Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana

 

Che cosa fu in realtà il Fronte Popolare
(Le Prolétaire, n.13-14-16, 1964; n.19-20, 1965)



I - Alle origini della situazione d’oggi
Il programma storico del proletariato
Il pericolo di infiltrazioni opportunistiche nella Terza Internazionale
Dal fronte unico al governo operaio
II - L’antifascismo
I fini ultimi subordinati alla diplomazia nazionale
III- Il prezzo della vittoria del 1936
IV - Dalla disfatta del proletariato spagnolo alla guerra imperialista
Il vero significato della guerra di Spagna
La crisi permanente del capitalismo spagnolo
V - Tre giorni d’insurrezione – Tre anni di controrivoluzione
Dalla sconfitta del proletariato spagnolo alla seconda guerra imperialista



Dal nostro organo di lingua francese “Le Prolétaire” riprendiamo questa utilissima ed efficace serie di articoli, che pubblicheremo in puntate successive.

  


(I)

Quel partito che si dice “partito della classe operaia” e per di più si spaccia per “comunista”, da lungo tempo non ha più niente del programma proletario: tutt’al più dispone ancora di un MITO. Ma è un mito tenace, con radici tanto più profonde in quanto in esso si incarna il trionfo del capitalismo nel XX secolo dopo il tremendo scossone che fu, per tutta la società borghese, la gloriosa rivoluzione russa del 1917. Sotto le formule variate e successive di “nuova democrazia” e “vera democrazia”, questo mito — sul quale vivono i falsi comunisti — è quello del fronte popolare del 1936.

La sua idea centrale è di uno spaventoso semplicismo: la storia non più storia delle lotte di classe, ma storia del progresso della VOLONTA’ POPOLARE, di continuo sbeffeggiata ma sempre risorgente, il cui debutto risalirebbe alle grandi giornate del giugno 1936. Bloccata per un attimo dall’intermezzo di quei galoppini della storia che rispondono ai nomi di Mussolini ed Hitler, questa “volontà popolare” riprese la sua marcia trionfale con la vittoria degli Alleati nella II guerra mondiale. Ma di nuovo un altro “accidente” tagliò la strada al suo ulteriore progresso: il gollismo e il “potere personale” in Francia, il monopolio democristiano del potere in Italia, e in genere l’influenza americana un po’ dovunque. Per non rimanere arenati in queste secche, dicono i dirigenti del PCF e del PCI, basta riprendere la stessa via, e scoprire tutti uniti — dagli atei ai cristiani, dai comunisti ai socialisti, dagli operai ai padroni, purchè tutti siano dei buoni patrioti — una formula costituzionale capace infine di realizzare, e per davvero, la sacra volontà popolare.

La vera spiegazione dello stato presente della classe operaia e della società in cui essa vive è affatto diversa. Lo si voglia o no, la storia moderna è dominata dalle vicissitudini della lotta di classe del proletariato. La società “progredisce” quando il proletariato lotta per prenderne la direzione: ristagna nel caso contrario. La linea di sviluppo sociale conosce fasi ascendenti o di RIVOLUZIONE, fasi di riflusso o di CONTRORIVOLUZIONE. Oggi, malgrado l’orpello di una “prosperità” barcollante, noi viviamo ancora in una fase di rinculo controrivoluzionario, Il proletariato, come classe che produce e fatica, il proletariato come unica classe storicamente in grado di sopprimere il sistema della forza-lavoro, questo proletariato è stato sconfitto.


Alle origini della situazione di oggi

Per sapere perché, bisogna risalire 50 anni indietro: ma, per constatarne i risultati, basta guardarsi intorno. Gli operai lavorano 50 ore la settimana per un salario reale inferiore a quello d’anteguerra. Vere lotte operaie non ne esistono più, I sindacati le tradiscono ancor prima del loro sorgere. E il partito che si richiama al comunismo si impegna strenuamente alla difesa della COSTITUZIONE borghese, La gloriosa classe operaia di un tempo, divenuta massa indifferente ed inerte, accodata a tutte le categorie sociali parassite, o sì disinteressa delle questioni politiche di classe o segue docilmente il “Gran Capo” del momento. In una parola non solo il proletariato non conta più come forza politica, ma tutta la società nel suo complesso è divenuta, quasi senza accorgersene, FASCISTA, fin nel subcosciente di ogni suo membro.

In realtà, questi non sono i frutti di un’inspiegabile aberrazione collettiva, ma le conseguenze logiche degli avvenimenti del 1936, che non furono, come generalmente si crede — i segni dell’inizio di una fase di grande slancio democratico, ma al contrario la FINE di un periodo rivoluzionario da cui il proletariato è uscito sconfitto.

La situazione materiale degli operai e la psicologia da essa generata non sono che i risultati di questa disfatta. In nessun caso la coscienza di classe costituisce il motore delle lotte sociali; essa non può esserne che il PRODOTTO — e in date condizioni, di cui la principale è l’esistenza del PARTITO di classe. Nelle fasi rivoluzionarie, gli operai sono “istintivamente” portati ad agire sul terreno lora proprio, con metodi specifici di lotta, RIASSIMILANDO con fulminea rapidità i principî fondamentali formulati nella teoria marxista in modo definitivo ormai da un secolo, dal tempo cioè della sua prima apparizione sulla storia. Invece, nelle fasi controrivoluzionarie, gli operai si lasciano immobilizzare dagli opportunisti nel solo terreno d’azione della borghesia, quello delle commedie elettorali e delle farse parlamentari, da cui escono nauseati, divisi, scoraggiati, incapaci di lottare seriamente, anche per puri e semplici aumenti di salario. Il salariato vota; ma non sa più organizzarsi per rivendicare qualcosa di suo. Gli scioperi annegano nei compromessi: la trattativa sostituisce lo sciopero. AI termine di un simile processo, i proletari finiscono per non credere più di poter spezzare, un giorno, questa morsa infernale.

E’ il punto al quale ci troviamo oggi. Non si può comprendere nulla degli avvenimenti politici attuali, se si ignora questa premessa fondamentale: la disfatta subita 40 anni fa dal proletariato internazionale. Non si può fare il minimo gesto o formulare un solo pensiero utile alla causa operaia, se non ci si rifà all’esperienza degli avvenimenti che misero fine al periodo storico in cui la rivoluzione proletaria era imminente e in cui lo stato d’animo dei proletari di tutto il mondo ne rifletteva la speranza. L’espressione delle posizioni politiche autentiche del proletariato, bisogna dunque ricercarla, non nelle parole d’ordine ingannatrici o disfattiste di oggi, ma nelle posizioni chiaramente formulate al tempo dell’ultimo grande periodo rivoluzionario della storia, quello della rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e della fondazione della III Internazionale nel 1919. Queste posizioni si possono per brevità raggruppare tutte intorno a tre questioni fondamentali: la questione della natura dello STATO, quella della analisi delle GUERRE imperialiste e della crisi latente del capitalismo moderno, quella infine del PARTITO, della organizzazione politica del proletariato.


Il programma storico del proletariato

Lo STATO non rappresenta, come pretendono i borghesi e come gli opportunisti lo avevano a loro volta fatto credere, l’espressione della “volontà generale”, “liberamente” espressa per mezzo del suffragio universale. Esso è uno strumento di COSTRIZIONE e di OPPRESSIONE (Lenin: “un RANDELLO, null’altro”) nelle mani della classe economicamente dominante. Quindi, il proletariato, classe dominata, non può pretendere di conquistare lo Stato per via legale, elettorale, pacifica.

L’emancipazione proletaria passa attraverso la distruzione violenta dello Stato borghese e l’instaurazione in sua vece della DITTATURA PROLETARIA, esercitantesi per mezzo del Partito attraverso i consigli degli operai armati. Dunque, nel programma proletario, niente elezioni, niente manovre parlamentari, ma preparazione della lotta per il potere, insurrezione armata, dittatura del proletariato.

La GUERRA moderna non è, come dicono i borghesi e al loro fianco gli opportunisti, la difesa dei grandi valori morali della civiltà, il sacro olocausto per la integrità del suolo patrio. Nella fase imperialista, in cui l’escrescenza mostruosa del capitale impone alle grandi potenze mondiali di DOMINARE i paesi più deboli, sia con la forza militare che con l’esportazione di capitali, le guerre fra queste potenze sono pure guerre di RAPINA per la spartizione ‘o rispartizione del mondo, guerre per il dominio dei mercati, per il saccheggio delle materie prime, per lo sfruttamento di ingenti quantitativi di forza-lavoro (Lenin: “guerre tra proprietari di schiavi”). Queste guerre non devono essere accettate dal proletariato, ma combattute con tutte le sue forze e, quando scoppiano, trasformate “da guerre imperialiste in guerre civili rivoluzionarie” per la vittoria del comunismo internazionale, che sola metterà fine ai conflitti fra Stati Perciò niente patriottismo tra le file operaie, nessuna concessione alla “difesa nazionale”, niente pacifismo belante, ma preparazione dell’assalto rivoluzionario al potere borghese in tempo di pace come in tempo di guerra.

Il PARTITO del proletariato, sua arma essenziale, sua unica COSCIENZA, suo insostituibile strumento di emancipazione, non è “un partito come gli altri”, che si arrendono all’aritmetica ingannatrice della “democrazia” e venerano i “valori nazionali” che si dicono patrimonio comune di tutte le classi. E’ una formazione indipendente, nemica di tutte le organizzazioni di TUTTE le altre classi, e, in particolare, di quei partiti che, in altri tempi socialisti, hanno poi tradito il proletariato esaltando le virtù della carneficina imperialista, e che lo tradiscono ancora esaltando le virtù della democrazia borghese. Questi partiti devono essere denunciati e combattuti dal partito comunista internazionale, Quindi, nessuna alleanza con loro, nessun FRONTE in cui essi siano compresi: essi stanno al fianco della borghesia, i comunisti stanno al fianco del proletariato.

A 45 anni dalla formazione della III Internazionale e dalla impetuosa, ardente formulazione dei suoi principi, appare oggi chiaro che i partiti “comunisti” non hanno conservato assolutamente nulla di quei principi. Il PCF e il PCI in particolare sono stati tra i più fieri partigiani della resistenza, vale a dire della partecipazione VOLONTARIA alla II guerra mondiale IMPERIALISTA, osando spacciare questa guerra, condotta tra due blocchi di paesi ugualmente oppressori ed ugualmente rapaci, come una guerra per la “libertà”. Questi partiti si sforzano di allacciare i legami più stretti con i partiti socialisti denunciati da Lenin come gli agenti del capitale. Essi hanno, rinunciato alla distruzione rivoluzionaria dello Stato borghese per lavorare al suo rinnovamento “democratico”.

Come sono potuti giungere a tanto dei partiti della Internazionale di Lenin? Rispondere a questa domanda significa ripercorrere le tappe fondamentali della degenerazione internazionale di cui il Fronte Popolare fu il risultato, Significa mostrare che la sconfitta subita dal proletariato internazionale nei suoi infruttuosi tentativi rivoluzionari, nell’ Europa centrale, in Italia e in Germania, non si trasformò in rotta completa se non quando i comunisti, unendosi ai socialisti nel culto della democrazia e della patria, si fecero i difensori dello Stato borghese, predicarono la guerra “antifascista” e ridussero il loro partito a quelle triviali organizzazioni elettoraliste e benpensanti che sono i Partiti cosiddetti comunisti di osservanza russa o cinese.


