Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"Il Partito Comunista"   n° 304 - aprile 2004 - [.pdf]
PAGINA 1 – Il comunismo e il terrorismo preventivo: Crisi economiche e guerre preventive: L’arcano di Brest-Litovsk - Controrivoluzione preventiva - Il terrorismo, da degrado della Rivoluzione - Ad ottimo strumento della Controrivoluzione.
– Iraq: La guerra come forma di governo.
– Allo sciopero del 12 marzo - Per  la riscossa proletaria.
– Allo sciopero del 26 marzo - Per la rinascita del sindacato di classe.
PAGINA 2 – Disamina e bilancio dello sciopero dei tranvieri   (continua dal numero scorso).
PAGINA 3 ALGERIA, IERI E OGGI: 10. Capitalismo a viso scoperto: Terrorismo contro le masse povere - La dittatura dei creditori imperialisti e la spirale infernale del debito - Governo militare - Guerra civile aperta - Terrorismo islamico e statale.
Notiziario: Perù: scioperano i maestri - Si consolida in Serbia la Democrazia - Nel Caucaso instabilità permanente.
PAGINA 4 Gran Bretagna: Imbrogli anti-operai ed esplosioni di sciopero represse dai dirigenti sindacali.

 
 
 
 

PAGINA 1


Il comunismo e il terrorismo preventivo

Crisi economiche e guerre preventive

Il sistema del comunismo critico va naturalmente inteso colla integrazione dell’esperienza storica posteriore al Manifesto e a Marx.

Tutta la storia del socialismo marxista è segnata da episodi che secondo la borghesia ne avrebbero dichiarato la morte. Così durante la guerra 1914. Le vicende di quei quattro anni di guerra hanno invece visto il marxismo autentico progressivamente tornare in luce e imporsi sul teatro degli avvenimenti, trionfando infine nel glorioso dramma russo. Ancora attualmente lo dichiarano morto. Ed ancora, nel prossimo domani, dominerà gli scioglimenti inattesi della più alta crisi mondiale.

Lo schema della colossale opera di Marx era originalmente questo: Capitale; Proprietà fondiaria; Stato; Commercio estero; Mercato mondiale. Gli ultimi stadi dell’indagine critica-storica condussero sulla soglia della gran conflagrazione del 1914. La catastrofe borghese, che Marx vedeva imminente nel ripetersi delle crisi commerciali, è dilazionata dalla sapiente politica degli Stati e dall’estensione dei mercati. È la genesi dell’imperialismo militare, via fatale su cui la borghesia si deve cacciare per sfuggire alla catastrofe della produzione capitalistica. La guerra è la crisi, poiché compendia tragicamente il processo d’immiserimento e sfruttamento delle classi lavoratrici, ed è sfida a che queste insorgano contro di chi la guerra conduce.

La concezione nazionalista che i borghesi danno della guerra ricevette un colpo formidabile dagli avvenimenti russi in tutto il loro complesso. Ogni paese belligerante si considera un’unità omogenea tutto d’un pezzo, ignora o finge di ignorare i contrasti interni delle classi in lotta agitate da opposte tendenze e finalità. Al più pretende, in una formulazione meno banale, che i dissidi interni si sospendano al venir della guerra, nel campo della quale non vi sarebbero che tedeschi, italiani, russi...

La Russia è stato il primo paese che si è spezzato all’interno, mostrando anche ai ciechi la separazione delle mal cementate e avverse classi sociali.
 

L’arcano di Brest-Litovsk

Il luogo comune più duro a cadere fu quello della presunta solidarietà nazionale del popolo tedesco. Ma qui Brest-Litovsk, ove la Russia rivoluzionaria offriva la pace separata immediata a tutti gli Stati borghesi in guerra, venne a proiettare nuova luce. I delegati comunisti parlarono altamente ai rappresentanti del vincitore e dell’invasore, sostenendo fermamente la loro proposta e discutendola in faccia al mondo. La Russia sovietica, sicuramente battuta dal punto di vista militare, non tenne in conto le minacce dell’avversario. I comunisti dichiararono che, seppure non avessero ottenuto la pace, non avrebbero neppure ripreso la guerra. Ciò fu confermato dalla notizia della smobilitazione ufficiale dell’esercito russo.

Qual è la chiave mediante la quale si può spiegare l’arcano che i negoziatori tedeschi non risero in faccia ai rappresentati russi e non ordinarono la ripresa della avanzata militare su Pietrogrado ed oltre? La spiegazione è questa: che la forza effettiva e formidabile in nome della quale parlavano i russi Trotzki e i suoi compagni era quella del proletariato tedesco, il vero nemico del militarismo statale tedesco, come il proletariato russo era il nemico del militarismo, zarista o borghese-democratico, russo. Haase poté dire al Reichstag che dopo l’atteggiamento tenuto dai negoziatori tedeschi il proletariato di Germania non credeva più alla guerra di difesa. Ciò si verificò soprattutto dal momento in cui la rivoluzione russa dimostrava un deciso carattere proletario, uscendo dall’equivoco borghese e patriottico.

Sabotare dunque uno solo dei due militarismi in guerra non vuol dire aiutare l’altro, ma sabotarli entrambi, sabotare il loro comune principio storico, il loro comune mezzo di conservazione e di dominio. Il militarismo tedesco aveva stretto bisogno del militarismo russo e dello spettro zarista per conservare la sua difficile posizione nella politica interna. La tattica terribilmente semplice dei massimalisti russi tenne gli adepti del Kaiser come sul cratere di un vulcano nell’imminenza dell’eruzione. La nuova Russia proletaria non avrebbe continuato la guerra imperialista; ma non avrebbe desistito dal suo fondamentale obiettivo: fomentare la guerra interna di classe negli Imperi centrali e in tutto il mondo.
 

Controrivoluzione preventiva

Dal 1914 il marxismo stabilì che nella guerra fra gli Stati borghesi la soluzione di classe è il disfattismo rivoluzionario. Fu praticato in Russia dai comunisti, combattendo da soli contro ogni partito.

Da allora il travolgente pericolo bolscevico non incombe più, la rivoluzione è arrestata. Noi avevamo avvertito fin da prima che la rivoluzione non segue un corso regolare e, in raffronto a pochi mesi addietro, riconoscemmo che non solo si era fermata ma era in ritirata. La caduta del regime comunista, oltre ad essere di per sé un effetto di questo cedere terreno, dicemmo, avrà la sua ripercussione sfavorevole e dannosa sull’insieme del movimento. Tutti i fanatici dell’azione, tutti i sentimentali, tutti quelli che sognano le facili illusioni di trionfi improvvisi e che solo per questo si gettano nel vortice rivoluzionario, si ritrarranno sconfortati. Si andava imponendo sempre più nella Terza Internazionale lo stalinismo che infine sancì la vittoria della controrivoluzione.

Con la dichiarazione della costruzione del socialismo in un solo paese, fine dichiarato compiuto nel 1936 e ucciso anche fisicamente il partito bolscevico, la Russia manifestava apertamente la sua natura antiproletaria e tornava a considerarsi un’unità omogenea, tutta d’un pezzo, pronta a sciogliere le crisi capitaliste con la guerra nazionale, il controsenso di una nazione socialista.

Il periodo è segnato da grandi dibattiti suscitati da avvenimenti come lo sciopero inglese, la questione cinese, la grande crisi economica del 1929, preludio alla Seconda Guerra mondiale, in vista della quale la Russia si alterna ad alleanze militari con diversi Stati capitalisti, preparandosi a sciogliere con la guerra la crisi capitalista sua e mondiale.

Il partigianesimo interno alla Seconda Guerra mondiale, con le sue false diverse componenti, democratiche, socialiste, comuniste ecc., offuscò il partito autentico di classe, riuscendo a trattenere l’esplosione dei dissidi sociali. Tutte le guerre che si sono susseguite sono ricorse all’inganno sperimentato nella Seconda Guerra.

