attaccare le pensioni: quell’attacco fu solo rimandato perché il successivo governo Dini attuò nel ’95, col sostegno di CGIL-CISL-UIL, una riforma micidiale che ha spezzato la classe introducendo per i giovani il sistema contributivo che riduce la pensione anche del 30-40%.

     A fronte di questo attacco padronale, il movimento dei lavoratori dispone oggi solo di un embrione di Opposizione Sindacale, che deve ancora di molto radicarsi ed unificarsi per essere in grado di opporre un’efficace strategia di lotta capace di rispondere all’attacco del padronato e dello Stato. Solo con l’afflusso di nuove energie, di nuove, giovani forze proletarie questo embrione potrà svilupparsi fino a diventare un vero Sindacato di Classe, autonomo da tutte le istituzioni padronali e borghesi.

    Occorre tendere risolutamente alla riorganizzazione sindacale generale, uscendo da ristrette e sterili prospettive di categoria o di settore, difendendo la natura economica di questi organismi, mantenendoli sul terreno della lotta, incondizionata e senza pregiudiziali ideologiche, per la difesa della condizione proletaria immediata.

    Occorre che i proletari più coscienti e combattivi si colleghino ai principi invarianti della originaria tradizione comunista, al Partito Comunista Internazionale, organo indispensabile nella lotta internazionale che in un futuro non lontano porterà all’abbattimento del regime del lavoro salariato, della fame, della guerra.
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Cospiratori

Ancora una volta si torna a parlare di Brigate Rosse. Dopo gli omicidi di D’Antona e Biagi; dopo il poco chiaro conflitto a fuoco in treno che si concluse con la morte di un poliziotto, di un brigatista e la cattura della clandestina che con lui viaggiava; dopo il recente anomalo attentato a Gorizia, dopo tutto ciò, improvvisamente sarebbero le forze dell’ordine a prendere in mano la situazione e condurre il gioco assestando dei durissimi colpi alla rinata organizzazione cospirativa denominata “Brigate Rosse”. C’è addirittura chi afferma, e sono le stime dei più accreditati conoscitori del fenomeno, che i recenti arresti abbiano praticamente annientato la compagine occulta.

Il nostro partito dall’epoca dei cosiddetti “anni di piombo” si è chiaramente espresso sullo svilupparsi e sul diffondersi della lotta armata in Italia fino al suo inglorioso epilogo: fine disonorevole dovuta non tanto ai successi della polizia ed alla “tenuta democratica” del Paese, come allora si diceva, quanto allo sbando di capi e gregari che non videro l’ora di tirarsi fuori mercanteggiando con lo Stato perdono e riduzioni di pena in cambio della consegna al nemico della propria organizzazione e dei propri compagni.

Senza parlare dei “pentiti”, praticamente passati al servizio dello Stato, l’ex capo storico delle B.R., Franceschini afferma: «Noi abbiamo preso le distanze dal terrorismo. I dissociati hanno addirittura firmato un atto di lealismo con lo Stato. I dissociati sono oltre 2.500».

Il nostro partito denunciò da subito la matrice borghese delle varie organizzazioni armate clandestine, quando molti, che avevano perduto il lume della ragione, vedevano nei brigatisti i precursori del futuro risveglio del proletariato. Lontano dal rallegrarci per il pullulare, come allora avveniva, di organizzazioni che criticavano da “sinistra” le centrali dell’opportunismo e che, scimmiottando il marxismo rivoluzionario, predicavano l’azione armata, noi, sulla scorta di valutazioni derivanti dalla dottrina marxista, conducemmo una critica serrata alle loro posizioni politiche e facilmente dimostrammo quanto esse si discostassero dal programma rivoluzionario del proletariato mentre si inscrivevano perfettamente all’interno delle ideologie piccolo borghesi velleitarie e impotenti sia di prospettiva storica, sia di superare, anche solo dal punto di vista teorico, l’attuale sistema di potere capitalistico.

Le Brigate Rosse negli anni ’70 rappresentarono la forma estrema di quella ribellione diffusa ed arrabbiata dei ceti piccolo borghesi e semiproletari che istintivamente sentivano l’avvicinarsi della crisi economica e con essa il pericolo che inesorabile su di loro incombeva: la proletarizzazione. Noi, quindi, ravvisammo nel fenomeno del brigatismo non una “presa di coscienza” anticapitalista ma, al contrario, il tentativo reazionario e velleitario della piccola borghesia di ritagliarsi un posto all’interno del capitalismo.

Possiamo attribuire alle Brigate Rosse di oggi le stesse prerogative?

Innanzi tutto non c’è, da parte degli attuali cospiratori, nessuna volontà di enunciare un programma politico organico e definito, come non c’è volontà di dare indicazioni e direttive al proletariato (a cui affermano di riferirsi) relative alla riorganizzazione di classe ed a sistemi di lotta di difesa e suscettibili di mobilitare le masse dei lavoratori. I loro documenti vengono promulgati, come se fossero delle encicliche, soltanto in occasione di attentati riusciti, dopo di che l’oracolo tace fino al prossimo evento “rivoluzionario”; evento che può tornare a verificarsi a distanza di mesi oppure di anni. Negli intervalli il completo silenzio. Il proletariato dovrà attender con pazienza che sia individuato e punito il prossimo “nemico del popolo”.

Il problema del mancato legame ideale tra organizzazione clandestina e classe non deriva dalla condizione di illegalità, ma essenzialmente dal fatto che la struttura cospirativa ha come interlocutore lo Stato, al quale si rivolge direttamente lanciandogli segnali sia attraverso gli attentati, sia attraverso i propri documenti.

