Partito Comunista Internazionale Indice - Numero precedente - Numero successivo
"Il Partito Comunista" n° 313 - luglio-settembre
2005 - [.pdf]
PAGINA 1 Nuova Orleans: Insipienza - Impotenza - Rapacità
Londra: La falsa lezione antiproletaria
Terrorismo borghese contro la classe operaia mondiale
PAGINA 2 – Proletari migranti nella morsa italo-libica
– La crisi dei contadini in Puglia
– Gran business dalla violenza negli stadi
PAGINA 3 Berlusconesco omicidio del morto, ovvero la riforma istituzionale in Italia (Fine al prossimo numero)
– Il pestifero regionalismo
PAGINA 4 – Sciopero ad oltranza contro i licenziamenti ad Heathrow
– Ancora un infortunio all’Ilva, Ma gli operai reagiscono

 
 
 
 
 
 

PAGINA 1


Nuova Orleans
Insipienza - Impotenza - Rapacità
 

Missi-sipi, nella lingua degli indiani algonchiani significa semplicemente Grande Fiume, e lungo le sue rive già prima della colonizzazione correvano le piste degli uomini e delle mandrie.

Nel Mississippi-Missouri, con i grandi affluenti, da destra dell’Arkansas e del Red River, da sinistra dell’Ohio-Tennesse, finiscono le precipitazioni su gran parte del continente, compreso fra le catene costiere. Non vi scarica il bacino idrografico dei Grandi Laghi ma un canale artificiale lo collega a Chicago. Lungo l’asta principale l’acqua impiega tre mesi a compiere il percorso dalla sorgente alla foce.

A Baton Rouge, a monte delle diramazioni del delta, 100 chilometri a nord di Nuova Orleans, la portata media del fiume è di 12.800 metri cubi al secondo e la massima più di 2,5 volte tanto. Ma il corso finale del fiume, che segue un ciclo millenario, connesso anche al variare del livello del mare, non è stato sempre quello di oggi. L’erosione delle rive prima le allarga in meandri, che poi vengono tagliati e abbandonati nella ricerca di una via più breve al mare.

La portata solida del “bruno fiume” si calcola in 0,2 chilogrammi al metro cubo, che fanno complessivamente 2,5 tonnellate al secondo. Alluvioni fluviali di terra molto fertile costituiscono un quarto della la moderna Louisiana. Questi sedimenti hanno conformato il delta e la linea di costa in un intricato paesaggio, continuamente mutevole, di secche, paludi, lagune, marcite. Il ramo principale del fiume, quello che attraversa la città di Nuova Orleans, prosegue poi su di una penisola, costituita sui suoi apporti, e trova la foce 160 chilometri a valle, dentro nel Golfo.

Come in tutti i delta fluviali, il peso dei nuovi apporti sugli strati dei più antichi di argilla e melma provoca, per compattazione e per subsidenza, cioè scorrimento laterale, un lento ma continuo abbassarsi del suolo. A questi fattori si aggiungono, con conseguenze minori, l’opera erosiva degli uragani, delle maree, l’innalzamento del livello del mare, le attività umane. Nell’attuale momento geologico il saldo fra apporto di materiale, meno abbassamento del suolo, meno erosione, è negativo, e si assiste ad un arretrarsi delle terre emerse, misurato nel periodo dal 1974 al 1980 in circa 430 ettari in media ogni anno, corrispondenti all’ 1,7% del territorio del delta.

Questo quadro, già fortemente instabile e dinamico, è stato ulteriormente complicato dalla colonizzazione umana.

Dopo l’alluvione del 1927, che aveva inondato 70.000 chilometri quadri del medio corso del Mississippi per un’altezza fino a 10 metri, col New Deal, successivo alla crisi del 1929, si progettarono una serie di opere idrauliche finalizzate, più che alla regolamentazione delle piene, a migliorare la navigabilità del fiume. Il problema sono le magre: per aumentare il pescaggio sono scavati canali ad evitare le rapide ed elevate 27 dighe nel corso superiore, a monte della confluenza con l’Ohio.

Queste opere, che proseguono fino alla metà del secolo scorso, hanno determinato un incremento della velocità dell’acqua, e quindi un temporaneo aumento dell’erosione e del trasporto solido (che si indica in 7 volte), e il prosciugamento, nei diversi Stati, di vaste lande golenali e terre basse di espansione idraulica, per il loro utilizzo agricolo o edilizio. A seguito di queste opere il rischio di esondazione del fiume non è quindi diminuito ma aumentato. Una grave alluvione si è avuta nel 1973, ma è quella del 1993, la “Grande Alluvione del Midwest”, la peggiore della storia moderna degli USA, con la tracimazione di 10.000 chilometri di argini e danni per 19 miliardi di dollari.

Su Nuova Orleans, ovviamente, si scaricano tutti gli effetti della cattiva gestione a monte del fiume.

La città fu fondata dai francesi, in quella posizione strategica, sebbene in un clima e luogo tanto avversi, nel 1718, quando ancora si costruiva secondo un qualcosa che possa chiamarsi urbanistica, cioè un rapporto organico fra uomo e territorio, che poi si riconosce come bello e come buono. Si scelse allora di collocarla sul rilievo più alto: direttamente sull’argine del grande fiume, sul lato esterno di una sua ansa, sicché, e fino all’inizio del ‘900, l’abitato crebbe disposto ad arco di cerchio, guardandosi dall’edificare più in basso, verso la laguna, il lago Pontchartrain, e il porto, che da lì distano 7 chilometri. Oggi è il “quartiere francese” quello che si è salvato dalle acque.

Nonostante l’ambiente insalubre (nel 1853 un’epidemia di febbre gialla ne uccise 10.000) la città crebbe con nuovi immigrati, liberi e schiavi, di tutte le lingue e le razze. Contava 100.000 abitanti nel 1830.

Ma quella sua conformazione urbana non poteva bastare ad accogliere le forze erompenti del giovane capitalismo. Col secolo scorso quello di Nuova Orleans diveniva uno dei maggiori porti del mondo, oggi è il quarto per movimento, e il territorio uno dei più concentrati poli industriali del Nordamerica. Presto inizia anche l’industria dell’estrazione e della raffinazione del petrolio.

Solo le leggi del profitto e della rendita possono spiegare perché si dovessero scegliere proprio quelle paludi per impiantarvi i grandi opifici e le abitazioni per gli operai. La popolazione è oggi (dobbiamo dire era) di 480.000 abitanti.

Allo scopo di edificare nelle paludi, nella seconda decade del 1900, viene steso un piano per prosciugare la depressione compresa fra l’argine del fiume e la laguna. Si dispone la costruzione di tutto un apparato di dighe lungo il lago e, lateralmente, dal lago agli argini del fiume, lo scavo di una rete di canali drenanti e l’impianto di un sistema di pompe, allora di nuova concezione, che, sempre in funzione, mantenessero la conca, per quanto possibile, all’asciutto. Altri sbarramenti, in gran numero, altezza ed estensione, si sono dovuti erigere lungo i vari canali e porti-canali che, collegando il fiume alla laguna, sono via per il trasporto fluviale e di servizio alle industrie e ai magazzini.

Quanto il prosciugamento meccanico sia poi risultato parziale lo dimostra il fatto che, per la superficialità della falda, le sepolture dei cimiteri debbano farsi non in terra ma in apposite edicole in elevazione.

Più acqua si tira via, più ne filtra da sotto l’argine e da sotto le dighe, più si accelera il fenomeno della subsidenza, più ancora se ne deve pompare. Attualmente, tranne che sopra gli argini del Mississippi, tutta la città è più bassa del livello medio annuo del fiume di circa 6 metri. È più bassa, però, in gran parte, anche del livello medio del mare e della laguna, con una depressione massima di 2,5 metri. Ma tutta la città è al di sotto del livello del mare al colmo della marea, con un dislivello massimo di 6 metri e medio di 3.

«Mi sono sempre affidata al buon cuore degli estranei», confessa la povera Blanche, scendendo da una casa del quartiere operaio di Nuova Orleans, appoggiata al braccio del dottore che la porta al ricovero. Il presentimento della catastrofe da sempre incombe sulla borghesia americana, e sulla sua men peggiore letteratura.

Ma le coste della Louisiana non sono insidiate solo dal fiume e dal mare ma anche dal cielo per gli uragani tropicali che le investono.

Di uragani della forza di Katrina, quello che il 29 agosto si è abbattuto su Nuova Orleans, se ne ricordano altri. Le statistiche storiche degli uragani, che sembrano distribuirsi secondo un ciclo trentennale, non autorizzano a dedurre alcun loro aumento, in numero o in forza. Il contrario oggi si sostiene, la cui causa si riconoscerebbe in un presunto cambiamento climatico, il quale dogmatico fenomeno celeste riempie la bocca di tutti gli ignoranti. Di evoluzioni di tale delicatezza, lentezza, complessità e durata siamo tutti ignoranti, tutti noi uomini del capitalismo, e principalmente i suoi specialisti. Non che, noi marxisti, lo possiamo escludere, che cioè il capitalismo giunga ad avvelenare tanto profondamente e diffusamente sfera e troposfera. Anzi, ne siamo certi. Siamo però altrettanto certi che esso non lo può sapere, né misurare, né, tantomeno, possa intervenire a volontariamente modificare le conseguenze planetarie del suo modo di produzione.

Il rimprovero al “governo Bush” per la mancata sottoscrizione dell’accordo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di CO2 è una scempiaggine del solito antiamericanismo, stavolta sotto spoglie ecologiste, col quale il comunismo non ha nulla a che fare. Il capitalismo invecchiando peggiora, e il peggiore in assoluto, in tutti i sensi, è quello che ci ritroviamo in Europa.

Il problema, come sempre, è in terra, e non in cielo. È evidente che ad accrescersi è la vulnerabilità sociale rispetto agli uragani. “Quello che cerchi è dentro di te”, risponde l’oracolo ad un Edipo che non vuol vedere, vero capovolgimento e affermazione della coscienza moderna dell’uomo.

Limitandoci agli Stati Uniti ma il caso è universale e di fronte a ogni tipo di catastrofe, che ben sono dette “innaturali” si osserva che la popolazione negli ultimi 25 anni è aumentata di 25 milioni nelle zone costiere, sulle quali si abbattono in media 3/4 uragani l’anno. La tipologia edilizia è, specialmente quella dove abitano le classi povere, la meno adatta a resistere ai cicloni, casette leggere con struttura e rivestimenti in legno e con coperture in pannelli facilmente asportabili per la depressione provocata dal vento.

