Partito Comunista Internazionale Stampa in lingua italiana
Rivoluzione e Controrivoluzione in Russia
sommario

Perché la Russia non è socialista
(Le Prolétaire, nn. 75-84, 1970)


  I Il capitalismo russo

II L’economia russa e la rivoluzione d’Ottobre

III Isolamento e sconfitta del proletariato russo

IV La controrivoluzione staliniana

V Socialismo e capitalismo di Stato

VI Socialismo e piccola produzione

VII Il falso "comunismo" dei cholchos

VIII  Tutte le tare di un’agricoltura capitalistica senza i suoi vantaggi

IX La realtà del capitalismo russo

 

I - Il capitalismo russo
 

Differenziazioni sociali profonde, gerarchia dei salari, privilegi di categorie, divisione del lavoro che condanna gli operai manuali all’inferno della fabbrica e riserva agli intellettuali il monopolio dei confort, tutte queste caratteristiche cinicamente assunte dalla società russa, sono esse compatibili col socialismo, come hanno la faccia tosta di proclamare gli uomini del P.C.? La villa per Kossighin e il tugurio per l’operaio; i missili sulla Luna e le code davanti al macellaio; l’armamento nucleare e la penuria di grano o carne, sarebbero queste le immagini edificanti della società di domani? A questi interrogativi non basta rispondere no! La borghesia ha saputo sfruttare abilmente la delusione dei lavoratori di fronte alla denunzia della realtà russa: dato che il comunismo non vi offre nulla di meglio, ha detto in sostanza, perché non accontentarvi del buon vecchio capitalismo democratico? Linguaggio che nei difensori della "vie nuove al socialismo" è solo un tantino diverso, e suona: ogni popolo avrà il suo socialismo, che terrà conto delle sue tradizioni, del suo grado di civiltà!

Noi marxisti rivoluzionari smascheriamo il falso comunismo russo non per disgustare gli operai con la realtà, ma per dimostrare il contrario, che cioè le tare dell’attuale società russa sono comuni a tutti i regimi politici e sociali oggi esistenti, perché tutti – Russia compresa – sono capitalisti.

Pronunciarsi a questo proposito sulla Russia implica la conoscenza delle caratteristiche elementari del socialismo. Ma questo è possibile solo a condizione che già si sappia che cos’è il capitalismo, appunto ciò che ignorano i begli spiriti peroranti in materia alla radio e alla televisione o in dotte opere "scientifiche". Non si tratta, infatti, di discernere soltanto alcuni aspetti accessori e accidentali di questo modo di produzione, ma di definirne le caratteristiche fondamentali per poterlo riconoscere in tutte le circostanze. Tali caratteristiche si possono così brevemente riassumere.

Nella società capitalistica si producono merci; l’essenziale dell’attività umana vi è consacrato alla fabbricazione di oggetti destinati ad essere scambiati contro denaro, venduti. La grande massa dei produttori è privata dei mezzi di produzione, contrariamente all’artigiano o al piccolo contadino che possedevano i propri strumenti di lavoro. Questi produttori, non possedendo che la loro forza lavoro, sono quindi costretti a venderla, ed essa si trova così applicata alle moderne condizioni di produzione: lavoro associato, concentrazione industriale, alta tecnica produttiva. Tutti gli scambi economici, la compra-vendita delle merci, e soprattutto di quelle merce particolare che è la forza lavoro operaia, si effettuano mediante denaro.

Il capitale nasce e si sviluppa sulla base dell’utilizzazione combinata di questi fattori. La classe sociale privata dei mezzi di produzione e costretta a vendere la sua forza lavoro è il proletariato. Questa forza lavoro è una merce che ha la "miracolosa" proprietà di produrre più ricchezza di quanta ne esiga per il suo sostentamento e la sua riproduzione. In altra parole, in una giornata lavorativa di 8 ore, l’operaio produrrà, per esempio, in 4 ore il valore del suo salario giornaliero, ma continuerà a lavorarne alte 4 gratis per i il capitale.

Il prezzo della forza lavoro costituisce il salario dell’operaio. La differenza fra questo salario e la massa dei valori prodotti rimane proprietà della classe detentrice dei mezzi di produzione, la classe capitalistica; si chiama plusvalore o profitto e, scambiata a sua volta contro nuove forze lavoro e nuovi prodotti de lavoro (macchine, materie prime, ecc.), diventa capitale. Ripetuto all’infinito, questo processo è la accumulazione del capitale.

Tutti questi elementi sono strettamente legati nel modo di produzione capitalista e quindi da esso inseparabili. È dunque una menzogna infame pretendere che una società meriti il nome di socialista quando nel suo seno esistono il denaro scambiabile contro forza lavoro e il salario grazie al quale gli operai si procurano i prodotti necessari al sostentamento proprio e delle loro famiglie, mentre l’accumulazione di valori resta proprietà delle imprese o dello Stato. Tale è appunto oggi la società russa.

In Urss, con i rubli presi a prestito dalla Banca di Stato, un gruppo di individui può comprare forza lavoro e trattenere nei suoi confronti la differenza fra il valore prodotto e l’ammontare dei salari versati. Così come avviene per le effimere imprese anonime che prendono in appalto la costruzione di case ed edifici pubblici, o per i cholchos che retribuiscono in denaro la categoria salariale dei trattoristi o dei lavoratori stagionali. Da qualche anno, gli stessi cholchos sono autorizzati dal potere statale a dotarsi di industrie di trasformazione utilizzando il loro profitto di impresa e adottando il sistema di retribuzione salariale della manodopera. Così avviene, infine, per le stesse aziende statali, che pagano gli operai in denaro, incoraggiano e sviluppano la gerarchia dei salari in funzione della qualificazione della forza lavoro, e investono, cioè trasformano in capitale, il profitto realizzato.

In Russia l’operaio paga in denaro la totalità delle derrate e dei prodotti che gli sono necessari, subisce impotente le fluttuazioni del mercato e perfino la speculazione alla quale si dedicano i produttori individuali, cioè i cholchosiani, che, oltre alla loro parte del reddito globale del cholchos, posseggono bestiame e campo personali, e ne vendono liberamente, al prezzo che possono ricavarne, i prodotti.

In Urss, infine, il denaro frutta interesse, sia nella forma dei prestiti emessi dallo Stato e che, proprio come nei paesi classici del capitalismo, danno un utile ai possessori di titoli, sia nella forma dell’interesse che lo Stato preleva sulle somme prestate alle proprie imprese.

Che c’è qui di diverso dalle società borghesi dell’Occidente capitalista? In Urss, tutto funziona sotto il segno del valore, che nella società moderna è la sola fonte del profitto, del capitale, dell’accumulazione, dello sfruttamento della forza lavoro. In Russia, tutto è scambiabile contro il maledetto denaro, tutto è in vendita, i servizi delle prostitute come quelli degli intellettuali, la cui missione è cantar le lodi del "socialismo nazionale" e, sempre, leccare i piedi ai potenti.

Andiamo qui a spiegare come un simile mondo di affaristi, ruffiani e parassiti si sia potuto costruire, a prezzo del sangue e del sudore del proletariato russo, sulle rovine della gloriosa rivoluzione d’Ottobre.

Basti per ora sottolineare il fatto essenziale che il socialismo è incompatibile con le categorie dell’economia capitalistica: denaro, salario, accumulazione, divisione del lavoro.
 
 

II - L’economia russa e la rivoluzione d’Ottobre
 

Le prime misure che il proletariato giunto al potere in un paese sviluppato deve prendere tendono ad eliminare il carattere capitalista dell’economia. Nella società borghese, la merce essenziale, quella che è l’origine e la base dell’accumulazione del capitale, è la merce forza lavoro, il prezzo della quale sul mercato della manodopera si esprime nel salario, o equivalente in denaro dei prodotti necessari al sostentamento dell’operaio. Anche quando la forza lavoro è pagata al suo giusto valore, che cioè permette al salariato di provvedere ai bisogni suoi e della sua famiglia, l’impresa capitalistica ricava sempre un eccedente dalla vendita del suo prodotto: il plusvalore o profitto, fonte inesauribile di capitale, motore dell’accumulazione, fondamento economico della potenza sociale della classe capitalistica.

Ricordato tutto ciò, è chiaro che, per distruggere lo sfruttamento capitalistico, occorre distruggere il rapporto fondamentale che ne costituisce la base: occorre distruggere il carattere di merce della forza lavoro. Ciò è possibile ad una sola condizione: che sia abolita la forma di retribuzione chiamata salario. Il mezzo previsto dal marxismo per raggiungere in un primo tempo questo risultato è il sistema dei buoni di lavoro, di cui parleremo in seguito. Abbiamo altre volte dimostrato che tale sistema, malgrado i sarcasmi dei filistei "moderni", non è affatto utopista. Però, all’esame della descrizione che ne dà Marx, appare che è realizzabile solo in paesi che abbiano raggiunto un certo stadio di sviluppo economico e tecnico.

Non era questo il caso della Russia proletaria nell’Ottobre 1917: da una parte, per la arretratezza economica del paese, dall’altra per le distruzioni provocate dalla guerra civile contro i bianchi e dalla lotta contro l’intervento straniero. Non solo il potere rivoluzionario bolscevico non poté affrontare subito il compito economico fondamentale della rivoluzione socialista – abolire i rapporti di produzione capitalistici – ma, per poterli abolire domani, doveva prima lasciarli sviluppare. Il proletariato russo aveva conquistato il potere sull’onda di una rivoluzione borghese, che la borghesia russa era stata incapace di condurre a termine; reggeva quindi sulle proprie spalle il grave compito che storicamente incombe alla borghesia: l’accumulazione originaria del capitale.

Invece di sopprimere la divisione del lavoro, fondamento del salariato, doveva al meglio lasciar espandere quella che esisteva in Russia. Invece di sopprimere il mercato, inseparabile dalla retribuzione in denaro della forza lavoro, doveva far sì che si affermasse. Invece di procedere alla socializzazione di milioni di aziende agricole, allora impossibile, era costretto, per l’approvvigionamento delle città, a incoraggiare la piccola produzione contadina. In una parola, fu costretto ad accettare la sfida di tenere in pugno un potere politico destinato a distruggere l’economia capitalistica, ma spinto dalla forza delle cose ad accelerarne lo sviluppo!

Questa sfida eroica, certi "estremisti" vorrebbero considerarla – retrospettivamente – come votata a priori all’insuccesso: un tentativo di potere proletario nella Russia semi-feudale non poteva – essi dicono – sfociare in altro che in un capitalismo nazionale! Questo significa ignorare due elementi-chiave: da una parte, che la rivoluzione, nel corso della prima guerra mondiale, maturava comunque in Russia, occasione unica per il proletariato di approfittare dell’incapacità congenita della borghesia nazionale di compiere la sua rivoluzione tendente a rovesciare i rapporti di forza sociali su scala mondiale. Dall’altra, l’ipotesi, divenuta plausibile dopo l’insurrezione d’Ottobre e la crisi sociale provocata dalle miserie della guerra in Germania, di una rivoluzione operaia in questo paese: l’ascesa al potere del proletariato tedesco, alleggerendo i compiti economici dei bolscevichi, avrebbe permesso loro di doppiare il capo dell’accumulazione del capitale senza rischiare, in una forma o nell’altra, la restaurazione del suo potere politico e della sua forza sociale.