Il presidente Ford ebbe a affermare che se non ci fosse stata la guerra nel Vietnam l’America avrebbe subito una profonda crisi economica. L’inizio delle crisi economiche precedenti le guerre con l’Iraq si sono risolte, dopo la guerra, nella ripresa economica.

La guerra è controrivoluzione preventiva che si protrae dalla Prima Guerra mondiale, alla genesi dell’imperialismo militare, fino a raggiungere attualmente la specifica primaria ed essenziale funzione di differire, con la guerra preventiva, l’iniziale crisi economica, al di sopra della divisione dei mercati e dei contendenti.

Nella guerra del Vietnam si ebbero diffusi fenomeni di diserzione e al fronte si arrivò a episodi di ammutinamento, in sé preludio all’esplosione di classe, come già accadde a Parigi, in Russia, a Berlino, in Ungheria, in Cecoslovacchia, ecc. profilandosi dietro alla continuazione della guerra la Comune e l’Ottobre. Ma la controrivoluzione capitalista non può cessare di distruggere uomini e cose per dare ossigeno alla sua esistenza.
 

Il terrorismo, da degrado della Rivoluzione...

L’esperienza storica, come insegna Lenin, ha dimostrato che l’economicismo e il terrorismo sono entrambi espressione, convergente e connessa, di opportunismo perché non portatori, con chiarezza scientifica, del programma di un altro, opposto, rapporto sociale. Il proletariato per rovesciare il potere e mantenerlo ha bisogno di un partito rivoluzionario di classe saldamente aderente alla scienza sociale marxista, radicato nei Soviet, nei sindacati, nei consigli di fabbrica, che conosca ogni strato sociale. Sarà forte del suo apparato militare, ma non subordinato ad esso.

Il partito comunista, il partito di classe non nega la rivoluzione in generale come catastrofe, ma non la subordina alla cospirazione. I terroristi saranno travolti da un’esplosione ben più forte delle loro. Non è l’impiego o no della violenza e del terrore che ci caratterizza, ma una precisa visione del processo rivoluzionario. Lenin lo dimostrò nel 1917. In luglio era possibile prendere il potere ma, in mancanza di una sufficiente coesione di classe, sarebbe stato difficile mantenerlo, quindi il partito non dette l’ordine di assalto. In ottobre, raggiunta quella condizione, incita all’audacia e ancora all’audacia conquistando e mantenendo il potere per diversi anni contro un mondo di nemici.
 

... ad ottimo strumento della Controrivoluzione

Caduta l’etichetta socialista che fu imposta sul capitalismo militarista russo, è venuto a mancare al rivale militarismo occidentale il colossale falso storico che permetteva di giustificare il suo dilatarsi. Il centro del militarismo occidentale, gli USA, non avendo più un polo uguale e contrario cui corrispondere, deve escogitare ed evocare un presunto nemico per giustificare il suo ulteriore dilatarsi, e per tenere sotto la sua egemonia i rimanenti Stati militaristi, come avveniva con la guerra fredda. C’è chi sostiene che la caduta delle Torri è imputabile anche alla mancanza di sorveglianza da parte dei servizi segreti, condizionati dai loro informatori. Non sarebbe una novità: dopo la rivoluzione d’Ottobre gli archivi della polizia segreta hanno rivelato che molte delle azioni dei terroristi russi erano state guidate da informatori della polizia zarista. Con la guerra in Iraq si denunciano simili espedienti che mettono in nuova luce l’attacco alle Torri, avvenuto dopo l’inizio dell’attuale crisi economica.

L’America ha dichiarato una guerra preventiva per colpire gli Stati accusati di fomentare il terrorismo e detenere armi di distruzione di massa, armi già possedute e usate da tutti i militarismi, americano compreso.

L’attuale terrorismo, se è utile all’imperialismo militare americano per giustificare il suo dilatarsi e dispiegare la controrivoluzione preventiva, è strumento acconcio ad essere usato da tutti i centri statali capitalistici per i loro inconfessabili scopi. I posteri troveranno negli attuali archivi segreti che molte azioni dei terroristi sono state pilotate dagli informatori, come avvenne con gli informatori della polizia zarista? O è già palese da oggi?

Gli attuali terroristi accendono la miccia non per far saltare la polveriera ma per impedire che questo accada, come fanno i forestali col contro-fuoco.

Il terrorismo islamico, che ultimamente ha colpito a Madrid, è utilizzato abilmente per questa funzione controrivoluzionaria e ben si iscrive in fenomeni che hanno percorso tutto il contemporaneo ciclo di crisi capitalistica mondiale, in Italia fin dalla precedente stagione dello stragismo, del quale anche mai ci fu rivelata una qualsivoglia origine e finalità politica confessabile.

La segretezza fa del metodo cospirativo un ottimo strumento nelle mani degli Stati per attuare qualsivoglia azione, all’interno o all’esterno, in preparazione della guerra imperialista. Vile ma facile far leva sulle differenze di religioni, di razza, di “civiltà”, ma al di fuori di qualsiasi programma e finalità. Facile formare e rifornire sia veri eserciti privati, come furono i talebani, sia piccoli gruppi di specialisti del tritolo i quali, sotto vaghe sembianze diversive, ed oggi fa comodo dargli quelle islamiche, fanno saltare treni di operai, fra i quali non pochi arabi e di questi una parte certo di fede islamica.

Perché, in fin dei conti, si tratta di azioni di guerra contro la classe operaia in vista ed in preparazione alla guerra fra gli Stati borghesi. Tutti gli Stati oggi utilizzano il terrorismo islamico, con enorme eco dei media, per mantenere in uno stato di permanente drogatura la classe lavoratrice, per confonderla, intimorirla e distoglierla dalle sue necessità e delle sue lotte. Far costantemente aleggiare sopra la società il nero fantasma del Male-Terrorismo per preparare la psicologia di guerra e intanto dispiegare tutti gli strumenti repressivi, legali e no, contro i lavoratori e le loro organizzazioni e per esorcizzare il vero ed unico Male che minaccia la loro morente società: il Comunismo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Iraq
La guerra come forma di governo

Ad un anno dalla non troppo difficile vittoria sul regime di Saddam Hussein, che nemmeno si difese più di tanto, l’Iraq appare ancora, tutt’altro che pacificato, in uno stato di guerra permanente. Come è stato, per 18 anni, in Libano e come continua ad essere in Palestina, in Somalia, nella ex Iugoslavia, in Afghanistan, in Cecenia...

Le ultime bordate dei media raccontano delle milizie facenti capo ad un certo Moqtada Al-Sadr, giovane prete sciita, che ti mostrano con barba e turbante d’ordinanza, sconosciuto fino a qualche settimana fa ma subito assurto a “nemico numero uno” degli Stati Uniti, tanto pericoloso che per il comandante delle truppe americane in Iraq, luogotenente generale Riccardo Sanchez, la sua cattura, “vivo o morto”, sarebbe “obbiettivo primario”, così come, qualche mese fa, era obbiettivo primario la cattura di Saddam Hussein e come rimane quella dell’altro “cattivissimo” Osama Bin Laden. Il “terrorismo”, secondo questa vulgata, sarebbe infatti organizzato, a livello internazionale, da Bin Laden che avrebbe giurato guerra agli Usa per motivi suoi, religiosi, politici, personali... chi sa?

È necessario non farsi ubriacare da questa infinita passerella di personaggi, demoni od eroi, presentati alle rimbambite opinioni pubbliche del Nord e del Sud del mondo come risibili figure da operetta, e che molto probabilmente anche lo sono. Secondo il copione Bin Laden aveva le sue basi in Afghanistan, protetto dal regime dei Talebani (che gli Stati Uniti avevano a suo tempo organizzato e armato per abbattere il regime filorusso): era dunque necessario colpire l’Afghanistan per stanarlo, ma Bin Laden riusciva a fuggire su una vecchia motocicletta. Diveniva allora necessario colpire l’Iraq dove l’ex alleato “dittatore” Saddam Hussein deteneva e produceva armi di distruzione di massa, proteggeva i terroristi e meditava di attaccare l’Occidente...

