Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 354 - luglio-agosto 2012
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Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Grandi manovre sul petrolio libico e l’embargo iraniano: L’Iran e la borsa di Kish - Manovrette italiche.
– 22 giugno, Sciopero generale dei Sindacati di base: Per l’azione unita della classe lavoratrice ! - Per la rinascita del Sindacato di classe !
– I lavoratori scioperano - Lo Stato bastona e arresta
PAGINA 2 Riunione generale di partito a Cortona, 19-20 maggio 2012 - Sulla rovina di ogni mito borghese s’innalza la incontaminata scienza rivoluzionaria marxista [RG113]: Corso della crisi economica e critica delle borghesi teorie del reddito nazionale - La questione militare: seconda guerra d’indipendenza italiana - Comunismo contro democrazia alle origini movimento operaia in Italia (fine dei resoconti al prossimo numero).
– Liverpool - 23 giugno - Casa Bar - 29 Hope Street - Conferenza pubblica del partito.
PAGINA 3 – Rapporto alla riunione di Cortona: Progressivi attacchi alla classe operaia in Italia e l’indirizzo sindacale del partito.
PAGINA 4 – Rapporti coordinati alla riunione di Cortona - Imprese Banche e Stati trascinati nel turbine della crisi di sovrapproduzione del capitale: il caso Grecia: La grande euforia - Duro risveglio - Inizio della crisi - Chi paga le tasse - L’imbroglio greco (fine al prossimo numero).
PAGINA 5 Terremoto in Emilia: Eventi naturali - Vittime di classe
PAGINA 6 I minatori spagnoli indicano la giusta strada al proletariato europeo: sciopero ad oltranza

 
 
 

PAGINA 1


Grandi manovre sul petrolio libico e l’embargo iraniano

Parafrasando il vecchio adagio “chi ha ferro ha pane”, possiamo oggi dire che chi ha petrolio, o, meglio, ne detiene il controllo, ha un gran vantaggio nell’economia mondiale. Con esso si intende un articolato sistema che va dai suoi giacimenti a una serie di lavorazioni industriali di mille sotto-prodotti fino al sistema finanziario connesso al suo mercato, da sempre strettamente legato al dollaro e fortemente condizionato dalle politiche finanziarie e monetarie degli Usa.

Questi non ammettono che quel flusso commerciale si sganci dal loro biglietto verde. A suo tempo Gheddafi provò a sostituirlo con il marco tedesco, successivamente Saddam Hussein con l’euro, e sappiamo che fine hanno poi fatto i caporioni dei due “Stati canaglia”. Ora è la volta dell’Iran con la neonata borsa di Kish, dove l’oro nero si contratta in valute che non siano dollari e dal 10 aprile probabilmente anche in euro. È un convulso succedersi di eventi di questa guerra, al momento solo commerciale.

Negli ultimi mesi le manovre economiche, e quindi politiche, sui flussi del petrolio hanno direttamente coinvolto il nuovo regime libico. Questo, dopo l’eliminazione del clan Gheddafi, è plasmato e condizionato secondo gli interessi delle potenze straniere, Usa in testa, che si sono allevate la parte più significativa del vertice dirigente, come abbiamo già riferito nei precedenti numeri 349 e 350 di questo giornale. Sebbene la produzione libica costituisca solo il 2% di quella mondiale, quel petrolio, classificato “crudo dolce”, è molto apprezzato perché contiene poco zolfo ed è meno costoso da raffinare.

Abbiamo anche riferito dei legami tra Libia, Siria e Iran e dell’ormai evidente strategia americana tendente a completare il controllo di quella parte del Vicino Oriente, per allontanarvi la Cina, sempre più assetata di combustibili fossili.

In quella strategia Gheddafi rappresentava una mina vagante in una delle aree più strategiche del mondo e così ricca di risorse. Inutile ipotizzare l’esistenza di “fondi neri” occultati in paradisi fiscali o sotto prestanome: era ben prevedibile che un attacco militare iraniano contro Israele non avrebbe visto Gheddafi indifferente, che avrebbe per ritorsione potuto bloccare il flusso del petrolio verso determinati paesi. Anche per questo il Rais è stato tolto di mezzo.

I paesi che hanno acconsentito, a vario titolo, alla caduta di Gheddafi e sostenuto il Consiglio Nazionale di Transizione hanno goduto dei lucrosi contratti petroliferi, quelli che si erano dissociati o astenuti si sono dovuti ritirare dal Paese: Cina, Russia e Brasile ma pure India e Sudafrica. Nel frattempo la sicurezza degli impianti e degli oleodotti libici è garantita da alcune migliaia di soldati americani in loco, un altro obiettivo primario del loro intervento.

Abdeljalil Mayuof, manager della società petrolifera libica Agoco in un’intervista alla fine di febbraio 2012 alla Reuters ha affermato: «Non ci sono problemi con quei paesi occidentali come Italia, Francia e le aziende del Regno Unito. Ma possiamo avere alcune questioni politiche con la Russia, la Cina e il Brasile». A sentire le dichiarazioni, sempre alla Reuters, di Aram Shegunts, direttore generale del Business Council Russia-Libia, pare che la Russia si sia rassegnata: «Le nostre aziende perderanno tutto quello che avevano perché la Nato impedirà loro di fare i loro business in Libia».

Diverso il caso cinese: secondo il Ministero del Commercio cinese, prima dell’inizio della finta “guerra civile” 75 imprese cinesi tra cui 13 grandi aziende di Stato, stavano gestendo 50 importanti progetti civili per circa 18,8 miliardi di dollari nel settore delle ferrovie, petrolifero e delle telecomunicazioni impiegando 36.000 cinesi, immediatamente evacuati dal paese ai primi importanti scontri. In cambio la Cina importava petrolio per 150.000 barili al giorno, corrispondenti al 3% delle sue importazioni e a un decimo delle esportazioni libiche. Durante il periodo degli scontri ha mantenuto un atteggiamento prudente in attesa dell’evolversi della situazione e lasciando le porte aperte; per questo in un primo momento le sono stati congelati i contratti.

La Cina finora in Libia non è ancora tornata ad impegnarsi direttamente nella estrazione ma soltanto nell’acquisto del greggio, forse perché non può attendere i tempi lunghi delle gare sulle concessioni o forse perché non vuole oggi rischiare di impegnare risorse in impianti fissi nel paese. Un recente accordo del marzo 2012 annuncia che due delle cinque compagnie cinesi statali per il petrolio hanno ottenuto la riconferma di forniture per il periodo gennaio-dicembre 2012 di 150.000 b/g, la quota precedente, a fronte di un fabbisogno nazionale giornaliero di importazioni che è arrivato a circa 5 milioni b/g. Queste compagnie hanno inoltre siglato altri contratti con Arabia Saudita e Iraq, stimati attorno a 54.000 b/g per il 2012, che insieme dovrebbero compensare eventuali tagli o blocco delle forniture dall’Iran, in caso di conflitto armato.

Oggi il caso Libia, ben avviata ad una instabilità e permanente guerra civile, non dovrebbe più rappresentare alcun problema. Da febbraio si sono succeduti pesanti scontri tra signorotti della guerra che fanno riferimento ad alcune tribù, con parecchie decine di morti, probabilmente per spartirsi qualcosa della rendita petrolifera, che ora non va più al clan Gheddafi.

Tornando indietro di alcuni mesi, l’articolo del Sole 24 Ore del 29 dicembre 2011, “Petrolio libico e iraniano, due facce della stessa medaglia”, mostrava le manovre, tra cui quelle italiane, per far fronte alla revisione dei contratti di forniture dalla Libia, prevedibili in caso di embargo Ue verso il petrolio iraniano. Infatti l’Iran aveva minacciato, come ritorsione, di chiudere a naviglio ostile le sue acque territoriali nello stretto di Hormuz, su cui transita il fiume di greggio di tutta la regione. Le rotte esterne, in acque controllate dall’Oman, presentano estesi bassi fondali e sono inadatte al transito delle super petroliere.

L’Iran pompa 3,56 milioni di b/g, seconda solo all’Arabia Saudita, la quale, con la Libia, dovrebbe sopperire al blocco delle importazioni dall’Iran, almeno secondo i piani Usa. Teheran ha incassato rendite petrolifere per 73 miliardi di dollari solo nel 2010, corrispondenti all’80% di tutte le sue esportazioni e a metà delle entrate dell’erario, con le quali finanzia il suo programma nucleare civile e militare.

Da qui la corsa a costituire scorte di greggio e l’impennata del suo prezzo.

Questa situazione si complica alla luce della decisione presa dall’Opec, il cartello dei paesi esportatori di greggio, il 15 dicembre 2011 di stabilire solo un limite collettivo di 30 milioni di b/g senza precisare la ripartizione fra i paesi membri, che avebbe dovuto essere presa il successivo 14 giugno: di fatto ciascun paese può esportare senza alcun limite se non quello del mercato. La Libia aveva annunciato di produrre già 1 milione b/g e di poter arrivare entro giugno a 1,5, prima della crisi, e di puntare a 2 nei prossimi 3-5 anni. L’Iraq, fuori da ogni regolamentazione da circa un ventennio, ora produce 2,7 mb/g e l’Arabia Saudita annuncia una produzione record di ben 10 mb/g. Parrebbe che il cartello si sia autosospeso e ciascun membro si sia lanciato in una corsa alle esportazioni approfittando dell’aumento dei prezzi e della domanda per la formazione di scorte, giacché, a causa della generale crisi di sovrapproduzione, la domanda si è fortemente contratta.

Lunedì 23 gennaio 2012 i 27 Paesi dell’Ue stabiliscono di attivare entro luglio prossimo un embargo totale del petrolio iraniano e dei suoi derivati, dell’oro, diamanti, metalli preziosi e rari nonché il blocco di movimenti finanziari con la banca centrale iraniana, come “protesta e pressione” contro il suo programma nucleare. Questa dichiarazione, per i mille distinguo che ciascuno Stato avanza, fa il paio per indeterminatezza con quella dell’Opec. Ciascuno propone modalità e tempi diversi: la debole Grecia chiede di essere esentata perché l’Iran le offre un trattamento di favore, prezzo basso e vendite senza copertura finanziaria sì che Atene importa dall’Iran il 13% del suo fabbisogno; l’Italia dichiara che le sue importazioni non sono sottoposte all’embargo perché, relative a debiti pregressi verso l’Eni, e non aumentano la ricchezza dell’Iran, e così via. Inoltre l’embargo riguarderebbe solo i nuovi contratti mentre quelli in essere sarebbero rispettati fino a luglio. Ogni capitalismo nazionale avanza per proprio conto in barba alle grandi dichiarazioni di principio: potenza della crisi!

Qual è il vero motivo dell’embargo? Non certo la sicurezza di Israele o il pericolo per l’Europa di essere bersaglio dei missili iraniani preoccupa i grandi borghesi che comandano il mondo. La risposta va cercata nella crisi che sta strangolando il capitale mondiale e nella corsa a mettere le mani sul rubinetto delle materie prime e strategiche in vista della guerra generale.

In Iraq le “armi di distruzione di massa” non furono trovate, perché non c’erano, invece furono poi rinvenuti ingenti depositi di sofisticati armamenti e munizioni che né l’osservazione satellitare né quella di spionaggio avevano individuato. È logico pensare che in Iran vi siano siti e depositi missilistici non accertati, anche dotati di armi nucleari, che potrebbero disarticolare i piani di difesa di Israele. Difficile immaginare uno scontro solo locale, non essendo le forze armate israeliane in grado di sostenere a lungo l’impatto con quelle iraniane; probabile anche il coinvolgimento almeno dei Paesi arabi e della regione.

Di certo, come riferito dalla stampa, ci sono soltanto le imponenti esercitazioni dell’aviazione israeliana con un centinaio di aerei ultimo modello che si sono addestrati per mesi e in ogni condizione climatica in raid a lunga penetrazione e a volo radente.

Come risposta alla Ue, l’Iran il 10 aprile ha annunciato di sospendere l’esportazione di petrolio verso alcuni paesi comunitari: Spagna e Grecia, che avevano già avviato contatti con altri paesi Opec, e, salvo precisazioni, anche Italia e Germania.
 

L’Iran e la borsa di Kish

Del recente articolo di ricostruzione storico-economica “Guerra valutaria: quali sono i veri motivi dell’embargo petrolifero dell’Ue contro l’Iran?” di Madhi Nazemroaya possiamo condividere alcune considerazioni tra cui quella ovvia che l’embargo danneggia più la Ue che l’Iran poiché la loro quota di esportazioni non è vitale per il paese asiatico. I numeri dicono che il principale cliente del petrolio iraniano è la Repubblica Popolare Cinese con 530.000 b/g, seguita dalla Ue che nel suo insieme ne preleva 510.000, la Turchia con 370.000, l’India con 341.000, il Giappone con 251.000 e la Corea del Sud con 239.000. La Ue quindi rappresenta solo il 18% delle sue esportazioni, quota che sarebbe prontamente assorbita sia dalla Cina sia dall’India le cui economie sono in espansione e sarebbero ben liete di costituire scorte strategiche.

Importante è soprattutto l’aspetto valutario: «Secondo il Fondo monetario internazionale (FMI), il dollaro e l’euro costituiscono insieme l’84,4% delle riserve valutarie mondiali scambiate alla fine del 2011. Il dollaro statunitense da solo compone il 61,7% di questo dato, costituendo la maggior parte delle riserve valutarie mondiali scambiate nel 2011. La vendita di energia è una parte importante di questa equazione, perché il dollaro statunitense è legato al commercio del petrolio. Così, il commercio di petrolio, attraverso quello che viene chiamato petro-dollaro, aiuta a sostenere il prestigio internazionale del dollaro statunitense. I paesi di tutto il mondo sono stati praticamente costretti a utilizzare il dollaro statunitense per mantenere le loro esigenze commerciali e le loro transazioni energetiche (...) L’euro invece è contemporaneamente un rivale del dollaro statunitense e una valuta alleata. Entrambe le valute lavorano insieme contro le altre valute, in molti casi, e sembrano essere sempre più controllati da centri di potere finanziario in fusione». Alle due valute principali si rapportano quelle di tutti gli altri Stati costituendo così due costellazioni economiche.

Teheran al momento reagisce sul piano economico in diversi modi. «Il primo passo, iniziato prima del 2012, è stato la diversificazione della vendita e degli scambi internazionali del petrolio iraniano, riguardo le rispettive valute di transazione. Questo fa parte di una mossa calcolata dall’Iran per abbandonare l’utilizzo del dollaro statunitense, proprio come Saddam Hussein in Iraq fece nel 2000, come mezzo per combattere le sanzioni imposte all’Iraq. In questo contesto, l’Iran ha creato una borsa internazionale dell’energia in competizione con il New York Mercantile Exchange (NYMEX) e l’International Petroleum Exchange (IPE) di Londra, che operano entrambe con il dollaro statunitense per le transazioni. Questa borsa dell’energia, chiamata Kish Oil Bourse, è stata ufficialmente inaugurata nell’agosto del 2011 sull’isola di Kish nel Golfo Persico. Le sue prime operazioni sono state effettuate utilizzando l’euro e il dirhem degli Emirati».