Quindi, per Lenin per tutti i bolscevichi – Stalin compreso, prima che teorizzasse il "socialismo in un paese solo" – il traguardo della rivoluzione d’Ottobre non era affatto la trasformazione immediata dell’economia russa in senso socialista. Mille testi e discorsi testimoniano il contrario, che la prospettiva di tutti i comunisti dell’epoca consisteva nel fare del potere dei Soviet una specie di bastione avanzato della lotta rivoluzionaria mondiale. Solo se la rivoluzione avesse guadagnato i paesi più sviluppati d’Europa, nei quali le prime misure fondamentali del socialismo erano immediatamente possibili, se ne sarebbe potuto prevedere la realizzazione graduale in Russia. Lenin l’ha sottolineato a più riprese con la sua formula: Senza rivoluzione vittoriosa in Germania, nessuna possibilità di socialismo in Russia! Per affrettare questa vittoria, per concentrare in essa tutte le forze del proletariato internazionale, per liberare il potere sovietico dalla palla al piede della restaurazione della produzione industriale russa, egli era pronto a dare in affitto al capitale straniero le principali imprese. Posizione ben diversa dalla figura di un Lenin patriottico che ci viene propinata oggi! Preoccupazioni ben lontane da chi ha preteso, dopo di lui, di fare del socialismo nel suo solo paese!

La storia non ha risposto alle attese di quella generazioni di giganti politici: la Comune di Berlino del 1919 fu schiacciata, le insurrezioni operaie nell’Europa Centrale sconfitte. Furono la serie di disfatte della rivoluzione internazionale ad imporre ai bolscevichi una serie di misure di politica economica che non avevano nulla a che vedere col socialismo, ma che lo stalinismo, in seguito, consacrò sotto questa etichetta menzognera. In realtà, che si trattasse della gestione operaia delle imprese abbandonate dal padrone o del ristabilimento di un certo grado di commercio interno, della pianificazione industriale o della sostituzione della imposta in natura alle requisizioni forzate di grano, tutti questi non erano che espedienti economici, palliativi contro la miseria e la sottoproduzione, provvedimenti di attesa in vista di una ripresa della lotta proletaria mondiale, alla quale tutti i rivoluzionari degni di questo nome non accettarono mai che si potesse o dovesse rinunziare.

Fu necessario che il riflusso della lotta internazionale si risolvesse in disfatta, che fossero massacrati o deportati tutti coloro che, in Russia o altrove, restavano fedeli alla posizioni di Lenin, perché si compisse la più grande impostura della storia moderna: la consacrazione a "socialista" del sistema più arretrato e più barbaro di sfruttamento della forza lavoro.

Nelle condizioni sopra descritte, i bolscevichi erano quindi costretti ad utilizzare e sviluppare le categorie che il socialismo si propone di abbattere: lavoro salariato, denaro, accumulazione del capitale.

Il socialismo abolisce la gerarchia delle remunerazioni; i bolscevichi dovettero stimolare la produttività del lavoro col metodo degli alti salari. Il socialismo riduce la durata del lavoro; il potere sovietico l’accrebbe. Il socialismo sopprime il denaro e il mercato; i comunisti russi restituirono al commercio interno la sua libertà. Lo Stato proletario dovette accumulare capitale per ricostituire i mezzi di produzione distrutti e fabbricarne di nuovi. Insomma, il proletariato russo politicamente era la potere; economicamente si dissanguava per mantenere in vita un paese in secolare ritardo.

Di queste esigenze, di queste contraddizioni i bolscevichi erano perfettamente coscienti. Erano ben coscenti che fra il proletariato russo e il socialismo non c’era che un legame: l’Internazionale Comunista, interamente rivolta alla lotta del proletariato d’Europa e d’Asia.
 
 

III - Isolamento e sconfitta del proletariato russo
 

Solo una vittoria proletaria in paesi capitalistici sviluppati poteva aiutare la Russia dei Soviet ad alleviarne le miserie e le sofferenze e a sventare i pericoli sociali che la ricostruzione della sua economia comportava. Lenin non ha mai detto né pensato che si potesse "fare del socialismo" nella Russia arretrata. Contava sul trionfo della rivoluzione operaia, prima in Germania e in Europa Centrale, poi in Italia, Francia ed Inghilterra. È da questa rivoluzione e solo da essa, che si attendeva la possibilità per la Russia futura di fare i primi passi in direzione del socialismo.

Quando Stalin e i suoi complici salirono al potere e decretarono, come per il beneplacito di un sovrano, che il socialismo era possibile nella sola Russia, essi liquidarono di fatto la prospettiva di Lenin e dei bolscevichi, spezzarono l’unico legame che unisse il proletariato russo ad una possibilità di socialismo futuro: il legame del partito russo con la rivoluzione comunista europea.

I rapporti di produzione della Russia di allora, e per quanto avevano superato lo stadio arcaico della piccola produzione e dell’economia naturale, non avevano che fondamenta borghesi. Su queste fondamenta non si potevano sviluppare che strati sociali ostili al socialismo, avidi innanzitutto di consolidare politicamente i loro vantaggi economici. Tali erano specialmente i commercianti e i piccoli capitalisti privati, ai quali la N.E.P. aveva restituito un certa libertà d’azione. Tali erano le enormi masse contadine, divenute stolidamente conservatrici dopo che la rivoluzione operaia le aveva provviste di terra.

Se la rivoluzione fosse stata vittoriosa in Germania, il potere sovietico avrebbe potuto limitarsi alle concessioni già fatte al capitalismo privato e al contadiname russo, e controllarne i riflessi sociali. Rinunciare alla rivoluzione europea, come fece Stalin, era invece dar libero corso allo sviluppo dei rapporti capitalistici, era dare alle classi che ne erano le immediate beneficiare la supremazia sul proletariato. Il proletariato, minoranza estrema, decimata dalla guerra contro i Bianchi e aggiogata a un compito produttivo schiacciante, non aveva, contro gli speculatori del commercio privato e l’avidità dei contadini, altra arma che il bastone dello Stato sovietico. Ma questo Stato non poteva rimanere proletario che nella misura in cui faceva blocco, contro gli strati reazionari interni, col proletariato internazionale. Decidere che la Russia dovesse fare da sola il "suo" socialismo, era abbandonare il proletariato alla enorme pressione delle classi non proletarie, e liberare il capitalismo russo da ogni coercizione e da ogni controllo. Peggio ancora, era trasformare lo Stato sovietico in uno Stato come tutti gli altri, e sforzarsi di fare al più presto della Russia una grande nazione borghese.

Questo fu il vero significato della "svolta" di Stalin e della sua formula del "socialismo in un paese solo". Chiamando "socialismo" quello che era puro capitalismo, patteggiando con la massa reazionaria del contadiname russo, perseguitando, massacrando tutti i rivoluzionari rimasti fedeli alla prospettiva di Lenin e agli interessi del proletariato russo e internazionale, Stalin fu l’artefice di una vera controrivoluzione. Pur se attuata con l’atroce terrore di un despota assoluto, egli non fu tuttavia il promotore, ma lo strumento.

Dopo una serie di sconfitte sia sul teatro internazionale sia all’interno; dopo la repressione delle insurrezioni armate e i catastrofici errori tattici dell’Internazionale; dopo le sommosse contadine e le carestie in Russia, apparve chiaro, verso il 1924, che la rivoluzione comunista in Europa era rinviata a tempi non prevedibili. A questo punto cominca per il proletariato russo un terribile corpo a corpo con tutte le altri classi della società.

Queste classi, momentaneamente prese da entusiasmo per la rivoluzione antizarista, non aspiravano più che a godersi la loro conquista al modo borghese, cioè sacrificando la prospettiva rivoluzionaria internazionale alla instaurazione di "buoni rapporti" coi paesi capitalistici. Stalin non fu che il portavoce e il realizzatore di queste aspirazioni.

Con l’espressione "proletario russo" non intendiamo affatto le masse operaie stesse, esangui dopo tanti sforzi e sacrifici, colpite dalla disoccupazione e dalla carestia, divenute incapaci di spontaneità politica; intendiamo il partito bolscevico, in cui si condensava e si accentrava l’ultima volontà rivoluzionaria di una generazione politica alla quale la storia non rispondeva più. Non si ripeterà mai abbastanza che la situazione economica in Russia alla fine del periodo della guerra civile era terribile, e che tutta la popolazione aveva finito per desiderare, non importa a qual prezzo, il ritorno alla sicurezza, al pane e al lavoro.

In ogni periodo di riflusso di una rivoluzione, quello che trionfa non è la coscienza rivoluzionaria, ma la più triviale demagogia: a politicanti senza scrupoli era fin troppo facile, in simile condizioni, far valere agli occhi delle masse affamate la necessità di un compromesso con l’occidente capitalista, e stigmatizzare come iniziativa da avventurieri la strenua volontà della minoranza bolscevica di continuare la "linea di Lenin", cioè la subordinazione di tutta la politica russa alla strategia della rivoluzione comunista internazionale.

Una sua indicazione, Stalin – di fronte al quale gli intellettuali progressisti più raffinati d’occidente si inchinarono come prostitute di infimo grado – non l’aveva mai data, lasciando da altri il compito sovrumano, e a lungo termine impossibile, di conciliare lo sviluppo indispensabile delle basi economiche capitalistiche con il mantenimento del potere proletario. Era questo che lo rendeva disponibile ai fini della liquidazione delle prospettive e delle ragioni d’essere del bolscevismo.

Questa liquidazione esigeva un bagno di sangue, ma quello che disorienta lo storico quando studia la controrivoluzione russa, è il fatto che essa si sia sviluppata all’interno del partito bolscevico, come se si trattasse non di un conflitto fra due prospettive storiche diametralmente opposte, ma di inesplicabili rivalità fra capi, di una sanguinosa lite in famiglia. È questo il "mistero" che andiamo a spiegare.
 
 

IV - La controrivoluzione staliniana
 

L’impostura avvolge uno degli avvenimenti più fraintesi della storia contemporanea. Non soltanto la prospettiva autentica della rivoluzione d’Ottobre resta sepolta sotto mezzo secolo di falsificazioni politiche e dottrinali, ma, per un buon numero dei pochi che riescono a decifrarla, essa rappresenta una tale sfida al ritmo delle trasformazioni storiche, un’ambizione a tal punto sovrumana – tenuto conto delle condizioni russe – da apparire addirittura inverosimile.

Non si ripeterà mai abbastanza che la chiave di una soluzione socialista si trovava fuori dalla Russia. All’interno del paese, al contrario, il doppio carattere della rivoluzione non poteva mantenersi all’infinito: lo sviluppo economico che la rivoluzione borghese spinta fino in fondo esigeva, non poteva che minare e, a più o meno lontana scadenza, annientare la vittoria puramente politica della rivoluzione socialista.

Nella Russia degli anni ’20, tutto quello che derivava da esigenze economiche nazionali, tutto quello che esprimeva gli interessi sociali russi, costituiva un pericolo mortale per il comunismo, tutte le strategie sociali concepibili all’interno del paese racchiudevano, secondo i destini alterni della rivoluzione internazionale, lo stesso rischio fatale per il proletariato russo.

