Partito Comunista Internazionale Indice - numero precedente - successivo
"COMUNISMO" n. 89 - Novembre 2020 Anno XLII
Fantasia e realtà nell’annullamento del debito
Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra - La difesa delle manifestazioni proletarie: Per la rinascita del fronte unico sindacale - La buffonesca Marcia su Roma - Borghesi e socialdemocratici votano il governo fascista.
Il marxismo e la questione militare - (continua dal numero scorso - Indice del lavoro). In Russia - Dal marzo all’aprile 1917: Le Tesi di Aprile - L’opposizione alla guerra negli altri paesi.
– Ricapitolando sulla Questione Cinese: 3. La nascita del Partito Comunista di Cina [RG131] (III - continua dal numero scorso): L’avanzata della rivoluzione mondiale verso Oriente - Arretratezza del movimento operaio in Cina - Il movimento nazionalista rivoluzionario - Il Movimento del 4 Maggio: studenti e mezze classi - I primi gruppi comunisti - Il Partito Comunista di Cina non nacque dai circoli - Il primo Congresso del Partito Comunista di Cina - L’adesione del Partito.
L’India dalle origini allo Stato nazionale [RG119]: 2. - Struttura economica e sovrastrutture filosofico-religiose: Dalla tribù, alle classi, alle caste - Buddha e Mahavira - Il Regno di Magadha - La campagna indiana di Alessandro Magno - La prima unificazione dell’India - I secoli successivi - La centralità statale nel modo di produzione asiatico.
– Il lavoro del partito sulla teoria marxista delle crisi
Dall’Archivio della Sinistra:
       - Manifesto Del Partito Comunista di Cina, novembre 1920
       - Il Primo Programma del PCdC, luglio-agosto1921
       - Prima risoluzione sui compiti del Partito
       - Rapporto del gruppo comunista di Pechino, Zhang Guotao
       - Rapporto del Pc di Canton, Chen Gongbo
 

 

 


Fantasia e realtà nell’annullamento del debito

La debolezza intrinseca della artificiosa comunità di Stati denominata Unione Europea non potrebbe risaltare più efficacemente dal suo comportamento, come organo politico-finanziario, di come si sta mostrando in occasione della pandemia attuale, che si è sviluppata nella fase avanzata di una crisi finanziaria ed economica. Sono le crisi che evidenziano impietosamente la robustezza o la fragilità di ogni forma organizzata.

La UE era fin dall’inizio sottoposta a due tendenze divergenti, che si sono negli anni aggravate. Da un lato il bisogno di mantenere in piedi la moneta unica europea, con un mercato dominato dall’export tedesco, che da questa traeva giovamento per i tassi bassi fino a negativi dei titoli di Stato, che permettevano un comodo ricorso al finanziamento sul mercato; dall’altro le difficoltà di finanziamento del debito di una serie di Stati appartenenti alla Unione per i quali il ricorso al mercato costituiva un onere pesante. Questo differenziale di rendimento era un vantaggio “competitivo” per Germania e altri Stati ad essa legati, e un grave svantaggio per altri Stati del meridione d’Europa.

Negli anni questa situazione ha portato a veri e propri artifici politici e contabili, dal momento che per statuto, allora, la Banca Centrale Europea non poteva finanziare direttamente il deficit degli Stati membri, come avrebbe potuto fare invece una Banca Centrale nazionale. L’architettura normativa e la conseguente politica economica rendeva complessa e oggettivamente poco attraente la richiesta di prestiti e questa struttura era organizzata, come definito nelle tesi fondanti della BCE, per evitare il pericolo dell’inflazione, che allora si correlava strettamente al debito.

Questo apparato ideologico di controllo feroce che sovrastava le prerogative degli Stati sembrava fatto apposta per rendere sempre più complesso il ricorso al credito comunitario. La posizione allora imperante era quella del rigore ferreo sulla spesa pubblica, e l’affermazione di quella dottrina economica a malapena nascondeva il contrasto di fondo tra diversi interessi statali, pur se “l’ombrello comunitario” difendeva per altri versi la situazione finanziaria, sul lato monetario, di molti Stati mettendoli al riparo dalla speculazione sulla moneta, e quindi evitava situazione critiche su un altro fronte.

Era una delle tante insanabili contraddizioni della politica e della finanza capitalistica, dove nulla si dà per nulla.

Già nel 2012, otto anni fa, l’andamento dell’economia mondiale segnava un tratto deflazionario, ma agitare ancora lo spettro dell’inflazione era funzionale a tenere più stretti i cordoni del credito per una parte degli Stati dell’UE; la consapevolezza delle condizioni dell’economia non era ancora così precisa e per molti Stati non era accettabile l’emissione di credito da parte della BCE a favore degli Stati membri dell’Unione.

Le operazioni di contenimento e salvataggio però si sviluppavano essenzialmente sul piano finanziario: la BCE interveniva pesantemente sull’acquisto di obbligazioni per mantenere la stabilità dei tassi e difendere la moneta europea. Nel 2013 l’allora presidente della BCE se ne uscì con la famosa frase «Faremo qualunque cosa serva, nell’ambito del nostro mandato, per preservare l’euro e, credetemi, sarà abbastanza». L’aggressivo programma di allentamento, o alleggerimento, quantitativo permetteva la discesa dei tassi di interesse delle obbligazioni emesse dai paesi della UE, consentendo agli Stati emettitori programmi di rifinanziamento a lungo termine. Evidentemente con un notevole aggravio del suo bilancio, la BCE riusciva a mantenere la stabilità del sistema monetario europeo e a tamponare il crescente dislivello tra i rendimenti dei titoli di Stato. In questo modo la BCE era diventata il principale creditore di Stati, comunitari e no, e di grandi società private finanziarie, stabilizzando i tassi. La Germania non era certo stata favorita da questa manovra, ma con un minimo di svantaggio la situazione finanziaria poteva dirsi sotto controllo, sebbene non certo risolta.

Sull’altro versante, quello dell’intervento di sostegno alle finanze degli Stati comunitari, fu organizzato un altro meccanismo di linee di credito, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), che sostituiva i precedenti accordi per interventi di cessione di credito European Financial Stability Facility (FESF), che operava per importi contenuti e con debito che rimaneva in capo agli Stati richiedenti. Il MES è un’associazione sottoscritta nel 2012 dai 17 Stati dell’eurozona, dopo che la Germania ne aveva bloccato l’attuazione per una incompatibilità col suo ordinamento costituzionale: solo con una revisione dei vincoli che il trattato poneva questo ha potuto diventare operativo.

Il concetto che lo sottende è la mutualizzazione del debito contratto, con fondi che vanno in capo per quota parte a tutti gli Stati della Unione. La BCE, come detto, non entra direttamente nella “creazione” di denaro da prestare. Si pensava di intervenire a sostegno del debito di qualche Stato con l’emissione di un debito in capo alla associazione europea. Quello che era esplicitamente vietato dalla normativa costitutiva della UE, l’emissione di buoni del tesoro emessi dalla BCE, è stato demandato, con una scappatoia formale, a un soggetto distinto dalla Banca Centrale.

Lo scopo dell’associazione era, ed è tuttora, quello di intervenire con prestiti a tassi di poca entità per situazione di grave rischio finanziario degli Stati sottoscrittori, ove questi ne facessero richiesta. Il tutto però condizionato a vincoli sull’impiego del prestito e sulle politiche economiche. Al Fondo, secondo gli accordi del 2012, dovevano contribuire, secondo quota parte del Pil nazionale, gli Stati aderenti, per un capitale sottoscritto di 700 miliardi di euro, dei quali soltanto 80 versati mentre il resto doveva, se del caso, essere raccolto mediante emissione di obbligazioni sul mercato.

Evidentemente le obbligazioni societarie erano e sono considerate cosa differente dai buoni del tesoro. Però il concetto sotteso era quello di rendere difficile il ricorso a questo meccanismo e tutto sommato l’escamotage delle obbligazioni poteva sopire le preoccupazioni per il risorgere dell’inflazione in seguito all’esplodere del debito pubblico.

Alla faccia della solidarietà europea tra Stati membri, l’erogazione dei prestiti prevedeva, come prevede tutt’ora, la presentazione di un piano dettagliato di spesa da parte dello Stato richiedente e un controllo stringente da parte dell’ente erogante: i soldi erano disponibili a patto di avere voce in capitolo su come sarebbero stati spesi, con l’analisi da parte della Commissione Europea del fabbisogno finanziario.

Infine, su un tessuto già lacerato dalle varie crisi locali, nel quadro di una più grave crisi generale, gli effetti della pandemia sono piombati su produzioni e lavoro salariato; gli Stati si sono visti costretti ad aumentare il loro deficit per sostenere i rispettivi sistemi economici e produttivi e, anche se i differenziali dei tassi si erano abbastanza stabilizzati, il debito è ulteriormente cresciuto, con l’aggravante che il prodotto interno lordo è diminuito. I dati drammatici forniti dal FMI e dalla BCE relativamente alle produzioni e all’occupazione hanno evidenziato che non è solo a rischio la stabilità finanziaria di quello o questo Stato, ma dell’intera Unione, anche se la crisi e il deficitario rapporto debito/Pil non sono gli stessi per tutti i paesi UE.

Ma l’assenza di solidarietà dell’Unione ha continuato nello stesso modo del pre-pandemia, anche se formalmente sono state aperte nuove possibilità di linee di credito. Nella fase più acuta, la tendenza al si “salvi chi può” ha fatto premio sui possibili vantaggi della unione, di un mercato comunitario, di una finanza che veniva regolata centralmente da una banca centrale sovranazionale. Questo è il tratto distintivo dell’anarchia ed egoismo dei capitalismi nazionali, che giustamente, dal loro punto di vista, difendono sempre e comunque il loro ambito, a sprezzo di partner e soci.

Ma dopo sette anni, e non c’era modo di evitarlo, la crisi deflazionaria non si è arrestata, ripresentandosi ancora col duplice aspetto produttivo e finanziario, e il “qualunque cosa serva” ha mostrato i limiti intrinseci di un intervento sul solo piano finanziario.

Quindi assistiamo a una serie di iniziative, tutte informate allo stesso concetto, che dovrebbero aprire nuove fantomatiche possibilità di credito. In questa serie compaiono le Obbligazioni SURE, che nel presente ottobre sono state emesse fino a 100 miliardi di euro, per garantire agli investitori in questa tipologia, privati e fondi, un quadro di stabilità e sicurezza, e destinate a finanziare la protezione dei posti di lavoro, sempre con il vincolo del controllo della Commissione Europea che tali fondi siano “veramente” destinati a quello scopo. Notiamo che di questi fondi ne sono stati stanziati per ora 17 miliardi, a Spagna, Polonia e Italia, che ha avuto 10 miliardi, con i vincoli già detti, nel silenzio di stampa e politica. Francia, Germania, Austria e paesi del nord non l’hanno richiesto, visto che si finanziano a tassi più bassi di quelli del SURE.

Poi l’offerta del MES che, eliminando i vincoli di concessione, dovrebbe coprire le spese resesi necessarie; il termine “eliminando” va però preso con il beneficio d’inventario, perché le postille al piano di concessione esprimono ben altri indirizzi.

Infine ecco comparire un altro piano di interventi di credito, il Recovery Fund, Fondo di Recupero – la retorica della Commissione Europea lo ha chiamato Next Generation EU – che ha allargato disponibilità e condizioni di erogazione. Il meccanismo di finanziamento si basa anche in questo caso sull’emissione di titoli, i Recovery Bond, garantiti dalla Comunità Europea, per coprire una prima tranche di prestiti per 360 miliardi di euro e una seconda di 390 miliardi a fondo perduto. Le obbligazioni emesse dalla BCE sono offerte nei paesi dell’Unione ma il finanziamento sarà aperto a tutti gli altri paesi europei: poca differenza. Naturalmente i vincoli del controllo UE e la presentazione di un piano di investimenti sono sempre presenti.

Il tutto è ancora in discussione, l’emissione è prevista per il prossimo anno e, almeno per l’Italia, che pare non aspetti altro per finanziarsi, i piani di investimento per la richiesta sono ancora in alto mare, a livello di bozza.

Resta non chiaro cosa significherebbe per i titoli di Stato di Germania e per quelli degli Stati cosiddetti “frugali” la concorrenza di obbligazioni stimate dagli investitori “più sicure”; il che è poi una delle più forti ragioni per le quali è sempre stata rifiutata l’emissione di obbligazioni BCE.

Questo è il quadro della concorrenza spietata che affiora adesso, in tempo di duplice crisi, nella stramarcia Europa e relativa Unione, tentativo dei borghesi di fare fronte uniti alla concorrenza del resto del mondo, sotto l’egida della Germania.

È una situazione così traballante che si è udito un’alta responsabile europea parlare impunemente di una illimitata capacità di rendere disponibile moneta, alla stessa stregua delle dichiarazioni dei capi della FED americana: a suo dire, dal lato finanziario non sarebbe sorto alcun problema. Come se generare liquidità senza freno tenesse a bada la micidiale deflazione, segno esteriore della malattia mortale del capitalismo.

Parimenti, da più parti si comincia a sussurrare di cancellazione del debito, almeno quello prodotto dall’epidemia. Si favoleggia evidentemente di condonare tutto quanto nei bilanci della BCE, quando gli altri investitori mai e poi mai accetterebbero di vedere annullato il loro credito e perduti i loro investimenti. Una fantasia improponibile, ma che rende evidente il grado di disperazione che oramai pervade le autorità politiche e monetarie di tanti Stati.

In realtà, cancellare il debito degli Stati, sia pure quello attribuibile al Covid (concetto abbastanza difficile da mettere in pratica!), significa cancellare il credito che gli investitori vantano verso i debitori, e far quindi crollare il meccanismo, totalmente fiduciario, su cui si basa il sistema finanziario. La proposta, quella della cancellazione del debito, non ha senso sia pure nelle utopiche e ristrette condizioni di quello emesso per situazioni eccezionali (com’è la pandemia) e opposto alla natura stessa del sistema capitalistico e al suo funzionamento di fatto. Pure sembra una soluzione “geniale” ed è rimasticata da tutta una pletora di “sinistri” o anime belle e teorici del capitalismo senza sfruttamento, che sarebbe quello senza “finanza”.

In linea di massima il debito dei grandi Stati può essere cancellato solo da una crisi generale del capitalismo, che renda carta straccia ogni “pagherò”, ma porrà l’umanità dinanzi all’alternativa anche del presente secolo: una guerra generale con la quale i vincitori azzerino tutte le partite per poter poi riprendere un nuovo ciclo di accumulazione, o la rivoluzione comunista che non solo azzererà il debito ma il regime stesso del Capitale.  

 

 

 

 


Il PCd’I e la guerra civile in Italia negli anni del primo dopoguerra

(segue dal numero scorso)

Capitolo esposto nella riunione di Firenze nel settembre 2018


La relazione esposta alla precedente riunione terminava trattando dello sciopero dell’agosto 1922 indetto dall’Alleanza del Lavoro. Dopo aver descritto il tradimento e il sabotaggio consumato dai dirigenti sindacali, mettevamo in risalto gli aspetti positivi di quella vigorosa azione di classe, che praticamente coinvolse il proletariato italiano nella sua totalità ridandogli fiducia nella propria forza. Fiducia che, oltre alla entusiastica adesione allo sciopero, si espresse in duri scontri contro i poteri statali e i fascisti.

L’organizzazione militare comunista diede in quei drammatici giorni prova della sua efficienza trascinando nell’azione anche il proletariato inquadrato negli altri partiti, compresi i cattolici. Riprendiamo da qui il filo della trattazione.


La difesa delle manifestazioni proletarie

Nel rapporto del PCd’I del 6 agosto al Segretariato dell’Internazionale la direzione evidenziava: «Le masse sono a un punto di svolta; le lotte degli ultimi giorni le spingono a noi, giacché i socialisti portano tutta la responsabilità della cattiva conduzione del movimento, esse indicano la necessità di mettere in pratica le parole d’ordine dei comunisti [...] Gli ultimi avvenimenti hanno mostrato che il processo di crescita dell’influenza del nostro partito assume un andamento più rapido».

Tre giorni dopo, il 9 agosto, venivano date queste ulteriori informazioni sul risultato dello sciopero: «1 - Tradimento dei socialisti e degli organi dell’Alleanza del Lavoro che hanno sabotato l’ordine dello sciopero. 2 - Riuscita di quest’ultimo ben oltre le prime impressioni, e anche nei piccoli centri. 3 - Attitudine vigorosa dei comunisti, ovunque all’avanguardia della lotta». E continuava: «Come bilancio generale si può dire: successo “militare” del fascismo, che ha conquistato nuovi territori. Manifestazione di un grado di combattività proletaria considerevole. Indebolimento momentaneo del movimento proletario in generale. Miglioramento delle nostre posizioni nel movimento proletario. Disfatta schiacciante del partito socialista: collaborazionisti e serratiani. «Confermiamo che la nostra organizzazione è completamente intatta. Parecchi compagni hanno sacrificato la loro vita, ma in generale le perdite sono state più forti nella massa che nelle file dei nostri quadri».

Se i dirigenti dell’Alleanza del Lavoro non avessero avuto fin dall’inizio l’intenzione di sabotare lo sciopero da loro stessi indetto avrebbero dovuto sapere che uno sciopero generale nazionale di tale importanza inevitabilmente sarebbe sfociato in violenti scontri tra i lavoratori e le forze della reazione. Una seria preparazione avrebbe dovuto comportare una adeguata organizzazione militare di difesa.

Già in occasione del precedente 1° maggio si era posto il problema della difesa armata alle manifestazioni proletarie. Infatti «in molte località come Milano, Torino, Trieste, Bologna, Roma, ecc. ecc. le manifestazioni di popolo [erano] state proibite, in tal altre [erano] stati proibiti perfino i comizi, in tal altre ancora delle Amministrazioni comunali [furono] sciolte violando perfino ogni normale procedimento legale, perché nella “giornata del lavoro” avevano esposta la bandiera rossa» (“Il Lavoratore”, 3 maggio 1922). Oltre al divieto governativo, i fascisti avevano minacciato di usare la propria azione violenta per schiacciare ogni tipo di manifestazione proletaria.

A chi continua ad accusare il Partito Comunista di “chiusura settaria” noi ricordiamo che in risposta ai divieti governativi e alle minacce fasciste il PCd’I aveva diramato un manifesto in cui offriva a tutte le organizzazioni unite il suo apparato organizzativo di difesa nel caso si volesse pubblicamente dimostrare. «In merito alla proibizione da parte del Governo dei comizi pubblici, i nostri organismi sono invitati a proporre, pel tramite dei loro rappresentanti sindacali, che la manifestazione abbia luogo a ogni costo, ponendo a disposizione tutto l’attrezzamento di lotta del nostro partito» (“Il Comunista”, 26 aprile). Come era prevedibile, l’offerta fu quasi ovunque respinta.

A maggior ragione in occasione dello sciopero generale si sarebbe dovuto organizzare una struttura quantomeno difensiva. «Uno sciopero, un’azione generale proletaria, anche se non conduce alla rivoluzione, anche se è indetta con vedute molto più modeste della rivoluzione, non cessa di essere una fase della guerra civile e di comportare l’impiego della violenza armata. È bene che questo sia inteso dai nostri compagni per i primi: la preparazione di atti di guerriglia non vuol dire che si inizi la lotta per la rivoluzione finale, ma è una necessità dell’attuale periodo e dell’attuale carattere della lotta di classe permanente.

«Indubbiamente per il successo dello sciopero nazionale occorreva una tale preparazione. I comunisti l’avevano fatta, per la parte del proletariato che li segue, idealmente e materialmente: cosa avevano fatto gli altri? La risposta è facile: o disfattismo aperto o chiacchiere inutili [...] E d’altra parte il grado di preparazione esistente in pochi nuclei, e la combattività mostrata dalle masse avrebbe assicurata una vittoria, se la preparazione di “propaganda e di organizzazione” dello sciopero non fosse stata sabotata indegnamente.

«Tuttavia, pur sapendo con chi avevamo a che fare, noi offrimmo la intesa su questo terreno, e sorse un organo apposito. Questo passò il suo tempo in vane chiacchiere politicantistiche [...] Di tutto questo il nostro partito non disse e non poteva pubblicamente dir nulla alla vigilia della lotta [...] Malgrado tutti i coefficienti sfavorevoli gettammo nella lotta tutte le nostre forze, e affermiamo che si deve al nostro Partito se nella battaglia è stato salvato l’onore della bandiera proletaria e il mezzo per ricostruire, facendo tesoro delle sanguinose esperienze, le schiere del fronte unico rosso per le lotte di domani» (“Il Comunista”, 25 agosto).

Ma lasciamo la parola al rapporto del C.E. del PCd’I all’Internazionale: «La nostra Centrale, da Roma, fu in stretto contatto con l’ufficio militare e le nostre organizzazioni locali politiche e militari. Il partito fu mobilitato nel senso tecnico della parola: la Centrale mobilitò i suoi funzionari nelle sedi illegali, tutti gli altri erano a disposizione delle organizzazioni locali. Un bollettino della Centrale fu diffuso con tutti i mezzi possibili a Roma e nel resto d’Italia. La mobilitazione delle nostre forze ha avuto un successo completo, e la lotta non è riuscita da nessuna parte ad inceppare i gangli vitali del nostro ingranaggio [...]

«La borghesia fu colta di sorpresa dalla situazione creata dallo sciopero. La notizia data domenica dal “Lavoro” era stata smentita dai fogli borghesi: a Roma l’emozione fu enorme, lunedì sera quando “Il Comunista” uscì prima degli altri giornali proletari e la vendita ne fu quasi decuplicata. Venerdì la frazione parlamentare socialista aveva votato per la partecipazione al ministero, qualunque esso fosse; sabato Turati si era recato dal Re: tutta l’attenzione era concentrata sul ripiegamento dei socialisti verso le istituzioni costituzionali, quando lo sciopero è scoppiato. I collaborazionisti non potevano fare una sciocchezza più grossa. Le loro azioni nell’ambiente borghese e parlamentare sono crollate di colpo: in poche ore Facta ha formato un ministero qualsiasi, senza i socialisti, con la destra, con l’anziano prefetto di Torino, senatore Taddei – vale a dire un funzionario di polizia – agli affari interni. I fascisti hanno lanciato un ultimatum: se il governo non si decideva a spegnere il movimento in 48 ore lo avrebbero fatto loro al suo posto. Le 48 ore trascorsero senza grandi conflitti. Nelle sfere ufficiali si tentò in ogni modo di dimostrare il fallimento dello sciopero. Il terzo giorno lo sciopero prometteva di riuscire imponente, ma fu fermato dall’“Alleanza”.

«I fascisti scatenarono allora le loro rappresaglie. Non essendo più impegnati in tutto il paese, cosa che li aveva momentaneamente immobilizzati, potendosi concentrare servendosi dei treni in funzione, attaccarono le città dove lo sciopero aveva dato luogo a degli attacchi del proletariato contro le forze fasciste locali. La difesa delle masse operaie in questa seconda fase, cioè dopo la fine dello sciopero, è stata stupefacente. Milano, Bari, Ancona, Genova, Parma, ecc. sono state teatro di vere e proprie battaglie, alle quali i comunisti hanno validamente partecipato, mettendosi in evidenza agli occhi delle masse, che ne hanno tratto un’impressione di entusiasmo.

«Carattere pressoché generale di questa lotta: i fascisti concentrati nel centro della città vanno all’attacco dei quartieri operai: li si riceve sparando contro di essi dagli angoli delle strade, da ogni casa, talvolta dalle barricate e da improvvisate trincee. Le donne aiutano gli uomini, pietre e oggetti di ogni genere completano l’armamento insufficiente. I fascisti rinculano, chiedono rinforzi, entra in scena la forza pubblica con le mitragliatrici e le auto blindate, scaricando sulle case raffiche di proiettili: centinaia di uomini armati invadono le case arrestando tutti gli abitanti sospetti di essersi difesi. Quando i fascisti ritornano per distruggere, incendiare, devastare, la polizia che dovrebbe fermarli ha l’ordine di tirare... in aria e li lascia passare. In questo modo sono state prese Livorno e Ancona, non dai fascisti ma dalla forza pubblica. Milano, Bari, Parma, Genova hanno resistito o combattono ancora malgrado il successo di talune azioni fasciste. Il municipio di Milano è stato occupato nel medesimo tempo da un commissario del governo e dai fascisti, e D’Annunzio (senza alcuna sorpresa da parte dei comunisti italiani) ha preso la parola per inneggiare alla disfatta dei rossi [...]

«L’ “Avanti!” è stato incendiato, senza essere completamente distrutto. A Genova è stato occupato palazzo San Giorgio ove aveva sede il Consorzio delle cooperative portuarie [...]

«Malgrado tutto, il fascismo non è rimasto padrone delle grandi città. Ci sono state almeno altrettante vittime dalla loro parte che dalla nostra. Lo sciopero ha dimostrato che se tutto il proletariato è mobilitato il fascismo perde tutta la sua potenza, pur rimanendo un temibile avversario, e ha anche dimostrato che il proletariato è ben capace di combattere. Lo sciopero, a nostro avviso, segnerà un aumento della combattività proletaria. Il partito socialista ne esce a pezzi. Il collaborazionismo in rotta, i sindacati socialisti impotenti a mantenersi alla testa delle masse che avevano così bene risposto all’appello, i massimalisti annientati nel loro imbelle pacifismo e nella loro viltà.

«Il partito comunista, al contrario, che ha denunciato gli errori, che ha evitato di impegnarsi da solo in una lotta che avrebbe potuto distruggerlo in seguito alla ritirata dei socialisti, ma che ha dato con ardore l’ordine di combattere, e ha dimostrato di saper essere al suo posto tra le masse in lotta, guadagnerà molta influenza. Gli elementi estremisti e anche gli operai anarchici tendono ora ad avvicinarsi a noi, avendo compreso che noi siamo un autentico partito rivoluzionario, anche nel momento dell’azione.

«Ora, lentamente, ritorna la calma. Per quattro giorni, dopo la chiusura dello sciopero, il proletariato ha lottato contro le rappresaglie fasciste, riportando talvolta la vittoria. Il governo Facta con un manifesto al paese invoca la pace tra i partiti e le classi. Afferma di preparare eccezionali misure di polizia allo scopo di ristabilire il rispetto della legge: se queste misure saranno prese, ciò sarà contro di noi con l’appoggio dei fascisti, consultati in precedenza [...]

«Forse la reazione poliziesca e giudiziaria ci attaccherà: ma noi respingeremo anche quest’avversario che fino ad ora ha preferito agire in maniera indiretta, senza tuttavia risparmiarci i suoi colpi» (Roma, 6 agosto).

La struttura del partito non accusò eccessivi danni da parte della reazione. «Gli organi centrali sono intatti, gli organi locali hanno risentito in talune zone le conseguenze degli arresti, delle espulsioni, delle rappresaglie contro parecchi compagni, ma ora tutto, nell’ingranaggio della organizzazione del partito, è ritornato alla normalità» (Dal Rapporto all’Internazionale del 23 agosto).

Dalle colonne de “Il Sindacato Rosso” del 19 agosto il partito lanciava al proletariato un manifesto: «Il proletariato ha saputo combattere. Le vittorie militari del fascismo sarebbero state tramutate in sconfitte forse dappertutto, senza l’intervento contro i lavoratori delle armi ufficiali dello Stato. Il nostro partito ha dimostrato di avere una organizzazione adatta al combattimento, alla resistenza e alla offensiva mentre i nostri compagni hanno tutti compiuto tra le masse in lotta il proprio dovere, e meravigliose sono state le forze giovanili del nostro partito. Mandiamo il nostro saluto ai caduti proletari, comunisti e non comunisti, e promettiamo di raccoglierne l’esempio».

Malgrado nell’Alleanza del Lavoro noi avessimo trovato e denunciato tanti difetti e, come abbiamo visto, alcuni molto gravi, il PCd’I tentò con ogni mezzo il mantenimento in vita e lo sviluppo di questa organizzazione. Solo di lì avrebbe potuto passare la realizzazione del fronte unico proletario per la riconquista di un indirizzo di classe nei sindacati, epurati dalle dirigenze social-opportuniste e pseudo-rivoluzionarie; per la difesa delle condizioni di vita e la vita stessa del proletariato; per la conquista delle masse lavoratrici da parte del Partito Comunista.

Ma, se la tattica comunista faceva sempre maggiore breccia all’interno della classe lavoratrice, allo stesso tempo, e con sempre maggiore accanimento, era contrastata dalle dirigenze sindacali, pronte a spezzare il fronte unico pur di salvare il loro comando e la linea interclassista da loro imposta ai sindacati.

«Lo sciopero generale che dovrebbe cominciare alla mezzanotte di oggi – aveva scritto “Il Popolo d’Italia” – è miserabile e vile, perché deve servire non a riscattare la massa operaia dal fascismo [...] ma varare il cosidetto Ministero di sinistra» (riportato da: Tasca, “Nascita e Avvento del Fascismo”). Vi era più verità nelle affermazioni dei fascisti che in quelle dei bonzi sindacali.

Risultato fallito il piano di servirsi della pressione operaia per entrare al governo, i dirigenti sindacali, riformisti e sedicenti rivoluzionari, proclamarono che quella che era stata la loro sconfitta era la sconfitta del proletariato e la prova dell’impossibilità di lottare oltre contro il fascismo. Quando ancora non si erano spenti gli echi degli ultimi spari si misero a studiare una nuova “strategia” sindacale basata su un piano di intesa proprio con il fascismo mediante la fusione dei sindacati rossi con i sindacati cosiddetti “nazionali”, compresi quelli creati con la violenza dagli strumenti diretti del padronato, ispirandosi alla dannunziana Costituzione del Carnaro.

«Fallito, secondo il loro ottuso discernimento, l’esperimento del fronte unico delle organizzazioni proletarie classiste, la salvezza del proletariato doveva ricercarsi in un nuovo fronte unico comprendente indistintamente le multicolori organizzazioni italiane, dalla Confederazione Generale del Lavoro all’Unione Popolare, dai Sindacati economici fascisti alla Federazione Lavoratori del Mare: cemento di questa costruzione il patriottismo e l’idea “nazione”; nume tutelare: d’Annunzio» (“Il Comunista”, 10 settembre).

Il primo atto di questo ulteriore tradimento fu consumato dal Sindacato Ferrovieri. Il Comitato centrale di quel sindacato al quale, secondo la storiografia ufficiale, si dovrebbe il merito di aver fatto nascere l’Alleanza del Lavoro, ne deliberò per primo la fine.

Il “Sindacato Rosso” del 9 settembre scriveva: «I dirigenti del Sindacato Ferrovieri si sono aggiudicati il primo premio per aver buoni primi tagliato il traguardo al di là del quale tutti i nemici del proletariato erano nell’attesa ansiosa d’applaudire freneticamente i traditori. Ad una ruota sono arrivati gli illustri dirigenti dell’Unione Italiana del Lavoro. Terzi, ma buoni, i confederalisti. A tutta questa brava gente non è parso vero d’aver trovato il pretesto di rompere il fronte unico proletario. Avevano di mala voglia digerita l’Alleanza del Lavoro. La martellante opera comunista e la decisa volontà del proletariato italiano avevano obbligato i gialli di tutte le risme a creare l’organo direttivo della lotta antireazionaria». L’articolo così concludeva: «La loro quotidiana opera disfattista. La loro opera d’invigliacchimento deve finire. Non permetteremo che il proletariato sia condotto alla deriva per la incoscienza criminosa dei capi. Il fronte unico proletario e l’unità del proletariato in un organismo di battaglia sono le sole garanzie perché domani si possa vincere. Chi gesuiticamente è a ciò contrario dev’essere considerato come nemico. I social-collaborazionisti vadano pure fra le camicie nere. Vadano ad allearsi alla borghesia nel parlamento e fuori. Il loro posto è ormai fuori delle file proletarie».


Per la rinascita del fronte unico sindacale

La tenace attività dei comunisti per la ricostituzione del fronte unico sindacale e per un indirizzo nettamente di classe da imprimere alle organizzazioni sindacali viene con la massima evidenza chiarita dalle lunghe citazioni degli organi del partito che di seguito riportiamo:

«I comunisti sono per la più vasta base possibile della organizzazione professionale, perché sono convinti che da questa condizione non può che accelerarsi il sorgere, dalle singole lotte economiche, della azione politica e rivoluzionaria. Ma il sindacato deve restare aperto a tutti i lavoratori e libero da ogni influenza limitatrice e snaturatrice del potere centrale borghese e di partiti che non sono che la organizzazione politica degli interessi capitalistici. Il partito comunista seguita quindi a sostenere con tutte le sue forze la unità sindacale del proletariato italiano al di fuori di ogni influenza padronale e statale.

«Compagni lavoratori! Dinanzi alle esperienze dell’ultima lotta il partito comunista mantiene il suo atteggiamento per il fronte unico proletario e l’azione generale contro l’offensiva borghese, e invita ancora una volta ad un’azione comune tutte le forze organizzate del proletariato, anche rispondenti ad altre scuole politiche.

«Ma la organizzazione e la esplicazione della nuova lotta devono tener conto delle esperienze di quella che ora si è chiusa.

«L’Alleanza del Lavoro deve sopravvivere malgrado e contro quelli che l’hanno snaturata. Essa deve poggiarsi localmente sulle masse, con elezione diretta dei rappresentanti, con comitati locali proporzionali alle tendenze politiche, e con un organo supremo eletto da un Congresso nazionale dell’Alleanza, in modo rispondente alle necessità della azione.

«L’intesa di tutte le forze proletarie non deve avere per obiettivo l’assurdo di un Governo borghese che restituisca le libertà e i diritti proletari, ma l’affermazione della forza indipendente delle masse.

«Il proletariato deve prepararsi ad adoperare ancora l’arma della simultanea mobilitazione di tutte le sue forze, nell’affasciamento di tutte le vertenze che la offensiva borghese seguiterà implacabile a suscitare, sul campo delle lotte sindacali come nella quotidiana guerriglia con il fascismo. Il proletariato deve difendere le ragioni della sua vita, il salario, l’orario di lavoro, deve lottare contro la disoccupazione, deve difendere i suoi sindacati: o cadrà nella schiavitù peggiore” (“Il Comunista”, 13 agosto).

Il 10 settembre successivo “Il Comunista” usciva con il seguente titolo a tutta pagina: ”Occorre difendere la tradizione e la volontà classista dei sindacati rossi italiani - Il Comitato comunista sindacale e il Comitato comunista ferroviario propongono una riunione comune alle sinistre sindacali”. E il “Sindacato Rosso” del 16 settembre: “I Comunisti per il blocco delle sinistre sindacali contro i social-traditori”. Entrambi gli organi del Partito riportavano di seguito l’appello per la ricostituzione dei sindacati di classe che congiuntamente il Comitato esecutivo sindacale comunista e il Comitato centrale comunista ferrovieri avevano indirizzato: Al comitato sindacale terzinternazionalista; al Comitato sindacale massimalista; Al comitato della frazione sindacale della USI; All’Ufficio sindacale della Unione Anarchica Italiana; Al Comitato massimalista ferroviario.

Nell’appello, tra le altre cose, si può leggere: «Il pericolo che sovrasta in questo momento le organizzazioni di classe del proletariato non è solo quello della reazione statale e fascista che si prefigge di stroncarle con la violenza. Un’altra insidia si delinea sempre più, proveniente dai capi stessi di una parte del proletariato organizzato, che vorrebbero incanalare i sindacati su vie e verso metodi nei quali si snaturerebbe il loro carattere di classe [...] Si tende per tal modo al siluramento del fronte unico e della Alleanza del Lavoro, e a rendere impossibile ogni schieramento delle forze proletarie sul terreno della lotta diretta contro la reazione e contro il fascismo, con i quali mezzi si giungerà, in ultima analisi, a patteggiare, prima una resa vergognosa, poi una effettiva alleanza [...] Noi riteniamo che le varie tendenze sovversive militanti nel campo sindacale, restando nettamente distinte e serbando libertà di azione non solo per quello che è il loro programma politico, ma anche nelle loro particolari vedute su dati problemi di tattica sindacale, possano e debbano stringere tra di loro una intesa leale per la difesa di alcune posizioni comuni a quanti sono per la causa della lotta emancipatrice del proletariato» (“Il Comunista”, 10 settembre).

Venivano poi enunciati i punti sui quali si sarebbe dovuta ricostituire l’unità sindacale proponendo un convegno tra tutte le organizzazioni sindacali in indirizzo e di qualunque altra ne avesse sottoscritto il programma per la salvezza del fronte unico proletario contro la reazione borghese: «Le organizzazioni sindacali debbono essere indipendenti da ogni influenza dello Stato borghese e dei partiti della classe padronale, e la loro bandiera deve essere la emancipazione dei lavoratori dallo sfruttamento padronale».

I comunisti mettevano bene in evidenza che la loro iniziativa non aveva lo scopo di «costituire un fronte unico di sinistra, più ristretto, e tanto meno di creare le basi di una secessione delle forze di sinistra del movimento sindacale: si tratta di una leale intesa tra tutti quelli che sono senza riserve per la unità degli organi sindacali rossi, per la integrità del fronte unico come sorse nella Alleanza del Lavoro, riorganizzato in una costituzione meglio conforme ai suoi compiti e che ripari le disastrose deficienze constatate» (“Il Comunista”, 17 settembre).

