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"COMUNISMO" n. 15 - maggio-agosto 1984
Il quindicennio di avvicinamento alla crisi catastrofica dell’economia capitalistica: [RG84] L’occupazione nell’industria e l’esercito di riserva - La fondamentale produzione industriale - Prezzie salari operai - La bilancia commerciale e le monete.
Le società dell’America precolombiana: Aspetti della struttura economico-sociale della penisola iberica del XV secolo - La scoperta dell’America - La conquista del Centroamerica - L’organizzazione economica coloniale - Lo sfruttamento delle colonie nel XVI secolo (continua al n.16).
Al di là dello Stato: Il radicalismo borghese non va oltre la "rivolta" - Le ragioni della rivoluzione - Lo Stato non decade da sè: va distrutto - L’ideologia americana.
Appunti per la storia della Sinistra: [RG28] 1923, sconfitta della rivoluzione in Germania - La presunta "svolta a sinistra" dell’Internazionale - La conferenza clandestina di Como (continua al n.17).
– Dall’Archivio della Sinistra:
  - Premessa.
  - LA POLITICA DELL’INTERNAZIONALE (da L’Unità del 15 ottobre 1925): La questione tattica al IV Congresso - L’ottobre 1923 in Germania - Il pensiero di Trotzki - La questione tedesca al V Congresso - Un’altro episodio del V Congresso - Dopo il Congresso: "La nuova tattica" - La sconfessione del gruppo Fischer-Maslov.
 
  
  
  
 


Il quindicennio di avvicinamento alla crisi catastrofica dell’economia capitalistica
Rapporto esposto alla riunione di gennaio 1984

 

Esaurito ormai il terzo ciclo recessivo dal 1971, con la fase di effimera ripresa delle produzioni dimostratasi non solo negli Stati Uniti ma anche in Giappone e in Europa, possiamo presentare qui un ulteriore bilancio di alcuni indicatori economici relativi alle tre massime concentrazioni capitalistiche: USA, Germania occidentale, Giappone, alle quali le minori di massima finiscono per accodarsi. Dell’altro colosso economico, il russo, diamo i dati della produzione industriale. Consideriamo nel quadro le medie annue delle diverse grandezze, ricavando i dati dalle pubblicazioni dell’Onu (quelli del 1983 sono stime provvisorie).


L’occupazione nell’industria e l’esercito di riserva

Nelle prime colonne del quadro sono riportati gli indici del numero degli occupati nei settori industriali, fatta base uguale a 100 nel 1970, e quindi le relative percentuali di variazione annua. Quanto agli indici abbiamo questi massimi: Stati Uniti, 97 nel 1953, 104,2 nel 1969, 108,6 nel 1979; Germania, 97 nel 1965, 100 nel 1970, ultimo massimo pre-crisi; Giappone, da 46 nel 1952, 105,2 nel 1973, poi regresso. Veloce nei paesi sconfitti fino agli anni ’60 la crescita degli operai di industria è poi molto lenta, benché continui ad aumentare la produzione. La percentuale degli operai d’industria nella popolazione totale ha quindi, in questi paesi, benché in misura diversa tutti tardo-capitalistici, cessato di crescere e, forse, quella degli operai addetti direttamente alla produzione materiale è addirittura in diminuzione.

Inoltre, al di sotto di questa linea di tendenza storica le crisi scavano profondi vuoti fra gli occupati: le tre ondate recessive qui in esame, 1971, 1975 e 1981, si ripercuotono sull’occupazione nell’industria e nel parallelo aumento dei disoccupati. Tranne che per l’Italia, che prosegue a ritmo sostenuto nel processo di proletarizzazione industriale ancora per tutti gli anni ’70, e per gli USA che mantengono la quota fino al 1979, negli altri paesi industrializzati il massimo si verifica negli anni ormai lontani fra il 1969 e il 1973, Giappone compreso. Lo svuotarsi delle fabbriche è già di drastiche dimensioni: nel fondo della crisi appena superata il numero degli operai, rispetto al massimo precedentemente raggiunto è diminuito dell’11% in USA, del 18% in Germania, dell’enorme 33% nella decrepita industria inglese.



Occupati
nell’Industria
indici
Disoccu-
pati
%
Produzione
Industriale
variaz. %
Prezzi
dettaglio
variaz. %
Salari
reali
indici
Saldo Commer-
cio estero
miliardi $
Cambio
col $
var. %
USA
RFT
Giap
USA
RFT
Giap
USA
RFT
Giap
Urss
USA
RFT
Giap
USA
RFT
Giap
USA
RFT
Giap
DM
Yen
1952
92 
63 
46 
3,1
8,4
1,2
-
-
-
-
-
-
-
72,9
36,4
40,2
4,2
2,1
0,7
-
-
1966
99,3
96,3
89,9
3,8
0,7
0,9
9,6
1,8
13,3
8,6
2,9
3,7
5,1 96,9
80,7
70,4
4,6
2,1
0,3
1,3
0,9
1967
100,5
92,0
92,4
3,8
2,1
1,3
0,8
-1,8
19,1
10,0
2,8
1,7
4,0
98,0
82,6
76,2
4,4
4,4
-1,2
0,8
4,0
1968
102,3
93,2
95,2
3,6
1,5
1,2
4,7
10,3
17,3
8,1
4,2
1,5
5,4
100,0
84,7
83,6
1,1
4,7
0,0
-1,1
3,5
1969
104,2
97,5
97,6
3,5
0,9
1,1
4,5
12,2
16,8
7,0
5,4
1,9
5,2
100,6
91,6
93,2
1,6
4,1
1,0
5,9
0,6
1970
100
100
100
4,9
0,7
1,2
-3,8
6,4
13,6
7,5
5,9
3,4
7,6
100
100
100
2,8
4,3
0,4
-1,8
2,0
1971
96,0
99,3
101,0
5,9
0,8
1,2
-1,0
2,0
3,0
8,0
4,3
5,3
6,0
101,9
106,1
107,1
-2,0
4,7
4,3
2,0
4,6
1972
98,7
97,7
101,0
5,6
1,1
1,4
7,8
3,9
6,8
6,5
3,3
5,5
4,6
105,6
109,3
118,5
-9,8
6,3
5,1
1,6
2,5
1973
104,1
97,7
105,2
4,9
1,2
1,3
8,1
6,6
15,5
7,0
6,2
6,9
11,8
106,5
113,5
131,4
1,6
12,9
-1,4
9,9
4,4
1974
103,7
96,2
105,0
5,6
2,6
1,4
0,0
-1,8
-3,9
8,1
11,0
7,0
24,3
103,6
118,0
133,1
-10,0
20,2
-6,6
3,0
-1,5
1975
94,6
90,6
99,5
8,5
4,7
1,9
-9,2
-7,1
-13,4
7,5
9,1
6,0
11,9
103,8
120,7
133,0
3,6
15,2
-2,0
-8,9
3,1
1976
98,1
90,9
99,0
7,7
4,6
2,0
0,8
0,9
-3,9
4,9
5,8
4,2
9,3
106,0
123,7
136,5
-15,5
14,2
2,4
10,2
8,6
1977
101,6
90,5
98,4
7,1
4,5
2,0
5,8
2,8
0,0
6,0
6,5
3,7
8,1
108,3
128,4
138,1
-39,1
16,6
9,7
-7,1
7,4
1978
105,9
90,5
97,0
6,1
4,3
2,2
6,2
0,9
5,5
4,4
7,6
2,7
3,8
109,4
131,6
142,3
-42,3
20,7
18,2
-3,1
6,0
1979
108,6
91,1
96,8
5,8
3,8
2,1
4,0
5,4
6,5
3,4
11,2
4,1
3,6
106,7
133,1
145,8
-40,2
12,1
-7,6
-7,3
-30,4
1980
104,7
91,6
99,2
7,1
3,8
2,0
-3,1
0,0
4,6
3,3
13,5
5,5
8,0
102,0
134,6
144,9
-36,2
4,9
-10,7
-16,5
13,4
1981
104,1
89,0
100,7
7,6
5,5
2,2
-0,8
-1,7
1,5
4,0
10,4
5,9
4,9
101,6
134,2
146,7
-39,6
12,1
8,7
-0,9
3,7
1982
97,3
85,9
100,6
9,7
7,7
2,4
-8,5
-3,4
0,0
2,3
6,2
5,3
2,7
101,8
134,0
148,3
-42,6
20,6
7,0
2,8
-0,8
1983
96,5
82,1
102,4
9,6
9,1
2,7
2,5
-2,4
3,2
3,9
3,3
3,0
1,8
102,4
134,0
151,1
-68,0
17,6
20,4
-14,3
0,0

Che non tutti i licenziati abbiano trovato impiego in altri settori è dimostrato dai corrispondenti tassi di disoccupazione, del 9,6% in USA, del 9,1% nella RFT, del 13,1% in Gran Bretagna. La ripresa in corso inizia un altro ciclo all’interno della tendenza senile di questi capitalismi, con aumento irreversibile di disoccupati, che infatti di ciclo in ciclo vanno aumentando, in tutti i paesi, benché ancora si mantengano entro limiti controllabili dal regime borghese.


La fondamentale produzione industriale

Degli indici della produzione industriale disponiamo anche dei dati russi. Questa serie, meno perturbata dalle crisi cicliche di quelle occidentali è però a queste qualitativamente del tutto simile. Inesorabile la tendenza alla diminuzione del saggio di crescita delle produzioni, praticamente uguale al saggio del profitto, e molto veloce, da circa l’8% annuo ancora a metà degli anni ’60 ad un maturo 3% nei più recenti. Ugualmente sono individuabili due periodi, separati nettamente dall’anno di crisi accidentale del 1975, dei quali il primo con ritmi di accrescimento circa doppi del secondo. Ancora, si rintracciano nella serie russa le perturbazioni indotte nel presunto socialismo dalle crisi recessive occidentali: nel 1972 come contraccolpo della crisi mondiale dell’anno prima, col minimo russo del 6,5%, lo stesso, ma più marcato, nel 1975 col 4,9%, infine nel 1982 col misero 2,3%. È vero che la media delle produzioni di tutti i rami industriali nella statistica ufficiale russa non ha mai segnato regresso ma solo rallentamento (questo si è verificato però nelle singole produzioni, carbone nel 1979 e 1980, cemento nel 1979 e 1982, acciaio dal 1979 in poi), ma è spiegabile non come effetto di una economia ultra-capitalistica, ma al contrario, di una immaturità relativa del capitalismo russo rispetto al grado di sovrapproduzione raggiunto in occidente.

È comunque dimostrato che va crescendo di ciclo in ciclo il coinvolgimento dei paesi orientali nel mercato e il loro sincronizzarsi con l’ansimare sempre più parossistico del capitale mondiale; la prossima crisi sovrapproduttiva travolgerà con la recessione anche la scontrosa dignità dei pianificatori del Cremlino come già ha messo in burla la loquace sicumera degli accademici occidentali.

All’altro estremo la serie americana delle produzioni con l’andamento convulso tipico dei periodi che precedono le grandi crisi (1913-1927): non che nella media di ogni ciclo non si abbia aumento assoluto dell’accumulazione, che anzi procede, da massimo a massimo, con ritmi non trascurabili tali da compensare le intermedie recessioni, ma queste sono sempre più profonde e durature, come la serie delle percentuali di incremento dimostra chiaramente. Al solito confrontiamo le produzioni negli anni di recessione non con quelle dell’anno precedente, ma con l’ultimo massimo, quindi, per esempio, per il 1982 segniamo –8,5% come regresso dal 1979, non dal 1981.

È evidente dalla serie l’accrescersi della profondità delle recessioni, delle quali, però, nessuna raggiunge il blocco distruttivo di parti significative del capitale che sfuggano veramente dai canali della pianificazione borghese: il film della grande crisi economica deflattiva mondiale ancora non è stato girato in questo dopoguerra; verrà.

Anche dall’ultima lunga crisi, durata tre anni, ben più della precedente del 1975, annuale, ma ugualmente profonda, negli Stati Uniti si può dire di esserne usciti già a novembre avendo la produzione industriale raggiunto di nuovo il massimo del 1979, grazie anche alle abbondanti commesse militari. I minori capitalismi, come l’italico, dovranno attendere ancora pochi mesi per poter dichiarare finita la loro peggiore crisi del dopoguerra. Il Giappone presenta una serie più simile al quasi coetaneo capitalismo russo: velocissimo accrescimento fino al 1970, poi brusco rallentamento con la crisi del 1971, forte vulnerabilità della sua economia, molto aperta, alla crisi del 1975 ma buona tenuta nella più recente che vede toccare la “crescita zero” ma non passarne al di sotto. Andamento più “americano” invece la Germania occidentale, ma con brusco rallentamento medio dal 1970.

Piena conferma degli assunti teorici marxisti circa l’andamento catastrofico del capitalismo anche in fase senile lo ricaviamo dai tassi medi di crescita per i quattro paesi negli ultimi tre cicli industriali, che qui rappresentiamo fra gli anni estremi 1957-1969-1973-1979. Primo: i tassi sono comunque positivi, in altre parole il capitalismo, anche vecchio decrepito non si estingue ma esplode; secondo: i tassi di incremento si riducono di ciclo in ciclo parallelamente al ridursi del saggio del profitto, inesorabile condanna a morte del modo di produzione; terzo: i capitalismi più giovani vedono nei più vecchi il loro futuro essendo simili e convergenti nel tempo le caratteristiche di ogni economia mercantile moderna, dell’est o dell’ovest.

CICLI
INDUSTRIALI
Produzione Industriale
saggi medi % di crescita
USA
RFT
Giap.
Urss
1957-1969 4.6
6.0
13.8
9.0
1969-1973 3.8
4.6
9.5
7.1
1973-1979
2.7
1.2
2.0
5.7

 

È la pseudo-scienza borghese che esce definitivamente atterrata, balbettante di fronte al continuo invertirsi della congiuntura: rimasticature dottrinarie e demagogie elettorali si rifanno alle vecchie scuole del pensiero economico classico e alle involuzioni borghesi volgari in una girandola continua, alternandosi e combinandosi le une con le altre secondo l’opportunità e il ritmo della crisi. Il liberista presidente americano, per esempio, è anche così interventista da portare a massimi storici il deficit statale.

Osserviamo come gli Stati Uniti, vincitori in guerra, si dimostrino più lenti nei primi due cicli, sorpassati dal più vecchio tedesco ma ringiovanito notevolmente dalla bombe alleate liberatrici, come pure dal Giappone. È l’ultimo ciclo, che invece segna, con le brusche cadute dal 6% all’1,3% di Germania e nientemeno che dal 13,8% al 2% del Giappone, lo strangolamento mercantile nel quale sono strette queste due grandi potenze economiche dalle altre due maggiori politiche e militari: gli USA padroni del mondo rallentano, ma rallentano meno, solo dal 4,6% al 2,7% e la Russia brucia le tappe dal 9% al 5,7%.

Con estrapolazione soltanto aritmetica: quanti cicli brevi ancora prima della grande crisi? Diremmo, al più, un paio, che fanno un decennio. Fretta, è noto, non ne abbiamo, né ci scomponiamo più di tanto se il bestione immondo a noi nemico sopravvive al tempo delle tante nostre prognosi rivoluzionarie di partito.


Prezzi e salari operai

Le colonne del saggio di inflazione dimostrano un andamento correlato con quelle delle produzioni che abbiamo più volte descritto: l’aumento dei prezzi precede la crisi circa di un anno e diminuisce quando la crisi ha raggiunto il fondo: effetto che si ripete nelle tre ondate cicliche di inflazione, dalla prima delle quali restò esente la Germania; l’intensità delle tre febbri inflattive pre-crisi è crescente in America, in cifra e in durata, decrescente negli altri due paesi.

Anche se attualmente i prezzi aumentano, in USA e altrove, ad un ritmo molto basso rispetto agli eccessi trascorsi, non possiamo ritenere che le borghesie possano evitare in futuro di utilizzare la leva monetaria per far tornare i propri conti ed opporsi alla riduzione del saggio del profitto: quando, fra non molto, il ciclo industriale avrà raggiunto il punto superiore ripartirà anche l’inflazione.

Intanto sul mercato internazionale le quotazioni dei prezzi delle merci espressi in dollari hanno toccato il fondo già nell’ottobre del 1982 per poi risalire nettamente con la ripresa della domanda.

Nelle successive colonne della tabella riportiamo gli indici dei salari medi dell’industria, rapportati a moneta costante, base cento nel 1970.

Negli Stati Uniti, ormai da vent’anni, i salari hanno smesso di crescere, i lievi aumenti nominali sono stati per due volte inghiottiti dall’inflazione “a due cifre”, nel 1974 e, per tre anni consecutivi, dal 1979 al 1981. Negli ultimi due anni l’inflazione si è ridotta al minimo ma stavolta gli aumenti nominali non ci sono stati e i salari sono rimasti bassi.

In Germania occidentale e in Giappone, che partivano con salari minori ed abbisognavano dello sviluppo del mercato interno, fino alla crisi del 1975 la crescita dei salari è sempre nettamente al di sopra dell’inflazione, poi rallenta progressivamente fino ad arrestarsi in valore reale nella crisi appena risolta, anche questo altro fatto nuovo per questo dopoguerra.


