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Rapporti alla riunione interfederale della Spezia 25-26 aprile 1959 (Continuazione della III seduta) La questione sessuale (da "Il Programma Comunista", n.17, 1959) |
Ci riattacchiamo al passo sul comunismo grossolano ove diceva: «Si vuole per atto di forza fare astrazione dal talento, etc». Era questo eccetera di pugno di Marx che ci siamo noi sopra permessi di sviluppare.
«Il POSSESSO fisico immediato ha per esso il valore di unico scopo della vita e dell’esistenza; l’attività da operai non viene soppressa (nostro postulato) ma еstesa a tutti gli uomini; il rapporto della proprietà privata rimane il rapporto della comunità col mondo delle cose».
Non è dunque la stessa cosa e la stessa rozzezza nella moscovita “proprietà di tutto il popolo”?
Per confermarlo e per far posto all’argomento dei sessi, citiamo più avanti un passo decisivo. «La comunità non è altro che una comunità del lavoro, con la uguaglianza del salario il quale viene pagato dal capitale comune, dalla comunità in quanto “capitalista” generale. Entrambi i termini del rapporto vengono elevati a una universalità rappresentata: il lavoro in quanto è la determinazione in cui ciascuno è posto, il capitale in quanto è la generalità e la potenza riconosciuta della comunità».
Questo è uno dei passi in cui è posto in luce meridiana che, a differenza radicale dalla struttura economica russa, nella società comunista e socialista non deve rinvenirsi proprietà di tutti, della comunità, della società, del popolo, come non deve rinvenirsi lavoro salariato o pagato, nè capitale della comunità, etc.
Marx qui sottolinea di suo pugno le parole salario, comunità, lavoro, саpitale.
Nella società descritta nel nostro programma rivoluzionario il lavoro pagato, la proprietà, il capitale non devono essere resi comuni, ma soppressi, scomparsi.
Chi non capisce questo è comunista rozzo; ma oggi è uno che tenta girare la ruota all’indietro.
Ed ora possiamo liberamente citare: «Infine tale movimento (sempre del comunismo grossolano) che consiste nell’opporre la proprietà privata generale alla proprietà privata, si manifesta nella sua forma animale: al matrimonio (che è indubbiamente una forma di proprietà privata ESCLUSIVA) si contrappone la COMUNANZA DELLE DONNE, dove la donna diventa proprietà della COMUNITÀ, una proprietà COMUNE. Si può dire che questa idea della comunanza delle donne è il MISTERO RIVELATO di questo comunismo ancora rozzo e materiale. Allo stesso modo che la donna passa dal matrimonio alla prostituzione generale, così l’intero mondo della ricchezza, cioè dell’essenza oggettiva dell’uomo, passa dal rapporto di matrimonio esclusivo col proprietario al rapporto di prostituzione generale con la comunità».
Sarebbe veramente enorme dedurre, in totale confusione teorica e programmatica, che questa condanna decisa di Marx della comunanza delle donne sia scambiata con una difesa del matrimonio monogamo e dell’istituto della famiglia, e volersene servire (come appare chiara intenzione degli editori filorussi) per stabilire che la struttura russa può gabellarsi per comunista pure avendo il matrimonio e la trasmissione ereditaria di proprietà.
La proprietà privata generalizzata, Marx ha ora dimostrato, non vale gran che di diverso dalla proprietà privata esclusiva (personale); solo ci interessa storicamente come prima negazione della proprietà privata: ogni primo tentativo di negazione di una forma storica comincia a risolversi nella sua universalizzazione, che in fondo è una riaffermazione. Dire questo non significa certo riaffermare la proprietà privata esclusiva, come quella da cui si presero le mosse.
Quindi la critica del possesso comune delle donne come formula inadeguata non vuol dire che si riabiliti il possesso privato da parte del maschio. Il comunismo nostro sviluppato e moderno condanna a più forte ragione la famiglia monogama e il matrimonio, che Marx dichiara forma di proprietà privata esclusiva. Marx stabilisce un paragone tra il rapporto tra uomo privato e bene posseduto (parte di ricchezza), e il rapporto tra maschio e femmina nel matrimonio. Il proprietario privato, poniamo di un campo, è come il “marito-uomo” della “moglie-campo”.