Sebbene con distinguo e reticenze, tutti i comitati sindacali accettarono la proposta comunista giungendo alla convocazione di un convegno delle sinistre sindacali. L’appuntamento fu fissato per l’8 ottobre a Milano; tutte le organizzazioni a cui l’appello era diretto vi presero parte segnando così il successo della iniziativa comunista.

Il rappresentante del Comitato sindacale massimalista ripropose la pregiudiziale avanzata nella lettera di risposta all’invito comunista, ossia il reciproco impegno di cessare subito ogni polemica orale e scritta, sia in campo sindacale sia politico, pretendendo che tra i contraenti di un patto dovesse esistere un minimo di stima e rispetto reciproco. Era questa una pregiudiziale che non avrebbe potuto essere accettata dai comunisti. Il delegato comunista, Cilla, rispondeva che la richiesta massimalista non avrebbe potuto costituire una pregiudiziale per il semplice e logico motivo che la cessazione di ogni asprezza polemica e anche la cordialità di rapporti fra due correnti politiche o sindacali sono l’effetto – e non la causa – di una intesa leale sul terreno dei fatti. I massimalisti, dichiaratisi soddisfatti, ritirarono la pregiudiziale, cosicché il convegno poté entrare nel vivo della discussione.

Nella discussione tutti i delegati si trovarono concordi nella necessità di difendere il carattere classista dei sindacati, di ricostituire l’Alleanza del Lavoro su basi tali da impedire il verificarsi delle deficienze avute nel passato, unico modo per l’attuazione di quel fronte unico che, preparando la rinascita di tutte le forze proletarie, ne avrebbe cementato l’unione per la difesa e la riscossa contro l’offensiva borghese. All’unanimità furono approvati una mozione nettamente classista e un ordine del giorno (proposto dai compagni comunisti) che i lavoratori appartenenti alla sinistra sindacale avrebbero dovuto presentare e sostenere, come piattaforma comune, in tutte le assemblee sindacali. Mozione e ordine del giorno furono pubblicati ne “Il Sindacato Rosso” del 14 ottobre.


La buffonesca Marcia su Roma

Venti giorni dopo il reuccio chiamava Mussolini a formare il nuovo governo, con il sostanziale sostegno di tutto l’arco delle forze politiche ed economiche.

A questo punto ci sembra opportuno riportare un episodio ricavato da “Tecnica del colpo di Stato”, di Curzio Malaparte, il quale ricorda che il giorno precedente la cosiddetta Marcia i fascisti fiorentini erano in frenetica attività ed euforia. «Su ordine del quadrunviro Balbo, giunto all’improvviso a Firenze, una squadra di fascisti si recò alla “Nazione” [...] Introdotti presso il direttore del giornale, Aldo Borelli [...] quegli squadristi gli intimarono di lanciare immediatamente un’edizione straordinaria, con la notizia che il generale Cittadini, aiutante di campo del re, si era recato a Milano per entrare in trattative con Mussolini, e che in seguito a quel passo Mussolini aveva accettato di formare un nuovo ministero. La notizia era falsa, ma aveva parvenza di verità».

Contemporaneamente alla stazione di Firenze un gruppo di camicie nere fermava lo scrittore inglese Israel Zangwill intimandogli di esibire i documenti. Zangwill, che tra l’altro era membro dell’“Union of Democratic Control”, non solo si rifiutò di mostrare il passaporto a persone che, per quanto armate, non avevano nessuna autorità, ma cominciò a inveire contro i fascisti. Questi lo presero e lo portarono alla sede del fascio; il console Tamburini, che era anche il comandante delle camicie nere di Firenze, ma non sapeva una parola d’inglese, mandò a chiamare Malaparte perché gli facesse da interprete e, soprattutto, perché se lo portasse via. Malaparte lo prese in consegna e assieme passarono la giornata in quella Firenze che si apprestava a contribuire al successo della “rivoluzione fascista”. «”Quella di Mussolini – esclamava Zangwill – non è una rivoluzione è una commedia” [...] L’insurrezione non era che una messa in scena destinata a coprire il gioco della Monarchia [...] “Tutto procede in un ordine perfetto – esclamava – è una commedia, non può essere che una commedia”».

Malaparte, che non accettava questa degradante visione del movimento fascista, gli propose di passare assieme anche la nottata, gli avrebbe mostrato da vicino la macchina insurrezionale fascista. «Le camicie nere avevano occupato tutti i punti strategici della città e della provincia, vale a dire gli organi dell’organizzazione tecnica, le officine del gas, le centrali elettriche, la direzione delle poste, le centrali dei telefoni e dei telegrafi, i ponti, le stazioni ferroviarie [...] Centinaia di camion fascisti spargevano per tutta la Toscana le copie di quella edizione straordinaria della “Nazione”».

Continua Malaparte: «Verso mezzanotte mi recai all’Albergo Porta Rossa, dove mi aspettava Israel Zangwill, per mostragli da vicino da che cosa si poteva riconoscere che la rivoluzione fascista non era una commedia. Israel Zangwill mi accolse con un’aria molto soddisfatta: egli aveva nelle mani una copia dell’edizione straordinaria della “Nazione”, e “siete persuaso” mi disse, “che il Re era d’accordo con Mussolini? Siete convinto che una rivoluzione costituzionale non può essere che una messa in scena?”. Gli raccontai la cosa della notizia falsa [...] Israel Zangwill non poté nascondere un sorriso ironico: “Il Re” disse “è un meccanico molto abile: è grazie al Re se la vostra macchina può funzionare senza intoppi”».

Malaparte, poi, racconta gli itinerari della notte, assieme al suo ospite, in città e provincia per mostrargli da vicino lo svolgersi della “rivoluzione” fascista. All’alba giunsero a Prato. «Le vie di Prato erano affollate di operai che andavano al lavoro. Avevano un’aria indifferente, e camminavano in silenzio, senza neppur degnare di uno sguardo i manifesti del Quadrunvirato, incollati ai muri durante la notte. “Forse” dissi, “v’interesserà sapere che Gabriele D’Annunzio ha fatto i suoi studi classici qui a Prato, nel famoso Collegio Cicognini”. “In questo momento” mi rispose Israel Zangwill, “quel che m’interessa è di conoscere che parte hanno gli operai in questa rivoluzione. Il pericolo, per i fascisti, non è il Governo: è lo sciopero generale”».

Questo racconto è importante per almeno tre aspetti. Il primo è che era sufficiente un democratico inglese, scrittore di libri gialli, per accorgersi che la “rivoluzione fascista” altro non era che una commedia. Il secondo è la falsa edizione del giornale: quello che per Italo Balbo era un episodio di guerra psicologica, un falso (oggi diremmo una fake news) per ingannare il nemico, in effetti, sostanzialmente, era la pura verità; non sarà stato il generale Cittadini, o solo lui, a svolgere le trattative, ma di azione concordata si trattò. Ma il terzo aspetto è quello più importante ed è quanto detto dallo scrittore inglese: “Il pericolo per i fascisti non è il governo, è lo sciopero generale”. Ma questo argomento lo riprenderemo in seguito.

«Nell’esposizione di arte moderna italiana organizzata a Parigi nell’estate 1935 figurava un grande quadro in cui si poteva vedere Mussolini, a cavallo, alla testa delle legioni marcianti su Roma, un Mussolini che si getta nella mischia furibonda e sanguinosa» (A. Tasca, “Nascita e avvento del fascismo”). Noi cercheremo invece di raccontare con parole nostre l’epopea fascista.

Il 24 ottobre 1922 si ebbe la parata fascista di Napoli, da noi paragonata a un «qualsiasi coreografico corteo piedigrottesco».

A chiusura dell’adunata napoletana Mussolini si era rivolto ai fascisti convenuti con queste parole: «Principi, Triari, Camicie nere di Napoli e di tutta Italia. Oggi, senza colpo ferire, abbiamo conquistato l’anima vibrante di Napoli, l’anima ardente di tutto il Mezzogiorno d’Italia. La dimostrazione è fine a se stessa e non può tramutarsi in una battaglia. Ma io vi dico, con tutta la solennità che il momento impone, o ci daranno il governo o lo prenderemo con la forza. È necessario che l’azione, che dovrà essere simultanea e che dovrà in ogni parte d’Italia prendere alla gola la miserabile classe politica dominante, che voi riguadagnate sollecitamente le vostre sedi e vi dico e vi assicuro e vi giuro che se sarà necessario gli ordini verranno. E ora rompendo le righe, recatevi sotto le finestre del Corpo d’Armata a fare una dimostrazione di simpatia all’esercito. Viva l’Esercito!!» (“La Nazione”, 25 ottobre).

Al di là del tono roboante queste parole denunciano l’incertezza che regnava in Mussolini: le cose si potevano metter bene, come si sarebbero potute anche metter male. Il duce del fascismo ci tiene a tranquillizzare chi di dovere con il dire che «la dimostrazione è fine a se stessa»: scioglie l’adunata e ordina alle camicie nere di «riguadagnare sollecitamente le loro sedi», ossia di sgombrare immediatamente il campo, e, sgombrando il campo, fare atto di sottomissione [“dimostrazione di simpatia”] all’esercito.

Fu proprio Mussolini per primo ad abbandonare Napoli alla chetichella, all’insaputa anche dei suoi stretti collaboratori. Più che a Napoli si sentiva sicuro a Milano, a due passi dalla Svizzera.

Su come si atteggiò la stampa nei giorni immediatamente successivi, di mobilitazione per la Marcia su Roma, prendiamo ad esempio “La Nazione”, quotidiano fiorentino fondato dal cattolico e liberale Bettino Ricasoli, che usciva con i seguenti titoli: 27 ottobre: “Ordine preciso: tenersi pronti”. 28 ottobre, edizione della sera: “La grandiosa preparazione fascista - Febbrile movimento a Firenze - Mussolini chiamato a Roma». 29 ottobre: “Il successo politico della marcia su Roma - Il Governo proclama lo stato d’assedio ma il Re rifiuta di firmarlo”. “I fascisti in vigile attesa mantengono l’occupazione di Firenze”. Edizione della sera: “La marcia su Roma prosegue con regolarità perfetta”. “40.000 fascisti concentrati presso Roma - I toscani sono alla testa”. 31 ottobre: “Mussolini compone in un giorno il nuovo Ministero - Il suo arrivo trionfale a Roma - Entrata delle camicie nere - Una giornata storica”. “Firenze solennizza con una grande manifestazione la vittoria delle forze nazionali - La liberazione di tutti i detenuti fascisti dal carcere delle Murate”. Edizione della sera: “La grande vittoria fascista - Mussolini incaricato di comporre il Ministero - La 2a Legione fiorentina invia un Alalà da Roma riconsacrata”. “Roma 30: Le camicie nere entrano a Roma - Gli squadristi toscani con alla testa il gen. Fara sono entrati stamane in Roma, sciogliendo il voto nazionale”. 1° novembre: “Centomila camicie nere riconsacrano Roma all’Italia”. “La più bella gioventù d’Italia sfila dinanzi al Re e a Mussolini”. Nell’edizione della sera: “Primo giorno completamente italiano con un vero governo italiano”.

Intanto la notte tra il 27 e il 28 ottobre a Milano, Mussolini, barricato presso la redazione del “Popolo d’Italia” e pronto a darsi alla fuga, inviava Aldo Finzi e Cesare Rossi alle redazioni dei quotidiani milanesi chiedendo un atteggiamento di massima comprensione circa i fini che i fascisti si proponevano. Dopo la visita al “Corriere della Sera” e al “Secolo” i due inviati si recarono pure all’“Avanti!”. E qui lasciamo la parola a Cesare Rossi: «All’Avanti! Pietro Nenni [...] ci ricevette cordialmente in una grande stanza le cui pareti portavano ancora le tracce di un assalto fascista condotto nell’agosto precedente [...] All’invito perché il giornale socialista mantenesse un contegno di neutralità, Nenni rispose che quanto si preparava a fare il fascismo era cosa che riguardava soprattutto lo Stato liberale e non il proletariato e il partito socialista. A prova ci lesse un suo breve commento ispirato a quel concetto. Ci lasciammo con la stessa cordialità con cui ci eravamo salutati all’arrivo. L’Avanti! e il Secolo uscirono con commenti e notizie obbiettive, secondo promessa» (Cesare Rossi, “Mussolini com’era”). Da parte sua Pietro Nenni, nelle sue “Pagine di Diario” (edite nel 1947) affermava: «Il colloquio fu breve e secco giacché poco avevamo da dirci».

Comunque si sia svolto il colloquio il fatto è che all’“Avanti!” Nenni riceveva la delegazione fascista, la quale delegazione il giorno successivo si ritenne soddisfatta del commento del quotidiano socialista. L’ “Avanti!” infatti era uscito con questo titolo: «Prodromi del conflitto fra lo Stato e il fascismo», e nell’articolo si possono leggere frasi di questo tenore: «Il grido di “Roma o morte” [...] suona minaccia aperta a quei gruppi che avevano sperato di mantenere il fascismo entro i limiti del puro antisocialismo. [...] Essi sono oggi travolti nella lotta e rischiano di perirvi col patrimonio delle loro ideologie e della loro tradizione. Senza dubbio – ci capita in questo d’essere d’accordo coi fascisti – la vecchia classe dirigente ha perduto ogni autorità e ogni credito [...] Molte delle simpatie che gravitano ora sul fascismo, e gravitavano due anni fa sul socialismo, non hanno altra spiegazione che l’istintivo desiderio di vedere una nuova classe politica ripulire le stalle d’Augia della capitale».

Torna perfettamente quanto riportato da Cesare Rossi, ossia che per Nenni e il PSI lo scontro in atto era tra Stato e fascismo, cosa che non riguardava il proletariato.

Ma vediamo come si svolse, nei fatti, quel presunto conflitto tra Stato e fascismo.

Sorvoleremo di proposito sugli ignobili intrighi compiuti in quei giorni, tra strette di mano e pugnalate alla schiena, da Giolitti, Nitti, Salandra, D’Annunzio, Mussolini, Turati, Giardino e compagnia in vista della partecipazione al nuovo governo che avrebbe sostituito Facta, prossimo alle dimissioni.

De Bono, De Vecchi e Balbo, i tre “comandanti generali” delle forze fasciste già il 18 ottobre si erano riuniti a Bordighera per mettere a punto i piani tattici della “marcia su Roma”. Secondo questo piano strategico, a Perugia si sarebbe installato il comando delle operazioni sotto la direzione del “quadrunvirato”. Tre sarebbero stati i concentramenti delle milizie fasciste pronte a balzare sulla capitale: Santa Marinella, presso Civitavecchia; Monterotondo, presso Mentana; Valmontone, presso Tivoli. Inoltre, un quarto concentramento, costituente la riserva, si sarebbe concentrato a Foligno.

A Bordighera i tre comandanti ricevevano l’invito a cena di Margherita, regina madre. Nel suo diario De Bono scrive: “L’Augusta Donna è più fascista di noi”.

Secondo il piano la presa del potere avrebbe seguito questa successione: - 26 ottobre: alla mezzanotte le gerarchie politiche del partito rimettono i loro poteri al “quadrunvirato” militare (Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi, Italo Balbo e Michele Bianchi) - 27 ottobre: mobilitazione generale di tutte le milizie - 28 ottobre: scatto sugli obiettivi parziali costituiti da prefetture e questure, stazioni ferroviarie, poste e telegrafi, stazioni radio, giornali e circoli antifascisti, camere del lavoro. Nella stessa mattina, proclama del quadrunvirato da Perugia, ultimatum al governo Facta per la cessione dei poteri; scatto sincrono delle tre colonne sulla capitale, entrata in Roma e presa di possesso dei Ministeri. In caso di sconfitta: ripiegamento verso Nord con protezione della riserva ammassata a Foligno; costituzione di un governo fascista in una città del Centro Italia; rapida calata delle camicie nere della Valle Padana, ripresa della lotta fino alla definitiva vittoria.

Intanto Mussolini, rimettendo tutti i poteri al quadrunvirato, si era sganciato da ogni responsabilità diretta dell’avventura e guadagnava Milano, a 800 chilometri da Roma ma molto più vicino alla frontiera.

In effetti le cose sembravano mettersi non troppo bene per i fascisti. In un documento interno del PCd’I del 29 ottobre si legge: «Gruppi capitalistici industriali dell’Alta Italia ebbero la sensazione che l’avvento del fascismo al potere avrebbe provocato una catastrofe economica dello Stato; infatti le notizie degli avvenimenti in uno con abili manovre di speculatori di borsa avevano provocato nello spazio di poche ore la caduta della lira nei confronti della sterlina di oltre 10 punti. Il “Corriere della Sera”, organo dei grandi organismi finanziari del settentrione accentuò la sua campagna di recente data contro la tattica fascista [...] Inoltre l‘enunciato programma di politica estera minacciante una serie di avventure ad occidente e a oriente aveva provocato un allarme spiegabilissimo in molti ambienti».

Intanto a Roma il giorno 27 Facta convoca d’urgenza il consiglio dei ministri che, preso atto della gravità della situazione... rassegna le dimissioni. Poi, per dimostrare che non si scherza, proclama e dirama un fasullissimo stato d’assedio nel quale dichiara che «esso, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a qualunque costo l’ordine pubblico.» Dopodiché il presidente del consiglio dimissionario telefona sia al re sia a Mussolini chiedendo loro di venire immediatamente a Roma. Vittorio Emanuele parte da San Rossore e arriva nella capitale alle 8 di sera; Mussolini si guarda bene dal muoversi da Milano. Facta incontra il re e gli comunica le dimissioni del governo. Alla mezzanotte tutti i poteri passano alle autorità militari e Facta può andarsene tranquillamente a dormire. È passata la mezzanotte quando gli onorevoli Giuseppe Beneduce e Aldo Rossini lo vanno a svegliare sollecitandolo a fare qualcosa. Ricorda Rossini: «Facta chiamò il suo Capo gabinetto con il telefono riservato, ma nessuno rispose. Al che io dissi: “ma è impossibile che tu, presidente del consiglio, non trovi nessuno...”. E lui: “Eh, insomma, alle 11 mi hanno chiesto il permesso di andare a dormire, perché tanto c’è la crisi, siamo dimissionari, e io ho detto che andassero, che ci saremmo visti domani mattina”. Questa è l’immagine dello Stato italiano in quel momento» (in: Sergio Zavoli, Nascita di una dittatura).

Se Facta dorme però l’esercito veglia e, nella notte tra il 27 e il 28, a Roma occupa tutti i punti strategici, vengono posti sbarramenti, cavalli di frisia e massicci schieramenti di autoblinde e mitragliatrici. Delle principali linee ferroviarie che collegano Roma con il Nord vengono fatti saltare i binari per alcune decine di metri e in molte località avvengono i primi urti tra esercito e fascisti.

Alle 9 del mattino del giorno 28 Facta si reca di nuovo dal re per fargli firmare quell’apocrifo decreto di stato d’assedio già diramato a tutto il paese. Vittorio Emanuele tergiversa e prende tempo. Intanto viene nuovamente telefonato a Mussolini perché venga a Roma; Mussolini resta a Milano dove i fascisti costruivano barricate attorno alla sede del fascio. Infatti c’era poco da stare tranquilli, la sede del fascio di Roma era stata occupata dalla guardia regia e quella di Milano veniva accerchiata.

Alle 10,30 Facta torna ancora una volta dal re, con il solito decreto per la solita firma, ma il re non firma. Secondo alcune testimonianze sarebbe stato lo stesso Facta a sconsigliare Vittorio Emanuele dal firmare il decreto di legge marziale eccependo la mancanza di autorità di un Gabinetto dimissionario. Alle ore 11,30 l’agenzia Stefani è autorizzata ad annunciare che il provvedimento di stato d’assedio non ha più corso. Alle 12,15 i giornali ricevono il comunicato della Stefani.

A Roma, «non appena queste notizie si diffusero la situazione politica generale perse ogni equilibrio [...] Mentre al mattino veniva affisso il proclama del governo annunziante la lotta contro i ribelli e quello del comando della Divisione Militare decretante le disposizioni limitatrici, al pomeriggio questi manifesti venivano lacerati dalle squadre fasciste senza che da parte delle autorità si facesse comunque opposizione. Mentre al mattino neppure un fascista circolava per le vie, nel pomeriggio intere squadre in divisa e armate sfilavano per le vie principali senza trovare resistenza da parte della forza pubblica disseminata ovunque» (Relazione del PCd’I del 29 ottobre).

Intanto il re inizia una serie di frenetiche consultazioni per la formazione del nuovo governo senza però trovare una soluzione. Non si trova un cane che voglia assumersi l’incarico di formare il nuovo governo. L’ultimo consultato, Salandra, si riserva di dare una risposta entro il giorno successivo (domenica 29); si reca al Quirinale e declina l’incarico. Il re prega De Vecchi, quadrunviro del fascismo, di telefonare a Mussolini perché venga a Roma. Mussolini non si fida delle parole, dice che non lascerà Milano fino a che non avrà ricevuto un telegramma del re.

Torniamo ora alle manovre militari delle milizie fasciste in marcia verso Roma.

A Perugia, dove avrebbe dovuto risiedere il quadrunvirato militare, i fascisti si recano dal prefetto chiedendogli il permesso di occupare la prefettura, la questura, le poste, la stazione ferroviaria etc., etc. Permesso accordato. Tutto si svolge nella notte nel massimo silenzio e i cittadini seppero dell’avvenimento a “rivoluzione” compiuta, dal proclama affisso sui muri. La stessa recita, con solo piccole varianti, si svolse in tutte le altre città italiane. Le autorità locali si attenevano ai vecchi ordini impartiti, ossia di favorire in ogni modo l’attività fascista

Intanto all’Hotel Brufani di Perugia, quartier generale militare fascista, il quadrunvirato latitava. Nel pomeriggio del 27 Balbo corre a Firenze per trattenere i fascisti toscani che hanno anticipato il movimento. De Vecchi ha lasciato Perugia per la capitale dove, con politici ed esercito, trama per impedire, o quanto meno far fallire, la Marcia. Bianchi corre a Roma nel tentativo di riportarlo al “quartier generale”, ma De Vecchi non si fa trovare. Ripartendo per Perugia gli lascia una lettera in albergo. Il 28 anche Balbo parte per Roma senza riuscire a capire quello che succede: «Lo stato d’assedio c’è o non c’è? – si chiede nel suo diario – lo si è annunciato e poi smentito. Ma i preparativi militari che si svolgono al Comando della Divisione di Roma, ci dicono che praticamente è in atto». Il fatto è che, anche dopo la revoca dello stato d’assedio, i poteri sono comunque rimasti in mano alle autorità militari.

Ma i tre concentramenti di camicie nere che, al mattino del 28, “con scatto sincrono”, avrebbero dovuto marciare su Roma che fine hanno fatto?

– Civitavecchia/Santa Marinella. Il comandante della colonna, marchese Dino Perrone Compagni arriva solo a mezzogiorno dove già sono ad attenderlo le squadre fasciste di Pisa, Lucca, Livorno. Mancano quelle di Carrara che arriveranno il giorno dopo. In questo paesino niente è stato preparato per acquartierare le truppe e piove a dirotto. I treni per Roma non possono partire perché la ferrovia è interrotta. Non c’è altro da fare che aspettare che spiova! Alle 9 di sera di domenica 29 Perrone Compagni, tramite un motociclista, invia il suo rapporto al comando di Perugia: «A tutt’ora sono presenti in Santa Marinella 6.143 camicie nere così dislocate: in Santa Marinella n. 2.413, a Civitavecchia (stazione) n. 3.730. La forza presente è divisa a cagione dell’orribile tempo e dell’impossibilità di ricoverare persone in più a Santa Marinella [...] Mancano acqua, viveri, denari [...] Impossibile il collegamento con cotesto Superiore Comando».

– Monterotondo/Mentana. Nella notte tra il 27 e il 28 sono arrivati, con i mezzi più disparati (e disperati) circa 2.000 fascisti del Lazio superiore. A piedi, in bicicletta, in calesse, alcuni in automobile, altri in camion. Le colonne provenienti in treno dal Nord si devono fermare al Orte a causa dei binari saltati. I fascisti senesi, utilizzando un’altra linea, riescono a raggiungere Monterotondo verso mezzogiorno. Nella giornata arrivano anche 500 squadristi da Orvieto, 200 dalla Sabina e la prima legione fiorentina con 2.000 uomini. Il luogotenente Iglioli non sa dove alloggiare e come sfamare questo piccolo esercito che cresce rapidamente, inoltre devono ancora arrivare altri contingenti toscani e bolognesi, bloccati a Orte che attendono il ripristino della ferrovia. Anche qui nessun collegamento con il Comando di Perugia. La pioggia e la mancanza di viveri e ripari portano tutti all’esasperazione. Iglioli manda a dire a Tivoli che data la situazione, «vista l’impossibilità di trattenersi a Monterotondo», partirà per Roma chiedendo a Bottai di fare altrettanto.

– Tivoli/Valmontone. Già dalla mattina del 28 vi sono presenti 8.000 fascisti degli Abruzzi e della Sabina, agli ordini di Giuseppe Bottai. Ma anche qui c’è lo stesso problema, mancano i viveri perché il treno che doveva portare il vettovagliamento è bloccato a Orte. Bottai risponde a Iglioli che entrare in Roma potrebbe compromettere l’esito di trattative politiche in corso. Entreranno in Roma solo dopo l’ordine dato dallo stesso Mussolini, come capo del governo.

Ricapitolando: la sera del 29 la colonna Perrone Compagni non aveva nessun progetto di partire; la colonna Iglioli, date le condizioni pietose, voleva assolutamente partire; la colonna Bottai, l’unico ad essere informato della situazione, attendeva che fosse Mussolini ad aprirgli le porte in qualità di capo del Governo. Le tre colonne di questa armata Brancaleone, oltre a non avere nessun collegamento con il “Comando Supremo”, non ne avevano nemmeno tra di loro.

Ricevuto il telegramma di convocazione del re, Mussolini la sera del 29 finalmente parte in vagone letto e arriva a Roma, precedendo quella “marcia” che non c’è mai stata! I fascisti arriveranno a Roma chiamati da lui, già nominato capo del governo.

A quel punto treni speciali sono fatti partire dalla capitale per andare a raccogliere quei disgraziati che da tre giorni, affamati vagano nelle campagne, non marciavano, marcivano sotto la pioggia. Lo stesso reuccio aveva dato ordine al ministero della Guerra di spedire, soprattutto a Santa Marinella e a Monterotondo, numerosi autocarri militari con provviste in modo da distribuire ai fascisti un minimo di rancio caldo.

La grande sfilata, la Marcia, per le vie di Roma avverrà il pomeriggio del 31 ottobre. I fascisti furono calorosamente accolti dai proletari, a fucilate, almeno nel quartiere di San Lorenzo.

Così Italo Balbo, negli anni successivi, sintetizzerà l’avvenuta Marcia su Roma: «Il Duce chiama i quadrunviri ad organizzarla e dirigerla. Capo e gregari sono al loro posto di combattimento. Il formidabile esercito delle camicie nere si muove. È una massa compatta, un organismo perfetto, un’armata che non conosce disarmonie e ostacoli» (“Gerarchia”, febbraio 1930). Un tantino diversa era stata la descrizione data dal giornalista spagnolo Rafael Sanchez Mazas, corrispondente di “ABC”: «L’armamento e le vesti erano di una varietà infinita [...] Nelle mani avevano fucili, moschetti, bastoni e staffili, corte mazze, doppiette da caccia e carabine [...] Alla cintura portavano pugnali, pistole e falcetti e arnesi agricoli» (in L. Vicentini, Il governo fascista giudicato fuori d’Italia).

A Benito Mussolini, chiamato dal re a formare il nuovo governo e arrivato a Roma in vagone letto, questo esercito di cenciosi sbandati e affamati recava solo fastidio e fece quindi in modo di liberarsene il prima possibile, tant’è che il comando delle squadre d’azione romano, il 30 ottobre, diramò questo ordine di servizio: «Ogni conflitto non è soltanto inutile ma dannoso al Fascismo. Si ordina perciò nel modo più categorico a tutte le camicie nere calma assoluta, ordine e disciplina. Ogni azione individuale, ogni iniziativa personale è assolutamente proibita. Siccome l’on. Mussolini ha avuto l’incarico ufficiale di comporre il Ministero si deve considerare che egli fino da ora è il responsabile dello Stato, dei Ministeri, del Parlamento. Qualunque atto contro gli istituti governativi è una ribellione contro Mussolini».

Prima di essere rispedite a casa le camicie nere, alle quali era mancata la conquista militare di Roma, dovettero accontentarsi di una parata per le vie della capitale.

Questo è quanto lo squadrista fiorentino, Mario Piazzesi, annotava nel suo diario: «Alla tensione nervosa era subentrata una tremenda stanchezza che non ci faceva neppure assaporare il sapore della vittoria. Già come truppe vittoriose ci trattavano da cani, proprio da cani; niente da mangiare, ognuno si dovette arrangiare come poté, poi ci incolonnarono da Piazza del Popolo giù per il Corso e con la scusa della sfilata ci fecero mangiare altri chilometri naturalmente a piedi che dal bruciore non si agguantavano più [...] Su balcone del Quirinale il Re, tra i due condottieri Armando Diaz e Thaon de Revel, salutava i rivoluzionari. Sotto la reggia i pecoroni romani deposte le paure, si sbracciavano in una manifestazione patriottica [...] Camminammo ancora a lungo, storditi dalla stanchezza così che senza accorgersene ci trovammo in treno. Ma come! E ’un siamo ancora arrivati che ci mandano via? E senza fucilare nessuno? O che rivoluzione l’è? O ’un s’è vinto?» (Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano).

Ma sentiamo quanto lo stesso Mussolini ammetterà oltre 20 anni dopo, sul “Corriere della Sera” del 14 luglio 1944: «Che cosa fu la marcia su Roma? Una rivoluzione? No. Premesso che una rivoluzione si ha quando si cambia con la forza non il solo sistema di governo, ma la forma istituzionale dello Stato, bisogna riconoscere che [...] il Fascismo non fece nell’ottobre del 1922 una rivoluzione. C’era una monarchia prima, e una monarchia rimase dopo [...] Come attaccare la monarchia che invece di sbarrare le porte le aveva spalancate? Il re aveva revocato lo stato d’assedio [...] aveva dato a Mussolini l’incarico di comporre un Ministero, il quale [...] nasceva sotto i segni della rivendicata vittoria e della concordia nazionale. Un improvviso obiettivo di carattere repubblicano dato alla Marcia avrebbe complicato le cose [...] Si può affermare che monarchia da una parte e massoneria dall’altra avevano praticamente svirilizzato l’idea e il partito [...] Dei quadrunviri uno era intransigentemente monarchico e savoiardo, il De Vecchi; non meno, in fondo, monarchico era il De Bono; solo Italo Balbo aveva avuto trascorsi repubblicani nella sua gioventù; mentre Michele Bianchi [...] considerava anch’egli inattuale il problema istituzionale italiano» (“Storia di un anno”).

Non ci fu lotta armata, l’ammissione al potere del fascismo fu totalmente pacifica. Da una parte la mobilitazione fascista finse un’azione rivoluzionaria, dall’altra lo Stato finse la proclamazione dello stato d’assedio. Lo scontro non avvenne perché il gioco era già stato deciso da tempo. Il governo fascista si costituì quindi in modo del tutto legittimo: dopo le dimissioni del gabinetto Facta, il re convocò Mussolini per formare un nuovo ministero.

Fin dal primo momento il Partito Comunista affermò che non si trattava né di una rivoluzione né di un colpo di Stato; usammo il termine “commedia”, in sintonia con il pacifista inglese di cui abbiamo parlato.


Borghesi e socialdemocratici votano il governo fascista

Il 16 novembre, giorno di riapertura della Camera, Mussolini apriva i lavori in qualità di nuovo Presidente del Consiglio e presentava i ministri del nuovo governo. Fu in quella occasione che fece il famoso “discorso del bivacco”: «Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti [...] Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti a un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli [e giustamente Turati aggiunse che l’onorevole De Nicola (Presidente della Camera) poteva esserne nominato vivandiere – n.d.r.], potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti [...] Ho costituito un governo di coalizione non già con l’intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno». Poi, in conclusione, non poteva mancare la richiesta di aiuto divino: «Così Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica» (dal Resoconto Parlamentare).

Il giorno successivo il parlamento era chiamato a votare la fiducia al governo Mussolini.

Di questa tornata parlamentare è molto interessante la rilettura dell’intervento di Turati. Turati afferma che avrebbe avuto animo di accogliere il nuovo governo dicendo che «la gravità tragica dell’ora consiglia a tutti, anche a noi, socialisti unitari, dichiarazioni assolutamente sobrie e soprattutto serene», aggiungendo che «la politica non può e non deve essere una somma di sentimenti e di risentimenti. Anche se il cuore ci sanguini, anche se la ressa dei ricordi ci risospinga alla gola i più amari disgusti, noi dobbiamo saperli stoicamente rintuzzare» (dal Resoconto Parlamentare). Turati e i socialisti riformisti erano quindi inclini ad accogliere il ministero Mussolini “senza risentimenti”.

Ma ci fu un fatto che impedì a Turati di dare il suo “stoico” benvenuto al nuovo governo: gravissima per Turati fu la sfrontatezza con cui Mussolini, nel discorso del giorno precedente, aveva insultato e calpestato gli istituti democratici. Ciò che fa “sanguinare il cuore” a Turati non sono le stragi di proletari compiute dai fascisti, ma l’oltraggio all’ordinamento democratico!

Le citazioni che seguono, tratte dall’intervento parlamentare, le riportiamo, come altre volte abbiamo affermato, «non certo perché si volessero prendere le difese della fradicia impalcatura statale italiana, perché chiunque l’avesse distrutta avrebbe fatto una cosa positiva». Le riportiamo, al contrario, perché proprio Turati, nel suo intervento, ci dimostra quanto fradicia – già allora! – fosse tutta quella impalcatura. Rivolto agli onorevoli colleghi dice: «Il nuovo presidente del consiglio vi aveva parlato col frustino in mano [...] e lo spettacolo delle groppe offerte allo scudiscio e del ringraziamento di plausi ad ogni nerbata [...] Il Governo vi chiede un voto di fiducia, ma tutto ciò non è che una parata, non è che una pura “deferenza formale”. Oggi che la “nuova istoria” è cominciata, non è più il Governo che si presenta alla Camera, è la Camera che è chiamata a presentarsi al Governo e a dare essa l’esame, per vedere se meriti, o no, di essere bocciata [...] La Camera non è chiamata a discutere e a deliberare la fiducia; è chiamata a darla; e, se non la dà, il Governo se la prende [...] Il che significa che con l’acquiescenza del voto che vi apprestate a concedere, il Parlamento italiano ha cessato di esistere [...] Peggio ancora, onorevoli colleghi, esiste la sua maschera, esiste il suo cadavere [...] Ora, che fiducia può accordare una Camera in queste condizioni? Una Camera di morti, di imbalsamati?» (dal resoconto stenografico).

Sarebbe interessante riportare tutto l’intervento, ma questo poco ci basta per darci una veridica immagine dei parlamenti democratici, di tutti i parlamenti: quelli di allora e, a maggior ragione, quelli di oggi, composti, quando va bene, “di morti imbalsamati”.

Ma torniamo al 17 novembre 1922: su 422 votanti, 306 di quei morti imbalsamati concessero la fiducia al governo Mussolini. I deputati fascisti erano in tutto 37, gli alleati nazionalisti erano 20, gli altri 249 voti vennero da gruppi e partiti democratici di varia sfumatura, tra i quali possiamo ricordare campioni della democrazia quali Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando, Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi, Ivanoe Bonomi, etc., etc. Ma non c’è niente da scandalizzarsi, in fin dei conti erano borghesi che davano la fiducia a un governo borghese.

I veri infami furono invece i socialriformisti, a cominciare dal super-bonzo dirigente della CGL e deputato Gino Baldesi che si era dichiarato disponibile ad entrare a far parte del ministero Mussolini. Acerbo, inviato da Mussolini a contattare Baldesi per un incarico ministeriale, si sentì rispondere che «accettare un’eventuale offerta di portafogli era un dovere». In una lettera inviata, qualche giorno dopo, al gruppo parlamentare socialista, Baldesi scriveva: «Insistentemente pregato a dire una mia impressione sull’ipotesi di una offerta, manifestai il pensiero che, qualunque cosa personalmente mi fosse potuta costare, non avrei dovuto sottrarmi ad una collaborazione che mi si assicurava essere richiesta per la pacificazione del Paese e per contenere esorbitanze di reazione ai danni del proletariato». Baldesi, per salvare il proletariato dai “danni della reazione”, si dichiarava disposto al “sacrificio” di diventare ministro del governo Mussolini!!

Dobbiamo ricordare che a inizio ottobre si era verificata quella finta scissione del Partito Socialista, realizzata con un duplice obiettivo: 1) permettere ai dichiarati socialdemocratici di collaborare con i governi borghesi, e, 2) ai fasulli rivoluzionari di continuare il loro infame tentativo di chiedere l’ammissione alla III Internazionale. La finta scissione era quindi dovuta al fatto che mai la borghesia italiana avrebbe permesso la partecipazione governativa al partito del “rivoluzionario” Serrati, mentre, almeno una parte di essa, non metteva il veto al gruppo Turati. Ma i veri socialriformisti e i falsi rivoluzionari erano entrambi favorevoli alla collaborazione governativa.

