Partito Comunista Internazionale


Tre articoli da “Bilan” sulla guerra imperialista di Spagna del 1936

(Pubblicati in “Bilan” n.28 e 34, 1936 e n.44, 1937)

- “Bilan”, n.28, marzo-aprile 1936
  - IL “FRONTE POPOLARE” TRIONFA IN SPAGNA

- “Bilan”, n.34, agosto-settembre 1936
  - AL FRONTE IMPERIALISTA DEL MASSACRO DEGLI OPERAI OPPORRE IL FRONTE DI CLASSE DEL PROLETARIATO INTERNAZIONALE

- “Bilan”, n.44, ottobre-novembre 1937
  - LA GUERRA IMPERIALISTA DI SPAGNA E I MASSACRI DEI MINATORI DELLE ASTURIE 





Prefazione su “Il Partito Comunista” n.148, febbraio 1986

Gli avvenimenti spagnoli del 1936 non furono, come la falsificazione storica intende avvalorare, i segni dell’inizio di una fase di grande slancio democratico culminata poi nella crociata 1938/45 condotta dalle nazioni democratiche contro la barbarie fascista; essi, al contrario, segnarono la fine di un periodo rivoluzionario da cui il proletariato riuscì sconfitto, a scala internazionale ed ancora oggi, dopo mezzo secolo, non dà cenni di ripresa.

L’Internazionale Comunista commise un grande errore di tattica quando propose il Fronte Unico ai partiti socialdemocratici; questo fronte smussava le incompatibili divergenze tra comunisti e socialisti ed incoraggiava l’opportunismo dei dirigenti centristi entrati nell’Internazionale per calcolo politico. Ma se il Fronte Unico non comportava alterazione o revisione formale del programma marxista rivoluzionario, il Fronte Popolare che gli successe, stravolgeva dalla base il carattere classista del comunismo legando il proletariato alle sorti della democrazia capitalistica.

Nella sua piattaforma iniziale l’I.C. preconizzava l’appoggio alle rivendicazioni operaie perché, ad un certo punto del loro sviluppo, uscissero dal quadro economico e provocassero il “disordine”, cioè quella crisi sociale che permettesse al proletariato organizzato di prendere il potere e di esercitare la sua dittatura. Questo nel 1920. Nel 1936, al contrario, per i “comunisti” di Stalin il “disordine” non poteva che essere opera dei reazionari e dei fascisti; agli operai sarà quindi chiesto di sacrificare le loro rivendicazioni immediate per difendere l’“ordine” che li sfrutta, che li affama, che li invia al macello patriottico.

Complici della controrivoluzione furono anche quei gruppi politici (anarchici e trotskysti), di ispirazione rivoluzionaria ma che di fronte alla rovina delle istituzioni democratiche misero in sordina i loro princìpi intransigenti. Essi pensavano che fosse innanzitutto necessario salvaguardare la cornice giuridica e sociale apparentemente più favorevole alla organizzazione ed azione di classe. Intendevano salvare la democrazia non come regime politico ideale, ma in quanto erroneamente credevano che la democrazia parlamentare avrebbe più facilmente consentito loro di lottare contro il capitalismo. Così facendo non solo errarono nel valutare la vera natura del fascismo, ma persero anche la nozione dei compiti specifici del proletariato.

Nel 1936 il ciclo di degenerazione, che prese il nome di Stalin, era compiuto. Gli restavano ancora molte infamie da consumare, prima e dopo lo scioglimento della 3° Internazionale, ma è fino di allora provato che la nostra corrente aveva avuto ragione quando, nel 1920, avvertiva tutta l’Internazionale del fatto che, in caso di un riflusso del proletariato a scala mondiale, la tattica del Fronte Unico le sarebbe stata fatale.

Il Fronte Popolare fu, allo stesso tempo, la preparazione intensa degli operai alla ideologia di guerra, la resurrezione del patriottismo e perfino dello sciovinismo, la distruzione di tutti gli sforzi compiuti da Lenin per strappare gli operai dalla influenza capitalista. In Francia il Fronte Popolare doveva morire di morte naturale nel 1938 quando Daladier lo denunciò per poter reprimere lo sciopero generale proclamato dalla CGT contro i “decreti-legge di miseria”.

Ciò che in Francia, dove il movimento non uscì mai dai limiti del riformismo classico di tutte le coalizioni schedaiole, si era ridotto ad una classica farsa elettorale, doveva prendere in Spagna le dimensioni di una tragedia. Qui l’offensiva totalitaria della borghesia fu una realtà e la risposta operaia una insurrezione armata. Conseguentemente il significato dell’“antifascismo”, il vero ruolo politico dei suoi promotori, il carattere controrivoluzionario dei partiti comunisti degenerati dovevano apparire in piena luce. In Spagna l’antifascismo fu essenzialmente l’annullamento delle espropriazioni realizzate dall’insurrezione operaia; la restaurazione della politica e della autorità dello Stato borghese in nome della disciplina militare, l’assassinio dei rivoluzionari con il pretesto della lotta contro “la quinta colonna” e della “unità contro Franco”.

Scrivevamo nel 1965:

“Nella formulazione di Lenin, guerra fra Stati moderni significa guerra imperialista di concorrenza diretta contro tutti i proletari, mentre guerra civile è guerra di classe del proletariato internazionale contro tutte le borghesie. La complessità della guerra di Spagna deriva dal fatto che essa partecipa dei due aspetti. Guerra civile perché il proletariato vi intervenne, violentemente, sconquassando le istituzioni dello Stato borghese. Proprio perché in Spagna la rivoluzione fu immediatamente battuta dalla controrivoluzione, proprio perché due governi egualmente borghesi – il repubblicano e il franchista – aspiravano alla direzione dello stesso Stato di classe, proprio perciò il proletariato spagnolo fu tratto in inganno sulla natura della propria lotta, e, in base a questo precedente, si poterono convincere tutti i proletari del mondo che, all’interno dello stesso modo di produzione, degli Stati sfruttatori ed oppressori potessero battersi per la “Libertà” contro altri che la negavano. Alla base di ogni lotta armata vi è un conflitto di interessi materiali. Quelli della reazione fascista di Franco erano fin troppo evidenti: quelli degli operai che gli risposero con l’insurrezione non erano certo più misteriosi. Il conflitto iniziale era un conflitto tra capitalismo e proletariato. Solo stornando l’insurrezione proletaria dai suoi obiettivi primitivi, si poteva trasformarlo in un conflitto tra l’“ideale democratico” e la “barbarie fascista”. La risposta operaia all’offensiva franchista prorompe in un momento in cui la guerra internazionale, sola soluzione capitalistica alla crisi capitalistica, è a due passi. Le principali condizioni per il suo scoppio sono ormai riunite, dal momento che la sola classe che poteva ostacolarle, il proletariato, è battuto, e il suo Partito Internazionale, diventato semplice appendice degli interessi nazionali russi, ne accetta l’eventualità”. (Programma Comunista n. 13 – 1965).

La borghesia spagnola, dopo una esistenza stentata fino alla fine della prima guerra mondiale, trovò una relativa prosperità sotto la dittatura militare di Primo de Rivera, dittatura sostenuta dal partito socialista e in modo speciale da Largo Caballero, “il Lenin spagnolo” e futura personalità di spicco dell’antifascismo. La caduta di Rivera, nel 1930, aprirà il periodo burrascoso della vita politica spagnola. La monarchia borbonica fece le valige alla chetichella, ma la repubblica si rivelò altrettanto impotente a superare le difficoltà politiche ed economiche. Dopo ogni lezione le sinistre salivano al potere ed annegavano nel sangue i movimenti rivendicativi sempre più imponenti. Nel 1931 il repubblicano Azaña ed il socialista Caballero dichiararono la “repubblica in pericolo” ed istituirono l’arbitrato obbligatorio dei conflitti sociali; nel gennaio 1932 i socialisti si felicitarono con il governo per la ferma repressione contro gli operai in sciopero. Nel settembre un aborto di riforma agraria fece sollevare i contadini. Nel gennaio 1933 si ebbero scioperi a Malaga, Bilbao, Saragozza. La sinistra borghese ed i socialisti dopo essersi assunti il compito di cani da guardia del capitale passarono il governo alla destra. Nel 1934 fu represso violentemente lo sciopero delle Asturie. A tutte queste repressioni parteciparono quegli uomini politici che nel Frente Popular pretendevano di opporsi all’avanzata del fascismo.

