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La liquidazione di quella che fu detta la rivoluzione greca (“Battaglia Comunista”, n. 40 e 41, 1949) |
Battaglia Comunista n.40 del 1949
Una delle più comuni obiezioni degli staliniani alla sconfessione del metodo collaborazionista fu tratta, all’epoca della liberazione e dell’idillio democratico in seno ai C.L.N., dalla esperienza dell’insurrezione del partigiano Esercito Democratico di Markos, filorussa e autoproclamantesi anticapitalistica, passata a infrangere violentemente il patto di unione nazionale in funzione della liberazione della patria greca, sottoscritto da tutti i partiti democratici e antitedeschi, ivi compresi quelli che più tardi saranno denominati monarco-fascisti.
È noto l’accaduto: i gerarchi del corpo britannico di occupazione non tardarono a rivolgere le armi contro i ribelli, coadiuvati in ciò dai partiti di “destra” e in breve volgere di tempo soffocarono nel sangue la sommossa degli staliniani. Ciò fu decisivo ai fini dell’inquadramento imperialista della Grecia che passava così nel campo occidentale.
Gli staliniani pretesero, in Italia e altrove, che la messa fuori legge del partito nazionalcomunista ellenico significava un capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi e, subordinatamente, la prova materiale dell’impossibilità di rivendicare una politica rivoluzionaria, perdurando l’occupazione alleata dell’Occidente. Travisando trivialmente la impostazione tattica antiunionista, antilegalitaria, classista, difesa dagli sparuti gruppi internazionalistici che andavano staccandosi dalla terribile aberrazione bellicistica, gli avversari non si lasciarono sfuggire in nessuna occasione il piacere polemico di sventolarci sotto il naso l’orribile disastro toccato alla “rivoluzione” greca e di accusarci di volere una identica sorte per il proletariato italiano. “Politica di classe? ci si obiettò. Disfattismo antinazionale, antidemocratismo? Voi volete gettare l’Italia in una situazione greca. Una valutazione realistica della situazione impone unicamente una “tattica” di collaborazione con i partiti della democrazia”.
A parte il fatto che nulla potevamo sull’arena politica, fu relativamente facile trovare argomenti da opporre alle accuse stupide di volontarismo blanquista che tradizionalmente si usa scagliare sul Partito rivoluzionario, ma non altrettanto facile fu l’impresa di estrarre dagli avvenimenti greci il contenuto controrivoluzionario in maniera che fosse intelligibile a persone che la propaganda bellica aveva acciecate al punto che nulla offriva al loro sospetto l’indissolubile alleanza della Russia con le potenze capitalistiche occidentali, alleanza denunciata clamorosamente, se ancora ve ne era il bisogno, dai convegni di Teheran, Yalta e Potsdam.
Gli avvenimenti e l’epilogo in particolar modo della seconda fase della guerriglia greca, iniziata ufficialmente nell’autunno 1946 con la proclamazione della costituzione dell’E.D.M., dovevano provare esaurientemente le cause, il movente e la portata schiettamente imperialistica dei combattimenti scoppiati all’interno dello Stato greco e confutare vergognosamente le menzogne della propaganda staliniana, secondo cui l’opposizione dei partigiani al regime esistente si svolgeva sulla linea della lotta contro il capitalismo indigeno, inserendosi sul piano internazionale nella crociata contro l’imperialismo statunitense. La falsificazione doveva assumere il colore della verità quanto più potente si faceva la sottomissione del governo di Atene alle centrali politiche e militari di Washington. Non per nulla la guerriglia greca venne subito dopo la “rivoluzione” di Cina nell’albo d’oro del socialismo cominformista. Conviene riesumare pertanto, anche al fine di scorgere un aspetto importante del fenomeno della guerra civile imperialistica, qualche episodio significativo.