Occupato in pochi giorni l’Iraq, distrutto l’apparato dello Stato, disciolto il partito Baath e l’esercito fu infine solennemente proclamata la vittoria. Ma una guerriglia tenace continuava a seminare uno stillicidio di morti tra le truppe occupanti: il problema, dicevano, era ancora Saddam Hussein che dalla clandestinità dirigeva le file. Ma, catturato, nascosto in un buco, l’ultimo “Asso di picche” iracheno, la guerriglia è continuata come e più di prima. Adesso il nemico è questo pretino, figlio però di un pretone, il “grande ayatollah” Mohammad Sadek Sadr, assassinato nel 1999 proprio da Saddam Hussein.

Intanto, nei giorni scorsi, nella città di Falluja, 60 chilometri a ovest di Baghdad, si sono verificati scontri tra milizie, cosiddette “sunnite”, e i soldati americani. Questi, com’è loro mestiere, non ci sono andati leggeri e hanno ridotto buona parte della città in macerie. Persino uno dei membri del Consiglio iracheno nominato dagli USA ha definito l’assalto americano “una punizione collettiva inflitta agli abitanti”. Si parla di una settantina di morti tra le truppe americane e di un seicento morti e migliaia di feriti tra la popolazione, che è dovuta fuggire precipitosamente. È anche giunta notizia che il secondo battaglione del nuovo esercito iracheno addestrato dagli USA si sarebbe rifiutato di intervenire. Il macello di Falluja ha portato alle dimissioni diversi membri del governo iracheno che non vogliono ulteriormente compromettersi con gli occupanti.

Gli Stati Uniti hanno bisogno della guerra come hanno bisogno del petrolio iracheno per combatterla e vincerla. L’Autorità Provvisoria della Coalizione (APC) ha comunicato a metà aprile che «da quando essa governa l’Iraq, Baghdad ha esportato petrolio per oltre 7,5 miliardi di dollari» e che tale somma «è stata depositata dall’Autorità, diretta dagli Usa, nel suo Fondo per lo Sviluppo dell’Iraq». Insomma i costi dell’occupazione americana dell’Iraq sono pagati dai proventi del petrolio iracheno. Secondo l’OPEC il valore delle esportazioni petrolifere irachene è stato ancora più alto: nel 2003 fu di 9,6 miliardi di dollari e quest’anno potrebbe superare i 16,5 miliardi. In base al budget ufficiale 2004 pubblicato dalla APC, gli introiti petroliferi dovrebbero aumentare di sette volte tra il 2003 e il 2006. Il Fondo è controllato da un comitato dell’Ufficio Gestione e Bilancio della APC che risponde direttamente all’amministratore Usa per l’Iraq, Paul Bremer.

Il petrolio iracheno è adesso “roba” americana e Washington non mollerà l’osso neppure quando Bush, come è possibile, venga sostituito dallo sfuggente John Kerry, che ha già scritto sul Washington Post: «Se i nostri comandanti militari richiederanno più soldati dovremo mandarglieli (...) Dobbiamo persuadere la NATO a creare una nuova operazione out of area per l’Iraq sotto la responsabilità di un comandante americano», insomma come scrive il Manifesto, «Kerry annuncia di voler proseguire guerra e occupazione».

Gli americani sono stati accusati dagli europei di incompetenza, di sottovalutazione dei problemi; persino i loro alleati inglesi hanno criticato il loro modo d’agire che farebbe crescere ogni giorno il fronte degli oppositori. Ma non si tratta, solo, di incompetenza. Come riporta il Manifesto del 14 scorso, il più alto ufficiale degli USA, il presidente dei joint chiefs of staff generale Richard Myers, in un briefing del Pentagono il 7 aprile ha descritto il ruolo dell’America nello scatenare deliberatamente gli avvenimenti di questa metà di aprile. Lo scopo sarebbe stato quello di legittimare una presenza a lunga scadenza delle truppe USA in Iraq. Solo può darsi che talvolta la cosa scappi di mano e la reazione irachena si più forte di quanto preventivato dagli strateghi stellestrisciati.

Si avvicina infatti la scadenza del 30 giugno quando, su pressione delle potenze rivali, gli americani hanno dovuto promettere di concedere una qualche “autonomia” ad un governo iracheno “indipendente”, per arrivare poi a “libere” elezioni. Ma “autonomia” interna irachena non significherebbe altro che dividere la rendita petrolifera con le classi dominanti del paese, e i ricchi contratti della “ricostruzione” con gli altri briganti imperialisti, cosa che ovviamente le corporations americane intendono rimandare il più possibile.

«Non pensiamo che quella data (il 30 giugno) sia militarmente importante in termini di cambiamento delle nostre tattiche, delle procedure e delle tecniche, né della nostra missione», ha dichiarato il generale americano Mark Kimmit, deputy director delle operazioni della coalizione. «Ci aspettiamo di operare il 15 luglio esattamente come opereremo il 15 giugno».

Gli USA non dispongono più di quelle grandi possibilità di corruzione che misero in campo alla fine della Seconda Guerra mondiale, infiltrazione finanziaria imperiale che riversarono su tutti i paesi sconfitti, e nulla hanno oggi da concedere agli iracheni se non corruzione, repressione e chiacchiere sulla “libertà” e la “democrazia”. All’esterno tutti i concorrenti imperiali sono in agguato e all’interno tutte le classi gli si rivoltano contro. Gli occupanti possono trovare appoggio solo in resuscitati “signori della guerra” locali, nelle scorrerie di bande armate, delle quali la loro sarà sempre la più forte e organizzata. Non possono quindi che lavorare ad una balcanizzazione dell’Iraq. Anche la Costituzione Provvisoria, approvata nella prima settimana di marzo, apre la strada ad ultriore marasma con la divisione del paese in tre Stati etnici (curdo a nord, sunnita al centro, sciita a sud). La schiuma ribollente dei partigianesimi, su cui si intende far galleggiare il barcone americano, è inoltre sicuro antidoto alla lotta di classe, ed è questa forse la sua più importante funzione, anche lì ed ora.

La politica irachena di Bush (si fa per dire) è lo specchio di quella che porta avanti il suo uomo in Israele, Ariel Sharon: dominare col mantenere uno stato di mobilitazione bellica permanente. L’antiamericanismo che si diffonde in Iraq e nei paesi arabi, paradossalmente, non dispiace alla borghesia americana ed è frutto della politica di Washington. Il gigante imperialista in crisi non è in grado di dare alcuna prospettiva ai milioni di diseredati iracheni che, con la caduta del regime, si sono trovati senza risorse. Per questo si dà a rappresaglie feroci in vaste zone urbane per scovare i “terroristi” e ad arresti arbitrari tra la popolazione. Sui rancori così suscitati fanno leva i preti, sciiti e sunniti, che dispongono, come tutte le Chiese, di una diffusione capillare nel Paese e dei quattrini, molti quattrini, necessari a pagare milizie ed armarle, per mobilitare sempre più numerosi seguaci contro gli occupanti. Altri Stati borghesi, vicini e lontani, a loro volta possono collaborare a finanziare ed armare le loro di bande.

Quindi guerra, guerra a tutti i costi ma priva di alcuna strategia politica a lungo termine. Il capitale, di cui gli Stati Uniti sono il massimo rappresentante mondiale, ha bisogno di guerra per sopravvivere alla sua crisi storica e, progressivamente, intende risucchiare in questo vortice di distruzione e di morte tutto il pianeta.

Oggi è il proletariato iracheno stretto tra i due terrorismi, l’americano da un lato, l’islamico dall’altro. Domani, per i proletari di tutto il mondo i nomi dei due poli, saranno diversi, forse, ma uguale la sostanza, contro cui battersi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Pubblichiamo qui estratti dai volantini che i nostri compagni hanno distribuito, il primo, il 12 marzo, allo sciopero generale proclamato dalla Cub, il secondo, il 26, a quello diretto dalla Cgil.