Il pericolo di infiltrazioni opportunistiche nella Terza Internazionale

Abbiamo visto come la psicologia operaia venga rigorosamente determinata dal carattere rivoluzionario o controrivoluzionario di ogni periodo storico, e come, per rintracciare una fase di completo accordo tra questa psicologia e le finalità ultime del proletariato, si debba risalire fino alla rivoluzione russa e alla costituzione della III Internazionale. Se la vittoria dell’Ottobre 1917 sollevò il generale entusiasmo dei proletari, tuttavia ben presto essa fu seguita da sconfitte le cui influenze deprimenti attenuarono il moto di ardente simpatia che spingeva gli operai di Occidente verso il comunismo. La rivoluzione veniva schiacciata in Germania e nei Balcani, la Comune ungherese annegata nel sangue, in Italia i grandi scioperi si risolvevano in un insuccesso; insomma, la combattività dei proletariato internazionale accusava un riflusso che ebbe l’effetto di isolare il potere dei Soviet, di spronare la borghesia europea a passare alla controffensiva, e di spingere la III Internazionale ad adottare una tattica pericolosa, fatta di espedienti e compromessi.

In Russia, nel bastione del comunismo, la trasformazione socialista della economia — di una economia assai poco sviluppata e per di più rovinata per ¾ dalle distruzioni della guerra imperialiste prima, della guerra civile poi — non era possibile che ad un’unica condizione, più volte ribadita da Lenin: La vittoria rivoluzionaria del proletariato europeo, del proletariato tedesco in particolare. Senza l’estensione ad Ovest della rivoluzione socialista, la situazione del proletariato russo e del suo partito al potere diveniva insostenibile. Di fronte a un’immensa classe contadina, cui la vittoria sullo zarismo e la conquista dell’usufrutto dei suolo conferivano una psicologia conservatrice, i bolscevichi erano costretti a concessioni sempre più importanti che volgevano le spalle ai loro obiettivi sociali. Essi non potevano conservare il potere senza aumentare quantitativamente e qualitativamente la produzione; un compito che consisteva prima di tutto, nelle condizioni della Russia d’allora, nell’ACCUMULARE capitale. Il livello delle forze produttive era talmente basso da esigere non solo che si TOLLERASSE il capitalismo, ma che se ne INCORAGGIASSE lo sviluppo. Era una verità crudele, una necessità drammatica, che Lenin, con la sua solita brutale franchezza, non mancò mai di sottolineare. Ma egli attendeva con fede, di giorno in giorno, poi di mese in mese, lo scoppio della rivoluzione europea, da cui solo, come pure ripeteva senza tregua, poteva venire la salvezza: il proletariato al potere in un paese capitalista sviluppato avrebbe potuto immediatamente realizzare le prime misure socialiste, aiutare massicciamente l’economia russa, abbreviare le terribili tappe del suo sviluppo e della sua modernizzazione economica e, quindi, permettere al partito bolscevico di bloccare ogni concessione a cui fosse costretto verso le classi non proletarie allo interno, le sue nemiche.

Ma la rivoluzione europea sembrava rinviata per anni, I più chiaroveggenti (e Trotzky fu tra questi) videro allora che le concessioni fatte alla produzione mercantile dal potere dei Soviet gli avevano creato, nella stessa Russia, degli avversari che, per essere nascosti, non erano meno pericolosi. I capitalisti privati (nepmen), i contadini ricchi (kulak), inebriati dai privilegi economici pazientemente acquisiti, esercitavano sull’’enorme apparato amministrativo imposto dallo sviluppo ritardato del paese, una sorda pressione il cui scopo ultimo non poteva essere che il trionfo di una politica NAZIONALE della Russia, vale a dire una politica di mercanteggiamenti del governo sovietico con le potenze capitaliste, una politica di RINUNCIA ALLA RIVOLUZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALE. Questa gente, tanto poco preoccupata della sorte del proletariato europeo quanto dì quella del proletariato russo sulle spalle del quale essa viveva, non era affatto desiderosa di sostenere, e neppure tollerare, la politica bolscevica di sostegno e di incoraggiamento della rivolta generale delle classi sfruttate.

Mentre dall’ interno i più gravi pericoli minacciavano il potere dei Soviet, che cosa divenne l’Internazionale Comunista, suo principale baluardo contro i nemici esterni?

Per le ragioni che abbiamo già indicato, nei paesi capitalisti occidentali l’influenza della socialdemocrazia restava considerevole ed era di ostacolo allo sviluppo dei partiti comunisti. Come, in queste condizioni, sperare in una azione di massa del proletariato europeo? Come condurre un’azione simile, se la maggior parte della classe operaia rimaneva sotto il controllo dei socialisti, che la tradivano? Lo scrupoloso rispetto della linea iniziale della Internazionale Comunista, soprattutto la sua intransigenza verso la socialdemocrazia, sembravano andar contro la rapida espansione e l’aumento d’influenza dei partiti comunisti. Combattere senza debolezze l’opportunismo dei socialdemocratici; guadagnare alla causa comunista gli operai socialisti che condividevano le illusioni di quelli: ecco l’alternativa in cui la III Internazionale si trovava rinchiusa.


Dal fronte unico al governo operaio

Essa credette di poter superare questa contraddizione grazie ad una audace strategia di Lenin. Poiché la borghesia sferrava allora una offensiva internazionale in grande stile contro le condizioni di vita e di lavoro degli operai, bisognava saper utilizzare questa circostanza per smascherare agli occhi degli operai socialisti l’’opportunisme e la viltà dei loro capi. Si trattava di proporre ai dirigenti della II Internazionale un FRONTE unico contro l’avversario borghese; di impegnarli, prendendo. alla lettera le loro rivendicazioni ad una lotta in cui i comunisti sarebbero stati in prima fila e che essi, complici travestiti del Capitale, non avrebbero potuto mancar di disertare e tradire. Applicata con perseveranza, questa tattica doveva, secondo il calcolo di Lenin, spingere gli operai socialisti al comunismo.

Notiamo per inciso che questa tattica non aveva nulla in comune con “l’unità” che gli odierni “comunisti” propongono per esempio a Guy Mollet sul terreno della riconquista della democrazia, della difesa della patria e della grandezza francese. Lenin non intendeva affatto ALLEARSI ad un partito traditore del proletariato e della rivoluzione, ma mirava a debordare il suo movimento svelando, nel corso della lotta, il tradimento dei socialisti e il contenuto menzognero del loro programma. Ma tale manovra, per geniale che fosse, non riuscì. Essa supponeva una condizione capitale che venne appunto a mancare: l’estensione e la radicalizzazione delle lotte operaie, poiché è solo nel successo, e non nella disfatta, che gli operai prendono coscienza della loro via di classe. Essa inoltre esigeva di essere condotta da partiti comunisti forti, omogenei e solidamente temprati; ora, la maggior parte di essi — il’PCF in particolare — non vide nel fronte unico che il ritorno ai buoni vecchi metodi del socialismo di avanguerra. Infine essa implicava che si sapesse. limitare il fronte unico alle lotte reali per rivendicazioni di classe, con la esclusione di ogni compromesso elettorale e parlamentare. La nostra corrente, allora alla testa del partito comunista d’ Italia, fu la sola ad applicarla nello spirito in cui essa era stata concepita. E lo fece per rispetta scrupoloso della disciplina comunista internazionale, ma non senza averne a più riprese additato i pericoli.

Le sue critiche e le sue messe in guardia si dimostrarono purtroppo giustificate. Da un fronte di difesa “alla base” ad una coalizione elettorale “al vertice”, dalla promiscuità dei socialisti e dei comunisti nel fronte unico all’integrazione nel P.C. degli elementi centristi della II Internazionale, non c’era che un passo, ed esso fu presto compiuto. Rapidamente, l’Internazionale Comunista adottò anche la parola d’ordine del “governo operaio”, che non era più la dittatura del proletariato, ma un POTERE PARLAMENTARE DI COALIZIONE.


(II)

Questa serie di articoli, di cui pubblichiamo il secondo, rifà la storia del Fronte Popolare francese, considerato come il vero atto di nascita dell’attuale politica di rinnegamento del programma comunista da parte dei PC nazionali a favore del più sbracato democratismo, legalitarismo e patriottismo.

Nella puntata precedente, si sono ricercate le origini del Fronte Popolare nella disfatta proletaria del primo dopoguerra e, ricordando le basi fondamentali del programma comunista rivoluzionario, si è ripercorso il cammino attraverso il quale — in stretta connessione con quella disfatta — l’opportunismo cominciò ad infiltrarsi nella III internazionale contro ogni proposito dei suoi fondatori e dirigenti.

Frattanto si erano accettate nell’ Internazionale Comunista, malgrado le “ventun condizioni”, intere frazioni della socialdemocrazia comprendenti gli elementi più dubbiosi. Con l’opportunismo della sua linea politica come con lo sconsiderato reclutamento di riformisti appena appena travestiti, l’organizzazione proletaria internazionale si disarmava contro i suoi avversari interni ed esterni, e si preparava a subire la “svolta” staliniana del “socialismo in un solo paese” che apriva il ciclo oggi compiuto e che ha fatto della Russia la seconda potenza imperialista e dei partiti comunisti i difensori dell’ordine borghese alla stessa stregua dei loro compari socialisti riformisti.

L’adozione del fronte unico da parte dell’ Internazionale Comunista si situa tra il 1921 e il 1922. Dall’anno seguente, le disfatte operaie sul terreno della lotta armata si completano con le battaglie politiche perdute; l’opportunismo e la confusione si sviluppano nell’ Internazionale. Nel 1923 la rivoluzione tedesca è definitivamente battuta. La morte di Lenin sopravviene nel 1924, quando, inchiodato al suo letto di sofferenze, egli prende dolorosamente coscienza dell’esistenza nel partito e nello stato di posizioni controrivoluzionarie sempre più potenti. Anche se fosse vissuto ancora qualche anno, Lenin non avrebbe potuto (più di Trotzky che gli sopravvisse) strozzare l’espressione politica delle forze ascendenti della società russa, del nazionalismo, della speculazione, della produzione mercantile, in una parola dell’anima segreta di quel CAPITALISMO russo che oggi si mostra finalmente a viso aperto. Le forze sociali ed economiche di questo capitalismo potevano trionfare del potere proletario uscito dalla rivoluzione d’Ottobre solo se il capitalismo mondiale aveva ragione del proletariato europeo. E Lenin non tralasciava di ribadire che senza la vittoria della rivoluzione tedesca il comunismo non poteva trionfare in Russia. Ciò che probabilmente egli non aveva previsto, benchè la nostra corrente ne avesse annunciato il pericolo nei congressi della Internazionale, era la FORMA che la controrivoluzione avrebbe preso: non un intervento armato dell’ imperialismo, ma la capitolazione vergognosa di tutta la III Internazionale e un ritorno all’ideologia della socialdemocrazia, che costituisce ancor oggi il fondamento di tutti i FALSI COMUNISMI, di quello di Chrusciov o di Kossighin come di quello di Mao Tse-tung o di Tito.


L’antifascismo

Le tappe politiche che trasformarono l’ OPPORTUNISMO della III Internazionale in TRADIMENTO degli interessi immediati e storici del proletariato sono oggi ricostruibili punto per punto. Noi ci siamo limitati a darne la trama più scheletrica che tuttavia era necessario evocare ai fini della dimostrazione cui mira questa serie di articoli, cioè che il FRONTE POPOLARE, celebrato ancor oggi come “l’età dell’oro” delle conquiste operaie, non è che una tappa— ma non la meno vergognosa — di questo tradimento.