Nel primo caso il diritto della proprietà vale il poter impedire che un altro semini e raccolga, nel secondo caso il rapporto matrimoniale vale il diritto di impedire che un altro maschio goda la stessa donna. Ci vorrebbe un bello stomaco ad innestare in questa rovente immagine una giustificazione del diritto maritale ben solido nel codice russo (salvo il divorzio noto da secoli a borghesi e preborghesi).
Quando poi Marx vuole liquidare la comunione delle donne (che noi non giustifichiamo come ci è piaciuto fare per la guerra agli uomini colti) sviluppa il suo geniale paragone e lo chiama “prostituzione generale della ricchezza con la comunità” quella forma in cui la proprietà privata non è annientata ma soltanto generalizzata, e propriamente la “proprietà di tutto il popolo” come dicono oggi in Russia (senza essere giunti manco a questo!).
Degradazione dell’uomo e della donna
Nel citare questi passi è necessario adoperare a volte la parola uomo a volte la parola maschio, in quanto la prima espressione indica tutti i membri della specie, di entrambi i sessi. Può essere inutile usare la parola, aspra in italiano, femmina, Quando mezzo secolo fa si fece una inchiesta sul femminismo, misera deviazione piccolo borghese dell’atroce sottomissione della donna nelle società proprietarie, il valido marxista Filippo Turati rispose con queste sole parole: la donna... è uomo. Voleva dire: lo sarà nel comunismo, ma per la vostra società borghese è un animale, o un oggetto.
«Nel rapporto (del maschio) con la donna, serva e preda della voluttà (del
maschio e anche della propria) si trova espressa la infinita degradazione in cui
l’uomo vive lui stesso (nella società attuale, qualunque sia il suo sesso),
perchè il mistero di questo rapporto (dell’uomo agli uomini ossia alla società
borghese) trova la sua espressione NON EQUIVOCA, incontestabile, MANIFESTA,
svelata, nel rapporto tra il maschio e la donna, e nella maniera nella quale è
inteso (nella generale opinione odierna) tale rapporto che è quello
immediato e naturale della vita della specie.
«Il rapporto immediato, naturale, necessario, dell’uomo con l’uomo è il
rapporto del maschio con la donna.
«Dal carattere di questo rapporto (nelle varie forme storiche, vuol dire il
testo) consegue lo stabilire fino a qual punto l’uomo abbia inteso se stesso
quale essere GENERICO, come UOMO (ritorna la formula che l’uomo ha diritto a
tale nome solo dal momento storico in cui non vive più come uomo individuo e per
il suo individuo, ma come e per il genere comprendente tutti i suoi simili)».
Continuiamo a leggere questo testo eloquente nelle sue ellissi nelle sue ripetizioni martellanti.
«Il rapporto tra il maschio la donna è il più naturale dei rapporti tra l’essere umano e l’essere umano, (Formola più rigorosa di quella: tra un essere umano e un essere umano, che è infetta di invidualismo). In quel rapporto dunque si mostra (in ogni tempo) fino a qual punto il comportamento NATURALE dell’uomo sia divenuto UMANO, e fino a qual punto l’essere (intendere la parola come verbo più che come sostantivo) UMANO sia divenuto il suo modo di essere NATURALE, fino a qual punto (terza formolazione della medesima tesi) la NATURA UMANA sia divenuta la sua propria NATURA».
Nelle diverse lingue i termini di natura, essenza, modo di essere, essere, come verbo trasformato in sostantivo, e anche altri, possono apparire intercambiabili e di comune significato, Per tal motivo questi passi possono stancare il lettore che non li spieghi con il complesso di tutto un sistema di dottrine manifestatosi per lunghi campi di tempo e di spazio, come giochi di parole che non aggiungano nulla di nuovo alle posizioni di partenza.
A solo titolo di collaborazione con il lettore ci proviamo ad aggiungere uno svolgimento nostro, che nella forma storica e narrativa diviene forse più afferrabile. Poco sopra il testo ha detto che dal comportamento degli uomini nei rapporti tra i due sessi si può leggere il grado di sviluppo a cui l’uomo è giunto; e nella traduzione moscovita è detto: il grado di civiltà, termine che è tutto latino e non è nella lingua tedesca... nè in quella marxista. Escludiamo e lo verificheremo a suo tempo, che Marx abbia usato il pallido equivalente Kultur, degno di Hitler.
