Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 399 - gennaio-febbraio 2020
Anno XLVI - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 Provocazioni militari per sviare la ribellione dei proletari iraniani
In Francia dure battaglie contro l’attacco alle pensioni. I sindacati di regime tirano il freno
Santa Democrazia confessa i suoi peccati e si dà l’assoluzione
PAGINA 2 La riunione internazionale del Partito. Firenze,4‑6 ottobre [RG 135]: La questione militare: L’opposizione alla guerra nei paesi belligeranti - Storia dell’India: Dopo l’indipendenza - Il concetto e la pratica della dittatura: In Lenin del 1920 - L’attività sindacale del partito - La rivoluzione ungherese del 1919 - Il rapporto dei compagni venezuelani - La Internazionale dei Sindacati Rossi
Per il sindacato
di classe
Un indirizzo di classe per i siderurgici: Il gioco fra le parti contro gli operai - Le linee guida del governo - Salario pieno ai disoccupati
Salute e sicurezza sul posto di lavoro - Assemblea a Torino, 7 dicembre
– Lavoratore del porto di Genova licenziato in forza del Jobs Act
– Il rinnovo del contratto dei lavoratori precari dell’Università di New York - Volantino distribuito dai nostri compagni: Sulle trattative per gli insegnanti
– Attende il verdetto padronal-statale il sindacato dei portuali di Montreal
PAGINA 6 Velleità del capitale italico in Libia
PAGINA 7 In America Latina tutti d’accordo per incanalare la pressione sociale verso gli sbocchi democratici
– Caracas. Il Chavismo critico si nasconde dietro l’antimperialismo
PAGINA 8 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx (continua): 10. Filippo Buonarroti: Un comunista per la rivoluzione in Italia - Patria-Nazione-Internazionalismo - Le società segrete-Il centralismo

  

  

  


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Provocazioni militari per sviare la ribellione dei proletari iraniani

La decisione del presidente statunitense Donald Trump di far uccidere il capo della “Forza Qods”, le milizie di élite dei pasdaran iraniani, generale Qassem Soleimani, avvenuta il 3 gennaio con un missile sparato da un drone sul convoglio su cui viaggiava poco dopo essere atterrato a Baghdad, si pone obiettivi diversi dello scontro militare su vasta scala con la Repubblica Islamica dell’Iran e i successivi avversi atti ostili non preludono alla preparazione di una guerra in tempi ravvicinati.

La soppressione di Soleimani e del suo stretto collaboratore iracheno Abu Mahdi al‑Muhandis, vice comandante delle milizie irachene di al‑Hashd al Shaabi, ha fornito un pretesto al regime di Teheran per cercare di compattare il “fronte interno”. Questa è quantomeno l’impressione che hanno dato le manifestazioni di massa che hanno accompagnato il feretro del “generale martire”, in un macabro pellegrinaggio in molte città iraniane, prima di essere sepolto non lontano da Kerman. Decine di persone vi hanno perso la vita, schiacciate dalla calca, durante l’ultima tappa di questo funerale itinerante.

Il fatto che a colpire l’uomo simbolo della proiezione iraniana nelle guerre che hanno devastato l’Iraq e la Siria sia stato l’imperialismo che la retorica della teocrazia iraniana identifica come “il grande Satana”, rafforza la narrazione che vuole la nazione impegnata in una lotta impari contro la potenza globale più forte e agguerrita.

Non siamo interessati a valutare il quoziente intellettivo di Trump o quello del suo entourage. Dobbiamo però individuare le necessità che, al di là dello spettacolo per la propaganda, impongono le mosse agli Stati. Benché i borghesi non abbiano mai piena consapevolezza delle conseguenze delle decisioni che la crisi impone loro.

Trump potrebbe aver considerato l’effetto propagandistico in vista della campagna elettorale per le presidenziali di novembre. Motivo non certo secondario potrebbe essere stato quello di rialzare le quotazioni del complesso militare-industriale. Altro il rallentare il calo del prezzo del petrolio, di cui gli Usa attualmente sono autosufficienti, ma la debolezza della domanda indotta dal rallentamento della crescita mondiale rischia di mettere fuori mercato numerose aziende che estraggono petrolio dagli scisti bituminosi, i cui costi sono maggiori rispetto a quello estratto con i metodi ordinari.

Se andiamo invece a cercare nel teatro mediorientale, tra gli scopi dell’attacco ai vertici delle milizie iraniane e filoiraniane c’è sicuramente quello, anche a prezzo di qualche contraccolpo, di sviare il malcontento diffuso in Iraq e in Iran fra ampi settori del proletariato e delle mezze classi per le difficili condizioni economiche loro imposte dalle borghesie imperanti nella regione.

Il regime degli ayatollah è stato spietato nel reprimere la rivolta, suscitata dall’aumento dei prezzi dei carburanti, che a partire da metà del novembre scorso ha agitato l’Iran. Nella repressione sono stati uccisi, secondo fonti sindacali, più di 1.500 manifestanti, altre migliaia feriti e circa 40.000 arrestati.

In Iraq feroci sono state le milizie irachene, ma facenti capo a Teheran, nello schiacciare nel sangue, in stretta collaborazione con le forze di sicurezza di Baghdad, le proteste che da tre mesi dilagano nel Paese. Nelle manifestazioni di piazza sono morti oltre 450 dimostranti, altri 25.000 sono rimasti feriti e oltre 3.000 invalidi o mutilati. Questo si deve anche all’opera di squadre speciali, agli ordini degli iraniani, che incappucciate e mascherate, mirano ai manifestanti con armi automatiche. Per questo genere di azioni di terrore borghese e altri servigi lo Stato iracheno stipendia regolarmente gli uomini delle milizie, gli stessi che hanno partecipato all’impegno bellico contro l’Isis, fra le quali molte sono di orientamento filo‑iraniano, integrandole nel suo apparato di sicurezza, senza tuttavia avere il pieno controllo sulle loro azioni.

Noi comunisti possiamo essere certi che quanto sta avvenendo in queste settimane in Medio Oriente conferma la naturale necessità per la borghesia internazionale, al di là delle sue rivalità interne, di congiurare innanzitutto contro il proletariato e i suoi, per ora solo incipienti, moti di riscossa. Uno degli scopi dell’ostentare tensione fra gli Stati è infatti deviare le lotte e le rivendicazioni economiche dei lavoratori sul binario del nazionalismo e della contrapposizione etnica o religiosa.

La reazione del regime di Teheran alla sfida degli Stati Uniti, pur con la sua spettacolare esibizione di forza militare, non esula affatto da questa logica e lo conferma il fatto che la dozzina di missili balistici con mezza tonnellata di esplosivo ciascuno lanciati nelle prime ore dell’8 gennaio dal territorio iraniano contro le due basi statunitensi in Iraq di Ain al‑Asad e di Erbil non sono state una dichiarazione di guerra a quell’America di cui negli infervorati cortei funebri di Soleimani si invocava a gran voce la morte. Curiose le modalità dei bombardamenti: con preventivo avviso dell’attacco e senza vittime. E la notizia della morte di almeno 80 soldati americani, trasmessa dai media di Stato iraniani, si è dimostrata falsa. Scopo dell’attacco, piuttosto che la miccia per fare detonare una nuova guerra del Golfo, era appagare la sete di vendetta indotta nelle masse iraniane dalla propaganda oscurantista e necrofila del regime teocratico, una fantasmagoria di simboli attinti dal culto sciita del martirio, rappresentato dalle bandiere rosso sangue, quella selva di bandiere che campeggiavano nei cortei dei funerali di Soleimani.

Quanto appare credibile questa abusata propaganda alle masse iraniane che, oltre alla discrepanza fra il racconto e la realtà, deve fare i conti con i costi economici dell’impegno militare in Siria e in Iraq, che una moderna borghesia, seppure ammantata di paludamenti religiosi, scarica sull’intero proletariato?