La bilancia commerciale e le monete

È riportato in tabella il saldo del commercio con l’estero espresso in miliardi di dollari correnti. Il commercio in Germania occidentale e Giappone è sostanzialmente in attivo, importano materie prime e derrate, esportano prodotti industriali. La Germania non sembra aver risentito dei due aumenti del prezzo del petrolio, nel 1973 e nel 1979-80, mentre il Giappone evidenzia in corrispondenza di quegli anni vistosi ammanchi, poi però ampiamente recuperati.

Andamento del tutto diverso il bilancio del commercio con l’estero statunitense: da attivo fino alla crisi del 1971, che coincide con il primo scivolone del dollaro, il deficit tende a crescere in misura vertiginosa raggiungendo, in valutazione provvisoria, i 68 miliardi di dollari nel 1983, circa il 3% del prodotto nazionale lordo, a causa della forte contrazione delle esportazioni. Il fatto è da collegare con la ripresa economica USA che è, come sempre, in anticipo su un mondo in crisi: le esportazioni non tengono il passo delle importazioni, come già si verificò negli anni 1976-77. Sta di fatto però che i deficit così accumulati poi non vengono recuperati marcando la perdita di concorrenzialità dell’industria americana e confermando ancora che quell’imperialismo potrà difendere la sua supremazia solo con la forza militare e con la guerra, le proporzioni fra le forze economiche essendo oggi assai mutate rispetto a quelle stabilite sulle macerie del secondo conflitto mondiale.

Ma le cattive prestazioni commerciali americane sono anche in rapporto col pertinace rialzo del dollaro al cambio con le altre monete, qui in tabella rappresentato rispetto al Marco tedesco e allo Yen giapponese, scorporando dalle cifre quanto dovuto soltanto alla differenza di inflazione nei tre paesi. Rispetto al Marco, quindi grosso modo rispetto a tutte le monete del Sistema europeo, fino al 1976 il dollaro è andato scivolando costantemente verso il basso, con vantaggio per gli esportatori americani e perdita nel mondo per i possessori di dollari. Poi la tendenza si inverte nettamente acquistando il dollaro valore di anno in anno: dal 1976 al 1983 calcoliamo che la rivalutazione reale sul Marco è del 55%. Lira italiana, Franco e Marco scendono al di sotto delle parità fisse dell’immediato dopoguerra, evento mai verificatosi se non per la liretta nella crisi monetaria del 1976. Anche la Sterlina è molto in basso. La catena dei fenomeni che spiegano la inversione della tendenza al ribasso è assunto essere: caduta del saggio del profitto in USA – aumento enorme del debito pubblico (200 miliardi di dollari previsto nel 1984) per interventi nell’economia, sgravi fiscali, riarmo – aumento del tasso di interesse – afflusso di capitali che si scambiano con dollari – rialzo del dollaro e borsa alle stelle. Evidentemente nulla fa pensare che il flusso di capitali non torni ad invertirsi, con conseguente caduta delle quotazioni del dollaro in borsa.

Tenuta diversa, invece quella dello Yen che, fra gli stessi anni, nei quali il Giappone non conosce recessione, in media mantiene del tutto aderente la propria quotazione a quella della moneta americana.

Il capitalismo mondiale è gonfio di merci invendibili e di tensioni fino a quasi a scoppiarne. Sappiamo che il crollo è inevitabile e che precederà la terza guerra imperialistica. I rivoluzionari, oltre e più di detta crisi economica attendono l’altra crisi, quella politica del regime borghese che significa ritorno dell’influenza del partito comunista prima di tutto fra il proletariato industriale di tutti i continenti.

 

 

 

 


Le società dell’America precolombiana

[ È qui ]

 

 

 


Al di là dello Stato

Pur non negando che il modo di produzione capitalistico ha rotto l’involucro della società feudale e realizzato un balzo delle forze produttive impetuoso mai visto nella esperienza storica d’ogni tempo, il materialismo storico ha saputo vedere nella struttura del nuovo assetto sociale i limiti invalicabili che avrebbero avviluppato ed impedito l’energia sociale liberata, e li ha individuati nei rapporti proprietari, nell’insuperabile contraddizione tra capitale e lavoro.

L’auspicata “trasvalutazione di tutti i valori” sognata dai più fervidi e radicali dei filosofi borghesi non è potuta andare al di là dell’infrazione episodica e delle trasgressioni gratuite, quando non insincere e superficiali. La speranza che le “differenze” e la complessità del reale potessero dispiegarsi totalmente, senza impedimenti e mortificazioni, si è presto infranta sugli scogli delle contraddizioni sociali, e le forze liberate hanno a loro volta imprigionato le possibilità di nuove condizioni d’esistenza. L’attuale regime politico e sociale ha un bel riconoscere le differenze e chiamarlo democrazia e pluralismo; in realtà il potere statale, per unanime riconoscimento, sembra votato ad espandersi ed a permeare di sé ogni spazio, ogni area, secondo una dinamica che solo la teoria marxista ha saputo leggere.

Il borghese può aver immaginato un mondo “dove lo Stato finisce”, ma ha sempre rifiutato di riconoscere le leggi della transizione verso una simile condizione. Anarchici dell’aurora borghese, che hanno romanticamente dato corpo al mito del “buon selvaggio” e ai radicali nichilisti della nostra epoca storica, sono legati ad uno stesso destino, ad una stessa dannazione: l’invocazione dell’individualismo e del primato della volontà personale, contro le ragioni della vita organica e sociale. Così hanno cominciato a pensare allo Stato come mostro da abolire, e non come organizzazione storica che deve svolgersi secondo le leggi del suo ciclo vitale, nascere, svilupparsi, morire, incapaci di liberarsi dal fissismo sociale di stampo metafisico e cristiano, che vede nel potere statale ad un tempo l’impronta della Divinità e il segno del Peccato.

Il piacere delle differenze, tanto esaltato dalle dottrine empiriste della moderna borghesia, non riescono ad esprimersi se non nell’ambito delle ristrettezze e delle angustie dell’orizzonte piccolo-borghese; ogni altro slancio è tarpato dal richiamo possente e mortificante allo spirito di sacrificio, al dolore come esperienza inevitabile, alla lotta per l’esistenza.

La dottrina marxista non si è limitata a raccogliere l’aspirazione ad uno Stato sociale dove i talenti degli individui possano esprimersi liberamente, ma ha indicato le leggi dello sviluppo storico e delle necessità che incombono per il passaggio alla fine dello Stato. Contro ogni vergognoso estetismo della violenza fine a se stessa, e del dolore come prezzo del progresso in generale, ha saputo individuare le forze storiche che non solo vorrebbero, ma che devono, pena la loro morte fisica, combattere per il comunismo e la fine dello Stato borghese. La scientificità del marxismo consiste in questo, nell’aver superato la capacità e la fantasia umana di immaginare una condizione umana senza Stato e senza costrizione.


Il radicalismo borghese non va oltre la rivolta

Il fallimento obbrobrioso del “socialismo reale”, nella dizione di borghesi ed opportunisti, sembra voler confermare l’insuperabilità della dialettica servo-padrone. Il proletariato vittorioso in Russia aveva aperto un nuovo ciclo storico; la rivoluzione battuta in occidente, prima ancora che dal nemico di classe, dal peso delle condizioni oggettive sfavorevoli e dalla viltà opportunista, comporta per le classi sfruttate un peso ed un prezzo controrivoluzionario ogni giorno fatto pagare dagli esattori borghesi; la preoccupazione costante del regime democratico consiste nell’occultare le ragioni della rivolta.

Ma la teoria rivoluzionaria non può abbassare il tiro delle sue finalità: solo le società di classe hanno il problema di giustificare le servitù, o la schiavitù dorata; solo i comunisti si ostinano a respingere l’idea, propria dei rinnegati o dei reazionari aristocratici, che teorizzano il sacrificio di molti per la bellezza di pochi.

Le giuste ragioni della rivolta non consistono in una questione pura e semplice di “cultura”, o di coscienza, come vogliono gli idealisti ed i nichilisti; quando il dominio di classe riesce ad occultare la propria sopraffazione non lo fa semplicemente attraverso i suoi apparati ideologici più o meno coscienti, seminatori d’oppio, ma fonda tale possibilità su elementi materiali che costituiscono le condizioni della produzione e della riproduzione della vita materiale degli esseri umani.

D’altronde la borghesia è riuscita a soppiantare il vecchio regime aristocratico proprio opponendo alle condizioni di scarsità del mondo servile la sua capacità di modificare la vita materiale e sociale, moltiplicando le forze produttive, trasmutando di conseguenza tutti i valori correnti e cristallizzati.

Le ragioni della rivolta non possono essere tolte vie né con l’occultamento democratico né con la violenza; possono queste due forme di dominio solo ritardare il rovesciamento della società di classe, fino all’abolizione del rapporto capitale-salario. Sono le possibilità stesse prodotte dal modo di produzione capitalistico a postulare la soppressione degli ostacoli che impediscono il pieno dispiegamento delle potenzialità umane.

Il culto della bellezza per pochi mediante il sacrificio dei molti non è che la sovrastruttura estetizzante di una base sociale in ebollizione che non tollera non tanto questa “cultura”, ma queste condizioni di vita, spinge verso la liberazione dalle catene, prima di tutto produttive e materiali del regime di fabbrica.

L’immagine del popolo “asino” capace di sopportare tutti i pesi ha storicamente e puntualmente provocato le più dolorose reazioni delle classi dominanti terrorizzate dalle masse in movimento, dalla furia distruttrice di forze storiche gigantesche. Ogni pretesa dunque di “occultare” la classe operaia attraverso l’elaborazione cosciente di modelli di sviluppo, di governo e di applicazione di nuove tecniche produttive, se non vengono tolte le ragioni della rivolta, ogni tentativo in questa direzione non è che una deviazione, un rinvio della resa dei conti, sempre più dolorosa e sanguinosa. Per questo i comunisti rivoluzionari hanno sempre messo in guardia il proletariato dall’influenza nociva e fuorviante dell’intellettualismo e del culturalismo; la Sinistra Comunista è stata maestra e fautrice di questo rigoroso atteggiamento fin dal lontano 1912 in un suo famoso documento rivolto ai giovani socialisti. I comunisti residui non si lasciano incantare dalla mode culturali né dagli sproloqui sul tema degli intellettuali, né quando si lanciano truci avvertimenti alla Goebbels né quando si cerca di ammaliare con la riduzione di tutte le contraddizioni materiali a “coscienza”, a studio accademico.

La riprova di questo giusto atteggiamento l’offre gratuitamente il nemico di classe, che dopo aver occultato per decenni le ragioni della rivolta, si trova obbligato ad intervenire ed a “tagliare” proprio nel campo degli strumenti di mistificazione del proprio dominio, scoraggiando la scuola per tutti, ridimensionando la via “culturale” per la soluzione dei mali sociali, dalla pazzia, alla cosiddetta alienazione, al disagio e agli orrori della società capitalistica.

La sconfitta della rivoluzione proletaria non si limita ai danni contingenti, pure brucianti e gravissimi, ma comporta la più radicale mistificazione dell’idea del comunismo; il modo di produzione capitalistico, che specie nella sua fase suprema dell’imperialismo aveva provocato, non solo nella coscienza socialista ma anche nella cultura critica di borghesi radicali, la nausea per l’industrialismo standardizzato ed alienante, per la mercificazione d’ogni aspetto della vita sociale, da quella più intimamente umana a quella più oggettiva dei rapporti tra le classi, esce vincitore come modo di vita, ed accentua anzi le sue caratteristiche di assetto economico fondato sulla sempre più precaria considerazione della vita umana, sulla esasperazione della pressione del dominio di classe sul proletariato metropolitano e dei paesi coloniali, riuscendo perfino, grazie ai guasti del tradimento staliniano, a presentarsi come espressione di libertà e di differenza, di trionfo della “cultura”, libera, contro il centralismo assorbente e dispotico scambiato per socialismo.

L’idea di comunismo, che già nei manoscritti Carlo Marx aveva indicato per l’uomo nuovo in una società fondata sulla vita organica, in uno scambio equilibrato e libero tra cultura e natura, viene da questo momento identificata semplicemente con la brutalità e il lavoro forzato, con la ginnastica produttivistica e la rincorsa spasmodica del vecchio capitalismo d’occidente, ormai rugoso, ma ancora vitale e rivitalizzato dalla nuova concorrenza e dagli insperati mercati aperti dai piani del capitalismo di Stato russo.

In questi lunghi decenni di controrivoluzione la borghesia occidentale, già sull’orlo del collasso, ha potuto vantare il suo modo di vita come l’unica e insuperabile esperienza di libertà e di differenza culturale, nonostante l’invadenza delle sue merci tutte uguali e diverse solo nell’involucro e nella massiccia pubblicità che ottunde il senso estetico e il culto stesso per la bellezza. Anche i più esigenti esteti della cultura borghese si sono inchinati alla bisogna diventando i propagatori della vergogna e del gusto per il brutto; d’altronde “si deve pur mangiare”.

Ad ondate successive specie la piccola borghesia intellettualoide ed ipocrita ha preteso di reagire al dominio della “uguaglianza” e della “massificazione” inventando le formule più strane, a volte regredendo verso archetipi del passato lontano e perfino ancestrale, altre dichiarando furioso amore per il moderno a tutti i costi, per il futuro non ancora uscito dalle mani seriali della produzione di capitale.

Chi di queste correnti non ha preteso di opporre ai “dogmi dell’economia politica” o moralismi o la superiorità della ragione o della organizzazione fondata sui valori antichi, oppure una cultura capace di far vivere passione e desideri che comprenda casualità ed ami il cambiamento.

Si è protestato contro la civiltà delle macchine che costringe gli uomini ad entrare quanto prima nella fabbrica per l’utilità generale, sacrificando la loro “maturità” alle esigenze del “mercato del lavoro” inserendoli in forme di vita statualmente omologate. Si è preteso nel non lontano ’68, ultimo soprassalto di irrealismo snobistico e di disagio delle mezze classi sempre più spinte nel baratro della proletarizzazione, di “volere l’impossibile”, “la fantasia al potere”; ma appena è stato necessario fare i conti con i passaggi duri e impervi della realtà sociale del capitalismo si è precipitosamente fatto marcia indietro teorizzando perfino un tuffo nel passato, affermando poi quello che si era astiosamente prima negato.

Le nuove generazioni non hanno sentito parlare d’altro che di modelli o di crisi di modelli, di schemi e di rotture di schemi. Del comunismo, come unica transizione all’effettiva affermazione non effimera delle differenze, non la semplice diseconomia d’un gesto improduttivo, ma una grande economia che vedrà il talento individuale impiegato a vantaggio della specie umana, e non già del profitto privato o statale, neanche la più pallida nozione. Per questo il Partito Comunista, contro ogni moda contingente deve gridare alto le sue finalità: una grande economia, ad alti costi, una grande organizzazione sociale, senza capitale.


Le ragioni della rivoluzione

Il materialismo storico è andato soggetto alle più contraddittorie interpretazioni, specie da parte di correnti borghesi ed opportuniste che l’hanno scambiato per una delle tante analisi della civiltà industriale, seppure tra le più cospicue e resistenti all’usura del tempo: ogni decennio ha vinto spuntare proposte di metterlo in soffitta tra i robivecchi

Il segreto della resistenza del capitalismo, prima ancora che nel suo assetto formale, consiste nell’insuperato uso delle forze materiali sociali, tra detentori della proprietà delle fabbriche e dei beni di produzione e la forza lavoro dei nullatenenti. Questo è il segreto che spiega come le tante utopie non sono riuscite a disinnescare le ragioni della rivoluzione; sia il reazionarismo aristocratico, che rimpiange le antiche gerarchie, benché non abbia ai nostri tempi il coraggio di sostenerne la rinascita, sia il democratismo egualitario e sociale hanno fallito nell’impresa. La dispotica disciplina di fabbrica, che costringe a lavorare per il guadagno e “senza piacere” nell’ossessione della produttività, è brutale e vergognosa, ma la denuncia di questa “qualità della vita” indotta dal capitalismo non è sufficiente a rimuovere le cause di questa condizione.

Dopo aver promesso felicità e progresso per tutti ed aver affermato questi princìpi perfino nelle Costituzioni moderne, la borghesia, incapace di dare un ordine razionale al suo sistema di vita, deve, davanti alle crisi ricorrenti economiche e sociali, riproporre la morale del sacrificio e promettere “lacrime, sangue, sudore” in forma ancora più drastica delle vecchie Chiese che hanno storicamente sublimato il dolore come prezzo da pagare per l’eterna salvezza.

La violenza organizzata dello Stato disciplina i conflitti e assicura la stabilità del sistema; la sua politica diventa sempre più amministrativa, le decisioni vengono sempre più prese dal contingente gioco degli interessi, la sua autonomia è sempre più neutralizzata dalla proliferazione dei centri di potere: crisi dunque della sua capacità di sintesi e di “progetto”.

Libero da ogni “romanticismo dell’ideale” il marxismo non ha esitato a definire tutte le società di classe che hanno storicamente soppiantato il comunismo primitivo come fondate sull’estorsione della forza lavoro da parte delle gerarchie sociali che si sono avvicendate nel potere, e dall’analisi della struttura della società capitalistica ha tratto la previsione storica della fine di tutte le gerarchie che si fondino sulle contraddizioni di classe.