Il terrorista è, per sua natura, conciliatore. Essendo il terrorismo metodo del tutto inadeguato alla distruzione di uno Stato, ogni colpo che infligge rappresenta un avvertimento indirizzato a questo Stato, con il quale ha interesse e volontà a trattare. In una strategia rivoluzionaria una tale dissipazione di energie in piccole azioni di disturbo, che servono solo ad allertare il nemico, sarebbe da considerarsi semplicemente una pratica suicida. Oppure provocatoria, manovrata cioè dal nemico di classe.

Sono molti a studiare il fenomeno di questo riemergere della lotta armata nel tentativo di dare una risposta chiarificatrice riguardo a chi sono, che cosa rappresentano oggi le Brigate Rosse. Le risposte sono sempre discordanti e non solo perché tutti hanno interesse ad avvalorare tesi politiche preconcette, ma anche perché, effettivamente, è quasi impossibile dare una catalogazione al fenomeno.

Un elemento però che indistintamente viene da tutti rilevato è che oggi, a differenza di quanto accadeva nel corso degli anni ’70, non esistono sullo scenario della vita politica italiana movimenti di massa od organizzazioni radicali di un qualche rilievo. Nemmeno esiste una ancor più vasta area sociale che abbia comunità di intenti con l’organizzazione clandestina armata e che possa rappresentare un terreno fertile per il reclutamento, o che, quanto meno, si dichiari neutrale: “né con lo Stato né con le BR”.

È l’ex brigatista Franceschini a dire: «Negli anni Settanta uno slogan accomunava tutti i movimenti: lo Stato si abbatte e non si cambia. Il concetto della lotta armata aveva non solo una dignità culturale, ma anche un consenso vasto. Noi brigatisti potevamo anche essere pochi, ma le nostre prospettive trovavano un’eco profonda (…) Negli anni Settanta decine di migliaia di persone scendevano in piazza inneggiando alla lotta armata. Adesso saranno una decina, i brigatisti. E a questa decina non interessa niente del movimento».

Date queste premesse, il mantenimento in vita di una struttura clandestina, che non sia completamente in “sonno”, non può che essere fortemente sospetta. Ed è impensabile che possa sfuggire al controllo dello Stato. Sono gli stessi carabinieri ad affermare, giustamente, che nella lotta contro le organizzazioni eversive gli interventi repressivi debbono essere condotti in modo da preservare «alcuni spunti, i cosiddetti “rami verdi”, sui quali proseguire le indagini fino a risalire ad altri spezzoni della struttura terroristica da disarticolare». Ed è sempre l’ex brigatista Franceschini che con tutta franchezza afferma: «Mi ha colpito che uno degli arrestati era dotato del Nos, il nulla osta di segretezza. Ancora una volta i nostri 007 sono inefficienti? Non credo (…) Anche ai miei tempi si aveva la sensazione che qualcuno, lassù, ci lasciasse mano libera per poi chiuderci in un angolo quando il gioco perdeva di interesse».

Noi anziché dire “quando il gioco perdeva di interesse” avremmo detto: “quando al gioco conveniva”. Sì, perché per lo Stato il gioco del terrorismo non perderà mai di interesse. Per i governi borghesi è utile mantenere in vita dei simulacri di nemici, “interno” ed “esterno”, ben controllati, da fingere di combattere, ad uso delle sue intimidazioni spettacolari, delle sue trame di provocazione, di confusione e, quando occorra, di repressione dei veri rivoluzionari e degli organizzatori sindacali combattivi.
 
 
 
 
 
 
 



Sulla muffosa questione del Crocefisso

Il Sig. Adel Smith (battezzato Emilio), italianissimo di padre napoletano, fondatore e presidente dell’Unione Musulmani d’Italia, associazione pressoché fittizia se non fosse per il grande spazio accordatogli da giornali e televisioni sia pubbliche che private e che hanno amplificato a dismisura le sue stravaganti affermazioni; se non fosse per questo, dicevamo, sarebbe da considerarsi soltanto uno dei tanti tipi bizzarri che popolano i bar di periferia: tanto sbruffoni quanto innocui.

Tempo addietro scrisse al papa “extracomunitario” invitandolo «ad abbandonare la religione idolatrico-politeistica cattolica che professa e a pronunciare la ’Shahada’, testimonianza di fede del musulmano»; scrisse poi al cardinale di Bologna ingiungendogli di far cancellare dalla chiesa di S.Petronio il Maometto che, nell’affresco raffigurante il giudizio universale, da quasi seicento anni arrostisce tra i dannati; ma, soprattutto, scopo della sua crociata (ci si scusi il termine nettamente fuori luogo!!!) è l’abolizione del crocifisso («un cadavere in miniatura appeso a due legnetti») dalle aule scolastiche.

Questo stravagante signore si è poi rivolto ad un tribunale della democratica Repubblica Italiana chiedendo che venisse tolto il crocifisso dalla scuola frequentata dai propri figli ed il tribunale, nella persona del giudice Mario Montanaro, accogliendo l’istanza del Sig. Smith, ne ha ordinato la rimozione. Tutto quindi si è compiuto nel rispetto della legalità democratica.

Le proteste dei preti e del Vaticano erano scontate; ma molto più dei preti hanno gridato allo scandalo tutti i maggiori rappresentanti delle sacre istituzioni democratiche a cominciare dal Presidente della Repubblica che, non avendo niente di meglio da fare, dall’alto del Colle ha definito il crocifisso «simbolo di valori che stanno alla base della nostra identità». Anche il ministro della Giustizia Castelli ha deciso di intervenire ed ha affidato agli ispettori di via Arenula il compito di accertare se ci siano gli estremi per un provvedimento disciplinare nei confronti del magistrato dell’Aquila. Il ministero dell’Istruzione non ha voluto essere da meno ed ha ribadito, una volta per tutte, la sua posizione: «Applichiamo e continueremo ad applicare le disposizioni di legge del 1924, mai abrogate, che fanno, appunto, obbligo di esporre il crocifisso in tutte le scuole, così come in tutti i tribunali». La tensione ha raggiunto un punto tale che il giudice Mario Montanaro, sulla scia dell’ondata di reazioni provocata dalla sua ordinanza, sembra aver ricevuto minacce telefoniche e per questo motivo sia stato messo sotto protezione da parte delle forze dell’ordine.