L’11 gennaio e nei giorni successivi a Teheran si sono svolte delle manifestazioni, represse dalla polizia, per chiedere le dimissioni del governo, ritenuto colpevole dell’abbattimento dell’aereo civile della Ucranian Airlines con 176 persone a bordo partito dall’aeroporto di Teheran e abbattuto dalla contraerea dei pasdaran. In modo insolito l’agenzia di stampa filogovernativa Fars, in genere molto parca nella diffuzione di notizie riguardanti le proteste, ha riferito che la folla avrebbe lanciato slogan contro i responsabili e che i manifestanti avevano stracciato anche manifesti con l’effigie di Soleimani.

Se è difficile mantenere l’incanto dei pifferai che guidano la Persia ugualmente difficile sarà tenere in piedi la narrazione statunitense che si situa a una distanza altrettanto siderale dalla realtà, anche, se chi ha del ferro ha del pane, ugualmente ha sempre i suoi ben preparati pifferai.

Trump ha smentito quanti si attendevano un diluvio di fuoco sulle basi militari della Repubblica Islamica. Ha detto che non vuole una guerra contro l’Iran e neanche vi persegue un cambio di regime. Gli Usa non hanno interesse, per il momento, a una guerra dispiegata nel Golfo. E non sono neanche interessati al venire meno di un regime che dissimula la tirannide di classe dietro la stucchevole retorica religiosa e con l’intreccio fra sciismo e nazionalismo, dimostratisi finora efficaci strumenti di imbonimento del proletariato. La borghesia iraniana trova nel regime degli ayatollah quella salda morsa sui lavoratori che impedisce loro ogni possibilità di dare vita a organizzazioni politiche e sindacali legali. Trump ha solo detto che l’Iran non avrà una bomba atomica “fino a quando lui resterà alla Casa Bianca” e ha promesso nuove sanzioni economiche. Quanto basta per chiudere questo round salvando la faccia ad entrambi i contendenti.

Ma con due risultati: 1) eliminare l’ingombrante Soleimani; 2) spingere in secondo piano le lotte proletarie in Iran e in Iraq.

Non è facile individuare gli effetti sugli equilibri interni al regime iraniano della eliminazione di questo “uomo della Provvidenza” che sembrava destinato, in un contesto di tensioni militari regionali, a rilevare le sorti della Nazione. Soleimani godeva dell’appoggio della Guida della Rivoluzione l’ayatollah Ali Khamenei, sommo protettore delle ingenti masse di capitali nelle mani dei pasdaran e delle Fondazioni Caritatevoli (in persiano “Bonyad”) che controllano gran parte dell’economia, ma era invece inviso al presidente Hassan Rouhani, espressione di una distinta fazione borghese, che lo accusava di mentire circa i pretesi successi in Siria e Iraq e sullo sperpero di denaro nelle sue avventure militari.

Forse l’uccisione del capo della Forza Qods avrà l’effetto di perequare l’equilibrio delle forze interne alle fazioni borghesi in Iran, con ogni evidenza troppo sbilanciate a favore delle componenti più oltranziste in senso militarista e religioso, un fatto questo determinato da condizioni assai materiali come il controllo di settori vitali dell’economia e la disponibilità di masse ingenti di capitali, legali e illegali.

Ma, se una guerra aperta e diretta fra Stati Uniti e Iran resta ad oggi poco probabile, del tutto impossibile è una pacificazione del Medio Oriente. Né si può escludere una recrudescenza del conflitto “non convenzionale” in Siria e in Iraq.

Ciascuna borghesia, nel tentare di deviare spontanei moti di popolo verso il nazionalismo, entra in urto con le altre, vicine e lontane. Questo è già avvenuto con il tentativo da parte di alcune componenti politiche sciite irachene filoiraniane di indirizzare il malcontento popolare, organizzando la manifestazione contro l’ambasciata Usa di Baghdad. Non a caso al‑Muhandis, la seconda vittima eccellente dell’attacco americano del 3 gennaio, è stato accusato di essere stato l’ideatore della manifestazione. Avranno ben informato Trump della vicenda degli ostaggi nell’ambasciata americana di Teheran presi dagli “studenti islamici” nel 1979: in 52 vi rimasero per 444 giorni, contribuendo alla mancata rielezione del presidente Usa di allora, il democratico Jimmy Carter.

Per ragioni analoghe gli Stati Uniti hanno un contenzioso aperto anche con l’Iraq: il parlamento iracheno, dopo l’assassinio di Soleimani, ha votato una risoluzione in cui chiede il ritiro delle truppe statunitensi. Una mossa alla quale Trump ha replicato minacciando durissime sanzioni economiche.

La guerra nella regione dipende anche dalle altre potenze colà presenti. In Siria la Russia continua la sua opera di sostegno al regime di Bashar al‑Assad attraverso un nuovo accordo con la Turchia che prevede lo spostamento dei miliziani turkmeni, amici di Ankara, nel teatro della Libia, dove saranno schierati a fianco del Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al‑Serraj, dunque contro l’Esercito Nazionale Libico guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar, sostenuto da Mosca e per il quale combattono anche i mercenari russi del gruppo Wagner. L’apparente ambiguità di tale accordo russo‑turco si spiega con il gioco cinico e deliberato delle potenze maggiori nel muovere le proprie pedine sul campo, esponendole a attacchi anche letali dei propri alleati, stabili o episodici.

Silente è l’Arabia Saudita; entusiasta il presidente israeliano Netanyahu. Riad dichiara di non volere la guerra; le forze armate israeliane sono sempre molto attive con nuovi raid contro le postazioni delle milizie filo‑iraniane in Siria.

È proprio nello scenario probabile di una recrudescenza della guerra a bassa intensità fra milizie filo‑iraniane e forze armate statunitensi e israeliane che la borghesia internazionale giocherà le sue carte per mantenere i propri equilibri e per impedire che il proletariato dell’area scenda in campo come classe autonoma.

 

 

 

 

 

 


In Francia dure battaglie contro l’attacco alle pensioni
I sindacati di regime tirano il freno

Il sistema delle pensioni è uno dei meccanismi più efficaci per la raccolta di risparmio al fine dei generali interessi finanziari del capitale: sottrae forzatamente una quota dai salari per investirla nella produzione di profitti. Lo Stato del capitale si arricchisce e passa pure come un benefattore dei più indifesi.

Ma anche questo meccanismo, parte integrante del sistema della circolazione del capitale, non si sottrae alle sue leggi economiche, e con esse entra in crisi. Queste impongono peggioramenti al sistema pensionistico, in special modo a sfavore delle generazioni più giovani.

Dicono che ci sono “troppi vecchi” da mantenere e pochi giovani, al lavoro, a mantenerli: ma se il problema fosse questo – perché, purtroppo, per il capitale ovviamente, l’aspettativa di vita si è allungata – basterebbe ridurre gli orari e far lavorare i disoccupati per risolvere con una sola mossa i due “problemi”. Ma questo per il capitalismo è follia, utopia.

Così ciclicamente la borghesia, costretta dalla crisi, in tutti i paesi torna all’attacco togliendo quelle piccole garanzie, precarie e parziali, che il proletariato è riuscito a conquistarsi con dure lotte.

Lo Stato italiano è riuscito a far passare drastici tagli alle pensioni, opponendo perfidamente i giovani ai vecchi, una mazzata micidiale alla lotta di classe, senza una benché minima lotta operaia degna di nota, anzi, con l’appoggio sostanziale dei sindacati di regime.

Ora è il momento della Francia. Qui il governo non sta avendo vita facile e grosse porzioni della classe operaia sono entrate in lotta. Il movimento ha avuto inizio con lo sciopero generale, intercategoriale e nazionale, del 5 dicembre e prosegue tutt’ora. La forza trainante sono stati, lungo tutte queste 6 settimane, i lavoratori dei trasporti della RATP, i trasporti extra‑urbani parigini, e della SNCF, le ferrovie francesi, anche perché i loro regimi pensionistici speciali sarebbero i più colpiti dalla riforma.

