Partito Comunista Internazionale Indice - Numero successivo
"COMUNISMO" n. 1 - gennaio-aprile 1979
Presentazione
Il nostro antiparlamentarismo.
L’agonia del capitalismo nelle crisi delle produzioni e delle monete [RG11-12-13]: Capitale è miseria e distruzione - Scosse premonitrici - L’inflazione castiga il dirigismo - Fluttuazione nei cambi come bollettini nella guerra commerciale - L’utopia dell’ultramoneta.
Evoluzione e dinamica della forma sindacale [RG11]: 1848-1871 Fase liberista: divieto - 1871-1914 Fase di espansione: assoggettamento - 1914-1926 Parabola rivoluzionaria: la cinghia di trasmissione - Fase del totalitarismo statale: sindacati di Stato - a) 1926-1945 periodo fascista - b) 1945 periodo post-fascista - Il sindacalismo tricolore.
Questione militare [RG12-13]: 1) Verso la terza guerra mondiale: a) Caratteri permanenti dell’imperialismo (continua al n. 3).
La teoria marxista della catastrofe [RG13].
Dall’Archivio della Sinistra:
Il VI Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (febbraio-marzo 1926): Rapporto della Sinistra, V Seduta: 23 febbraio.

 
 


Nel 1952 eventi, che definimmo allora “al livello delle galline”, ci strapparono di mano la rivista Prometeo e il giornale Battaglia Comunista, che erano stati le bandiere della Sinistra. Dovemmo concentrare tutti i nostri sforzi sul giornale che si trasformava in giornale-rivista: Il Programma Comunista.

Successivi e più recenti accadimenti, non meno gallinacei ma più carogneschi, ci hanno tolto di mano anche Programma, che per vent’anni aveva rappresentato la continuità programmatica e teorica della Sinistra. In questi vent’anni un lavoro colossale per quantità e qualità è stato compiuto dal piccolo partito, sì da essere paragonato, con giusto orgoglio comunista, a quello svolto dai bolscevichi. Con un altro organo di stampa, il Partito Comunista, e con più ridotte forze, si è dovuto continuare la battaglia di sempre su tutti i fronti, con lo specifico intento di mantenere la rotta rivoluzionaria al piccolo partito, divenuto ancora più piccolo con la “scissione sporca”, per dirla con Lenin, del novembre 1973.

La rivista si è resa necessaria per potenziare e dare maggior respiro al lavoro teorico, sinora svolto nel giornale. Così le tre funzioni principali, politica, economico-sindacale, teorica vengono da oggi rappresentate da tre organi di stampa specifici: Il Partito Comunista, Per il Sindacato Rosso, Comunismo.

Ci sembra opportuno ribadire che anche la rivista, come gli altri due organi, non ospiterà articoli e testi “firmati”, secondo la moda borghese. Anche la ripubblicazione, necessaria, di nostri antichi e più recenti testi di partito, non soddisferà questi pruriti, che altri han creduto opportuno di grattarsi.

Anche i nemici del comunismo, e primi fra tutti i partiti traditori, che credevano di essersi liberati dal bisogno della teoria, devono fare i conti con principi, finalità e programma, per negarli. Riteniamo una vittoria comunista nel campo teorico e dottrinale che i partitacci, che si fregiano abusivamente dei nomi gloriosi di comunista e socialista, siano costretti ad abbandonare persino il lessico marxista e ad esprimersi col vocabolario immediatista volgare e sguaiato delle classi borghesi, segnatamente di quelle piccolo-borghesi della ”intellettualità” universitaria ed accademica, ridotta allo scetticismo e al possibilismo, con cui tradisce la perenne disponibilità ad affittarsi al più forte del momento.

Rivendichiamo come una vittoria della nostra scuola rivoluzionaria che le forze squisitamente “oscurantiste” di questa società capitalistica, come la Chiesa cattolica, sotto l’incalzare ineluttabile delle contraddizioni economiche sociali e politiche, veri e potenti acceleratori della dissoluzione della presente società, in vista del risorgere delle condizioni per un nuovo assalto rivoluzionario del proletariato internazionale, debbano ribadire con intransigente determinazione e volontà le loro dottrine antiproletarie, anticomuniste e arivoluzionarie, come monito delle classi possidenti a difendere i “valori” dietro cui celano i loro interessi materiali di classi privilegiate.

Ma la teoria è un’arma. Ed è un’arma anche per i nostri nemici: è mezzo di guerra, non di pace tra le classi.

Il marxismo rivoluzionario è dottrina del proletariato, non di altre classi né dell’umanità indifferenziata. È una dottrina speciale, al tempo stesso passione e scienza. È l’ieri l’oggi il domani dell’umanità lavoratrice. È COMUNISMO!
 
 
 
 
 
 
 
 


Il nostro antiparlamentarismo

Non in ossequio alla insignificante “attualità” del fradicio mondo borghese ancora una volta svergogniamo il feticcio democratico di borghesi ed opportunisti: elezioni, parlamento. Non sprechiamo tempo e spazio per parlare di congiure di corridoio, di effimere alleanze, di spartizioni ministeriali e di poltrone, disgustoso andazzo cui ci hanno abituati i corrotti politicanti di mestiere. Non ci interessano, come mai ci hanno interessato, evoluzioni, involuzioni, accordi, scodinzolamenti dei vari Andreotti, Berlinguer, Craxi, ché da sempre il loro fine, che li accomuna in un sol fronte compatto, è il rimbambimento e l’aggiogamento della classe operaia.

È la ferrea consegna ricevuta da generazioni di rivoluzionari, in perfetta continuità di schieramento per la causa dell’emancipazione del proletariato, che ci spinge ancora una volta a ribattere i “vecchi chiodi”, i cardini della teoria e dell’azione rivoluzionaria.

Dopo l’immane macello della prima guerra mondiale, e nonostante il tradimento dei partiti della Seconda Internazionale, lo scenario sociale della vecchia Europa si presentava quanto mai esplosivo. In Russia la classe operaia guidata dai bolscevichi di Lenin aveva conquistato il potere fondando il primo Stato Operaio della storia; nel resto del continente le ali sinistre, rivoluzionarie, dei vecchi partiti socialisti stavano prendendo influenza negli strati più combattivi del proletariato. La soluzione rivoluzionaria sembrava ogni giorno più vicina.

In Italia, come negli altri paesi europei, si pose al movimento operaio il problema di come agire praticamente per raggiungere lo scopo della conquista del potere. Un gruppo avanzato dei socialisti italiani sostenne al congresso di Bologna del 1919 che ormai si era aperta una antitesi, una incompatibilità fra lotta per la rivoluzione ed attività elettorale. Prendere la via delle elezioni voleva dire chiudersi quella della rivoluzione.

Le ragioni tattiche di questa posizione della Sinistra erano, e sono, chiare: essendo ormai storicamente dimostrato che attraverso il parlamento nessun potere è raggiungibile da parte della classe operaia, partecipare alle elezioni avrebbe solo significato dare credibilità ad una istituzione verso la quale il proletariato occidentale già cominciava a mostrare indifferenza, distogliendo su inutili pettegole vittorie schedaiole l’interesse che i proletari di tutto il mondo mostravano verso la vittoria sovietica e l’esempio che stava impartendo. Altra ragione, e non secondaria, era il dispendio di forze e di mezzi anche finanziari che una campagna elettorale richiedeva. La visione della Sinistra era semplice: tagliamo i ponti legalitari e democratici alle nostre spalle, e la classe operaia si troverà a dover indirizzare tutte le sue energie in avanti, verso l’insurrezione armata, a distruggere lo Stato con tutte le sue propaggini, delle quali il parlamento è certo la più fetida.

La questione fu portata al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista, che si svolse a Mosca nel 1920. In quella storica assise si ritenne che i partiti comunisti dell’Internazionale potessero utilmente sfruttare l’azione parlamentare allo scopo, beninteso, della distruzione rivoluzionaria del parlamento stesso e dello Stato.

Lenin, occupato a combattere le tendenze di destra e di estrema sinistra, entrambe egualmente pericolose e da noi al pari di Lenin condannate e combattute, non valutò a pieno la portata tattica dell’astensionismo propugnato dalla Sinistra, confondendolo con un timore purista di essere contaminati dalla borghesia una volta entrati in contatto con essa. In realtà l’osservatorio dal quale la Sinistra aveva tratto le logiche conseguenze tattiche era, per questo argomento, molto più favorevole di quello dei bolscevichi, che si erano sempre trovati a lavorare in uno Stato autoritario, feudale, nel quale il proletariato non aveva avuto il tempo di essere avvelenato dalla stolida prassi elezionistica, data la breve ed impopolare vita del governo borghese democratico di Kerensky.

Ma ben altre questioni fondamentali dovettero essere messe in chiaro in quel fondamentale congresso, e tutte ci trovarono sullo stesso fronte di ortodossia marxista difeso da Lenin. Difficile era invece porre la questione dell’astensionismo troppo in generale, data l’esperienza maturata fino a quel momento dal movimento operaio, e i comunisti italiani si rimisero alla decisione del congresso essendo chiara la soluzione: in principio tutti contro il parlamentarismo; in tattica, non stabilire né la partecipazione sempre e ovunque, né il boicottaggio sempre e ovunque.

Noi ci sottomettemmo anche perché eravamo certi che un eventuale assalto rivoluzionario, che quella Europa infuocata dalla lotta di classe faceva presentire imminente, avrebbe spazzato via per sempre i parlamenti ed i dubbi sul loro utilizzo. Ma eravamo anche coscienti che il pericolo sarebbe esistito se e quando l’ondata rivoluzionaria fosse rifluita, cioè il pericolo che la lotta parlamentare invischiasse il partito a tal punto da denaturarne le caratteristiche di classe, fino a ripetere il vecchio schema dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, nei quali le immense strutture di partito erano diventate delle macchine elettorali, e solo elettorali, sulle quali gravava il peso frenante dei gruppi parlamentari, che immancabilmente costituivano ovunque le ali più destre dei partiti stessi.

La rivoluzione in Europa non fu, ed i nostri timori, sempre apertamente espressi, si rivelarono profezie. Dalla distruzione del parlamento e degli altri ingranaggi statali si passò alla utilizzazione del parlamento per accelerare l’insurrezione. Poi si ricadde all’utilizzazione del parlamento come mezzo per arrivare con la maggioranza dei voti al potere della classe operaia (poi del popolo). Ed infine, e siamo alla Resistenza ed al P.C.I firmatario della Costituzione repubblicana, si passò dal parlamento mezzo al parlamento fine. Si era così arrivati alla fine del ciclo: non più il parlamento per la causa proletaria, ma il proletariato per la causa del parlamento.

Il parlamentarismo è la forma di rappresentanza politica propria del regime borghese. Creato dalla borghesia rivoluzionaria secoli addietro, è stato da questa sempre utilizzato per avallare lo sfruttamento capitalistico della classe operaia occidentale e la politica militaresca coloniale e post-coloniale di sfruttamento delle classi povere del Terzo Mondo. Questa funzione non è certo cambiata con la “conquista” di seggi da parte di rappresentanti del movimento operaio, iniziatasi già all’inizio di questo secolo. Al contrario, tale partecipazione ha reso più accettabili ai proletari le misure antioperaie che venivano prese da questo organo padronale. Già nel 1919 Lenin così lo descriveva, nella famosa “Lettera agli operai d’Europa e d’America”:

«Il parlamento borghese, sia pure il più democratico nella repubblica più democratica, nella quale permanga la proprietà dei capitalisti e il loro potere, è la macchina di cui un pugno di sfruttatori si serve per schiacciare milioni di lavoratori. I socialisti, lottando per emancipare i lavoratori dallo sfruttamento, hanno dovuto utilizzare i parlamenti borghesi, come una tribuna, come una delle basi per la propaganda, per l’agitazione, per l’organizzazione, fino a che la nostra lotta è rimasta entro i limiti del regime borghese. Ma oggi la storia mondiale ha posto all’ordine del giorno il compito di distruggere tutto questo regime, di abbattere e schiacciare gli sfruttatori, di passare dal capitalismo al socialismo, oggi, limitarsi al parlamentarismo borghese, alla democrazia borghese, abbellire questa democrazia come “democrazia” in generale, celarne il carattere borghese, dimenticare che il suffragio universale, fino a che perdura la proprietà dei capitalisti, è solo una delle armi dello Stato borghese, significa tradire vergognosamente il proletariato, passare dalla parte del suo nemico di classe, dalla parte della borghesia, significa essere un traditore e un rinnegato».

Così sessanta anni fa, quando ancora la partecipazione delle grandi masse lavoratrici alle elezioni era una novità ma della quale già a sufficienza si erano visti gli effetti, il grande Lenin bollava il meschino Berlinguer, che doveva ancora nascere, di traditore e rinnegato, a dimostrare quanto antiche e stantie siano le moderne “Terze vie”, i “Compromessi storici” in cui si cimentano gli odierni carognoni, inferiori ai Kautsky, Noske, Mac Donald e Stalin nella levatura individuale, ma non nella virulenza controrivoluzionaria.

In realtà il parlamento mantenne il reale potere politico per breve tempo, presto esautorato dall’esecutivo, più facilmente manovrabile e influenzabile dai grandi capitalisti e dalle banche, in modo mascherato o palese. Nel secondo caso si ricordano le dittature di Cromwell, Napoleone III, Mussolini, Hitler, ecc. durante le quali la borghesia, rinunciando al paravento democratico, esercitava apertamente la sua dittatura politica ed economica. A questo campo da tempo il nostro movimento ha associato le dittature del capitalismo di Statale nei paesi cosiddetti socialisti.

Preferita comunque dalla borghesia moderna è la prima forma, quella meno manifesta, di controllo del potere politico, alla quale ricorre tutte le volte che le è possibile. In essa, mentre periodicamente i cittadini vengono chiamati ad esercitare il sacro diritto-dovere del voto, la borghesia esercita il suo potere in modo altrettanto assoluto che nella forma fascista in quanto sa di avere in mano saldamente esercito, polizia, tribunali ed un’infinità di sottostrutture facilmente controllabili, cominciando dal clero per finire con scuola, enti assistenziali, mezzi d’informazione, ecc. Ma il sostegno più sicuro della borghesia è proprio quello strato di mantenuti che gli operai hanno ingenuamente mandato in parlamento con i loro voti, che il partito bollò come “opportunisti”.

Chiunque sieda in parlamento, o sul seggio di ministro, sa che tali strutture statali o filo-statali sono costruite per funzionare in un solo modo, non le può modificare nella loro essenza né dominare, ma ne è invece dominato. Gli ordini vengono dai grandi trusts multinazionali, dalla Confindustria, dalle banche, dai proprietari terrieri, e governo e parlamento possono solo prenderne gli ordini e trarne le conseguenze legislative. Il parlamento in particolare vede sempre più ridotta la sua funzione alla ratifica dei vari decreti presidenziali, governativi e ministeriali, e questa tendenza non può certo essere rovesciata dalle imbelli strida di buffoni come Pannella e soci. In questo senso ben poco è rimasto del vecchio sistema parlamentare ottocentesco, avendo la moderna repubblica borghese recuperato ed utilizzato gli strumenti di dominio dittatoriale messi a punto dal quotidianamente esecrato fascismo.