Abbiamo già scritto che l’Internazionale Comunista aveva commesso un grave errore di tattica nel proporre il FRONTE UNICO ai partiti della II Internazionale. Questo fronte sfumava le divergenze fondamentali tra i comunisti e i socialdemocratici; incoraggiava l’opportunismo dei dirigenti centristi venuti all’Internazionale Comunista non per convinzione rivoluzionaria, ma per calcolo. Nei Congressi dell’Internazionale la nostra corrente, che allora dirigeva il P.C. d’Italia, aveva lanciato severi moniti: se la lotta rivoluzionaria rifluisce, questa tattica del fronte unico sarà fatale al proletariato; la ritirata diverrà disfatta, i partiti comunisti saranno corrotti dall’INTERNO. E questo avvenne in effetti, dopo la definitiva sconfitta della rivoluzione tedesca, quando lo stalinismo trionfò nell’Internazionale. Questa fase drammatica, contrassegnata, in Russia, dal massacro o dalla deportazione dei migliori bolscevichi, e, nei partiti comunisti dell’Europa occidentale, dalla eliminazione di tutti gli elementi rivoluzionari, cambiò il volto del movimento comunista.

Il fronte unico inglobava gli opportunisti della socialdemocrazia, ma non comportava nessuna attenuazione o revisione formale del programma rivoluzionario del comunismo. Per contro il fronte popolare, che gli successe circa 10 anni più tardi, allargava la coalizione fino ai radicali-borghesi e non mirava più a distruggere lo stato capitalista, ma a conservarlo sotto l’etichetta di “difesa della democrazia”. A dispetto della loro logica connessione, queste due tappe sono separate da una capitale svolta storica, quella dell’antifascismo il cui esame ci conduce dritto al cuore del nostro tema.

Contro la maggioranza dell’Internazionale Comunista che vedeva nel fascismo una sorta di mostruoso ritorno indietro o meglio ancora un fenomeno proprio soltanto di alcuni paesi, noi lo consideravamo come la forma più sviluppata del capitalismo moderno. Contro tutta la III Internazionale che pensava che un fronte antifascista con tutti i democratici borghesi potesse salvare insieme la democrazia parlamentare e le possibilità rivoluzionarie del proletariato, noi sastenemmo che era vano pretendere di fermare l’evoluzione politica della società borghese al suo stadio costituzionale: e che, ad ogni modo, il solo fatto di lottare fianco a fianco dei piccolo-borghesi liberali per la difesa del parlamento non poteva che distogliere il proletariato dal suo obiettivo rivoluzionario.

Non si può negare che la storia abbia dato una schiacciante conferma delle nostre previsioni. Che le classi medie siano pronte ad abbandonare i loro bei principi democratici di fronte alla ascesa del fascismo, gli avvenimenti in Germania del 1933 lo provano in sovrabbondanza: è grazie ai voti dei piccolo-borghesi che Hitler potè prendere il potere LEGALMENTE. Che il contenuto economico e sociale del fascismo si sia infine imposto ovunque, malgrado la vittoria del “campo democratico” nella guerra del 1939-45, ce lo conferma ampiamente l’evoluzione della struttura politica moderna, con la sua irreggimentazione dei cittadini, il suo disprezzo delle “garanzie democratiche”, il controllo dello Stato, la integrazione del sindacato, la spoliticizzazione delle masse martellate dalla strepitante propaganda televisiva. La stessa Francia, figlia primogenita della democrazia, benché non abbia mai avuto da temere la burrasca rivoluzionaria che scosse gli altri paesi d’ Europa, è arrivata, tardivamente ma sicuramente, ad un sistema del “potere personale” e del “parlamento moncone”, che non differisce dal fascismo se non per il fatto di aver trionfato senza effusione di sangue e in una situazione in cui la classe operaia veniva resa amorfa dalle svolte e dalle successive capitolazioni dei suoi capi. Se l’avvento della società fascista non si è realizzato in modo uniforme e simultaneo, è anzitutto perché si è imposto prima nei paesi in cui sussisteva la minaccia rivoluzionaria, anche dopo la repressione della rivoluzione; in secondo luogo perché ha avuto bisogno della II guerra mondiale per instaurarsi dappertutto.

Ogni conflitto mondiale ha accelerato il processo di evoluzione totalitaria del capitalismo. Ogni guerra ha rafforzato l’arbitrio poliziesco e la violazione delle “norme democratiche”; il che fu vero per la prima carneficina imperialista, e lo fu per la seconda, come più ancora, ad esempio, per la guerra d’Algeria.

Volendo combattere il fascismo sul terreno della difesa della democrazia e sulla base di una coalizione con i partiti opportunisti e piccolo-borghesi, l’Internazionale Comunista commise tre errori capitali. Anzitutto un errore di VALUTAZIONE: là dove Mosca credeva di vedere un passo indietro, era al contrario l’avvehire e l’ultima parola del capitalismo che, nella sua fase senile, tende sempre più a tradurre sul piano politico e sociale il contenuto totalitario che esso ha già realizzato sul piano economico, Poi un errore di TATTICA: le classi medie, che da molto tempo hanno cessato di essere delle classi combattive, non possono che scoraggiare e demoralizzare il proletariato. Quella violenza che negano alla lotta delle classi oppresse, esse sono incapaci di utilizzarla anche solo per difendere i loro propri interessi. Infine, un errore di PRINCIPIO: schierandosi in difesa della democrazia, l’Internazionale Comunista non poteva pretendere di ritornare più tardi alla lotta rivoluzionaria per la distruzione di questa stessa democrazia e, difatti, non vi ritornò MAI più.

Questi errori non si scontano subito, ma 20,30,40 anni dopo. Nel corso degli anni trenta sembrava logico a molti che il partito del proletariato, di fronte a un pericolo che alcuni credevano senza precedenti, si alleasse con le forze sociali e i partiti egualmente minacciati dal fascismo. Di fronte alla rovina delle istituzioni democratiche, che i Partiti Comunisti volevano utilizzare, si trovò normale che mettessero in sordina i loro principi intransigenti. Si pensò che era prima di tutto necessario salvare la cornice giuridica e sociale, apparentemente la più favorevole alla agitazione di classe. E tuttavia, nell’agire così, non solo ci si sbagliò nel valutare la vera natura del pericolo fascista, ma si perse anche la nozione dei compiti specifici del proletariato. Contro il fascismo, i comunisti dell’epoca intendevano “salvare la democrazia” non come regime politico ideale, ma in quanto pensavano che la repubblica parlamentare avrebbe più facilmente consentito loro di lottare contro il capitalismo. Ma ai loro successori questa democrazia s’impone oggi come meta finale, come FINE IN SE’. Di più: mentre la democrazia parlamentare ha perso ogni contenuto, l’ironia della storia vuole che i democratici attardati, nelle cui prime file si schierano i PC nazionali, rivendichino a loro volta le concezioni che il fascismo aveva introdotto ai suoi tempi: la GRANDEZZA NAZIONALE, il culto della PRODUZIONE, il gusto per lo STATO FORTE E STABILE.

All’offensiva fascista, all’intervento violento e illegale delle squadracce in camicia nera o bruna, non si poteva in realtà che dare una risposta: quella della violenza proletaria, altrettanto illegale. Fra la sola possibilità, se non di abbattere immediatamente le forze politiche che dovevano infine dimostrarsi più vulnerabili di quelle dello ipocrita costituzionalismo delle “democrazie”, almeno di riprendere l’offensiva operaia nei periodi tormentati che dovevano seguire, e di evitare l’abisso di impotenza e di divisione che è oggi la sorte delle classi sfruttate. I “realisti” dell’opportunismo credettero di fare economia delle perdite, delle sofferenze e della repressione che comporta la lotta di classe: essi hanno condannato il proletariato e il genere umano a subire la II guerra mondiale e a veder “prosperare” un capitalismo che sopravvive a se stesso solo a prezzo di un quotidiano bagno di sangue.

Del resto, quello che per il partito internazionale del proletariato era ancora soltanto un ERRORE, era già un CALCOLO per le forze sociali occulte che lo manovravano.


I fini ultimi subordinati alla diplomazia nazionale

Dopo l’avvento di Stalin, l’Internazionale Comunista non obbediva più ai generali interessi della classe operaia, ma sposava gli interessi e le ambizioni NAZIONALI RUSSE. I cinici moventi che gli uomini di Pechino denunciano oggi nei loro compari russi cominciarono a manifestarsi in realtà più di trent’anni or sono; ed è la II guerra mondiale che doveva precipitarne l’affermazione. Dal momento che la pressione del proletariato veniva da Mosca incanalata verso il binario costituzionale, dal momento che la Russia cessava di essere il bastione avanzato della rivoluzione per divenire uno Stato NAZIONALE operante alla difesa dei suoi interessi, della sua produzione, della sua sicurezza, l’antagonismo fondamentale della società borghese fra proletariato e borghesia doveva necessariamente cedere il passo agli antagonismi interimperialistici. Nei paesi vinti, in particolare, la borghesia non poteva mancare, prima o poi, di tentare di rompere con la forza il cerchio di asfissia economica nel quale l’incoerente pace di Versailles l’aveva compressa. La guerra era fin da allora prevedibile, fatale; la guerra era lì impossibile finchè l’Internazionale Comunista era la punta avanzata del proletariato rivoluzionario, essa diveniva imminente non appena l’URSS, schierata sotto la bandiera del “socialismo in un solo paese”, non si preoccupava che di scegliere il MIGLIOR CAMPO nel conflitto che maturava. Tuttavia, perché scoppiasse il II conflitto imperialista, era ancora necessario ottenere l’adesione del proletariato: fu QUESTA l’opera dell’antifascismo.

Nell’articolo precedente abbiamo lasciato l’URSS e l’Internazionale Comunista nel preciso momento in cui le forze NAZIONALI dell’economia russa, agendo attraverso Stalin e i suoi complici, erano riuscite a liquidare la prospettiva internazionalista di Lenin per procedere alla costruzione, non del socialismo, ma del capitalismo russo. Contemporaneamente l’Internazionale Comunista si sbarazzava di ogni opposizione di sinistra (trotzkysta e non-trotzkysta) e s’allineava sulla celebre formula di Bukharin: «Agire ovunque e sempre per IL MEGLIO DEGLI INTERESSI DELLA DIPLOMAZIA RUSSA».

A partire dal 1929, la politica dei partiti comunisti s’allinea in blocco su quest’unico fine. Nei paesi in cui i governi manifestano qualche velleità d’intesa con l’URSS, i comunisti mettono in ghiacciaia la loro agitazione sociale, anche se questo deve spezzare le reni a vasti movimenti rivendicativi. Negli altri, essi lanciano al contrario delle offensive sconsiderate, anche se questo deve decimare la avanguardia operaia e rovinare gli effettivi del partito.