Alle elezioni del febbraio 1930 il Fronte Popolare ottenne una maggioranza schiacciante; venne formato un governo composto di repubblicani borghesi con l’appoggio esterno dei “partiti operai”. Il partito socialista che sentiva odore di bruciato rivendicò la necessità di mantenere la sua indipendenza ed il demagogo Largo Caballero tentava di anticipare le mosse dei concorrenti strizzando l’occhio agli anarchici, agitando la parola d’ordine del “governo operaio” e perfino della “dittatura del proletariato”. Frattanto Francisco Franco organizzava, con tutta tranquillità, il suo complotto all’interno dello Stato Maggiore dell’esercito sotto gli occhi dei ministri repubblicani e dopo che Azaña aveva dichiarato alle Cortes che “ogni pericolo fascista era escluso”.

Il 17 luglio Franco effettua il suo colpo di Stato: l’insurrezione dell’esercito riporta vittorie in Andalusia, nel Nord, a Saragozza, Oviedo e in tutte quelle regioni agricole che la repressione delle lotte contadine aveva totalmente disarmato. La Rivoluzione d’Ottobre sta a provare che nei Paesi agricoli è l’atteggiamento dei contadini a decidere le sorti della guerra civile. Franco non avrebbe potuto niente contro una lotta massiccia del contadiname spagnolo, ma il governo repubblicano, confiscandogli quelle terre che con lotte violente aveva strappato ai proprietari fondiari, rigettava i contadini nel campo della “reazione” o per lo meno li rendeva indifferenti ad una lotta che non poteva loro dar nulla.

Però il piano iniziale di Franco, che consisteva nello sbarcare in forze e riunire attorno a sé tutto l’apparato militare governativo, fallì a causa della fulminea risposta degli operai che, in molte città e soprattutto a Barcellona, fraternizzarono con i soldati, disarmarono gli ufficiali e si resero padroni della piazza.

Al primo scontro il governo “legale” si squagliò, le guardie civili si nascosero ed il proletariato restò l’unico padrone della situazione. Questo permise lo scatenarsi di un “terrorismo di massa” che colpì senza pietà tutto quanto i lavoratori più odiavano: preti, padroni grandi e piccoli, uomini politici borghesi, poliziotti, torturatori, spie, ecc., ecc. Le organizzazioni sindacali presero provvedimenti di confisca e di controllo delle aziende, dei trasporti, dei servizi pubblici, ecc.

Il proletariato spagnolo, tutto preso dal programma di espropriazione trascurò del tutto l’aspetto essenziale di ogni rivoluzione: il potere politico, la dittatura di classe.

L’anarchismo, che nella Spagna del 1936 aveva la sua terra d’elezione, ebbe la possibilità di fare la sua prova rivoluzionaria, ma in pieno slancio rivoluzionario rinunciò a prendere la guida della rivolta e riconsegnò il proletariato in armi nelle mani del potere capitalista-democratico. L’anarchismo, le cui debolezze teoriche e pratiche erano state da sempre denunciate dalla scuola marxista rivoluzionaria, diede la prova dell’importanza contenuta nel suo apoliticismo, nella sua ostilità al centralismo, nella sua ideologia democratica e libertaria. Nessuna forza politica, trotskysti compresi, pose all’ordine del giorno il problema del rovesciamento della repubblica borghese incarnata dal governo Giral, con il pretesto che “esso aveva perduto ogni importanza”. Gli anarchici, nemici giurati di ogni tipo di Stato, si rifiutano di instaurare la propria dittatura, ma lasciano in piedi il potere già esistente; prenderanno parte, in seguito, al governo democratico ed i ministri anarchici non avranno più vergogna di imporre la dittatura democratica sulla classe operaia.

Il dramma dell’insurrezione operaia di Spagna fu che essa non dispose di un partito paragonabile al partito bolscevico del 1917; privo di questo partito gli atti eroici e gloriosi dell’indomito proletariato spagnolo furono spesi invano. Tutte le iniziative, in nome dell’ideale libertario, furono locali: ogni azienda, ogni città, ogni villaggio agirono autonomamente senza preoccuparsi di organizzare un piano ed una strategia unica. Gli anarchici arrivarono perfino a vantarsi di questa loro impotenza traditrice: “Noi potevamo essere soli, imporre la nostra volontà assoluta, proclamare decaduta la Generalità di Catalogna e imporre al suo posto il vero potere del popolo; ma non credevamo alla dittatura quando si esercitava contro di noi e non la desideravamo quando potevamo esercitarla a nostra volta a spese degli altri”. Dichiarazioni analoghe ed analoghi comportamenti vennero dai trotskysti del POUM.

Avvenne così che lo Stato borghese che si era messo prudentemente in aspettativa, il 4 settembre dava i natali al “governo operaio” di Largo Caballero, designato dal borghese predecessore Giral come il solo in grado di governare la Spagna in ebollizione. Il governo riprese le sue funzioni appoggiandosi sulla gendarmeria di Stato; le milizie operaie e gli organismi nati spontaneamente dall’insurrezione furono spogliati di ogni prerogativa politica e divennero semplici appendici del governo borghese. Il 1° ottobre venne sciolto il Comitato Centrale delle Milizie in Catalogna, il 9 ottobre furono sciolti tutti i Comitati popolari, le industrie espropriate vennero restituite ai “legittimi” proprietari.

Poco dopo la costituzione del nuovo governo gli anarchici, facendo strame di tutti i loro pretesi princìpi, entrarono nel governo centrale dopo discussioni tipicamente parlamentari sul numero dei portafogli da ottenere.

Le spiegazioni di questo ignobile voltafaccia date al proletariato in armi furono le seguenti: “La borghesia internazionale rifiutava di fornirci delle armi. Dovevamo dare l’impressione che i nostri padroni erano non i Comitati Rivoluzionari, ma il governo legale: altrimenti, non avremmo voluto nulla del tutto. Abbiamo dovuto piegarci alle circostanze inesorabili del momento, cioè accettare la collaborazione governativa”.

Si trattava solo di dare delle false impressioni alla borghesia internazionale? Di indurla con questo strattagemma di armare la Rivoluzione? Il triste epilogo di questi “geniali strattagemmi” si ebbe nel maggio 1937 a Barcellona, quando il glorioso proletariato di questa città, che un anno prima aveva prontamente sventato il complotto franchista, erigerà le barricate contro l’insopportabile dittatura capitalistica/democratica: a Barcellona il proletariato ritroverà la forza di erigere le barricate e di resistere per tre giorni dietro di esse. Il potere legale manderà allora delle navi da guerra nel porto per riempirla di terrore, e dei capi anarchici (Federica Montsenys e Garcia Oliver, (“anarchici di Stato”) per abbrutirla. E la colonna motorizzata di 5.000 guardie d’assalto tolta dal fronte per lanciarla contro il proletariato di Barcellona, ristabilirà l’ordine non al grido di “abbasso la Rivoluzione”, ma a quello di “Viva la FAI!”.

L’insurrezione spagnola era stata affogata nel sangue, poteva ora iniziare la guerra di Spagna.