12 Marzo
PER LA RISCOSSA PROLETARIA

Compagni, lavoratori!

L’avanzante crisi del capitalismo, mondiale, storica ed inevitabile, costringe tutti i governi borghesi, di destra o di sinistra, ad affondare l’attacco a tutte le condizioni di vita del proletariato. Le borghesie di tutti i paesi portano i loro colpi sia sul piano economico sia su quello politico.

Sul piano economico la borghesia lavora per ridurre il salario diretto, attraverso le mille vie per ottenere contratti peggiorativi, quello differito, mediante lo smantellamento della previdenza e dello Stato sociale in genere, e per aumentare la massa dei disoccupati. In generale cerca di far ricadere sui lavoratori le conseguenze delle crisi aziendali, effetto diretto della generale crisi del capitalismo. Tranvieri, Alitalia, Vigili del Fuoco, Thissen Krupp, ILVA, Parmalat, FIAT, reparto tessile: la lista potrebbe essere lunghissima. Come l’origine di ogni crisi aziendale sta nel rapporto fra le aziende, nel mercato, nel capitalismo, così i lavoratori, che queste crisi pagano, devono affrontare il problema non a livello aziendale ma sociale, cioè di classe: un problema di tutti i lavoratori, i cui interessi vanno a confliggere oggettivamente con gli interessi di tutti i padroni.

Lo sciopero generale di oggi è allo stesso tempo un passo ed un bilancio del lavoro svolto in questa direzione.

La lotta dei tranvieri, sebbene abbia ottenuto solo in parte ciò che rivendicava, per la borghesia e per i suoi sindacati di regime, è stata una dura sconfitta. Con essa i lavoratori hanno riscoperto un’arma classica del proletariato, lo sciopero, non preavvisato, sfidando tutto l’apparato di leggi antisciopero che la borghesia, con la piena collaborazione del sindacalismo confederale, ha costruito proprio in vista di una ripresa del movimento proletario di classe. Hanno sfidato la precettazione e la campagna giornalistica con cui la borghesia intendeva aizzargli contro le altre categorie e il ceto medio; forze nuove si sono impegnate nel movimento, forze che le future battaglie troveranno pronte, più organizzate, più esperte e determinate. Questa lotta ha dimostrato a tutti i lavoratori la forza di cui potrebbero disporre se si muovessero, su rivendicazioni comuni, uniti in una forte organizzazione sindacale di classe.

Sul fronte politico i governi borghesi di tutti i paesi, lo vogliano o meno, sono trascinati verso la Terza Guerra mondiale, unica via d’uscita all’inevitabile collasso economico del capitalismo. L’oligarchia dell’alto capitalismo che essi rappresentano e da cui dipendono è costretta ad operare nella produzione, nell’industria, nel commercio, nella finanza secondo inesorabili leggi economiche che conducono alla guerra. La guerra non è una politica di un certo strato o partito borghese, è una necessità economica. La politica della borghesia è perciò quella della costruzione della condizione oggettiva fondamentale affinché la guerra possa scoppiare ed il capitalismo salvarsi: l’inquadramento del proletariato sotto le parole d’ordine della guerra imperialista e il suo conseguente schieramento sugli opposti fronti.

L’oggetto del terrorismo che si dispiega non sono quindi gli Stati e gli interessi dei capitalismi (la cosiddetta “democrazia”), che invece sono quelli che lo hanno creato e lo alimentano, ma le popolazioni da tenere sottomesse, e in primo luogo la classe operaia: in Occidente con la minaccia costante di un “nemico esterno” che sarebbe comune a lavoratori e a padroni, in Oriente con il mito ipocrita e falso di un “antimperialismo” che ugualmente spinge tutte le classi a confidare nelle barbe dei preti e a piegarsi ai loro governi di polizia.

A fronte di questa politica borghese, la sola perseguibile dalla classe dominante, pacifismo e non violenza consegnano disarmati i lavoratori al nemico di classe. La storia inoltre insegna che tali movimenti si dissolvono in caso di guerra, abbracciando le false giustificazioni della propria borghesia: impugnare le armi e combattere il “nemico” per difendere e ripristinare la Pace!

I comunisti non ingannano i lavoratori e affermano che, senza movimento rivoluzionario, è impossibile mantenere la pace. La nostra consegna non è dunque quella di una irrealizzabile pace nel capitalismo ma quella della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. Alla politica borghese che schiera i lavoratori divisi sui fronti della guerra imperialista, la politica comunista contrappone la preparazione dello schieramento del proletariato sul suo fronte, in vista della sola alternativa alla guerra imperialista: la guerra di classe.

Compagni, proletari!

Lotta economica e lotta politica della classe lavoratrice sono distinte ma strettamente connesse.

La prima abbisogna del sindacato di classe, la seconda del partito che del proletariato incarna gli interessi storici. Partito e sindacato sono gli elementi soggettivi fondamentali affinché, sulle basi delle condizioni oggettive che il capitalismo va preparando, il proletariato risalga la china, riconquisti tutte le posizioni cedute in ottant’anni di controrivoluzione, e possa finalmente assurgere al livello dei suo reale compito e bisogno: il Comunismo.
 
 
 
 



26 Marzo
FUORI E CONTRO I SINDACATI DI REGIME
PER LA RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE

Compagni, lavoratori

La crisi economica che in tutto il mondo abbassa i salari, ingrandisce la massa dei disoccupati ed avvicina la guerra non è, come i falsi partiti operai e i sindacati di regime vogliono farvi credere, frutto di una particolare politica “di destra” o “neoliberista”. È esattamente il contrario. Le borghesie di ogni paese non hanno soluzioni contro la crisi per il semplice fatto che esse non esistono. Tutto ciò che i governi borghesi, di destra o sinistra, possono fare, è solo rinviare l’esplosione di questa crisi, e ciò è possibile solo scaricandone gli effetti sui lavoratori salariati. Ecco perché destra e sinistra si passano il testimone nel condurre questa politica chiamata neoliberismo, neologismo con cui si vuol far passare l’unica politica borghese possibile, non una linea politica di un particolare partito borghese.

Ciò avviene in tutto il mondo. Nel caso italiano lo dimostrano semplici esempi: la riduzione dei salari è figlia dell’accordo sulla politica dei redditi del luglio ’93 firmato da CGIL, CISL e UIL; la riforma delle pensioni non fatta dal governo Berlusconi fu attuata dai governi Dini e Prodi; la legge 30 è la coerente prosecuzione della legge Biagi; il governo di sinistra fu tanto guerrafondaio nel Kossovo quanto lo è oggi quello di destra in Iraq.

I lavoratori spontaneamente si oppongono contro questo attacco generalizzato alle loro condizioni di vita. Ma in questa lotta si ritrovano ad affrontare non solo le aziende, il governo, lo Stato, ma, come i tranvieri insegnano, anche i Sindacati Confederali. Ovunque i lavoratori riprendano a lottare in modo degno di questo nome, devono farlo fuori e contro CGIL e compari. Da ormai trent’anni la classe lavoratrice si trova in una situazione forse peggiore di quella in cui si troverebbe se non avesse un sindacato: essa è ingabbiata in un falso sindacato. Il suo compito è perciò duplice: svuotare e distruggere i sindacati di regime; ricostruire il sindacato di classe.

Lo sciopero di oggi rientra perfettamente, e non poteva essere altrimenti, nel semisecolare lavoro dei sindacati di regime diretto a demoralizzare e distruggere le vostre forze. Esso non è certo l’episodio di una più generale lotta, dato che tale lotta non è nemmeno lontanamente posta in essere: lunghissime sono le pause fra uno sciopero generale e l’altro. L’obiettivo è semplicemente quello di continuare ad illudervi sulla efficacia di questi sindacati, totalmente snaturati, per tenervi in essi ingabbiati. La Triplice vi chiama a scioperare “per il paese”, “per la patria”, secondo il principio borghese per cui vi sarebbero interessi comuni dei cittadini al di sopra delle classi e all’interno della nazione, e non interessi di classe inconciliabili al di sopra delle loro patrie. Vi si chiama allo sciopero, infine, contro il governo borghese “di destra” per il governo borghese “di sinistra”.