Altre categorie mobilitate sono state quelle dei lavoratori della scuola, delle poste, degli ospedali, i portuali, gli operai delle raffinerie e quelli della EDF, l’azienda statale di produzione e distribuzione dell’energia elettrica, e i dipendenti pubblici in generale. Sono rimasti fuori dal movimento la maggior parte dei lavoratori del settore industriale privato, ad esempio gli operai delle fabbriche automobilistiche, i siderurgici ed anche i camionisti, quest’ultimi protagonisti in passato di potenti scioperi che si ripercossero anche sul traffico delle merci in Italia. Questo in parte è dovuto al fatto che il trattamento pensionistico per il settore privato è già decisamente peggiore rispetto a quello del pubblico impiego.

Al movimento hanno dato il loro sostegno gli studenti e i “gilet gialli”, che hanno anche partecipato attivamente ai picchetti presso i depositi della RATP. I “gilet gialli” sono stati spesso fra i più combattivi nelle manifestazioni, scontrandosi frequentemente con le forze di polizia.

Lo sciopero del 5 dicembre era stato indetto da un fronte intersindacale composto da Confédération Générale du Travail (CGT), Force Ouvrière (FO), Fédération Syndicale Unitaire (FSU) e Solidaires. In quella giornata le manifestazioni hanno interessato 250 città con la partecipazione, secondo la prefettura di 800.000 lavoratori, di cui 65.000 a Parigi, secondo la CGT di 1,5 milioni, di cui 250.000 nella capitale. Le percentuali di adesione allo sciopero secondo le fonti padronali sono state: 55% in SNCF; 51% nelle scuole primarie; 42% nelle scuole secondarie; 43% in EDF; 32% nel pubblico impiego; 18% nella sanità; 13% negli enti locali.

Il 10 dicembre vi è stata un’altra giornata di sciopero intercategoriale nazionale, con manifestazioni partecipate da un numero di manifestanti compreso, a seconda delle fonti, fra i 339.000 e gli 885.000. Le percentuali di adesione allo sciopero sono state assai inferiori: 24% in SNCF; 12% nelle scuole primarie e 19% nelle secondarie; 26% in EDF; 10% nel pubblico impiego; 5% nella sanità e 3% negli enti locali.

Il movimento si è però inasprito dopo che l’11 dicembre il primo ministro francese Edouard Philippe ha delineato in modo più esplicito cosa prevederebbe la riforma. Il primo punto della riforma riguarda la riduzione ad un unico regime, con l’eliminazione dei 42 attualmente esistenti che prevedono trattamenti migliori per alcune categorie di lavoratori, come nella SNCF, nella RATP e nei vigili del fuoco. Il calcolo dell’assegno pensionistico sarebbe rapportato al salario percepito lungo tutta la vita lavorativa e non più rispetto agli attuali ultimi 25 anni per il settore privato e 6 mesi per il pubblico. Inoltre non sarebbero considerati per il calcolo dell’assegno i periodi di disoccupazione. Tutto ciò ovviamente abbasserebbe assai l’importo delle pensioni.

Non sarebbero toccate però le pensioni per chi è nato prima del 1975, aprendo così una divisione tra giovani e anziani, colpo micidiale sulla classe operaia e difficilmente sanabile, già sperimentato efficacemente dai serpenti borghesi in Italia, ed accettato dai luridi sindacalisti di regime fin dalla Riforma Dini del 1995.

Si potrà andare in pensione a 62 anni, ma con assegno decurtato. Per l’assegno pieno si dovrà lavorare fino a 64 anni, chiamata “età pivot”. A chi “vorrà” continuare a lavorare sarà riconosciuto un aumento.

Un altro sciopero generale nazionale è stato quindi proclamato il 17 dicembre, indetto da un fronte intersindacale FO, CGT, FSU e Solidaires, cui si è unita la CFE‑CGC, un sindacato di dirigenti pubblici, e le confederazioni apertamente collaborazioniste CFDT, UNSA e CFTC. Queste ultime tre hanno manifestato in un corteo separato rivendicando solo l’abrogazione dell’età pensionabile a 64 anni. I manifestanti sono stati fra 615.000 e 1.800.00, in crescita rispetto al 5 dicembre. Le percentuali di adesione allo sciopero, sempre da fonte padronale, sono state: 32% alla SNCF; 25% fra gli insegnanti delle scuole primarie e 23% nelle secondarie; 15% nel pubblico impiego; 11% fra gli ospedalieri; 4% negli enti locali. Di nuovo a trainare lo sciopero sono stati i lavoratori dei trasporti.

Tra gli insegnanti si è formato un coordinamento nazionale indipendente dalle sigle sindacali mentre tra gli ospedalieri un coordinamento analogo era già nato circa nove mesi fa in seguito agli scioperi nel settore. Com’era emerso già prima del 17 dicembre, il movimento di sciopero è continuato per iniziativa delle assemblee sui posti di lavoro, e spesso in quelle intercategoriali territoriali, promosse dai militanti della base dei sindacati, principalmente e assieme, della CGT, FO, SUD, e dai lavoratori più combattivi.

Il 23 dicembre alcune centinaia di lavoratori di vari depositi della SNCF e della RATP hanno inscenato una manifestazione non preannunciata presso il locali della RATP alla Gare de Lyon. Il 24 ed il 25 dicembre lo sciopero ha bloccato il 60% dei treni TGV e TER e disturbato fortemente le linee della metropolitana, della RER e dei bus parigini. 2 raffinerie su 8 risultavano totalmente ferme.

L’intersindacale invece dal 17 dicembre ha atteso fino al 9 gennaio per proclamare una quarta giornata di sciopero generale nazionale: 23 giorni di “riflessione”.

Il 9 gennaio le manifestazioni hanno avuto una partecipazione simile a quelle del 5 dicembre ma le percentuali di sciopero sono state in flessione: 32% in SNCF; 18% nelle scuole primarie e 16% nelle secondarie; 25% in EDF; 12% nel pubblico impiego; 5% fra gli ospedalieri e 3% negli enti locali. Nel corteo a Parigi del 9 gennaio alla testa erano i dirigenti dell’intersindacale con le loro bandiere, mentre separati dietro seguivano i militanti di base, mescolati fra loro a prescindere dalla categoria e dall’appartenenza sindacale.

Il 10 gennaio lo sciopero nella SNCF giungeva al 37° giorno consecutivo, il più lungo nella storia delle ferrovie francesi.

Sabato 11 gennaio, mentre l’intersindacale indiceva una nuova giornata nazionale di manifestazione, Édouard Philippe ha annunciato il ritiro provvisorio del punto della riforma relativo alla “età pivot”. Ciò, come potevamo facilmente prevedere, è bastato alle centrali sindacali apertamente collaborazioniste (CFDT, UNSA e CFTC) per ritirarsi dalla mobilitazione. L’intersindacale CGT, FO, FSU, CFE CGC e SUD Solidaires ha invece indetto una quinta giornata di sciopero generale nazionale per giovedì 16. Il numero di manifestanti è però ulteriormente calato, compreso, secondo le fonti, fra i 187.000 ed i 556.000. Le percentuali di sciopero pure: da fonte padronale, SNCF 10%; insegnanti primarie 6% e secondarie 6%.

Queste le percentuali di adesione allo sciopero ad oltranza dei macchinisti in SNCF, la categoria più combattiva nell’azienda: 5 dicembre 85%, 10 dicembre 77%, 17 dicembre 75%, 20 dicembre 58%, 3 gennaio 31%, 9 gennaio 66%, 16 gennaio 30,5%. Andamento analogo in RATP. Il calo denota, oltre l’inevitabile stanchezza, che lo scontro in atto difficilmente può essere retto da due sole categorie senza rafforzarsi con l’estensione dello sciopero alle altre.

Le dirigenze intersindacali nazionali hanno chiamato a 5 scioperi nazionali generali in 45 giorni. A questo sono state costrette dalla spinta proveniente dalla loro base che, nelle assemblee intercategoriali locali, rinnovavano lo sciopero giorno per giorno. Ciò che le dirigenze temevano era che le assemblee locali si unissero autonomamente in un coordinamento nazionale, che evidentemente avrebbe indetto uno sciopero generale nazionale ad oltranza.

 

 

 

 

 

  


Santa Democrazia confessa i suoi peccati stragisti e si dà l’assoluzione

Il racconto che i media borghesi italiani fanno del recente passato non ha in genere alcun valore storico. Lo scopo infatti non è mai ricostruire in maniera puntuale le vicende rimembrate, ma diffondere sconnesse nozioni a uso della riproduzione dei pregiudizi e delle menzogne proprie dell’ideologia dominante.