Secondo la storia ufficiale del Partito Comunista Francese, esso avrebbe lottato fin dal primo giorno contro il fascismo, Niente di più inesatto. Non c’è stata in realtà lotta PROLETARIA sotto la bandiera dell’antifascismo. L’antifascismo fu diplomazia e guerra fra gli Stati, patriottismo e unione sacra, MAI LOTTA DI CLASSE. Se è ben vero che in Italia, nel 1922, gli operai si difesero fabbrica per fabbrica, città per città, contro le squadracce fasciste appoggiate dalla polizia, l’esercito e anche la marina dello Stato borghese, questa lotta si svolse sotto la bandiera della rivoluzione e del comunismo - e non sotto quella della difesa del costituzionalismo e del parlamento. Ma in Germania, dieci anni più tardi, quando sarebbe stato necessario opporre alle camicie brune lo sciopero generale, unica ARMA DI CLASSE del proletariato, il P.C. tedesco presentò il suo leader Thälmann alle ELEZIONI per la presidenza del Reich. Esso rinunciava così alla risposta armata e ratificava in partenza la scelta DEMOCRATICA dei piccolo-borghesi fascistizzati che diedero, com’è ovvio, il potere a Hindenburg e a Hitler.

No, non si sono avute, nell’arco storico dell’antifascismo, pagine eroiche scritte nel nome della rivoluzione proletaria e del comunismo. Di eroismo l’antifascismo ne ebbe da vendere, con i suoi fucilati, i suoi partigiani, i suoi deportati, la sua carne da cannone gettata nei macelli del Pacifico, di Stalingrado, o della Normandia, ma fu un eroismo NAZIONALE, PATRIOTTICO… un eroismo BORGHESE, anche se soprattutto erano degli operai che cadevano. La sola cronaca di allora basta per fare giustizia di un sedicente antifascismo comunista e proletario. Hitler prese il potere nel 1933, ma lo Stato russo, lo Stato che inalberava ancora la bandiera di Lenin e dei bolscevichi, conservò nei suoi confronti la benevola diplomazia di cui aveva dato prova alla defunta repubblica di Weimar. Mosca trovò perfino il suo tornaconto nella riorganizzazione politica e nella centralizzazione economica intraprese dal nuovo Reich: il sistema nazista, controllando strettamente l’alta finanza, accelerò la sistemazione dei debiti contratti con la Russia dall’ industria tedesca, il cui pagamento rimaneva fin allora in sospeso. Mentre i P.C. di tutti i paesi sprizzavano collera contro il fascismo hitleriano, la loro “casa-madre” di Mosca continuava i “buoni rapporti” con i boia che fucilavano i comunisti tedesci,

La politica russa nei confronti del Reich cambiò solo nel 1935; e non per motivi ideologici e sociali, ma per ragioni di pura e semplice DIPLOMAZIA nazionale. Frattanto l URSS era stata accettata alla Società delle Nazioni e i P.C. celebravano come una vittoria l’accesso a quello che Lenin definiva il COVO DEI BRIGANTI dell’imperialismo. A Ginevra tedeschi e russi mescolavano i loro voti contro francesi, inglesi e italiani.

Alla “sicurezza collettiva”, difesa dai paesi vincitori, essi opponevano un “disarmo generale” altrettanto menzognero. Come oggi, all’ONU, la polemica sulla sospensione degli esperimenti nucleari, così le chiacchiere alla S.D.N. non servivano che ad ingannare le masse e a coprire le sordide trattative fra Stati. Il “Patto a Quattro”, che Mussolini propose alla Francia, all’ Inghilterra e alla Germania hitleriana, ebbe per effetto di isolare la Russia e di mettere termine ai buoni rapporti fra Mosca e Berlino. E’ allora che la diplomazia russa pensò di riaccostarsi alla “grande democrazia francese”, Il reazionario Laval, capo del governo francese, fu invitato a Mosca, nel Maggio 1935, per concludervi un “patto di assistenza” tra i due paesi. Questo uomo contorto poco si curava delle clausole militari di un trattato, la cui efficacia pratica era subordinata all’approvazione dei membri della S.D.N. Quello che, per contro, gli interessava molto era la possibilità, trattando con l URSS, di far cessare l’intensa propaganda antimilitarista dei comunisti francesi. Egli riuscì perfettamente nel suo calcolo, e il mercanteggiamento si risolse nella più sensazionale svolta mai operata da un partito operaio. In calce al protocollo dell’accordo fu aggiunta su sua richiesta questa cinica frase di Stalin: «Monsieur Staline (sic) comprende e approva senza riserve la politica di difesa nazionale fatta dalla Francia per mantenere le sue forze armate al livello della sua sicurezza». Era un invito esplicito a far cessare le campagne dell’HUMANITÉ ed esso fu ben inteso. Lo stesso Thorez che, il 15 marzo 1935, dichiarava alla Camera: «No, noi non permetteremo che si trascini la classe operaia in una guerra di difesa della democrazia contro il fascismo», l’anno dopo, al tempo dell’occupazione della riva sinistra del Reno da parte delle armate tedesche, tenne un discorso ultra patriottico nel quale invocò Valmy, il “sole d’Austerlitz” e gli “emigrati di Coblenza”.

E’ li il vero atto di nascista del partito comunista francese ATTUALE, patriota, sciovinista e giacobino, Questo partito conta oggi ancora alcuni degli uomini che, nel 1923, al tempo dell’affare della Ruhr, incitavano i proletari francesi in divisa militare a fraternizzare con gli operai tedeschi. Ma di questo autentico internazionalismo non resta più nulla, neanche il ricordo. Dopo la conversione al patriottismo, restava ancora al P.C.F. di schierarsi per la democrazia e l’“interesse nazionale”. Lo fece nel corso del periodo che sarà oggetto nel prossimo articolo: il “grande sole del giugno 1936” consacrerà, con il Fronte Popolare, l’integrazione senza possibilità di ritorno di questo partito nel campo dei difensori dei valori borghesi, nel campo della conservazione sociale che da allora non ha più lasciato.

  


(III)


Il prezzo della vittoria del 1936

Nei due primi articoli, abbiamo mostrato come la terza internazionale, fondata da Lenin e dai Bolscevichi per distruggere lo stato borghese, fosse giunta, dopo la disfatta della rivoluzione europea e il trionfo in Russia della politica staliniana del “socialismo in un solo paese”, a difendere lo stato e il parlamentarismo borghesi, e a concludere per questo scopo degli accordi politici con l’Internazionale socialista, l’Internazionale dei traditori, dei servi zelanti del capitale.

Questo orientamento, che si faceva luce già da parecchi anni attraverso gli zig-zag e le svolte politiche del “movimento comunista mondiale” ufficiale, s’impone definitivamente nel periodo che tratteremo ora, quello del Fronte Popolare. Nelle parole d’ordine di Mosca, la dittatura del proletariato è ormai sostituita dalla difesa delle istituzioni repubblicane, e l’avvento del socialismo è subordinato alla salvaguardia e al “perfezionamento” della democrazia. Già internazionalisti e antimilitaristi convinti, i “comunisti”, diventano fieri patrioti e partigiani accaniti della guerra cosiddetta “anti-fascista”.


* * *

La posizione comunista all’interno del Fronte Popolare non era che il logico sbocco dell’evoluzione di cui abbiamo ripercorso le grandi tappe, e tuttavia apparve, all’epoca, come una svolta brutale e sconcertante, La ragione di queste svolte, per quanto non chiara a primo acchito, era in fondo semplice. Dopo l’annientamento del proletariato tedesco, la riapparizione della crisi capitalista aveva reso inevitabile la seconda guerra mondiale. Avendo abbandonato ogni prospettiva rivoluzionaria, l’U.R.S.S. vi si preparava cercando le migliori alleanze possibili. Di venuta il servile strumento della sua diplomazia. l’Internazionale Comunista non poteva che adottare una linea conforme a questa politica: nei paesi suscettibili di divenire alleati della Russia, essa ordinò ai comunisti di por fine ad ogni propaganda sovversiva e di sostenere la politica borghese di “difesa nazionale” cioè io sforzo militare dell’imperialismo nazionale. In Francia, il PCF si allineò su taie politica all’indomani del patto di alleanza franco-russo del maggio 1935. Restava ancora da farla digerire al proletariato francese, che vi era mal preparato a causa delle tradizioni anti-militariste che il PCF stesso aveva incoraggiato fino a poco prima. Fu questa l’opera del Fronte Popolare, che riuscì ad incanalare una vasta battaglia operaia in un’adesione totale alla politica anti-fascista, creando così le condizioni di un’alleanza franco-russa nella guerra futura. Se l’ironia della storia ha voluto che questa alleanza non funzionasse nei primi anni del conflitto, ciò non toglie che il PCF avesse efficacemente lavorato alla preparazione politica e ideologica della seconda guerra imperialista.

In effetti, l’adesione ufficiale del PCF ai valori patriottici e nazionali che aveva combattuto fino allora, si compì nel corso del grande movimento rivendicativo del giugno 1936, sotto l’egida di una coalizione elettorale con la SFIO (Partito socialista). Dalla sua adesione entusiasta alla difesa del parlamento borghese nacque l’impostura ideologica secondo cui il socialismo passerebbe attraverso l’espansione della democrazia anziché attraverso la sua distruzione rivoluzionaria. In seguito agli scioperi bianchi e alla vittoria elettorale del Fronte Popolare, fu scoperto, diffuso ed imposto il pretesto che doveva trascinare la classe operaia nella seconda carneficina mondiale: l’antifascismo.

Soltanto il PCF poteva ottenere questo condizionamento politico del proletariato francese. Soltanto il PCF poteva fare delle sue ultime reazioni di classe una moneta di scambio per ottenere l’ammissione dell’URSS nel campo imperialista occidentale, Solo esso poteva offrire ad una coalizione elettorale l’appoggio delle masse operaie di cui godeva la fiducia. Solo esso poteva risolvere la crisi di governo che regnava in Francia e preparare una nuova unione nazionale, condizione indispensabile allo scatenamento e alla prosecuzione di ogni guerra imperialista. Il PCF procurò di svolgere tutti questi compiti con uno zelo che oggi ama ricordare per giustificare le sue pretese al titolo di “partito di’ governo”: insulto privo di pericoli alle tradizioni rivoluzionarie, dal momento che le generazioni operaie di ieri sono quasi estinte e quelle di oggi ignorano ancora che il partito del fu Thorez ha guadagnato i galloni di cui si vanta solo tradendo l’ultima battaglia proletaria dell’ante-guerra.


* * *

La creazione del Fronte Popolare fu il risultato della saldatura fra la crisi politica del 1934 e la crisi economica del 1936. Attestata dall’instabilità delle maggioranze parlamentari e dal rovesciamento dei governi ogni quarantott’ore, la crisi politica testimoniava dello smarrimento della borghesia francese all’uscita dalla grande crisi economica mondiale del 1929. Il ristagno della produzione, e la disoccupazione che ne risultava, avevano provocato l’impopolarità del parlamento, l’inquietudine delle classi medie, il malcontento degli operai e le pressioni padronali. Per risolvere questa crisi bisognava raggiungere tre obiettivi: rilanciare l’economia (nel quadro del regime borghese, ciò non poteva avvenire che adottando la panacea universale della produzione di guerra, poi della guerra stessa); riabilitare il parlamento e rassicurare le classi medie (perciò il PCF si era avvicinato a queste ultime patteggiando con la SFIO, espressione classica, fin dal 1914, delle posizioni della piccola-borghesia in.seno al proletariato, e finì per spogliare il suo programma di ogni riferimento al comunismo e alla rivoluzione, al fine di conquistarla del tutto); soddisfare le rivendicazioni operaie (ed era il compito più difficile, ma qualche briciola di “benessere” poteva essere strappata ai padroni e, per convincere gli operai a limitarsi a ciò, v’era tutto il peso e l’autorità della CGT, la confederazione generale del lavoro francese, in seno alla quale i comunisti si erano “riunificati” ai bonzi riformisti di Jouhaux).