Compagni, proletari

Trent’anni di benessere e l’opera dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime hanno distrutto la solidarietà di classe e sradicato dai più di voi il sentimento di appartenenza ad essa. Oggi, sotto i colpi della crisi, col benessere vacillano quei partiti e quei sindacati. La classe lavoratrice riparte da zero, ma il vento storico torna a soffiare a suo favore e contro i suoi nemici. Il proletariato risalga la china, riconquisti tutte le posizioni cedute in ottant’anni di controrivoluzione e possa finalmente battersi per il suo reale compito e bisogno: il Comunismo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2


Disamina e bilancio dello sciopero dei tranvieri

(Continua dal numero scorso)

Lo sciopero del 15 dicembre segna evidentemente un progresso. L’esempio milanese è seguito in altre città. Ma il livello di combattività dei tranvieri è destinato a salire ancora. Quello del 15 è pur sempre uno sciopero proclamato dalla triplice e sfuggitole di mano. Invece i prossimi scioperi partiranno senza il bisogno di questa copertura, indicando la fiducia dei tranvieri nelle proprie forze e un passo in avanti nel processo di svuotamento dei sindacati di regime.

Data la durezza dello sciopero del 15, Triplice, FAISA, governo e aziende pensano bene di riaprire la trattativa. È il solito abusato trucco con cui sperano di illudere i lavoratori. In più, come sempre, temporeggiano contando di logorarne col tempo la combattività. Da decenni la CGIL va educando i lavoratori ad un codice di “corrette relazioni” coi padroni, sostenendo il dovere di interrompere gli scioperi nel momento in cui si aprano le trattative. Come se le aziende meritassero questa particolare cavalleria, quando invece tutti sanno quali trucchi e mezzi siano disposte ad utilizzare pur di fregare i lavoratori (un bell’esempio di questo sarà l’accordo locale milanese del 14 gennaio). Come se non fosse vero che proprio condurre le trattative sotto la pressione dello sciopero permetterebbe di strappare di più all’azienda. Ovviamente, è proprio per questo che per la CGIL non s’ha da fare. Ma i tranvieri, quando da ogni lato si sbraita che la lotta di classe è morta e sepolta, hanno cancellato questa regola da “fair play” imposta dai sindacati di regime fin dagli anni ’60. Prima che la trattativa giunga al termine ripartono gli scioperi.

Venerdì 19 danno il via, solitari, i tranvieri genovesi. Si sciopera dall’alba senza alcuna limitazione. Solo verso le 17 i mezzi cominciano ad uscire grazie al sabotaggio dei delegati confederali e del segretario regionale della FAISA, maggioritaria a Genova come a Brescia, i quali girano da una rimessa all’altra demoralizzando i lavoratori, in ognuna di esse facendo credere dell’uscita dei mezzi dagli altri depositi. Questo comportamento sarà denunciato apertamente da alcuni lavoratori nell’assemblea preparatoria del nuovo sciopero del 22, domenica notte.

Il 20 lo sciopero si allarga ancora. Milano mostra il vero significato della bassa adesione allo sciopero del 15. Dall’alba i lavoratori si riuniscono in assemblee spontanee ad oltranza. Verso le 11 in cinquecento formano un corteo con presidio davanti alla sede centrale dell’ATM. Il presidio blocca il traffico aggravando ulteriormente le condizioni della circolazione e mostrando bene come i lavoratori non siano affatto intimiditi dal terrorismo del fronte padronale che li accusa di metter in ginocchio la città, comprendendo anzi come proprio questa sia la loro forza. Il bello è che al corteo dei tranvieri si aggiunge quello di 1.400 lavoratori del commercio diretto a piazza Duomo. Basterebbe proprio poco ad unire le lotte al di sopra delle categorie, tanto è che avviene quasi per caso! Il corteo dei tranvieri si trasferisce poi alla Prefettura, aggravando ancora la paralisi del traffico. Allo sciopero dei dipendenti ATM si aggiunge quello spontaneo delle linee extraurbane.

A Brescia, vista l’esperienza del 15, celere e direzione aziendale si presentano davanti al deposito fin dalle 5 del mattino. Ma questo serve solo a ritardare lo sciopero che partirà comunque alle 13 estendendosi questa volta a tutta la provincia.

A Venezia i traghetti rientrano in deposito inscenando un corteo a suon di sirene lungo Canal Grande. A Bergamo lo sciopero, iniziato all’alba, prosegue nonostante il sopraggiungere della precettazione nominativa per circa 350 lavoratori. A Cagliari si giunge a precettare i lavoratori per la sola indizione, ad insaputa dei confederali, di un’assemblea ad inizio turno alle 3,30. A Varese il blocco ferma sia i trasporti urbani sia le principali aziende degli extraurbani. Circa duecento tranvieri formano un corteo che si reca fino alla Prefettura.

A Firenze picchetti presidiano i tre depositi fin dal mattino. Di fronte a quello più centrale, situato nella immediata periferia della città, viene messo un autobus di traverso la cui chiave di accensione viene spezzata nel cruscotto per impedirne la messa in moto. Solo due mezzi sfuggono al blocco partendo dal deposito prima che vengano organizzati i picchetti, ma possono circolare solo due ore perché i due crumiri non sono sostituiti dai colleghi. Nel pomeriggio arriva la precettazione e verso le 17 iniziano ad uscire i primi mezzi. Molti rispettano minuziosamente il codice della strada creando così ugualmente intoppi alla circolazione.

Lo sciopero “selvaggio” coinvolge Como, nonostante precettazione, Padova, Vicenza, Torino, Pavia, Savona, Imperia, La Spezia, Massa Carrara, Livorno, Pisa, Pistoia, Ancona, Cosenza. A Napoli lo sciopero inizia solo alle 16,30 ma ferma quattro distinte aziende: la Actp, che collega il capoluogo con i comuni della fascia a Nord e ad Est e con Caserta, la Anm, che copre il comune di Napoli e 18 comuni vicini, le funicolari e il servizio bus della Circumvesuviana. Alle 17 sta per cedere Firenze ma parte Roma dove il blocco si estende dai mezzi pubblici alle ferrovie regionale Roma-Viterbo, Roma-Pantano e Roma-Lido.

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Di fronte a tutto questo aziende, governo e sindacati di regime non possono più giocare sull’allungamento dei tempi. Così sabato sera CGIL-CISL-UIL-FAISA-UGL firmano un accordo per 81 euro di aumento e 970 euro di “una tantum”, a fronte dei 106 euro previsti dal contratto del 2000 ed ai conseguenti 3.000 euro di arretrati. Due giorni prima i sindacati avevano rigettato l’offerta di 80 euro, ora sotto la pressione degli scioperi in tutta Italia strappano ben un euro di più! Evidentemente l’offerta era stata rigettata solo per allungare i tempi sperando di stancare i lavoratori. Altrimenti di fronte a tanta combattività avrebbero dovuto, coerentemente col precedente rifiuto, richiedere ben di più.

La risposta all’accordo, subito definito “bidone”, è inequivocabile. Domenica 21 gli scioperi continuano, o nelle stesse città o in altre che prendono il testimone della lotta. Si sciopera a Milano, Brescia, Varese, Trento, Padova, Venezia, Torino, Bologna, Modena, Livorno, Firenze, Siena, parzialmente a Roma, Napoli, Reggio Calabria, Cagliari, Ragusa e certamente in molte altre città di cui non abbiamo rinvenuto notizie.

I sindacati firmatari corrono ai ripari. CGIL e FAISA iniziano a parlare di referendum. Quest’ultima organizzazione, inoltre, sfiducia il suo segretario nazionale, autore della firma dell’accordo.