Va precisato che al momento questi scambi sono ancora molto limitati; inizialmente era previsto l’uso di qualsiasi valuta che non fosse il dollaro, con preferenza per l’euro, ma dopo alcuni mesi, ed ora a maggior ragione, anche questo è passato in secondo piano. Con l’India i conti sono regolati in oro, con la Russia in rial iraniani e rubli russi, con la Cina e gli altri paesi asiatici in renmimbi cinesi e yen giapponesi. Per assurdo che possa apparire, in questo contesto chi presumibilmente avrà la peggio saranno le economie più deboli della Ue e dell’euro a tutto vantaggio del dollaro e degli Usa. La richiesta degli Usa di un “sostegno ad Israele” si è rivelata per la Ue una scelta infausta, che fu resa possibile solo per la non omogeneità dei paesi che la copmpongono e per le grandi divergenze interne: un’altra prova della sua potenza solo di facciata.

«Le raffinerie di petrolio nei paesi dell’Unione europea che importano petrolio iraniano, dovranno trovare nuovi venditori come fonti e saranno costrette ad adeguare le loro operazioni. Piero De Simone, uno dei leader dell’Unione Petrolifera d’Italia, ha avvertito che circa settanta raffinerie di petrolio dell’Ue potrebbero essere chiuse e che i paesi asiatici potrebbero iniziare a vendere petrolio raffinato iraniano all’Unione europea a scapito delle raffinerie locali e della locale industria petrolifera».

Per quanto tempo il petrolio dell’Arabia Saudita e della Libia potranno colmare il deficit iraniano verso la Ue? Quali meccanismi economici e strategici questo potrà innescare? Come reagiranno i singoli Stati e cosa potrebbe succedere in caso di un conflitto generalizzato e quali blocchi si potrebbero costituire? Domande cui al momento è impossibile rispondere, ma possiamo ben prevedere una forma di “cannibalismo” fra le potenze maggiori a scapito delle minori, sia singolarmente sia come blocchi.
 

Manovrette italiche

In questo contesto le manovre italiane tramite il “prestigioso” governo Monti hanno quasi del ridicolo. Sparito Gheddafi e con l’arrivo degli americani i contratti privilegiati stipulati dall’Italia erano tutti da rinegoziare. Si riparte alla fine di gennaio con l’arrivo in Libia dell’on. Monti, con al seguito l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, in occasione dell’inaugurazione della nuova ambasciata italiana a Tripoli, dopo la vecchia era andata distrutta sotto le bombe. Si trattava di ripristinare almeno la fornitura dei 300.000 b/g dei vecchi contratti, cosa che poi è avvenuta.

Il blocco per i nuovi contratti, richiesto probabilmente dall’inglese BP in concorrenza con l’italiana Eni, riguarda i “contratti legati a progetti di sviluppo sostenibile, previsti da un memorandum d’intesa”. Tutte le compagnie petrolifere dovranno anche dimostrare di essere veramente “amiche del popolo libico” contribuendo alla ricostruzione delle città distrutte, vecchia strategia collaudata dal Rais ed ereditata dai suoi successori. Anche la BP a suo tempo dovette sottostare ad analoghe pressioni del Rais per ottenere la concessione di importanti esplorazioni petrolifere nel Golfo della Sirte: il nulla osta arrivò direttamente da Gheddafi solo dopo la liberazione per “motivi umanitari” di Mohamed Al Megrani, considerato la mente della strage di Lockerbie, malato di cancro all’ergastolo in Inghilterra. Nulla di nuovo in fatto di marketing!

Che cosa intendano per “progetti di sviluppo sostenibile” non è chiaro. Gheddafi nell’ultimo “trattato di amicizia” con l’Italia voleva l’autostrada Tripoli-Bengasi come risarcimento dei danni coloniali, ma ora pare non sia così importante. Jalil, il presidente del CNT, ora non vuole rinunciare ai 5 miliardi di dollari in 20 anni che quantificavano quella “amicizia”. Sicuramente non si parla di concessioni per nuove aree di esplorazione, che ovviamente saranno messe all’asta al miglior offerente, mentre prima l’Eni godeva di un trattamento privilegiato. Per ammorbidire il CNT il presidente Monti annunciò di scongelare 600 milioni di dollari, poca cosa rispetto ai 7 miliardi complessivi che l’Italia detiene in depositi ed investimenti nelle sue banche e che ha bloccato l’11 marzo 2011 nella fase degli scontri più cruenti; una parte di questi di sicuro servirà a recuperare i crediti delle aziende italiane in Libia.

Questo lento mercanteggiamento vorrebbe favorire l’Eni, i cui tecnici e la cui esperienza sono, almeno in questo primo periodo post-Gheddafi, indispensabili.

Curiosa coincidenza: lo sblocco dei beni libici è avvenuto pochi giorni prima che scattasse il maxi aumento di capitale di Unicredit, la più importante banca italiana per patrimonio, di cui la Libia era il principale azionista con il 7,5% del capitale; operazione da 7,5 miliardi di euro mal vista da tutti gli azionisti. In un primo momento le autorità libiche decisero di aderirvi per la loro quota parte, alcune settimane più tardi Tripoli annunciava di rinunciare a qualsiasi ricapitalizzazione delle imprese italiane con la giustificazione che “c’è un paese da ricostruire e quei fondi a quello serviranno”. Rifiuto anche alle analoghe ricapitalizzazioni per il suo 2% della Finmeccanica, per il 14,7% della Telecom e del 7,5% della Juventus e altre minori.

Ciononostante le imprese italiane battono cassa ai libici i cui ingenti capitali fanno sempre comodo, anche se ora devono mettersi in coda col cappello in mano. Quanto autonoma sia stata la revoca di quella decisione o suggerita da altri membri che parteciparono alla caduta del regime del Rais non è dato saperlo ma consentito pensarlo.

C’è poi il blocco effettuato su rogatoria della Corte di Giustizia dell’Aia di un miliardo e 100 milioni di euro depositati in investimenti e beni immobiliari in Italia e riconducibili alla famiglia di Gheddafi, richiesta che dovrebbe garantire forme di risarcimento per le vittime del regime. Vista la grande dispersione di quelle immense ricchezze (stime ricavate da documenti finanziari ufficiali parlano di una cifra tra i 300 e 500 milioni di dollari negli Stati Uniti e di 8 o 10 miliardi di euro in Europa più altri in Canada e Russia) questa decisione sembra voler mettere sotto osservazione in primis l’Italia che detiene “il grosso del malloppo”.

Allo stato delle cose non si prospetta per l’Italia un futuro roseo in quanto la sua economia è in recessione da mesi e il capitalismo italiano ammette di non vedere a breve “l’uscita dal tunnel” mentre, come anello debole, è sottoposta ad attacchi finanziari dai suoi alleati-concorrenti europei.
 
 
 
 
 


22 giugno, Sciopero generale dei Sindacati di base
Per l’unità d’azione della classe lavoratrice !
Per la rinascita del Sindacato di classe !

Con lo sciopero di oggi il sindacalismo di base ritrova finalmente l’unità d’azione smarrita negli ultimi anni e organizza una risposta generale della classe lavoratrice contro i duri attacchi del governo dopo mesi di tentennamenti ed inazione.

Il governo Monti, dopo aver drasticamente innalzato l’età pensionabile, al punto da lasciare centinaia di migliaia di lavoratori licenziati (li chiamano “esodati”) senza alcuna forma di integrazione salariale né pensione, si appresta a sferrare un nuovo colpo con la “riforma del mercato del lavoro”:
– la modifica dell’art. 18 aumenterà l’efficacia del ricatto del licenziamento, mai venuta meno, dando un’arma più affilata al padronato nella sua lotta per ridurre i salari e aumentare i ritmi;
– la riduzione dei cosiddetti “ammortizzatori sociali”, con l’introduzione di una Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI), ridurrà sia il periodo di tutela per i lavoratori licenziati (in media da 36 a 12 mesi) sia l’importo della indennità.

Contro questi provvedimenti i sindacati di regime (CGIL-CISL-UIL-UGL) hanno proclamato poche innocue ore di sciopero, non per impedirne l’approvazione ma per minime modifiche del tutto secondarie.

Il sindacalismo di base ha perso una importante occasione per approfittare di tanta evidente inutilità dei sindacati tricolore a difendere i lavoratori:
– contro la manovra di fine anno è riuscito a far peggio del sindacalismo concertativo, lasciando che a dicembre CGIL-CISL-UIL fossero le sole organizzazioni a far scioperare i lavoratori e proclamando (solo alcune sigle) uno sciopero generale il 27 gennaio, con la manovra approvata da un mese!
– contro la “riforma del mercato del lavoro”, presentata il 23 marzo, giorno in cui la FIOM ha iniziato a far scioperare i metalmeccanici, divisi per azienda e località, i dirigenti dei sindacati di base hanno impiegato tre mesi per proclamare lo sciopero generale, lasciando così campo libero all’iniziativa dei confederali e del governo, col risultato che fra i lavoratori si è radicata la convinzione che la “riforma” sia ormai un fatto compiuto.

La ritrovata unità d’azione con lo sciopero di oggi è in ogni modo un positivo passo in avanti, da cui non arretrare più come fatto in questi ultimi due anni, ma è del tutto evidente che esso non è sufficiente a fermare il nuovo attacco. Per respingere i provvedimenti odierni e quelli futuri, che come affermano gli stessi sindacati di base saranno sempre più duri, non basta uno sciopero generale di 8 ore, anche ben riuscito, ma occorre lo sciopero generale a oltranza, fino al ritiro del provvedimento.

Per giungere a questo, che è la massima mobilitazione della classe lavoratrice, è necessario spiegarne e propagandarne la necessità in ogni occasione nel duro lavoro sindacale quotidiano, nelle assemblee, negli scioperi. Le attuali dirigenze dei sindacati di base invece fanno solo riferimento a una vaga conflittualità non meglio definita e mai richiamano la necessità dello sciopero generale ad oltranza.

Ai lavoratori più combattivi, dentro e fuori i sindacati di base, spetta il compito di battersi per ricostruire la forza organizzata della classe lavoratrice coi soli metodi ed obiettivi che conducano a questo obiettivo:

PER L’UNITÀ D’AZIONE DI TUTTI I LAVORATORI contro la prassi degli scioperi separati. Lo sciopero, prima di essere proclamato da questo o quel sindacato, è innanzitutto un’azione di lotta dei lavoratori. Più la classe lavoratrice è unita più è forte. I lavoratori abbandoneranno il metodo concertativo per tornare alla lotta di classe quando si sentiranno abbastanza forti per farlo. Scioperare uniti, anche coi lavoratori mobilitati dai sindacati di regime, ancora la grande maggioranza, agitando le parole d’ordine che contraddistinguono il sindacalismo di classe, è il miglior modo per rendere gli scioperi dei confederali, mantenuti ad arte inoffensivi, autentiche manifestazioni di lotta dei lavoratori; non è un cedimento nei confronti di questi falsi sindacati ma il miglior modo per combatterli.

PER L’UNIFICAZIONE DAL BASSO DEL SINDACALISMO DI BASE contro le dirigenze che dalla loro nascita hanno diretto questi organismi impedendone l’unificazione: in ogni sindacato di base i lavoratori che si pongano sulla strada dell’unità d’azione dei lavoratori devono organizzarsi in correnti con questo obiettivo, passo in avanti fondamentale per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro i sindacati di regime.

PER L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE DEL SINDACATO DI CLASSE: ogni lotta, anche la più dura e determinata, se resta rinchiusa nei confini aziendali, isolata dagli altri lavoratori, è destinata alla sconfitta. La vera forza dei lavoratori sta nella minaccia dell’estensione dello sciopero al di sopra delle aziende e delle categorie. Quando questa minaccia è agitata, e diviene reale, come accaduto negli scioperi degli operai immigrati organizzati dal Si Cobas nei magazzini della logistica nel Nord Italia, le battaglie dei lavoratori perdono il carattere di vertenze aziendali in mano ai professionisti della concertazione e assumono i caratteri della lotta di classe. Il posto di lavoro è il primo luogo di unione dei lavoratori ma il sindacato di classe deve privilegiare l’organizzazione in organismi non aziendali ma territoriali, come nella gloriosa tradizione delle Camere del Lavoro, perché in essi i lavoratori s’incontrano fisicamente e intrecciano i necessari legami in quanto membri di un’unica classe, non come dipendenti di un’azienda. L’organizzazione territoriale inoltre diviene ogni giorno più importante man mano che la crisi avanza e aumenta l’esercito dei lavoratori disoccupati.

PER IL RITORNO ALLA LOTTA per GLI OBIETTIVI che ACCOMUNANO TUTTA LA CLASSE LAVORATRICE:
- riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario;
- aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate;
- salario integrale ai lavoratori licenziati.

Questi obiettivi sono insostituibili, gli unici in grado di unire i lavoratori e difenderli. Altri, quali il non pagamento del debito, o la fuori uscita dell’Euro, non sono rivendicazioni che riguardano la classe lavoratrice ma vicissitudini che saranno imposte a ciascuna borghesia nazionale dal precipitare di questo sistema economico, legato in un unico intreccio mondiale, verso la sua inevitabile rovina storica. Che la borghesia di ciascun paese paghi o non paghi il suo debito, che resti dentro o fuori l’Euro, in ogni caso fra queste opzioni per i lavoratori non c’è n’è una da preferire e per cui battersi, perché in ogni caso essi potranno opporsi e limitare il drammatico peggioramento delle loro condizioni solo se saranno in grado di difendere il salario complessivo della loro classe dispiegando potenti scioperi sempre più uniti e duraturi.

Questi obiettivi non sono rivendicazioni sindacali ma solo nuove illusioni politiche del riformismo, che prospetta alla classe lavoratrice inesistenti vie d’uscita dalla crisi storica del capitalismo mondiale all’interno di questo modo di produzione.

È vero che la lotta sindacale non è sufficiente a risolvere i sempre più gravi problemi che colpiscono la classe lavoratrice, perché è una lotta contro gli effetti del sistema capitalistico. Ma lottando intransigentemente in difesa delle proprie condizioni di vita, disinteressandosi delle sorti dell’economia del paese, di quell’inesistente bene comune con cui si nascondono gli interessi del Capitale, i lavoratori si pongono già oggi sulla strada del superamento rivoluzionario di questa società, ogni giorno più incapace di sfamare i suoi stessi moderni schiavi salariati.

Non si tratta di inventare nulla di nuovo. La lotta sindacale può essere correttamente impostata e completata solo riscoprendo e abbracciando l’originale programma comunista rivoluzionario, sgombrando le macerie dell’ultima e peggiore delle ondate opportuniste, quella dello stalinismo, che ha nascosto e mistificato davanti ai proletari perfino il significato del Comunismo. Questo è possibile non certo con un’opera intellettuale ma di lotta politica, militando in quel partito, il Partito Comunista Internazionale che rivendica la tradizione di tre gloriose Internazionali e della sinistra comunista italiana, unica corrente che la degenerazione della Terza combatté dalla prima ora e che da quella sconfitta ha potuto trarre le lezioni per la riscossa proletaria futura.
 
 
 
 


I lavoratori scioperano
Lo Stato bastona e arresta

Lunedì 11 giugno un duro pestaggio della polizia si è abbattuto sui lavoratori delle cooperative della logistica “Il Gigante”, a Basiano, nel milanese. Il motivo dello sciopero, in questo settore da qualche anno in grande fermento, è il cambio d’appalto, pretesto per dimezzare i salari sostituendo tutti i dipendenti con nuova manodopera disperata. Gli scioperanti chiedono solo l’applicazione del contratto di categoria e la fine della trattenuta “sociale” di 2.500 euro annui.