A questa vasta impresa mancava solo una bandiera. Ora, quella della lotta contro il fascismo conveniva nello stesso tempo per creare la psicologia di guerra, per restituire al parlamento le sue attrattive e per tenere a bada gli operai, che nel fascismo, reale o no. vedevano sempre la terribile repressione anti-proletaria degli Hitler e dei Mussolini. Occorreva solo che un avvenimento politico desse un’apparenza di realtà alla minaccia fascista in Francia: esso fu la drammatica giornata del 6 febbraio 1934.

Per comprendere le conseguenze politiche di questa data fatidica, non bisogna perdere di vista le caratteristiche tradizionali del movimento operaio francese, la profonda influenza su di esso esercitata da tutta la storia e la struttura del capitalismo in Francia. Un paese in cui il contadiname particellare è sempre stato la massa di manovra del capitale contro il proletariato; un capitalismo usuraio e speculatore; una dinastia di politicanti piccolo-borghesi periodicamente compromessi dagli scandali finanziari; infine, qualche fossile nazionalista messo lì all’estrema destra per recitare la parte della vestale patriottica offesa dalle orge della corruzione parlamentare: ecco la cornice classica in cui scoppia la crisi politica del febbraio 1934, quando alte personalità radicali si trovano immischiate nell’affare degli assegni falsi del truffatore Stavisky; quando una man festazione antiparlamentare di ex-combattenti nazionalisti in piazze della Concordia subisce una raffica delle guardie mobili e lascia vari morti sul terreno.

Di minoranze “ultras” come quella che manifestava in piazza della Concordia, la vita politica francese ne ha sempre conosciute. Da Déroulède a Maurras, dalle “Croci di Fuoco” all’’OAS, ci sono sempre stati degli esaltati imbottiti delle tradizioni e dei “valori nazionali”, che pretendono di disputarne il monopolio ai partiti “regolarmente designati” a fare il gioco del capitale.

Tanto impotenti quanto miopi, questi arruffoni non sono mai stati altro che degli spauracchi reazionari abilmente utilizzati dalla borghesia “di sinistra” per ricondurre sotto la sua ferula la piccola-borghesia e, al seguito di questa, gli operai. E’ quello che si chiama il famoso “riflesso repubblicano” è, la cui messa in moto è sempre stata pagata a caro prezzo dai proletari. Già dopo l’affare Dreyfus, all’inizio del secolo, quando un pugno di realisti e clericali si lanciò in manifestazioni intempestive contro il presidente della repubblica, gli operai si raggrupparono spontaneamente sotto la bandiera delle “libertà minacciate”, e sotto questa pressione, nel movimento socialista, la frazione autenticamente marxista dovette RICONFLUIRE con tutta la marmaglia opportunista e carrierista di cui si era precedentemente liberata. Da questa fusione uscì la SFIO parlamentare e Jauressista, che doveva naufragare nell’infame Unione Sacra del 1914.

Nel 1934, la “minaccia fascista” non aveva maggiore realtà che il “pericolo monarchico” nel 1902, ma la reazione di “difesa repubblicana” degli operai ebbe conseguenze ben più terribili: fu la scomparsa del PCF in quanto PARTITO DISTINTO da tutti quelli delle altre classi sociali, fu la dissoluzione dell’energia proletaria nel caos della “volontà della Nazione”.

Ecco il debito che paga ancor oggi il proletariato francese per essersi mobilitato contro un FANTASMA. Perchè nel 1934 il fascsmo, in quanto reazione armata del grande capitale, aveva ormai assolto il suo compito, quello di sterminare i quadri proletari nei paesi in cui la rivoluzione comunista era più o meno una minaccia: il che non era e non era mai stato il caso della Francia. Nel 1934, il fascismo tout court non poteva essere che il pretesto della guerra imperialista, e il “fascismo francese” una farsa grottesca: perché non esisteva in Francia un partito fascista degno di questo nome; perché un tale. partito, senza l’appoggio massiccio delle classi medie, è votato a sinistre ma inutili pagliacciate; perché le classi medie di questo paese non erano mai state sull’orlo della rovina come le loro omologhe della Germania e dell’Italia, e il marasma economico francese non aveva nulla di paragonabile alla bancarotta d’oltre-Reno; perché il proletariato in Francia non aveva mai minacciato il potere del capitale, e perché il suo partito comunista si era ben presto ritrasformato nel meccanismo riformista ed elettoralesco da cui era uscito; infine perché le classi medie, non avendo nulla da temere da questo partito e da questo proletariato, paventavano la minaccia militare rappresentata da Hitler assai più che non ne ammirassero i “meriti” contro-rivoluzionari.

Il movimento sociale del Fronte Popolare, che socialisti e comunisti coalizzati intendevano limitare a una coalizione elettorale classica, favorì nel 1936 lo scoppio di un’ondata di scioperi come il padronato francese non ne aveva mai conosciuti.

In effetti, la coalizione SFIO-PCF rendeva possibile la riunificazione sindacale, e questa dava un carattere esplosivo al malcontento accumulato in 15 anni di angherie padronali e di impotenza operaia. Ma questo risveglio, di cui la congiuntura politica era stato il catalizzatore, esprimeva nello stesso tempo l’affacciarsi alla vita sociale della nuova generazione proletaria affluita nell’industria all’indomani della guerra. Se l’importanza numerica di questo afflusso spezzava i limiti troppo angusti delle lotte precedenti al 1914, presentava tuttavia un aspetto negativo — quello di un’immaturità politica che spiega in parte la facilità con cui gli opportunisti delle due Internazionali poterono rinserrare quella fiammata rivendicativa in un programma improntato al più sconcio riformismo.

Il mito della “vittoria” del giugno 1936 è fondato su una serie di equivoci. Anzitutto, i vantaggi del tutto relativi ottenuti in seguito agli scioperi non furono per nulla il frutto della generosità del nuovo governo di Fronte Popolare: gli furono letteralmente STRAPPATI, non senza che esso si sforzasse di limitarli al minimo. Inoltre, le “conquiste” sociali così realizzate furono rapidamente annullate tanto dal fallimento (d’altronde prevedibile) del programma di riforme piccolo-borghesi del governo, quanto dai sacrifici immediatamente chiesti agli operai in nome della “difesa nazionale ”, cioè della preparazione della guerra imperialista, Infine, l’intervento dello stato nei contratti di lavoro e nei conflitti sociali, sebbene presentato allora come una “grande vittoria democratica”, distruggeva gli ultimi baluardi della resistenza operaia allo sfruttamento, e costituiva un metodo caratteristico di quel FASCISMO che socialisti e comunisti pretendevano di combattere.

La grande ondata di scioperi del 1936 durò tutto il mese di maggio. Iniziatasi l’11 a Le Havre e a Tolosa, essa si estende il 14 alla regione parigina (dove, il 28 maggio, si contano 100.000 scioperanti nel settore automobilistico), poi a quasi tutte le altre provincie, investendo le categorie più diverse. Quando, il 4 giugno, il padronato rompe le trattative dopo di aver finto di accettare le rivendicazioni poste, si ha un’ondata-gigante, che abbraccia un totale di circa 2 milioni di salariati. Ma il governo del Fronte Popolare, diretto dal socialisia Blum ed entrato in funzione il 2 giugno, lancia immediatamente un appello alla calma e all’ordine. Facendo eco, la CGT, il PCF e la SFIO, si proclamano “decisi a mantenere l’ordine e la disciplina” e mettono in guardia gli operai contro “le provocazioni delle Croci di Fuoco”. L’HUMANITÉ scrive: «Quelli che escono dalla legalità sono i padroni, agenti di Hitler, che non vogliono a nessun costo LA RICONCILIAZIONE DEI FRANCESI, E SPINGONO GLI OPERAI ALLO SCIOPERO». Si delinea già qui la formula ignobile (che i “comunisti”, divenuti patrioti useranno ancor più cinicamente dopo la liberazione), che fa dello sciopero. Tradizionale arma degli operai, “un’arma dei trusts”. Si vede già mentre lo sciopero è in piena effervescenza, maturare la tesi insensata secondo cui sono i capitalisti che sabotano la loro produzione e insieme “l’interesse nazionale” (come se questo potesse essere altro che gli interessi generali del Capitale!) e sono gli operai che devono difenderli!

Così, fin dal giugno 1936, il PCF enuncia chiaramente che cosa significa per lui il Fronte Popolare: LA. RICONCILIAZIONE DEI FRANCESI, l’unità nazionale, “la spugna sulle diatribe interne”, la disciplina patriottica; una politica, insomma, che permetterà al capitalismo di condurre a termine, senza troppe difficoltà sociali, la sua seconda carneficina storica. «Noi ti tendiamo la mano, cattolico, operaio, impiegato, contadino, — aveva già detto Thorez alla vigilia delle elezioni — volontario nazionale, ex combattente DIVENUTO CROCE DI FUOCO, perché tu sei figlio del popolo, PERCHÉ SOFFRI COME NOI DEL DISORDINE e della corruzione».

Questo linguaggio aveva un significato che andava oltre la liquidazione della lotta di classe: quello del PRETESTO ideologico che aveva permesso l’abbandono della lotta di classe. Non ci sono più, ormai, dei “reazionari”, dei “fascisti”, ma solo dei buoni Francesi. Inutile chiedersi che cosa possa fare un partito operaio giunto a questo grado di bassezza! La sua Preoccupazione principale è di rimettere gli sfruttati al lavoro. Non è ancora, alla lettera, il cinico “rimboccatevi le maniche” che formulerà Thorez dopo la liberazione; ma ne è già lo spirito. «Bisogna saper finire uno sciopero — dice Thorez il 14 giugno — dal momento che le rivendicazioni sono soddisfatte... e giungere al COMPROMESSO per risparmiare le nostre forze, ma SOPRATTUTTO per non facilitare la campagna di panico organizzata dalla reazione».


(IV)

Il precedente articolo si era concluso con le citazioni delle più smaccate dichiarazioni, fatte da Thorez, su una tattica intesa a riassorbire la spinta istintiva di classe del proletariato nel gran mare della legalità, della democrazia, della patria e quindi della difesa del regime capitalista in Francia.

  

Ecco la prova schiacciante, la prova irrefutabile della CAPITOLAZIONE del comunismo degenerato davanti al capitalismo. Nella sua piattaforma iniziale, l’Internazionale Comunista preconizzava l’appoggio alle rivendicazioni operaie perché, a un certo grado del loro sviluppo, la agitazione uscisse dal quadro economico e provocasse il DISORDINE, cioè la crisi sociale che permettesse al proletariato organizzato di prendere il potere, di esercitare la sua dittatura e di distruggere l’ infame ordine borghese. Questo nel 1920. Nel 1936, per i “comunisti” del signor Stalin, il “DISORDINE” non può che essere opera di reazionari e fascisti, e agli operai si chiede di sacrificare le loro rivendicazioni immediate per difendere l’“ordine” che li sfrutta, li affama, e domani li manderà al grande macello patriottico. «Non si tratta di prendere il potere attualmente», aveva detto Thorez l’11 giugno. In effetti NON SI TRATTA DI PRENDERE IL POTERE, né “attualmente”, né mai: quando ci si confina nelle competizioni elettorali, quando si afferma che esiste un interesse nazionale al disopra delle classi, è sempre alla borghesia che si abbandona il potere. Nel 1936, il ciclo di degenerazione del comunismo moscovita è compiuto. Gli restano ancora molte infamie da compiere, prima e dopo lo scioglimento formale della III Internazionale, ma è fin da ora provato che la nostra corrente aveva ragione, quando, fin dal 1920, avvertiva tutta l’Internazionale del fatto che, in caso di riflusso Internazionale del proletariato, la tattica del fronte unico le sarebbe stata fatale.