A questa narrativa non sfugge certo la losca epopea della cosiddetta “strategia della tensione”, che per oltre un decennio ebbe come teatro l’Italia, rinominata “anni di piombo”, al fine di attribuire soverchia importanza all’aspetto, altrettanto equivoco e manovrato, della guerriglia “di sinistra”. Le dubbie gesta del cosiddetto “terrorismo rosso”, fenomeno che da marxisti considerammo ideologicamente un sottoprodotto della putrefazione della controrivoluzione staliniana, furono sempre ben controllate da numerosi infiltrati dello Stato.

La borghesia italiana nel suo insieme era interessata a porre un argine al dilagare delle lotte economiche ingaggiate dalla classe operaia dagli anni Sessanta. Ma in Italia la borghesia, fra quelle delle metropoli capitalistiche, a causa della sua relativa debolezza strutturale, è riuscita ad arginare gli effetti della crisi economica degli anni Settanta soltanto attraverso una fase di turbolenza politica, nella quale un ruolo di non secondaria importanza è stato il ricorso alla violenza statale, scatenata in maniera occulta e illegale. La classe dominante italiana ha dovuto fare ricorso a metodi estremi pur di ridurre all’obbedienza un proletariato indocile e combattivo.

Il fine delle bombe fatte esplodere tra la folla era, inoltre, creare un clima di paura e suscitare una domanda d’ordine e di sicurezza da parte della media e piccola borghesia.

Il primo atto di questa stagione fu l’esplosione di una bomba ad alto potenziale avvenuta il 12 dicembre del 1969 all’interno della Banca dell’Agricoltura, a Milano in Piazza Fontana. La deflagrazione provocò la morte di 17 persone e il ferimento di altre 88 fra quanti si trovavano all’interno dei locali della banca. Nello stesso giorno a Roma scoppiarono altri tre ordigni che provocarono alcuni feriti. L’apparato statale si affrettò a indicare negli anarchici i responsabili degli attentati, proseguendo lungo un filone inaugurato già dalla primavera precedente quando, in seguito all’esplosione di altri ordigni, erano stati arrestati alcuni militanti dell’area libertaria.

Questa falsa pista si è rivelata col tempo frutto di una articolata opera di depistaggio in cui un ruolo di primo piano – sono oggi gli stessi media ufficiali dello Stato ad ammetterlo – fu svolto nientemeno che dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Questo ultimo aspetto è stato irrefutabilmente dimostrato, e ben ostentato al pubblico, in inchieste, articoli di giornali e in numerosi libri dedicati all’argomento, dei quali alcuni usciti di recente in occasione del cinquantennale della strage.

A compiere materialmente gli attentati del 12 dicembre, come ha riconosciuto perfino una sentenza della Corte di Cassazione nel 2005, fu un gruppo di fascisti costituito a Padova nell’alveo di “Ordine Nuovo” diretto da Franco Freda e Giovanni Ventura (che restarono in libertà perché già giudicati innocenti in un precedente processo). Ma questo non significa che quella inaugurazione della stagione delle bombe fosse opera di un’esigua accozzaglia di giovani imbevuti di ideologia nazista, coadiuvati da elementi più anziani ripescati fra i ruderi del fascismo. Come è stato ormai accertato dalla stessa giustizia borghese, un ruolo di primo piano fu svolto dai servizi segreti e da organi dell’apparato statale.

Ma alle necessità difensive della borghesia come classe, immancabilmente si sovrappone la sua guerra interna, fra infinite bande di affaristi e politicanti e gruppi di interesse in contrasto, nelle loro mutevoli e morganatiche alleanze. Dai mercenari della “estrema destra” a interferenze dei diversi alleati della Nato, dall’apparato politico della Democrazia Cristiana e della Chiesa di Roma a quello dei partiti centristi, e di tutti i loro referenti e finanziatori e fino al partitone staliniano sostenuto dai russi.

I fascisti offrivano alla borghesia una soluzione come ad Atene, col pronunciamento militare del 1967. Ma quella, consapevole della diversa rilevanza della metropoli Italia, preferì una serie di “colpi di Stato legali”, una stabilizzazione che, per quanto dovesse essere perseguita con ogni mezzo, fino a “mani pulite” di dieci anni dopo, si sarebbe dovuta realizzare attraverso un processo “in forza di legge”, non troppo traumatico, tale da salvaguardare l’involucro istituzionale democratico, il quale offre alla dittatura borghese comunque maggiori garanzie di solidità.

A mezzo secolo di distanza possiamo ammettere che la borghesia, attraverso un lavoro di lunga lena, in cui “strategia della tensione”, “anni di piombo” e “mani pulite” hanno avuto un ruolo non secondario, è riuscita a ottenere un rafforzamento della sovrastruttura politica e ideologica che le consente di soggiogare il proletariato.

Il tutto, ovviamente, compatibilmente alla sua irreversibile crisi, che è prima di tutto economica, ma di conseguenza e tendenzialmente anche politica e istituzionale.

Non si possono applicare agli Stati le regole della morale degli individui. Oggi l’aperta ammissione dello Stato italiano di essere stato allora il mandante delle stragi non lo indebolisce ma lo rafforza. Per questo i comunisti non chiedono uno Stato che trovi nella sua Costituzione la sua morale, ma ritengono storicamente morale, da parte del proletariato, la sua distruzione. Non lo vogliamo convincere di immoralità. Vediamo nella sua forza la sua morale, e finché la classe rivoluzionaria alla declinante forza borghese non saprà opporre una forza maggiore.

Non stiamo qui a ricordare le infamie di quei primi anni Settanta, dalla macchinazione contro gli anarchici, alla morte del ferroviere Giuseppe Pinelli, alle prove costruite contro Pietro Valpreda, appartenente ad un circolo frequentato da due infiltrati, un poliziotto e un fascista...

Il partitone “comunista” fece di tutto per accreditarsi il ruolo di massimo tutore dell’ordine costituito: riuscire a controllare le masse operaie. Gli anni successivi videro un certo spostamento “a sinistra” dell’asse governativo, cui si rispose con altri attentati dinamitardi “di matrice fascista”, nel 1974 a Brescia contro un comizio sindacale e al treno Italicus. Il PCI rispose intensificando gli sforzi per subordinare le rivendicazioni della classe operaia alla retorica degli “interessi generali” e dell’economia nazionale minata dal primo shock petrolifero del ’73 e dal rallentamento del prodigioso ciclo di accumulazione postbellico.

Il PCI si proponeva come partito di governo per offrire alla borghesia la medesima stabilità sociale che, con altre forme e metodi, lo Stato perseguiva con le bombe, la Democrazia Cristiana copriva con i depistaggi, i giudici di Milano con le condanne.

“Marciare divisi, colpire uniti”, massima del generale prussiano Helmuth Karl Bernhard von Moltke, si adatta bene al naturale congiurare delle distinte fazioni della classe dominante, nella losca oscurità dei complotti o in candidi proclami alla luce del sole, per il fine di rimandare la rivoluzione comunista.

 

 

 

 

 

  


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La riunione internazionale del partito
Firenze, 4‑6 ottobre 2019
[RG 135]  
 
[Tutte le riunioni]


(Prima parte)


Segue la seduta del sabato e fine alla domenica


La questione militare - L’opposizione alla guerra nei paesi belligeranti

Il rapporto ha riferito della opposizione alla guerra, sia di frazioni dei partiti d’ispirazione socialista sia quella spontanea nelle città, nelle fabbriche e sui fronti, dove la rivoluzione russa aveva dato l’esempio e la speranza di emancipazione per le masse sfruttate. Il tradimento della Seconda Internazionale e il voto dei crediti di guerra da parte dei deputati socialdemocratici – solo i bolscevichi e i parlamentari in Serbia si mantennero contro – non riuscirono ad impedire alcune rivolte contro il militarismo. Vigorosa fu quella dei lavoratori di Germania e di Austria-Ungheria, maggiormente coinvolti nello sforzo produttivo bellico e a diretto contatto con il fronte russo.