Lo sconcerto della cultura borghese consiste in questo scandalo. Come è possibile che una organizzazione sociale viva senza la competizione, il comando fondato sul prevalere dei migliori, come progredire senza l’emarginazione degli improduttivi e dei deboli?

La sociologia della classe dominante, in nome della sua natura di scienza descrittiva e non prescrittiva, si limita a prendere atto del turbinio del formarsi delle gerarchie, dei ceti emergenti, dei nuovi padroni, dei nuovi ricchi, degli arrivati baciati dalla fortuna e dal successo.

Ma, prima di Nietzsche, Marx aveva osservato che l’unica fondamentale diversità tra proprietari e nullatenenti è il possesso; questo è il termometro reale della civiltà capitalistica. Essa fin dai suoi albori non ha fatto che svalutare i valori correnti per le sue intrinseche esigenze “culturali”, ha dovuto abbattere la verità dei valori metafisici, distruggere la fede nella autorità assoluta e nella verità definitiva. Come può pretendere nel colmo della sua crisi generale di riproporre un concetto di autorità al quale sacrificare gli appetiti individuali e gli interessi di gruppo? L’effettiva mancanza di gerarchia è la causa del nichilismo.

Che tipo di gerarchia oppone il comunismo a questa bancarotta di vita organica? Il burocratismo, il collettivismo, gridano borghesi ed opportunisti. Le forme di organizzazione del Partito storico del proletariato sono degenerate con la sconfitta della rivoluzione, perché si è preteso di opporre alle corrotte gerarchie borghesi gerarchie che, in nome della disciplina, hanno perso di vista le finalità ed il programma politico. La gerarchia nel partito è il prodotto di una selezione storica nella quale non esistono migliori in astratto, ma membri della organizzazione che danno il meglio di sé, non per sé, ma per le finalità rivoluzionarie.


Lo Stato non decade da sé; va distrutto

L’equivoco che debba essere una “cultura” a legittimare il comando continua; siamo di fronte ad un classico rovesciamento di posizioni che il marxismo ha rimesso in piedi. La “cultura” del potere è una conseguenza dell’assetto delle condizioni della vita materiale e sociale, e non viceversa. Questo spiega perché le “filosofie” anche “radicali” non si siano mai rassegnate alla ricerca d’un sistema di valori definitivo e metafisico, ed anche quando hanno accettato il loro relativismo l’hanno fatto pretendendo di assegnare alle proprie opzioni, transitorie per definizione, il valore dell’eternità. Da qui l’equivoco ricorrente, e oggi come non mai imperante, dell’equazione democrazia = socialismo, fondate sugli stessi valori, in nome di una società migliore da costruire. Niente di più falso, alla luce della teoria comunista. La società senza classi non si edifica, né è semplicemente un progetto di società migliore; tanto meno si identifica col valore dell’eguaglianza che appiattisce e misura con lo stesso metro realtà differenti e complesse.

Lo sgretolamento della “cultura” (non esiste una cultura opportunista in senso stretto, non altro essendo se non l’imitazione eclettica di aspetti e forme di quella borghese o la deformazione della teoria comunista) comporta l’equivoco sull’uso stesso dei termini. La parola democrazia si presta a tutte le interpretazioni ed a tutti gli equivoci.

Per ammissione ormai generalizzata lo Stato democratico diventa il luogo in cui si proiettano e si registrano i rapporti di forza determinati al di fuori di esso. Gli organi dello Stato, dal Parlamento come luogo della sovranità popolare, al governo, alla magistratura, sono, come si dice con parola di moda, soggetti ad occupazione, e sempre più incapaci di promesse attendibili e di decisioni durevoli, riducendo lo Stato alla sua funzione vera di controllo sociale e di apparato di repressione nei confronti delle classi soggette.

Il problema nasce quando si tratta di opporre all’apparato fatiscente dello Stato democratico un nuovo potere capace di perseguire coscientemente delle finalità concrete di vita umana organizzata. Timorosamente si pensa alla “decadenza” dello Stato e della sua essenza politica consistente nella negazione della varietà della vita umana. Il marxismo, senza cadere nel feticismo delle forme, ha delineato invece i passaggi obbligati della fine dello Stato, che avverrà non per abolizione o decadenza, ma per estinzione non indolore, attraverso la presa violenta del potere da parte dell’ultima delle classi sociali, il proletariato.

La redenzione della vita sociale, repressa e compressa nei lacci e nelle bardature del controllo esercitato dalla classe dominante, non è, nella visione comunista, né un ritorno ad una utopica semplicità primitiva, né ad un estetizzante libero gioco della forza. La liberazione della vita nel senso del comunismo non è estranea, nella sua fase di transizione, all’uso né della forza né dello Stato, ma forza e Stato assumono un significato ed una efficacia non astratta, bensì dialetticamente adeguata alle necessità rivoluzionarie.

In un modo o nell’altro, più o meno suggestivo, il pensiero borghese radicale non s’è mai, né poteva farlo, dato i suoi limiti di classe, liberato dalla sua matrice originale, un’impronta d’anarchia e mal digerito senso dell’organizzazione. Anche quando ci si dichiara ostili all’utopia in nome del destino che si compie secondo le sue intrinseche necessità, contro ogni posticcia limitazione od occultamento, in realtà non si accetta la complessa dialettica del divenire storico, che è fatto d’incastri da individuare tra forza e diritto, tra libertà e necessità, tra caso e casualità.

Così la società comunista non sarà libera nel senso della libertà borghese, ma organizzazione superiore della vita sociale: i vincoli tra i gruppi sociali non saranno fondati sulla soggezione di classe, ma sulla conoscenza e sulla possibilità di scambio organico tra di essi e di essi con la natura. Che il borghese non sa concepire se non in termini di lotta intraspecifica o di angelismo astratto. Ed allora il comunismo rimane per la sua mente o la più orribile delle utopie, o, più realisticamente, lo spettro che s’aggira e mette in discussione le sue volgari certezze, la sua sicurezza costruita sulle spalle degli altri esseri umani.

In realtà nelle correnti di pensiero borghesi ed opportuniste la professione di fede nella ragione e nella completa “laicizzazione” della vita non si è mai liberata da residui teologici, non tanto da un punto di vista formale, quanto perché la classe dei proprietari dei moderni mezzi di produzione non è stata in grado di portare a compimento il suo progetto storico, lasciando deluse le speranze suscitate dal suo avvento al potere. L’apparato statale avrebbe dovuto depoliticizzarsi, la funzione del comando avrebbe dovuto distribuirsi e risolversi nella amministrazione, sciogliere il problema della legittimità del potere.

Noi comunisti abbiamo rivendicato come prima esperienza di reale esempio di queste aspirazioni sociali la Comune di Parigi: perché la nuova gerarchia dello Stato proletario non degenerasse nella burocrazia e nella semplice sostituzione dei vecchi padroni impose la totale revocabilità dell’esercizio del mandato e Marx sosteneva che i delegati del popolo percepissero come funzionari del nuovo Stato il medio salario operaio, rispondendo del loro mandato in ogni momento, superando la falsa trinità del potere statale borghese, fondata sulla divisione dei poteri, mai effettivamente compiuta. Ma perché il potere statale si estingua e dunque cadano le sovrastrutture fondate su qualsiasi residua cultura della gerarchia che non sia la integrazione organica dell’individuo nella vita sociale, è necessario che cadano le condizioni materiali che lo sottendono. Ma è anche necessario che il nuovo Stato in pratica si conformi subito ai suo compiti, non creando privilegi e cristallizzazioni nello esercizio del suo delicato compito distruttore.

Un certo tipo di conservatorismo borghese aristocratico pensa che la democrazia ed il socialismo di stampo revisionistico abbiano completato il processo di “laicizzazione” in tutti i campi. Noi invece sosteniamo, al contrario, che borghesia reazionaria e borghesia progressista si sorreggono a vicenda e si integrano anche dal punto di vista teoretico: la vera fine della teologia consiste nella rimozione delle cause di essa, non nella sua negazione puramente formale. Perciò, pur sapendo che non sono né i singoli né i gruppi politici a fare soggettivamente la storia, sosteniamo che grande e grave è la responsabilità delle correnti opportuniste che, di fronte all’incapacità e alla impossibilità del nemico di classe di prestar fede al proprio progetto politico, piuttosto che trarre da questa lezione la necessità di dispiegare totalmente il proprio, si sono illusi di raccoglierne le vecchie e infangate bandiere girando le spalle alla propria.

La ripresa ed il ritorno di fedi irrazionali e di mistificanti concezioni del mondo fanno leva proprio, e non lo nascondono, sul fallimento delle fedi laiche, facendo di ogni erba un fascio, ed estrapolando con superficialità considerazioni tratte dall’analisi di realtà determinate e concrete nella teoria pura e astratta. La necessità del comunismo come dialettica storica si fa passare per ingenuo o perverso desiderio di comunità, dove l’individuo e la sua autonoma capacità di giudizio regredisce e si scioglie nella mistica del gruppo. Tutto il contrario della concezione marxista che pure nella disciplina del partito non ha mai sostenuto una semplice dedizione del militante al capo o all’idea, ma un’integrazione di sentimento, ragione ed intelletto estranea ad ogni gregarismo o misticismo di chiesa.

Ma la confusione impera, ed il danno provocato dall’abbandono della teoria e della sua difesa comporta la ridicolizzazione d’ogni effettiva fede laica in un progetto politico e sociale. Così ci si affida alla rassegnazione e al destino, oppure si spera che i tempi maturino da sé, che lo Stato e la ferocia del dominio borghese decada per la sua stessa intrinseca brutalità.

Dunque, seppure siamo coscienti di non poter ristabilire la verità teorica con le parole, smentiamo nettamente l’attribuzione che si fa dell’idea comunista di essere niente altro che la sostituzione delle vecchie fedi con un’altra. L’accezione corrente, assecondata dal pensiero democratico e revisionista, è che il comunismo, sotto mentite spoglie, sogni “uno Stato perfetto” ed una società “di eguali”, dalla quale sia cancellato lo “sfruttamento” e ogni occasione di contrasto, ogni residuo di problematicità e di pericolosità. Il socialismo avrebbe reagito alla morte di Dio tentando una specie di “soluzione terrena” per gli antichi valori, il trionfo finale della verità, dell’amore, della giustizia. Nella divulgazione della idea comunista possiamo aver diffuso anche queste considerazioni ma la conoscenza della tradizione teorica del comunismo le smentisce nettamente.

Il postulato della centralizzazione statale propria della teoria comunista, come passaggio obbligato perché la sconfitta definitiva dei rapporti sociali borghesi permetta la liberazione di nuove forme produttive sociali, viene scambiato per un fine in sé: statalismo e socialismo vengono identificati, mentre si rifiuta la necessità dell’organizzazione per la presa del potere.

Se la verità è storica ed i valori relativi, concludono che tutto ciò che è organizzato secondo un fine sarebbe un’impostura, una forma di opportunismo (una via più breve) che pretenderebbe di condurre l’umanità al bene finale. In realtà la via più breve non riguarda l’idea comunista; semmai storicamente l’accusa che è stata formulata alla Sinistra è quella di attendismo, di nullismo rivoluzionario, di profetismo in attesa che i fatti si compiano.

L’affermazione di Marx che il comunismo è solo l’inizio della storia umana, gettata alle spalle la preistoria fin qui percorsa, nella sua genericità esprime l’ostilità dei comunisti di farsi adoratori di forme, di società utopiche, già fervidamente evocate dalla fantasia e dalla passione di grandi del passato, da Platone a Campanella, fino ai socialisti pre-scientifici; ma la dice lunga a proposito del rifiuto di finalizzare l’azione delle classi oppresse, di organizzarle secondo logica e disciplina, in nome della necessità che darebbe da sé i suoi frutti, senza vie brevi e senza forzature, senza orrori ed eccessi.

Invece il socialismo non sarebbe che un completamento della democrazia, dove un certo grado di disciplina convive con un alto grado di caos, dove l’egoismo a volte può esser sacro a volte dannoso. Lo svuotamento ideologico operato dall’opportunismo della teoria socialista comporta l’equivoco del socialismo come “decisione di stabilire l’uguaglianza” ed altre amenità che spiegano solo il livore e la mancanza di serenità di giudizio dei nemici del socialismo. La terribile esperienza staliniana ha sortito l’effetto devastante che sappiamo, ma soprattutto ha avuto la capacità di distruggere la fede nel socialismo, confuso col bieco statalismo senza sbocchi, colla più ottusa forzatura della realtà storica e sociale. Il lavoro, che nella nozione marxista deve essere liberato dal dominio capitalistico, finisce imbrigliato e violentato dall’accumulazione capitalistica di Stato. Eppure tutto è potuto passare per edificazione del socialismo.

 

Stato e Democrazia

Nella forma democratica dello Stato si esprime per noi marxisti il più insidioso tipo di dominio della borghesia sul proletariato: la sua natura, alle origini del potere borghese progressiva e rivoluzionaria per le stesse classi popolari, nel pieno dispiegamento degli interessi e dell’economia capitalistica, non tanto semplicemente degenera, quanto si manifesta nei suoi limiti intrinseci e nell’impossibilità storica di tenere fede alle promesse.

Se da una parte, lo spirito democratico lasciando le funzioni di governo, distrugge ogni alone di sacralità al potere, dall’altra, di fronte alla dinamica dei fatti materiali e degli interessi egoistici dei gruppi in competizione, non è in grado di risolvere la diffusione omogenea del potere di una separata macchina di classe e l’esercizio completo delle funzioni pubbliche e la gestione degli affari generali, secondo la dizione tecnica.

Per questo nella dottrina marxista la valutazione della forma democratica risulta rigorosamente dialettica, cioè giustificata; prima sostenuta, poi attaccata, per la funzione da esso svolta nel corso della moderna lotta di classe, al fine della sua distruzione.

Del resto la forma democratica è esaltata o odiata dalla stessa doppia anima borghese: la necessità insuperabile del dominio di classe, la rudezza dei rapporti sociali fondati sull’estorsione di forza lavoro, se da una parte non esige in ogni fase della vita sociale l’esercizio della violenza, non permette neppure di disfarsi in modo completo dell’apparato di forza, semmai di mascherarlo, di occultarlo, mantenendolo ben lubrificato e pronto all’uso per ogni evenienza.

Non solo, ma l’abilità e la raffinatezza del dominio di classe consiste proprio nell’aumentare e perfezionare la macchina dello Stato, rendendola non solo accettabile alla classe oppressa, ma perfino indispensabile, come unica ancora di sicurezza e di rappresentanza, una volta svuotate e distrutte le naturali organizzazioni di difesa e di attacco proprie del proletariato. I comunisti non attendere passivamente la sua disintegrazione dello Stato, ma denunciano i meccanismi e gli orpelli che garantiscono il permanere del potere statale nemico.

È dunque senza fondamento la polemica borghese ed opportunista secondo la quale il marxismo rivoluzionario, rifiutando nettamente la forma democratica e indicando il socialismo come unica soluzione alle contraddizioni di classe, sarebbe caduto in una sorta di nuova teologia che contemplerebbe il trionfo finale della “verità, dell’amore e della giustizia”. Non si tratta di rifiutare questi fini perché “troppo umani”, ma perché estranei alla teoria marxista, che solo nella vulgata revisionista e del “Diamat” staliniano è una teologia o un idealismo mascherato; non sono i comunisti a non essere abbastanza laici e completamente liberati da ogni finalismo astratto, ma l’ideologia della classe borghese. La ripulsa dei meccanismi democratici non ha niente di religioso o di adorazione di princìpi; al contrario è il risultato e la lezione tratta dal Partito nella sua lunga esperienza di combattimento, dunque una conclusione assolutamente storica che non ha niente a che vedere con fedi o magie.

È vero che l’accusa più giustificata formulata dal marxismo rivoluzionario nei confronti del revisionismo è di mancanza di princìpi: “il movimento è tutto, il fine nulla”. Ma principio per il materialismo storico non sono tavole delle leggi astratte ed estranea alla verifica dei fatti, bensì irrinunciabili guide per l’azione, leve d’Archimede senza le quali non si rivoluziona proprio nulla. Purtroppo le brucianti sconfitte della rivoluzione comunista in occidente ci costringono, oggi, a ristabilire e difendere in un sol blocco tutta una serie di tesi e di “verità” che erano state scolpite nella mente dei lavoratori non tanto, o non soltanto dalla cultura socialista, ma dalla spinta vissuta e vivente dei fatti materiali, delle lotte e delle guerre di classe. Oggi, nella babele delle lingue che affligge la classe dei proletari, è una dura fatica affermare la natura esclusivamente umana della teoria di classe, contro ogni intrusione di fideismi e di magie di ogni genere.

Il socialismo dunque presuppone sì una scienza della storia e una filosofia dell’uomo, ma né una scienza della storia ideale eterna né della natura metafisica dell’uomo stesso. È una dura fatica per la mente borghese, che pure ha combattuto religioni e false credenze, riuscire a far convivere il relativo storico con la fede nella propria lotta come se combattesse per l’eternità, perché tutto viene misurato secondo il miope metro dell’individualismo.