Infine tutto si è risolto per il meglio con l’accoglimento, da parte del presidente del tribunale dell’Aquila, del ricorso contro l’ordinanza anticrocifisso presentato addirittura dalla Avvocatura dello Stato che si è appellata all’articolo 669 terdecies, ultimo comma, del Codice di procedura civile relativo ai reclami contro i provvedimenti cautelari (come quello emesso da Montanaro). La norma infatti stabilisce che il presidente del Tribunale quando riceve un ricorso contro «un provvedimento che arrechi grave danno» può disporre «con ordinanza non impugnabile la sospensione dell’esecuzione». L’Avvocatura di Stato nel suo ricorso sostiene che, anche ammesso che i due figli di Adel Smith siano turbati dalla presenza del crocifisso, «l’esecuzione dell’ordinanza induce nei confronti della maggioranza degli altri alunni gravissimo turbamento, aggravato dalla difficoltà di comprensione delle ragioni della rimozione. È facilmente intuibile il grave impatto emotivo negli alunni, immaturi per età, di fronte a un mutamento, repentino e per loro non percepibile nelle ragioni giuridiche».

È chiaro che non ci occupiamo minimamente di dire la nostra su questa disputa ormai muffosa. Né possiamo evitare di rilevare come tutta la provocazione caschi giusta in un momento di preparazione bellica in cui tutto serve per seminare diffidenza e odio fra i lavoratori. Le guerre dei borghesi, miscredenti ma bacchettoni, senza Dio non si fanno, dal Gott mit uns all’ In God we trust all’ Allah akbar con relativi simboli sacri branditi come armi da fiondare sui cranii infedeli. Ne prendiamo però pretesto per ribadire alcuni nostri concetti nei riguardi della religione.

Marx, parlando del contrasto religioso tra ebrei e cristiani, affermava: «Come si risolve un contrasto? Rendendolo impossibile. Come si rende impossibile un contrasto religioso? Eliminando la religione. Non appena ebreo e cristiano identifichino le loro rispettive religioni quali momenti diversi dell’evoluzione dello spirito umano, simili a differenti pelli di serpente abbandonate dalla storia, e riconoscano l’uomo nel serpente che di esse si ricopriva, allora non si troveranno più in un rapporto religioso, ma semplicemente in un rapporto critico scientifico, umano. La scienza costituirà la loro unità: nella scienza i contrasti si risolvono per mezzo della scienza stessa».

Cosa dice invece la parte più avanzata della intellettualità laica odierna? Questa aspira ad uno Stato in cui non esista né religione di Stato, né religione dichiarata della maggioranza, né preminenza di un culto sugli altri. Uno Stato in cui sia garantito il pluralismo delle religioni. Uno Stato completamente sganciato dalla religione, secondo la nota formula del Cavour. Questa, ancor prima che essere l’aspirazione dei cittadini laici è l’aspirazione dello Stato stesso che, teoricamente, non può concedere limiti al proprio potere.

Può sembrare un paradosso, ma lo Stato si emancipa dalla religione non quando ha una religione di Stato, ma quando non ce l’ha. Certamente: solo quando si pone al di sopra delle Chiese particolari si costituisce come universalità. Ma anche questa emancipazione dello Stato, qualora avvenga, sul piano sociale non porterebbe ad alcun cambiamento perché il fatto che lo Stato si liberi da un certo vincolo non significa affatto che dallo stesso vincolo si siano liberati i suoi cittadini.

Lo Stato può essere uno Stato libero senza che l’uomo sia un uomo libero.

Per spiegare questo concetto Marx ricorre al paragone con l’istituto della proprietà privata: «l’elevazione politica dell’uomo al di sopra della religione implica tutti i difetti e tutti i pregi dell’elevazione politica in genere. Lo Stato in quanto Stato annulla per esempio la proprietà privata; l’uomo dichiara politicamente abolita la proprietà privata non appena abolisce il censo quale elemento determinante per l’elettorato attivo e passivo, com’è avvenuto in molti Stati nordamericani (...) Non è forse idealmente abolita la proprietà privata quando il nullatenente diventa legislatore del possidente? Il censo è l’ultima forma politica di riconoscimento della proprietà privata. Tuttavia, con l’annullamento politico della proprietà privata, non solo essa non viene abolita, ma è addirittura presupposta».

Allo stesso modo la libertà religiosa non solo non significa per niente libertà dalla religione, ma, al contrario, garantisce l’esistenza e la vitalità della religione.