Secondo Lenin, infatti, il fronte unico doveva smascherare il tradimento dei socialisti, strappar loro la massa operaia che essi ingannavano, portare questa massa sul terreno della lotta armata per la dittatura del proletariato. Bieca caricatura del fronte unico, il fronte popolare RICONCILIAVA AL CONTRARIO il P.C.F. con i socialisti, segnava la rinuncia al potere rivoluzionario dei Soviet, salvava la democrazia capitalista, difendeva l’ordine borghese.

A Blum, “gerente leale del capitalismo” sostenuto da questi “comunisti” nuovo stile, toccò, qualche anno dopo, di svelare tutta la verità sul fronte popolare e sugli scioperi del giugno 1936. Citato da Pétain come accusato al processo di Riom dopo l’armistizio del 1940, Blum dirà, dando la definizione più concisa e brutale del compito controrivoluzionario che tocca ad un governo “operaio” che agisca nel quadro di uno Stato borghese: «Ho lasciato, è vero, occupare le fabbriche, ma ho sempre conservato il dominio della strada». LA STRADA, cioè il luogo dove si combattono le prime scaramucce contro le forze dello Stato borghese, il luogo dove INIZIA la lotta per la distruzione di questo Stato, dove si decide la sorte di ogni agitazione sociale di massa (nella strada, in effetti, e non nel conteggio dei voti guadagnati alle elezioni!) gni volta che il proletariato abbandona questo terreno di lotta, — sia pure paralizzando per un certo periodo la produzione capitalista — è irrimediabilmente battuto.

Gli scioperi del 1936 terminarono con gli accordi di Matignon. Gli operai guadagnarono qualche aumento di salario, la settimana di 40 ore, le ferie pagate. Questi aumenti furono rapidamente assorbiti dalla svalutazione di Blum, che capitolava davanti al “muro del denaro”. Le 40 ore non durarono molto di più, rapidamente spazzate via dalle ore supplementari necessarie alla DIFESA NAZIONALE. Quanto alle ferie pagate, si mutarono anch’esse in “ferie”… gratuite di mobilitazione. In questo bilancio si fa fin troppo in fretta a valutare “l’attivo”, ma il “passivo” non è stato ancora del tutto valutato. Immediatamente si ebbe la sparizione di ogni principio di classe nei partiti e nei sindacati; i “comunisti” RIVEDEVANO la critica fondamentale fatta da Lenin alla democrazia parlamentare, che la Internazionale, anche quand’era ormai divenuta opportunista, aveva sempre considerato solo come un MEZZO di agitazione del proletariato.

Per loro, la democrazia diveniva lo SCOPO supremo, non si distingueva più dagli scopi socialisti: cioè la RIVOLUZIONE veniva totalmente rinnegata.

Il Fronte Popolare fu insieme la preparazione intensa degli operai all’ideologia di guerra, la resurrezione del patriottismo e perfino dello sciovinismo, la distruzione di tutti gli sforzi compiuti da Lenin per strappare il proletariato all’ influenza capitalistica.

Il Fronte Popolare doveva morire, in Francia, della sua bella morte nel 1938, quando il successore di Blum al governo, il radicale Daladier, lo denunciò per poter reprimere a suo agio lo sciopero generale proclamato dalla CGT contro i suoi “decreti-legge di miseria”. Se l’euforia del giugno 1936 doveva riservare agli operai dei giorni drammatici, il loro movimento non uscì mai dai limiti del riformismo classico di tutte le coalizioni elettorali popolari, che dappertutto hanno sempre subito gli stessi rovesci.


Dalla disfatta del proletariato spagnolo alla guerra imperialista

Abbiamo visto che la vittoria del Fronte popolare in Francia aveva avuto come principale risultato sociale la liquidazione dei grandi scioperi del giugno 1936. La “lotta contro il fascismo”, conclusasi con qualche effimero miglioramento della condizione degli operai, era stata solo il pretesto che aveva permesso di schierarli in difesa dei valori nazionali, democratici, BORGHESI.

Ciò che in Francia si era ridotto a una classica farsa elettorale, doveva prendere in Spagna le dimensioni di una tragedia. Qui l’offensiva totalitaria della borghesia fu una realtà, e la risposta operaia un’ insurrezione armata. Conseguentemente, il significato sociale dell’antifascismo, il vero ruolo politico dei suoi promotori, il carattere controrivoluzionario dei partiti comunisti degenerati, dovevano apparire in piena luce. In Spagna, l’antifascismo fu essenzialmente l’annullamento delle espropriazioni realizzate dall’insurrezione operaia; la restaurazione della polizia e dell’autorità dello stato borghese in nome della disciplina militare, l’assassinio dei rivoluzionari col pretesto della “lotta contro la quinta colonna” e della “unità contro Franco”.

Proclamando, nel 1917, la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria, Lenin e i bolscevichi avevano aperto una fase rivoluzionaria della storia. Per chiuderla, bisognava che fosse riassorbita, nell’antifascismo e nella collaborazione di classe, l’ultima esplosione sociale di questa fase; bisognava trasformare una guerra civile nel prologo di una nuova guerra imperialista.

In effetti, appena qualche mese dopo la resa di Barcellona e la disfatta militare del “Frente Popular”, scoppiava il secondo conflitto mondiale. Si poterono allora vedere sul fronte francese della “strana guerra” degli ex-combattenti repubblicani spagnoli che avevano barattato la loro uniforme di miliziani antifascisti con quella della “grande democrazia” tricolore: un simbolo che, a dispetto delle svolte della politica di guerra di Mosca, dà ragione agli staliniani che rivendicano la CONTINUITÀ del loro antifascismo. «La resistenza di noi comunisti – avrebbe dichiarato Billoux in un discorso elettorale del dopoguerra – è cominciata in Spagna». È esatto, a condizioni tuttavia di dare ai termini “anti-fascismo” e “resistenza patriottica” il loro significato comune di rinuncia alla lotta rivoluzionaria contro ogni forma, fascista o no, di dominio del capitale.


Il vero significato della guerra di Spagna

Nella formulazione di Lenin, guerra fra stati moderni significa guerra imperialistica di concorrenza diretta contro tutti i proletariati, mentre guerra civile è guerra di classe del proletariato internazionale contro tutte le borghesie. La complessità della guerra di Spagna deriva dal fatto che essa partecipa dei due aspetti. Guerra civile, perché il proletariato vi intervenne violentemente, sconquassando le istituzioni dello Stato borghese. Ma anche guerra capitalistica, perché questo assalto rivoluzionario fu deviato in una lotta condotta sotto la bandiera ideologica della futura guerra imperialistica e secondo le regole di disciplina sociale atte a stabilire e a rafforzare l’autorità dello Stato borghese. Proprio perché, in Spagna, la rivoluzione fu immediatamente battuta dalla controrivoluzione, proprio perchè due governi egualmente borghesi — il repubblicano e il franchista — aspiravano alla direzione dello stesso Stato di classe, proprio perciò il proletariato spagnolo fu tratto in inganno sulla natura della propria lotta, e, in base a questo precedente, sì poterono convincere tutti i proletari del mondo che, all’interno dello stesso modo di produzione, degli Stati sfruttatori e oppressori potessero battersi per la “Libertà” contro altri che la negavano.

Alla base di ogni lotta armata v’é un conflitto d’interessi materiali. Quelli della reazione fascista di Franco erano fin troppo evidenti; quelli degli operai che gli risposero con  l’insurrezione non erano certo più misteriosi. Il conflitto iniziale era un conflitto tra capitalismo e proletariato. Solo stornando l’insurrezione operaia dai suoi obiettivi primitivi, si poteva trasformarlo in un conflitto tra “l’ideale democratico” e la “barbarie fascista”...

La risposta operaia all’offensiva franchista prorompe in un momento in cui la guerra internazionale, sola soluzione capitalistica alla crisi capitalista, è a due passi. Le principali condizioni per il suo scoppio sono ormai riunite, dal momento che la sola classe che poteva ostacolarla, il proleteriato, è battuto, e il suo partito internazionale, diventato semplice appendice degli interessi nazionali russi, ne accetta l’eventualità. L’ insurrezione che scoppia a Barcellona alla notizia dello sbarco di Franco, sembra rovesciare la situazione: la borghesia ha ragione di temere che, seguendo l’esempio degli operai spagnoli, i proletari d’Europa si riprendano, e ricostituiscano il loro fronte di classe. Quindi è per lei una necessità vitale che, ad ‘ogni costo, la lotta armata contro Franco cessi di essere una rivoluzione. Nell’“imbroglio” spagnolo, gli interessi immediati delle grandi potenze si contraddicono, ma lo interesse del capitalismo in generale è ben chiaro: inquadrare gli insorti di Barcellona in un esercito regolare agli ordini di un governo borghese.

Per raggiungere questo risultato è necessaria un’ideologia che non sia un’ideologia rivoluzionaria; sono necessari dei partiti operai che non combattano, o non combattano più, il capitalismo. Questa ideologia è l’antifascismo, questi partiti sono i partiti delle due Internazionali degeneri; il frente popular ne sarà la ragione sociale. E, poichè il pericolo per il capitalismo è grande, poichè la classe operaia spagnola è risoluta ed eroica, la manovra è spietata, la lotta è terribile su tutti i fronti: sul fronte militare, dove ì mercenari di Franco, muniti di un armamento ultra-moderno, sterminano senza quartiere i miliziani armati di vecchi fucili, giungendo fino a massacrare il prigionieri; sul piano politico, in cui le “forze dell’ordine” del campo repubblicano non indietreggiano di fronte all’assassinio per eliminare i dirigenti rivoluzionari.

La guerra di Spagna ha raggiunto vertici di violenza e di orrore, che sono restati memorabili. Questo perché il modo rivoluzionario col quale il proletariato spagnolo rispose al fascismo, era intollerabile per i democratici borghesi e per i loro alleati opportunisti nelle file operaie. Abbiamo già detto che gli antifascisti non hanno mai lottato contro il loro preteso avversarlo: in una situazione ben precisa, in cui la loro parola di ordine cessava di essere uno slogan elettorale per divenire una lotta armata condotta dalla frazione più combattiva della classe operaia coi suoi mezzi di classe, gli antifascisti staliniani in testa, non potevano che sabotare questa azione e questi mezzi. Lo fecero restituendo al proprietari fondiari e ai capitalisti ciò che l’insurrezione aveva loro confiscato, restaurando lo Stato repubblicano, proclamando la volontà del governo di ristabilire “il rispetto dell’ordine e della proprietà”. Se Franco trionfò, lo si deve per una buona parte all’efficacia di questa opera di scalzamento dell’operato rivoluzionario: essa privò gli operai in lotta della sola forza contro cui i carri armati, gli aeroplani e i mercenari più sanguinari sono impotenti: la convinzione rivoluzionária, le volontá dittatoriale dei proletari armati.