Né la via democratica è la via maestra per il socialismo, contro la via più breve disseminata “d’orrori e d’eccessi” che sarebbe quella rivoluzionaria. Anche questo luogo comune ha finito per averla vinta nei lunghi anni della controrivoluzione. Al contrario i veri rivoluzionari sono ostili alle facili scorciatoie, alla presunta via più breve per il socialismo. Coloro i quali, nel corso della moderna lotta di classe, non hanno digerito la dottrina marxista hanno continuamente oscillato tra l’impazienza ed il fatalismo: per i rivoluzionari i grandi eventi storici, ed in primo luogo la rivoluzione, non sono né affare di un attimo né un tempo di infinitesimi che si svolgerebbero gradualmente senza scosse e rendiconti, ma eventi iscritti nella necessità storica allo stesso modo dei pianeti intorno alle loro orbite. A bordo della navicella rivoluzionaria c’è una guida, una direzione, che non può violare arbitrariamente e a suo piacimento le leggi della fisica sociale.

La via democratica non esiste, perché non è altro che la conservazione della vecchia società borghese. Né la via rivoluzionaria è una generica fede in una “via più breve” verso la “perfezione”, tanto meno “via regia” alla “verità”. Non per niente, lontano da ogni facile estetismo della violenza e dell’autorità, il materialismo storico sostiene che è solo possibile, e deve essere fatto tutto il necessario per aiutare la vecchia società a partorire la nuova, facendo leva sulle doglie del parto, alleviandole addirittura, ma senza illusioni che il socialismo possa nascere in provetta o per partenogenesi grazie a qualche semidio, eroe o capo.

I comunisti, contro la diffusa tentazione piccolo borghese del nichilismo, pur riconoscendo che l’umanità è anche “un immenso laboratorio sperimentale, dove alcune cose riescono, e infinite altre falliscono”, negano che questo sia senza alcun “ordine, logica, legame e obbligo di legame”. Senza mai feticizzare timonieri o direzioni infallibili, i comunisti difendono gelosamente il partito e la sua nozione come unica bussola nella difficile navigazione rivoluzionaria.

Lo stravolgimento dell’ideologia rivoluzionaria e la vittoria dell’eclettismo sono la più grave delle sconfitte subite dal proletariato, al punto che il socialismo può presentarsi ed essere falsamente presentato come “fondato sulla decisione di stabilire la eguaglianza degli uomini” o possibile “solo grazie al più violento terrorismo”.

Le soluzioni del cosiddetto socialismo reale, di fronte al quale l’opportunismo finge di indignarsi senza però negare la sua peculiare seppur disgraziata natura di “socialismo”, ha fatto strame delle preziose prefigurazioni del marxismo, contenute nella Critica al Programma di Gotha, dove si smentiscono i miti del diritto eguale in nome della dialettica complessa e ricca della transizione al socialismo.

In compenso le carogne opportuniste non si sono fatte ripetere due volte l’invito prima a disorganizzare la classe operaia poi sostenendo e dando corpo alla figura nietzschiana della “classe impossibile”. Con sbiadita e sociologica traduzione essi hanno finito per dar credito all’idea che oggi la classe operaia non esiste più, che nuove sono le aggregazioni ed “i soggetti politici”, determinati dai miti delle nuove professionalità, dalle nuove attitudini indotte dal post-industrialismo. Balle, rispondiamo con i nostri vecchi arnesi. Non è vero che i proletari non devono mantenersi in relazione di classe, per uscirne trasformati in “liberi emigranti”.

È il capitale che li ha già da bel tempo trasformati in senza terra e senza patria, ed il Manifesto ha loro indicato la divisa di fare di necessità virtù, di non rimpiangere la patria che l’ha costretti a vendere la forza lavoro, di accettare come una liberazione ed una condizione rivoluzionaria il non aver una patria da difendere, per conquistare un mondo nuovo.

Il limite intellettualistico e astutamente “impolitico” del “libero emigrante” nasconde la durezza dei rapporti sociali e di classe a livello mondiale, la interdipendenza delle relazioni di classe a livello ormai planetario: altro che “disimparare alcuni bisogni” e tentare in qualche modo di scaricare la “scontentezza operaia”.

La forma democratica dello Stato sbandiera e coltiva come suo valore la pacifica convivenza delle classi, negando il loro naturale antagonismo sociale e gabella per possibile, anzi in qualche modo già iniziata la pianificazione tecnico-economica della vita degli uomini, e in qualche modo sopraggiunto il tempo “per una gerarchia degli individui”. Queste intuizioni filosofiche di spiriti radical-borghesi oggi sono la prassi sdrucita e piatta dei sostenitori della integrazione di democrazia, da una parte attraverso l’immissione di “elementi di socialismo” nella democrazia, dall’altra con l’attutimento della disciplina e del dispotismo dello Stato “socialista” attraverso i valori democratici. La razionalizzazione delle funzioni e la integrazione degli individui dovrebbe realizzarsi attraverso la conversione dello Stato separato, autoritario ed aristocratico, in Stato non politico, diffuso “nel territorio”, capace di trasformarsi pacificamente in comunità.

Niente di più antimarxista ed antimaterialista. La transizione al socialismo è delineata nettamente da noi comunisti come dialettica concentrazione dell’economico nel politico, nell’esercizio dispotico del potere politico di classe fino alla fine delle classi sociali: un andamento assolutamente opposto alla risciacquatura democratica ed opportunista. Lo stesso comunismo, di cui non ci siamo mai illusi di descrivere le forme, ma di prefigurarle, non sarà la fine del governo, e della funzione del governare, ma la fine d’un certo modo di governare, la fine del governo politico d’una classe sull’altra, l’acquisizione della capacità umana di integrarsi nella vita sociale secondo fini non di potere, di gruppi umani su altri, ma di effettiva solidarietà di specie.

L’approdo a tale realtà finalmente storica passa per la via opposta del disegno democratico: lo Stato della borghesia non si lascia ridurre a Stato minimo né quando lo teorizza né quando prova a praticarlo. L’epoca dello Stato minimo è solo un sogno delle origini borghesi, allorché ideologicamente la lotta contro l’assolutismo feudale giustificava tale proposta, pena naturalmente la sua pratica smentita una volta ingaggiata la storica battaglia. I marxisti non ci stanno a reclamare “quanto meno Stato è possibile”, ed è da prima dei nichilisti più o meno mascherati, padri di ogni qualunquismo politico, che l’impotenza dello Stato democratico è tale che è troppo chiedergli un parlamento di “onesti” e “competenti” o una politica fiscale che attacchi i “principi del Capitale”, una politica economica che favorisca la piccola “proprietà”, impedisca i facili arricchimenti e combatta le “grandi concentrazioni finanziarie”.

I marxisti non chiedono queste cose, che sono notoriamente il programma dei partiti piccolo-borghesi ed opportunisti; non si illudono di convincere lo Stato ai loro miti consigli ma, sapendo la sua natura e la sua inevitabile tendenza alle elefantiasi come espressione della conservazione del privilegio di classe, oppongono dialetticamente il loro Stato, né grande né minimo, ma adeguato al perseguimento del comunismo. Sono estranei alla contabilità di basso profilo che misura gli Stati e le rivoluzioni secondo il numero statistico dei morti o gli “eccessi”, da esorcizzare a tavolino. Per questo, in epoca di decadenza, che non è possibile “oltrepassare attraverso l’aristocrazia del pensiero” o l’utopia individualista, ma solo attraverso il disciplinato e organico lavoro di Partito, pullulano manifestazioni di “buona coscienza” che pretendono di reimportare una cultura dell’ordinamento civile e dello Stato, rivisitando le origini del pensiero moderno, correggendo e arricchendo, secondo il classico metodo che noi abbiamo bandito all’interno stesso della teoria rivoluzionaria.


L’ideologia americana

I più audaci ed ingenui nel tentativo di ristabilire un fondamento credibile allo Stato sono autori americani, galvanizzati dalle promesse del neoliberalismo e nello stesso tempo desiderosi di riscoprire una giustificazione attendibile della democrazia. Ormai passata l’epoca dei facili profitti si scopre il limite della concezione utilitaristica e del sua massima secondo la quale bisogna massimizzare l’utilità del maggior numero degli individui, in nome dell’opposta massima kantiana, quella di trattare sempre l’individuo come fine mai come mezzo.

Rawls e Nozick vengono presentati come i campioni di questa appassionata ricerca ma, nonostante la buona volontà, l’ideologia americana ha ben poco da scoprire: gli scogli insuperati della filosofia politica borghese sono noti, tra le ragioni dello individualismo sfrenato e quelle del bene comune l’anima borghese non potrebbe che rimanere incapace di decidere come l’asino di Buridano se non fossero le potenti determinazioni materiali a costringerla a scegliere, al di là d’ogni problema di coscienza, le ragioni della classe d’appartenenza.

La dottrina marxista non nega che la borghesia sia stata capace di sacrificare alle ragioni di classe le ragioni dell’individuo, ma senza riuscire ad identificarsi compiutamente con gli interessi della specie umana. In tal maniera quando contro l’avidità degli accaparratori e dei nemici del popolo ha innalzato patiboli per il bene del cittadino non ha potuto farlo se non in nome di ragioni d’emergenza e di eccezione, pena la riscoperta della più volgare ragione dell’homo economicus nella vita d’ogni giorno e dell’ordinaria amministrazione.

Così Nozick propone come solo legittimo lo Stato minimo che ha un solo compito, quello di garantire i diritti dei cittadini, alla proprietà innanzitutto, contro ogni possibile violazione e facendo rispettare i contratti liberamente stipulati, sui quali soltanto si basa la vita sociale.

I recensori della più attuale “ideologia americana” si danno le arie di scopritori, ma in realtà lo Stato minimo non è che lo strano miscuglio da sempre adorato dallo spirito borghese anarco-utopista, un impossibile regime sociale dove regna il massimo di libertà, che garantisca agli individui liberamente associati di realizzare perfino progetti utopici, anche forme di comunismo dei beni. I nostrani e smaliziati ideologi da tempo sanno di queste cose: l’opportunismo poi è l’artefice supremo dei tentativi di conciliare l’inconciliabile, come abbiamo ampiamente sostenuto, e cioè la democrazia col socialismo, la proprietà individuale con quella collettiva, in una parola il comunismo libero che già i santi cristiani e le anime fervide hanno decantato e tentato di predicare.

Sono i supremi e grotteschi tentativi dell’ideologia borghese di sottrarsi alla potenza delle forze materiali sociali che non possono essere manovrate a piacimento, ma che legano gli esseri umani in relazioni di classe secondo determinate leggi non eludibili dagli individui o da gruppi arbitrariamente eletti.

Una volta messasi fuori dall’analisi della società di classe, la ”ideologia americana” non può far altro che predicare secondo la sua tradizione quacchera e protestantica; non si parla della realtà effettuale, ma delle repubbliche ideali che dovrebbero costituirsi sui sani princìpi della “libertà”.

E Rawls pretende addirittura, in nome della giustizia distributiva, che «le disuguaglianze sociali ed economiche debbono essere strutturate in modo tale da essere: 1° volte al vantaggio dei meno favoriti, 2° connesse a posizioni e cariche accessibili a tutti in condizione di equa eguaglianza e di opportunità». Mentre Rawls vuole conciliare libertà ed eguaglianza, Nozick combatte ogni forma di eguaglianza realizzata per mezzo dello Stato e soprattutto dello Stato assistenziale.

Non staremo a seguire i due comprimari della filosofia politica americana nella diatriba sullo stato di natura, che ci riporterebbe alla più antica tra Hobbes e Locke ampiamente smentite dalla dialettica materialistica. Il riferimento al “pensiero americano” non vuole aver nessuno valore accademico, ma dimostrare che l’attesa messianica, da parte degli ideologi del vecchio mondo, che dalla patria dei dollari vengono anche nuove idee per meglio confondere i proletari, ha le gambe corte! Niente di nuovo sotto il sole!

Il sogno di un impossibile ritorno allo stato di natura nel quale «i diritti posseduti dallo Stato sono già posseduti da ogni individuo» indica il profondo malessere della capitale dell’imperialismo mondiale, che vede il proprio Stato sempre più strapotente e invasivo di ogni libertà individuale.

Il marxismo ha visto in questa evoluzione dello Stato in ogni area geografica e politica conquistata dall’economia capitalistica in modo differenziato, ma nello stesso tempo unificato (la patria degli Stati, che nell’Ottocento non conobbe esercito stanziale e centralizzazione, è ormai soggetta al governo dei più mastodontici imperi centralizzati fondati sul potere distruttivo degli apparati industrial-militari, come li chiamano i sociologi) niente altro che lo Stato di classe borghese organizzato per le sue esigenze di dominio mondiale in concorrenza con le altre potenze imperialistiche del mondo. Contro questi giganti può solo l’organizzazione dei proletari di tutto il mondo secondo l’appello del Manifesto dei Comunisti.

La vera preoccupazione di tutti i detentori dei mezzi di produzione, pubblici o privati, nel mondo, è quella di risolvere in qualche modo la “scontentezza operaia” e di disinnescare le ragioni della rivoluzione. Ma come? Non concedendo nessun pasto gratis, mentre nella sola New York i pauperi superano il milione, oppure ridistribuendo il reddito, attraverso i sevizi di vario tipo? Sono scelte che nessuno Stato può fare “liberamente”, pressato com’è dalle necessità della sua conservazione, né i sostenitori del cosiddetto “Stato finale” né quelli dello Stato minimo o superminimo.

Contro le due “opposte” correnti del pensiero borghese di ieri e di oggi, i comunisti, sostenitori e combattenti per la società di specie, ribadiscono la necessità dello Stato proletario e della sua dittatura di classe, come unica transizione ad un regime sociale nel quale non c’è più Stato, né finale né minimo, perché esso si estingue una volta disinnescate le ragioni profonde che hanno dato origine al suo apparato, una volta che l’integrazione tra individuo e specie non si realizza più per la via della volontà “politica”.

 

 

 

 


Appunti per la Storia della Sinistra

Rapporto esposto alla riunione di gennaio 1984

(Continua dal n. 14)
 

1) 1923: Sconfitta della rivoluzione in Germania

Per poter comprendere le cause che determinarono la presunta svolta verso sinistra compiuta nell’I.C. nel 1924, svolta che comportò l’esclusione dai posti di dirigenza dei vari partiti nazionali di uomini e gruppi considerati fino al giorno avanti dei fedelissimi di Mosca, sotto l’accusa di opportunismo e disfattismo, per poter comprendere le ragioni della sconfessione ufficiale del “fronte unico” e del “governo operaio e contadino”, intesi come appoggio ed alleanza ai partiti socialdemocratici, considerati ora, improvvisamente, la mano sinistra della borghesia, per comprendere tutto questo è necessario vedere quali furono gli avvenimenti di quell’anno cruciale che fu il 1923.

Il 1923 fu infatti l’anno che segnò il fallimento della tattica che l’I.C. dal 1921 in poi aveva via via elaborato ed aggiornato: fronte unico, governo operaio, governo operaio e contadino.

Il IV Congresso internazionale, che si era svolto all’indomani della “marcia su Roma”, prospettando la fusione tra i due partiti operai italiani, PCd’I e PSI, intendeva accrescere le forze del proletariato e potenziarne il vigore rivoluzionario e meglio resistere agli attacchi della reazione fascista.

Ma la vera natura del PSI, quella che il PCd’I da sempre aveva conosciuto, non tardò a manifestarsi nel suo aspetto più genuino, cioè di agente della borghesia all’interno delle file del proletariato. Quindi a nulla valse l’allontanamento dalla direzione del PCd’I di quegli uomini che organicamente si erano trovati alla sua guida e la creazione di un artificioso gruppo di “centro” perché eseguisse in modo pedissequo le eclettiche direttive di Mosca. La tattica di rincorrere il PSI per effettuare la fusione ad ogni costo non solo fallì in pieno per la volontà dei socialisti di sabotare l’unificazione, ma sortì quale unico effetto quello di sbandare il partito dalla giusta tattica rivoluzionaria (come vedremo in occasione delle elezioni del 1924 e, peggio ancora, dall’assassinio Matteotti in poi) e di disorientare e disarmare materialmente e moralmente il proletariato italiano.

Ma effetti ben più disastrosi che in Italia la tattica della “conquista delle grandi masse lavoratrici”, proletarie e non, produsse in altri paesi; innanzi tutto in Germania. Ci raccordiamo qui al rapporto pubblicato nei numeri 94-96/1982 nel nostro mensile Il Partito Comunista.

L’11 gennaio 1923 le truppe francesi e belghe avevano occupato il bacino della Ruhr per assicurarsi un “pegno produttivo” tale da garantire la Francia contro l’ulteriore ritardo del governo tedesco nel pagamento delle rate annuali di riparazione stabilite a Versailles. L’occupazione della Ruhr, il crollo del Marco, il malcontento diffuso tra tutti i ceti medi della popolazione tedesca, la comparsa dei primi nuclei del partito nazista (NSPD), rimasto inoperante l’appello lanciato dall’Esecutivo dell’I.C. per una azione comune tra i due partiti fratelli delle opposte sponde del Reno, posero il KPD di fronte all’ingrato compito di scegliere tra le molte interpretazioni del fronte unico e del governo operaio quella più conforme alle tesi del IV Congresso ed alla situazione tedesca. Il partito, tra l’altro, è minato al suo interno da dissidi insanabili, malgrado le convocazioni a Mosca per partecipare a “conferenze di riconciliazione”.