Nel delta, la canalizzazione del Mississippi ha ridotto la dispersione laterale delle alluvioni, che alimentano di nutrienti vaste fasce di vegetazione palustre e di mangrovie costiere, sono sparite negli ultimi 75 anni. Le irregolarità della costa e la sua vegetazione possono assorbire energia e smorzare l’urto di un uragano, costituendo un respingente naturale che funziona meglio del cemento armato. Anche per questo si calcola che una diga sulla riva del mare deve essere alta il doppio, a parità di resistenza, di quando ne è arretrata di 8 chilometri.

Nel delta, inoltre, l’edificazione anarchica e l’incuria tipiche del capitalismo hanno distrutto la vegetazione d’alto fusto, in particolare i filari frangivento di cipressi.

Dal tempo della Guerra Civile, della onerosa, difficile e strategica manutenzione degli argini sul Mississippi si occupa il genio militare; quella delle dighe sul Pontchartrain e sui canali e delle stazioni di pompaggio è poi stata affidata in parte al governo cittadino in parte a quello dello Stato della Louisiana.

Ma tutto il sistema di sbarramenti è progettato per resistere ad una tempesta “media”, di “categoria 3”, con innalzamento del livello del mare di 3,5 metri più onde di circa un metro. Le pompe sono dimensionate per emungere 25 millimetri di pioggia l’ora, sono quindi già insufficienti per le forti piogge.

Tutto quello che è avvenuto, il “disastro innaturale” in senso stretto, era quindi previsto e descritto minuziosamente in denunce e testi vecchi di decenni. Per ultimo, nei giorni precedenti questo uragano, il servizio meteorologico nazionale aveva diffuso un bollettino di allarme che, per quanto riguarda le conseguenze sulla città di Nuova Orleans, prefigurava uno scenario esattamente corrispondente, anche quantitativamente, a quel che è poi successo.

Prima è passato l’uragano. Se poco potevano resistere le casette di quartieri poveri, ancora peggio hanno risposto le opere moderne: praticamente tutti i ponti e i monumentali viadotti autostradali hanno subito danni irreparabili. Il che dimostra che sono stati o mal dimensionati a resistere al “vento di progetto”, o mal costruiti. Il contemporaneo mito ed abusivo affidarsi al calcolo automatico delle strutture, con il computer, per “risparmiare tempo”, anche di opere semplici come spalle, pile e travate appoggiate, dimostra la sua pratica impotenza e “tradisce il ciarlatano”. Il capitalismo fallisce anche dove si dice esser più ferrato, far le somme, e anche la statica e la matematica gli si rivoltano contro. Abbiamo visto come sono esplosi gli infissi dei modernissimi alberghi, che hanno “sparato” al vento le vetrature e dietro la mobilia delle stanze. Anche la copertura dello Stadio è stata in parte asportata.

Poi, dopo che le raffiche dell’uragano si erano spostate verso l’interno, sono collassate le dighe. Poiché l’”occhio” del ciclone è passato ad oriente della città, questa è stata investita da forti venti meridionali, che hanno innalzato il livello del lago di 120 cm. Non tanto, quindi, da farlo tracimare sopra le dighe. Tre di queste hanno ceduto ugualmente, e per una larghezza di alcuni isolati. Non quelle rivolte al lago, dove poteva esservi un moto ondoso, ma quelle dei canali interni, comunicanti col lago. Non gli antichi argini di terra ma quelle di calcestruzzo armato costruite negli anni ‘60. Secondo il personale che ne cura la manutenzione, il cedimento di tutto il sistema delle dighe è stato appena evitato.

Rapidamente l’acqua del mare ha invaso l’80% dell’abitato, per un’altezza massima di 6 metri. Come previsto.

Per i tecnici idraulici si è trattato dapprima di turare le falle, poi aggottare l’acqua. Difficili e laboriose entrambe le operazioni. Scartata la possibilità di tamponare brecce tanto estese, si è deciso di ostruire l’accesso del mare ai due canali. Ma, non essendo predisposta da prima la ovvietà di paratie mobili o galleggianti da rimorchiare in sede, si è dovuto ripiegare sul lancio di materiale da elicotteri e da pontili. Per di più una chiatta era affondata all’imboccatura del canale industriale, impicciando le operazioni. Tutto il lavoro ha richiesto molto giorni.

Ancora il 6 settembre, delle 148 pompe della città ne funzionavano solo 3: poiché sono di vecchia costruzione e nessuna provvista era stata fatta di pezzi di ricambio, si è dovuto attendere che questi si costruissero ex novo.

Per concludere sulla “razionalità” del Capitale basti riferire che un progetto di rafforzamento delle dighe era stato avanzato dal genio militare, per una spesa prevista di 14 miliardi di dollari. Spesa che il Congresso decise di potersi “risparmiare”. Nei giorni scorsi, in tutta fretta, ne ha già stanziati 10,5 miliardi per aiuti immediati e altre centinaia si prevede ne occorreranno per la ricostruzione.

Che “logica” c’è in tutto questo? Che nelle “ricostruzioni”, oltre al profitto, corre la rendita fondiaria. Merita lasciar distruggere e poi ricostruire. E questo spiega la gestione “inefficace” degli aiuti alla parte più povera della popolazione, composta da proletari e dal vasto esercito industriale di riserva.

La città di Nuova Orleans, come tutte le zone industriali dell’occidente, da decenni è investita dalla crisi economica e molte fabbriche hanno chiuso; regge la pestifera industria del petrolio e i cosiddetti “servizi”, in particolare i traffici portuali e quella forma di alienazione che è il “turismo di massa”.

La crisi industriale ha ulteriormente peggiorato la insicurezza di vita della classe operaia. Della popolazione, composta per due terzi da negri, un quarto è censito come povero. Ma fra i minori di 18 anni la povertà sale al 40%. Anche il tasso di analfabetismo si aggira sul 40%.

Dopo che da molti giorni si sapeva dell’inevitabile minaccia che incombeva sulla città, nulla viene predisposto e solo la vigilia si invita la popolazione ad allontanarsi. Ma ben 57.000 nuclei familiari non dispongono di un’auto, un quarto circa degli abitanti. Tutti costoro sono stati abbandonati a se stessi, cioè non si è loro consentito di fuggire. Non vi sono autobus, non vi sono treni, nessuno sa dove andare. Solo una minima parte di essi, circa 10.000, si rifugiano nello stadio cittadino. È detto loro di “portarsi i viveri da casa”.

Benché lo stadio coperto sia nella parte meno depressa della città e non lontano dall’argine del Mississippi, rimasto sempre all’asciutto, i rifugiati sono tenuti qui prigionieri per molti giorni e molte notti in uno scenario infernale, senza sussistenze, senza acqua, senza gabinetti, senza illuminazione, nell’afa torrida dell’estate.

Lo Stato interviene sì, inviando esercito e guardia nazionale, “con il colpo in canna ed ordine di sparare a vista”. Giustamente: per il capitalismo ogni emergenza è una emergenza sociale, e non sono certo i disastri a sospendere la guerra fra le classi. Si vedono militari armati che pattugliano quella disperazione e distruzione, preoccupati a dar la caccia, in quella emergenza, a qualche “saccheggiatore”. La baghdadizzazione di Nuova Orleans.

Dopo tre giorni si annuncia che “la guardia nazionale ha ripreso il controllo della città”. La borghesia tira un sospiro di sollievo. I soccorsi non sono ancora iniziati. Cominciano con il trasferimento degli ospiti degli alberghi, gli altri tenuti a bada con la minaccia dei fucili.

Passata una settimana, si è decisa la deportazione forzata di tutti quei disgraziati, quelli sopravvissuti, nel, comodissimo, stadio coperto di Huston, a 500 chilometri di distanza. Intanto militari armati passano di casa in casa a censire i morti e a far sloggiare i vivi.

Non abbiamo fonti riservate, ma pare evidente che dietro ci sia un bel piano di “ricostruzione” della città. I poveracci non ci torneranno mai più e nei quartieri sul lago si costruirà una bella cortina di grattacieli, come in tutte le Napoli e Honolulu del Mondo. Stavolta, sarà la geologia a vendicarli, inghiottendo, piano piano, nella melma, tutta quella schifezza edilizia.

È stato quindi “tutto un piano studiato per tempo”? Precisiamo: le classi dominanti né possonovogliono prevedere ed affrontare le emergenze. Sicuramente non vogliono alleviarne le conseguenza sul proletariato. Questa loro impotenza senile, vile e sconcia, in nulla diminuisce la loro insaziabile rapacità. Non “il governo Bush”, non “la borghesia americana”, ma la classe internazionale degli schiavisti.

Anche se non neghiamo retaggi antichi particolari e odiose sopraffazioni nei tanti “profondi Sud” del Mondo, il capitalismo, come modo di produzione fondato sull’oppressione di classe, in nessun luogo mai si emanciperà dallo schiavismo.

La miseria è ovunque, oggettivamente, crescente. Sempre più difficile è alla borghesia tenere in vita i suoi schiavi salariati, i quali, per altro, sono la sola sua fonte di sostentamento.

Ma non sarà un disastro naturale né un disastro sociale a minacciare il dominio della classe borghese. Per quello ci vuole il suo disastro politico, l’intervento rivoluzionario cosciente della classe operaia.
 