Nel settembre 1915 si tenne a Zimmerwald, in Svizzera, una conferenza di 38 esponenti dei partiti socialisti provenienti da 11 paesi, in opposizione alla guerra ma di ispirazione pacifista. Emersero subito due opposte linee: la prima, sostenuta dalla maggior parte dei delegati, non intendeva rompere con la Seconda Internazionale e di fatto si allineava alla ipocrisia espressa dai dirigenti del socialismo italiano del “né aderire né sabotare”. La seconda si formò attorno al gruppo dei bolscevichi per la creazione di una nuova Internazionale rivoluzionaria, con l’indicazione di trasformare la guerra imperialista in guerra civile. Considerata “fuori di senno”, fu respinta con 20 voti contro 8.

L’anno seguente a Kienthal si svolse una seconda conferenza internazionale: questa condannò esplicitamente la guerra imperialista, ma, mancando una vera internazionale rivoluzionaria, le azioni intraprese dalle varie organizzazioni proletarie risultarono scoordinate e frammentarie.

Il rapporto ha poi esposto la situazione in Germania. Agli inizi del 1916 Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Franz Mehring e Clara Zetkin sono processati per la loro opposizione alla guerra. Liebknecht sarà in seguito bandito dal parlamento ed espulso dallo SPD, mentre nel paese si diffondono le proteste per la carenza di viveri, che assumono particolare diffusione in tutto il paese in occasione delle celebrazioni del 1° Maggio.

Nel 1917 le correnti dello SPD che si oppongono alla guerra sono espulse dal partito: andranno a costituire lo USPD, con l’adesione della Lega Spartaco. Iniziano anche gli scioperi nelle fabbriche dell’industria bellica. Dopo la rivoluzione in Russia gli spartachisti invitano gli operai a costituire i soviet dei deputati operai, sull’esempio di quelli russi. Gli scioperi, nonostante siano soffocati dalla polizia con il sostegno dei partiti collaborazionisti, si quadruplicano di numero dal 1915 al 1917. Anche nell’esercito, specialmente sul fronte orientale, senza azioni belliche dopo la rivoluzione di Febbraio in Russia, si hanno episodi di insubordinazione e di fraternizzazione con i soldati russi: il 1° Maggio alle assemblee dei soldati tedeschi partecipano anche soldati russi, che riferiscono della rivoluzione.

Episodi più importanti avvengono nelle basi della flotta militare d’alto mare. Era attiva una organizzazione di marinai, tenuta rigorosamente segreta per la durissima disciplina sulle navi da guerra. Ne facevano parte alcuni attivisti della sinistra della socialdemocrazia e dello USPD. Partendo dalle richieste immediate misero su una manifestazione, che doveva coinvolgere anche gli operai dei cantieri, e si riprometteva di esprimersi per un appoggio alla rivoluzione russa tramite la rivoluzione in Germania. Furono repressi con l’invio di reparti di fanteria.

Il 3 novembre 1918 iniziava l’ammutinamento della flotta di Kiel, che segnò l’inizio della rivoluzione di novembre, cui seguì, due mesi dopo, dal 4 al 15 gennaio 1919, la rivolta spartachista di Berlino.

L’opposizione alla guerra nell’Austria-Ungheria rifletteva il multietnico esercito dell’Impero. I comandi imperiali dubitavano della tenuta delle truppe, influenzate dalla propaganda dei rispettivi nazionalismi. Non fu però quella propaganda a seminare lo scompiglio nell’esercito austroungarico ma la pessima impostazione strategica e condotta della guerra, che si tradusse, in pochi mesi di battaglie, nella perdita di circa un milione di soldati. Questi furono rimpiazzati da reclute poco addestrate.

Nei Carpazi le condizioni di vita dei soldati erano tremende; già nella primavera del 1915 le truppe ceche collassarono alla prima prova contro l’esercito zarista: le perdite in alcuni reggimenti di fanteria furono dei due terzi, i superstiti preferirono darsi prigionieri piuttosto che continuare a combattere. Per due anni non avvennero gravi episodi di insubordinazione collettiva ma solo individuale. Quelle invece ripresero già dal gennaio 1917 con il rifiuto di reparti di fanteria di avviarsi al fronte.

Dal 1 al 3 febbraio 1918 nella base navale di Cattaro scoppiò una grande rivolta che coinvolse 2.400 marinai. Sull’esperienza della rivoluzione furono eletti delegati e avanzate le richieste di pace immediata e di formazione di nuovi Stati indipendenti su base etnico linguistica. La rivolta fu sedata anche per la disorganizzazione di quell’improvvisato comitato.

La firma del trattato di Brest-Litovsk, il 3 marzo 1918, prevedeva anche lo scambio su larga scala di prigionieri di guerra tra Russia e Impero Austroungarico: centinaia di migliaia di soldati austroungarici, rimpatriati, furono rispediti al fronte. Molti casi di insubordinazione e diserzione individuali avvennero nei reparti dove erano presenti ex prigionieri.

Tra aprile e maggio 1918 si ebbero 5 casi di grandi rivolte di diverse centinaia di soldati che si rifiutavano di tornare al fronte. Ad essi si unirono centinaia di civili che si dettero al saccheggio dei depositi di viveri e munizioni. Le rivolte furono fermate utilizzando truppe provenienti da reparti di gruppi etnici diversi da quelli rivoltosi. Cessano le rivolte ma si intensificano le diserzioni in massa. L’Alto Comando riferisce che dai 100.000 disertori fino all’agosto 1918 si sale nei mesi successivi a 230.000.

Nella industrializzata Boemia gli scioperi presero vigore dopo la rivoluzione russa di febbraio. La vistosa carenza di viveri si faceva sentire ovunque.

In Inghilterra la nostra opposizione alla guerra aveva a che fare con un esercito ad arruolamento volontario, a cui si aggiungevano nutriti reparti dal suo vasto Impero: ben 4,5 milioni di soldati. Il Regno Unito non fu mai teatro di eventi bellici. Inoltre anche il governo britannico riuscì ad asservire i partiti vicini alla classe operaia e i sindacati col ritornello della patria in pericolo, anche concedendo ai capi corrotti incarichi ministeriali. Le Trade Unions furono inserite nella gestione delle fabbriche, riservando qualche privilegio ai loro iscritti, cresciuti dai 3,7 milioni nel 1914 a 5,4 nel 1918. Ciò garantì una relativa pace sociale, nonostante la classe operaia fosse sfruttata oltre ogni limite. Si ebbero comunque diffusi ma isolati scioperi. Anche nel Regno Unito la rivoluzione russa dette slancio agli scioperi che nell’aprile 1917 si estesero in 48 città con 250 mila aderenti.

La nostra guerra alla guerra in Francia fu facilitata dalla contiguità fra le linee dei fronti, le aree industriali e i centri abitati di media estensione per cui, nonostante la rigida censura militare, le notizie riguardo gli eventi bellici e quelli internazionali circolavano con maggior facilità.

Per il 1° Maggio 1917, nonostante l’opposizione dei partiti socialisti e dei sindacati, fu indetto uno sciopero. Era richiesta la riduzione della giornata lavorativa, la parità salariale delle donne e la fine della guerra.

Dopo la catastrofica conclusione dell’offensiva del generale Nivelle, il 3 maggio, iniziarono le prime rivolte nelle truppe, con il rifiuto dei soldati di riprendere i combattimenti e con 30.000 soldati che abbandonarono le trincee. Decine di battaglioni e interi reggimenti si rifiutarono di tornarvi. Unità speciali della V Divisione al canto dell’Internazionale organizzarono una manifestazione. A Soissons due reggimenti, saputo delle rappresaglie di truppe coloniali contro uno sciopero di lavoratrici, si impossessarono di un treno. Il giorno successivo altri soldati in rivolta tentarono di giungere a Parigi. Le ribellioni si propagarono in 21 divisioni nel 43% della fanteria.


Storia dell’India - Dopo l’indipendenza

Il compagno continuava la serie dei rapporti sulla storia dell’India descrivendo, attraverso la nostra chiave dialettica, gli avvenimenti dall’indipendenza indo‑pakistana alla fine degli anni Cinquanta.