Mentre il potere borghese è sempre più dittatoriale nei fatti, nelle apparenze ostenta sempre più democrazia, tolleranza, aperture a “nuove vie”. Così in coincidenza con l’approfondirsi della nuova crisi mondiale le ubriacature elettorali si susseguono a ritmo frenetico; per limitarci all’Italia, negli ultimi anni si sono avute elezioni di tutti i tipi e ad ogni stormir di fronda: politiche, amministrative, referendum, per la scuola, per il quartiere, presto per la suprema buffonata, il parlamento europeo.

Errata lezione trarrebbero coloro che da queste constatazioni storiche si proponessero di riportare il parlamento al suo antico ruolo, perché esso, come già detto, è sempre stato organo di oppressione borghese e nessuna funzione progressiva può ad esso essere oggi attribuita. Esso è ed è sempre stato il simbolo di un’era storica, quella del modo di produzione capitalistico, il quale è esso stesso superato, e sopravvive ormai a sé stesso in attesa che una possente spallata del proletariato rivoluzionario lo cancelli dalla faccia della terra. Tale sopravvivenza è stata resa possibile dal formarsi di organizzazioni opportunistiche che proprio grazie al mito elezionistico hanno inculcato nella classe operaia il miraggio di una conquista del potere indolore, graduale, che si sarebbe verificata il giorno in cui il numero di schede nelle urne fosse contato di una superiore a quelle del nemico. La storia ha ampiamente dimostrato, nei pochi casi in cui ciò è avvenuto, che la borghesia non esita a confutare col ferro e col fuoco la “volontà popolare” democraticamente espressa, e quindi coloro che difendono tale visione della lotta di classe sono solo da considerarsi traditori e rinnegati al soldo dei padroni.

La storia ha al contrario dimostrato la classica visione rivoluzionaria propria di Marx, di Lenin e della Sinistra Comunista, secondo la quale unica via alla conquista del potere da parte della classe operaia è l’insurrezione armata, guidata dal Partito Comunista Internazionale, il più possibile estesa internazionalmente, cui segua un periodo di dittatura rivoluzionaria del proletariato, che distrugga tutte le strutture del potere borghese e vi sostituisca le sue proprie, le sole adatte a porre le basi della nuova società senza classi.

Compito dei proletari non è quindi quello di “scegliere” il miglior partito o, peggio, la migliore persona che rappresenti le loro necessità in una assise che ogni giorno si ingegna a trovare mezzi sempre più raffinati di sfruttamento dei lavoratori, ma è di intensificare le loro lotte contro l’oppressione economica della borghesia con azioni sempre più dure, compatte, incuranti del bene della “economia nazionale”, denunciando apertamente opportunisti politici e sindacali che si frappongono fra loro ed il nemico diretto.

Che gli operai si stringano intorno al loro partito politico di classe, il Partito Comunista Internazionale, e sostituiscano alla parola d’ordine “Preparazione elettorale” quella che la storia ci indica a chiare lettere, di “Preparazione rivoluzionaria” all’abbattimento violento del regime capitalistico.
 
 
 
 
 
 
 


L’agonia del capitalismo nelle crisi delle produzioni e delle monete
Rapporti esposti alle riunioni di maggio e settembre 1978 e gennaio 1979 [RG11, RG12, RG13].
 

Nel primo numero del 1968 dell’allora nostro organo di stampa, il Programma Comunista, titolavamo con ostinata scientifica caparbietà: Crisi monetaria - crisi capitalistica mondiale, e nel maggio dello stesso anno: Crollano i miti borghesi del benessere. L’esperienza del decennio successivo ha confermato quella diagnosi. L’avvicendarsi ciclico di sempre dell’accumulazione capitalistica, di fasi di maggior slancio a periodi di stagnazione delle produzioni e dei traffici, si è ripetuto in questi anni nei diversi paesi industrializzati marcando però crisi più profonde, maggiori recessioni nei volumi prodotti e riprese di breve durata con oscillazioni intorno ad una tendenza media di rallentamento fin quasi all’arresto della crescita della massa del capitale in funzione.

È definitivamente chiuso un periodo di sviluppo travolgente dell’imperialismo: dalla fine della guerra, e proprio grazie alle immani distruzioni di questa, fino alla crisi del 1975 il mostro capitalistico ha goduto di tre decenni nei quali la macchina dell’industria si è ingigantita, ha schiacciato nazioni già coloniali e ha corrotto il proletariato occidentale. La massa dei prodotti è cresciuta, di 4,6 volte in Germania seppure dimezzata, in America idem, in Giappone addirittura di 11 volte. Si è ripetuto, a scala ingigantita, lo slancio espansivo capitalistico, con robuste e prolungate riprese produttive e con rallentamenti appena accennati, come l’Europa conobbe dalla guerra franco-tedesca del ’70 fino alla crisi dei primi anni del secolo, anche allora tre decenni di accumulazione, di arricchimento borghese, senza guerre in patria, di corruzione della classe operaia e di influenza opportunista sul partito e sull’organizzazione proletaria.

Oggi questa fase di capitalismo “opulento”, nella quale è possibile far penetrare nel proletariato le ideologie nemiche del pacifismo sociale, del riformismo, della collaborazione fra le classi, del gradualismo e del progressismo arivoluzionario, è irreversibilmente chiusa né riusciranno a resuscitare l’esaurito slancio capitalistico la demagogia degli ideologi ufficiali del regime né degli osceni rattoppi della propaganda opportunista a base di pianificazione e partecipazione.

Il capitalismo imperialistico mondiale accede al periodo delle crisi, nel quale si sconta la caduta ineliminabile del saggio del profitto e la sproporzione accumulata fra produzione e consumo. A distanza di 70 anni il capitale è giunto di nuovo alla sua “massa critica”, è troppo ingigantito per poter impiegarsi con profitto nella sua metamorfosi produttiva, la forma mercantile-proprietaria della ricchezza non riesce a soddisfare nemmeno nella misura precedentemente raggiunta i bisogni sociali, anzi necessita per la futura ripresa della produzione la distruzione violenta, al di fuori del circuito e delle leggi del mercato e del capitale, dell’ingombrante eccedenza di merci invendute, di capitale monetario e di mezzi di produzione inutilizzati.
 

Capitale è miseria e distruzione

L’impossibilità per il capitalismo di uno sviluppo non traumatico e continuo, l’assurdo, dimostrato in teoria dalla nostra scuola e verificato dall’esperienza storica, del perpetuarsi del processo di accumulazione deriva dalla contraddizione intima propria della natura duplice delle merci, contraddizione resa allo stato puro e generalizzata fino all’esplodere critico del modo capitalistico di produrle socialmente.

Mentre la produzione del profitto è per sua natura senza misura e tendente ad accrescersi in modo autonomo dalla quantità e qualità dei bisogni sociali, la scala del consumo sociale in grado di compensare il valore dei beni si contrae sempre più proprio per effetto e parallelamente alla maggior scala della produzione delle merci. Da un lato un’industria grandeggiante cresce secondo leggi e ritmi suoi propri e privi di qualsiasi possibilità di controllo e di pianificazione, dall’altro l’estendersi della proletarizzazione di tutti gli strati sociali, con il ridursi inesorabilmente del rapporto fra consumi finali e massa del capitale in movimento. Anche se la dimensione del consumo tende storicamente ad aumentare, seppure lentamente, enorme è il capitale morto che incombe sulla società. E con il crescere e il concentrarsi del capitale e con il suo svincolarsi nelle forme anonime, si gonfia mostruoso il suo apparato statale di gestione politica, affiancato dai massimi rappresentanti delle grandi industrie e della grande finanza.

L’apparente benessere dei decenni trascorsi è stato manifestazione fugace, ben sfruttata dagli incensatori del regime, propria soltanto di una fase del ciclo, pagata con l’enorme aumento della produttività e durata del lavoro nelle fabbriche e con la rapina sistematica e la morte lenta per fame delle popolazioni di interi continenti ad opera delle centrali imperialistiche.

Ma nemmeno la “società dei consumi” ha potuto e potrà mai realizzare il valore in fantastico crescendo delle merci vomitate sul mercato. È utopia reazionaria pretendere di far sopravvivere il capitale estendendo i consumi. La produzione e la vendita, procedenti al massimo ritmo, continuano in tutte le sfere produttive e su tutte le piazze quando già il mercato al dettaglio non è più in grado di assorbire nuove merci. A questo punto si innesca la crisi commerciale, il panico nella classe borghese, il crollo dei prezzi e il blocco della riproduzione. Il ristretto consumo individuale, ulteriormente ridotto per la diminuzione dei salari e dell’occupazione e per i minori redditi delle classi borghesi, piccolo-borghesi, professionali e intellettuali, mai potrebbe assorbire la crescita esponenziale della produzione.

Del resto quote ingenti e crescenti della produzione capitalistica dei paesi più industrializzati non trova consumo finale in patria bensì sul mercato mondiale, sensibilissimo alle variazioni di prezzi e di congiuntura economica. Al termine del periodo del benessere il capitale ha riempito al massimo tutti i pori del “consumo solvibile”.

Per sua legge interna la composizione organica del capitale cresce insieme all’aumento della sua massa totale: la miglioria tecnica del processo produttivo implica l’aumento della massa e del valore delle macchine ed impianti, come quello della materia prima trattata, e si riduce la massa del lavoro necessario per metterle in moto. Il valore del salario, del resto, si riduce per la riduzione del valore dei mezzi di sostentamento del proletariato a causa dell’aumento della produttività nei settori che li producono. La massa dei salari complessivamente pagati, il capitale variabile, diventa una frazione decrescente del capitale totale. L’aumento dello sfruttamento del proletariato, necessariamente limitato alla durata naturale della giornata lavorativa, non compensa al capitale l’enorme e potenzialmente infinito aumento della sua composizione organica, i giganteschi apparati messi in moto dal singolo operaio. Ne consegue la riduzione dal saggio del profitto, già negata da schiere di teorici universitari ben pagati, e che oggi si impone con la evidente drammaticità delle crisi.

Si esaspera la concorrenza fra capitali, porzioni crescenti del capitale non possono investirsi con profitto in mezzi di produzione e in forza-lavoro, non riescono a proseguire la loro metamorfosi e in forma monetaria, vagano per i mercati finanziari del mondo intero, sospinti qua e là anche da minimi differenziali nei tassi di cambio, nei tassi di interesse, manovrati dalla speculazione. C’è sovrapproduzione di capitale, prima che di merci.

Ma il capitale può riprodursi mantenendo costante la massa del profitto, intensificando lo sfruttamento del proletariato con l’applicazione della scienza alla produzione materiale, solo se può estendere la scala della sua riproduzione a tutti i rami ed a tutti i continenti. La contrazione produttiva non è quindi pianificabile e contenibile nella continuità del regime economico, non può sottostare alle medesime leggi dell’accumulazione generale, non può manifestarsi che in modo catastrofico inducendo un regresso generale della società, una moderna imposta barbarie artificiale e temporanea, ove i miti contrabbandati infino ad ieri come eterni vengono improvvisamente capovolti nel loro contrario.

Nella attuale fase imperialistica del decrepito capitalismo, quando tutte le regioni del globo sono state sottomesse alla rapina di pochi paesi ricchi, tutti i mercati sono colmi di merci ed ogni capitalismo nazionale cerca di esportare la propria sovrapproduzione di merci, di disoccupazione, di inflazione sugli altri, l’esito non può che essere lo scioglimento violento, con confronto diretto delle forze militari, dei non altrimenti sanabili contrasti di interessi. Solo dalla guerra, come già al culmine del periodo di stagnazione capitalistica fra i due scontri mondiali, dopo la crisi del 1929-33, con la distruzione di grande parte del capitale sociale accumulato, di mezzi di produzione, e con i nuovi bisogni che le distruzioni impongono, può rigenerarsi diabolicamente lo slancio verso una nuova spartizione delle zone di influenza, verso lo svecchiamento generale del capitale fisso, verso nuova accumulazione, nuova occupazione e super-sfruttamento, nuove ondate migratorie, consumi, “benessere”.
 

Scosse premonitrici

La concordanza internazionale dell’andamento della produzione nell’ultimo decennio è evidentissima, tanto che è possibile descrivere in un unico alternarsi i diversi momenti della stagnazione capitalistica in tutto il mondo.

A grandi linee la curva oscillante della produzione industriale segna tre marcate e comuni depressioni: nell’inverno del 1970-71, nell’inverno del 1974-75 ed in quello 1977-78. Si riscontra concordanza internazionale negli spasimi dell’accumulazione non solo in termini di sincronismo temporale del ciclo, ma anche come ampiezza delle perturbazioni: la prima delle tre recessioni, misurata come regresso sulla base media dell’anno solare, marca una recessione negli USA ma solo un brusco e netto rallentamento nei capitalismi europei ed in Giappone. Troviamo valori negativi dei tassi di incremento trimestrali su base annua, con minimo variabile dal -6% degli Stati Uniti al +3% della Francia.

Ben più improvvisa e profonda per tutti i capitalismi è la crisi del 1975 che ha distrutto i miti dello sviluppo indefinito ed ha richiamato ad economisti e a borghesi lo spettro del 1929. Nel primo trimestre del 1975 il Giappone contrae la sua produzione industriale del 20%, che comporta -10% su media annua, che segue un altro -4% del 1974. Il fermo della produzione interviene con relativa velocità: si passa da ritmi di accumulazione del 16% al valore minimo predetto nell’arco di 16 mesi. La stagnazione su tale bassa dimensione produttiva si protrae per un anno circa, cominciandosi a manifestare la ripresa dal fondo solo all’inizio del 1976. Andamento produttivo pressoché uguale hanno mantenuto gli Stati Uniti, limitando il minimo trimestrale della recessione a -11%, dimostrando che nella crisi capitalistica crolla più a fondo chi maggiormente ha accumulato e sovraprodotto: è crisi di troppo industrialismo capitalista, non di scarsi “investimenti produttivi” o di “arretratezze strutturali”, né di “lacci” alla libertà di intrapresa. I capitalismi europei presentano i medesimi tempi ed analoghe dimensioni nei regressi.

Lo svolgimento successivo ha segnato ovunque ripresa. Ma, mentre il capitalismo statunitense riusciva a stabilizzare la sua crescita ad un ritmo annuo intorno al 5% (il che ci fa ivi prevedere la prossima crisi più profonda), la recessione tornava a frenare l’accumulazione in Europa ed in Giappone ove i valori trimestrali scendono a -1% nel Giappone, nel settembre 1977, a -8% in Italia a metà inverno ed a valori intorno allo zero per gli altri industrialismi, nella successiva primavera.

Emerge quindi una riduzione della durata del ciclo industriale. Più di un secolo di capitalismo americano dimostrano il ripetersi costante di due serie di cicli fra loro sovrapposti. Negli Stati Uniti dal 1873 al 1970 è ben marcato, con otto periodi regolari di ampiezza compresa fra 10 e 14 anni, il ciclo circa decennale già riconosciuto da Marx ed Engels. A questi si inframmezzano altre recessioni periodiche, più frequenti, distanziate di circa quattro anni e che di regola si manifestano due volte per ogni ciclo decennale.