La crisi permanente del capitalismo spagnolo

All’inizio del secolo, due paesi in Europa dovevano infallibilmente divenire, secondo Lenin, teatro di rivoluzioni sociali: la Russia, e la Spagna, Entrambe racchiudevano un’economia mercantile nel quadro retrogrado di uno stato pre-capitalista; entrambe erano scosse da incessanti agitazioni popolari. Ma, mentre il proletariato russo, fortemente concentrato, era acquisito al socialismo scientifico, il proletariato spagnolo era sparpagliato in rare città, e si organizzava secondo i principi utopistici dell’anarchismo federalista e piccolo-borghese. Inoltre la Russia zarista, trascinata nel turbine della prima guerra mondiale, doveva crollare sotto i colpi della rivoluzione che questa guerra aveva maturato. La Spagna, al contrario, restò al margine della grande bufera; non risenti delle contraddizioni capitalistiche che al tempo della grande crisi mondiale del 1929, cioè nel momento stesso in cui la rivoluzione comunista internazionale era in pieno riflusso.

Da parte sua, la borghesia spagnola, arricchita e corrotta lungo tutta la sua storia, si alleò con le classi feudali invece di abbatterle con una rivoluzione democratica Di conseguenza, la economia spagnola conobbe la grande industria solo in qualche regione, e, d’altra parte, una industria controllata dal capitale inglese. Di qui l’importanza dell’esercito nella vita politica, il predominio delle classi agrarie, la complicità dei radicali borghesi nei loro riguardi tutti aspetti della situazione arretrata in cui si dibatteva una borghesia «incapace di intraprendere la minima riforma, senza che il proletariato le saltasse alla gola».

Dopo un’esistenza stentata fino alla guerra del 1914-18, questa borghesia trovò una relativa prosperità all’ombra della dittatura paternalistica di Primo de Rivera, al quale alcuni socialisti, — specialmente Caballero, futuro leader dell’antifascismo spagnolo — davano il loro appoggio. La generale crisi economica del 1929 mise fine a questa stabilità, e aprì, a partire dal 1930, con la caduta di De Rivera, il burrascoso periodo che doveva sfociare negli avvenimenti del 1936. La Repubblica, sostituita nel frattempo e alla chetichella alla monarchia, si rivelava altrettanto impotente a superare le difficoltà economiche e sociali. Dopo ogni elezione, le “sinistre” salivano al potere, e annegavano nel sangue dei movimenti rivendicativi sempre più potenti. Nel 1931, il repubblicano Azana e il socialista Caballero dichiararono “la repubblica in pericolo” e istituirono l’arbitrato obbligatorio dei conflitti sociali: nel gennaio 1932, i socialisti li felicitarono per la loro azione di repressione contro gli scioperi.

Nel settembre 1932, una riforma agraria bastarda sollevò i contadini.

Nel gennaio 1933, si ebbero degli scioperi a Malaga, Bilbao, Saragozza. La sinistra borghese e i socialisti, dopo essersi assunti il ruolo di cani da guardia del capitale, passarono la mano alla destra: si ebbe così il governo agrario di Gil Robles e Lerroux. Nell’ottobre 1934, lo sciopero delle Astuzie fu represso con la violenza, e, da questa data al febbraio 1936, 80.000 persone furono incarcerate. A tutte queste repressioni parteciparono coloro che il FRENTE POPULAR pretendeva di opporre all’avanzata del fascismo. La sua maggioranza, vittoriosa alle elezioni del giugno 1935, comprendeva la sinistra repubblicana (Azana), i socialisti, i comunisti e perfino il “partito sindacalista”. Essa era sostenuta dagli anarchici (CNT e FAI) e dal POUM (partito operaio di unificazione marxista) di ispirazione trotskysta,

Così, alla vigilia della tragedia spagnola, il semplice esame del ventaglio di partiti politici e delle loro alleanze rivelava due fatti capitali: la maggioranza del Fronte Popolare era composta dai partiti che avevano sostenuto tutte le precedenti repressioni; i soli due movimenti che si richiamavano alla tradizione proletaria e rivoluzionaria erano legati a una coalizione diretta da quegli stessi che avevano dato prova di essere i migliori difensori dell’ordine borghese.


(V)

Si conclude con questa puntata la serie di articoli sul Fronte Popolare, nelle sue origini lontane e nelle sue manifestazioni più vicine a noi; e, in particolare, sulla funzione che esso ebbe nell’incanalare le forze proletarie prima verso il rispetto della “legalità repubblicana” in Francia, poi verso la rinuncia all’azione rivoluzionaria in Spagna, e infine verso il macello della II guerra mondiale.


Tre giorni d’insurrezione – Tre anni di controrivoluzione

Franco effettua il suo colpo di stato il 17 luglio. L’indignazione che accoglie questa notizia fra i democratici di tutti i paesi nasconde una terribile verità di fatto: sono i democratici del frente popular che hanno “lasciato fare” il futuro dittatore. Il complotto fascista fu organizzato con tutta tranquillità in seno allo Stato Maggiore spagnolo, quasi sotto gli occhi dei ministri repubblicani, e dopo che Azana aveva dichiarato alle Cortes che «ogni pericolo fascista era escluso». In realtà questi “repubblicani” avevano preparato il terreno a Franco, poichè costui potè prendere piede appunto in quelle regioni agricole che la repressione delle lotte contadine aveva totalmente disarmate. Che il governo non avesse seriamente cercato di ostacolarlo, un altro repubblicano, Zamora, doveva dirlo chiaro e tondo: «La borghesia spagnola non avrebbe resistito a Franco senza la spinta popolare». D’altra parte, questi stessi uomini, dopo lo scatenamento dell’offensiva franchista, cercarono ancora — ma invano — di negoziare col Caudillo.

Il piano iniziale di Franco, che consisteva nello sbarcare in forze e riunire intorno a sé tutto l’apparato militare del governo, fallì a causa della fulminea risposta degli operai, che, soprattutto a Barcellona, fraternizzarano con i soldati, disarmarono gli ufficiali e si resero padroni della strada, In questo momento il governo legale si rifugia nelle cantine; le guardie civili si nascondono; il proletariato comanda e dà subito inizio a un vasto programma di espropriazioni, tendente a far passare sotto il suo controllo la produzione, il commercio e i trasporti. Sfortunatamente, tutto teso alla realizzazione di questo compito ambizioso, esso trascura di occuparsi di ciò che, in ogni rivoluzione, è l’essenziale: il potere di Stato, la dittatura di classe. Durante quei giorni febbrili, lo stato borghese non è distrutto, si è soltanto messo in aspettativa. Anarchici e trotzkisti, che dirigono gli operai, ignorano o “dimenticano” che non si può distruggere lo stato capitalista senza mettere al suo posto lo stato proletario. I primi, avversari feroci di ogni Stato, lasciano in piedi quello che già esiste, I secondi seguono la linea che già era stata fatale alla 3ª Internazionale; quella di sostituire il governo operaio alla dittatura del proletariato, Il dramma dell’insurrezione operaia in Spagna è che essa non dispone di un’organizzazione paragonabile al partito bolscevico russo.

Privo di un simile partito, il proletariato spagnolo non poteva che spendere invano il suo eroismo. La settimana insurrezionale non sfociò nella vittoria della rivoluzione. Alla fine di luglio, la CNT e il POUM diedero ordine di sospendere lo sciopero generale senza che la natura dello stato fosse stata cambiata. Quasi immediatamente lo stato borghese, in questo caso il governo della Generalità di Catalogna, riprese “naturalmente” le sue funzioni, appoggiandosi sulla sua gendarmeria tradizionale. Le milizie operaie, e gli altri organismi nati spontaneamente dalla insurrezione, furono spogliati da ogni prerogativa politica e subordinati a semplici appendici del governo borghese: il Comitato centrale delle milizie e il Comitato centrale della economia, sotto il dominio dei socialisti. Attraverso questi organismi controllati dalle forze politiche acquisite alla borghesia, lo Stato capitalista, dopo qualche giorno di vacanza, si rimise in moto. La rivoluzione spagnola era finita, la guerra di Spagna stava per cominciare.

La preoccupazione maggiore del governo repubblicano era di incanalare la combattività operaia verso operazioni puramente militari. Era la via più sicura per soffocare qualsiasi velleità rivoluzionaria. La parola d’ordine di “la guerra prima di tutto”, implicava in effetti l’unità tra le classi all’interno del campo repubblicano, la sottomissione assoluta delle orgahizzazioni operaie all’autorità del governo e la liquidazione di ogni attacco alla proprietà capitalista, sia in città che nelle campagne. Quest’ultima misura sarà d’altronde fatale ai repubblicani. Contro una lotta massiccia del contadiname spagnolo, Franco sarebbe stato impotente: l’esempio della rivoluzione d’ottobre prova che, nei paesi essenzialmente agricoli, è l’atteggiamento dei contadini che decide la sorte delle armi. Confiscando ai contadini spagnoli le terre che essi avevano strappato ai proprietari fondiari, il governo repubblicano li rigettava nel campo di Franco o, per lo meno, li staccava da una lotta che non poteva dar loro più nulla. Un conflitto di questo genere non si vince sul terreno militare, ma sul terreno sociale, sollevando tutti i diseredati contro l’avversario e armando i loro milioni di braccia.

Ma la línea del Frente popular non era rivoluzionaria, era democratico-borghese; rion esprimeva una dittatura proletaria, ma un’ibrida coalizione di opportunisti, piccolo borghesi e borghesi; non invocava la ricostituzione di un fronte internazionale di classe contro l’insieme del capitalismo, ma speculava sulle alleanze in gestazione della futura guerra imperialista. Così, essa spedì al fronte i più combattivi contingenti, promise alla piccola borghesia di restituirle le proprietà, sostituì alle parole d’ordine di classe degli slogan patriottici, e creò una situazione che il capitalismo internazionale potè sfruttare a fondo.

In un primo tempo, con l’aiuto militare di Mussolini e di Hitler, esso riuscì insieme a decuplicare il potenziale offensivo del fascismo spagnolo e a costringere l’ala rivoluzionaria del Frente popular a “disciplinarsi”, cioè a sacrificare alla guerra tutte le posizioni conquistate dagli operai: era l’epoca in cui le “grandi democrazie” decidevano di non intervenire. In un secondo tempo, lo stesso capitalismo potè, mediante la pressione russa e l’azione politica delle brigate internazionali, decapitare, all’interno del campo repubblicano, tutto ciò che vi sussisteva di volontà rivoluzionaria. Lo stalinismo si fece qui lo strumento più efficace della conservazione capitalistica, non soltanto in Spagna, dove lavorò essenzialmente ad aumentare di giorno in giorno le prerogative dello stato borghese, ma anche negli altri paesi d’Europa, soprattutto in Francia, dove la “solidarietà” che preconizzava non fu una solidarietà di classe consistente nel lottare contro la propria borghesia, solo mezzo di praticare l’internazionalismo nel quadro nazionale, ma una solidarietà nazionalista, che invocava “aerei per la Spagna” nello spirito di una guerra contro Hitler.

