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Da STORIA DELLA SINISTRA COMUNISTA (1964) Capitoli dal 12 al 22 |
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Verso i primi anni del secolo erano sorti numerosi in Italia i circoli di giovani socialisti, che fiancheggiavano l’azione del Partito. Essi avevano già formato una federazione nazionale, che nel marzo del 1907 si riunì al suo Terzo Congresso.
Benché si sostenesse che i giovani non si dovessero occupare delle lotte fra le tendenze, è ben noto che tra essi quelle più vivaci ed estreme raccolgono il massimo delle simpatie. Poiché in quegli anni, per una falsa valutazione illusoria che abbiamo ben chiarita, appariva che nel movimento socialista la punta più audace fosse quella sindacalista, vicina alle posizioni anarchiche, una fitta ala dei giovani si orientò verso il sindacalismo, che in quell’anno, come abbiamo riferito, si scisse dal partito a Ferrara. Altrettanto avvenne fra i giovani, e, forse per la maggior schiettezza di rapporti nel seno di un movimento fresco ed ingenuo, la divisione fu voluta dall’una e dall’altra parte. Della frazione sindacalista si possono ricordare i nomi di Orano e Masotti, poi ben noti come capi del movimento economico di quell’indirizzo, mentre i socialisti erano diretti da Arturo Vella, Morara, Mariscotti, Altobelli (Demos, figlio di Argentina, organizzatrice riformista), ai quali l’Almanacco Socialista 1919 crede di dare il nome di frazione «riformista-integralista». Sappiamo infatti che al 1907 tali erano le denominazioni delle correnti di maggioranza nel partito (come si diceva) adulto, e i rivoluzionari ondeggiavano ancora tra il voto coi sindacalisti e la divisione anche da loro (Ferrara).
L’ordine del giorno non è molto esplicito: esso dice: «I giovani socialisti, considerando le diversità di concezione, di metodo, di dottrina, riguardanti l’antimilitarismo, i rapporti col partito e le organizzazioni economiche, rivelatesi fra le frazioni formatesi al Congresso, approvano la divisione dai sindacalisti, da loro stessi proposta».
I giovani socialisti si riunirono a Congresso, il primo della nuova Federazione, a Bologna il 25 settembre 1907, e cominciarono a meglio qualificare la loro posizione. Fu ribadito che si poneva «termine all’equivoco, dividendosi dai sindacalisti che hanno programma anarchista», e si fondò la Federazione nazionale giovanile aderente al partito socialista italiano. Nella unanimità di quel Congresso furono adottati alcuni voti di primo orientamento. Sull’antimilitarismo si affermò che si dovesse fare propaganda perché, nei conflitti tra capitale e lavoro, i soldati non eseguissero mai l’ordine di sparare sugli scioperanti, e circa l’azione internazionale ci si richiamò a quella dei partiti socialisti, pur invocando la possibilità di una «simultanea azione» dei soldati dei vari Paesi belligeranti.
Sull’anticlericalismo si fece anche riferimento alla politica del partito, ma non si tacque sul problema religioso, affermando la necessità di «propagandare la gioventù specialmente onde non si renda mancipia e serva alle pratiche religiose». Forma ingenua, ma contenuto reciso.
Sui rapporti con le organizzazioni economiche, si sancì l’obbligo dei giovani socialisti d’essere militanti sindacali, sempre in armonia col partito.
Fu poi votata una mozione programmatica un po’ generica, che ribadiva i concetti già accennati.
Il II Congresso ebbe luogo a Reggio Emilia nell’agosto 1908. Vanno notate alcune interessanti tesi. Si decide che non si possano ammettere i «democratici cristiani» e si delibera di respingere le domande di «cattolici militanti» invitando il partito a fare altrettanto; primo esempio di anticipazione sul partito ancora retto da elementi di destra. In altro voto si parla di propaganda «socialista, razionalista, antireligiosa». Per l’antimilitarismo, la formulazione migliore è quella sulla necessità di un’«opera preparatoria nel proletariato affinché sia pronto ad impedire le guerre ricorrendo a qualunque mezzo... in conformità ai deliberati del Congresso di Stoccarda» del 1907; richiamo tanto più notevole in quanto, al Congresso del settembre dello stesso anno, il partito «adulto» non troverà neppure il tempo di discutere di «socialismo e antimilitarismo», e Bacci dovrà quindi ritirare la sua mozione su questo tema, che d’altra parte non faceva cenno dei deliberati di Stoccarda, in cui non solo si chiamava il proletariato alla lotta contro la guerra, ma si legava indissolubilmente quest’ultima alla lotta per l’abbattimento della dominazione capitalistica.
È però da notare in questo Congresso che si sente ancora come il riformismo domini il socialismo italiano, anche perché si è a Reggio Emilia ove la organizzazione dei giovani è tanto diffusa, quanto influenzata, a differenza di ogni altra parte d’Italia, dalla tendenza di destra. Vi sono infatti due ordini del giorno sull’indirizzo del giornale «Avanguardia». Quello di destra è del reggiano Bonini, che vuole scolorire e minimizzare il tono degli scritti del giornale, riducendolo alla funzione educativa dei giovani operai ancora immaturi; e questo ordine del giorno prevale con 131 voti di maggioranza. Di sinistra è l’o.d.g. Consani, che sottolinea il carattere politico e di battaglia dell’organo dei giovani. L’abile Arturo Vella, che sente di non avere una sicura maggioranza, propone un’aggiunta sui «rapporti col Partito», nella quale, non contrastando la tesi che il movimento giovanile non vuole essere un nuovo partito, si dice che il pensiero delle giovani reclute di oggi «sarà l’azione del partito di domani».
Già si sapeva che la dirigenza di destra del partito tendeva a liquidare le sezioni giovanili, troppo rivoluzionarie, e ad assorbirle nei quadri «adulti», come piuttosto filisteisticamente si diceva.
Importante è il Congresso giovanile del settembre 1910 a Firenze, successivo a quello tenuto nella stessa città dal partito nel settembre 1908, che aveva visto i marxisti rivoluzionari finalmente misurarsi da soli contro il riformismo e l’integralismo, avendo nello stesso tempo saputo svincolarsi da ogni simpatia per il sindacalismo alla Sorel. Mentre solo a Milano nell’ottobre 1910 i rivoluzionari saranno i più forti nel partito, e solo a Modena nel 1911 ne conquisteranno il controllo, i giovani già alla vigilia del Congresso «adulto» di Milano mostrano chiaramente la loro tendenza, benché lo si scorga solo in vari passi dei molti deliberati.
L’«Avanguardia» da tempo combatteva la destra riformista, e l’indirizzo ne viene approvato con ben 2.033 voti a Bertieri contro 944 a Consani. L’ordine del giorno vincente dice fra l’altro «che l’«Avanguardia» fu spesso di incitamento e di stimolo efficace al partito, specialmente per indurlo ad una azione più efficace nel campo dell’antimilitarismo e dell’internazionalismo».
Non molto significativo il voto sull’organizzazione e propaganda del destro Demos Altobelli, e non felice un’aggiunta di un brillante compagno, Sole, che vuole che la gioventù «non si esaurisca in polemiche di tendenza».
Buone tesi sono enunciate sull’antimilitarismo: «la concezione borghese di patria altro non è che la giustificazione ufficiale dei delitti e delle nefandezze commesse dal militarismo attraverso la storia dei secoli» – e ancora, sia pure con una certa ingenuità di formulazione: «Intensificare maggiormente la propaganda antimilitarista e antipatriottica nelle famiglie, in modo che queste educhino i loro figli all’amore e non all’odio, in special modo poi tra i futuri coscritti, essendo infame e fratricida il figlio del popolo che spara sul popolo»,- «combattere con tutti i mezzi la propaganda irredentista che cerca spingere ad una guerra due grandi nazioni, e ricorrere a qualunque estremo pur di impedire l’assassinio legale di migliaia di esseri umani» - «far vive pressioni sul partito» per indurre il gruppo parlamentare «ad un’attiva azione per la riduzione delle spese militari e a riaffermare le idealità antipatriottiche ed internazionaliste del partito socialista».
Anche sull’azione anticlericale vi sono affermazioni notevoli. «I giovani, oltre a fare dell’anticlericalismo (che è divenuto una specie di sport per una parte della borghesia) devono compiere una assidua azione antireligiosa» - «il sentimento religioso è un pregiudizio tendente ad asservire le coscienze alla rassegnazione passiva e alla rinuncia del bene nella vita... specie nella donna...» - «l’anticlericalismo dei giovani socialisti deve essere ispirato ai genuini concetti di classe». E, a conclusione, si decide di espellere chiunque compia «pratiche religiose, che sono in aperto contrasto con le idealità finali del socialismo». E si ribadisce il rifiuto dei cristiano-sociali che in quel torno, avversatissimi dalla chiesa, apparivano in Italia. Il voto è teoricamente chiaro, né lo è meno quello sulla massoneria; esso chiede che il partito escluda i massoni, e lo decide senz’altro per le file dei giovani.
Sarebbe interessante dare i voti su giovani socialisti e sport. È respinto l’o.d.g. Sgai che vorrebbe esclusi gli sportivi. Si protesta perché i giornali socialisti danno posto a rubriche sportive. Notevole un testo di Sole: «riconoscendo per altro che il socialismo tende ad infondere nell’animo umano l’amore per la vita, per la bellezza e per il godimento, contro le concezioni religiose che si inspirano alla rinunzia e al desiderio del dissolvimento», invita i circoli giovanili ad organizzare, «con avvedutezza e serietà di propositi, delle feste che, mentre in un giorno di spensieratezza di gioia e di istruzione sollevano lo spirito e lo rinfrancano dalla quotidiana aspra lotta, distolgano i compagni dai comuni divertimenti che fomentano il vizio e pervertiscono l’animo; ringiovaniscono e temprano il corpo, dal cui stato fisico in gran parte prendono forza e vigoria le idee». Una vera felice formulazione del non facile punto.
Un bell’ordine del giorno di Romita contro la istituzione monarchica «deplora il tacito riconoscimento della monarchia di molti compagni», e una non meno felice aggiunta di Consani «dichiara di dividere ogni attività da quella del partito repubblicano, che ha origine e programma eminentemente borghesi, e in recenti occasioni ha fatto opera di divisione e di crumiraggio nel movimento operaio». Poche parole, queste, che stanno a posto nell’archivio della sinistra.
Un onesto o.d.g. sul movimento operaio, di Baldoni, parte dalla esatta premessa «che il movimento economico è la base su cui deve sorgere e svilupparsi il movimento politico, che ne costituisce l’anima, la guida, l’ispiratore, onde i due movimenti si integrano e completano a vicenda». Una buona aggiunta sul diritto di sciopero nei pubblici servizi si basa sull’ovvia tesi «che nella società borghese non si può ritenere che lo Stato rappresenti la collettività».
Chiudiamo con una buona tesi nel voto sulla donna: «il vuoto programma politico delle femministe borghesi non può confondersi col nostro femminismo materiato di interessi economici» e «improntato alle finalità socialiste e all’azione della lotta di classe».
A questo laborioso Congresso ne segue uno a Bologna nel settembre 1912, successivo a quello del partito a Reggio Emilia in luglio nel quale i riformisti di destra erano stati espulsi. I giovani sono oramai all’unisono con l’estrema tendenza rivoluzionaria. Nel Congresso del partito si era finalmente fatta giustizia della propensione a liquidare l’organizzazione giovanile. In quell’occasione i delegati dei giovani avevano dovuto convincere con una certa fatica qualche sinistro «adulto» ad abbandonare tale ubbia: ricordiamo il passo che si dovette fare presso l’arcigno Serrati.
Siamo però sempre in Emilia e i riformisti, sia pure non dichiarandosi, tentano di battersi contro la sinistra. Passa alla unanimità l’o.d.g. Borni e Rainoni che approva la relazione del C.C. Ma la battaglia si accende sull’«Avanguardia», che aveva sempre apertamente sostenuto la sinistra rivoluzionaria. I sinistri battono con 2730 voti contro ben 2465 l’o.d.g. del torinese Tasca. Quello approvato dice fra l’altro che il movimento giovanile «oltre ad una missione di propaganda e cultura ha anche essenzialmente un carattere politico e di battaglia antiborghese... e di combattimento». Sui rapporti col partito si ha una più netta vittoria nel prendere atto che è caduta «la proposta della passata direzione del partito per l’incameramento (sic) dei circoli giovanili»; 3412 voti contro 1428. Riconfermati i voti antimilitaristi e antimassonici, il congresso non avrà più posto per un altro certame di voti, esercitazione a cui noi da ben mezzo secolo abbiamo tolto ogni valore, anche interno.
Vi sarà però un intenso e vibrante dibattito sul tema che quindi prese il nome rimasto famoso di culturismo e anticulturismo (si vedano i testi 1-2 nella seconda parte).
Fu Tasca a battersi, sostenuto dai reggiani, per la versione culturale del movimento giovanile e anche non giovanile. Queste posizioni del lontano 1912 sono della massima importanza. In esse, Tasca è il precursore del gramscismo od ordinovismo, che si manifestò nel 1919 dopo la guerra e si fece scambiare per una corrente di sinistra mentre era dalla nascita l’opposto.
La battaglia degli anticulturisti, lasciando passare il non molto bell’aggettivo, non fu facile. Essa era l’acme del vero sganciamento in Italia del marxismo materialista dalle seduzioni tremende dell’illuminismo demo-borghese. Converrà, nell’appendice a queste cronache, riportare le due mozioni, e una vivace polemica che seguì nel giornale di Salvemini, l’«Unità». Salvemini era, come si sa, un riformista, e quindi anche lui culturista e problemista, anzi forse il padre spirituale di tutti costoro; ma non era certo... incolto.
Tra gli enunciati di Tasca, sono ora da rilevare questi (che per verità prendiamo dalle conclusioni del relatore Casciani): «Funzione preparativa... di educazione e cultura, volta allo scopo di... ingentilire ed elevare l’anima e la mente con una istruzione generica letteraria e scientifica... creare competenti organizzatori e buoni produttori (sic) mediante un’opera di elevamento e perfezionamento tecnico professionale, senza il quale non sarà realizzabile la rivoluzione socialista... e curare la iscrizione dei giovani socialisti nelle associazioni di cultura... ».
Opposte le conclusioni del relatore della sinistra; e che non fossero conclusioni occasionali o contingenti risulta da più testi riprodotti nella seconda parte di questo volume.
In sostanza, alla serie: studio, professione di opinione socialista, attività politica, è opposta la serie che davvero risponde al materialismo determinista: inferiorità di classe ed economica, ribellione istintiva, azione violenta, sentimento e fede socialista e, nel partito che affascia i singoli: dottrina cosciente della rivoluzione. Erano le tesi che Lenin, allora a noi ignoto, aveva nel 1903 affermato.
La scuola borghese anche se laica e democratica oggi è cattolica!! è la più potente arma di conservazione - il nostro scopo é opposto ai sistemi di educazione borghesi: creare giovani liberi da ogni forma di pregiudizio, «decisi a lavorare alla trasformazione delle basi economiche della società, pronti a sacrificare nell’azione rivoluzionaria ogni interesse individuale» - respingere ogni «definizione scolastica del nostro movimento e ogni discussione sulla sua cosiddetta funzione tecnica squisito ordinovismo anti-letterali».
E ancora: «l’educazione dei giovani si fa più nell’azione che nello studio regolato da sistemi e norme quasi burocratiche».
La conclusione finale è: evitare l’ambiente borghese, vivere in un ambiente rivoluzionario di classe e di partito, agire e lottare anche nei sindacati per il fine politico delle massime conquiste.
Questo assai notevole dibattito, che anche fra la corrente estrema trovò qualche difficoltà iniziale ad essere rettamente valutato, ebbe grande eco nella stampa del partito, con contributo massimo all’azione per ricondurre il movimento italiano sulla via rivoluzionaria (1).
Ritorneremo sull’influenza dei giovani, della loro federazione e del loro giornale, quando tratteremo del periodo della prima guerra mondiale: influenza che fu fondamentale e forse determinante.
13. L’ultimo Congresso socialista
prima della guerra
Fu quello di Ancona del 26-29 aprile 1914. Il nuovo atteggiamento del partito e del suo battagliero giornale «Avanti!» aveva trascinato l’adesione più entusiastica del proletariato italiano, che reagiva alle gesta imperialistiche della guerra di Libia con una vivissima attività di classe. Nell’ottobre-novembre 1913 vi furono le elezioni politiche, affrontate con criteri di vigorosa agitazione socialista e non di programma di natura parlamentare. La scissione di Reggio aveva ridotto il gruppo da 33 a 26 deputati, avendo gli altri sette fatto blocco nel partito riformista o «del lavoro» con i quattro espulsi. Ne furono eletti 53, di cui 13 nei ballottaggi, mentre i riformisti tornavano alla Camera in 26; in gran parte del Sud. Napoli era il focolaio di una situazione gravemente opportunista che fu uno dei centri dell’attenzione del Congresso e contro la quale si batteva da tempo - come vedremo nel capitolo successivo - l’estrema sinistra, in gran parte formata da giovani.
Lazzari riferì per la Direzione, tra il generale consenso, sostenendo la sua formula tradizionale di un trentennio: l’obiettivo dei socialisti è l’espropriazione economica e politica della classe dominante, ed essi devono in tutte le loro azioni battere in breccia «il regime politico che mantiene l’ordine costituito della proprietà e del capitale». La formula era esatta, ma non conteneva il chiaro sviluppo delle svolte storiche della lotta politica ed economica, ossia l’idea e il programma di fatto della dittatura del proletariato, organo della trasformazione sociale. Mussolini riferì per il quotidiano. Il partito era giunto a 50 mila tessere, e da Reggio l’«Avanti!» aveva triplicato la tiratura.
Già nel dibattito sulle relazioni i napoletani si scontrarono, e la sinistra svolse il suo concetto che, essendo lo stato borghese di Roma il nemico centrale da abbattere, il metodo doveva essere unitario, ed anzi più intransigente ove le condizioni della società locale sembravano richiedere una fase ulteriore di sviluppo del liberalismo. Infatti, la massa dei deputati del Sud era la forza di manovra della borghesia italiana in Parlamento, e la posizione non classista del partito nel Sud il maggior pericolo per stroncare l’audacia dei movimenti operai nelle regioni più ricche. Quindi la radicale negazione che nel Mezzogiorno si dovesse seguire uno «speciale» metodo socialista mentre, in tutto il paese, unico era il nemico da travolgere: lo Stato centrale.
Le relazioni furono approvate per acclamazione e la parte che attribuiva i successi del partito al metodo rivoluzionario a grande maggioranza, dopo le critiche, quasi senza eco, di Treves contro il preteso neo-idealismo della corrente di sinistra.
Anche in questo Congresso furono importantissime le riunioni della frazione di maggioranza delle quali non si possiedono verbali. La prima cosa decisa fu l’inversione dell’ordine del giorno per discutere subito e finalmente, dopo gli annosi rinvii, la condanna della massoneria. Ciarlantini portò la proposta al Congresso, che approvò. Anche qui si dovette reagire alla debolezza dell’ordine del giorno che era nella coppia di relatori Mussolini-Zibordi, un rivoluzionario (allora) ed un riformista (sempre) di sinistra. Esso conteneva la dichiarazione di incompatibilità, ma vi mancava il meglio, ossia l’invito alle sezioni di espellere i massoni. Nel breve ma lucidissimo discorso su questo tema, Mussolini ricordò: «Il socialismo è un problema di classe. Anzi, è il solo, unico problema di un’unica, sola classe, la classe proletaria. Solo in questo senso Marx ha detto che il socialismo è anche un problema umano: la classe proletaria rappresenta tutta l’umanità e col suo trionfo abolisce le classi. Ma non possiamo confondere il nostro umanitarismo con l’altro umanitarismo elastico, vacuo, illogico, propugnato dalla massoneria». Disse che altro è l’anticlericalismo massonico di tipo razionalista, e altro l’anticlericalismo di classe proprio del partito. Ma, anche questa volta, si scordò del codicillo di frazione: lo si dovette chiamare dai banchi, ed egli lo lesse tra un uragano di applausi e lo stupore del buon Zibordi, che dovette fare buon viso. Infatti, l’ordine del giorno che si fermava all’incompatibilità dottrinale ebbe 2.296 voti e quello rivoluzionario 27.378, mentre 2.185 furono per un ambiguo disinteressamento, e soli 1.819 per la compatibilità. Nonostante lunghissimi anni di intrigo, la lue massonica era stata estirpata. Va detto che da sempre i turatiani puri l’avevano condannata.