Grazie alla distruzione della proprietà fondiaria feudale, la borghesia contadina aveva acquistato un’influenza economica e sociale considerevole. Accaparra le terre dei contadini poveri prendendole in affitto. Impiega illegalmente mano d’opera salariata. Arriva a monopolizzare il grano e ad affamare le città. Nell’amministrazione, dove, per forza di cose, decine di migliaia di comunisti sono trasformati in funzionari, si sviluppa un apparato di burocrati i cui principio è "l’amministrazione per l’amministrazione", "lo Stato per lo Stato". Nel paese mentre la carestia imperversa trovare impiego o alloggio diviene un privilegio e, dopo il 1923, difendere una sincera posizione comunista un atto di eroismo.

Perché dopo il 1923? È certo che ciò che chiamiamo controrivoluzione staliniana è il coronamento di un processo che si estende su un arco di molti anni, dei quali è difficile determinare quello veramente critico. Il 1923 non è tuttavia un punto di riferimento arbitrario. È l’anno della definitiva sconfitta della rivoluzione in Germania che fa svanire l’ultima possibilità d’una immediata estensione del comunismo in Europa. La tragica portata di questo fatto è così ben compresa nel partito russo che la notizia vi provoca dei suicidi. È anche l’anno in cui la situazione catastrofica della produzione russa è rivelata dalla crisi "delle forbici": le curve rispettive dei prezzi agricoli e dei prezzi industriali si presentano sotto questa forma nel diagramma presentato da Trotzki al XII Congresso del Partito, e il loro crescente divergere pone un grave problema di orientamento economico e di strategia sociale. Bisogna aiutare d’urgenza l’industria pesante o, al contrario e a sue spese, continuare la politica di sgravi fiscali in favore del contadiname? La risposta è lasciata in sospeso, ma la situazione continua ad aggravarsi con 1.250.000 disoccupati.

Sempre nel 1923, Lenin subisce il terzo attacco d’arteriosclerosi che l’ucciderà nel gennaio 1924, non senza che abbia prima denunciato, in quello che si può considerare come il suo testamento politico, «le potenti forze che deviano lo Stato sovietico dal suo commino» e rotto con Stalin, il quale incarna, egli dice, «un apparato che ci è profondamente estraneo e rappresenta un guazzabuglio di sopravvivenze borghesi e zariste». Il 1923 è infine l’anno in cui si ordisce, durante la malattia di Lenin – e, bisogna dirlo, grazie innanzitutto alla cecità dei "vecchi bolscevichi" manipolati da Stalin – la prima macchinazione contro Trotzki. Contro l’organizzatore dell’Armata rossa sono allora divulgati i primi falsi politici che in seguito si accrebbero fino a diventare il mucchio di immonde calunnie e di accuse grottesche dal quale – malgrado tutte le smentite, fin da quelle del già venerato Krusciov – le attuali canaglie dei partiti neo-staliniani e post-staliniani continuano ancora oggi ad attingere le loro "informazioni" storiche. I migliori compagni di lotta di Lenin capiranno solo due anni più tardi quale sia il vero nemico della rivoluzione, il "corpo estraneo" nel partito bolscevico che la storia avrebbe destinato, nel corso dei dieci anni seguenti, ad essere il loro carnefice.

Oggi si può misurare, all’esame dei vani sforzi e delle innumerevoli vicissitudini della opposizione raggruppata intorno a Trotzki contro la onnipossente cricca di Stalin, quanto fossero deboli e precarie le basi strettamente russe della grandiosa prospettiva di Lenin, dal momento che l’Occidente (che ogni rivoluzione in Russia avrebbe dovuto, secondo Marx, "sollevare") non era in grado di rispondere in forza a questo appello.

Al milione – o quasi – di nuovi elementi, generalmente impreparati, introdotti in massa da Stalin nel partito bolscevico per appoggiarvi la sua politica di liquidazione della rivoluzione internazionale, si oppongono, nei momenti cruciali, solo poche centinaia di comunisti autentici e coraggiosi. Una tale sproporzione di forze sarebbe inspiegabile senza riferirsi al dato fondamentale della rivoluzione di Ottobre: al di là dei compiti puramente borghesi di questa, tutta la "nazione russa" – cioè tutte le classi, tranne un proletariato estremamente minoritario – costituisce un vero e proprio colossale ostacolo alla lotta per il socialismo. Questo è il fatto fondamentale che ignora e sottovaluta ogni critico democratico dello stalinismo, il quale oppone, a giusto titolo, l’onestà scientifica di un Lenin alla grossolana brutalità politica di uno Stalin privo di scrupoli, ma non va al di là della semplice fenomenologia di un colossale movimento di forze sociali e storiche. Quello del capitalismo russo che, di fronte da un partito politico concepito per agire in funzione del socialismo, lo considera, a ragione, come il suo ostacolo più immediato, e deve dunque, per aprirsi la strada, spezzarne il nerbo politico, svuotarlo della sostanza sociale.

Non è qui il caso di esporre, neppure sommariamente, le condizioni nelle quali esso vi riuscì. Rimandando il lettore al nostro studio Bilan d’une révolution, ci limiteremo a tracciarne le grandi linee sul piano politico.

Nel 1929-30, durante le lotte interne che precedono la vittoria definitiva dello stalinismo, nessuna delle misure economiche sulle quali si contrappongono le frazioni del partito pretende di liberarsi dal quadro dei rapporti di produzione capitalistici, nessuna può dirsi socialista. Nella sua suggestiva formulazione, la "crisi delle forbici" continua ad aggravarsi con tutte le sue conseguenze economiche e sociali, con tutte le sue influenze sullo stato della produzione industriale e sul rapporto delle forze sociali. La sinistra di Trotzki sostiene il principio di una preliminare industrializzazione, quale condizione di sviluppo dell’agricoltura, e nello stesso tempo raccomanda l’appoggio al contadino povero. La "destra" di Bukharin (ma i nomi sono dati qui solo come punti di riferimento) punta sull’arricchimento del contadino medio e sull’incremento del suo capitale d’esercizio, in vista di una successiva confisca. Il centro di Stalin non ha una sua posizione, limitandosi ad attingere a destra o a sinistra quanto più gli conviene per la sua permanenza al timone dello Stato. Quindi in queste polemiche non appare chiara la vera linea di demarcazione fra rivoluzionari e controrivoluzionari. Il centro staliniano, mentre utilizza alternativamente questa o quella misura ispirata dalla "sinistra" o dalla "destra", ha in definitiva una sola funzione: salvare e potenziare lo Stato russo, la nazione russa, riducendo la doppia rivoluzione alla sua sola faccia antifeudale, capitalista, e dunque, specificatamente anticomunista.

Fedeli a Lenin, la "sinistra" e la "destra" sanno che tutto dipende, in definitiva, dalla rivoluzione internazionale; che si tratta di tener duro finché essa trionfi. Se energicamente si oppongono è sull’efficacia delle rispettive misure che l’una e l’altra propugnano a quello scopo. La preoccupazione del centro è affatto diversa; esso ha già rotto con la rivoluzione internazionale e ha quindi, dal punto di vista politico, un solo scopo: schiacciare coloro che le sono rimasti fedeli. Il modo in cui Stalin trionfa, in ultima analisi, lo illustra chiaramente. Si appoggia prima alla "destra", di cui adotta il programma di appoggio ai contadini medi, accusando Trotzki, sotto bordate di ingiurie, di sabotare la assolutizzata alleanza "leninista" del contadiname e del proletariato; poi, di fronte al fallimento di questa politica e preso dal panico per la minaccia dei kulak, elimina la "destra" trascinando Bukharin nel fango, accusandolo – a torto – di esprimere gli interessi della borghesia rurale. La manovra riesce così bene che Bukharin, quando tenta per un attimo di riavvicinarsi a Trotzki, non riesce a convincerlo che la "destra" è marxista mentre il centro non lo è. Certi partigiani di Trotzki considereranno perfino l’assunzione strumentale che Stalin fa delle loro posizioni, per i propri esclusivi interessi, come un passo del centro in direzione della "sinistra".

Beninteso, questa lotta fisica è solo l’espressione, al vertice del Partito e dello Stato, dell’offensiva delle forze economiche sotterranee. Ma essa mostra quale violento rinculo sul piano politico fosse necessario perché quelle forze economiche potessero trionfare, mentre sul piano economico non era assolutamente indispensabile procedere nello stesso modo. La soluzione della "destra", la soluzione della "sinistra", non erano socialiste. La "soluzione Stalin" non lo era a maggior ragione, benché sembrasse ispirarsi, al tempo della "collettivizzazione" forzata, ad una caricatura della posizione di Trotzki. La spiegazione di questo paradosso sta nel fatto che nessuna soluzione russa poteva imporre la realizzazione, sia pure lontana, del comunismo con la rivoluzione internazionale battuta.

Lo sforzo immane di coloro che si accapigliavano sui mezzi per far violenza a questa dura realtà storica nascondeva loro il nemico comune, che un Bukharin identificò forse soltanto nel momento in cui sentì sulla nuca la fredda pistola del boia.

Che il nemico di una rivoluzione sociale possa ridursi ad una banda di assassini, prova che il carattere socialista dell’Ottobre 1917, se lo si isola dal previsto apporto del proletariato internazionale, si riduce alla volontà di un partito, cioè di un gruppo di uomini, che va d’altronde assottigliandosi sotto il peso degli avvenimenti avversi. E far fuori i rivoluzionari è giusto il compito di ogni controrivoluzione.
 
 

V - Socialismo e capitalismo di Stato
 

A causa dell’estrema complessità di questa tumultuosa fase storica, abbiamo dovuto procedere all’inverso del tradizionale metodo didattico, che va dal particolare al generale. Abbiamo dovuto, in una questione di cui nessun aspetto può essere esaminato isolatamente, tentare anzitutto di provare, con un panorama d’insieme, che una relazione stretta ed imperiosa legava problemi economici e politici, strategia sociale all’interno della Russi e ruolo internazionale assegnato dai comunisti alla loro rivoluzione. A questo proposito, la lotta di frazioni che, dal 1923, si manifestò al vertice del partito bolscevico, non contrapponeva soluzioni economiche di cui le une sarebbero state socialiste e le altre no, ma divergenze sui possibili diversi modi di conservare il potere in attesa della rivoluzione internazionale. Bisogna ora, più in dettaglio su questo punto capitale, riprendere alla fonte l’evoluzione che ha condotto la economia russa al suo stato attuale.

Dobbiamo ripetere che la politica economica bolscevica è minata, fin dai primi anni della rivoluzione, da una contraddizione che alla lunga le sarà fatale, e che tutti i comunisti di Russia e del mondo – fino alla svolta di Stalin – non sperano di superare se non con la vittoria internazionale del socialismo. Ma in attesa di questa vittoria – che d’altronde diviene problematica – bisogna pure che la popolazione russa viva, che le forze produttive del paese siano utilizzate al meglio nello stato in cui sono, cioè al livello di un’economia mercantile piccolo-borghese. Qual è la formula bolscevica in materia? È l’orientamento di tutti gli sforzi produttivi in direzione del capitalismo di Stato.

Perché capitalismo? Lenin lo spiega nel suo testo dell’aprile 1921 L’imposta in natura, da cui traiamo tutte le citazioni: «Il socialismo è inconcepibile senza la tecnica della grande industria capitalista, organizzata secondo l’ultima parola della scienza moderna». In effetti non c’è altra "via al socialismo" – sul piano strettamente economico, si intende – che il passaggio attraverso l’accumulazione del capitale, compito che, "normalmente", spetta alla società borghese, non al potere del proletariato. Ma in Russia, poiché la borghesia non ha assolto la sua missione storica, bisogna che il proletariato si assuma la realizzazione di questa condizione indispensabile al socialismo. Bisogna, per poter dopo abolire il salariato, trasformare in salariati milioni di contadini che «vegetano in campagne sperdute», in cui «decine di chilometri senza strade separano il villaggio dalla ferrovia». Bisogna, per sopprimere successivamente lo scambio mercantile, introdurlo prima «in quei territori dove regnano il patriarcalismo, la semibarbarie e la barbarie vera e propria». Bisogna altresì promuovere «la grande industria e la tecnica moderna», attaccando «il sistema patriarcale, la indolenza», che sono il retaggio della vita sociale nell’immensa campagna russa.