Simile tendenza ad alterno andamento è dimostrabile nell’accumulazione degli altri capitalismi nazionali, anche se la coerenza temporale dei cicli si verifica soltanto negli svolti storici di crisi generale del regime. Uno di questi fu l’immediato dopoguerra con le crisi mondiali del 1919 e 1921, altro famoso dal 1929 al 1933. In questo dopoguerra non sono mancate le stagnazioni ed anche le recessioni produttive ma di breve durata e si sono sempre prodotte sfasate temporalmente da un paese all’altro sicché è sempre stato possibile per il capitalismo mondiale nel suo complesso attenuare l’impatto della recessione compensando gli squilibri sul mercato mondiale delle merci, dei capitali e della forza lavoro. Oggi la ciclicità è in concordanza di fase ovunque, proprio per il trentennale assestarsi dei flussi di capitali, e l’interesse di ogni capitale nazionale non si integra ma urta e contende lo spazio all’altro.

Negli ultimi mesi la produzione industriale in tutti i paesi capitalisticamente maturi ha teso ad aumentare, riuscendo a superare i massimi del 1973-74: in quattro cinque anni il sorpasso di se stessi è soltanto del 4-5% per i capitali europei, tranne l’inglese che staziona, e per il Giappone, 13% invece per gli USA.

Gli indici più recenti della produzione starebbero ad indicare che un nuovo massimo nella velocità espansiva capitalistica è con questi valori già stato raggiunto e significherebbe che il 1979 porterebbe un nuovo periodo di decelerazione. La produzione industriale giapponese ha accusato infatti in gennaio il tasso di incremento più basso verificatosi dall’agosto scorso, in Italia i ritmi annui misurati a dicembre e gennaio sono la metà di quelli dei mesi precedenti mentre la Repubblica Federale Tedesca annuncia crescita nulla nel gennaio rispetto all’anno innanzi ed è da dimostrare quanto vi concorra lo sciopero dei siderurgici.
 

L’inflazione castiga il dirigismo

L’innalzarsi del saggio di inflazione nettamente al di sopra dei valori medi mantenuti per tutto questo dopoguerra risale ai primi anni ’70, precede quindi e non segue l’aumento del prezzo del petrolio avvenuto nella misura del 120% nell’autunno 1973 e per una ulteriore triplicazione il primo gennaio 1974. L’ascesa dei prezzi al consumo era già iniziata nel marzo 1973 in Francia, già dal 1970 nella Repubblica Federale, dall’aprile 1972 in Italia. L’aumento del greggio è quindi da considerare piuttosto come reazione al deprezzamento del dollaro sul mercato mondiale, mirante a difendere la retribuzione del valore in termini reali ai paesi produttori. Da allora il prezzo è stato mantenuto costante in termini reali fino al 1976 per poi diminuire leggermente a causa della declinante domanda dei paesi consumatori.

L’inflazione galoppò a più del 20% l’anno al dettaglio in Giappone, Gran Bretagna ed Italia, a più del 10% negli USA ed in Francia. Forti inflazioni permangono fino al precipitare della crisi 1975. Generalmente, infatti, in tutti i paesi la recessione produttiva è seguita da un rientro dell’inflazione ma non esiste una correlazione diretta fra livello produttivo ed inflazione. Nell’anno appena trascorso le maggiori monete mondiali hanno conosciuto una stabilizzazione nei ritmi di deprezzamento ma assestandosi su velocità inflattive molto diverse fra loro: dal 12% annuo dell’Italia fino al minimo tedesco col 2%. Tale stazionarietà relativa dell’inflazione è però smentita dalle più recenti misurazioni dei prezzi che indicherebbero un inizio di ripresa all’insù nelle variazioni: il dato di febbraio degli Stati Uniti, Gran Bretagna e più marcatamente dell’Italia ed i dati di dicembre e gennaio della RFT segnano una tendenza al rialzo.

L’eccesso inflattivo dell’ultimo decennio si spiega con l’emissione di carta moneta da parte di governi impegnati al sostegno interventista di una economia tendenzialmente in declino: l’inflazione è la reazione del sistema economico alla forzatura che gli si vorrebbe imporre, reazione con la quale ritornano a farsi valere le leggi del mercato.

Nel Capitale di Marx è compiutamente inquadrato il fenomeno della variazione dei prezzi, non dipendente da variazioni nel valore delle merci o da oscillazioni accidentali nel rapporto fra domanda ed offerta, in regime monetario a corso forzoso, con un automatico adeguarsi del valore socialmente convenzionale della massa di moneta cartacea circolante in un mercato alla somma di valore effettivamente richiesta ed accettata per compensare le transazioni ed i pagamenti e che realmente come tale è in funzione: la massa di valore scambiato definisce il valore della massa del circolante cartaceo; l’unica sua misura è l’effettivo riconoscimento di valore che si effettua per la circolazione e nella circolazione. A differenza della moneta d’oro, o scambiabile con l’oro in proporzione fissa, merce questa prima che moneta, la carta di Stato è merce solo e nella esatta misura in cui è riconosciuta e funziona come tale. Se una contrazione generale dei traffici o un loro più lento procedere, ovvero un funzionamento troppo allegro dei torchi, altera il rapporto numerico fra portatori di carta e portatori di merci è il mercato stesso che ristabilisce l’eguaglianza con una alterazione generale della scala dei prezzi.

Sul mercato capitalistico si scambiano non soltanto merci destinate al consumo contro reddito in forma monetaria ma, in parte preponderante, mezzi di produzione contro capitale in forma monetaria. La crisi influenza l’inflazione in due sensi opposti: da un lato si gonfia la massa del capitale monetario in forma cartacea e non tesaurizzabile senza grave rischio per il capitalista monetario, mentre crolla la circolazione delle merci e la velocità dei passaggi di mano del denaro; dall’altro l’offerta eccedente di merci invendute tende a produrre un crollo dei prezzi per effetto della concorrenza. Nelle crisi di questo decennio i mercati non sono ancora arrivati ad essere così ingolfati di merce invendibile da far prevalere la tendenza alla deflazione. In tal caso la merce di riferimento non può che essere l’oro: se il prezzo delle merci rimane costante in rapporto all’oro ci troviamo evidentemente, com’è il caso recente, in presenza di inflazione per alterazione della scala dei prezzi, per variazione dei soli segni cartacei; quando invece il prezzo dell’oro crescerà accanto a deflazione generale sarà il tempo quello della più generale crisi di sfiducia, traumatica precipitazione della crisi di sovrapproduzione.

Oggi la massa dei capitali vaganti in cerca di investimento a tassi remunerativi aumenta a ritmo velocissimo con spiccata accelerazione nel 1978: la dimensione dei capitali in prestito sull’euromercato è passata da 63 miliardi di dollari nel 1976 a 69 nel 1977 fino a 51 miliardi nel solo primo trimestre del 1978. Tali enormi masse di denaro provengono per gran parte dal deficit della bilancia commerciale americana che dall’inverno del 1976 all’estate del 1978 è passata da uno stato di eccedenza su base annua di 10 miliardi ad un deficit di 33. È il segno della fine del predominio americano come potenza commerciale, incalzata da vicino dalle più produttive concorrenti giapponesi e tedesca. L’imperialismo statunitense compensa l’ammanco commerciale con le esportazioni massicce della propria verde moneta. Anche se, rapportato al prodotto interno americano, tale ammanco non rappresenta che poche unità percentuali l’effetto inflazionistico sui mercati mondiali è determinante.

Nuovi concorrenti si affacciano per il capitale USA: il mese scorso per la prima volta nella storia le esportazioni tedesche hanno superato in quantità quelle americane, avvenimento da tempo dal partito previsto, significando le grandi capacità espansive del capitale della dimezzata Germania. Per quanto riguarda le esportazioni di capitali è invece il Giappone che aumenta come parte sul tutto, a spese della quota USA, mentre cresce la parte dei capitali europei che si investono in USA e del Giappone che già investe in America un terzo dei suoi capitali all’estero, facendo produrre così direttamente sul posto quelle merci che barriere protezionistiche gli impedirebbero di esportarvi.

L’insicurezza dei capitalisti monetari ad investire per il rischio di profitti nulli o addirittura per la perdita del capitale che la crisi comporta è tale che mentre tutti cercano di investire i loro capitali, magari a basso saggio, ma a breve termine, l’offerta di prestiti a lunga scadenza si va rarefacendo e gli stessi Stati-imprenditori trovano difficoltà ad investire i loro “residui passivi” in progetti a rotazione decennale. L’intermediazione bancaria si trova quindi, come in tutti i periodi di crisi, compresa quella del 1929 classica, a raccogliere capitali a breve scadenza mentre i suoi capitali sono già vincolati per molti anni. Si viene a creare uno stato di grande rigidità che, se in un primo momento è la risorsa del capitalismo per “inventare” una volontà ad investire, in realtà inesistente e non giustificata dalle previsioni più ragionevoli e ritardare così la recessione, poi, quando la realtà dell’esubero di capitale si impone, è l’innesco ed amplificazione del tracollo bancario, del crac della finanza. Attendiamo il fenomeno, non attenuato ma generalizzato dalla sempre più stretta connessione e centralizzazione degli istituti di credito fra loro e con gli istituti di emissione e col tesoro dei governi.
 

Fluttuazione nei cambi come bollettini nella guerra commerciale

Il riflesso della eterogeneità dello sviluppo o del regresso dei vari capitalismi nazionali si legge nell’incoercibile oscillare dei tassi di cambio delle monete. In parte il fenomeno è dovuto al raccordo di sistemi monetari con ritmi di inflazione diversi per cui la variazione di cambio non fa che riflettere il reale deprezzamento di una moneta rispetto all’altra, misurata sulla base di una serie di medesime merci. Sta di fatto però che il tasso di cambio è influenzato non solo dal movimento delle merci ma anche dai flussi di capitali, dai diversi saggi del profitto da un paese all’altro, cioè dal diverso grado di sviluppo delle forze produttive e dalla diversa sottomissione del proletariato allo sfruttamento. Il cambio può essere anche volontariamente alterato con lo spostamento massiccio di una massa monetaria da una piazza all’altra e per la amplificazione psicologica che ne deriva.

Tutte le epoche di crisi capitalistica segnano anche l’alterazione delle vecchie parità monetarie. Sul mercato mondiale l’uso della moneta d’oro è proseguito ben più a lungo che all’interno dei singoli mercati nazionali, addirittura ancora permane per il saldo degli scambi con i paesi dell’Est. L’oro è stato infatti per lungo tempo l’unica autorità superiore a quella dei singoli Stati e riconosciuta da capitalisti e mercanti: l’oro è merce e come tale ha valore in sé. È risultato della maturazione imperialistica l’affermarsi della moneta del capitalismo dominante anche nei traffici internazionali. E con la vittoria militare e con la preponderanza economica e politica americana il dollaro può sostituire sui mercati la già padrona sterlina inglese: la base dell’autorità del dollaro sono le riserve auree del tesoro ma anche la potenza della sua marina e del suo esercito.

Il processo di corrosione del valore del dollaro è però contemporaneo al suo dominio sui mercati e si manifesta apertamente con la fine del regime dei cambi fissi: è processo continuo, accelerato negli ultimi dieci anni. La velocità di deprezzamento della moneta americana esorbita il naturale differenziale fra la inflazione interna e la media delle devalorizzazioni nei paesi concorrenti. Ne consegue:
 1) un continuo deprezzamento delle merci esportate dagli USA ed un rincaro di quelle importate;
 2) una svalutazione degli ingenti debiti americani: di fatto gli USA ottengono da tutto il mondo prestiti a tasso negativo, restituendo al momento del pagamento carta svalutata.

Come prima reazione a questi fenomeni il dollaro ha perso di autorità ove è indispensabile la permanenza del valore rappresentato, cioè come moneta di riserva. Le riserve in oro delle banche centrali sono tutt’ora notevoli (75% in Francia, 40% nella RFT). Ma come mezzo di pagamento il dollaro resta la moneta assolutamente dominante: la moneta cattiva, infatti caccia la buona, tutti i detentori di denaro cercando di disfarsi di dollari, piuttosto che di marchi, yen od oro.
 

L’utopia dell’ultramoneta

La necessità capitalistica della continua espansione degli scambi sul mercato mondiale, in un regime di (oggi impossibile) circolazione monetaria stabile, ha indotto la ricerca da parte dei minori capitalismi di una alternativa monetaria al declinante dollaro, una unità più “neutrale”, che evitasse le turbative indotte dall’oscillante corso del dollaro e dai suoi flussi speculativi manovrati dalle finanziarie americane. Gli altri imperialismi, nell’impotenza e nel disaccordo reciproco circa l’imposizione di una seconda moneta sul mercato mondiale, hanno avviato a più riprese negoziati multilaterali, regionali, e dato il via ad esperimenti per la emissione e controllo comune di mezzi di pagamento convenzionali. Avrebbero dovuto essere tali istituti comuni il coronamento monetario della filosofia ultraimperialistica della coesistenza pacifica fra capitalismi concorrenti, mito reazionario ed utopistico che si dimostrerà definitivamente tale con l’acuirsi dello scontro fra capitali, con la chiusura dei mercati, con il protezionismo, ma che il consesso delle borghesie mondiali non è riuscito ad avviare nemmeno in periodo di floridezza.

La crisi monetaria è solo un aspetto della crisi dell’accumulazione e delle tensioni che si generano fra le diverse partizioni del capitale mondiale. Qualsiasi accordo monetario è destinato a vita quanto mai effimera per il continuo ribollire caotico delle produzioni e degli scambi, per il capovolgersi di interessi e di flussi di merci e di capitali.

La prima formulazione di accordo monetario fu quello del Fondo Monetario Internazionale che emise i “Diritti Speciali di Prelievo”. Dopo l’abolizione ufficiale del prezzo dell’oro i DSP hanno una quotazione quotidiana risultante da una media ponderata dei cambi delle 16 principali monete pesate secondo la loro partecipazione al commercio mondiale. All’origine l’autorità della nuova “unità di conto” derivava dalle riserve auree del Fondo conferitegli dai diversi paesi partecipanti alla convenzione. Tale garanzia reale ha fatto sì che i DSP abbiano svolto la funzione di moneta e anche di riserva, sebbene nella modesta proporzione del 3% sul totale e siano ancora molto lontani dal sostituire i dollari come mezzo di pagamento e nemmeno come unità di conto per i prezzi. Il fallimento del progetto è da far risalire al sabotaggio da parte degli Stati Uniti che vedono di mal occhio un concorrente alla loro moneta. Il dilagare dei dollari sui mercati europei e giapponesi, divisa imposta ai debitori degli USA, ha ulteriormente ridotto lo spazio per i DSP.