Nella direzione del partito si fece sempre più strada l’idea che l’occupazione della Ruhr avrebbe potuto fornire l’occasione ideale per la “conquista della maggioranza” se si fossero lanciati appelli alla piccola borghesia, da un lato vittima della svalutazione del Marco, dall’altro succube del rigurgito nazionalista. Tale risultato il KPD lo avrebbe potuto raggiungere solo a patto di dimostrare ai piccolo borghesi (proclama della Zentrale del 17 maggio) che avrebbero potuto difendere «se stessi ed il futuro della Germania soltanto alleandosi ai comunisti per una lotta contro la vera (?) borghesia» e addossando al partito la tutela dei “valori nazionali” tedeschi.

Fieramente bollata nel 1921, quando un gruppetto di Amburgo se ne era fatto portavoce, faceva ingresso in scena – questa volta senza che l’I.C. reagisse – la parola del nazional-bolscevismo frutto e matrice insieme di due macroscopiche deviazioni dal marxismo: la prima consistente nella equiparazione più o meno esplicita della questione nazionale nelle colonie e semi-colonie a quella di un paese ad altissimo sviluppo capitalistico. Alla costruzione di una tale teorizzazione contribuirono in modo determinante sia Thalheimer, uno dei teorici più autorevoli del partito tedesco, sia Radek, l’esperto riconosciuto dall’I.C. di cose tedesche.

La loro tesi era che lo sfruttamento imperialistico aveva precipitato la Germania in uno stato sempre più simile a quello di una colonia; di conseguenza si dovevano prendere in seria considerazione i movimenti nazionalistici di resistenza. La borghesia tedesca era costretta ad assumere, suo malgrado, un ruolo “rivoluzionario”. Anche se essa non avrebbe potuto divenire l’artefice del riscatto nazionale, anche se usava il sentimento nazionale all’unico scopo di riaffermare il proprio dominio sul proletariato, anche se, posta di fronte all’alternativa indipendenza nazionale o controrivoluzione, avrebbe certamente optato per la seconda ipotesi, ciononostante una parte considerevole degli elementi che alimentavano i movimenti di destra, secondo Radek e Thalheimer, era animata da un sincero sentimento nazionale ed antimperialistico. All’E.A. del giugno 1923 Radek dichiarava: «ciò che viene chiamato nazionalismo tedesco non è soltanto nazionalismo è un largo movimento nazionale avente un ampio significato rivoluzionario». E Zinoviev, chiudendo i lavori dell’E.A., si rallegrava del fatto che ormai l’opinione pubblica tedesca riconosceva finalmente il carattere nazional-bolscevico del KPD.

La Sinistra italiana, falcidiata dagli arresti compiuti dal governo fascista, non poté, in quella drammatica svolta, riaffermare la corretta impostazione marxista rivoluzionaria. Poté farlo solo un anno dopo, alla vigilia del V Congresso mondiale.

«Noi neghiamo che sia giustificabile sulle basi accennate (le tesi del II Congresso dell’I.C. sulla questione nazionale e coloniale, n.d.r.) il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista ed il movimento nazionalista e patriottico. La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell’Intesa, anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico, e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato (...) Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania ad una emancipazione nazionale: quanto noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario è che esso riesca a vincere non per sé, ma per salvare l’esistenza e l’evoluzione economica socialista della Russia dei Soviet, e per rovesciare contro le fortezze capitalistiche di occidente la fiumana della rivoluzione mondiale, destando i lavoratori degli altri paesi per un momento immobilizzati dagli ultimi conati controffensivi della reazione borghese (...) Ecco come il dimenticare l’origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile» (“Il comunismo e la questione nazionale”, Prometeo, n. 4, 15 aprile 1924).

La seconda deviazione, legata alla prima, è il riconoscimento delle potenzialità rivoluzionarie autonome della piccola borghesia. Sempre secondo Radek, il KPD avrebbe dovuto dimostrare di non essere soltanto «il partito della lotta degli operai industriali per la pagnotta, ma il partito dei proletarizzati che si battono per la propria libertà, una libertà coincidente con la libertà di tutto il popolo, con la libertà di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania».

Conseguenza logica di questa interpretazione non poteva che essere quella di vedere nel nascente movimento fascista una auto-mobilitazione della piccola borghesia contro il grande capitale, anziché una mobilitazione delle mezze classi da parte del grande capitale in funzione antiproletaria. Per qualche mese, nel 1923, nel disperato sforzo di accattivarsi i “vagabondi del nulla” della piccola borghesia, il KPD agirà in veste di compagno di strada del NSPD, gli oratori dei due gruppi si alternano dalle stesse tribune per tuonare contro Versailles e Poincaré, e il Rote Fahne ospitava articoli del nazionalista conte di Von Reventlow. La “luna di miele” durò solo lo spazio di un mattino, ma solo perché, fa vergogna dirlo, i nazisti per primi denunciarono l’alleanza di fatto.

D’altra parte l’E.A. del giugno si era concluso con la convinzione che la situazione in Germania, per quanto gravida di tensioni, non fosse ancora aperta ad uno sbocco rivoluzionario imminente, quindi in esso non si era discussa a fondo la sempre più incandescente questione tedesca. Ben altri problemi lo avevano assillato: il federalismo norvegese, il neutralismo di fronte alla religione del partito svedese, l’ennesimo tentativo di mercanteggiare la fusione tra PCd’I e PSI. Senza prendere decisioni impegnative l’E.A. aveva avallato la tesi della Zentrale secondo cui il KPD avrebbe dovuto presentarsi come polo di attrazione delle masse piccolo-borghesi proletarizzate.

Ai primi di agosto, di fronte ai chiari segni di agonia del governo Cuno, la Zentrale giudica prossimo il momento di una mobilitazione delle masse sotto la parola d’ordine del “governo operaio e contadino”. Al contrario, dalla sua roccaforte berlinese, la “sinistra” del partito proclama che la «fase intermedia del governo operaio sta diventando, in pratica, sempre più improbabile». Fra il divampare di nuovi imponenti scioperi e questa altalena di parole d’ordine contrastanti, il grande capitale, fermamente deciso a liquidare la ormai fallita campagna di “resistenza passiva” all’occupazione della Ruhr e a conciliarsi con l’Intesa, con particolare riguardo all’Inghilterra, manda al potere Stresemann.

La reazione di Mosca è una brusca sterzata verso un frenetico ottimismo: «La rivoluzione batte alla porte della Germania». Convocato lo Stato maggiore del KPD viene deciso che si prepari d’urgenza l’assalto rivoluzionario contro lo Stato e che se ne fissi perfino la data. Parte fondamentale del piano insurrezionale doveva essere, secondo Mosca, l’ingresso del KPD nei governi di Turingia e Sassonia. Così veniva spiegato da Radek:

«Il proletariato prende l’iniziativa in Sassonia, cominciando dalla difesa del governo operaio, nel quale entra; tenterà in Sassonia di servirsi del potere statale per armarsi e per formare in questa piccola provincia proletaria della Germania centrale un bastione tra la controrivoluzione meridionale in Baviera ed il fascismo nel Nord. Al tempo stesso il partito in tutto il Reich si muoverà mobilitando le masse».

Da parte sua Zinoviev esprime le medesime convinzioni. Il 1° ottobre, nel pieno della crisi tedesca, dirà a Brandler:

«È indispensabile porre in forma concreta il problema del nostro ingresso nel governo sassone a condizione che la gente di Zeigner sia realmente disposta a difendere la Sassonia contro la Baviera ed i fascisti».

Dopo il 1918, il 1919, il 1921 ancora una volta viene concessa la fiducia alla “volontà” della socialdemocrazia. Ci si illude che i governi regionali possano armare il proletariato contro lo Stato capitalista centrale.

In In difesa della continuità del programma comunista, pag. 84/85, scrivemmo:

     «Tutto, qui, è contraddittorio: si anticipa una situazione rivoluzionaria sedicentemente “favorita” dall’intervento in funzione eversiva delle grandi masse piccolo borghesi, e se ne indica lo snodamento in una combinazione parlamentare-governativa; si esaltano i successi ottenuti col fronte unico nello stringere intorno al partito l’enorme maggioranza della classe operaia, e ci si sottomette alla coalizione con la più screditata delle socialdemocrazie mondiali; si predica la “conquista del potere” al modo rivoluzionario classico, e se ne addita la strada nell’armamento del proletariato, nella cacciata dei funzionari borghesi e nell’introduzione di misure dittatoriali antiborghesi, da parte di un governo in maggioranza socialdemocratico; ci si prefigge di smascherare in tal modo l’SPD, e si cancellano soltanto i caratteri distintivi del proprio partito; si pretende che per tale via il KPD “convincerà coi fatti la maggioranza della classe operaia tedesca di non essere più, come nel 1919-21, soltanto l’avanguardia, ma di avere dietro di sé milioni di lavoratori”, e si presenta a questi ultimi il fatto umiliante e vergognoso di una combinazione di governo dove tre ministri comunisti (uno dei quali il segretario del partito, Brandler) sono legati mani e piedi ai ministri socialdemocratici, ai massacratori di Rosa e Carlo, e mentre “hanno dietro di sé milioni e milioni di proletari”, non li chiamano all’assalto al potere, bensì all’attesa paziente e fiduciosa di qualche fucile dai compari riformisti! Una coalizione alla conclamata vigilia dell’insurrezione!
     «Lo sdegno di Trotzki ne Gli insegnamenti di Ottobre per questa ricaduta (ma in peggio) nelle esitazioni capitolarde della minoranza bolscevica di fronte alla conquista del potere nel 1917 era ben giustificato, anche se, eludendo la questione di fondo, egli non avvertisse che quella “recidiva socialdemocratica” era stata la conclusione necessaria delle tattiche “elastiche” del fronte unico e del governo operaio, da lui stesso appoggiate e difese prima del 1925 e dopo. Si fissa la data dell’insurrezione dal... trampolino di lancio di un governo socialcomunista, la si sposta in seguito ai suggerimenti della Centrale tedesca: tutto si svolge come se la rivoluzione fosse un fatto tecnico, non il prodotto di una situazione oggettiva ben precisa e di un’adeguata preparazione soggettiva ad opera del partito (che da mesi predicava ai proletari la via semilegalitaria delle manovre di accostamento a questo o quel gruppo, e delle soluzioni governative o paragovernative). Si ammonisce il partito ad evitare che “nella Germania di oggi, ribollente e tumultuante, in cui l’avanguardia si getterà oggi o domani nella lotta decisiva trascinandosi dietro la fanteria pesante proletaria, la giusta tattica del fronte unico non si converta nel suo diretto contrario”, ma tutto si fa perché appunto questo avvenga vincolando il partito, in uno o al massimo due Stati regionali isolati nel gran mare della Germania, nella morsa del potere centrale pienamente nelle mani borghesi e delle truppe più o meno regolari della Baviera, eterna riserva della controrivoluzione tedesca, al carro della socialdemocrazia e della sua provata vocazione al tradimento.
     «Si rincalza: “Nell’attuale Germania, giunta alla soglia della rivoluzione, la formula generale del ’governo operaio e contadino’ è già insufficiente... e noi dobbiamo non solo nella propaganda, ma nell’agitazione di massa mostrare e chiarire non solo all’avanguardia, ma anche alle grandi masse, che non si tratta d’altro che della dittatura del proletariato, o della dittatura dei lavoratori delle città e dei campi”, e si pretende di poter fare ciò andando e rimanendo al governo con una socialdemocrazia che, per dichiarazioni programmatiche esplicite e per tradizione sancita dai fatti, esclude l’impiego della dittatura e del terrore...
     «L’epilogo seguì nel giro di pochissimi giorni. Il 20 ottobre, il governo centrale del Reich invia a quello di Sassonia un ultimatum per lo scioglimento immediato delle pur esili milizie operaie, minacciando in caso di inadempienza, di dare ordine di marcia alla Reichswehr. Il partito decide la proclamazione dello sciopero generale in tutta la Germania; ma, insicuro di se stesso e dell’appoggio dei proletari, disorientati dalla girandola di parole d’ordine e di obiettivi contraddittori, Brandler pensa di “consultare” preventivamente le masse – rappresentate da una assemblea di operai e funzionari politici e sindacali a Chemnitz – e, convintosi che il momento buono è ormai fuggito, revoca l’ordine di cessazione del lavoro. Basta un distaccamento della Reichswehr per deporre il governo sassone: un ritardo nelle notizie della revoca dello sciopero impedisce ad Amburgo proletaria di non insorgere isolata – per essere domata in ventiquattro ore con la forza. Avrebbero dovuto marciare i proletari sotto la guida del partito: marciò l’esercito sotto la guida dei generali kaiseristi lasciati ai loro posti dagli Ebert-Scheidemann. Qualche focolaio di resistenza venne rapidamente soffocato: il 1923 tedesco era finito».

La vicenda tedesca segnò definitivamente la sconfitta della rivoluzione in Europa e determinò non poco l’acuirsi della crisi all’interno del partito russo e dell’Internazionale.

Ma oltre alla sconfitta tedesca vi furono altri fatti che, anche se inferiori per le ripercussioni che ebbero a livello internazionale, non per questo furono meno significativi.

In Bulgaria il 9 giugno un colpo di Stato militare aveva rovesciato il “legittimo” governo dell’Unione Contadina, al potere dal 1919, e si era concluso con l’uccisione del primo ministro Stambolijski. Il partito comunista bulgaro di fronte a questo cambio di gestione del potere borghese non assunse nessun atteggiamento di difesa nei confronti del deposto governo ritenendo che la questione dovesse essere considerata come un episodio della lotta fra due fazioni della borghesia. Il democratico governo Stambolijski si era distinto per le sue repressioni antioperaie ed anticomuniste.

L’atteggiamento assunto dal partito di Bulgaria venne però aspramente criticato dall’E.A.; secondo Zinoviev il PCB, non intervenendo nella lotta a fianco del legittimo governo, aveva perso una grande occasione per realizzare l’unificazione tra gli operai e i contadini e, di conseguenza, si era lasciato sfuggire la possibilità di costituire il primo governo operaio e contadino nei Balcani. Nel suo appello agli operai e contadini bulgari il III E.A. sconfessava l’atteggiamento “indifferentista” del PCB e dava le seguenti indicazioni di lotta contro il governo dittatoriale di Zankov:

«I putschisti sono adesso il nemico. Devono essere battuti. Unitevi alla lotta contro la sovversione bianca non soltanto con le larghe masse di contadini, ma anche con i capi del partito contadino rimasti ancora in vita» (23 giugno 1923).

Come si vede siamo già ai fronti popolari. Che la socialdemocrazia bulgara avesse appoggiato, se non apertamente, almeno di fatto, i putsch di Zankov, lo si desume dal citato appello dell’I.C.:

«Il colpo di Stato bianco dei burocrati, generali e speculatori bulgari è stato fatto con l’accordo e con l’aiuto del partito socialdemocratico che fa parte della Seconda Internazionale. Questo partito che è corresponsabile dei crimini del governo di guerra bulgaro, un partito al quale hanno voltato le spalle tutti i lavoratori (...) s’è prestato a servire da foglia di fico della sovversione controrivoluzionaria».

Il partito comunista bulgaro che si era disciplinato, seppure a malincuore, alle direttive di Mosca fu spinto ad organizzare, alleandosi ad un’ala del partito contadino, una frettolosa ed improvvisata insurrezione armata: «contro il governo fascista e per la formazione di un governo operaio e contadino».

La reazione statale fu spietata e tale da distruggere irrimediabilmente l’organizzazione del partito comunista. Il 2 settembre furono arrestati migliaia di comunisti, e fra essi quasi tutti i funzionari responsabili del partito; furono soppressi tutti i giornali comunisti e distrutte tutte le strutture politico-sindacali. I capi arrestati vennero dichiarati ostaggi e minacciati di fucilazione in caso di rivolta rivoluzionaria. Il piano insurrezionale che, per ordine di Mosca, la quale non si stancava di rimproverare al PCB l’ ”atteggiamento di attesa erroneamente assunto”, era stato affrettatamente preparato e compromesso dall’alleanza con i residui della borghese Unione Contadina, non poteva che essere destinato alla sconfitta; si esaurì in una serie di rivolte isolate e spietatamente represse fra il 18 e il 24 settembre.

L’Esecutivo dell’I.C. tentò di nascondere la disastrosa sconfitta e le proprie gravi responsabilità elogiando il coraggio dei comunisti bulgari ed evidenziando il significato storico di una lotta che aveva visto combattere operai e contadini fianco a fianco. Non mancò nemmeno di ripetere che “la sconfitta preparava la vittoria”, dimenticandosi però di trarre da tale sconfitta le dovute lezioni.

In Polonia ai primi di novembre le masse operaie esasperate e ridotte alla fame erano esplose dando vita ad una serie di lotte culminanti nello sciopero generale ad oltranza. Tale movimento di sciopero, che ebbe in prima fila minatori, tessili, ferrovieri, si svolse principalmente nell’alta Slesia, nella Galizia e a Varsavia. Il 6 novembre infine Cracovia insorgeva spontaneamente cogliendo il partito comunista impreparato, tutto dedito alla ricerca di compromessi con i socialisti per la formazione del fronte unico e del governo operaio e contadino. Altri scontri molto duri si ebbero a Tarnów e Boryslav. Episodi molto significativi che servono a spiegarci il clima realmente rivoluzionario esistente sono quelli dell’Alta Slesia – tradizionale roccaforte del nazionalismo polacco – dove gli operai lottarono contemporaneamente contro il capitale tedesco e polacco ad accolsero armi alla mano l’esercito inviato a pacificare la regione; a Cracovia i contadini, in divisa militare, inviati a reprimere gli insorti passarono dalla parte del proletariato rifornendolo di armi e munizioni.