 
 
 
 
 


Londra
La falsa lezione antiproletaria
 

Nella prima mattina del 7 luglio l’esplosione di tre bombe nella metropolitana ed una in un autobus segna l’ultima incursione del terrorismo. Sabato il numero delle vittime accertate aveva raggiunto 49, ma altre erano ancora prigioniere nei rottami. Il luogo prescelto per questi attacchi fa sì che i colpiti siano di tutte le razze e nazionalità, ma, come a Madrid l’anno passato, per la maggior parte appartengono alla classe dei proletari, orribilmente dilaniati mentre nell’ora di punta affollano i treni per affrettarsi al lavoro.
Le doti di abnegazione che il proletariato dimostra all’immediato dopo questi eventi sono, come sempre, istintive e impressionanti. Ma questa naturale generosità di classe si cerca di stravolgerla nel senso della solidarietà nazionale, per attizzare la psicologia di guerra e costituire un diversivo alla lotta di classe: subito siamo stati informati che le bombe erano state messe da terroristi stranieri; e non c’è voluto molto perché arrivasse, puntuale, la ritorsione razzista contro dei musulmani; e perfino contro dei Sikh, per il solo fatto di avere la pelle scura.
E le istituzioni della borghesia inglese ora possono mostrare le immagini dei corpi disfatti e dei parenti in lutto, per atteggiarsi a difensori della comunità nazionale, a guardiani dei cosiddetti valori occidentali contro tutti quegli arretrati e barbari stranieri che non sanno nulla della libertà e della democrazia e che devono essere istruiti a tali valori.
Questa la lezione che la borghesia inglese, socio di minoranza dell’imperialismo americano, impartisce ai proletari iracheni. Laggiù questi pagano con un centomila morti la liberazione dalla sua precedente dittatura; anche se era una dittatura messa sù proprio dai suoi liberatori!
Ma, anche se queste azioni esprimessero la volontà di vendicare in qualche modo quell’invasione imperialista, evidentemente non si porrebbero affatto sul terreno di classe, ma piuttosto si dimostrerebbero quinte colonne dei questo o di quello interesse mediorientale. Di preciso quale non è ancora chiaro, se mai lo sarà, ma certamente nessuno "progressista".
Tutte le guerre dell’imperialismo sono contro la classe operaia. Si manifestino in attacchi terroristici in piccolo di gruppi clandestini, per vie traverse legati ad un qualche interesse statale, o in terrorismo statale ufficiale in grande, come quello che oggi attacca l’Iraq, le guerre del Capitale solo lasciano proletari morti e morenti sul campo di battaglia e interdetti nella loro organizzazione e coscienza.
Il capitalismo volge nel suo ciclo di decadenza senile. È un sistema incapace di risolvere alcuno dei problemi che esso stesso suscita, e può solo perpetuare se stesso con una incessante serie di grandi e piccole guerre, il cui primo scopo è la distruzione. Solo tramite la distruzione le diverse frazioni capitaliste possono farsi spazio per sé e per le loro merci in un mercato mondiale sempre più congestionato.
In pace e in guerra – e quando le due fasi divengono gradualmente sempre più indistinguibili, come confermano queste bombe londinesi – il proletariato deve cercare di preservare la sua identità di classe per sé; una classe internazionale con un Mondo intero da conquistare.
Se noi oggi condanniamo le azioni del terrorismo a Londra, che hanno così crudelmente e follemente cancellato tante vite della nostra classe, e se condividiamo il lutto insanabile degli amici e dei parenti, ciò non toglie che nello stesso tempo denunciamo la complicità degli Stati imperialisti, che solo ipocritamente, di fronte a questi attacchi, si atteggiano a difensori dell’incolumità dei lavoratori.
In realtà, chiunque sia mandato a mettere materialmente le bombe, ad avvantaggiarsi è la classe dominante che ottiene il suo principale scopo: indebolire la minaccia costituita – sempre – dalla classe dei lavoratori, che si cerca così di dividere secondo i confini di razza e di religione e di sottometterla col terrore al militarismo imperialista.
 
 
 
 
 
 


Terrorismo borghese contro la classe operaia mondiale
 

- La favola di una rete internazionale del terrore, con azione ed obiettivi politici autonomi, serve principalmente a distogliere il proletariato dai suoi problemi di classe, ad intimorirlo con una psicologia di guerra per spingerlo ad accettare le attuali imprese guerresche degli Stati e, domani, la futura guerra imperialista mondiale, nascosta sotto le bandiere del patriottismo di nazione, di razza e di religione. Non a caso vittime degli attentati sono prevalentemente non i rappresentanti e le strutture armate degli Stati borghesi ma proletari comuni, indistintamente di ogni nazionalità e cultura.

- Al contrario di ciò che si vuol far credere, le organizzazioni terroristiche sono pedine in mano agli Stati borghesi, i quali, oltre ad aggredire la classe operaia, si fanno la guerra con ogni mezzo. Gli esecutori saranno pure gruppi di fanatici, ma i mandanti si trovano nelle cancellerie delle potenze statali di tutto il mondo.

- La “folle intransigenza” religiosa degli estremisti islamici è un’altra colorita fantasima per ingannare sia i proletari occidentali sia quelli dei paesi musulmani. Tutti sanno come queste organizzazioni facciano capo a potenti oligarchie del capitale finanziario. Ieri, in Afghanistan, erano alleate agli USA contro la Russia, falsamente comunista; oggi sicuramente sono al servizio di tutti gli imperialismi, in un mutevole gioco di alleanze in una guerra permanente. Nei paesi arabi la “rivoluzione islamica” è solo una bieca ideologia che non nasconde nient’altro che reazione: anche lì le finalità sono quelle classiche, antioperaie, di ogni borghesia.

- Se la guerra oggi prende la forma terroristica è principalmente in ragione della netta supremazia militare di Washington su ogni altro imperialismo. Ciò non esclude il ricorso degli USA ai metodi dei suoi avversari, mentre è certo, dopo un adeguato riarmo, il futuro passaggio alla guerra aperta fra gli imperialismi. Tutti gli Stati borghesi sono da sempre stragisti e guerrafondai.

- La formula “guerra al terrorismo” è dunque priva di senso. È impossibile far guerra a quella che è solo una tecnica di guerra. Il terrorismo è la forma che oggi assume la guerra che sorge inevitabilmente dal seno della società capitalistica, dalla sua crisi economica; ed è la sua sola via di salvezza. La sola “guerra al terrorismo” possibile sarebbe quella contro il capitalismo: la rivoluzione comunista. Chi accetta il capitalismo, deve accettare la sua guerra e il suo terrorismo.

- Perché mai uno Stato capitalista dovrebbe impedire il massacro di ordinari lavoratori? La storia attesta il contrario: anche in Italia furono organi dello Stato a mettere in atto la “strategia della tensione”. Per altro, ad ogni attentato i governi hanno l’occasione per rafforzare, mantenendo la facciata democratica, leggi e misure “antiterroriste” che useranno contro i lavoratori in sciopero e i comunisti. Come in guerra, i proletari sono indotti ad accettare il rafforzamento del proprio Stato nell’illusione di proteggersi da altre stragi, garantendo invece così miglior salute al proprio carnefice.

- Il mondo borghese finge di spiegare la guerra con la follia di individui: ieri dei nazisti, oggi, vuoi dei fondamentalisti islamici, vuoi di alcuni guerrafondai intorno alla famiglia Bush. Non vuole confessare che la guerra non sorge da fattori culturali, ma economici: dal modo di produzione capitalistico. La confessione gli potrà essere strappata solo con la forza dal proletariato. Sta ad esso organizzarsi internazionalmente, a livello sindacale e politico, per volgere la guerra fra Stati che dai bombardamenti, convenzionali ed atomici, sulle città della Seconda Guerra, è sempre terroristica verso i lavoratori nella rivoluzione internazionale di classe.
 
 
 
 
 
 
 
 

PAGINA 2


Proletari migranti nella morsa italo-libica
 

Sembra che siano circa in 15.000 in Libia i migranti africani pronti a salpare dal continente nero per le coste siciliane. Un numero di clandestini imponente che troverebbe, se arrivato a destinazione, il trattamento che la feroce borghesia italiana riserva loro: prigionia nei campi di concentramento, identificazione, e poi lavoro da schiavi o espulsione.

Se l’italico ministero degli interni finge di allarmarsi di queste stime, la borghesia libica invece, degna discepola dei suoi ex-colonizzatori in atti di ferocia contro chi lavora, sfrutta la massa dei diseredati che riescono a raggiungere il suo territorio per riaprire le trattative con Roma.

Lo Stato italiano aveva comprato nel 2004 per 15 milioni di euro la complicità dello Stato libico nel contrastare le emigrazioni illegali verso le sue coste, impegnandosi a fornire gli strumenti utili per lo scopo: sono stati già consegnati 80 fuoristrada, 5 gommoni, generatori foto-elettrici, apparati radio, ecc. Ma adesso Tripoli chiede di più: la costruzione di un autostrada litoranea di 1.800 chilometri, costosissima, che Gheddafi asserisce aver avuto promessa nel pacchetto di aiuti dal premier Berlusconi, cosa che da Roma però smentiscono.

Per dare forza alla richiesta, la Libia non solo ha allentato la vigilanza sulle partenze dei clandestini, ma ha richiamato il suo ambasciatore a Roma, sta negando i visti di ingresso agli italiani ex-residenti e, più che altro, sta mettendo in discussione gli appalti petroliferi dell’Eni. La lobby petrolifera in Italia è molto potente e ne condiziona la politica estera: ultimamente è stato confermato quanto era prevedibile, che cioè ha imposto la presenza militare a Nassyria, località strategica per via dei giacimenti di idrocarburi. Pare che la base di militari italiani sia proprio di fronte alla sede locale dell’ENI! Ma anche la stampa di “sinistra” italiana (sul “Manifesto” del 1 giugno, con argomentazioni tipiche da “Sole 24 Ore”) sponsorizza il facimento della grande autostrada.

Sotto i cinici giochi affaristici rimane il dramma degli emigranti, mercanzia umana che arricchisce tutte le camorre del capitale, nazionale e internazionali, legali e illegali, schiacciati nella morsa fra gli Stati borghesi e dimenticati o manipolati dagli stessi falsi amici dei partiti e sindacati “operai” delle metropoli.

Il governo di Tripoli, su istruzione italiana, ha aperto suoi Centri di Permanenza Temporanea nel deserto del Sahara, come ad Al Gratun dove, secondo alcune fonti, sono in 106 ad esser morti da settembre a marzo.

Sul versante italiano, in campo sindacale vige il solito silenzio e la solita complicità con i macellai borghesi e il proletariato, privo di ogni sua organizzazione, è nell’impossibilità di esprimere la indispensabile – per tutti – solidarietà di classe.
 