Torniamo alla proposta Baldesi e diamo un’occhiata a quanto riportava il “Corriere della Sera” del 30 ottobre 1922: «Abbiamo assistito a interessantissimi dialoghi fra i deputati massimalisti e gli unitari. Quelli fra gli unitari che apparivano esitanti, erano addirittura investiti dai massimalisti. “Voi compireste un vero tradimento – dicevano – verso il proletariato, rifiutandovi di partecipare al Governo. Del resto, voi dovete assolvere la vostra funzione storica: mancandovi, dovreste sparire. Il proletariato avrebbe diritto a maledirvi se voi vi rifiutaste di fare tutto quanto è possibile per la sua salvezza, e il proletariato comprenderà il vostro gesto”. I deputati unitari ribattevano vivacemente che l’attuale situazione [...] è proprio opera dell’atteggiamento dei massimalisti che si opposero alla collaborazione quando poteva imperniarsi sui socialisti. Fra i deputati unitari più autorevoli presenti erano gli on. Treves, Matteotti, Donati».

Ci teniamo a fare ancora una volta notare come l’apostolo della non violenza, senza macchia e senza peccato, Giacomo Matteotti, fosse sì contro la violenza, ma soprattutto contro la violenza proletaria e fosse ben disposto nei riguardi della famosa “puntarella” socialista nel governo fascista di unità nazionale. In nome della “pacificazione degli animi”, come se in regime di classe, la guerra intestina potesse venire soppressa senza l’imposizione del tallone di ferro sulla classe assoggettata.

Ma a Baldesi e ai socialisti andò male. Sul “Sindacato Rosso” del 4 novembre si poteva leggere: «Stenterello-Baldesi mentre bruciano le case nostre, mentre la reazione idiota e nefanda trionfa, tenta di arraffare un portafoglio mettendosi al servizio del capobanda. Questo losco figuro di deputato socialdemocratico pur di vestire la livrea si è dimostrato prontissimo a tradire i lavoratori. A lui han fatto degna corona i deputati socialdemocratici, che lo confortavano acché si sacrificasse. Ma l’offerta della prostituta è stata respinta. Le camicie nere che sono senza scrupoli hanno sentito che Baldesi era più melma della loro melma. Dopo averlo per mezza giornata preso bellamente per il didietro gli han dato un calcio ben meritato. I lavoratori debbono assestargli un ben più poderoso calcio. Il traditore deve essere messo alla gogna».

(continua al prossimo numero)  

 

 


Il marxismo e la questione militare
[Indice del lavoro]


Parte quinta - Le guerre rivoluzionarie del proletariato. A. In Russia
(continua dal numero scorso)  
 
 
Dal marzo all’aprile 1917
Capitoli esposti a Genova nel maggio e a Firenze nell’ottobre 2019  

 

Nella notte di mercoledì 1° marzo i dirigenti menscevichi e social-rivoluzionari del Soviet di Pietrogrado decisero, a maggioranza, di affidare tutto il potere al Comitato Provvisorio della Duma, certi che un governo espresso dalla borghesia fosse più idoneo all’abbattimento del potere feudale zarista e per realizzare i programmi tipici di una moderata rivoluzione borghese. Anche alcuni membri del Comitato esecutivo del Soviet sostennero che questo avrebbe incontrato la resistenza dell’intera borghesia russa oltre che delle altre forze controrivoluzionarie, mettendo in serio pericolo la rivoluzione. Secondo Trotzki i capi del Soviet non si ritenevano «la guida eletta del popolo nel momento del suo moto di ascesa rivoluzionario, ma l’ala sinistra dell’ordine borghese».

La Duma tentava in tutti i modi di salvare la dinastia zarista, pur ridimensionata nel suo potere, ma soprattutto di bloccare le rivendicazioni più radicali avanzate dal proletariato e dagli altri strati poveri e sfruttati.

Subito istituirono un Governo Provvisorio affidato al principe Lvov, di tendenza liberale, composto in prevalenza da ministri provenienti dagli ambienti legati alla borghesia e di ispirazione socialista. Gli Affari Esteri furono affidati a Miljukov, del partito dei Cadetti, e la Giustizia, ma in seguito il ministero della Guerra, a Kerenskij, dei socialisti-rivoluzionari, vicepresidente del Soviet di Pietrogrado e membro del suo Comitato esecutivo. Un governo che avrebbe dovuto preparare le elezioni generali e riunire un’Assemblea costituente.

Di fatto si determinò un sistema di potere “a doppia alimentazione”, che durò fino all’Ottobre, nel quale il governo della Duma non poteva reggersi senza l’avallo dell’Comitato esecutivo del Soviet, una specie di corte suprema e anima della rivoluzione.

In serata si riunì anche una commissione riguardante i rapporti coi soldati presieduta da Sokolov che scrisse un primo decreto dietro i suggerimenti dei soldati e dei marinai lì presenti. Questo Ordine n° 1 del Soviet di Pietrogrado riguardava tutti i soldati e i marinai con effetto immediato. Dai militari di truppa di tutte le forze armate prevedeva l’elezione al Soviet di rappresentanti in ragione di uno per compagnia. Nelle manifestazioni politiche i reparti militari dovevano obbedire al Soviet e ai loro Comitati militari. Essi erano responsabili delle armi, che in nessun caso dovevano essere consegnate agli ufficiali. Gli ordini della Commissione militare non dovevano essere eseguiti se in contrasto con le direttive del Soviet. I soldati erano tenuti alla disciplina durante il servizio, fuori non erano tenuti al saluto e all’attenti ai superiori. Erano aboliti i titoli di rispetto nobiliare riservati agli ufficiali ai quali era vietato ogni comportamento insolente comprese le punizioni corporali comminabili a loro giudizio. Fu subito affisso sui muri della città e pubblicato nel n° 3 delle Izvestija.

All’alba di giovedì 2 marzo si giunse infine a un accordo sui punti essenziali del programma: amnistia per i reati politici e religiosi, libertà di stampa, di associazione, di sciopero e tutte le altre libertà democratiche. Fu abolita la polizia, sostituita dalla milizia popolare, con la permanenza nella capitale delle guarnigioni rivoluzionarie e diritti civili garantiti ai militari compatibili con il servizio.

Le forze armate passarono sotto il totale controllo del Comitato esecutivo del Soviet, compresi i commissari nominati dal ministro della Guerra, il personale al fronte e sulle flotte: il Governo perdeva ogni potere al riguardo. In particolare gli ordini dei comandanti militari al fronte entravano in vigore solo con la preventiva approvazione del Comitato esecutivo del Soviet e dei suoi commissari.

Non furono però affrontati gli importanti problemi sociali sostenuti dai bolscevichi come la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore e la riforma agraria e nemmeno si affrontò il problema fondamentale della pace e della fine della guerra. Rimase insoluto anche il destino della monarchia che fu salvata dalla risoluzione di “non intraprendere passi tali da precostituire la forma istituzionale” perché la Duma si era orientata al suo mantenimento con la successione al trono del giovane Alessio e la reggenza del granduca Michele, fratello minore dello zar.

Il parlamentare Governo Provvisorio contendeva il potere al Soviet con i primi decreti impostati a un moderato cambiamento in ambito borghese e capitalista, ravvisabile anche dai suoi membri scelti tra gli elementi dell’alta finanza, dell’industria e della borghesia terriera.

In quella stessa nottata tra l’1 e il 2 marzo, mentre le notizie della rivoluzione si diffondevano in Russia, in Europa, nel mondo, lo zar si trovava fermo alla stazione di Pskov nella sua carrozza reale, all’oscuro di quanto avveniva e delle decisioni prese all’interno del Palazzo di Tauride. Era ancora convinto che la causa di quei disordini fosse solo la penuria di generi alimentari.

Intanto le più alte cariche dell’esercito e del nuovo governo premevano per la sua abdicazione perché «l’odio verso lo zar e la sua dinastia aveva raggiunto proporzioni spaventose». Nicola II inizialmente aveva deciso di abdicare in favore del figlio Alessandro ma, di fronte ai due inviati della Duma, cambiò idea in favore del fratello, il granduca Michele. Pochi minuti prima della mezzanotte, di fronte ai due inviati del Comitato della Duma, 3 alti ufficiali e il maestro di Corte, infine firmò l’abdicazione che fu retrodata alle ore 15,05 del giorno precedente per evitare che si pensasse che lo zar avesse firmato sotto la pressione dei delegati della Duma. Analogamente furono retrodati alle ore 14,00 i decreti di scioglimento del vecchio governo e quelli per la formazione del nuovo affidato al principe Lvov.

Dopo di che il treno poté rientrare al quartier generale di Mogilev mentre la storica residenza imperiale di Carskoe Selo già dal 1° marzo era occupata dai rivoluzionari.

Il mattino seguente, 3 marzo, i più alti rappresentanti della Duma e del Soviet di Pietrogrado si recarono nella residenza del granduca Michele per informarlo della situazione pregandolo di accettare la decisione di Nicola, dando continuità alla dinastia dei Romanov. Fu subito espressa l’opposizione dei rappresentanti del Soviet, tra cui di Kerenskij, che sosteneva dovesse essere un’Assemblea costituente a decidere le sorti della monarchia. Il granduca si riservò di accettare quanto proposto da una prossima Assemblea costituente.

Al momento quindi non venne messo in discussione il principio monarchico, nella energica opposizione del Soviet dei deputati operai e dei soldati di Pietrogrado. Come osserva Lenin, non possono esistere due poteri in uno Stato, uno dei due è destinato a sparire e in quei frangenti tutta la borghesia russa si stava organizzando per distruggere i soviet e affermare il suo potere.

Già sabato 4 marzo il Soviet ottenne dal Governo Provvisorio l’arresto dello zar, che avvenne il giorno stesso a Mogilev, decisione imposta dall’ala più radicale dei proletari e dei soldati che non volevano saperne della conservazione della monarchia sotto alcuna forma, in contrasto con la dirigenza menscevica del Soviet e del Governo Provvisorio. Ma due giorni dopo, Kerenskij, intervenendo al Soviet di Mosca, dai cui banchi si levavano incitazioni a giustiziare lo zar, dichiarò: «Questo non sarà mai finché noi saremo al potere. Lo zar con la sua famiglia verrà inviato all’estero in Inghilterra. Io stesso lo accompagnerò fino a Murmansk».

Alcuni giorni dopo Nicola Romanov fu trasferito come prigioniero politico, con la famiglia, nella residenza di Carskoe Selo. Sotto la pressione dei comunisti, il Soviet autorizzò i reparti militari nelle stazioni di Pietrogrado a fermare con le armi l’ex zar se avesse tentato di fuggire all’estero.

La rivoluzione di febbraio, che mise fine alla dinastia dei Romanov dopo tre secoli di dominio assoluto, non causò poche vittime: secondo le stime dell’ufficio statistico del municipio di Pietrogrado furono 1.315. di cui 53 ufficiali, 602 soldati, 73 agenti di polizia, e 587 cittadini di entrambi i sessi.

ufficiali poliziotti cittadini soldati totale
53 73 587 602 1315

Il maggior numero dei caduti fu tra militari in scontri tra reparti schierati tra gli opposti fronti piuttosto che dalle poche armi dei “cittadini”, le vittime dei quali furono di poco inferiori. Significativo il numero degli ufficiali e degli agenti di polizia, molti uccisi per vendetta e rappresaglia dai militari passati alla rivoluzione.

Dopo questa fondamentale svolta politica sia il Comitato della Duma sia il Soviet operarono per consolidare il loro ruolo e formare le nuove catene di comando. Particolare attenzione fu attribuita ai rifornimenti alimentari con il controllo del monopolio statale del grano e con l’acquisizione delle eccedenze.

Le forze legate agli ambienti reazionari, specialmente i latifondisti, cercavano di prendere tempo per riorganizzarsi e impedire la temuta requisizione delle proprietà; erano disponibili solo ad accettare la requisizione delle proprietà fondiarie dei Romanov e, eventualmente, di quelle ecclesiastiche. La questione sarebbe stata affrontata compiutamente dalla promessa futura Assemblea costituente, mentre al momento il principe Lvov, grande proprietario fondiario, impartì precisi ordini di reprimere anche militarmente eventuali sommosse contadine, autorizzando piccole concessioni per raffreddare la situazione. Fu annunciata la costituzione di un Comitato della terra per la preparazione di una futura riforma agraria.

Netta la posizione sulla continuazione della guerra: in un appello alla popolazione emesso il 6 marzo, tra le promesse di «realizzare le aspirazioni popolari e condurre il paese sulla via luminosa di un sistema civile», si leggeva anche: «Il governo onorerà le alleanze che ci legano con le altre potenze e terrà fede conseguentemente agli accordi conclusi con gli alleati», ovvero «proseguire la guerra fino alla fine vittoriosa».

La borghesia russa, con l’appoggio dei social-sciovinisti, forti delle affermazioni di Plechanov sulla necessità di proseguire la guerra, cercava di convincere il proletariato e i contadini, spediti in massa al fronte, che con la caduta dello zarismo la guerra aveva cessato di essere imperialista e di aver assunto la funzione di difesa della patria e della rivoluzione dai nemici esterni. Inizialmente questa propaganda ebbe un certo successo che così fu commentata da Lenin nell’opuscolo: “I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione (progetto di piattaforma del partito proletario)”, testo più esteso e articolato scritto e pubblicato la settimana dopo le più sintetiche “Tesi d’Aprile”: «Il difensismo rivoluzionario deve essere considerato come la manifestazione più importante e vistosa dell’ondata piccolo-borghese che ha sommerso “quasi tutto”. È questo il nemico peggiore dell’ulteriore avanzata e successo della rivoluzione russa (...) Noi dobbiamo saper spiegare alle masse che il carattere sociale della guerra non è determinato dalla “buona volontà” dei singoli, dei gruppi o anche dei popoli, ma dalla situazione della classe che fa la guerra, dalla politica di classe di cui la guerra è continuazione, dai legami del capitale, come forza dominante nella società moderna, dal carattere imperialistico del capitale internazionale, dalla dipendenza – finanziaria, bancaria, diplomatica – della Russia dall’Inghilterra, dalla Francia ecc.. Non è facile spiegare tutto questo alle masse in modo ben chiaro, e nessuno di noi potrà farlo al primo colpo, senza commettere errori».

Il Governo Provvisorio fece di tutto per portare l’esercito dalla sua parte, non soltanto tra i vecchi ufficiali di carriera di origine nobiliare, ma anche tra quelli provenienti dagli ambienti della borghesia arruolati durante la guerra.

Dopo l’abdicazione dello zar l’incarico di comandante supremo passò prima al generale Alekseev, poi nel maggio 1917 al generale Brusilov. Gli Alti Comandi chiesero subito al Governo Provvisorio l’abrogazione dell’ordinanza n° 1, con l’eliminazione del diritto attribuito, su decisa pressione dei soldati, di eleggere i loro comandanti. Dando un altro esempio di doppio gioco i dirigenti menscevichi e social-rivoluzionari del Soviet di Pietrogrado sostennero l’abrogazione, affermando che l’ordinanza si riferiva soltanto alla regione militare di Pietrogrado e non era da intendersi estesa ai comitati dei soldati delle altre regioni e a quelli al fronte.

Trotzki, come vedremo più avanti in merito all’organizzazione dell’Armata Rossa, ritornerà su questo importante punto, precisando che un conto sono i delegati dei soldati, fatto nuovo per questa gran massa di contadini per lo più privi di ogni forma di istruzione, relazioni sociali e politiche, altro sono gli specialisti dell’arte militare le cui idoneità al comando possono essere valutate solo dai vertici del partito, e non dalla truppa. Il decreto n.1 servì all’immediato perché, “fino a quando il potere era uno strumento nelle mani della classe nemica e il personale di comando era uno strumento nelle mani di questo potere, noi eravamo obbligati a servirci del principio elettivo per spezzare la resistenza di classe del personale di comando. Ma ora il potere politico è nelle mani della classe operaia nella quale si recluta l’armata. Vi dirò francamente che nell’attuale regime dell’armata il principio elettivo non ha significato politico né giustificazione tecnica e che in sostanza è stato già abolito con un decreto» (dal rapporto: “Lavoro, disciplina, ordine” presentato alla conferenza del P.C.R. il 28 marzo 1918).

Quindi le tre cruciali questioni che avevano spinto le masse alla rivoluzione, la pace, il pane, la terra, non avevano ancora ottenuto alcuna valida risposta.

Martedì 21 marzo il Soviet di Pietrogrado istituì una “Commissione di contatto” con il Governo Provvisorio, sottolineando così la sua separazione dall’altro potere. Lo stesso giorno il Governo respinse la richiesta d’indipendenza della Finlandia.

Mercoledì 22 marzo gli Stati Uniti d’America furono il primo paese che riconosce il nuovo governo; due giorni dopo anche Francia, Inghilterra e Italia. Il principe Lvov assicurò tutti che continueranno la guerra secondo i vecchi accordi e alleanze.

Venerdì 30 marzo il Governo Provvisorio rifiutò l’indipendenza alla Polonia.

Anche il Partito si stava riorganizzando giacché durante tutta la guerra aveva subito i duri colpi dalla repressione poliziesca con arresti, deportazioni, esilii volontari e forzati e assassinii di vari dirigenti. Ciò nonostante già sul finire del 1916 tornò operativo a Pietrogrado il Comitato centrale del POSDR con le sue strutture organizzative, anche se con difficoltà perché il 26 febbraio 1917 diversi suoi membri furono arrestati, nel bel mezzo della rivoluzione. Nei giorni successivi uno dei primi atti dei rivoluzionari fu la liberazione dei i detenuti politici e il Comitato poté operare alla luce del sole.

Il 2 marzo il Comitato bolscevico di Pietrogrado era stato costituito come organizzazione legale e si erano ripresentati apertamente tutti i suoi vecchi militanti. Il rientro dei deportati dalla Siberia fu lento e condizionato dal forte degrado del sistema dei trasporti. Lo stesso accadde per gli esiliati.

In questa fase di assestamento organizzativo il Comitato bolscevico, con le sue limitate forze, decise di non opporsi direttamente al Governo Provvisorio ma di «occuparsi in primis delle conquiste delle masse operaie e dei soldati, organizzare subito la guardia operaia e rafforzarla, difendere gli interessi economici degli operai, diffondere la parola d’ordine dei comitati contadini per attuare fin da subito la confisca delle terre».

Poiché l’esito della rivoluzione dipendeva dalla massa di milioni di contadini i quali, o avrebbero seguito il proletariato nella sua lotta di emancipazione o si sarebbero fatti abbagliare dalle false illusioni della borghesia, il Comitato di Pietrogrado decise di prestare particolare attenzione alla propaganda tra i soldati, la componente risolutiva nei rapporti di forza.

Ma ogni azione dei bolscevichi all’interno del Soviet era fortemente ostacolata dai delegati della borghesia e dai menscevichi, giungendo fino in alcuni casi a negare loro la parola; ciò nonostante il 22 marzo si riuscì a costituire l’organizzazione militare del Comitato del partito a Pietrogrado.

A Mosca la situazione era ancora più critica perché a causa del forte controllo poliziesco i bolscevichi non erano riusciti a costituire un comitato cittadino e nemmeno un coordinamento stabile tra i quartieri per cui il lavoro di propaganda risultava frammentario e scoordinato. Di fatto le sezioni del partito nelle diverse città operavano, quando potevano, in totale scollegamento.

Solo con l’arrivo delle notizie da Pietrogrado si ebbe a Mosca la determinazione per formare il Soviet dei delegati degli operai e dei soldati, che trovò la forte opposizione della borghesia, organizzata nel Comitato delle associazioni dei datori di lavoro, che operò per un certo periodo parallelamente al Soviet. Neppure a Mosca i bolscevichi ebbero la maggioranza nel Comitato esecutivo del soviet che risultava composto di 24 socialisti-rivoluzionari, 21 menscevichi, 23 bolscevichi, 2 unificatori, 1 bundista, 1 socialdemocratico lettone, 1 socialdemocratico polacco, 1 sindacalista e 1 senza partito.

Nelle regioni periferiche, negli Urali, nel bacino del Volga e nel Caucaso la situazione delle organizzazioni bolsceviche, spesso di recente costituzione, era ancora più confusa con posizioni politiche imprecise, in alcuni casi bolscevichi e menscevichi coesistevano nello stesso partito nonostante la precedente scissione, sostenendo talvolta addirittura posizioni difensiste.

A Pietrogrado il partito bolscevico infine si strutturò in in Comitato Centrale composto di 9 membri, il Comitato di Pietrogrado e l’Organizzazione militare panrussa. Spesso vennero in contrasto con la linea del partito tanto che il Comitato Centrale, che doveva tenere conto della situazione generale del paese, dovette intervenire a frenare direttive avventate e pericolose per l’organizzazione e la rivoluzione.

A Pietrogrado all’inizio del 1917 il partito bolscevico non superava i 2.000 militanti su una classe operaia della città di circa 400.000. All’apertura del Congresso di aprile le iscrizioni al partito a Pietrogrado erano salite a 16.000 ed erano in continua crescita. Nella Conferenza di aprile del partito risultarono iscritti 80.000. La rapida crescita dei bolscevichi ne trasformò l’organizzazione, con nuovi militanti che poco e non bene sapevano di marxismo ma erano pronti all’azione rivoluzionaria, confermando la nostra tesi che le rivoluzioni, anche nel partito, partono da un istinto e non dalla testa.

Ciò nonostante i bolscevichi rimanevano sempre una minoranza, come risulta dai partecipanti al primo Congresso pan-russo dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati del 3 giugno, cui parteciparono 1.090 delegati, di cui 822 con diritto di voto, in rappresentanza dei 330 Soviet di operai, contadini e soldati e di 53 Soviet regionali, provinciali e distrettuali. I socialisti-rivoluzionari contavano 285 delegati, i menscevichi 248, i bolscevichi 105, la terza forza col 10% del totale.

Risulta che 2.000 soldati della guarnigione si erano uniti all’organizzazione militare bolscevica e altri 4.000 erano soci del Club Pravda, una struttura esterna al partito riservata ai militari ma guidata dall’organizzazione militare bolscevica.


Le Tesi di Aprile

Il 3 aprile Lenin arrivava a Pietrogrado accompagnato da altri esuli, accolto da una gran massa di operai e di soldati della guarnigione. Dall’entusiasmo della folla si capì subito chi avrebbero seguito quegli operai e quei soldati. È preceduto da un cumulo di calunnie e di menzogne profuse dalla stampa borghese, che in particolare lo additava come collaboratore dei tedeschi.

Come Lenin scrisse nella edizione a stampa delle Tesi, «Il solo mezzo che avevo per agevolare il mio lavoro – e quello degli oppositori in buona fede – era preparare delle tesi scritte. Ho dato lettura e ne ho trasmesso il testo al compagno Tsereteli. Le ho lette molto attentamente due volte: prima alla riunione dei bolscevichi poi a quella dei bolscevichi e dei menscevichi». Le “Tesi di aprile” riportano la tattica dei bolscevichi nella rivoluzione alla loro impostazione originaria, fedeli a quanto incardinato da sempre nella dottrina storica marxista.

La prima delle 10 tesi riguardava l’esatta definizione della guerra in atto come: «guerra imperialista di brigantaggio, in forza del carattere capitalistico di questo governo; non è ammissibile la benché minima concessione al “difensismo rivoluzionario”». Un taglio netto a tutte le posizioni, anche all’interno del POSDR, di un qualsiasi appoggio alla guerra. Il proletariato avrebbe potuto sostenere una “guerra rivoluzionaria” solo a 3 condizioni: il passaggio del potere al proletariato, la reale rinuncia a ogni annessione territoriale, la rottura completa con tutti gli interessi del capitale. Data la buona fede dei sostenitori del difensismo rivoluzionario, occorreva che i bolscevichi svelassero «il legame indissolubile tra il capitale e la guerra imperialista, dimostrando che è impossibile mettere fine alla guerra con una pace veramente democratica, e non imposta con la forza, senza abbattere il capitale». La propaganda bolscevica doveva essere estesa all’esercito fino all’invito a “fraternizzare con l’esercito nemico”.

Nella terza tesi si negava ogni appoggio al Governo Provvisorio intenzionato a proseguire la guerra per ottenere annessioni territoriali.

La sesta tesi riguardava il programma agrario del partito, ovvero la confisca di tutte le grandi proprietà fondiarie e la nazionalizzazione di tutte le terre del paese per metterle a disposizione dei Soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini. Anche in questo punto le tesi tagliano di netto con i diversi programmi degli altri partiti, specie degli S-R, propensi alla spartizione diretta delle terre ai contadini in regime sia di proprietà individuale sia di cooperative indipendenti.

Lenin dava così la risposta di classe alle tre questioni: la pace, il pane, la terra.

La seconda tesi insisteva sul ruolo del partito a prepararsi alla seconda fase della rivoluzione, quella che doveva dare tutto il potere al proletariato e ai contadini poveri; questa fu, ovviamente, fonte di forti critiche.

La quarta riconosceva che i bolscevichi erano in minoranza nei soviet e che le masse seguivano i difensisti, per cui era necessaria un’opera intensa di critica e propaganda per spiegare al proletariato quest’errore.

La quinta negava l’appoggio a una repubblica parlamentare e si esprimeva a favore di una repubblica dei Soviet, con la soppressione della polizia, dell’esercito e con l’armamento di tutto il popolo. Funzionari tutti eleggibili e revocabili con stipendi uguali al salario medio di un buon operaio.

La settima riguardava la fusione delle banche in una, sotto il controllo dei Soviet.

L’ottava, fonte di incomprensioni, indicava come compito immediato il controllo della produzione sociale e della ripartizione dei prodotti, che non significa l’instaurazione del socialismo!

La nona richiedeva l’apertura di un congresso del partito dove cambiarne il nome in PCR(b).

La decima preconizzava la fondazione di una nuova Internazionale.

In scritti dei giorni seguenti intesi a chiarire le tesi e a confutare le varie obiezioni e le inesatte interpretazioni, soprattutto tra i bolscevichi, avvisò che la parola d’ordine “Abbasso la guerra” era giusta ma non era possibile concludere il conflitto né con una decisione unilaterale, né “piantando in terra le baionette" L’unica via era attraverso la presa del potere del proletariato.

Altre importanti questioni e dissensi vennero immediatamente chiariti alcuni giorni dopo in “Lettere sulla tattica”. Il più importante, sostenuto da Kamenev, riguardo la seconda tesi, negava lo schema che considerava terminata la rivoluzione borghese e che si doveva lavorare per la sua trasformazione in rivoluzione socialista. Lenin, qui in una breve sintesi spiega che è compiutamente avvenuto il passaggio del potere dalla vecchia classe della nobiltà terriera feudale alla nuova classe della borghesia e ora esiste un insolito e imprevisto dualismo di potere tra il Governo Provvisorio, emanazione della borghesia, e il Soviet dei delegati degli operai e dei soldati di Pietrogrado, il quale ha volontariamente consegnato il potere alla borghesia e al suo governo. Quest’ultimo fatto ha ingigantito la contraddizione del doppio potere, che non può durare perché in uno Stato può esistere un solo potere. Compito immediato del partito consisteva nella propaganda paziente e incessante per la conquista delle masse, tenute in ostaggio dai difensisti, che sostenevano la borghesia imperialista al potere, con una critica serrata della tattica dei partiti piccolo-borghesi menscevico e socialista rivoluzionario, che godevano ancora del sostegno delle masse.

Tutte queste dispute avvenivano mentre il fronte orientale era fermo e in quello occidentale in atto proprio in quei giorni grandi offensive alleate: nel settore belga degli inglesi, nella Champagne dei francesi, che si riveleranno entrambi pesanti insuccessi, come abbiamo esposto in precedenza. Va ricordato che il 1° febbraio era iniziata la guerra totale sottomarina tedesca. L’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America è del 6 aprile. Entrambi gli schieramenti intendevano concludere militarmente il conflitto con una schiacciante vittoria in quel settore, da sempre ritenuto primario.

Il 18 aprile, Miljukov, ministro degli Esteri del Governo Provvisorio, con una Nota ufficiale ai governi dell’Intesa si dichiarò favorevole alla prosecuzione della guerra, alle annessioni territoriali e alle indennità di guerra, posizione ben condivisa dal resto del governo. A rafforzare la posizione del ministro russo, in quei giorni il Governo Provvisorio, su richiesta degli alleati, inviò altre truppe a integrare quelle che già combattevano nei Balcani e nell’Europa occidentale.

Questo era stato il commento di Lenin alcuni giorni prima di partire da Zurigo: «Questi trattati sono tutti segreti, e Miljukov e soci non vogliono renderli pubblici per due ragioni: 1) perché temono il popolo, che non vuole saperne di guerre di rapina, 2) perché sono legati al capitale anglo-francese, che impone di tenere il segreto sui trattati. Ma chi legge i giornali e ha studiato la questione sa bene che questi trattati prevedono il saccheggio della Cina da parte del Giappone, della Persia, dell’Armenia, della Turchia (soprattutto Costantinopoli) e della Galizia da parte della Russia, dell’Albania da parte dell’Italia, della Turchia e delle colonie tedesche da parte della Francia e dell’Inghilterra, ecc. (...) Oltre a ciò, il governo Guckov-Miljukov è contrario a stipulare la pace in questo momento, perché ora otterrebbe come “bottino” “soltanto” l’Armenia e una parte della Galizia, mentre vuole impadronirsi anche di Costantinopoli e riprendere ai tedeschi anche quella Polonia che lo zarismo ha sempre oppresso con tanta inumanità e cinismo. Inoltre, il governo Guckov-Miljukov è in fondo solo il commesso del capitale anglo-francese, che intende conservare le colonie strappate alla Germania e, per giunta, costringere questo paese a restituire il Belgio e una parte della Francia. Il capitale anglo-francese ha aiutato i Gučkov e i Miljukov a destituire Nicola II perché lo aiutino a "sconfiggere" la Germania» (Lettere da lontano, Quarta lettera, 12 marzo 1917).

La Nota Miljukov, che avrebbe dovuto essere tenuta segreta perché in totale opposizione all’indirizzo del Soviet di Pietrogrado, fu invece presto scoperta e resa pubblica. Le forti e prolungate proteste popolari indussero il generale Kornilov, comandante militare dell’area di Pietrogrado, a comandare l’artiglieria contro i dimostranti, ma i soldati e i cadetti si rifiutarono di obbedire. Analoghe dimostrazioni contro la guerra si svolsero a Mosca e in molte altre città dimostrando che gli operai, i contadini e i soldati non volevano più combattere e si rafforzava la solidarietà di queste tre componenti nell’avversione alla guerra. C’è un fatto nuovo in queste dimostrazioni che determina un diverso rapporto di forza: i manifestanti sono armati.

La forte e diffusa protesta determinò la crisi del Governo Provvisorio che dovette subito pubblicare una smentita ufficiale. Ciò non bastando a calmare la situazione, il ministro della guerra Gučkov e Miljukov furono costretti alle dimissioni. Si rese quindi necessario effettuare un profondo rimpasto interno del governo per cui entrarono nel gabinetto altri dirigenti menscevichi e social rivoluzionari, che rimanevano ancora in minoranza con sei loro ministri contro i dieci dei rappresentanti della borghesia.

Dalle masse si era levata la richiesta della presa del potere da parte del Soviet, ma i dirigenti menscevichi e social-rivoluzionari decisero di sostenere questo nuovo governo di coalizione, che si differenziava dal primo solo per il fatto che la stessa politica del precedente veniva coperta da fumose e ancor più roboanti promesse dei ministri “socialisti”, con la formazione di commissioni e organi regolatori per le questioni della giornata lavorativa di otto ore, la speculazione e il caro vita ecc. che non giunsero mai ad alcuna conclusione. Si inaspriva così il contrasto tra il Governo Provvisorio, il Soviet e le masse, sempre più affamate e ostili alla guerra, che trovavano solo nei bolscevichi l’espressione delle loro richieste.

Nello stesso tempo il Governo Provvisorio sostenne la grande borghesia russa, che si stava organizzando sullo stampo europeo in grandi associazioni di imprenditori dei vari settori, eliminando tutte le preesistenti limitazioni zariste sull’organizzazione e le attività delle società per azioni e dei sindacati dei capitalisti. Nei primi 6 mesi del 1917 furono fondate in Russia 206 società per azioni e costituite nuove organizzazioni industriali; a metà di agosto a Pietrogrado si riunì la prima conferenza delle varie rappresentanze degli imprenditori che diedero vita a una organizzazione panrussa unitaria. A sostenere i loro sforzi giunse nel maggio l’annuncio del governo americano, particolarmente interessato a gestire la rete ferroviaria russa, per la concessione di una linea di crediti alla Russia. Il capo della missione politico-militare americana, inviata per la stipula di vari accordi, E. Root, ex segretario di Stato degli Usa, precisò la posizione del suo governo: “Se non combatterete, niente soldi!”

In questa particolare situazione, accentuata dal “caso Miljukov”, i bolscevichi dal 14 al 22 aprile tennero a Pietrogrado la Conferenza cittadina cui parteciparono 57 delegati e il 17 aprile la prima Conferenza regionale di Mosca. Le due conferenze furono di preparazione per la settima Conferenza di tutta la Russia convocata per il 24-29 aprile, che affrontò, sulla base delle Tesi di aprile, tutte le più importanti questioni del momento e può essere considerata come il primo congresso dei bolscevichi.

Il punto focale che avrebbe segnato la svolta di tutta la situazione riguardava la lotta per influenzare l’esercito e i contadini; questo divenne il perno di tutte le azioni succedute tra la crisi d’aprile e le giornate di luglio da parte di tutti i soggetti attivi: il Governo Provvisorio, il Soviet e i bolscevichi.


L’opposizione alla guerra negli altri paesi

Lasciamo qui la narrazione delle vicende della rivoluzione di Febbraio in Russia per documentare il loro riflesso nella opposizione alla guerra in Europa. Si confrontavano due fatti: l’atteggiamento dei partiti di ispirazione socialista e le manifestazioni della classe operaia nelle città, nelle fabbriche e sui fronti di guerra, eventi che si erano rivelati significativi fin dai primi momenti del conflitto.

Nonostante le forti limitazioni imposte dalla censura politica e militare le notizie si diffusero velocemente. L’abbattimento dello zarismo suscitò entusiasmo nel proletariato nel mondo non solo per il crollo di un duro regime dispotico ma, specialmente dopo i primi provvedimenti del nuovo governo, come la concreta possibilità dell’emancipazione delle masse sfruttate.

Fu maggiormente sentito nei paesi belligeranti i cui eserciti erano a diretto contatto con quello russo, in particolare tra i lavoratori di Germania e d’Austria-Ungheria, soprattutto quando trapelarono le notizie delle azioni contro la guerra degli operai e dei soldati russi che facevano apparire possibile imporre la fine di un macello che così tanto li aveva provati.

Abbiamo già riferito sul crollo e il tradimento della Seconda internazionale con l’adesione ai crediti di guerra dei deputati socialdemocratici nei vari parlamenti, alcuni dei quali furono cooptati nei rispettivi governi con incarichi ministeriali già nel 1914 all’inizio della guerra e la dura repressione di quanti vi si opponevano.

Solo i deputati della Serbia, oltre ai bolscevichi, si opposero ai loro governi. In Germania l’opposizione socialdemocratica fu travagliata e dolorosa con troppe ambiguità. Ma nei vari paesi le varie forme di resistenza alla guerra non furono mai eliminate completamente e continuarono le attività disfattiste, pur tra mille difficoltà.

Il 14 febbraio 1915 si tenne a Londra la Conferenza dei socialisti dei paesi alleati, che ricevette il messaggio di Lenin, impedito a parteciparvi dalla chiusura delle frontiere, di rompere con i rispettivi governi e di cooperare con i socialdemocratici di Germania e d’Austria-Ungheria.

Dal 5 all’8 settembre 1915 il lavoro delle sinistre dei partiti socialisti europei di ispirazione pacifista e dei bolscevichi si concretizza nella Conferenza socialista internazionale a Zimmervald, in Svizzera, con la partecipazione di 38 delegati socialisti provenienti da 11 paesi con lo scopo di elaborare una strategia comune nei confronti della guerra in corso. Le correnti social-patriottiche ne erano state escluse.

Emersero due tesi opposte: quella sostenuta da Lenin, dai social rivoluzionari russi e da Liebknecht, che inviò un’appassionata lettera perché come scrisse “sono prigioniero del militarismo, sono in catene”, si identificava nella parola d’ordine: “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”. La seconda, sostenuta da menscevichi, socialisti riformisti e socialdemocratici, tra mille distinguo si rifaceva a quanto era già stato sbandierato in Italia con il noto e ambiguo ”né aderire né sabotare”, come se in situazioni del genere si potesse assumere una posizione di distacco e neutralità mentre i proletari dei paesi belligeranti, i cui interessi dicevano di rappresentare e difendere, venivano massacrati a milioni nei campi di battaglia per gli interessi dei vari imperialismi.

