Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Rivoluzione e Controrivoluzione in Russia
sommario

Il comunismo è morto
VIVA IL COMUNISMO!
(Il Partito Comunista, agosto 1991)



Ancora né rivoluzione, né controrivoluzione. Dal cambio di governo in Russia dopo 70 anni di partito unico, tanto annunciato, e confessione di capitalismo tanto rimandata, gli stessi democratici avrebbero dovuto aspettarsi qualcosa di meno farsesco. La volgarità, stile appunto borghese, dei nazional-comunisti dimissionati e degli indenominabili entranti pervade tutta la messinscena del "fallito golpe", da Gorbaciov-il-buono che va la settimana al mare, ai massimi rappresentanti dello Stato che organizzano un colpo di palazzo senza arrestare un solo oppositore o staccare un telefono, ai democratici che non vogliono né possono far davvero pulito del vecchio personale e della vecchia economia amministrata, e nemmeno mobilitare le classi lavoratrici se non intellettuali moscoviti. Tutto dovrebbe finire nella grande festa rock in piazza del Maneggio. Permanente l’assistenza e la benedizione del papa della libertà Mr. Bush. Al di sotto la continuità dello Stato, della polizia, dell’esercito, delle banche, che mai hanno perso il controllo dell’ordine e delle classi sottomesse, nonostante il vorticoso succedersi sulle poltrone dei culi "democratici" ai "burocratici".

Il capitale russo – rete di interessi finanziari a scala continentale, strozzato sì dalla caduta del saggio del profitto, ma non più dei concorrenti "ricchi" occidentali e orientali, incarnato in un viva e vegeta classe borghese, imprenditoriale, commerciale e rentier, al suo pieno sviluppo attuale, emancipata dalla protezione del suo Stato edificatore ed emulatore – dà il benservito ad una sconfinata casta di funzionari allevati e asserragliati nel Pcus, pletorica, ingorda, inefficiente. La borghesia russa dice di volersi liberare dal partito-Stato, "conservatore", che fino a ierl’altro le è servito per darsi una spina dorsale economica, politica e ideologica, per mantenersi l’impero, al di dentro e al di fuori. Questo apparato – che è ormai una rimessa netta, perde la guerra afgana, si fa portar via l’Europa, abbandona l’alleato irakeno – all’interno, ben annidiato nei consigli direttivi di fabbriche, colcos e sovcos, resiste allo scatenarsi della ristrutturazione, che colpirà anche generali e capetti. La proclamata espropriazione dei beni mobili e immobili del Pcus sarebbe fatto economico di un certo conto, oltre al licenziamento di tutti i funzionari lautamente stipendiati e foraggiati.

Ma i democratici, di fatto tutti ex nazional-comunisti, non possono procedere oltre la facciata: la Russia non è Mosca e Leningrado (padron, San Pietroburgo!), è forse più facile riprendersi lo Smolny che cambiare i dirigenti all’ultimo dei colcos... Colcos e sovcos si prendono solo con un rivoluzione, vera. La borghesia può espugnarli solo dall’esterno, per fame, con bassi prezzi del mercato riformato, ma ci vogliono decenni e un bel terremoto sociale, quando ancora un quinto della popolazione è nelle attività agricole.

Per i resto il cambio del personale nei corridoi del Cremlino e nei parlamenti repubblicani e il colore delle bandiere non apre prospettive diverse allo avvitarsi della crisi tardo capitalistica russa, parte della crisi mondiale di fine secolo. Il difficile non è darsi un programma di riforme di stampo liberistico, a tutti i partiti comune, del resto, ma attuarlo. La democrazia non si mangia, lo sanno ai cantieri di Danzica e forse già nelle miniere del Donbass, anche se ubriaca più della vodka.

Gli stessi accenni nazionalistici, grandi-russi da una parte, indipendentisti dall’altra, non preludono ad un consensuale smembramento dell’Impero ma servono di pasto demagogico alla sempre e ovunque schifosa piccola borghesia, che altri ideali non conosce. La borghesia ha ormai un solo progetto storico: la reazione, e nega i suoi stessi trascorsi nazionali in grande. Solo una guerra imperialista cambia i confini della precedente. L’eccezione Germania conferma. La sistemazione imperialistica mondiale è sì carica di enormi tensioni pronte ad esplodere, ma è anche bloccata da innumeri veti incrociati. Il condominio russo-americano sul mondo serve prima di tutto agli Usa, con i russi loro secondi contro i veri concorrenti Germania e Giappone. Le Repubbliche baltiche – di due, tre, quattro milioni di abitanti – non saranno mai veramente indipendenti, inserite, come l’Ucraina, la Bielorussia e gli asiatici, nello stesso tessuto economico e sotto la copertura atomica dello stesso esercito.