“L’antifascismo non si preoccupa più, in questo momento, di dissimulare il proprio volto controrivoluzionario. Da mesi il governo del Fronte Popolare, fermamente inquadrato dai “comunisti” impiantatisi in seguito agli accordi di aiuti militari conclusi a Mosca, si sforzano di riprendere agli operai tutto ciò che essi hanno conquistato con una aspra lotta un anno prima, e, particolarmente la gestione delle imprese espropriate (…) La repressione (…) offre agli uomini di Stalin il destro per “un’epurazione” da lungo tempo meditata: il trotskysta Andrés Nin è rapito e ucciso da “elementi irregolari”; l’anarchico Camillo Berneri è arrestato e giustiziato nei locali della polizia di Barcellona. L’ignobile campagna orchestrata intorno ai processi di Mosca indica chiaramente chi è l’ispiratore di questi delitti. CNT e POUM protestano, ma non rompono con il governo, dimostrando con ciò a quale grado di soggezione siano cadute le ultime organizzazioni richiamatesi alla tradizione rivoluzionaria. Per vendere il suo aiuto ai repubblicani, L’URSS aveva preteso la sostituzione di Caballero con Juan Negrín. Quest’ultimo, docile, mette subito il POUM fuori legge e tenta, ma non ci riesce, di montare contro di lui un processo del genere di quello di Mosca. Questo stesso governo maschera la stanchezza e il malcontento delle masse lanciando la parola d’ordine della “resistenza fino in fondo”. In realtà abbandonerà Madrid, Valencia, poi Barcellona e sarà la fine. Una parte della triste corte di profughi e di soldati repubblicani passerà la frontiera, dove, dall’altro versante dei Pirenei, il democratico compagno Léon Blum li chiuderà nei campi di concentramento. Se la guerra di Spagna mise a nudo il vero ruolo dei governi di Fronte Popolare in quanto servi della reazione, essa fu egualmente fatale alle frazioni di estrema sinistra che questi governi avevano sostenuto. L’anarchismo che aveva sempre considerato con orrore la sola idea di uno Stato proletario, si screditò inviando i suoi rappresentanti a recitare la parte di ministri in un governo borghese. Il POUM che al seguito di Trotsky, puntava sulla possibilità d’un intervento rivoluzionario del proletariato sfruttando l’antagonismo democrazia/fascismo, dovette assistere non solo all’assassinio della rivoluzione spagnola, ma anche al rafforzamento dell’impostura staliniana e alla diffamazione del vecchio compagno di Lenin, che, due anni più tardi, un boia al soldo della NKVD russa, doveva abbattere con un colpo di piccozza nel Messico.

La nostra corrente, sulla via della Sinistra Comunista, trasse, fin da allora, tutta la lezione degli avvenimenti spagnoli. Fascismo e democrazia non sono due vie opposte del dominio del capitale, ma due diversi atteggiamenti politici di una sola e medesima classe, a seconda che questa sia o no minacciata dalla rivoluzione. Il proletariato non deve quindi “optare” per l’una o per l’altra di tali forme, ma distruggerle entrambe” (Il Programma Comunista, n. 14 -1965).

I tre articoli che quindi di seguito ripubblichiamo, tratti dalla rivista Bilan, organo negli anni ’30 della nostra frazione di Sinistra, non hanno bisogno di alcun commento, essi stanno perfettamente in linea con il “filo rosso” rivoluzionario che unisce le generazioni proletarie del passato lanciate all’attacco contro i fortilizi del capitale, all’avanguardia rivoluzionaria che seppe tenere duro senza cadere vittima delle sirene dell’“antifascismo” più o meno di classe, al rinato proletariato rivoluzionario di domani distruttore dell’infame organizzazione capitalistica e di tutti i suoi reggicoda, di destra e di sinistra.





BILAN, n.28, marzo-aprile 1936

IL “FRONTE POPOLARE” TRIONFA IN SPAGNA

La stampa centrista [stalinista, ndt] esulta. La stampa socialista, democratica e “antifascista” in generale gli fa eco. Il “Fronte Popolare” nuovo nome per una vecchia mercanzia: il blocco delle sinistre ha trionfato oggi in Spagna! Esso trionferà domani in Francia. Viene preso in considerazione come soluzione di transizione per l’Italia. Certo, non contestiamo la vittoria in Spagna, e neanche la possibilità di una simile vittoria in Francia, e nemmeno l’eventualità di una manovra in tal senso in Italia.

Ma il problema è questo: la vittoria di un “Fronte Popolare” può – a parte certuni vantaggi apparenti – significare un successo reale per la classe operaia, o esso deve – in ultima analisi – costituire un fattore negativo e di confusione da aggiungere ai tanti altri che, attualmente, disorientano e demoralizzano la classe operaia alla scala internazionale, con lo scopo di legarla sempre di più strettamente alla Borghesia, sia essa “democratica” o fascista, in previsione della guerra?

Il 16 febbraio 1936, il popolo spagnolo è stato chiamato ad una consultazione elettorale per la terza volta e questo, dopo le elezioni municipali del 12 aprile 1931, che avevano provocato il crollo della monarchia dei Borboni.

La Repubblica proclamata due giorni dopo questa caduta fu, come si sa, la Repubblica dei “Lavoratori”, secondo la Costituzione, ma in realtà una volgare coalizione repubblicana socialista con il governo provvisorio di Alcalá Zamora e soprattutto con quello uscito dalle elezioni alla Costituente del 29 giugno 1931, che doveva dirigere per 30 mesi i destini del Paese.

Se noi analizziamo oggi la funzione di questi governi, simili secondo la loro composizione politica e gli uomini che vi si trovavano a quello che Azaña ha formato, possiamo affermare, senza alcuna esitazione, che questi primi governi delle sinistre ebbero la funzione storica assegnata a tutti i governi democratici del dopo-guerra: quella di spianare la via alla controrivoluzione dell’Ottobre 1934.

Qual’era il problema fondamentale da risolvere in una Spagna agrario-feudale? La “riforma agraria”, questa riforma che aveva già turbato il sonno dei “grandi” rivoluzionari borghesi del 1789 in Francia e che i loro epigoni, nella Spagna del 1931/33, si sono ben guardati dall’affrontare nel suo insieme, contentandosi di gettare delle polveri negli occhi alle popolazioni delle campagne.

Si può immaginare quanto sia difficile – soprattutto per la Spagna – avere delle statistiche esatte sulla proprietà fondiaria, ma grosso modo ecco come vi sono ripartite le terre:

Numero % sul
totale
della
pop.
agr.
Ettari
pos-
seduti
% della
sup.
totale
Grandi proprietari 50.000 1 464.0 51.5
Coltivatori agiati 700.000 14 22.6 35.2
Contadini proprietari 1.000.000 20 5.0 11.1
Contadini poveri 1.250.000 25 0.4 2.2
Proletari agricoli 2.000.000 40 - -

L’1% dei proprietari possiede più ettari di tutto il resto della popolazione rurale; il 15% del numero di proprietari possiede l’87% del totale della superficie e l’85% del numero dei contadini possiede il 13% restante della superficie.

Nelle 12 province soprattutte interessate dalla riforma agraria – dove il salario dell’operaio agricolo ripartito su tutto l’anno non oltrepassa le 2,21/2 pesetas al giorno – 10.000 proprietari si ripartiscono tra di loro 8.200.000 ettari, cioè il 69% della superfice totale e queste terre sono poco o punto coltivate, mentre su 800.000 famiglie contadine solo 100.000 hanno terra sufficiente per vivere del loro lavoro. In quanto alle terre appartenenti agli antichi Grandi di Spagna e che dovevano essere espropriate in modo puro e semplice (misura presa in seguito al pronunciamento monarchico dell’agosto 1932) esse furono colpite solo da un provvedimento temporaneo.

La portata demagogica della riforma agraria era quella di creare milioni di nuovi proprietari, di dare il lavoro alla immensa moltitudine di lavoratori agricoli e di mettere a frutto le terre incolte. Nella pratica la riforma agraria, divenuta legge nel settembre 1932, prevedeva soltanto l’alienazione delle terre peggiori e – naturalmente – a riscatto. In più, la sua applicazione fu accompagnata da condizioni tali che, secondo i calcoli fatti da un giornale borghese, sarebbero occorsi 17 secoli per mettere i contadini senza terra in possesso della loro particella. E quando il proletariato agricolo spagnolo – di fronte ad un simile sinistro inganno – scatenò dal 1931 una serie continua di scioperi ed occupò le terre con la forza, fu il governo di sinistra che praticò una sanguinosa repressione, il punto culminante della quale, nel gennaio 1933, non lasciò nulla da invidiare a quella del dicembre 1933 e dell’ottobre 1934.