Mentre la maggior parte dei delegati non intendeva infatti rompere con la Seconda Internazionale, intorno ai bolscevichi si radunò un piccolo gruppo con un programma proprio, tra cui la fondazione di una nuova Internazionale, rivoluzionaria, che avrebbe tagliato di netto ogni contatto e azione tra i partiti proletari e quelli della borghesia. Quindi l’indicazione di trasformare la guerra imperialista in guerra civile fu respinta con 20 voti contrari e 8 a favore, e considerata “fuori di senno” al punto che la presidenza si rifiutò di stamparne e diffonderne anche solo brevi passaggi.

Le due posizioni erano in tale contrasto che non si raggiunse una posizione comune, anche se tutti sottoscrissero il testo finale, redatto da Trotzki che, tra l’altro, affermava che «si erano riuniti per riallacciare i rapporti internazionali fra i proletari di diversi paesi (...) per impegnarsi in un’azione per una pace senza annessioni e senza indennità di guerra». La conferenza non ebbe riscontri nel socialismo europeo, sotto l’influenza della Seconda Internazionale: un piccolo passo in avanti, riconobbe Lenin.

Dal 24 al 30 aprile 1916 si tenne a Kiental, sempre nella neutrale Svizzera, un’altra conferenza, imposta dalla crescente insofferenza proletaria alla guerra. Qui le posizioni più radicali ebbero maggior diffusione, anche se predominava opportunismo. Il manifesto conclusivo condannava l’imperialismo come causa della guerra, proponeva una pace immediata e senza annessioni affermando che nessuna “pace borghese”, perdurando il capitalismo, era una garanzia contro altre guerre. Le divergenze più significative riguardavano le modalità con cui i proletari avrebbero posto fine alla guerra.

Mancando una Internazionale proletaria e rivoluzionaria, tutte le azioni intraprese dalle organizzazioni proletarie risultarono frammentarie e scoordinate tra loro senza il minimo reciproco sostegno.


a) In Germania

Nel 1916 Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Franz Mehering e Clara Zetkin finiscono sotto processo per la loro opposizione alla guerra. Nell’aprile Liebknecht sarà espulso dallo SPD e bandito dal parlamento tedesco. La direzione dell’SPD scioglie le sue organizzazioni giovanili. Si diffondono le prime manifestazioni popolari contro la carenza di viveri.

Il 1° maggio manifestazioni contro la guerra in molte città tedesche. Liebknecht è arrestato e condannato mentre distribuisce volantini in divisa militare (era stato richiamato nel 1915); ne scaturiscono scioperi e manifestazioni. A luglio primo sciopero nella Ruhr e proseguono le manifestazioni contro la guerra e per il pane.

Nel marzo-aprile 1917 le correnti dell’SPD contro la guerra sono espulse e costituiranno il Partito Socialdemocratico Indipendente (USPD) in cui confluì anche la Lega Spartachista, pur mantenendo una sua autonomia. Già dai primi mesi dell’anno, mentre l’esercito tedesco sferra un’offensiva sul fronte occidentale, avvengono scioperi ad Amburgo, Norimberga e in molte altre città tedesche, la cui causa è attribuita dal governo alla penuria di generi alimentari.

Il 16 aprile a Berlino sciopero dei metallurgici dell’industria bellica, che si estende agli operai di Lipsia. Le rivendicazioni non sono solo economiche ma anche politiche come l’eliminazione dello stato d’assedio, la liberazione dei detenuti politici, la della pace senza annessioni, ecc. Gli spartachisti nella loro propaganda invitarono gli operai di tutti i rami a costituire, sull’esempio dei soviet russi, i loro consigli dei deputati degli operai; nel corso degli scioperi di aprile sorgono nelle fabbriche i primi consigli.

Lo sciopero di aprile è soffocato dal governo con il sostegno dei partiti collaborazionisti, ma gli scioperi riprendono a giugno nelle maggiori città industriali e portuali. Il numero degli scioperi in Germania passa dai 818 del 1915 a 2.798 del 1917 e quadruplicano gli scioperanti.

Anche nell’esercito tedesco si diffondono l’opposizione alla guerra, le insubordinazioni, le violazioni alla disciplina militare e lo spirito rivoluzionario. Sul lungo fronte orientale si intensificano i casi di fraternizzazione tra soldati tedeschi e russi, soprattutto dopo la rivoluzione di febbraio e la temporanea sospensione delle attività belliche nel settore perché l’esercito tedesco è impegnato nell’offensiva su quello occidentale.

Il 1° maggio 1917 migliaia di soldati tedeschi organizzano riunioni per chiedere la pace; in diversi casi vi partecipano anche soldati russi, che riferiscono dell’esperienza nel loro paese. Importanti sono gli episodi di manifestazioni contro la guerra, e di solidarietà agli operai e soldati russi, sulle grandi navi da guerra tedesche. Per timore di perderle in battaglia, essendo inferiori di numero e potenza rispetto a quelle britanniche, per ordine diretto dell’imperatore Guglielmo II le grandi navi furono tenute nelle basi, specialmente dopo l’inseminazione di mine su vaste aree marine da parte dei britannici per contrastare la guerra sottomarina tedesca.

Sulla corazzata ammiraglia Federico il Grande e sulla Principe Leopoldo è attiva un’organizzazione di marinai, rigorosamente segreta per la durissima disciplina sulle navi da guerra, di cui alcuni membri sono vicini alla sinistra radicale della socialdemocrazia e del neonato USPD. Due di essi: Max Reichpietsch e Albin Köbin sono i più risoluti nella difesa delle rivendicazioni dei marinai: rancio migliore, contro le vessazioni degli ufficiali, possibilità di uscire dalla base e comunicare con le famiglie e con la popolazione senza la censura militare. Diffondono tra gli operai dei cantieri e tra i marinai della base di Wilhelmshaven messaggi di sostegno alla rivoluzione russa attraverso una rivoluzione in Germania. Quando gli agitatori sono scoperti e arrestati scoppiano violenti disordini tra i marinai con decise rappresaglie contro gli ufficiali più odiati. Per reprimere la ribellione sono chiamati reparti di fanteria. Dopo un breve processo militare Max Reichpietsch e Albin Köbin sono condannati a morte e subito giustiziati, altri agitatori a dure pene detentive.

Quella repressione è dovuta al timore della diffusione dei sentimenti rivoluzionari nelle forze armate: dalle corti marziali in tutta la guerra sono comminate 150 condanne a morte di militari tedeschi, 48 eseguite e le restanti commutate in pene detentive. Numeri per altro di gran lunga inferiori alle 750 italiane, alle 600 francesi e alle 350 inglesi. Emblematico il caso della Bulgaria che nel suo breve periodo di guerra ne esegue 800.

Ma senza un valido e provato partito rivoluzionario tutte le azioni contro la guerra risultano scollegate tra loro dando spazio al regime di adottare contromisure e diversivi, come la promessa dell’imperatore di una completa trasformazione dello Stato in senso democratico a guerra ultimata.

Il 3 novembre 1918 si ammutina tutta la flotta della base di Kiel il che segna l’inizio della Rivoluzione di Novembre, cui segue dal 4 al 15 gennaio 1919 la Rivolta Spartachista a Berlino, tentativo insurrezionale tragicamente conclusosi con la nostra sconfitta e l’arresto e l’assassinio di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg.


b) Nell’Austria-Ungheria

L’esercito di cui dispone l’impero asburgico ne riflette il carattere multietnico con la forzata unione delle “piccole nazioni”. I comandi a Vienna ancor prima dell’inizio della guerra nutrono perplessità sulla riuscita della mobilitazione e sulla coesione delle truppe, che parlano lingue diverse dal tedesco e dall’ungherese. A ragione temono diserzioni di massa tra i richiamati italofoni e slavofoni, i cui paesi sono impegnati in guerre di unificazione nazionale a danno dell’impero asburgico.

Tuttavia le loro statistiche riferiscono di limitati e marginali episodi nel primo periodo di guerra. Ma fin dai primi mesi di guerra le disfatte costano la perdita di circa un milione di soldati, subito rimpiazzati da giovani mandati al fronte dopo un addestramento sommario. Ancor più gravi furono le perdite nel corpo ufficiali, il cui addestramento richiede più tempo e risorse. In più le condizioni di vita nelle trincee dei Carpazi sono insostenibili. Questi fattori, sommati a gravi errori strategici, già nella primavera del 1915 causano i primi episodi di diserzione in massa in due reggimenti di fanteria composti in prevalenza da truppe ceche che collassano completamente sul fronte orientale nei combattimenti contro le truppe russe. Dei 1.300 uomini del 28° reggimento ben 900 sono uccisi o feriti; i superstiti disobbediscono agli ordini e si danno prigionieri. Il fatto ha grande risonanza e diffusione ma non intacca ancora la tenuta generale dell’esercito e non avvengono altri casi similari fino alla primavera del 1917.

Nel gennaio 1917 a Pola alcuni marinai rifiutano di obbedire agli ordini; 2 di loro sono condannati a 5 anni di carcere militare per “rivolta passiva”. Il 19 gennaio circa 400 soldati del 26° reggimento di stanza a Szabadtka rifiutano il trasporto al fronte. Il 1° febbraio 6 battaglioni del 22° reggimento, dopo le inascoltate proteste contro la pessima alimentazione, saccheggiano la città di Mostar. Sono fermati con la forza con 4 morti e 58 feriti. L’11 febbraio 3 battaglioni rifiutano il trasferimento sul fronte albanese a causa del rinvio delle licenze.

Questi sono casi isolati ma a partire dal gennaio 1918, giunte dalla Russia le notizie della rivoluzione, cambiano le dinamiche delle diserzioni e degli ammutinamenti.

La flotta nella base di Cattaro è costretta da 2 anni a una ridotta attività a causa delle navi e sottomarini dell’Intesa che bloccano l’Adriatico all’altezza di Otranto. Dall’1 al 3 febbraio 1918 sull’incrociatore St.George parte una rivolta con il grave ferimento del comandante; in breve coinvolge i marinai di altre 6 navi per un totale di 2.400 uomini. Sulle navi vengono issate le bandiere rosse. Un comitato composto da 400 marinai dirige la rivolta avanzando 9 richieste che riguardano le pessime condizioni di vita nella base, i ridotti congedi e 8 richieste politiche di tipo pacifista: sull’autodeterminazione dei popoli, la formazione degli Stati su base etnica secondo i principi dei 14 punti delle condizioni di pace formulate dal presidente americano Woodrow Wilson e alcune riguardanti la formazione dei soviet dei delegati dei marinai.

Vienna non intende accoglierle e invia da Pola una squadra navale in rinforzo alle navi e alle truppe di terra lealiste. La rivolta è sedata non tanto con la forza e il cannoneggiamento dalle navi che non vi avevano aderito, simulato per non procurare danni, quanto per la disorganizzazione e le incertezze dell’improvvisato comitato. Dopo un breve processo 392 marinai sono condannati a varie pene e i 4 capi della rivolta sono condannati a morte con sentenza immediatamente eseguita l’11 febbraio.

Il fattore rilevante per quanto riguarda le sollevazioni nell’esercito austroungarico è la firma del trattato di Brest-Litowsk nel marzo 1918, che consente uno scambio di prigionieri su vasta scala tra Russia sovietica e Impero austro-ungarico. Centinaia di migliaia di ex soldati austro-ungarici sono rimpatriati convinti di essere congedati, ma il comando a Vienna, vista la scarsità delle forze rimanenti, decide di arruolarli nuovamente dopo aver isolato gli elementi più politicizzati, formatisi durante la prigionia in Russia. Prima dell’Ottobre i prigionieri austroungarici avevano subito un trattamento peggiore rispetto ai tedeschi e avevano accumulato un profondo rancore contro il loro governo che accusano ora di averli abbandonati. La maggior parte di questi non accettano di tornare al fronte e danno vita a numerosi casi, isolati e di piccola entità, di insubordinazione, in Ungheria, Boemia, Galizia e nel distretto di Lublino in Polonia.

Nell’estate del 1918 cessano le rivolte ma aumentano i casi dei battaglioni che rifiutano di essere inviati sulla linea del fuoco. Questi solitamente si trasformava in diserzioni singole: secondo le stime dell’Alto comando di Vienna nell’agosto 1918 i casi di diserzione sono 100.000, che crescono nei mesi seguenti con questi numeri: 20.000 in Boemia e Moravia, 40.000 in Galizia, 40.000 nei Länder alpini e prealpini, 60.000 in Ungheria, 70.000 in Croazia, Slavonia e Bosnia- Herzegovina, per un totale di circa 230.000 disertori. La tendenza è ben espressa dai dati sull’Ungheria, il cui gruppo etnico diserta maggiormente: nel 1914 sono 6.689; nel 1915 diventano 26.251; nel 1916 sono 38.866; nel 1917 aumentano a 81.605 e solo nei primi tre mesi del 1918 sono 44.611.

Allo scoppio della guerra in Austria, specialmente in Boemia la regione più industrializzata dell’impero asburgico, scoppiano inizialmente degli scioperi, che subito perdono di intensità; riprendono vigore dopo due anni per esplodere vigorosamente dal 1917 con lo scoppio della rivoluzione in Russia secondo questo andamento: nel 1914 abbiamo 144 scioperi in 450 aziende; nel 1915 si hanno 25 scioperi in altrettante aziende; nel 1916 riuscirono 28 scioperi in altrettanti aziende. Nel 1917 segnalati 104 scioperi che coinvolgono 540 aziende; nel 1918 gli scioperi salgono a 184 in circa 1.000 aziende.

Subito dopo la rivoluzione di Febbraio in Russia anche l’imperatore e il governo viennese fanno promesse di profonde riforme democratiche, ma ormai il processo di disfacimento dell’impero era in atto. Non bastò certo a fermare gli scioperi la concessione della grazia a Friedrich Adler, che era stato condannato a morte, e la mossa di dichiarare il 1° maggio 1917 giornata non lavorativa.

L’approvvigionamento alimentare è talmente collassato che si ripercuote gravemente sulla disciplina dell’esercito: le rape, solitamente usate per nutrire il bestiame, sono diventate un alimento prezioso. Ai tedeschi non sono solo richiesti rifornimenti in cannoni e munizioni ma soprattutto di vettovaglie! In queste condizioni l’esercito austroungarico minaccia di collassare.

Qui non esponiamo il travagliato percorso del movimento socialista all’interno dell’impero austroungarico, il quale, oltre alle incertezze e contraddizioni dei movimenti negli altri paesi europei, aveva da risolvere in senso rivoluzionario marxista il problema delle varie nazionalità che premevano per la formazione di nuovi Stati indipendenti su base etnica.

Prendiamo come esempio di tutti questi percorsi travagliati la figura di Friedrich Adler, che nel 1914 si era dimesso da co-segretario dell’ala sinistra del Partito Socialdemocratico Operaio, che aveva sostenuto l’entrata in guerra. Continuò l’opposizione alla guerra tramite il giornale Der Kampf. Nell’ottobre 1916 uccide il primo ministro von Stǔrgkh, da lui ritenuto il responsabile della prosecuzione della guerra. Condannato a morte, la sua condanna è commutata in 18 anni di carcere dal nuovo imperatore Carlo I, appena succeduto. Liberato dopo la fine della guerra, il suo percorso politico va a sprofondare nella controrivoluzionaria socialdemocrazia piccolo borghese.

(continua al prossimo numero)  

 

 

 

 


Ricapitolando sulla questione cinese
Capitoli esposti a Genova nel maggio 2019 e a Roma nel gennaio 2020
 
(continua dal numero scorso)


3° Parte:
- La nascita del Partito Comunista di Cina

La nostra dottrina fa distinzione tra partito storico e partito formale. Il partito nel senso storico contiene il concetto della continuità, e quindi dell’invarianza della dottrina così come fu formulata da Marx “non come una invenzione di genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana”, costituendo un patrimonio che travalica le generazioni di militanti rivoluzionari e che comprende la teoria, i principi e le finalità del movimento rivoluzionario come anche tutta l’esperienza storica fatta dalla classe in lotta. Su quella storica linea continua si colloca il partito formale, cioè le varie formazioni organizzate di combattenti rivoluzionari nelle quali, nel corso della storia, la dottrina, il programma, i principi del partito comunista si sono incarnati.

Sostengono le nostre Tesi: «Per la vittoria sarà necessario avere un partito che meriti al tempo stesso la qualifica di partito storico e di partito formale, ossia che si sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente – e che ha dominato un lungo e difficile passato – tra partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta».

La nascita della Terza Internazionale rappresentò un ricongiungimento del partito storico al partito formale. Le Tesi del Secondo Congresso condensarono in un unico corpo gli insegnamenti della dottrina marxista e le lezioni apprese dalle poche lampeggianti vittorie e dalle tante sanguinose sconfitte del movimento rivoluzionario mondiale. L’Internazionale Comunista tendeva a presentarsi come partito mondiale del proletariato, a Partito Comunista unico, con sezioni nei diversi paesi. Teoria, principi, fini, programma e tattica erano da considerarsi unici e validi per tutte le sezioni. La nascita e lo sviluppo delle sezioni nazionali dell’Internazionale erano sì processi che si inserivano in determinati contesti nazionali e storici, la cui tattica doveva adeguarsi al particolare sviluppo capitalistico e al corso dello scontro tra le classi, ma riguardavano il movimento comunista internazionale che per difendersi dalle ricorrenti ondate opportuniste, le quali avevano sempre tradito il proletariato con la rivendicazione di presunte particolarità e interessi nazionali, adottava un programma unico e vincolante per tutti. Le varie sezioni nazionali erano partiti presenti in un singolo paese che dovevano sì adattarsi alle specificità del proprio contesto nazionale, che erano però previste e codificate già tutte, e coordinate da un organismo centrale, antidemocratico, che dirigeva il movimento comunista di tutti i paesi del mondo in base a un programma mondiale unico.

La nascita del Partito Comunista di Cina si inserisce in questo contesto. Agli inizi degli anni Venti, al tempo del Secondo Congresso dell’Internazionale, che aveva stabilito per tutto il mondo quell’unico programma rivoluzionario, la Cina non ereditava decenni di diffusione della dottrina marxista e di organizzazione proletaria come era stato in Occidente. Spinto in avanti dalla vittoria della rivoluzione bolscevica in Russia, il marxismo iniziava da poco ad essere conosciuto in Cina e la classe operaia era estremamente minoritaria nella società. Oltre alle forze endogene di un nascente capitalismo e di una corrispondente proletarizzazione, fattori determinanti della nascita del PCdC sono l’avanzamento della rivoluzione mondiale verso Oriente e l’azione di indirizzo svolta dall’Internazionale per la formazione di partiti comunisti in tutti i paesi, non come partiti nazionali ma come sezioni di un unico partito mondiale. La nascita e il corso del PCdC sono strettamente legati all’andamento della rivoluzione mondiale, alla sua avanzata e soprattutto alla sua sconfitta, che porterà in anni successivi alla vittoria della controrivoluzione a Mosca e all’asservimento dell’Internazionale Comunista e del movimento comunista mondiale agli interessi dello Stato russo.


3.1 - L’avanzata della rivoluzione mondiale verso Oriente

La presa del potere in Russia nel novembre del 1917 aveva segnato una svolta storica di proporzioni immense: un vasto e importante Stato, da sempre baluardo della conservazione, era stato conquistato dalla rivoluzione proletaria, aprendo un’epoca di rivoluzione sociale nel mondo intero. I bolscevichi russi, come i rivoluzionari di tutti i paesi, contavano che la rivoluzione sarebbe divampata in Europa, cuore del dominio borghese mondiale, e i principali sforzi per uscire dall’isolamento in cui si trovò il governo rivoluzionario in Russia furono rivolti all’espansione della rivoluzione in Europa. Ma subito dopo la presa del potere al centro della politica dei bolscevichi fu anche la questione orientale, di importanza vitale per il governo dei soviet dal momento che il vasto suo territorio confinava in Asia con la Turchia, la Persia, le varie entità dell’Asia Centrale, la Cina, la Corea.

Il fronte orientale era stato anche uno dei principali fronti della guerra civile. Per gran parte del 1918 fin verso la metà del 1919 i bolscevichi furono sotto la pressione e l’avanzata da Est delle truppe bianche sostenute da numerosi eserciti imperialisti che arrivarono a minacciare il cuore dello Stato comunista.

In questa situazione critica tutti gli sforzi del Partito Comunista e dello Stato dei Soviet erano finalizzati alla sopravvivenza della rivoluzione, che significava la vittoria nella guerra civile, e l’unica politica estera possibile era quella volta all’estensione della rivoluzione mondiale. A Oriente la questione cinese aveva una particolare rilevanza, sia per l’importanza che il grande paese asiatico rivestiva per tutti gli imperialismi sia per le potenzialità rivoluzionarie che vi si potevano accendere. Inoltre la situazione in Cina influiva direttamente sulla pressione armata che i comunisti subivano da Est.

Nel luglio del 1918 Cicerin, Commissario per gli affari esteri di Mosca, nel suo rapporto al quinto Congresso dei Soviet annunciò la politica sovietica verso la Cina: Mosca rinunciava alle conquiste del governo zarista in Manciuria, restaurandovi la sovranità cinese; rinunciava ai diritti di extraterritorialità in Cina e a tutte le indennità che «sotto vari pretesti erano stati imposti al popolo cinese» e ritirava tutti i presidi armati imposti dallo zarismo a difesa dei consolati russi in Cina. Era un genuino programma di un governo comunista, in aperto contrasto con i soprusi di tutte le potenze imperialistiche sulla Cina. Ma, con la Russia sconvolta dalla guerra civile e dall’intervento armato degli eserciti stranieri, era impossibile una qualunque incisiva politica estera.

Le alterne vicende del conflitto sul fronte orientale, con le armate controrivoluzionarie che erano avanzate fino al Volga, a partire dalla primavera del 1919 mutarono a favore dei comunisti. L’avanzata dell’Armata Rossa verso Est faceva aumentare le possibilità di un successo rivoluzionario in Asia, dove movimenti anti-imperialisti si stavano sviluppando in India, Corea, Cina, Persia, Turchia e in tutta l’Asia Centrale.

L’occasione per la possibilità di un cambio di regime in Cina fu data dagli eventi del 4 maggio 1919, con l’esplosione a Pechino di proteste anti-governative e anti-imperialiste, che presto si estesero in molte altre città, suscitate dalle decisioni prese dalle grandi potenze a Versailles. Uno sforzo di propaganda rivoluzionaria fu indirizzato dalla Russia verso la Cina.

Il 25 luglio del 1919 con il cosiddetto Manifesto di Karakhan il governo dei Soviet si rivolgeva al popolo cinese e ai governi del Sud e del Nord della Cina dichiarando di rinunciare a qualunque annessione territoriale e a ogni tipo di indennità. Il Manifesto conteneva quanto enunciato da Cicerin e in più erano fatte nuove concessioni: si dichiaravano annullati tutti i trattati imposti dal governo zarista e si restituiva al popolo cinese quanto conquistato dalla Russia zarista, sia da sola sia in accordo con il Giappone o con altre potenze. In particolare il riferimento era alla Manciuria, ma il governo dei Soviet precisava di restituire senza alcuna compensazione anche la Ferrovia cinese orientale (CER) e le concessioni minerarie russe in Cina. L’impedimento alla cessione immediata della CER si spiegava per l’occupazione della Siberia da parte delle truppe straniere, principalmente giapponesi, e per la compromissione del governo di Pechino nell’invasione della Siberia. L’obiettivo dei bolscevichi era favorire la rivoluzione nazionale in Cina.

Dall’estate del 1919 fino all’inizio del 1920 la guerra civile si spostò verso Est, in Siberia. All’inizio del 1920 volse a favore dei comunisti. Le armate bianche furono sconfitte e si evitò un confronto diretto con il Giappone. Nell’aprile del 1920 è costituita la Repubblica dell’Estremo Oriente, governata di fatto dal Partito Comunista.

Con l’avanzata dell’Armata Rossa verso Est si ampliava il campo d’azione dell’Internazionale, che tra il luglio e l’agosto del 1920 stabilì a Irkutsk, in Siberia, un ufficio politico incaricato della propaganda e dell’organizzazione del lavoro rivoluzionario in Estremo Oriente. Intanto il Secondo Congresso dell’Internazionale stabiliva la strategia comunista mondiale: nelle sue Tesi dichiarava chiaramente che per la vittoria mondiale del comunismo la lotta apertamente classista del proletariato delle metropoli capitalistiche doveva intrecciarsi con le rivoluzioni doppie dei paesi coloniali, attribuendo al proletariato delle colonie e ai loro nascenti partiti comunisti il ruolo di guida delle rivoluzioni nazionali. Attorno a questa prospettiva si raccolsero in Cina le prime forze che si orientavano verso il comunismo.

L’avanzata della rivoluzione comunista verso Oriente entrava in questo modo in contatto con la rivoluzione nazionale cinese dove, siamo all’inizio degli anni Venti, stava prendendo forza un primo movimento operaio in presenza di un attivo movimento nazionalista, che in alcune sue frange assumeva aperto carattere anti-imperialista e rivoluzionario.


3.2 - Arretratezza del movimento operaio in Cina

Il ritardo dello sviluppo capitalistico in Cina incideva sullo sviluppo della lotta di classe nel grande paese asiatico. Ancora alle soglie degli anni Venti i proletari in Cina erano circa due milioni su una popolazione di oltre 400 milioni. Ma, nonostante la debolezza numerica, prima degli anni Venti la classe operaia cinese aveva già intrapreso delle azioni autonome. Dal 1895 al 1918 si contano in Cina circa 152 scioperi. Negli anni è costante la crescita degli antagonismi tra il capitale e il lavoro salariato: 10 scioperi tra il 1898-1899, 15 tra il 1904-1906, 38 tra il 1909-1913 e 46 tra il 1917-1918. Questi scioperi erano per la maggior parte di protesta contro i bassi salari o tentativi di ridurli, contro i peggioramenti delle condizioni di lavoro o l’allungamento della giornata lavorativa. Nella maggior parte dei casi si trattava di scioperi spontanei, senza alcuna organizzazione che ne prendesse l’iniziativa e ne conducesse la lotta. Questa spontaneità si rifletteva nella violenza che spesso accompagnava gli scioperi e nella tendenza a distruggere la fabbrica e le macchine. Questo carattere luddista degli inizi, ostile alle tecniche industriali moderne, era dovuto alla provenienza contadina o artigiana dell’operaio. L’arretratezza di questi primi scioperi si esprimeva anche in rivalità regionali coinvolgendo solo gli operai originari di una stessa provincia.

Il carattere primitivo della classe operaia cinese aveva il suo riflesso politico. Con la fine dalla dinastia imperiale e la fondazione della Repubblica si diffusero in Cina centinaia di organizzazioni. Diverse tra queste pretendevano di rappresentare gli interessi della classe operaia, ma in generale, per la loro ideologia, per gli obiettivi politici e per la loro attività solo cercavano di trarre profitto dal movimento operaio rappresentando invece gli interessi e le ambizioni della piccola borghesia e del capitalismo nazionale. Esse nascevano principalmente dal tentativo di alcuni uomini politici di disporre di una clientela operaia, mostrandosi portavoce del mondo del lavoro.

Tra queste ad esempio c’è il Partito Socialista di Jiang Kanghu, fondato verso la fine del 1911, che prima di tutto si poneva ambizioni elettorali. Secondo le stime del suo fondatore, all’inizio del 1912 il partito poteva contare su 4-5 mila membri e una trentina di sezioni, e alle elezioni del 1913 ottenne una trentina di deputati.

Una connotazione leggermente diversa contraddistingueva il Partito Operaio, anch’esso fondato nel 1911. Questo aveva molto in comune con i tanti organismi di promozione sociale che erano nati in Cina in quegli anni, alcuni obiettivi fissati per statuto erano lo sviluppo dell’industria moderna in Cina e il miglioramento delle conoscenze tecniche degli operai. Alcune delle sue attività erano indirizzate alla formazione di cooperative e alla raccolta di denaro tra gli operai. Il Partito Operaio si presentava però anche come un’organizzazione per la difesa e per la partecipazione della classe operaia alle lotte politiche in funzione dei suoi interessi. Nello statuto si parlava di “diminuire le sofferenze degli operai” e di formare dei “corpi operai”; vi erano inoltre stabiliti alcuni obiettivi rivendicativi ed era auspicata l’unità della classe operaia con il superamento di tutte le distinzioni corporative e regionaliste. Il Partito Operaio si fece promotore di alcuni provvedimenti presentati al Parlamento, come il riposo settimanale, il salario minimo garantito, le assicurazioni operaie, e sostenne diversi scioperi. Arrivò ad avere una diffusione su gran parte del territorio nazionale, con circa 70 sezioni locali; nei suoi organismi direttivi figuravano rappresentanti di diversi settori industriali.

Entrambi i partiti furono messi fuori legge in seguito alla cosiddetta “seconda rivoluzione” del luglio 1913, una ribellione di alcuni governatori delle province meridionali contro il regime di Yuan Shikai. Nessuna di queste prime organizzazioni avrà influenza sul successivo sviluppo del movimento operaio cinese, ma rimarrà la tendenza da parte della borghesia a deviare il movimento operaio dalla via rivoluzionaria per sottometterlo alle esigenze dello sviluppo borghese.

Da un punto di vista ideologico in questa prima fase più che il marxismo ebbe una certa diffusione l’anarchismo. Il movimento anarchico sviluppò in Cina più correnti che orientavano la propria attività in direzioni diverse: alcuni di questi gruppi guardavano principalmente al mondo contadino e portavano la loro propaganda nelle campagne; altri gruppi anarchici si indirizzavano in ambito sindacale, partecipando alla organizzazione di decine di sindacati. Per gli anarchici lo sviluppo delle organizzazioni era strettamente collegato all’educazione degli operai in quanto ritenevano che la classe operaia cinese fosse troppo arretrata culturalmente per darsi un’organizzazione: procedettero così alla fondazione di scuole e club per gli operai. Numerose le pubblicazioni anarchiche in questo periodo, alcune delle quali furono le prime a trattare il conflitto tra capitale e lavoro e propagandarne la soluzione mediante la rivoluzione sociale. Anche in Cina tipiche parole d’ordine diffuse dagli anarchici erano lo sciopero generale e l’occupazione delle fabbriche da parte dei “produttori”. In generale il movimento anarchico ebbe una certa diffusione a Canton e nell’Hunan, ma anche a Shanghai, e i loro metodi di organizzazione ebbero una certa rilevanza agli esordi del movimento operaio.

Per tutto il periodo precedente la Rivoluzione d’Ottobre il marxismo è quasi praticamente sconosciuto in Cina. Sporadici riferimenti a Marx comparvero a cavallo tra Ottocento e Novecento da parte di pochissimi intellettuali. Un maggiore interesse iniziò a manifestarsi in seguito alla Rivoluzione Russa del 1905, in quanto gruppi di rivoluzionari tendevano a tirare un parallelismo tra la lotta contro l’assolutismo zarista e quella contro la dinastia mancese. Ma la dottrina marxista non era così attraente per l’impazienza dei rivoluzionari borghesi per cui molti volsero piuttosto lo sguardo alle pratiche terroristiche dei vari gruppi rivoluzionari russi. Iniziò a manifestarsi però su alcune riviste radicali cinesi uno sporadico interesse per gli scritti di Marx e di Engels, e apparvero le prime traduzioni di parte di alcuni loro lavori, ad esempio nel 1908 fu pubblicato in cinese il primo capitolo del Manifesto. Ma non furono molte le traduzioni in cinese di scritti di Marx ed Engels prima del contatto del mondo cinese con la forza della Rivoluzione d’Ottobre. Una prima diffusione del marxismo in Cina avvenne in seguito agli eventi rivoluzionari in Russia.

Appena dopo la Rivoluzione, approfittando della contiguità geografica, il giovane governo di Russia cercò di allacciare dei primi contatti con il mondo cinese. Tra il 1918 e il 1920 l’intervento militare straniero e delle armate bianche non riusciva a impedire le comunicazioni lungo le migliaia di chilometri del confine sino-russo. Fin dall’inizio del 1918 i comunisti inviarono emissari e agenti in Cina con lo scopo di esplorarne la situazione e le potenzialità rivoluzionarie, e di allacciare dei primi contatti. Agenti furono direttamente reclutati tra i russi che vivevano in Cina, che conoscevano il paese e la lingua. Provenivano da strati sociali diversi e professavano diversi credo politici, c’erano socialisti democratici, anarchici e anche ex ufficiali zaristi che per diverse ragioni avevano scelto di sostenere il comunismo e l’Internazionale. La maggior parte degli emigrati russi, circa 5 mila nel 1920, viveva a Shanghai, e qui si formò una organizzazione guidata dai comunisti per avvicinare i potenziali rivoluzionari cinesi.

Ma i primi contatti tra la classe operaia cinese e la rivoluzione avvennero principalmente tramite i lavoratori cinesi in Russia e gli operai russi delle imprese zariste nella Cina orientale. Alla fine della guerra mondiale c’erano in Russia alcune decine di migliaia di lavoratori cinesi. Un certo numero di questi partecipò attivamente nell’Armata Rossa ai combattimenti della guerra civile. Nel gennaio 1919 nacque una associazione di lavoratori cinesi. Da questa uscirono i delegati che presero la parola al primo congresso dell’Internazionale: intervennero a nome di un Partito dei Lavoratori Socialisti Cinesi che esisteva solo nelle intenzioni. I comunisti diedero enorme importanza al lavoro tra i prigionieri di guerra e tra i lavoratori stranieri che si trovavano in Russia, molti dei quali aderirono al comunismo e successivamente, una volta rimpatriati, militarono nei partiti comunisti del paese di origine. Inoltre le idee e l’organizzazione dei comunisti penetrarono anche fra i lavoratori cinesi impiegati nelle aziende russe in Estremo Oriente, soprattutto in Manciuria, nelle quali si trovavano insieme agli operai russi. Tra il 1917 e il 1919, quando le armate bianche erano padrone della regione, ci furono degli scioperi condotti congiuntamente da russi e da cinesi. Queste lotte portarono anche a scontri armati tra soldati e operai e a una stretta unione tra gli operai russi e cinesi.

Altri canali di contatto con il movimento operaio internazionale erano rappresentati dagli operai cinesi in Francia durante la prima guerra mondiale e dagli emigranti cinesi in Giappone, che entravano in rapporto con il movimento socialista e sindacale che vi si era sviluppato, e dai marittimi attraverso il loro contatto con i lavoratori stranieri, specialmente inglesi.

Una parte degli operai cinesi entrava così per la prima volta in contatto con le idee e le pratiche del movimento operaio internazionale, ma la giovane classe operaia cinese era ancora dispersa e mancava di organismi classisti per la difesa economica. Soprattutto l’assenza di una propria organizzazione politica poneva il proletariato sotto il controllo di altre forze sociali, come fu ben evidente in quelle lotte che si svilupparono in Cina nel 1919 conosciute come Movimento del 4 maggio.

Se il movimento operaio in Cina mostrava ancora la sua arretratezza, da diversi anni era nato e si era sviluppato un movimento nazionalista, all’interno del quale si era formata un’ala decisamente anti-imperialista e rivoluzionaria.


3.3 - Il movimento nazionalista rivoluzionario

Al tempo della prima guerra mondiale la Cina era dominata da molti Signori della Guerra, capi militari e governatori provinciali; la formazione di queste cricche militari manteneva diviso il paese e alimentava le guerre intestine. Questi Signori erano sostenuti dalle varie potenze imperialistiche che ambivano ad estendere la loro influenza sul grande paese asiatico, per cui in realtà le guerre in Cina erano sostanzialmente una lotta tra gli imperialismi: da un lato premeva la Gran Bretagna, appoggiata con diffidenza dalla Francia, dall’altro il Giappone che, in compenso dell’alleanza contro la Germania, pretendeva più spazio in Cina.

Nonostante non esistesse un governo sovrano su tutto il territorio cinese, le pressioni imperialistiche avevano spinto una delle bande che si alternavano al potere ad allearsi formalmente con le potenze dell’Intesa nella lotta contro gli Imperi centrali, per cui anche la Cina figurava tra i partecipanti al conflitto mondiale. Verso la fine della prima guerra mondiale, mentre a Canton era sorto un parlamento “repubblicano” che controllava le province meridionali, sostenuto dai militaristi del Sud decisi a opporsi alle autorità militari del Nord, al Nord a partire dalla metà del 1918 la consorteria dei militaristi al potere si scisse in due gruppi: da una parte si formò la cricca di Anfu, orientata in senso filo-giapponese, dall’altra quella del Chili, legata agli interessi britannici, che cominciavano a riprendere piede in Cina man mano che lo sforzo bellico in Europa volgeva al termine.