Il 15 agosto 1947, il giorno dell’indipendenza, tutti gli Stati principeschi aderirono all’India o al Pakistan, a seconda dei confini stabiliti. Le tre eccezioni furono il Kashmir, l’Hyderabad e il piccolo Stato Gujarat del Junagadh. In questi la religione del monarca era diversa da quella della maggioranza dei sudditi.

Il nawab dello Junagadh, musulmano, aderì al Pakistan. Piccolo distretto a prevalenza indù e non contiguo alla nascente nazione islamica, fu semplice per il governo indiano occuparlo militarmente.

Nel giugno 1946 il Nizam dell’Hyderabad, musulmano, dichiarò l’indisponibilità a unirsi sia all’India sia al Pakistan. Una situazione che si trascinò fino al settembre 1948, quando l’intera regione fu occupata dall’esercito indiano ponendo fine all’esistenza di quello che possiamo considerare l’ultimo frammento dell’Impero Moghul. Più lunga e difficile fu la repressione della rivolta contadina nella Telingana, una regione di quello Stato, portata a termine solo nell’ottobre del 1951.

Anche in Kashmir, come nell’Hyderabad, l’obiettivo iniziale del monarca, il Maharajah Hari Singh, un indù che governava una popolazione a maggioranza musulmana, era mantenere l’indipendenza. Uno scopo difficile da perseguire a causa sia della fragilità del suo apparato militare sia della mancanza del consenso della popolazione. Il governo incominciò a perdere il controllo della situazione. I contadini musulmani del Poonch, una provincia sud occidentale dello Stato, si sollevarono contro i proprietari terrieri, indù di casta rajput.

Dopo diversi avvenimenti, una guerra su larga scala fra India e Pakistan fu evitata da accordi internazionali il cui risultato fu sancito il 1° gennaio 1949 con un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite. Un accordo che avrebbe dovuto essere materia di un referendum, previsto dall’Onu e promesso dallo stesso Nehru, ma che non venne mai indetto.

Con la nascita dei due Stati indipendenti in molte regioni le popolazioni della minoranza dovettero abbandonare le loro case. Grandi differenze di trattamento dipesero dai fattori di classe e di casta. È un fatto poco noto nella storia della migrazione che la compagnia British Overseas Airways Corporation trasportò circa trentamila profughi dal Pakistan e ventimila dall’India. Questi trasferimenti si andavano ad aggiungere a due collegamenti ferroviari giornalieri da Lahore ad Amritsar e ad uno da Delhi a Rawalpindi: i ricchi passeggeri dai finestrini potevano vedere fra i villaggi incendiati le lunghe colonne di profughi trascinarsi sui campi di battaglia.

Le preesistenti classi e caste furono la base della gestione indiana e pakistana dei soccorsi e dei nuovi insediamenti: le nuove città satellite e le colonie disponevano di lotti edificabili di varie dimensioni, di strade e forniture di servizi ad uso esclusivo delle diverse classi di profughi. Il nuovo democratico Stato indiano sistemò gli intoccabili in colonie e campi separati.

La divisione del mondo decisa alla conferenza di Yalta, ed attuata alla fine della Seconda Guerra mondiale, vide un nuovo spostamento degli equilibri capitalistici, con il Giappone e le potenze europee pur comprese del campo dei vincitori messe in secondo piano nel mondo dominato dagli Stati Uniti e dalla Russia stalinista.

I decenni di questo duopolio coincisero, in gran parte, con quella che viene chiamata l’era di Nehru‑Gandhi. L’India, dopo un lungo e tortuoso percorso, aveva il suo Stato e governo nazionali, ma le classi dominanti subentrate alla Corona inglese non avevano avuto l’energia rivoluzionaria mostrata in precedenza da altre borghesie. L’indipendenza fu più una conseguenza del declino del globale dominio britannico che un rapporto di forza favorevole imposto da una coesa borghesia nazionale.

Nel partito del Congresso, che in questi anni diventerà dominante, coesistevano destra e sinistra borghesi, ma anche forze reazionarie che impedivano quello slancio rivoluzionario che avrebbe avuto il compito storico di spezzare definitivamente gli antichi e radicati legami sociali, in particolare nelle sterminate campagne, dove il progetto di riforma agraria, di vitale importanza, divideva profondamente il partito della borghesia indiana.

In India, come in generale nei paesi dove è in corso una rivoluzione nazionale, una drastica riduzione delle forme antiquate presenti nelle campagne è condizione della industrializzazione capitalistica.

Con il primo piano quinquennale lo Stato si riservò il controllo di una serie di settori economici, tra cui l’industria pesante di base e le infrastrutture. Non vi fu la nazionalizzazione di alcuna industria privata. Lo Stato si assumeva l’onere di operare in settori economici di importanza cruciale per il funzionamento dell’economia ma che, quantomeno a medio termine, comportavano guadagni insufficienti. Attraverso la manipolazione delle tariffe doganali e delle riserve valutarie, lo Stato promosse una politica di protezione del capitale indiano dalla concorrenza esterna. Si trattava di obiettivi che erano stati auspicati dai grandi capitalisti indiani fin dagli anni della grande depressione.

Se sul piano economico, grazie all’intervento dello Stato nell’industria, Nehru riuscì ad ottenere effetti significativi, sulla cosiddetta redistribuzione della ricchezza, uno dei punti chiavi del programma, i risultati furono ben altri. Furono attuate diverse riforme agrarie ma con risultati nulli: basso sviluppo della produzione e nessun miglioramento del tenore di vita per le classi contadine povere, che continuavano a vivere in condizioni disastrose. Nel disegno di Nehru la crescita “a costo zero” della produzione agricola (la stragrande maggioranza dei finanziamenti erano rivolti all’industria pesante) avrebbe dovuto portare alla diffusione di piccoli fondi ad alta intensità di forza lavoro. Una strategia però politicamente inattuabile, che andava contro gli interessi dei fondiari, dei contadini ricchi e dei mercanti, dominanti sia a livello locale sia di gran peso all’interno del Congresso e in grado di influenzare in maniera decisiva la burocrazia statale.

In sostanza le riforme portarono nel corso degli anni Cinquanta all’abolizione formale del sistema latifondista degli zamindari, ma gli strati dominanti del mondo contadino avevano ancora la forza per rallentare o rendere nulle le riforme. Per esempio a molti fondiari fu tolto il latifondo ma lasciato il diritto di mantenere la proprietà delle terre anteriormente utilizzate “per uso personale”: tramite cavilli legali e pratiche extra legali, aggirando i tetti fissati, molti riuscirono a conservare proprietà di notevole estensione.

Nonostante i conclamati “obiettivi socialisti”, così venivano chiamati, la distribuzione della ricchezza, lungi dall’assumere un aspetto egualitario, favorì una piccola minoranza della popolazione.

In politica estera, già nel settembre 1946 Nehru, in qualità di ministro degli Esteri del governo ad interim, aveva affermato che l’India si sarebbe basata sul principio dell’indipendenza rispetto ai due blocchi contrapposti che si stavano formando a livello mondiale. Sono gli anni in cui il capitalismo indiano cerca vantaggi per il capitale nazionale, sfruttando la politica di “non allineamento” tra le grandi potenze.


Il concetto e la pratica della dittatura - In Lenin del 1920

Abbiamo continuato l’esame del concretizzarsi della dittatura del proletariato – che per noi comunisti è sinonimo di dittatura del partito comunista – nella Russia sovietica, basandoci su scritti e discorsi di Lenin.