Anche qui, come in Germania, mancò la guida del partito, mancò la giusta tattica rivoluzionaria che avrebbe dovuto lanciare la masse insorte congiuntamente contro lo Stato e i suoi reggicoda socialdemocratici. Al contrario: «il partito comunista in Polonia fin dall’inizio cercò, con ogni mezzo, di attrarre nella lotta comune i capi del partito socialista polacco e i capi opportunisti dei sindacati».

Questo è quanto affermava l’Esecutivo dell’I.C. su un suo documento sulle lotte in Polonia. Nello stesso documento si smascherava di fronte alle masse la funzione controrivoluzionaria del partito socialdemocratico:

«Il partito socialista polacco ha fatto di tutto per dividere e isolare l’una dall’altra le singole lotte. Ha combattuto fin dall’inizio contro il vittorioso sciopero dell’Alta Slesia. Non ha sostenuto i ferrovieri ed ha impedito che l’intera classe operaia li sostenesse (...) Soltanto quando è iniziata la grande prova di forza, quando le masse a file serrate sono scese contro l’odiato nemico, soltanto allora s’è dimostrato tutto l’abisso del tradimento, l’infamia, la abiezione di coloro che si presentavano come i rappresentati della classe operaia (...) Lavoratori! Traete insegnamento dagli avvenimenti di Polonia e Germania! Come le insurrezioni del proletariato tedesco sono state strozzate per mano degli Ebert e Scheidemann, così Cracovia è stata strozzata per mano dei Moraczewsky e Daszyńsky. Nessun onesto lavoratore che appartenga ai partiti socialisti deve permettere tali delitti. Via i boia e i giuda! Unitevi sotto i vessilli dell’Internazionale Comunista! Armatevi per nuove lotte!» (23 novembre 1923).

Ma tutto questo attacco alla socialdemocrazia, al suo tradimento, al suo ruolo di boia del proletariato dimostra come la tattica dell’I.C., dal fronte unico in poi, fosse segnata da una serie di errori che avevano portato i partiti comunisti a trovarsi al rimorchio della socialdemocrazia e dei suoi ricatti. Le feroci critiche rivolte alla socialdemocrazia tedesca, polacca, bulgara, italiana, dopo che per anni si era patteggiato e cercato ogni sorta di compromesso con essa, non servivano assolutamente a niente. Serviranno, come si vedrà più avanti, a scopi politici contingenti da usare nella lotta politica interna ai partiti e all’Internazionale. Non determineranno quindi un raddrizzamento del timone verso la linea tattica del marxismo rivoluzionario, ma saranno un ulteriore sintomo di degenerazione.

La Sinistra aveva sempre dichiarato, nelle Tesi di Roma ed in innumeri altri scritti, l’importanza di una denuncia continua e preventiva dei tradimenti della socialdemocrazia. Solo in questo modo il partito, quando i socialisti fossero passati apertamente nel campo borghese, avrebbe potuto attrarre attorno a sé le grandi masse lavoratrici ormai convinte che al dilemma dittatura del proletariato o dittatura della borghesia non erano date soluzioni intermedie. Ma nel caso in cui con i partiti socialisti si fosse fino al giorno avanti collaborato, non sarebbe più stato possibile prendere la testa di un proletariato disarmato e demoralizzato.


La presunta “svolta a sinistra” dell’Internazionale

La disfatta tedesca del 1923 segnò il rinvio a tempo indeterminato della rivoluzione in Europa. Sarà facile per la direzione dell’Internazionale scaricare la responsabilità del disastro sulle insufficienze, gli errori, le debolezze della centrale tedesca; altrettanto facile sarà da parte di questa ultima rispondere che erano state da essa applicate, punto per punto, le direttive del Comintern, a loro volta conformi ai deliberati del IV Congresso. All’interno del KPD, mentre la direzione veniva attaccata duramente dalla sinistra del partito, si formò, sotto la guida di Remmele, un gruppo di centro (Mittelgruppe) staccatosi dalla vecchia maggioranza della centrale. Il Mittelgruppe sosteneva che le cause della sconfitta tedesca dovevano imputarsi alla direzione del partito che aveva travisato le giuste indicazioni di Mosca.

Il plenum dell’Esecutivo tenuto a Mosca dall’8 al 12 gennaio 1924 vide un violento attacco di Zinoviev principalmente contro Radek e Brandler.

La risoluzione dell’Esecutivo sugli insegnamenti degli avvenimenti tedeschi affermava:

«La tattica del fronte unico è una tattica di rivoluzione, non di evoluzione. E come il governo degli operai (e dei contadini) non può rappresentare per noi un solido stadio di transizione in senso democratico, così anche la tattica del fronte unico non è una coalizione democratica, una alleanza con la socialdemocrazia. Essa è soltanto un metodo di agitazione e di mobilitazione rivoluzionaria. Tutte la altre interpretazioni noi le rifiutiamo in quanto opportunistiche (...) L’errato calcolo delle forze controrivoluzionarie è consistito essenzialmente nel fatto che il partito ha sottovalutato la solidità della socialdemocrazia come ostacolo in seno al proletariato. Il partito (tedesco, n.d.r.) ha del pari misconosciuto il carattere ed il ruolo dei dirigenti di sinistra del SPD e anche all’interno delle proprie file ha lasciato sorgere l’illusione che, grazie ad una adeguata pressione sulle masse, si sarebbero potuti costringere questi dirigenti a intraprendere la lotta insieme ai comunisti (...) Gli strati dirigenti della socialdemocrazia tedesca al momento attuale non sono altro che una frazione del fascismo tedesco sotto la maschera socialista (...) Coi mercenari della dittatura bianca non esiste possibilità di trattare! Ecco quello che riconoscono ora chiaramente tutti i comunisti tedeschi, ecco ciò che debbono annunciare solennemente, a voce alta, all’interno del proletariato tedesco. Ma ancor più pericolosi dei capi socialdemocratici di destra sono quelli di sinistra, ultima illusione dei lavoratori ingannati, ultime foglie di fico per la sporca politica controrivoluzionaria di Severing, Noske ed Ebert. Il KPD rifiuta non soltanto qualsiasi trattativa con la centrale dell’SPD ma anche con i capi di “sinistra” fintanto che codesti eroi non avranno dimostrato sufficiente virilità per rompere apertamente con la banda controrivoluzionaria che siede alla direzione dell’SPD. Il mutamento della tattica del fronte unico in Germania avrà per motto: unità dal basso!».

Come era possibile accusare il partito comunista tedesco di aver travisato la parole d’ordine tattiche dell’Internazionale quando fin dalle tesi sul fronte unico del 1921 il KPD veniva invitato a collaborare con governi operai che si fossero dichiarati pronti «ad intraprendere, con una certa serietà, la lotta contro il potere dei capitalisti» ?

Ancora una volta la soluzione agli errori di tattica viene cercata semplicisticamente in un rimpasto delle direzione del KPD: Remmele subentrò a Brandler nella carica di presidente della nuova Zentrale di centro, con la partecipazione di due elementi della sinistra. Ma questa nuova direzione durò ben poco, infatti il congresso riunitosi a Francoforte nell’aprile dello stesso anno segnò una netta vittoria della sinistra. Alla direzione del partito andò, questa volta, la sinistra affiancata dal centro (11 rappresentanti della sinistra e 4 del centro).

Il 1923 fu l’anno in cui fu persa l’ultima occasione rivoluzionaria, l’anno della sconfitta del movimento marxista rivoluzionario rinato nell’immediato primo dopo guerra dalle ceneri del tradimento della Seconda Internazionale.

Nel nostro testo Perché la Russia non è Socialista si legge:

     «Dopo il 1923, difendere una sincera posizione comunista diviene un atto di eroismo. Perché dopo il 1923? È certo che ciò che chiamiamo controrivoluzione staliniana è il coronamento di un processo che si estende su un arco di molti anni, dei quali è difficile determinare “quello” veramente critico. Il 1923 non è tuttavia un punto di riferimento arbitrario. È l’anno della definitiva sconfitta della rivoluzione in Germania; l’ultima possibilità di una prossima estensione del comunismo in Europa svanisce, e la portata considerevole di questo fatto è così ben compresa nel partito russo che la notizia vi provoca sei suicidi. È anche l’anno in cui la situazione catastrofica della produzione russa è rivelata dalla crisi “delle forbici”: le curve rispettive dei prezzi agricoli e dei prezzi industriali si presentano sotto questa forma nel diagramma presentato da Trotzki al XII congresso del partito, e il loro crescente divergere pone un grave problema di orientamento economico e di strategia sociale. Bisogna aiutare d’urgenza l’industria pesante o, al contrario e a sue spese, continuare la politica di sgravi fiscali in favore del contadiname? La risposta è lasciata in sospeso, ma la situazione continua ad aggravarsi con 1.220.000 disoccupati.
    «Sempre nel 1923 Lenin subisce il terzo attacco di arteriosclerosi che l’ucciderà nel gennaio 1924, non senza che abbia prima denunciato, in quello che si può considerare il suo testamento politico, “le potenti forze che deviano lo Stato sovietico dal suo cammino” e rotto con Stalin, il quale incarna, egli dice, “un apparato che ci è profondamente estraneo e rappresenta un guazzabuglio di sopravvivenze borghesi e zariste”. Il 1923 è infine l’anno in cui si ordisce, durante la malattia di Lenin – e, bisogna dirlo, grazie innanzi tutto alla cecità dei “vecchi bolscevichi” manipolati da Stalin – la prima macchinazione contro Trotzki. Contro l’organizzatore dell’Armata Rossa sono allora divulgati i primi falsi politici che in seguito si accrebbero fino a diventare un mucchio di immonde calunnie e di accuse grottesche».

La svolta tattica scaturita dagli avvenimenti del 1923 sconfessa il fronte unico dall’alto come deviazione opportunistica, come “errata interpretazione” dei deliberati del IV congresso.

     «Rifiutando le trattative con i massimi esponenti del movimento riformista sindacale e con i capi della Socialdemocrazia, all’atto pratico alleati del fascismo, i comunisti devono imparare ad attuare nei sindacati il fronte unico dal basso, serrando le file del proletariato sindacalmente organizzato sulla base della lotta quotidiana nonché attirando alla lotta quotidiana quegli strati della classe lavoratrice che non siano ancora del tutto staccati dalla socialdemocrazia.
    «In Germania (solo in Germania? n.d.r.) abbiamo la necessità assoluta di applicare la tattica del fronte unico soltanto dal basso, vale a dire dobbiamo rinunciare a qualsiasi trattativa con i dirigenti ufficiali della socialdemocrazia» (Lettera del C.E. al Congresso del KPD di Francoforte, 26 marzo 1924).

Viene anche sconfessata l’interpretazione del governo operaio e contadino inserito «nel quadro della democrazia borghese, come un’alleanza politica con la socialdemocrazia»:

«La parola d’ordine del governo operaio e contadino è, tradotta nella lingua della rivoluzione, la dittatura del proletariato (...) Mai, in nessun caso, una tattica di accordo e transizione parlamentare con i socialdemocratici. Al contrario, anche l’attività parlamentare dei comunisti deve avere per oggetto lo smascheramento del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia e l’illustrazione agli operai dell’inganno e della impostura dei governi “operai” da essi creati, che sono in realtà soltanto dei governi borghesi liberali».

Non più governo migliore contrapposto a governo peggiore, ma «fascismo e socialdemocrazia sono la mano destra e la mano sinistra del capitalismo contemporaneo».

Quanto la nuova tattica di “sinistra” fosse dettata da motivi strettamente contingenti e non frutto di rigorosa elaborazione dialettica marxista non tardò a venire fuori. Vedremo come, nel desiderio di raggiungere risultati elettorali soddisfacenti, la direzione del PCd’I, con il pieno consenso dell’Internazionale, giungesse, alle elezioni del 1924, fino a proporre un programma borghese di sinistra pur di presentarsi alla scadenza elettorale unita con PSI e PSU. Poi l’eccellente risultato scaturito dalle urne, ottenuto coi i voti di comunisti, antifascisti, antidemocratici e antisocialisti, lo si dovette soltanto all’ostinato rifiuto dei due partiti socialisti di allearsi con il PC ed alla campagna rigorosamente rivoluzionaria condotta dalla Sinistra.

Il 22 gennaio 1924 si formò in Inghilterra il governo laburista di Mac Donald. L’Internazionale non escluse che il gabinetto laburista non potesse essere spinto dalle masse «a lottare contro il capitale». Compito dei comunisti inglesi era quello di spingere le masse in questa direzione e per portare a compimento tale tattica ««il partito deve tendere ad un accordo anche con organizzazioni politiche di sinistra del partito laburista» (Risoluzione del C.E. della I.C. sul governo laburista inglese e sul PC britannico, 6 febbraio 1924).

La vittoria del laburismo infatuerà a tal punto i dirigenti dell’ I.C. da formulare l’ipotesi che il cammino della rivoluzione europea sarebbe passato, prima che dalla Germania, dall’Inghilterra. «Ciò che si svolge attualmente nel movimento operaio inglese – si legge nella lettera del C.E. alle sezioni in preparazione del V Congresso mondiale – merita maggior rilievo degli avvenimenti che si verificano in Germania».

Nella stessa lettera vi era infine la notizia che, data l’impossibilità in Giappone, per le feroci persecuzioni cui sono sottoposti i comunisti, di formare un partito comunista di massa, «si è costituito invece, con la partecipazione dei comunisti, un partito delle masse operaie e dei contadini».

Accanto a tutto questo un ruolo decisivo fu giocato dalla situazione in Russia. Era già in atto quello che la Sinistra italiana nel 1926 definirà come “rovesciamento della piramide”. Man mano che le prospettive rivoluzionarie in Europa si allontanavano, sempre più guadagnavano terreno gli interessi nazionali della Russia in quanto Stato, e questi si riflettevano all’interno del partito bolscevico e di conseguenza nell’Internazionale. Sempre più si parlava della necessità trasformare l’Internazionale in partito comunista mondiale, e dei partiti nazionali in partiti “veramente bolscevichi”, di lotta contro il frazionismo, ma intendendo tutto ciò come cieca obbedienza ad ordini, volta a volta contrastanti, dettati dalla necessità del momento. L’Internazionale, con il peso della sua autorità, formò in ogni partito nazionale le sue frazioni, ponendole d’ufficio alla direzione dei partiti e imponendo alle sue sezioni di prendere posizione contro l’opposizione russa; provocando con ciò nei partiti una serie di crisi interne che paralizzarono tutta l’attività rivoluzionaria.

La Sinistra italiana non si lasciò abbacinare dalla presunta svolta a sinistra, ritenendolo un semplice espediente momentaneo. La prassi invalsa all’interno del Comintern era ormai quella di soppesare la situazione, di congresso in congresso, ma non nel senso di una constatazione realistica per adottare decisioni che il partito mondiale doveva avere già implicite nel suo programma e nel suo statuto, bensì con la pericolosa pretesa di imprimere al movimento svolte brusche, sempre inattese e disorientanti, per fare una abile contromossa, per incrociare ad angolo opportuno le vele con il vento che tirava. Si instaurò il metodo di giudicare mese per mese se la Signora situazione era più o meno rivoluzionaria. Se lo era se ne deduceva molto vanamente che si doveva “andare a sinistra” e, partito per partito, mettere in auge gli elementi di “sinistra”. Se la situazione veniva giudicata raffreddata, allora si traevano le conclusioni opposte e si decideva di andare a “destra”. Nella nostra critica all’Internazionale negammo che in questo modo Mosca e i partiti nazionali andassero realmente a “sinistra”, e denunciammo la marcia generale verso il neo-opportunismo al quale, con queste oscillazioni poco sincere, il Comintern si avvicinava.


La conferenza clandestina di Como

Nell’aprile del 1924 il C.E. dell’I.C. comunicò che il prossimo Congresso mondiale si sarebbe tenuto i primi di giugno dello stesso anno. In Italia, malgrado dal Congresso di Roma fossero trascorsi oltre due anni, e le insistenze della Sinistra di aprire una consultazione e discussione all’interno del partito sia all’indomani del IV Congresso sia dopo il III E.A., ci si era guardati bene dal farlo. L’imminenza del V congresso poneva ora ai nuovi dirigenti del partito, nominati da Mosca, il problema di come si sarebbero dovuti presentare all’assise mondiale: rappresentanti di un partito dal quale non avevano ricevuto nessun mandato o solo come dei portavoce italiani degli organi dirigenti del Comintern? Era necessario quindi ricevere una “legittimazione” dal partito.

Le difficoltà erano certamente ingenti dato il controllo degli organi di polizia statali. Cionondimeno l’ ”Ufficio I” del partito, ancora efficiente, si era impegnato ad organizzare un congresso nazionale clandestino. La centrale però decise, e non solo per motivi di sicurezza, la convocazione di una semplice conferenza, poco più di un Comitato Centrale allargato, a carattere puramente consultivo. I partecipanti non sarebbero stati delegati dalla base, ma nominati dalla centrale. Essi sarebbero stati i segretari di federazione, i membri del C.E., «il compagno Bordiga, in rappresentanza dei membri dimissionari del C.C., il compagno Gramsci ed il compagno Graziadei». scriveva Togliatti al Presidium dell’ I.C.