Bestie o Angeli?
La specie umana nelle sue forme storiche sociali percorre un cammino, diremo per chiarificare (non per calarci nei fanghi mobili delle presentazioni concrete), dallo stato animale in oltre.
Le banali concezioni delle ideologie dominanti vedono in questo cammino una ascesa continua e costante; il marxismo non condivide questa visione, e definisce una serie di alternanti salite e discese intermezzate da violente crisi.
Naturalmente la progressiva graduale avanzata degli illuministi borghesi si vanta di aver superata la posizione fideistica, di un istante della storia in cui è avvenuta una redenzione, per grazia del Dio, che ha segnato la svolta dalla animalità alla spiritualità. Noi non ridiamo nello stesso tono fatuo dei borghesi di questa ingenua costruzione; quella dei progressisti forse non è di essa meno arbitraria e meno fittizia; senza forse esprime meno validamente una vera conquista della nostra specie, ospita ancora più di errore e di menzogna delle vecchie narrazioni mistiche.
Nello stato animale la vita della specie non è assicurata da una produzione ma da un rapporto immediato con la natura in cui, per un momento, si può presentare l’individuo che si assicuri la vita senza rapporto con quella della specie, e trovante nella natura il modo di soddisfare da sé e per sé il suo bisogno immediato e “naturale”.
La dottrina borghese della produzione, una volta che con Marx le abbiamo strappato il suo turpe segreto, appare una perpetuazione del punto di partenza animalesco più che un passo verso il punto di arrivo divino di cui eravamo stati illusi nei millenni. Ma la tappa a cui noi tendiamo, avendo volte le spalle allo stato bestiale naturale – e per tanto non ignobile – non ha bisogno di modelli in angeli e spiriti, ed è soltanto umana. I suoi caratteri riteniamo la scienza della nostra specie capace di anticiparli prima dei tempi, senza che debba intervenire miracolo ma sul piano della visibile e palpabile realtà. E allora proviamo che nella società di oggi, uscita dalla rivoluzione liberale, siamo ancora più dalla parte della natura bestiale che di quella “umana”.
Continuiamo la nostra digressione (se non vogliamo che abbia il risultato opposto) alla questione del sesso.
Sembrerebbe che qui l’animale soddisfi il suo bisogno con una identità di rapporto a quello del cibo: trova nella natura ambiente il sesso complementare e si congiunge. Ma già qui il rapporto non è più individuale: la stessa spinta di ognuna delle bestie in ansito d’amore è una determinazione che, senza fantasie finalistiche, deriva dalla esigenza di conservare e sviluppare la specie.
Guardiamo bene prima di stabilire se ci siamo sbestiati, o imbestiati! L’animale non trova cibo contro danaro ma immediatamente e naturalmente. E nemmeno trova amore contro danaro. Che lotti per cibo ed amore col suo simile in dati casi non sposta questo dedurre.
L’uomo, la cui natura non si è ancora – Marx dice – levata fino ad essere umana, trova contro scambio e danaro cibo ed amore, si nutre in quanto un altro ha fame, e si sazia di voluttà se altri stanno in rapporti di dolore sottobestiali.
Questo il senso dell’animale uomo nello stato proprietario, che vorremmo chiamare un momento: homo insipiens proprietarius.
L’animale detto irrazionale quando accede alla funzione sessuale sostituisce alla propria avidità di singolo la determinazione superiore della sua specie. Si dice allora che i suoi atti sono dettati dall’istinto, forza della sua natura e della natura tutta, cui singolo obbedisce come se sapesse e ragionasse, ma senza che possa ragionare e sapere. L’uomo non starebbe molto più sù della bestia, se per comportarsi come specie e come società e per avere, a differenza della bestia, una storia (come il nostro testo espone) dovesse essere investito da un afflato extra naturale. Questa fu una prima ingenua embrionale formulazione del misterioso procedere. La religione è un ponte storico per cui dall’istinto del bruto si passa alla consapevolezza delle leggi del comportamento di specie. Guai però se questo ponte non fosse mai stato gettato con le sue arcate mitiche! Questo nostro testo ha molti strali contro la pochezza dell’ateismo borghese, e nella sua sostanza mostra quale discutibile evoluzione sia stata quella dal trascendentalismo all’immanentismo, altro ponte che tuttavia la storia non poteva evitare di gettare.