La realizzazione di questo compito gigantesco non ha mai rappresentato, per Lenin e per tutti i marxisti degni di questo nome, una realizzazione socialista, ma capitalismo bello e buono. Ad onta e vergogna dei professori che trasformano in sciocchezze da eruditi le coscienti e criminali falsificazioni compiute dallo stalinismo, il socialismo non si "costruisce" in opere di cemento e ferro indispensabili al funzionamento delle forze produttive moderne: il socialismo è la liberazione di queste forze già esistenti, è la distruzione degli ostacoli che loro oppongono rapporti di produzione sorpassati.

Il dramma della rivoluzione di Ottobre è che il proletariato russo, a differenza del proletariato occidentale, se fosse giunto al potere, non aveva una sola serie di catene da spezzare, bensì due. L’ostacolo costituito dai rapporti di produzione borghesi, superati alla scala internazionale e storica, sono ancora necessari,indispensabili, alla scala russa.

«Il capitalismo – scrive Lenin – è un male in confronto al socialismo. Il capitalismo è un bene in confronto al periodo medioevale, in confronto alla piccola produzione, in confronto al burocratismo che è legato alla dispersione dei piccoli produttori. Poiché non abbiamo ancora la forza di passare immediatamente dalla piccola produzione al socialismo, il capitalismo è, in una certa misura, inevitabile, come prodotto spontaneo della piccola produzione e dello scambio; e noi dobbiamo quindi utilizzare il capitalismo (soprattutto incanalandolo nell’alveo del capitalismo di Stato) come anello intermedio tra piccola produzione e socialismo, come un mezzo, una via, un modo, un metodo per aumentare le forze produttive» (sottolineato da noi).

Il peggior crimine di Stalin nei confronti del proletariato, crimine anche più mostruoso dell’imposizione ai lavoratori russi di una schiavitù indescrivibile e dell’abbandono degli operai di Occidente alla mercé della loro borghesia "democratica", e di aver fatto del mezzo invocato da Lenin uno scopo e di aver trasformato una via storica in uno stadio finale, totalmente assimilando il socialismo al capitalismo, imbrogliando a tal punto le carte che, per gli imbecilli e i profittatori che incensano Lenin calpestandone l’insegnamento, il compito del socialismo è divenuto, punto per punto, l’accumulazione del capitale!

Ma perché, poi, nella prospettiva che Lenin formula per la Russia si parla di capitalismo di Stato? Perché il socialismo, se non è realizzabile senza preventivo sviluppo capitalistico, non lo è a maggior ragione senza «il dominio del proletariato sullo Stato». Lo Stato uscito dalla rivoluzione d’Ottobre è proletario; ciò significa che è uscito da una rivoluzione condotta dal proletariato, che è retto da un partito proletario, armato della dottrina specifica di questo stesso proletariato. Questo sul piano politico. Ma, sul piano economico, in che cosa questo Stato è socialista? Lenin dice chiaramente come stanno le cose: «Non si è trovato un solo comunista, mi pare, il quale abbia negato che l’espressione "Repubblica socialista sovietica" significa decisione del potere sovietico di attuare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto riconoscere che l’attuale sistema economico è socialista».

Lenin, che nel testo usa frequentemente il termine passaggio, ha cura di definire per dove la Russia deve passare per giungere, dallo stadio economico e sociale dell’epoca, al socialismo: «In Russia oggi predomina proprio il capitalismo piccolo borghese, che conduce sia al grande capitalismo di Stato sia al socialismo attraverso la stessa strada, una strada che passa per la stessa stazione intermedia e che si chiama "inventario e controllo da parte di tutto il popolo sulla produzione e sulla ripartizione dei prodotti"». E insiste: «Non si può progredire dall’attuale situazione economica in Russia senza passare attraverso ciò che è in comune tanto al capitalismo di Stato quanto al socialismo (inventario e controllo da parte di tutto il popolo)».

L’idea di Lenin è chiara, anche se poi la si è vergognosamente imbrogliata: la via attraverso la quale la Russia deve passare per giungere al socialismo è imperativamente determinata dallo stato economico e sociale del paese dopo la rivoluzione. È solo la natura politica dello Stato (perché questo Stato è proletario) che garantisce che non ci si fermerà lungo la strada, che non ci si arresterà ad una delle "stazioni intermedie" che hanno nome "piccola produzione mercantile", "capitalismo privato", "capitalismo di Stato", ma al contrario si proseguirà a tutto vapore verso quella che risplende, ma ancora lontano, delle fiammeggianti lettere di socialismo. Ma questo – bisogna ripeterlo a sazietà – alla condizione indispensabile che la vittoria internazionale del proletariato, spezzando la forza del capitale in tutti i suoi gangli mondiali, dia alla "locomotiva" della rivoluzione russa il disco verde su tutta la linea!

Se questa chiara prospettiva è oggi nascosta sotto confusioni inestricabili, è senza dubbio e in primo luogo, a causa delle falsificazioni spudorate dello stalinismo. Ma è anche in ragione del corso dello sviluppo storico che registra sconfitte su sconfitte del proletariato, rinnegamenti su rinnegamenti del suo partito. Il riflusso generale del movimento proletario, che si è verificato in tutti i campi, ha compiuto i peggiori disastri in quello della nozione che il proletariato può avere della propria storia. Se ne ha la prova flagrante nel fatto che la rivoluzione d’Ottobre è stata snaturata non solo dallo stalinismo, ma dalla maggior parte degli anti-stalinisti.

È questo specialmente il caso del punto di vista "estremista" secondo cui la sconfitta della rivoluzione dovrebbe essere imputata alla concezione "leninista" del capitalismo di Stato. Mostreremo nel prosieguo che questo argomento crolla di fronte ad una realtà indiscutibile: quello stadio economico – semplice "passo avanti" per Lenin – lo stalinismo non l’ha nemmeno fatto, il che prova che non se ne può identificare la pretesa realizzazione col trionfo della controrivoluzione staliniana. Questa, impossessandosi delle leve della "locomotiva della storia", ne ha fatto una macchina asfittica che, dopo una timida puntata in direzione del capitalismo di Stato, si appaga di far la navetta fra le "stazioni intermedie" che lo separano dalla piccola produzione e fra le quali figurano i "depositi" scelti di preferenza dai valorosi macchinisti del "socialismo in un paese solo".

Molti antistalinisti, che non dispongono di criteri diversi da quelli della "democrazia", della "morale politica" o del "miglior tipo di organizzazione", condannano l’insegnamento di Lenin perché, secondo loro, assimilerebbe socialismo a capitalismo di Stato. È un’aberrazione comune alla maggior parte dei critici di destra e di sinistra della rivoluzione russa. In Lenin, come abbiamo visto, la formula del capitalismo di Stato si impone unicamente per supplire a uno sviluppo più che insufficiente del capitalismo tout court. È un obbiettivo strettamente subordinato alle "condizioni russe", del tutto inadeguato alle condizioni della rivoluzione proletaria nei paesi sviluppati in cui saranno prese immediatamente le prime misure socialiste, in particolare l’abolizione del salariato. Ciò che vi è di internazionale nella rivoluzione d’Ottobre, è il suo tratto politico essenziale: la necessità universale della dittatura del proletariato. Tutto ciò che vi si riferisce a problemi economici russi si colloca largamente al di qua del socialismo.

Gli "estremisti", che trasformano in dato di principio, in questione dottrinale, quello che era solo un obbiettivo transitorio nella gestione proletaria di un’economia arretrata, commettono – sia pure in buona fede – la stessa confusione che ha permesso allo stalinismo di trionfare nel movimento operaio internazionale.
 
 

VI - Socialismo e piccola produzione
 

Dobbiamo prima di tutto spiegare che cosa significhi, in questo campo specifico, il fenomeno politico che abbiamo chiamato "contro-rivoluzione staliniana" e che presenta difficoltà e contraddizioni che siamo ben lungi dal dissimularci. Quando, da un lato, affermiamo che, senza il soccorso della rivoluzione internazionale, l’economia russa non poteva aspirare che ad uno sviluppo capitalistico, e dall’altro diciamo che tale capitalismo è opera dello stalinismo, una spinosa obiezione ci attende: in che cosa la politica economica di Lenin differiva da quella di Stalin e con quale diritto si può parlare di contro-rivoluzione quando essa prosegue l’opera delle forze politiche che ha abbattute?

In realtà, a questa obiezione abbiamo già risposto: l’economia russa, liberata dallo zarismo, tendeva al capitalismo in virtù di una necessità ineluttabile. Non è su questo terreno che i bolscevichi intendevano affrontare il capitale, ma sul piano internazionale e nei paesi dove i suoi rapporti di produzione potevano essere immediatamente abbattuti da una rivoluzione vittoriosa. Resta tuttavia da precisare che cosa rappresenti la contro-rivoluzione staliniana come orientamento impresso a tutto lo sviluppo storico della società russa moderna: si tratta non soltanto dell’abbandono di ogni prospettiva di un socialismo sia pure lontano, ma anche di una via di espansione capitalistica che è lungi dall’essere la più radicale e la più energica.

Sia ben inteso anzitutto che ogni contro-rivoluzione è politica, che si traduce in un cambiamento della classe al potere e non in un arresto dello sviluppo delle forze produttive, il che significherebbe un regresso nella civiltà di cui la storia moderna non offre alcun esempio. Così la Restaurazione del 1815 ha riportato l’aristocrazia al potere nei paesi d’Europa dai quali la rivoluzione del 1789 l’aveva cacciata, ma non ha arrestato lo sviluppo del capitalismo consecutivo a questa rivoluzione. In altre parole, ha trasformato i nobili in banchieri e proprietari fondiari, ma non ha ricondotto i borghesi allo stato dei servi!

Allo stesso modo lo stalinismo, pur liquidando la rivoluzione internazionale, non è ritornato sul risultato ottenuto con la caduta dello zarismo: cioè la generalizzazione della produzione mercantile, lo sviluppo dell’economia capitalistica. È anche vero che tale contro-rivoluzione non ha restituito il potere alle classi decadute – e questa è l’ultima, ma non la minore, delle obiezioni alle quali dovremo rispondere. Lo faremo per ora limitandoci a questa osservazione: la crisi del colonialismo di questi ultimi vent’anni ha confermato che in tutte le rivoluzioni esplose nei paesi arretrati e semifeudali, in assenza del proletariato mondiale dalla lotta, è il capitalismo che scaturisce da queste rivoluzioni (anche in mancanza di una classe fisica di borghesi) quando lo Stato, come agente economico, instaura o mantiene rapporti capitalistici di produzione.