Necessità della dittatura - In data 6 febbraio 1920 Lenin pronuncia un discorso alla IV conferenza delle CEKÀ di governatorato: «Si può dire che in questi due anni di potere sovietico si è compiuto quello che può essere definito un miracolo, perché nella lotta contro il capitale internazionale siamo riusciti a riportare una vittoria inaudita, incredibile, che il mondo non aveva mai visto. Ciò è accaduto perché da noi tutte le forze erano compatte, e si era effettivamente attuata la dittatura del proletariato, l’avanguardia progredita, la migliore, la più onesta avanguardia della classe operaia ha dato prova, in questi due anni di esistenza del potere sovietico, di incredibile eroismo e decisione (...) Per raggiungere tale concentrazione di forze abbiamo dovuto ricorrere a misure di costrizione (...) Prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre abbiamo sostenuto l’idea che la nascita di un ordine nuovo è impossibile senza la violenza rivoluzionaria (...) Senza violenza rivoluzionaria, esercitata contro i nemici dichiarati degli operai e dei contadini, non si può spezzare la resistenza di questi sfruttatori. E d’altra parte la violenza rivoluzionaria non può non manifestarsi anche nei confronti degli elementi vacillanti, privi di fermezza, della stessa massa lavoratrice».

Necessità di un esercito disciplinato - «La Rivoluzione d’Ottobre è incominciata con un esercito completamente disgregato, con una completa mancanza di organizzazione militare (...) Per creare questo nuovo, disciplinato esercito rosso, si è dovuto ricorrere alla violenza rivoluzionaria (...) Senza questa disciplina ferrea non avremmo creato l’esercito rosso, non avremmo retto a due anni di lotta e in generale non avremmo potuto resistere contro il capitale organizzato, unito».

Dittatura di classe nelle campagne - «Compagni, voi sapete che da noi le aziende contadine individuali sono, per così dire, le basi del capitalismo (...) che vive nello spirito di ogni contadino individuale. Possiamo sbarazzarcene in un anno o due? No. E bisogna migliorare subito l’economia. Voi vi fate guidare da un’eccellente aspirazione comunista, ma volete saltare da questo piano all’ultimo, mentre noi diciamo: non ci riuscirete, agite più cautamente e più gradatamente»

Per questo occorre la dittatura. Da “Al Consiglio del Lavoro e della Difesa”: « (...) c) Compilazione (e controllo) di un elenco di contadini “responsabili” (tra i ricchi del luogo). Questi contadini “responsabili” rispondono personalmente dell’esecuzione dei lavori di ammasso e di altri compiti fissati dal potere. Dopo la partenza dell’esercito al potere locale spetta il compito speciale (per il cui mancato assolvimento si è puniti con la fucilazione) di tenere e aggiornare questo elenco. d) Disarmo dei contadini ricchi. Totale requisizione delle armi. La responsabilità di questo lavoro ricade sul comandante dell’unità militare; la responsabilità per la mancata dichiarazione di un’arma ricade sulla persona nella cui casa viene ritrovata (fucilazione) e su tutto il gruppo dei contadini “responsabili” (multa, non in denaro, ma in grano e beni; confisca del patrimonio, arresto; lavoro in miniera)».

Solo la dittatura può utilizzare gli specialisti borghesi - Da un “Discorso sui compiti immediati di edificazione del partito” del 24 settembre, in occasione della IX Conferenza di tutta la Russia del PCR(b): «A proposito degli specialisti abbiamo qui sentito cocenti attacchi (...) Nella Russia sovietica il proletariato non ha visto un miglioramento delle sue condizioni ma spesso, anzi, un peggioramento (...) È naturale che ci chiedano: cosa abbiamo ottenuto in due anni? Ed è comprensibile che il malcontento per gli specialisti si estenda così largamente (...) Ma non bisogna dimenticare che senza gli specialisti non avremmo avuto il nostro esercito. Senza l’esercito saremmo nella situazione nella quale si sono trovati l’Ungheria e gli operai finlandesi (...) Se non avessimo saputo venire a un accordo con gli specialisti, non avremmo ciò che abbiamo, non potremmo passare alla fase successiva».

Necessità di un partito disciplinato - In data 17 marzo abbiamo le “Decisioni dell’ufficio politico del CC sulla violazione della disciplina di partito da parte dei membri della frazione del Consiglio Centrale dei Sindacati di tutta la Russia”: «L’Ufficio politico, presenti i compagni Bucharin, Lenin e Krestinski, ha discusso il 17 marzo 1920 il fatto anormale che membri del partito presentino a congressi di senza partito risoluzioni contrastanti con quelle del Comitato Centrale del partito e ha deciso che, dal punto di vista della disciplina di partito, si tratta di un’aberrazione, di un fenomeno assolutamente inammissibile».

Ma la dittatura non si rivolge all’interno del partito - Nella stessa conferenza Lenin scrive i “Progetti di risoluzione sui compiti immediati della edificazione del partito”. «Riconoscere indispensabile la creazione, accanto al Comitato Centrale, di una Commissione di Controllo, la quale deve essere composta dai compagni politicamente più preparati, più esperti, spassionati e capaci di attuare un rigoroso controllo di partito. La Commissione di Controllo, eletta dal congresso del partito, deve avere il diritto di accogliere qualsiasi reclamo e di esaminarlo, mettendosi d’accordo con il Comitato Centrale qualora vi sia la necessità di organizzare riunioni comuni con esso o sottoponendo la questione al congresso».

Altrove scrive, riguardo alla frazione nei sindacati: «Tutti i membri della frazione hanno il diritto e il dovere di votare secondo coscienza, e non secondo l’indicazione del CC. Se, votando secondo coscienza, proporrete una seconda risoluzione contro la proposta del CC (...) noi siamo tenuti a convocare, e convocheremo subito, il CC, alla seduta del quale manderete i vostri rappresentanti. Meglio discutere un problema così serio due o tre volte per cercare di eliminare le divergenze sostanziali tra di noi. Ecco come stanno le cose, ecco come bisogna agire. Adesso bisogna votare non perché l’istanza suprema del partito ha dato delle direttive, ma perché siete convinti oppure no».

Solo la dittatura può fare utilmente concessioni ai capitalisti stranieri - «Se vivessimo bene, non proporremmo le concessioni, ma quando si ha fame, quando bisogna cavarsela in ogni modo perché il popolo abbia un po’ di respiro, bisogna ragionare in altro modo». E alcuni brani, in data 21 dicembre 1920, del “Discorso di chiusura pronunziato dopo la discussione del rapporto sulle concessioni alla frazione del PCR(b) dell’VIII Congresso dei soviet”. «Offrendo le concessioni non riconosciamo forse che gli Stati capitalistici esisteranno a lungo e non consideriamo errata la nostra tesi sull’imminenza della rivoluzione mondiale? (...) Quel che importa non è che noi riconosciamo che essi dureranno a lungo, ma che forze gigantesche li spingono verso l’abisso. La nostra esistenza e la nostra più rapida uscita dalla situazione critica e dalla carestia è una forza gigantesca ed è un fattore rivoluzionario assai più forte dei centesimi (dal punto di vista dell’economia mondiale) che essi riceveranno da noi (...) I capitalisti non possono servirsi delle concessioni per prevenire le crisi in casa loro e allontanare in tal modo la rivoluzione sociale? Se i capitalisti potessero scongiurare le crisi in casa loro il capitalismo sarebbe eterno. Essi sono pedine assolutamente cieche nel meccanismo generale: lo ha dimostrato la guerra imperialista».


L’attività sindacale del partito

Il resoconto ha esposto l’intensa attività sindacale svolta da fine maggio ai primi di ottobre dell’anno passato.

Sul piano del lavoro di descrizione e commento del movimento sindacale abbiamo pubblicato le seguenti note.

– Un lungo articolo su un’assemblea dei delegati metalmeccanici di Usb (“Una significativa assemblea operaia”, “il Partito Comunista” n. 397) volto a dimostrare la mendacità della pretesa assenza di pluralità di posizioni e di conseguenti lotte interne a questo sindacato, secondo la descrizione che di esso danno tanto la sua dirigenza quanto le dirigenze degli altri sindacati di base, la prima per ostentare una forza che questo sindacato non ha, nonché per combattere le opposizioni al suo interno, le seconde col miope intento di avversare quell’intero sindacato invece che solo la sua dirigenza e le sue direttive opportunistiche, strada che produce la divisione nell’azione del sindacalismo di classe. Altri argomenti trattati nell’articolo sono quelli del rapporto fra movimento sindacale e “questione ambientale” e della rivendicazione del salario pieno ai lavoratori disoccupati, entrambi trattati nei numeri successivi di questo giornale, compreso questo ultimo, relativamente alla vicenda dell’ex ILVA di Taranto.