I socialisti, con alla testa il “Lenin spagnolo”, Largo Caballero, con il loro silenzio, si resero complici dei massacri di Casas Viejas, cioè a dire di un vile assassinio di operai disarmati e prigionieri.

La reazione, grazie a questa politica di sinistra, si era nel frattempo rafforzata. Essa poté prendere la rivincita: il partito radicale ne fu il principale strumento, avendo provocato lo scioglimento delle Cortes e le elezioni del 19 novembre 1933 che portarono alla disfatta dei partiti di sinistra. I socialisti non ottennero che la metà dei seggi che precedentemente avevano e Azaña rientrò in parlamento con solo 4 dei suoi partigiani..

Così i destini politici del Paese passarono ad una coalizione reazionaria basata sugli elementi di José Gil Roblès ed i radicali di Alejandro Lerroux, cioè i “filo-fascisti” agrari ed industriali.

La repressione brutale, la sospensione dello statuto catalano, la reintegrazione dei generali monarchici nell’esercito, le leggi repressive contro il movimento operaio, il rafforzarsi della censura, la proclamazione dello stato d’assedio permanente in certe province, ecco il bilancio di questa reazione prima e soprattutto dopo l’ottobre 1934. Sappiamo come lo “scandalo dei giochi” che mette in piena luce l’enorme corruzione del partito radicale – il partito dei ladri per antonomasia – determinò la caduta di Lerroux e lo smembramento del suo partito. Ma siccome il partito radicale costituiva con il partito di Gil Roblès il Blocco di governo, non restavano che due possibilità: o il potere andava al partito clericale di Gil Roblès, oppure si doveva nominare un governo di transizione e le Cortes erano sciolte.

Fu questa ultima soluzione che prevalse e fu costituito il gabinetto di Manuel Portela Valladares.

La campagna elettorale venne fatta sotto il segno del “Fronte Popolare” e della coalizione dei partiti di destra. Questa seconda si appoggiava soprattutto sull’accordo tra la Ceda di Gil Roblès ed i monarchici dichiarati di Calvo Sotelo, sugli agrari, sui radicali di Lerroux e sulla “Lega Catalana” di Francesc Cambó. Questa destra proponeva la revisione della Costituzione che giudicava … troppo avanzata, la restaurazione dell’insegnamento religioso, il soffocamento di ogni lotta di classe, il rispetto più assoluto dei diritti della proprietà privata.

D’altra parte il Fronte Popolare che aveva acquistato la sua massima estensione andando dalla sinistra repubblicana di Azaña, dai radicali dissidenti di Martínez Barrio, al partito socialista, al partito comunista, al partito sindacalista di Àngel Pestaña ed al partito operaio di educazione marxista (fusione del vecchio blocco operaio-contadino di Joaquìn Maurìn con i trotskysti di Nin).

Il programma del “Fronte Popolare” richiedeva l’amnistia generale ed il ritiro di tutte le leggi repressive adottate dal governo delle destre.

Non avendo potuto fare l’accordo sulla riforma agraria in merito alla nazionalizzazione della terra e della sua ripartizione gratuita tra i contadini – per l’opposizione dei partiti borghesi – il “Fronte Popolare” trovò un compromesso sulla base di un minimo di rivendicazioni: diminuzione delle imposte, dei canoni e degli affitti abusivi, larga politica dei crediti agrari, rivalorizzazione significativa dei prodotti della terra. Il programma conteneva inoltre un vasto piano di lavori pubblici per il riassorbimento della disoccupazione ed anche delle leggi operaie che fissassero, per esempio, un salario minimo.

* * *

13.187.211 elettori di cui 6.843.426 donne, cioè più di un mezzo milione di elettrici in più degli elettori, dovevano eleggere 473 deputati, secondo il sistema maggioritario che assegna, in ogni circoscrizione l’80% dei seggi alla lista che ottenga la maggioranza, anche relativa.

Anche se a prima vista il successo delle sinistre appare inatteso, in realtà, non ha niente di straordinario. Anche alle elezioni del 1933, la sinistra aveva avuto la maggioranza dei voti ed unicamente perché era andata alle urne più divisa della destra che aveva perduto tanti seggi.

Questa volta il “Fronte Popolare” ha avuto l’appoggio generalizzato degli anarco-sindacalisti, non soltanto del partito sindacalista di Pestaña – che ha aderito al “Fronte Popolare” – ma delle masse della C.N.T. Nel corso di un grande comizio a Saragozza, molti dirigenti della C.N.T. sostennero che l’organizzazione resta apolitica, ma che i membri erano liberi di votare o meno per il “Fronte Popolare”.

Il Comitato regionale di Barcellona, diretto dagli anarchici della Federazione anarchica iberica (gli stessi che, nell’ottobre 1934, da “buoni anarchici antiautoritari” avevano dato l’ordine di riprendere il lavoro senza consultare le masse) convocò delle riunioni per discutere il problema elettorale. Cominciò con la proposta di “moderare” la posizione astensionista e finì per invitare, due giorni prima delle elezioni, i membri della C.N.T. a votare per i candidati del “Fronte Popolare” che avevano l’amnistia nel loro programma.

Conosciamo i risultati delle elezioni: maggioranza assoluta del “Fronte Popolare”, crollo del partito radicale di Lerroux, posizione immutata del partito clericale di Gil Roblès.

Immediatamente dopo i primi risultati il governo di Portela Valladares – senza nemmeno attendere il risultato della seconda tornata di scrutini, il 1° marzo, che avevano portato 40 seggi – rassegnò le dimissioni e Azaña costituì il nuovo governo di “sinistra”.

Le Case del Popolo, ancora chiuse, si riaprirono; i 30 mila prigionieri politici furono messi in libertà.

Ecco i primi due risultati della vittoria delle “sinistre”. Si farà qualcosa per i disoccupati (ufficialmente 704.000) in realtà più di un milione su 5 milioni di lavoratori effettivi), il 60% dei quali sono lavoratori di Andalusia ed Estremadura, regioni dei latifondi dove avrebbe dovuto concretizzarsi la famosa “legge agraria”, che non ha nemmeno voluto impedire ai proprietari di continuare a cacciare a migliaia i piccoli coltivatori che lavoravano per essi.

Se nei primi momenti di effervescenza che sono seguiti alle elezioni alcuni destrorsi credettero prudente passare la frontiera, possono essere certi che saranno presto richiamati dal governo delle “Sinistre” come fece il primo nei confronti dei monarchici e dei preti dopo l’aprile 1931.

Il fatto stesso che la Borghesia ha consegnato con tanta sollecitudine il potere ad Azaña e Companys, dimostra la sua certezza di non avere nulla da temere dagli uomini della “Sinistra”, che nel 1931/33, come coalizione repubblicana-socialista soffocarono brutalmente il movimento operaio e permisero alla controrivoluzione di consolidarsi e di riprendere il potere, che sfociò nei massacri dell’ottobre 1934.

Il fatto che nel 1936, dopo questa esperienza conclusiva, quanto alla funzione della democrazia come mezzo di manovra per il mantenimento del regime capitalistico, si sia di nuovo potuto, come nel 1931/33, spingere il proletariato spagnolo ad allinearsi su un piano non di classe ma di difesa della “Repubblica”, del “Socialismo”, del “Progresso” contro le forze della monarchia, del clerico-fascismo e della reazione, dimostra la profondità dello sbandamento degli operai su questo settore spagnolo dove i proletari hanno dato recentemente prova di combattività e di spirito di sacrificio.

Il centrismo porta una pesante responsabilità che non è per nulla attenuata dalla sua debolezza organica, né dal cretinismo dei dirigenti della sua sezione spagnola. Il fatto di avere contribuito a trascinare gli operai spagnoli sul terreno del binomio “democrazia-fascismo” e di avere dato fiducia ai capi della socialdemocrazia che avevano rotto la solidarietà e che avevano declinato ogni responsabilità nei movimenti eroici di ottobre, lo rende responsabile del secondo assassinio di Oviedo, di Gijon, di Mieres, e di Langreo, perpetrato con le elezioni del 1936.