Nonostante la mancanza di dibattito all’interno del partito ci fu però una certa informazione: lo Stato Operaio ripubblicò tutti i documenti riguardanti il IV congresso ed il III Esecutivo Allargato.

La Sinistra entrò nel merito dell’argomento con un articolo pubblicato su Stato Operaio del 1° maggio 1924, “La discussione sulla tattica e sulla situazione interna del PCI”. In questo articolo viene esposto il modo come avrebbe dovuto essere ordinata la discussione all’interno del partito. Innanzi tutto si sarebbe dovuto trattare di un riesame, di una valutazione completa di tutto il passato; ossia di come si era svolta, dalla costituzione del partito, la situazione italiana, la lotta del proletariato, l’azione del partito. Si trattava insomma di giudicare se l’esperienza e gli insegnamenti delle passate lotte conducessero a confermare come buono ed utile l’indirizzo seguito dal partito oppure alla condanna parziale o totale di quell’indirizzo.

Due chiarimenti si rendevano necessari:
     a) Il primo era che per indirizzo del partito si doveva intendere, nel suo insieme, la sua piattaforma di costituzione definita dai principi a cui si ispirava ideologicamente e la storia politica della sua formazione fin dalla sua costituzione organizzativa.
     b) Il secondo avvertimento era che il quesito se l’indirizzo del partito fosse stato buono o cattivo non poteva dipendere dal raggiungimento o meno della vittoria da parte del proletariato (come era stato fatto al III E.A.). Non era superfluo ricordare che per lo svolgimento della lotta di classe s’impongono certe condizioni generali su cui poco può la volontà del partito o di chi lo dirige, mentre altre condizioni, in ambito certamente più ristretto, possono essere modificate dalla natura dell’azione del partito e dalle sue manovre. Certe condizioni escludono che si possa ottenere un risultato favorevole al di là di certi limiti. Ad esempio si può con una felice azione ottenere di trasformare una ritirata da disastrosa in ordinata, ma è molto improbabile trovare una manovra così efficace da trasformare una ritirata in una controffensiva vittoriosa.

Data la natura della situazione italiana e del suo svolgimento il partito, nella sua discussione, avrebbe dovuto affrontare i seguenti quesiti: quale era il massimo successo che il partito avrebbe potuto conseguire? L’opera del partito era stata tale da poter assicurare questo massimo successo? La Sinistra non poneva queste domande perché ad esse venisse data una data risposta. Non si trattava di questo ma di valutare quale grado di chiarezza nella coscienza collettiva del partito aveva lo studio della sua importante esperienza.

Dato al primo quesito una certa risposta, il secondo, quello sulla validità dell’opera del partito, andava diviso per ragioni cronologiche, in due.

Vi era stato infatti un primo periodo che culminava con lo sciopero generale nazionale dell’agosto 1922, in cui il partito comunista aveva seguito la tattica tracciata dai dirigenti che ne furono alla testa al congresso di Livorno: dell’indirizzo dato al partito dai congressi di Livorno e Roma fino all’agosto ’22 si chiedeva di trarre il bilancio. E un bilancio si doveva trarre anche all’indirizzo dato all’azione del partito, in applicazione delle decisioni dell’I.C., dalla fine del 1922 in poi.

La Sinistra riteneva che una seconda parte del dibattito avrebbe dovuto trarre dall’esperienza del partito indicazioni riguardo i problemi generali dell’indirizzo politico avvenire. Tale problema non poteva risolversi in ambito nazionale.

«Le conclusioni a cui i comunisti italiani si sentiranno di giungere sulla base delle loro esperienze locali, avranno bensì un’importanza grandissima in quanto si tratta di un periodo di lotta proletaria con caratteristiche oltremodo interessanti, e di un partito che si è conquistato sotto tutti i rapporti il diritto di far sentire il peso della sua opinione, ma non saranno da considerare che come un contributo alla discussione sull’indirizzo di tutta la Internazionale Comunista. Tale contributo è un diritto ed un dovere del partito, perché sulla base di tutto il quadro internazionale delle esperienze di lotta dei comunisti, la Internazionale tiene al suo o.d.g. anche per il suo imminente V congresso le questioni fondamentali del programma, della tattica, dell’organizzazione. La nostra discussione di partito deve giungere dunque a formulare delle conclusioni sui vasti problemi del movimento comunista mondiale, dividendole approssimativamente in questi tre punti: 1) Programma dottrinale e politico dell’Internazionale Comunista. 2) Tattica dell’I.C. 3) Organizzazione interna e metodi dell’I.C.» (Stato Operaio, 1 maggio 1924).

Solo sulla base di un insieme di risposte alle questioni indicate, ed in perfetta armonia con queste sarebbe stato possibile tracciare un concreto “programma di azione immediata” del PCd’I, dinanzi ai gravi problemi che la situazione gli presentava: dalla lotta antifascista, ai rapporti con le masse o con gli altri partiti di opposizione al fascismo o alla piattaforma proletaria, alla regolazione dei rapporti organizzativi tra i vari suoi organi e alla disciplina internazionale e nazionale.

Se l’imminenza della convocazione non permise di affrontare e svolgere questi argomenti, purtuttavia la Sinistra ebbe modo di puntualizzare le sue posizioni di sempre sia con un articolo su “L’indirizzo dell’Internazionale Comunista”, in Stato Operaio dell’8 maggio 1924, sia con lo “Schema di Tesi sull’indirizzo ed il Compito del PC in Italia”. In questi suoi scritti la Sinistra affermava che le Tesi sulla Tattica presentate al congresso di Roma dovevano ritenersi un progetto per la tattica di tutta l’Internazionale.

È noto che le Tesi non erano state approvate dagli organi centrali dell’I.C. e giudicate, tra l’altro, in contrasto con quelle del precedente III Congresso mondiale. Ma ciò non era esatto: il III Congresso aveva fatto la critica della cosiddetta “teoria dell’offensiva”, la quale sosteneva la valorizzazione della volontà e della iniziativa del partito nello scatenare una azione rivoluzionaria, dando una insufficiente importanza ai valori oggettivi della situazione e della influenza del partito sulla classe operaia. Il III Congresso aveva ribadito l’importanza di questi due fattori contro il semplicismo di coloro che immaginavano che, una volta costituitosi un partito comunista, questo potesse operare solo sul terreno della guerreggiata lotta di classe, posizione che trovavano consenziente la Sinistra italiana: sebbene le Tesi di Roma divergessero su alcuni punti da quelle del III Congresso, non sostenevano l’indirizzo semplicistico e facilone ora criticato, anzi avevano una opposta direzione.

Nelle Tesi di Roma si affermava che ogni situazione concreta doveva essere utilizzata per aumentare l’influenza del partito sulle masse, ma nella scelta dei mezzi e delle attitudini non si sarebbe dovuto perdere di vista il fine per cui si cercava una tale influenza: la favorevole preparazione al momento in cui si dovrà ingaggiare la lotta suprema per la presa del potere.

«Se la utilizzazione delle situazioni momentanee e locali ci facesse perdere di vista tale punto di arrivo, si tratterebbe di ricadere nella pratica disfattista degli opportunisti, e per la illusione del miglioramento immediato, della posizione politica dei nostri partiti e dei successi parziali, si renderebbero i partiti stessi e la classe lavoratrice inadatti ai più gravi compiti successivi. Più che la irruenza insurrezionale distingue la nostra attitudine tattica una “gelosia” ragionata della dottrina politica e della compagine organizzativa del partito comunista».

Le Tesi di Roma contrastavano con quelle che poi saranno le linee tattiche dell’I.C. Così per la questione del fronte unico, nella maniera in cui venne formulato ed applicato, in special modo in Germania. Il fronte unico inteso non solo e non tanto come parola d’ordine di azione comune di tutti i lavoratori aderenti a diversi partiti, ma come diplomazia ed eventuale alleanza con gli organi di altri partiti cosiddetti “proletari”. La Sinistra aveva sempre avvertito il pericolo che una tale tattica conducesse le masse a dimenticare la necessità della preparazione rivoluzionaria.

«Senza questa condizione, se anche la tattica del fronte unico giungesse a farci strappare alcuni lavoratori ai partiti in questione, diminuirebbe in grado maggiore la efficienza dello stesso nostro partito».

Questa critica della Sinistra, che lasciava intatta l’accettazione e l’applicazione del fronte unico sul terreno delle organizzazioni proletarie non politiche, venne allora accusata di sindacalismo. Nel 1924 la tattica del fronte unico, proprio in Germania, riceverà una critica feroce: l’I.C. stessa riconosceva che il fronte unico aveva valorizzato più che danneggiato i partiti opportunisti, paralizzando l’azione del partito contro di essi. Ma quello che l’I.C. non faceva era di riconoscere i motivi per cui il PC tedesco, che con l’Internazionale aveva agito in perfetto accordo, era caduto nell’opportunismo, e non poteva farlo perché non si trattava di un insuccesso della destra del KPD, ma dell’Internazionale stessa. Il partito deve lottare contro, e smascherare, la falsa concezione dell’unità ed insegnare agli operai a conseguire la formazione di un fronte comune del proletariato, «ma attraverso lo svuotamento dei partiti opportunisti e la squalifica dei loro organi e gruppi dirigenti». Ancora più evidente la cosa è per il governo operaio.

«Questa formula, infelice, equivoca e meritevole di inonorata sepoltura, subì opposte ed oscillanti interpretazioni. Nel giugno 1922 fu dettata al nostro partito come “sinonimo della dittatura del proletariato” e “mobilitazione rivoluzionaria degli operai per la conquista del potere". La aderenza al programma comunista era massima e non trovammo da ridire. Perplesso restò invece e contrario il rappresentante della minoranza italiana alla riunione di allora, compagno Graziadei, che giustamente intendeva per governo operaio una soluzione del problema politico e dello Stato che non fosse ancora la dittatura e la conquista rivoluzionaria del potere».

Ed infatti al IV Congresso trionfò la formula "Graziadei-Radek" sul governo operaio; ossia come conquista parlamentare e ministeriale del potere in accordo e con la partecipazione dei partiti comunisti assieme ad altri.

Il 1923 fu ad un tempo il becchino sia del fronte unico sia del governo operaio. L’Esecutivo dell’I.C. e Zinoviev dichiararono che la colpa delle sconfitte proletarie in Germania, ma non solo in Germania, era da attribuirsi a quei compagni che alla formula rivoluzionaria avevano dato una interpretazione parlamentaristica ed opportunistica.

Al V congresso la Sinistra sosterrà che «dell’insuccesso i comunisti tedeschi erano responsabili, ma insieme a tutti coloro che avevano approvata e deliberata la tattica “graziadeiana” del IV congresso la quale tattica aveva fatto fallimento non perché non la si fosse saputa applicare nel caso specifico, ma perché era una tattica errata costituente una deviazione dalla linea rivoluzionaria» (“La politica dell’Internazionale”, L’Unità, 15 ottobre 1925).

Questi errori di tattica dei partiti aderenti all’Internazionale erano legati ad altri più gravi di natura organizzativa. La Sinistra italiana fin dal II congresso del 1920, quando furono votate le 21 condizioni di ammissione

«insistette perché quelle deliberazioni fossero considerate transitorie e corrispondenti al periodo storico di formazione della nuova Internazionale. Quando questa avesse sistemato sufficientemente i suoi quadri fondamentali, la sua base statutaria per il proselitismo doveva restare l’adesione individuale alla sua unica sezione in ogni paese. Invece si è continuato a procedere per innesti di vario tipo di partiti e pezzi di partiti, mantenendo sul tappeto in quasi ogni paese la questione di aggregare al partito comunista intere frazioni che si andavano a costituire negli altri partiti operai».

Anche in questo caso l’Internazionale sopravvalutava un successo immediato credendo che fosse un vantaggio rivoluzionario portare via alle Internazionali opportuniste qualche altro spezzone di partito organizzato

«mentre sarebbe ancora desiderabile, forse, regalare ad esse altri nostri rifiuti. Non si intende una cosa essenziale: questo lavorio risolventesi tutto nel lasciare indefinito il confine della nostra organizzazione politica e la sua costituzione statutaria mondiale, impedisce che nelle nostre file si affermi come realtà storica quella compattezza organizzativa e rispondenza disciplinata che ci distingue teoricamente dalle organizzazioni opportuniste».

Era infatti divenuto normale che nei Congressi dell’I.C. si dibattesse di casi di indisciplina di intere sezioni e che quasi nessun partito funzionasse senza contrasti con il centro dell’I.C. In ogni congresso Zinoviev deplorava questo stato di fatto e si richiamava alla necessità che per divenire il vero partito comunista mondiale sarebbe stata necessaria la massima centralizzazione e disciplina. In questo la Sinistra, e possiamo dire solo la Sinistra, era completamente d’accordo, ma tale funzionamento avrebbe potuto realizzarsi solo quando ai continui rimproveri verso le organizzazioni periferiche, di un centro che per definizione si considerava infallibile, si fosse sostituita

«La discussione da parte della più alta assise della Internazionale sul modo di lavorare del centro, la critica di esso e la modifica di un indirizzo che l’anormalità organizzativa e disciplinare minaccia di trasformare in uno stato permanente. Anche qui per assicurare gli obiettivi che nei congressi si tenta vanamente di raggiungere con pazienti e lunghi negoziati, con impegni fatti firmare a dati capi politici, con risoluzioni lambiccate (e che il più delle volte si riducono ad una delusione anche materialmente, come per la mancata fusione italiana ed il non scongiurato voltafaccia dei gruppi opportunisti in tutti i paesi) si compromette il più vasto e degno scopo rivoluzionario del movimento, che non è tanto di pesare sulla bilancia pettegola della attualità e della cronaca, ma su quella dell’avvenire storico rivoluzionario».

Anche in Italia, come negli altri paesi, l’Internazionale puntava ora sulla carta della “sinistra”. Zinoviev verso la fine di aprile per mezzo di Terracini aveva mandato a dire ai centristi italiani di evitare ogni urto con la Sinistra.

Scriveva Terracini a Gramsci e Togliatti il 25 aprile 1924:

«[Zinoviev] intende al V congresso fare approvare anche la nomina di due vice presidenti dell’I.C., dato il sovraccarico di lavoro. Intende proporre a questi due posti le candidature di Bucharin e di Amadeo. Ciò mirerebbe a due scopi: sfruttare per l’Internazionale la sua energia di lavoro veramente ammirevole, e porlo a contatto con tutti i problemi del movimento mondiale in modo da distoglierlo dal suo modo di valutare tutte le questioni da un punto di vista esclusivamente italiano».

Zinoviev era certamente l’ultimo a credere che gli aderenti alla Sinistra italiana soffrissero di localismo. Semplicemente cercava di nascondere l’ennesimo tentativo diplomatico teso a sollecitare una presunta vanità e aspirazione di grandezza di uomini, che sempre si dimostrarono superiori a certe banalità, nella speranza di poterli addomesticare, una volta allontanati dall’Italia, e rendere così inoffensiva la Sinistra.

Noi dobbiamo certamente oggi la nostra esistenza anche alla capacità di spersonalizzazione dei dirigenti della Sinistra che seppero ridere di certi tentativi di adescamento allo stesso tempo che li combatterono rigorosamente come deviazioni che avrebbero portato l’Internazionale alle pratiche proprie della socialdemocrazia.

Altri sedicenti “sinistri”, o che riscoprivano improvvisamente la necessità della “svolta”, potevano essere entusiasti degli atteggiamenti presi dall’I.C., almeno per le cose tedesche; la Sinistra italiana, al contrario, considerava che tale facilità di variare atteggiamento corrispondesse proprio alla sostanza di quello che una seria sinistra dovrebbe combattere, ossia l’eclettismo. Ravvisammo nell’I.C. la tendenza ad evitare di codificare le norme tattiche ed organizzative del movimento.

«Si afferma che una volta stabilita la nostra dottrina politica generale e il nostro programma politico, si deve lasciare agli sviluppi molteplici delle situazioni il suggerirci gli atteggiamenti ed espedienti strategici e tattici, su cui non è il caso di elevare pregiudiziali per non legarci le mani (...) La critica a quello che noi chiediamo si fa dicendo che noi pretendiamo che si abbia una formuletta pronta per ogni possibile situazione e che questo è dottrinarismo antimarxista che non vuole imparare dalla realtà. In effetti l’indirizzo da noi sostenuto è il solo che tiene opportunamente conto che il marxismo è nato da una vasta comprensione della realtà ma che deve sboccare nel più spietato degli attacchi a questa realtà ma che deve sboccare nel più spietato degli attacchi a questa realtà: che deve conoscerla per sapere dove la si colpisce per demolirla ma non aggiogarsi a lei».

La Sinistra chiedeva inoltre che il V Congresso definisse la questione del programma.