Questo asservimento politico della Cina aveva prodotto il montare di uno spiccato nazionalismo che si diffondeva soprattutto tra gli intellettuali, assumendo anche forme decisamente rivoluzionarie. Storicamente in Cina i detentori della cultura avevano sempre avuto grande rilevanza, derivante dalla struttura sociale della vecchia Cina e dalla loro funzione nell’esercizio del potere politico, e anche economico. Per secoli tra gli intellettuali era stata reclutata la classe dirigente della Cina con fondamentali incarichi nella gestione del potere e nell’amministrazione dello Stato. Ma già nei primi anni del Novecento la funzione tradizionale degli intellettuali andava progressivamente a scomparire: con l’abolizione nel 1905 degli esami imperiali la cultura tradizionale aveva perso il suo valore economico, mentre successivamente, con l’arrivo al potere dei Signori della Guerra, erano stati sostituiti anche nella tradizionale posizione burocratica. Gli intellettuali, oltre che drasticamente impoveriti, avevano subito una pesante sconfitta politica avendo sostenuto apertamente la rivoluzione del 1911 e molti di loro lottato nel movimento di Sun Yat-sen: presto avevano dovuto prendere atto del suo fallimento e sottostare al dominio dei militaristi e dei notabili locali.

Fu in questa situazione che alcuni intellettuali si risolsero a ribellarsi. Si incrinò la pratica del “consenso” rispetto all’ordine costituito, che tradizionalmente aveva caratterizzato gli intellettuali, e si diffuse la convinzione che bisognava reagire di fronte allo sfacelo del paese e che per “salvare la Cina” era necessario rinnovare completamente i valori e i principi che stavano alla base della convivenza sociale. Ovviamente per gli intellettuali lo strumento d’azione sarebbe stato la cultura, ma una “cultura nuova”, non più finalizzata al “consenso” ma alla “rivolta”, un’arma contro l’assoggettamento della Cina agli stranieri e contro le classi dominanti cinesi, complici degli stranieri e responsabili della decadenza del paese: in sostanza, una “rivoluzione culturale”.

A sostegno di questa prospettiva fu fondata nell’estate del 1915 la rivista Gioventù Nuova, che divenne uno strumento per la diffusione di idee innovatrici e influenzò ampi settori di quella gioventù cinese che negli anni seguenti prese parte al movimento rivoluzionario. Tra i fondatori vi era Chen Duxiu, che avrà un ruolo fondamentale nei primi anni del PCdC, che scrisse il primo numero della rivista passato alla storia come un “appello alla gioventù” per rompere col passato, nella convinzione che solo la forza dei giovani potesse “salvare la Cina”. A livello politico la rivista non aveva un orientamento omogeneo, dovuto alla presenza di una linea più moderata e di un’altra più decisamente rivoluzionaria. Quest’ultima, per altro, non aveva le idee chiare, in generale influenzata da una visione idealizzata della Francia, identificata con la rivoluzione giacobina, ma anche con le giornate di giugno 1848 e con la Comune. Gli intellettuali apertamente rivoluzionari di Gioventù Nuova erano sicuramente interessati all’approfondimento del pensiero socialista, ma ancora non distinguevano chiaramente le differenze, ad esempio, tra il marxismo, l’anarchismo e altre correnti della classe operaia.

Fino dall’inizio del 1919 numerose altre riviste si affiancarono a Gioventù Nuova e in tutto il paese nacquero associazioni giovanili e studentesche che facevano propria l’esigenza di un rinnovamento radicale della Cina. Alla base del mutamento di prospettiva di gran parte di questi giovani fu la Rivoluzione d’Ottobre, che produsse al loro interno una differenziazione dei rivoluzionari dal resto degli intellettuali. Uno dei primi a riconoscere l’importanza della rivoluzione dei bolscevichi, ad avvicinarsi al marxismo e a diffonderlo fu Li Dazhao. Nel 1918 apparvero tre significativi suoi articoli nei quali è evidente la limitata conoscenza del marxismo, ma è manifestato l’entusiasmo per la rivoluzione in Russia considerata la “miccia della rivoluzione mondiale”. «La rivoluzione francese del 1789 annuncia le rivoluzioni del XIX secolo in tutti i paesi. La Rivoluzione russa annuncia le rivoluzioni mondiali del XX secolo». Sono i primi segnali dell’adesione a un metodo rivoluzionario ancora estraneo al mondo cinese, ma che presto la dinamica sociale ne permetterà la diffusione non solo tra gli intellettuali ma soprattutto tra il giovane proletariato. Prima di questo passaggio doveva cadere un’ultima illusione circa la possibilità di emancipazione della Cina attraverso vie che non fossero quelle della rivoluzione proletaria.


3.4 - Il Movimento del 4 Maggio: studenti e mezze classi

La fine della Prima Guerra Mondiale e gli accordi di Versailles dispersero la speranza che nella sistemazione post-bellica la Cina fosse emancipata, infatti le colonie in Cina possedute della Germania passarono al Giappone. Ciò determinò una decisa reazione anti-giapponese e anti-governativa: il 4 maggio 1919 ci furono grandi manifestazioni studentesche a Pechino. Migliaia di studenti manifestarono reclamando il ritorno dello Shandong alla Cina, chiedendo di non firmare il Trattato di Versailles ed esigendo le dimissioni dei ministri filo-giapponesi. Il Movimento del 4 Maggio si sviluppò in tutto il paese e dagli studenti e dagli ambienti intellettuali si estese al mondo degli affari di tutte le province. Si intraprese una propaganda in favore del boicottaggio delle merci giapponesi. Gli interessi economici della borghesia e della piccola borghesia si esprimevano in una manifestazione di attaccamento patriottico all’integrità territoriale.

A giugno il movimento entrò in una nuova fase in seguito all’arresto di centinaia di studenti a Pechino. A partire dal 5 giugno a sostegno degli studenti si estese la solidarietà dei mercanti, che chiusero le loro botteghe, sempre più interessati alla parola d’ordine del boicottaggio delle merci giapponesi.

Alle manifestazioni e al boicottaggio si aggiunsero anche degli scioperi con decine di migliaia di scioperanti. La partecipazione dei lavoratori al Movimento del 4 Maggio ebbe lo stesso carattere di dipendenza che già negli anni precedenti aveva segnato le prime manifestazioni dell’attività politica del proletariato: le iniziative, anche se molto seguite dalla classe operaia, rappresentavano essenzialmente gli interessi di altri strati sociali e da questi erano dirette. La classe operaia non aveva ancora e non poteva avere la sua autonomia politica e organizzativa. La partecipazione operaia al Movimento era subordinata agli elementi padronali, che la controllavano attraverso vari organismi, come le gilde miste e le organizzazioni di promozione industriale. Le rivendicazioni che la classe operaia avanzava rappresentavano gli obiettivi formulati dalla borghesia nazionale, come, ad esempio, il ritorno dello Shandong alla Cina, l’allontanamento dei ministri filo-giapponesi, il boicottaggio delle merci giapponesi, la liberazione degli studenti imprigionati, e non formulavano le rivendicazioni economiche o politiche proprie del proletariato.

Il Movimento del 4 Maggio raggiunse i suoi obiettivi immediati: il governo di Pechino costrinse alle dimissioni i ministri considerati traditori e la delegazione cinese a Versailles si rifiutò di firmare il trattato di pace e quindi di avallare la cessione dei diritti sullo Shandong al Giappone. Esso aveva unito per la prima volta in Cina in un’azione comune elementi della borghesia, degli intellettuali, della piccola borghesia e del proletariato industriale, una sorta di blocco delle classi, senza i contadini per il momento, con il proletariato in una posizione subordinata agli interessi nazionali delle altre classi che chiedevano la fine del governo conservatore e la restaurazione della Cina come Stato sovrano, mettendo fine alla dipendenza internazionale dalle potenze straniere.

Ma se le manifestazioni e gli scioperi operai ebbero allora un ruolo subordinato, nei mesi e negli anni successivi le lotte rivendicative si allargarono sempre più, nacquero e andarono rafforzandosi le organizzazioni operaie. Intanto gli eventi di quei mesi del 1919 avevano avuto importanti ripercussioni sui giovani che avevano partecipato con entusiasmo alle lotte.

A Versailles le potenze vincitrici avevano proceduto alla spartizione del mondo mostrando apertamente la natura brigantesca dell’imperialismo e che la guerra appena combattuta non era stata altro che una guerra di rapina. Quelle decisioni dissolsero all’improvviso le speranze di riconquista della sovranità e dell’integrità territoriale che parte della gioventù cinese confidava possibile per via negoziale e per accordo con le grandi potenze. Se nel maggio del 1919 gli imperialisti confermavano il loro interesse nel tenere sottomessa la Cina e continuare a depredarla delle risorse, nel luglio, come abbiamo visto, con le concessioni fatte con il Manifesto di Karakhan, il governo rivoluzionario di Russia mostrava al popolo cinese la politica di un potere comunista. In questo modo il nazionalismo cinese subiva il fascino della rivoluzione in Russia.

La Terza Internazionale, operando all’interno dei movimenti nazionalisti una distinzione tra l’ala moderata, incline al compromesso con l’imperialismo, e l’ala decisamente rivoluzionaria, farà uscire i movimenti rivoluzionari nazionali dai limiti della lotta di liberazione nazionale dall’oppressione straniera per collegarli a quella del proletariato dei paesi sviluppati nella grande strategia mondiale per il comunismo.


3.5 - I primi gruppi comunisti

L’Internazionale Comunista aveva stabilito di non rivolgersi ai movimenti democratici borghesi, ma a quelli nazionalisti rivoluzionari, il che non era semplicemente una diversa formulazione ma indicava la precisa politica rivoluzionaria per le colonie e le semi-colonie: diffidava dell’alleanza con la classe borghese indigena, incline ad accordarsi con gli oppressori stranieri pur di mantenere i propri privilegi, e si rivolgeva a quei movimenti nazionali che erano davvero sul terreno della lotta rivoluzionaria. In base a questa prospettiva diveniva fondamentale stabilire rapporti con i movimenti rivoluzionari che andavano sviluppandosi nei vari paesi sottomessi all’imperialismo. Per quanto riguarda la Cina, come abbiamo visto, il movimento nazionalista rivoluzionario si esprimeva nel cosiddetto Movimento del 4 Maggio. Furono gli elementi più radicali di questo movimento tra i primi ad aderire al comunismo.

Già la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre aveva determinato un profondo mutamento della visione che i rivoluzionari cinesi avevano della Russia. La Russia zarista era stata protagonista, insieme a tutti gli altri imperialismi, dello smembramento territoriale della Cina e del suo assoggettamento politico. Al contrario la politica della Russia bolscevica nei confronti della Cina, rinunciando ai benefici precedentemente estorti con la violenza dal regime zarista, suscitava l’entusiasmo dei rivoluzionari cinesi. Inoltre essa si poneva in netto contrasto con l’atteggiamento predatorio di tutte le principali potenze mondiali, che a Versailles avevano ribadito la volontà di perpetrare la sottomissione politica della nazione cinese. Il risultato fu che tra gli intellettuali radicali che avevano partecipato con entusiasmo alle lotte del Movimento del 4 Maggio si diffondeva la simpatia verso il governo sovietico e il bolscevismo, e cresceva l’interesse per l’approfondimento della teoria marxista. Il movimento culturale di radicale rinnovamento che da qualche anno scuoteva la gioventù cinese entrò in una nuova fase. Molti di questi giovani cinesi, affascinati dagli eventi rivoluzionari in Russia, iniziarono a organizzarsi in gruppi di studio sempre più influenzati dal marxismo.

I bolscevichi russi, nonostante le difficoltà della guerra civile, subito avevano tentato di stabilire contatti con il mondo cinese. Ma solo nell’aprile del 1920, preceduto da una serie di missioni, l’Ufficio dell’Estremo Oriente del Partito bolscevico, in accordo con i vertici dell’Internazionale, inviò in Cina un gruppo di comunisti guidati da G. Voitinsky con lo scopo di organizzarvi i primi gruppi comunisti. Questi emersero da quelle associazioni radicali che si erano formate nel corso del Movimento del 4 Maggio. Erano presenti in diverse città: Shanghai, Pechino, Canton, Wuhan, Jinan, Tianjin, nell’Hunan, nello Sichuan, prodotti ciascuno del proprio ambiente locale. Sebbene ci fossero contatti tra i vari gruppi non esisteva una organizzazione nazionale che ne dirigesse o quanto meno ne coordinasse le attività. Voitinsky entrò in contatto con i principali dirigenti di questo movimento, tra cui principalmente Chen Duxiu e Li Dazhao, e con pochi altri iniziarono la formazione dei nuclei del futuro Partito Comunista. Sotto la guida dell’Internazionale si passò a raggruppare le forze disponibili a un lavoro rivoluzionario così come concepito dai comunisti.

Nel suo rapporto per l’Esecutivo dell’Internazionale datato 1 settembre 1920, Vilensky, che gestiva il Segretariato dell’Asia Orientale, un organismo appena formato per la guida dell’attività rivoluzionaria nei paesi dell’Estremo Oriente, scrisse che il compito organizzativo del Segretariato era di «svolgere il lavoro di impianto del Partito in Cina stabilendo cellule comuniste tra le organizzazioni degli studenti e tra quelle dei lavoratori nelle zone industriali costiere». In questa prospettiva Shanghai, cuore dello sviluppo industriale cinese, fu scelta come punto di partenza del comunismo: nella grande metropoli fu organizzato, verso la metà del 1920, un gruppo comunista. I primi documenti dell’attività dei comunisti a Shanghai risalgono al Primo Maggio di quell’anno. Attivo ed entusiasta, sotto la direzione degli emissari dell’Internazionale nell’arco di pochi mesi il gruppo di Shanghai iniziò a funzionare come centro provvisorio del partito.

Il principale compito dei comunisti in Cina era stabilire una connessione con la classe operaia. A Shanghai il forte sviluppo industriale aveva formato una numerosa e concentrata classe operaia. Oltre ad entrare in contatto con le organizzazioni sindacali presenti, il lavoro dei comunisti tra il proletariato di Shanghai mirava alla formazione di nuove organizzazioni sindacali, ottenendo anche discreti risultati: ad esempio nell’ottobre del 1920 i comunisti riuscirono a organizzare il sindacato dei meccanici.

Fu messo in piedi anche un lavoro di propaganda e diverse pubblicazioni iniziarono ad essere diffuse tra i lavoratori. A Shanghai si pubblicava la rivista Il Mondo del Lavoro, a Pechino La Voce dei Lavoratori e a Canton Il Lavoratore. Quella di Shanghai era divisa in due sezioni: la prima conteneva articoli di carattere teorico, questioni del tutto nuove in Cina, come per esempio la lotta di classe come motore della storia, la teoria del plusvalore, il movimento dei prezzi e dei salari, la necessità della coalizione sindacale, ecc.; la seconda era dedicata alla situazione della classe operaia, i salari, le condizioni di vita e di lavoro, la battaglia contro l’imperialismo e il capitalismo cinese, ecc. Accanto a Il Mondo del Lavoro, l’organizzazione di Shanghai iniziò a pubblicare Il Comunista, che si rivolgeva principalmente ai militanti e ai simpatizzanti della sezione cinese della Terza Internazionale. Vi erano trattate le principali questioni teoriche, come la necessità della dittatura del proletariato, la concezione del Partito, la funzione dei Soviet, ecc.; vi era spazio per la storia del socialismo e del movimento operaio, delle Internazionali proletarie, la degenerazione della Seconda Internazionale, la critica dell’anarchismo, ecc. Il Comunista informava sul movimento comunista internazionale, sulle attività dei partiti e delle organizzazioni affiliate all’Internazionale, con ampio spazio riservato ai documenti ufficiali dell’Internazionale. Un’altra importante rivista pubblicata dai comunisti era Gioventù Nuova che, diffusa in tutto il paese, teneva i contatti con gli studenti e i simpatizzanti del Movimento del 4 Maggio.

Per il proselitismo l’organizzazione di Shanghai mise in piedi due strutture, il Corpo dei Giovani Socialisti e la Società per lo Studio del Marxismo. Il Corpo nasceva per diffondere il comunismo tra gli studenti e i giovani in genere. Inizialmente i criteri di ammissione erano abbastanza elastici, per attirare un insieme variegato di giovani radicali, anticonfuciani, antimilitaristi, anarchici; ciò fino al maggio 1921 quando fu sciolto e riorganizzato. I giovani che ne facevano parte partecipavano con entusiasmo alle attività, contribuendo a Shanghai alla costituzione dei primi sindacati operai. La Società invece era concepita come una scuola permanente per elevare il livello teorico degli attivisti e vi venivano trattate le principali questioni teoriche della dottrina marxista. A Shanghai la partecipazione alla Società era riservata ai comunisti, mentre società simili che comparvero in altre città avevano criteri di ammissione più larghi.

La presenza di questi organismi aperti agli ambienti studenteschi e intellettuali corrisponde alla arretratezza della società cinese e alla immaturità del movimento comunista, ancora non emancipato dalla sua fase “dei circoli”. Infatti i gruppi di comunisti erano formati da poche unità, inizialmente a Shanghai solo cinque membri, e operavano a livello illegale.

Le Società di studio del marxismo costituivano la loro facciata pubblica. A Shanghai fu stabilita anche una scuola di lingue straniere, che serviva anch’essa a dare una copertura al lavoro rivoluzionario, oltre che a preparare i giovani da mandare a Mosca a studiare presso l’Università Comunista dei Lavoratori dell’Oriente, una istituzione nata per accogliere i giovani dei vari paesi orientali per formarli in vista dello sviluppo rivoluzionario che l’Asia prometteva.

Verso la fine del 1920 il gruppo di Shanghai era diventato il centro del lavoro: forniva pubblicazioni agli altri gruppi, li guidava politicamente e li sosteneva dal punto di vista organizzativo. Inoltre, Shanghai manteneva i contatti con la Terza Internazionale e con il movimento comunista mondiale. Era inoltre considerato dall’Internazionale il centro dal quale guidare il movimento rivoluzionario anche in altri due importanti paesi come la Corea e il Giappone, e in generale in tutto l’Estremo Oriente.

Si erano però formati gruppi comunisti anche in altre città. Dai rapporti al Primo Congresso del PCdC si hanno informazioni su gruppi comunisti a Pechino e a Canton. Secondo il rapporto il gruppo di Pechino fu fondato nell’ottobre del 1920. Date le caratteristiche della capitale, centro politico ma con un arretrato sviluppo industriale, i suoi membri erano intellettuali provenienti dalle preesistenti società di studio. A differenza di Shanghai il gruppo di Pechino su nove membri iniziali contava ben cinque anarchici, ma che da lì a poco avrebbero lasciato l’organizzazione per evidente inconciliabilità con i principi del marxismo. Il Corpo dei Giovani socialisti poteva contare su una quarantina di simpatizzanti, più di cinquanta frequentavano la Società di ricerche marxiste. Ma a Pechino i criteri di ammissione erano molto meno rigidi rispetto a quelli di Shanghai. Le caratteristiche di Pechino influivano anche sul suo tipo di attività: essendo poco sviluppata l’industria, il lavoro di propaganda tra la classe operaia si concentrò sui ferrovieri della linea Pechino-Hankou. Fu fondata una scuola per lavoratori a Changxindian, importante stazione ferroviaria non distante da Pechino, per avvicinare quei lavoratori e diffondere tra di loro la necessità della lotta sindacale. Ne risultò la fondazione del sindacato delle ferrovie, che avrà un importante ruolo nelle lotte che si svilupperanno da lì a pochi anni.

La situazione a Canton era invece più complicata, soprattutto per la forte influenza degli anarchici e per il fatto che il Kuomintang in città aveva stabilito una stretta connessione con alcuni settori operai. Alla fine del 1920 si formò un gruppo iniziale di nove membri, dei quali ben sette influenzati dall’anarchismo. Solo con l’arrivo di Voitinsky e Chen Duxiu nel gennaio 1921 il gruppo fu ricostituito senza gli anarchici.

Altri gruppi comunisti, di dimensioni e importanza ancora minori rispetto agli altri, si erano formati a Wuhan, Jinan e Changsha. Inoltre esistevano due gruppi all’estero, uno in Giappone, un altro in Francia.


3.6 - Il Partito Comunista di Cina non nacque dai circoli

Questo il punto di partenza del movimento comunista cinese. È chiaro che la costituzione del Partito Comunista in Cina non avvenne per compromessi tra i vari gruppi sulla teoria o sulla tattica al fine di assemblare un partito, ma la maturazione in partito si informò all’unica dottrina e all’unico programma del comunismo.

Come abbiamo scritto, «la funzione essenziale del partito politico è quella (...) di non staccarsi mai dal “partito storico”, dal programma, dalla tradizione. L’organizzazione politica del partito è un’organizzazione speciale, diversa e opposta a tutti gli altri partiti, perché incarna il programma della classe proletaria, del comunismo. Premesso questo, ne discende che la storia del partito politico è la storia della conquista da parte della classe della coscienza del comunismo.

«Con l’avvento della Terza Internazionale Comunista, con centro unico mondiale, avviata verso il Partito Comunista Internazionale, la classe operaia ha acquisito quella che Lenin chiamava “coscienza organizzativa”, il contenuto programmatico, tattico, la dimensione planetaria, la struttura piramidale della sua organizzazione politica» (“Il partito non nasce dai ‘circoli’”).

La caratteristica del partito comunista è che la sua organizzazione si basa sui principi del centralismo e della disciplina, che non sono svincolati dal programma. Da questo punto di vista il nascente partito in Cina si collocava, senza nessun apporto dissonante, sulla linea del programma comunista integrale così come ristabilito dall’Internazionale Comunista. I primi gruppi comunisti che si formarono in Cina avevano sicuramente una provenienza sociale e ideologica personale di tipo piccolo borghese con le ubbie anarchiche, utopiste, nazionaliste del variegato mondo degli intellettuali radicali. Ma nella loro adesione all’impersonale e preesistente programma del partito comunista non ci fu nessuna concessione ad alcuna di queste dottrine immature e avversarie.

Questo aspetto è soprattutto evidente in riferimento all’anarchismo. Sicuramente, in questa fase iniziale, c’era una consistente presenza di anarchici, ma nel giro di pochi mesi questi abbandonarono le organizzazioni comuniste a causa della stridente incompatibilità tra il marxismo e l’anarchismo. L’indisponibilità degli anarchici a qualunque lavoro organizzato e soprattutto l’avversione alla necessità della dittatura del proletariato presto, determinarono la separazione definitiva. La polemica con gli anarchici si svolse esattamente nei termini in cui era avvenuta, a suo tempo, in tutti i paesi capitalisticamente più sviluppati, con gli anarchici cinesi che usavano contro il marxismo gli stessi argomenti dei loro simili occidentali, e nel respingere le loro argomentazioni i marxisti cinesi erano sullo stesso terreno dei comunisti di tutti i paesi. Nessuna concessione fu offerta a quei giovani anarchici sulla dittatura del proletariato: solo una rivoluzione che instaurasse la dittatura del proletariato poteva far entrare la Cina nell’era del socialismo, tutte le altre soluzioni avrebbero portato alla sconfitta della rivoluzione, sopraffatta dalle forze combinate delle classi sfruttatrici indigene e straniere.

La dittatura del proletariato come principio base del comunismo fu esplicitamente affermata nel Manifesto dei Comunisti Cinesi del novembre del 1920 (qui riprodotto in Archivio), documento utilizzato come orientamento all’ingresso di nuovi membri nel partito. Recita quel Manifesto: «Il rovesciamento del governo capitalista ed il trasferimento del potere politico al proletariato rivoluzionario è solo uno dei fini del PC, e il suo successo è già dimostrato. In ogni caso questo non sarà l’ultimo compito del PC, infatti la lotta di classe continuerà ad esistere. Solo la sua forma cambierà e diventerà la dittatura del proletariato». E ancora: «Il significato della dittatura del proletariato sta esclusivamente nella presa del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario. Questo non significa ancora che le forze residuali del capitalismo, cioè le forze controrivoluzionarie, siano state del tutto estirpate. Non è assolutamente così. Il compito che la dittatura del proletariato ha da affrontare è, da una parte, continuare ad usare la forza per combattere le forze residue del capitalismo, e, dall’altra, l’adozione di provvedimenti rivoluzionari che producano molti metodi comunisti di edificazione».

Nonostante l’eterogenea provenienza dei primi militanti, non fu l’improvvisazione teorica e il compromesso con movimenti politici affini a unire i primi gruppi comunisti: sotto la guida dell’Internazionale la nascita del Partito in Cina avveniva sulla linea della dottrina storica.


3.7 - Il primo Congresso del Partito Comunista di Cina

Il primo Congresso del partito si aprì a Shanghai dopo il 23 luglio 1921 e concluse i lavori ai primi di agosto. La storiografia cita quattro o cinque date diverse: il PCdC all’epoca era in clandestinità e i compagni divulgarono date diverse per depistare le spie. Il partito, che si affermava formato nel novembre 1920 con la confluenza di 7 gruppi di altrettante città, ora andava al congresso con 12, forse 13 delegati in rappresentanza di 53 iscritti, in Cina e all’estero, e con l’intervento di due inviati dell’Internazionale.

Il partito era organizzato in totale clandestinità, anche a Canton dove era al potere il partito di Sun Yat-sen, il Kuomintang.

La base costitutiva del PCdC era stata la totale indipendenza e l’avversione al partito della borghesia nazionale alleata all’imperialismo. Quindi asseriva che il PCdC aveva a che fare con due governi, l’odioso Governo del Nord e quello del Sud, del Kuomintang che, nonostante si dipingesse di rosso, era anch’esso da abbattere al pari del primo. Anche per questo il Congresso fu organizzato a Shanghai, dove per altro era maggiore la presenza comunista e si trovava il gruppo che fungeva da centro del partito.

Quella che diventerà la rocambolesca avventura del primo congresso, secondo la storiografia ufficiale che si avvicina molto alla leggenda, di cui la cultura cinese soprattutto all’epoca si nutriva profondamente, durò circa 10 giorni. Iniziato a Shanghai nel quartiere della concessione francese, prima in un appartamento poi in una scuola di Xindiandi, quartiere residenziale delle personalità internazionali presenti in città, preavvertito di una intrusione della polizia, si sarebbe trasferito sul Lago Jaxjing, dove in barca si sarebbe svolta la seconda parte degli interventi e le conclusioni.

Non poterono partecipare al congresso i due compagni più rappresentativi del nuovo PCdC, Chen Duxiu e Li Dazhao. Avevano però preparato le basi per il programma del partito e della sua adesione alla Terza Internazionale. Sembra invece che alla prima parte del congresso partecipassero Maring a nome del Comintern e Nikolsky per il Segretariato dell’Estremo Oriente.

La selezione dagli elementi anarchici, che rifiutavano la dittatura del proletariato, era compiuta, anche se rimanevano in alcuni dei presenti gravi lacune nella conoscenza anche dei concetti fondamentali del marxismo. Tutto il dibattito si sviluppò intorno a due punti di vista, quello della minoranza, rappresentata da Li Hanjun, e quello della maggioranza, da Liu Renjing. Li sosteneva che la classe operaia non era ancora preparata, che le era praticamente sconosciuto il marxismo e quindi il partito comunista avrebbe dovuto attraversare un lungo periodo di studio, di educazione e di proselitismo verso le masse per aumentarne il livello di coscienza. La seconda posizione, della maggioranza, sarà quella che formulerà tutti i documenti scaturiti dal congresso. Al di sopra di questo dissenso il minuscolo partito era compatto e sicuro del suo futuro sviluppo e determinato al lavoro di studio teorico e di intervento pratico in direzione della classe operaia, suo punto di riferimento. Questo confermano tutti i documenti usciti dal primo congresso e che sono ora rintracciabili negli archivi del Comintern (e qui in Archivio: “Il primo programma del PCdC” e “La prima decisione sugli scopi del PCdC”).

Come riportato nel resoconto dell’agosto 1921 le prime due giornate furono impiegate dal presidente Zhang Guotao per spiegare il significato del congresso, per l’esposizione dei resoconti dei piccoli gruppi locali e quelli relativi alla situazione in generale. Seguono considerazioni sull’esilità del partito e sulla sua composizione non operaia, quindi sulla necessità della propaganda e sulla organizzazione dei lavoratori. Maring tenne un intervento sulla situazione mondiale, sulla missione dell’Internazionale Comunista e sui compiti del PCdC, sottolineando l’importanza per questo di prestare particolare attenzione alla formazione di organizzazioni di lavoratori. Nikolsky presentò il Segretariato dell’Estremo Oriente appena fondato e la funzione della Internazionale sindacale rossa. Su suggerimento di Nikolsky fu deciso di mandare un telegramma al Segretariato dell’Estremo Oriente, a Irkutsk, in Russia, per informare sull’andamento del congresso e su suggerimento di Maring di nominare una commissione per stilare il programma e un piano di lavoro. La commissione ci mise due giorni sospendendo nel frattempo i lavori del congresso.

La terza, quarta e quinta sessione furono dedicate allo studio del programma. I punti base delle bozze furono approvati da tutti i partecipanti, ma apparvero posizioni divergenti sulla questione se i militanti del partito potessero ricoprire cariche governative ufficiali ed essere membri del parlamento. I due punti di vista che si confrontarono non arrivarono a una decisione finale rimandando la questione al secondo congresso. L’una sosteneva che era possibile solo ed esclusivamente sotto la direzione del partito e col permesso del comitato esecutivo. L’altra negava assolutamente la partecipazione al parlamento borghese, si dice infatti nel resoconto:

«Una parte crede fermamente che l’accettare di entrare in parlamento farebbe degenerare il nostro partito in un partito giallo. Prendendo ad esempio il partito social-democratico in Germania per dimostrare che quando si entra in parlamento gradualmente si abbandonano i principi e si diventa parte della borghesia, si diventa traditori ravvisando il sistema parlamentare come unico significato di lotta e di lavoro. Così come non ci assumiamo nessuna attività in comune con la borghesia e al fine di concentrare le nostre forze per l’attacco, noi sicuramente non parteciperemo al parlamento ma ci impegneremo nella lotta al di fuori. Inoltre approfittare del parlamento non avrebbe migliorato la nostra situazione ma anzi fatto pensare al popolo che avremmo avuto dei privilegi abbandonando così la causa rivoluzionaria.

«Gli altri insistevano difendendo la posizione che si deve collegare il nostro lavoro alla luce del sole con il lavoro clandestino. Se crediamo che lo Stato non può essere eliminato in 24 ore e che uno sciopero generale può essere soppresso dai capitalisti, così l’attività politica diventa una necessità. Sebbene le occasioni di sommosse o ribellioni siano poche e lontane fra loro, noi dobbiamo prepararle. Noi dobbiamo migliorare le condizioni dei lavoratori, allargare la loro prospettiva, e condurli alla lotta rivoluzionaria, la lotta per la libertà di stampa e di assemblea. La libera propaganda delle nostre teorie è una condizione assoluta per il successo, e l’adozione di attività in comune con altri partiti e fazioni oppresse in parlamento potrebbe produrre un parziale successo».

Alla fine procedettero alla unanime decisione che i comunisti non avrebbero potuto essere ministri o governatori provinciali e che comunque in ogni caso non avrebbero potuto rivestire importanti posti amministrativi.

Nella sesta seduta fu discussa la relazione della commissione sulla attività pratica, ovvero l’atteggiamento che il partito doveva assumere nei confronti degli altri partiti e fazioni. Anche su questa questione si delinearono due posizioni e ne scaturì un’accesa discussione. Una parte sosteneva la «necessità di cooperare con tutti gli elementi che si oppongono ai nostri comuni nemici, i signori della guerra, che sono nemici di tutte le altre classi della società». La seconda posizione riconosceva la necessità di azioni comuni e di collaborazione con altre classi al solo fine del rafforzamento del partito per la presa rivoluzionaria del potere appena le condizioni fossero favorevoli. La situazione era di transizione del potere politico dalle classi feudali alla borghesia; il partito avrebbe dovuto rafforzarsi nell’unione con le altre classi contro il nemico comune per essere pronto, con la sua salda critica sui suoi organi di stampa e senza rinunciare ai principi, a sviluppare la sua azione rivoluzionaria per rovesciare il nuovo potere della borghesia.

La questione del rapporto con altri partiti o fazioni era certamente di rilevanza capitale per il giovane movimento comunista cinese che agiva in un contesto prevalentemente precapitalistico dove lo sviluppo industriale era appena agli albori e il giovane proletariato industriale era estremamente inferiore di numero rispetto alle sterminate masse contadine. Data la situazione era inevitabile stabilire una corretta linea rivoluzionaria che contemplasse l’atteggiamento da tenere verso i rappresentanti politici delle altre forze sociali. In generale il fatto che si intraprendano azioni comuni con altri partiti non viola i nostri principi, il problema subentra dal momento in cui queste azioni sono portate avanti rinunciando all’indipendenza politica, ideologica e organizzativa del Partito, come purtroppo avvenne sotto la direzione staliniana.

Come abbiamo visto la questione era già stata discussa e risolta dal movimento comunista mondiale. L’Internazionale Comunista nelle tesi approvate al secondo congresso nel luglio 1920 aveva chiaramente individuato nei paesi oppressi la presenza di due distinti movimenti: da una parte un “movimento borghese-democratico nazionalista” con il suo programma di indipendenza politica e di ordine e sviluppo borghese, dall’altra “quello dei contadini incolti e poveri e degli operai” che lottavano per la loro emancipazione da ogni tipo di sfruttamento. Data l’esistenza di questi due movimenti, l’Internazionale aveva stabilito di fronteggiare il tentativo della democrazia borghese di controllare il movimento rivoluzionario degli operai e dei contadini; bisognava “combattere energicamente” tutti i tentativi di quei movimenti pseudorivoluzionari che nascevano nelle colonie mascherandosi da comunisti (i comunisti cinesi pensavano a questo proposito al Kuomintang che si ammantava di fraseologia socialisteggiante), riconoscendo come condizione indispensabile per il sostegno al movimento rivoluzionario che si sviluppava nei paesi coloniali il raggruppamento e l’organizzazione dei veri comunisti con la chiara consegna di combattere il movimento borghese e democratico.

A tal fine, diventava compito fondamentale nelle colonie l’organizzazione degli operai e dei contadini in partiti comunisti, unico modo per mantenere la propria indipendenza di classe e condurre la lotta rivoluzionaria sino alla presa del potere e all’instaurazione della repubblica sovietica. In definitiva, in riferimento all’atteggiamento da tenere nei confronti dei vari movimenti rivoluzionari nei paesi coloniali, per l’Internazionale non si poteva prescindere dalla necessità di evitare fusioni con quei movimenti, bisognava conservare “sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale”.

È su queste premesse che il nascente, piccolo e debole partito comunista si indirizza, conscio dei suoi limiti, e adotta all’unanimità gli elementi di base del Programma del Partito che stabiliva: «a) Con l’esercito rivoluzionario del proletariato, per rovesciare le classi capitalistiche e per ricostruire la nazione dalla classe operaia, fino a quando le distinzioni di classe non saranno eliminate. b) Instaurare la dittatura del proletariato per portare a termine la lotta fra le classi fino alla loro abolizione. c) Per rovesciare la proprietà privata del capitale, la confisca di tutti mezzi di produzione, come macchinari, terra, palazzi, prodotti semi-manifatturati, e così via, per affidarli alla proprietà sociale. d) Per l’unità con la Terza Internazionale» (Primo programma del PCdC, luglio-agosto 1921, qui in Appendice).

Per i principi organizzativi e di reclutamento, il nascente Partito stabiliva regole molto rigide. Tra le risoluzioni adottate troviamo, ad esempio: che il p4artito e i suoi membri devono assolutamente rompere con gli altri partiti e gli intellettuali “gialli”, cioè opportunisti; ciascun membro del Partito doveva frequentare una sezione locale e attenersi alla disciplina di partito, mantenerne i segreti e non rivelare la propria identità; i nuovi membri erano sottoposti a un periodo di prova di due mesi; le attività e i bilanci finanziari delle organizzazioni locali erano soggetti alla supervisione del Comitato Centrale del Partito.

Per quanto riguarda la tattica del Partito, al punto 1 c’è la formazione dei sindacati d’industria, la organizzata presenza comunista al loro interno, la riorganizzazione di sindacati di mestiere e di industria, la promozione da parte comunista di nuove organizzazioni sindacali purché con un minimo di 200 iscritti sicuri e la presenza in essi di almeno due comunisti ad aiutare la loro formazione.

Al punto 2, circa la propaganda, si proponeva per ogni sezione locale ogni tipo di pubblicazione, dai quotidiani a riviste settimanali, opuscoli ecc., un giornale sindacale, tutto questo sotto la direzione del partito e senza articoli incoerenti con i principi, la politica, e le decisioni del partito.

I punti 3 e 4 riguardano la promozione di una scuola sindacale come passo preparatorio alla formazione di sindacati d’industria, con un consiglio direttivo affidato in esclusiva a operai e insegnanti scelti direttamente dal partito. Queste scuole avrebbero potuto gradualmente diventare centri direttivi dei sindacati. L’istituzione di un’organizzazione di “studi sindacali”, formata da avanguardie operaie con coscienza di classe e militanti del partito, doveva invece disciplinare tutto il lavoro pratico del partito, che molti lavoratori stavano già svolgendo, nei sindacati, nei vari movimenti del proletariato, nell’inchiesta sulle condizioni dei proletari e dei loro sindacati.

Il punto 5 si occupa dell’atteggiamento verso i contemporanei partiti politici: «sarà adottato un comportamento di indipendenza, ostilità e incompatibilità. Nella lotta politica, in opposizione al militarismo e al burocratismo, e nella rivendicazione della libertà di parola, stampa, e assemblea, quando dobbiamo dichiarare il nostro atteggiamento, il nostro partito si leverà a difesa del proletariato e non dovrebbe acconsentire a relazioni con altri partiti o gruppi».