Seguì la grande battaglia delle elezioni amministrative. I punti sostenuti dalla sinistra al Congresso furono soprattutto due (2). Anzitutto, le condizioni di arretratezza del Meridione nel processo di differenziazione delle classi sociali non solo non giustificavano una tattica diversa da quella generale del Partito, ma ne imponevano una sola comune a tutto il Partito: se infatti questo «vuole dare opera a rompere la compagine borghese che, avvalendosi dell’incoscienza politica del popolo meridionale, mantiene lo sfruttamento su tutto il proletariato italiano, deve stabilire una tattica unitaria e sforzarsi di inquadrare anche le piccole falangi dell’esercito socialista meridionale entro i confini precisi di un programma di classe».
In secondo luogo, bisognava reagire con la massima vigoria ad una prassi che contrabbandava nel partito, attraverso le elezioni amministrative, la famosa questione morale: «Invertiremmo la nostra propaganda - si gridò dai banchi della sinistra - tuonando contro i soli borghesi ladri o disonesti e facendo dimenticare al proletariato che esso è quotidianamente vittima di un altro furto ben maggiore che non sia quello che si può compiere nelle amministrazioni locali, cioè il continuo furto che la borghesia esercita su di lui sfruttandone il lavoro nei campi e nelle officine... Quando si fa la questione morale, essa assorbe tutte le altre; essa diventa pregiudiziale; essa ci conduce alla solidarietà degli onesti di tutti i partiti e di tutte le classi... Il nostro non è un processo paziente di ricostituzione dell’organismo in disfacimento della società attuale, è un processo di demolizione di tutta l’organizzazione sociale presente».
I meridionali localisti si difesero contro l’attacco con un abile discorso del forte oratore Lucci. Modigliani, abilmente anche lui, si disse ultra-intransigente, ma propose che si ammettessero liste di accordo tra partiti e sindacati confederali. Su questo punto, sebbene brevemente, rispose Serrati, opponendosi «e per l’interesse dell’organizzazione economica e per l’interesse di quella politica», e osservando che, se la tesi di Modigliani era accettata, il partito rischiava di essere «controllato dagli incontrollabili, di dover essere giudicato nel proprio programma... da coloro... che non sono nelle nostre file». Dietro la barba di Modigliani, egli disse di vedere la barba dell’ex-compagno Bonomi, cioè lo spettro del cooperativismo, del partito del lavoro, dell’operaismo.
Oggi sappiamo il bilancio futuro della vita di Serrati, ma è certo che in quell’occasione egli toccò un punto essenziale della vera posizione dei marxisti di sinistra, non sempre a tutti chiara. Un altro cenno se ne trova nel discorso dell’allora sinistro Ciarlantini, capo del sindacato dei maestri, benemerita organizzazione di categoria, che non solo difese la lotta del Comune contro lo Stato capitalistico, ma condannò la formula demagogica e massonica della scuola primaria allo Stato e non al Comune, ribattendo il luogo banale che sono i preti a volere l’autonomia della scuola. Gli opportunisti 1963 confermano che l’errore è ancora vivo: anche qui, tutto da rifare.
A Napoli, ad esempio, vi era stata per il bloccardismo amministrativo una prova sperimentale di fatto (altro che dogmatismi!) nella confluenza nel popolaresco blocco (che nel giugno vinse) di massoni, riformisti di destra e sindacalisti rivoluzionari, tutti fuorusciti dal partito che, da loro sputacchiato, seppe cacciarli via a pedate. La pedata nel sedere al traditore è un fatto fisico che segna il corso storico, ed è inutile deriderla perché «teorica». Altri la assaggiarono dopo, e il cammino della rivoluzione ne fu e ne sarà segnato. Ma una buona regola, che abbiamo tratta da ben più di mezzo secolo di esecuzioni, è che vanno fatte su un deretano vivo, non morto.
Modigliani ebbe 3.214 voti, Mazzoni (per alcune deroghe) 8.584 e Ratti per l’intransigenza assoluta 22.591. Anche per i blocchi amministrativi era la fine.
Queste due battaglie esaurirono le energie del Congresso, che aveva altri argomenti da trattare, come l’atteggiamento della Confederazione del Lavoro che, sebbene apparsa sul banco degli accusati nei tre congressi precedenti ed anche in questo, aveva continuato, prima, durante e dopo la guerra libica, ad agire in modo divergente dal partito senza che la direzione, in nome della solita abusata unità, intervenisse a richiamarla all’ordine. La sinistra della frazione intransigente - come risulta dall’organo centrale del Partito e da quello della Federazione giovanile - era ripetutamente insorta contro questo andazzo, e valga per tutti un articolo sull’«Avanti!» dell’agosto 1913 (L’unità proletaria), in cui si ricorda che:
«il voto di Reggio Emilia rappresentava non il linciaggio di alcuni uomini, ma la critica ad un metodo incoraggiato e voluto da tutti quelli che hanno dato al proletariato un’anima riformistica e prettamente egoistica... Che i socialisti debbano favorire lo sviluppo e l’ascensione del movimento di resistenza, il quale non può essere florido e robusto se non riunisce nei suoi quadri un numero sempre maggiore di organizzati, nessuno lo pone in dubbio. Ma nel favorire lo sviluppo delle organizzazioni economiche noi socialisti non dobbiamo mai considerarle come finì a se stesse, bensì come mezzi per la propaganda e la futura realizzazione del socialismo. Ecco perché il nostro punto di vista non può coincidere con quello dei dirigenti e degli organizzatori del movimento operaio i quali (anche i sindacalisti del resto) vedono il sindacato come fine ultimo, si preoccupano solo del suo sviluppo e quindi anche della sua conservazione, e non sono disposti a comprometterla in lotte che trascendano gli obiettivi immediati e di categoria».
È un punto che dovrà essere riaffermato con estremo vigore nel dopoguerra, e purtroppo non sarà bastato ancora (vedi 1962-63!).
Soprattutto importante era tuttavia l’argomento dell’antimilitarismo. Nessuno presentì che pochi mesi dopo il tema sarebbe stato non attuale, ma tragico addirittura. Nell’assemblea di frazione i giovani della sinistra fecero notare che i due relatori erano stati poco felicemente scelti dalla direzione: il riformista Treves (certo intellettualmente qualificato) e il napoletano Fasulo, un sindacalista bloccardo e filo-massone che, in seguito al voto amministrativo, doveva lasciare il partito. Questo era facile prevederlo, ma non altrettanto facile era sapere che da arrabbiato antilibico si sarebbe svolto in socialpatriota. Cose da poco; ben più grave è che le proteste della frazione fossero versate nel seno di Mussolini, in cui ì giovani vedevano la suprema guida. Non si poté venire ad altra conclusione che il problema della guerra e della patria sarebbe stato trattato in un prossimo Congresso, per dargli una figura marxista radicale come si era fatto per gli altri.
Lo stesso ordine del giorno che la Federazione giovanile aggiunse a quello dei due relatori conteneva la condanna dell’imperialismo, ma difettava sulla difesa della patria, accennata male, a proposito dell’abolizione del servizio militare permanente.
Mussolini aveva promesso, e i giovani rossi partivano entusiasti per le lotte che dovevano venire e in realtà non mancarono nelle piazze.
Ma non venne il Congresso. Venne la guerra.
14. Le lotte socialiste a Napoli e
l’origine della sinistra
Se noi facciamo una storia per Congressi, siamo tuttavia convinti che per la rivoluzione comunista occorra qualcosa di più e di meglio dei congressi. Ma, se per lo studio delle esigenze future della rivoluzione è utile trarre conclusioni dalle vicende passate, anche di crisi profonde, noi ben dobbiamo ricordare che nel sottoporre a critica le decisioni di Reggio Emilia e di Ancona, anche in quanto inquadravano i temi allora trattati, eravamo sul filo del nostro compito. Infatti, se è giusto dire che il Partito Socialista Italiano, sezione della Seconda Internazionale, ben seppe con la sua avversione alla sinistra borghese, la sua intransigenza totale nelle elezioni, e la sua rottura con la massoneria e la mania delle «situazioni locali», porsi in una posizione migliore quanto a fedeltà alla dottrina e al metodo marxisti, che non altre sezioni europee dell’Internazionale, ciò non poteva e non doveva bastare, nel primo dopoguerra e nella formazione della Terza Internazionale - come vedremo in tutto il seguito per esagerare tali meriti fino al punto di assolvere la destra riformista d’anteguerra, contro la cui disperata resistenza quei successi furono conseguiti.
Tutto sarà evidente nei capitoli che seguono, e che riferiranno del comportamento del partito socialista italiano durante la guerra 1914-18 e delle lotte che nel suo seno si svolsero, con esito assai migliore che oltr’alpe, ma parimenti col delineare una netta frattura tra la corrente socialdemocratica e la nostra, comunista.
Noi non siamo i soli a scrivere la «storia della sinistra italiana» e delle origini del Partito Comunista (Livorno 1921). Da tutti gli altri cronisti ci distingue non solo la stretta preoccupazione della verità storica e delle vere testimonianze utili, ma anche il metodo. Il nostro (e non lo ripeteremo mai abbastanza) non si fonda su persone e su nomi più o meno noti alla voce popolare o di frequente ricorso nella «letteratura», che in argomento negli ultimi anni si è resa più fitta e forse meno falsaria. Anche quando di persone e nomi dobbiamo far uso per indicare errori, cattive impostazioni teoriche, ed anche episodi e manovre stigmatizzabili, dai quali si deriva la «teoria dell’opportunismo» (che allo svolto 1914 trova altra ondata di materiale clamoroso), a noi non interessano le colpe dei singoli, ma le cause storiche sociali.
Non poteva mancare, circa la storia delle origini della frazione di sinistra nel socialismo e nel comunismo in Italia, una serie di luoghi comuni. A quelli che si pascono di nomi di persone, di conflitti di gruppi o, peggio, di capigruppo e teste o cervelli del partito, non dedicheremo neppure un rigo, e nessuno spazio sciuperemo per arricchire l’aneddotica relativa ai grandi personaggi e ai nomi famosi, non si tema! Potremo contribuire a una sola aneddotica, e nemmeno questa per finì stuzzicanti la curiosità del lettore: quella delle fesserie e dei fessi, per lo più morti, e morti tali.
Ma non potremo tacere di quei luoghi comuni sulla sinistra trattata come leggenda, che pur nella loro insulsaggine si paludano di teoria e qualche volta hanno formula geografica.
La sinistra, e specie quella che, a parte la titolarità del brevetto che, a dir dei minchioni, potrebbe rivendicare chi la inventò, fu la frazione comunista «astensionista» (poi, si sa bene, battutissima sul terreno organizzativo e politico, ma, piaccia o non piaccia, non rimangiata mai dal suo gruppo di origine, vivo tutt’ora), la sinistra nacque nel mezzogiorno d’Italia e a Napoli. E qui gli specialisti dei luoghi comuni hanno gran pascolo: regione e città ove il capitalismo e il proletariato non erano sviluppati (tra le parole dell’ultragoffa moda di oggi, sviluppo è una di quelle che «fanno faville») e quindi non vi poteva allignare che una teoria deforme, piccolo-borghese, anarcoide, dai vuoti gesti sparafucilisti e barricadieri: un’espressione di questo rivoluzionarismo verboso sarebbe stata la frazione che nel 1919, anno di vitalità rivoluzionaria fino ad oggi massima, cercò di impedire a Roma e poi a Mosca l’infausto naufragio nella sbornia delle schede.
Questa è, a nostro avviso, una questione giudicata a posteriori, alla grande scala storica che vede il partito italiano e l’Internazionale di Mosca finiti nel disonore e nell’impotenza rivoluzionaria - se non in peggio, in una potente influenza controrivoluzionaria. E il trascorrere dei tempi renderà questo grave giudizio ancor più palese. Ma al punto in cui siamo, non è male vederla anche a priori, nella situazione del 1914, alla vigilia della prima guerra, e quando al Congresso di Ancona il vivace gruppo dei marxisti rivoluzionari napoletani traeva le conclusioni della lunga e violenta battaglia contro le supermanifestazioni dell’ignominia elettoralistica, che ha una storia di infamie ovunque e sempre, ma ha visto un apice della sua infetta patologia proprio a Napoli e nel primo novecento.
Ci fermeremo quindi a dare uno sguardo a questa cronistoria, sulla traccia di un opuscolo 1921 del Partito allora nato a Livorno, e che partiva da analogo testo del 1914 presentato al Congresso di Ancona dal «Circolo Socialista Rivoluzionario Carlo Marx» di Napoli, che aveva per vari anni lottato fuori dal P.S.I. solo perché questo riconosceva a Napoli una sezione da esso ritenuta non socialista, e che in quella occasione chiuse la sua violenta campagna contro i falsificatori del nome del partito e del programma socialista, da esso invece pienamente accettato e difeso (3).
È dunque un rapporto di fatti e di forze obiettive e materiali che lega in passi ulteriori la reazione alle antiche forme piccolo-borghesi del moto proletario, e la difesa dei valori nazionali ed internazionali del socialismo quali erano nel quadro storico di quel tempo, con la richiesta che tutto il Movimento mondiale si liberasse, dopo la guerra che sarebbe venuta, da ulteriori scorie antirivoluzionarie e prendesse la via, purtroppo nel dopoguerra e dopo la seconda guerra malamente spezzata, di rettifiche e drastiche selezioni ulteriori.
In Italia, dopo il 1860 e con l’inizio della forma parlamentare uscente appena dalle guerre e rivolte di liberazione nazionale, è chiaro che le prime forze operaie avevano per un certo tempo sostenuto la sinistra borghese liberale e radical-democratica, cominciando in parte ad appoggiarsi al partito repubblicano per il suo contenuto anti-istituzionale. Si andava verso le basi della cosiddetta estrema sinistra dei decenni seguenti, di chiara posizione anticlericale. I cattolici, come è noto, per volere papale disconoscevano il nuovo potere di Roma e boicottavano le elezioni politiche, ma non quelle amministrative dove bloccavano con la destra borghese (clerico-moderati).
Napoli e il Mezzogiorno in genere, a parte i residui borbonici, furono subito utili appoggi del famoso ma non organizzato «grande» partito liberale, forma letteraria più che politica, e rifugio delle forze delle classi medie e della intellighenzia. Se in Italia vi è da un secolo una peste, è l’intelligenza, che se è fosforescente, lo è tanto da non obliare quando convenga farsi mantenere da Roma e succhiare i deliziosi «soldi do’ Govierno». Questi rapporti sociali valgono anche oggi, e sono tanto più fetidi. Ma, se in «Italia di sotto» non è potuta nascere una borghesia in grado di farsi mantenere dal suo proletariato indigeno, questo è un guaio che non si risolve nell’ambito del Meridione, ma è funzione di tutto il decorso dello Stato capitalistico nazionale, e del capitalismo mondiale. Dunque non si risolve nemmeno nell’ambito nazionale. Forse una lotta di classe autoctona sarebbe sorta se fosse rimasto il re Borbone al posto del Sabaudo e della repubblichetta di oggi, mezzo vaticana.
A Napoli fino al 1900 aveva dominato il partito liberale di sinistra, ma verso l’ultimo decennio del secolo scorso, a parte il suo gioco in parlamento, contraddistinto da un permanente «affittasi» (o SI LOCA, alla partenopea), nelle amministrazioni locali esso aveva fatto, come giù si dice, «carne di porco» beffandosi largamente, nel protezionismo delle conventicole e clientele galoppinesche, della legge comune.
Gli oppositori clerico-moderati all’amministrazione comunale di Summonte ebbero facile gioco nel sollevare pregiudizialmente la questione morale! A Napoli esisteva un piccolo movimento proletario e socialista il quale traeva le sue origini dalla prima sezione dell’Internazionale fondata a Napoli da Michele Bakunin nel 1870, con scarse e sporadiche penetrazioni del metodo marxista nel tempo posteriore, tanto che un non disprezzabile gruppo di giovani studiosi delle questioni sociali non tarderà a indirizzarsi, recandovi non trascurabili contributi, verso la dottrina sindacalista di Giorgio Sorel, chiaramente derivata in Francia dal proudhonismo e dal bakuninismo.
Questo gruppo, irrobustito dalle prove offerte dalle masse lavoratrici nei moti del 1898, in cui i poteri di Roma ebbero non poco da fare per mantenere lo stato d’assedio nella Napoli ribelle, fondò un suo combattivo foglio dal titolo ben scelto: «La Propaganda».
Tra il 1898 e il 1900, bersaglio degli strali del giornale socialista fu l’amministrazione liberale, e quindi lo stesso si trovò dalla medesima parte della barricata con i clerico-moderati di cui abbiamo detto, e che allora passavano per «partito degli onesti».
A chi allora fosse all’ABC del marxismo, già doveva sembrare balorda questa scelta tra il partito dei borghesi onesti e quello dei non onesti: eppure, dopo tanti e tanti decenni la formula è oggi ancora agitata e sfruttata dai partiti, che come allora ne fanno moneta di grande successo presso le masse. O sventuratissime masse!
Dato che passeremo subito alla critica del blocco «a sinistra», motivato con lo stessissimo argomento della barbosa questione morale, vogliamo subito dire che il bloccardismo nasce, nella bella Italia del Sud, come milazzismo, ossia come fronte unico da sinistra e da destra contro il centro. Nel 1900 a Napoli il centro era il liberale Summonte, a Palermo anni fa era la non meno abbarbicata al potere democrazia cristiana, e in fondo anche dopo le ultime elezioni 1962 a Napoli probabilmente un poco di neo-milazzismo sarebbe la sola formula di uscita, dato che nessuna delle tre forze può tener da sola l’amministrazione della città, e dato che dal punto di vista morale, locale e tecnico (soliti motivi in chiave di politica municipale) il peggio di tutto è da attendersi da un governo comunale tenuto dal partito del governo centrale di Roma, italica Capitale del superintrallazzo, devastante le città sottosviluppate col maneggio sordido delle sovvenzioni dello Stato, che in forma democratica, o podestarile, o commissariale, emana lo stesso fetore.
Un pezzo grosso del partito di Summonte, Alberto Agnello Casale - per tornare ai nostri napoletani e al nostro svolto di secolo - aveva come avversario nel collegio politico di Avvocata l’allora radicale, poi socialista, Carlo Altobelli, appoggiato dalla «Propaganda». Questa stampò che Casale era un ladro; vi fu querela, processo memorabile, assoluzione. Vittoria dunque del socialismo, sancita dal magistrato dello Stato borghese.
La cosa fece allora colpo immenso, e sullo slancio si svolsero le elezioni amministrative del 1902 da cui fu abbattuta l’amministrazione liberale e massonica Casale-Summonte, che Giolitti da Roma aveva già deciso di giustiziare, disponendo la celebre inchiesta condotta dal funzionario integerrimo Saredo, vero piemontese superpignolo che mise alla luce miriadi di sgarri. Dalle elezioni 1902 uscì vittoriosa la maggioranza clerico-moderata, con una forte minoranza socialista.
Ma da questo momento il «partito degli onesti» cambia posizione geografica, e la sentina della corruzione diviene la nuova amministrazione clericale di Del Carretto, Rodinò ed altri. La posizione di minoranza è scomoda per tutto quello che non sia la pratica delle virtù civica e il rispetto del codice penale, e si comincia ad agitare la nuova finalità della conquista della maggioranza nel Comune, cosa che non si sarebbe mai potuta fare con le sole forze del partito socialista. Scontata dunque la vittoria del blocco antiliberale, si comincia a pianificare la costruzione di un nuovo blocco, questa volta anticlericale, in cui alle forze socialiste si sarebbero dovute aggiungere quelle di altri partiti di estrema sinistra. Ma questi erano i radicali e i repubblicani, pochini anche a Napoli, e l’edificio bloccardo si dovette erigere su ben più larghe fondazioni.
Il documentato opuscolo dei comunisti di sinistra mostra chiaramente quali furono queste basi: prima la Massoneria, che tendeva tutta la rete e primeggiava nelle manovre del suo lavoro sotterraneo ed infido, soprattutto corrompendo con promesse di rapida carriera i giovani cui garantiva una misteriosa protezione; poi il governo Giolitti, che, nella completa e nota assenza di principi, trescava in molte zone coi cattolici (e infine li ripescò col celebre patto Gentiloni del 1913), ma in altre, come a Napoli, favoriva il gioco dei blocchi anticlericali.