 
 
 
 
 
 
 


La crisi dei contadini in Puglia
 

Nelle ultime stagioni le proteste degli agricoltori pugliesi sono state un appuntamento regolare. Lamentano crisi di mercato, concorrenza straniera, penalizzanti politiche agricole. Non c’è coltura che non sia interessata dalle proteste: le viti, gli ulivi, il frumento, il pomodoro, il tabacco, la barbabietola, i fiori... I coltivatori si dicono vittime della “speculazione” degli esosi intermediari e, all’acme della vertenza con le industrie di trasformazione e con le cantine sociali, occupano le strade e distruggono i prodotti gettandoli nei fiumi o maciullandoli sotto i cingoli dei trattori. Cercano di impressionare l’opinione pubblica nella speranza di smuovere i politici per ricevere provvidenze dallo Stato e dalla Regione.

A fine agosto in Capitanata i produttori di pomodoro chiedevano protezionismo contro le importazioni dalla Cina e i viticultori hanno poi occupato strade e ferrovie per contestare i bassi prezzi di vendita alle cantine sociali. È a questo blocco stradale che si ha un morto investito.

A Cerignola, nella notte del 30 agosto, viene devastata la sede della Cgil.

Ne è seguito un blitz notturno della polizia in autostrada e il caos più totale sulle vie, con impiego della protezione civile per l’assistenza a 5.000 viaggiatori ferroviari e in autostrada.

Con la mediazione di governo e regione si arriva ad un accordo: pagati 15,50 Euro per quintale di uva da vino a 16 gradi di zucchero, per ogni grado di zucchero superiore prevista maggiorazione di 1 Euro, 1,50 per il trasporto a carico del governo, 500.000 q di uva da tavola ritirata dall’Agea per farne succo d’uva, distillazione di crisi, contributo di 3.000 Euro per proprietario ad integrazione del suo reddito. Le cantine sociali offrivano 10 Euro. Per il pomodoro importato dalla Cina il ministero proponeva il rilascio di autorizzazione dopo un parere tecnico-economico del Mipaf.

Negli ultimi tempi la vita delle aziende agricole si è fatta più difficile in quanto le politiche comunitarie di sovvenzione al settore primario sono state ridimensionate e quindi il mercato, già allegramente assistito e viziato dall’intervento pubblico, adesso appare esposto alla concorrenza globale: spagnoli e greci, nord-africani se non cinesi arrivano sui mercati con prezzi più bassi. Per i pugliesi non c’è scampo. Tra l’estate 2004 e quella 2005, per esempio, sono arrivati in Italia 23 milioni di quintali di concentrato di pomodoro, per 9/10 cinese. In un anno, per l’uva da vino, i prezzi sono crollati dai 40 ai 10 Euro al quintale, perché le cantine sociali evidentemente comprano in Turchia, Grecia e Spagna.

La chiamano “globalizzazione” ma è il capitalismo che si internazionalizza e manda in rovina le mezze classi.

I ricorrenti eventi calamitosi di “stagioni impazzite” sono benvenuti, perché portano prebende statali sicure di fronte ai rischi commerciali legati ai super-raccolti e alla difficile collocazione delle merci.

Un grande errore che gli specialisti rimproverano ai campagnoli apuli è di far permanere le aziende a livello piccolo, senza cercare la via dei consorzi, come invece sarebbe stato fatto in altre regioni italiane, come l’Emilia Romagna. In un’intervista alle pagine locali del “Corriere della Sera” del 30 agosto, il segretario regionale della Cgil sostiene che per «gli aiuti alle produzioni, su cui gli agricoltori pugliesi si sono adagiati per anni, mentre i mercati cambiavano, così come per le politiche comunitarie, passate dal sostegno alla produzione a quello della competitività delle imprese agricole grazie al sostegno del reddito, gli agricoltori pugliesi sono rimasti immobili. E adesso la soluzione non è chiedere nuovi sussidi, ma sostenere l’aggregazione tra produttori, incentivare la trasformazione dei prodotti, trovare accordi con la grande distribuzione».

Ma chi sono socialmente questi agricoltori che protestano e non si consorziano? Per la stampa borghese si tratta in maggioranza di una figura di coltivatore viticolo «un po’ bracciante sui campi degli altri e un po’ piccolissimo proprietario di terra (...) gente che ha in media 8-9 ettari da far fruttare, ad Andria, Barletta, Canosa, Cerignola». Il tipico “contadino povero”, dall’incerto atteggiamento rivendicativo: fanno i borghesi quando chiedono più soldi alle cantine per vendere la loro uva, fanno i proletari quando chiedono il pagamento del sussidio di disoccupazione come braccianti.

Sono troppo piccoli a livello finanziario, per concorrere sui mercati con la “qualità”, per investire, come indicano dalle università i docenti di agraria, in sperimentazioni sui carciofi, grano o le colture da biomassa per fini energetici. In Salento sono stati capaci di convertire la coltura del tabacco, orami azzerata in Italia dalla riorganizzazione agricola europea, con quella delle piante medicinali (coltivano fiori di camomilla, valeriana, passiflora...), mentre in Capitanata i bieticoltori resistono nella partita contro l’UE che vuol ridimensionare l’Italia saccarifera.

È una mezza classe che, di fronte all’irrompere dell’internazionalizzazione dell’offerta agricola, non può che essere influenzata dalle due classi sociali compiutamente moderne. Assente oggi il proletariato, è chiaro che la borghesia la usa strumentalmente per i suoi affari.

Mentre il proletariato non sembra intervenire con le sue lotte, a margine di questi fatti si è avuta la devastazione della sede della CGIL di Cerignola, segnatamente gli uffici della federazione bracciantile. I nipotini ex-stalinisti di Di Vittorio individuano l’origine dell’atto vandalico nello stato di agitazione generale nella zona, che sarebbe stato occasione a dei malavitosi per fare una ritorsione contro il sindacato, che negò loro false attestazioni di disoccupazione agricola. Viva la legalità! Ma un vero sindacato non si sarebbe ridotto a compiti di statale Ufficio del Lavoro, a cui oggi fatalmente è richiamato e risucchiato in periferia, dove il contatto con la base spesso si risolve in forme di patronato, il c.a.f. ecc.

In tal senso è sintomatico un contemporaneo episodio. Durante la stagione del pomodoro calò a Foggia l’ambasciatore polacco al fine di chiedere al prefetto un trattamento meno disumano per i braccianti suoi concittadini, colà ultrasfruttati dal caporalato. La difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti, italici o immigrati, completamente mancata dai sindacati è avocata, per pietà, dai diplomatici, che ne fanno non una questione di classe, ovviamente, ma di rispetto nazionale!

I proletari invece devono ripercorrere la via della riorganizzazione di classe, in modo autonomo, assieme locali ed immigrati, senza aspettarsi aiuti dai connazionali borghesi e opportunisti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Gran business dalla violenza negli stadi
 

In un’Italia in recessione economica, si “capitalizza” perfino la “violenza negli stadi”. Alla “guerriglia” delle “tifoserie” si risponde con la “Tecnologia”.

Il tutto appare davvero un grande affare per le aziende che operano nel mercato dei sistemi per il controllo degli accessi e delle biglietterie informatizzate. L’investimento sarebbe colossale: tutti gli impianti di capienza maggiore ai 10.000 spettatori diventeranno un cantiere per l’installazione di dispositivi di controllo attraverso la registrazione del biglietto nominativo numerato, l’accesso allo stadio tramite “tornello” a tutt’altezza (uno ogni 750 spettatori), videocamere a circuito chiuso, barriere a scomparsa, degli steward (leggi vigilanti, o gorilla, o buttafuori, 1 ogni 250 spettatori) operanti per conto delle società sportive, ingresso e parcheggi auto riservati ai tifosi delle squadre in trasferta, eccetera.

In uno stadio da 80.000 spettatori, come l’Olimpico di Roma o San Siro a Milano, si dovrà ingaggiare un battaglione di 320 steward, da assumere sicuramente in maniera atipica, e installare più di cento “tornelli”; in tutt’Italia, per dotare il centinaio di impianti sportivi soggetti alla legge, se ne dovranno piantare un migliaio, e il valore di uno di questi aggeggi è di 6.000 Euro. Occorrerà poi aggiornare o sostituire i programmi per le biglietterie. Poi c’è l’impianto di sorveglianza a video all’interno ed all’esterno, immediate vicinanze, stazioni ferroviarie...

I circenses costano, ma lo Stato borghese sa che bisogna inebetire le masse proletarie con spettacoli di ogni tipo, fra i quali spettacoli ci sono le intemperanze del sottoproletariato nelle curve degli stadi. L’industria dello sport, oltre ad essere fonte di profitto, è da sempre chiamata a svolgere la funzione di valvola di sfogo e controllo delle tensioni sociali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Berlusconesco omicidio del morto
ovvero la riforma istituzionale in Italia
 
“Le eroiche pazzie, li eroici umori
Le traditore imprese, il ladro vanto,
Le menzogne de l’armi e de gli amori,
Di che il mondo coglion si inebria tanto,
I plebei gesti e i bestiali onori
De’ tempi antichi ad alta voce canto,
Canto di Carlo e d’ogni paladino
Le gran coglionerie di cremisino”

(da Orlandino del Divino Messer Pietro Aretino).

Il 6 aprile scorso, dopo che il giorno 23 marzo era stato approvato al Senato, è nuovamente tornato alla Camera il Disegno di Legge che contiene modifiche alla seconda parte della Costituzione. Questo progetto, presentato dall’attuale Governo, era stato approvato per la prima volta, al Senato, il 25 marzo 2004. Trasmesso successivamente alla Camera, veniva approvato, con modifiche, il 15 ottobre. Dalla Camera, con il nuovo testo, tornava al Senato il giorno 18 dello stesso mese.

Tanto per farsi un’idea del dispendio di inutili chiacchiere, ricordiamo che per la prima approvazione – secondo quanto ha affermato il Presidente del Senato, Marcello Pera – erano stati impiegati oltre due mesi con 35 sedute, 113 ore di dibattito, 638 interventi, 2.031 emendamenti, 1.123 votazioni. Tutto tempo perso. Tempo perso perché il testo che successivamente passò alla Camera il 15 ottobre 2004 conteneva delle modifiche e quindi il primo passaggio veniva automaticamente annullato. E quanto tempo durerà ancora questo palleggiamento nessuno può prevederlo. È chiaro che il teatrino sarà il più possibile tirato per le lunghe allo scopo di continuare il martellamento rincoglionitorio sui crani del suddito gregge democratico.