Quei lavoratori non si sono lasciati intimidire dalle continue minacce mafiose dei titolari delle “cooperative”, e nemmeno si sono rassegnati per il rifiuto dei sindacati di regime di appoggio e di solidarietà di classe, schierati con padroni e padroncini a tenerli separati ed opposti agli altri lavoratori. Hanno quindi dovuto intraprendere risolutamente la strada della loro riorganizzazione, nel S.I.Cobas, e della lotta. Hanno risposto con la loro sola arma, lo sciopero ad oltranza e i picchetti per trattenere i crumiri.

Ne è seguito un episodio, l’ennesimo, di guerra di classe, con l’immediata reazione del democratico Stato dei padroni, con feriti ed arresti. Ma i bastoni e i lacrimogeni delle “forze dell’ordine” hanno incontrato una coraggiosa e determinata resistenza.

Nessun democratico, né di destra né di sinistra, ha mosso un dito per appoggiare la lotta di questi nostri fratelli di classe. Solo sono piovuti “messaggi di solidarietà” da quei partiti e sindacati che quotidianamente bloccano ogni resistenza operaia nelle fabbriche e nel paese.

Dicono che si è trattato, “solo”, di lavoratori stranieri, egiziani e pakistani. Ma i lavoratori non hanno patria, recita il Manifesto dei Comunisti, e lo stesso trattamento attende i proletari di ogni paese che si ribelleranno ai soprusi del capitale. È il capitalismo stesso che riunisce in un’unica armata proletari di ogni continente, e i lavoratori stranieri lottano con i metodi e per gli obbiettivi di tutta la classe operaia, che è una classe di senza riserve e che non ha da perdere se non le proprie catene. La sola differenza è che questi operai non possiedono neppure quella misera scorta che il capitalismo ha per breve tempo concesso ai lavoratori dei paesi occidentali, come sonnifero per assopirne gli istinti di classe. Presto la loro sarà la condizione di tutti i proletari.

Lo Stato del capitale, anche se a governo democratico, sarà sempre incondizionatamente dalla parte dei padroni e dispiegherà sempre la sua forza per difenderne gli interessi, colpendo e cercando di intimorire i proletari. I lavoratori traggano da questa vicenda la sola lezione possibile: solamente una classe affasciata in un potente sindacato di classe può pensare sia di resistere agli attacchi del mostro borghese, sia di incamminarsi verso la loro completa emancipazione da questo agonizzante ma sempre lurido modo di produzione.
 
 
 
 

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Riunione generale di partito a Cortona 19‑20 maggio 2012
Sulla rovina di ogni mito borghese s’innalza la incontaminata scienza rivoluzionaria marxista
[RG113]
 
Corso della crisi economica [resoconto esteso]
Critica delle borghesi teorie della finanza
La questione militare - Seconda guerra d’indipendenza italiana (seguito)
Comunismo contro democrazia alle origini movimento operaia in italia [resoconto esteso]
Attività indacale [resoconto esteso]
Andamento storico della produzione e del prezzo dell’oro
L’armarsi degli Stati

 Abbiamo convocato la riunione generale del partito per il fine settimana del 19-20 maggio a Cortona, dove i compagni avevano provveduto a prenotare un locale in tutto adeguato per l’esposizione dei nostri lavori. Vi era presente una ampia rappresentanza di quasi tutti i nostri gruppi, di Italia, Francia e Gran Bretagna.

Come hanno ben documentato più relazioni, da diverse angolature, dell’economia, della finanza e del movimento sindacale, la stagnazione del capitalismo per la perdurante sovrapproduzione di merci e la crisi sociale non trovano soluzione. È un fenomeno ormai irreversibile, in tempo di pace, per l’estinguersi del ciclo lungo di accumulazione iniziato alla fine del secondo conflitto mondiale.

La crisi sta investendo anche i giovani giganti capitalismi di Asia e di America i quali, benché ancora in crescita, vedono rallentare significativamente il loro slancio, oltre ad accumulare gravi tensioni sul piano delle finanza.

In occidente, dove ancora non abbiamo assistito al vero precipizio della crisi, e sarà forse da attendere alcuni anni, la reazione della classe operaia è necessariamente debole, chiusa come è stata per troppo tempo, idealmente oltre che materialmente, all’interno delle necessità del capitalismo, aziendali e nazionali. Disabituata alla lotta generale e alla solidarietà di classe è ancora incapace di riconoscere la propria forza quando si ponesse, col suo movimento difensivo e col suo partito, al di fuori e contro la società presente.

Il partito non può determinare la situazione rivoluzionaria. Ma la sa attendere e prefigurare, sul piano della conoscenza scientifica di questo borghese mondo morente e della vivida e gioiosa nozione della società avvenire.

Qui diamo subito un resoconto sintetico delle relazioni esposte nelle due giornate.
 

CORSO DELLA CRISI ECONOMICA E CRITICA DELLE BORGHESI TEORIE DEL REDDITO NAZIONALE

Un primo relatore ha commentato i quadri numerici – proiettati su di uno schermo e ben visibili da tutti – di alcune delle numerose serie statistiche che teniamo meticolosamente ordinate e aggiornate. I fenomeni studiati sono quelli delle produzioni, del commercio estero, dell’indebitamento degli Stati e dei privati.

Un secondo relatore descriveva le tarde teorie borghesi sulla contabilità nazionale, oggi in voga, e la critica che, in anticipo, ne aveva compiuto il marxismo delle grandezze utilizzate e delle leggi.

La conclusione di questi studi, applicata alla crisi finanziaria in atto in Europa, appare in questo stesso numero del giornale. La parte analitica, invece, riportante i dati della crisi mondiale, e quella critica sarà illustrata nel numero successivo.
 

LA QUESTIONE MILITARE - Seconda guerra d’Indipendenza italiana (seguito)

Nonostante l’ultimatum inviato dall’Austria con la minaccia di invasione il 27 aprile 1859 se il Piemonte non avesse accettato le sue condizioni, in realtà al comandante Gyulai è ordinato, anche in caso di totale rifiuto piemontese, di non oltrepassare il confine e di aspettare ordini da “altissimo loco”. Il perché è che una missione è a Berlino alla ricerca di alleati per la guerra, e al momento la risposta non arriva.

Di fatto però il pomeriggio del 29 aprile le truppe austroungariche invadono il Piemonte con un piano strategico basato sulla superiorità numerica: battere rapidamente le truppe piemontesi, occupare Torino e fermare quelle francesi sotto le Alpi. Dopo solo tre giorni tutto l’esercito austriaco è ben schierato giungendo fino a 50 km da Torino. Improvvisamente si fermano e dopo tre giorni ripiegano verso la Lomellina temendo un attacco meridionale francese, che li taglierebbe fuori del loro quadrilatero. Engels spiega l’arcano: il 19 aprile il primo ministro austriaco aveva commesso l’imprudenza di comunicare all’ambasciatore inglese i piani dell’invasione; il giorno seguente Londra informa Parigi e lo stesso giorno giungono a Genova via mare i primi contingenti francesi, ancor prima che le truppe austriache varchino il Ticino.

Il 14 maggio arriva Napoleone III per assumere il comando mentre le truppe piemontesi sono integrate a quelle francesi. Il piano prevede di liberare il Piemonte, puntare su Milano, liberarla e successivamente far arretrare gli austriaci fino oltre l’Isonzo ed eventualmente giungere a Vienna. Le truppe di Garibaldi, senza alcun aiuto, debbono formare un secondo fronte parallelo in zona prealpina. Marx spiega che sia Napoleone III sia Vittorio Emanuele II sperano nella sua distruzione, il che li avrebbe liberati dell’incomoda presenza e fama di Garibaldi; ma ciò non avviene, anzi, compiuta con successo l’operazione cresce di prestigio e oscura le due regali figure!

Le prime battaglie di Montebello e Palestro solo la retorica risorgimentale le ha rese degne di nota. La vittoria a Palestro delle truppe sabaude, ben superiori di numero, provoca un numero così grande di vittime sui due fronti tanto che non si sono potute mai quantificate con certezza.

Gyulai quando si accorge che sta per essere circondato nella Lomellina, ordina di ripassare il Ticino.

Il piano francese prevede ora l’assalto su Magenta. Alle 10 del mattino del 4 giugno inizia una violenta battaglia campale con due fronti di circa 60.000 uomini ciascuno che si conclude solo alle 19 fin dentro le strade della cittadina e la stazione ferroviaria. Alla fine gli austriaci si ritirano senza essere inseguiti liberando la strada per Milano; forti le perdite: 10.000 tra morti e feriti. per tre quarti austriaci.

Engels commenta gli errori strategici degli opposti comandanti: confusione e incertezza di Gyulai, ora rimosso, ma soprattutto di Napoleone III che, per assicurarsi la teatrale entrata a Milano, manca di inseguire il nemico in rotta che può mettersi al riparo nel sistema delle fortezze del quadrilatero. Abbiamo esposto diverse valutazioni nella corrispondenza di Marx ed Engels sulla tattica della linea difensiva austriaca sul Mincio, importante non solo per l’Italia: l’evoluzione della guerra preoccupa anche Russia e Prussia; quest’ultima potrebbe approfittare dell’impegno francese per oltrepassare il Reno nel tentativo di espansione; le diplomazie europee si muovono per frenare gli eventi bellici, che potrebbero anche innescare rivolte proletarie.

I due eserciti si attestano concentrati, senza sapere l’uno dell’altro, a distanza di 25 chilometri, separati dalle basse colline moreniche a sud del Garda.

La sera del 23 giunge a Napoleone III un preoccupatissimo telegramma da Parigi della moglie Eugenia per avvisarlo che se avesse superato il Mincio molte potenze europee, Prussia in testa, avrebbero mosso contro la Francia e passato il Reno dove le restanti forze francesi non le avrebbero potute fermare. Degli immediati colloqui tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II non c’è documentazione salvo il rapporto del generale La Marmora secondo il quale il ritiro francese era già stato deciso prima dell’imminente battaglia: alle 6 del mattino, venivano telegrafate a Cavour le intenzioni di Napoleone III.

Non prevista, inizia con 260.000 effettivi, la maggiore battaglia campale dopo quella di Lipsia del 1813 e più estesa addirittura di Waterloo del 1815. Si tratta di un insieme di scontri distinti che si sviluppano quasi simultaneamente su un fronte di oltre 20 chilometri, senza un piano generale. A S. Martino combattono le truppe sarde, a Solferino quelle francesi. Le battaglie, iniziate tra le 3 e le 4 del mattino, sono molto cruente, con sorti alterne. A S. Martino è condotta direttamente dal re Vittorio che decima inutilmente le sue truppe in ripetuti assalti alla baionetta; lo stesso Stato Maggiore piemontese ammette la pessima conduzione della battaglia nonostante il coraggio e il sacrificio dei soldati e solo la retorica risorgimentale può parlare di brillante vittoria.

Nel tardo pomeriggio, dopo 14 ore di combattimenti senza che buona parte dei soldati abbia nemmeno ricevuto colazione e pranzo, le armate alleate risultano vincitrici avendo sfondato le linee dell’esercito austriaco, diretto dall’imperatore Francesco Giuseppe, in rotta disordinata. Le perdite, tra morti e feriti, sono impressionanti: l’11% degli effettivi dei vincitori, il 14% degli austriaci, vale a dire circa 50.000 soldati. Le guerre del giovane capitalismo già si caratterizzano per l’enorme distruzione di mezzi e uomini. Occorsero due giorni solo per sgombrare il teatro dai morti e dai feriti.

Abbiamo poi riferito degli esaurienti commenti di Engels su queste battaglie e della sua valutazione che delle sorti della guerra nulla è ancora deciso: i francesi non dispongono di forze fresche, i piemontesi non ne hanno altre, quelle di Garibaldi solo presidiano i valichi alpini, dagli altri Stati italiani non giunge nulla, mentre gli austriaci sono ben trincerati al riparo delle quadrilatero: la vera guerra poteva iniziare ora.

Ma non iniziò perché Napoleone III, più preoccupato per i suoi confini che delle sorti italiane, manovra abilmente per sganciarsi dall’impiccio in cui è cacciato. Confusi e controversi sono i dispacci che i due imperatori si scambiano all’insaputa di re Vittorio, compresa la firma di sospensione delle ostilità di Villafranca che il Savoia firmerà il giorno successivo. Napoleone se ne va esigendo un rimborso spese di 100 milioni.

Marx commenta: non c’è stata nessuna guerra per l’indipendenza italiana, solamente una guerra dinastica tra un Asburgo e un Bonaparte, mentre un Savoia ha potuto solo assumere il ruolo di parente povero alla mensa del ricco cugino. L’indipendenza italiana si riduce alla dipendenza della Lombardia dal Piemonte e di questo dalla Francia.

Con la pace di Zurigo si ratifica un nuovo assetto italiano: quando Cavour riesce a convincere le potenze europee del pericolo delle derive repubblicane, mazziniane e anti-papaline, che premono sempre più, e a rendere favoro agli scontatissimi plebisciti di annessione allo Stato sabaudo dei territori che si erano sollevati all’inizio della guerra, come migliore soluzione per contenerle, almeno nell’immediato. La Lombardia, Parma, Modena, l’Emilia, la Romagna e la Toscana entrarono nel regno di Sardegna che cedeva, dopo plebisciti-farsa, Nizza e la Savoia. Garibaldi fu il più grande insoddisfatto.
 

COMUNISMO CONTRO DEMOCRAZIA alle origini movimento operaio in Italia

Il rapporto precedente era terminato leggendo le appassionate espressioni con le quali Andrea Costa narrava l’entusiasmo che la Comune di Parigi aveva trasmesso alle giovani leve rivoluzionarie italiane. Pure il successivo iniziava dando la parola al rivoluzionario romagnolo: «Mazzini soprattutto si alienò la parte più calda e generosa della gioventù, cresciuta alla scienza nuova, infierendo contro alla Comune caduta, e attribuendo in gran parte alle teorie materialistiche, la disfatta della Francia». L’entusiasmo per gli eroici difensori di Parigi si trasformava in istintiva adesione all’Internazionale provocando una forte crisi nel movimento mazziniano.

All’affermarsi di questo nuovo indirizzo un buon contributo venne dato dalle prese di posizione di Garibaldi che, se come abbiamo altre volte affermato, non era né un teorico né ebbe mai idee molto chiare dal punto di vista programmatico, era però un generoso istintivo, ed istintiva fu la sua adesione all’Internazionale.

Nel 1871, specialmente dalla sua seconda metà, in Italia, come nel resto d’Europa, non si fa altro che parlare di Internazionale; tutti i giornali ne ricostruiscono la storia, a seconda delle tendenze politiche e degli interessi che rappresentano, e sopra questa Associazione misteriosa vengono costruite le più fantasiose storie.

Ma se molte sono le pubblicazioni borghesi che la denigrano, non mancano però altrettanti giornali democratici che ora si schierano a favore dell’Internazionale e lungo sarebbe solo riportarne l’elenco.

Intanto era giunto in Italia Carlo Cafiero con il compito, affidatogli da Engels, di organizzare il movimento del proletariato italiano in contatto con il Consiglio Generale. Cafiero, dopo aver fatto tappa a Firenze e preso contatto con la Società Democratica Internazionale, passava a Napoli dove allacciava rapporti con giovani transfughi dal partito repubblicano che avevano rinnegato il concetto basilare dell’ideologia mazziniana, ossia la collaborazione di classe.