Più recentemente, su pressione dell’America, il FMI ha addirittura proceduto alla vendita dell’oro in suo possesso, affinché se ne abbassasse il prezzo rispetto al dollaro ma ufficialmente nel nome del superamento definitivo dell’antico metallo giallo come strumento monetario. È impensabile che la massima potenza imperialistica acconsenta a che la sua moneta venga detronizzata, favorendo anzi il nascere di altra divisa artificiale, consensuale, a corso medio matematico e a gestione “collegiale” rinunciando così a tale leva per il controllo sui flussi finanziari e per il ricatto dei concorrenti. Gli USA si sono guadagnati il predominio brigantesco sul mondo con le armi in una guerra mondiale vinta, contro appunto Giappone e Germania, e dimostrando il sorpasso dell’alleata Gran Bretagna da parte della vecchia colonia. Il sistema imperialistico in crisi non troverà pacificamente un nuovo assetto monetario, come non raggiungerà una stabile struttura commerciale attraverso accordi diplomatici. L’esaurirsi del ciclo capitalistico richiede, con l’eliminazione dell’eccesso di ricchezza che ingolfa, un confronto delle forze degli imperialismi concorrenti per la sopravvivenza, dall’esito del quale si possano ridefinire i rapporti di potere mondiali.

Il più recente episodio della guerra monetaria è il tentativo di accordo per il “Sistema Monetario Europeo” che, dopo difficili trattative, è entrato formalmente in vigore fra i paesi della comunità economica con l’esclusione della Gran Bretagna. A parte la vuota fraseologia sui “valori ideali” dell’europeismo, cui con Lenin attribuiamo segno borghese e reazionario, l’accordo è, almeno fino a che potrà essere rispettato, un successo della diplomazia del capitalismo tedesco contro gli interessi americani. Per la continua svalutazione del dollaro il commercio tedesco si è trovato progressivamente svantaggiato sul mercato mondiale e solo per la maggiore produttività della macchina produttiva germanica permane il vistoso surplus commerciale. Se la RFT trova a miglior prezzo l’acquisto all’estero delle materie prime di cui ha bisogno (petrolio), subisce maggiormente la concorrenza dei prodotti stranieri, sia sul mercato interno sia su quelli terzi. La RFT, maggiore potenza capitalistica d’Europa, maggiore commerciale del mondo, paese con le maggiori riserve valutarie e con la moneta più forte e commercialmente in attivo perfino con i paesi esportatori di petrolio, è paese anche molto dipendente dall’esportazione e molto vulnerabile da variazioni dei tassi di cambio, attualmente orchestrati intorno alla divisa USA. È quindi espressione della forza e della maturità del capitale tedesco la necessità di imporre la propria moneta nelle transazioni internazionali.

La debolezza politica della RFT, nazione distrutta e smembrata, fu esplicitamente imposta dai vincitori che le vietarono la ricostruzione di un proprio esercito. A differenza della Germania dell’interguerra ci troviamo oggi davanti alla stessa mostruosa macchina produttiva, alla medesima (solo formalmente diversa) sottomissione del proletariato e delle sue organizzazioni agli interessi nazionali, ospitata in un territorio limitato, stretto fra nazioni capitalistiche antiche e concorrenti, privo di territori da cui ricavare materie prime e privo di sbocchi commerciali per la produzione eccedente. L’offensiva espansiva intrapresa dalla Germania degli anni ’30 con l’impiego della forza militare e diplomatica oggi si tenta con la penetrazione commerciale, coi bassi prezzi delle merci e con l’autorità di una moneta forte.

Una “zona del marco” già esiste, del resto, comprendente in un unico mercato monetario e finanziario Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia ed Austria, paesi le cui monete già precedentemente alle trattative per lo SME erano collegate a cambi vincolati. Il marco inoltre si è guadagnata fiducia come moneta di riserva che già nel 1972 superava la sterlina inglese nei tesori delle banche centrali e che nel 1978, presente in 40 miliardi, costituiva il 7-8% delle riserve mondiali. Anche come mezzo di circolazione la moneta tedesca si è imposta costituendo il 10% del circolante, dove l’80% è del dollaro.

Ma per i marchi accedere al mercato mondiale (come per lo yen giapponese, nella sua “area”) significa scontrarsi con il capitale USA. È per un fronte unito europeo intorno alla RFT e in funzione di argine allo strapotere finanziario americano che Schmidt chiama nello SME i minori capitalismi, invitati a scegliere fra la protezione del dollaro e quella del marco, con l’obiettivo immediato di frenare la rivalutazione della moneta tedesca fornendo alla politica monetaria europea la forza dell’unione. Come si sa questo progetto, in sé di respiro modesto e ben poco vincolante per i partecipanti, ha trovato, né poteva essere diversamente, molte difficoltà nella sua elaborazione per i tanti e così profondi contrasti che dividono anche i capitalismi europei contigui. Una solidarietà monetaria con il DM significa per i paesi a moneta debole come l’Italia e la Gran Bretagna privarsi dei vantaggi commerciali delle continue svalutazioni, nonché alienarsi i buoni rapporti con il gigante d’oltre oceano. La Gran Bretagna ha infatti preferito mantenere rapporti privilegiati con gli USA. L’Italia, dopo i tradizionali giri di valzer e per la promessa dei prestiti del fondo regionale, ha aderito al Sistema.

Per tutti i capitalismi, RFT per prima, sussiste inoltre la palla al piede di un arretrato mondo contadino con il problema irrisolto dell’alimentazione a prezzi ragionevoli delle città, settore di relativa barbarie anche nelle società più industrializzate per la scarsa produttività, e fonte di contraddizioni insanabili non solo fra nazioni diverse ma all’interno delle singole società ove la conservazione della struttura contadina richiede alti prezzi dei prodotti agricoli, prezzi artificialmente imposti dall’autorità statale, pagati col maggior sfruttamento del proletariato urbano e rurale. La gestione della struttura reazionaria dei Montanti Compensativi, che tendono a impedire la formazione di un unico mercato agricolo, che provocherebbe un sovvertimento insostenibile nelle campagne di tutti i paesi, è quindi capitalisticamente ineliminabile e origine di crescenti tensioni.

I cambi dei paesi aderenti al Sistema si sono mantenuti fin dal primo gennaio all’interno dei limiti previsti dall’accordo. Si è attraversato però un periodo di relativa stabilità generale dei cambi per cui non ha comportato sacrificio per alcun paese rispettare l’accordo. La nostra previsione è che qualora si verificasse una alterazione sensibile nella quotazione del dollaro rispetto al marco tedesco si ingenererà una irresistibile tendenza centrifuga all’interno dello SME, ove tutti i capitalismi minori esportatori negli USA preferiranno di nuovo collocarsi in una posizione intermedia con la loro moneta.

* * *

Le convulsioni dell’industria e della finanza capitalistica nel mondo intero sono segno ed anticipazione di prossime crisi ben più gravi per estensione, profondità e durata di quelle appena trascorse. Le classi ricche difenderanno i loro privilegi, il loro ozio dorato, il loro lusso decadente con tutti i mezzi, anche e maggiormente quando la crisi intaccherà le loro prebende e quando milioni di proletari vedranno drammaticamente crollare le false garanzie che questa società decrepita e marcia aveva loro promesso: lavoro, salario, un tetto. La classe operaia, fino ad oggi annebbiata, dispersa e abbrutita dal duplice schieramento di carcerieri borghesi ed ex comunisti, dà segni di rivolta, ancora sporadici ma coi tratti inconfondibili della generosa tradizione di classe. Si potenzi, colleghi, si raccordi con l’indirizzo rivoluzionario la gigantesca armata internazionale del lavoro, promessa luminosa del futuro nell’odierno fetido ammorbare del capitalismo morente.
 
 
 
 
 
 
 
 


Evoluzione e dinamica della forma sindacale
Rapporto esposto alla riunione generale del 6-7 maggio 1978 [RG11]
 

Nel succedersi dei grandi cicli storici seguiti al vittorioso affermarsi della borghesia dopo la rivoluzione del 1789 le forme di associazione economica del proletariato hanno subito vicissitudini varie passando dalla aperta negazione da parte dello Stato borghese, al riconoscimento legale e al tentativo di conquista dall’interno, fino al sindacato unico statale, coatto.

Lo svolgersi di questa dinamica delle forme sindacali ha condotto nelle varie epoche a risultati diversi, talvolta contraddittori (ad esempio le stesse organizzazioni che nel 1914 furono utilizzate dalla borghesia per portare il proletariato alla guerra, servirono poi al proletariato stesso per la mobilitazione anticapitalistica, divenendo, in molti casi, vere e proprie “cittadelle rosse”).

La storia del movimento sindacale va perciò letta in senso dinamico e non formalistico e il succedersi delle varie forme di organizzazione operaia non può essere attribuito ad una “spontanea evoluzione” di esse in un senso o nell’altro. È l’esito favorevole o sfavorevole della lotta di classe che ha determinato il prevalere dell’una o dell’altra forma di inquadramento sindacale e questo non è che uno degli aspetti della lotta tra proletariato e borghesia. Quest’ultima nel primo dopoguerra riuscì a imporre le proprie forme di organizzazione sindacale, legate alla solidarietà nazionale, solo dopo la sconfitta dell’assalto rivoluzionario in occidente, la distruzione delle gloriose Camere del lavoro, la degenerazione della III Internazionale.

Secondo il nostro tradizionale schema, vediamo il succedersi nelle grandi aree geopolitiche di cicli storici che non ammettono ritorni indietro e nei quali lo scontro tra le classi si risolve in linee di tendenza determinate dallo sviluppo delle forze produttive, dall’esito delle precedenti battaglie, dai rapporti di forza tra le classi.
 

1848-1871 Fase liberista: divieto

Finite le guerre nazionali nell’Europa occidentale, il proletariato, prima inquadrato nel fronte borghese antifeudale, si manifesta per la prima volta come classe autonoma rispetto alla borghesia e alla piccola borghesia con proprie rivendicazioni e proprie organizzazioni. Siamo nell’epoca liberistica della borghesia la quale, ancora divisa nelle sue varie frazioni: proprietà fondiaria, borghesia industriale e finanziaria, risolve i propri contrasti interni nel parlamento che è allora organo essenziale per il funzionamento della macchina statale.

Scioperi e organizzazioni operaie sono proibiti per legge e questo dà alle lotte economiche un carattere immediatamente politico perché la difesa del pane non può essere attuata se non scontrandosi contro l’apparato statale borghese. Per la stessa ragione il sorgere degli organismi economici operai va di pari passo con lo svilupparsi del partito di classe, la Prima Internazionale, ed è a questa collegato con mille fili. Alla fine del ciclo c’è la repressione del proletariato parigino ad opera delle borghesie francese e prussiana unite, che segnerà la chiusura per tutta l’Europa Occidentale delle guerre nazionali. Dopo la Comune di Parigi si avrà anche la definitiva separazione della tendenza anarchica da quella marxista, che fino ad allora convivevano nella Internazionale e la separazione da questa delle potenti Trade Unions inglesi, che preannunciano già una tendenza alla chiusura corporativa e alla subordinazione ad indirizzi conservatori borghesi.

Il ciclo si chiude con un risultato definitivamente fissato per il proletariato europeo: il movimento economico e l’organizzazione degli operai appare ormai ineliminabile alla stessa borghesia ed essa non si proporrà più la sua distruzione, ma il suo influenzamento e il suo distacco dall’indirizzo rivoluzionario.
 

1871-1914 Fase di espansione: assoggettamento

È il periodo di sviluppo “pacifico” della borghesia e dell’estendersi del modo di produzione capitalistico alla scala mondiale. L’espansione economica produce la crescita numerica e la concentrazione sempre maggiore del proletariato le cui organizzazioni si espandono e si rafforzano. Lo svilupparsi delle organizzazioni operaie procede di pari passo col risorgere del partito di classe, la Seconda Internazionale, che le incoraggia e le potenzia. In Italia in particolare, questo processo si svolge in ritardo rispetto agli altri paesi, e la nascita delle leghe proletarie ai primi del ‘900 è strettamente connessa al sorgere del Partito Socialista con il quale manterranno sempre strettissimi legami.

La borghesia non può più tentare la distruzione fisica delle organizzazioni del proletariato ed è costretta a riconoscerne l’esistenza, contraddicendo la sua dottrina liberale. Essa crea però propri sindacati bianchi e gialli contrapposti ai sindacati rossi legati al Partito. Parallelamente tenta di influenzare le organizzazioni operaie dall’interno, attraverso le tendenze riformiste e revisioniste.

Queste tendenze trovano la loro base materiale negli strati di aristocrazie operaie che il capitalismo ha potuto creare grazie alle conquiste coloniali e allo sfruttamento bestiale del proletariato e del contadiname dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. È grazie ai proventi di questo sfruttamento che il capitale ha potuto, gettando loro qualche briciola, corrompere vasti strati del proletariato europeo dando forza alle tendenze revisioniste, pacifiste, legalitarie. Un lungo periodo di floridezza economica e di espansione sembra aver allontanato per sempre la catastrofe economica e sociale avvalorando le tesi dei revisori e dei negatori della dottrina marxista.

In seno ai sindacati tali tendenze si manifestano con la rivendicazione della neutralità sindacale, cioè della indipendenza rispetto al partito di classe e di una pretesa autonomia degli organismi sindacali che altro non significa se non sottrarli alla influenza del partito comunista per assoggettarli all’indirizzo borghese.

Le tendenze revisioniste e riformiste, sempre contrastate dal marxismo rivoluzionario, si sviluppano progressivamente fino a divenire, alla vigilia della guerra, dominanti in tutti i partiti della Seconda Internazionale.

Lo scoppio della guerra mondiale fa precipitare la situazione: in tutta Europa, i partiti della Seconda Internazionale – fatta eccezione per il PSI che mantenne l’ambigua formula “né aderire, né sabotare” – passano direttamente nel campo borghese ed è solo grazie al loro aiuto che la borghesia riesce a portare il proletariato di tutti i paesi a scannarsi sui fronti di guerra. Il ciclo si chiude con il completo aggiogamento delle centrali sindacali al carro delle rispettive borghesie nazionali e con la loro utilizzazione per la mobilitazione patriottica dei lavoratori. È una grande vittoria per la borghesia.
 

1914-1926 Parabola rivoluzionaria: la cinghia di trasmissione

Solo piccole minoranze all’interno dei partiti socialisti rimangono su posizioni coerentemente rivoluzionarie. I primi due anni di guerra sono caratterizzati in tutti i paesi dalla assenza di lotte proletarie. Ma le condizioni di vita create dalla guerra, le sofferenze, i massacri, le privazioni rimettono ben presto in moto il proletariato. Si hanno le prime manifestazioni contro la guerra, per la pace, per il pane, al fronte come nelle retrovie. Alla pressione delle condizioni economiche si accompagna la vivacità di una tradizione recente di lotta di classe che il tradimento della socialdemocrazia ha potuto solo offuscare ma non spegnere.

Il 1917 in Russia rafforza e stimola enormemente le lotte del proletariato in Europa Occidentale, rafforza altresì le ali rivoluzionarie all’interno dei vecchi partiti. Alla fine della guerra e nell’ultimo periodo di essa lo slancio del proletariato europeo è enorme e le lotte non si fermano alla difesa economica, ma raggiungono il culmine di organizzazione e di lotta armata contro lo Stato. Dopo la rivoluzione d’Ottobre, le varie borghesie sono costrette a concludere frettolosamente la pace per evitare che l’ondata rivoluzionaria dilaghi dopo l’esempio russo. In Germania, alla fine del 1918, il movimento dei soviet e le insurrezioni si succedono senza però incontrarsi con un partito politico coerentemente rivoluzionario e si spezzano nel gennaio 1919 in una sanguinosa sconfitta.