Il pensiero laico può anche arrivare ad ammettere che, a livello teorico, le nostre argomentazioni siano esatte. Ma pretende comunque, fino a che l’uomo non sia educato e liberato dalla superstizione, che la religione sia relegata nell’ambito della sfera personale, privata. Questa che, secondo il modello ideologico borghese rappresenterebbe la migliore delle soluzioni, per i marxisti è la più aberrante. In questo modo la religione non rappresenta più «lo spirito dello Stato, in cui l’uomo, anche se in modo limitato, in una forma e in una sfera particolari, si comporta come specie, in comunità con altri uomini: è diventata lo spirito della società borghese, della sfera dell’egoismo, del bellum omnium contra omnes. Non è più l’essenza della comunità, ma l’essenza della discriminazione. È diventata l’espressione della separazione dell’uomo dalla sua comunità, da sé e dagli altri uomini. È ormai soltanto il riconoscimento astratto della particolare assurdità, della stravaganza privata, dell’arbitrio (...) La religione è stata respinta nel novero degli interessi privati ed esiliata dalla comunità in quanto comunità. Ma non ci si illuda circa i limiti della emancipazione politica. La scissione dell’uomo in individuo pubblico e individuo privato, la dislocazione della religione dallo Stato alla società borghese, non sono un gradino, sono il compimento dell’emancipazione politica, che pertanto elimina la religiosità reale dell’uomo tanto poco quanto poco mira ad eliminarla» (Marx)

La religione non potrà essere eliminata mediante la critica intellettuale, ma solo mediante il rovesciamento rivoluzionario dei rapporti sociali esistenti, dai quali le credenze superstiziose derivano. L’uomo non si renderà libero dal giogo della religione prima di essersi liberato dal giogo dei rapporti di classe; non potrà avvenire il contrario. La borghesia illuminista e rivoluzionaria, che aveva creduto di poter fondare il regno della Ragione sulle rovine della superstizione religiosa, non solo ha dovuto riconoscere la propria impotenza, ma addirittura, a garanzia del mantenimento del proprio dominio di classe, è stata costretta a gettarsi tra le braccia della religione.

Per il proletariato, al contrario, già in questa società, l’inquadramento nel partito di classe rappresenta la liberazione dai vincoli della religione. Scrive Engels: «Della grande maggioranza dei lavoratori socialdemocratici tedeschi si può addirittura dire che presso di loro l’ateismo ormai sopravvive a se stesso. Questa parola puramente negativa ormai non li riguarda più, dato che essi non si oppongono più in modo teorico, ma pratico alla fede in dio; essi, con dio, l’hanno semplicemente fatta finita, vivono e pensano nel mondo reale e sono perciò materialisti».
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2



Ben riuscita riunione di lavoro a Torino
27‑28 settembre 2003
[RG87]
ECONOMIA MARXISTA
STORIA DELL’IRAQ MODERNO [Resoconto esteso] The Workers’ Movement in Modern Iraq [Extended report]
ATTIVITÁ SINDACALE TRA I FERROVIERI
LA STORIA ITALICA NEL SUO SPECCHIO IDEOLOGICO [Resoconto esteso]
LA GUERRA CIVILE AMERICANA - [Resoconto esteso] THE AMERICAN CIVIL WAR [Extended report]

 
 
 
 
 
 
 
ECONOMIA MARXISTA
STORIA DELL’IRAQ MODERNO - [Resoconto esteso]
ATTIVITÁ SINDACALE TRA I FERROVIERI
LA STORIA ITALICA NEL SUO SPECCHIO IDEOLOGICO - [Resoconto esteso]
LA GUERRA CIVILE AMERICANA - [Resoconto esteso] THE AMERICAN CIVIL WAR - [Extended report]

 
 

Ben allenati e disposti alla classica programmatica pazienza rivoluzionaria, che l’affettuso sorriso di Nicola Lenin insegnava ai compagni essere la prima e necessaria dote del comunista marxista, ci sforziamo di mantenere una sana compagine militante volta alla difesa della originaria dottrina, che non chiede né semplificazionipersonali arricchimenti, e a mantenere il vitale contatto con la classe operaia. Ogni pur modesta espressione di combattività proletaria, o semi-proletaria, che noi iscriviamo nell’arco più vasto dello scontro storico e universale fra le classi, è materia di indagine e occasione per presentare sempre ai lavoratori i fini e i metodi del comunismo di sinistra. Il nostro materialista entusiasmo per le pur minime insofferenze operaie o per modesti progressi nell’organizzazione immediata, o il nostro sereno sdegno per le sempre peggiori nefandezze borghesi, non piega nelle debolezze della fretta o della rinuncia. Già sapevamo che non è degno combattente per il comunismo chi lo vuol vedere con gli occhi o toccar con mano.

Abbiamo da difendere il partito, strumento della classe e vivente ambiente e rifugio del comunismo. Non un falansterio di privilegiati, non un modello da copiare, non una chiusa setta di sapienti ma la vivente dottrina, che è fatto materiale e pratico, in una tradizione, di tesi, di moduli organizzativi e di atteggiamenti, della quale ci sforziamo di mantenere la continuità.

Lo scopo dei nostri studi è quindi di ricordare quello che il movimento già sapeva e di ben comprendere ciò che viene a maturare, di leggere e inquadrare le vicende di oggi nello schema generale, già scoperto, descritto, verificato e noto a tutti.

In questo lavoro di lunga lena, che, visto dalla contingenza individuale, sembra oggi come sospeso, al di fuori del tempo, mentre al contrario solo il partito conosce e può misurare il fluire reale del tempo storico nei suoi cicli grandi e minori, continuiamo ad opporre agli errori e allo scomposto annaspare del pensiero e della propaganda borghese i ben connessi moduli nei quali, a scopo espositivo, suddividiamo il marxismo.

Anche dell’ultima riunione di partito, che si è tenuta gli scorsi 27 e 28 settembre nella sede della nostra redazione di Torino, oltre alla vitale seduta organizzativa e di pianificazione unica centrale dei mezzi e del lavoro, abbiamo dedicato la gran parte all’esposizione di numerosi rapporti afferenti a quei diversi temi. Li consideriamo come dei ponti ideali, frutto di un non facile né leggero lavoro dei compagni, fra un passato e un futuro luminosi, nei quali la rivoluzione nel pensiero della classe, organizzato nel partito, tornerà a dare un senso e una prospettiva di vittoria al moto eversivo dei lavoratori di tutto il mondo.
 