Da parte dello Stato italiano si cercò di stroncare sul nascere la penetrazione del socialismo in Italia, ed individuate le due associazioni, di Napoli e Firenze, come i principali centri della sua propagazione, venne decretato il loro scioglimento poiché, si diceva, costituivano una offesa permanente alle leggi ed alle istituzioni fondamentali della Nazione ed un pericolo notevole per l’ordine pubblico.

La cosa che immediatamente balza agli occhi è che mentre Mazzini attaccava apertamente e violentemente l’Internazionale, la polizia gli sgombrava il campo perseguitando i suoi più fieri avversari e chiudendo le società in odore di internazionalismo.

Ma la repressione statale ebbe l’effetto contrario a quello sperato perché contribuì a diffondere ancor più il nome dell’Internazionale. Dall’agosto 1871 in poi non passa giorno che non nascano nuove sezioni, tanto che il 27 novembre Cafiero scriveva ad Engels: «Sí, mio caro amico, il governo ci ha fatto molto bene con le sue persecuzioni; il mio arresto è stato un vero tesoro; pensate, ha rotto il ghiaccio e per più di quindici giorni in tutte le gazzette d’Italia non si parlò che d’Internazionale, petrolio, dei pazzi comunisti italiani, dei giovani imberbi che rinnegano le credenze dei loro padri, ecc.”.

Contemporaneamente Mazzini, che vedeva sfuggirgli di mano quel predominio che fra il ‘61 e il ‘64 si era guadagnato stappando le società operaie dalla direzione filogovernativa, pensa sia giunto il momento di convocare un nuovo Congresso operaio per riorganizzare dette società sotto la sua direzione ed esorcizzare il pericolo dell’Internazionale. Ma, mentre all’epoca della sua lotta contro i filogovernativi si era sempre battuto per portare le società operaie sul terreno della lotta politica, ora raccomanda di evitare che il congresso sia caratterizzato politicamente in senso democratico e repubblicano. In questo modo pensa di poter costituire, assieme ai monarchici, un largo fronte unico anti-internazionalista.

Mazzini non sapeva quante società operaie avessero assunto posizione favorevole all’Internazionale, era sicuro solo di poter contare sulle Società di Genova, ma le altre? Quindi il Congresso avrebbe dovuto essere ben preparato e diretto, in modo che deliberasse l’unione delle varie società operaie, già tante volte auspicata, ma mai raggiunta, che riprendesse il filo dei vecchi congressi, spezzato nel ‘64. Così a distanza di ben sette anni dal precedente, a Napoli nel 1864, il 10 novembre 1871 si apriva a Roma il dodicesimo Congresso delle Società Operaie italiane. Circa 150 erano le società rappresentate. Per la prima volta vi presero parte due delegati aderenti all’Internazionale: Alberto Tucci, in rappresentanza dell’Associazione internazionale operaia di Napoli, e Carlo Cafiero per quella di Girgenti.

Per quanto i seguaci di Mazzini, più realisti del re, avessero applicato esattamente al contrario le direttive del maestro, ottennero tuttavia che una forte maggioranza delle società aderenti al Congresso si schierassero dalla loro parte. Si vede quindi che malgrado i colpi subiti il partito di Mazzini non risultava affatto sconfitto.

Il rapporto si soffermava poi lungamente sulla Conferenza Internazionale di Londra del settembre 1871. Engels in una lettera a Cafiero aveva spiegato che, a causa delle persecuzioni governative scatenate in quasi tutti i paesi europei, sarebbe stato impossibile indire un congresso pubblico e che quindi si sarebbe ricorso ad una conferenza privata. Il Consiglio Generale avrebbe sottoposto alla Conferenza una relazione della sua attività nei due anni decorsi e la Conferenza si sarebbe pronunciata in merito. In questo modo sarebbero state risolte importanti questioni prima di procedere oltre. Data la enorme importanza che per l’evoluzione futura del movimento operaio tale Conferenza assunse, tralasciamo qui dal farne un riassunto, che non potrebbe renderle giustizia, rimandando alla futura pubblicazione integrale del rapporto.

Dall’Italia al Consiglio Generale di Londra giungevano ottime notizie, e Marx ed Engels nelle loro corrispondenze mettevano in evidenza questa fioritura di nuove associazioni che dichiaravano di aderire all’Internazionale. In una lettera, della fine dell’anno, inviata ad Engels da Ravenna si legge: «Il lavoro dell’Internazionale procede in Italia a meraviglia; ogni città di qualche importanza ha già una propria sezione in formazione, modellata in massima parte sugli statuti di quella di Bologna ed un Consiglio regionale provvisorio per la Romagna funziona già con ottimi risultati ed in completo accordo con gli internazionalisti del Veneto, Piemonte, Toscana, napoletano e Sicilia», ed anticipava la imminente costituzione di un Consiglio nazionale.

In effetti esisteva nella penisola grande effervescenza, ma poteva avere delle basi reali tutto questo? Engels non tardò ad accorgersi ed evidenziare la debolezza di queste entusiasmanti adesioni all’Internazionale, ed il 13 novembre scriveva: «Il movimento ispirato all’Internazionale è scoppiato in Italia in modo così brusco e inaspettato che tutto è ancora molto disorganizzato e i mardochei, come sapete, fanno di tutto per far saltare l’organizzazione».

Queste adesioni nate sull’onda dell’entusiasmo ma senza chiarezza programmatica porteranno ben presto alla rottura delle sezioni italiane con il Consiglio Generale. Già nel novembre si registrava tra le file degli internazionalisti il prendere corpo di un malcontento nei confronti del programma adottato dalla Conferenza di Londra. E la cosa che più rattristava Marx ed Engels era che spesso i contrasti non si mostravano come differenti punti di vista in merito alle questioni trattate o alle risoluzioni adottate dal Consiglio Generale, ma dietro a personalismi, meschine aspirazioni di personaggi a dir poco ambigui che con disinvoltura si spostavano da un fronte all’altro a seconda del loro tornaconto. È chiaro che noi non ci occuperemo di queste miserie.

In poche parole si trattava di un terreno ottimale in cui le teorie di un indefinito insurrezionalismo “libertario”, e soprattutto a-programmatico, di Bakunin potevano avere facile presa e largo sviluppo. Lo stesso inviato dell’Internazionale, Carlo Cafiero, progressivamente si staccò dal Consiglio Generale per aderire alle posizioni di Bakunin. Quando il 4 agosto 1872 si riunì a Rimini, il primo Congresso internazionalista italiano, con la rappresentanza di ventuno sezioni, dichiarò di rompere ogni rapporto con Consiglio Generale di Londra e rifiutare la partecipazione delle sezioni italiane al Congresso generale dell’Internazionale, indetto per il settembre 1872 all’Aja.

Il frutto di anni di lavoro del Consiglio Generale sembrava di colpo andato in fumo.
 

ATTIVITÀ SINDACALE

Il rapporto, come i precedenti, ha riepilogato sinteticamente le vicende sindacali degli ultimi mesi e l’attività del partito in questo campo vitale.

È riprodotto per esteso qui accanto.

* * *

Il riassunto dei rapporti a Cortona si concluderà nel prossimo numero riferendo dello studio critico sulle Teorie economiche del Keynes, dell’indagine sul corso storico del prezzo e della produzione mondiale di oro e dell’aggiornamento dei dati sulla produzione, spesa e commercio di armamenti fra gli Stati.
 
 
 
 
 
 


Liverpool
23 giugno - Casa Bar - 29 Hope Street
Conferenza pubblica del partito

È stata la prima conferenza pubblica in Gran Bretagna indetta dal Partito.

Una introduzione ha annunciato il tema della conferenza, “La necessità storica del comunismo”, dopo aver salutato i compagni venuti appositamente dall’Italia, ed anticipato che avrebbero collaborato a rispondere ad eventuali domande avanzate dall’uditorio alla fine della esposizione.

Il partito, semplicemente, rappresenta il marxismo rivoluzionario integrale ed incorrotto. Oggi è anche il solo che indica alla classe la necessità della sua riorganizzazione sindacale.

La nostra continuità si rifà a Marx e a Lenin e alla Terza Internazionale e in particolare al Partito Comunista d’Italia. Successivamente la sinistra di questo partito combatté contro la degenerazione della Terza Internazionale – una controrivoluzione associata al nome di Stalin e al nefasto concetto di “socialismo in un solo paese” – poi contro i fronti popolari e contro l’interclassismo resistenziale.

Il compito del partito di oggi è la difesa della originaria dottrina rivoluzionaria marxista e la ricostruzione della organizzazione del partito. Questo potrà avvenire solo se ci si mantiene in contatto con le lotte della classe operaia e rifuggendo le forme degeneri del politicantismo e delle farse elettorali.

Il Partito Comunista Internazionale rappresenta in particolare nell’oggi le posizioni della Sinistra, cioè del comunismo rivoluzionario intransigente.

Seguiva la presentazione del rapporto sulla Necessità storica del comunismo.

Il sistema capitalista di produzione, basato sullo sfruttamento della classe operaia, è in una crisi che in tutto il mondo trascina moltitudini in crescente povertà, disoccupazione e disperazione. Le conseguenze della sovrapproduzione capitalistica, dovuta al tentativo di mantenere i profitti, si scaricano sulla classe operaia mondiale, mentre tendono a distruggere le condizioni della vita.

L’emancipazione della classe operaia, coincidente con la fine della schiavitù salariale, viene non solo a difendere la vita dei lavoratori, ma annuncia una superiore forma di produzione che è il bisogno di tutta l’umanità, il Comunismo, prefigurato da Marx. Produrre per i bisogni e non per il profitto è la soluzione storica dei problemi della società divisa in classi. La maturità del comunismo è oggi più evidente che mai.

Un altro compagno di lingua inglese passava quindi a diverso argomento. Facendo riferimento all’indirizzo sindacale assunto nel 1979 in Italia dal partito con la parola d’ordine del Fuori e contro gli attuali sindacati, ne riassumeva l’origine nella lezione che il partito trasse dalla spontanea formazione di nuovi sindacati “di base” in Italia, e che costituiscono tutt’ora una componente del movimento operaio. Questi sindacati scissionisti apparvero a seguito del manifesto fallimento dei sindacati “ufficiali”, che sono saldamente integrati nello Stato in misura non molto diversa di quella dei vecchi sindacati fascisti, e sono oggi totalmente impenetrabili da parte dei comunisti. Abbiamo valutato questi nuovi sindacati come l’espressione della necessità di un sindacato di classe, per poter condurre efficaci lotte economiche, cioè contro l’interesse della “economia nazionale” e della classe borghese.

Non potendo diffonderci oltre sull’argomento, abbiamo distribuito all’uditorio materiale a stampa e rilevato che proprio quel giorno in Italia si svolgeva uno sciopero di 24 ore indetto dai sindacati di base. La parola “Fuori e contro i sindacati attuali” non è quindi solo una previsione del partito ma una risposta a fatti reali che si svolgono sotto i nostri occhi.

Interventi di altri compagni hanno riferito delle lotte operaie in Gran Bretagna ed in Danimarca, concludendone che la debolezza attuale del movimento non significa che durerà anche in futuro.

Infine abbiamo risposto ad alcune richieste di chiarimento da parte degli ascoltatori, che hanno rilevato la opposizione di atteggiamenti nostri rispetto a quelli degli svariati gruppi di cosiddetta “sinistra”.

Qualcuno ha descritto le spaventose condizioni di lavoro a cui sono costretti gli operai ancora oggi e ha sottolineato la necessità di condurre le lotte, seppure di poca estensione, del tutto spontaneamente, fuori dai sindacati – il che significa pagarne le conseguenze in termini di ritorsioni padronali – ma è conferma del potenziale di rivolta che esiste nella classe operaia

Ad un intervento di una rappresentante del movimento “Contro i Tagli” abbiamo convenuto che i provvedimenti dei governi verranno a colpire direttamente e indirettamente milioni di proletari e che questo stato di cose andrà a peggiorare. In particolare per i lavoratori del pubblico impiego stanno per finire i piccoli privilegi dei quali finora hanno goduto. Peggiorerà anche in Gran Bretagna il trattamento dei disoccupati, della sicurezza sociale con paghe ridotte e maggiori difficoltà per l’accesso alla pensione.

Un’altra domanda riguardava, nel campo sindacale, la materiale possibilità di lotta difensiva e di organizzazione autonoma di classe in questa tarda fase imperiale del capitalismo. La nostra riposta era che lo Stato borghese ha sempre cercato di impedire la lotta operaia, anche difensiva, ma che la classe è riuscita ad imporla, solo e sempre con la forza. La funzione dello Stato è appunto quella, anche quando riesce a nascondersi dietro le sembianze democratiche; se ne fornivano quindi numerosi esempi storici.

Una ultima domanda chiedeva se fosse da antivedere un convergere dei diversi partiti che, internazionalmente, si rifanno alla sinistra comunista. La nostra risposta tornava alla scissione che, dopo la Seconda Guerra mondiale, nel 1952 segnò la vera rinascita del partito sulle sue basi e che da 60 anni ci oppone definitivamente nel programma e nell’organizzato piano di lavoro a tutte le altre posizioni e gruppi cosiddetti “internazionalisti”. Parlare oggi di fusioni e aggregazioni è privo di significato e porterebbe solo ad un indebolimento del partito.

La riunione si concludeva nella soddisfazione di tutti noi per questo significativo risultato dell’indefesso lavoro, ormai di tre decenni, del minimo nostro gruppo locale.
 
 
 
 
 
 

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Rapporto alla riunione di Cortona
Progressivi attacchi alla classe operaia in Italia e l’indirizzo sindacale del partito

La manovra di dicembre

Il 22 dicembre scorso il Parlamento ha approvato la prima manovra finanziaria del governo Monti, contenente, fra l’altro, disposizioni riguardanti le pensioni. Le principali sono:
 1) il passaggio dal 1° gennaio 2012 al metodo di calcolo contributivo: la pensione diminuisce così del 30-40%;
 2) sempre dal 1° gennaio 2012 innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia a 66 anni per i lavoratori pubblici e privati e per le lavoratrici del pubblico impiego, 62 per quelle del privato; ulteriore crescita già nel 2018 a 66 anni e 7 mesi per tutti, uomini e donne, pubblici e privati; poi crescita progressiva fino al 2050 con 69 anni e 9 mesi. Naturalmente, come questa legge ha anticipato l’innalzamento precedentemente stabilito, lo stesso un’altra potrà fare in futuro, anticipare i tempi o aumentare l’età richiesta;
 3) l’innalzamento degli anni di contribuzione per le pensioni di anzianità, cui viene dato il nome di pensioni anticipate (anziano era per il Capitale una fastidiosa parola umana). Nel 2012: 42 anni e 1 mese; nel 2019: 43 anni e 2 mesi; nel 2050: 46 anni. Per le donne un anno in meno.

Contro questa manovra Cgil, Cisl e Uil avevano proclamato uno sciopero generale ancora più farsesco del solito: divisi i lavoratori pubblici dai privati, facendo scioperare questi ultimi il 12 dicembre per sole 3 ore, ad eccezione della Fiom che ha esteso lo sciopero all’intera giornata, e il 19 dicembre per 8 ore il pubblico impiego.