Il problema vero e ultimo dell’imperialismo russo è trovare il suo orientamento del mondiale poligono delle forze, economiche, diplomatiche e militari. Sono pensabili diversi atteggiamenti dell’orso russo, dal leccare il miele della libertà americana alle cure dalla Casa comune europea; potrebbe scoprire domani case ancora più comuni in Asia...

Neghiamo tanto che il "comunismo", il falso comunismo nazionale ingannatore, non possa essere resuscitato domani a scopo antiproletario, quanto che sia la "democrazia" ad aver oggi vinto: nei cromosomi del capitale il gene democratico e pacifico è recessivo, il fascista e il bellicista dominante. Chi sarà il Duce, tale o tal’altro guitto, ha importanza nulla. A Mosca questo agosto non hanno vinto pace e libertà ma si sono segnate tappe verso la guerra e l’oppressione fra gli Stati.

È solo contro il proletariato che le borghesie oscenamente inneggiano alla morte del Comunismo, di quello vero e nostro intendono. Meglio così, un falso di meno. Quel comunismo, come molto bene lo ricordano e lo intendono gli sfruttati di tutto il mondo – e anche di Russia, che istintivamente non si sono schierati per nessuno dei due fronti borghesi – si, il nostro Comunismo è stato sconfitto, non oggi ma alla metà degli anni Venti. Farà meglio la prossima volta. Che ci sarà!
 

Liquidati i liquidatori

Noi, di fronte alle confessioni di questo agosto, a costo d’essere costretti, noi naturaliter repubblicani, a parafrasare l’odiatissimo morto monarchico "il Re è morto, Viva il Re!", diciamo chiaramente "il Comunismo è morto, Viva il Comunismo!".

Non è facile ammettere, per l’opportunismo moscovita, che la finzione d’un comunismo in fase di "edificazione", come una qualsiasi architettura di stile neo classico-torvo staliniano, recitata per circa 70 anni con l’apporto determinante ed interessato del nemico capitalista d’ogni angolo della terra, è miseramente franata.

Il modello moscovita ha potuto tenere inchiodata la classe operaia mondiale, fungendo perfettamente da deterrente per qualsiasi conato di ripresa rivoluzionaria. Lo sciopero dei minatori inglesi del 1926, le lotte cruente dei proletari di Shanghai del 1927, i tentativi di ribellione degli operai di Berlino del 1953, tutti i tentativi di rivolta proletaria nella cintura Est fino ai recenti fatti di Polonia sono stati repressi nel sangue direttamente dalla borghesia russa al potere, perfettamente giustificata dai rapporti di forza e dallo status-quo tra potenze realizzatosi con la sconfitta della Rivoluzione mondiale, e non semplicemente russa, degli anni che vanno dal 1922 al 1926.

Non una parola, da parte dei moscoviti, d’ogni sfumatura, e tanto meno da parte dei fedifraghi nostrani, sul fatto che una certa Sinistra, contro tutti, sostenne fin dai primi Congressi dell’Internazionale che un Comunismo russo non poteva che essere una eresia teorica destinata ad una sconfitta pratica.

Abbiamo sostenuto nel passato che quando il Mito russo fosse caduto, come era necessario, non ci saremmo dovuti aspettare un onesto riconoscimento per la nostra preveggenza, ma, semmai, o la repressione, o il silenzio. E così è. Ma non è questo l’amaro. Non viviamo e non siamo mai vissuti delle riabilitazioni post-mortem che sembrano stare tanto a cuore ai cuori di carogna. Speriamo e sappiamo che un ciclo intero storico deve consumarsi perché il comunismo si riproponga con tutta la potenza della sua necessità.