L’accordo bidone è difeso dalla triplice in quanto ritenuto il massimo ottenibile mentre l’opinione dei lavoratori è evidentemente ben diversa. Ma certo è che senza tutta l’ondata di scioperi, che non dimentichiamo sono stati a chiare lettere condannati dalla triplice ed ostacolati se non sabotati dai sindacati firmatari, i tranvieri non avrebbero ottenuto nemmeno questo. CGIL, CISL e UIL hanno la faccia tosta di accollarsi il merito di quanto ottenuto, come se esso fosse il risultato del loro lavoro al tavolo delle trattative e non della lotta nei depositi.

Le bassezze sindacali non finiscono qui. L’altra e più importante giustificazione all’accordo era, a loro dire, la difesa della contrattazione nazionale. La mobilitazione spontanea, essendo, inevitabilmente, non omogenea e quindi più forte in alcune zone e più debole in altre, rischiava di favorire il progetto aziendale e statale di spezzare l’unità dei tranvieri attraverso la demolizione del contratto nazionale, favorendo il ricorso alle contrattazioni locali e dando il via libera alle gabbie salariali. Ciò è una minaccia reale. Ma che questa giustificazione altro non fosse che un’alibi per i sindacati lo dimostra il fatto che nei giorni seguenti la triplice inizia a siglare, uno dopo l’altro, una serie di accordi locali tendenti a compensare la differenza fra quanto chiesto dai tranvieri e quanto previsto dall’accordo. Ciò ovviamente è possibile solo in alcune città dove il bilancio aziendale e comunale lo permette. Quindi si dà una decisa spinta alla differenziazione salariale a seconda delle aree cosiddette ricche, dove di certo non sono i lavoratori ad esserlo, e quelle cosiddette depresse. Si va così difilato proprio verso le gabbie salariali. Inoltre, svuotando il contratto nazionale e riempiendo quelli locali, si marcia verso la sua eliminazione. Quindi il comportamento dei confederali va nel senso esattamente opposto a quello delle loro parole.

Lunedì 22 non si è ancora sopita la volontà di lotta dei tranvieri. A Padova si tenta il terzo giorno consecutivo di sciopero, ma alle 4 del mattino i primi lavoratori che si recano al deposito di via Rismondo per organizzare il picchetto trovano già pronte le forze dell’ordine che li hanno preceduti. Un gruppo di lavoratori tenta più volte di forzare il blocco, ma dopo due ore cede. Lo stesso accade a Milano, anche qui si tenta il terzo giorno consecutivo di sciopero, ma la polizia interviene al deposito di via Sarca e dopo due ore, insieme ai delegati confederali, riesce a convincere i lavoratori a cedere. Ma lo sciopero continua a Genova, nonostante la precettazione, Bologna, Varese ed altre città lombarde, Trento, Venezia, Rovereto, Siena, Cosenza, Reggio Calabria ed in Sardegna. I tranvieri di Venezia, Vicenza, Treviso, Conegliano, Padova e Rovereto formano un lunghissimo corteo che attraversa le calli veneziane fino al palazzo della Regione.

Con il 22 si chiudono ben tre giorni consecutivi di scioperi che segnano l’apice del movimento sotto l’aspetto della sua spontaneità. Ma le energie, sebbene se ne siano profuse in abbondanza sia sotto il profilo psicologico sia sotto quello del salario perso, non sono affatto esaurite.

Nel corso di questi giorni di sciopero i sindacati di base, dove erano presenti, hanno sostenuto i lavoratori nella lotta, evidenziando una natura opposta a quella dei sindacati di regime. Ciò sarà riconosciuto da molti lavoratori: a Milano lo Slai Cobas, che contava su circa 600 iscritti, riceve 200 nuove adesioni; a Venezia la RDB-CUB circa 100; a Genova, dove i sindacati di base, a differenza di quelle due città in cui si trovavano già ben radicati fra i tranvieri, erano praticamente inesistenti nella categoria, la RDB-CUB ottiene più di 100 adesioni.

Gli scioperi spontanei hanno l’effetto positivo di spingere la rissosa galassia del sindacalismo di base a sospendere la concorrenza fra le differenti sigle formando un Coordinamento Nazionale dei Sindacati di Base cui aderiscono SULT-TPL, SIN-COBAS, CUB-FLTU-RDB-TPL, SLAI-COBAS e Confederazione-COBAS-TPL. C’è voluta però la spinta dei lavoratori in lotta per addivenire a quello che deve considerarsi un comitato di sciopero. Da vedere se questo collegamento, di fatto inter-sindacale, reggerà nella fase di riflusso e come si evolverà mantenendosi fino all’ora della prossima battaglia.

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A partire dal 23 inizia, complici le ferie natalizie, una fase di tregua ma non di fine della lotta.

Già dal 22 i sindacati di regime iniziano il lavoro ai fianchi contro i tranvieri intavolando una dopo l’altra le trattative locali. A Venezia non c’è nemmeno bisogno della finzione dell’invito da parte dell’azienda o del Comune e sono loro stessi, insieme alla UGL, ad invitare i vertici dalla Actv all’apertura della contrattazione decentrata. A Bologna invece 400 lavoratori dell’Atc riuniti in assemblea respingono l’ipotesi di accordo locale e chiedono la riapertura della trattativa nazionale.

Mentre governo, aziende e sindacati di regime lavorano ai loro scopi, il Coordinamento Nazionale di Lotta degli Autoferrotranvieri il 3 gennaio si riunisce a Firenze in un’assemblea nazionale cui partecipano oltre cento delegati in rappresentanza di cinquanta aziende. Oltre ai delegati sono presenti anche lavoratori che si sono organizzati nel corso degli scioperi e che non appartengono ai sindacati di base, come nel caso dei tranvieri bresciani. L’inserimento nel coordinamento di energie estranee ai sindacati di base, ed anche di iscritti alla triplice, è coerente con il suo carattere di comitato di sciopero.

Dalla assemblea fiorentina scaturiscono 7 punti. Il primo è l’allargamento del Coordinamento di cui sopra.

Il secondo punto proclama lo sciopero nazionale di 24 ore per il 9 gennaio. Essendo il primo sciopero proclamato dal Coordinamento esso rappresenta l’immediata verifica del successo del lavoro intrapreso e delle sue possibilità di sviluppo. Le rivendicazioni sono quelle di 106 euro di aumento e 3.000 di arretrati.

Lo sciopero è proclamato nel rispetto della legge 146. Questa potrebbe apparire una contraddizione col comportamento assunto precedentemente, che aveva visto i sindacati di base solidarizzare con gli scioperi “selvaggi”. Si tratta invece, semplicemente, della coscienza delle forze attualmente disponibili, della scarsa esperienza e del grado di disorganizzazione del movimento. Necessità di oggi è rafforzare, se non ricreare, l’organizzazione dei lavoratori e ritessere la solidarietà fra le categorie. Azioni frutto dell’esasperazione di un momento non sono certo da condannare, ma possono ritardare quel necessario percorso obbligato. I sindacati di base denunciano il Codice di Autoregolamentazione, avallato dai confederali, ma per lottare contro di esso è necessaria una forza che al momento i tranvieri, ed in generale i lavoratori, non sono in grado di esprimere. Tanto più che proprio con lo sciopero del 9 il Coordinamento doveva misurare la capacità di mobilitazione della categoria. È quindi corretta l’indicazione di Piero Antonini, rappresentante nel Coordinamento della Fltu-CUB di Venezia: «Il nostro obiettivo (con lo sciopero del 9 gennaio, ndr) è quello di allargare il fronte, non di alzare il tono dello scontro».