Il sindacalismo di base, che si definisce “conflittuale”, non ha indetto nemmeno un’ora di sciopero, fatto evidentemente gravissimo. In passato, al varo d’ogni legge finanziaria, i sindacati di base dichiaravano il “loro” sciopero, anche se spesso si dimostrava di valore poco più che simbolico. Di fronte al mordere della crisi e al varo di una manovra che certamente è fra le più pesanti degli ultimi anni, sono riusciti a far di peggio, restando immobili. In questo modo hanno perso credibilità fra i lavoratori, ne hanno rafforzato la rassegnazione e l’apatia e hanno consentito ai sindacati di regime di vantarsi d’aver almeno scioperato!

Usb, Unicobas, Orsa, SI Cobas, Slai Cobas, Snater, Usi hanno poi organizzato uno sciopero generale per il 27 gennaio, troppo tardi per essere una credibile azione contro la manovra finanziaria, approvata da un mese, e troppo in anticipo rispetto alla riforma del mercato del lavoro, che ancora non era stata nemmeno presentata. Allo sciopero non aderivano la Cub e la Confederazione Cobas, confermando le dannosissime divisioni interne al sindacalismo di base.

La responsabilità di questi gravi errori ricade sulle dirigenze dei sindacati di base, in primo luogo di USB e CUB. Solo il piccolo SI Cobas, che organizza, per ora, solo lavoratori nel settore della logistica, ha avuto il merito di aderire sia agli scioperi dei confederali sia a quelli del sindacalismo di base.
 

La “riforma” del mercato del lavoro

Il governo è passato quindi alla riforma del mercato del lavoro. Come per le pensioni, una riforma per il Capitale, una controriforma per i lavoratori. Il 23 marzo è stato pubblicato un testo di presentazione e il 4 aprile il disegno di legge. La riforma è stata approvata dalla Camera il 27 giugno ed è in vigore dal 18 luglio. Il provvedimento ha tre parti fondamentali:

1) Le “tipologie contrattuali”, ossia le varie forme contrattuali cosiddette flessibili, o precarie. Sono inserite modifiche minime ai contratti precari, e non sempre migliorative per i lavoratori, al solo scopo di sostenere la equità della manovra.

2) Gli “ammortizzatori sociali”: cassa integrazione, mobilità, indennità di disoccupazione. Questa è forse la principale bordata anti-operaia della “riforma”. Permane la CIG ordinaria, quella straordinaria per ristrutturazione aziendale (ad esempio Pomigliano) e la disoccupazione per gli operai agricoli. Vengono invece abolite la CIGS per cessata attività, la mobilità e la disoccupazione ordinaria, quella speciale edile e quella non agricola a requisiti ridotti. Questi ammortizzatori sociali, l’uno dopo l’altro, potevano garantire al lavoratore, in linea generale, un sussidio per un periodo dai due ai cinque anni, a seconda dell’età e se residente al Nord o al Sud. Al loro posto subentra, dapprima gradualmente, dal 2018 a pieno regime per il Nord, dal 2019 per il Sud, una Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI) che avrà durata massima di 12 mesi per i lavoratori di età inferiore a 55 anni e di 18 se superiore. Gli effetti della crisi sui lavoratori sono stati in questi tre anni tamponati dalla cassa integrazione, come dimostrano i dati sulla sua impennata. I dati sui fallimenti aziendali sono altrettanto eclatanti. La borghesia nella crisi economica demolisce quegli ammortizzatori sociali che le erano serviti a mantenere la pace sociale nei tempi dell’abbondanza e getta così le basi per l’esplosione della lotta di classe. Per non crollare sotto i colpi della crisi, la borghesia pone le condizioni per crollare sotto i colpi della rivoluzione proletaria.

3) Le norme sul licenziamento individuale. Si tratta delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970 che prevedeva che i licenziamenti non per giusta causa e giustificato motivo fossero illegittimi e prevedessero il reintegro sul lavoro. Il nuovo articolo distingue fra: il licenziamento discriminatorio, una mera ipotesi scolastica dato che nessuna azienda è così sprovveduta da licenziare adducendo simile motivo; il licenziamento per giustificato motivo soggettivo e per giusta causa, ossia per ragioni disciplinari più o meno gravi; il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ossia per ragioni inerenti l’organizzazione del lavoro dell’impresa.

Per quest’ultima tipologia, chiamata licenziamento per ragioni economiche, si prevede il reintegro solo nell’ipotesi di manifesta insussistenza delle motivazioni addotte. Il reintegro diviene quindi solo una remota ipotesi giuridica; ed anche rischiosa perché, nel caso in cui il lavoratore rifiuti l’indennizzo stabilito dalla procedura di conciliazione obbligatoria, e nel successivo procedimento giudiziario le sue ragioni non risultino manifestamente insussistenti, il giudice può decidere di punire la testardaggine del lavoratore riducendo l’indennizzo.

Va tenuto conto che l’articolo 18 riguarda i licenziamenti individuali, quelli cioè al di sotto dei cinque licenziamenti nell’arco di 120 giorni; superato tale limite i licenziamenti sono considerati collettivi, regolati da altre leggi. È quindi un errore affermare che la modifica dell’articolo 18 apre la strada ai “licenziamenti di massa”. Ma permetterà alle aziende di levarsi dai piedi gli organizzatori sindacali combattivi, adducendo artificiose ragioni economiche, e sottomettere gli altri. Non cosa da poco certamente, ma per ogni lavoratore che abbia lottato veramente contro il padrone questo rischio c’è sempre stato, dal momento che per esso è sempre garantita la precedenza nella lista di prescelti per il licenziamento collettivo. Ciò che difende i lavoratori dal licenziamento persecutorio non è il diritto, ma, come sempre, la forza, cioè la capacità di costringere l’azienda a ritirare i licenziamenti.

Contro la “riforma” del mercato del lavoro la Cgil ha proclamato, il 21 marzo al suo Direttivo Nazionale, 16 ore di sciopero, 8 da svolgersi azienda per azienda e 8 come sciopero generale, in una data che allora si disse sarebbe stata a breve stabilita.

Due giorni prima, il 19 marzo, la Fiom, al suo Comitato Centrale, aveva proclamato 2 ore di sciopero contro la manovra, da svolgersi per azienda, precedendo quindi la Cgil, ancora impegnata nella trattativa col governo, insieme agli altri confederali. Ma già il 9 marzo, nel pieno di questa trattativa, la Fiom aveva indetto lo sciopero di 8 ore dei metalmeccanici, a sostegno della sua piattaforma per il rinnovo del Ccnl di categoria, ma anche contro ogni tentativo di modifica dell’articolo 18, cercando in tal modo di condizionare la sua Confederazione, che già si era mostrata possibilista in merito. Il giorno stesso del Comitato Centrale Fiom, il 19 marzo, iniziavano in ordine sparso, in varie fabbriche metalmeccaniche, scioperi contro la riforma.

Ovviamente né gli scioperi Fiom né tantomeno quelli Cgil erano in grado di fermare il governo. Solo una mobilitazione generale potrebbe oggi fermare la borghesia dall’avanzare come uno schiacciasassi. Gli scioperi della Fiom sono stati espressione di combattività dei lavoratori ma non potevano nulla perché frammentati azienda per azienda, in una situazione in cui i salari sono ridotti dalla cassa integrazione e gli operai spesso sono lontani per settimane dalle fabbriche se non già licenziati.

Il testo del disegno di legge, presentato il 4 aprile, ha subito una minima modifica per ciò che riguardava l’articolo 18. Questa presunta retromarcia del governo è stata presentata dalla Cgil come una vittoria sua e degli altri confederali, ed è servita prima a temporeggiare nella proclamazione dello sciopero, tant’è che di esso nemmeno si è parlato al Direttivo Nazionale Cgil del 20 aprile, ed infine a ritirarlo, al Direttivo Nazionale del 19 giugno. La Cgil ha fatto un nuovo passo “a destra”, su posizioni di aperto corporativismo, rendendo evidente a molti, nella sua stessa minoranza interna, ciò che il nostro partito ha diagnosticato: la sua natura incontrovertibile di sindacato di regime.

Di fronte a tanta manifesta insussistenza della Cgil a difendere gli interessi della classe lavoratrice, è apparsa ancor più grave l’incapacità del sindacalismo di base ad approfittarne, non riuscendo a far di meglio che organizzare uno sciopero generale il 22 giugno, tre mesi dopo la presentazione della riforma! Questa incredibile lentezza ha permesso che ancora una volta, per tre mesi, gli unici scioperi siano stati della Cgil, attraverso le sue federazioni di categoria, lasciando questo falso sindacato lavorare indisturbato a fiaccare con la sua opera concertativa la già debole combattività dei lavoratori, che dopo tre mesi di bombardamento mediatico erano ormai rassegnati all’approvazione della riforma.

Come lo sciopero del 27 gennaio, quindi, anche quello del 22 giugno è arrivato completamente fuori tempo, coi tenui fuochi di lotta, per lo più raccolti dalla Fiom, spenti. L’adesione infatti è stata bassa e, delle due manifestazioni di Milano e Roma, solo la prima è riuscita, mentre la seconda è stata un fallimento senza precedenti nella storia del sindacalismo di base.

Questa condotta dei sindacati di base continua a fornire il miglior alibi alla sinistra Cgil che da trent’anni ostacola la fuoriuscita dei lavoratori combattivi e la rinascita del sindacato di classe col facile argomento della mancanza di alternativa, proprio nel momento in cui, di fronte alla sudditanza sempre più palese della Cgil agli interessi del Capitale, il ruolo dell’opposizione interna alla Cgil diviene sempre meno credibile.

La Fiom, all’Assemblea Nazionale dei suoi delegati del 10 e 11 maggio, aveva affermato la necessità che la segreteria Cgil indicasse la data dello sciopero generale proclamato al Direttivo Nazionale del 21 marzo, ma, dopo aver consumato le già deboli energie operaie a disposizione negli scioperi frammentati per azienda e territorio, si era rifiutata di proclamare un nuovo sciopero generale della categoria – dopo quello del 9 marzo – contro la “riforma” del lavoro.

Un simile sciopero avrebbe avuto la possibilità di mettere in crisi la Cgil assai più di quanto aveva fatto quello del 9 marzo, a trattative appena iniziate, perché ad esso avrebbe potuto unirsi, con lo sciopero generale di tutte le categorie, il sindacalismo di base. Ma era proprio questo rischio che la Fiom voleva evitare, mostrando in tal modo i binari sui quali può muoversi una opposizione interna alla Cgil. Dopo la proclamazione, il 4 giugno, dello sciopero generale per il 22 da parte del sindacalismo di base, la Fiom ha indetto tre giornate di manifestazioni e scioperi, di poche ore e divisi per azienda, il 13, 14 e 15 giugno, proprio per sabotare la riuscita dell’altro.

Nemmeno di fronte alla revoca ufficiale dello sciopero generale da parte della Cgil, il 19 marzo, la Fiom ha mutato condotta. Non a caso Landini, proprio il giorno dello sciopero generale, il 22 giugno, era ospite ad un’assemblea di Confindustria a Bergamo. All’ingresso è stato duramente contestato da un corteo di duecento manifestanti, formato da operai della Same di Treviglio, della Piaggio di Pontedera, di altre aziende, e da militanti della minoranza di sinistra della Fiom e del sindacalismo di base.

Contestazioni ai capi del sindacalismo di regime ve ne sono state in passato e ve ne saranno più dure in futuro, ma in assenza di un lavoro per costruire una autentica organizzazione sindacale classista alternativa alla Cgil, con l’attuale negativa direzione dei sindacati di base, Landini, la Fiom, la Cgil e tutto il sindacalismo di regime hanno poco da temere.
 

L’indirizzo sindacale comunista

Naturalmente la questione di quello che dev’essere il corretto indirizzo sindacale non si esaurisce nella proclamazione o meno di 8 ore di sciopero, ma nel modo in cui esse vengono preparate nel tempo, nel modo in cui il sindacalismo di base scende in piazza e con quali parole d’ordine.

Per il partito la chiave di volta del suo rapporto con gli organismi sindacali è nella possibilità della conquista della loro direzione. Il partito non teme l’accusa di voler strumentalizzare il sindacato e la lotta dei lavoratori perché il suo indirizzo sindacale è quello che conduce ai migliori e più duraturi risultati anche sul piano difensivo. Come recita il Manifesto del Partito Comunista: «I comunisti non hanno interessi distinti dagli interessi di tutto il proletariato».

Dal 1945 per trenta anni il partito ha considerato aperta la possibilità della riconquista della Cgil, nonostante essa fosse nata di regime fin dalla sua “ricostruzione dall’alto” col Patto di Roma del 1944. Dopo un arco trentennale di esperienza pratica di battaglia interna a questo sindacato, attraversato da lotte operaie importanti, a fine anni ’70 il partito ha tratto da precise tendenze spontanee del movimento la prova che la Cgil era ormai chiusa per sempre alla difesa e alla vera combattività proletaria.

Lo stesso non si ritiene di poter oggi dire del sindacalismo di base, principalmente perché non si è ancora misurato con un apprezzabile movimento della classe: il trentennio da metà degli anni ’80 ad oggi è stato ben più povero di lotte operaie del precedente. Il partito perciò dà indicazione ai suoi militanti che operano in seno ai sindacati di base, e ai lavoratori, di organizzarsi al loro interno in una corrente col fine di combattere le attuali dirigenze, lottando contro la pratica delle azioni separate, con l’obiettivo di una riunificazione dal basso del sindacalismo di base, quale primo passo per la rinascita del sindacato di classe.

Il partito, come ha ripetuto il volantino distribuito allo sciopero del 27 gennaio, e a quelli a dicembre dei confederali, considera il suo indirizzo sindacale comunista l’unico utile a produrre progressi verso la riorganizzazione della classe lavoratrice in un vero Sindacato di classe. Questi i punti essenziali.

1) I lavoratori abbracceranno le parole d’ordine che li chiamano alla lotta intransigente e non confideranno più nei metodi e nei sindacati concertativi solo quando si sentiranno abbastanza forti per farlo. Per questo occorre perseguire la massima unità d’azione della classe: perché più i lavoratori scioperano uniti, più sono e si sentono forti, più la classe si approssima a quel livello minimo di energia necessario per far innescare l’incendio della lotta. I confederali vogliono scioperi sufficientemente partecipati per poter dimostrare ai borghesi che ancora controllano gli operai, ma sufficientemente fiacchi, per impedire il successo della lotta. Scendere in piazza coi lavoratori mobilitati da Cgil, Cisl, Uil, Ugl non sarebbe quindi un cedimento dei sindacati di base verso i sindacati di regime, ma il miglior modo per minarne la forza.

2) I sindacati di base devono quindi abbandonare la pratica degli scioperi separati e, in linea di massima, scendere in piazza, in particolare negli scioperi generali, sia di categoria sia di tutta la classe, insieme ai lavoratori mobilitati dai confederali.

3) I sindacati di base hanno avuto fin dalla loro nascita una direzione fatta di settarismo, velleitarismo, interclassismo, opportunismo, ma l’energia che ha portato alla loro creazione proveniva dalla classe e dalle sue lotte. Permanendo il livello di questa energia basso e ristretto a determinate categorie, inevitabilmente le direzioni hanno col tempo danneggiato questi piccoli organismi sindacali, aggravandone le tare e disperdendo le iniziali qualità.