Qui cade acconcio confrontare le tappe della costituzione del blocco, che a Napoli, dopo le elezioni del 1910, doveva prendere la forma inaudita di blocco permanente, con le vicende delle questioni di tendenza di cui abbiamo dato la storia per il movimento socialista nazionale di quei medesimi anni.
A Ferrara nel 1907, come sappiamo, i sindacalisti escono dal partito socialista. Quasi tutta la sezione di Napoli li segue, e si costituisce in gruppo sindacalista, conservando il giornale «La Propaganda» e la Borsa del Lavoro (chiamata Borsa e non Camera, all’uso dei francesi).
La sezione del partito rimane composta di elementi riformisti. Negli anni precedenti vi erano stati voti per i congressi in senso intransigente, ma i delegati avevano poi violato il mandato votando per la destra; elegante lavoro massonico. Questa sezione era preda sicura del bloccardismo, ma si poteva credere che così non sarebbe stato del «gruppo sindacalista» che per i suoi principi ideologici doveva agire, se non da anti-elezionista, almeno, come allora dicevasi, da «aelezionista». Avviene l’inaudito: Gruppo, Borsa del Lavoro, giornale, entrano a bandiere spiegate nel blocco. V’è un residuo di reazione del capo teorico dei sindacalisti, Arturo Labriola (futuro sindaco bloccardo), che dal Congresso di Bologna si scaglia contro quelli che «accodando le organizzazioni operaie ad un popolarissimo equivoco massonico avevano tratto vantaggi e guadagni personali». Seguono lettere ai giornali, annunzio di querele, ma il blocco resta e in non molto tempo attira Labriola. La cronaca sarebbe lunga, e val meglio dire: quanto è facile ben predicare, ma difficile ben razzolare!
Formatosi il blocco permanente con partiti e tipi di ogni risma, i socialisti rivoluzionari, appoggiati dai gruppi di provincia, nel 1912 uscirono dalla sezione, pur dichiarandosi parte del Partito Socialista Italiano e «confidando in una vittoria della frazione intransigente per la definitiva soluzione della quistione» ad opera degli organi direttivi del Partito, e fondarono il già citato «Circolo Socialista Rivoluzionario Carlo Marx».
Ma intanto, avendo detto di Labriola, bisogna dire della guerra di Tripoli. Malgrado la fiera opposizione condotta da tutto il partito, la corrotta sezione di Napoli tollerò che suoi membri consiglieri comunali facessero l’apologia dell’impresa coloniale. Diversa fu la faccenda tra i sindacalisti, anzi opposta: mentre Labriola (con lo stesso maneggio dei teoremi di dottrina) plaudiva alla guerra libica, la «Propaganda» condusse una violenta campagna contro di essa e subì processi clamorosi: attitudine che sarebbe stata lodevole, se non fosse servita ai finì del blocco massonico e ad imbrogliare le acque nelle questioni di organizzazione del partito. I sindacalisti di Napoli infatti si fusero coi socialisti della sezione riformista in una Unione Socialista strettamente legata al blocco e manovrata dai massoni. I sindacalisti della «Propaganda», non meno bloccardi e massoni, dissero che era stato il partito a spingersi a sinistra a Reggio Emilia, e che loro si erano degnati di entrarvi!
Nell’ottobre del 1912 i socialisti napoletani sostengono il massone Salvatore Girardi nel collegio di Montecalvario contro il clericale Marciano, e sconfessano la candidatura, posta dal «Gruppo Marx», di Todeschini. La direzione del Partito eletta a Reggio interviene fiaccamente. Nel 1913 vi fu un’agitazione contro il decreto catenaccio sui dazi di consumo, che doveva essere diretta contro Giolitti e invece fu aggiogata a un blocco peggio che elettorale, in quanto economico e comprendente associazioni borghesi commerciali! In quell’anno vi furono le elezioni generali politiche. Il partito aveva due soli deputati «iscritti», ossia Lucci e Sandulli, che riuscirono; ma non ebbe il coraggio di ripudiare gli «indipendenti» Altobelli, Labriola e Ciccotti che anzi furono dall’«Avanti!» gratificati del titolo di «validi ausiliari napoletani», mentre erano del tutto - e nel 1914 lo provarono – nell’orbita del blocco locale.
La preparazione di quest’ultimo batteva il pieno mentre si andava verso il Congresso di Ancona, le cui decisioni per la intransigenza amministrativa e contro i massoni abbiamo già riportate.
Nell’opuscolo del 1921 è anche descritto come si comportarono gruppi di partito e persone singole dopo il voto di Ancona. Ben pochi rimasero nel partito nazionale; i più seguirono la disciplina della sezione o «Unione»!
Si erano interposti altri eventi che trovano luogo nel seguito di questo volume: la guerra del 1914-18 che vide una minoranza di socialisti italiani sia pure numericamente trascurabile passare al social-sciovinismo: poi, dopo la fine della guerra, la divisione tra comunisti e socialdemocratici (tra cui massimalisti) che condusse alla scissione di Livorno ma, nel movimento di Napoli, fin dalla fine del 1918 si manifestò con la corrente astensionista, il cui dissenso vivacissimo con i comunisti «elezionisti» (come il Misiano) determinò una peculiare situazione nelle elezioni politiche del 1919 (partito socialista ancora unito) e del 1921.
Prendiamo dalla nostra fonte solo la storia dei famosi cinque onorevoli partenopei Lucci, Sandulli, Altobelli, Labriola e Ciccotti. Poi andremo oltre, trascurando molti fatterelli per quanto espressivi. Nel 1910 il P.S.I. elegge Misiano e Buozzi. In una lista indipendente è eletto il bloccardo Lucci, peraltro rimasto sempre avverso alla guerra. Il Sandulli finisce in altra lista indipendente «dell’orologio» col Bovio (camaleonte che non abbiamo voluto fare soggetto di storia e che ogni due mesi cambia tessera e finisce fascista). Il Labriola, ultra-interventista nella guerra, forma una lista dell’«Avanguardia». In essa va il preteso neutralista Ciccotti, che nel 1921 passerà direttamente a quella fascista, restando a terra come si dice in quel gergo. Altobelli durante la guerra non ebbe chiara posizione; pochi anni dopo morì.
Se dunque la genesi del partito comunista, che è il tema che ci preme, fu complessa in Italia, lo fu maggiormente a Napoli, specie se la seguiamo in cifre di voti ai congressi, in risultati elettorali, e in vicende di uomini ed esponenti.
Ma, se a noi interessa seguirla, è nella formazione del metodo e del programma rivoluzionario, nazionale e internazionale: aspetto che non è separabile da quello della guerra a fondo contro traditori e opportunisti.
Il movimento di Napoli paté dare un contributo che non si misurerà nemmeno nei tempi posteriori con «successi politici» e con rimorchio vantaggioso di maggioranze di seguaci, ma resterà fondamentale nel campo delle più vitali questioni di metodo del marxismo rivoluzionario. Questo contributo tanto meno lo si misura con l’apparizione di personaggi di rilievo eccezionale, di valenti scrittori, oratori, ed organizzatori, i cui nomi a noi non importano nulla, né nel nostro campo né in quello nemico.
Le gravi deviazioni e sbandamenti del movimento di classe del proletariato poterono essere scoperte e denunziate ed anche flagellate a fondo con risultati di rilievo - anche se l’opportunismo è bestia dura a morire e che a varie ondate risorge dalle ceneri e riesce a riformare una popolarità sciagurata intorno alle sue infami manovre -, perché fu chiaro che non si sarebbe mai trovata una difesa e una garanzia nell’apparente estremismo del metodo libertario del 1870 o in quello sindacalista soreliano del 1907. Queste forme «immediatiste» (che cioè negano l’inevitabile mediazione, tra il proletariato e la vittoria rivoluzionaria, della forma politica di partito, programma, potere e dittatura) sono la vera radice del falso estremismo di sinistra di cui i traditorissimi del tempo 1926-1963 osano trovare la prima origine nella sinistra italiana in seno all’Internazionale di Mosca, e nella corrente (poi frazione) comunista astensionista nata a Napoli nel 1918.
La storia fedele dei fatti viene per contro a dimostrare come la giusta critica rivolta agli anarchici nel 1892 e ai sindacalisti nel 1907, se pure teoricamente non perfetta ancora, salvò il socialismo italiano dal disastro del 1915, e come analogamente la formazione di una sinistra durante la guerra e dopo la guerra, anche rispetto al partito socialista, trovò nei gruppi marxisti di Napoli e di altri luoghi la forza di portarsi sulla stessa linea di dottrina e di storia su cui si trovano gli eventi dell’ottobre russo e le loro dottrine, dette bolscevismo e leninismo.
Queste coincidenze, attentamente diagnosticate in un’analisi storica, perché siano ancora utili domani quando nascerà la lotta contro un carognume di capi e di grandi uomini peggiore di quello che abbiamo presentato nella Napoli d’anteguerra, esigono che non sia data loro l’offesa di nomi e cognomi - nemmeno, soprattutto, ove se ne potessero trovare alcuni che nei fili del racconto non abbiano mai barattato, anche in non brevi vite individue, la teoria i principi e i metodi che tennero a guida dell’azione.
Non può sembrar strano che i nefasti del metodo parlamentare che nel partito italiano provocarono le drastiche sanzioni dei congressi di Reggio Emilia e di Ancona, e che, come vedremo, durante la prima guerra a talune riprese minacciarono di far saltare la buona politica del partito, là dove avevano determinato i fatti più vergognosi trovarono nell’esperienza collettiva dell’ala marxista del partito proletario la disposizione a tagliare quel male rovinoso alla radice, specie nel momento del dopoguerra in cui la storia mostrò di voler porre in Italia, in modo definitivo, l’antitesi tra la via legale e quella violenta verso il potere.
Più ancora importa rilevare che la proposta, che parve troppo spinta, partì da un ambiente in cui aveva mostrato il suo effetto più rovinoso il metodo destrissimo di porre avanti gli interessi locali contingenti e le famigerate questioni morali, e in cui il falso immediatismo di sinistra aveva già fatto bancarotta, mostrando il confluire negli stessi peccati delle derivazioni e tradizioni anarchiche o importazioni sindacaliste.
Il gruppo proletario marxista che constatò gli effetti di questa rovina e si levò contro di essa fu uno dei primi critici storici della fallacia di ogni estremismo paludato di attitudini di sinistra, nelle radici dei cui errori e bestemmie teoriche stette quel dispregio del partito, quel culto delle persone, della loro demagogia e del loro buffonesco gestire, che facilmente avevano e avrebbero ancora in altre lunghe fasi stordito le abbindolate e ingenue «masse», facili a vedere l’uomo dimenticando partiti e programmi e principi.
Val la pena di citare i postulati che, a modo di conclusione, il gruppo socialista rivoluzionario napoletano esponeva, sottoponendo al Congresso di Ancona:
«1) Risoluzione definitiva della situazione del Partito a Napoli, che si può conseguire solo dando mandato alla Direzione del Partito di sciogliere l’Unione Socialista Napoletana, per ricostituirla quindi sulla base del programma e dello statuto del Partito Socialista.
2) Negazione di qualunque autonomia locale nella tattica amministrativa, anche limitatissima, richiesta sotto il pretesto di particolari condizioni locali, e che in realtà andrebbe a sancire il fatto compiuto di tutto un sistema di impegni presi in qualche località antecedentemente al Congresso.
3) Recisa affermazione della incompatibilità tra massoneria e socialismo, anche in rapporto al fatto constatato che l’inquinamento massonico ha avvelenato nel suo sorgere, non sterile di vere speranze, il movimento socialista di gran parte del Mezzogiorno».
Il Congresso di Ancona, XIV del P.S.I., si era chiuso il 29 aprile del 1914 e il partito si preparava a una prova di forza, peraltro del tutto sul terreno legalitario, con le elezioni amministrative del giugno. La decisa intransigenza significava tuttavia che il partito, con liste proprie in tutti i comuni, e dopo la violenta sconfessione dei famigerati blocchi locali, popolari, anticlericali, e con lo sfondo turpe degli intrighi massonici, capolavoro della politica servile della classe media e della intellighenzia, eterno leccapiatti del padrone capitalista, avrebbe misurate le sue forze per una conferma della battaglia del 1913, cui avrebbe dato sapore l’insieme delle posizioni dei congressi, antibelliche, anticoloniali, antidinastiche, avendo tra i suoi avversari anche i rinnegati messi fuori a Reggio Emilia e ad Ancona.
Ma gli eventi della lotta di classe precorsero i tempi della lotta legalitaria. Il 7 giugno 1914, domenica, l’Italia borghese celebrava l’annuale festa dello Statuto. Gli estremisti convocarono una serie di comizi diretti contro il militarismo e contro le famose «compagnie di disciplina» contro le quali da anni battagliava la Federazione giovanile. Ad Ancona la manifestazione si fece alla «Villa Rossa», sede dei repubblicani, che in quella città erano forti, come gli anarchici. Avevano parlato alla folla Nenni, repubblicano, ed Enrico Malatesta, anarchico, con vivace tono antistituzionale. La folla dopo i discorsi defluiva verso il centro quando i carabinieri aprirono il fuoco: tre giovani operai caddero e molti furono feriti. Alla notizia divampò in tutta Italia un’ondata spontanea di indignazione. Prima che le organizzazioni decidessero lo sciopero, già i lavoratori erano nelle piazze, specie nelle Marche e in Romagna. Furono proclamate alcune ingenue repubbliche locali provvisorie (Spello di Perugia). Fra le grandi città si levarono Torino, Milano, Parma, Napoli e Firenze, dove la folla affrontò i conflitti a fuoco senza rinculare. Fu la formidabile «settimana rossa».
A questa aveva in primo luogo contribuito l’«Avanti!». Nel commentare i periodici eccidi proletari che hanno sempre distinta l’Italia democratica (o giovani, non vi era ancora fascismo, come non vi è più oggi, e Mussolini non aveva ancora scavalcato la barricata, ma di regola i fucili del costituzionalismo liberale e bloccardo squarciavano i petti di folle che chiedevano pane) il giornale socialista aveva più volte scritto: Al prossimo eccidio lo sciopero generale nazionale! Dopo le fucilate dalla Villa Rossa il proletariato non ebbe bisogno di disposizioni e di consegne: scese in azione.
Nel maggio la Confederazione Generale del Lavoro aveva tenuto il suo Congresso, in cui vinsero ancora i riformisti battuti nel partito (Mazzoni presentò un ordine del giorno antimassonico che fu respinto). Tuttavia, nel giugno i capi della Confederazione, loro malgrado, dovettero proclamare lo sciopero generale nazionale. Ma il 12 giugno, quando già i poteri statali e la borghesia sbigottivano, la C.G.L. rese loro uno dei suoi innumerevoli servigi; ordinò la fine dello sciopero generale. Violentissime polemiche seguirono nel partito a questo tradimento. Si trattava di un moto per eccellenza politico e non economico; solo il partito politico avrebbe dovuto dare il segnale dell’inizio e della fine eventuale, ma le idee non erano chiare, e da ciò una volta di più emerge la necessità della vera teoria rivoluzionaria. Era fresca la tradizione anarchica e sindacalista soreliana, secondo cui il sindacato ha per sua funzione la azione diretta e violenta e il partito quella legale. Il confusionismo degli indirizzi frustrò il generoso coraggio della classe operaia italiana.
Mussolini scrisse il 12 giugno, nel pubblicare il comunicato, che definì «fellone», della Confederazione sindacale, il famoso articolo Tregua d’armi (4). Commentatori o pretesi storiografi socialdemocratici dicono che questo violento articolo difettava di idee teoriche. La critica in parte può anche essere giusta, ma va detto in qual senso.
La posizione generale sollevò entusiasmi senza limiti. La partita tra le classi in lotta non si gioca a schede ma con le armi. Essa non era finita ma solo sospesa; la borghesia avrebbe rivisto in armi davanti a sé il suo avversario storico, e il giornale del partito di classe lo scriveva in tutte lettere, anche se a fianco dei capi sindacali pacifisti aveva giocato la preoccupaz ione schedaiola della destra del partito, che lamentava: Dopo questi estremi, gli elettori ci abbandoneranno. Non fu invece così, e poco dopo Benito scrisse un altro articolo: Barbarossa, padrone di Milano, quando i socialisti conquistarono il Comune. Scherzi della retorica; Barbarossa è un’immagine teutonica, antinazionale e antitaliana per eccellenza: ben lo ricordammo al loquace messere nelle polemiche di pochi mesi dopo.
Ciò non toglie che, nell’articolo, la contrapposizione tra guerra di Stati e guerra delle classi sia posta senz’ombre: credevate, urla il futuro Duce ai borghesi, che dopo la sacra unità della guerra tripolina scioperi non ne avreste più visti? Eccovi serviti.
I caratteri dello sciopero sono ben ribaditi: aggressivo, non di difesa; e fino a questo punto non è possibile negare all’autore una grande fedeltà all’ideologia marxista, tanto più se pensiamo al lurido fattaccio del mussolinismo di soli cinque (diciamo cinque) mesi dopo, tutto imperniato sul più sgangherato difesismo, della Francia, del «piccolo Belgio», della libertà, della democrazia mondiale!... Questo fatto di formulare giustamente una tesi vitale della dottrina, che possiamo scrivere: Funzione della rivoluzione proletaria è l’attacco e non la difesa, per la quale i petti dei lavoratori dovrebbero incassare piombo nelle varie «resistenze» dirette a salvare i sommi traguardi delle istituzioni capitalistiche; «fellonia» è il truccare l’offensiva da difesa di mentite conquiste storiche, essendo il proletariato in Marx la classe che nulla ha ancora conquistato, alla quale nessuno ha nulla ancora conquistato, e che deve tutto conquistare, come massa d’urto che travolga non solo tutte le precedenti istituzioni e forme storiche, ma soprattutto la più infame, la sua stessa natura di classe e la propria servitù; questo fatto storico, dunque, dell’articolo Tregua d’armi, in relazione all’altro dell’articolo uscito dalla stessa penna in ottobre 1914: «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante» - titolo tanto contorto quanto il primo era diritto come una spada - prova solo che non basta una volta intuire il marxismo rivoluzionario, ma bisogna avere il fegato di farlo per almeno tre generazioni.
La valutazione del moto della «Settimana rossa» è ancora validissima quando ne pone in rilievo l’estensione e la intensità. Per questa, lo sparafucilismo connaturato all’articolista rileva, con indubbio coraggio, le battaglie a colpi di arma da fuoco, l’assalto ai negozi di armaioli, gli incendi fatti fiammeggiare, «e non già delle gabelle», come nelle rivolte dei piccoli proprietari del Sud; e il grande grido: al Quirinale! al Quirinale! Ma, o messer Benito, potete dirci dalla tomba se il grido significasse: al Quirinale in stiffelius e tuba???
Per l’estensione del moto il commento è anche migliore; da un capo all’altro d’Italia, dalle officine industriali ai villaggi di campagna, dagli operai qualificati ai contadini e ai braccianti, a nessuno secondi; ed è valido questo saluto alla forza di classe del proletariato agrario italiano, che fascisti e antifascisti hanno nella stoffa lavorato insieme a castrare; e speriamo sempre, anche se finora invano, che un giorno quelle fiamme tornino a divampare.
Una rampogna va alla Confederazione Generale del Lavoro per aver decretato «inopinatamente e arbitrariamente, all’insaputa della direzione generale del partito, la cessazione dello sciopero allo scoccare delle sacramentali quarantotto ore», e ai ferrovieri che non scioperarono, il che se fosse avvenuto avrebbe fermato i movimenti delle forze di difesa borghesi. Valida rampogna, quest’ultima, a uno spirito di categoria che li teneva, anarchici o socialisti, nel loro sindacato non confederato a nessuno, facendo il gioco della destra confederale, pompiera e fellona.
Possiamo far grazia del resto dell’articolo, che non ci piacque mai. Il personalismo e l’estetismo vi hanno libero sfogo. Il moto è stato un preludio, anzi «un momento della sinfonia». Quale, l’Eroica? Quale dunque l’Eroe; Io, Benito? La nostra teoria sulla bellezza di questi Eroi è che, sempre che l’Eroe sorge e la massa in lui crede, in breve termine la rivoluzione resta fottuta.
L’articolo chiude con un attacco alla sinistra borghese, un accomunamento di Salandra con Bissolati come «nemici di domani», e la rivendicazione del moto al partito e all’«Avanti!», guastata solo dalla firma all’articolo. L’impegno (questo sì che richiedeva vero coraggio) a profittare della tregua, «breve o lunga non sappiamo», per il lavoro di preparazione del proletariato non doveva, ce lo stanno raccontando i fatti, resistere cinque mesi. Benito e Leonida insieme passarono caporali del regio esercito!