La forza del nostro materialismo sta nel disegno della nuova avanzata, la quale si fa senza uscire dalla natura, anzi rientrandovi dopo che per risolvere l’enigma era stato necessario uscirne un momento e postulare un Primo Motore immateriale. Il genere umano, con la gamma infinita dei suoi rapporti, sta nella natura come parte integrante, e non vi è una sfera di questi rapporti che si ponga fuori delle norme di natura, sfera retta da un Dio, o dallo Spirito, piccolo idoletto pensato, lui, soletto e singolo, pertanto innaturale e disumano.
Perchè la nostra ascesa da genere vivente a genere razionante, che non ha luce da istinto ma da scienza, se ha un segreto è quello che la conoscenza della determinante natura, di cui l’umanità è parte, non subordinata ma anche non soprordinata, non si attinge dal singolo che pensa, nè da una face che passi di mano in mano, ma si attua nel salto rivoluzionario dalla pretesa storia fatta da persone allo immedesimamento di ogni uomo vivente con la futura e sicura collettività umana, di cui nel senso dialettico il partito marxista e la sua dottrina sono una proiezione anticipatrice nel tempo. L’amore, che un lancio geniale della umana scoperta ha nelle parole di Marx eletto a termometro della avanzata, rivelerà allora che non sarà più uno sfamare soggettivi irresistibili istinti impressi al bruto, ma prova della conquista collettiva della consapevolezza e della gioia illuminata.
Amore, bisogno di tutti
Chiesta scusa, del nostro sommesso rimpolpettare possiamo leggere un altro tratto.
«Si dimostra egualmente in quel rapporto (nella storica evoluzione del rapporto tra i due sessi) fino a qual punto il BISOGNO dell’uomo (e qui va sentito il passaggio dalla dinamica del bisogno di amore, scelto come pietra di paragone, a quella di tutti i bisogni, che nell’epoca dell’individualismo mercantile si chiamano economici e che abbiamo sanguinosamente sferzati col ridurre la loro gamma falsamente allucinante per morbosità di droghe alla miseria di un unico scarno livido bisogno, quello del danaro) è diventato bisogno UMANO: fino a qual punto l’ALTRO uomo, in quanto uomo, è dunque divenuto un bisogno per lui; fino a qual punto la sua esistenza, anche nelle sue manifestazioni più individuali (quali sono quelle fisiologiche fino alle tempeste delle glandole endocrine, diamo quale chiosa esatta dell’aggettivo individuali) sia divenuta l’esistere stesso della comunità».
Il concetto che per l’uomo umano, tratto dalla possanza della nostra dottrina sulla Terra dal pianeta extrasolare (direbbero oggi quelli della fantascienza) di un futuro osservabile, ma non preso a prestito da un paradiso di angeli sterili, sia soddisfazione e gioia l’adempiere il bisogno dell’altro uomo, e non più cappio da stringergli la gola, si trova svolto in altri passi di questa trattazione, e in modo lucente nel commento a margine di Mill che abbiamo letto alla riunione di Parma (vedi n.21 del 1958, paragrafetto “grandi schemi della società futura”).
La conclusione di questo brano di Marx sarà severa per il comunismo grossolano, e perciò aggiungeremo qualche considerazione sempre su questo punto difettoso della comunanza delle donne. Indubbiamente è questa una concezione proprietaria che vede nella femmina la proprietà passiva del maschio, ed esaspera il vizio della società individualista, senza che questo sia tolto da una specie di proprietà del sesso maschile su quello femminile, che arieggia la proprietà di tutto il popolo sui beni nazionali!
Questa proprietà di tutti i maschi su tutte le donne, che non vede come il rapporto sia lo stesso per cui il maschio individuo considera la donna preda e merce, rivela dunque esattamente come sia insufficiente il superamento del rapporto di proprietà privata fino a quando l’uomo, di ogni sesso, resta salariato di una potenza capitalista coprente tutta la società.