4) Il partito appoggia qualunque gruppo di lavoratori si disponga alla lotta, vuoi nei sindacati di regime, vuoi in quelli di base, vuoi al loro esterno, e li sostiene portandovi, nei limiti delle sue possibilità, il proprio contributo pratico e dando l’indicazione della unità d’azione con tutti i lavoratori, nella prospettiva della necessità della ricostruzione di una nuova organizzazione sindacale che abbracci tutta la classe lavoratrice.

5) Il partito si batte affinché nel sindacalismo di base prevalga la coscienza di come non siano sufficienti, per opporsi agli attacchi sempre più duri del padronato e del suo Stato, scioperi generali di una giornata ma occorra prepararsi a scioperi generali a oltranza fino al ritiro dei provvedimenti governativi. Naturalmente non si tratta di proclamare oggi una simile mobilitazione, dato che i sindacati di base ancora organizzano e riescono a mobilitare solo un poco di pubblico impiego e del settore del trasporto pubblico locale e ferroviario, e ancor meno di quello, fondamentale, privato, ma di preparare una simile battaglia, nel quotidiano lavoro organizzativo, in una prospettiva che non appare certo breve, ma che potrebbe presentare delle inattese accelerazioni.
 
 
 
 
 

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Rapporti coordinati alla riunione di Cortona
Imprese Banche e Stati trascinati nel turbine della crisi di sovrapproduzione del capitale: il caso Grecia
 

LA GRANDE EUFORIA

In Grecia, nel novembre 2009, quando andò al governo il PASOK, il partito di centro sinistra, prendendo il posto di Nuova Democrazia travolta dagli scandali, si racconta che scoprisse lo stato disastroso delle finanze lasciato dal precedente governo. Il nuovo governo, e con esso i mercati finanziari, vale a dire le banche europee e statunitensi, le compagnie di assicurazione, gli hedge fund, e così via, si trovarono, con un debito del 129% del PIL, con lo Stato greco in virtuale fallimento. Ovviamente questi mercati finanziari si mostravano riluttanti a prestare nuovo denaro, anche a breve termine, sebbene la Grecia facesse parte dell’Unione Europea. I tassi di interesse cominciarono a salire superando il 7% annuo!

Papandreu ha chiamato allora a soccorso i "fratelli" europei, in particolare i rappresentanti della borghesia francese e tedesca. Il cancelliere Merkel ha risposto con un secco No.

Eppure dal 2000 al 2007 le banche francesi, tedesche e statunitensi erano corse a comprare obbligazioni greche e a far prestiti al settore privato. Erano gli anni di euforia che seguivano alla crisi internazionale del 2001-2002 che, tra le altre cose, aveva visto il fallimento dello Stato argentino, con la conseguente imposizione ai suoi creditori di una ristrutturazione del debito con un notevole sconto (66%), colpendo duramente migliaia di piccoli “risparmiatori”.

Gli anni 2000-2007 non sono stati esaltanti per l’industria europea e nord americana. La crescita media annua è stata dell’1% per gli Stati Uniti, dello 0,5% per la Francia, dello 0,47% per il Giappone; solo la Germania ha fatto meglio col 2,3%; la crescita di Inghilterra e Italia, meglio, la loro decrescita, è stata rispettivamente del -0,6% e del -0,2% all’anno.

In questa situazione i capitalisti si sono lanciati a capofitto nella pratica dell’outsourcing, cioè nella acquisizione di prodotti e servizi, fino ad allora realizzati in proprio, da fornitori esteri collocati in Asia, e soprattutto in Cina, per abbassare i costi di produzione. Questa pratica consente oggi alle aziende come Apple, che non produce più nulla direttamente, di fare profitti favolosi, anche del 40%.

A questo si è aggiunta anche una frenetica speculazione di tutti i tipi, sia sulle materie prime (petrolio, metalli, prodotti agricoli...), sia nel settore immobiliare (tipico di ogni crisi), sia sui prestiti. Si sono inventati ”prodotti" finanziari sempre più sofisticati e complessi, come i famosi mutui subprime. Non ci si pone tante domande sulla natura dell’investimento, importante è prestarlo il denaro! Ogni mezzo è buono per "investirlo" senza curarsi del rischio. Ma simili speculazioni, contrariamente a quanto ci vorrebbero far credere i borghesi, non creano alcuna ricchezza, si tratta solo di un gioco d’azzardo tramite il quale la ricchezza già prodotta passa da una tasca all’altra, non molto diverso dai racket organizzati dalla mafia. Invece delle intimidazioni il capitale finanziario usa il suo potere e la protezione dello Stato per strappare la ricchezza dalle mani in cui si trova.

A questo proposito è interessante leggere ciò che il cancelliere Angela Merkel pensa dei mutui subprime: «Noi pensiamo che le operazioni di cartolarizzazione che si sono sviluppate in modo molto dinamico negli ultimi anni, abbiano certamente contribuito a finanziare lo sviluppo delle nostre economie, ma allo stesso tempo, hanno trasferito rischi bancari su molti operatori economici. Si constata però che i detentori finali di tali rischi non sono oggi beni identificabili e che questa ignoranza è, di per sé, un fattore di instabilità» (Les Echos, 20 agosto 2007). Questa rappresentante della grande borghesia tedesca descrive bene lo stato di putrefazione in cui si trova il regime capitalistico contemporaneo nella sua fase imperialista.
 

DURO RISVEGLIO

Ma torniamo alla Grecia. Per chi sapeva leggere, l’economia greca mostrava già da molti anni chiari segnali che procedeva verso il fallimento, e noi non faremo torto ai banchieri e agli operatori finanziari, dando a credere che fossero così incompetenti da non saperli vedere.

La Grecia era costantemente in deficit commerciale e si aggravava di anno in anno: è salito da -19 miliardi di dollari nel 1999 a -66 miliardi nel 2008. Successivamente è lentamente diminuito a causa della drammatica recessione nella quale è caduto il Paese.

Grecia, Saldo commerciale

Anche la bilancia dei pagamenti ha preso una piega catastrofica. Dai quasi 10 miliardi di dollari del 2000, il deficit dei pagamenti è stato in continua crescita, raggiungendo i 51 miliardi nel 2008. In rapporto al PIL si è passati dal -7,73% nel 2000 al -15% nel 2008!

Grecia - Bilancia dei pagamenti - Fonte:Cnuced

1980 1990 2000 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011
Miliardi di $ -2,21 -3,54 -9,82 -18,23 -29,57 -44,59 -51,31 -35,91 -30,90 -29,68
In % sul PIL -4,0% -3,7% -7,7% -7,6% -11,3% -14,6% -15,0% -11,2% -10,3% -13,8%

Ma il PIL (che è ben lungi dall’essere una misura affidabile dello sviluppo economico e della prosperità di un paese) progrediva ad un tasso medio annuo del 4,2%, superiore a quello di molti altri Paesi dell’Europa occidentale e del Nord America. Nel clima di euforia di allora, e per la smania di guadagno che tormenta i borghesi, tutti si affrettavano a concedere prestiti alla Grecia, tanto alle imprese quanto allo Stato. I borghesi non potevano e non volevano credere che una nuova crisi di sovrapproduzione stava arrivando.

Ma inesorabilmente alla fine del 2008 la crisi ha colpito ancora. Suonata la campana d’allarme gli Stati hanno cercato di salvare il sistema finanziario e di sostenere le imprese, in specie investendo in grandi opere. Alla parola d’ordine “Meno Stato - Più privato!” è stata sostituita quella tradizionale “Capitalismo di Stato!”, che comunque non era mai scomparso.

Le banche centrali hanno aperto il rubinetto del credito, abbassando i tassi di interesse e gli Stati, già indebitati, si sono indebitati ancora di più per salvare il capitalismo ed evitare una recessione unita alla deflazione, come nel 1929. Migliaia di miliardi di dollari sono stati così inghiottiti in Europa, negli Stati uniti e in Cina per poter evitare una crisi di quella profondità.

Stati, che fino ad allora avevano un debito basso, come l’Islanda, l’Irlanda, o la Spagna, si sono trovati in condizioni fallimentari. Strangolati da prestiti enormi per salvare le banche e stimolare l’economia, e da un brusco calo delle entrate fiscali a causa della grave recessione, si trovarono in bancarotta o in procinto di esserlo.

La Grecia era già fortemente in debito sia a livello pubblico sia privato, inoltre per “soccorrere” le banche greche la BCE ha scambiato i loro titoli migliori con denaro liquido. Questa operazione ha determinato il fatto che oggi le banche greche si ritrovano con una quantità gigantesca di titoli il cui valore è molto dubbio e con un debito di circa 106 miliardi di Euro verso la BCE, debito che non potranno mai rimborsare.

È così che è avvenuta l’esplosione.
 

INIZIO DELLA CRISI

Sulla base dei dati Eurostat, abbiamo tracciato le curve che rappresentano il livello del debito pubblico di questi Paesi in percentuale del loro Prodotto Interno Lordo. Prima della crisi l’Islanda, l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo avevano bassi livelli di indebitamento, meno del 40%. Addirittura Spagna e Irlanda si erano impegnate per diversi anni in un processo di riduzione del debito. Solo l’Italia e la Grecia si distinguevano dagli altri paesi per un livello di debito già molto alto prima della crisi di fine 2008: 107% per la Grecia e del 103% per l’Italia.

Le curve piegano bruscamente verso l’alto all’inizio della crisi.

Non c’è che l’Italia – che agli inizi del 2000 aveva già avviato un processo di riduzione del deficit di bilancio – che arriverà ad evitare la perdita di controllo sul proprio debito, ma al costo di una stagnazione e di un forte calo della produzione industriale durante la crisi. Infatti l’Italia è in recessione già dai primi anni 2000: nel 2011 registra un -18,2% rispetto ai dati del 2000.

Il fatto essenziale è che la crisi finanziaria in Grecia e in altri paesi, come Argentina, Islanda, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, è il prodotto della crisi del capitalismo globale, crisi la cui origine non è nella sfera della circolazione, in particolare nel settore finanziario, come credono gli economisti borghesi, ma nella produzione; la crisi ha la sua origine nel cuore dell’accumulazione di capitale, dove si produce il valore, vale a dire, nella produzione!

La crisi ha la sua origine nella continua caduta del saggio di profitto, che si traduce in una diminuzione dei tasso di accumulazione del capitale impegnato nella produzione di merci. È quanto emerge da questa tabella.

Cicli di accumulazione del capitale
Incremento medio annuo
della produzione industriale
 
1950-1973
1973-2007
Gr. Bretagna
3,0%
0,4%
USA
3,9%
2,4%
Francia
6,2%
1,3%
Germania
7,2%
1,8%
Italia
7,2%
1,2%
Russia
8,2%
-1,2%
Giappone
8,8%
1,9%
Cina
12,7%
11,0%
Sud Corea
17,6%
8,0%

Normalmente un ciclo di accumulazione è compreso fra due massimi delle produzioni: si parte da un massimo, seguito da una recessione e poi da una ripresa, che supera il precedente massimo, per raggiungere un massimo successivo. In questa tabella abbiamo preso come anno di partenza il primo anno del dopoguerra nel quale è stata raggiunto o superato il massimo preguerra. Non è stato lo stesso anno per tutti i paesi: in alcuni fu il 1950; in altri il 1951 o il 1953. Anche per il massimo del 1973, in alcuni paesi, come la Francia e l’Italia, si è raggiunto nel 1974. Per semplificare nella intestazione della tabella si sono indicate le stesse date di partenza e di arrivo, ma per i calcoli si sono considerati gli anni giusti.

I paesi sono in ordine di anzianità di sviluppo capitalistico. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere dopo la Germania, ma le profonde distruzioni della Seconda Guerra mondiale hanno "ringiovanito" la composizione organica del capitale in Germania e in Francia.

Come si vede, più il capitalismo è giovane, più il tasso di crescita, e quindi l’accumulazione del capitale, è elevato. Nel tempo il ritmo di crescita diminuisce e tende verso lo zero. I due diversi periodi, che mostrano incrementi molto differenti, corrispondono a due diverse fasi di accumulazione del capitale.

Il primo periodo, 1950-1973, è quello che seguiva le distruzioni profonde della Seconda Guerra mondiale, quelle distruzioni che hanno permesso al capitalismo mondiale di superare la depressione del 1929 e del 1938 ed iniziare un nuovo ciclo di accumulazione. Questa fase di accumulazione, che è stata caratterizzata da due crisi locali di sovrapproduzione di debole intensità e corta durata, essenzialmente concentrate negli Stati Uniti e in gran Bretagna, si è conclusa con la crisi del 1974-5.

Nel secondo periodo, iniziato nel 1973, si sono alternate brevi fasi di accumulazione con un ritmo debole (da 7 a 10 anni o meno) e crisi di sovrapproduzione internazionali di forte ampiezza e più lunga durata.

Questa debole accumulazione di capitale, seguita dalle recessioni, ha per effetto che il gettito delle imposte diventa insufficiente. Questo è ancora aggravato dalle misure di politica economica adottate dalla borghesia. Infatti, nel tentativo di contrastare la caduta del saggio di profitto, gli Stati riducono le tasse alle grandi aziende, tassano poco il capitale, riducono le imposte dirette della grande borghesia e si moltiplicano le scappatoie fiscali in suo favore.

Tutto questo, unito alle crisi di sovrapproduzione, ha determinato il fatto che fin dal 1973 tutti gli Stati si sono indebitati fino a raggiungere oggi dei livelli astronomici di indebitamento. Solo il deficit statale ha permesso, in tutto questo periodo, di assorbire una parte significativa della sovrapproduzione, altrimenti il capitalismo avrebbe già incontrato il suo nuovo, forse ancora peggiore, 1929.

Ma lo Stato non è l’unico ad indebitarsi a causa della crisi; le imprese si indebitano, le istituzioni finanziarie e le famiglie, e spesso il debito privato supera di gran lunga quello pubblico.

Riportiamo qui una serie di curve che rappresentano l’indebitamento per gli Stati Uniti, tracciate utilizzando i dati della Fed.

Segue una tabella con il debito dei diversi Paesi in percentuale del PIL per il 2010, composta a partire dai dati riportati dall’Economist. Ci si rende conto che i paesi più indebitati non sono sempre quelli di cui tanto si parla. L’indebitamento totale del Giappone nel 2010 era pari al 471% del suo PIL! Quello dell’Inghilterra del 466%, quello della Spagna del 366%, e così via.

 Debito pubblico e privato nel 2010 in % del PIL
Fonte The Economist
     Stati  Settori non
finanziari
Famiglie Finanza  Totale 
Giappone 191% 90% 85% 105% 471%
Gr. Bretagna 66% 100% 100% 200% 466%
Spagna 57% 144% 85% 80% 366%
Sud Corea 22% 120% 70% 110% 332%
Francia 82% 110% 40% 90% 322%
Italia 110% 80% 45% 80% 315%
Svizzera 34% 80% 110% 90% 314%
USA 66% 80% 100% 50% 296%
Germania 71% 70% 65% 65% 286%
Grecia 145% 63% 63%   270%
Canada 64% 55% 90% 50% 259%
Cina 33% 98% 7% 20% 158%
Brasile 67% 27% 28% 20% 142%
India 67% 38% 14% 10% 129%
Russia 4% 40% 9% 18% 71%

In Grecia, come in ogni altro paese, si sono indebitati lo Stato, le imprese, le famiglie, le imprese finanziarie. Non abbiamo il dettaglio della ripartizione di questo debito, mancano i dati riguardanti le imprese finanziarie ed è disponibile soltanto il debito totale delle imprese non finanziarie e delle famiglie, che abbiamo ripartito in parti uguali ma che in realtà deve essere sicuramente differente. Ma, come si vede, la Grecia non è il paese più indebitato.