ECONOMIA MARXISTA

Come consuetudine alle pareti della sala erano stati affissi i grafici aggiornati delle produzioni industriali dei principali paesi, e la riunione al completo al sabato pomeriggio si è aperta con il compagno incaricato del loro ordinamento che ne ha brevemente illustrato all’uditorio gli sviluppi più recenti. Stando ai comunicati statistici disponibili a fine settembre nulla ancora poteva far pensare che la crisi generale accennasse ad invertirsi. Meglio valuteremo quanto prestar fede alle successive informazioni più ottimistiche (per loro!) di provenienza statunitense.

Altro compagno poi riferiva circa l’approccio marxista alla cosiddetta questione dell’accumulazione e alla teoria della crisi.

Riprendendo lavori del 1960 si è descritto nei dettagli il Quadro di Marx della riproduzione semplice, cui erano state apportate solo piccole varianti. Lo schema rappresenta sì certo una condizione particolare della effettiva dinamica economica del mondo capitalistico, ma non per questo è meno reale: risponde al caso, che d’altronde spesso vi si verifica, della cosiddetta “crescita zero”, nel quale non è che le produzioni si arrestano, ma proseguono alla stessa scala. Dal quadro risulta evidente l’incessante flusso di valore all’interno della società del capitale, fra le sue sezioni e fra le sue tre classi, che come una linfa nutriente ne consente la riproduzione. Vi si incrociano, e si scambiano, masse di merci con masse di valori monetari, secondo rapporti di quantità legate da leggi di fisica sociale.

La classe operaia vende la sola merce di cui dispone, la forza lavoro, ai capitalisti delle due Sezioni di Marx, la I che produce mezzi di produzione e la II che produce mezzi di sussistenza. Ne ricevono in cambio un salario in moneta, che riconsegnano per intero ai capitalisti della Sezione II dai quali acquistano alimenti, vestiario, ecc.

I fondiari ricevono in moneta una parte del plusvalore dai capitalisti e lo riconsegnano anch’essi ai capitalisti della Sezione II contro beni che interamente consumano.

I capitalisti, nell’essenziale, pagati i salari, spendono l’intero equivalente del capitale costante fra di loro per acquistare nuovo capitale costante necessario al ciclo successivo, e consumano tutto il plusvalore che resta loro pagate le rendite in prodotti della Sezione II, con circolazione monetaria al loro interno.

Il percorso analitico della nostra indagine dalle leggi della riproduzione, semplice ovvero allargata, che esporremo questa nelle prossime riunioni, ai fenomeni del precipitare della crisi di sovrapproduzione – scrivemmo – non ci attendiamo però che sia immediato né continuo. L’accumulazione, o comunque la riproduzione del capitale, e la distruzione di capitale che si verifica nelle crisi sono fenomeni non semplicemente opposti, l’uno la inversione del primo, ma senz’altro diversi, con il secondo che rappresenta il venir meno, l’infrangersi, la sospensione temporale o spaziale delle leggi del primo e loro sostituzione con altre leggi. Crollo dei prezzi o inflazione fuori controllo, cioè divergere estremo dei prezzi dai valori, corso dei cambi e saggio dell’interesse perturbati, nell’avvolgersi della crisi assurgono a determinazioni non più trascurabili nell’analisi. Simile a come, nel fenomeno della risposta dei materiali alle sollecitazioni, la fase elastica è descritta da leggi del tutto diverse da quelle della rottura.

L’evolversi del capitale descritto dai Quadri e il suo naturale, sano progredire tecnico e sociale accrescono costantemente e progressivamente le premesse della crisi. Segnatamente la caduta del saggio del profitto derivante dal continuo ridursi della sua parte variabile rispetto alla costante. Il sentiero, lo spazio storico-sociale su cui può riprodursi il capitale storicamente diviene sempre più stretto, il suo alimento sempre più scarso. Ad un punto basta un accidente esterno, come un cattivo raccolto di un certo prodotto in un paese lontano o una speculazione in borsa o un panico effimero per bloccarne gli schemi.

È in tutti i momenti di questo unico determinismo, che alterna euforia e crisi, che noi inseriamo il concrescere della rivoluzione, fatta, in tempi diversi ma che verranno a coincidere, di coscienza scientifica e di forza combattente.
 

STORIA DELL’IRAQ MODERNO

È seguita – dopo breve sospensione – la prosecuzione dell’esposto sulla storia moderna dell’Iran, l’occupazione del quale da parte della coalizione angloamericana sta risultando più difficile di quanto previsto.

L’occupazione del territorio iracheno non fu facile neppure per l’imperialismo inglese negli anni Venti del Novecento. Uno degli strumenti usati dai britannici per imporre il loro dominio sul paese fu quello di appoggiarsi ai capi delle tribù, in gran parte sciiti, assegnando loro in proprietà immensi latifondi insieme ai contadini che vi lavoravano. E uno dei maggiori problemi dei governi nazionalisti nati dopo il colpo di Stato del luglio del 1958, che abbatté la monarchia filoinglese, è stato proprio quello della proprietà della terra.

Nella seconda metà del novecento si sono succedute diverse “riforme” agrarie che hanno teso a creare una classe di contadini medi che fosse di sostegno al regime borghese contro il proletariato delle campagne e delle città e permettesse allo stesso tempo un buon rendimento agricolo. Nel 1958 il 3% dei proprietari possedeva il 73% della terra; il 35% ne possedeva il 24%, il restante 62% tirava avanti su di un misero 3%. Nel 1971 una ristretta élite, lo 0,4% dei proprietari, spadroneggiava ancora sul 17% della terra ma il 49,6% si spartiva ben il 75% e il restante 50% doveva accontentarsi di un ancor misero 8%.