Come chi lavora per danaro resta estraniato e “passivo”, nel comunismo rozzo-russo, così la donna in questa formula rudimentale di comunanza di tutte le donne rimane schiava e passiva quanto nella famigliola monogama. Il rapporto dei sessi nella società borghese obbliga la donna a fare da una posizione passiva un calcolo economico ogni volta che accede all’amore. Il maschio fa questo calcolo di posizione attiva bilanciando una somma stanziata per un bisogno soddisfatto. Ossia nella società borghese non solo tutti i bisogni sono tradotti in danaro, e questo anche per il bisogno di amore nel maschio, ma per la donna il bisogno di danaro uccide il suo bisogno di amore. Si verifica quindi l’uso della chiave del rapporto sessuale sociale al fine di pesare la ignominia di una forma storica.
La civiltà non si è dunque ancora liberata dalla considerazione che per la donna l’amore è rapporto passivo, come quando era immolata allo jus primae noctis, o trascinata in ceppi nel ratto delle Sabine. In effetti secondo natura la donna, essendo l’amore il fondamento della riproduzione della specie, è il sesso attivo, e le forme monetarie tratte con questo vaglio si rivelano contro natura.
Nel comunismo non monetario come bisogno l’amore avrà stesso peso e senso nei due sessi e l’atto che lo consacra realizzerà la formula sociale che il bisogno dell’altro uomo è il mio bisogno di uomo, in quanto il bisogno di un sesso si attua come bisogno dell’altro sesso. Questo non è ponibile come solo rapporto morale fondato su un certo modo del rapporto fisico, perchè il valico sta nel fatto economico: i figli e il loro onere non riguardano i due genitori che si congiungono ma la stessa comunità.
Dove questo problema è risolto traverso l’istituto ereditario (per via paterna, o ancora di maggiorasco) ivi la forma proprietaria privata domina totalmente.
Il comunismo primitivo
La condanna di Marx a scuole e programmi che insieme al salariato e al mercato generale proclamarono la comunanza delle donne si rivolge a formolazioni della fine del secolo diciottesimo. Talvolta però il testo che abbiamo allo studio accomuna questo oggetto di critica, il primo comunismo grossolano controproposto alla nascente forma capitalistica, in qualche cenno, alla vera epoca storica, lontana millenni, del comunismo primitivo tribale. Questa forma è rivendicata in tutta la letteratura marxista e in pagine fondamentali di Marx e di Engels. Senza escludere la necessità che tra quel comunismo antichissimo e il comunismo per cui lotta il moderno proletariato intercorressero le forme che nacсquero colla proprietà privata, le società di classe, e la tradizione del sovrapporsi delle loro “cołture”, una franca apologia di quella prima alta forma è in pagine del Capitale e della Origine della Famiglia, della proprietà e dello Stato.
Nella coerenza di tutta la nostra dottrina ben possiamo saggiare quella forma primigenia alla luce della struttura sessuale. Vi troveremo la grande luce del matriarcato in cui la donna, la Mater, dirige i suoi maschi e i suoi figli, prima grande forma di potenza naturale nel vero senso, in cui la donna è attiva e non passiva, padrona e non schiava. La tradizione ne resta nella famiglia latina; mentre il termine famiglia viene da famulus, schiavo, il termine donna viene da domina, padrona. In quel primo comunismo rozzo sì ma non proprietario nè pecuniario, la forma-amore sta ben più in alto che al tempo dei ratti leggendari; non è il maschio che conquista la donna-oggetto, ma la Mater, che non vorremo chiamare femmina, che elegge il suo maschio per il compito, a lei trasmesso in forma naturale ed umana, di diffusione della specie.
Riporteremo ora la fine del passo sul primo tipo di comunismo che il testo considera, muovendo verso la comprensione del comunismo integrale.
«Il comunismo grossolano non è dunque che una forma fenomenica della abiezione della proprietà privata, forma che tenta di porre sé stessa come comunità positiva e costituisce tuttavia la prima soppressione positiva (programmatica, di lotta, torniamo a chiosare) della proprietà privata».