Chi, essendo ancora indeciso, avesse aspettato la prova dei fatti per giudicare la natura della guerriglia, secondo la diagnosi internazionalista, poteva ritenersi soddisfatto già all’indomani del ricorso all’O.N.U. che fu dei primi atti ufficiali del governo di Markos. Ciò avvenne nel settembre del 1947. Si delineava già da allora la enorme mancanza di mistificazione del Cominform che, per imprescindibili esigenze di concorrenza imperialistica, era spinto all’opposizione furibonda all’espansionismo americano senza esser però in grado di rompere definitivamente con il blocco rivale, come dimostrava la coesistenza degli opposti nell’organismo massimo della solidarietà mondiale della reazione: l’O.N.U. Né valeva presentare la presenza in esso della Russia e soci come il risultato della vittoriosa pressione del mondo del socialismo su quello ritirantesi del capitalismo, dato che un semplice sguardo alla topografia politica dell’illustre consesso bastava allora come oggi a far risaltare la sua inequivocabile natura di feudo del politicantismo yankee, capace di opporre ben altri mezzi di ricatto e sopraffazione dei “minori” che non l’esercizio del famoso diritto di veto, concesso in condominio alla Russia. Per cui, il ricorso di Markos all’O.N.U. nel momento in cui egli dichiarava guerra al capitalismo greco e, per esso, ai suoi potenti sostenitori americani costituiva di già una autosconfessione delle pretese finalità anticapitalistiche del movimento e, quindi, una dichiarazione di fedeltà, contro ogni malinteso, della democrazia popolare greca agli istituti fondamentali della conservazione borghese.
Altrimenti orientata, cioè sorta per ipotesi in opposizione rivoluzionaria al capitalismo, la guerriglia non avrebbe potuto che procedere alla solenne denuncia del ruolo forcaiolo delle assemblee societarie che, se non hanno alcun potere intrinseco, servono magnificamente a mascherare l’incarceramento imperialista del mondo e, nel caso specifico, la inclusione della Grecia nel dispositivo economico politico e militare degli Stati Uniti. Non si poteva – per restare sul terreno delle rivendicazioni ultrareazionarie del governo di Markos – fantasticare la indipendenza nazionale, la sovranità ecc. ecc. della Grecia e chiedere l’appoggio delle forze minori dell‘O.N.U. che, eseguendo le direttive dei Grandi, avevano sanzionato il governo “monarco-fascista” di Atene. Ciò era chiaro soprattutto alle autorità supreme della internazionale moscovita, come dimostra indirettamente il fatto che quando si è trattato di porre la questione della conquista dell’indipendenza (leggi della dipendenza da Mosca) della Cina, i capi locali, aventi ben altre possibilità materiali di riuscita che non lo scalcinato “esercito” di Markos, ben poco tempo hanno dedicato a stendere appelli all’O.N.U., dimostrando di tenere quest’ultimo nello stesso conto in cui lo tengono tutti i briganti dell’imperialismo nell’esercizio delle loro effettive funzioni.
Era chiaro che chiedendo all’O.N.U. di essere ascoltato tramite rappresentanti Markos non torceva un capello alla “reazione in agguato”, ma nemmeno intendeva nel fondo dell’animo lavorare seriamente alla realizzazione delle autentiche utopie programmatiche del suo partito quali la cacciata del governo di Atene e la indipendenza e la democrazia della Grecia, le quali dopo la proclamazione della “dottrina di Truman”, cioè della volontà degli U.S.A. di annettersi praticamente Grecia e Turchia, diventavano puro materiale di propaganda, un’arma polemica della guerra fredda russa. Cioè la guerriglia greca serviva in mano ai supremi strateghi del Cominform come espediente tattico in un conflitto che aveva altrove il suo epicentro. Tutto il resto, le affermazioni verbali antiborghesi, le maledizioni ai fascisti greci ecc. ecc. essendo fumo negli occhi per i proletari. Infatti, quando la burrasca accennerà a calmarsi, nel senso che la Russia non avrà motivo di sperare di strappare ancora qualcosa dalle esose mani dei compari americani e un preludio di arcobaleno spunterà sull’orizzonte internazionale, la tanto decantata guerriglia andrà a farsi friggere. Inutile dirlo, nel calderone dell’O.N.U. Chi, oggi, non lo vede?
Markos finì come tutti sanno, ma la politica delle mani giunte davanti all’O.N.U. doveva sopravvivergli, e Gromyko fu chiamato a rappresentare davanti agli illustri suoi colleghi la democrazia popolare greca e ad esporre ad essi, come chiese di fare a suo tempo il silurato Markos, “il loro punto di vista”. Saltiamo a piè pari la raccapricciante storia di sangue e di fame di quel massacro al rallentatore che è stata, da ambo le parti, la “guerra civile” e ricordiamo subito come, dopo l’incontro tra il diplomatico russo e i numi tutelari dell’O.N.U. alla vigilia della Conferenza dei 4 Grandi a Parigi, la scorsa primavera, la guerra dei partigiani greci andò a rotoli e le azioni del governo di Atene salirono.