Passata la guerra, nel biennio 1919-1920, la repressione delle masse proletarie raggiunge in tutta Europa la massima intensità. Gli operai rispondono immediatamente con la lotta alla crisi economica che segue in tutti i paesi gli anni di guerra. Formidabili scioperi si susseguono in tutte le categorie. Per condurre questa lotta in difesa delle proprie condizioni materiali si dimostrano ancora utilizzabili i vecchi sindacati anche se la loro direzione è nelle mani dei riformisti. In Italia la CGL si gonfia a dismisura passando in breve tempo (1918-1920) da 249.039 a 2.150.000 iscritti. Parallelamente sorgono sui posti di lavoro, per necessità della lotta immediata, i consigli di fabbrica. L’afflusso di queste masse enormi nei vecchi sindacati, che ancora mantengono una struttura operaia, vi apporta una ventata di entusiasmo classista, di sano odio contro i padroni e le loro istituzioni trasformandoli in molti casi in vere e proprie cittadelle rosse. La borghesia attende, affidandosi all’opera dei riformisti, la piccola borghesia è intimorita e quindi oscilla dalla parte del proletariato: è significativo il fatto che durante gli scioperi i bottegai portino le chiavi dei loro negozi alla Camera del Lavoro ed aprono agli scioperanti un credito illimitato perché possano sfamarsi. La forza è dalla parte dei lavoratori e quindi il “consenso dell’opinione pubblica” non può mancare: è una lezione da non dimenticare.

I bonzi opportunisti cercano con ogni mezzo di limitare l’accesso alle organizzazioni sindacali, di frenare le lotte, di mantenerle nel quadro dell’ordine borghese. Si accende subito all’interno dei sindacati una feroce lotta contro la direzione opportunista.

I comunisti sono al proprio posto in questa battaglia, denunciano al proletariato l’opera disfattista della centrale della Confederazione e muovono alla conquista della direzione dei sindacati, cercando di espellerne i capi traditori.

Nel 1920 il secondo Congresso dell’Internazionale Comunista dettava le sue tesi “Sui sindacati e sui consigli di fabbrica”. Due visioni deformi vengono in esse combattute: quella kapedeista, negatrice del sindacato, secondo la quale gli operai rivoluzionari dovrebbero staccarsi e organizzarsi separatamente dalla grande maggioranza del proletariato, e quella consiliarista che vedeva nei consigli di fabbrica, organi contingenti di lotta, la forma finalmente scoperta che avrebbe sostituito i vecchi sindacati. Le tesi stabiliscono che i comunisti hanno il compito di penetrare all’interno delle organizzazioni operaie per conquistarne la direzione dimostrando che l’indirizzo pratico del partito è il più efficace per la difesa del pane e farle divenire cinghia di trasmissione, tra il Partito e le masse proletarie, dell’indirizzo rivoluzionario.

In tutta l’Europa occidentale i marxisti rivoluzionari si separano per sempre dai socialdemocratici. Sorgono i partiti comunisti sezioni della Terza Internazionale, spesso deboli, difettosi ma con una larga influenza sul proletariato. Alla centrale sindacale gialla di Amsterdam si contrappone l’Internazionale dei sindacati rossi di Mosca che ha dichiarato guerra alle classi ricche e chiama i proletari di tutto il mondo alla lotta di classe senza quartiere.

All’ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, il capitalismo risponde in Italia e Germania con la reazione fascista e con il tradimento dei capi riformisti. Mentre le bande fasciste e le forze regolari dello Stato attaccano le Camere del Lavoro e perseguitano i proletari più decisi, trovando una valida resistenza solo nelle milizie operaie organizzate dal Partito Comunista d’Italia, i capi del PSI e della CGL disarmano il proletariato impedendogli di reagire, spezzando gli scioperi, cercando di portarlo sul terreno della solidarietà nazionale anziché su quello della lotta di classe. Senza l’azione di tradimento dei socialdemocratici, le bande fasciste non avrebbero mai avuto la forza di attaccare le organizzazioni rosse, tanto che gli operai, sebbene semi-disarmati, seppero dare a quelle memorabili lezioni.

Solo il Partito Comunista si schierò con tutte le sue forze in difesa delle organizzazioni di classe che, anche se dirette da agenti della borghesia, erano ancora un valido strumento per le masse proletarie. L’ultimo episodio della reazione di classe si ebbe con lo sciopero generale dell’agosto 1922 indetto dalla Alleanza del Lavoro (la quale, sorta per iniziativa comunista, avrebbe dovuto costituire un fronte delle forze proletarie contro l’offensiva borghese). Lo sciopero fu sabotato dai capi riformisti della Confederazione e da quelli anarchici dell’USI, che nel pieno dell’azione dettero l’ordine di ritirata. Dopo questa sconfitta le forze borghesi hanno praticamente via libera e prendono il sopravvento, sempre validamente contrastate dalle forze organizzate dal Partito Comunista che cercheranno di salvare il salvabile, non cedendo mai un palmo di terreno senza combattere. Ma saranno ancora una volta i traditori a dare al proletariato il “colpo alla nuca”: nel 1926 i dirigenti della CGL ne dichiararono lo scioglimento demoralizzando quei proletari che ancora si battevano sul fronte dei sindacati rossi.

Nell’Internazionale intanto, in seguito alla sconfitta della rivoluzione nell’occidente, prendono il sopravvento le forze della controrivoluzione: lo stalinismo. Partendo da deviazioni nel campo tattico (nella speranza di rovesciare i rapporti di forza ormai sfavorevoli) si arrivò a stravolgere gli stessi principi e le finalità del Partito Comunista Mondiale che divenne uno strumento nelle mani dello Stato russo. Solo la Sinistra Italiana e l’opposizione russa guidata da Trotzky si opposero alla degenerazione staliniana. Lo stesso processo si svolse in tutti i paesi e i sedicenti partiti comunisti legati a Mosca conservarono le stesse insegne ma passarono nel campo nemico abbandonando il programma rivoluzionario per porsi al servizio dei vari interessi nazionali.
 

Fase del totalitarismo statale: sindacati di Stato

a) 1926-1945 periodo fascista

La crisi del 1929 passò senza che si verificasse nessuna ondata rivoluzionaria e la borghesia poté poi risolvere le sue contraddizioni con la seconda guerra mondiale, macello per milioni di proletari, che vide quella che era stata la gloriosa repubblica dei Soviet prima alleata dell’imperialismo tedesco, poi al fianco dell’imperialismo americano nel nome della democrazia. Ben diverso era stato l’atteggiamento dei veri comunisti nel primo conflitto mondiale: guerra alla guerra, no alla solidarietà nazionale, trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria di classe!

Finita l’ondata rivoluzionaria, distrutto il Partito Comunista Mondiale, la borghesia può tranquillamente, senza ostacoli attuare il suo piano di inquadramento sindacale degli operai: essi non hanno più il loro partito, non si considerano più una classe legata internazionalmente e contrapposta alle altre classi, ma un “fattore della produzione”, una componente del popolo, della Nazione, che assieme al Capitale contribuisce al bene e alla prosperità della Patria. Nella concezione fascista il salario deve essere sì difeso, ma solo se ciò non arreca danno alla economia nazionale; conflitti vi possono essere ma al di sopra di questi vale per tutti l’imperativo della solidarietà nazionale. È il programma riformista che la borghesia, unificata nel suo partito fascista, tenta di realizzare praticamente.

Tutto il proletariato viene obbligatoriamente inquadrato in sindacati che sono a tutti gli effetti organi dello Stato; la borghesia non può più sopportare l’esistenza di sindacati liberi anche se a direzione non rivoluzionaria. La Camera delle Corporazioni riunisce i rappresentanti dei vari “fattori produttivi” (oggi si direbbe “parti sociali”): industriali e pretesi rappresentanti operai che, sotto la supervisione dello Stato, dirimono le eventuali controversie.

Parallelamente lo Stato vara dall’alto una serie di misure previdenziali e assistenziali volte a disciplinare lo sfruttamento della mano d’opera, a garantire la produzione, a prevenire azioni di classe: queste misure non sono altro che le riforme, bandiera di sempre dei socialdemocratici.

Contemporaneamente lo Stato si evolve in senso totalitario. La borghesia non ha più bisogno del parlamento ed elimina le forme della democrazia elettiva perfezionando la sua macchina statale che si delinea sempre più come un gigantesco apparato amministrativo-burocratico-militare che ditta su tutti i settori della società. Massima centralizzazione, partito unico, predominio assoluto dell’esecutivo, tentativo di pianificare e regolamentare ogni settore della vita economica e sociale.

Questo processo corrisponde all’evolversi dell’economia in senso monopolistico. Il contrasto tra le varie fazioni della borghesia si è da tempo definitivamente risolto a favore del capitale finanziario che ora domina incontrastato. Tutta l’economia è in mano alle grandi holdings finanziarie che, in ogni settore produttivo, operano in regime di monopolio. Lo Stato stesso interviene massicciamente nell’economia e in Italia in particolare è il capitalista più forte.

L’ottocentesco padrone delle ferriere cede progressivamente il posto al manager statale stipendiato di lusso, al finanziere, all’anonima società per azioni.

Il capitale monopolistico ha bisogno di un rigido controllo del mercato della mano d’opera, di condizioni uniformi su tutto il territorio nazionale, di contratti nazionali di lavoro validi ovunque e rispettati: ecco perché deve assolutamente affossare il sindacalismo classista e inquadrare tutti i lavoratori salariati nei sindacati di Stato.

Questo processo, nei paesi a capitalismo più forte quali Francia, Inghilterra, Stati Uniti d’America, dove non vi fu un forte partito rivoluzionario, si svolge pacificamente e la borghesia può mantenere le forme della democrazia elettiva e sindacati ad adesione formalmente libera e volontaria. Si realizza cioè lo stesso processo: accentramento della macchina statale, sottomissione del proletariato alla solidarietà nazionale, senza bisogno di ricorrere alla dittatura aperta. Tutte le forze politiche si sottomettono spontaneamente allo Stato, la classe operaia, corrotta dalle misure assistenziali tipo New Deal americano (riprese dal fascismo italiano), si lascia condurre tranquillamente alla guerra e in essa si afferma la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero se questo indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, pace eterna fra lavoro e capitale. È il sindacalismo fascista mascherato, che si affermerà anche in Italia e in Germania nel secondo dopoguerra e che il nostro partito definirà: “sindacalismo tricolore”.

b) 1945 periodo post-fascista: Il sindacalismo tricolore

Vinta la guerra gli alleati, che hanno trascinato la classe operaia a farsi scannare nel nome della democrazia, per la “libertà” contro la dittatura fascista, impongono alle vinte Italia e Germania il ripristino delle forme democratiche: libere elezioni, parlamento. In campo sindacale i partiti già precedentemente uniti nel CLN costituiscono dall’alto una centrale sindacale che si chiamerà Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Ma le tendenze che hanno portato all’affermarsi del fascismo come metodo di governo della macchina statale borghese non solo permangono, ma si accentuano sempre più. Grandi imperi finanziari, massiccio intervento statale e tentativi di pianificare l’economia, rafforzamento dell’apparato repressivo statale, predominio assoluto dell’esecutivo sul legislativo. Il parlamento è ormai ridotto ad uno “specchietto per le allodole”: serve solo a far credere agli operai che lo Stato è anche il loro Stato poiché essi sono liberi di eleggere i propri rappresentanti. Sono gli stessi opportunisti di oggi a confermare implicitamente questi fatti quando lamentano il ricorso quasi esclusivo ai decreti legge, il permanere delle leggi fasciste, ecc.

I partiti cosiddetti antifascisti non sono in realtà che un unico partito, essendosi tutti quanti sottomessi allo Stato che oggi giustamente li finanzia. I sindacati formalmente liberi formati nel secondo dopoguerra sono i continuatori del sindacato statale fascista, sono “cuciti sul modello Mussolini”. La loro funzione è infatti è quella di tenere la classe operaia inchiodata alla solidarietà nazionale, di impedire che essa si muova sul terreno di classe, di far sì che gli operai non si sentano una classe separata ma una “componente della nazione”. Questo è il sindacalismo che il Partito ha chiamato “tricolore”.

Esso tende ineluttabilmente verso l’inquadramento aperto nell’apparato statale. La legge dello Stato prevede infatti per i sindacati il riconoscimento giuridico, cioè la loro istituzionalizzazione e in questo essi hanno compiuto numerosi passi come l’istituzione della delega, cioè del metodo di riscossione delle quote attraverso gli uffici statali e padronali (metodo di un’organizzazione che ha di fatto firmato la pace sociale e ha rinunciato per sempre alla lotta di classe), e la prassi progressivamente affermatasi di risolvere le controversie attorno al tavolo delle trattative, sotto l’alto patrocinio dello Stato, partendo non dalle esigenze dei lavoratori ma da quelle dell’economia nazionale.

Per mezzo dei sindacati tricolore la borghesia italiana ha potuto ricostruire sulla pelle del proletariato il proprio apparato produttivo distrutto dalla guerra, riaffacciarsi sul mercato mondiale, realizzare profitti immensi, arricchirsi smisuratamente con il bestiale sfruttamento della mano d’opera. Che cosa ci ha guadagnato la classe operaia? Dieci anni di briciole, di effimero benessere e poi di nuovo – con la crisi – disoccupazione, sacrifici, fame.

Spinti dalla pressione operaia i sindacati tricolore sono costretti anche ad indire scioperi: essi lo fanno però in modo tale che queste azioni risultino delle semplici dimostrazioni, proteste formali, non mai delle vere battaglie di classe. Essi sabotano qualsiasi rivendicazione, qualsiasi lotta che metta in pericolo l’ordine capitalistico. Come i sindacati fascisti essi si muovono: “suonando sull’accordo nazionale il motivo della lotta al padronato” e la loro specifica funzione è quella di “togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo”.

La Confederazione Generale del Lavoro del 1921, anche se diretta dai riformisti, era un sindacato di classe anticapitalista, un’organizzazione squisitamente operaia sorta dalla lotta, che il proletariato poteva utilizzare per la propria difesa contro il padronato e contro gli stessi dirigenti traditori. Sul suo statuto si leggeva:

 «Articolo 1) È costituita in Italia la Confederazione Generale del Lavoro per organizzare e disciplinare la lotta della classe lavoratrice contro il regime capitalistico della produzione e del lavoro (...)
 «Art. 2) La Confederazione è costituita: a) da tutte le federazioni nazionali di industria e di professione, che hanno funzioni di resistenza e che sono sulla direttiva della lotta di classe (...) b) da tutte le Camere del Lavoro che si attengono ai compiti generali ed integratori della resistenza loro propri, che sono sulla direttiva della lotta di classe».
L’Articolo 3) così stabiliva le funzioni della Confederazione «(...) la direzione generale del movimento proletario, industriale e contadino, al disopra di qualsiasi distinzione politica (...) perché ogni attrito parziale fra capitale e lavoro venga risolto nel senso più favorevole alla classe lavoratrice, ed ogni movimento generale, determinato dalla acutizzazione della lotta di classe, venga indirizzato a scopi pratici».