La nozione del ruolo determinante di cerniera che lo Stato gioca fra due modi successivi di produzione è indispensabile per comprendere tanto la funzione che Lenin gli assegnava nella rivoluzione di Ottobre, quanto per mettere il luce quella che ha effettivamente svolto sotto Stalin. Lo Stato, nella concezione marxista, è uno strumento di violenza al servizio della classe dominante e che garantisce un ordine sociale corrispondente a un determinato modo di produzione. Questa definizione è rigorosamente valida per lo Stato proletario, salvo, beninteso, il fatto che esso esprime la dominazione delle classi sfruttate sulle classi sfruttatrici e non l’inverso e che è, d’altronde, votato a estinguersi con la scomparsa dei rapporti di produzione che ha per obiettivo di abolire. In questo ultimo campo lo Stato proletario, come qualunque altro, non ha che due mezzi di intervento: permettere o proibire.

Abbiamo visto che la rivoluzione russa, a causa del suo carattere duplice anti-feudale e anti-capitalistico, poteva certo saltare la tappa politica corrispondente alla sua prima faccia, ma non sottrarsi alla realizzazione del suo contenuto economico: distruggeva e rendeva impossibile ogni dominazione di classe fondata sull’accumulazione del capitale, ma non poteva sopravvivere senza tollerare, anzi incoraggiare tale accumulazione. Il suo carattere proletario dipendeva, quindi, più da una potenzialità che da una realtà: il suo socialismo era più allo stato di intenzioni che di possibilità materiale.

In queste condizioni e da quando diventa certa la sconfitta della rivoluzione comunista in Europa, su quale elemento è possibile orientarsi per stabilire il limite oltre il quale lo Stato cessa di mantenere ogni rapporto con la funzione rivoluzionaria del proletariato? Questo limite sul piano politico è facilmente determinabile: esso è stato superato da quando lo stalinismo ha rinunciato apertamente alla rivoluzione internazionale, condizione indispensabile del futuro socialismo russo. Ma sul piano economico e sociale, l’unico criterio solido è quello derivante dalla funzione dello Stato come è stata definita più sopra: lo Stato sovietico ha cessato di essere proletario da quando si è privato di ogni mezzo per proibire le forme economiche e sociali transitorie che era stato costretto ad permettere.

Se, sul piano giuridico, questa impotenza si manifesta ufficialmente solo con la Costituzione del 1936 – che, stabilendo l’uguaglianza democratica fra operai e contadini, consacra lo schiacciamento del proletariato sotto l’immenso contadiname russo – sul piano economico e sociale è nella grande svolta operata nel campo delle strutture agrarie che tale impotenza soprattutto si manifesta. La propaganda staliniana, spalleggiata da tutta la intellighenzia internazionale, pretende che la "collettivizzazione" e la "dekulakizzazione" degli anni ’30 abbiano realizzato la "seconda" delle due rivoluzioni russe, la rivoluzione "comunista", completando l’Ottobre 1917. Questa spacconata – sostenibile solo con uno snaturamento totale di ogni criterio marxista – crolla davanti alla seguente constatazione: l’organizzazione della produzione agricola, che la Russia moderna si trascina come una palla al piede, non solo non ha raggiunto il livello socialista, ma batte il passo a un gradino molto inferiore a quello delle agricolture dei paesi capitalistici sviluppati. Basterebbe a dimostrarlo l’endemica carenza di prodotti alimentari e la necessità che ancora oggi si impone di importare grano in un paese che fu uno dei suoi primi produttori mondiali.

Contro l’opinione "estremista" molto diffusa, secondo la quale la sconfitta del socialismo in Russia sarebbe dovuta all’impianto di un mostruoso capitalismo di Stato, basta far presente di fronte a quale forma di produzione abbia in definitiva capitolato il potere proletario nel paese. Basta rifarsi a Lenin per notare che cosa continuamente indicasse quale "nemico n. 1 del socialismo" nei suoi discorsi e scritti e come questo nemico abbia tenuto duro nonostante tutte le riforme e trasformazioni sopravvenute in Urss.

Ne La imposta in natura già citata, Lenin elenca le cinque forme dell’economia russa:


Questo non era, evidentemente, il caso della Russia ed è perciò che nello schema di Lenin la lotta non si svolge fra il capitalismo di Stato – ancora allo stato di tendenza e di sforzo di inventario – e il socialismo – pura "possibilità giuridica", fondata in politica sulla natura del partito al potere, ma non in economia dove domina la piccola produzione – «ma è, sottolinea Lenin, la piccola borghesia più il capitalismo privato (cioè le forme 2 e 3) che lottano insieme, di concerto, sia contro il capitalismo di Stato, sia contro il socialismo».

L’esito di questa lotta oggi si può misurare da come si presenta l’agricoltura russa attuale la quale, lungi dall’aver eliminato quella piccola produzione, l’ha immortalata sotto l’apparenza falsamente "collettivista" del colcos. Esamineremo nel prossimo capitolo il contenuto economico e la influenza sociale di un tipo di cooperativa che differisce ben poco da quelle esistenti nei paesi capitalisti occidentali.

Vogliamo solo sottolineare che il partito del proletariato russo non è caduto di fronte all’avvento di "forme nuove" che il marxismo "non avrebbe previsto", di fronte ad un colossale termitaio di burocrati che la classe operaia avrebbe covato in seno, ma è stato vinto dalle condizioni storiche e sociali russe che sapeva fin dall’inizio di non poter dominare che con l’aiuto della rivoluzione comunista europea.

La peggiore delle falsificazioni staliniane è di aver dichiarato che, in tali condizioni, il socialismo era stato "costruito". Lenin denunciò in anticipo questa furfanteria, all’epoca della NEP: «Costruire la società comunista con le mani dei comunisti – egli dice – è una idea puerile che non abbiamo mai espresso; i comunisti sono solo una goccia d’acqua nell’oceano popolare». Si tratta di farlo, aggiunge, «con le mani degli altri», cioè permettere alle classi non proletarie di modernizzare la loro tecnica di produzione, di apprendere l’uso delle macchine moderne, insomma di realizzare le condizioni del socialismo e non il socialismo stesso; e tali condizioni non hanno altro nome che capitalismo!

Lo sviluppo del capitalismo è la eliminazione della piccola produzione. I comunisti russi vi si provarono alla maniera comunista e non borghese, cioè salvando l’esistenza e la capacità di lavoro del produttore parcellare pur strappandolo alla sua derisoria "proprietà", che è schiavitù ancora più grande della servitù della gleba. Fu nelle "comuni agrarie" che i bolscevichi si sforzarono di raggruppare i contadini sulla base di una gestione e di una distribuzione collettiva, senza proprietà individuale, senza lavoro salariato, ecc. Non vi riuscirono, come non vi riuscì più tardi l’altra via, quella di Bukharin, fondata sulla speranza di un aumento del capitale di esercizio del contadino medio.

La "soluzione" che riuscì fu quella di Stalin: la collettivizzazione forzata, la più spaventosa, barbara e reazionaria che si possa concepire. Spaventosa perché nata da violenze quasi apocalittiche. Barbara perché accompagnata da una distruzione incalcolabile di ricchezze, specialmente lo sterminio di bestiame di cui, dopo 40 anni, la Russia attuale ancora soffre. Reazionaria perché stabilizza il piccolo produttore – a differenza del capitalismo occidentale che lo elimina – in un sistema inadeguato dal punto di vista del rendimento e retrogrado dal punto di vista ideologico. Il colcosiano, che unisce l’egoismo e l’avidità del lavoratore rurale proprietario, è proprio il simbolo del trionfo del contadiname sul proletariato, trionfo che è la vera sostanza del "socialismo in un paese solo".
 
 

VII - Il falso "comunismo" dei cholchos
 

Questo trionfante compromesso non deve essere attribuito al pensiero lungamente maturato di un capo geniale, come l’hanno osannato, in tutti i paesi, i servili adulatori di Stalin, ma alle esigenze dispotiche di condizioni politiche ed economiche ben precise che non possiamo analizzare senza rifarci allo scontro di posizioni, qui già rievocate, all’interno del partito bolscevico sulla questione agraria. Si vedrà che la "sinistra" di Trotzki dava la priorità allo sviluppo dell’industria come premessa indispensabile alla ripresa dell’agricoltura, mentre la "destra" di Bukharin puntava sull’accumulazione di capitale da parte delle classi medie delle campagne.

Di quel dibattito bisogna ricordare la differenza categorica che esso mette in luce fra le preoccupazioni della "sinistra" e della "destra" del partito e quelle del centro staliniano, il quale d’altronde ben poco si curava della giustezza delle tesi in contrasto. Ciò che gli importava, in quanto espressione politica dello Stato nazionale russo, era l’eliminazione spietata dell’ultima falange internazionalista del partito. Lo stalinismo agiva già sul suo terreno specifico: l’abbandono della lotta per la rivoluzione mondiale, la stabilizzazione e il consolidamento delle strutture esistenti, la trasformazione del centro di direzione rivoluzionaria del proletariato mondiale in un puro e semplice apparato statale nazionale.

Delle intenzioni e ambizioni di Stalin, né Trotzki né Bukharin avevano ancora pienamente coscienza, tanto era cruciale, rispetto alle sordide manovre del "segretario generale", l’importanza delle decisioni sulle quali si dividevano. Nessuna di questa poteva avere efficacia duratura se la rivoluzione internazionale non avesse ritrovato il suo respiro e, in questa attesa, le diverse posizioni assumevano, per i loro appassionati difensori, la forma di un "tutto per-tutto" che li portava all’intransigenza piuttosto che alla comprensione della realtà. Agli occhi di Trotzki, il quale non vedeva altra salvezza che in un’energica industrializzazione, Bukharin, politicamente utilizzato e difeso da Stalin, appariva come il difensore del contadino ricco. Per Bukharin, l’industrializzazione prioritaria era gravida di implicazioni burocratiche e meglio valeva che l’accumulazione del capitale, in cui si sarebbe venuti a capo in seguito, fosse affidata a una borghesia rurale. L’asprezza del conflitto fra "sinistra" e "destra", egualmente impegnate a mantenere le basi economiche meno sfavorevoli alla dittatura del proletariato, nascondeva ad entrambe la minaccia che pesava sulla base politica e che veniva dal centro, del quale esse sottovalutavano il pericolo controrivoluzionario.

È per uno scopo politico, in realtà, che Stalin sostiene la "soluzione Bukharin", legandolo così alla formula liquidatrice del "socialismo in un paese solo". La parola d’ordine "contadini arricchitevi", per contro, non ebbe affatto sul piano economico il risultato previsto dalla "destra": invece di accrescere il suo capitale di esercizio, come sperava Bukharin, il contadino medio si limitò a migliorare il proprio consumo personale. La produzione di cereali precipitò al punto che nelle città riapparve ancora una volta lo spettro della carestia.

Nel gennaio 1928 la produzione di grano, inferiore del 25% a quella dell’anno precedente, accusa un deficit di 2 milioni di tonnellate. La direzione staliniana del partito e dello Stato, incontestata dopo che il XV congresso ha escluso la "sinistra", reagisce inviando contingenti armati nei villaggi. Repressioni e confische delle riserve si alternano a rivolte contadine e a massacri di operai mandati dal partito nelle campagne. In aprile le riserve di grano bene o male sono ricostituite; il Comitato centrale fa macchina indietro, condannando gli "eccessi" che esso stesso ha ordinato. Si può dire, come fanno in tutte le lingue i catechismi con l’imprimatur staliniano, che si tratti di una linea di condotta saggiamente elaborata? In realtà, il Comitato centrale agisce sotto l’effetto del panico e del più grossolano empirismo. Non dispone, scrive Trotzki, di nessuna linea politica che abbracci non diciamo qualche anno, ma neppure qualche mese! In luglio il Comitato centrale proibisce tutti i sequestri di grano di cui, d’altra parte, aumenta il prezzo, mentre conduce una violenta campagna contro i kulak, che accusa la "destra" di difendere.