L’art. 138 della Costituzione, stabilisce che le Leggi di revisione della Carta costituzionale debbano passare sotto le forche caudine dell’approvazione da parte delle due Camere, per due volte consecutive, ad intervallo non minore di tre mesi, e che nella seconda votazione siano approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. La cosa non finisce qui perché è sufficiente la richiesta di un quinto dei membri di una delle due Camere, o di cinquecentomila elettori, o di cinque consigli regionali per sottoporre la Legge stessa a Referendum popolare. Il Referendum potrebbe essere evitato qualora l’approvazione venisse fatta, da ciascuna delle due Camere, a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, cosa del tutto impossibile stante l’attuale regolamento elettorale. Quindi le preoccupazioni di “colpo di Stato” paventate dallo schieramento del centro-sinistra sono del tutto inconsistenti.

Per l’approvazione del Disegno di Legge al Senato, con 162 voti favorevoli, la “Casa delle Libertà” aveva mobilitato al completo i suoi senatori e non vi sono state defezioni. Eppure, già il giorno successivo, sui maggiori quotidiani si leggeva che la maggioranza era spaccata, che diversi gruppi politici del centro-destra avevano espresso le loro riserve o aperto dissenso nei confronti della revisione costituzionale così come imposta dal Premier e dall’alleato Bossi. Infatti nemmeno un mese dopo è avvenuta la crisi di Governo, con modalità e rimpasti tipici di quella “Prima Repubblica” che tutti dichiarano definitivamente morta e sepolta. Accertata quindi la reale esistenza di una spaccatura all’interno della coalizione di Governo, ne deriva che il centro-sinistra non solo non è riuscito ad infrangere la compagine avversaria, quantunque instabile, non solo non ha fatto nessun tentativo per portare dalla sua parte i dissidenti, ma, seguendo la sua prassi tradizionale, ha garantito a Silvio Berlusconi l’approvazione del Disegno di Legge.

Durante gli show televisivi, specialmente dai banchi dell’opposizione non sono mancate sceneggiate e folclore: il democratico spettatore ha assistito a dibattiti infuocati, a citazioni erudite, a reminiscenze del glorioso passato antifascista, ha visto sventolare bandiere tricolore ed innalzare cartelli inneggianti alla libertà ed alla democrazia. Gavino Angius, a nome dell’Ulivo, ha definito il disegno di Legge «un danno per l’Italia (...) un oltraggio (che) avrebbe conseguenze devastanti (...) per la democrazia italiana e per il futuro del paese».

Però, a parte le infuocate dichiarazioni, quando si è trattato di votare i signori del centro-sinistra, fedeli alla loro tradizionale politica di appoggio esterno ai Governi, hanno garantito a Silvio Berlusconi l’approvazione del Disegno di Legge, camuffando da sdegnoso rifiuto la complicità di fatto con l’abbandono dell’aula: tant’è che i voti contrari al disegno di Legge sono stati soltanto 14: quello di Andreotti e di una manciata di semi-mummie, ma che almeno hanno dimostrato di non essere dei pagliacci. Come avrebbero potuto opporsi a Berlusconi i dissidenti della maggioranza, quando proprio i rappresentanti dell’opposizione tagliavano la corda?

* * *

Per quanto riguarda le proposte di modifica costituzionale, non staremo certo ad analizzare articolo per articolo i cambiamen-ti che dovrebbero venire apportati, anche perché poco ce ne importa. Sono questioni che interessano esclusivamente la classe borghese con i loro centri di potere economico e politico, le loro logge massoniche, le cosche mafiose in eterno conflitto fra loro per accaparrarsi il bottino del plusvalore, comunque già estorto al proletariato.

A noi, per esprimere la nostra valutazione, sarà sufficiente darne un accenno del tutto sommario, quanto basta ad avvalorare le nostre tesi classiche e classiste.

La prima considerazione da fare, positiva per noi, è che la democrazia diventa un ornamento che lo Stato capitalista riesce sempre meno a potersi permettere; anche da un punto di vista puramente economico. Ed è quindi costretto a ridimensionarne l’organico eliminando il personale in esubero, proprio come avviene all’interno di qualsiasi azienda, pubblica o privata.

Nella sua prima ipotesi questo ridimensionamento avrebbe dovuto interessare il 35% dei “posti di lavoro”. Alla Camera dei deputati avrebbe dovuto esservi una contrazione di organico dagli attuali 630 a 400, con l’aggiunta di 12 deputati eletti nella circoscrizione riservata agli italiani all’estero. Per quanto riguarda i senatori, dagli attuali 315 si sarebbe dovuto scendere a 200. A questi se ne dovevano aggiungere 6 eletti nella circoscrizione estero. I senatori a vita, ridotti ad una massimo di 3, sarebbero passati alla Camera. Peccato che questo progetto berlusconiano (che definiremmo piuttosto un ridimensionamento della imperante demofagia che attacco alla democrazia) si sia scontrato contro i “sindacati di categoria”, tanto che nella nuova stesura si parla di 521 deputati e 252 senatori, con un buon recupero di occupazione.

In merito alla proposta di revisione costituzionale abbiamo assistito fino alla nausea ad una serie infinita di dibattiti, giudizi, prese di posizione da parte sia di esponenti politici sia di uomini della cultura, giuristi, costituzionalisti, etc., che, a seconda degli interessi che rappresentano, hanno giurato sulla bontà o sulla nefandezza di questo progetto di riforma.

In modo sommario, possiamo affermare che in Italia attualmente il potere politico è, formalmente, così suddiviso:

Parlamento: è bicamerale, eletto ogni 5 anni; accorda e revoca la fiducia al Governo; può essere sciolto dal Capo dello Stato d’intesa con i Presidenti delle due Camere; elegge 10 componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, 5 giudici della Corte Costituzionale e – in seduta comune allargata ai rappresentanti delle Regioni – anche il Presidente della Repubblica. Deputati e senatori sono eletti con un sistema prevalentemente maggioritario: il 75% dei seggi è attribuito in collegi uninominali ai candidati che si classificano primi; il restante 25% è ripartito in ragione proporzionale (alla Camera in ambito nazionale con soglia del 4%, al Senato in sede regionale senza “sbarramenti”).

Governo: è legato al Parlamento da rapporto fiduciario, ma il Presidente del Consiglio è scelto dal Capo dello Stato; i ministri sono nominati su indicazione del Presidente del Consiglio incaricato, ma non possono essere da lui revocati.

Presidente della Repubblica: è il garante dell’unità nazionale, ha un ruolo super partes. Ha prerogative quali la promulgazione delle Leggi, l’indizione dei Referendum, il comando delle Forze Armate, la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, la concessione della grazia e commutazione delle pene, etc.

Tre sono gli obiettivi di fondo che la riforma persegue e che, in principio, sono ampiamente condivisi dai partiti politici di ambedue gli schieramenti: il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro (il cosiddetto Premier, che attualmente è un semplice Presidente del Consiglio); il superamento del bicameralismo perfetto con l’istituzione di una Camera delle Autonomie; una struttura dello Stato con ampie competenze attribuite alle Regioni, tanto che la riforma parla di Stato federale.

Le prerogative del Premier, secondo la Legge di riforma, consisterebbero essenzialmente nel potere di nomina e revoca i ministri, di “determinare” (e non “dirigere”) la politica generale del Governo assumendone la responsabilità, garantendo l’indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.

L’istituzione del Premierato, rinnoverebbe radicalmente la forma dell’ordinamento politico italiano, che non potrebbe essere più classificato come parlamentare, perché nelle mani del Primo Ministro verrebbero a concentrarsi anche i poteri ora esercitati dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento. Egli non riceve più la fiducia dalla Camera, ma, in forza dell’investitura elettorale diretta, scavalca tutte le altre istituzioni. In tal modo, non soltanto viene ridotto il ruolo del Parlamento, ma viene anche “svilita” la funzione di garanzia che dovrebbe esercitare il Presidente della Repubblica, la cui figura assumerebbe caratteristiche istituzionali molto sfumate, divenendo ancor più inutile di quanto non lo sia oggi.

Il Premierato, da alcuni definito “forte”, di fatto subordinerebbe la Camera dei Deputati alla volontà del Primo Ministro. Il Parlamento da organo legislativo diverrebbe organo esecutivo del Primo Ministro, che addirittura avrebbe potere di sciogliere la Camera dei Deputati: tale potere determinerebbe un forte e continuo potere di ricatto nei confronti della propria maggioranza. A richiamare all’ordine i deputati di maggioranza, che si dimostrino lenti o riottosi, sarà la richiesta governativa del voto bloccato. L’Articolo 28 del disegno di Legge recita: «Il Primo Ministro può chiedere che la Camera dei deputati si esprima, con priorità su ogni altra proposta, con voto conforme alle proposte del Governo. In caso di voto contrario, il Primo Ministro rassegna le dimissioni e può chiedere lo scioglimento della Camera dei deputati». Qualora i parlamentari si rifiutino di eseguire ciò che il Primo Ministro decide, corrono il rischio di essere mandati a casa.

Infine ci sarebbe la nuova composizione della Corte Costituzionale: rimarrebbe immutato il numero dei giudici, 15, ma sarebbe diversa la fonte della loro nomina: quattro nominati dal Presidente della Repubblica; quattro dalle supreme magistrature ordinaria e amministrative; sette da Camera e Senato federale integrato dai Presidenti delle Giunte delle Regioni e delle Province autonome.

Al Parlamento, ossia alla sola maggioranza parlamentare, resterebbe una parvenza di indipendenza e di potere con la possibilità di votare, in qualsiasi momento, una mozione di sfiducia nei confronti del Primo Ministro, mozione che, in caso di approvazione, determinerebbe lo scioglimento automatico della Camera. Con sarcasmo è stato notato che alla maggioranza parlamentare è stata concessa la facoltà di liberarsi dal dominio del Premier attraverso il suicidio.

Le forze politiche che si trovano attualmente all’opposizione denunciano quindi il progetto berlusconiano di revisione come un tentativo di rovesciamento della Costituzione, vuoi nello spirito vuoi nella lettera, volto a demolire i pilastri della legalità e dello Stato di diritto, tanto che arrivano a definirlo come un progetto eversivo. I più preparati fanno notare che la denominazione “Governo del Primo Ministro” fu usata per definire la forma di Governo che si ebbe in Italia dal 1926 fino al 25 luglio 1943, ossia la dittatura fascista.