     «Il prossimo congresso deve anche codificare il programma dell’Internazionale. La questione gli è rinviata dal precedente. È noto che in questo si urtano due criteri: quello di Bucharin, che voleva escluse dal programma le rivendicazioni del tipo Governo Operaio e simili, quello di Radek che voleva di tali rivendicazioni fare materia programmatica. In realtà questo secondo indirizzo ha il suo sapore di revisionismo comunista assai pericoloso. Il programma dell’Internazionale deve essere definito (secondo i più gloriosi documenti, in prima linea quelli estesi o ispirati da Lenin nei primi anni) in modo tale che la esclusione di deformazioni, le quali inficiassero, sotto la specie delle rivendicazioni “transitorie”, il nerbo della nostra ideologia politica, sia non solo caso occasionale o fatto in omaggio al momentaneo venticello di sinistra, ma definitiva e tale da assicurare contro ogni pericolo di attenuazione.
     «Un revisionismo programmatico nell’Internazionale potrebbe sussistere anche se la presente situazione e le condizioni di animo del grande partito tedesco gli suggerissero un prudente tempo di aspetto: è per questo che al V congresso si deve esigere una particolare decisione nell’eliminare i minimi appigli all’equivoco in materia di programma, oltre a porre le questioni di tattica con rigore.
     «La soluzione di questi problemi non deve essere vista, congresso per congresso, come un semplice punto di equilibrio da trovare per il momento tra le varie forze politiche della Internazionale, pretendendo poi di conciliare questo equilibrio stentato con la rigidità organizzativa e disciplinare. Ad esempio la questione delle frazioni non si risolverà che nell’avvicinarsi a quelle condizioni di normalità organizzativa di cui abbiamo parlato, e se invece da quelle ci si dovesse discostare, allora diventerebbe necessaria l’esistenza di una frazione Internazionale di opposizione a sinistra.
     «A nostro avviso tutta la consuetudine invalsa circa i criteri di lavoro nella Internazionale e nei suoi congressi deve essere radicalmente riveduta e messa all’unisono col nostro carattere di partito rivoluzionario, sottolineando quanto deve dividere questo da una banale diplomazia politica sul tipo di quelle statali. Solo così ci avvieremo a essere finalmente il vero partito comunista mondiale, la cui pratica corrisponda davvero alla magnificenza teorica con cui si erige l’edifizio del nostro programma e alla formidabile esperienza storica di cui disponiamo.
     «Nel prossimo congresso vi saranno molti “spunti” di sinistra, per l’esperienza recente e contingente di molti paesi e in specie in Germania. Ma il partito tedesco con la sua sinistra potrebbe essere spinto a contentarsi di concessioni transitorie dissimulando il vivo delle questioni. La sinistra del partito italiano, invece, per molte ragioni e per i suoi meriti, che potrebbero coincidere con quelli che passano per i suoi famosi errori, dovrebbe contribuire a un’impostazione più netta e aperta di tutte le questioni; guardando in faccia senza preoccupazioni filistee la minaccia di una revisione a destra del movimento comunista e battendosi contro di essa con la massima energia».

La posizione del gruppo di centro, alla direzione del partito, è ben sintetizzata in una lettera della Sinistra: in tutto il comportamento del gruppo dirigente del partito la Sinistra ravvisava «un metodo un po’ scettico e rilasciato e contingentista invalso nell’Internazionale [attribuibile] ad una pigrizia politica figlia del funzionarismo sistematico, tale da togliere ogni speranza di successo ad una nostra polemica più o meno di sinistra colla tattica presente. Si cade così in una sfera di attrazione da cui non si potrà più uscire e nel circolo di quelli che sono gli amanti a volta a volta conquistati dalla Maga che non si libereranno più dal suo influsso, pigramente vivendo alla sua corte» (Lettera a Scoccimarro del 5 maggio 1924).

I centristi, salvo alcune sfumature tese a lanciare quella passerella verso sinistra, secondo gli ordini di Zinoviev, aderivano in pieno alla nuova tattica dell’Internazionale e, come l’Internazionale, si sforzano di presentare questa tattica non frutto di una estemporanea svolta ma semplice e coerente continuità. È necessario, dicono, che il prossimo congresso internazionale precisi con maggiore esattezza e rigidità le condizioni dell’applicazione sia del Fronte Unico, sia del Governo Operaio e Contadino; che sgombri il campo dalla falsa interpretazione secondo da rinnegare la formazione dei partiti comunisti così come era avvenuta, accentuando la polemica contro i partiti socialisti, ala sinistra della borghesia. Se alcuni partiti comunisti, come quello di Germania, affermavano i centristi, avevano applicato in modo erroneo la tattica del Fronte Unico ciò non voleva dire che la tattica era sbagliata, ma solo che era stata applicata in modo scorretto. Per ovviare a questo pericolo, aggiungeva Togliatti, «chiederemo al V congresso che formuli le tesi direttive di tutti i partiti in modo esplicito e rigoroso, cosicché, se vi sono degli opportunisti in seno al Comintern, essi non possano ritenersi coperti dalla bandiera del fronte unico». Se colpa poteva essere attribuita all’Internazionale, continuavano i centristi, era solo quella di aver formulato tesi al IV Congresso «in modo da lasciare aperta la via ad interpretazioni opportunistiche del pensiero del Comintern su questo problema».

Questa però non era che una spiegazione del tutto partigiana, senza nessun riscontro con la verità. Infatti al IVCongresso era stato approvato il discorso di Graziadei sul governo operaio parlamentare, discorso che tra l’altro diceva:

«Noi non possiamo respingere il governo operaio solo perché esso potrebbe avere per qualche tempo una forma parlamentare. In Russia, dopo la rivoluzione di marzo, i comunisti hanno cercato di accrescere sempre la forza politica dei soviet nei quali erano ancora una minoranza, e pertanto non hanno abbandonato il parlamento nel quale era un governo socialdemocratico».

Accettando quella tesi, che travisava completamente la realtà, si rinunciava ad una caratteristica fondamentale dell’I.C.: quella di lottare per la dittatura del proletariato che significa insurrezione armata e distruzione violenta del regime borghese, mentre il governo operaio significava conquista parlamentare del potere. La dimostrazione lampante di ciò si trovò nel disgraziato esempio della disfatta tedesca, la responsabilità della quale deve essere imputata all’Internazionale che sempre appoggiò, approvò e additò l’azione dei compagni tedeschi come esempio da seguire.

Senza entrare nei dettagli dei documenti elaborati dal centro del partito per la Conferenza Nazionale di Como, nei quali le questioni del Fronte Unico e del Governo Operaio sono le parti essenziali, possiamo concludere con quanto fu commentato dalla Sinistra nei loro riguardi:

«Il gruppo di centro (...) si è proposto un compito nobilissimo: cercare una linea di equilibrio tra il nostro partito e l’Internazionale. Il concetto fondamentale della sua tesi può essere così espresso: noi siamo d’accordo con tutta l’attività del Comintern, meno per quella che riguarda la tattica fusionistica seguita in Italia. Si tratta però di una questione capitale, in quanto la linea in essa seguita dal Comintern è stata la conseguenza logica di tutta la sua tattica. A questa tattica nel suo complesso noi rivolgiamo le nostre critiche».

La Conferenza, anche se il luogo venne per ovvi motivi tenuto segreto, era stata abbastanza pubblicizzata. Il governo fascista aveva impartito precisi ordini ai Prefetti ed ai comandi di polizia di intercettare i “congiurati” per poter procedere ad una vasta retata. Uno dei più solleciti prefetti fu quello di Como che assicurava il Ministero dell’Interno che nella sua provincia non c’era traccia di movimenti sospetti. I componenti infatti arrivarono in un alberghetto-rifugio delle montagne comasche fingendo di essere la maestranza di una azienda in ferie per dono del padrone. Gramsci racconterà:

«Un convegno illegale di partito, tenuto come passeggiata turistica in montagna dei dipendenti di una azienda di Milano: tutto il giorno discussioni sulle tendenze, sulla tattica e durante il pasto, alla casa di rifugio piena di gitanti, discorsi fascisti, inni a Mussolini, commedia generale per non destare sospetti e non essere disturbati nelle riunioni tenute in bellissime vallette bianche di narcisi».

I risultati della conferenza sono ormai più che noti a tutti: su 9 membri della Centrale votarono: 1 per la Sinistra, 4 per il centro, 4 per la destra. Su 5 segretari interregionali (funzionari, ma dalle schiene diritte): 4 per la Sinistra, 1 per la destra. Su 44 segretari delle federazioni provinciali: 35 per la Sinistra, 4 per il centro, 5 per la destra. Il delegato della federazione giovanile votò per la Sinistra.

Il partito votò contro chi “pagava”. La Centrale “bolscevizzatrice” si fece battere perfino dalla destra, non riuscì nemmeno ad assicurarsi la maggioranza del Comitato Centrale.

Quando lo seppero non si sa se si arrabbiò di più Mussolini o Zinoviev.

 
 
 
 
 
 


Dall’Archivio della Sinistra
 
 

Premessa
 

La Sinistra non si oppose alla parola d’ordine del "Comitato Operaio", coniata dall’E.A. dell’Internazionale nel giugno 1922, quando fu presentata come "mobilitazione rivoluzionaria della classe operaia per il rovesciamento della dominazione borghese". Ammise, anzi, che «in certi casi può convenire di usare questa parola come sostituzione terminologica della dittatura del proletariato. In ogni caso – continuava la Sinistra – noi non ci opponiamo a ciò, salvo che non paia troppo opportunista questo bisogno di mascherare il nostro vero programma». (Il rappresentante della Sinistra al IV Congresso dell’I.C.).

Ma, come nel 1921 non aveva potuto tacere il pericolo che il Fronte Unico degenerasse in alleanza con la socialdemocrazia, se non si fosse tenuto entro ben precisi limiti, così riguardo al governo operaio si puntualizzava che se solo avesse potuto dare l’impressione che il problema dei rapporti tra proletariato e Stato potesse essere risolto in modo diverso dalla lotta armata e dalla dittatura del proletariato sarebbe stato senz’altro da respingere, «poiché esso, per il dubbio risultato di una popolarità immediata, compromette una condizione fondamentale della preparazione del proletariato e del partito ai compiti rivoluzionari». Le scelte tattiche si riflettono infatti sull’organizzazione interna del partito fino ad investire poi questioni di principio.

La storia della involuzione progressiva dell’I.C. va di pari passo con l’affannosa ricerca di espedienti tattici ed organizzativi eclettici, nella disperata illusione di raggiungere con essi in minor tempo e con meno dispendio di energie l’obiettivo della conquista rivoluzionaria del potere.

L’amaro insegnamento previsto dalla Sinistra italiana, è, al contrario, quello che esiste una sola via per ottenere l’obiettivo supremo, che deviando da quella non solo non si arriva prima al traguardo, ma si finisce per trovarsi al traguardo opposto.

«Non c’è azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria»: ciò significa che non esiste mezzo che possa essere separato dal fine, in caso contrario crolla tutta la nostra critica contro l’opportunismo gradualista e riformista. Non esiste strumento tattico che non debba essere dedotto dall’insieme delle tavole programmatiche, altrimenti cade la nostra pretesa di possedere, tramite la dialettica marxista, una visione globale e definitiva del processo storico e delle sue leggi naturali. Questo per chiarire che la Sinistra non intraprese la sua battaglia contro la degenerazione del movimento rivoluzionario internazionale dall’interno di una torre d’avorio per lo sterile scrupolo di purezza ideologica.

Quando si rompe l’anello che lega tra di loro i mezzi ed i fini, il presente e l’avvenire del movimento, la tattica e la strategia, crolla tutta l’impalcatura rivoluzionaria, si perde di vista l’obiettivo finale, viene meno la solidità dell’organizzazione interna, si travisa il patrimonio dottrinario, si annulla la capacità di influire sulle masse (nel senso per cui il partito è sorto).

Quando l’espedientismo tattico arrivò ad essere teorizzato, il revisionismo, da pericolo, si trasformò in realtà, in opportunismo poi e in controrivoluzione subito dopo.

Fu al IV Congresso del Comintern che la Sinistra denunciò il pericolo di un revisionismo comunista. «Non si tratta – affermammo – di escludere che tra le rivendicazioni del fronte unico figurino le questioni politiche quanto le questioni economiche, non si tratta già di escludere in linea di principio e non si sa per quale ’pruderie’ dei ’pourparler’ transitori anche coi peggiori capi opportunisti. Si tratta di non compromettere la preparazione dei più larghi strati possibili del proletariato alla situazione rivoluzionaria, nella quale l’azione si porterà sul terreno dei metodi propri del solo partito comunista, sotto pena della disfatta proletaria; e si tratta di conservare al nostro partito tutta la libertà di continuare durante lo sviluppo del fronte unico a costruire il proprio inquadramento delle forze proletarie in tutti i campi. La tattica del fronte unico non avrebbe senso senza quest’opera d’organizzazione delle masse nei movimenti che il partito crea intorno a sé nei sindacati, nelle fabbriche, ecc. Noi affermiamo che il pericolo che il fronte unico degeneri in un revisionismo comunista esiste, e che, per evitarlo, bisogna tenersi in questi limiti».

Al suo rientro in Russia nel 1917, Lenin aveva affermato: «Fondiamo coraggiosamente, onestamente, da proletari, alla Liebknecht, la Terza Internazionale, nemica irriducibile dei traditori socialsciovinisti e degli esitanti del ’centro’. In quanto all’unificazione dei socialdemocratici russi, non c’è neppure da parlarne... Val meglio restare in due come Liebknecht, perché ciò significa restare con il proletariato internazionale. Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti!» Il medesimo concetto è da sempre impresso nella bandiera della Sinistra italiana: "valore dell’isolamento" dall’opportunismo e dai partiti traditori deve essere considerato la sola forza suscettibile di raccogliere sotto le insegne del partito le grandi masse proletarie.

Non può non stupire la stridente contraddizione tra l’affermazione di Lenin sopra riportata con l’affannosa ricerca, in anni successivi al 1921 di ristabilire rapporti con gli altri partiti "proletari". L’allarme lanciato dalla Sinistra fin dal 1920, che volle rendere le condizioni di ammissione all’I.C. quanto più restrittive possibile, si rivelò profetico. Le stesse condizioni d’ammissione all’Internazionale furono considerate dalla Sinistra lacunose, le loro modalità di applicazione vennero inoltre attuate in maniera molto elastica sia in Germania, in Francia, sia in Italia permettendo al tatticismo, all’eclettismo e all’elettoralismo democratico di penetrare attraverso le sue maglie. Nel 1924 il processo degenerativo dell’Internazionale era completamente in atto. La Sinistra, al IV Congresso mondiale, lanciò l’appello perché l’Occidente proletario soccorresse il partito bolscevico per salvare la rivoluzione russa e l’Internazionale gravemente minacciate.

L’appello cadde nel vuoto.

I bolscevichi che reggevano sulle proprie spalle il peso della dittatura proletaria in un paese arretrato non ricevettero dai partiti occidentali quello ossigeno che la Sinistra sperava potesse giungere; giunse, al contrario, l’incoraggiamento opposto. Questo soprattutto dal partito comunista di Germania a cui i bolscevichi giustamente guardavano come alla sola forza che avrebbe potuto liberare la rivoluzione russa dall’isolamento.

Il 1923 in Germania presentò l’ultima possibilità rivoluzionaria a breve scadenza; si sarebbe potuto spezzare il cordone sanitario stretto attorno alla Russia sovietica e allo stesso tempo salvare l’Internazionale. Ma il partito comunista tedesco impantanato nella continua ricerca di alleanze, dentro e fuori la classe operaia, abbacinato dal miraggio della conquista democratica e legale del potere, non seppe far altro che assistere passivamente alla feroce e spietata repressione dell’eroico proletariato tedesco. Perduta questa importante scadenza con la storia, si pretese di poter rafforzare il movimento comunista mondiale bolscevizzando i partiti nazionali, come se le caratteristiche rivoluzionarie di un partito fossero frutto di modelli di struttura, anziché della correttezza dell’indirizzo politico e della elaborazione teorica. Autoritarismo burocratico e democrazia di tipo socialdemocratico si fusero, l’unanimità delle decisioni divenne il prodotto d’accomodamenti di tipo parlamentare e d’imposizioni vessatorie.

La giustezza delle direttive dipendeva ormai dall’organismo emanante, definite formalmente "leniniste" e "bolsceviche" quelle della Centrale.

Ma la bolscevizzazione imposta ai partiti comunisti come taumaturgico rimedio contro l’opportunismo non impedì che proprio il partito bolscevico passasse nel campo della controrivoluzione.

Non esistono, lo abbiamo sempre affermato, formule o modelli che possano scongiurare il pericolo opportunista. L’unica difesa contro l’opportunismo è data dalla fedeltà al programma comunista rivoluzionario ripudiando ogni suggestione di successo immediato conseguibile con abili manovre.

Al contrario tale programma fu rivoltato mille volte dalla Centrale internazionale condannando per cattiva la tattica che il giorno avanti era stata ritenuta infallibile e viceversa con un continuo e disorientante cambio di parole d’ordine, di formule politiche ed organizzative.

L’articolo, che riproduciamo qui di seguito, "La Politica dell’Internazionale", pubblicato nell’Unità del 15 ottobre 1925, è una lucidissima analisi del processo degenerativo dell’I.C. e un insostituibile contributo alla continuità della battaglia rivoluzionaria.
 
 
 
 

LA POLITICA DELL’INTERNAZIONALE
Da L’Unità del 15 ottobre 1925

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