Nella “Carta del Lavoro” Fascista si leggeva:

«Il bene dello Stato è dunque da anteporsi a quello degli individui isolati o dei gruppi di individui che compongono la Nazione italiana. A questo concetto è informata non solo la Carta del lavoro, ma tutta la politica fascista (...) L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori per cui è costituito; di tutelarne di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria, d’imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate d’interesse pubblico (...)
«Nel contratto collettivo di lavoro, trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione. Questa disposizione elimina qualsiasi cagione di odio tra lavoratori e principali, i quali, nei loro rapporti, non si considerano più come nemici, ma come cordiali collaboratori nel comune intento di migliorare la produzione».
L’Articolo 1) dello Statuto della Confederazione Generale Italiana del lavoro afferma:
«La Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) è una organizzazione nazionale di lavoratori. Essa organizza i lavoratori che – indipendentemente da ogni opinione politica, convinzione ideologica o fede religiosa e di appartenenza a qualsiasi gruppo etnico – accettando e praticando i principi del proprio Statuto, considerano la fedeltà alla libertà e alla democrazia fondamento permanente della attività sindacale (...)
«La CGIL pone a base del suo programma e della sua azione la Costituzione della Repubblica Italiana e ne persegue l’integrale applicazione particolarmente in ordine ai diritti che vi sono proclamati e alle riforme economiche e sociali che vi sono dettate».
E nella Costituzione si dice appunto che:
«Articolo 39) L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
«È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.
«Articolo 40) Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».
Il sindacalismo tricolore quindi non differisce nella sua politica da quello fascista.

I sindacati del secondo dopoguerra non sono tuttavia ancora organi dello Stato, ma tendono inevitabilmente a diventarlo e in questo senso hanno compiuto notevoli passi, quali l’introduzione della delega.

Il ristabilimento nel 1945 della adesione formalmente libera e volontaria al sindacato significa che la borghesia, grazie al PCI e al PSI, ha potuto legare a sé le masse sfruttate senza bisogno di ricorrere al sindacato di Stato coatto.

Facendo leva su una tradizione usurpata e sulla corruzione di consistenti aristocrazie operaie, i partiti opportunisti sono riusciti a legare le masse sfruttate al carro dell’economia borghese che ora, dopo dieci anni di “boom” le sta di nuovo spingendo nella stessa miseria del primo dopoguerra.

Ma come è irreversibile la tendenza della borghesia a imprigionare gli operai in sindacati di regime, così è irreversibile la crisi che porterà al crollo dell’economia capitalistica e con essa di tutte le conquiste che si credevano eterne, di tutti gli inganni democratici, di tutte le illusioni pacifiste.

Non resterà alle masse sfruttate altra alternativa che la lotta per la difesa delle proprie condizioni di esistenza. Da questa lotta, che si troverà contro tutte le centrali tricolore, tutti i partiti, tutto l’apparato statale, dovrà risorgere il Sindacato di classe.

Sindacato tricolore e sindacato di classe sono due termini antitetici; l’uno esclude l’altro. Gli operai dovranno rompere l’apparato che ora lega le proprie condizioni di esistenza alle vicende dell’economia del profitto per affermare con la forza il proprio diritto di vivere e di lavorare anche quando i profitti delle imprese diminuiscono.

La rinascita del sindacato di classe perciò dovrà avvenire contro l’attuale politica e struttura sindacale, contro la solidarietà nazionale, per la solidarietà tra tutti gli sfruttati contro le classi dominanti.
 
 
 
 
 
 


Questione militare
1) VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE

a) Caratteri permanenti dell’imperialismo

Capitolo esposto alla riunione generale del 6-7 gennaio 1979 [RG12-13]
 

«Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una legge naturale. La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l’opera di Marx, che, mediante l’analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, conduca al monopolio. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni di monopolio e nondimeno proclamano in coro che “il marxismo è confutato”. Ma i fatti sono ostinati (...) e con essi, volere o no, bisogna fare i conti. I fatti provano (...) che il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è in linea generale, legge universale e fondamentale dell’odierno stadio di sviluppo del capitalismo» (Lenin, L’imperialismo...).
Rivendicata così totalmente l’analisi già fatta da Marx nel modo di produzione capitalistico, Lenin individua nell’imperialismo uno stadio particolare della sua evoluzione, caratterizzato dalla concentrazione dei capitali e in particolare dalla centralizzazione finanziaria.

Rilevando i dati dell’epoca da “Annales des Deutschen Reichs” per la Germania e da “Statistical Abstract of the United States” per gli Stati Uniti, Lenin esclama che: «quasi la metà dell’intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende». Oggi potremmo sicuramente dire che è nelle mani della millesima parte.

La tendenza ad una continua concentrazione di capitali e centralizzazione finanziaria è dunque una tendenza intrinseca dello stesso modo di produzione capitalistico in quanto tale. Storicamente possiamo – con Lenin – schematizzare i periodi di evoluzione del capitalismo come segue: decennio 1860-70, apogeo della libera concorrenza; i monopoli sono soltanto in embrione. Crisi economica del 1873 e successivo e conseguente sviluppo dei cartelli, che tuttavia restano ancora l’eccezione. Dopo la crisi del 1900-1903 abbiamo una costante ascesa degli affari e i cartelli e i monopoli diventano la base di tutta la vita economica. Tale tendenza fu notata già chiaramente da Marx, in un’epoca in cui il capitalismo era più concorrenziale che monopolistico, a scorno degli attuali sostenitori che il “povero” Marx non poteva prevedere “gli sviluppi futuri”, e a conferma viceversa della essenzialità della natura del capitalismo contenuta in tutte le posizioni del marxismo rivoluzionario da Marx in poi. Marx scrive:

«Questo frazionamento dell’intero capitale sociale in parecchi capitali individuali e la repulsione reciproca delle sue frazioni si contrappongono alla loro attrazione. Non è più una semplice concentrazione dei mezzi di produzione e di forza lavoro, identica all’accumulazione. È una concentrazione di capitali già costituiti, è l’annullamento della loro autonomia individuale, l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, la trasformazione di parecchi capitali più piccoli in pochi capitali più grossi (...) Il capitale qui in una mano sola diviene una grande massa, mentre lì in molte mani va perduto. È la vera e propria centralizzazione, a differenza dell’accumulazione e della concentrazione» (Marx, Il Capitale, I, cap. XXIII, 2).
Oggi i dati delle statistiche ufficiali forniscono il seguente quadro della produzione industriale: negli USA 200 imprese ne forniscono il 52%; nel Giappone 358 imprese ne forniscono il 37%; nella Francia 235 imprese ne forniscono il 45%. Ed altrettanto possiamo dire della centralizzazione finanziaria.

Commentando i dati dell’epoca Lenin afferma che ormai il capitale finanziario è il dominatore dell’economia mondiale e che tale dominio è saldamente in mano delle banche. Oggi i meccanismi di controllo in possesso delle banche non possono che essersi perfezionati:

«Queste semplici cifre sono sufficienti – sostiene Lenin – più di qualsiasi considerazione, a mostrare come dalla concentrazione del capitale e dall’aumentato giro d’affari sia stato modificata radicalmente l’importanza delle banche. La banca, tenendo il conto corrente di parecchi capitalisti, compie apparentemente una funzione puramente tecnica, esclusivamente ausiliaria. Ma non appena questa operazione ha assunto dimensioni gigantesche, ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell’intera società capitalista, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti ed altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità anzitutto di essere esattamente informati sull’andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo od ostacolandolo o infine di deciderne completamente la sorte, di fissare la loro redditività, di sottrarre loro il capitale o di dar loro la possibilità di aumentarlo rapidamente e in enormi proporzioni, e così via».
Dunque, i caratteri fondamentali dell’imperialismo, cioè del sistema basato sul potere economico dei tagliatori di cedole, e quindi inteso come fase storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, e precisamente dei suoi connotati essenziali, debbono individuarsi esclusivamente nella loro necessità economica. Siamo le mille miglia lontani dall’interpretazione di Kautsky (e di molti inconsapevoli e minimi kautskyani moderni) secondo la quale l’imperialismo non sarebbe che “la politica preferita del capitale finanziario”. La differenza, soprattutto allora, poteva sembrare sottile, ma proprio per questo la polemica contro Kautsky doveva essere, come fu, ferocissima, poiché nelle posizioni ideologiche di Kautsky viveva e prendeva corpo la rovinosa influenza dell’opportunismo sulla classe operaia (oggi mille volte più fetida), tanto peggiore quanto più si tingeva di rosso.

Secondo Lenin «l’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale». Le principali caratteristiche dell’epoca imperialistica, che dura tuttora, possono dunque essere così sintetizzate:
- concentrazione della produzione e del capitale;
- fusione e controllo del capitale bancario sul capitale industriale dando origine al capitale finanziario;
- grande importanza, alla scala mondiale, dell’esportazione dei capitali superiore alla stessa esportazione di merci;
- esistenza di associazioni monopolistiche internazionali che sono in grado di ripartirsi il mondo in zone di influenza.

Kautsky sosteneva, al contrario, che si dovesse intendere per imperialismo semplicemente «il prodotto del capitalismo industriale, altamente sviluppato. Esso consiste nella tendenza di ciascuna nazione capitalistica industriale ad assoggettarsi e ad annettersi un sempre più vasto territorio agrario senza preoccupazioni delle nazioni che lo abitano» (K. Kautsky citato da Lenin).

Quanti oggi, e perfino tra i più sinistri!, si riconoscono, magari inconsapevolmente, in questa definizione! Lenin, commentandola, dice viceversa che è arbitraria, perché individua solo la questione nazionale e non spiega la tendenza dell’imperialismo a sottomettersi anche i paesi industrializzati; inoltre Kautsky parla solo del capitale industriale, senza mettere in evidenza la sua trasformazione in capitale finanziario.

«L’essenziale – commenta Lenin – è che Kautsky separa la politica dell’imperialismo dalla sua economia, interpretando le annessioni come la politica preferita del capitale finanziario, e contrapponendo ad essa un’altra politica borghese, senza annessioni, che sarebbe, secondo lui, possibile sulla stessa base del capitale finanziario».
Kautsky si dimentica del reale motivo che sta alla base della lotta tra i paesi imperialisti, quello della necessità di realizzare un soddisfacente saggio del profitto. Di conseguenza Kautsky lo nasconde agli occhi del proletariato diventando di fatto un prezioso servitore degli interessi dell’imperialismo stesso.
«I capitalisti si spartiscono il mondo – ecco la vera ragione della loro lotta – non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie "proporzionalmente" al Capitale, "in proporzione alla forza" poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione.
«[Secondo Kautsky, al contrario,] si avrebbe che i monopoli nella vita economica sarebbero compatibili con una politica non monopolistica, senza violenza, non annessionistica; che la ripartizione territoriale del mondo, ultimata appunto nell’epoca del capitale finanziario e costituente la base della originalità delle odierne forme di gara tra i maggiori Stati capitalistici, sarebbe compatibile con una politica non imperialista. In tal guisa si velano e si attutiscono i fondamentali contrasti che esistono in seno al recentissimo stadio del capitalismo, in luogo di svelarne la profondità. Invece del marxismo si ha del riformismo borghese».
Se negli anni seguenti allo scoppio della prima guerra mondiale la politica kautskyana era “riformismo borghese”, lo è oggi ed a maggior ragione, nella misura in cui si sostengono dai partitacci ufficiali le stesse posizioni. Anzi, essendosi accentuato il carattere imperialistico dell’economia mondiale, come i dati dimostrano abbondantemente, sostenere le stesse posizioni significa andare oltre “il riformismo” anche se solo borghese; significa assumersi in prima persona le stesse responsabilità dell’imperialismo mondiale, significa assumerne la carica di difensori di ufficio; e farlo, magari in campo operaio e pretendendo di stare sulla stessa linea di Lenin, diventa inqualificabile. È la pretesa dell’attuale “euro-comunista” in capo, secondo il quale addirittura «si potrebbe anche rendere realistica l’ipotesi di un "governo mondiale" che sia espressione del consenso e del libero concorso di tutti i paesi» (dalla relazione di Berlinguer al Congresso del PCI, L’Unità, del 19 marzo 1975).

In definitiva, secondo questi traditori del proletariato (peggio Berlinguer di Kautsky, naturalmente!), non si può escludere che, dopo la fase imperialistica, vi possa essere una nuova fase, quella dell’ultra-imperialismo, come la chiamava Kautsky, o della coesistenza pacifica, come la si chiama oggi, che consisterebbe «nello spostamento della politica dei cartelli dall’economia alla politica estera»; sarebbe l’unione degli imperialismi di tutto il mondo e non la guerra tra di loro; sarebbe la fase della fine della guerra in regime capitalistico, dello sfruttamento del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato. Le reazioni di Lenin erano furibonde di fronte a tali “chiacchiere”; e quante se ne sono fatte – e di peggiori – dall’epoca delle famigerate marce della pace, dopo la vittoria di Santa Democrazia sul Fascismo! Ne riportiamo solo un minimo stralcio:

«Le chiacchiere di Kautsky favoriscono un’idea profondamente falsa e atta soltanto a portare acqua al mulino degli apologeti dell’imperialismo, cioè la concezione secondo cui il dominio del capitale finanziario attutirebbe le sperequazioni e le contraddizioni in seno all’economia mondiale, mentre in realtà le acuisce (...) Kautsky ha rotto definitivamente ogni legame col marxismo difendendo per l’epoca del capitale finanziario un ‘ideale reazionario’, la pacifica democrazia, il semplice peso dei fattori economici, giacché simile idea obiettivamente, ci ricaccia indietro, dal capitalismo monopolistico al capitalismo non monopolistico, ed è una frode riformista (...) Quali che potessero essere i pii desideri dei pretucoli inglesi e del sentimentale Kautsky, il senso obiettivo, vale a dire reale, sociale, della sua "teoria" è uno solo: consolare nel modo più reazionario le masse, con la speranza della possibilità di una pace permanente in regime capitalistico (...) Inganno delle masse: all’infuori di questo non vi è assolutamente nulla nella "teoria marxista" di Kautsky».
Purtroppo l’ideologia imperialista, allora come oggi – ed anzi oggi molto più radicalmente di allora – si fa strada nella stessa classe operaia, in quanto non è separata dalle altre classi da una muraglia cinese. È il fenomeno dell’opportunismo, contro cui il movimento proletario rivoluzionario deve indirizzare i suoi strali più feroci, perché la sua prospettiva diventi una prospettiva reale. Bene lo condanna Lenin:
«Dov’è la base economica di questo fenomeno [l’opportunismo] di portata storica mondiale? Precisamente nel parassitismo e nella putrefazione del capitalismo che sono propri della sua fase storica culminante: l’imperialismo. Il presente libro dimostra come il capitalismo abbia espresso un pugno (...) di Stati particolarmente ricchi e potenti che saccheggiano tutto il mondo col semplice taglio delle cedole (...)
«Ben si comprende che da questo gigantesco sopraprofitto – così chiamato perché si realizza all’infuori e al di sopra del profitto che i capitalisti estorcono agli operai del proprio paese – c’è da trarre quanto basta per corrompere i capi operai e lo strato superiore dell’aristocrazia operaia. E i capitalisti dei paesi "più progrediti" operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti e indiretti, aperti e mascherati. E questo strato di operai imborghesiti di ‘aristocrazia operaia’ completamente piccolo-borghese per il suo modo di vita, per i salari percepiti, per la sua filosofia della vita, costituisce il puntello principale della Seconda Internazionale; e ai nostri giorni costituisce il principale puntello sociale (non militare) della borghesia. Questi operai sono dei veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio, veri propagatori di riformismo e di sciovinismo, che durante la guerra civile del proletariato contro la borghesia si pongono necessariamente e in numero non esiguo, a lato della borghesia, a lato dei "versagliesi" contro i comunardi. Se non si comprendono le radici economiche del fenomeno, se non se ne valuta l’importanza politica e sociale, non è possibile fare nemmeno un passo verso la soluzione dei problemi pratici del movimento comunista e della futura rivoluzione sociale».
Passo, quest’ultimo, che sembra scritto non nel 1916, ma nella merdosa attualità presente, in cui l’opportunismo è non solo dilagante, ma apparentemente perfino invincibile. Ma “i fatti sono – e saranno – ostinati”, secondo la stessa espressione di Lenin; le basi economiche della corruzione di ampi strati di aristocrazia operaia incominciano a venir meno: il verificarsi delle previsioni fatte già da Marx oltre un secolo fa non tarderà a porre nuovamente sulla scena storica la questione della rivoluzione comunista.
«La contraddizione esistente nel modo capitalistico di produzione consiste proprio nella sua tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive, che vengono continuamente a trovarsi in conflitto con le specifiche condizioni di produzione, entro le quali il capitale si muove e può solo muoversi.
«Non vengono prodotti troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario, se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo conveniente ed umano la massa della popolazione.
«Non vengono prodotti troppi mezzi di produzione, per poter occupare la parte di popolazione capace di lavorare. Al contrario. Si crea innanzitutto una parte troppo grande di popolazione che effettivamente non è atta al lavoro, ed è costretta dalle sue particolari condizioni a sfruttare il lavoro altrui o ad eseguire dei lavori che possono essere considerati tali solo in un modo di produzione assolutamente miserabile. In secondo luogo, non si producono sufficienti mezzi di produzione, perché tutta quanta la popolazione capace di lavorare possa farlo nelle circostanze più produttive, in modo che il suo tempo di lavoro assoluto venga ridotto dalla massa e dall’efficienza del capitale costante impiegato durante il tempo di lavoro.
«Ma vengono periodicamente prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli operai a un determinato saggio del profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore e il plusvalore che esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in nuovo capitale, e nei rapporti di distribuzione e di consumo inerenti alla produzione capitalistica, ossia perché questo processo possa compiersi senza che si verifichino continue esplosioni.
«Non viene prodotto troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche che hanno un carattere antagonistico.
«Il limite del modo di produzione capitalistico si manifesta nei fatti seguenti:
1) Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio di profitto, genera una legge che, ad un dato momento, si oppone inconciliabilmente al suo ulteriore sviluppo e che deve quindi di continuo essere superata per mezzo di crisi.
2) L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali (...) ma in base al livello del saggio di profitto (...) Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto» (Marx, Il Capitale, III, cap. XV, 3).
«L’enorme capacità di espansione a grandi sbalzi del sistema di fabbrica, e la sua dipendenza dal mercato mondiale, hanno per effetto necessario una produzione febbrile e quindi una congestione dei mercati, con la contrazione dei quali subentra una paralisi. La vita dell’industria si trasforma in una successione di periodi di vitalità media, prosperità, sovrapproduzione, crisi e ristagno. L’insicurezza e l’instabilità, alle quali il sistema di macchine condanna l’occupazione e quindi le condizioni di esistenza dell’operaio, diventano normali con questa variazione periodica del ciclo industriale». (Marx, Il Capitale, I, cap. XIII, 7).
Ecco le origini, ineliminabili, della inevitabilità della guerra in regime capitalistico.
(Fine della prima parte)

 
 
 
 
 


La teoria marxista della catastrofe
Rapporto alla riunione generale del 6-7 gennaio 1979 [RG13]

Si pretende di presentare il gran torneo ideologico in corso tra le grandi chiese dell’opportunismo come l’espressione più aggiornata della libertà di ricerca nella cultura e nella filosofia.

La crisi dell’imperialismo capitalistico intanto si fa sempre più profonda, sempre meno “congiunturale” e sempre più “strutturale”.

Le giustificazioni che vengono portate di fronte al collasso delle aspettative crescenti, seminate a piene mani al tempo delle vacche grasse, tendono a nascondere l’effettiva natura della crisi; né, secondo il nostro metodo, noi staremo a sostenere la tesi illuministica del "cosciente inganno" dei capi-ideologi, gli "astuti sacerdoti", giacché la stessa rappresentazione dell’ideologia, necessariamente fantastica perché sublimazione di uno stato di cose storicamente caduco, si impone come programma e necessaria sovrastruttura di fattori e trapassi sociali necessari. Dietro alle idee ci sono le classi sociali e il loro antagonismo: le rappresentazioni ideologiche di esse non sono dunque false, secondo un facile schema di logica formale vero-falso, ma sono “mistificate e capovolte”.

D’altronde lo sforzo più cospicuo, necessariamente, dell’opportunismo dilagante non si può limitare a ritoccare aspetti marginali della teoria rivoluzionaria, ma a respingere i fondamenti di essa. Rifulge in questo modo la rivendicazione che ci ha sempre contraddistinto della difesa integrale del marxismo, pur sapendo le sue origini antidogmatiche ed antimetafisiche.

«Si adopera l’espressione "marxismo" non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx persona, ma per rifarsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo "accompagna" in tutto il corso di una rivoluzione sociale – e conserviamo il termine "marxismo" malgrado il vasto campo di speculazione e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari» (da “La ’invarianza’ storica del marxismo”, riunione di partito del 7 settembre 1952). La difesa della dottrina dunque da parte del partito comunista è la salvaguardia della suprema guida per l’azione e niente altro, ben sapendo che «la contrapposizione del marxismo alle ideologie che si sono succedute nel passato e che oggi ancora in varia misura tengono il campo è rigorosamente storica e dialettica, il che non esclude, ed al contrario implica, che la scienza globale con cui esso si identifica, possa essa sola ricostruire i reali processi sottostanti all’incastellatura ideologica, svelando come l’ideologia mistifichi la realtà sussistente a prescindere da ogni "conoscenza" individuale e collettiva» (Da “Partito e Classe”, appendice).
Se dunque il grande opportunismo sente la necessità di gridare ai quattro venti il fallimento del marxismo e delle sue presunte “profezie” o di invalidarne le previsioni in nome di un più aggiornato modo di leggere “scientificamente” la realtà sociale, a maggior ragione il partito di classe deve gridare dall’alto dei tetti il suo programma storico. Infatti
«la storia della Sinistra marxista, del marxismo radicale, e più esattamente del marxismo, consiste nelle successive resistenze a tutte le "ondate" del revisionismo che hanno attaccato vari lati della dottrina e del metodo, a partire dall’organica monolitica formazione che si può far collimare col Manifesto del 1848 (...) Questa dura e lunga lotta perderebbe collegamento con la futura ripresa se invece di trarne l’insegnamento della "invarianza", si accettasse la banale idea che il marxismo è una teoria in "continua elaborazione storica" e che si modifica col corso e la lezione degli eventi. Invariabilmente è questa la giustificazione di tutti i tradimenti le cui esperienze si sono accumulate, e di tutte le disfatte rivoluzionarie».
Tutto ciò
«proprio in quanto il marxismo esclude ogni senso della ricerca di "verità assoluta" e vede nella dottrina non un dato dello spirito sempiterno o dell’astratta ragione, ma uno "strumento" di lavoro ed un’ "arma" di combattimento, esso postula che nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per "ripararlo" né lo strumento né l’arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili e armi buone».
La mistificazione dell’opportunismo in campo ideologico consiste al contrario nel sempre più sbracato tentativo di presentare l’ideologia come libera organizzazione delle idee sulla società e nel mondo, apporto delle varie correnti ideali, comprese quelle borghesi, per meglio comunicare e insieme realizzare un’umanità migliore. L’apporto della
«tesi marxista dice: non è possibile che la coscienza del cammino storico appaia anticipata in una singola testa umana, per due motivi: il primo è che la coscienza non precede ma segue l’essere, ossia le condizioni materiali che circondano il soggetto della coscienza stessa. Il secondo è che tutte le forme della coscienza sociale vengono – con una data fase ritardate perché vi sia il tempo della generale determinazione – da circostanze analoghe e parallele di rapporti economici in cui si trovano masse di singoli che formano quindi una classe sociale. Questi sono condotti ad "agire insieme" storicamente molto prima che possano "pensare insieme". La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe, e l’azione di classe col suo futuro punto d’arrivo, non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta ad un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a "tutta la classe" come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima "consultazione" all’interno della classe».
Scrivono Marx ed Engels ne L’Ideologia tedesca, 1846, I, A:
«La coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita, proprio come il capovolgimento degli oggetti sulla retina deriva dal loro immediato processo fisico. Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè, non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi, ma si parte dagli uomini realmente operanti, e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali.
«Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente; nel secondo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne scosta per un solo istante. I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate. Non appena viene rappresentato questo processo di vita attivo, la storia cessa di essere una raccolta di fatti morti, come negli empiristi che sono anch’essi astratti, o un’azione immaginaria di soggetti immaginari, com’è negli idealisti».
La nostra lettura storica e dialettica dell’ideologia e della filosofia non ci impedisce dunque di comprendere come: «la critica, il dubbio e la messa in forse di tutte le vecchie posizioni bene assodate furono elementi decisivi della grande rivoluzione borghese moderna che con gigantesche ondate investì le scienze naturali, l’ordinamento sociale e i poteri politici e militari, avanzandosi poi e affacciandosi con molto minore slancio iconoclastico alle scienze della società umana e del corso storico. Appunto questo fu il portato di un’epoca di sommovimento dal profondo che si pose a cavallo tra il medioevo feudale e terriero e la modernità industriale e capitalista. La critica fu l’effetto e non il motore dell’immensa e complessa lotta. Il dubbio e il controllo della coscienza individuale sono espressione della riforma borghese contro la compatta tradizione ed autorità della chiesa cristiana, e si tradussero nel più ipocrita puritanesimo che con la bandiera della conformità borghese alla morale religiosa o al diritto individuale vararono e protessero il nuovo dominio di classe e la nuova forma di soggezione delle masse.
«Opposta è la via della rivoluzione proletaria in cui la coscienza individuale è nulla e la direzione concorde della azione collettiva è tutto. Quando Marx disse nelle famose tesi su Feuerbach che abbastanza i filosofi avevano interpretato il mondo e si trattava ora di trasformarlo, non volle dire che la volontà di trasformare condiziona il fatto della trasformazione, ma che viene prima la trasformazione determinata dall’urto di forze collettive, e solo dopo la critica coscienza di essa nei singoli soggetti. Sì che questi non agiscono per decisione da ciascuno maturata ma per influenze che precedono scienza e coscienza. E il passare dall’arma della critica alla critica con le armi sposta appunto il tutto dal soggetto pensante alla massa militante, in modo che arma siano non solo fucili e cannoni, ma soprattutto quel reale strumento che è la comune uniforme, monolitica, costante dottrina di partito, cui tutti ci siamo subordinati e legati, chiudendo il discutere pettegolo e saputello».
Dunque la nostra interpretazione storica dialettica delle ideologie non ci impedisce di riconoscere che «l’ideologia borghese si fonda sull’effettiva conquistata libertà dei lavoratori dai vincoli giuridici e microproprietari feudali, né la borghesia può ripudiarla, perché con ciò ripudierebbe se stessa». Anche quando, nelle necessità storiche della fase imperialistica, la borghesia è ricorsa al dispiego della violenza più brutale, la Sinistra Comunista non ha mai riconosciuto ai vari fascismi e nazismi, come invece sono andati lamentandosi gli opportunisti di varia estrazione, di aver distrutto la democrazia, ma di averla imbalsamata per riconsegnarla rivitalizzata alla classe borghese al momento del bisogno. D’altronde come spiegare la grande preoccupazione del fascismo di entrare “democraticamente” nella stanza dei bottoni, pur di non rompere la continuità dello Stato e della sua natura di classe?

Solo il proletariato ha il ruolo storico di eliminare se stesso con tutte le altre classi. La sua pertanto non è ideologia, che possa assumere carattere riformistico e conformistico, dando luogo ad una fissazione storica del suo dominio, ma scienza rivoluzionaria, ed anzi già scienza dell’avvenire. Ma perché questo possa avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e relativi conflitti, salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia umana.

Non solo, ma ci permette di riandare ai miti antichi.

«Il principio della invarianza storica delle dottrine che riflettono il compito delle classi protagoniste, ed anche dei potenti ritorni alle tavole di partenza, opposto al pettegolo supporre ogni generazione ed ogni stagione della moda intellettuale più potente della precedente, allo sciocco film del procedere incessante del civile progresso, ed altre simili borghesi ubbìe da cui pochi di quelli che si affibbiano l’aggettivo di marxista sono davvero scevri, si applica a tutti i grandi corsi storici. Tutti i miti esprimono questo, e soprattutto quelli dei mezzi-dèi e mezzi uomini, o dei sapienti che ebbero una intervista con l’Ente supremo. Di tali figurazioni è insensato ridere, e solo il marxismo ne ha fatto trovare le reali e materiali sottostrutture. Rama, Mosè, Cristo, Maometto, tutti i profeti ed Eroi che aprono secoli di storia dei vari popoli, sono espressioni diverse di questo fatto reale, che corrisponde ad un balzo enorme nel "modo di produzione". Nel mito pagano la sapienza, ossia Minerva, esce dal cervello di Giove non per dettatura a flaccidi scribi di interi volumi, ma per la martellata del Dio-operaio Vulcano, chiamato a sedare una irrefrenabile emicrania. All’altro estremo della storia e dinnanzi alla illuminata dottrina della nuova Dea Ragione, si leverà gigante Gracco Babeuf, rozzo nella presentazione teoretica, per dire che la fisica forza materiale conduce avanti più della ragione e del sapere».
 
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E chi potrà sedare le moderne emicranie dei principi filosofi, impazziti a spiegare come l’Idea si fa mondo e il mondo autocoscienza, se non la forza materiale del proletariato armato della sua teoria di classe che ha chiuso il ciclo infernale della dialettica triadica d’ogni ideologia precedente espressa dallo schema dato per insuperabile antiformismo-riformismo-conformismo? Se siamo capaci di riconoscere il valore materiale del mito figuriamoci che impressione può farci l’attuale gracidio di filosofi di regime che hanno dato la stura alle loro polemiche, riandando a Parmenide, ad Aristotele, per stabilire una volta tanto quel che è scienza e quel che è ideologia?