“Bilan”, n.34, agosto-settembre 1936

AL FRONTE IMPERIALISTA DEL MASSACRO DEGLI OPERAI OPPORRE IL FRONTE DI CLASSE DEL PROLETARIATO INTERNAZIONALE

La semplice affermazione generale che attualmente, in Spagna, si svolge una battaglia sanguinosa tra la borghesia e il proletariato, che, può condurre al peggiore disastro ed al massacro dei lavoratori non ci permette di stabilire le posizioni e le forze politiche che consentono la difesa e la vittoria del proletariato. Per arrivare a delle posizioni bisogna, innanzi tutto, stabilire se le masse hanno occupato le loro specifiche trincee di classe, se si trovano nella possibilità di evolvere, di far uscire dal loro seno le forze capaci di spezzare l’attacco nemico.

In questo momento molte alternative si prospettano sulla scena politica. Cominciamo da quella sollevata dal Fronte Popolare ed alla quale i centristi hanno dato una consacrazione “teorica”. Si tratterebbe di una lotta a morte dei “faziosi”, dei “ribelli”, dei “fascisti” contro il “governo legale che difende il pane e la libertà”; il dovere del proletariato sarebbe quindi quello di difendere il governo che sarebbe, in definitiva, quello della borghesia progressiva in lotta contro le forze della feudalità. Gli operai, quando avessero permesso la vittoria contro i rappresentanti del regime feudale, potrebbero, in seguito, passare alla fase superiore della lotta per il socialismo. Nel nostro numero precedente abbiamo messo in evidenza che, se in Spagna il capitalismo si trovava nella impossibilità di organizzare una società del tipo delle altre esistenti in Europa, è comunque una borghesia quella che detiene il potere ed il solo protagonista del rifacimento del meccanismo economico e politico è il proletariato e solo il proletariato.

Il Fronte Popolare in Spagna, come d’altronde negli altri Paesi, si rivela essere, anche nel corso degli eventi attuali, non una forza di cui gli operai possono servirsi, ma una potente arma del nemico avente per scopo di schiacciare la classe operaia. È sufficiente riflettere al fatto che è sotto il suo governo che si è potuto organizzare metodicamente tutta l’azione della destra, i cui appoggi non consistono tanto nella congiura (questo aspetto più teatrale è comunque il meno importante) alla quale ogni spazio è stato concesso per prepararsi, quanto, nell’ambiente sociale, l’azione del governo del Fronte Popolare aveva determinato la demoralizzazione delle masse contadine, l’ostilità profonda degli operai che si avviavano di nuovo verso lo sbocco di grandi scioperi del tipo di quelli del 1931/32 e che furono schiacciati con il terrore diretto giustamente dal governo di sinistra composto da una equipe analoga a quella del Fronte Popolare di oggi.

Anche all’inizio degli avvenimenti attuali, l’orientamento ben dimostrato dal Fronte Popolare era quello di arrivare ad un compromesso con la destra, come dimostra il tentativo di costituzione del governo Martínez Barrio. Anche Azaña può stupirsi del fatto che Franco, potendolo fare senza il minimo rischio, non sia andato ad arrestarlo fin dal 1° giorno. Il fatto è che una grande incognita sovrastata la situazione e il capitalismo, avendo deciso un primo attacco frontale su tutte le città, non sapeva affatto se la sua ala destra avrebbe potuto ottenere immediatamente una vittoria totale. In previsione di ciò l’arresto di Azaña è stato rinviato, ed è l’azione successiva del Fronte Popolare che ha dato le maggiori possibilità di successo all’offensiva capitalista.

In primo luogo a Barcellona ed anche negli altri centri operai, l’attacco della destra cozzò con un sollevamento popolare, il quale, poiché gli operai lottavano senza il minimo legame con la macchina statale capitalista e affermavano la loro base di classe, poterono rapidamente disgregare i reggimenti dove, in corrispondenza degli avvenimenti che si svolgevano nelle strade, la lotta di classe scoppiò ed i soldati si rivoltarono contro i loro capi. In quel momento il proletariato si incamminava direttamente verso una intensa radicalizzazione politica, dalla quale non poteva risultare che una offensiva diretta contro la classe capitalista e il trionfo della rivoluzione comunista.

In conseguenza della rivolta veemente e potente del proletariato, il capitalismo capì che avrebbe dovuto abbandonare il suo piano d’attacco frontale ed uniforme. Di fronte ad operai che erano insorti, che andavano acquistando una potente coscienza di classe la borghesia si accorse di non avere altro mezzo per salvarsi e per vincere se non incaricando il Fronte Popolare di dirigere l’azione politica degli operai. La tolleranza dell’armamento delle masse si accompagnava al suo inquadramento, che Caballero vuole oggi portare alla perfezione dal punto di vista tecnico attraverso il “comando unico” e con un orientamento politico specificatamente capitalistico. Alla prima fase di debole armamento materiale, ma di intenso armamento politico, succedeva l’altro di accrescimento degli strumenti tecnici a disposizione degli operai che, progressivamente, erano trasportati dalla loro primitiva base di classe a quella opposta che è quella della classe capitalista.

A Madrid rapidamente, meno facilmente nelle Asturie, con un procedimento molto più complicato a Barcellona il Fronte Popolare ha potuto ottenere il successo e le masse si trovano attualmente bloccate su questa posizione: che sia sacralizzata la macchina statale del capitalismo, che funzioni al suo più alto rendimento, per permettere la vittoria contro la destra, essendo il supremo dovere del momento l’annientamento dei “faziosi”.

Il proletariato ha deposto le sue armi specifiche di classe ed ha acconsentito al compromesso col nemico, attraverso il Fronte Popolare. Sulle frontiere di classe, le sole che avrebbero potuto sbaragliare le armate di Franco, ridare fiducia ai contadini terrorizzate dalla destra, altre frontiere sono state innalzate, quelle specifiche del capitalismo e l’Union Sacrée è stata realizzata per il massacro imperialista, regione contro regione, città contro città in Spagna e, per estensione, Stato contro Stato nei due blocchi: democratico e fascista. Il fatto che non si sia di fronte alla guerra mondiale non significa che la mobilitazione del proletariato spagnolo e internazionale non sia attualmente compiuta per il reciproco sgozzamento sotto le bandiere imperialiste dell’antitesi; fascismo-antifascismo.

Dopo le esperienze italiane e tedesche, è estremamente desolante il vedere dei proletari con un’alta preparazione politica che, basandosi sul fatto che gli operai sono armati, ne concludono che, benché il Fronte Popolare diriga queste armate le condizioni si sarebbero presentate, senza uno sconvolgimento totale della situazione, per permettere la difesa e la vittoria della classe operaia. No, Azaña e Caballero sono i degni fratelli dei socialisti italiani e tedeschi, essi ne sono gli emuli perché, in una situazione estremamente tesa, essi sono giunti a tradire gli operai ai quali hanno lasciato le armi unicamente perché esse dovessero servire ad una battaglia di classe, non contro il capitalismo spagnolo e internazionale, ma ad una battaglia di classe contro la classe operaia di Spagna e del mondo intero sul fronte della guerra imperialista.

A Barcellona l’apparenza offusca la realtà. Poiché la borghesia si ritira provvisoriamente dalla scena politica, perché i borghesi non sono più alla testa di certe imprese, si arriva a credere che il potere borghese non esiste più. Ma se quest’ultimo è veramente inesistente, è allora l’altro che avrebbe dovuto sorgere; quello del proletariato. E qui la risposta tragica degli avvenimenti è crudele: tutte le formazioni politiche, anche le più estreme, la C.N.T. proclamarono apertamente che non bisogna minimamente attentare alla macchina statale capitalista alla testa della quale Companys sarebbe comunque utile alla classe operaia. Il nostro punto di vista al riguardo è assolutamente netto: due princìpi si oppongono, due classi, due realtà: quella della collaborazione e del tradimento e quella della lotta, alla tensione estrema della situazione corrispondono anche forza estrema della collaborazione. Se di fronte ad una conflagrazione sociale del tipo di quello di Barcellona gli operai vengono sospinti non verso l’attacco contro la macchina statale capitalista, ma verso la sua salvaguardia, allora è la collaborazione, non la lotta di classe, che trionfa. La via per il dispiegarsi della lotta di classe non si trova affatto nella elargizione successiva di conquiste materiali, lasciando in piedi lo strumento di dominazione del mondo, ma nella via opposta che vede lo scatenarsi dei movimenti proletari. La socializzazione di una impresa lasciando intatto l’apparato statale è un anello della catena che blocca il proletariato a rimorchio del suo nemico, tanto sul fronte interno quanto sul fronte imperialista dell’antagonismo fascismo-antifascismo, mentre lo scoppio di uno sciopero per una minima rivendicazione di classe, e ciò anche in una industria “socializzata”, è un anello che può condurre alla difesa e alla vittoria del proletariato spagnolo e internazionale.