Battaglia Comunista n. 40 del 1949
Che cosa c’è sotto il capovolgimento per cui, subito dopo la Conferenza di Parigi, il Cominform sposta le batterie buttandole dalla Grecia a Tito e László Rajk? La faccenda è tornata sul tavolo verde delle Commissioni internazionali ad onta della violenta ostilità dimostrata a suo tempo dal “governo della montagna” e da quello di Mosca per le Commissioni di inchiesta inviate dall’O.N.U. in Grecia. Quando è stata avanzata la proposta di una “Commissione” di conciliazione con il compito di studiare i mezzi atti a pacificare la Grecia sotto l’egida dell’O.N.U., la Russia ha dato il suo consenso a che tale Commissione si costituisse.
Già qui un rilievo s’impone. Anzitutto, è palese l’intenzione del cosiddetto governo democratico e soprattutto della Russia di dare una “soluzione pacifica alla questione greca” (“Ι’Unità” del 15-08). Ciò significa che ancora una volta Mosca ha barattato il sangue di proletari in cambio di contropartite diplomatiche americane. A prescindere dal fatto che non si vede come si possa giungere a “pacificare” con il capitalismo il proletariato greco che i Cominformisti dicono di rappresentare, sta il fatto che Mosca non vende all’America la cessazione della guerriglia, praticamente ormai sbaragliata, ma fa leva sulla tacita minaccia di ricominciarla ove il prezzo pagatole dai briganti americani risultasse sconveniente. Vogliamo dire che, lungi dall’essere un’azione rivoluzionaria, la guerra civile in Grecia fu fin dal suo inizio un’azione di disturbo e un mezzo di ricatto nelle mani di Mosca allo stesso titolo delle agitazioni condotte dai partiti staliniani in altri settori dello schieramento filo-americano. In quanto tale, essa non poteva finire che sulla linea della pacificazione sociale che traspare chiarissimamente da tutta quanta la politica odierna del Cominform, dai piani ricostruttivi di Di Vittorio alla formulazione del programma di governo corporativo e conformista dei “pacificatori” cinesi.
Tornando in argomento, chi potrà accusarci oggi di volere “situazioni greche”? Esse conducono alla pacificazione sociale mentre noi siamo per l’esasperazione dei contrasti sociali fino allo scoppio rivoluzionario. A meno che gli staliniani non abbiano imparato dallo studio del marxismo il segreto della pace universale, noi ci rifiutiamo di credere che le classi sociali possano fare come i campioni sportivi, che ridiventano amici dopo di essersi cazzottati sul quadrato. Tanto più incredibile diventa la faccenda quando a fare da arbitri sono chiamati i grandi gangsters della diplomazia, insediati all’O.N.U.
La pacificazione sociale è un eufemismo che nasconde la sottomissione del proletariato. Altro che pacificazione! Nemmeno la tregua è possibile nella giungla sociale, finché dura il regime dello sfruttamento, come sanno i proletari legati alla secolare catena del padronato. Ciò che ci distingue e oppone violentemente allo stalinismo di tutte le latitudini è la nostra interpretazione della lotta sociale, che porta alla conclusione che l’unica maniera di pacificare la società è di far fuori il boia e i suoi aiutanti, il capitalismo e i suoi servi.
Ma la tragedia greca non era finita con la nomina di una “Commissione di pacificazione”. Il segreto della diplomazia russa consiste, quando si tratta di trovare una soluzione a qualsiasi quesito di portata mondiale, nello scavalcare e prevenire gli avversari del momento escogitando la soluzione più “a destra” che sia obiettivamente realizzabile. Ciò affascina i nostri borghesi allevati nella convinzione che il governo russo incarni lo “spirito” dell’estrema sinistra rivoluzionaria, sicché si sente quotidianamente dire che Stalin “estende il socialismo con i mezzi e le arti politiche del capitalismo”, coi più insidiosi stratagemmi del machiavellismo ai danni della borghesia, che fa la rivoluzione “fingendo” di predicare la collaborazione di classe e la distensione internazionale, e si leggono lunghe tirate sul bifrontismo sociale della diplomazia russa, mito che si estende negli strati sociali inferiori e neutralizzare il senso critico delle masse nell’interesse generale della società borghese, e che quest’ultima ha perciò tutta la convenienza ad accreditare.