Quel che è importante comprendere è che, se in determinate fasi la ribellione istintiva, la lotta “selvaggia” segna passi in avanti al movimento della classe lavoratrice, e tale fase era sicuramente per i tranvieri quella di dicembre, in altre può essere il suo limite. In linea generale lo sciopero, ovviamente se mira ad obiettivi di classe, più è ben preparato e disciplinato meglio è. La classe lavoratrice deve puntare a muoversi come un esercito, l’esercito dei lavoratori. Le mobilitazioni spontanee stanno su questa strada, ma ne costituiscono una tappa, non il punto di arrivo. Questa posizione distingue evidentemente noi comunisti da ogni tipo di “movimentisti”. Resta per certo che mai rimprovereremo ai lavoratori loro comportamenti “scorretti”, “incivili”, “selvaggi” nei confronti dell’azienda o di quei paraventi chiamati nazione, paese, città, cittadini, utenti, consumatori, società civile...

Il terzo punto uscito dall’assemblea riguarda la difesa dell’unicità del contratto nazionale, che può avvenire solo nel senso di riempire quello nazionale di rivendicazioni sostanziali, salariali e normative, comportamento opposto, come si è visto, a quello dei sindacati di regime.

Il quarto punto, particolarmente delicato, riguarda il referendum. Come detto CGIL e FAISA, in ritirata dopo la reazione alla firma dell’accordo, ricorrono a questa esca. Per rendere più attraente il boccone avvelenato, e sperando di farlo diventare una sorta di “obiettivo massimo” per il quale lottare, è messo in scena il solito teatrino in cui CGIL e FAISA fanno la parte dei “duri” mentre CISL e UIL quella dei “morbidi”. Ma a spingere i tranvieri verso la trappola del referendum collaborano anche Rifondazione, che per bocca di Bertinotti chiede ai sindacati confederali di procedere alla votazione, e la sinistra CGIL. Giampaolo Patta, della segreteria nazionale CGIL e all’interno di una delle correnti di opposizione interna chiamata “Cambiare Rotta”, afferma con tono perentorio, come se stesse portando avanti chissà quale posizione radicale: «Referendum subito. Se i lavoratori del trasporto locale dovessero bocciare l’accordo, CGIL, CISL e UIL dovranno togliere la firma e riaprire la trattativa». Fabrizio Solari, segretario della FILT CGIL, alla domanda del Manifesto del 10 gennaio su quale sbocco veda possibile a questo punto, risponde: «Far esprimere i lavoratori perché diano il giudizio finale».

In cosa si differenzia dunque l’opposizione interna alla CGIL dalla sua maggioranza in una fase cruciale della lotta? Esattamente in nulla. Si mostra così bene la sua funzione di riassorbire il dissenso dei lavoratori più combattivi evitando che escano da questo sindacato di regime e tendano alla formazione di un sindacato di classe. La FIOM, in mano alla sinistra CGIL, con i suoi segretari Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi dà ai tranvieri la stessa indicazione.

Il Coordinamento invece, nel quarto punto, prima giustamente affermava che gli scioperi del 21 e 22 dicembre erano già stati di per sé un esplicito referendum sull’accordo bidone. Poi però prosegue chiedendo che, proprio per questo, se referendum ci doveva essere, avrebbe dovuto svolgersi secondo le regole dello Statuto dei Lavoratori. Sebbene sicuramente queste siano assai più “corrette” di quelle poi seguite dalla triplice tuttavia, in principio, questa posizione è insufficiente.

Per quanto non si possa escludere in assoluto, tuttavia, in generale, il ricorso al voto per decidere le sorti di una lotta va rifiutato per motivi di principio. Non diciamo questo in forza delle nostre convinzioni, di comunisti, contro il meccanismo democratico, ma per motivazioni totalmente pratiche. Diciamo che far dipendere l’inizio di un movimento di sciopero dalla consultazione referendaria di tutti i lavoratori di un’azienda o di una categoria (ammesso che questa si possa mai fare) in pratica lo rende quasi impossibile. Non a caso uno dei regalini fatti dal governo Thatcher ai lavoratori inglesi (non revocato poi dai laburisti) è stato quello di proibire ogni sciopero cui mancasse la approvazione formale e registrata della maggioranza più uno dei lavoratori interessati, consultati per voto segreto e anche per lettera a casa.

Il meccanismo psicologico di un’azione operaia si svolge nel senso contrario: dal malumore diffuso si genera, come primo istinto, l’interruzione del lavoro, reazione collettiva e non individuale. Poi gli scioperanti, necessariamente solo gli scioperanti, si riuniscono in assemblea. In genere basta una minoranza, che ben conosce e sa “sentire” quello stato d’animo generale, per spingere la massa. Per questo serve il sindacato. Lo sciopero sarà sempre un’azione massimamente spontanea, la spontanea ribellione operaia è il motore di tutto, e il sindacato non può certo costringere i lavoratori a scioperare; ma gli organizzatori sindacali capiscono dello sciopero, delle sue forze e delle sue debolezze, e di quelle dei padroni, molto meglio della massa degli scioperanti. E sono i delegati sindacali che meglio possono prendere tutte le decisioni, specie se riuniti tra loro in assemblee territoriali e non aziendali. È anche da distinguere fra assemblee dei soli iscritti al sindacato ovvero di tutti i dipendenti.

Qui viene naturale fare una minima digressione: meglio ancora dei delegati sindacali, che necessariamente hanno una visione, appunto, soltanto sindacale della lotta di classe, vede, capisce e prevede il partito comunista, che è ancora “più vicino alla classe” del sindacato. Pratica, materiale ed evidente soluzione del paradosso è quando i più ascoltati delegati e dirigenti sindacali saranno comunisti!

Nella realtà, quindi, il voto delle assemblee operaie si riduce ad una funzione prevalentemente formale di conforto ad una decisione già nei fatti presa dalla massa, e di incoraggiamento. Delegare le gravi scelte alla maggioranza rappresenta una rinuncia, una abdicazione da parte dei dirigenti sindacali ai loro compiti. Il voto di un lavoratore che ha lottato con tanti sacrifici non ha lo stesso peso di quello di un crumiro. Se vi sono aree in cui, per condizioni oggettive come il numero e la concentrazione dei lavoratori o il maggiore costo della vita, i lavoratori hanno maturato un grado più elevato di coscienza e combattività, ve ne sono altre in cui, per condizioni opposte, i lavoratori non possono che essere a rimorchio. È giusto sacrificare sull’altare dell’ideale democratico tutta una lotta e i suoi esiti futuri, avendo le forze di iniziarla trascinando così gli incerti? Evidentemente no.

Da parte del Coordinamento sarebbe stato meglio quindi dare l’indicazione del boicottaggio del referendum, in specie quello, condotto e scrutinato dalle organizzazioni che avevano sabotato lo sciopero. Occorre revocare ad esse ogni delega e diritto e contrapporre al lavoro per l’organizzazione e la propaganda in vista del voto quello per la prosecuzione degli scioperi. Il Coordinamento ha voluto battere entrambe le vie, in contraddizione fra loro: referendum e indizione dello sciopero per il 9 gennaio.

In pratica però il problema non si è nemmeno posto visto che il referendum è stato organizzato, certamente di proposito, in modo più che mai confuso e disordinato. A Reggio Emilia e a Genova, dove il voto era aperto a tutti i lavoratori, l’accordo è stato rigettato. Nelle altre città l’andamento è avvolto nel mistero.

La consultazione a livello nazionale era riservata ai soli iscritti alla CGIL, e quindi, potremmo affermare, di nessun valore nemmeno “democratico”, visto il suo atteggiamento nella lotta. Da conteggi, non resi pubblici e quindi da nessuno controllabili, alla fine, come un fungo, spunta il risultato di un 71% di voti favorevoli all’accordo, corrispondenti a 13.691 voti su 120.000 tranvieri, essendo che sono 27.100 gli iscritti alla CGIL e 20.052 i votanti. Quindi questo referendum vale ben poco.

Il quinto punto del documento scaturito dall’assemblea di Firenze afferma la volontà di presentare una piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale scaduto il 31 dicembre 2003, fatto positivo che indica da parte del Coordinamento la volontà di esistere e lavorare al di là di questo ciclo di lotta.

Il sesto punto dichiara il proseguimento della mobilitazione anche oltre il 9 gennaio.
 