L’ultimo punto, il 6, affronta le relazioni operative fra il PCdC e la Terza Internazionale, con resoconti periodici e l’invio di delegati del PCdC a Irkutsk per raccordare il movimento unito della lotta internazionale di classe.

L’ultima parte del congresso divideva i compiti e assegnava i ruoli di responsabilità all’interno dell’organizzazione: la Centrale del partito fu affidata a tre membri, Chen Duxiu, Zhang Guotao, e Li Da, con tre supplenti. L’organizzazione del partito venne affidata a Zhang Guotao e quella della propaganda a Li Da.


3.8 - L’adesione al Partito

Come evidente nei resoconti sulla situazione dei gruppi comunisti la componente intellettuale era quasi esclusiva, di gran lunga superiore a quella operaia. I primi comunisti cinesi vengono da quel mondo intellettuale che muoveva i primi passi in politica in un clima di montante nazionalismo, per il riscatto cinese, e avevano rotto con tutto il vecchio mondo e successivamente subito l’attrazione delle idee rivoluzionarie della rivoluzione bolscevica. Ma la loro adesione al marxismo fu possibile perché, non solo in Cina si andavano imponendo i rapporti sociali capitalistici, ma nel mondo intero era in atto uno scontro tra immense forze sociali che aveva portato alla prima vittoria un settore del proletariato mondiale con la conquista del potere in Russia e permesso la nascita del Partito mondiale del proletariato. I primi comunisti in Cina avevano così aderito al marxismo in maniera istintiva mossi dal determinismo della storia, non avevano trascorso anni a studiare la dottrina, in breve volgere di tempo la forza dirompente degli sconvolgimenti sociali li aveva spinti ad abbracciare l’integrale programma comunista.

Che parte della gioventù cinese si orientasse generosamente verso il comunismo, pur senza una personale formazione e “cultura marxista”, si spiega col fatto che l’adesione individuale al fronte di battaglia non è questione di sapienza e di studio ma, come abbiamo sempre affermato, è prima di tutto un fatto “di entusiasmo, istinto e fede”. Al riguardo la nostra corrente afferma chiaramente che l’adesione al partito di classe e alla sua dottrina non è dovuta a maturata coscienza ma è determinata da fattori materiali sociali: «Sono forze storiche, sociali e materiali che spingono gli individui ad aderire al partito, ad accettare questo blocco univoco di teoria e di azione che costituisce il partito, anche senza avere mai letto un testo di Marx o di Lenin».

Ai giovani cinesi che iniziavano a orientarsi verso il comunismo erano richieste solo quelle doti di “coraggio, abnegazione, eroismo, volontà di combattere” che avevano iniziato ad esprimere nelle loro prime lotte. Era quella realtà sociale, gravida di sconvolgimenti rivoluzionari, che rendeva possibile l’adesione al programma rivoluzionario.

Certo l’entusiasmo non basta. Ma le giovani leve del comunismo cinese erano allora guidate dal Partito mondiale del proletariato, la ancora incorrotta Terza Internazionale, che sola poteva e avrebbe dovuto indirizzarli nella corretta direzione rivoluzionaria, nella continuità della teoria, dell’organizzazione e dei metodi tattici.

L’Internazionale Comunista in breve volgere di tempo richiamava a sé fervide avanguardie in tutti gli angoli del mondo, che inquadrava e formava. È sotto la guida dell’Internazionale che fu quindi fondato nel 1921 il Partito Comunista di Cina.

Ma quel partito sarebbe rimasto confinato in un ristretto ambito se la dinamica sociale non avesse polarizzato le forze delle classi in campo e indirizzato il proletariato a battersi sotto le bandiere del comunismo. Centinaia di migliaia di anonimi proletari cinesi istintivamente riconobbero nel PCdC la loro guida, e non per l’emancipazione politica della borghesia cinese, ma per la distruzione del modo di produzione capitalistico che già dominava in Occidente e stava diffondendosi in Cina.

 
(continua al prossimo numero)

 

  

 

 

 

 


L’ India dalle origini allo Stato nazionale
(continua dal numero scorso)


Rapporto esposto alla riunione a Genova del maggio 2014


Struttura economica e sovrastrutture filosofico-religiose

Tra il 459 e il 457 a.C. Atene edificò le “lunghe mura” e il Partenone. In Persia, sotto re Dario, fu aperta la “via reale” da Susa, l’odierna Shush nel Khūzestān iraniano, a Sardi sul Mediterraneo, nella Lidia, e in Cina si eseguivano grandi opere di canalizzazione.

Anche nel pensiero filosofico e religioso questa epoca presenta una sua peculiarità. Nel 585 Talete di Mileto, filosofo, astronomo e matematico, diede origine alla scuola ionica. Circa cinquant’anni dopo Senofane postulò l’origine di una sostanza originaria singola, eterna, immutevole, autocosciente, in una parola un dio unico e onnipotente. Più o meno nello stesso periodo in Palestina anche il secondo Isaia, protagonista di una predicazione con chiari risvolti politici, affermò l’esistenza di un solo dio.

In linea con quanto avvenuto in occidente, in Cina Confucio svolse il suo magistero tra il 551 e il 479, mentre in India nel VI secolo fecero la comparsa una serie di “grandi maestri” alcuni dei quali, il Buddha e il Mahavira, segneranno con la loro predicazione la società indiana nei secoli successivi.

È importante sottolineare come tutte queste nuove forme di pensiero avevano un elemento comune destinato a rappresentare a livello teologico una frattura con il mondo passato. Una trasformazione economica e quindi anche ideologica che si concluse nella seconda metà del III secolo per quel che riguarda l’occidente, mentre in Cina si protrasse ancora per un secolo. Nel 338 con la battaglia di Cheronea l’esercito macedone sconfisse quello greco, formato da Atene, Tebe e da città greche minori, portando la Grecia sotto l’egemonia di un regno di barbari, la Macedonia di Filippo II, il cui obiettivo ultimo era assoggettare l’impero Persiano. Intento realizzato dal figlio Alessandro che, conquistata l’intera Persia, invase il subcontinente indiano nel maggio del 327.


8. Dalla tribù, alle classi, alle caste

In quel ciclo storico in tutte le terre civilizzate, India compresa, anche in mancanza di omogeneità statuale, si rileva una generale crescita economica che trova la principale espressione nella realizzazione di grandi opere pubbliche.

Per l’India i secoli dal VI alla fine del IV comprendono il periodo dalla conclusione dell’epoca vedica alla prima unificazione imperiale.

Il diffondersi di una civiltà urbana in tutta la vallata gangetica a partire dal VI secolo è associata a una serie di profondi mutamenti economici e sociali. Si completa il processo di sedentarizzazione, accompagnato dal prevalere dell’agricoltura, anche se la pastorizia mantiene una importante funzione integrativa almeno fino all’inizio del XIX secolo. Un’agricoltura, centralizzata e ben coordinata, concentrata sulle terre migliori, permette un livello di vita della popolazione rurale certo superiore a quello odierno.

A partire dal VI e V secolo si ha uno sviluppo dell’artigianato urbano, che spesso arriva a prefigurare un’economia di manifatture.

L’esistenza di un regolare sistema di tassazione del surplus agricolo e la diffusione dell’artigianato e del commercio sono la base per la nascita di un mercantilismo che impiega monete di rame o d’argento legato al rame. Conseguentemente si forma una classe di prestatori di denaro, provenienti dalle file dell’aristocrazia terriera, influenti nel mondo agricolo ma che spesso risiedevano nelle città. Un intenso sviluppo economico che determina il progressivo passaggio da una società tribale a una nettamente divisa in classi, qui a peculiarità castale.

Col tempo nel mondo rurale tra gli appartenenti al varna (casta) degli shudra (lavoratori manuali) un processo di differenziazione separa i più agiati dai contadini rimasti senza terra. Contemporaneamente il dissodamento di terre incolte spinge sempre più ai margini le aborigene popolazioni tribali che ancora vivevano di raccolta e caccia. Si vengono a individuare gruppi sociali fuori casta, paria o intoccabili, l’ultimo gradino delle caste indiane.

Nelle città l’accresciuto numero di artigianati, che vivono nei loro quartieri, uniti da stretti legami di collaborazione e di parentela, determina la formazione delle corporazioni. Queste danno vita a nuove caste e sotto-caste.


9. Buddha e Mahavira

È in questo contesto economico e sociale che intorno al VI secolo emergono nuove religioni che si affiancano all’induismo, le principali quelle di Siddhartha (566-486), detto il Buddha, “l’illuminato”, e di Vardhamana (599-527), noto come Mahavira, “il grande eroe”. Culti questi che riconoscono una astratta uguaglianza di tutti gli uomini, non discriminano le donne, rifiutano la concezione della vita come penitenza e il sistema delle caste, sfidando l’egemonia dei brahmani.

I seguaci di queste nuove religioni provengono dalle nascenti classi intermedie dei mercanti e degli artigiani che stanno diventando sempre più influenti, ma anche dalle nuove case regnanti i cui membri, a volte, non appartengono ai due ordini castali più alti. Queste fedi non sono fatte proprie dalle grandi masse contadine. Buddismo e jainismo crebbero e decaddero in parallelo con l’ascesa e la decadenza delle classi mercantili e artigiane, classi che, come vedremo, attraverseranno una fase di espansione fino a tutto il II secolo d.C. per entrare in declino nei secoli successivi.

Ancor oggi lo jainismo è diffuso in una piccola minoranza di classi mercantili. Il buddismo, sopravvissuto fino al XIII secolo, si è diffuso in molti altri paesi ma è scomparso quasi totalmente dal subcontinente indiano.


10. Il Regno di Magadha

Nel VI secolo il regno persiano degli Achemenidi divenne il primo grande impero della storia. Ciro, inviata una spedizione in Afghanistan, giunse ai confini dell’India. Ma la conquista del nord-ovest del subcontinente fu opera di Dario (521-485), quando il fiume Indo divenne il confine orientale dell’impero persiano. Poche sono le informazioni sull’amministrazione di queste province. Erodoto riferisce che da queste regioni proveniva il più consistente gettito di entrate all’impero achemenide. Tuttavia è difficile valutare la portata e l’influenza persiana sulla storia indiana.

Nella stessa epoca del Buddha e di Dario un nuovo sviluppo percorse la valle del Gange. La produzione di attrezzi in ferro, avvenuta già tra il 750 e il 700, aveva consentito alle popolazioni di abbattere la giungla e di bonificare e mettere a coltura le fertili terre alluvionali orientali.

Il differenziarsi dell’economia e la progressiva trasformazione del sistema tribale in castale impose la nascita di Stati e l’avvio di un graduale processo di unificazione dell’intero sub continente. Alla fine del VI secolo alcuni regni di questa grande area già avevano imposto la loro egemonia su altri. Il Kosala e la Confederazione repubblicana dei Vriji controllavano la regione a nord del Gange, il Vatsa dominava la confluenza dei fiumi Gange e Yamuna, il Magadha la vasta regione a sud-est del Gange.

La controversa formazione statale aveva visto in un primo momento la transizione delle piccole tribù semi-nomadi (Jana), risalenti alla migrazione Arya, a numerosi principati tribali dislocati su un’area definita (Janapada), fino a quando uno di questi, il Magadha, prevalse sugli altri.

Lo scontro tra la Confederazione repubblicana di Vrijis e la monarchia di Magadha e la vittoria di quest’ultima, nella prima metà del V secolo, sono considerati un momento di svolta nel contrasto fra diversi “sistemi politici” presenti nel subcontinente e la necessaria premessa alla successiva unificazione imperiale. Si ritiene che la guerra sia durata 14 anni nella quale il Magadha impiegò per la prima volta pesanti carri corazzati e catapulte per il lancio di grosse pietre contro i nemici.

Siamo di fronte ai primi Stati indiani che la nostra concezione marxista inserisce nella “variante asiatica”, con caratteristiche ben precise. Per assicurare ai coltivatori la continuità del lavoro, oltre a coordinare le indispensabili opere idrauliche lo Stato deve assumere funzioni militari a difesa dalle invasioni dagli altri Stati e dalle razzie dei popoli nomadi che contendono i terreni agricoli per il pascolo degli armenti.

Nel continuo scontro con gli altri principati il Magadha aveva il vantaggio di disporre di ricchi depositi di ferro per forgiare le armi. Non a caso la sua prima grande campagna fu contro il confinante regno di Anga dove erano presenti grandi giacimenti e che era in posizione per controllare le vie attraverso le quali il metallo raggiungeva il nord dell’India.

Il Magadha, inoltre, comprendeva territori coltivabili particolarmente fertili e foreste economicamente importanti non solo per il legname ma per quei preziosi strumenti bellici che erano gli elefanti. Al massimo della sua potenza l’esercito di Magadha, secondo fonti greche, comprendeva 200.000 fanti, 20.000 cavalli, 2.000 carri da guerra e 3.000 elefanti. Gli elefanti da combattimento furono per un lungo periodo l’arma più importante dei sovrani indiani fino a quando i conquistatori dell’Asia centrale introdussero un massiccio uso della cavalleria.


11. La campagna indiana di  Alessandro Magno

La campagna di Alessandro Magno III di Macedonia è certamente uno degli eventi meglio conosciuti dell’antica storia dell’India, nonché uno dei fattori determinanti per la successiva sua unificazione.

Nel 334 Alessandro partì in guerra contro l’impero persiano. La dinamica stessa delle operazioni finì per portarlo nella provincia indiana di quello che era stato l’impero achemenide. Nel maggio del 327 varcò i passi dell’Hindukush nell’Afghanistan orientale e penetrò nel subcontinente. Per più di un anno combatté contro varie tribù nell’odierno Pakistan settentrionale prima di riuscire ad attraversare il fiume Indo nel febbraio del 326. Il re di Takshashila accettò la sovranità di Alessandro ospitando i greci e offrendo loro 5.000 ausiliari per combattere il confinante re Poro appartenente alla tribù dei Paurava. Poro, seppure con un’armata di 2.000 elefanti, fu sconfitto.

L’esercito macedone continuò la sua marcia a oriente benché ostacolato dal monsone. Raggiunto il fiume Hyphasis (Beas) gran parte dell’esercito si rifiutò di proseguire l’interminabile campagna. L’ammutinamento costrinse Alessandro a tornare verso l’Indo, e più a occidente attraverso il deserto della Gedrosia, nell’attuale Belucistan. Nel maggio del 324, dopo tre anni dal suo ingresso in India, fece ritorno a Susa, in Persia, morendo l’anno successivo a Babilonia. La prematura morte e la divisione dell’impero posero fine al piano di espansione dell’ellenismo.

La campagna di Alessandro fu quindi solo un episodio della storia indiana ma le conseguenze indirette dell’impresa furono di grande importanza.


12. La prima unificazione dell’India

È della fine del IV secolo la unificazione del primo impero panindiano, quello dei Maurya che, al massimo dell’estensione giunse a comprendere non solo gran parte del subcontinente ma anche dell’Afghanistan. L’impero Maurya durò dal 321 al 185. Due millenni dopo l’India borghese e indipendente ha assunto a simbolo il capitello con i quattro leoni alla sommità delle colonne su cui erano incisi gli editti del più illustre dei monarchi Maurya: Ashoka Piyadasi.

Chandragupta Maurya combattendo contro i greco-macedoni e i loro alleati indiani e approfittando dei conflitti che indebolivano la dinastia Nanda riuscì in un primo momento a impossessarsi del regno di Magadha poi a unificare l’India settentrionale. Dopo alcuni anni di guerra firmò un trattato con Seleuco Nicatore, generale macedone che alla morte di Alessandro aveva ottenuto il controllo della Siria e della Persia, e che cedette diversi territori del subcontinente al monarca indiano in cambio di 500 elefanti, che risulteranno decisivi nella battaglia di Ipso contro una coalizione di altri diadochi, stabilizzando così i rapporti di forza tra le varie monarchie ellenistiche.

Contributo prezioso per questa porzione della storia indiana furono i rapporti che Megastene, ambasciatore di Seleuco, preparò alla corte di Candragupta, in particolare la dettagliata descrizione della capitale e della società dei Maurya.

La capitale, Pataliputra, nei pressi dell’attuale capoluogo del Bihar, Patna, era una grande città, con 570 torri, 64 porte e con fortificazioni lunghe 15 chilometri. Con i suoi 33 chilometri di circonferenza era decisamente più estesa della contemporanea Alessandria d’Egitto e il doppio della Roma del II secolo dopo Cristo. È molto probabile quindi che Pataliputra sia stata la città più grande del mondo antico.

La descrizione di Megastene sulla struttura della società indiana è altrettanto accurata. Nella gerarchia sociale al primo posto colloca i “filosofi”, che identifica con i brahmani, il secondo gradino era costituito dagli agricoltori, esentati dal servizio militare e da qualsiasi obbligazione verso lo Stato. Nessuno avrebbe infierito su un contadino intento alla cura dei propri campi. Descrive che per ogni appezzamento si pagava una tassa al re «perché in India tutta la terra appartiene al re e ai privati non è consentito possederne». In aggiunta alla tassa versavano una parte del prodotto allo Stato. Sono descritti i pastori, i commercianti e gli artigiani che vivevano ai margini dei villaggi.

Come si evince da L’Arthaśāstra, un antico trattato indiano di scienze politiche, economiche e di strategia militare scritto da Kauṭilya (350-283), brahmano e mentore di Chandragupta, lo Stato Maurya era centralizzato, efficiente e ben organizzato. Il trattato contiene informazioni dettagliate sull’intervento statale in tutti i settori d’attività, includendo lo sfruttamento delle miniere, il commercio, l’artigianato e in particolare l’agricoltura. Lo Stato si appropriava di tutto il plusprodotto del paese.

Intere popolazioni erano deportate su terreni ancora vergini e costrette al lavoro di dissodamento e bonifica. Ogni attività economica, dalla coltivazione della terra all’allevamento del bestiame, a quelle mercantili, quando possibile era sottoposta al monopolio statale.

Ma l’impero Maurya, nonostante l’apparente potere e splendore, era in realtà fragile per la sua grande estensione e le difficoltà logistiche che questo comportava. Inoltre era diviso da notevoli tensioni interne fra i molti gruppi etnici che lo albergavano e per i forti squilibri sociali.

Ashoka, figlio di Chandragupta, cercò di dare allo Stato un’ideologia per unificare la cultura delle sue diverse componenti sociali. Sarà il “dhamma”, la “retta condotta”, criteri di moralità pubblica e privata che riconosceva le diverse classi sociali e gli svariati gruppi etnici presenti nell’impero. Per la diffusione della nuova ideologia si servì dell’apparato dei sacerdoti buddhisti, a quel tempo in ascesa in parte del sub continente.

Il regno di Ashoka, durato più di trent’anni, è forse il primo periodo ben documentato della storia indiana.

Il declino del vasto impero fu altrettanto rapido che il suo sorgere. Alla morte di Ashoka, nel 233, i territori a sud del Narmada si sottrassero al controllo dei Maurya e il resto dell’impero fu suddiviso tra i suoi numerosi figli.


13. I secoli successivi

Seguì un lungo periodo di frammentazione destinato a terminare solo mezzo millennio dopo, con l’ascesa dell’impero Gupta nel 319 d.C. Ma in questi 500 anni di storia continuano a fiorire i commerci, nonostante il continuo guerreggiare tra i diversi Stati e nonostante le periodiche invasioni di popoli provenienti dall’Asia centrale, tra cui gruppi tribali mongoli e turchi (hsiung-nu), elemento non solo del subcontinente indiano ma comune a molte aree civilizzate.

In particolare, fra l’ultimo secolo avanti Cristo e il primo dopo, la Via della Seta già permetteva i commerci fra il Mediterraneo e l’Estremo oriente, la Cina in particolare.

Nei paesi civili si diffusero nuove religioni, il cristianesimo nel Mediterraneo e una nuova forma di buddismo, il buddismo mahayana nel subcontinente indiano.

Nel 183 a.C Demetrio, re di Macedonia dal 294, tornò a varcare i passi dell’Hindukush conquistando il Gandhara e il Taxila, discendendo poi il fiume Indo impadronendosi del porto di Palata, rinominato con il nome di Demetria. Successivamente il suo esercito avanzò lungo il Gange fino alle mura di Pataliputra.

Da quel giorno questi greci, che in patria erano oramai vassalli dei macedoni e che presto sarebbero caduti sotto il giogo romano, governarono il più grande impero greco. Si formò lo Stato indo-greco della Battriana, che durò fino al II secolo dopo Cristo: fu il periodo culmine della potenza dell’impero romano e partico, esteso dall’Asia centrale fino al bacino gangetico orientale.

In Battriana successivamente si sedentarizzarono cinque invasori nomadi; all’epoca della nascita di Cristo uno di questi sconfisse gli altri formando il primo regno kushana. I sovrani kushana patrocinarono la diffusione del buddismo mahayana a detrimento dell’induismo. Uno degli ultimi grandi imperatori kushana fu Vasudeva, il primo con un nome indiano, indice della progressiva assimilazione alla cultura indiana.

Nel III secolo dopo Cristo l’impero kuschana si divise in una serie di regni minori sotto gli attacchi dei Sassanidi, l’ultima dinastia indigena a governare la Persia prima della conquista araba, che aveva distrutto la dinastia dei Parti.


14. Centralità statale asiatica

Il lungo ciclo storico post Maurya vede nel subcontinente indiano l’espansione della civiltà urbana, accompagnata dalla crescente differenziazione delle strutture sociali con l’emergere di nuove specializzazioni nel campo della produzione. Dinamica che portò alla nascita di nuove gilde fra gli artigiani e anche i mercanti si organizzarono in corporazioni. Le potenti gilde, che avevano le proprie insegne, bandiere e sigilli, si potevano permettere attività benefiche, oltre a offrire donazioni, per costrizione o per corromperli, ai brahmani o agli ordini religiosi buddisti.

Ma la prosperità economica e l’influenza sociale di queste nuove classi formate da mercanti, artigiani e banchieri, non scalfì minimamente il potere politico ancora in mano ai militari, ai brahmani e ai sacerdoti. Questo perché nella variante asiatica dei modi di produzione la necessità dei grandi lavori collettivi impediva che le classi dei piccoli proprietari potessero contendere una quota del potere statale, come avvenne nella variante antico-classica. Nelle varianti europee infatti la separazione tra proprietà collettiva e privata consente che alcuni proprietari si impadroniscano della proprietà collettiva; nella variante asiatica la concentrazione della proprietà fondiaria nell’unità centrale impedisce che le comuni locali o una casta di usurai-mercanti, seppur in espansione, si impadroniscano della terra. La proprietà privata non esiste, se non marginalmente, anche sul piano giuridico.

Il dominio della proprietà fondiaria da parte dello Stato fa sì che anche l’artigianato sia legato all’agricoltura senza possibilità di emanciparsi. La mancata conquista di influenza politica da parte delle classi sociali urbane nell’India post-Maurya fu quindi il necessario risvolto della loro oggettiva debolezza sociale ed economica nei rapporti di forza con le altre classi.

  (continua al prossimo numero)

 

  

 

 

  


Il lavoro del partito sulla teoria delle crisi

L’esposizione dei capitoli sulla dottrina dei modi di produzione ha subito un arresto per permettere al compagno incaricato del lavoro di vagliare meglio il cospicuo materiale di Partito relativo ai rapporti tipici dell’economia del capitale.

Non si tratta di sfoggiare una nostra biblioteca di “marxologi”, come il filatelico fa con la sua preziosa collezione, ma di ripercorrere il versante teorico della combattuta lotta di classe e di perseverare nell’opera di ribadimento dei vecchi chiodi. Quegli studi sono armi di battaglia dell’organo che dirigerà il proletariato nel suo assalto al cielo non libri da posizionare nella biblioteca di una delle mercenarie università borghesi deputate a imbottire i giovani crani.

Abbiamo presentato alla riunione la serie di quelle ricerche divise per argomento, ripartizione che non vuole essere né definitiva né rigida.

Il relatore ha ritenuto opportuno seguire il piano del “Capitale” per i motivi di metodo che furono espressi nel suo rapporto a Torino nel 2012. L’organizzazione della materia è quella dell’opera che descrive e allo stesso tempo condanna la società nemica. “Il Capitale” è il programma comunista in materia economica, così come il “Manifesto” lo è in politica. Impostare il lavoro su quella traccia ci accompagna attraverso tutte le sfaccettature del programma del comunismo nella sfera della critica dell’economia.

Negli “Elementi dell’economia marxista” si dà lo svolgimento del Libro I del “Capitale”, dalla scoperta della genesi del valore dal lavoro, alla sua misurazione come tempo di lavoro socialmente necessario e alla definizione del plusvalore come lavoro non pagato (quest’ultima teoria in contrapposizione a tutti gli economisti classici). Col metodo storico si fa una rapida rassegna dello sviluppo della forza-lavoro partendo dalla cooperazione per arrivare al macchinismo e si tracciano le condizioni che hanno permesso l’accumulazione originaria, o primitiva, confutando le assurdità sull’astinenza del capitalista e sul capitale come derivante dal lavoro del capitalista stesso. La conclusione non può che essere nello sbocco storico dell’accumulazione: il comunismo.

Si potrebbe definire come lavoro propedeutico e contemporaneamente riassuntivo del materialismo dialettico il magnifico “Vulcano della produzione o palude del mercato?”. Qual’è la struttura tipo della società contemporanea? Il “modello puro” della nuova grande forma di produzione che trionfa è a tre classi: capitalisti imprenditori; proletari salariati; proprietari fondiari. Qui si prende poi di petto il problema se si possa affrontare lo studio dell’economia utilizzando metodi matematici e grandezze numeriche e se sia quindi possibile misurare i fenomeni economici per arrivare a stabilire leggi di funzionamento dell’economia che servano a prevederne il corso futuro: la traiettoria che dovrà inevitabilmente condurre alla catastrofe l’odierno bestione trionfante.

“Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica nella classica monolitica costruzione teorica del marxismo”, titolo di uno studio apparso su “Il Programma Comunista” nel 1957, lega due piani di studio: il corso economico del capitalismo – fornendo gli indici numerici che inchiodano l’infame modo di produzione alla legge dei saggi d’incremento decrescenti e sbeffeggiano sia la pretesa che esista un campo “socialista” in emulazione pacifica con il capitalismo – e il tema della contrapposizione tra lavoro oggettivato, morto, e lavoro vivo e sulla dominazione del primo sul secondo.

Oggi che la crisi di sovrapproduzione è aggravata dal Covid-19, si tornano a invocare investimenti statali per far riprendere l’accumulazione di capitale e riportare al lavoro i milioni di proletari disoccupati e sottoccupati. Si dimentica quella relazione di dominio del capitale costante che sempre “libera” capitale variabile andando a ingigantire l’esercito industriale di riserva. A tal proposito si possono utilizzare i seguenti lavori: “L’esercito industriale di riserva nella teoria marxista”, del 1971; “La disoccupazione, fattore costante e necessario dell’oppressivo modo di produzione capitalistico” e “La disoccupazione aumenta e non scompare con l’aumento del ritmo di produzione” del 1973.

Il meccanismo dell’accumulazione e le leggi della concorrenza impongono al capitale di mutare la sua composizione in una tendenza generale che vede il plusprodotto riconvertito in capitale supplementare investito nella parte costante relativamente sempre più che nella sua parte variabile. Il valore delle merci, determinato dalla quantità di lavoro medio sociale necessario per riprodurle, tende costantemente a ridursi a causa dell’aumento della produttività del lavoro, stimolata dalla concorrenza tra i vari capitali. Nella singola ora di lavoro si producono molte più merci di prima, e un minor numero di operai produce una determinata quantità di merci. La parte variabile del capitale diminuisce rispetto alla parte costante, mezzi di produzione, materie prime, ecc.

Da sempre i borghesi imputano le crisi e i malesseri del vecchio malato non al capitalismo in sé ma alla “cattiva” speculazione o alle manovre “monetarie” di finanzieri senza scrupoli. Dobbiamo ammettere che forse è nel campo della teoria della moneta che le difficoltà dovute al mancato completamento dell’opera fondamentale di Marx sono maggiori. Di questo hanno approfittato numerosi suoi critici per provocare incomprensioni interessate cercando di dimostrare sia che la teoria della moneta si adatta al massimo alle forme embrionali dell’economia moderna, sia che Marx abbia dovuto, nei Libri Secondo e Terzo, contraddire le leggi che egli stesso aveva annunciate nel Primo, per tener conto della “realtà concreta” dei rapporti capitalistici sviluppati, ribelli, secondo questi critici, alla interpretazione marxista. L’antagonismo radicale fra il metodo e i risultati marxisti e quelli dell’economia politica volgare sono affrontati nelle prefazioni di Engels ai due ultimi Libri del “Capitale”, pubblicati dopo la morte di Marx in base ai manoscritti da lui lasciati.

In materia il partito ha allineato uno studio che si potrebbe quasi dire definitivo, “Libertà, eguaglianza, sovranità popolare sono l’altra faccia della medaglia su cui è scritto merce, lavoro salariato, denaro”, del 1968, con un salto dal Primo al Terzo Libro del “Capitale”. È bene legare a questo testo gli studi sul Terzo Libro esposti ampiamente nelle riunioni generali dal maggio 2008 al settembre 2011 che si trovano in 11 capitoli ne “Il Partito Comunista” dai numeri 329 a 349.

Il capitalismo si vanta essere un sistema efficiente, il modo di produzione più razionale, che scientificamente impiega le risorse materiali della società riuscendo sempre a trovare un suo sano equilibrio, utilizzando la mano invisibile del mercato o successivamente quella, ben visibile, degli Stati. Gli sconquassi che periodicamente lo devastano sarebbero solo incidenti casuali dopo i quali riprenderebbe la “crescita”.

Sulla questione, decisamente importante, è stato necessario faticare sulle rotazioni del capitale e sul suo processo di circolazione in generale. In “Ardua sistemazione del programma comunista rivoluzionario fra i miasmi della putrefazione borghese e la pestilenza opportunista”, del 1960, si propone una lettura del “Capitale” contro tutti i traditori che lo vorrebbero una semplice descrizione della società presente senza avere già in sé il chiaro programma dell’avvenire comunista. Si parte dal livello aziendale e si studia il movimento di questo capitale singolo; si passa quindi al capitale sociale e al suo movimento complessivo; si chiude con l’abolizione del capitale nel comunismo.

“Basi organiche e centrali della rivoluzione di domani - Dalla ineluttabile crisi agonica del capitalismo alla dispersione dell’opportunismo complice e rinnegato”, del 1964, è invece centrato, utilizzando i classici tre esempi di Marx, sulla rotazione del capitale, come la sua velocità influisca sulla quantità di capitale da anticipare e da avere a disposizione a ogni ciclo per poter continuare la produzione nel ciclo seguente. I paragrafi dedicati alla liberazione di capitale, in particolare, mostrano come si “liberi” capitale, altra spiegazione della necessità della riproduzione allargata e della genesi di crisi.

A cosa conduce, tra l’altro, questo ricorrente eccesso di capitale? A uno sciupio di forze produttive. Il rapporto “Si legge nella strada storica segnata dai programmi l’antitesi tra rivoluzionari proletari e servi assoldati del capitale”, del 1961, e “Il programma comunista quale folgorò a mezzo l’Ottocento, traverso un secolo di rifiuto dell’infetta cultura borghese, illumina ombre del passato, annunzia morte alla viltà dell’oggi”, del 1962, conducono una analisi di questo sperpero. Nella produzione immediata si riferisce alla produzione delle merci inutili o dannose, uno sciupio che deriva dalla produzione stessa del plusvalore; spreco di forze produttive, con i tre quarti dei lavoratori adibiti ad attività che non hanno alcuna utilità sociale ma solo sono necessarie al ciclo di accumulazione del capitale e alla conservazione di questo modo di produzione. Sciupio, inoltre, nella circolazione per il solo fatto che il denaro deve trasformarsi in merce e viceversa, tempo sociale sprecato e immolato sull’altare del profitto.

Per la scienza storica marxista il momento caratterizzante un modo di produzione è il processo produttivo; anche in negativo: per quanto sperpera.

Approssimandosi ulteriormente al tema del nostro attuale studio, che intende descrivere la teoria delle crisi, è da affrontare la legge fondamentale dell’economia capitalista, la caduta tendenziale del tasso di profitto. Nei testi “Ricapitolazione del lavoro di partito sulla legge marxista della caduta tendenziale del saggio di profitto e sulla analoga tendenza nell’incremento relativo della produzione industriale”, del 1967, e “Il declinare storico del saggio del profitto nella cinquantennale metodica registrazione del partito per la verifica delle leggi di Marx”, del 1996, si esamina la legge in quanto tale, perché il profitto tende ciclicamente a collassare e storicamente a cadere, e le controtendenze che rendono quella caduta solo tendenziale, ma storicamente irreversibile. È una legge che si impone su tutte le circostanze che la rallentano, che la perturbano. Cade il tasso medio sociale del profitto.

Il partito ha collegato la caduta del saggio del profitto al declino dell’incremento relativo delle produzioni: i dati sul tasso di profitto sono di più difficile reperimento rispetto a quelli sulle produzioni. Benché non vi sia un’equivalenza perfetta tra i due fenomeni con buona approssimazione si può trovare nel secondo l’andamento del primo.

Qual è dunque la teoria della crisi “di Marx”? Il capitalismo più sviluppa le forze produttive, più rivoluziona e disciplina le energie lavorative, più assoggetta mediante la scienza la natura alle necessità della produzione, nella stessa misura accumula davanti a sé gli ostacoli da superare per la sua conservazione. La sua missione storica, il suo aspetto storicamente e socialmente utile, il suo progredire è proprio la causa del restringersi delle sue possibilità di sopravvivenza.

Questa contraddizione immanente il modo di produzione in ogni momento del ciclo produttivo e in ogni atto elementare di scambio, si manifesta in forma traumatica nella meccanica delle crisi economiche nelle quali si concentra lo squilibrio accumulato nelle precedenti fasi di slancio produttivo. Le forzature causate dal discostarsi delle leggi economiche dall’armonia delle leggi di natura, come si sarebbero espressi i primi utopisti, arrivano bruscamente al collasso, la crisi violenta distruttrice dirompe per lo squilibrio represso e permette il nuovo raccordarsi delle leggi del capitale alle condizioni del suo mercato, il raggiungimento di un nuovo equilibrio, ma diverso dal precedente, permesso solo da una ulteriore crescita qualitativa delle forze produttive, origine e termine di un nuovo ciclo di accumulazione («Rapporti collegati della riunione di lavoro, 16 ottobre 1976»).

È il capitalismo stesso, il suo funzionamento, ad essere un processo contraddittorio, critico in cui ogni causa diventa poi conseguenza in una spirale che appunto esplode in una crisi. Sul tema “parallelo” dell’accumulazione i grandi marxisti Rosa Luxemburg e Nicola Bucharin hanno vergato pagine potenti; Rosa aveva la necessità di rispondere ai revisionisti presenti nel partito di allora che interpretavano gli schemi della riproduzione presenti nel Libro II del “Capitale” in modo da rendere il capitalismo eterno qualora fossero rispettate determinate proporzioni tra il settore che produce mezzi di produzione (sezione I) e quello che produce beni di consumo (sezione II); Bucharin a distanza di anni dallo scritto di Rosa crede che lo stesso sia viziato da alcuni errori e si impegna a correggerli. A questo riguardo il Partito ha dedicato parte di una sua riunione generale: “Soluzioni classiche della dottrina storica marxista per le vicende della miserabile attualità borghese”, del 1959.

* * *

Prima di passare all’ultima serie di lavori è bene riportare per intero un sunto che in genere nelle pagine di “Prometeo” precedeva o anticipava i vari articoli sulla questione della proprietà nel capitalismo in quanto fornisce un ottimo quadro non solo del particolare tema ma lega assieme il passato, il presente e il futuro, a conferma che il nostro recente excursus sulla successione dei modi di produzione non è stato uno studio accademico ma un necessario approfondimento alla comprensione del moderno meccanismo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il cui funzionamento è condizionato dalla sua impossibilità a risolvere le contraddizioni dei precedenti sistemi classisti.

1. LE RIVOLUZIONI DI CLASSE – Nelle rivoluzioni sociali una classe toglie il potere a quella che già lo deteneva quando il contrasto tra i vecchi rapporti di proprietà e le nuove forze produttive conduce ad infrangere i primi.

2. LA RIVOLUZIONE BORGHESE – La rivoluzione borghese, allorché le scoperte tecniche ebbero imposto la produzione in grande e l’industria mec­canica, abolì i privilegi dei proprietari feudali sull’opera personale dei servi e i vincoli corporativi al lavoro manuale, espropriò in larga misura artigiani e piccoli contadini, spogliandoli del possesso del loro sito e dei loro arnesi di lavoro e dei prodotti della loro opera, per trasformarli, come i servi della gle­ba, in proletari salariati.

3. LA RIVOLUZIONE PROLETARIA – La classe degli operai salariati lotta contro la borghesia per abolire, con la privata proprietà del suolo e degli impianti produttivi, quella dei prodotti dell’agricoltura e dell’industria, soppri­mendo le forme della produzione per aziende e della distribuzione mercantile e monetaria.