Ciò che differenzia le nazioni come la Grecia, l’Islanda, l’Irlanda o la Spagna dai paesi come il Giappone, il Regno Unito, gli Stati Uniti o la Francia è che questi ultimi sono grandi Stati imperialisti, anche se in declino e non hanno più il potere di un tempo.

Tuttavia, ci si rende conto subito che la situazione in Spagna, dato il suo peso economico e internazionale, è grave, con un debito che raggiunge il 366% del PIL!
 

CHI PAGA LE TASSE

Per spiegare il fallimento dello Stato greco, molti commentatori hanno accusato “i greci” di vivere al di sopra dei loro mezzi e di “non pagare le tasse”. Il presidente del Fondo monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha esortato “i greci” a pagare le tasse. Ovviamente per i giornalisti e per i borghesi le classi non esistono, mettono insieme l’operaio e il borghese, nonostante che il secondo viva sulle spalle del primo, possieda i mezzi di produzione e si appropri del prodotto del lavoro. Ragionano come quelli che se la prendono con “i tedeschi”, senza distinzione tra la grande borghesia industriale e finanziaria, che determina la politica economica della Germania, e l’operaio che lavora per il suo salario e non ha alcuna influenza né sulla economia politica né sulla diplomazia del “suo” paese.

Nicolas Lekkas, capo della verifica fiscale sotto il governo di Papandreu, ha dichiarato nel novembre 2011 che l’evasione fiscale in Grecia oscillerebbe tra 40 e 50 miliardi di euro all’anno, ma questa cifra appare fortemente esagerata a fronte del volume del PIL di 230 miliardi; altre fonti parlano di un importo variante tra i 10 e i 15 miliardi, cifra in ogni caso enorme per il paese.

Per cercare di combattere l’evasione fiscale il governo greco sta negoziando con la Svizzera un accordo fiscale sul modello di quelli già stipulati con la Germania e la Gran Bretagna: l’accordo dovrebbe preservare il segreto bancario della Confederazione in cambio della riscossione da parte del fisco ellenico delle imposte sui capitali portati in Svizzera. Nicolas Lekkas ha dichiarato, utilizzando i dati della Banca Centrale, «nessuno paga le tasse in Grecia; abbiamo stilato un primo elenco di 720 persone fisiche che hanno inviato all’estero più di un milione di euro ciascuno; alcuni di loro hanno esportato fino 150 milioni».

Ma chi non paga le tasse? In tutti i paesi occidentali i salariati le tasse le pagano. Non soltanto infatti non hanno milioni da depositare nelle banche svizzere, ma tutti i loro introiti sono segnalati direttamente al fisco. Quelli che non pagano le tasse sono i borghesi: la borghesia industriale, finanziaria e terriera, le professioni liberali, i fondiari e così via. «Nel 2008 – scrive Niels Kadritzke su Le Monde Diplomatique del marzo 2010 – i membri delle professioni liberali (medici, avvocati, architetti) hanno dichiarato un reddito annuo di 10.493 euro, gli uomini d’affari e gli operatori finanziari di 13.000 euro, gli imprenditori e i commercianti di 13.236 euro in media, mentre il reddito medio dei lavoratori dipendenti e dei pensionati era pari a 16.123 euro. Per il fisco, i più ricchi sono i lavoratori, i dipendenti ed i pensionati».

Ma in quale paese la borghesia paga le tasse? In Francia, come in tutti gli altri paesi dopo la crisi del 1974-1975, e con un’accelerazione dopo il 2000, i governi che si sono succeduti non hanno mai cessato di abbassare le imposte dirette sui redditi alti: il prelievo sull’ultimo scaglione di imposta è passato dal 60% circa al 41%. A questo si aggiungono le scappatoie fiscali che rendono le aliquote della grande borghesia di molto inferiore al 41%. Negli Stati Uniti, uno dei paesi più egualitari con la Gran Bretagna tra il 1945 e il 1975, l’ultimo scaglione, che era del 70% prima del 1981, oggi è passato al 30%. Tutta questa generosità non ha impedito l’evasione fiscale, spesso con la complicità dell’amministrazione che sa come farsi corrompere. Così l’evasione fiscale negli Stati Uniti sarebbe di 330 miliardi di dollari all’anno, in Inghilterra di 97 miliardi di sterline, in Francia da 40 a 50 miliardi di euro! Naturalmente anche in Italia a pagare le tasse sono soprattutto lavoratori dipendenti e i pensionati che nel 2010 hanno versato l’82% dell’intero gettito fiscale, mentre lavoratori autonomi, imprenditori, commercianti, possidenti ecc. hanno versato il 18%!

E i tagli alle tasse e gli sgravi fiscali non si fermano qui. I monopoli costituiti dalle grandi società come Danone, Carrefour, Total, BP, Shell e così via, pagano poco e anche poca IVA. È loro offerta tutta una gamma di possibilità per pagare meno, che va dalle tante scappatoie fino all’utilizzo dei paradisi fiscali, controllati da quattro grandi banche internazionali, che sono ben presenti con le loro agenzie in tutti i paesi.

Quindi, la Grecia non è l’unico paese in cui la borghesia non paga le tasse e che vede una grande evasione fiscale con la complicità dello Stato, che non è altro che il rappresentante degli interessi della borghesia, e il dramma che il paese sta vivendo non è una questione di tasse. In tutti i principali paesi, Stati, imprese non finanziarie e famiglie sono ultra indebitati. Ed è un processo che non fa che peggiorare dopo la crisi del 1974-75, raggiungendo oggi cifre da capogiro. Le banche del Regno Unito, per esempio, sono indebitate al livello del 200% del PIL!

C’è una sola e semplice soluzione a questo problema: annullare tutti i debiti. Cioè la rivoluzione comunista. O la terza guerra mondiale.
 

L’IMBROGLIO GRECO

Il governo greco annunciava nel 2009 un deficit di bilancio del 6% del PIL, e, nello stesso periodo, quello francese del 7,5%. Dunque il debito della Grecia sembrava ancora nella media di quello degli altri Stati. Ma, come abbiamo poi saputo da un articolo del New York Times, Goldman Sachs, consulente dello Stato greco fino al 2009 l’avrebbe aiutato a “truccare” i conti. Era una prassi di questa banca incoraggiare i propri clienti a scommettere su titoli rischiosi per poi profittare delle loro perdite. Quando Papandreu è andato a capo del governo nell’ottobre 2009, per cercare di tamponare la situazione, ha reso pubblici i conti e chiesto aiuto all’Europa: il deficit di bilancio era al 12,7% del PIL e il debito di 298 miliardi di euro, 112,6% del PIL!

Il resto è storia conosciuta: i tassi di interesse sono saliti alle stelle, oltrepassando il 6% sui prestiti a 10 anni, rendendo impossibile ogni finanziamento sul mercato. Dopo molte tergiversazioni e tensioni tra il governo tedesco e quello francese, arrivato addirittura a minacciare di lasciare la zona euro se non si fosse fatto nulla, è stato necessario rassegnarsi a intervenire poiché la Grecia rischiava di trovarsi costretta al blocco dei pagamenti, il che avrebbe potuto portare ad un vero e proprio tsunami finanziario.

Quale era allora la situazione? Lo si è visto: da un lato la Grecia aveva un disavanzo di bilancio del 12,7% del PIL e un debito pubblico e privato compreso tra i 284 e i 300 miliardi di euro. Qual’era l’esposizione delle banche verso la Grecia? Non abbiamo dati per il 2009, ma il giornale economico francese Les Echos del 10 maggio 2011 ce la indica, in miliardi di dollari, per il terzo trimestre 2010:

Francia 92
Germania 69
Stati Uniti 43
Gran Bretagna  20
Italia 7

La situazione delle banche non è necessariamente peggiorata dopo il 2009, perché sono subentrati gli Stati, attraverso il Fondo Monetario Internazionale e in minor misura la Banca Centrale Europea. Anzi la situazione per alcune banche è addirittura migliorata, come nel caso delle banche tedesche che hanno rifilato alla BCE una parte delle obbligazioni dello Stato greco che detenevano. Si devono tuttavia prendere con cautela queste cifre, perché – di fatto – gli unici che conoscono la reale situazione delle banche sono i banchieri.

La recente scoperta da parte della borghesia spagnola ed europea dello stato reale delle istituzioni finanziarie in Spagna ne è un altro esempio. Ci sarebbero voluti 80 miliardi di euro per intervenire in loro aiuto, mentre soltanto qualche mese prima gli “stress test” imposti dall’Europa non avevano rivelato nulla, anzi le avevano dichiarate in buona salute! Proprio come nel caso delle banche irlandesi, dichiarate solventi da una serie di “stress test” e pochi mesi dopo fallite!

Sull’affidabilità delle informazioni fornite dalle banche, queste sono le parole di un giornalista di Mediapart nel numero del 16 giugno 2011, riferendosi alle dichiarazioni di BNP e di Societé Generale relativamente ai loro impegni nei confronti dello Stato greco: «Queste cifre non sembrano correlate al rischio evidenziato da Moody. Non corrispondono assolutamente alle statistiche pubblicate dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, che parla di un’esposizione di 15 miliardi di euro per le banche francesi. Bisogna dedurne che più di 7 miliardi di obbligazioni sovrane sono detenute dalle banche minori? A meno che i titoli non siano stati rimossi dai bilanci delle banche per essere stati venduti ai clienti come "sicuri", insieme alle assicurazioni sulla vita o altri prodotti finanziari. Questa opacità delle cifre sull’indebitamento reale delle banche si trova ovunque, compreso per quel che riguarda la BCE. Secondo alcuni il rischio greco per la Banca Centrale Europea ammonta a 45 miliardi di euro. Il Wall Street Journal parla di più di 120 miliardi. A chi credere? Questa situazione si traduce in uno stato di fatto: nonostante la crisi, e tutte le promesse di regolamentazione e di controllo, il sistema bancario europeo resta una "scatola cinese". Nessuno, compresa la BCE sembra veramente sapere cosa c’è dentro». In effetti, più in generale, il sistema finanziario è sempre una “scatola cinese”, ed è fuori da ogni controllo e lo resterà, nonostante tutte le promesse dei politicanti.

Insomma, attenendoci a queste cifre e ai pochi altri dati forniti dalla stampa, risulterebbe che le banche europee a metà del 2011 detenessero 162 miliardi di euro di debito greco, di cui 52 miliardi di obbligazioni; l’85% era sulla pancia delle sole banche francesi e tedesche, percentuale che scende al 70% considerando quanto detenuto dall’insieme della banche, comprese quelle americane. Come si vede le banche francesi erano più coinvolte di quelle tedesche, e forse più di quanto indichino queste cifre. Di qui il nervosismo di Sarkozy. Va notato che un certo numero di banche francesi, e di sicuro anche banche tedesche, controllano una parte delle banche greche e quindi detengono anche, indirettamente, una parte dei 50 miliardi di titoli di Stato greci in possesso dalle banche di quel paese.

Infine, sotto la pressione dei fatti, la signora Merkel ha ceduto, e si è concordato un piano di sostegno di 110 miliardi di euro. Ma ci sono delle condizioni ed "i greci" dovranno pagare. I miliardari come gli operai: i miliardari pagheranno per qualche mensa popolare, e gli operai suderanno lacrime e sangue per rimborsare il debito e salvare i miliardari. Su questo piano sono tutti d’accordo, la BCE, come il governo francese. Quest’ultimo dai prestiti alla Grecia ci ha anche fatto il suo guadagno, come del resto gli altri governi: il governo francese ha prestato 9 miliardi di euro nel 2011, che hanno reso in interessi circa 300 milioni di euro, e gli interessi del primo trimestre del 2012 hanno già portato 69 milioni nelle casse dello Stato francese.

Le misure imposte allo Stato greco si articolano in 3 parti.

1. La privatizzazione delle imprese pubbliche che è un’opportunità per le multinazionali francesi, tedesche e inglesi di far man bassa dei gioielli dell’economia greca: Aeroporto di Atene (Fraport AG ha già dichiarato il suo interesse e sarebbe disposta a comprarne il 55% delle azioni), le telecomunicazioni (TLC, delle quali Deutsche Telekom potrebbe acquistare il 40%), la banca postale, la gestione dei porti di Atene e Salonicco, la compagnia idrica, e via di questo passo.

2. Un attacco frontale e feroce contro il proletariato: la riforma delle pensioni per portarle a 65 anni e forte riduzione delle pensioni già erogate. Licenziamento di 30.000 dipendenti dello Stato, dando loro il 60% della paga e la soppressione di 15.000 posti nel servizio pubblico. Abolizione dei contratti collettivi nazionali di lavoro e introduzione dei contratti individuali. Riduzione del 25% della massa salariale nel settore privato e specificamente riduzione del salario minimo del 22% e del 32% per chi ha meno di 25 anni. Privatizzazione dei servizi pubblici con una significativa riduzione delle tariffe agevolate e un aumento del prezzo dell’energia elettrica, del gas, dei trasporti, dell’assistenza sanitaria...

3. Un attacco contro la piccola borghesia, sotto forma di deregolamentazione e liberalizzazione di 136 occupazioni, dai taxi ai centri estetici. La liberalizzazione del mercato porta inevitabilmente alla concentrazione del capitale e quindi alla proletarizzazione della piccola borghesia e alla formazione di monopoli: cosa che per noi marxisti significa progredire nella direzione della rivoluzione, ma che non ci impedisce di denunciare il metodo bestiale utilizzato dal capitalismo per far sparire la piccola produzione.

Ma presto, al seguito di molti economisti borghesi, anche i governi si sono resi conto che la Grecia non potrà mai ripagare i suoi debiti. Il problema rimane cosa fare per evitare il contagio ad altri paesi, anch’essi sull’orlo di sospendere il pagamento dei debiti, e come cercare di evitare il collasso dell’intero sistema bancario europeo.

Su come affrontare questi problemi si confrontano due posizioni. Il governo tedesco opta per una ristrutturazione del debito greco, cioè una diminuzione del valore dei titoli detenuti dalle banche, cambiando tali titoli svalutati con altri a lungo termine. La BCE, sostenuta dal governo francese, si oppone con forza a questa ipotesi.

La BCE custodisce nei suoi depositi 47 miliardi di obbligazioni greche che ha acquistato per alleviare le sofferenze delle banche. Questo acquisto di obbligazioni sul mercato secondario – si tratta del mercato dove le varie istituzioni finanziarie rivendono titoli acquistati in precedenza dai sottoscrittori – è stato presentato come un aiuto agli Stati in difficoltà. Benché non trascurabili questi 47 miliardi – che però ha comprato a 40 – non sono la ragione principale di questa rigida opposizione della BCE ad ogni svalutazione. La paura che ha colpito sia dirigenti della BCE sia il governo francese era che quel parziale fallimento dello Stato greco potesse mettere in crisi Paesi come la Spagna e l’Italia, facendo aumentare i tassi di interesse così da rendere più difficile per questi Stati l’accesso al mercato dei capitali. Questa situazione avrebbe potuto determinare il crollo di parte del sistema bancario europeo, e quindi delle banche francesi e tedesche pesantemente coinvolte in prestiti a questi paesi.