Chiusa la fase della settimana rossa, ebbero luogo le elezioni amministrative, e come abbiamo detto il partito non perdé voti per effetto dell’esperimento del metodo estremo e per la vigorosa repulsa dei voti dei partiti della sinistra popolare. È veramente caratteristico come la stessa interpretazione dei voti del 1914 è data da scrittori dell’opportunismo tipo Seconda Internazionale e da quelli che emanano dall’odierno partito comunista «ufficiale», vecchio corteggiatore di voti da qualunque parte vengano. Dato il metodo dei voti, e se non si ha lo stomaco di dire: Perdiamo tutti i voti e tutti i successi elettorali pur di non metterci in contrasto coi finì politici del partito, non resta che concludere che il voto di un puro proletario vale proprio quanto quello di un feccioso piccolo borghese o anche di un padrone capitalista. La democrazia è il regno antimarxista di quella quantità impotente in eterno a divenire qualità.
I ragionamenti dei citati signori sono davvero balordi. Si vinse a Milano e a Bologna, ma la ragione fu che i nomi dei candidati riformisti (tra essi erano persone che come compagni e come marxisti valevano assai meglio degli scribetti di oggi) avevano attirato molti voti dei ceti medi. La prova per Milano è addirittura spassosa. Il capolista avvocato Maino ebbe 34.876 voti mentre il rivoluzionario Mussolini fu «sconfitto» con 34.523. Dunque solo 353 voti di meno, l’uno per cento delle forze della lista! Non è questa una vittoria del partito del tempo, che otteneva votazioni così compatte e impersonali? Oggi i capoccia hanno milioni di voti, e i Pinco Pallino zero preferenze, perché così ordinano gli ignobili partiti a base di «migliori».
A Torino invece si perse dopo una lotta generosa e memorabile anche in un collegio politico ove non si volle portare Mussolini né Salvemini ma il semplice operaio Bonetto. Ed ecco i commentatori comunisti di oggi (quali ordinovisti, sono gli ultimi che possano capire Torino proletaria e la sua storia) ironizzare sulla vessata «intransigenza» per cui non si capì che a Torino prevalevano i piccoli borghesi e gli operai imborghesiti, o diffamatori del proletariato torinese?). Non vale la pena di perdere un seggio alla Camera e porre un semplice lavoratore (Mario Bonetto) contro il fumoso e odioso nazionalista Bevione?
Anche parlando di Lenin stesso, dovremo dire che era ingenua la sua idea che con lo scendere nelle elezioni si misuri il rapporto delle forze. Lenin è certo l’uomo che sembrò aver la ventura di sollevare sulle fragilissime spalle cento anni di storia portando l’immensa Russia dall’ultimo al primo posto nell’attingere la dittatura proletaria senza aver tollerata quella borghese, ossia a fare per prima quello che «avrebbe dovuto» fare per ultima. Un risultato che fu pagato a caro prezzo, avendo «sottesa» la fase più velenosa e verminosa del potere capitalistico: la piena democrazia parlamentare. La Russia, nell’epopea leninista, tracannò la coppa della libertà borghese nel giro di qualche mese. Vladimiro, colosso della storia, dette il segno che vi si doveva sputare dentro vomitando lo champagne inacidito nei rudi stomaci proletari; e la peste parlamentare non poté allignare.
Quando si trattò di troncarla in quell’Occidente dove aveva allignato fino in fondo e dove i ventri proletari erano stati domati dalla libidine addormentatrice dell’elettoralismo, il grande Lenin, convinto che la catastrofe capitalista in Europa e nel mondo più non potesse essere retroversa, pensò che si potesse sfidare il pericolo - troppo era più facile fare in Europa di ovest e magari in America lo stesso che si era fatto in Russia, giocando la storia di un secolo; e troppo son carogne quelli di oggi che pretendono ch’egli avesse fatto al resto del mondo il regalo di non subire la dittatura rossa disperditrice di assemblee democratiche a calci di fucile.
Marxista colossale, egli però non vide che una causa deterministicamente sicura - se mai ve ne saranno - non va difesa anche davanti a gente di mezza tacca dialettica con argomenti teoricamente non rigorosi, nemmeno per accelerare la presa di occasioni che la storia potrebbe allontanare; e pur di cacciare i rivoluzionari nei parlamenti adoperò anche argomenti a cui non nascondeva di non credere, come quello radicalmente nefasto della conta numerica delle opinioni. Fu fatto un grande sforzo per mostrargli qual’era la potenza storica del parlamentarismo borghese: i suoi occhi avevano tutti gli elementi del quadro, ma egli ritenne che la nostra forza di eversione sarebbe stata maggiore. Anche Trotsky era vissuto nell’Ovest e nemmeno lui vide bene la questione. Si andò nei parlamenti per buttarli di sotto. Sono ancora in piedi, e quelli che ci abbiamo mandati ragionano come se Lenin avesse sancita una norma letterale: Solo quando, contando i voti, avremo provato che la maggioranza è nostra, sarà il caso di pensare al potere! Quindi sono ripiombati in una teoria che è quella dei socialdemocratici classici. E di tutto il vigore che Vladimiro aveva ridato al marxismo, nulla è rimasto saldo. Importa marxisticamente chi ci culpa? No di certo, e non serve a nulla. Ma ci culpa anche lui.
Il nembo della guerra, che si addensava sull’Europa del 1914 all’apice delle contese elettorali, poteva sciogliere il nodo che serrava alla gola la classe operaia mondiale, e dare la parola alle armi, togliendola alle schede. Il tempo fu mancato, e il nodo si è fatto più stretto.
La borghesia che ha preso le armi due volte come Stati, e anche più volte come classe della società, nulla ci ha appreso, e le abbiamo ridato nelle mani il capo del cappio.
Se in Italia la vivace lotta contro la guerra libica del 1911 aveva costituito un’ottima prova per le forze proletarie, che già avevano una tradizione di battaglia contro le imprese etiopiche della fine del XIX secolo e le gesta del colonialismo, in tutto il quadro mondiale il primo decennio del nuovo secolo si preparava per varie manifestazioni a chiudere il periodo idillico degli ultimi decenni del precedente. Vi erano stati i contrasti per la espansione nel Mediterraneo occidentale, sistemati per il momento alla conferenza di Algesiras, e non pochi periodi di tensione fra Gran Bretagna e Russia in contrasto nel Medio-Oriente e in Asia, a parte la sanguinosa guerra russo-giapponese del 1905 che provocò la prima rivoluzione russa. L’attacco dell’Italia alla Turchia causò la rottura di quell’equilibrio balcanico faticosamente tessuto al Congresso di Berlino dopo la guerra turco-russa del 1878, e vi furono le due guerre balcaniche del 1912: la lega degli Stati soggetti contro la Turchia feudale, che fu vinta, e poi la nuova guerra tra i vincitori per togliere alla Bulgaria la parte del leone.
I fremiti di tutti questi conflitti tenevano in movimento sempre più critico la politica estera delle famose «Grandi Potenze» divise tra due alleanze: la Duplice, franco-russa, e la Triplice fra Germania, Austria e Italia.
Molto complessi erano i contrasti di interessi fra le varie potenze anche tra loro alleate, la cui base era nella conquista dei mercati e nella difficile partizione delle sfere di influenza coloniale, in cui all’avanguardia erano Gran Bretagna e Francia. L’Inghilterra aveva sempre ostentato di stare fuori dalle alleanze fra gli Stati del continente, nella famosa «splendid isolation», ma da vari anni, chiusa l’eco di più antiche contese, africane in ispecie, si era legata alla Francia nella «Entente cordiale». All’inizio del secolo l’Italia, sebbene legata dal trattato della Triplice agli Imperi Centrali, aveva mostrato per l’Intesa una strana simpatia, e questa brillante politica estera prediletta dai partiti popolaristi e massonici veniva presentata ai lettori ingenui (ma valgono forse meglio gli odierni?) della grande stampa come «giri di valzer», leciti anche alle dame che non si spingono ancora fino a cornificare il marito.
L’incubo di una guerra, che si capiva non avrebbe potuto che essere generale, era palese, e lo fu anche ai socialisti dei vari Paesi. Il Congresso di Basilea del 1912 (novembre) lanciò il memorabile manifesto contro la guerra prendendo a motivo il divampare di quelle balcaniche, che tenevano in specie Austria e Russia sempre sul piede di guerra. I principi stabiliti a Stoccarda non avevano nemmeno bisogno di esprimere «il divieto che i socialisti appoggiassero la guerra nazionale», ma invitavano la classe operaia e le sezioni dell’Internazionale a compiere ogni sforzo per impedire lo scoppio del conflitto, e, nel caso che esso fosse scoppiato, ad agire per farlo cessare, «approfittando della crisi economica e politica creata dalla guerra per agitare gli strati popolari più profondi e precipitare la caduta della dominazione capitalistica». La nozione della presa del potere politico è qui chiarissima, anche se la formulazione dottrinale potrebbe essere migliore. Non si può abbattere il sistema sociale capitalistico senza rovesciare la dominazione politica della borghesia; e questo è vero in tempo di pace. Il tempo di guerra non solo non fa eccezione ma presenta anche le condizioni migliori per tentar di raggiungere tale risultato rivoluzionario.
Gli stessi concetti erano stati ribaditi non solo nel già ricordato Congresso 1912, ma anche in quello di Copenaghen 1910. Lenin nel 1915 sottolineò che il Manifesto di Basilea aveva indicato due esempi storici espliciti: la Comune di Parigi del 1871 e la rivoluzione russa del 1905, nei quali, approfittando dei rovesci dello stato nazionale nella guerra, il proletariato aveva fatto ricorso alla guerra civile insorgendo armato, e nel primo caso conquistando il potere (nozione storica del disfattismo proletario). Nelle mozioni dei congressi mondiali della Seconda Internazionale non era mai potuta prevalere la formula insidiosa della destra - negli scritti di Lenin per sempre condannata come revisionista e opportunista - che l’azione dei partiti socialisti nei paesi in guerra dovesse essere limitata dalla insulsa condizione della simultaneità dai due lati del fronte bellico.
Se ritorniamo per un momento al partito socialista italiano, dovremo ripetere la constatazione negativa che, malgrado la lunga lotta della corrente rivoluzionaria per prevalere contro la destra, non si era mai giunti a una formulazione completa della tattica del partito in caso di guerra, e soprattutto in caso di guerra europea generale. In materia di antimilitarismo, tali questioni erano state negli anni precedenti agitate sempre da anarchici e sindacalisti soreliani con indirizzi di falso estremismo, quali il rifiuto personale di obbedienza, l’obiezione di coscienza e simili, e nemmeno perfetto era stato il lavoro del movimento giovanile socialista, che pure aveva per primo saputo tenersi distinto dai libertari e combattere il riformismo quando ancora nel partito dominava.
Il dramma dell’Europa fu segnato da pochi colpi di rivoltella che sparò a Sarajevo, capitale della Bosnia, provincia slava sotto dominio austro-ungarico, il giovane Princip il 28 giugno del 1914, uccidendo l’arciduca Francesco Ferdinando, principe ereditario dell’Impero.
Il governo austriaco attribuì l’atto a cospirazione serba favorita dal governo di Belgrado e dalla dinastia antiaustriaca dei Karageorgevic e dopo agitate settimane di vigilia notificò il 23 luglio un ultimatum alla Serbia che imponeva durissime condizioni. Alcune di esse furono rifiutate nella risposta, e la situazione, malgrado tentativi di arbitrato, divenne gravissima. Chi ruppe gli indugi fu lo zar Nicola di Russia che, in sostegno alla Serbia minacciata di invasione, ordinò la mobilitazione generale il 30 luglio; il 31 ne seguì l’esempio il Kaiser, che il 1°agosto dichiarò guerra alla Russia; il’1° agosto mobilitò l’Austria-Ungheria, e le avanguardie delle sue armate valicarono il Danubio. Ovunque le truppe obbedivano, i riservisti si presentavano, partivano e combattevano. Un senso di gelo incombeva sull’Europa. Il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Francia e intimò al Belgio di lasciar passare le sue forze armate. Il Belgio mobilitò per difendersi. Il 4 agosto è il giorno che rimane nella storia: dichiarò guerra la Gran Bretagna col motivo che era stato violato il trattato che garantiva la neutralità del «piccolo Belgio». Nei suoi passi ipocriti per la pace fino a poche ore prima, Londra aveva dichiarato in pubblico e nel segreto diplomatico che non si sarebbe mossa: se avesse apertamente annunziato di muoversi forse gli altri avrebbero indugiato a fare i primi passi irrevocabili. La lezione della storia è per noi che, perché la guerra scoppi, non occorrono i «provocatori». Ma se si volesse individuarli non si dovrebbe cercare che tra i «pacifisti». Oggi le cose non vanno diversamente da allora, né la cosa cambiò nella tarda estate dell’altro anno maledetto, il 1939.
Tanto nell’una quanto nell’altra estate noialtri osservatori italiani non fummo folgorati ad horas dai telegrammi della mobilitazione, ma invitati a una finestra da cui si osservava l’incendio. Quale ventura! E quale insegnamento è potuto uscirne!
Il 4 agosto fu memorabile anche perché i socialisti toccarono il vertice della vergogna. A Vienna a Berlino a Parigi a Londra, ossia da ambo i lati della folgorante lacerazione a cui gli stessi borghesi ancora non credevano, le unanimità dei partiti socialisti non solo nulla trovarono da dire al proletariato e ai loro aderenti dalla vantata tanto, prima e dopo, tribuna elargita dalla democrazia, ma dissero che gli ordini di guerra dei governi erano giusti, non trovarono una parola di opposizione, e votarono l’approvazione della politica di guerra e i crediti militari. I poteri degli Stati capitalistici ebbero le mani più libere che non avrebbero avuto gli antichi poteri storici assolutistici e non costituzionali, in cui il monarca aveva diritto di dichiarare guerra senza il consenso né il voto di nessuno.
I socialisti parlamentari fecero ancora di più: entrarono nei governi che prendevano il nome ignobile di unione sacra, come il Vandervelde, segretario belga dell’Internazionale, e i francesi, indifferenti all’assassinio del pur destro Jaurès, ucciso il 31 luglio dal nazionalista Villain; il solo che fece in tempo a morire degnamente.
Vi furono poche ma gloriose eccezioni. Tra i vari gruppi alla Duma, quello di sinistra del partito socialdemocratico (i bolscevichi) prese fiera attitudine di opposizione e si dette all’agitazione nel paese: fu tutto mandato in Siberia. Solo una parte peggiore dei destri (menscevichi) e dei social-rivoluzionari e populisti votò i crediti di guerra, gruppi intermedi non si macchiarono di tanto ma tennero una politica ambigua.
In Inghilterra, ove anche i partiti erano diversi, il grosso partito laburista appoggiò in pieno la guerra; meglio si comportò il Partito Socialista Britannico, e coraggiosamente contrario fu il Partito Indipendente del Lavoro (Mac Donald). Vero esempio di internazionalismo conseguente dettero i serbi. In quale paese poteva di più giocare il motivo della difesa nazionale? L’unico compagno deputato, Laptchevitch, il 1° agosto rifiutò il voto ai crediti. All’opposizione si tenne il partito socialista bulgaro.
Nell’accennata tutta speciale situazione dell’Italia, si può dire che tutti i partiti e i gruppi parlamentari si opposero all’intervento in guerra, che in un primo momento era diplomaticamente preteso dagli alleati della Triplice. Il 2 agosto il governo Salandra annunziò che, non ravvisandosi il casus foederis (estremo previsto nel trattato d’alleanza), l’Italia sarebbe rimasta neutrale, e non vi fu alcuna opposizione da parte dei cattolici e dei giolittiani, ma solo da parte del giovane movimento nazionalista, che nei primissimi tempi fu favorevole all’intervento a fianco degli Imperi Centrali e poco dopo richiese a gran voce la guerra contro di essi: il che, sia detto per inciso, dimostra come per il grande capitalismo industriale italiano, che notoriamente finanziava la stampa dai nazionalisti, l’importante era fare la guerra a tutti i costi, non conta da che parte.
A noi interessa dire quello che avvenne nel partito socialista. È del tutto chiaro che al primo delinearsi del pericolo in Europa, che significava in via formale rischio di una guerra a fianco degli Imperi Centrali, sinistri e destri si levarono come un sol uomo contro la guerra, e ciò fin dai giorni della fine di luglio. Per i rivoluzionari, l’opposizione ad ogni guerra era fuori discussione, ma la guerra in Italia sarebbe stata odiosa in modo tanto particolare, che fu risolto in modo radicale anche dai riformisti e «socialisti moderati» il problema che subito si poneva: Come impedire la guerra, se il governo per fedeltà agli impegni la dichiara e ordina la mobilitazione perché, nel caso, si attacchi la Francia sulle Alpi?
I destri scelsero la soluzione rivoluzionaria: si sarebbe data la parola dell’insurrezione armata! Turati, teorizzatore mille volte della non cruenta azione proletaria, dichiarò che, sebbene non giovane, avrebbe per primo imbracciato un fucile scendendo in piazza per invitare cittadini e soldati mobilitati all’insurrezione e all’insubordinazione. Presto si vide che di tanto, malgrado la portata e anche l’incontestabile sincerità della sua posizione, non vi sarebbe stato bisogno. I destri di allora, come del resto quelli di oggi, hanno per divisa: ad ogni situazione concreta una risposta concreta; mai il partito deve porsi il problema inutilmente astratto: Se altra fosse la situazione, quale sarebbe l’altra e diversa risposta? Simili velleità pongono i grandi capi politici in grave disagio; perché disturbarsi ad immaginare che tutte le forze in gioco si spostino sulla scacchiera, cambiando gli amici di un giorno in nemici? Questo muta e guasta tutto, e viene respinto con disdegno: dottrinarismo!
Allora sembrava una domanda a vuoto questa: Se sappiamo che fare nel caso di una guerra contro la Francia, ossia sparare sugli ufficiali italiani, si può sapere che fare nel caso di una guerra contro l’Austria? Quelli che pensano, come noi, che i due casi si equivalgono possono avere il diritto di dare una risposta sola, ma proprio quei signori che vedono tra i due casi enormi differenze pratiche hanno il dovere di aver pronte due risposte, se non vogliono truffare il proprio partito e la propria classe.
Questo non è che un esempio, ed è del passato, ma del tutto concreto; e la questione eterna della tattica sta sempre in questi termini, e sempre vi starà in futuro. Conviene dunque che se ne faccia un bilancio.
Tra l’agosto 1914 e il maggio 1915 tutto infatti ebbe a cambiare nel senso diametralmente opposto, e fu messa in discussione l’altra guerra, la guerra alla rovescia, la guerra a favore dell’Intesa.
Quindi chi primo pose il problema tattico non fece sfoggio di dottrinarismo, ma mostrò solo una migliore visione storica dei fatti pratici.
Se poi vedere i fatti non solo mentre accadono e dopo che sono accaduti, ma anche prima, vi garba chiamarlo dottrinarismo, fate. Tale parola ci piace e ci rallegra.
Dal 26 luglio Mussolini leva dalle colonne dell’«Avanti!» il grido di: Abbasso la guerra! e scrive in tutte lettere: Mobilitate, noi ricorriamo alla forza! Il 29 luglio la Direzione del partito lancia un manifesto ai lavoratori dopo un voto del 27 in unione al gruppo parlamentare: si fa cenno al recente sciopero generale e si invita il proletariato a prepararsi a nuove prove di forza.
Ma, se avesse dovuto giocare il trattato della Triplice, non solo i Mussolini e i Turati avrebbero guidato i ribelli, bensì anche altri capi politici, e tra questi i primi a rivelare tutti i loro intenti furono quelli del partito riformista, uscito dalla scissione del 1912; una corrispondenza di Bissolati con Bonomi del 2 agosto rivela che essi avevano chiesta la neutralità ma miravano alla guerra, si intende contro l’Austria.
Altri gruppi e partiti di cui diremo andavano portandosi su tale terreno, e tra essi non solo repubblicani, radicali, massoni, molti transfughi anche del sindacalismo rivoluzionario e dell’anarchismo, ma perfino in bella combutta con questa genia gli esaltati nazionalisti, anticipatori del posteriore fascismo. Fu evidente che la fermezza del partito socialista nella lotta contro la guerra poteva esser compromessa se tali errori non si chiarivano e se non si discutevano apertamente le due possibili prospettive, tanto più che quella filoaustriaca nei primi giorni di agosto era ormai scesa sotto l’orizzonte.