Sempre in luglio – qualche mese appena ci separa dalla successiva collettivizzazione forsennata – Stalin se la prende «con coloro che pensano che l’economia parcellare sia allo strenuo delle forze», e che, aggiunge, «non hanno nulla in comune col nostro partito»! Benché il primo piano quinquennale, adottato fin dal 1929, preveda solo il 20% di collettivizzazione della terra, e unicamente per il 1933, l’idea del cholchos si fa strada nel Comitato centrale con la formula spaccona: "introduzione del comunismo in agricoltura".

Attaccato nell’aprile 1929, Bukharin capitola in novembre sotto una valanga di insulti, calunnie e minacce del più puro stile staliniano. Secondo un concetto di irresponsabilità diffusosi fino nell’ultima cellula dei vari P.C. nazionali, è la "destra" che diviene il capro espiatorio dell’insuccesso della formula bukhariniana. La cricca che non ha mai potuto prendere altra decisione se non quella della repressione, ne uscirà con l’aureola della scoperta di una "soluzione" che non ha nulla di comune col socialismo: un insieme di cooperative che, agendo nel sistema del mercato, finirà per sfuggire ad ogni "controllo e inventario" dello Stato e sposerà le insufficienze economiche della piccola produzione con la mentalità retrograda e reazionaria del contadino.

Nel corso del secondo semestre del 1929 e in tutto l’anno successivo, in un indescrivibile marasma di confusione, arbitrio e violenza, si realizza quella che il Comitato centrale chiama "dekulakizzazione" e "collettivizzazione". Anche qui, sembra che la manovra politica abbia la meglio sull’iniziativa economica: si tratta, di fronte alla minaccia della carestia e delle sommosse, di volgere l’odio secolare del contadino povero contro il contadino medio, per superare così un passaggio difficile per l’esistenza stessa dello Stato. Nulla è pronto, in effetti, per realizzare una "collettivizzazione", per la quale esistono in tutto 7.000 trattori quando, secondo Stalin, ne occorrerebbero 250.000! Per incitare il piccolo produttore ad aderire al cholchos, lo si dispensa anche dall’apportarvi la sua dotazione di bestiame: venda dunque o mangi egli stesso quello che possiede! I primi risultati del provvedimento si rivelano catastrofici, provocando in alcune regioni la resistenza armata dei contadini contro funzionari che "collettivizzano" perfino le scarpe e gli occhiali!

Al momento cruciale delle semine di primavera, il timore di una guerra civile spinge il governo a condannare gli "eccessi" della collettivizzazione e a permettere ai contadini di lasciare i cholchos: la loro uscita in massa riduce alla metà il totale dei cholchosiani. Come osserva Trotzki, «il film della collettivizzazione si gira a rovescio». Perché una nuova massiccia entrata di contadini nei cholchos sia possibile, e autorizzi Stalin a inneggiare al «successo della collettivizzazione», bisognerà far loro concessioni tali da annullare socialmente quanto v’era nei cholchos di tecnicamente "collettivo". Ma, prima di esaminarne il contenuto, dobbiamo spiegare le cause della collettivizzazione stessa.

Secondo l’opinione comune agli staliniani e ai loro avversari di sinistra, essa sarebbe stata una risposta resa necessaria dal ricatto esercitato sul potere sovietico dalla borghesia rurale, ricca (kulak), l’importanza della quale non avrebbe cessato di accrescersi dalla rivoluzioni in poi. Le cifre di cui disponiamo tendono invece a indicare l’estendersi della produzione dei contadini medi e piccoli, la cui esistenza rendeva estremamente lento la sviluppo del lavoro salariato in agricoltura, condizione indispensabile alla progressiva eliminazione della piccola produzione. In queste condizioni, la collettivizzazione non si presenta come una "svolta a sinistra" dello stalinismo, come una velleità "socialista" della burocrazia statale, bensì come il solo mezzo, nelle condizioni arretrate della campagna russa, per affrettare e spingere – a caldo e sotto l’effetto di una crisi acuta – il corso generale dell’economia in direzione del capitalismo. Si hanno buone ragioni di credere che in realtà Stalin si era lanciato in questa avventura perché incoraggiatovi dai successi delle requisizioni di grano cominciate nel 1929, dai rapporti favorevoli sullo sviluppo delle cooperative, e soprattutto dalla convinzione della debole resistenza contadina nell’insieme.

Comunque, il determinismo dei fatti, se non la dimostrazione statistica, è probante: la "forma cholchos" si è dimostrata la sola possibile nelle condizioni economiche, sociali e politiche derivanti dal riflusso irreversibile della rivoluzione internazionale.

Qualunque soluzione politica sopraggiunge solo al termine di un processo che elimina le soluzioni alle quali facevano difetto le condizioni indispensabili; se ciò è evidente per le soluzioni rivoluzionarie, altrettanto è vero per quelle della controrivoluzione. Dopo lo sforzo sovrumano del proletariato, il capitalismo in Russia non poteva ritornare alla forma "sottosviluppata" di vassallaggio, dei tempi degli zar. Né poteva essere eliminato dal socialismo, perché la rivoluzione era stata battuta. L’affermarsi, come "soluzione intermedia", di un capitalismo nazionale, cioè di un centro autonomo russo di accumulazione di capitale, non era possibile in tali condizioni che con la stabilizzazione cholchosiana della immensa forza di conservazione sociale rappresentata dai contadini.

Questa via specifica, seguita da quello che si può chiamare il capitalismo russo n. 2, esprime la complessa dialettica degli sconvolgimenti sociali nella fase imperialistica: il modo capitalista di produzione è, per l’economia russa dell’epoca, rivoluzionario, ma è possibile solo grazie alla vittoria della controrivoluzione mondiale; l’eliminazione proletaria della borghesia russa, fallita nella sua missione storica, si conclude purtuttavia col trionfo dei rapporti borghesi di produzione. Si capisce che questi eventi contradditori, oggetto di profonde perplessità per tutta una generazione storica di rivoluzionari, rendono difficile una delucidazione per altro indispensabile.

Se ne possono tuttavia condensare i termini riprendendo una vecchia formula lapidaria di Lenin, molto anteriore alla vittoria dell’Ottobre 1917, e che pone l’alternativa fondamentale per la Russia moderna: il proletariato per la rivoluzione o la rivoluzione per il proletariato? Lo stalinismo è, in fin dei conti, la realizzazione della prima parte della formula a detrimento della seconda: grazie al sangue del proletariato la Russia moderna ha fondato il suo Stato nazionale. Che importa la sparizione fisica della classe cui spettava storicamente questo compito? I rapporti di produzione che si sono instaurati dopo molti decenni di sconvolgimenti sono i rapporti propri di tale classe, e ne garantiscono la più o meno lontana ricomparsa.

Il tipo sociale nato dalla forma cholchosiana incarna il lungo processo storico che è stato necessario per giungere a tale risultato. In quanto lavoratore della fattoria collettiva, il cholchosiano – che percepisce una frazione di prodotto proporzionale alla sua prestazione di lavoro – si apparenta al salariato dell’industria, ma non diverrà tale se non al termine di una nuova evoluzione di durata imprevedibile, perché, grazie al suo piccolo appezzamento, non è un senza riserve, bensì un proprietario di mezzi di produzione, anche se limitati a 2 o 3 ettari di terreno, a qualche capo di bestiame e alla sua casetta. Per quest’ultimo aspetto egli sembrerebbe assimilabile al suo omologo occidentale, il piccolo produttore parcellare ma, a differenza di quest’ultimo, rovinato dall’usuraio, della banca e dalla concorrenza del mercato, non può essere espropriato: il poco che gli appartiene è garantito dalla legge. Il cholchosiano è dunque l’incarnazione di un compromesso perpetuo concluso fra lo Stato ex-proletario e la piccola produzione.

Condizione indispensabile per il socialismo è la concentrazione del capitale. La confisca da parte del proletariato di forme ultra centralizzate come trust, cartelli, monopoli – possibile perché lì proprietà e gestione sono da tempo scisse – diventa impensabile, se non a prezzo di prolungati sovvertimenti, per una miriade di micro-proprietari cholchosiani. Non solo questa prospettiva socialista è definitivamente bandita dalla Russia, senza una nuova rivoluzione, ma la semplice concentrazione capitalistica urta contro difficoltà tali che ancor oggi la Russia si sforza di riuscirvi riprendendo dall’inizio il processo storico già percorso dai paesi sottosviluppati. Questo è il senso del ristabilimento dei principi della concorrenza e della redditività, sui quali i dirigenti russi probabilmente contano per eliminare i cholchos non competiti e, in una lunga prospettiva che esamineremo, trasformare i loro membri in veri e propri salariati.

Il "collettivismo" rurale della Russia non è dunque socialista, ma cooperativo. Prigioniero delle leggi del mercato e del valore della forza lavoro, esso presenta tutte le contraddizioni della produzione capitalistica senza contenerne il lievito rivoluzionario: l’eliminazione del piccolo produttore. Ma ha permesso allo Stato nazionale russo, saldamente poggiante sul contadiname così "stabilizzato", di realizzare, a prezzo di innominabili sofferenze della classe proletaria, la sua accumulazione primitiva e di giungere al suo unico elemento di capitalismo moderno: l’industrialismo di Stato.
 
 

VIII - Tutte le tare di un’agricoltura capitalistica senza i suoi vantaggi
 

Socialismo è innanzitutto abolizione dei rapporti di scambio fondati sul valore; distruzione delle loro categorie fondamentali: capitale, salario, denaro. Queste categorie il cholchos le mantiene nella sua trasformazione del piccolo produttore rurale, di cui cristallizza la posizione sociale sia attraverso la renumerazione in denaro (o in prodotti negoziabili) a compenso del lavoro nella fattoria cooperativa, sia con lo sfruttamento del campicello e del bestiame di proprietà personale, i cui prodotti possono parimenti essere venduti sul mercato. Quindi, lungi dall’essere un tipo di "socialismo", il cholchos si avvicina piuttosto ai sistemi detti "d’autogestione" che in certi paesi sottosviluppati, divenuti politicamente indipendenti, dissimulano, con una usurpazioni di termini identica a quelle del precedente russo, il ruolo di ponte di passaggio storico da essi svolto fra l’arcaica produzione naturale precedente il capitalismo e il suo pieno sviluppo.

Dopo aver esaminato le motivazioni politiche della "collettivizzazione forzata", e sottolineato in particolare l’appoggio che per suo tramite la controrivoluzione staliniana trovò nell’immenso contadiname sovietico, dobbiamo ora mostrare che appunto per questa via – tortuosa ma dalle caratteristiche inequivocabili – un autentico capitalismo nazionale si è affermato sulle rovine della rivoluzione d’Ottobre.

La figura del cholchosiano riflette bene l’impasse economico e sociale di una rivoluzione che, nell’ambito dei suoi confini nazionali, non poteva andare oltre lo stadio di una trasformazione storica borghese.

