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Al grido borghese di “Evviva la Patria” noi rispondiamo col grido proletario di “Abbasso la guerra” (Lotta di Classe, n. 275, 22 maggio 1915) |
Confessiamolo apertamente; questa deliberazione ci ha sorpresi e addolorati. Da una piena luce meridiana siamo improvvisamente precipitati nel crepuscolo. Noi abbiamo sentito così svanire la più forte delle nostre speranze, da cui avevamo tratta la energia per affermare, dallo scoppio della guerra europea fino ad oggi, la concezione precisa e l’obiettivo sicuro del partito socialista. Non crediamo che questo stato d’animo si sia prodotto solamente in noi: esso deve essere comune a tutti quei compagni che da un capo all’altro d’Italia si sono battuti virilmente per impedire il prevalere della corrente guerraiola.
Ebbene i dirigenti del partito hanno suonato la ritirata, mentre ci preparavamo con un estremo sforzo a piantarci saldamente sulle posizioni ambite.
Ci hanno fatto credere all’impeto degli avversari proprio quando costoro erano alla disperazione. Non dispiaccia pertanto ai compagni della nostra Federazione che in un momento grave come questo noi ricerchiamo delle responsabilità e le poniamo in rilievo sotto gli occhi degli avversari che ci spiano. Anzitutto noi teniamo alla nostra dignità di militanti e al diritto di critica che ci vien conferito dalla fede sincera e dal compimento del dovere. Inoltre non facciamo che riaffermare l’indirizzo seguito dalla nostra Federazione, il quale fu vigorosamente sostenuto nel convegno di Bologna. Infine, poiché situazioni nuove e più gravi si determineranno nel corso degli avvenimenti prossimi, davanti alle quali sarà giocoforza che il partito socialista prenda posizione con fermezza di propositi, noi vogliamo fin d’ora, illustrando gli errori compiuti, impedire che s’incorra in altri peggiori.
I compagni che ricordano il primo o.d.g. della Direzione del Partito e del Gruppo Parlamentare, riuniti a Roma, in cui si contemperavano in una mirabile fusione la critica marxista della conflagrazione europea e le direttive che il Partito Socialista italiano si proponeva di seguire e additava al proletariato, se confrontano tale ordine del giorno con quello che uscì dal convegno di domenica, vedranno subito che, se teoricamente siamo rimasti allo stesso livello, nei rispetti dell’azione abbiamo fatto un buon passo indietro. Non occorrevano certo nove mesi di preparazione per concludere alla vigilia della guerra che il nostro partito separa le proprie responsabilità da quelle delle classi dirigenti. V’è forse qualche socialista che abbia dei dubbi al riguardo? Per la difesa della patria – di cui sentiremo presto parlare – dovremo forse sudecumizzarci?
Per certo la maggioranza dei convenuti di Bologna non ha capito il momento grave che si attraversa e non ha sentito la voce del Paese. Se non fosse così non avrebbe compiuto la viltà, che si vuol gabellare per prudenza, di ritirarsi dal terreno della lotta e di fare ala al nemico che passa, quando tutti gli occhi convergevano ansiosamente su Bologna per colpire il segnale che agli uomini di fede, che alle masse indicasse essere giunto il momento di esprimere la più intensa energia per impedire al fantasma sanguinoso di offuscare il cielo d’Italia. La proclamazione dello sciopero generale nazionale era il solo epilogo degno dell’atteggiamento del partito.
Noi non abbiamo lottato per nove mesi corpo a corpo coi nostri avversari e non abbiamo fatto il grande sforzo di propaganda, che ha avuto il suo riflesso in memorabili comizi, per il solo scopo di separare le responsabilità, ma soprattutto per opporre alle correnti guerrafondaie altre più potenti costituite dalle galvanizzate coscienze del proletariato, e perché dal cozzo delle opposte forze risultasse una direttiva del governo decisamente neutralista. E così le masse non seguivano la nostra azione con simpatia sol perché vedevano in noi degli avversari alla guerra, bensì per la fiducia che il partito socialista avrebbe costituito un forte baluardo contro la minacciante iattura. In questi ultimi tempi dacché i richiami delle masse hanno seminato con immensa larghezza fra tutte le categorie di cittadini il malcontento e lo sdegno, e un atto saliente emerse, opposto a quanto si verificò per la guerra libica: la protesta energica dei richiamati contro la guerra, tutto ciò contornato da varie e persistenti manifestazioni le quali addimostravano chiaramente che la stragrande maggioranza del Paese era favorevole alla neutralità, confluivano verso il nostro partito non trascurabili forze di solidarietà che non avrebbero fatto mancare a una protesta nazionale la solennità di un avvenimento inconsueto.
Noi abbiamo perduta un’occasione magnifica per elevare di cento cubiti il prestigio del nostro partito; viceversa con la nostra ritirata abbiamo diffuso la persuasione di una debolezza che non esiste.
Erano recenti i comizi del 1° maggio magnificamente riusciti, ci rumoreggiava alle spalle, quasi incalzandoci, lo sdegno di un popolo inquieto, da ogni angolo saliva il conforto di un plauso, di una speranza, di un grido solidale; ebbene, nonostante tutto questo, pochi manipoli di energumeni, ubriachi di patriottismo somministrato in abbondante dose da una stampa venduta, ci hanno trattenuto dal compiere l’ultimo atto dignitoso, forte e logico.