In questo momento, d’altra parte, agonizza, avvilito, assassinato, tutto quanto possa ricordare la tradizione dell’ottobre russo. Mentre certi elementi delle brigate internazionali in Spagna si votano alla repressione poliziesca contro il POUM o la CNT; mentre Blum in Francia passa alla controffensiva e decreta la “pausa”; mentre la URSS si fa pagare in anticipo e in oro sonante un timido aiuto ai repubblicani, si svolge la macabra commedia dei “processi di Mosca”. Alla vigilia di legarsi all’una o all’altra delle coalizioni imperialistiche in atto, l’URSS offre in garanzia alla borghesia internazionale le teste degli ultimi compagni di Lenin. Questo assassinio permette di screditare i trotskisti agli occhi degli operai del mondo intero e, in Spagna, di procedere senza difficoltà alla loro eliminazione fisica.

In Spagna, infatti, l’antifascismo non si preoccupa più, in questo momento, di dissimulare il proprio volto contro-rivoluzionario. Da mesi il governo del Fronte Popolare, fermamente inquadrato dai “comunisti” impiantatisi in seguito agli accordi di aiuto militare conclusi a Mosca, si sforza di riprendere agli operai tutto ciò che essi hanno conquistato con un’aspra lotta un anno prima, e, particolarmente, la gestione delle imprese espropriate. Nel marzo 1937, a Barcellona, il trust della Sofina viene restituito al suo consiglio d’amministrazione capitalista. Nella stessa città, in. maggio, il “comunista” Salas, “commissario all’ordine pubblico” tenta, con le sue guardie d’assalto, di impadronirsi della centrale telefonica in mano alla CNT. E’ il segnale di uno sciopero generale, d’altronde spontaneo, perchè né la CNT, né il POUM, ne hanno dato l’ordine. La repressione che lo segue offre agli uomini di Stalin il destro per “un’epurazione” da lungo tempo meditata: il trotskista Andreas Nin è rapito e ucciso da “elementi irregolari”; l’anarchico Berneri è arrestato e giustiziato nei locali della polizia di Barcellona. L’’ignobile campagna orchestrata intorno ai processi di Mosca indica chiaramente chi è l’ispiratore di questi delitti CNT e POUM protestano, ma non rompono col governo, dimostrando con ciò a quale grado di soggezione siano cadute le ultime organizzazioni richiamantisi alla tradizione rivoluzionaria. Per vendere il suo aiuto ai repubblicani, l’URSS aveva preteso la sostituzione di Caballero con Negrin. Quest’ultimo, docile, mette subito il POUM fuori legge e tenta, ma non ci riesce, di montare contro di lui un “processo” nel genere di quello di Mosca. Questo stesso governo maschera la stanchezza e il malcontento delle masse lanciando la parola d’ordine della “resistenza fino in fondo”. In realtà, abbandonerà Madrid, Valencia, poi Barcellona, e sarà la fine. Una parte della triste coorte di profughi e di soldati repubblicani passerà la frontiera, dove, dall’altro versante dei Pirenei, il democratico compagno Blum li chiuderà nei campi di concentramento.

Se la guerra di Spagna mise a nudo il vero ruolo dei governi di Fronte Popolare in quanto servi della reazione, essa fu egualmente fatale alle frazioni di estrema sinistra che questi governi avevano sostenuto. L’anarchismo, che aveva sempre considerato con orrore la sola idea di uno Stato proletario, si screditò inviando i suoi rappresentanti a recitare la parte di ministri in un governo borghese, II POUM che, al seguito di Trotsky, puntava sulla possibilità d’un intervento rivoluzionario del proletariato sfruttando l’antagonismo democrazia-fascismo, dovette assistere non solo all’assassinio della rivoluzione spagnola, ma anche al rafforzamento dell’impostura staliniana e alla diffamazione del vecchio compagno di Lenin, che, due anni più tardi, un boia al soldo della NKVD russa, doveva abbattere con un colpo di piccozza nel Messico.

La nostra corrente, sulla via della Sinistra Comunista Italiana, trasse, fin da allora, tutta la lezione degli avvenimenti spagnoli, Fascismo e democrazia non sono due vie opposte del dominio del capitale, ma due diversi atteggiamenti politici di una sola e medesima classe, a seconda che questa sia o no minacciata dalla rivoluzione. Il proletariato non deve quindi “optare” per l’una o per l’altra di tali forme, ma distruggerle entrambe. Oggi, del resto, il contenuto del fascismo è stato adottato da tutti gli stati del mondo dopo la seconda guerra mondiale: malgrado la vittoria delle democrazie!


Dalla sconfitta del proletariato spagnolo alla seconda guerra imperialista

La guerra del 1939-45 fu l’ultima tappa della decomposizione opportunista del “comunismo” moscovita. Con essa si conclude il ciclo storico che abbiamo riassunto nel corso di questi articoli e che, cominciando con gli errori di tattica della III Internazionale, doveva, con il Fronte Popolare, finire nella collaborazione di classe con partiti e governi borghesi.

Agli occhi degli storici futuri, — se non ancora a quelli dei contemporanei, sempre ingannati dall’impostura del “socialismo” russo, — il II conflitto mondiale segnerà l’inevitabile soglia che, una volta oltrepassata dai rinnegati del Cremlino e dai loro servili accoliti degli altri paesi, vieterà loro qualunque possibilità di ritorno a quella che era stata la loro originaria funzione politica. Dopo la guerra la III Internazionale sarà scomparsa, i P.C. saranno divenuti partiti nazionali, democratici e costituzionali; mentre il “socialismo in un solo paese” di Stalin rivelerà progressivamente il suo vero contenuto economico e sociale, quello di un capitalismo al quale gli sforzi sovrumani del proletariato russo, lo smantellamento del Reich hitleriano con partecipazione sovietica alla curatela imperialistica, e il regresso del capitale anglo-sassone dall’Europa centrale, permetteranno di prendere posto fra i grandi Stati che dominano e sfruttano il mondo. Mentre il proletariato spagnolo agonizzava, importanti avvenimenti internazionali avevano preparato le vie della II guerra mondiale. Nel marzo 1938, Hitler aveva annesso l’Austria; nel settembre, le sue truppe occupavano la regione dei Sudeti in Cecoslovacchia. Un negoziato all’ultima ora rimandò la prova di forza di fronte alla quale i “democratici” arretravano ancora. Nell’agosto dell’anno dopo, mentre i negoziati militari tra la Francia e l’URSS andavano per le lunghe, Mosca li ruppe brutalmente, e firmò con la Germania il patto di non-aggressione che doveva sguinzagliare sulla pianura polacca le divisioni corazzate di Hitler. Era il debutto della II guerra imperialistica mondiale.

Si è visto già che la diplomazia russa, dopo che il potere dei Soviet aveva definitivamente rinunciato alla rivoluzione comunista europea, aveva adottato una strategia sociale a doppio fondo. Da una parte, i P.C. di Occidente si sforzavano di conciliarsi i ceti medi promettendo loro un “socialismo” senza effusione di sangue; dall’altra, alimentavano nel proletariato la speranza di un futuro assalto rivoluzionario al potere borghese. Alla sua clientela elettorale, il P.C. francese in particolare dichiarava che il rafforzamento della difesa nazionale avrebbe permesso di neutralizzare la “follia omicida” di Hitler. Ai quadri e ai militanti di partito, invece, spiegava che, per salvare la “patria socialista” russa, occorreva deviare verso Occidente questa stessa “follia”, e che, in definitiva, dal conflitto che ne sarebbe scoppiato il comunismo non poteva non uscire solo vincitore.

Era una doppia menzogna. Nessuna “difesa nazionale” può impedire la guerra: questa non è il frutto della “follia guerriera” di un energumeno, ma della accumulazione del capitale. Quanto alla speranza di una rivoluzione successiva alla guerra imperialista, essa era impossibile nella stessa misura in cui coloro che la promettevano si ponevano sul terreno dello sciovinismo anziché su quello dell’internazionalismo. Questa promessa fallace ebbe d’altronde la sua più clamorosa smentita quando all’indomani della Liberazione, i comunisti degeneri chiesero agli operai di rinunziare alle loro rivendicazioni immediate per rifare della Francia (o in altra forma dell’Italia) una “grande nazione”. Quando si è disertato l’internazionalismo, non vi si può più far ritorno. Senza dubbio, i P.C. sono divenuti patrioti in nome degli interessi nazionali russi; ma eccoli condannati a rimanere tali anche dopo che i conflitti e gli scismi in seno al “blocco socialista” hanno fatto andare in pezzi il monopolitismo staliniano. Meglio ancora, essi lo sono divenuti ancor di più, visto che ogni P.C. si costruisce la propria ed esclusiva via al socialismo...

Non è qui necessario attardarsi sulle delusioni patriottiche del P.C. francese al momento del patto russo-tedesco. Che nel 1939 un accordo tra i governi di Mosca e di Parigi si sia dimostrato inattuabile; che l’uno abbia voluto scaricare sull’altro il primo choc militare; che la borghesia francese abbia sognato di ottenere l’appoggio delle divisioni russe senza concedere a Stalin le contropartite territoriali ch’egli esigeva, tutto ciò importa poco. Si trattò di uno di quei mercanteggiamenti in cui turlupinare il compagno è la regola del gioco, e noi lasciamo agli eredi politici di Thorez il compito di dimostrare che il loro interesse nazionale, secondo Stalin, era l’interesse nazionale “il meglio inteso”. Quel che conta per noi, in questa politica, è che il proletariato vi fu sacrificato a interessi nazionali, quindi capitalistici, poco importa che si trattasse di interessi nazionali della Russia, della Francia o di entrambe.

D’altronde, il patto russo-tedesco che ai suoi tempi scandalizzò tanto i filistei (ivi compresi quelli del P.C.F., fra i quali fece tanto scalpore) non fu che un intermezzo presto dimenticato. Quando la Russia fu a sua volta invasa da Hitler, i “comunisti” poterono rivaleggiare liberamente in sciovinismo con i rinnegati socialisti dell’altra grande unione sacra. Che abbiano pagato largamente di persona, non lo contestiamo; la sola cosa che contestiamo loro formalmente è che la loro partecipazione alla Resistenza fosse compatibile con la dottrina e il programma definiti da Lenin e dalla Terza Internazionale. E’ con il Fronte Popolare che essi avevano totalmente rinnegato il comunismo: all’indomani della guerra, nel loro partito non ne restava più nulla: la volontà di abbattere il capitalismo aveva ceduto il posto al culto delle sue costituzioni; la rivolta di classe era stata sostituita dal “progresso sociale”.


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Ecco quale fu il principale risultato di un periodo che si è chiamato “Fronte Popolare” ma che in realtà ha nome Sconfitta internazionale del proletariato. Questa sconfitta ha almeno travolto nella sua vergogna la cricca di opportunisti contro i quali combattevamo disperatamente quarant’anni fa quando, prendendo a pretesto un momentaneo riflusso nella lotta sociale, essi liquidavano di fatto l’intero programma storico del proletariato. Piangano dunque pure la loro “età dell’oro” del 1936! Per fortuna, la verginità di un partito proletario non serve che una volta. Domani non si potrà più incantare gli operai con “vittorie” nefaste come quelle: quando il proletariato si scuoterà dal suo torpore, sarà per riallacciarsi direttamente alla tradizione di Lenin e dei bolscevichi. L’ottobre 1917, degenerando, ha accordato al capitalismo un rinvio di pena troppo lungo. Ma la sua condanna è inesorabile, perché si identifica con la rivolta di una classe che si può battere o ingannare, ma le cui riserve di energia rivoluzionaria non si esauriscono mai.