L’Iraq non è solo un paese che esporta petrolio, è anche un paese agricolo e approfondire la questione agraria aiuterà certo a comprendere su quali strati sociali si è fondato per più di un trentennio il potere del partito Baath e del suo capo carismatico.

Il lavoro proseguirà dunque nello studio della questione agraria per poi cercare di tracciare un quadro dello sviluppo industriale e del formarsi del proletariato iracheno.
 

ATTIVITÁ SINDACALE TRA I FERROVIERI

Chiudeva i lavori del sabato la lettura di un breve resoconto della nostra attività sindacale fra i ferrovieri che prosegue, pur tra non poche difficoltà.

Il contratto firmato dai Confederali ha eliminato qualsiasi dubbio tra i lavoratori sulle intenzioni della Società. Non soltanto quell’accordo risulta estremamente penalizzante ma viene giornalmente stravolto a favore dell’azienda.

Una resistenza decente esiste soltanto tra le file dei macchinisti e dei capitreno, categorie che sono, per altro, anche più bistrattate. L’OrSA, dopo un’estate in attesa, complici le ferie e la Commissione di garanzia che ha rinviato due scioperi, è tornata all’attacco ed ha proclamato sciopero nazionale per la prima quindicina di ottobre. Certo è che la legge sulla regolamentazione degli scioperi è oramai usata, anche nelle ferrovie, come deterrente invischiando i lavoratori in mille regole e limiti. Uscire dalla legge è per ora impensabile, seppure la condanna sarebbe “solo” di ordine pecuniario. Molte sono le azioni legali con cui, peraltro, spesso si riescono a salvare i singoli lavoratori dalle angherie societarie.

Certo è che siamo ancora lontani da un esteso movimento rivendicativo e ci troviamo di fronte ad azioni volte a ritardare la ritirata. I livelli generali di lotta permangono bassi, nonostante moltissimi macchinisti facciano sopprimere centinaia di treni. Per il crumiraggio sono stati richiamati anche i capi deposito, gli istruttori e gli ingegneri, che da venti giorni lavorano dieci ore al giorno. (Sappiamo del loro uso politico, ma sarebbe da tentare l’organizzazione sindacale anche nei loro uffici). Niente assunzioni, niente collaborazione, straordinari a zero, uguale emergenza continua. Stanno parlando di rimettere premi e straordinari per chi si presta (un 20%), ma forse non ci riusciranno: la Confindustria ha arraffato un ottimo contratto e non lo vuole certo rimettere in discussione specialmente perché le costerebbe svariati milioni di euro!

L’OrSA è stata percorsa dalla fronda di buona parte dei carrieristi ex Fisafs che, perso il decisivo scontro a Pescia alla Direzione Nazionale, forse se ne andranno. Sui posti di lavoro è in atto la "iniziativa comportamentale", una sorta di sciopero bianco sulla base del nuovo contratto che, se pur lo rifiutiamo tassativamente, rappresenta una serie di regole che il padrone vorrebbe comunque disattendere. I contatti con il Sult e con la Cub sono nazionalmente inesistenti. Localmente invece collaboriamo con gli ex FLTU ed UCS confluiti in quelle confederazioni.

La nostra attività tende ad influenzare il Coordinamento Regionale OrSA Macchina, con qualche buon risultato. Siamo, in pochi, coinvolti in un lavoro che possiamo e dobbiamo fare soltanto noi. Continuiamo a collaborare ad In Marcia, anche se spesso i nostri articoli vengono smussati dalla redazione.
 

LA STORIA ITALICA NEL SUO SPECCHIO IDEOLOGICO

L’indomani domenica riprendevamo i lavori con la nostra critica delle letture politiche di fonte borghese/opportunista della moderna storia italica.

Fu il fascismo solo una parentesi, come ebbe a dire Croce, o qualcosa di più di un “brutta nuttata”? È nota la nostra tesi: il fascismo non fu semplicemente una reazione momentanea alla minaccia rossa, ma la forma di potere statale senza veli che, offuscando lo Stato di diritto, mostrava la vera faccia della borghesia. Lo Stato doveva essere forte, anche secondo la pressante richiesta di liberali come Croce, appunto, ed il movimento fascista non se lo fece ripetere due volte.

Chiusa la parentesi con la sua ignobile caduta, però, non fu tanto facile tornare alle origini e ripristinare oltre alle garanzie costituzionali un modello sociale diverso da quello raggiunto con la dittatura.

Oggi anche pensatori e “politologi” dell’area liberal ammettono esplicitamente che lo Stato di diritto è solo un mito necessario perché i corpi separati dello Stato non vengano a scontrarsi più decisamente di quanto già avviene. Un mito a cui bisogna credere, in barba ad ogni ragione e razionalità, che dovrebbe presiedere alla politica democratica.

Per frenare poi l’istinto di classe del proletariato, inoltre, è necessario un tipo di Stato che nasconda dietro veste democratica un apparato di repressione sempre più efficiente, in modo tale da scoraggiare ogni eventuale velleità di riscossa.

Nella nostra ottica questo tipo di Stato non può svolgere alcuna funzione di garanzia nei confronti dei proletari. Essi hanno solo bisogno del loro Stato e del loro partito, anche quando ciò sembra ben lontano dalle possibilità di costituirlo. I partiti ex operai, al contrario, vivono di questo e in questo vuoto formale: la loro funzione è anzi proprio quella di convincere il proletariato ed i senza mezzi di produzione che si possa vivere di diritti e di formalismi senza risultati concreti.
 

LA GUERRA CIVILE AMERICANA

Dopo una breve interruzione continuava l’esposizione dello studio sulla Guerra Civile Americana che, dopo i capitoli sulle condizioni politiche, sociali ed economiche che avevano portarono allo scoppio della guerra ascoltati in precedenti riunioni generali, veniva alla descrizione degli eventi bellici.