Riportiamo qui quasi completamente, perché molto interessante, e perché conferma la nostra visione, il commento a questa situazione di Martin Feldstein, ex consigliere economico di Reagan e professore di economia ad Harvard (Les Echos del 3 ottobre 2011):

«Di fronte a una situazione apparentemente irrisolvibile la Grecia ha una via d’uscita: dichiarare il default. E, seguendo questa via, dovrebbe deprezzare almeno del 50% la parte più consistente del suo debito. L’attuale piano di riduzione del 20% del valore dei titoli detenuti dal settore privato è solo un primo passo verso questo risultato.
«Uscendo dall’euro, la Grecia potrà rimettere in circolo una moneta svalutata per stimolare la domanda e quindi raggiungere un attivo commerciale. I mercati sono pienamente consapevoli che la Grecia, già insolvente, un giorno o l’altro andrà in fallimento. Perché Francia e Germania cercano di impedire o, più esattamente, di ritardare l’inevitabile? Per due evidenti motivi.
«In primo luogo, le banche e altri istituti finanziari in Germania e in Francia sono fortemente esposti verso il debito pubblico greco, direttamente o tramite i prestiti alle banche in Grecia e in altri paesi della zona euro. Ritardando così la data del default, le istituzioni finanziarie in Francia e Germania stanno guadagnando tempo per rafforzare la loro base di capitale, ridurre il loro impegno verso le banche greche e cedere le loro obbligazioni greche alla Banca Centrale Europea.
«Il rischio di contagio del fallimento dello Stato greco agli altri Stati e la destabilizzazione dei loro sistemi bancari, in particolare in Spagna e in Italia, è la seconda ragione, più importante, per cui l’alleanza franco-tedesca lotta per ritardarne l’avvento. Una crisi in una di queste grandi economie avrebbe conseguenze disastrose per le banche e gli altri istituti finanziari in Francia e in Germania. I dirigenti politici europei sperano quindi di dimostrare che se la Grecia può evitare il fallimento, la situazione dell’Italia e della Spagna è sanabile.
«Ma se nelle prossime settimane non si farà nulla per impedire alla Grecia di dichiarare fallimento, i mercati finanziari vedranno sicuramente come più probabile anche il fallimento di Spagna e Italia. I tassi di interesse che questi Stati dovrebbero allora pagare sul mercato si impennerebbero e i loro debiti nazionali aumenterebbero rapidamente, rendendoli così effettivamente insolventi. Ritardando di due anni il fallimento della Grecia, i leader politici europei vogliono dare il tempo a Spagna e Italia di dimostrare la tenuta della loro situazione finanziaria».
Così, invece di affrontare il problema, la borghesia europea cerca di guadagnare tempo, sperando di rafforzare e disimpegnare le proprie banche per metterle in grado di affrontare il fallimento della Grecia, e soprattutto prevenire il contagio verso la Spagna e l’Italia. In questo modo hanno probabilmente aggravato la situazione.
 
(Fine al prossimo numero)

 
 
 
 
 

PAGINA 5


Terremoto in Emilia
Eventi naturali - Vittime di classe

Nicola Cavicchi, 35 anni, e Leonardo Ansaloni, 45, operai alle Ceramiche Sant’Agostino; Gerardo Cesaro, 57 anni, operaio della fonderia di Alluminio Tecopress di Dosso; Tarik Nauch, 29 anni, operaio marocchino della Ursa di Bondeno che produce polistirolo espanso, sono quattro delle sette vittime del terremoto in Emilia della notte tra sabato 20 e domenica 21 maggio. Questi operai, invece di essere alle 4 del mattino di domenica a casa a riposare, come sarebbe naturale, erano in fabbrica, perché così vuole il capitale, per mantenere competitiva l’azienda.

141 anni fa, nel 1871, a Parigi, gli operai insorsero e presero il potere per alcuni mesi nella grande città. Uno dei primi provvedimenti del loro governo rivoluzionario fu l’abolizione del lavoro notturno per i fornai. È passato un secolo e mezzo, ma di notte quei quattro operai non producevano pane fresco per l’indomani, ma ceramica, allumino e polistirolo.

Se fossero stati a casa a dormire si sarebbero salvati, perché le abitazioni si sono dimostrate in grado di resistere alla scossa. Invece i capannoni industriali, alcuni dei quali appena costruiti, come quello di Sant’Agostino, sono crollati come castelli di carte, perché al capitale non basta trarre il massimo profitto col lavoro notturno degli operai, facendo girare più veloce possibile e senza pause le sue macchine, ma ne trae altro ancora risparmiando sulle tecniche di costruzione degli edifici industriali, tutti naturalmente con permessi regolari rilasciati dalle autorità locali delle tanto vantate civili, progressiste e democratiche istituzioni locali emiliane.

Non c’è reale progresso per la classe operaia nel capitalismo. Non c’è progresso negli orari di lavoro, perché si richiede di lavorare più a lungo, ad ogni ora, e più intensamente. Non c’è progresso perché di fronte a centinaia di fabbriche chiuse o coi lavoratori in cassa integrazione, a causa della crisi di sovrapproduzione che attanaglia il capitalismo mondiale, questi operai lavoravano la notte, mentre sempre più si accrescono i disoccupati. Non c’è progresso nelle tecniche costruttive, perché la scienza è subordinata al Capitale, e gli edifici sono studiati per essere costruiti al minor costo possibile.

Il progresso per i lavoratori sarà nel lavorare meno, poche ore medie giornaliere, lavorando tutti, non per produrre profitto, ma per produrre ciò di cui l’umanità ha davvero bisogno. E produrrà i beni non più sotto forma di merci, da scambiare con denaro. Progresso sarà non diminuire ma aumentare i costi, costruendo, coltivando, producendo prodotti migliori e con metodi i meno nocivi per chi li produce. Tutto questo è possibile solo abolendo il profitto, cioè abolendo il Capitale e il suo opposto necessario, il lavoro salariato. Sarà progresso, per i lavoratori e per l’umanità intera, solo dopo la soppressione del capitalismo.
 
 
 
 
 

PAGINA 6


I minatori spagnoli indicano la giusta strada al proletariato europeo: sciopero ad oltranza

Da più di due mesi i minatori del settore carbonifero di alcune province spagnole – Asturie, Castiglia e Leon, Aragona e Palencia – sono entrati in sciopero ad oltranza per contrastare i provvedimenti del governo spagnolo tesi a diminuire drasticamente i finanziamenti al comparto minerario: una riduzione del 63% dei contributi statali al settore estrattivo equivalenti ad un taglio di circa 200 milioni di euro.

Facciamo notare che gli aiuti da parte della BCE allo Stato spagnolo e alle sue banche, attraverso il fondo europeo Efsf, si aggirano attorno ai 100 miliardi di euro.

La perdita di competitività delle miniere iberiche mette a rischio migliaia di posti di lavoro, in un settore già pesantemente ridimensionato negli ultimi 30 anni dai precedenti governi.

Lo sciopero è iniziato il 23 maggio, appoggiato dalle due principali sigle sindacali spagnole, Union General de los Trabajadores e Comisiones Obreras.

Queste organizzazioni nel corso degli anni hanno dimostrato di non esser più utilizzabili né riconquistabili ad una genuina azione di classe, essendo ormai serve fedeli dei padroni e dei loro governi di destra e di sinistra. Ma questi sindacati, che risultano essere ancora molto forti e radicati in quelle regioni, apparentemente sostengono la protesta. In alcune miniere, per poter lavorare, è necessaria la tessera della SOMA-FIA-UGT o della CCOO.

Nelle 50 miniere delle Asturie esistono anche diversi piccoli sindacati “indipendenti”: in una intervista ad una emittente locale un loro militante ha esplicitamente dichiarato che il pericolo per i lavoratori non arriva solo dall’esecutivo e dal suo ministero, ma si trova anche all’interno del movimento operaio, tra quei sindacati che tradiscono i minatori, agendo in combutta con i padroni ed il loro governo.

L’obbiettivo primario dei sindacati di regime non è quello di difendere le condizioni di vita e di lavoro, bensì salvaguardare l’economia nazionale e tutelare il “bene del paese” che altro non è che il profitto della classe dominante. Anche nelle loro componenti di “sinistra”, la politica di questi sindacati non cambia registro.

I due maggiori sindacati spagnoli tendono a circoscrivere la lotta, annacquarla e indebolirla col tenerla isolata dal resto della classe per impedire un pericoloso incendio tra tutti i lavoratori.

È la stessa politica sindacale che fu adottata nel 1984 dalle corrotte Trade Unions inglesi contro l’epico sciopero di 165 mila minatori d’oltremanica, che si ribellarono per quasi un anno al massiccio attacco di ristrutturazione diretto dal governo Thatcher. I musi neri britannici furono traditi da queste organizzazioni, solo in apparenza combattive, che spezzarono il fronte dei minatori dividendoli e tenendo lontana l’indispensabile quanto fondamentale solidarietà delle altre categorie operaie. La sconfitta fu inevitabile.

La quasi totalità dei minatori iberici, mossi a genuina rabbia proletaria, ha travolto fin da subito le disfattiste indicazioni dei dirigenti sindacali organizzando numerosi cortei ed efficaci blocchi stradali. Alcuni lavoratori hanno anche occupato dei pozzi. Sono stati numerosi gli scontri con la Guardia Civile che ha attaccato le decine di barricate dislocate ad arte sulle principali strade della regione.

In poco tempo i minatori si sono coordinati anche da un punto di vista “militare” adottando tecniche di difesa volte a respingere gli assalti della polizia.

I blocchi sono avvenuti in molte zone del paese ed in particolar modo nelle Asturie; massicci quelli sulle strade N-630 e N-632. Numerose barricate sono state costruite lungo l’Autostrada delle Miniere, la AS-I, la A-66 e in molte altre strade secondarie nei dintorni di Oviedo. Diversi sbarramenti sono stati posti lungo la ferrovia, impedendo la regolare circolazione dei treni.

Durante i combattimenti la cacciata degli apparati di repressione dello Stato è stata accolta tra i festeggiamenti dalla proletaria popolazione locale, che spesso ha attivamente preso parte allo sciopero ed alla lotta. In queste regioni, in particolar modo tra i giovani, il tasso di disoccupazione è tra i più alti della penisola, e quindi d’Europa.

In diversi casi gli scontri sono stati molto duri, con feriti da ambo gli schieramenti, e in essi la polizia non ha esitato a sparare pallottole di gomma sui manifestanti. I minatori hanno eretto fortini per difendersi, rispondendo colpo su colpo con pietre, fionde e tubi di ferro utilizzati come efficaci lanciarazzi.

Ad una settimana circa dall’inizio dello sciopero, a Madrid si è svolta una partecipata manifestazione con migliaia di minatori giunti da diverse regioni: il democratico Stato spagnolo, appartenente all’altrettanto democratica Europa, non ha esitato a reagire con manganellate e arresti.

Il 22 giugno ha avuto inizio quella che è stata denominata la “marcha negra”, una marcia di minatori diretti a Madrid, probabilmente alimentata e sostenuta dalle centrali sindacali con il proposito di stancare la lotta. Diverse colonne di lavoratori, provenienti da varie regioni, hanno così attraversato il paese.

La notte del 10 luglio, dopo 19 giorni di cammino, la marcia si è conclusa quando circa trecento minatori sono entrati in città. La risposta di Madrid proletaria è stata sorprendente: in migliaia, molti dei quali lavoratori, hanno scortato il loro ingresso applaudendoli, incoraggiandoli, scandendo ripetutamente “viva la lotta della classe operaia”. L’arrivo in notturna è sicuramente da attribuire ai calcoli delle direzioni sindacali, impaurite dalla risposta e dalla solidarietà della città di Madrid.

La mattina successiva, mentre il governo spagnolo aboliva d’un tratto la tredicesima, un’enorme manifestazione con in testa i minatori è partita da piazza Colòn dirigendosi verso il Ministero dell’Industria dove è arrivata verso le due del pomeriggio. Qui sono iniziati violenti scontri, la polizia ha caricato immediatamente, sparando ad altezza uomo pallottole di gomma. Minatori e manifestanti hanno tentato di ricompattarsi ma sono stati dispersi da numerose cariche con cavalli e blindati. A fine giornata si conteranno decine di arresti e molti feriti.

Alcuni minatori intervistati dopo la manifestazione affermavano: “finisce la marcia, comincia la guerra”.

* * *

Inevitabilmente questa lotta ci riporta indietro nel tempo, alla resistenza negli anni ‘80 contro la chiusura di alcune miniere, prima ancora ai poderosi scioperi del 1962, con Franco al potere, ma in particolar modo ad una delle maggiori manifestazioni della lotta del proletariato internazionale, la Comune delle Asturie. Non dimenticheremo mai il suo slancio eroico, il vergognoso isolamento in cui fu sepolta, la sconfitta e la repressione successiva.

I lavoratori di oggi come quelli di allora hanno una vitale necessità, la creazione di un fronte unico proletario che si fondi solo sulla base delle rivendicazioni economico-sindacali, per mobilitare sul terreno economico il più alto numero di proletari, nonché di un unico partito realmente rivoluzionario e libero da compromessi con altre organizzazioni politiche. Lo stalinismo e il riformismo di ogni colore, che ancora oggi appaiono erroneamente vicini ai lavoratori, sono falsi amici e perseguono un unico fine: sabotare gli interessi di classe.

Quello che chiaro emerge anche da questa lotta è l’estrema necessità che i lavoratori hanno di porsi finalmente su un terreno di classe per riuscire a rispondere agli attacchi della borghesia. La lotta rituale, lo sciopericchio del venerdì, magari solo di qualche ora, anche in Spagna per anni voluto e sostenuto dai sindacati di regime, appare oggi privo di senso. I lavoratori, istintivamente, si sono posti da subito intransigenti: “noi contro loro”. Nessuna pacificazione, nessuna concertazione è possibile.

Inutile nasconderci che una eventuale vittoria dei minatori sarebbe del tutto effimera, in particolare grazie alla politica di isolamento sindacale della categoria, come è stato nel precedente inglese. Ma questa generosa lotta lascerà sicuramente un segno indelebile in tutta la classe lavoratrice spagnola, rendendo evidente la necessità di una vera organizzazione di classe, forte ed estesa. Un sindacato di classe oggi non solo riuscirebbe a dirigere la lotta di questo combattivo settore, ma tenderebbe a farla confluire in un vero sciopero generale in grado di unire le rivendicazioni e la volontà di mobilitazione di tutte le categorie. Un sindacato di classe metterebbe come suo primo obiettivo, quindi, non la difesa delle miniere o della fabbrica, ma la tutela intransigente del salario, lottando contro i provvedimenti che il governo sta prendendo e chiedendo il pieno salario ai lavoratori disoccupati.

Una prima e parziale avvisaglia di questo scenario futuro lo si è scorto il 18 giugno nel Leòn e nelle Asturie, quando i cantieri navali, il settore dei trasporti e quello degli insegnanti hanno scioperato insieme ai minatori dimostrando il fondamentale istinto alla solidarietà di classe.

La lotta dei minatori spagnoli, benché ancora incatenata dai falsi amici sindacali e politici, è una grande e concreta risposta, con genuini metodi di classe, agli attacchi che la borghesia di tutti i paesi di Europa sta scagliando contro la classe operaia: possa essere un esempio per tutti i lavoratori.