4. LA PROPRIETÀ’ DEL SUOLO AGRARIO – La rivoluzione borghese al posto delle gestioni comuni della terra agraria e della distribuzione di essa in circoscrizioni feudali istituì il libero commercio del suolo, facendone un posses­so borghese conseguibile non per nascita ma con denaro, al pari di quello delle aziende industriali e commerciali.

Nota: Il preteso feudalismo del Mezzogiorno – L’ordinamen­to borghese nel campo agrario, come in tutta Italia, è nel Mezzogiorno piena­mente compiuto. La pretesa esigenza di una lotta contro privilegi baronali e feudali costituisce una deviazione totale della lotta proletaria di classe contro il regime e lo stato borghese di Roma.

5. IL DIRITTO IMMOBILIARE BORGHESE – La disciplina giuridica ap­plicata dalla classe capitalistica all’acquisto e al possedimento dei suoli, abo­liti i vincoli feudali, fu presa dal diritto romano, reggendo colle stesse norme formali la piccola proprietà contadina ed il grande possesso fondiario borghese.

Nota: La riforma agraria In Italia – I problemi dell’agricoltura italiana non sono risolubili con riforme giuridiche della distribuzione titolare dei possessi, ma solo colla lotta rivoluzionaria per abbattere il potere nazionale della borghesia, per eliminare il dominio del capitale sull’agricoltura, e la pol­verizzazione della terra, forma miserrima di sfruttamento di chi la lavora.

6. LA PROPRIETÀ URBANA – La proprietà dei suoli e delle costruzioni urbane ha avuto nel periodo capitalistico una disciplina di mercato e di titola­rità privata.

È condizione della accumulazione capitalistica il concentramento dei non abbienti in spazii ristretti; il difetto di abitazioni, l’eccessivo affollamento in esse, e il caro delle case sono una caratteristica dell’epoca borghese.

L’attribuzione della casa in proprietà all’inquilino singolo, la soppressione o la compressione della pigione, o anche la demanializzazione dei suoli ed edifizi, non costituiscono un programma rispondente agli interessi dei lavoratori.

La rivoluzione proletaria avrà come effetto immediato una nuova redistribuzione in uso delle abitazioni, e come scopo successivo il decongestionamento dei grandi centri, col mutamento radicale dei rapporti tra campagna e città.

Nota: Il problema edilizio in Italia – La politica di blocco dei fitti e i piani per ovviare alla disoccupazione costruendo case sono aborti rifor­mistici e risorse demagogiche di una borghesia battuta e vassalla come quella italiana. Essi confermano la soggezione della pubblica amministrazione al capi­talismo e alle sue esigenze speculatrici, e l’assurdità di attuare pianificazioni ra­zionali nel quadro di economie mercantili e fondate sul profitto di intrapresa.

7. LA PROPRIETÀ DEI BENI MOBILI – I beni mobili, apprestati dalla produzione, non sono oggetto di proprietà titolare e sono usabili o permutabili ad arbitrio del possessore; tale è la formola giuridica nella società borghese.

Nella sostanza, colla produzione in masse, il capitalista imprenditore ha il possesso e la disponibilità di tutte le cose mobili, prodotti, merci, risultanti dal lavoro nella sua azienda.

La richiesta socialista di abolire il monopolio di classe dei capitalisti impren­ditori sui mezzi di produzione – presentata come abolizione della proprietà pri­vata titolare sui luoghi e gli impianti delle aziende – ha la portata reale di abolizione del monopolio dei singoli imprenditori e della classe capitalista sulle masse dei prodotti.

Ogni misura che, limitando la titolarità del proprietario del luogo di la­voro o degli impianti o delle macchine, conservi il monopolio diretto o indiretto delle persone o delle ditte o della classe dei capitalisti sui prodotti e la loro destinazione e ripartizione, non è socialismo.

8. L’INTRAPRESA INDUSTRIALE – L’azienda capitalistica di produzio­ne ha per titolare un imprenditore che può essere persona fisica o persona giu­ridica (ditta, società, compagnia, anonima per azioni, cooperativa ecc.). Anche nel caso in cui l’azienda ha sede ed impianti fissi, l’immobile, o anche le mac­chine e attrezzature, possono appartenere ad un proprietario che non sia l’im­prenditore.

Nell’economia borghese classica il valore di scambio di ogni merce si mi­sura in tempo di lavoro umano, ma si afferma che vi sia lo stesso pareggio di mercato, e giuridico, nella compra e vendita di merci e nella remunerazione del lavoro prestato dai dipendenti dell’azienda. Il profitto premierebbe la superio­re organizzazione tecnica dei vari fattori.

Marx con la dottrina del plusvalore ha dimostrato che il salario, o prezzo pagato per la forza di lavoro, è inferiore al valore che questa aggiunge alla mer­ce, quando ogni valore è espresso da tempi di lavoro. Il profitto del capitale rappresenta il lavoro non pagato degli operai.

La moderna tecnica produttiva, che impone di sostituire l’attività sociale a quelle individuali, viene imprigionata nelle forme dell’impresa privata al fine di garantire la estorsione del plusvalore. La classe industriale che se ne avvan­taggia conserva e difende, grazie al potere politico che detiene, il sistema di produzione che assicura il massimo del profitto e della accumulazione, mentre i prodotti socialmente utili e benefici (sia a disposizione della classe lavoratrice che di tutte le classi) sono compressi ad un minimo in rapporto alla massa enorme degli sforzi di lavoro.

L’eccesso e lo sperpero di lavoro sociale della classe proletaria, rispetto alla massa dei prodotti utili al consumo, dà un rapporto passivo diecine di volte peg­giore del rapporto che per il singolo salariato corre tra lavoro non pagato e la­voro pagato, o saggio del plusvalore.

Sono quindi tesi inadeguate le seguenti: il socialismo consiste nella corre­sponsione del frutto indiminuito del lavoro – con l’abolizione del sopralavoro e del plusvalore sarebbe abolito lo sfruttamento dei salariati – ogni economia senza plusvalore è economia socialista – si può contabilizzare in cifre di moneta una economia socialista – l’economia socialista consiste nella contabilizzazione dei tempi di lavoro.

Socialismo è la eliminazione sociale e storica del capitalismo, del sistema di produzione guidato dalla iniziativa delle imprese o della federazione di im­prese, costituita dalla classe e dallo stato borghese.

Anche prima della fase «superiore», in cui ciascuno preleverà secondo il suo bisogno, si potranno dire raggiunte una economia e una contabilizzazione socialiste solo in quei settori in cui non figureranno partite doppie e bilanci aziendali, e nei calcoli di previsione organizzativi si adopereranno solo unità fisiche di misura come le unità di peso, capacità, forza, energia meccanica.

9. ASSOCIAZIONI TRA IMPRESE E MONOPOLIO – Posizione basilare della economia borghese è che la selezione delle imprese socialmente più utili sia assicurata dai fenomeni del mercato libero e dallo equilibrarsi dei prezzi secondo le disponibilità e il bisogno di prodotti.

Il marxismo dimostrò che, anche ammessa per un momento questa econo­mia di libera concorrenza, produzione e scambio, finzione borghese e illusione piccolo borghese, le leggi della accumulazione e della concentrazione che agi­scono nel suo seno la conducono a spaventose crisi di sovraproduzione, di distruzione di prodotti e forze di lavoro, di abbandono di impianti produttivi, di disoccupazione e miseria generale. È attraverso le ondate di tali crisi che si acutizza l’antagonismo tra la ricca e potente classe capitalista, e la miseria del­le masse occupate e non occupate, spinte ad organizzarsi in classe e rivoltarsi contro il sistema che le opprime.

La borghesia, classe dominante, trovò dapprima base sufficiente alla sua unità nello stato politico ed amministrativo, suo «comitato di interessi» mal­grado la finzione degli istituti elettivi, in cui governava a mezzo di quei par­titi che quali opposizioni rivoluzionarie avevano condotta la rivoluzione antifeu­dale. La forza di tale potere venne subito diretta contro le prime manifesta­zioni della pressione di classe dei lavoratori.

L’organizzazione degli operai in sindacati economici si muove nei limiti della lotta per abbassare il saggio del plusvalore; la ulteriore organizzazione in partito politico ne esprime la capacità a porsi come classe l’obiettivo del rovesciamento del potere della borghesia, della soppressione del capitalismo, con la riduzione radicale della quantità di lavoro, l’aumento del consumo e del benes­sere generale.

Dal canto suo la classe borghese antagonista, non potendo non accelerare l’accumulazione del capitale, procurò di fronteggiare le enormi dispersioni di forze produttive, le conseguenze delle crisi periodiche, gli effetti della organiz­zazione operaia, adottando ad un certo punto dello sviluppo le forme (note alla stessa storia della accumulazione primitiva) delle intese, accordi, associa­zioni ed alleanze fra intraprenditori. Queste dapprima si limitarono ai rapporti di mercato, sia nel collocamento dei prodotti che nell’acquisto della manodopera, con impegni a rispettare dati indici evitando la concorrenza; quindi si estesero a tutto l’ingranaggio produttivo: monopolii, trusts, cartelli, sindacati di intra­prese che fanno prodotti simili (orizzontali) o provvedono alle successive trasformazioni che conducono a dati prodotti (verticali).

La descrizione di tale fase del capitalismo, come conferma della giustezza del marxismo «che dimostrò come la libera concorrenza determini la concentrazione, e questa il monopolio» è classica in Lenin, l’Imperialismo.

10. IL CAPITALE FINANZIARIO – L’intraprenditore ha bisogno, oltre che della fabbrica e delle macchine, di un capitale monetario liquido che anti­cipa per acquistare materie prime e pagare salari, e poi ritira vendendo i pro­dotti. Come dello stabilimento e degli impianti, egli può non essere proprieta­rio titolare anche di questo capitale. Senza che esso intraprenditore o ditta intraprenditrice perda la titolarità dell’azienda, tutelata dalla legge, egli ha tale capitale fornito dalle banche, contro un tasso annuo di interesse.

Il borghese giunto alla sua forma ideale ci si mostra ormai spoglio e pri­vo di proprietà immobiliare o mobiliare, privo di denaro, soprattutto privo di scrupoli. Non investe ed arrischia più nulla di suo, ma la massa dei prodotti gli resta legalmente nelle mani, e quindi il profitto. La proprietà se la è tolta da sé, conseguendone non pochi altri vantaggi; è la sua posizione strategica che oc­corre strappargli. È posizione sociale storica e giuridica, che cade solo con la rivoluzione politica, premessa di quella economica.

La classe borghese, traverso la apparente separazione del capitale indu­striale da quello finanziario, in realtà stringe i suoi legami. Il predominio delle operazioni finanziarie fa sì che i grandi sindacati controllino i piccoli e le aziende minori per successivamente inghiottirli, nel campo nazionale e inter­nazionale.

L’oligarchia finanziaria che in poche mani concentra immensi capitali e li esporta ed investe da un paese all’altro, fa parte integrante della stessa classe imprenditrice, il centro della cui attività si sposta sempre più dalla tecnica pro­duttiva alla manovra affaristica.

D’altra parte, con il sistema delle società per azioni, il capitale della intra­presa industriale costituito da immobili, attrezzi e numerario è titolarmente di proprietà dei portatori di azioni che prendono il posto dell’eventuale pro­prietario immobiliare, locatore di macchina, banca anticipatrice. I canoni di fitto e noleggio e l’interesse degli anticipi prendono la forma di un sempre modesto utile o «dividendo» distribuito agli azionisti dalla «gestione» ossia dall’intrapresa. Questa è un ente a sé, che porta il capitale azionario al suo passivo di bilancio, e con manovre varie saccheggia i suoi creditori; vera for­ma centrale dell’accumulazione. La manovra bancaria, a sua volta con capi­tali azionarii, compie per conto dei gruppi industriali ed affaristici questo ser­vizio di depredamento dei piccoli possessori di moneta.

La produzione di ultraprofitti ingigantisce man mano che ci si allontana dalla figura del capo d’industria, che per competenza tecnica arrecava inno­vazioni socialmente utili. Il capitalismo diviene sempre più parassitario, ossia invece di guadagnare e accumulare poco producendo molto e molto facendo consumare, guadagna ed accumula enormemente producendo poco e soddisfacendo male il consumo sociale.

11. CAPITALE E POLITICA IMPERIALISTA – Nei paesi industrial­mente più avanzati la classe intraprenditrice trova limiti all’investimento del capitale accumulato o nel difetto di materie prime locali, o in quello di ma­nodopera metropolitana, o in quello di mercati di acquisto.

La conquista di mercati esteri, l’ingaggio di lavoratori stranieri, l’impor­tazione di materie prime, o infine l’esercizio di tutta l’impresa capitalistica in paese estero con elementi e fattori del posto, sono processi che non possono nel mondo capitalistico essere svolti con i puri mezzi economici, come il gio­co della concorrenza, il tentativo di regolare e controllare prezzi di vendita e di acquisto, e mano mano i privilegi e le protezioni con misure di stato o convenzioni interstatali. Quindi l’espansionismo economico diviene coloniali­smo aperto o dissimulato, appoggiato con poderosi mezzi militari. È la forza che decide le rivalità per l’accaparramento delle colonie e il dominio sugli sta­ti piccoli e deboli, si tratti di controllare i grandi giacimenti minerari, le mas­se da proletarizzare, o gli strati di consumatori capaci di assorbire i prodotti dell’industrialismo capitalistico. Questi sono nel mondo moderno tuttavia in gran parte costituiti non solo dai consumatori proletari e capitalisti dei paesi avanzati, ma anche dai ceti sociali medii come quelli agrari e artigiani, e dalle popolazioni di paesi ad economia capitalistica, formanti oggi come tante isole che successivamente escono da un ciclo locale e autarchico di economia, e sono come immerse e circondate dal tessuto generale della economia capitalistica in­ternazionale. In ciò il difficile quadro generale della riproduzione ed accumula­zione del capitale, delle crisi di sovraproduzione, della saturazione delle pos­sibilità di collocare i prodotti in tutto il mondo in base alla distribuzione mer­cantile e monetaria.

Per ogni marxista è evidente che la complicazione di tale rapporto storico tra le metropoli superindustriali e i paesi arretrati, di razza bianca e di altre razze, non può che generare incessanti conflitti, non solo tra colonizzatori e co­lonizzati, ma soprattutto tra gruppi di stati conquistatori.

La teoria proletaria rigetta le seguenti tesi come controrivoluzionarie: A) che si possa e si debba infrenare la diffusione nel mondo della tecnica indu­striale e delle grandi reti organizzate di comunicazioni e trasporti (superstite liberalismo e liberismo piccolo borghese); B) che occorra appoggiare social­mente e politicamente le imprese coloniali ed imperiali della borghesia (oppor­tunismo socialdemocratico, corruzione dei capi sindacali e di una «aristocra­zia proletaria»); C) che il sistema coloniale basato sul capitalismo possa con­durre ad un equilibrio economico e politico tra le potenze imperialiste, o ad uno stabile centro imperiale unico; ed evitare la progressiva corsa agli arma­menti e al militarismo, e il rafforzarsi dei sistemi oppressivi e repressivi di polizia di classe (falso internazionalismo e federalismo fra stati borghesi, basa­to sulla simulata autonomia e autodecisione dei popoli e sui sistemi di sicurez­za e di prevenzione delle «aggressioni»).

«L’imperialismo sviluppa dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà».

«Nella realtà capitalistica le alleanze interimperialiste non sono altro che una fase di respiro tra una guerra e l’altra, qualsiasi forma assumano, sia quel­la di una coalizione imperialista opposta a un’altra, sia quella di una lega ge­nerale fra tutte le potenze» (Lenin).

Solo sbocco dell’imperialismo mondiale è una rivoluzione mondiale.

12. TENDENZA MODERNA ALL’IMPRESA SENZA PROPRIETÀ. AP­PALTI E CONCESSIONI – Ogni nuova forma sociale, che per l’effetto dello svolgersi delle forze produttive tende a generalizzarsi, appare dapprima fram­mezzo alle forme tradizionali con «esempi» e «modelli» del nuovo metodo. Oggi si può studiare la forma della impresa senza proprietà analizzando l’indu­stria delle costruzioni edilizie, e più in generale dei lavori pubblici, il cui peso proporzionale nell’economia tende ad aumentare sempre di più.

Conviene eliminare la figura del «committente», proprietario del suolo o degli stabili in cui si opera, e che diverrà proprietario dell’opera compiuta, essendo indifferente che sia un privato, un ente, o lo Stato, ai fini della dina­mica economica della «impresa assuntrice».

L’impresa, o «appaltatore» dei lavori, presenta questi caratteri: I. Non ha una officina, fabbrica, stabilimento proprio, ma volta a volta installa il «can­tiere» e gli stessi uffici in sede posta a disposizione dal committente, il quale si addebita perfino contabilmente una cifra per tale impianto, cantiere e co­struzioni provvisorie. II. Può avere degli attrezzi o anche macchine proprie, ma più spesso, dislocandosi in località disparate e lontane, o li noleggia o li acqui­sta e rivende sul posto, o riesce a farsene pagare l’intero ammortamento. III. De­ve in teoria disporre di un capitale liquido da anticipare per materie prime e salari, ma va notato: a) che lo ottiene con facilità dalle banche quando provi di avere avuto aggiudicato un buon lavoro, dando in garanzia i mandati di pa­gamento; b) che nelle forme moderne molte volte per effetto delle «leggi spe­ciali» lo Stato finanzia, anticipa, o obbliga istituti creditizi a farlo; c) che i «prezzi unitari» in base ai quali sono pagate all’impresa le partite di lavori a misura (ossia i veri prodotti dell’industria in esame, collocati e tariffati in par­tenza e fuori di ogni alea commerciale, mentre è poi facilissimo conseguirne aumenti in sede di contabilità), si formano aggiungendo a tutte le spese anche una partita per «interessi» del capitale anticipato, e solo dopo di tutto ciò lo utile dell’imprenditore.

In questa tipica forma sussiste l’impresa, il plusvalore, il profitto, che è in genere altissimo, mentre scompare ogni proprietà di immobili, di attrezzi mo­bili, e perfino di numerario.

Quando tutti questi rapporti sono a cura di enti pubblici e dello Stato, il capitalismo respira il migliore ossigeno, i tassi di remunerazione toccano i mas­simi; e la sopraspesa ricade per via indiretta su altre classi; in parte minima quella dei possessori immobiliari e dei piccoli proprietari, in parte massima su quella non abbiente e proletaria.

Difatti l’impresa non paga tassa fondiaria perché non ha immobili, e le tas­se sui movimenti mobiliari di ricchezza le sono rimborsate anche quelle in sede di «analisi dei prezzi unitari», includendole nella partita «spese generali».

In queste forme la classe imprenditrice nulla paga per mantenere lo Stato.

Analogo all’appalto è la concessione. Il concessionario riceve un’area, uno stabile, talvolta un impianto completo, dal pubblico ente: lo esercisce, e fa pro­pri prodotti e guadagni. Ha l’obbligo di fare date ulteriori opere, installazioni, o perfezionamenti, e corrisponde un certo canone in denaro, in una sola volta o in rate periodiche. Dopo un certo numero di anni, sempre notevole, tutta la proprietà incluse le nuove opere e trasformazioni ritornerà all’ente concedente o demanio pubblico, cui è sempre rimasta intestata.

Il calcolo economico relativo ad un tale rapporto ne dimostra l’enorme vantaggio per il gestore, ove ben si considerino: le tasse immobiliari che non paga – l’interesse o rendita ingente che compete al valore del suolo e instal­lazioni originarie, che non ha dovuto acquistare – le rate di «ammortamento» a compenso di usura e invecchiamento, che non deve accantonare, perché ri­consegnerà impianti non nuovi ma usati e sfruttati a lungo.

La concessione presenta la quasi totale assenza di rischi su investimenti propri, e lo stesso alto profitto dell’appalto, e la caratteristica importante di potersi estendere a tutti i tipi di produzione e di fornitura delle industrie anche con sede fissa; la tendenza, in questa forma, può quindi coprire tutti i settori economici fermo restando il principio della impresa e del profitto.

Lo stato moderno in realtà non ha mai attività economica diretta, ma sempre delegata per appalti e concessioni a gruppi capitalistici. Non si tratta di un processo col quale il capitalismo e la classe borghese siano respinti indietro da posizioni di privilegio; a quell’apparente abbandono di posizioni, corrisponde un aumento della massa di plusvalore, di profitto e di accumulazione e dello strapotere del capitale; e, per tutto questo, degli antagonismi sociali.

La massa del capitale industriale e finanziario accumulato, a disposizione della manovra di intrapresa della classe borghese, è quindi molto maggiore di quanto appare facendo la somma delle singole intestazioni titolari, sia di valori immobili che mobili, ai singoli capitalisti e possessori, e ciò è espresso dal fondamentale teorema di Marx che descrive come fatto e come produzione sociale il sistema capitalistico, da quando esso si afferma, sotto l’armatura del diritto personale.

Il capitalismo è un monopolio di classe, e tutto il capitale si accumula sempre più come la dotazione di una classe dominante, e non come quella di tante persone e ditte. Introdotto questo principio, gli schemi e le equazioni di Marx sulla riproduzione, l’accumulazione e la circolazione del capitale cessano di essere misteriosi e incomprensibili.

13. INTERVENTISMO E DIRIGISMO ECONOMICO COME MANEGGIO DELLO STATO DA PARTE DEL CAPITALE – L’insieme di innumerevoli stesse forme economiche che, secondo il suo assunto dichiarato, dovrebbero contrapporsi come antitetiche: fra economia sovietica ed economia, poniamo, americana, v’è soltanto differenza di gradi, non di qualità, il divario che corre fra una struttura economica pianificata «pura» ed una struttura pianificata mista. Come potrebb’essere diverso, d’altronde, quando si istituisce un’identità meccanica fra collettivismo e pianificazione statale? Su questo piano, le antitesi classiche del marxismo si stemperano in altrettante identità dinamiche, e la «pacifica coesistenza fra capitalismo e socialismo» tanto cara agli staliniani è dimostrata anche sul terreno economico.

Potrà essere interessante leggere, raccolti in sintesi, i dati statistici sui risultati della pianificazione economica in tutti i Paesi di questo dopoguerra; ma che dire della serietà scientifica di un autore e di un editore che si piccano di simpatie marxiste e che annunciano urbi et orbi: «Si ha sistema collettivista od economia pianificata quando: 1) la distribuzione dei fattori di produzione fra i vari impieghi è effettuata direttamente mediante un piano centrale senza che con essa possa interferire alcun diritto privato di disporre dei beni di produzione; 2) l’equilibrio fra quantità offerte e domandate è assicurato direttamente dall’autorità centrale, la quale può anche tener conto delle preferenze dei consumatori così come si manifesterebbero su di un mercato, e lasciare libertà di scelta dell’occupazione, ma comunque non si affida alle sole forze che nel mercato tendono ad assicurare l’equilibrio stesso, ma cerca di raggiungerlo attraverso alla diretta fissazione dei prezzi». A questa stregua «collettivismo» era l’economia nazista, è almeno tendenzialmente l’economia pianificata laburista, è l’economia moderna di guerra, è insomma la forma estrema del capitalismo, e Marx diventa un aspirante al «brain trust» di un Roosevelt o di un Truman.

Ma tant’è: siamo nell’era del bestione trionfante; il bestione, ahimè, camuffato da marxista!

Lo Stato quindi prende a muoversi nel campo produttivo, ed economico in generale, sempre per la spinta e le finalità di classe dei capitalisti, intraprenditori di attività economiche e iniziatori di affari a sempre più larga base.

Ogni misura economico-sociale dello Stato, anche quando arriva ad imporre in modo effettivo prezzi di derrate o merci, livello dei salarii, oneri al datore di lavoro per «previdenza sociale» ecc. ecc., risponde ad una meccanica in cui il capitale fa da motore e lo Stato da macchina «operatrice».

Ad esempio l’imprenditore di una pubblica opera o il concessionario, poniamo di una rete ferroviaria o elettrica, sono pronti a pagare più alti salari e contributi sociali, poiché gli stessi si portano automaticamente nel calcolo dei «prezzi unitari» o delle «tariffe pubbliche». Il profitto, essendo valutato in una percentuale sul totale, cresce, il plusvalore cresce come massa e cresce come saggio, poiché anche i salariati pagano tasse statali e usano ferrovia ed elettricità, e l’indice salario ritarda sempre rispetto agli altri.

Il sistema inoltre incoraggia sempre più le imprese le cui realizzazioni e i cui manufatti servono poco, o non servono a nulla, o sviluppano consumi più o meno morbosi ed antisociali, fomentando la irrazionalità e anarchia della produzione, contro la volgare accezione che vede in esso un principio di ordinamento scientifico e una vittoria del famoso «interesse generale».

Non si tratta di subordinazione parziale del capitale allo Stato, ma di ulteriore subordinazione dello Stato al capitale. E, in quanto si attua una maggiore subordinazione del capitalista singolo all’insieme dei capitalisti, ne segue maggiore forza e potenza della classe dominante, e maggiore soggezione del piccolo al grande privilegiato.

La direzione economica da parte dello Stato risponde, più o meno efficacemente nei vari tempi e luoghi, con ondate di avanzate e ritorni, alle molteplici esigenze di classe della borghesia: scongiurare o superare le crisi di sotto e sovraproduzione, prevenire e reprimere le ribellioni della classe sfruttata, fronteggiare i paurosi effetti economico-sociali delle guerre di espansione, di conquista, di contesa pel predominio mondiale, e lo sconvolgimento profondo dei periodi che le seguono.

La teoria proletaria non vede nell’interventismo statale una anticipazione di socialismo, che giustifichi appoggi politici ai riformatori borghesi, e rallentamenti della lotta di classe; considera lo stato borghese politico-economico un nemico più sviluppato, agguerrito e feroce dell’astratto stato puramente giuridico, e ne persegue la distruzione, ma non oppone a questo moderno atteso svolgimento del capitalismo rivendicazioni liberiste o libero-scambiste, o ibride teorie basate sulle virtù delle unità produttive, autonome da collegamenti sistematici centrali, e collegate nello scambio da intese contrattuali libere (sindacalismo, economia dei comitati di azienda).

14. CAPITALISMO DI STATO – La proprietà del suolo degli impianti e del denaro nella forma statale è accumulata a disposizione delle imprese capitalistiche private di produzione o di affari, e della loro iniziativa.

15. FASI DELLA TRASFORMAZIONE ECONOMICA IN RUSSIA DOPO IL 1917 – Predominio nella presente economia russa del carattere capitalistico, per la esistenza in parte dissimulata di imprese interne ed estere muoventesi nell’ambiente mercantile e monetario.

16. LA FORMAZIONE DELL’ECONOMIA COMUNISTA – Le caratteristiche del nuovo sistema di produzione e distribuzione possono essere date come dialettica opposizione agli ostacoli che ne impediscono lo svolgimento. Indagini su manifestazioni parziali anticipate di attività in forme non capitalistiche.

17. UTOPIA; SCIENZA; AZIONE – Il movimento proletario rivoluzionario possiede la teoria positiva dello svolgimento sociale e delle condizioni della rivoluzione comunista. La conservazione della giusta linea dipende dalla continuità, coerenza e dirittura dell’indirizzo di azione.

Questo movimento non può essere condotto che da una organizzazione in cui stia una minoranza della classe in lotta.

* * *

Il penultimo punto è fondamentale per comprendere quanto sia assurda e anticomunista una tesi che ha appestato il proletariato per decenni: la persistenza della “categoria” valore nell’economia socialista; dove c’è mercantilismo, aziendalismo, salario, ivi è capitalismo. Viceversa il socialismo è la loro negazione dialettica (vedi «Dialogato con Stalin», 1952, e «Dialogato coi morti», 1956).

  

 

 

  

 


Dall’Archivio della Sinistra


Origine del Partito Comunista di Cina

La questione cinese occupa da sempre un posto di primo piano nel lavoro del partito. In particolare la rivoluzione negli anni Venti. La sconfitta del comunismo in Cina nel 1927 ha avuto per le rivoluzioni in Oriente il peso che in Europa ebbe il fallimento della rivoluzione tedesca. Il partito ha individuato nello stalinismo, espressione della controrivoluzione che avanzava in Russia e nel mondo intero, la causa principale della sconfitta della rivoluzione cinese. In numerosi e approfonditi studi abbiamo contrapposto alle tesi mensceviche di Stalin il corretto programma comunista e rivoluzionario per la Cina e in generale per i paesi dell’Oriente.

Sulla questione cinese, dalla rivoluzione alla controrivoluzione, si sono appuntate le considerazioni e le originali valutazioni della Sinistra rispetto a tutte le altre giustificatrici del salto al "socialismo" in un ristretto brodo nazionale.

Negli ultimi anni abbiamo ripreso lo studio di quella rivoluzione per approfondire la storia delle lotte di classe dal 1920 al 1927, l’origine del Partito Comunista di Cina e i suoi primi anni, la nascita dei sindacati classisti, la politica di Mosca – che condusse alla sanguinosa sconfitta in Cina – la lotta di Trotzki e dell’opposizione contro il tradimento dello stalinismo. Parallelamente a questa “ricapitolazione” saranno in questo Archivio presentati i documenti di quegli anni e i testi che comprovano il rinnegare le tesi di Lenin e le prospettive dell’Internazionale Comunista in Oriente.

* * *

Il Manifesto del Partito Comunista di Cina, del novembre 1920, è tratto da "Zhongguo gongchandang xuanyan", in Yida qida qianhou, vol.1, pp.1-5, anch’esso ritradotto in cinese dall’originale in lingua inglese presente negli archivi della delegazione del PCdC al Comintern. Qui nella trascrizione di Tony Saich. L’autore Zhang, si pensa possa essere Zhang Tailei che parteciperà al futuro Congresso dei Toilers del quale fu il responsabile della partecipazione cinese, insieme a Mering, e il traduttore per l’inglese.

Dallo scritto, in lingua inglese, del 1924, di Ch’en Kung-Po, in “The Communist Movement in China”, pubblicato nel 1966 dalla Octagon Books Inc. di New York, abbiamo tratto il Primo Programma del PCdC e la Prima Risoluzione sugli obbiettivi del PCdC, entrambi approvati al Primo Congresso del luglio-agosto 1921.

Anche nelle pubblicazioni curate da Tony Saich si trovano questi due documenti, oltre agli altri relativi al Primo Congresso qui pubblicati. Ma abbiamo preferito la originale traduzione dal cinese di Ch’en Kung-Po: troppo sapore nazional-socialista si respirava nelle traduzioni in “The Rise of Power of the Chinese Comunist Party,documents and analysis”, Armonk, New York-London 1984.

Una versione in lingua russa del Primo Programma del PCdC è stata restituita dai russi agli archivi del PCC nel 1957, insieme a copie degli altri documenti che qui riproduciamo.

Nei Punti 5, 7, 8, 9 e 12 con la parola Soviet è palesemente da intendersi la Sezione locale per Partito.

Al Primo Congresso del PCdC il Rapporto del gruppo comunista di Pechino ("Bejing gongchanzhuyi xiaozu de baogao", in Yida qianhou, vol.3, pp.1-9) e il Rapporto del gruppo di Canton furono tenuti, rispettivamente, da Zhang Guotao, in qualità di delegato anziano, e da Chen Gongbo. Qui nella traduzione di del J.K.Fairbank Center for East Asian Research edita da Tony Saich.

Una copia della loro traduzione in cinese dal russo, conservata a Mosca presso gli archivi della delegazione cinese al Comintern, è stata restituita alla Cina.

 

 
Manifesto del Partito Comunista di Cina
novembre 1920


Cari Compagni!

Questo manifesto è stato approvato dal PCdC nel novembre dello scorso anno. Poiché non contiene tutti i principi comunisti non è stato reso pubblico ed è usato solamente come orientamento per l’ingresso di nuovi aderenti al partito. Questo non è il testo originale in cinese, che non ho potuto reperire, l’ho tradotto dall’inglese. Il manifesto è stato approvato un anno fa e naturalmente alcune parti necessitano ora di essere modificate e aggiunte nuove cose. Spero fortemente che tutti i compagni lo leggeranno attentamente perché ogni Comunista deve concentrarsi su documenti importanti come è questo – il Manifesto del PC. Inoltre viene proposto che lo discuta il gruppo comunista della delegazione cinese al congresso dei lavoratori dell’Estremo Oriente. Il risultato della discussione sarà trasmesso al PCdC per considerazioni e la sua adozione.

Zhang
10 dicembre 1921


1. Gli ideali comunisti

a) Sguardo sull’Economia: i Comunisti rivendicano il possesso sociale e comune dei mezzi di produzione: macchinari, fabbriche, materie prime, terra, mezzi di trasporto e così via. Una volta ottenuto il possesso e l’uso comune dei mezzi di produzione, saranno naturalmente eliminati la proprietà privata e il sistema del prestito di denaro. Il fenomeno attuale nella società dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo cesserà di esistere perché cesserà di esistere la sua origine cioè il plusvalore.

b) Sguardo sulla Politica: i Comunisti sostengono l’abolizione dello Stato. Non può essere ammesso che esista niente di simile alle attuali istituzioni statali e di governo. Perché lo Stato, l’esercito e i tribunali, che proteggono gli interessi della minoranza e opprimono le maggioritarie masse lavoratrici, sono necessari quando i mezzi di produzione hanno proprietari privati. Naturalmente se la proprietà privata e il sistema del prestito di denaro sono aboliti lo Stato, l’esercito e i tribunali non saranno più necessari.

c) Sguardo sulla Società: i Comunisti faranno sì che la società abbia una sola classe (cioè, sia senza classi) — la classe delle masse lavoratrici. L’origine, nell’attuale società, di tutti i poteri particolari è la proprietà privata; classi particolari non esisterebbero se nessuno potesse concentrare la proprietà.

 
2. Il fine dei comunisti

Il fine dei comunisti è la creazione di una nuova società secondo gli ideali comunisti. Per rendere possibile la realizzazione della nostra società ideale il primo passo è l’eliminazione del presente sistema capitalistico. L’eliminazione del sistema capitalistico richiede una grande forza per sconfiggere i paesi capitalistici. La forza delle masse lavoratrici, il proletariato, sta crescendo in modo possente e inizia ad essere più concentrata. Questo è proprio il risultato dei conflitti di classe all’interno dei paesi capitalistici. La forma che questa forza assume è la lotta di classe.

Così lo strumento per sconfiggere il capitalismo è la lotta di classe. La lotta di classe è sempre esistita nella società umana, ma, poiché la sua forma è determinata dallo sviluppo dei mezzi di produzione, la sua forma è cambiata più volte. La lotta di classe è esistita anche sotto il sistema feudale, ma è diversa da quella nei paesi capitalistici. La lotta di classe nei paesi capitalistici è estremamente intensa, con un culmine di energia sufficiente a scuotere il mondo intero. Questa forza sta iniziando a crescere e consolidarsi e prima o poi eliminerà il capitalismo. Questo inasprirsi della lotta è determinato dalla logica della storia.

Il compito del PC è di organizzare e concentrare la forza della lotta di classe e di rafforzare la forza che si oppone al capitalismo.

Per avere successo, dobbiamo fare propaganda verso i lavoratori, i contadini, i soldati, i marinai e gli studenti. L’obiettivo è di organizzare alcune grandi associazioni industriali [industrial associations] e coordinarle in una federazione generale delle associazioni industriali e anche organizzare un partito politico rivoluzionario proletario, il PC. Il PC è la guida del proletariato rivoluzionario per combattere contro i capitalisti e per strappargli il potere politico. Questo potere è usato per mantenere il sistema capitalistico. Invece il potere va messo nelle mani dei lavoratori e dei contadini, esattamente come ha fatto il PC russo nel 1917.

Le associazioni industriali del proletariato rivoluzionario devono usare gli scioperi generali per mantenere una costante agitazione nei paesi capitalistici e indebolire sempre di più i nemici delle masse lavoratrici. Quando sarà giunto il tempo della lotta finale per portar via il potere politico ai capitalisti, il PC si appellerà a uno sciopero generale totale. Questo significherà un colpo mortale per il sistema capitalistico.

Dopo che i proletari avranno sconfitto i capitalisti, le associazioni industriali diventeranno gli organi responsabili dell’economia nella società comunista.

Il rovesciamento del governo capitalista e il trasferimento del potere politico al proletariato rivoluzionario è solo uno dei fini del PC, e il suo successo è già dimostrato. In ogni caso questo non sarà l’ultimo compito del PC, infatti la lotta di classe continuerà ad esistere. Solo la sua forma cambierà e diventerà la dittatura del proletariato.


3. L’attuale condizione della lotta di classe

Come è evidente ormai l’intero mondo può essere visto come una singola istituzione capitalista. Pertanto la lotta di classe in un paese può avere ripercussioni negli altri. Il risultato della vittoria della rivoluzione proletaria russa è stato la trasformazione della lotta di classe in Russia nella dittatura degli operai e dei contadini. Questo causa l’intensificazione della lotta di classe negli altri paesi, e tende verso la stessa forma della lotta di classe in Russia – la dittatura del proletariato.