Così quando il Cominform, prima ancora che gli oracoli dell’O.N.U. dichiarassero alla data prestabilita di essere impotenti a trovare una via di uscita alla “questione” greca, fece suonare il segnale di ritirata ai napoletani della guerriglia (“I’Unità” del 18-10), i giornali borghesi furono lesti a insinuare che questa “soluzione a destra” era una finta per nascondere chissà quali disegni tenebrosi “di sinistra”. La verità è una sola: stare a destra”, oggi che la spinta verso forme sempre più totalitarie dello Stato è presente in tutte le varietà nazionali del capitalismo e porta inesorabilmente alla sostanziale uguaglianza dei programmi dei partiti sedicenti distinti ed opposti, “stare a destra” significa lavorare, non importa se agli ordini di Mosca o di Washington, a sanare i contrasti di classe, indurre i proletari a disarmarsi delle armi della guerra di classe nell’interesse vuoi della nazione, vuoi della democrazia.
Di conseguenza, possono dire di “stare a sinistra”, sia pure con termine improprio, solo quelle forze politiche che nella esasperazione di tutti i contrasti sociali della borghesia scorgono la giustificazione obiettiva di una azione politica tendente a incrudire le piaghe che tormentano la classe dominante, ad affrettarne premeditatamente la morte, senza lasciarsi intenerire dagli scricchiolii delle istituzioni vigenti.
Furono “a sinistra” (ci perdonino le ombre degli avi queste designazioni geografiche che usiamo solo per ritorcere polemicamente le armi degli avversari) i capi della Comune di Parigi che, sordi e ciechi alle lamentazioni delle prediche patriottiche piangenti sulla “rovina del Paese” invaso, osarono vibrare il colpo di grazia alla “France immortelle”, come lo furono i bolscevichi ugualmente insensibili al “grido di dolore” delle sacerdotesse della democrazia parlamentare “vittoriosa sullo zarismo”. Non lo sono invece i caporioni ultrarinnegati del Cominform i quali, bramosi unicamente di oltrepassare i corridori della “Commissione di controllo” dell’O.N.U., ordinano ai guerriglieri greci di deporre le armi in nome della necessità democratica di “risparmiare la estrema rovina al Paese” – che è lo stesso linguaggio con cui Thiers e Favre, aiutati dai “nemici” prussiani, compirono il massacro dei Comunardi entrando così nel Pantheon dei salvatori della Patria borghese e ricevendo d’altra parte, nella rovente requisitoria di Marx, un eterno marchio d’infamia. Il Paese fu salvo unicamente perché la Comune fu massacrata. I due poli si escludevano allora, si escludono a maggior ragione oggi.
La guerriglia greca non fu nemmeno una copia approssimativa della Comune o di qualsiasi altro combattimento di classe del proletariato, ma ciononostante riuscì ad influenzare le masse oppresse dal feroce capitalismo nazionale. Ancora una volta le masse credettero nelle parole demagogiche degli scherani di Mosca; non potevano quindi che pagare di persona al momento della rinnovellata collusione fra Mosca e Atene. Né, oggi che Mosca li abbandona alla insaziata sete di vendetta dei loro nemici di classe, hanno almeno la soddisfazione di sapersi, come quelli della Comune, autori di un autentico gesto rivoluzionario. Compassionevoli vittime del Moloch russo, per suprema ironia e a titolo di risarcimento delle bestiali vessazioni subite, sentiranno l’eco delle sfrontate filippiche dei diplomatici russi all’O.N.U., sedenti gomito a gomito coi rappresentanti del governo di Atene e tuonanti contro i carnefici monarco-fascisti con cui banchettano… Così doveva finire, nell’assassinio e nell’inganno più spudorato dei proletari, la guerra civile greca, voluta, condotta e tradita da Mosca in vista di ciniche finalità imperialistiche.
Ai proletari, caduti nell’illusione di far fuori la borghesia, Mosca ha fatto la grazia di aspergerne la tomba con l’acqua benedetta della democrazia e della solidarietà nazionale e di scrivere sulle lapidi funerarie: “caduti per la Patria”. Ad estremo sacrificio estremo vilipendio. I boia maledetti dell’imperialismo, non possono limitarsi a sgozzare i proletari, debbono infangarne la memoria al fine di fomentare la demoralizzazione nell’anima dei sopravvissuti. Più atroce insulto non poteva farsi alla memoria delle moltitudini di trucidati che giammai gli staliniani sarebbero riusciti a trascinare al macello se non avessero fatto loro balenare la speranza della distruzione del nemico di classe. Perciò è chiaro che gettati da parte dai luogotenenti di Mosca, questi proletari entrano da morti ad arricchire la già immensa schiera di coloro che attendono di essere vendicati dalla Rivoluzione. Valga frattanto la meditazione sulla loro sorte a rinfocolare l’odio antiborghese dell’avanguardia rivoluzionaria.