Per contro il cholchos, compromesso necessariamente imposto dall’abbandono della strategia rivoluzionaria internazionale, non ha cessato di costituire il principale ostacolo al rapido sviluppo del capitalismo in Russia. È un ostacolo non in quanto rappresenta una sopravvivenza ineliminabile di un "vecchio corso" in direzione del socialismo, come i trotzkisti continuano a sostenere malgrado tutte le smentite dei fatti; al contrario dimostra quale pesante tributo storico il proletariato ha pagato alla controrivoluzione la quale, cancellata la prospettiva del socialismo, non ha offerto nemmeno la contropartita di crearne le premesse economiche e sociali più radicali.

Rilevando i ritardi e le difficoltà economiche della Russia attuale, da cui gli economisti e i politici occidentali credono di poter dedurre un "fallimento del comunismo", noi intendiamo invece stabilirne le cause reali, demolendo non solo le menzogne dello stalinismo e le illusioni di quanti sostengono la sopravvivenza in Russia di "conquiste socialiste", ma anche la critica rivolta a Lenin di avere imprudentemente imboccato la strada del capitalismo di Stato.

Il cholchos nemmeno appartiene a quest’ultima categoria, oltre a non essere una "realizzazione socialista". I suoi beneficiari sono contadini che hanno apportato al fondo collettivo una parcella di terreno e un certo numero di capi di bestiame (e se non ne disponevano vi ha provveduto lo Stato). Il cholchosiano partecipa alla valorizzazione collettiva di tutte le parcelle ormai riunite e della dotazione di bestiame così costituita, riceve una parte del prodotto di tale valorizzazione proporzionale al numero delle giornate di lavoro che vi ha dedicate, mentre dispone di un pezzo di terreno e di un certo numero di capi di bestiame, dei quali utilizza i prodotti a piacere.

Per la sua condizione come per la sua psicologia sociale, il cholchosiano è estraneo al socialismo come può esserlo il farmer americano o il frutticoltore di una cooperativa emiliana. Per il modo in cui gli è retribuito il lavoro nella fattoria collettiva, assomiglia sì al lavoratore salariato, ma anche al piccolo azionista dei paesi capitalisti, poiché come lui percepisce una parte del profitto di impresa. La disponibilità del suo minuscolo patrimonio, gli conferisce, per altro, una posizione identica a quella del contadino parcellare d’Occidente. Il "personaggio" della società rurale russa più simile al proletariato dei paesi capitalistici occidentali, e quindi suscettibile di comportarsi come tale, è il lavoratore dei sovchos. Ma quella del sovchos, o impresa di Stato, rappresenta solo una piccola parte della produzione agraria russa.

Il cholchos, da qualunque angolo lo si consideri, è il fattore sociale ed economico più reazionario della società sovietica, a causa non solo della psicologia conservatrice dei suoi membri, ma anche del peso che rappresenta sulla sola classe moderna: il proletariato.

È facile capire come, scampato dalla fame e all’espropriazione grazie al cholchos, il piccolo produttore rurale non abbia lesinato il suo sangue, nell’ultima guerra mondiale, per difendere, insieme alle sorti dello Stato staliniano, le garanzie di sopravvivenza e di stabilità che questo gli assicurava. Ma bisogna considerare l’insieme della struttura economica e sociale russa, per comprendere come questa sopravvivenza e stabilità sia dovuta, in definitiva, al super-sfruttamento del proletariato.

La mediocrità delle condizioni sociali nelle campagne russe non deve ingannare: il sistema cholchosiano, oltre ad accentuare le storture fondamentali della natura capitalistica dei rapporti di produzione, costituisce il principale ostacolo all’elevazione generale del livello di vita. Imposta dalla strategia politica dello stalinismo, che aveva scisso le sorti dello Stato russo da quelle del proletariato internazionale, la forma cholchosiana è divenuta quasi inestirpabile nella misura in cui può essere eliminata – come desidererebbero gli attuali dirigenti sovietici – solo dalla concorrenza di una forma a produttività superiore, la cui apparizione, salvo un sovvertimento generale, appare ancora lontana. Qualche cifra basta a fissare le idee a questo proposito: le rese medie in cereali che, pur essendo aumentate (dal 1913 al 1956: + 25% contro il + 30% circa degli USA e del Canada), sono insufficienti in confronto all’incremento demografico; la percentuale ancora elevata della popolazione contadina, prova caratteristica della bassa produttività agricola (42% contro il 12% degli USA e il 28% della Francia); la spaventosa situazione del patrimonio zootecnico che, a parte una crescita spettacolare dell’allevamento dei suini (+ 63%), ha registrato una diminuzione di circa il 20% dal 1913 per i bovini da carne e da latte.

Questa carenza del sistema cholchosiano non risiede soltanto nelle sue insufficienze costitutive, ma anche nel suo divenire: vendendo ai cholchos i trattori, di cui prima noleggiava i servizi, lo Stato russo si è privato del solo mezzo di pressione di cui disponeva per imporre la produzione delle derrate indispensabili, delle quali, prima della famosa riforma di Krusciov, esso stesso fissava la quantità e il prezzo. Si è visto quindi lo stesso promotore di questa riforma battere le campagne ed esortare senza successo i cholchosiani a produrre grano invece dell’orzo e dell’avena, che permettono l’allevamento molto più redditizio dei suini. Così, nel regime di pseudo "socialismo" russo, la forma di lucro delle imprese cholchosiane prevale sulle esigenze alimentari di un "popolo" che si pretende sia la potere!

Tuttavia, ciò non significa che la sorte degli stessi cholchosiani sia paradisiaca. Sembra al contrario che, al netto di tutti i prelievi sulla produzione lorda dei cholchos (fra i quali figurano esattamente le stesse voci che in tutte le imprese capitaliste occidentali, e in particolare un tasso di investimento dello stesso ordine di grandezza), resti ben poco da "spartire" fra i soci. Questo fatto, costringendo il cholchosiano ad arrotondare il magro "salario" con la vendita dei prodotti del suo campicello personale, aggrava ulteriormente l’anarchia dell’approvvigionamento della sua produzione.

In effetti, lo scarso rendimento in cerali (che costituiscono ancora la base dell’alimentazione russa) si unisce all’indipendenza di fatto dei cholchos, e quindi alla sua tendenza a produrre di preferenza non ciò che è indispensabile, ma ciò che rende di più, facendo così diminuire l’offerta di derrate sul mercato ufficiale e alzare i prezzi sul mercato privato. Infatti il cholchosiano ricava dalla vendita sul mercato dei prodotti del suo appezzamento tanto quanto dal lavoro nel cholchos. Per farsi un’idea del prezzo al quale il salariato urbano deve pagare i suoi mezzi di sussistenza, basta sapere che, nel 1938, i tre quarti dei prodotti agricoli messi sul mercato provenivano ancora dai campicelli individuali e meno del quarto restante era fornito dai cholchos propriamente detti; ancor oggi, la metà del reddito globale del cholchosiano è costituito dai frutti del lavoro sul suo pezzetto di terra.

Qui manca spazio per riferire come la "riforma Krusciov" del cholchos si sia imposta ai dirigenti sovietici (vedasi il nostro Dialogato con Stalin), ma essa dimostra che l’economia russa – e in particolare il suo tallone d’Achille, l’agricoltura – obbedisce alle leggi inesorabili del capitalismo. Il solo criterio inconfutabile del socialismo è il trionfo del valore d’uso sul valore di scambio: solo quando esso è divenuto realtà si può affermare che la produzione serve i bisogni degli uomini e non quelli del capitale. L’agricoltura pseudo-socialista dell’URSS illustra in modo lampante il caso opposto: sono le leggi del mercato e non i bisogni più elementari dei lavoratori che determinano, quantitativamente e qualitativamente, la produzione dei cholchos.

Lo stesso sviluppo dell’economia russa in generale, che le permette e le impone nello stesso tempo l’accesso al mercato mondiale, ne illumina ancor più le contraddizioni. La concorrenza internazionale esige costi di produzione poco elevati, quindi il ribasso dei prezzi agricoli per poter nutrire la forza lavoro salariata senza doverla pagare troppo. Questa è una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo, poiché, a causa dei limiti naturali imposti nel settore agricolo alla rotazione del capitale, questo di dirige di preferenza verso l’industria. L’incremento della produttività agricola, al quale il capitalismo occidentale è comunque arrivato grazie all’industrializzazione delle colture e alla secolare espropriazione del piccolo produttore, è molto più difficile da conseguire per il capitalismo russo a causa dell’inamovibile settore cholchosiano che il potere sovietico si sforza solo di "selezionare", incoraggiando i cholchos in attivo a scapito di quelli in passivo.

Si può immaginare quale grado di sfruttamento tale potere debba imporre ai suoi salariati industriali per riuscire egualmente ad abbassare i costi di produzione, venendo così ad aggiungere alla miseria endemica del settore agrario, dovuta alle condizioni che abbiamo esposte, lo sfruttamento degli operai.

Il capitalismo russo, come tutti i giovani capitalismi, getta la luce più cruda su tutte le contraddizioni del capitalismo in genere. I suoi lacchè internazionali non potranno tacere ancora per molto la natura sfruttatrice del preteso "socialismo in un paese solo", mantenendo all’infinito la superstizione che in tutti i paesi disarma il proletariato di fronte alla propria borghesia.
 
 

IX - La realtà del capitalismo russo
 

La prova dello sfruttamento della forza lavoro non sta non solo nel fatto che la classe che lavora riceve soltanto una parte del prodotto sociale, mentre quella che non fa nulla se ne appropria una grossa fetta per il suo consumo personale. Una tale "ingiustizia" non conterrebbe in sé la prospettiva della possibile e necessaria scomparsa del capitalismo. Ciò che condanna irrevocabilmente quest’ultimo sul piano storico, è la necessità in cui si trova di trasformare una parte sempre crescente del prodotto sociale in capitale. Questa cieca forza sociale sopravvive solo esasperando sempre più le proprie contraddizioni, e quindi anche la rivolta di quella classe che ne è la prima vittima.

Denunciare l’esistenza di questa cieca forza nella Russia sedicente "socialista" non significa dunque "attaccare e diffamare il comunismo", come sostengono gli irriducibili stalinisti, bensì denunciare la sua più spudorata contraffazione; significa orientare l’avversione istintiva degli operai per le manifestazioni visibili del capitalismo contro la sua intima essenza, contro le sue categorie assassine, salario, denaro, concorrenza, significa dimostrare che il movimento proletario è stato sconfitto perché, in Russia e altrove, ha capitolato di fronte a queste categorie.

Altri hanno descritto noi il feroce sfruttamento della forza lavoro in Russia. Ci limitiamo qui ad illustrarne le cause alla luce di una delle leggi più caratteristiche del capitalismo: quella dello sviluppo crescente, proprio a tutti i paesi borghesi, della sezione che produce beni di produzione (sezione I) a detrimento della sezione (II) che produce beni di consumo.

"Non burro ma cannoni", questa formula di Hitler, ieri beffeggiata da coloro che oggi la imitano con la loro "force de frappe" e i loro "deterrent", potrebbe così tradursi in russo: non scarpe ma macchinario, non industria leggera ma pesante, non consumo ma accumulazione. Poche cifre bastano a dimostrarlo: dal 1913 al 1964 la produzione industriale globale russa si è moltiplicata per 62; quella della sezione I per 141, quella della sezione II per 20. Tenendo conto dell’incremento demografico sopravvenuto fra queste due date, la sezione dei beni di produzione si è ingrandita di 113 volte, quella dei beni di consumo di 12!