È ugualmente impossibile operare un miscuglio tra il proletariato e la borghesia quale è tra i fronti territoriali attuali, le armate di Unioni Sacrée, e le frontiere di classe, le armate di classe. La differenza è su questioni fondamentali e non di dettaglio. Esiste attualmente una opposizione apparente tra il dettaglio e l’essenziale, tra la composizione, l’ardore, il sacrificio, l’eroismo dei proletari incatenati del Fronte Popolare e la forza politica, storica, che rappresenta quest’ultimo. Proprio come Lenin nell’aprile del 1917, dobbiamo operare sul nodo centrale del problema, ed è là che la sola differenziazione politica “reale” può operarsi. All’attacco capitalistico non si può rispondere che su una base proletaria. Coloro che trascurano questo problema centrale si mettono deliberatamente dall’altra parte della barricata e le pretese realizzazioni sociali altro non sono, in definitiva, che un vincolo che lega gli operai alla borghesia.

La nostra concezione sulla guerra, come manifestazione della lotta di classe, sembra trovare una conferma negli avvenimenti attuali in Spagna che provano che se le competizioni inter-imperialiste non esplodono in una forma estrema attraverso la guerra imperialista mondiale, per contro l’antagonismo di classe si manifesta in tutta la sua ampiezza ed il capitalismo internazionale, Russia compresa, può passare al massacro del proletariato spagnolo sterminando in lui il proletariato internazionale, poiché gli operai degli altri Paesi sono mobilitati attorno alle stesse posizioni che permettono l’annientamento dei lavoratori in Spagna.

Dalla situazione attuale dove il proletariato è attanagliato tra due forze capitalistiche, la classe operaia non può passare all’altra opposta che imboccando la via che conduce all’insurrezione. Non vi è evoluzione possibile delle armate attuali di Catalogna, di Madrid, delle Asturie, occorre la rottura brutale, senza il minimo equivoco. La condizione essenziale per la salvezza della classe operaia spagnola risiede nel ristabilimento delle frontiere di classe che sono opposte a quelle territoriali attuali. In Catalogna soprattutto, dove le energie proletarie sono ancora potenti, queste energie devono essere mobilitate su un piano di classe. Occorre far fallire il piano capitalista che consiste nello schiacciare con il terrore le masse contadine e allettare, con la corruzione politica le masse industriali per dirigerle verso lo stesso fronte della vittoria del capitalismo spagnolo ed internazionale. Nessuna Union Sacrée, a nessun grado della lotta, in nessun istante della battaglia. Questo atto della guerra imperialista può non legarsi allo scoppio immediato della conflagrazione mondiale. In questo caso le battaglie attuali in Spagna, in mancanza di uno sconvolgimento totale della situazione, si indirizzeranno verso la vittoria della destra, perché è a questa ultima che spetta la funzione politica di annientare a migliaia i proletari, di instaurare il terrore generale, totale, del tipo di quello che ha sterminato il proletariato italiano e tedesco. La sinistra, il Fronte Popolare ha una funzione capitalistica differente e consistente nel preparare il letto della reazione, un letto insanguinato dove sono già distesi migliaia di lavoratori spagnoli e di altri Paesi.

La classe operaia non ha che dei fortilizi di classe e non può vincere dal momento che è imprigionata in quei fortilizi nemici che attualmente sono i fronti militari. Gli eroici difensori di Irun erano condannati in anticipo, essi erano stati consegnati al capitalismo dal Fronte Popolare che era riuscito a distoglierli dal loro terreno di classe e ne ha fatti delle prede per la armate di Franco.

La lotta armata sul fronte imperialista è la tomba del proletariato. Occorre opporvi la lotta armata sul terreno sociale. Alla competizione per la conquista delle città e delle regioni, bisogna opporre l’attacco contro la macchina statale, ed è unicamente da questo attacco che può risultare la disgregazione dei reggimenti della destra, e solo così che il piano del capitalismo spagnolo ed internazionale potrà essere spezzato. Altrimenti, con o senza l’accettazione del piano francese di neutralità, con o senza il Comitato di Coordinazione composto da fascisti, democratici e centristi (essendovi rappresentati tutti i Paesi importanti), è l’orgia del capitale che trionfa ed i mercanti di cannoni di Francia, d’Inghilterra, di Germania e d’Italia, lo stesso Stato sovietico, consegneranno le munizioni ai due Stati Maggiori, quello di Franco, l’altro di Caballero per massacrare gli operai ed i contadini di Spagna.

In tutti i Paesi alla parola d’ordine capitalista, per o contro la neutralità, per o contro l’invio di munizioni a Franco od al governo opponete manifestazioni di classe, scioperi contro i trasporti legali di armi, battaglie dirette contro ogni imperialismo. È unicamente a questa condizione che la solidarietà può affermarsi realmente per la causa del proletariato spagnolo.





“Bilan”, n. 44, ottobre-novembre 1937

LA GUERRA IMPERIALISTA DI SPAGNA E I MASSACRI DEI MINATORI DELLE ASTURIE

Una nuova ondata di Union Sacrée dilaga nella Spagna repubblicana. “Intesa alla retroguardia”, “Cordialità tra i settori antifascisti” e tutti vorrebbero far rivivere le settimane che seguirono la costituzione del primo governo Caballero. Attorno ai minatori delle Asturie vengono architettate ignobili campagne per cancellare dallo spirito del proletariato i crimini del governo Juan Negrín e dei suoi complici social-centristi o anarchici. Nei nostri Paesi i “Comitati per Bilbao” hanno cambiato etichetta e sono diventati i “Comitati per le Asturie”.

Poveri proletari! Dopo più di un anno di guerra imperialista, di spaventosa carneficina, di feroce repressione di Franco come dei capi repubblicani, essi saranno ancora una volta le vittime dei traditori che sfruttano la tragedia delle Asturie per mantenere e consolidare l’Union Sacrée.

Come possiamo non riflettere e restare attaccati a delle stupide illusioni quando si esamini lo svolgimento e soprattutto il meccanismo capitalista che determina gli avvenimenti nella penisola iberica. Il proletariato, per la sua stessa funzione storica, è incapace di fare la guerra “antifascista” (che è il nome sotto il quale si nasconde la carneficina degli operai) e parallelamente di lottare per la rivoluzione proletaria. Occorreva scegliere tra il terreno di classe dove gli operai il 19 luglio hanno provato di poter vincere ed il terreno capitalista dove la borghesia da mesi e mesi dimostra di saper ottenere la sua vittoria. Cosa resta del miraggio che accecava tanti sedicenti comunisti di sinistra, Don Chisciotte di rivoluzioni inesistenti? Parole, declamazioni, mentre imponente si innalza la realtà capitalista e lancia loro degli affronti che essi incassano protestando: “noi non abbiamo mai detto questo o quello”. Poveri “rivoluzionari” che non hanno il coraggio di riconoscere le loro mostruose aberrazioni e che continuano, malgrado tutto, a navigare nelle acque dell’antifascismo.

Oggi che un vento di “concordia” soffia sulla zona repubblicana e che i figli di un nuovo atto di mobilitazione sciovinista appaiono, forse si griderà ancora al “trionfo” delle forze rivoluzionarie “che impongono” l’Union Sacrée, “che impongono” la loro presenza nel governo di Valencia, “che impongono” tutte le misure possibili di collaborazione di classe in nome degli interessi futuri della “rivoluzione”.