Non è un caso che la forma della lotta di classe in Russia si sia trasformata nella dittatura del proletariato; è una condizione naturale nello sviluppo della società umana. È un naturale stato delle cose nel momento in cui i capitalisti sono stati sconfitti ed è stata creata una società comunista. A un certo punto, la forma politica esistente in Russia è destinata a imporsi. Pertanto è vero che questa forma politica è destinata ad emergere in tutti gli altri paesi. Questo è il motivo per cui questi paesi sono uguali. Se si guarda al loro modo di produzione e distribuzione, sono tutti capitalistici. La dittatura del proletariato in Russia dimostra soltanto che in una parte del mondo è stata raggiunta la vittoria nella lotta tra proletariato e capitalismo. Sarebbe un grave errore credere che un singolo Stato comunista possa costituirsi entro i confini della Russia quando il proletariato degli altri paesi sta ancora lottando contro il capitalismo e non ha ancora raggiunto la vittoria. Considerato che il proletariato russo non può immediatamente costituire uno Stato comunista, e che il capitalismo è già stato rovesciato, il proletariato deve difendere se stesso dai nemici dentro e fuori il proprio paese. Questo è ovvio. Pertanto solo attraverso la realizzazione della dittatura del proletariato è possibile resistere con successo ai nemici dentro e fuori il paese. Questo significa che la forza di una classe è volta a creare la società comunista. Cioè, sarà questa classe a fare la società del futuro. Il completamento di questo compito è imposto dalla storia.

Inoltre, questa è una caratteristica non solo dello sviluppo della storia russa ma della storia mondiale. Ogni paese del mondo attraverserà questa fase della lotta di classe.

Il significato della dittatura del proletariato sta esclusivamente nella presa del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario. Questo non significa ancora che le forze residuali del capitalismo, cioè le forze controrivoluzionarie, siano state del tutto estirpate. Non è assolutamente così. Il compito che la dittatura del proletariato ha da affrontare è, da una parte, continuare a usare la forza per combattere le forze residue del capitalismo, e, dall’altra, l’adozione di provvedimenti rivoluzionari che producano molti metodi comunisti di edificazione. Metodi come questi saranno elaborati dai rappresentanti designati del proletariato – quelli con la più alta coscienza di classe e spirito rivoluzionario.
Quando le forze dei capitalisti saranno eliminate ovunque nel mondo e le attività produttive inizieranno a operare seguendo i principi comunisti, la dittatura del proletariato passerà ad aprire la strada che porta al comunismo.

 

 

 


Primo Programma del Partito Comunista di Cina
luglio-agosto 1921

1. Il nostro partito si chiamerà Partito Comunista di Cina.

2. Il programma del nostro partito è:
   a) Con l’esercito rivoluzionario del proletariato, per rovesciare le classi capitalistiche e per ricostruire la nazione dalla classe operaia, fino a quando le distinzioni di classe non saranno eliminate.
   b) Instaurare la dittatura del proletariato per portare a termine la lotta fra le classi fino alla loro abolizione.
   c) Per rovesciare la proprietà privata del capitale, la confisca di tutti mezzi di produzione, come macchine, terra, palazzi, prodotti semi-manifatturati, e così via, per affidarli alla proprietà sociale.
   d) Per l’unità con la Terza Internazionale.

3. Il nostro partito riconosce come sua politica principale la rivoluzione sociale, con la scelta della forma sovietica, l’organizzazione dei lavoratori industriali e agricoli e i soldati, la diffusione del comunismo; è nettamente troncato ogni rapporto con la classe gialla intellettuale e con tutti i gruppi del genere.

4. Fra gli aderenti non è ammessa alcune discriminazione di sesso o nazionalità; può essere nostro compagno chiunque, presentato da un iscritto, accetti i programmi e le politiche del nostro partito e gli prometta fedeltà; ma prima che lui o lei entri nel partito deve rompere ogni relazione con qualsiasi altro partito o gruppo che si oppone al nostro programma.

5. La procedura per l’ammissione è la seguente: il candidato viene proposto al soviet locale in osservazione, il tempo dell’osservazione sarà al massimo di due mesi. Dopo di questa, con il consenso della maggioranza dei membri, il candidato è riconosciuto come iscritto. Se in quella località esiste un Comitato Esecutivo, la candidatura sarà approvata da questo comitato.

6. Fintanto che i tempi per una attività palese non siano maturi, le dottrine così come gli aderenti del partito dovranno rimanere segreti.

7. In ogni località con più di 5 membri può essere organizzato un soviet locale.

8. Con la presentazione formale al segretario locale, un membro di un soviet può essere trasferito in un altro soviet locale.

9. Ogni soviet locale che conti meno di dieci membri avrà un solo segretario per la sua conduzione; se il soviet ha più di dieci membri saranno nominati un tesoriere, un organizzatore e un propagandista; se il soviet ha più di trenta membri si può costituire un Comitato Esecutivo. Le regole di questi comitati sono definite qui di seguito.

10. Nelle località dove c’è un incremento dei membri le organizzazioni dei lavoratori dei contadini dei soldati e studenti saranno utilizzate nel lavoro esterno a seconda della loro occupazione, queste organizzazioni saranno sotto il controllo della direzione del comitato esecutivo locale.

[Il Punto 11 manca nell’originale di Ch’en]

12. La finanza, le pubblicazioni, e le politiche di ogni soviet locale saranno visionate e dirette dal Comitato Esecutivo Centrale.

13. Quando i membri superano i 500 o quando più di cinque comitati esecutivi locali sono in essere nell’intero paese, si può scegliere un luogo adatto dove organizzare un comitato esecutivo composto di 10 membri eletti dalla conferenza nazionale dei rappresentanti. Quando le condizioni sopra dette non fossero soddisfatte sarà organizzato un Comitato Esecutivo Centrale Provvisorio per provvedere alle incombenze. La regolamentazione dettagliata del Comitato Esecutivo Centrale sarà stabilita in seguito.

14. Gli aderenti, a meno che costretti dalle leggi vigenti o che abbiano ottenuto il consenso del partito, non possono rivestire ruoli di funzionari governativi o essere membri del parlamento; non sono soggetti a restrizioni per essere soldati, poliziotti, impiegati della pubblica amministrazione.

15. Questo programma può essere modificato quando una proposta di emendamento sia approvata dai due terzi dei rappresentanti della Conferenza Nazionale dei Rappresentanti.

 



Prima risoluzione sui compiti del Partito Comunista di Cina

luglio-agosto 1921

 
1. L’organizzazione dei lavoratori

La formazione di sindacati d’industria è lo scopo principale del nostro partito. In ogni località dove esistono più di un tipo di industria organizzeremo un sindacato di industria; se non ci sono grandi industrie in alcune località ma solo una o due fabbriche, può essere organizzato un sindacato d’azienda adeguato alle condizioni di quella località.

Il partito deve impregnare i sindacati dello spirito della lotta di classe. Se la lotta politica è alimentata da più sindacati non in accordo col nostro programma, il partito eviterà di diventare il burattino di altri partiti.

Dove esistono gilde e sindacati professionali, al partito è consentito di farvi aderire i suoi militanti al fine di fare il primo passo verso la riorganizzazione.
Un sindacato di lavoratori non può essere formato se non può contare su più di duecento membri. Almeno due nostri compagni devono esser mandati nel nuovo sindacato ad aiutare nell’organizzazione.


2. La propaganda

Riviste, quotidiani, libri e opuscoli devono essere tutti sotto la direzione del Comitato Esecutivo Centrale o del Comitato Esecutivo Centrale Provvisorio.

Ogni località può pubblicare una rivista sindacale, un quotidiano e un settimanale, opuscoli e circolari occasionali a seconda delle sue necessità.
Che le pubblicazioni siano centrali o locali, devono essere gestite direttamente e pubblicate dai membri del partito.

Ogni pubblicazione dell’organizzazione centrale o locale non deve ospitare articoli incoerenti con i principi, la politica, e le decisioni del partito.

 
3. La scuola sindacale [Labor Supplementary School]

Poiché la scuola sindacale è il passo preparatorio all’organizzazione di un sindacato di industria, tali scuole saranno formate all’interno dei reparti di varie industrie, come quella dei trasporti, del tessile, ecc. In nessuna di queste scuole sarà permesso l’insegnamento di temi diversi eccetto in quei casi in cui la necessità impone questa soluzione.

In queste scuole, solo i lavoratori possono essere membri del consiglio direttivo che gestisce le questioni scolastiche. Gli insegnanti, nominati dal partito, possono partecipare alle riunioni del consiglio.

Le scuole sindacali devono gradualmente diventare i centri degli organi sindacali; in caso contrario non vengono autorizzate, possono essere chiuse o riorganizzate dal partito a seconda delle condizioni.

La dottrina più importante da insegnare dovrebbe essere quella che può risvegliare la coscienza dei lavoratori e mostrar loro la necessità dell’organizzazione in sindacati.

 
4. Istituto per una organizzazione di studi sindacali

Questo istituto verrà organizzato dalle avanguardie di varie industrie, lavoratori con coscienza di classe e compagni di partito e dovrebbe insegnare i metodi adeguati all’organizzazione di industria.

L’oggetto di questo istituto è di disciplinare i lavoratori che portano avanti il lavoro pratico del partito così che una particolare attenzione possa esser data a questa fase dell’organizzazione dei sindacati, aiuti i diversi altri movimenti del proletariato, e indaghi la condizione dei sindacati e del proletariato.

Con l’intenzione di incrementare le capacita degli aderenti, possiamo dividere l’istituto in gruppi di ricerca sui temi seguenti: la storia del movimento operaio, il metodo di organizzare i sindacati di fabbrica, la teoria economica di Karl Marx, aspetti recenti del movimento sindacale nelle diverse nazioni. I risultati di queste ricerche possono essere pubblicati via via. (Nella discussione di questi problemi deve essere data molta attenzione alle condizioni locali in Cina.)

 
5. Atteggiamento verso gli attuali partiti politici

Verso gli attuali partiti politici sarà adottato un comportamento di indipendenza, ostilità e incompatibilità. Nella lotta politica, in opposizione al militarismo e al burocratismo, e nella rivendicazione della libertà di parola, stampa, e assemblea, quando dobbiamo dichiarare il nostro atteggiamento, il nostro partito si leverà a difesa del proletariato e non dovrà acconsentire a relazioni con altri partiti o gruppi.


6. Rapporto fra il Partito e la Terza Internazionale

L’Organo Centrale farà un rapporto ogni mese alla Terza Internazionale. Se necessario una rappresentanza ufficiale sarà mandata nella sede del Segretariato dell’E­stre­mo Oriente della Terza Internazionale a Irkutsk, e rappresentanti saranno mandati in varie nazioni dell’Estremo Oriente per promuovere piani per l’unità nella lotta di classe.

 



Rapporto del gruppo comunista di Pechino al primo congresso del PCdC
Zhang Guotao
luglio 1921


Compagni,

l’organizzazione comunista di Pechino è stata fondata solo dieci mesi fa [ottobre 1920]. Hanno formato questa giovane organizzazione solo pochi intellettuali e molti di loro mancano di esperienza rivoluzionaria. Per i cambiamenti nella situazione politica tutta la nostra opera ha incontrato un considerevole numero di difficoltà. Per questa ragione il nostro lavoro non è stato così fruttuoso. Siamo molto dispiaciuti di non poter dire molto a questo congresso a proposito della nostra esperienza. Comunque sinceramente speriamo che questo congresso arricchirà molto la nostra esperienza e che riceveremo principi e istruzioni a riguardo di tutte le nostre future attività.

Prima di iniziare il rapporto vi darò una minima descrizione della società a Pechino.

1) Come sapete Pechino è il centro politico del Nord della Cina ed è stata la capitale della Cina negli ultimi cinquecento anni. Durante la dinastia Qing molti Manchu ci vivevano tenendo uno stile di vita dissoluto e arbitrario grazie alle loro relazioni con l’imperatore. Ancora adesso questi contano 200.000 residenti. Per la loro consolidata fedeltà non si trovano un lavoro fisso. A prescindere da questi buoni a nulla, una masnada di parassiti maneggioni alberga fra i funzionari civili e militari degli alti e dei bassi livelli. A questi sono da aggiungere i familiari. Per finire ci sono circa 30.000 tipacci occupati in ogni tipo di losche attività. La popolazione di Pechino è solo di circa 930.000 abitanti, e, oso dire, la metà di loro se la spassa in giro. Insomma, si direbbe che Pechino è la città più strana al mondo.

Come ho detto Pechino è il centro politico riconosciuto. Quindi la gente qui si dovrebbe interessare di politica. Ma non è proprio questo il caso. Quando la Cina aveva un sistema imperiale si considerava la politica una questione personale dell’imperatore. Dopo la rivoluzione fu considerata un affare dell’esercito. Questo per dire che la politica è vista come un affare personale dei funzionari di alto rango e subalterni e dei politicanti che inseguono il loro proprio egoismo nella lotta per ogni tipo di privilegi. Per questa ragione, la popolazione non pone molta attenzione alla politica.

Come può essere spiegato questo atteggiamento passivo della gente di Pechino? Primo, la gente di Pechino ricorda molto bene quel che dicevano i vecchi filosofi: “La politica non è per la gente comune”. Questa idea fatalista è radicata nelle loro menti. Secondo, per migliaia di anni hanno vissuto sotto un sistema dispotico. Molto forti sono l’obbedienza e il senso di sottomissione. Terzo, lo sviluppo industriale è agli inizi e un egoismo estremo si diffonde tra i lavoratori. Intrisi di conservatorismo, filosofia tradizionale, non hanno il senso della collettività; nelle case da tè o nei ristoranti si vedono spesso cartelli con scritto “No alle discussioni sugli affari dello Stato”. Questo tipo di sanzione su qualsiasi discussione sullo Stato o sulle questioni politiche sembra destinata a influenzare la gente della classe povera.

Dopo la rivoluzione nella “letteratura” (la volgarizzazione del baihua, etc.) per la prima volta gli intellettuali hanno sentito la necessità di nuovi ideali, aspirazioni e ambizioni. Nello stesso tempo si sono sviluppati i contrasti tra Cina e Giappone sulla questione dello Shandong, alla conferenza per la spartizione del bottino. Questo tra gli studenti ha provocato un movimento nazionalista senza precedenti, il Movimento del 4 Maggio. Allora gli studenti misero molto impegno per interessare le masse ai problemi politici, ma invano. Senza l’appoggio delle masse il movimento degli studenti languì. Questo esempio dimostra che in questo centro politico lo spirito patriottico degli intellettuali non ha messo radici nel proletariato.

Il movimento politico fra gli intellettuali si può dividere in tre scuole: (1) il movimento democratico; (2) il socialismo delle gilde e (3) il movimento anarchico. I sostenitori del movimento democratico non hanno stabili organizzazioni. Il socialismo delle gilde ha solo un piccolo numero di sostenitori. Pertanto la sua influenza è limitata. Per diffondere le loro confusissime idee, usano ogni giornale o altro periodico esistente. Anche gli anarchici non sono diversi da questa gente. Ricorrono a qualsiasi giornale, inclusi quelli gestiti dai Signori della Guerra, dove si possono trovare articoli in un guazzabuglio di idee diverse e confuse; democrazia, socialismo delle gilde, anarchismo e così via. Naturalmente, questo tipo di movimento, dati i mezzi che impiega, non può realizzare il suo scopo. Riguardo gli anarchici, nonostante abbiano probabilmente compreso quanto importante sia sollevare le masse, oltre a fare uscire i loro piccoli opuscoli e ritrovarsi in prigione, non sanno che fare. Per esempio durante il recente Movimento del 4 Maggio gli anarchici raccolsero insieme trenta persone ma furono incapaci di organizzare dimostrazioni tra i lavoratori. Fecero uscire solo qualche settimanale, che distribuirono a caso perché non sono riusciti a organizzarne la distribuzione in un modo appropriato.

Chi fa parte dei circoli intellettuali è convinto che la trasformazione della società necessiti delle loro conoscenze. L’offerta di capacità scientifiche consentirebbe loro di acquisire posizioni influenti, così chiedono una maggiore istruzione. Considerano il proletariato una classe ignorante, povera e impotente che può essere usata per favorire i loro scopi. Mentre gli intellettuali pensano di essere molto importanti, del proletariato non varrebbe la pena nemmeno di far menzione. Questa loro tendenza è del tutto ovvia e ne risulta un grosso ostacolo al movimento rivoluzionario operaio.

Compagni, da quello che ho detto scaturiscono due questioni importanti che necessitano di una immediata soluzione. Primo, come possiamo avvicinare i lavoratori, privi di interesse politico, e far leva sullo spirito di ribellione per educarli e organizzarli a un coinvolgimento nel lavoro rivoluzionario? Secondo, come possono essere dissuasi dal desiderio di diventare degli studiosi che aderiscono ai circoli intellettuali? Come possono essere convinti a partecipare al movimento rivoluzionario del proletariato? Infine, come possono farsi parte del proletariato?

In generale, questo governo di Signori della Guerra e di burocrati non è per niente stabile. Non ha alcuna coerente direzione politica. Sarebbe facile sbarazzarsi di questo governo se il proletariato facesse forza.

2) La situazione economica di Pechino non è molto complicata. Pechino è un centro politico, né industriale né commerciale. Di fatto solo alcuni milionari hanno soldi in banca. Veramente pochi gli industriali, e non molti grandi commercianti. Alcune relativamente grandi aziende e imprese, come uffici editoriali, case editrici, la tesoreria locale, aziende di macchinari di precisione, di apparecchi di misura, e le ferrovie, sono tutte istituzioni governative. Pertanto i proprietari d’azienda e i dipendenti sono essi stessi governativi. Per rafforzare lo spirito patriottico tra i lavoratori di queste aziende e imprese e per farli lavorare molte ore, il governo dice, “Dovete farlo per la prosperità del paese”. Naturalmente in queste condizioni è molto difficile un lavoro di propaganda. È più difficile che aver a che fare con i capitalisti.

Compagni, voglio richiamare la vostra attenzione su questo problema. Ci sono molti risciò tirati da lavoratori, dai cinquanta ai sessantamila. Sebbene non lavorino per i capitalisti, vengono dallo strato sociale inferiore e il lavoro consente loro di stare in contatto con gente di tutte le provenienze sociali. Dobbiamo trovare il modo di fare propaganda tra di loro.

3) A Pechino è normale vedere gente fare prepotenze. Gli stranieri insultano i cinesi; i funzionari militari trattano duramente i civili; i passeggeri dirigono i tiratori di risciò con fruste e bacchettate. Secondo me, non importa dove e quando avvengono cose come queste, noi dobbiamo cogliere l’opportunità al balzo per risvegliare lo spirito rivoluzionario del proletariato.

Funzionari del governo, ufficiali, burocrati, e polizia gareggiano a opprimere la gente comune. Le auto dei "VIP" possono impunemente travolgere i pedoni. Possono infilarsi nel traffico come vogliono e con lo schieramento della polizia a opprimere arbitrariamente la gente. Tutto questo indica che ci sono molte occasioni per la propaganda tra le masse.

Ora fatemi tornare a parlare delle trascorse attività e del programma dell’organizzazione comunista a Pechino. Dobbiamo far notare che in ottobre dello scorso anno, quando l’organizzazione fu fondata, aderì anche qualche falso comunista. Questa gente in realtà era anarchica, e ci crearono qualche problema. A causa della loro visione estrema della politica lasciarono l’organizzazione. Dopo la loro uscita le cose iniziarono a scorrere meglio. Non abbiamo molte persone, sicché non possiamo adesso proporci compiti esaustivi. Dobbiamo concentrarci sul lavoro di propaganda e di organizzazione fra gli intellettuali e i lavoratori.

 
Il lavoro di propaganda tra i lavoratori

L’industria a Pechino non è molto sviluppata. Non ci sono grandi fabbriche che concentrino lavoratori in un luogo. Per questa ragione abbiamo deciso di spostare la nostra attenzione sui lavoratori delle ferrovie. Però tutti noi veniamo da famiglie intellettuali e lontane dalla classe lavoratrice. Pertanto la prima cosa che abbiamo fatto è stato di aumentare le comunicazioni fra questi lavoratori. Abbiamo deciso di fondare una scuola operaia [workers’ supplementary school] a Changxindian per 2.000 lavoratori delle ferrovie. Questa scuola non è lontana da Pechino e ha tre insegnanti, che sono socialisti.

La scuola è un modo per avvicinare i lavoratori. In più di una occasione la nostra proposta ha suscitato entusiasmo. Ne è risultato che ogni tipo di classi ha sollevato richieste, e si sono estese fra i lavoratori le idee sugli aumenti di salario, la riduzione dell’orario di lavoro, e la formazione di sindacati. Successivamente hanno fondato un sindacato delle ferrovie con 340-350 aderenti.

Compagni, non dovremmo limitarci a fondare sindacati. Dopo la loro costituzione, dovremmo guidarli alla lotta contro i padroni di fabbrica. Solo così i lavoratori possono dimostrare il loro interesse per i propri sindacati e credere nella loro forza. I lavoratori sono incolti e analfabeti. Solo uno su dieci riesce a leggere un giornale. Ovvio che un lavoro di propaganda tramite materiale stampato non serve. Come potete capire ci troviamo a combattere queste difficoltà e superarle a tutti i costi.

In breve, le lezioni che abbiamo imparato in questo poco tempo sono: Primo, buone relazioni possono essere create tra coloro che sono leali verso la causa dei lavoratori e i lavoratori stessi. Secondo, i capi dovrebbero essere scelti dai lavoratori. Terzo, dovremmo ricordare loro lo scopo della nostra organizzazione e utilizzare i loro sindacati per combattere i padroni così che l’odio di classe si intensifichi. Quarto, dobbiamo cogliere ogni opportunità per incoraggiare le masse a fare dimostrazioni e a sferrare scioperi.

Naturalmente, a causa della inadeguatezza del nostro gruppo e per la mancanza di fondi, non possiamo aspettarci un immediato aumento generale del livello di educazione dei lavoratori. Attraverso questa scuola cerchiamo di raggiungere i due scopi delineati sopra. Il fine della scuola è fondamentalmente educare i lavoratori e abituarli a una situazione nella quale loro stessi nominano quelli fra loro con maggiore coscienza ed entusiasmo per dirigere la scuola e il sindacato. Gli incontri studenteschi forniscono buone occasioni per il lavoro di propaganda, ed è estremamente importante sviluppare l’abitudine di parlare in pubblico, negli incontri di massa. Questo tipo di riunione è la miglior via per sviluppare il senso dell’interesse comune e della disciplina.

Cosa insegniamo ai lavoratori? Costantemente diciamo loro che sono sfruttati dai proprietari delle fabbriche capitalistiche e che questo è il motivo per cui hanno una vita miserabile. Inoltre li introduciamo alla storia del movimento dei lavoratori negli altri paesi. Sempre mettiamo loro in evidenza il significato e i metodi per diventare organizzati. Spesso facciamo letture e insegniamo loro come leggere. Allo stesso tempo gli insegniamo l’uso delle parole per esprimere il loro pensiero e facciamo loro scrivere della loro quotidiana vita familiare e di tutte le ingiustizie che succedono in fabbrica. All’inizio erano piuttosto riluttanti, ma abbiamo tirato fuori alcuni eccellenti agitatori. Comunque il compito di trovare dei veri capi proletari è molto difficile.

Penso che non sia necessario aprire questo tipo di scuole a lavoratori di ogni professione. Solo dove non ci sono organizzazioni e capi operai è necessario avere una scuola come questa. L’esperienza mostra che non possiamo avere scuole generiche ma scuole che sono specializzate, come le scuole per i lavoratori del tessile, delle ferrovie ecc. Questo tipo di scuola è la tappa preparatoria necessaria per la costruzione dei sindacati secondo le divisioni professionali.

Riguardo al sindacato della ferrovia Pechino-Hankou il nostro impegno è di portare i lavoratori a una stretta relazione con noi. Allo stesso tempo siamo molto attenti agli scioperi che scoppiano qua e là. Una volta, appena abbiamo saputo di uno sciopero indetto da lavoratori delle miniere e altri, il Compagno Luo [Zhanglong] e io vi ci siamo precipitati in treno. Volevamo aiutare gli scioperanti ma loro non credettero che avrebbero potuto ricevere un aiuto dall’esterno e inoltre sospettavano che fossimo delle spie e temevano di noi. Così il nostro intervento è fallito.

Molte delle nostre pubblicazioni di propaganda per il proletariato hanno solo poche pagine. Spesso incoraggiamo i lavoratori a scrivere brevi corrispondenze e le stampiamo nelle pubblicazioni nostre e di altri. La nostra prima pubblicazione fu "Il Settimanale dei Lavoratori" [Laodong zhoukan], ma dopo il sesto numero il governo lo ha proibito. Dopo questo ordine restrittivo del governo, cambiammo il nome in La Voce della Benevolenza [Rensheng], ma dopo la terza uscita abbiamo dovuto cessare le pubblicazioni per mancanza di fondi. Abbiamo anche fatto uscire alcuni opuscoli come La Vittoria dei Lavoratori [Gongren de shengli] e Primo Maggio [Wuyijie]. Queste pubblicazioni hanno avuto una larga diffusione. Però il nostro principale lavoro di propaganda finora si è concentrato sull’aumento dei salari e la riduzione della giornata lavorativa. Queste rivendicazioni sono diventate le parole d’ordine principali della nostra lotta.

Voglio fare un esempio per illustrare quanto è importante per i lavoratori organizzare apertamente scioperi e manifestazioni.

Come ho detto prima, abbiamo impiantato il primo seme di lavoro di propaganda a Changxindian, e il Primo Maggio dello scorso anno c’è stato il primo sciopero. Voglio elogiare questo sciopero organizzato dai nostri compagni. Quel giorno fu convocato un raduno di massa con la presenza di migliaia di persone. I lavoratori hanno tenuto discorsi di agitazione; alcuni non sono riusciti addirittura a parlare anche se la manifestazione è durata tre ore. Dopo si sono spostati nelle strade. Circa 1.500 persone hanno marciato per le strade, alzando bandiere con importanti parole d’ordine, cantando canzoni rivoluzionarie e gridando "salari più alti, riduzione dell’orario di lavoro!". Meno di una settimana dopo la manifestazione sono accaduti una decina di piccoli incidenti nella fabbrica causando grande preoccupazione alla direzione aziendale. Vi voglio ricordare, compagni, che dobbiamo lavorare con i lavoratori che hanno il senso della disciplina. Secondo me, il modo migliore è aiutarli a organizzare scioperi e manifestazioni. Dobbiamo prendere ogni accorgimento che può accelerare questo movimento.

 
Il lavoro di propaganda fra gli intellettuali

Abbiamo provato a condurre un lavoro di propaganda più ampio tra gli intellettuali, ma la nostra casa editrice era sotto sorveglianza e non abbiamo potuto stampare alcunché. Abbiamo tradotto alcuni piccoli opuscoli “La Rivoluzione Russa e la Lotta di Classe" e "Il Programma del Partito Comunista", per esempio, ma non abbiamo stampato i testi tradotti. Abbiamo fatto circolare “Il Manifesto Comunista" e "Conversazioni sull‘Economia", che erano state stampate a Shanghai.

Nonostante uno dei nostri compagni sia il responsabile per la pubblicazione della rivista La Luce dell’Aurora (Shuguang), la rivista è condotta insieme ad altri. Abbiamo pubblicato alcune traduzioni e pezzi originali. Quando il professor [Bertrand] Russell fece una conferenza a Shanghai appoggiando il socialismo delle gilde, noi organizzammo un pubblico dibattito per esprimere la nostra critica in merito. Molto spesso dobbiamo polemizzare con gli anarchici e i socialdemocratici, ma molte discussioni sono condotte nella forma di dibattiti pubblici e in conversazioni private piuttosto che attraverso articoli.

Negli anni recenti il numero delle scuole pubbliche è aumentato notevolmente. Queste scuole prevalentemente insegnano ai loro studenti ad essere patriottici, ma ci stiamo impegnando perché insegnino il comunismo e abbiamo fatto qualche passo avanti in questo senso.

Siamo alla fine del mio rapporto, ma lasciate che aggiunga ancora poche cose. Nonostante adesso noi concentriamo tutta la nostra energia per l’organizzazione e l‘educazione delle masse, allo stesso tempo dobbiamo anche fare attenzione al lavoro di propaganda verso gli intellettuali. Compagni, una desolata situazione politica pervade la nostra corrotta società; insopportabili ingiustizie sociali e penose condizioni di vita sono tutti fattori che distolgono dallo scoppio della rivoluzione. Se potremo trarre vantaggio da un semplice evocare lo spirito rivoluzionario del proletariato, e se potremo incanalare una rivoluzione politica democratica in una rivoluzione sociale proletaria, tutto dipenderà dal grado dell’impegno che mettiamo nella lotta che tiene alta la rossa bandiera. Questo congresso fondativo si occuperà di tutti i compiti che ci stanno di fronte in un modo concreto e redigendo uno specifico piano di lavoro. È certo che il compito di questo congresso non sarà facile.

 

 

 


Rapporto del Pc di Canton al primo congresso del PCdC Chen Gongbo
luglio 1921


1) Lo scorso anno

Non c’era nessuna organizzazione qui l’anno scorso, né era possibile trovare qualcuno per fare un lavoro organizzativo a Canton. Quando ritornammo a Canton fondammo un quotidiano, Il Socialista; ma non potevamo dire che Il Socialista fosse una definita organizzazione. Era un organo di propaganda. A quel tempo Canton era governata dalla gente di Guangxi, che reprimeva con crudeltà qualsiasi tipo di movimento; abbiamo avuto anche problemi finanziari, così non ci sono stati progressi.

Alla fine dello scorso anno, B e Perlin vennero a Canton e aprirono un ufficio dell’Agenzia di Stampa Russa. Presero alcune iniziative per organizzare sindacati e scrissero articoli per la rivista settimanale Il Mondo dei Lavoratori [Laodongjie]. Il Compagno Huang Lingshuang li presentò ai rivoluzionari di Canton, e così si trovarono in mezzo agli anarchici. Nonostante ci fosse un PC, sarebbe stato più appropriato chiamarlo il PC degli anarchici. Dei nove membri del comitato esecutivo del partito, sette erano anarchici; solo i compagni Perlin e Stoyanovich erano comunisti. Per le nostre differenti posizioni, Tan Pingshan, Tan Zhitang, e io rifiutammo di entrare in questo gruppo. Il foglio che pubblicavano si chiamava Il Lavoratore [Laodongzhe], con una diffusione di 3.000 copie. A quel tempo due organizzazioni di lavoratori emersero a Canton: una era il Club dei Lavoratori Meccanici e l’altra il Club dei Lavoratori di Kuanshan; Kuanshan è una piccola località a circa 25 chilometri da Canton. Ciascuna di queste organizzazioni aveva dai 40 ai 50 aderenti. Siccome noi non eravamo membri di queste associazioni non possiamo fornire resoconti dettagliati su di esse.

Il Compagno Chen Duxiu è arrivato a Canton a gennaio insieme al Compagno B. Dopo intense discussioni conclusero che dovevamo sbarazzarci degli anarchici. Proprio allo stesso tempo gli anarchici uscirono dal partito, così iniziammo la costruzione del vero PC, e dichiarammo che il quotidiano Il Socialista era il giornale ufficiale per la propaganda del partito. In tutto c’erano nove membri del partito, inclusi Chen Duxiu, Stoyanovich e Perlin.

Purtroppo avevamo un gran bisogno di fondi. Il Lavoratore era in chiusura: due sindacati avevano dovuto chiudere perché, primo, problemi finanziari e, secondo, la vasta diffusione del pensiero anarchico nei sindacati.


2) La situazione attuale

Adesso il nostro giornale di propaganda è il foglio quotidiano "Il Socialista". Questo giornale richiede 700 Yuan al mese; è molto difficile continuare le pubblicazioni. Inoltre abbiamo una Società di Ricerca Marxista con circa ottanta aderenti. Il venti per cento sono studenti di legge, venti per cento sono studenti universitari e di istituti commerciali e il resto sono membri di tutti i tipi di gruppi politici ed editoriali. Non ci sono lavoratori in questi gruppi perché è molto difficile per noi stabilire contatti con loro. Ancora più difficile è stabilire legami con i soldati. Per tenere a galla la rivista mensile Il Comunista [Gongchandang] e pagare il costo delle scuole serali dei lavoratori, ogni mese mettiamo a disposizione il 10 percento degli introiti di ciascun membro del partito.

In Shanghai [Canton] abbiamo fondato una scuola per lavoratori meccanici. Grazie all’aiuto dei sette membri del comitato della scuola, abbiamo trasmesso i nostri principi e speriamo di aumentare il numero delle scuole. Inoltre abbiamo anche fondato un istituto per la formazione di propagandisti, che è direttamente gestito dal comitato di propaganda. Io sono stato nominato direttore dell’istituto. Questo istituto è il principale organo per lo svolgimento dell’educazione socialista nella provincia del Guangdong. Molti insegnanti sono nostri buoni compagni. Speriamo che l’istituto di formazione apra delle scuole serali affiliate per lavoratori e scuole per il lavoro di organizzazione fra i lavoratori. Ma l’esistenza di questo istituto di formazione dipende da legami politici; noi possiamo solo approfittare di questi legami.

 
3) Suggerimenti per il futuro

A. Reclutamento di nuovi membri dei partito

Il numero di militanti a Canton è piccolo: ci ricorda che dobbiamo mettere più attenzione in questo lavoro. Però, fin dall’inizio, in questo lavoro non dovremmo essere disinvolti nelle nuove ammissioni al partito. La situazione a Canton è molto diversa che in altre località. Tranne i lavoratori e i soldati, possiamo dire che gli studenti universitari simpatizzano con gli anarchici o sono manipolati dal Kuomintang (GMD). Per queste difficoltà dobbiamo essere particolarmente determinati. Nel futuro pensiamo di reclutare nuovi militanti da alcuni gruppi marxisti, dalla scuola dei lavoratori meccanici e dall’istituto di formazione dei propagandisti. Se altra gente vuole entrare nel nostro partito non possiamo aver a che fare con loro in questo momento poiché non fa parte del nostro programma.

B. Fondare sindacati

Questo è un duro problema perché l’anno scorso il numero dei sindacati è aumentato a più di cento. Ma tutti questi sindacati sono stati contaminati dall’anarchismo o sono controllati dal GMD. Non c’è bisogno di parlare degli anarchici perché sono solo cinque o sei a Canton. Di questi, tre andranno presto in Francia. Dobbiamo anche far presente, in generale, che gli anarchici non hanno alcuna organizzazione. La nostra lotta contro il GMD è molto più dura perché i rapporti fra i lavoratori e il GMD hanno una lunga storia. Non più di dieci anni fa il GMD provò a diffondere le sue idee e influenza fra i lavoratori e i soldati. L’anno scorso, istigarono i lavoratori a uno sciopero per sostenere il generale Chen [Jionming]. Molti appartenenti a questo partito si considerano socialisti. Il Comitato Centrale del GMD ha una sezione per la propaganda che è esclusivamente incaricata del lavoro di collegamento con i lavoratori, in particolare quelli alle macchine utensili e i meccanici.

Il nostro primo compito nell’organizzare i lavoratori è di fondare il sindacato dei lavoratori meccanici e il club dei ferrovieri. Adesso stiamo prendendo delle misure per organizzare il sindacato degli insegnanti.

In apparenza siamo legati con il GMD ma noi stiamo ancora provando a organizzare sindacati in modo indipendente. Adesso abbiamo dei collegamenti con alcuni sindacati come quello dei barbieri; stiamo prendendo delle misure pratiche per influenzare il sindacato dei meccanici e sembra che i nostri sforzi iniziali abbiano successo.

C. Istituire scuole per i lavoratori

1. Scuole per i sindacati

Il piano per istituire questo tipo di scuole è: chiedere a ciascun sindacato di mandare due rappresentanti alla scuola per due o tre volte a settimana. L’insegnamento dei corsi nella scuola prevede: leggi organizzative dei sindacati, storia del movimento dei lavoratori, l’attuale situazione del movimento in Europa, in America, ecc. Pensiamo che questa scuola otterrà sicuramente grandi risultati in due o tre mesi e che molti sindacati saranno soddisfatti del nostro lavoro.

2. Scuole serali per i lavoratori

Per adesso solo una scuola è gestita direttamente dai nostri compagni. Sebbene molte scuole siano state fondate da lavoratori che hanno legami con noi, il lavoro in queste scuole non è stato agevole. Il sindacato dei lavoratori meccanici è molto influente a Canton. Questo sindacato ha molti aderenti che ci appoggiano. Dopo che questa scuola ha raggiunto risultati cospicui, inizieremo il lavoro in altre scuole.

D. Propaganda per i contadini

Il Compagno Zhu Nuochen, membro del Gruppo Marxista, ha fondato Il Nuovo Villaggio, per divulgare il nostro pensiero comunista; noi faremo del nostro meglio per aiutare il giornale a guadagnare una grande influenza e ad espandere la sua propaganda.

E. Legami con i soldati

Abbiamo intenzionalmente messo questo punto da ultimo perché non ci sono soldati a Canton. I soldati dell’esercito sono o delle uova marce o banditi. Sono pericolosi; dobbiamo stare molto attenti con loro. Molti ufficiali hanno il nostro rispetto. Dobbiamo convincerli a passare dalla nostra parte prima o poi.