Inizialmente è il Sud a raccogliere successi su un impreparato Nord. Ma la guerra è lunga, e mentre il Nord rimedia alle sconfitte con facilità, il Sud quasi sempre vede seguire alle sconfitte una qualche perdita territoriale che contribuisce a stringere la morsa militare ed economica dei federali, in primis con il blocco navale.

I principale teatri della guerra sono la Virginia, dove tra Richmond e Washington, le due capitali, interi eserciti vengono consumati senza esitazioni da entrambe le parti: le perdite saranno in totale di quasi 700.000 morti, senza contare i feriti e gli invalidi, in un paese di 30 milioni. Nel corso dei 4 anni di guerra l’Ovest, Tennessee, Kentucky, Mississippi e Georgia vengono letteralmente devastati in una guerra con movimenti più ampi. Sarà proprio dall’Ovest che verrà alla Confederazione il colpo di grazia: l’offensiva di Sherman del 1864 non potrà essere arrestata da un Sud esausto, e anche ad Est le armate di Lee dovranno cedere, dopo tenace resistenza, nell’aprile 1865.

La guerra significa anche il proclama sull’emancipazione degli schiavi di origine africana, che, pur se tra mille incertezze ed esitazioni, rappresenta il principale evento progressivo della guerra, dopo la stessa vittoria del Nord, che Marx ed Engels nei loro scritti avevano caldeggiato. In realtà ciò non significò la parificazione con i bianchi, e negli anni successivi l’ex schiavo sarebbe stato ricondotto a una condizione economica non molto diversa dalla schiavitù, se non peggiore.

La guerra rovinò il Sud, e ne distrusse quasi per intero il sistema economico, il che poi era l’obbiettivo principale del capitale industriale e finanziario del Nord. Per il quale la guerra invece portò solo prosperità e profitti senza precedenti. Ma una prosperità che non fu percepita dal proletariato, che nel corso della guerra aveva dovuto combattere contro il crollo del potere d’acquisto del salario, in un paese che non esitava ad utilizzare le truppe per far fallire gli scioperi.

Gli Stati Uniti escono dalla guerra civile come uno Stato capitalistico moderno, nel quale si compie la rivoluzione borghese, cioè l’eliminazione di qualsiasi vincolo alla più sfrenata ricerca del profitto, anche se con qualche esitazione e ripensamento come la fase successiva, detta della “Ricostruzione”, dimostrerà.

* * *

Infine due ultimi compagni davano brevi comunicati sul progredire dello studio sull’origine dei sindacati in Italia e una anticipazione statistica sul diffondersi di forme di lavoro precario in Italia.

La riunione, ordinata e impegnata, si chiudeva, presi gli ultimi accordi di lavoro, con soddisfazione unanime.
 
 
 
 
 
 
 
 
 



Da Bismarck a Schroeder

Addio al “modello renano”, esempio di Stato sociale che in Germania ha, per oltre 130 anni, garantito tutele e diritti alla classe lavoratrice senza andare contro il padronato, la borghesia e lo Stato.

Come la maggioranza dei nostri lettori saprà, lo “Stato sociale” di tipo renano nacque ai tempi del cancelliere Bismarck con l’espansione verso ovest del Regno di Prussia e la sua trasformazione in Impero Tedesco. All’epoca lo scopo era il contrasto ad una possibile rivoluzione, ma ha ben resistito a cambi di regime, colpi di Stato, guerre mondiali e muri crollati. Fu infatti perfezionato in due fasi, sempre a scopo controrivoluzionario, prima dal regime nazista poi, nel secondo dopoguerra, dal nuovo Stato federale.

Ha cominciato a essere messo in discussione solo negli ultimi anni del governo di Helmut Kohl e il suo declino è stato confermato dai due successivi governi a guida SPD. Al secondo insediamento il cancelliere attuale aveva promesso svolte epocali poi mantenute dalla maggioranza “rosso-verde” che ha votato compatta a favore di una serie di misure le quali, secondo i promotori, dovrebbero portare “maggiore occupazione” (eufemismo ben noto ovunque). Ispiratore di questa “controriforma” sarebbe Peter Hartz, ex capo del personale della V.Wagen, azienda a partecipazione statale e regionale, visto che parte delle azioni sono di proprietà del Lander della Bassa Sassonia, dove i socialdemocratici governano dal dopoguerra.

Il Dr. Hartz, presidente della omonima commissione governativa, ha nell’autunno scorso iniziato a studiare soluzioni amare per i lavoratori con il plauso del padronato che in Germania come altrove è incontentabile: «il governo ha capito quanto sono urgenti le riforme e ci si augura che alle parole seguano i fatti». I fatti sono seguiti.

Vediamo nel dettaglio ciò che si aspettano i proletari tedeschi. Innanzitutto vengono create “agenzie di personal service” (anche in Germania le carognate vanno chiamate in inglese!), gestite da società private, cui gli uffici del lavoro delegano il collocamento dei disoccupati. La prima agenzia è stata creata nell’autunno 2002 a Duisburg, un tempo cuore industriale della Ruhr, ad opera della Start, operatore tedesco del lavoro interinale. Ma la grande novità è la riduzione del sussidio a coloro che, in un periodo di inattività variabile da 3 a 6 mesi, non accettino un’offerta di lavoro loro proposta. Inoltre, a partire dal 2006, il sussidio avrà una durata massima di 12 mesi, mentre chi ha superato i 55 anni potrà goderne solo per 18 mesi contro gli attuali 32. Vi saranno poi forti incentivi al “lavoro autonomo” (cosiddetto), settore in cui la Germania è assai “indietro” rispetto ad altri paesi come l’Italia.