Eccoci! Siamo alla parola magica che dovrebbe far sobbalzare nel petto il cuore di ogni italiano: Fascismo. Detto apertamente, o sussurrato, o indotto, l’allarme lanciato, lo spauracchio agitato è sempre il medesimo: il pericolo di ricaduta nel fascismo.

* * *

Prima di proseguire e di sbugiardare i cosiddetti paladini della Democrazia, della Costituzione, della Libertà e di tutte le altre divinità fasulle del regime borghese, è bene rammentare ciò che, per l’analisi marxista, rappresentano fascismo e democrazia.

Al V Congresso dell’Internazionale, nel 1924, due anni dopo che il fascismo si era insediato al potere, il rappresentante della Sinistra italiana dichiarava:

«A mio avviso, le questioni da porre sono tre: ci troviamo di fronte ad una rivoluzione, ad un colpo di Stato o ad una commedia?

Richiamiamo alla memoria i fatti che caratterizzarono la conquista del potere ad opera dei fascisti.

Noi non assistemmo ad una lotta armata. Il Governo fascista si è costituito in modo normale: dopo le dimissioni del gabinetto Facta, il Re ha convocato Mussolini per formare un nuovo ministero. Il capo di questa sedicente rivoluzione è giunto a Roma da Milano in vagone letto, salutato durante il viaggio alle stazioni da tutti i rappresentanti ufficiali dello Stato.

Di una rivoluzione non si può parlare non soltanto perché è mancato l’attacco insurrezionale per la conquista del potere, ma anche per tutto ciò che abbiamo esposto sul significato storico del fascismo. Il fascismo non rappresenta, dal punto di vista sociale, un capovolgimento; esso non possiede alcun programma nuovo; non rappresenta neppure la negazione storica dei vecchi metodi di Governo della borghesia; rappresenta soltanto la prosecuzione logica e dialettica completa della fase precedente di governi borghesi cosidetti democratici e liberali.

Noi ci scagliamo risolutamente contro l’affermazione mille volte ripetuta dai fascisti che la loro presa del potere significa una rivoluzione.

Nei suoi discorsi Mussolini dice: abbiamo compiuto una rivoluzione. Ma se noi controbattiamo: non c’è stata nessuna rivoluzione, nessuna lotta, nessun terrore rivoluzionario, perché sono mancate la vera e propria “conquista del potere” e il vero e proprio annientamento del nemico, allora Mussolini risponde con un argomento che, dal punto di vista storico è abbastanza ridicolo: abbiamo ancora tempo per ciò, possiamo completare sempre la nostra rivoluzione. Ma la rivoluzione non può essere “messa in ghiacciaia”, neppure il più audace e potente dei capi ne ha il potere. Non è con argomenti simili che si può ribattere la critica secondo cui la rivoluzione non è avvenuta. Non si può dire: è vero, questi fatti non si sono verificati, ma noi possiamo rimediarvi in qualunque momento. Naturalmente, è sempre possibile che scoppino nuove battaglie. Ma la marcia su Roma non è stata una battaglia, non è stata una rivoluzione.

E quando si dice: però v’è stato un cambiamento insolito nel potere governativo, un colpo di Stato, io non indugerò su questo punto perché la questione si riduce, in ultima analisi, ad un giuoco di parole. Anche quando usiamo il termine “colpo di Stato”, noi vogliamo indicare un cambiamento di Governo che non si limita a un puro e semplice cambiamento di persona, ad un puro e semplice mutamento nello stato maggiore nel partito al potere, bensì una azione che elimina in modo violento gli orientamenti governativi fin’allora imperanti. E questo il fascismo non l’ha fatto. Esso ha molto parlato contro il parlamentarismo, la sua teoria era antidemocratica e antiparlamentare. Ma, nell’insieme, il suo programma sociale non è null’altro che il vecchio programma di menzogne democratiche, che rappresenta solo un’arma ideologica per il mantenimento del dominio della borghesia.

Il fascismo è molto rapidamente - prima ancora della presa del potere - divenuto “parlamentare”; ha governato per un anno e mezzo senza sciogliere la vecchia Camera che in grande maggioranza era composta di non fascisti, e in parte addirittura di antifascisti, con la flessibilità che è una caratteristica dei politici borghesi questa Camera si è affrettata a mettersi a disposizione di Mussolini per legalizzare la sua posizione e concedergli tutti i voti di fiducia che a lui piacque di chiedere. Lo stesso primo gabinetto Mussolini - ed egli nei suoi “discorsi di sinistra”, vi ritorna sempre - non fu costituito su basi puramente fasciste, ma abbracciò rappresentanti dei più importanti fra gli altri partiti borghesi: del partito di Giolitti, dei Popolari, della sinistra democratica. Si trattava, dunque, di un Governo di coalizione. Ecco che cosa ha partorito il cosidetto colpo di Stato! Un partito che nella Camera contava 35 deputati ha preso il potere e ha occupato la grande maggioranza dei posti di ministro e sottosegretario. La presa del potere da parte di Mussolini non fu che il riconoscimento di un rapporto di forza già precedentemente determinatosi. Ogni Governo salito al potere - soprattutto Facta - aveva lasciato libero gioco al fascismo. Era questo che governava l’Italia, aveva completamente mano libera e aveva a sua disposizione l’apparato statale. Il Governo Facta è rimasto al timone per soli due mesi, in attesa del momento che il fascismo avrebbe ritenuto adatto per assumere il potere.

Per queste ragioni abbiamo usato il termine “Commedia”. È bensì avvenuto un cambiamento nelle forze dirigenti della borghesia, ma questo cambiamento si è preparato e compiuto a poco a poco, esso non rappresenta sul piano economico e sociale, anzi neppure su quello della politica interna, alcun mutamento nel programma della borghesia italiana. Infatti, la grande forza d’urto della cosidetta rivoluzione fascista, sia prima che dopo la marcia su Roma, non poggia sull’impiego ufficiale dell’apparato statale, bensì sulla reazione illegale fiancheggiata, sia pure, dal tacito concorso della polizia, delle amministrazioni comunali, della burocrazia e dell’esercito. Questo tacito concorso, bisogna sottolinearlo con energia, era già in pieno fiore prima della presa del potere ad opera dei fascisti.

Nei suoi primi discorsi alla Camera, Mussolini ha detto: “io potrei cacciarvi fuori da questa sala con l’aiuto delle mie truppe. Ho il potere di farlo, ma non lo faccio”. La Camera può continuare a svolgere la sua funzione, se è pronta a collaborare con me. L’enorme maggioranza della vecchia Camera si è inchinata ben volentieri all’ordine del nuovo capo.

In realtà, si può stabilire che, dopo la presa del potere da parte fascista, nessuna nuova legislazione è stata introdotta. Sul piano della politica interna non sono state emanate leggi eccezionali. Sono avvenute certo delle persecuzioni politiche, di cui parleremo ancora più avanti, ma ufficialmente le leggi non sono state modificate, non sono stati varati decreti eccezionali sul tipo di quelli di governi borghesi durante epoche rivoluzionarie passate per esempio: sotto Crispi e Pelloux che per un certo tempo cercarono rifugio contro i partiti rivoluzionari e i loro dirigenti in una politica di stato d’assedio, di giurisdizione militare e di misure repressive. Il fascismo, invece, continua ad impiegare contro le forze proletarie lo stesso metodo originario e moderno di cui si era servito prima della conquista del potere».

Da queste nostre nette affermazioni lo stalinismo, in perfetta malafede, ha voluto trarre la conclusione che noi avessimo sottovalutato il pericolo fascista o, addirittura, ne fossimo stati complici.

La Sinistra comunista aveva ben chiaro cosa rappresentasse l’aperta dittatura della borghesia nei confronti del proletariato, ma soprattutto aveva chiaro che la dittatura fascista non rappresentava una soluzione nella continuità del dominio borghese, ma, anzi, ne era la logica conclusione. Nei pochi brani riportati se ne trovano tutte le prove.

* * *

Ma la nostra analisi sarebbe monca qualora, riconoscendo il fascismo come normale derivato politico del liberalismo democratico, non giungesse alla conclusione che la stessa democrazia post-fascista rappresenta la legittima filiazione del fascismo. Soprattutto su questo punto la nostra organizzazione, quando ancora non si erano del tutto spenti gli echi delle esplosioni della guerra, poneva la propria analisi politica inquadrando il fenomeno fascista sotto un quadruplice aspetto: economico, sociale, politico, ideologico.

Sul piano economico il fascismo costituisce un tentativo di autocontrollo, nella pretesa di trattenere, con una disciplina centralizzata, quelle contraddizioni economiche che conducono all’instabilità il sistema capitalistico.

L’aspetto sociale del fascismo è dato dal tentativo di sostituire propri inquadramenti sindacali, politici e militari alle organizzazioni di classe del proletariato.

Politicamente il fascismo costituisce lo stadio nel quale il grande capitale ha necessità di disciplinare gli strati piccolo-borghesi, e quindi denuncia come inutili gli schemi del pluralismo liberale, proclama il metodo totalitario del Governo di un solo partito e liquida le vecchie gerarchie di politicanti, troppo adusi ai metodi del parlamentarismo e della democrazia.

L’aspetto ideologico del fascismo, apparentemente, costituisce la negazione dei tre precedenti: esso infatti non rinuncia, perché non può farlo, a sbandierare una mitologia di valori universali e, pur avendoli dialetticamente capovolti, fa suoi i postulati liberali della collaborazione di classe, parla di nazione e non di classe, proclama l’equivalenza giuridica di tutti gli individui, gabella sempre la propria impalcatura statale come poggiante sulla intera collettività sociale.

Benché le due grandi Guerre Mondiali abbiano assicurato la vittoria a quella coalizione di Stati che pretendeva di rappresentare la democrazia, appariva del tutto evidente come tutto inesorabilmente tendesse a forme sempre più severe di controllo dall’alto, di complessità burocratica, di intervento statale, di impastoiamento e di soffocamento di ogni tipo di autonomia periferica da parte dei massimi centri monopolistici. Le nostre parole furono quindi che la guerra, perduta dai fascisti, era stata vinta dal fascismo. «Come i vincitori legittimisti di Napoleone dovettero ereditare l’impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori dei fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo (...) con i metodi autoritari e totalitari che ebbero il loro primo esperimento negli Stati vinti». I vincitori sarebbero divenuti gli esecutori testamentari dei vinti.