Vogliamo riportarci a un articolo della tendenza di estrema sinistra del partito, apparso col titolo Al nostro posto nell’«Avanti!» del 16 agosto (5) e scritto dieci giorni dopo lo scoppio della conflagrazione generale, che interessa anche per il «cappello» che vi premise il direttore Mussolini, del quale chiaramente si antivede la crisi futura.
Il giornale infatti si dichiara d’accordo sul contenuto dell’articolo, ma premette una distinzione abbastanza fragile tra socialismo logico e socialismo storico. Il rivoluzionario dovrebbe essere storico anche se non è logico. Il senso di questa palinodia è che è logico dire che anche per l’altra guerra la posizione socialista non dovrà mutare, ma che di fatto l’altra guerra è... un’altra cosa, che la Francia non è la Germania e la difesa non è l’aggressione.
L’articolo era scritto, s’intende, proprio per sostenere il criterio opposto a quello del cappello.
Alcune citazioni basteranno a chiarire l’impostazione delle tesi della Sinistra, in quanto non erano quelle di tutto il partito italiano (benché non naufragato nella rovina degli altri partiti europei) ma solo di una sua ala più chiara e più decisa (6).
Il «sentimento di viva simpatia per la Triplice Intesa» che molti compagni vanno tradendo «non risponde nel campo ideale al principio socialista, e serve nel campo pratico solo a fare il gioco del giorno e della borghesia italiana che freme di intervenire nel conflitto». Dunque, la questione di principio e quella storica erano poste entrambe; ed entrambe correttamente.
È negata la giustificazione delle guerre di difesa con l’esempio della Germania, che, nelle infauste dichiarazioni del deputato socialista Haase, era costretta a difendersi dal pericolo russo. Tutte le patrie sono in realtà in stato di difesa, l’aggressione è un fatto, la offensiva un altro. La violenza bellica (vedi Francia-Germania 1870) fa presto a trasformare un aggressore in un invaso che si difende. È fin da quei giorni lontani negata la teoria della «responsabilità» con le parole: «in realtà la borghesia di tutti i Paesi è ugualmente responsabile dello scoppio del conflitto, o meglio ancora ne è responsabile il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica ha ingenerato il sistema dei grandi armamenti e della pace armata».
È poi svolta la teoria del militarismo borghese contrapposto a quello feudale; è la democrazia elettiva il terreno di coltura del primo. È ricordato contro note tesi polemiche che la Francia aveva sempre studiato di fare con la Svizzera quello che la Germania fece col Belgio, e a proposito di tutto l’informe bagaglio retorico della civiltà contro la barbarie, la presenza della Russia zarista feroce e sanguinaria tra i paladini della libertà...
Si tratta di sensibilità dottrinaria o di un pratico grido di allarme?
«La tendenza [alla guerra all’Austria] cova nell’ombra. Scoppierà nelle piazze se il governo vorrà fare la guerra contro i tedeschi, e forse assisteremo alle scene del settembre 1911 [Tripoli guerra di Libia], specie se ci lasceremo disorientare da sentimentalismi francofili... Il governo potrebbe sentirsi le mani libere, inventare una provocazione tedesca, sventolare lo straccetto del pericolo della patria e trascinarci alla guerra sulla frontiera orientale.
«Domani, sotto il peso dello stato d’assedio, noi vedremo spargere pel mondo l’altra menzogna ufficiale che anche in Italia non ci sono più partiti, nella unanimità guerrafondaia.
«Al nostro posto dunque, per il socialismo!».
17. Dibattiti socialisti nel tempo di
guerra
Non è ovviamente possibile trattare qui della lotta tra i due schieramenti di partiti in Italia che si definirono, come sempre avviene, con etichette di moda: «neutralisti» e «interventisti». Ben presto sparì dalla circolazione ogni interventismo triplicista e rimase in ballo quello massonico, a cui i nazionalisti subito si adeguarono, passando anzi in testa. Ma il pubblico grosso vedeva nei fautori della neutralità detta assoluta un preteso blocco di socialisti (allora: ufficiali), cattolici e liberali giolittiani, tutti contrari alla guerra contro gli Imperi Centrali.
Quale era l’esatta posizione dei rivoluzionari, come la ribadivano vari settimanali di sinistra delle federazioni (tra cui «Il Socialista» di Napoli)?
Il soggetto della proposta neutralità o del proposto intervento bellico era l’Italia, lo Stato italiano. Per i bolsi democratici, pari a quelli che oggi frodando la delega del proletariato e riempiono gli scanni della Camera italiana, ogni azione e posizione politica si riduce a un’indicazione di quello che debba fare lo Stato, quasi che noi ne fossimo parte. Ma il partito di classe è la controparte, il nemico dello Stato borghese, che solo con la sua pressione e in estremi casi storici con le armi può piegare, ed anzi può distruggere. Noi dunque allora, socialisti italiani antiborghesi antibellici ed antistatali, non eravamo neutralisti dello Stato, ma interventisti della lotta di classe e domani della guerra civile, che sola avrebbe potuto impedire la guerra. Erano loro, i guerrafondai, gli interventisti, i patrioti, gli sciovinisti, a meritare il nome giusto di neutralisti della lotta di classe, di disarmatori dell’opposizione rivoluzionaria.
Dicevamo dunque allora che non avremmo tollerato un blocco politico, come lo si caldeggiava, d’accordo con Giolitti e i cattolici, solo perché andando al potere questi non avrebbero fatta la guerra. Se il nostro gruppo parlamentare avesse dato un tale appoggio lo avremmo sconfessato per gli stessi motivi per cui deploravamo francesi, tedeschi, ecc. Coloro non avrebbero opposto la guerra altro che con mezzi legali (come quello in articulo mortis dei trecento biglietti da visita al portone di Giolitti nel maggio radioso che venne nel 1915), giammai con l’azione delle masse.
Ma il problema importante era quello entro il nostro partito. Ben pochi giungevano ad ammettere il disfattismo, quale Lenin lo teorizzò e non solo per la Russia assolutista, bensì per ogni Stato imperialista borghese. Meno che mai la destra turatiana, che aveva a sua volta minacciato l’azione di sabotaggio della mobilitazione ove il reuccio avesse dato l’ordine di partire (mentre sfidò l’ira di Guglielmone, che gli avrebbe telegrafato: Vinto o vincitore, mi ricorderò dì te).
Nel centro si ondeggiava alle ventate del tempo difficile e si andava elaborando quella tattica castrata di Costantino Lazzari, uomo dai tanti meriti e dai tantissimi errori, che venne sintetizzata nella frase: «né aderire né sabotare». Forse sarebbe meglio la divisa sicura dei carognoni di oggi 1963: «in caso di guerra o aderire o sabotare». La brutta formula di Lazzari significava che dopo avere scongiurato la borghesia in tutti i modi di non far la guerra, partite le prime colonne si doveva dire: Bene, abbiamo fatto il nostro dovere, ora non possiamo tagliare i garretti all’esercito nazionale perché faremmo il gioco (torna sempre buono questo famoso fare il gioco) delle armate nemiche pronte a invadere e devastare - diamoci dunque ad un’opera di Crocerossa civile, di incerottamento delle ferite.
La consegna della sinistra era questa: All’ordine di mobilitazione rispondere con lo sciopero generale nazionale.
Nessun Congresso o riunione poté discutere queste gravi alternative. Il partito nel complesso difese in tutti i modi e in tutte le occasioni la sua consegna di opposizione alla guerra, ad ogni guerra. Quando vennero in Italia socialisti filobellici degli Imperi Centrali e della Intesa, furono debitamente redarguiti e invitati a tornarsene indietro con le loro proposte corruttrici (Südekum tedesco, Lorand e Destrée belga-francesi).
La più grave minaccia di crisi la portò Mussolini, che invano gli elementi di sinistra tentavano di trattenere da errori fatali. Esiste una sua lettera autografa (oh, non si vende!) che dice: «Dovreste essere voi al mio posto... Tutti i foruncoli sentimentali vengono a suppurazione? Ricevo ogni giorno lettere che mi dicono: lascerete sgozzare la Francia?»
E aggiungeva che non avrebbe piegato. «Per me una guerra all’Austria sarebbe una catastrofe socialista e nazionale». Giurato male, dicemmo: non sarebbe (né fu, catastrofe nazionale, ma di questo che ci frega? Noi siamo qui per arginare la catastrofe socialista.
Ma non erano foruncoli: era un bubbone, e scoppiò, anche se dapprima ne fummo smarriti. Il 18 ottobre del 1914 l’«Avanti!» uscì con l’articolo: Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante. Era il preludio alla tesi della guerra.
Nemmeno una sezione del partito vacillò. Un bell’esempio, e specie per la frazione di sinistra, di nessun attaccamento personale a un capo anche brillante. La sezione di Milano espulse Mussolini per indegnità, si diceva allora, politica e morale. Morale per i soldi dell’intesa portati da Cachin, con cui pochi giorni dopo usciva il quotidiano interventista «Il Popolo d’Italia».
La Direzione confermò, e nominò una nuova direzione del giornale: Lazzari, Bacci e Serrati. Infine fu il solo Serrati, uomo di indubbia energia.
Non si formò nemmeno una piccola frazione. Così andrebbero liquidati i traditori sub specie aeternitatis. Vi furono compagni e compagne che si offrirono di andarlo a revolverare...
Non ci è possibile ritenere compresa nel nostro tema la storia di tutta la contesa politica in Italia tra l’agosto del 1914 e il maggio del 1915 al fine di ottenere che il governo del paese seguisse la linea della neutralità o accettasse la suggestione dell’intervento a favore dell’Intesa. Le varie correnti politiche tradizionali entrarono quasi tutte in crisi e molte si divisero in due campi opposti. Noi dobbiamo principalmente seguire la vicenda in seno al partito socialista italiano, che non ebbe una crisi interna manifesta in quel periodo, mentre abbiamo già detto del distacco di Mussolini, evento che con parola alla moda fu spettacolare, ma non profondo.
La caratteristica del movimento interventista dei famosi «Fasci di combattimento» di cui poi Mussolini conservò il nome nel suo movimento del dopoguerra, fu di uscire dal campo di una semplice pressione parlamentare e legalitaria per risolvere il punto con una pressione sul governo dello Stato e sulla monarchia, e fare deciso appello a un moto di popolo, di massa, che avrebbe, anche con metodi di violenza, forzato la mano a Roma. La guerra è violenza ma è una violenza legale e statale, i fautori della guerra ebbero facile gioco nel mimetizzare la loro conversione nella formula della «guerra rivoluzionaria» non proclamata dai poteri dello Stato o dal re, come la costituzione voleva, ma imposta dal popolo sceso in un agone di tipo insurrezionale.
Fu facile a tale genia trattare i socialisti neutralisti da pacifisti di principio, e all’ingiuria di guerrafondai fu agevole opporre quella, classica allora, di «panciafichisti».
Qualcuno degli scialbi storiografi di quel periodo italiano ha rilevato, in tono di piagnisteo, che quello fu il primo esempio di violentazione della libertà del parlamento, e preparò l’estremo oltraggio che avrebbe dato apertura nel dopoguerra al ventennio della dittatura fascista.
Tuttavia non mancano negli attuali eredi confessi del movimento di liberazione nazionale ed antifascista quelli che non deprecano la violenza nazionalista del maggio radioso, e sono pronti a dirla in regola con le carte della migliore ideologia democratica, nello stesso tempo che sono giunti nel lungo cammino degenerante a condannare la violenza quando serva non ad ottenere una guerra, ma ad abbattere il potere del capitalismo, che invece dovrebbe cadere con processi costituzionali ed incruenti!
Le due idee, quella dell’apologia dell’intervento 1915 e quella della condanna della marcia su Roma 1922, stanno insieme, per dare un solo esempio, nella scatola cranica (dura per suo buon pro) di un Pietro Nenni, stanno insieme come giudizi dati dopo un corso di mezzo secolo nel quale simili soggetti hanno percorso tutta la gamma delle posizioni.
Ma già nel Partito Socialista prima del maggio 1915 vi era chi poneva nei giusti termini storici questo punto della violenza di Stato e della violenza di classe. Una breve nota del «Socialista» di Napoli (7) che fece il giro dei settimanali del partito, svolgeva la critica del termine neutralisti. Noi non eravamo né neutralisti né pacifisti, né credevamo possibile come punto di arrivo programmatico la pace permanente fra gli Stati. Noi deploravamo il disarmo della lotta di classe, della guerra di classe, per far largo alla guerra nazionale. La nostra alternativa non era: non sospendere la lotta di classe legalitaria, ma: combattere nella direzione della guerra rivoluzionaria proletaria che sola avrebbe un giorno ucciso le radici delle guerre tra i popoli. Noi eravamo i veri interventisti di classe, interventisti della rivoluzione.
Tutt’altra era naturalmente la posizione della destra del partito, oramai minoranza. Ma a parte che questa destra controllava il Gruppo parlamentare e la Confederazione del Lavoro, e aveva solo dovuto lasciare la Direzione del partito politico, era ben altra anche la posizione della direzione stessa, che passava per espressione della frazione rivoluzionaria intransigente di Modena, Reggio Emilia ed Ancona.
Tuttavia la destra e quello che possiamo ormai chiamare centro erano sul terreno di escludere ogni appoggio a un governo di guerra, ogni voto di crediti militari, ogni dichiarazione che il partito in caso di guerra avrebbe «sospesa» la sua opposizione. Ma questo era poco, molto poco, era una specie di politica delle mani nette, degna sì di pacifisti e neutralisti, non certo di rivoluzionari classisti. Venuta la guerra avremmo detto: Abbiamo fatto il nostro dovere e messo al sicuro le nostre responsabilità. Si disse in quei mesi: Abbiamo salvato l’anima!
18. Maggio 1915: il convegno di
Bologna
Il 19 maggio 1915 poiché gli eventi precipitavano fu convocato a Bologna un convegno tra Direzione del partito, Gruppo parlamentare, Confederazione del Lavoro e delegazioni periferiche del partito (Reggio Emilia, Roma, Torino, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Pisa, Venezia, Napoli, Parma, Modena, Ravenna). I deputati erano 20, i membri della Direzione 9, i confederali 8.
Non ci é dato sapere se di questa riunione e di altre che seguirono in tempo di guerra, esistano presso qualcuno i verbali. Alla data del 16 maggio non vi era ancora la censura, ma il resoconto dell’«Avanti!» è del tutto scolorito. Il voto pubblicato è debole e non esce dal tono della «separata responsabilità»; è vero che proclama «l’avversione incrollabile del proletariato... all’intervento in guerra» e dichiara per sempre impegnativa la decisione di votare contro qualunque richiesta di crediti di guerra, ma si limita a chiamare i proletari a manifestazioni e comizi improntati a un «carattere di disciplina, di dignità e di imponenza», finiti i quali i socialisti, consci «di non poter oggi essere arbitri del mondo capitalista, sicuri di aver fatto per sé, per il Paese e per la storia, di fronte all’Italia ed all’Internazionale, il loro dovere, avranno diviso e manterranno separate le loro responsabilità da quelle delle classi dirigenti». Anche in articoli dell’«Avanti!» e nel famoso discorso di Turati alla Camera per negare i pieni poteri chiesti dal governo Salandra alla vigilia della dichiarazione di guerra all’Austria, ricorre una frase infelice: Faccia la borghesia italiana la sua guerra! La borghesia faceva sì la sua guerra, ma con la pelle dei proletari italiani mandati a scannare quelli austriaci.
Secondo i destri e centristi storiografi di quei tempi, dalla riunione di Bologna sarebbe nata la celebre frase di Costantino Lazzari: né aderire né sabotare, che quel vecchio socialista avrebbe fatto meglio a non inventare. La frase e l’imbelle politica che essa esprimeva fin dal primo momento trovarono nel partito una viva opposizione; lo stesso Serrati, direttore dell’«Avanti!», non la condivideva, sebbene le varie decisioni di guerra della Direzione siano state tutte deboli ed esitanti. Gli apologisti di Lazzari dissero che egli si dedicò a salvare l’unità del partito, e il suo «onore» di non aver aderito al massacro.
Alla riunione di Bologna, vari esponenti della frazione rivoluzionaria intransigente, tra cui qualche membro della stessa direzione, e gli inviati di varie federazioni, presero una posizione del tutto opposta non solo a quella dei parlamentari e dei capi confederali, ma anche alle esitazioni della Direzione.
Possiamo ricostruire la posizione che presero alcuni delegati della Lombardia, del Piemonte, della Romagna e del Mezzogiorno, sebbene a distanza di tanti anni non vi siano testi disponibili (8).
Anzitutto fu sollevata la questione che il problema squisitamente politico dell’azione da svolgere contro la guerra doveva essere affrontato dagli organi del partito, e accettato come tale dai compagni con mandati di funzioni parlamentari e sindacali. Questa eccezione si ripresenterà in tutto il corso delle lotte e fino a quando non si giungerà alla scissione di Livorno.
Uno scontro diretto si svolse fra chi parlava per la sinistra del partito da un lato e i deputati e i capi sindacali dall’altro. I deputati vedevano la questione sul piano parlamentare. Si sapeva che la maggioranza dei deputati era neutralistica, come era provato dai trecento biglietti da visita lasciati al portone di Giolitti quando il re aveva chiamato Salandra. Giolittiani, cattolici e socialisti avrebbero potuto «mettere la guerra in minoranza alla Camera». La sinistra si scagliò contro questa prospettiva che purtroppo traspare dalla mozione votata, secondo la quale la pressione degli interventisti dello scoglio di Quarto «era incostituzionale». Fin da allora facemmo l’ovvia osservazione: Che di meglio? andiamo contro la costituzione borghese noi per i primi!
La discussione coi confederali non fu meno tesa. Essi si affannavano a dire che lo sciopero generale contro la mobilitazione «non sarebbe riuscito» e sfidavano esponenti di Camere del Lavoro e federazioni di mestiere a dare assicurazioni disfattiste. Dicemmo loro sul viso: Voi non temete che lo sciopero non riesca, voi temete che riesca. Sapete che gli operai sono inferociti contro la guerra, ma non osate dare la parola di sciopero per impedire la mobilitazione. Non che temiate le conseguenze della repressione; non è di viltà che vi accusiamo, ma temete di macchiarvi di tradimento della patria. I vostri pregiudizi borghesi sono tali, che pensate che anche nel caso di squisita guerra non di difesa del territorio, ma di aggressione e di vera conquista, in cui ci troviamo, il socialista abbia il dovere di non danneggiare le operazioni militari della patria. Inutile dire che la volontà di guerra del popolo italiano è una ignobile mistificazione, quando contro il passaggio della guerra tanto mostruosa si considera colpevole alzare la mano!
Quando Turati prese la parola per rispondere con sarcasmi da par suo alle dichiarazioni dei «rivoluzionari» della Direzione, premise che la posizione degli estremi sinistri era nella sua logica coerente e rispettabile, ed egli, pur non condividendola teoricamente, prendeva atto della sua consequenzialità.
I commentatori castrati osano oggi dire che in Italia nessuno prese la posizione di Lenin per il sabotaggio di qualunque guerra, anche di difesa, mentre tale posizione, come da articoli dei giornali «Avanti!» e «L’Avanguardia» e da proposte fatte nei convegni di partito, fu, prima che fossero note le tesi di Lenin, presa dalla estrema sinistra italiana: e noi lo documentiamo nella seconda parte, dove apparirà chiaro come, fra il 1914 e il 1918, malgrado l’assenza di legami internazionali, la sinistra rivoluzionaria sviluppò in una martellante successione sulla stampa di partito gli stessi temi fondamentali della battaglia leninista contro le suggestioni della propaganda guerrafondaia (tanto più insidiosa quanto più rivestita di orpelli democratici) nelle file del movimento operaio. Ed è un fatto (in anni recenti ricordato da uno storico non sospetto di simpatie per la nostra corrente) che dalla Sinistra venne sull’«Avanti!», proprio alla vigilia della dichiarazione di guerra, l’unica parola inequivocabilmente classista ed internazionalista:
«Ancora una volta, o trepidi servitori del fatto compiuto, che vorreste farci leccare la mano che ci ha abbattuti ma non fiaccati, le due vie opposte si tracciano nette e precise:
«O fuori o dentro dal preconcetto nazionale e dagli scrupoli patriottici. O verso uno pseudo socialismo nazionalista o verso una nuova Internazionale. La posizione di chi nell’avversare la guerra non nascondeva una doppiezza miserabile non può essere che una, oggi che la guerra è un «fatto compiuto»: contro la guerra, per il socialismo antimilitarista «internazionale» (9).