(Fine al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 3


ALGERIA, IERI E OGGI

10. CAPITALISMO A VISO SCOPERTO
(continua dal n. 301)

Terrorismo contro le masse povere
La dittatura dei creditori imperialisti e la spirale infernale del debito
Il governo militare
Guerra civile aperta
Terrorismo islamico e statale

(Continua al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 


NOTIZIARIO

Perù: scioperano i maestri

Nel maggio 2004 i maestri peruviani scioperavano per aumenti salariali. A loro si univano successivamente i lavoratori della sanità, dei trasporti, i contadini... Il governo di Alejandro Toledo decretava lo stato di emergenza, sollecitando anche la valida collaborazione del sindacalismo ufficiale. Ancora una volta è in evidenza il carattere mistificatorio della democrazia borghese, che prima o poi dovrà rivelarsi davanti alla crisi inesorabile del capitalismo anche nell’incretinito mondo ricco.

Si consolida in Serbia la Democrazia

Sembra che non sia proprio facile il «consolidamento della democrazia» in Serbia. Per tre volte consecutive in un anno la borghesia serba ha sperato che la maggioranza della popolazione (cioè la classe operaia) concedesse la sua fiducia ad alcuno dei candidati presidenziali. E per tre volte l’altissima astensione (nelle ultime è andato a votare solo il 38,8%) ha invalidato la suprema farsa. Nonostante il risultato delle ultime elezioni che, a seguito della insistente campagna per il voto da parte borghese, sembrava dare dei risultati (chiamiamoli così), il disinganno e la sfiducia di fronte alla democrazia sembrano essere il sentimento dominante. Finché si tratterà solo di un atteggiamento frutto di frustrazione individuale il sistema resterà in piedi. La pratica e la propaganda astensionista da parte del partito comunista è compito primordiale per passare dall’astensione individualista e disorganizzata alla mobilitazione combattiva per la rivoluzione e la società comunista del proletariato di Serbia e del resto del mondo.

Nel Caucaso instabilità permanente

Continuano le notizie dalla Cecenia sulla guerra feroce che, nel silenzio ufficiale, si combatte fra la Russia e gli indipendentisti ceceni (con le loro connessioni internazionali). Come nella Cina, con lo spudorato appoggio americano agli islamici dello Xinjiang, così nel Caucaso. Recentemente la politica USA ha segnato un importate successo in Georgia con la dimissioni forzate del presidente Shevarnadze e l’emergere dell’uomo made in USA, allevato ad uso e strumento degli interessi dell’imperialismo yankee. Non è arrischiato affermare che gli oleodotti, operativi o in progetto, stanno giocando un importante ruolo politico-militare tanto in Cecenia quanto in Georgia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 4



Gran Bretagna
Imbrogli anti-operai ed esplosioni di sciopero represse dai dirigenti sindacali

“Politica sindacale”

La scorsa estate la stampa riferì che diversi dirigenti sindacali avevano manifestato insofferenza nei confronti della politica del governo laburista, specialmente per il suo attacco alle condizioni di vita dei lavoratori. C’erano stata persino l’ipotesi che i capi dei sindacali, che contano quasi cinque milioni di iscritti nel pubblico impiego, tenessero una loro separata riunione per ridiscutere il loro rapporto con il Labour Party. Inoltre si diceva che uno di questi sindacati, l’Unison, avrebbe adottato un atteggiamento “francese” per gli scioperi nel settore pubblico, con un “quasi” sciopero generale, dimostrazioni ecc. All’incontro, proposto da Tony Woodley, segretario generale entrante del sindacato Transport & General Workers Union [TGWU], sono stati invitati tutti i dirigenti sindacali “interessati”, e non solo la “squadra dei coscritti”, come qualcuno chiama i “sinistrorsi”.

L’introduzione di Woodley ha traboccato di retorica nel rimpiangere quello che era il “Labour Party” rispetto al “Nuovo Labour”: Occorre riaffermare, ha detto, «i valori dei lavoratori e delle lavoratrici, i valori del socialismo». Cosa in realtà voglia dire con questo nessuno lo sa, ma quel che è certo è che Woodley, per esser riuscito a scalare tutti i gradini del sindacato, deve esser riuscito a ben dimostrare le sue capacità nel bloccare gli scioperi. Devono i sindacati interessarsi solo delle questioni relative al posto di lavoro e non della politica? Certo che no, dichiara Woodley: il TGWU «è stata impegnato i politica fin dalla sua fondazione e sempre sarà così». Si, e quella politica è sempre stata di destra e borghese fino al midollo. La lunga storia del TGWU è stata quello di chi ha spezzato lo sciopero dei portuali e di molte altre categorie. I padroni non hanno certo nulla da temere dalla politica del TGWU.

In quella conventicola sindacale si è discusso il rapporto con il Labour Party, non tanto con il Labour Party come organizzazione ma piuttosto con i suoi singoli parlamentari. Dapprima si è lamentato che alcuni deputati, sui quali si faceva affidamento, non avevano difeso gli interessi dei sindacati all’interno dei circoli parlamentari. Ma, infine, un tale “consiglio di guerra” non si è tenuto e si è continuato a concedere ad ogni sindacato di battere ciascuno la sua strada nei confronti del governo Blair e nel Congresso delle Trade Unions.

È stato chiaro che la direzione dei sindacati, dopo le chiacchiere sugli scioperi “alla francese”, non avrebbero nominato parlamentari non laburisti. Il sindacato General Municipal & Boilermakers ha proposto di ridurre di un terzo il numero di parlamentari di elezione sindacale, poiché questi non li hanno appoggiati. Fra questi ci sarebbe stato Peter Mandelson, l’architetto del New Labour. Aslef, del sindacato dei macchinisti delle ferrovie, alla conferenza del sindacato in giugno, aveva votato per l’appoggio alla rielezione di Ken Livingston a sindaco di Londra, opposto al candidato laburista ufficiale. Ma i ferrovieri avrebbero scoperto già nel corso dell’anno qual’erano le reali intenzioni di Livingston nei loro confronti.

Il sindacato Rail Maritime & Transport [RMT] invece prese la decisione di appoggiare l’elezione di candidati non laburisti, formalmente non affiliati al Labour Party. Il RMT ha lavorato a costituire un gruppo parlamentare separato, al di fuori del Labour Party: in Scozia appoggia lo Scottish Socialist Party, che ha un drappello di deputati al parlamento scozzese; in Inghilterra appoggia i Verdi, che riescono a farsi sentire nel parlamento europeo. Nel Galles aveva dato appoggio formale a John Marek, ma minacciava di revocarlo. Marek se ne stava da parte fuori del Labour Party per candidarsi all’assemblea gallese come John Marek Independent Party, forte dell’appoggio del RMT. Inglobando alcuni individui isolati, anarchici e socialisti separatisti gallesi finalmente si è potuto costituire il partito Forward Wales, “Avanti Galles”, sempre con l’appoggio del RMT.

Ma il contrasto fra sindacati e New Labour non si eleva al di sopra della sceneggiata. Il massimo si è raggiunto nella rissa, in corso, con John Prescott, vice Primo Ministro. L’elezione di Prescott fu appoggiata dal Sindacato Marinai, confluito nel Sindacato Ferrovieri a formare il RMT. Da allora però è montato l’attrito fra il RMT e Prescott, con quest’ultimo che proclamò di aver strappato la tessera del sindacato per l’atteggiamento di quello nei confronti del precedente governo laburista. A Prescott, come parlamentare del sindacato Marinai, era stato “graziosamente” concesso, per suo uso privato, l’uso di un appartamento a Londra. Ora, poiché è proprietà del RMT, questo lo vuole indietro. Sono seguite una serie di azioni in tribunale per cercare di sfrattarlo. Prescott, benché disponga di altre due residenze, non se ne vuole andare. Ha anche proposto l’appartamento di acquistarlo. Ma il RMT insiste che lo vuol cacciare...
 

(Continua al prossimo numero)