Il che, beninteso, non veniva denunciato per gridare allo scandalo, ma constatato ed analizzato come l’evolversi del modo di essere del regime capitalistico.
 

(Fine al prossimo numero)

 
 
 
 
 
 
 



Il pestifero regionalismo
 

Di federalismo si è cominciato a riparlare da quando ha fatto irruzione sulla scena politica italiana la Lega Lombarda. Erano gli anni della giubilazione dei partiti dell’arco costituzionale e il trasformismo italico trovava nelle formazioni locali autonomiste la maschera giusta per ravvivare il noioso teatrino della “politica”, insieme al cambio di vesti dei vecchi primattori Dc, Pci e Psi ai quali, con Mani Pulite, si erano fatte abbassare un po’ le penne, e le tangenti.

L’organizzazione, che nel frattempo cresceva e federava tutte le leghette venete e piemontesi affermandosi come Lega Nord, doveva “vendere” sul mercato elettorale “qualcosa di nuovo”, diverso dal popolarismo cristiano, dalla socialdemocrazia e dallo stalinismo per suscitare il consenso dei ceti medi, sempre più diffidenti e sempre più coglioni. Nel caleidoscopio della propaganda di Bossi e soci da ammannire ai gonzi elettori, il colore dominante è quello del regionalismo, in tutte le sue sfumature, dall’intenso dell’indipendenza della pretesa “nazione padana”, ai toni più sfumati del federalismo o della devoluzione. Ovviamente si dosano i colori opportunisticamente secondo le esigenze del momento, se si è al governo o all’opposizione, o se si deve fare alleanza con la sinistra o con la destra. Quello che connota tutti, sicuramente, e indipendentemente dalle fortune schedaiole del momento, è un fervido anti-comunismo.

Il successo elettorale della Lega facile si spiega quando, nella crisi economica, deluse le attese di Progresso alimentate dai partiti cattolico e staliniano, la piccola borghesia e le aristocrazie operaie hanno avuto un rinculo “anti-politico” che le rendeva preda di una demagogia sempre più cretina. All’uopo viene messa su’ una macchina elettorale e di propaganda, che, disponendo dei necessari finanziamenti, inventa di punto in bianco bandiere ed icone, le camicie verdi (come i fascisti rumeni alleati di Hitler), pagliacciate varie come le adunate sui prati, i riti pseudo-celtici in riva al fiume sacro e, ovviamente, un simulacro di sindacato, il SinPa, che può tornare sempre utile per aggiungersi alla confusione offerta dai Confederali.

Senza prendere sul serio le invocazioni “eversive” anti-italiane e separatiste, siamo di fronte ad un nuovo partito di Stato della Seconda Repubblica.

Il radicamento territoriale, essenzialmente lombardo-veneto, pesa negli equilibri elettorali e la Lega è necessaria per formare le maggioranze di governo. Finisce che importanti ministeri finiscono a leghisti.

Ma ora anche gli altri partiti scoprono che il regionalismo è parte necessaria alla riforma dello Stato.

Precedentemente il problema si era posto alla nascita della Repubblica, quando i costituenti avevano sì disegnato le autonomie locali assegnando alle regioni degli ambiti di competenza, ma quasi per bilanciare il fatto che fossero state istituite le regioni “a statuto speciale” con reale autonomia governativa e finanziaria. Di fatto, fino al 1970 le regioni erano solo una partizione geografica e nulla di diritto amministrativo.

Lo Stato italiano fin dalla sua formazione è stato ferocemente “centralista”, sia nella sua fase liberale sia durante il fascismo, attuando perfino ai suoi confini politiche di italianizzazione forzata nei confronti delle minoranze.

L’insensibilità verso l’autonomia locale è ben rappresentato dall’episodio di Fermo e Camerino, nel 1860. Fino alla caduta dello Stato papale, ridimensionato in quell’anno dal nascente Stato unitario italiano al solo Lazio, Fermo e Camerino erano stati capoluoghi di provincia; poi d’autorità furono declassati ed inglobate nel territorio della provincia di Ascoli Piceno, l’una, e di Macerata l’altra, meno sviluppate e popolose. Il regio commissario straordinario delle Marche Lorenzo Valerio, che aveva capito le esigenze dei locali, dissentendo si limitò ad affermare: «accenno a questo screzio per debito di esattezza storica, e perché sappia il Governo del Re che i Consigli provinciali e comunali delle Marche non mancheranno di reclamare una ripartizione di territori più adatta ai loro bisogni». Pare che il Re fosse ostile a Fermo per il suo passato lealista verso il potere papale e volesse così punirla, negandogli pure la visita di Stato che tributava alle nuove città del Regno.

Solo oggi, con l’esplosione delle nuove province, ormai sono 110, Fermo si vede “risarcita”, ma la sua tardiva vittoria è da ascrivere piuttosto al partito (trasversale) della spesa pubblica che alla “giustizia della storia”: allora la borghesia italica viveva il ciclo legato all’epopea risorgimentale; oggi è solo imputridimento tardo capitalistico.

In un quadro di “riconquistata democrazia”, lo Stato neo-repubblicano si trovava a dover controllare le spinte centrifughe di quelle terre di confine – come l’Alto Adige, il Friuli, la Venezia Giulia e la Valle d’Aosta – molte “irredente” con la Prima Guerra, all’interno delle quali frazioni borghesi, locali e straniere, contrattavano il prezzo del potere. Con il Trattato di Parigi del 1947 l’imperialismo italiano, sconfitto, si vedeva sottratto la valle di Tenda e Briga Marittima a favore della Francia (che aveva di mira pure Val d’Aosta e parte del cuneese), che così poteva restituire all’imperialismo italiano la botta dell’occupazione del 1940. A favore della Iugoslavia perdeva l’Istria e la Dalmazia, dopo il rimodellamento del confine nord-orientale operato a fine guerra dalle armate iugoslave e in parte avallato dagli imperialismi inglese, americano e russo. L’Alto Adige fu al centro di una trattativa diplomatica con l’Austria. Stessa autonomia fu forza assegnare alle isole, Sicilia e Sardegna, dove nel dopoguerra spirava una certa fronda di indipendentismo, alimentata da inglesi ed americani e che, specialmente in Sicilia, giunse alla formazione di partiti separatisti e alla formazione di bande di criminali, che oggi diremmo senz’altro “terroristiche”, e che lo Stato italiano fu costretto ad affrontare con il dispiegamento dell’esercito, rastrellamenti e vera e propria occupazione.

Dopo un percorso di progressiva cessione di autonomia e di poteri alle regioni, essenzialmente in ambito tributario e sanitario, di tentativi falliti di mediazione sulle riforme, la recente riforma costituzionale è improntata, oltre che sul rafforzamento del potere esecutivo, anche su quello delle regioni, che in pratica diventano tutte “a statuto speciale”: viene attribuita loro la potestà esclusiva di legiferare sull’organizzazione della scuola, della sanità e della polizia locale. E questo poco, inoltre, salvo abrogazione centrale per pregiudizio all’interesse nazionale. Daltronde, è assiomatico che il potere è indivisibile.

Questa nuova articolazione dello Stato è quindi più di apparenza che di sostanza. Di fatto solo si viene a subire e prendere atto degli effetti centrifughi della anarchia economica capitalistica, che esaspera le contraddizioni non solo fra le classi ma anche fra i poli territoriali della riproduzione del profitto e della ripartizione della rendita. Dal punto di vista dei falsi ideali nazionali e borghesi, di “comunità di destino”, è certamente un ripiegamento. Va poi nel senso opposto a quello della proclamata necessità di Stato a buon mercato, dilatando la burocrazia e moltiplicando la cavernosità del “palazzo” e i suoi contenziosi interni.

Sta al proletariato non farsi trascinare in simili fogne, che quella del localismo è fra le peggiori, affermando nella lotta la sua comune condizione ovunque di venditore di forza lavoro e il suo programma emancipatore che lo vede fratello ai lavoratori del mondo intero.
 
 
 
 
 
 
 
 


Sciopero ad oltranza contro i licenziamenti ad Heathrow
 

Il 10 di agosto presso l’aeroporto di Heathrow i lavoratori dipendenti della compagnia Gate Gourmet, la seconda più grande azienda di catering al mondo, sono venuti a sapere che erano stati assunti nuovi lavoratori stagionali. È stata una sorpresa questa mossa unilaterale dell’azienda nel momento in cui si trovava in trattative con il sindacato T&G per una richiesta di licenziamenti di personale esuberante. Mentre il sindacato chiedeva “spiegazioni” alla direzione, i lavoratori si radunavano in assemblea. Un portavoce della compagnia intimò allora il ritorno al lavoro entro 20 minuti, pena il licenziamento di tutti quanti. Il rifiuto di sciogliere l’assemblea fu subito seguito dal rifiuto ad entrare al lavoro da parte di quelli del turno successivo. L’annuncio dei licenziamenti venne prima dato con la voce gracchiante degli altoparlanti, poi confermato con un comunicato, chiaramente preconfezionato, consegnato personalmente.

Ben 670 lavoratori, in maggioranza donne della comunità Sikh di Southall, si trovavano ora senza lavoro. L’insicurezza che accompagna sempre ogni lavoratore, si faceva una triste realtà. I loro compagni, il giorno successivo, venivano invece posti di fronte all’ultimatum se siglare un nuovo contratto, con drastici tagli ai salari e peggioramento delle condizioni, o essere essi stessi licenziati. Considerando che il salario di un lavoratore del catering non supera le 12.000 sterline, 18.000 euro, all’anno, un’ulteriore riduzione non poteva essere accettata.

Era una chiara provocazione da parte dell’azienda, probabilmente già decisa da mesi, tanto che le lettere di licenziamento erano pervenute anche a lavoratori quel giorno non presenti; inoltre la direzione aveva ingaggiato dei poliziotti privati e preventivamente allertato la polizia e avvertito le compagnie aeree dei possibili scompensi nel servizio.

Perché questa macchinazione aziendale? Sicuramente l’intento era di licenziare senza indennizzo, operare tagli ai salari e passare a contratti di lavoro a breve termine.