Il vigore della pressione della sinistra deriva dal fatto che, mentre si deliberò di tenere il 19 maggio, domenica, comizi proletari per scongiurare la dichiarazione di guerra, il malcontento di molte zone rappresentate al convegno impose la decisione, non proposta dai veri marxisti di sinistra, di lasciar libera l’iniziativa dello sciopero alle organizzazioni locali. Lo avevano chiesto gli inviati di Torino, dove le masse proletarie erano in fermento. Come in tante occasioni, vi furono i «fatti di Torino» proprio il 19, con abbandono di tutte le fabbriche, violente dimostrazioni e scontri nelle piazze. Il prefetto dette i poteri alle forze militari, e la sede della A.G.O. (Camera del lavoro, di direttive di sinistra) fu bestialmente saccheggiata, mentre la soldataglia faceva saltare il collo a migliaia di bottiglie prelibate della cantina della famosa Alleanza Cooperativa Torinese. Ancora una volta furono dimostrati il coraggio e la decisione dei proletari di Torino, e anche il buono spirito rivoluzionario di quei compagni; ma pure in quella occasione fu commesso un errore di natura «ciclica». Torino si muove sempre con un errore di fase, ossia è dura ad imparare che certe decisioni di lotta di classe devono essere nazionali e non locali. Con una confederazione e un partito italiano che non vanno, non si fa nulla anche con una Torino dalle potenti organizzazioni e cooperative; inutile quel buon vino, in tanta acqua marcia dei pompieri. Quanto è stato difficile far capire questo ai compagni torinesi, anche ai migliori estremi-sinistri! Torino è stata la capitale del Regno, ma non può fare la Comune.
L’andamento dello scontro fu quello di sempre. Gli operai delle fabbriche disertano compatti il lavoro e occupano le strade e le piazze. Qualche barricata si forma e la popolazione dalle case appoggia la dimostrazione e la lotta. Capi socialisti sindacali e parlamentari si adoperano a «calmare gli animi». Prefetto e Ministero degli Interni scambiano alcuni telegrammi e la forza armata interviene. Viene occupata la sede operaia e socialista di Corso Siccardi. Un operaio ucciso; molti feriti, molti arresti, anche dei dirigenti, poi processo e condanna in assise. È vero che la sede di Corso Siccardi devastata viene restituita il 25 maggio, ma intanto, schiacciati gli operai dalla forza dello Stato centrale, i nazionalisti interventisti, rari a Torino, han potuto girare la città inneggiando alla radiosa guerra... Un primo schema di quello che sarà il dopoguerra, l’illegalismo borghese del fascismo, l’errore fatale della classe operaia di rispondere con la formula sciocca: A difesa della legalità ci siamo noi; anziché RILEVARE LA SFIDA, la migliore delle occasioni storiche.
Torino dette una prova generale di simili mosse disfattiste. Gramsci giovanissimo, come uno dei suoi racconta, teorizzò la cosa. Non sapeva ancora se essere neutralista o interventista, idealista o marxista (e questo era perdonabile) ma lo accecava l’ammirazione di figlio della pastorale Sardegna per la metropoli industrialissima. Scrisse: «Torino rappresenta in piccolo un vero organismo statale». L’osservazione è svolta acutamente «in concreto», ma immette su una strada non marxista: organismo statale è quello che poggia su Sassari e Torino, e il problema da porre non è comunale, è supernazionale, europeo, mondiale. Non lo vede chi ha sguardo «immediatista».
La tremenda guerra italiana del 1915, vero carnaio di cui la seconda guerra, malgrado il tormento delle popolazioni non combattenti, è stata una scialba ripetizione, coi seicentomila morti ufficiali sul campo e le dieci battaglie sull’Isonzo, esasperava l’odio del proletariato per la classe dirigente, che si abbeverò di sangue quando alzava la bandiera democratica assai più che quando poi alzò, con militarismo in sordina, quella nazi-fascista.
Il Partito Socialista mantenne la sua opposizione, ma erano all’ordine del giorno frasi infelici (poco male per poche frasi; ma era la posizione di tutta una parte del movimento, sotto il coperto di un’unità che anche prima del maggio 1915 noi deprecammo apertamente), come quella per cui i sinistri di Torino (poi dettisi i rigidi) stigmatizzarono il destrissimo Casalini: «il gruppo socialista consiliare [solita ambizione di pilotare «sotto la Mole» la politica italiana] dinanzi all’irrevocabile si propone di adoperare le sue forze perché non si indebolisca moralmente o materialmente l’Italia di fronte al nemico» e chiudeva col doppio grido: Viva il socialismo, Viva l’Italia! Ma oggi questo grido, perfino nella forma: Viva il comunismo, Viva l’Italia! non scandalizza nemmeno più. Non ci sono più rigidi; mosci soltanto.
Tuttavia il partito nel suo complesso tenne miglior via, almeno nel campo della ripresa dei rapporti internazionali. Fu a Zimmerwald (5-8 settembre ’15) e a Kienthal (24-30 aprile ’16). Non possiamo fare qui la storia di questi e altri meno notevoli incontri internazionali, ma va rilevato che le delegazioni italiane, composte, per ragioni intuibili, quasi soltanto di deputati tra cui vi erano pacifisti convinti ma non veri marxisti rivoluzionari, non poterono rispecchiare le posizioni della vigorosa sinistra del partito.
Ecco perché il manifesto della Sinistra di Zimmerwald con la firma di Lenin e Zinoviev non reca firme italiane; in effetti, per le cause di guerra, un collegamento organizzato che non passasse per la Direzione del partito i sinistri italiani degli anni 1915 e 1916 non lo possedettero. Le firme italiane del manifesto generale di Zimmerwald sono quelle di Modigliani e Lazzari. Lenin, come è noto, firmò anche quel testo, apertamente antibellico e di condanna esplicita al social-patriottismo, considerandolo un buon «passo avanti verso la lotta reale contro l’opportunismo, verso la rottura e la scissione»; esso era stato scritto notoriamente da Trotskij e rifletteva bene anche la posizione degli spartachisti tedeschi, degli eroici Liebknecht e Luxemburg.
Più avanti (10), il lettore può comunque trovare, alla data appunto del 1916, un esempio caratteristico della battaglia condotta dalla sinistra per «la più feroce intransigenza» nella conservazione e nella difesa delle «frontiere ideologiche» del Partito contro ogni posizione intermedia e fiancheggiatrice, la classica, insidiosa posizione degli «indipendenti» così aspramente fustigata da Lenin.
19. Il convegno di Roma, febbraio
1917, e altre manifestazioni della sinistra
In tempo di guerra non fu possibile convocare il Congresso nazionale del partito, ma si riuscì a tenere a Roma (non clandestinamente) un convegno che si riunì il 25 e 26 febbraio del 1917. Anche di tale riunione non esistono tutti i documenti: tuttavia essa dimostrò che nel partito vi erano due posizioni apertamente contrastanti.
Furono discussi tre punti. Il primo riguardava la relazione della Direzione del partito e del Gruppo parlamentare. Quest’ultimo fu oggetto di molte critiche, e si disse da tutte le parti che la responsabilità era della Direzione in base al fondamentale principio che il gruppo, come la dirigenza confederale, non potevano avere il diritto di fare una politica propria che non fosse in tutto quella del partito. Ma, dopo due anni di guerra, il partito era odiato e bersagliato da ogni parte e prevalse il motivo sentimentale di non dividersi nel voto sul suo operato. Trozzi, di Sulmona, che era un sinistro, presentò un o.d.g. di plauso alla direzione; l’altra sinistra Zanetta, di Milano, un simile o.d.g. di semplice approvazione. Il primo ebbe 23.841 voti, il secondo 6.295. La cosa oggi non sembra chiara: il fatto è che i destri, cioè i riformisti contrari alla direzione, non si vollero contare se non nel numero di 2.690 astenuti.
Un secondo punto fu quello di una riunione dei partiti socialisti delle Nazioni dell’Intesa (tra cui ormai l’Italia) indetta a Parigi. Sarebbe stato giusto non andarvi in ogni caso; invece si discusse sul fatto secondario che il partito francese di suo arbitrio aveva spartito i voti internazionali italiani fra il nostro partito e quello ultrainterventista dei riformisti bissolatiani. Dall’estrema sinistra non si mancò di osservare che la II Internazionale e il partito francese erano ben morti, ma si votò su due ordini del giorno quasi simili di Bombacci e Modigliani, che, a forze pari, in linea di principio non dicevano nulla. In ogni modo non si andò a Parigi; ma l’argomento dei voti era barbino.
Sul vitale terzo punto si ebbe, invece, una netta divisione; la sinistra ottenne oltre 14 mila voti contro i 17 mila del centro-destra. Circa la mozione presentata dalla sinistra e sconosciuta agli «esperti» di storiografia del movimento operaio, l’«Avanti!» poté solo accennare che essa «sviluppava una direttiva teorica intransigente circa i criteri del partito socialista per la pace e il dopoguerra»; ma, nella sentenza per il processo di Torino, un anno dopo, l’aver votato quell’ordine del giorno «propugnante un’azione rivoluzionaria per far cessare la guerra» figurerà come una delle aggravanti a carico dell’imputato Rabezzana.
I pochi storici a cui qualche volta abbiamo accennato si limitano, ignorando il testo della mozione, a esprimere stupore per il fatto che la sinistra raccolse - si badi, senza astenuti, ossia contro le forze della destra e del centro (Direzione) - una votazione così forte. I maniaci del principio vano della conta delle teste storcono maledettamente il muso quando questo principio, debitamente applicato, li mette dalla parte del torto.
Daremo su questo punto i pochi lumi che sono in nostro possesso. Si noti che il testo della mozione Rossi (centro-destra), approvata, non dice nulla, limitandosi a ripetere che si approva la linea di condotta del segretario del Partito, alla quale l’ulteriore azione del Partito stesso dovrà uniformarsi. Il dibattito fu invece molto profondo. La guerra - si disse - è venuta, anche per l’Italia, e non si è potuto impedirla (per molti, non si è osato o voluto tentare). Ma la guerra finirà pure un giorno, e verrà la pace. Che dirà il partito? e quale sarà nel tempo futuro di pace, e nel «dopoguerra» di cui già si parlava, la politica e l’azione del partito?
L’ala pacifista, mai smentita, sosteneva solo certi vani principi d’ordine democratico borghese sulle caratteristiche della pace che i governi nazionali avrebbero tra loro conclusa, e si pascevano di note formule: pace senza annessioni (cosa ben sciocca in Italia quando la guerra era giustificata dal fine di annettere Trieste e Trento e qualche altra cosa) e senza indennità (ricordo di quelle imposte da Bismarck ai francesi); diritto dei popoli a disporre di sé stessi e Società delle Nazioni (il bagaglio di quello che poi fu l’esoso wilsonismo; ma l’America doveva prima fare la guerra e poi mettersi a governare la pace). Naturalmente nel campo interno si sarebbe chiesta la smobilitazione (bella forza!), il ripristino delle libertà popolari, e chi più ne ha più ne metta.
Le tesi sostenute dalla Sinistra gettarono all’aria tutto questo bolso ideologismo ultra-borghese. La nostra tesi era chiara; la guerra è venuta perché in regime capitalista non poteva non venire (Zimmerwald lo aveva ribadito) e la questione non è crogiolarsi in una nuova fase storica di pace, ma porsi il problema di non far venire altre guerre. Quale mezzo a disposizione ha il proletariato? Uno solo: rovesciare il capitalismo; quindi, se il programma di oggi (1917) non ha saputo essere quello di fermare la guerra col disfattismo, il programma del dopoguerra dovrà essere quello della presa del potere da parte del proletariato e della rivoluzione sociale. Il proletariato italiano, duramente provato dalla disastrosa guerra (in quel tempo ancora vittoriosa, malgrado il lento procedere dei fronti), avrebbe accolto quest’appello del partito per strappare con mezzi rivoluzionari il potere alla borghesia guerrafondaia; e non avrebbe avanzato la rivendicazione imbelle che divenisse pacifista.
Traguardo socialista dopo la guerra non sarà la forma della pace, ma la rivoluzione di classe: questo si disse a Roma e questa la rivendicazione della Sinistra, di cui i mozzorecchi odierni hanno tutto detto quando la definiscono «teorica». È proprio perché voi non siete «teorici», che siete divenuti dei putridi traditori! E la prova migliore è il vostro pacifismo, dilagante fino e soprattutto a Mosca.
Nel voluminoso fascicolo degli atti del già citato processo di Torino ora all’Archivio di Stato torinese - al quale si è potuto felicemente attingere grazie al lavoro collettivo del nostro movimento -, si trova fra l’altro un opuscoletto clandestino intitolato «Memoria al Partito Socialista della Federazione giovanile italiana», del 24-5-1917, nel quale è inclusa la mozione di sinistra rimasta per poco in minoranza a Roma, e che in tutta la stampa del partito era stata censurata.
Il testo della mozione può apparire piuttosto debole rispetto alle idee sostenute dalla sinistra rivoluzionaria a Roma, che abbiamo sopra esposto. Tuttavia questa cronaca supplementare starà a mostrare che i concetti dell’estrema sinistra del Partito erano quelli; e deve anche tenersi conto che, indipendentemente dalla firma personale o dalle firme che la mozione recava, essa fu indubbiamente il risultato di un accordo tra elementi più decisi ed altri forse non completamente intonati, come dimostra l’elevata votazione di 14.000 voti contro 17.000. Bisogna pure rilevare che, nella speranza che la mozione potesse essere pubblicata sull’«Avanti!» senza incorrere nelle ire del censore, dal punto di vista puramente formale, convenne forse attutirne la fraseggiatura. Ecco dunque il testo quale fu inserito nel piccolo memoriale dei giovani e che non è sicuro fosse totalmente fedele all’originale:
«Il Convegno Nazionale Socialista si sente sicuro interprete del proletariato italiano e mondiale nell’invocare la fine della presente micidiale guerra, la cui continuazione è in antitesi con gli intenti e le aspirazioni delle classi lavoratrici.
Al disopra delle contingenti situazioni militari e politiche degli Stati in conflitto, il Convegno pensa che il Partito Socialista debba indirizzare tutti i suoi sforzi alla cessazione della guerra, rivelatasi incapace di raggiungere una soluzione dallo stesso punto di vista militare.
Ritenuto poi che il malcontento che va diffondendosi per le luttuose conseguenze della guerra deve essere preso in seria considerazione, e che il Partito deve prefiggersi di incanalarlo in una cosciente e generosa azione di solidarietà con le vittime della presente situazione, illuminata dalle ragioni socialiste dell’avversione proletaria alla guerra;
Riponendo ogni speranza circa la durata della pace e l’auspicata impossibilità di nuovi conflitti armati nell’energica azione di classe del proletariato internazionale, al di fuori delle pastoie dei pregiudizi borghesi, fa voti che l’azione per la pace del Partito Socialista si concreti nei seguenti provvedimenti:
Intensificazione dell’attività di propaganda e di organizzazione del Partito nelle singole Sezioni, nelle Federazioni provinciali e regionali e nei rapporti tra questi organismi e la Direzione centrale, giusta il piano di funzionamento interno di cui demanda lo studio alla Direzione, onde il Partito stesso sia pronto ad assolvere il suo compito in ogni eventualità;
Intensificazione del movimento femminile e giovanile socialista e dei rapporti con le organizzazioni di mestiere sulla base delle tendenze antiborghesi e antibelliche dei lavoratori organizzati;
Energico lavoro di ripresa internazionale col movimento socialista contro la guerra degli altri paesi, giusta le deliberazioni già votate;
Azione parlamentare che sia l’eco sincera ed esplicita del pensiero socialista e riaffermi in tutte le occasioni l’invocazione alla pace con sicura intransigenza e senza contatti con le correnti pacifiste borghesi.
Il Convegno fa appello a tutti i compagni e a tutti gli organi del Partito, perché contro gli allettamenti e le minacce avversarie sappiano compiere intero il loro dovere in nome della solidarietà internazionale dei lavoratori e per l’avvento immancabile del socialismo».
Poco dopo il convegno di Roma, la Direzione del partito seguitò ad attenersi alla politica esitante ed incolore che aveva sostenuta incontrando forti resistenze nel convegno di febbraio. Erano frattanto giunte le notizie di due importanti avvenimenti: la prima Rivoluzione in Russia e l’intervento in guerra degli Stati Uniti. La destra del partito tendeva a sfruttarli nel senso opposto alla decisa opposizione di classe alla guerra, in quanto il fronte dell’Intesa sembrava avere accentuato la sua colorazione democratica per la presenza della Confederazione americana e per quella di una Russia da feudale divenuta democratica, che allora i borghesi si illudevano avrebbe continuato attivamente la guerra antitedesca. La Sinistra del partito non mancò di reagire a questo equivoco indirizzo, ribadendo le posizioni internazionaliste (si veda, fra l’altro, il testo 33).
La Direzione seguitò nel malvezzo di trattare gli argomenti in convegni misti col Gruppo parlamentare e con la dirigenza della Confederazione del Lavoro. Un primo convegno ebbe luogo il 9 e 10 aprile 1917 e naturalmente, non essendo rappresentate organizzazioni di base, non si ha notizia di contrapposte posizioni. Il comunicato fa cenno ai nuovi avvenimenti che abbiamo indicati con frasi incerte come queste: «Si prospettarono... le diverse situazioni nelle quali potrebbe trovarsi il PSI sia durante che dopo la guerra, e sì ventilarono nei diversi casi i diversi atteggiamenti che il Partito dovrebbe tenere per conservare alla propria azione la sua schietta caratteristica di classe, pur tentando di giovarsi di tutti gli elementi di fatto per agire concordemente agli interessi del proletariato». Si fa cenno quindi alla necessità di sventare le insidie di altri partiti desiderosi di rifarsi una verginità politica, con chiaro riferimento allo sfruttamento elettorale nei dopoguerra dei meriti del Partito Socialista; ma, per raggiungere evidentemente la solita unanimità, si continua: «Senza però rifiutarsi di far leva su tutte le forze favorevoli nel Paese perché le aspirazioni del Partito [censura] giungano a sicura meta».
Il 25 aprile vi fu una riunione del Consiglio della Confederazione del Lavoro che salutò il popolo russo, auspicò la pace, propose alcune misure per il dopoguerra di carattere economico, previdenziale e riformistico, e invitò «il proletariato ad invigilare perché la borghesia non sfrutti l’anormale stato di cose per stroncare quelle rivendicazioni alle quali la guerra gli ha dato incoercibile diritto».
Altra riunione simile fu tenuta l’8 maggio a Milano con la sola rappresentanza delle sezioni di Milano e di Torino. All’archivio di Stato di Torino è stata trovata una circolare del 20 maggio che riproduce i due ordini del giorno votati per intero, cioè anche per la parte censurata sull’«Avanti!». Si accenna allo sforzo del proletariato internazionale per conseguire la pace e ai caratteri democratici di questa quali erano stati invocati dai socialisti russi (si trattava in quell’epoca dei menscevichi e populisti prevalenti nel Soviet). Un secondo o.d.g. si riferisce alle manifestazioni che si svolgevano in varie parti d’Italia contro la guerra e si esprime in maniera che è poco dire equivoca: «Avverte tutto il carattere spontaneo, fatale ed umano di tali movimenti e mette in guardia il governo contro ogni azione che intendesse non apprezzarne tutto il significato profondo ed ammonitore; dichiara che è dovere dei socialisti assistere il proletariato anche (sic!) in tali frangenti, e li impegna fin da ora in questa fraterna difesa, ma nel tempo stesso, cosciente della delicatezza della situazione (!?) e di fronte a tentativi evidentemente diretti a riversare sul Partito Socialista responsabilità che non sono sue, avverte organizzazioni e singoli: 1° che più che mai debbono sentire il valore materiale e morale della disciplina... 2° che solo agli organi direttivi del Partito spetta e deve spettare l’iniziativa di agitazioni di carattere politico generale; invita quindi le organizzazioni e i singoli a non assumere iniziative isolate e frammentarie, le quali potrebbero compromettere quella forza politica che, indubbiamente, al Partito Socialista è venuta dal suo atteggiamento di fronte alla guerra, e che varrà al momento opportuno a realizzare quel programma politico e sociale che il P.S. si appresta a difendere strenuamente».