Ma quale ragione poteva dunque esistere per non invitare il partito e il proletariato a sospendere ogni altra forma di attività per concentrarsi sulle piazze e sulle strade dei borghi e delle città ad ammonire le classi dirigenti che il loro sogno folle avrebbe trovato un’invincibile resistenza?
Non diciamo che avremmo voluto lo sciopero insurrezionale: questo, se mai, sarebbe derivato spontaneamente; diciamo invece che per un giorno o per due, non alla vigilia della apertura della Camera, ma allorquando cominciarono a circolare i precetti di richiamo, evidenti indici di mobilitazione, tutti coloro che della guerra sono avversari decisi, mobilizzati dal partito socialista, dovevano pronunziare in una forma quanto mai solenne e preoccupante per chi sta in alto il grido: DI QUI NON SI PASSA!
Si è forse avuto timore dai nostri dirigenti che la manifestazione non riuscisse? Bisognerebbe ammettere che essi siano ciechi. Hanno avuto paura di rappresaglie da parte del governo? Non crediamo siano tanto vili. La ragione dobbiamo trovarla piuttosto in una certa incapacità organica e intellettuale ad adottare soluzioni estreme e alla mancanza nel nostro Partito di un uomo di volontà eccezionale capace di imprimere al movimento la direttiva cui fatalmente portano gli avvenimenti. Mentre nel paese si accentua l’opposizione alla guerra, venivano emessi ordini del giorno sempre meno chiari e concludenti, a distanze abbondanti, come se si desiderasse concedere dilazioni a una soluzione netta.
Peggio ancora. Nel convegno della Direzione del 28-4, quando cominciava a profilarsi l’orientamento del Governo per la guerra, dopo la formulazione di uno dei soliti ordini del giorno, si stabiliva di riconvocarsi il 16-5, nientemeno che alla distanza di 20 giorni! Noi ammiriamo l’olimpica serenità di quei nostri compagni. Si dice che i mussulmani fumino tranquillamente la pipa allorquando brucia la casa, ma non ci consta che l’apatia di costoro abbia condotto a notevoli progressi. Era forse recondito nell’animo della Direzione il desiderio che il fatto compiuto la togliesse dall’imbarazzo di una grave decisione? Non si può spiegare diversamente il suo temporeggiamento inconcludente, Nei comizi del 1° maggio, il partito e il proletariato avevano espresso con virulenza la propria volontà neutralista; ma non si credette opportuno di concretarla subito in un’azione decisa. Vennero di poi la crisi ministeriale, il voltafaccia parlamentare, la incertezza nel campo borghese, lo sgomento degli interventisti, ma neppure allora si sentì dai nostri dirigenti la necessità di gettare sul piatto della bilancia della politica italiana il peso formidabile della agitazione proletaria nazionale per farla traboccare risolutamente dalla parte della neutralità. Seguì la reazione violenta dei fautori della guerra che inscenarono manifestazioni su manifestazioni, ma non si chiamò il proletariato perché disperdesse quei quattro mocciosi che gridavano come forsennati sol perché trovavano le piazze e le vie libere: i nostri dirigenti attendevano l’alba del 16 maggio con la stessa sicurezza con cui il suicida aspetta intrepido il treno che lo deve frantumare.
Intanto l’Avanti! sballottato fra il desiderio di agire e l’impossibilità di muoversi metteva la sordina al suo grido di ribellione. Il risultato di questo procedere timido e indeciso non poteva essere diverso da quello che fu.
Si aggiunga il peso morto, vera zavorra agli arditi movimenti proletari, della gran parte dei nostri deputati, uomini logori attraverso il parlamentarismo, che hanno un sacro orrore per lo sciopero generale e per quanto ha la parvenza di uscire dalla legalità; si aggiungano le savie considerazioni dei patriarchi della Confederazione Generale del lavoro, vere cariatidi dei ben architettati edifici proletari; e non sarà difficile comprendere che l’ordine del giorno di Bologna non poteva essere se non la mazzata che faceva stramazzare nell’inerzia il vibrante corpo degli irriducibili avversari della guerra. Il parlamentarismo e il riformismo hanno ucciso lo spirito rivoluzionario dei socialisti e dei proletari d’Italia.
Ma dovremo per questo prepararci a cantare le esequie? No, no, la massa é pur sempre quella di ieri e noi abbiamo il dovere di mantenerne accese le energie. La nostra critica colpisce quelli che sono in alto, ma il nostro entusiasmo si ritempra nel crogiuolo rovente dell’anima popolare.
La guerra è ineluttabile, e al momento in cui scriviamo sarà forse già decisa, ma appunto per questo dobbiamo tener presente che più gravi contingenze matureranno in un prossimo domani, che noi dovremo risolutamente affrontare. Ricordiamo che se il nostro compito é stato fino a ieri di avversare la guerra, oggi, a guerra scoppiata, dobbiamo proporci di derivare da essa il maggior vantaggio alla nostra causa. Se gli animi sono attualmente arroventati di sdegno per l’abisso che le classi dirigenti hanno spalancato ai piedi del popolo italiano, domani gli orrori e le miserie prodotte dalla guerra accumuleranno colossali quantità di energie ribelli, che a noi spetta guidare e utilizzare.
I tentennamenti di ieri, le inevitabili apostasie che seguiranno, non ci sorprendano e molto meno ci sgomentino. Il socialismo segue il suo fatale andare: i compagni che hanno fede procurino con noi di percorrerne la strada maestra.