Ma ben più importanti sono gli effetti sociali di tale contrasto fra produzione e consumo. Si potrà colmare il "ritardo" dell’industria leggera, si potrà ovviare alle sue carenze, ma l’economia russa non si libererà più dalla contraddizione inseparabile del capitalismo: accumulazione della ricchezza a un polo e della miseria all’altro.

Già l’ingegnere, il tecnico, lo specialista hanno la loro villa sul Mar Nero, mentre agli operai non qualificati, ai tartari, ai chirghisi, ai calmucchi, strappati dalla loro vita rurale o naturale, non resta che la miseria incarnata in Italia dagli immigrati dal Sud, in Francia dagli algerini o dai portoghesi.

Che oggi questo aspetto mostruoso del "modello russo" di socialismo non riempia di sdegno gli operai, è il più grave delitto di cui il verdetto della storia farà carico allo stalinismo. Esso ha ridotto i termini di "socialismo" e di "capitalismo" ad etichette diverse per indicare lo stesso contenuto.

Quando manovali ed operai accettano come eterni il cottimo, la gerarchia dei salari e tutti gli altri aspetti della concorrenza fra venditori di forza lavoro, è facile all’intellettuale opportunista – convinto che il principale merito della rivoluzione d’Ottobre sia stato quello di strappare la Russia alla sua arretratezza economica – assimilare socialismo ad accumulazione del capitale. Il fatto che tutto il Terzo Mondo in rivolta contro l’imperialismo faccia a sua volta propria questa concezione, mostra l’ampiezza di una sconfitta del movimento proletario che non ha solo distrutto la forza viva della classe operaia, ma ne ha pure alterato profondamente la coscienza politica. Seguendo questa spaventosa "via la socialismo" si condannerebbero i proletari di tutti i paesi del mondo a ripercorrere, uno dopo l’altro, l’orrendo calvario che è stato dovunque quello del capitalismo.

Basta ricordare che cosa esso fu in Russia sotto Stalin. I piani quinquennali – troppo facili da ammirare per l’intellettuale occidentale che non ha mai toccato un utensile in vita sua – furono letteralmente un inferno di lavoro, un carnaio di energie umane. Soppresse le garanzie più elementari degli operai, con l’istituzione del "libretto di lavoro" si riportava la condizione del salariato russo allo stesso livello di quella del salariato francese sotto la sferza poliziesca del Secondo Impero; si piegavano i lavoratori ai metodi infamanti dello stakanovismo, reclutando la manodopera a colpi di repressioni; la sperperavano in "realizzazioni" spesso inutili; chiamavano sabotaggi i frutti dell’incuria burocratica, e li facevano pagare in processi di una mostruosità medievale a "trotzkisti" o cosiddetti tali.

Questi "eccessi staliniani" non furono dovuti, come oggi pretendono coloro che devono ad essi le proprie sinecure di burocrati o di politici, alle "condizioni specifiche" del "socialismo russo", bensì alle condizioni generali, universali, proprie della genesi di ogni capitalismo. L’accumulazione originaria del capitalismo inglese uccise migliaia di contadini liberi; quella del nascente capitalismo russo trasformò i cittadini in delinquenti politici per farne meglio dei forzati. Durante la seconda guerra mondiale, i capi della Nkvd, la polizia politica, a corto di manodopera nei campi di concentramento, fecero questa edificante autocritica: non siamo stati abbastanza vigili nella nostra opera di sorveglianza!

Tutte queste atrocità sono state commesse incensando un falso iddio, si cantavano le lodi del socialismo mentre si sacrificava alla produzione! Lo slancio industriale del dopoguerra favorirà questa soperchieria: secondo Stalin, il capitalismo decadente non essendo più capace di sviluppare le forze produttive, la "prova" del socialismo in Urss la si doveva trovare nella curva ascendente degli indici di produzione, mentre quelli dell’occidente capitalista ristagnavano. (Intanto, per i "comunisti" occidentali, membri dei governi borghesi di "ricostruzione patriottica", gli scioperi diventano "armi dei trust"!)

L’illusione doveva durare giusto il tempo necessario all’economia occidentale per prendere un nuovo slancio. È questa una costante nella storia del capitalismo: il tasso di incremento della produzione diminuisce nella misura in cui il capitalismo invecchia. Questo tasso, tanto più elevato per il giovane capitalismo russo in quanto partiva pressoché da zero, andrà in seguito ridimensionandosi, come già è stato per i capitalismi più vecchi. Se il tasso annuo di incremento della produzione fosse realmente un criterio di socialismo, si dovrebbe ammettere che la Germania Federale e il Giappone, notevolmente ringiovaniti dalle distruzioni belliche e i cui indici di produzione galoppano, siano più socialiste della Russia! In quest’ultimo paese, infatti l’aumento medio annuo della produzione rallenta progressivamente: 22,6% dal 1947 al 1951; 13,1% dal 1951 al 1955; 9,1% dal 1959 al 1965. Questo fatto, che si ripete nella storia di tutti i capitalismi conferma che l’economia russa non sfugge a nessuna delle loro caratteristiche essenziali.

Il bluff staliniano sulla marcia irresistibile della produzione russa, doveva crollare dopo di esser servito di pretesto prima nella "guerra fredda", poi alla "distensione" fra russi e americani. Non solo i "miracoli" della produzione sovietica, malgrado le fanfaronate di Krusciov, non hanno convinto i capitalisti americani della "superiorità del sistema socialista sul sistema capitalista", ma il promotore della "emulazione pacifica fra sistemi diversi" ha dovuto riconoscere la necessità per la Russia di mettersi alla scuola della tecnica dell’Occidente.

Con le parole d’ordine lanciate dell’economista Lieberman russo – produttività del lavoro, redditività delle imprese – cadono gli ultimi veli che nascondevano la realtà del capitalismo russo. In Urss la fase dell’accumulazione originaria del capitale è conclusa: la produzione russa si sforza di accedere al mercato mondiale e deve quindi piegarsi a tutte le sue esigenze. Il mercato è un luogo in cui si fronteggiano merci. Dire merce è dire profitto. Anche la produzione russa è produzione per il profitto.

Ma questo termine deve essere preso nella sua accezione marxista – plusvalore destinato ad essere convertito in capitale – e non nella accezione volgare di "utile del padrone". Sotto questo grossolano travestimento era facile agli stalinisti negarne l’esistenza, poiché la proprietà privata dei mezzi di produzione, in Russia non esiste.

Quanto ai loro avversari di sinistra, che pur ammettono che la forza lavoro russa è sfruttata, si rinchiudono, per la maggior parte, nello stesso criterio giuridico e puramente formale, invocando l’esistenza di una "burocrazia" che monopolizzerebbe arbitrariamente il prodotto nazionale. Questa spiegazione non spiega nulla: la "burocrazia" è sempre, in misura maggiore o minore, apparsa in corrispondenza alla genesi e al divenire di tutti i grandi modi di produzione, ed è la natura di questi modi di produzione che ne determina i compiti e i privilegi, non questi determinano quella. Del resto, le strutture del capitalismo moderno tendono ad unificarsi, tanto nelle loro "espressioni tradizionali" in occidente quanto in quelle russe. Quello di Europa e d’America si "burocratizza" nella misura in cui, dissociatesi da tempo proprietà e gestione, la funzione dello Stato diviene determinante e genera tutta una mafia di "managers" e di affaristi che sono i veri padroni dell’economia. Quello in Russia, rinculando, di "liberalizza", cioè allenta il controllo della produzione, vanta le virtù della concorrenza, del commercio e della libera impresa – anche se questo processo non è rettilineo ma contraddittorio, per ragioni politiche e sociali che avremo certo occasione di esaminare in futuro.

* * *

Applicati alla storia economica della Russia i criteri enunciati dall’inizio di questa serie di articoli, permettono di ripercorrere la genesi del capitalismo russo.

Salariato e accumulazione del capitale sono evidentemente incompatibili col socialismo. Imposti alla rivoluzione d’Ottobre dall’arretratezza economica del paese, essi lasciavano aperta la prospettiva di un socialismo futuro nella sola e stretta misura in cui il loro impiego si limitava alla soddisfazione delle esigenze della vita sociale in Russia e si subordinava rigorosamente alla strategia di estensione internazionale della rivoluzione.

Abbandonata questa strategia, e la "coesistenza pacifica" traducendosi in lotta per il mercato mondiale, la Russia doveva proclamare alla luce del sole il primato nella sua economia delle categorie universali del capitalismo: concorrenza, profitto.

Certo esse sono apparse senza l’esistenza di una classe borghese dominante, di cui però la burocrazia assicura un interim, d’altronde prossimo alla fine. Ma questa classe non può restare all’infinito sotterranea, nascosta, quasi clandestina come è ancor oggi.

Agiscono per suo conto tanto i commessi viaggiatori politici che concludono accordi commerciali nelle capitali estere, quanto i militari che riducono col terrore ogni velleità di emancipazione dei "partiti fratelli" dell’Europa centrale o dei Balcani. Sono allo stesso titolo strumenti della futura borghesia capitalistica russa i diplomatici che "aiutano" i Paesi arabi o il Nord Vietnam e i carri armati che fanno opera di polizia in Cecoslovacchia.

Oppressore militare prima di essere concorrente "valido", arruolatore di manodopera forzata prima di estorcere plusvalore al modo raffinato dei suoi rivali d’occidente, il capitalismo russo ha percorso, in mezzo secolo di stalinismo, la via segnata di sangue, di violenza, di infamia, di corruzione che è la via maestra di ogni capitalismo.

L’insegnamento da trarne si può riassumere in poche frasi. La possibilità del socialismo in Russia era subordinata alla vittoria della rivoluzione comunista europea. L’impostura staliniana, contrabbandando i rapporti di produzione russi attuali come rapporti non capitalistici, ha cancellato ogni distinzione, anche la più elementare, fra socialismo e capitalismo e distrutto la sola vera arma del proletariato: il suo programma di classe.

L’essenziale di questo programma è, sul piano politico, la dittatura del proletariato; sul piano economico, l’abolizione dello scambio mercantile fondato sullo sfruttamento della forza lavoro. Di queste due condizioni per il socialismo, la rivoluzione d’Ottobre ha realizzato soltanto la prima, e senza poterla conservare per più di qualche anno, mentre non poteva – e i suoi capi lo sapevano – giungere alla seconda.

La dittatura del proletariato è morta nel corso della degenerazione del partito bolscevico. Questo, divenuto strumento dello Stato sovietico invece di esserne il padrone, ha reso impossibile sia la vittoria internazionale del proletariato, sia l’estinguersi dello Stato, punto fondamentale del marxismo. Mentre, sul piano sociale, la "Costituzione democratica del 1936" dava la supremazia all’immensa massa conservatrice del contadiname, sul piano economico la Russia si sottometteva definitivamente alla legge del valore, al meccanismo di accumulazione del capitale, le cui forze irresistibili dovevano, senza l’aiuto della rivoluzione internazionale, riprodurre in Russia le stesse tare e le stesse mostruosità di ovunque.

Nel momento in cui l’inesorabile logica dei fatti svela anche agli occhi dei più increduli le sue infamie e le sue contraddizioni, la denuncia del falso socialismo russo è il primo presupposto del ritorno del proletariato internazionale ai suoi obiettivi rivoluzionari e della riabilitazione, agli occhi degli sfruttati del mondo intero, dei principi fondamentali del comunismo.