Le premesse di tale situazione risalgono ai falliti negoziati nel giugno dello scorso anno. Allora il sindacato T&G stava per accettare un pacchetto di misure “di salvataggio” che comprendevano i licenziamenti per esuberi. Il sindacato aveva tuttavia richiesto che queste misure colpissero anche i dirigenti (!), e quindi l’azienda aveva furbescamente promosso a “dirigenti” 147 lavoratori, per poi inserirli nelle liste di esubero. Il pacchetto venne però rigettato dalla grande maggioranza dei lavoratori, al che la compagnia annunciò di assumere 120 lavoratori temporanei, appunto la miccia che ha innescato la vertenza.

L’11 agosto, giorno successivo al licenziamento in massa, 1.000 lavoratori addetti ai bagagli della British Airways scendevano in sciopero per solidarietà, mentre anche gli addetti ai check-in, bersagliati dalle proteste dei passeggeri, abbandonavano i banchi. Naturalmente l’inevitabile caos e i conseguenti “disagi” per i passeggeri è stato riportato in tutte le salse dai media, che si sono tuttavia guardati bene dall’ammettere che è, tutto sommato, ben più sopportabile una vacanza rovinata che un un licenziamento in tronco.

Fin da subito i licenziati si sono impegnati ogni giorno in presidi e dimostrazioni davanti alla sede della compagnia. Il clima era comprensibilmente infuocato. Si è parlato di un crumiro picchiato e poliziotti che maltrattavano tre anziane donne in sari. La Gate Gourmet otteneva allora dalla Alta Corte, certamente non neutrale nel conflitto, una limitazione a solo sei partecipanti ai picchetti, assieme ad una ingiunzione per minacce e intimidazioni per 17 lavoratori.

L’atteggiamento del sindacato nella vicenda è stato volto ad indebolire la lotta, cercando di contenere l’estendersi degli atti di solidarietà per tornare quanto prima alle trattative.

Il 16 agosto però, quando il T&G riusciva a far rientrare lo sciopero selvaggio dei dipendenti della British Airways, doveva incassare il netto rifiuto della compagnia a reintegrare i licenziati. Ma era proprio sulla BA che il sindacato contava per giungere ad una soluzione negoziata della vertenza, essendo la Gate Gourmet strettamente legata alla compagnia di bandiera per quanto riguarda i servizi di catering all’aeroporto di Heathrow. Questo ruolo di mediazione è stato svolto contando sulla collaborazione del sindacato a far accettare dei licenziamenti per esubero che anche la compagnia aerea si apprestava ad operare.

Infine, il 28 agosto, Gate Gourmet presentava i termini per un accordo negoziato secondo il quale chi avesse accettato il licenziamento avrebbe ricevuto un indennizzo di due settimane di salario per ogni anno di lavoro, più del doppio del previsto. La trattativa sarebbe ripresa una volta noto il numero di coloro, fra i 1.400 dipendenti e i 670 licenziati, che avessero accettato il compromesso, rimanendo comunque non chiaro cosa sarebbe accaduto agli “agitatori” che rifiutavano l’accordo. Di questi 17, quelli denunciati dall’azienda per i picchettaggi, sono noti, mentre il direttore generale di Gate Gourmet parlerà di 200 determinati a “tenere l’azienda in ostaggio”.

Ciò che chiaramente emerge da questa lotta è l’efficacia dell’arma dello sciopero nel rafforzare la posizione dei lavoratori. Il sindacato ne è più che cosciente e, se occasionalmente e temporaneamente può anche accodarsi ad uno sciopero selvaggio, scagliandosi magari a parole contro le leggi che lo limitano, la sua azione è poi sempre rivolta ad indebolirlo, a mantenerlo all’interno di quelle leggi e ad impedire che il movimento si estenda e si radicalizzi, seguendo le vie del compromesso e della collaborazione con il padronato.

Di fatto i sindacati ufficiali, il T&G in questo caso, sono così integrati nell’apparato dello Stato da non poter condurre una lotta efficace. Con i loro capi che oggi siedono nella House of Lords, fianco a fianco con gli altri rappresentanti della borghesia, mentre il partito dal quale sono rappresentati, il Labour Party, occupa le poltrone del governo, posizione che si è conquistata, tra l’altro, non muovendo un dito quando il Partito Conservatore promulgava le leggi antisciopero.

Sul fronte opposto si trovano i lavoratori, costretti alle azioni illegali e agli scioperi selvaggi. La loro lotta ha senza dubbio creato un embrione di organizzazione. La continuità e lo sviluppo dell’azione richiedono che l’organizzazione si estenda e si rafforzi in contrapposizione a quella dei sindacati ufficiali.
 
 
 
 
 
 


Ancora un infortunio all’Ilva
Ma gli operai reagiscono
 

Venerdì 9, a fine turno di notte, verso le 7 del mattino, nel grande stabilimento siderurgico di Taranto si è verificato un nuovo grave incidente, il terzo in una settimana. Stavolta c’è stato il morto, un giovane operaio di 24 anni. Due carri-ponte sono entrati in collisione, per l’impatto si è staccata una trave d’acciaio che è caduta al suolo da un’altezza di 20 metri travolgendo un operaio che era sceso e si stava avviando all’uscita del reparto per timbrare il cartellino. È morto sul colpo.

I rilievi dell’ispettorato del lavoro hanno poi accertato che la causa dell’incidente è da individuare nella cattiva manutenzione dei carro ponte: la collisione sarebbe avvenuta perché ad uno dei due mancava il sistema automatico di controllo: uno si è fermato, l’altro no. Una carenza banale quanto assassina.

Subito i compagni del reparto e ben presto quasi tutti i lavoratori della fabbrica istintivamente hanno abbandonato il posto di lavoro.

In alcuni reparti quel giorno ci sarebbe dovuto essere uno sciopero per reclamare maggiore sicurezza, visto che alcuni giorni prima era occorso un altro grave incidente ad un operaio, schiacciato da un rotolo di lamiera. Ancora un altro incidente era già avvenuto dove c’era un convertitore pieno di tonnellate di acciaio liquido; allora nove operai, che avevano abbandonato il posto di lavoro in sciopero spontaneo, erano stati licenziati all’Ilva. I membri della Rsu Fiom-Cgil, presenti per la manifestazione, hanno preso la testa della ribellione dando la direttiva di andare a manifestare davanti alla prefettura.

Ben presto alla protesta si è data una valvola di sfogo “istituzionale”: qualcuno ha chiamato il presidente della regione Puglia, il “rifondatore” Niki Vendola, demagogo smaliziato ma che gode di consensi in seno al proletariato di Puglia. Si è precipitato a Taranto con altri politicanti di mestiere e in un salone del palazzo del governo ha tenuto il suo rassicurante discorso “di sinistra” e perfino a tratti “comunista”. Gli organi di stampa hanno riferito di quando ha invitato gli operai a dar forza ai sindacati metalmeccanici confederali. Ha promesso poi di fare pressione, in qualità di presidente della regione e commissario straordinario all’ambiente, sulla proprietà della fabbrica perché sia resa più sicura, proclamando che non vorrà incontrare i dirigenti dell’Ilva finché non verrà sospeso il licenziamento di quei nove operai licenziati.

A fine comizio gli operai si sono diretti sul Ponte Girevole, nevralgico punto del traffico cittadino, bloccandolo per rendere evidente il loro stato di agitazione.

In quest’occasione nelle squadre operaie la rassegnazione ha lasciato il posto alla rabbia. Ma l’organizzazione sindacale ha saputo dirottare il rivolo di lotta, che poteva assumere un pericoloso andamento, verso la palude delle federazioni Fim-Fiom-Uilm. Sono questi sindacati cooptati nei meccanismi dello Stato borghese, una polizza assicurativa oramai imprescindibile per il regime capitalista.

La strada maestra è invece oramai indicata nella riorganizzazione di organismi che, sorti dal basso, portino alla costituzione di un sindacato realmente di classe. Vendola ha ragione: l’ennesimo omicidio in fabbrica conferma che occorre trasformare lo spontaneismo in organizzazione. Ma non negli organismi cui lui allude, ma quelli di un vero sindacato di classe.

La conferma viene dal seguito.

I dirigenti, dopo quest’ultimo incidente mortale, hanno ammesso finalmente l’esistenza di un problema sicurezza. Ma in una conferenza stampa, confortati da certe loro statistiche, hanno respinto le accuse di mancati investimenti in materia. Per l’azienda i motivi dei tanti infortuni sul lavoro sono da ascriversi alla inesperienza delle maestranze. Come dire: è colpa degli operai se si fanno male e muoiono perchè sono inesperti. Sostengono che dal 2000 al 2005 c’è stato un turn-over del 90% del personale, in quanto la leva dei cinquantenni ha beneficiato della legge sugli esposti all’amianto per andare in pensione.

Ovviamente nessuno ha controbattuto che proprio per questo l’Ilva sarebbe responsabile, perché non ha provveduto alla formazione dei tanti ragazzi cui è stata fatta frettolosamente indossare la tuta blu, paradossalmente quasi tutti con contratto di “formazione-lavoro” e che invece sono stati mandati allo sbaraglio sugli impianti.

Ma questi impianti sono davvero sicuri? Nell’ultimo incidente si è dimostrato di no. Ma, dicono i capi, quello è stato solo uno sfortunato episodio.

Ora viene il peggio. Il padrone affiderà “ad un’azienda britannica” uno “studio” per rendere “più vivibile” la fabbrica. Si inizierà con la somministrazione di “un questionario” agli operai a proposito della loro “percezione soggettiva” della salubrità dell’ambiente di lavoro. Chiaro no? quel che conta è “la percezione”! Altra misura sarà un premio in denaro a chi non s’infortuna. Insomma, crepare non conviene!

L’Ilva, non certo intimorita dagli strali verbali del presidente della regione ma dalla mobilitazione operaia, ha ritirato il licenziamento dei nove operai: saranno solo ammoniti.

Intanto, fuori dalla fabbrica, aumenta del 300% la retta degli asili nido e in modo consistente anche gli abbonamenti allo scuolabus. I lavoratori delle mense scolastiche sono in vertenza per il mancato pagamento degli stipendi e stanno entrando in agitazione, organizzati in parte nello Slai...