Il primo tipo di comunismo apparso nella storia, come movimento che presenta un proprio programma, non fu dunque che un tentativo (“tenta di porre se stesso”) di costruire il programma della struttura della “comunità positiva”, ossia della comunità per la quale dovrà nel tempo “passare”. Quelle formulazioni possono essere utilmente chiosabili e chiarificabili, a condizione di farlo usando adeguatamente tutto l’apporto della storia del marxismo non tralignato; ma nella loro stesura, che consideriamo da rispettare intatta, confermano che non vi è metodo rivoluzionario, non vi è teoria della rivoluzione operaia, non vi è dottrina marxista. se non si dichiara di essere giunti all’epoca in cui è possibile costruire la descrizione delle ossature della società comunista. Questo fu possibile in una epoca critica, che poniamo al tempo del Manifesto, dopo la quale teniamo per sterco i conati di ritocchi revisionisti, o ipocritamente perfezionatori.
Non solo fin da allora, ma fino dal tempo di Babeuf è evidente e irrevocabile la manifestazione di quanto sia schifosa la forma proprietaria capitalista, e questo materiale di accusa è insito nel conato del comunismo grossolano, perchè esso giunge a porsi davanti la “forma fenomenica della abiezione della proprietà provata”. Un risultato storico gigante.
Ma il decorso della forma capitalistica e la reazione di classe da essa provocata non erano ancora bastati per erigere la dottrina della morte del capitalismo, della rivoluzione proletaria, e della società comunista.
Mentre dunque il tentativo di tracciare il programma della società futura non può essere che embrionale e anche deforme, tuttavia esso costituisce la prima soppressione positiva della proprietà privata nelle parole incise nel manoscritto di Marx. I Comunisti grossolani seppero che cosa volevano distruggere, ma non potevano ancora sapere la palingenesi grandiosa che dalle rovine della distruzione sarebbe uscita. Siamo noi che lo sappiamo.
Le forme apologizzate in Russia oggi non sono quelle che la nostra dottrina promise e noi attendemmo. Esse risentono di quelle insufficienti, che come programma si abbozzò il comunismo grossolano. Ma quello era tenuto a fare scattare l’urto di distruzione e non ad altro. Quelli erano alti precursori, questi di Russia bassi traditori.
Tra i due resta, intangibile, la dottrina del comunismo che non conosce solo la sconfinata abiezione del mondo borghese ma anche i caratteri sublimi del mondo comunista.
Le coppie al vertice
Una applicazione fedele del metodo scolpito da Marx circa il rapporto sessuale ben si attaglia a spiegare l’evento di questi giorni che è echeggiato dai massimi idioti clamori.
Gli Stati della borghesia, non solo nella forma delle monarchie ma in quella della più democratica delle repubbliche, si fanno rappresentare nelle supreme parate dalla coppia al vertice dello Stato, Re e Regina, Presidente e madama del presidente, la cui funzione sociale è solo di acсорpiarsi (forse) con lui nell’alcova. Teorizzabile per le monarchie, vomitivo in pieno per le repubbliche, che a ragione i nostri testi assimilano.
Che diremo se nella stessa prassi sguaiata si ravvoltola, tra miliardi di ammirati imbecilli, lo Stato che pretende avere bruciato tante tappe della storia, da bestemmiarsi a cavallo tra socialismo e comunismo?
Non avrete dunque coppie nella società comunista? domanderanno i pivelli. Ve ne saranno, e se vorranno esservene per reciproca intesa non le scioglierà la forza bruta nè l’oro. Marx non ha ucciso l’amore, e per suo conto fu un monogamo esemplare. Ma noi non trattiamo le vicende del cittadino Marx.
Noi vi domandiamo se idealisti e poeti hanno scritto dell’amore in modo così alto, come quello che si tratta di intendere.
«Ponete l’uomo in quanto uomo, e il suo rapporto col mondo, come un rapporto umano, e voi non potrete che scambiare amore con amore, fiducia con fiducia... Se tu ami senza provocare amore in ritorno, cioè se il tuo amore non sa produrre altro amore che vi corrisponda, se nel manifestare la tua vita come uomo che ama non sai fare di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, e il suo nome è infelicità».