A seguito di questa riunione, il 16 maggio fu pubblicato un manifesto dei tre organismi intitolato: «Per la pace e per il dopoguerra; le rivendicazioni immediate del P.S.I. Il manifesto richiama i principi di Zimmerwald e si addentra nelle caratteristiche democratiche della pace. Passa quindi ad un elenco di rivendicazioni proprie dell’Italia, che sono quelle di cui si abuserà largamente nel dopoguerra: Repubblica, suffragio popolare illimitato, politica estera non segreta, sviluppo delle autonomie comunali e regionali e generale decentramento (!), riforma della burocrazia e della giustizia, politica di lavoro, repressione dell’emigrazione, bonifiche, nazionalizzazioni, ecc. Non manca la frase abusata: riconoscimento effettivo a tutti i lavoratori del diritto ad un’esistenza dignitosa ed umana, con i soliti riferimenti agli antichi riformisti di sempre. Per la terra si chiede timidamente la socializzazione, partendo dalle opere pie (!) e dalla espropriazione delle terre incolte, poi si introduce la formula: le terre lasciate esclusivamente a chi direttamente le coltiva; e così via, con altre formulette economiche che non val la pena di riportare.
Frattanto l’atmosfera sociale italiana andava diventando incandescente e da tutte le parti le deliberazioni del convegno ed il manifesto pubblicato dall’«Avanti!» suscitarono vivaci reazioni. Vivacissima fu quella dei giovani che facevano propria la mozione di minoranza del convegno di febbraio, e moltissime sezioni fecero voti analoghi: gli atti processuali ricordano le sezioni e federazioni di Vercelli, Novara, Alessandria e, soprattutto, Torino, che respinge il proposito di non promuovere agitazioni per ottenere la fine del conflitto ed afferma: «Principalissimo compito del P.S. è di guidare il proletariato ad imporre la pace usando tutti i mezzi che possano offrirgli le circostanze, e di predisporre ed organizzare a questo scopo le forze della classe operaia» (mozione del 1-2 luglio).
Ma il documento più significativo di questo insorgere di tutto il Partito contro la fiacchezza degli organi centrali deve ravvisarsi nell’o.d.g. votato dalla sezione di Napoli il 18 maggio 1917 e fatto circolare nel partito, che può ritenersi espressivo della posizione politica della sinistra, e che per la sua importanza e sistematicità riportiamo per esteso nella seconda parte (testo 32).
Tale testo, riaffermata la relazione di principio tra capitalismo mondiale e guerra, nega tutte le modalità della pace che si pretende possano assicurarne la perpetuità prima che il sistema borghese sia rovesciato. Indica che il programma del dopoguerra non può essere che l’assalto ai governi borghesi per rovesciarli; rileva l’insofferenza delle masse ed afferma che debba essere incoraggiata ed inquadrata nel Partito; deplora l’andazzo col quale la Direzione del partito subordina le sue decisioni al Gruppo parlamentare e alla Confederazione del Lavoro, che dovrebbero invece ricevere dal centro del partito il loro indirizzo, e fa voti affinché il partito sappia compiere il suo dovere ponendosi all’avanguardia del proletariato in lotta - appunto le tesi sostenute e nel dibattito al convegno di Roma e qui espresse con estrema lucidità.
Questo voto, evidentemente censurato dalla prima all’ultima parola, lo dobbiamo alle fruttuose ricerche fatte nel dossier del processo di Torino, che ci permettono di inserirlo nella serie delle manifestazioni più espressive dell’indirizzo della Sinistra rivoluzionaria.
20. Caporetto e la riunione di
Firenze
Nell’estate 1917 la guerra si svolgeva ancora nel logorante ritmo delle trincee; a Claudio Treves toccò il celebre ’infortunio’ della frase: «quest’altro inverno non più in trincea». La frase non era estremista sebbene decisa; essa, in fondo, esprimeva il vecchio concetto riformista secondo cui la pressione del proletariato avrebbe indotto le classi dominanti a trovare la via della pace. La sinistra poneva invece chiaramente l’altra soluzione: porre fine alla guerra attraverso il rovesciamento della borghesia e del suo dominio. Treves voleva realmente la fine del conflitto, ma proprio per evitare che sboccasse in guerra civile.
Vi era stata altra riunione della Direzione il 23-27 luglio 1917, la quale deliberò di partecipare al convegno dei socialisti dell’ala zimmerwaldista indetto a Stoccolma per il 10 agosto in previsione dell’altro convegno di tutti i partiti socialisti della II Internazionale indetto dai socialisti russi, per il quale gli zimmerwaldisti non avevano gradito che i russi (allora sempre di destra) avessero invitato i socialisti colpevoli dell’appoggio alla guerra. Queste riunioni a Stoccolma non ebbero poi luogo, come è noto, e si svolsero invece varie altre convocazioni nel campo equivoco della II Internazionale.
Probabilmente questa riunione della Direzione, le manifestazioni che la seguirono, e la tensione generale italiana, in cui si delineava una violenta reazione contro il partito, provocarono la costituzione a Firenze di un comitato della frazione di sinistra del quale non siamo in grado di dare documenti di costituzione ma solo di riprodurre un’importante circolare del 23 agosto 1917 che si riferisce alla convocazione del XV Congresso Nazionale Socialista (poi rinviato all’autunno dell’anno seguente), ed annunzia che in occasione dell’ultima riunione della Direzione alcune sezioni e federazioni, «di Milano, Torino, Firenze, Napoli ed altre minori, decisero di costituire il primo nucleo della frazione intransigente rivoluzionaria».
Riprodurremo nella seconda parte (testo 36) anche il testo di questa circolare che, pur non avendo forse una precisa impostazione teorica, esprime bene un indirizzo del tutto contrapposto a quello insoddisfacente della Direzione del partito.
Nei moti dell’agosto 1917, ancora una volta furono gli operai di Torino a condurre una viva e vera azione di guerra di classe. La gravità della repressione e la violenza dei processi avanti un tribunale militare contro tutti i capi locali del partito, compreso lo stesso Serrati coraggiosamente accorso, dato che la censura imbiancava tutto il giornale, oltre alle vivacissime discussioni che seguirono in seno al partito e alla coincidenza storica del rovescio di Caporetto avvenuto poco dopo, formarono intorno a questi moti quasi una leggenda. L’abile marxista Treves poté condannare l’errore di «localismo», mentre i torinesi giustamente rampognavano il partito di averli lasciati soli, e nella polemica non seppero dire che il moto locale era causato dal fatto che, sotto la pressione dei Treves e della loro tradizione, appunto perché non ignobile, la proposta di moto «nazionale simultaneo» e non locale sarebbe dovuta passare sui corpi dei Turati e Treves prima di trionfare, come da tutto il resto d’Italia noi sinistri rispondemmo alla «Critica Sociale» ponendo apertamente l’esigenza della scissione del partito come condizione alla presa delle armi in un’azione rivoluzionaria.
Da varie parti si deformava la verità sui moti di Torino, anche a favore degli operai e della vigoria della dirigenza socialista di semi-sinistra, dal che i borghesi costruivano il sogno di una repressione nazionale dei «disfattisti» che poi il fascismo attuò. Esagerazione quella delle centinaia di morti e migliaia di feriti, ma sta di fatto che una cinquantina di morti ci furono di cui solo tre o quattro tra le forze dell’ordine; che si partì da una protesta per la mancanza di pane e poi si proclamò, dalle folle e dalle organizzazioni, la maledizione alla guerra; che gli operai presero le armi che poterono e i soldati ne consegnarono loro alcune delle proprie; che le donne assalirono le autoblindo, e occorse uno spiegamento di forze enorme, arresti a migliaia di dimostranti e di militanti socialisti, e pressione morale inaudita sui parlamentari e capi sindacali di parte operaia, per disarmare il moto come solita invasione di rito in Corso Siccardi e poi il clamoroso processo con enormi condanne.
Va rilevato che proprio agli operai di Torino il pane non poteva mancare più che altrove e la trincea non faceva paura, perché erano esonerati dalle fabbriche di produzione bellica; anzi, sfidarono la pena d’esser rimandati al fronte perdendo l’ambito «bracciale azzurro». Come negare che fu fatto politico e non economico quello che spinse alla lotta una tale avanguardia operaia?
A veri militanti rivoluzionari fu facile mostrare, senza nulla smentire, ch’era falsa l’accusa di aver fatto muovere Torino per lavorare alla vittoria degli austriaci. Se Torino operaia da sola avesse potuto vincere, sarebbe stato l’invito migliore ai lavoratori di Vienna e ai combattenti del fronte austriaco, perché insorgessero. Vana quindi la campagna della più lurida borghesia d’Europa per provare che il «complotto» di Torino preparò la frana militare di Caporetto, più che non la avesse provocata la citata frase di Treves.
Torino dette con eroismo di classe un vivo, alto esempio, che segnò una tappa sulla via della preparazione del movimento comunista italiano, fino ad altri eventi contrari che troveremo sul nostro cammino.
La disfatta militare, che lasciò agli austriaci buona parte del Veneto, creò un’incandescente situazione interna. Gli interventisti si gettarono sui nuovi estremi della «difesa del territorio nazionale» sperando di far crollare la posizione dei proletari e dei socialisti per giungere anche in Italia alla unione sacra e concordia nazionale totale, e si calcolò che il gruppo socialista alla Camera si prestasse al gioco. A tanto, per la verità, mancò pochissimo; se la Direzione del partito non avesse avuto una certa buona resipiscenza, e tutto il partito, malgrado le difficoltà della situazione, non si fosse mobilitato per sostenerla, sarebbe avvenuto il «fattaccio». Negli anni seguenti, a non poche tappe prima e dopo la scissione, ci dovemmo chiedere se non sarebbe stato meglio!
Ma in quelle ore, mentre i veri italiani facevano (molto platonicamente) argine dei loro petti alle «orde» austriache, molti di noi militanti del partito correvamo a Roma per far argine al tradimento dei nostri deputati, e ne potemmo scongiurare la piena effettuazione col trattenerli quasi fisicamente sulla via del Quirinale, ove, si disse, Turati si era già vestito per andare. (Se in giacca o meno, questo non ci fregava per nulla). Senza fare i soliti nomi può avere eloquenza un episodio. Un buon compagno della sinistra (prima e dopo: inutile dire quando, se no si capisce tutto, a parte che è morto) giunge trafelato alla Direzione del Partito, dove un gruppo della Federazione giovanile esorta e scongiura il bravo Lazzari a tener duro: quello, fresco di notizie di sala-stampa, ansima; pare che li fermino al Piave senza arretrare di più! Noi avevamo la testa a fermare il partito sulla via della disfatta di classe e lo guardammo sbalorditi: in lui parlava già il complesso della difesa della Patria e delle bandierine tricolori sulla carta topografica; nelle nostre teste e nei nostri cuori era tutt’altro, e vedevamo, forse ingenui, una rossa bandiera fin allora salva trascinata nel fango. Glielo gridammo sul viso.
Durante l’ottobre e il novembre (la «rotta» famosa e il getto delle armi avvennero il 24 ottobre 1917) continuò nel partito questa vera colluttazione, che servì nel seguito a conferire un indebito merito ai nostri vacillanti destri per non essersi disonorati. Il fatto è che noi fummo tanto decisi e attivi, che essi non poterono liberarsi del loro... onore!
Lazzari e la Direzione in quel momento erano fermamente decisi ad impedire quello che la forte maggioranza dei deputati voleva fare: se non proprio entrare in un gabinetto di «difesa nazionale», per lo meno non negare il voto a un tale ministero e ai crediti per la difesa. Era un risultato che sembrò ai giovani dell’estrema ala marxista importante, e per un momento tacque la divergenza sul sabotaggio della guerra che Lazzari aveva sconfessato. In pratica i proletari soldati avevano applicato sia pure in modo insufficiente il disfattismo, disertando il fronte. Avevano gettato le armi invece di tenerle per azioni di classe, come nello stesso tempo avveniva sui fronti russi; se non avevano sparato sui loro ufficiali, era perché gli ufficiali erano scappati con loro anziché impugnare le storiche pistole dell’Amba Alagi 1897 (altra grande tappa italiana) nel tentativo di arrestare la fuga.
Le masse avevano capito quanto possono capire, finché non fa maggior luce il partito rivoluzionario.
Ora si trattava d’impedire che il partito socialista si unisse al grido: Riprendete le armi e tornate contro il nemico!
In tal frangente non fu la sinistra della frazione intransigente, ma tutta la frazione, che si riunì per lottare (abbiamo già premesso che forse era meglio già allora rompere la stessa frazione; ma tali furono gli eventi). La Direzione aderì al movimento di frazione e la convocò quando noi lo proponemmo, senza convocare tutto il partito, i deputati e i confederali. Era una prima» nostra vittoria. La riunione fu tenuta illegalmente (poiché era stata vietata dalla polizia) a Firenze la notte sul 18 novembre 1917. Essa era apertamente diretta contro gli atteggiamenti della destra del partito, ossia parlamentari, capi sindacali, e sindaci di alcuni comuni come Milano e Bologna, che tutti gravemente vacillavano. Anche di questa riunione non si hanno i verbali, ma solo il testo del voto che, per le dette ragioni, doveva essere unanime. Non fu dunque possibile prepararlo in modo che i collitorti gridassero al «teoricismo», ma fu concordato. Gramsci (contro i tentativi di ricostruzione) non tenne alcun discorso. Ascoltò solo con lo sguardo sfavillante dei buoni momenti. Le qualità personali, per noi, non importano mai tanto, ma si può dire che un uomo notevole può essere di maggior rilievo quando apprende che quando insegna. Oggi siamo ammorbati da troppi che insegnano senza aver mai nulla imparato; e pensiamo, si capisce, non alla scuola, ma alla vita, alla storia.
La mozione è molto breve: notare la frase che «l’atteggiamento politico del Partito Socialista non può farsi dipendere dalle alterne vicende delle operazioni militari». Segue la recisa condanna di ogni manifestazione che abbia il senso «di aderire alla guerra o concedere tregua alla classe borghese o comunque modificare l’indirizzo dell’azione proletaria». Tali manifestazioni sono colpite per incoerenza, indisciplina, e rifiuto di responsabilità che tutto il partito aveva già assunte e da cui non poteva spogliarsi. Si ribadisce infine la resistenza ad ogni «adescamento di ideologie borghesi» e l’«irriducibile opposizione alla guerra» alla quale tutti gli iscritti, «e in modo speciale quelli che coprono cariche rappresentative», sono energicamente chiamati a tener fede.
Non vi è di più, in questo testo; nemmeno l’ingiunzione ai vacillanti di lasciar le nostre file, ma la riunione segnò un punto importante e raggiunse lo scopo, che allora sembrò preminente, di frenare le mosse equivoche dei destri e togliere alla canaglia patriottica la soddisfazione della concordia nazionale. La prospettiva del futuro e quella che le carognette chiamano visione teorica vi fu nei discorsi, di cui alcuni testimoni tutt’altro che morti da estremi sinistri hanno riferito; e lasciò per le lotte dell’avvenire le sue tracce indelebili.
Da quel momento, il gruppo dei più decisi, strettosi in quella riunione, si organizzò sempre meglio - come vedremo in capitoli successivi - e si delineò la piattaforma propria della «sinistra italiana» che non era la stessa cosa della vecchia frazione intransigente, ma molto di più.
Le ripercussioni di questa decisa impennata si ebbero d’altronde negli stessi organi direttivi: dal novembre al gennaio si susseguono le «circolari» che verranno poi contestate in sede processuale a Lazzari e che miravano a rintuzzare l’azione indipendente di deputati e confederali (il 1° novembre Rigola aveva scritto che «il popolo italiano deve raccogliersi in un supremo sforzo di volontà per respingere l’aggressore»!) e mantenere tutto il partito, senza eccezioni, sulla linea stabilita centralmente, nella più rigorosa «fedeltà alla disciplina socialista».
Nel periodo successivo la classe dominante italiana e il governo, certi che il gioco di avere la solidarietà del partito socialista non sarebbe mai riuscito, si dettero alla più aspra repressione di ogni critica alla guerra e di ogni movimento e agitazione operaia. Il 24 gennaio del 1918 la polizia arresta il segretario Lazzari e il vicesegretario Bombacci e monta un processo per complotto e disfattismo. Vi fu la minaccia di sopprimere tutta la stampa del partito, già soffocata dalla censura di guerra. Alla Camera i deputati reagirono in nome della democrazia violata, ma proprio allora Turati pronunciò il discorso del 23 febbraio in cui è la frase: Anche per i socialisti la patria è sul Grappa, in quanto sulla linea del Grappa si consolidava il fronte di arresto dell’esercito italiano. Ma la sinistra del partito, malgrado l’arresto di tanti dirigenti, seppe di nuovo sollevarsi e protestare contro la deviazione dalla politica di opposizione alla guerra; forte del suo appoggio, in maggio la Direzione poté intervenire con energia contro i deliberati del Gruppo parlamentare e della Confederazione (quest’ultima poi sconfessata in luglio, sebbene con formula ambigua, dal suo Consiglio Nazionale) di aderire all’invito del governo di partecipare alle costituendi commissioni per lo studio dei provvedimenti atti a rendere agevole, a suo tempo, il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, e in giugno sconfessare apertamente il discorso con cui Turati, meritandosi l’abbraccio di Bissolati, aveva salutato la resistenza italiana sul Piave; richiamando tutto il gruppo al rispetto dei criteri fissati nel convegno del novembre 1917 (si noti che lo stesso Turati era stato l’unico a rifiutarsi di dimettersi dalla «commissionissima» governativa). L’ordine del giorno 17 giugno della Direzione è, in effetti, un’esplicita riaffermazione delle tesi di Zimmerwald e di Kienthal.
Nel maggio 1918 si arresta anche Serrati e nel luglio lo si processa coi compagni di Torino: le condanne giungono fino a sei anni di reclusione, per Barberis.
21. Il XV Congresso socialista: Roma
1-5 settembre 1918
La borghesia italiana stava ancora giocando la propria sorte al fronte e nelle vergognose schermaglie tra i futuri vincitori, nell’eventualità che le cose andassero loro bene. Essa faceva al partito socialista l’onore di temere che, provocandolo, sapesse far nascere un’altra Caporetto. Aveva paura di noi, e per frenare la collera rivoluzionaria faceva assegnamento, come fa adesso, più sull’illusione democratica che sulle legnate. Permise la convocazione a Roma del Congresso del Partito, che nel 1917 aveva proibito: fra arrestati e militanti sotto le armi, le nostre file erano diradate e seriamente provate; e gli avversari speravano nell’azione dei destri parlamentari e sindacali perché mettessero acqua nel vino. Ma, in Italia, della guerra tutti ne avevano abbastanza, perfino i destri, i quali pensavano che, se la guerra non finiva, anche i sassi sarebbero passati all’estrema sinistra, loro bestia nera.
Il Congresso deluse tutti coloro. Ben 365 sezioni vi erano rappresentate. Il Partito era forte appunto per il buon effetto della dura lotta contro la guerra, e al dibattito portarono un acceso contributo diversi militanti proletari del Nord e del Sud, tanto rudi e sbrigativi quanto insofferenti - con mille ragioni! - delle manovre e delle pastette della destra parlamentare e confederale, e sdegnati sia della difesa turatiana del principio che «l’indipendenza nazionale! è sacra», che dei sottili e cattedratici «distinguo» di Graziadei.
Repossi, vecchio sinistro, tenne il più deciso discorso per Lenin e per la dittatura proletaria (significativamente, i destri avevano evitato il minimo accenno alla rivoluzione bolscevica, i cui bagliori accendevano gli entusiasmi dei congressisti), e per la messa in stato di accusa del re e del governo: «Più nessuna blandizie - egli concludeva - Classe contro classe: da una parte la borghesia, tutta insieme, contro di noi; dall’altra noi, soli, contro tutto il mondo: questo il compito dei socialisti».
La tesi dell’estrema sinistra fu svolta dall’avvocato Salvatori, di Livorno, che era stato a Bologna 1915 e Firenze 1917, e deprecò che, fin dall’inizio della guerra, non ci fosse stata rottura aperta fra le due ali estreme e che il partito si fosse adagiato nella formula non aderire né sabotare: «Voi - disse rivolto ai destri, - dovevate aderire alla guerra; noi dovevamo sabotarla fin dal principio immediato». Da lui e da Trozzi fu preparata la mozione estremista. Ancora una volta vi campeggiava la questione della politica del momento, e non solo si sconfessava il Gruppo parlamentare, ma si deplorava la debolezza della stessa Direzione del partito. La discussione fu deviata da un burrascoso incidente: Modigliani si alzò per dire che, se una tale mozione era votata, tutti i deputati avrebbero presentato le dimissioni. Allora Trozzi ebbe la debolezza di ritirare la sua firma, e solo dopo lunghi dibattiti il Lo Sardo, uomo abile ma mai troppo diritto, escogitò una formula attenuata che anche Modigliani gradì. Va detto che da lui si erano staccati i deputati Maffi, Caroti, Di Giovanni, Bernardini e Morgari.