E tuttavia, per noi, la situazione non fu mai così chiara nel fare apparire la necessità di una posizione di classe, basata sulla teorica marxista, per fare uscire gli operai dalla terribile situazione che essi conoscono.

Così ci insegnano, in effetti, gli avvenimenti di questi ultimi mesi? Il governo Negrín arriva al potere dopo la “vittoria”, attorno a Madrid, contro le truppe italiane e l’offensiva nei Paesi Baschi; esso prosegue l’opera di repressione feroce che il suo collega Caballero aveva cominciato il 4 maggio a Barcellona, e da allora, fino alla caduta di Bilbao e Santander, fu un attacco permanente contro i proletari, un ripulisti di Comitati operai, il massacro dei militanti del POUM, degli “Amici di Durruti”: il trionfo completo ed integrale della legalità borghese.

Appena Santander si arrende immediatamente, Madrid, Valencia, ribollono di complotti fascisti nei quali i corpi armati della Repubblica partecipano attivamente. Appena le “vittorie” militari permettono di scatenare la repressione ed ai “tradimenti” di prepararsi al gran giorno, il governo Negrín con le sue canaglie centriste nasce dalla disfatta totale in Biscaglia. Tutto fu talmente evidente dal modo in cui i repubblicani consegnarono Santander a Franco, che non è affatto sorprendente se i franchisti si dettero da fare a Madrid e a Valencia quasi certi di poter trarre vantaggio dalla bontà di Negrín e dei suoi alleati centristi.

D’un sol colpo abbiamo assistito ad un rovesciamento della situazione. La disfatta militare e gli appelli disperati dei minatori delle Asturie causeranno una campagna per ristabilire l’Union Sacrée. Prenderanno due piccioni con una fava: siccome la situazione diventa impossibile a Barcellona e a Valencia, dove le masse sono razionate all’estremo, dove la vita aumenta e dove il patto UGT/CNT aveva già tentato di canalizzare il malcontento degli operai che lavorano per la produzione di guerra, i minatori delle Asturie serviranno da punto di raccolta di tutti i settori antifascisti che, ivi compresa la CNT, daranno fiducia a Negrín.

Così, sia la vittoria che la disfatta militare servono, volta a volta, come mezzi per strangolare il proletariato. Il fatto è che la classe operaia deve opporre alla guerra capitalista la sua guerra di classe e non realizzare l’Union Sacrée al momento della disfatta per “battere il fascismo”, perché essa sa che quella vittoria significherà il suo massacro. Le condizioni richieste ai proletari per soccorrere i minatori delle Asturie, per attaccare in Aragona, sono l’abbandono del loro spirito di classe, la loro sottomissione allo Stato capitalista (in Aragona l’offensiva è cominciata solo dopo che gli anarchici furono obbligati ad accettare il generale repubblicano Sebastián Pozas e le direttive militari di Valencia). E quando sul terreno militare si progredisce, si realizzano le condizioni per la repressione borghese.

È veramente una situazione eccessivamente tortuosa quella che si va attualmente in Spagna. Fatti contraddittori si susseguono, si intrecciano e ci danno quanto meno l’indicazione che si tratta di guerra del capitalismo contro il proletariato. Così, da una parte avremo le dichiarazioni pubbliche dei centristi che ordinano ai loro aderenti di cessare ogni campagna contro gli anarchici al fine di mantenere il fronte antifascista; la campagna della CNT “l’integrazione di tutti i settori ed organizzazioni antifasciste in un governo di guerra nel quale devono figurare, in primo luogo, le due centrali sindacali” (Solidaridad Obrera). D’altra parte le Cortes si apriranno con la partecipazione di Miguel Maura, capo del partito conservatore, e di Portela Valladares, leader influente della destra repubblicana, che si erano dati alla fuga nel luglio 1936. Nella “Dépèche de Toulouse” Portela Valladares ha fatto delle dichiarazioni, prima di rientrare a Valencia, che meritano di essere riportate: “il governo della Repubblica spagnola agisce come un governo d’ordine, d’autorità e di rispetto della legge; esso si comporta conformemente alla Costituzione. Sono assicurati i diritti dei cittadini. I Comitati di Controllo, più o meno arbitrari, sono disciolti. Esiste una sola autorità: quella della legge: la stessa per tutti i cittadini. Vi è di più. Si è voluto verificare il passato e punire i delitti commessi in un’epoca in cui il potere non aveva autorità …”.

Quale significato si può dare a questo doppio movimento, il tentativo di conciliare tutte le organizzazioni in un rinsaldamento dell’Union Sacrée e la possibilità per la destra repubblicana di riapparire sull’arena politica con il suo linguaggio autoritario così caratteristico?

La necessità della campagna per un “Fronte Popolare Antifascista” (l’aggettivo indica l’integrazione delle centrali sindacali nel Fronte Popolare, particolarmente della CNT) deriva dalle manovre che occorre effettuare per permettere l’annientamento completo dei minatori delle Asturie e soffocare il malcontento che ha fatto nascere la politica di Negrín che, mentre massacrava gli operai, consegnava a Franco la Biscaglia. I centristi che sono i complici diretti di questo affare, hanno tutto l’interesse a pubblicare delle lettere aperte dove si considera “provocatore o agente del fascismo” chi lavora contro l’unità, e non vogliono adottare un atteggiamento amichevole verso la CNT. Ancora ieri gli anarchici erano considerati come gli alleati della “quinta colonna” e gli arresti piovevano su di loro come una manna celeste.

I minatori delle Asturie non devono trarre insegnamenti dalla resa di Santander né liquidare innanzi tutto la canaglia controrivoluzionaria che ad altro non mira che a consegnarli al carnefice. I lavoratori di Barcellona e di Valencia non devono dare l’allarme e rivoltarsi contro il governo di Valencia, alleato di Franco: la loro lassezza in questa guerra dovrà essere combattuta.

E qui la manovra sarà chiara: lo Stato borghese ha ristabilito l’ordine e l’autorità dappertutto: ebbene, sarà lanciato l’appello a quegli stessi anarchici che hanno permesso il massacro di maggio per meglio manovrare gli operai. Ma questa volta la CNT dovrà evolvere apertamente sul terreno della legalità borghese. Essi risponderanno all’appello della borghesia dichiarando in uno dei loro manifesti che Bakunin avrebbe certamente agito come loro se fosse vissuto in Spagna. Il loro ragionamento sarà semplice: “ci hanno cacciato dal governo perché eravamo pericolosi e potevamo impedire il “tradimento”; tornando al governo il proletariato raggiungerà, attraverso i ministri anarchici, un successo”. E Negrín alle Cortes, con le sue allusioni discrete, tenderà la mano a questi nuovi traditori che nel governo Caballero non hanno esitato ad immergere le loro mani nel sangue operaio. Anche il POUM lottava per riprendere il suo posto nel governo capitalista di Companys e ciò non lo ha per nulla salvato dai fucili dei centristi. Gli anarchici hanno un bel dare prova di attaccamento al regime, partecipare alle manifestazioni patriottiche dell’11 settembre per festeggiare, assieme ai centristi, la rivolta di Casanova contro Filippo V, astenersi da qualunque attacco contro la Russia (conformemente al decreto di Irujo), scoprire un senso particolare nella difesa della patria (discorso di Garcia Oliver a Madrid, pubblicato da Frente Libertario), niente servirà: oggi la borghesia li utilizza per consegnarli domani alle prigioni od ai carnefici rossi o neri. Verranno tutti esaltati sull’aiuto ai minatori delle Asturie ed essi dimenticheranno tutto: i morti, gli imprigionati, i tradimenti, per non pensar più che a battere il fascismo per un vero “fronte antifascista” formante un governo di guerra.