E pensare quanta ironia era stata versata sulla nostra pretesa di abbracciare nel nostro arco storico in un sol colpo l’uomo armato di clava e il moderno proletario per ricongiungerli fratelli nell’uomo-specie! Ma i grossi calibri del sapere filosofico trascinati fuori dai loro hangar neanche con le martellate riescono a giustificare un nuovo “modo di produzione”.

Oggetto della diatriba è il principio di non contraddizione e la concezione scientifica della realtà. Poiché il materialismo dialettico sostiene d’essere una concezione scientifica della realtà è evidente che sia sul banco degli imputati. L’errore del marxismo consisterebbe, secondo Colletti, ad esempio, nel parlare continuamente di contraddizioni che esisterebbero nella natura e nella società. Per la scienza invece le contraddizioni sono sempre e soltanto “errori soggettivi” da eliminare. Solo le “teorie” dunque possono incorrere in contraddizioni, non la realtà oggettiva. Invocando la dialettica di origine hegeliana dunque il marxismo non farebbe altro che utilizzare e fraintendere la stessa “dialettica della materia” di Hegel.

Il signor Colletti confessa poi che fino al 1969 attribuiva questo errore al materialismo dialettico dei “filosofi sovietici”, meglio noto come “Dialekticher Materialismus” (Diamat), e di aver poi scoperto che tutti gli errori risalgono a Marx. «Rileggendo le sue pagine sulla crisi delle "teorie del plusvalore" mi ero accorto – dice Colletti – che anche Marx considerava i contrasti e i conflitti di forze esistenti nel capitalismo come "contraddizioni dialettiche". A questo punto, l’inconciliabilità tra scienza e dialettica non poteva non investire anche il "Capitale". Marx si era proposto di dare, in quest’opera, un’analisi "scientifica" della società moderna. Il suo uso della logica dialettica apriva interrogativi di fondo circa la possibilità che quel proposito potesse essersi realizzato».

Prima di opporre la nostra “verità scientifica” facciamo notare, seppur ce ne fosse bisogno, che cosa comporta il pluralismo in dottrina. Che cos’è il materialismo dialettico? Il marxismo di Marx, quello di Lenin, il Diamat, le letture revisionistiche?. La risposta di questi fantocci: tutto questo e niente di questo nello stesso tempo; in ogni caso la libera ricerca “scientifica”, quella che non cade in contraddizione per la comoda ragione che non crede alla contraddizione dialettica!

Abbiamo già ricordato che nella tradizione della Sinistra marxista, e più esattamente del “marxismo”, quest’ultima espressione si usa per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo accompagna in tutto il corso della rivoluzione sociale; abbiamo anche ricordato che conserviamo il termine malgrado il vasto campo di speculazione e sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari.

Siamo quelli che rivendicano in blocco la dottrina, che la definiscono nata come un blocco d’acciaio, non per la martellata del dio-operaio Vulcano del mito ma di quella del proletariato industriale armato di un martello pneumatico sociale di gran lunga più reale e più potente di quello di Vulcano, che non riconoscono nessun Diamat ed abbreviazioni simili perché la lettura della rivoluzione sociale non l’abbiamo mai delegata né a Marx persona né a Lenin, né tanto meno ai filosofi sovietici di Stalin o, peggio che peggio, ad accademici della crusca tipo Colletti. E tutto ciò non perché non sappiamo che i Colletti e compagni conoscono da eruditi perfino bizantini il cosiddetto marxismo, ma perché, per loro stessa ammissione, non riconoscono il fondamento della teoria marxista, e cioè il fatto che è detenuta dal partito di classe e solo da esso, in tutta la sua storia, di vittorie e di sconfitte, secondo una considerazione della filosofia e della cultura che è tutta sua e che nessuna chiosa è in grado di contraddire.

Perché il partito di classe, nella tradizione del marxismo vero, non ha mai preteso di enunciare una dottrina scientifica che non contraddicesse le altre dottrine sociali, fossero esse ascrivibili al mondo feudale o borghese, o attribuibili a tronconi ideologici che si richiamino ad un loro marxismo di comodo, il che è molto poco probabile, anzi noi lo neghiamo recisamente. Non per niente abbiamo scritto che «una nuova dottrina non può apparire in qualunque momento storico, ma vi sono date e ben caratteristiche – ed anche rarissime – epoche della storia in cui essa può apparire come un fascio di abbagliante luce, e se non si è ravvisato il momento cruciale ed affissata la terribile luce, vano è ricorrere ai moccoletti, con cui si apre la via il pedante accademico o il lottatore di scarsa fede».

Dunque non ci riguarda proprio il pedante accademico Colletti, e se polemizziamo non lo facciamo con lui persona ma, come abbiamo sempre fatto, contro tutte le ondate del revisionismo, quello dei negatori, dei falsificatori, degli aggiornatori, i peggiori, questi ultimi della specie e non per niente i più “attuali”.

Il partito di classe dunque passa indenne sotto le presunte forche caudine del rigor scientifico degli accademici pedanti per dei motivi veramente elementari:
 1) non ha mai negato che la sua interpretazione della rivoluzione sociale e della realtà sociale e naturale moderna è una teoria di classe, al servizio della classe, e dunque non di tutto il popolo e dell’umanità; come al contrario i filantropi formato 1979;
 2) è dunque cosciente che la teoria rivoluzionaria è anch’essa ideologia, seppur del tutto peculiare, nel senso ricordato che non può assumere, per definizione, carattere riformistico e conformistico, e che pertanto è scienza rivoluzionaria ed anzi già scienza di specie, non solo perché il proletariato (come in passato altre classi) rappresenta l’avvenire, ma perché questo avvenire non potrà non dar luogo ad una società di specie, priva di classi e relativi conflitti – salto di qualità dalla preistoria classista alla piena storia.

Si consolino dunque gli scettici accenditori di moccoletti: non siamo di quelli che confondono le “opposizioni reali” con le contraddizioni, i cavalli con i somari. Sappiamo bene che chi afferma che “tutti i cavalli sono mammiferi” e insieme che “qualche cavallo non è mammifero” cadrebbe in contraddizione mentre nulla vieta che nella realtà coesistano senza contraddizione mammiferi e non mammiferi. Purché questa verità scientifica non serva a giustificare, gabellandola per scienza oggettiva, che il capitalismo coesiste col socialismo senza contraddizione. I modi di produzione ed i regimi sociali, che il marxismo studia e legge nelle loro leggi oggettive, non sono “natura” del tipo mammiferi e non mammiferi, ma storia umana, storia che passa dal comunismo primitivo ai moderni modi di produzione, all’avvenire preconizzato dal marxismo della società senza classi.

Ci si domanderà dai pedanti – che già al tempo di Leone Trotzky chiedevano quanti bottoni avrebbe portato nel panciotto l’uomo comunista e che già al modo del Dottor Grün chiedevano ad Hegel di stabilire il ruolo della sua penna nella sua dialettica generale! – se nella società comunista i cavalli saranno ancora mammiferi o no. Rispondiamo una volta tanto con la saccenteria del Prof. Hegel!: non abbiamo tempo da perdere con la penna del Dott. Grün!

Il preteso oggettivismo dei vari Colletti ha uno scopo ben preciso, quello di affogare le contraddizioni sociali nelle opposizioni reali senza contraddizione, naturali e beote, allo stesso modo del fatto che il somaro non soffre di non essere un cavallo!

«L’oggettivista – scriveva in proposito Lenin – parla della necessità di un determinato processo storico; il materialista constata con precisione che esistono una determinata formazione economico-sociale e i rapporti antagonistici che essa genera. L’oggettivista, volendo dimostrare la necessità di una determinata successione di fatti, rischia sempre di cadere sul terreno dell’apologetica di questi fatti; il materialista mette in luce gli antagonismi di classe e in questo modo definisce la sua concezione. L’oggettivista parla di "irresistibili tendenze storiche"; il materialista parla della classe che "gestisce" un determinato ordinamento economico, creando certe forme di resistenza da parte di altre classi. In questo modo il materialista, da un lato è più coerente dell’oggettivista e applica il suo oggettivismo in modo più approfondito e completo. Egli non si limita a indicare la necessità del processo, ma chiarisce con precisione quale formazione economico-sociale dà il contenuto a questo processo, quale classe precisamente determina questa necessità. In questo caso, per esempio, il materialista non si sarebbe accontentato di constatare le "irresistibili tendenze storiche" ma avrebbe indicato l’esistenza di date classi, che determinano il contenuto degli ordinamenti esistenti ed escludono la possibilità di una via di uscita al di fuori dell’azione dei produttori stessi. D’altro lato il materialismo racchiude in sé, per così dire, la partiticità, imponendo, nella valutazione di ogni avvenimento l’accettazione diretta ed aperta del punto di vista d’un determinato gruppo sociale» (Lenin, “Il contenuto economico del populismo”).
E l’oggettivismo degli aggiornatori, che pretende di smentire la dialettica materialistica, che cosa ha da invidiare agli apocalittici con i quali polemizza, dal momento che in nome della “scienza” senza contraddizioni, la nuova teologia camuffata della società borghese nella sua fase imperialistica, non si preoccupa, anzi fa di tutto per affogare le classi e il partito di classe nel mare magnum del Popolo, della Nazione, dello Stato, o peggio ancora, dell’Umanità senza aggettivi?

Noi sapevamo da tempo che il modo di vedere e di sentire armonico dei Greci è proprio di un modo di vita produttivo e sociale in cui le lotte sociali non sono certamente quelle delle moderne classi, ma non ce la sentiamo di certo di sostenere che cristianesimo e anticristianesimo, capitale e proletariato, assolutismo e democrazia, religione e ateismo, non sono che variazioni all’unico dramma della solare filosofia dell’essere parmenideo, in cui l’essere è sempre se stesso contro la follia della contraddizione, cioè pensare e dire che le cose sono e non sono. Il recupero d’una visione armonica e di specie dell’essere non passa certamente per il nascondimento della verità delle contraddizioni sociali, per la riproposizione dei kantiani eterni valori, non per caso riportati in auge dal principe dei revisionisti, Bernstein.

Contro i teorici dell’Apocalisse e degli oggettivisti alla Colletti ribadiamo la verità di classe della legge del plusvalore, la verità di classe dell’antagonismo profondo e inevitabile della società divisa in classi, la negazione di falsi schemi ideologici delle classi nemiche del proletariato, da quello assoluto e già monolitico trascendentista-autoritario, a quello demoliberale, a quello piccolo-borghese e corporativo volontaristico-immediatistico, a quello dei falsificatori staliniani, a quello fascista.

Alla lettura gradualista, senza contraddizioni, della crisi imperialistica, secondo la quale

«il capitalismo è nel ramo discendente e non può risalire, e che contiene i due errori del fatalismo e del gradualismo, opponiamo la nostra:
1) il socialismo non verrà di per sé senza agitazioni, lotte e scontri armati, senza preparazione di partito;
2) il socialismo non si immette a piccole dosi nel tessuto capitalistico sperando in una progressiva compenetrazione;
3) Marx e noi con lui abbiamo prospettato non un salire e poi declinare del capitalismo, ma il contemporaneo e dialettico esaltarsi della massa di forze produttive che il capitalismo controlla, della loro accumulazione e concentrazione illimitata, e al tempo stesso della reazione antagonistica, costituita da quella delle forze dominate che è la classe proletaria. Il potenziale produttivo ed economico generale sale sempre finché l’equilibrio non è rotto, e si ha una fase esplosiva rivoluzionaria, nella quale in un brevissimo periodo precipitoso, col rompersi delle forme di produzione antiche, le forze di produzione ricadono per darsi un nuovo assetto e riprendere una più potente ascesa».
In questo nostro schema si nega recisamente che la possibilità di far fronte alla crisi dell’imperialismo capitalistico possa far leva sulla capacità di reazione dei singoli individui, sulla capacità di pentimento dei dominatori, sul senso di collaborazione dei poveri, sulla cooperazione dei popoli, sulla coesistenza pacifica delle nazioni.
«Nel singolo individuo (e quindi anche nel singolo proletario), non è la coscienza teorica a determinare la volontà di agire sull’ambiente esterno, ma avviene l’opposto, la spinta del bisogno fisico determina, attraverso l’interesse economico, un’azione non cosciente, e solo molto dopo l’azione ne avviene la critica e la teoria per intervento di altri fattori. L’insieme dei singoli si comporta analogamente, ma la concomitanza di stimoli e di reazioni crea la premessa per una più chiara volontà e poi coscienza.
«Queste si precisano solo nel partito di classe, che raccoglie una parte dei componenti di questa ma elabora, analizza e potenzia l’esperienza vastissima di tutte le spinte, stimoli, reazioni. È solo il partito che riesce a capovolgere il senso della prassi. Esso possiede una teoria ed ha quindi conoscenza dello sviluppo degli eventi; entro dati limiti, secondo le situazioni e i rapporti di forza, il partito può esercitare decisioni ed iniziative e influire sull’andamento della lotta. Il rapporto dialettico sta nel fatto che in tanto il partito rivoluzionario è un fattore cosciente e volontario degli eventi in quanto è anche un risultato di essi e del conflitto che essi contengono tra antiche forme di produzione e nuove forze produttive. Tale funzione teorica e attiva del partito cadrebbe però se si troncassero i suoi legami materiali con l’apporto dell’ambiente sociale, della primordiale, materiale e fisica lotta di classe».
La teoria di questo rapporto tra le condizioni di classe e l’azione di classe col suo futuro punto di arrivo non è chiesta a persone, nel senso che non è chiesta a un singolo autore o capo, e nemmeno è chiesta a “tutta la classe” come bruta momentanea somma di individui in un dato paese o momento, e tanto meno poi la si dedurrebbe da una borghesissima “consultazione” all’interno della classe.

A maggior ragione non può nascere dall’aggiornamento di un pedante accademico o d’un pletorico e insulso Comitato Centrale.

La dittatura del proletariato non è una democrazia consultiva portata all’interno del proletariato, ma una forza organizzata che ad un dato momento, seguita da una parte del proletariato e anche non dalla maggiore, esprime la previsione materiale che fa saltare il vecchio modo di produzione borghese e aprire la via al nuovo comunista. Per la curiosità e soddisfazione dei pedanti anticipiamo che, mentre lasciamo a loro già adesso di stabilire fino a che punto l’ornitorinco è un mammifero o rettile con la loro teoria scientifica della non-contraddizione, per l’uomo-specie i somari non potranno mai essere cavalli, mentre la stessa contraddizione non consente loro di passare per la cruna d’ago della adesione al Partito di classe, non per mancanza di scienza, ma per troppa e fasulla, ma soprattutto per l’abbandono di quella cieca fede necessaria, quando occorre, nel difendere l’invariabile teoria e la rigida organizzazione di classe.
 
 
 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra
 
 
VI sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista
V Seduta, 23 febbraio

Rapporto della Sinistra