Si è consumata la messinscena del Socialismo in un solo paese, come oggi si consuma la messinscena del suo abbattimento, ed ogni corollario che ha storicamente preteso di discendere da una tesi così mostruosa. E così è stato per le vie nazionali al socialismo, degenerate in apparenti conflitti etnici e razzisti, mentre sono niente altro che espressione della lotta di classe borghese camuffata nelle forme più odiose e cannibalesche. Basta vedere le carneficine tra Croati Sloveni e Serbi, già affratellati "nel più umano dei socialismi", quello della "eresia titoista".

Ma attenti! Non si creda che i Gorbaciov, i suoi oppositori e successori russi ed occidentali, abbiano finito di proporre il gioco delle tre carte. Sono maestri, come tutti i deboli dalla citazione facile, nel trovare la frase ad hoc: «...abbiamo radicalmente cambiato il nostro punto di vista sul socialismo, ed è quella di Lenin del 1921 al momento della Nep». A Gorbaciov andava bene il Lenin della Nep, cioè della libertà di mercato, senza una parola d’impostazione (ci si scusi lo spreco...) dialettica! Lenin è perfettamente consapevole del fatto che nel 1921, in Russia, dopo la Rivoluzione e il "comunismo di guerra" (praticato anche da governi borghesi), non ci sono le condizioni per "edificare" il socialismo, come ebbero scolasticamente a codificare i marxisti-leninisti alla Stalin.

Ma così è, senza essere maestri di linguistica, tutti capiscono che le carogne citano, come si dice, "fuori dal contesto". E questo sarebbe poco: bisognerà anche trarne le conseguenze... nominalistiche.

Così già Gorbaciov aveva dovuto accennare alla possibilità di tornare alla denominazione del partito fino al 1919: Partito Socialdemocratico Russo. Ma aveva anche dovuto aggiungere che «troppi uomini hanno investito (perfetto verbo stile nuovo corso) la vita nella battaglia per il comunismo, perché si possa alla leggera cambiare nome. Occorrerà andare a vaste consultazioni non solo al vertice, ma anche alla base del Partito, ed è molto probabile che, stando così le cose, il nome non sarà cambiato».

Certamente! Non è che un giochetto di base e di vertice possa cambiare una sostanza che non c’è, nel senso che, fatta eccezione per il glorioso incipit del 1917, di Comunismo in Russia non c’è mai stato proprio niente! Fatto salvo che il Nome, che non è, a sua volta... nominalistico!

Per concludere con l’appello finale: «...questa crisi può essere superata ed essere seguita da una nuova vitalità di una rinnovata idea del socialismo».

Come già negli anni 1921-24 il percorso del Pcus è stato più vischioso di quanto comunemente si racconti in Occidente. Non è facile dire chiaro al proletariato russo, ai suoi attuali eredi prostrati da 70 anni di falso socialismo, che, purtroppo, è stato tutto un errore... Bisogna trovare il modo di indorare la pillola; altrimenti – e i potenti scioperi del Donbass e del Kutzbass lo dimostrano – potrebbero travolgere anche i "democratici".

Da questo è consapevole ed intimidito il Capitale d’Occidente, pilotato dagli Usa, il quale centellina i prestiti proponendo un suo ruolino di marcia: 1) innanzi tutto aprire al capitale commerciale l’area russa e cintura in modo che possano essere più facilmente esportate merci e tecnologie; 2) in un secondo tempo, se tutto andrà per il meglio (come dire senza guerre che minacciano la balcanizzazione dell’intero Est), si passerà ad una più nutrita raffica di capitale finanziario.

E l’operazione, ci permettiamo di dire, non sarà certamente indolore, perché non è che con le dichiarazioni di fallimento si sino fugate le contraddizioni proprie del capitalismo come sistema economico, politico e militare, semmai si sono acuite, perché i curatori fallimentari, Usa in testa, non lo fanno certamente per la bella faccia di Gorby e di Eltsin ma della propria supremazia, oggi e domani.

Nel frattempo, di cosa nasce cosa, come dice il proverbio: ce la farà il capitalismo già di Stato russo a competere col più agguerrito capitale d’Ovest senza dover ricorrere alle armi? Questo è il problema, questo il Muro da saltare, al di là delle facili ubriacature del momento nelle quali la borghesia e tutto l’opportunismo, di qualsiasi banda, estremistica o meno, tiene a bagnomaria il proletariato ed i nullatenenti in genere.

Per questo, se il Comunismo è morto, agosto 1991, Viva il Comunismo!