Messe ai voti, la mozione Salvatori ne ebbe 14.015, la centrista di Tiraboschi 2.507, e quella di Modigliani 2.505. La mozione vittoriosa dice:
«Il XV Congresso socialista italiano:
1) plaude all’opera della Direzione del Partito sul terreno della politica internazionale e ne approva insieme gli atteggiamenti politici interni, pur rilevando di essa Direzione, per amore dell’unità di tutte le forze socialiste, l’eccessiva tolleranza verso gruppi, organizzazioni e persone;
2) giudicando dell’«Avanti!» che ha segnato in questo periodo di guerra una pagina gloriosa di classismo, specialmente per aver gettato l’allarme contro la possibilità collaborazionista mobilitando intorno a sé tutte le energie socialiste, lo addita alla riconoscenza del proletariato;
3) nei riguardi del gruppo parlamentare socialista... mentre prende atto della sua opera fino al Convegno di Roma del febbraio 1917, dichiara che malgrado i richiami ad una più energica opposizione alla guerra, e ad un maggior contatto con le masse, il Gruppo, sia per manifestazioni di singoli, sia per deliberazioni della sua maggioranza, non ha corrisposto alle deliberazioni del convegno suddetto e alle direttive segnate dai Congressi di Reggio e di Ancona, richiamate dalla Direzione del Partito e dalle masse organizzate, e ciò più specialmente coll’ultimo discorso Turati e col susseguente voto di solidarietà del Gruppo; invita il Gruppo Parlamentare ad attenersi rigidamente alla volontà del Partito ed alla direttiva segnata dagli organi responsabili dello stesso;
4)... riafferma che il Gruppo parlamentare socialista debba in ogni sua pubblica manifestazione politica essere disciplinato alle deliberazioni della Direzione, alla quale spetta la responsabilità delle direttive del Partito; ed in questo concetto, modificando opportunamente lo Statuto, affida alla Direzione stessa il mandato di disciplinare tale rapporto con tutte le modalità del caso, anche nei riguardi delle situazioni parlamentari improvvise e con le conseguenti sanzioni fino all’espulsione. Il possibile ricorso del colpito da espulsione, da presentarsi alla Direzione, sarà esaminato a referendum dalle Sezioni, o dal Congresso se già stato indetto».
Abbiamo riportato la mozione così attenuata per mostrare come, ancora una volta, l’affermazione di principi validi e sempre ribaditi dalla sinistra non fosse qui tradotta in un taglio netto e radicale nella pratica, e lo scrupolo dell’unità portasse ad una sanatoria di fatto se non di principio del passato. Basteranno pochi mesi - e lo vedremo perché il Gruppo parlamentare torni a fare di testa propria, e la Direzione... lasci correre.
La verità è che il Congresso aveva eluso le questioni di fondo per concentrarsi su una schermaglia di accuse e contro-accuse su atti singoli. Un anno prima, quando per la prima volta si era parlato di Congresso, l’estrema sinistra aveva chiesto che il dibattito fosse esauriente e non si evitassero i tanto temuti dibattiti «teorici» per paura di dissensi suscettibili di compromettere l’unità del Partito. Era proprio sul terreno della pratica che il dibattito sull’azione da svolgere nel Paese e sui metodi da seguire nei rapporti internazionali si delineava, e, dato il dissenso pratico circa quello che si diceva «andare a destra o andare a sinistra», il modo migliore di inasprirlo era di lasciarlo sospeso «affidandone la soluzione al caso, ai signori Avvenimenti, alle eccellentissime signore Situazioni e al criterio della S. S. Opportunità. Il modo sincero, onesto e virile di risolvere la questione è, invece, quello di decidere se l’una o l’altra delle tendenze è nella linea del programma del partito e corrisponde alle finalità che esso si propone» -, dunque, questione pratica non risolvibile fuori dalla questione teorica (11).
Allo stato dei fatti, la nuova direzione uscita dal Congresso di Roma non potrà non perpetuare, proprio per il mancato chiarimento delle questioni di fondo e il conseguente mancato raddrizzamento organizzativo, le titubanze e gli smarrimenti del passato, a maggiore scorno dei «praticisti», dei «concretisti» e dei «contingentisti», oltre che degli unitari ad ogni costo.
Si vuole che da questo Congresso nascesse il poi detto massimalismo. I più accaniti sarebbero stati Gennari e Bombacci: il merito maggiore dell’orientamento delle «assise» di Roma spetta al vero rivoluzionario Salvatori, che non merita certo la taccia di aver tenuto a battesimo il massimalismo. L’ordine del giorno sulla situazione nazionale e internazionale, di Gennari, diceva che nel socialismo il concetto di patria è superato, e che si doveva nell’azione pratica affrettare la pace e incanalare il malcontento generale verso il programma massimo dell’espropriazione capitalistica borghese. Solo più tardi si poterono sottoporre a un miglior vaglio alla luce del marxismo frasi di questo genere, - anche se sincere come nel Gennari di allora - quando il «massimalismo» rivelò la pochezza del suo contenuto e della sua valutazione del trapasso storico del dopoguerra.
La guerra intanto volgeva alla fine, sia pure con la vittoria tanto magnificata dalla borghesia italiana della battaglia di Vittorio Veneto e l’ingresso nelle terre e città «liberate». Ma si levavano in tutta la loro asprezza i tanto attesi problemi «del dopoguerra».
22. I giovani socialisti in tempo di
guerra
Prima di passare al periodo posteriore alla fine della I guerra mondiale, sarà utile tornare brevemente sulle vicende del movimento giovanile socialista, di cui abbiamo ricordato il notevole appoggio all’ala sinistra rivoluzionaria del partito fino alla vigilia del conflitto 1914-18.
La Federazione giovanile, che dall’agosto 1914 aveva accolto lo scoppio del conflitto europeo prendendo la stessa decisa posizione contro il tradimento social-nazionale che la sinistra del partito subito assunse, e che abbiamo documentata con riferimenti ad articoli fondamentali dell’«Avanti!», purtroppo non sfuggì ad una lieve crisi allorquando Mussolini, nell’ottobre 1914, compì la sua vergognosa defezione.
Il giornale «L’Avanguardia» era allora affidato a Lido Caiani, il quale purtroppo seguì il futuro duce e non mancò di recare un certo scompiglio nelle file dell’organizzazione giovanile. Fu riunito d’urgenza un convegno del Comitato nazionale a Bologna il 25 ottobre, ossia pochi giorni dopo il famoso articolo del voltafaccia mussoliniano, e fu votato un risoluto ordine del giorno che poneva fine ad ogni esitazione interventista, presente anche il transfuga Caiani che, pochi giorni dopo, doveva passare armi e bagagli dalla parte dei traditori senza peraltro essere seguito nemmeno da un’infima minoranza dei giovani, e pubblicare un giornalucolo dissidente cui dette il titolo del famoso articolo di fondo del 1° numero del «Popolo d’Italia» (Audacia) abbracciando sfrontatamente la tesi dell’immediato intervento. Ecco il testo dell’ordine del giorno votato a Bologna, come lo riporta «L’Avanguardia» dell’8-11-1914, n. 361:
«Il Comitato Nazionale dei giovani socialisti italiani, discutendo in merito all’attuale situazione politica internazionale e all’atteggiamento assunto al riguardo dall’«Avanguardia»;
«ritenendo che il movimento giovanile debba seguitare ad ispirarsi alle direttive di avversione ideale e pratica ad ogni guerra, perché dai gravissimi e vastissimi avvenimenti attuali e proprio dall’insuccesso dell’opera dei socialisti negli Stati belligeranti scaturisce l’insegnamento che ogni concessione dei socialisti alle funzioni dei militarismo statale si presta solo a far trarre il proletariato nell’inganno sanguinoso delle guerre fratricide, le quali sono conseguenza fatale dell’intima struttura economica e sociale del moderno capitalismo, di cui il socialismo é antitesi teorica ed operante, e delle quali guerre la motivazione, l’iniziativa e lo svolgimento sono del tutto sottratti al controllo ed alla influenza del proletariato, costituendo il monopolio unilaterale dei moderni Stati, anche se retti a democrazia;
«decide che la Federazione Giovanile debba esplicare la sua azione politica d’accordo col Partito socialista italiano e con tutti gli organismi del proletariato, facendo appello in caso di guerra alle masse operaie perché esplichino la più recisa opposizione, e disapprova l’intonazione riserbata da «L’Avanguardia» di fronte alla guerra con manifesti giudizi parziali e prematuri di socialisti esteri, con simpatie sentimentalistiche per una delle parti belligeranti e inopportuni propositi bellicosi in particolari circostanze dello sviluppo del conflitto, esorbitanti dalla sana concezione socialista come dalla socialistica valutazione dei fatti... ».
Dopo questa decisione, fu completamente raddrizzato l’indirizzo della «Avanguardia», che prese posizione per la linea più radicale in materia di azione contro la guerra. Importantissima conferma se ne ebbe al Congresso della Federazione giovanile tenuto a Reggio Emilia il 10 e 11 maggio 1915, ossia alla vigilia dell’intervento dell’Italia in guerra, il cui voto, importantissimo perché contiene il principio disfattista dello sciopero generale in caso di guerra, fu quindi propugnato (come abbiamo esposto) dai delegati della estrema sinistra e della Federazione giovanile stessa al convegno del 16 maggio 1915 a Bologna degli organismi del partito. Erano presenti 107 delegati e 305 sezioni con circa 10.000 iscritti. Sulla relazione del Comitato centrale e del giornale fu approvato quest’ordine del giorno:
«Il Congresso, constatato come il C.C. e la direzione dell’«Avanguardia», dopo il richiamo del Convegno nazionale tenuto a Bologna il 25 ottobre 1914, hanno seguito una linea di condotta confacente alle aspirazioni del movimento giovanile, ne approva l’operato e passa all’ordine del giorno».
Sull’azione contro la guerra fu approvato a grande maggioranza l’ordine del giorno che segue:
«I giovani socialisti italiani, mentre affermano che sia necessario rendere sempre più sensibile in questo momento il distacco fra borghesia e proletariato e credono e sperano che lo sciopero generale in caso di guerra sarebbe il segno veramente efficace di questo distacco, danno mandato di sostenere le loro convinzioni, e la loro volontà di affermare con qualunque sacrificio il proposito di salvaguardare gli ideali e gli interessi della classe lavoratrice, ai rappresentanti che si recheranno al convegno nazionale di Bologna».
Il giornale prese un indirizzo di sinistra subito dopo che il partito ebbe respinto la proposta di sciopero generale, e un articolo che daremo in appendice, dell’ottobre 1916, sviluppa le stesse idee, le stesse direttive che (come si è detto) l’estrema sinistra affermò con forze notevolissime al convegno di Roma del febbraio 1917. In previsione delle manifestazioni per il 1° maggio 1917 la Federazione giovanile si rivolse al partito per ottenere che la manifestazione stessa fosse informata a direttive più nette ed energiche di quelle di cui si era contentata la maggioranza del convegno di febbraio con la vaga formula: «Uniformare l’azione ulteriore del Partito all’azione finora svolta». In un articolo successivo, del luglio 1917, dal titolo “Ancora più avanti”, l’organo dei giovani manifesta decisamente l’idea che l’Internazionale socialista dopo la guerra debba essere scissa in due, e gli antichi capi, che nel 1914 hanno tradito, vadano respinti al di là di un vero abisso che separi i marxisti rivoluzionari da tutti i transfughi in campo socialpatriottico (cfr. i testi 31, 34 e 37).
Delle prese di posizione dei giovani nel cruciale periodo febbraio-giugno 1917 informa tuttavia più dettagliatamente la già citata «Memoria al Partito socialista della Federazione giovanile socialista italiana», in data Roma 24-5-1917 e a firma dell’allora segretario Nicola Cilla, un elemento di sinistra. Essa è una vivace critica degli organi direttivi del partito che non hanno mantenuto la promessa di prendere in seria considerazione l’o.d.g. presentato dalla sinistra al convegno di febbraio, e che, nei convegni dell’aprile e del maggio a Milano, hanno tenuto un atteggiamento sostanzialmente pacifista e gradualista. Vi sono riportate due proposte di aggiunte - o meglio chiarimenti - della Federazione giovanile all’o.d.g. della sinistra al convegno di Roma; la prima chiede di:
«Imporre alla Confederazione generale del lavoro un indirizzo nettamente classista; in tutte le occasioni adatte (ricorrenze straordinarie, processi politici, crisi parlamentari, provocazioni internazionali, ecc., ecc.) proclamare lo sciopero generale e convocare comizi, affermandosi in quest’unico programma: «la pace, non la vittoria»; tener deste e pronte le forze proletarie e, qualora queste scoppiassero al di fuori della nostra iniziativa, intervenire illuminandole e difendendole dalla reazione borghese»
La seconda invita:
«il CC a tenersi maggiormente affiatato col movimento giovanile socialista internazionale, per accordarsi in merito ad eventuali futuri movimenti, e per tener viva e desta quell’unione internazionale che é gran parte della nostra forza».
Dallo stesso fascicoletto risulta che, in vista del già ricordato convegno del 9-10 aprile a Milano, la Federazione giovanile aveva inviato alla Direzione il seguente appello:
«Ritenuto che sarebbe impolitico e fuori della realtà non tener conto del malcontento popolare che è fatale conseguenza della guerra, o affidarsi a una vaga formula di «uniformare l’azione ulteriore del Partito all’azione finora svolta», - considerato che il malcontento popolare presente sta per essere sfruttato come tavola di salvezza dell’interventismo pseudo democratico e repubblicano ai finì di indirizzarlo verso un’azione insurrezionale non socialista, anzi antisocialista, che condurrebbe l’Italia a una concretazione di programmi essenzialmente repubblicano-borghesi, - fa voti perché la Direzione del partito - ispirandosi agli avvenimenti di Russia e d’America e allo stato d’animo creato dalla guerra - concreti una linea di condotta che diriga, coordini, unifichi lo spirito e l’azione del proletariato italiano».
Il 23/24-09-1917, la Federazione giovanile socialista italiana riesce a tenere un altro Congresso, a Firenze, con ben 150 delegati in rappresentanza di 300 sezioni con circa 9.000 iscritti. Sull’indirizzo politico viene data adesione alla circolare della frazione intransigente rivoluzionaria, costituitasi per reagire al troppo debole indirizzo centrista della direzione, e tuttavia sorreggere quest’ultima contro la minaccia socialpatriottica di una defezione del gruppo parlamentare.
Dell’ordine del giorno sull’Internazionale, riportiamo la parte più notevole:
«Il Congresso della gioventù socialista italiana, visto come gli avvenimenti storici in Russia confermino brillantemente la ragionevolezza dei principi della lotta di classe da noi propagati, saluta fraternamente la Russia rivoluzionaria e intravede nel suo trionfo il trionfo delle idee rivoluzionarie;
considerato che, come la rivoluzione russa può raggiungere il suo trionfo pienamente socialista [siamo a un mese circa dalla rivoluzione di ottobre], soltanto attraverso la lotta contro il governo borghese e contro il socialpatriottismo, così anche in tutti gli altri paesi può trionfare la tattica rivoluzionaria solo attraverso la lotta più aspra contro il socialpatriottismo del proprio paese;
delibera che uno dei compiti della Gioventù socialista é di operare in seno al movimento proletario infuocando la lotta rivoluzionaria per il trionfo dei nostri principi».
In questo Congresso, fu pure vivamente deplorata l’incertezza del partito adulto e il suo tentativo di false unanimità, ricordando che al convegno di Roma del febbraio 1917 si erano voluti mostrare armonici i due ordini del giorno di forza quasi pari che «invece si dividevano per un’antitesi irreconciliabile». Alle critiche volle rispondere lo stesso Lazzari il quale rivendicò il rispetto al concetto di patria; tuttavia, il voto dette più di 7.000 aderenti all’indirizzo estremista contro 700 dei soli gruppi del Reggiano che tolleravano la scialba posizione del segretario del partito.
Nel periodo successivo del 1917, l’organo della Federazione giovanile mostra un’immediata e vibrante sensibilità alle notizie della rivoluzione russa e della vittoria di Ottobre. Una serie di note dai titoli Mentre Lenin trionfa, La luce viene dall’Oriente e simili, sottolinea con validissima prontezza la collimanza completa fra l’opera dei bolscevichi e i dettami fondamentali del marxismo. Si comincia pure ad agitare in maniera sempre più decisa il problema di una nuova Internazionale, come si può, fra i numerosi altri scritti, desumere da un articolo del maggio 1918 intitolato “Le direttive marxiste della nuova Internazionale”. Malgrado le mutilazioni della censura bellica, questo articolo imposta chiaramente le questioni della conquista rivoluzionaria del potere, della condanna della democrazia parlamentare, e della centralizzazione dell’azione comunista.
Fino alla fine della guerra, malgrado la caleidoscopica rotazione tra i
dirigenti e nella redazione dell’«Avanguardia», dovuta agli incessanti
richiami alle armi dei militanti più giovani, il movimento giovanile si orienta
con esplicite manifestazioni verso la futura battaglia tra l’ala sinistra del
partito socialista e le forze residue tuttavia annidate nelle sue file, da cui
dovrà essere sgombrato il terreno. Parlino, a conferma, le pagine da noi
riprodotte nella seconda parte per il periodo 1917-18.
1. Il lettore troverà nella seconda parte altri contributi notevoli della gioventù socialista alla chiarificazione di importanti questioni di dottrina - posizione di fronte alla cultura borghese, socialismo e anticlericalismo, partito politico e organizzazione economica, questione elettorale, lotta contro l’irredentismo ecc. - in questo periodo 1912-14 (testi 3-14).
2. Cfr. “L’irredentismo”, 14 Dicembre, 1913 L’Avanguardia.
3. Ai socialisti d’Italia, il «Carlo Marx» per il Socialismo Meridionale e contro le degenerazioni della Unione Socialista Napoletana, Napoli, aprile 1914.
4. “L’equivoco regionale”, Avanti!, 8 Marzo 1914.
5. Discorso del rappresentante della sinistra al Congresso socialista di Ancona, 1914.
6. Si tratta del resto soltanto del primo di una serie di articoli, usciti fra l’agosto 1914 e il maggio 1915 ed oltre, e riprodotti nella seconda parte di questo volume, in cui le correnti giustificazioni dell’appoggio proletario alla guerra sono sistematicamente e una per una demolite (testi 15-33)
7. “La borghesia e il principio di nazionalità”, 24 gennaio1915, l’ Avanti!
8.Sarebbe interessante seguire sulla stampa regionale e provinciale socialista nei mesi di aprile e maggio le reazioni del Partito alla prospettiva sempre più immediata dell’intervento italiano nel conflitto europeo e alla cauta politica della direzione. Ai nostri fini può essere interessante segnalare fra le tante la mozione votata all’VIII congresso delle sezioni socialiste della provincia di Forlì, 11 aprile 1915: «Il Congresso Provinciale Socialista Forlivese, riconoscendo che l’affermazione della neutralità é oggi divenuta insufficiente, lamentando che la Direzione del Partito non abbia saputo escogitare il mezzo efficace d’opposizione alla guerra, afferma la necessità dello sciopero generale per impedire che il proletariato nell’interesse della borghesia sia lanciato nell’orrendo macello». (Da «La lotta di classe», 17-4-1915). Va notato che, come risulta dallo stesso settimanale, la sinistra, soprattutto giovanile, aveva svolto nel periodo successivo all’agosto 1914 e, in specie, alla defezione mussoliniana un’attivissima propaganda nelle sezioni e nelle città romagnole fra il vociare del repubblicanesimo interventista e guerrafondaio. Per la mozione votata nello stesso mese e nello stesso senso dalla Federazione Giovanile socialista, si veda più oltre il cap. 22.
9. “Il fatto compiuto”, 25 maggio 1915; cfr. più oltre, p. 284
10. “Il fatto compiuto” cit. numero del 10 aprile 1916, l’Avanti!
11. Per una discussione esauriente, nell’«Avanti!» del 13-10-1917; cfr. nella seconda parte: testi 38 e 40