A fianco di essi si svolgerà pertanto un curioso fenomeno circa il quale noi non conosciamo ancora le reazioni della CNT. L’UGT vedrà la vittoria della tendenza riformista-centrista, quella di Gonzáles Peña, deputato delle Asturie, sotto il doppio effetto della campagna centrista contro Caballero e la pressione del governo Negrín. Il “Lenin spagnolo” sarà defenestrato con una facilità inaudita e la personalità di Peña indicherà simbolicamente alle masse che questi cambiamenti permettono alla UGT di partecipare meglio alla guerra antifascista, in modo particolare nelle Asturie. Qui agli anarchici non basterà opporre l’omogeneità della CNT alle liti delle correnti marxiste dell’UGT. Ieri essi si opponevano alla campagna contro Largo Caballero, dirigente dell’UGT, ed ora, in nome della “cordialità”, saluteranno Peña che rappresenta il voltafaccia dei comunisti ufficiali verso la CNT?

Ma c’è anche il ritorno dei politicanti di opposizione al Fronte Popolare che sono stati calorosamente accolti alle Cortes. C’è che la macchina statale di Negrín è solida e morta ogni illusione di rivoluzione. L’avvicinamento verso la destra permette infine ai politicanti di destra di tornare in una atmosfera calma, e l’Union Sacrée che gli anarchici si apprestano a consolidare non diviene che più significativa: non soltanto l’intesa con Negrín, ma anche con Maura e Valladares.

Ecco la realtà della situazione che vede svilupparsi una manovra che permetterà di spingere gli operai delle Asturie, fino all’ultimo, sotto le bombe di Franco, mentre gli operai delle altre zone dovranno applaudire e mentre Negrín affilerà sempre più le armi della repressione statale.

In un articolo di Manuel Chaves Nogales, vecchio direttore dell’“Ahora” di Madrid, viene posta la domanda: “Perché la guerra in Spagna non è ancora finita?” e l’autore fa chiaramente risaltare che sia da una parte che dall’altra i motivi del luglio 1936 non esistono più: Negrín massacra gli operai e ristabilisce la democrazia borghese; Franco tenta di ricorrere ai politici della monarchia e della repubblica imbrigliando i falangisti. Perché non si accordano di far cessare la guerra giacché non lontano né per il comunismo, né per il fascismo, ma in nome del sistema capitalista?

E la domanda resta, in effetti, posta: perché ed attorno a cosa prosegue la guerra di Spagna? Economicamente la penisola Iberica è allo stremo delle forze; politicamente gli operai sono caduti a decine di migliaia e la borghesia sorge vincitrice su entrambe le zone.

Cos’è? È una situazione internazionale che domina la stanchezza che esiste nei due campi e che impedisce all’evoluzione delle tendenze verso il compromesso (i famosi complotti fascisti) di svilupparsi e di giungere a termine. Anche le dichiarazioni di Companys sull’assurdità per “noi catalani” di cessare la lotta contro il fascismo e di trattare separatamente con Franco non solo talmente ortodosse da dissimulare le preoccupazioni della borghesia catalana.

La guerra di Spagna continua perché è divenuta l’asse della situazione mondiale di guerra imperialista che noi viviamo in tutti i Paesi, particolarmente dal punto di vista dei rapporti tra le classi. Sono i Paesi democratici, fascisti, centristi in partecipazione con la borghesia spagnola che mantengono e che azionano il gioco politico e militare che permette l’offensiva in Aragona allorché Franco occupa Santander; che lascia che la Francia organizzi la Conferenza di Nyon per “legalizzare” la “pirateria” nel Mediterraneo o, al meno, permettere all’Italia di essere contemporaneamente brigante e gendarme, Conferenza che sembra portare un aiuto al governo di Valenza; è la Russia, il Messico con le loro forniture di armi; è l’Inghilterra con i suoi capitali alle due parti; è l’Italia, la Germania con il loro invio di corpi d’armata.

Sui cadaveri dei proletari spagnoli può mantenersi l’Union Sacrée in tutti i Paesi democratici, mentre in Italia e Germania un formidabile macello funziona in pieno. Chi può far finire la guerra spagnola (oggi vera guerra internazionale)? Il governo di Valencia? Esso teme troppo gli operai e preferisce lasciare proseguire fino all’ultimo momento le avanzate di Franco! E poi non ha addosso la potenza dei Paesi democratici e centristi che vogliono “localizzare” ma non terminare la carneficina? Franco? Sono l’Italia e la Germania che non possono fermarsi senza determinare un collasso nei loro sistemi di dominazione.

Come l’ultima guerra mondiale che dalla fine del 1916 appariva un campo di massacro senza possibilità d’uscita, senza “logica”, senza gli “ideali” iniziali del 1914, così appare oggi la guerra spagnola e nelle due fasi storiche solo il proletariato con il suo risveglio di classe può farla finita con la carneficina.

Ma qui la realtà si mostra terribile: come gli operai russi si rivelano attualmente incapaci di rovesciare la dominazione centrista senza l’aiuto del proletariato mondiale, i lavoratori spagnoli dimostrano di non essere in grado di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, se con scoppiano all’esterno dei movimenti rivoluzionari contro il capitalismo e la sua guerra. Da questo punto di vista la situazione negli altri Paesi non è affatto brillante, soprattutto se si esamina il movimento operaio e l’isolamento nel quale lottano le frazioni della sinistra comunista. Ma il conflitto cino-giapponese ci mostra che il ribollimento dei contrasti della società capitalista è divenuto l’elemento dominante della situazione e questi stessi contrasti che obbligano il capitalismo a gettarsi nella guerra agitano in permanenza il proletariato mondiale che si esprime nell’opera progressiva delle frazioni di sinistra, e potranno, infine, far saltare la bomba rivoluzionaria là dove dal martirio sanguinoso degli operai è sorta una avanguardia.

La guerra di Spagna è stata decisiva per tutti: per il capitalismo è stata un mezzo per allargare il fronte delle forze che agiscono per la guerra, per inglobare nell’antifascismo i trotskysti, i sedicenti comunisti di sinistra e soffocare il risveglio operaio che si delineava nel 1936; per le frazioni di sinistra è stata la prova decisiva, la selezione degli uomini e delle idee, la necessità di affrontare il problema della guerra. Noi abbiamo tenuto, e, contro la corrente, teniamo ancora.

Tuttavia, dagli anarchici ai trotskysti, dai centristi ai socialisti non ci hanno ricoperto di ingiurie, di calunnie? Noi osiamo difendere la distruzione dei fronti territoriali capitalisti, la fraternizzazione immediata di tutti gli sfruttati, al di sopra delle trincee nemiche, contro tutti gli sfruttatori. Alla guerra civile della borghesia contro il proletariato noi opponiamo la guerra civile del proletariato contro la borghesia. E se gli avvenimenti che si sono svolti da un anno hanno confermato la nostra opinione, giustificato le nostre parole d’ordine, niente ha alterato l’ardore bellicoso dei traditori, vecchi e nuovi. Che ci si accusi pure di essere dagli agenti di quello o di quell’altro: di Franco, di Hitler o di Mussolini. I proletari comprenderanno che i veri agenti del capitalismo, pagati, stipendiati come dei volgari lacchè, sono i massacratori centristi delle giornate di maggio di Barcellona; i ministri anarchici di ieri e forse di oggi; i carnefici di Russia. E se i trotskysti desiderano unirsi a questo concerto per dare prova di “legalismo” repubblicano, essi saranno in una buona posizione per ricevere le risposte che meritano.

La nostra frazione tiene sempre ben alto, di fronte ai provocatori della borghesia, la bandiera della trasformazione della guerra imperialista di Spagna in guerra civile, per la distruzione dei fronti militari, la fraternizzazione dei proletari, sola base per scatenare, nella zona repubblicana e fascista, la lotta per la distruzione dello Stato capitalista.

Dopo l’esperienza vissuta, bisogna saper scegliere tra le posizioni della classe proletaria e le posizioni del capitalismo dissimulato sotto le sue differenti versioni. Tutti i partiti o gruppi hanno fallito in Spagna: pure il trotskysmo è un “cadavere maleodorante” e nessuna declamazione di Trotsky potrà farlo rivivere. I militanti comunisti devono trarre il bilancio degli ultimi avvenimenti: essi devono rompere con le organizzazioni traditrici: mettersi al lavoro per ricostruire un organismo su una base di classe: una frazione della sinistra comunista.