A questi provvedimenti vanno aggiunte nuove regole nell’accettare il posto di lavoro offerto: in particolare i giovani dovranno adattarsi a impieghi poco qualificati e con stipendio ridotto e soprattutto dovranno dare la massima disponibilità a spostamenti e trasferimenti in tutto il territorio federale.

Va evidenziato che il Dr. Hartz aveva studiato il piano in piena “codeterminazione” (così si chiama in Germania la solita schifezza), usando tutta l’esperienza di mediatore di conflitti del potente sindacato IG-Metal.

La “controriforma” in salsa teutonica è comunque simile al processo d “deregulation” che colpisce il lavoro nei principali paesi europei, come l’Italia con il pacchetto Treu prima e legge Biagi ora. Ed anche i paesi scandinavi, con le loro “mitiche” socialdemocrazie. “Destre” e “sinistre”, spinte in tutto l’occidente dalla crisi sempre più grave del capitale, vanno distruggendo le sempre più residue tutele concesse in passato. Il proletariato, oggi come ai tempi di Marx, «non ha nulla da perdere se non le proprie catene», in Germania, in Europa nel resto del Mondo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 3


ALGERIA, IERI E OGGI
(continua dal n. 300)
 

10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO
Ritorno alla dittatura in nome della Democrazia
Terrorismo contro le masse povere
La dittatura dei creditori imperialisti e la spirale infernale del debito

(Continua al numero 304)

 
 
 
 
 
 

PAGINA 4


Perfino le pietre

Venerdì 10 ottobre a Genova c’è stato uno sciopero di 4 ore che ha interessato soprattutto i lavoratori dei cantieri navali. Due cortei, uno dal ponente ed uno dal levante cittadino, si sono uniti, in totale circa 2000 lavoratori, per arrivare alla prefettura.

Motivo dell’agitazione l’articolo 47 della Finanziaria 2004 che, in merito alla questione amianto, riduce l’indice di rivalutazione da 1,50 a 1,25 e gli anni di esposizione non vengono più calcolati per l’accesso alla pensione ma solo nella determinazione del suo importo. Inoltre riduce il numero dei beneficiari, limitandola ai soli iscritti all’Inail, escludendo quindi ferrovieri, marittimi, pubblici dipendenti, etc. I lavoratori che avevano già ottenuto il riconoscimento dell’esposizione all’amianto da parte dell’Inail sono costretti a ripresentare le domande, entro il termine perentorio di 180 giorni per l’applicazione della normativa più restrittiva: 100 fibre/litro come concentrazione media annua per 8 ore al giorno.

L’articolo 47 è il compimento di un disegno di legge del sottosegretario al Welfare Brambilla che risale alla fine del 2001. Con il solito sporco gioco i sindacati traditori solo oggi portano in piazza i lavoratori, gridando alla incostituzionalità della manovra del governo, dichiarandosi sorpresi dal decreto.

La necessità di inserire nella Finanziaria questo argomento è che mancherebbero le risorse per coprire i “costi dell’amianto”, che ammontano a 750 milioni di euro. Il governo sostiene che al massimo potrà “concedere” 587 milioni, e il numero dei lavoratori ammessi ai benefici della legge del 1992 andrebbe ridotto di conseguenza.

La questione interessa circa 100 mila lavoratori in Italia e 30 mila in Liguria, a causa del largo uso del minerale nelle costruzioni navali.

Nei decenni scorsi, in tutto il mondo l’amianto è stato largamente utilizzato nelle produzioni perché è una materia a basso costo, facilmente lavorabile, di buona resistenza al calore e praticamente indistruttibile, essendo, per composizione e struttura cristallina, soltanto una pietra. (Perfino le pietre si muovono, diremmo, a lapidare questa colpevole e insipiente umanità capitalistica). Svariati settori della produzione l’hanno utilizzato, da quello del cemento-amianto ai materiali ferroviari, dal settore automobilistico al tessile, ma presenza di amianto, individuata attraverso la scoperta dei danni da esso causati sulla salute degli operai che vi lavoravano, si è avuta nel perfino nel settore alimentare, per il suo largo uso nella costruzione dei capannoni industriali.

Il dottor Valerio Gennaro, esperto di tumori professionali e ambientali e coordinatore dell’Istituto scientifico per lo studio e la cura dei tumori di Genova, che dal `94 tiene il “Registro mesotelioma” su incarico della Regione Liguria, dalle pagine del "Manifesto" dice: «Siamo messi molto male: all’inizio della ricerca ci aspettavamo una decina di casi l’anno, invece siamo intorno a 100-120 casi, che fanno della Liguria uno dei luoghi al mondo di maggior incidenza della malattia». Siccome i lavoratori, o chiunque del caso, possono contrarre la malattia 20 o 30 anni dopo l’esposizione per i tumori polmonari e 40 anni per il mesotelioma, Gennaro calcola che «l’incidenza della malattia nei paesi industrializzati continuerà fino al 2020».

Ma le leggi di mercato impongono alla borghesia la ricerca di soluzioni veloci che le permettano di gettarsi competitiva nelle guerre commerciali, mentre studi approfonditi richiedono “costi eccessivi”. Solo la società comunista sarà in grado disinteressatamente di studiare, prevedere, e casomai curare al meglio gli effetti collaterali di un determinato materiale o metodo, siano essi destinati al consumo o alla produzione.

Lo stillicidio di morti dovuto oggi all’amianto e a tutti gli incidenti sul lavoro fa parte della guerra tra le classi. È una guerra cui il proletariato non può sottrarsi. E anche per la difesa delle condizioni di salute si deve dotare del suo strumento di lotta, il sindacato di classe, tramite cui solo potrà opporsi con forza alla fame insaziabile e allo sprezzo cinico del padronato.