– Con un breve cappello introduttivo, una lettera di Lenin del 13 ottobre 1905 “Ai compagni del comitato del partito ad Odessa” sulla questione del “rapporto fra lotta sindacale e lotta politica”. La lettera è utilissima per inquadrare correttamente la non semplice questione anche nell’odierno movimento sindacale, a dispetto di quanto sostenuto da varie dirigenze del sindacalismo conflittuale – alcune di proclamata fede “leninista” – le quali, come fa sempre l’opportunismo, si richiamano a “situazioni nuove e diverse”.
     La questione è stata anche al centro dell’intervento che un nostro compagno ha tenuto, a nome del Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati per l’Unità della Classe (CLA), all’assemblea nazionale a Napoli promossa il 29 settembre dal SI Cobas insieme a tre gruppi politici, volta alla promozione di un “fronte anticapitalista”, formula che volutamente non definisce se tale fronte vuole essere politico o sindacale, in quanto l’intento è mescolare i due ambiti sul piano delle organizzazioni. L’intervento ha teso a ribadire come la pretesa di formare fronti misti fra organismi sindacali e partici vada a discapito dell’unità d’azione sindacale e delle loro organizzazioni perché vi riflette gli scontri fra le opposte alleanze di partiti operai: ciascun gruppo di partiti che trovano una estemporanea intesa sul piano politico tende a crearsi un suo piccolo fronte sindacale contrapposto agli altri. Ciò chiaramente è di ostacolo alla formazione di un vero ed esteso fronte unico sindacale di classe, parola d’ordine che il nostro partito agita nel movimento operaio.

– Sul nostro “the Communist Party”, n. 14 di luglio-agosto, abbiamo pubblicato la traduzione del testo della conferenza tenuta a ottobre-novembre 2016 a Torino, Genova, Bologna, Firenze e Roma, intitolata “Per l’unificazione delle lotte della classe lavoratrice - Per il fronte unico sindacale di classe” (“Unite Working Class Struggles with an United Class Union Front”.

– Nel n. 16 di “El Partido Comunista”, organo del partito in lingua spagnola, è stata pubblicata la traduzione dell’articolo “Il sindacato di classe è contro il ‘sovranismo di sinistra’ non meno di quello ‘di destra’” (“El sindicato de clase está en contra del ‘nacionalismo de izquierda’ tanto como al ‘de derecha’”, a commento di una intervista compiuta da un delegato aeroportuale della Cub Trasporti di Roma ad un delegato metalmeccanico brasiliano del sindacato CSP Conlutas, nel quale polemizziamo con la rivendicazione della nazionalizzazione, mostrando come essa si ponga sul terreno interclassista e favorisca il rafforzamento del nazionalismo nel seno della classe lavoratrice.

– Nello stesso numero è stata redatta una breve nota sullo sciopero generale del 30 maggio scorso in Argentina e del suo utilizzo a fini elettorali da parte delle dirigenze dei sindacati di regime ed altro sulla condizione dei lavoratori in Venezuela.

Su questi tre organi di stampa del partito sono stati inoltre riportati alcuni interventi dei nostri compagni nelle lotte operaie, con appositi volantini:
     – Allo sciopero nazionale unitario del sindacalismo di base per i lavoratori postali del 3 giugno, con manifestazione a Roma (“Per il fronte unico sindacale di classe, Per l’unione delle lotte di tutti i lavoratori”);
     – Allo sciopero nazionale dei metalmeccanici del 14 giugno promosso da Fiom, Fim e Uilm con manifestazioni interregionali a Milano, Firenze e Napoli (“La difesa dei lavoratori è possibile solo col ritorno ai metodi e ai principi della lotta di classe!”)
     – Fra i lavoratori della New Gel di Bolzaneto (Genova) in lotta organizzati col SI Cobas (“Insegnamenti e indicazioni dalla lotta alla New Gel”).
     – Fra gli insegnanti della Città Universitaria di New York (la traduzione del volantino è in questo numero);
     – Infine nel n. 14 del “The Communist Party” è stato tradotto il volantino distribuito alla manifestazione dei portuali genovesi del 23 maggio per lo sciopero nazionale del comparto promosso da Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti (“The Only Defense of Dock Workers is in the Unity of Working Class Struggle”)

I nostri compagni hanno nel frattempo partecipato all’attività del Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati per l’Unità della Classe (CLA). Hanno preso parte all’assemblea del 1° giugno a Firenze promossa dai compagni toscani del CLA sul tema dei cosiddetti Decreti Sicurezza;

Dall’interno del CLA hanno collaborato alla redazione e alla diffusione dei seguenti documenti e volantini.
     – Comunicato, in data 2 giugno, di solidarietà coi lavoratori della tintoria FADA di Prato iscritti al SI Cobas il cui picchetto era stato sgomberato con la forza dalla polizia e contro i fogli di via comminati a due giovani dirigenti locali (“Solidarietà a Luca e Sarah e ai lavoratori in lotta!”);
     – Volantino distribuito il 3 giugno a Roma alla manifestazione per lo sciopero nazionale dei lavoratori postali promosso unitariamente dal sindacalismo di base (“Coi postali in lotta!”);
     – Volantino per lo sciopero nazionale dei metalmeccanici del 14 giugno promosso da Fim, Fiom e Uilm con manifestazioni interregionali a Milano, Firenze e Napoli (“Per l’unione delle lotte della classe lavoratrice!”);
     – Documento di convocazione dell’assemblea nazionale del Coordinamento il 23 giugno a Firenze e presenza ai lavori (“Rispondiamo all’attacco padronale con l’unità d’azione dei lavoratori e di tutto il sindacalismo conflittuale!”) e suo resoconto;
     – Volantino intitolato “Guerra alla guerra” distribuito il 19 giugno a Genova al presidio promosso dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali contro il carico e lo scarico di materiale bellico nel porto;
     – Nota pubblicata il 20 giugno intitolata “Napoli, Prato, Modena, Cremona” di commento ad alcuni scontri fra operai e forze dell’ordine avvenuti in lotte in queste città nei giorni precedenti;
     – Comunicato di solidarietà con una lavoratrice comunale di Casalecchio sul Reno, iscritta al sindacato Sgb colpita da un procedimento disciplinare (“Con Giusy e con tutti i lavoratori colpiti dalla repressione padronale”;
     – Resoconto della riunione il 4 agosto a Firenze del gruppo di lavoro del Coordinamento;
     – Risposta del Coordinamento datata 15 settembre all’invito del SI Cobas all’assemblea nazionale del 29 settembre a Napoli per promuovere il sopra menzionato “fronte anticapitalista” (“Risposta all’appello del SI Cobas al nostro Coordinamento”;
     – Volantino distribuito il 16 settembre al presidio sotto la sede della Fit Cisl di Genova a sostegno della lotta dei lavoratori della New Gel di Bolzaneto (“Al fianco dei lavoratori in lotta della New Gel per una rete di sostegno permanente ad ogni lotta operaia”;
     – Lungo testo di commento e presa di posizione del Coordinamento, pubblicato il 30 agosto, rispetto allo sciopero generale del 25 ottobre promosso da una parte del sindacalismo di base (“A proposito di scioperi e di… “scioperi generali”;

 Abbiamo infine partecipato alla “assemblea unitaria del sindacalismo di base” tenutasi a Firenze il 26 settembre, promossa da alcuni iscritti e delegati della federazione fiorentina dell’Usb Lavoro Privato, prendendo le mosse dal licenziamento ritorsivo comminato a un delegata Usb presso l’azienda Publiacqua; iniziativa sostenuta attivamente dal CLA.

Sul piano della attività di opposizione in seno all’Unione Sindacale di Base, organizzati nel Coordinamento Iscritti Usb per il Sindacato di Classe, i nostri compagni hanno contribuito alla redazione di questi testi:
     – Comunicato, in data 5 giugno, di solidarietà coi dirigenti e gli iscritti del SI Cobas di Firenze e Prato nella sopra menzionata vicenda della tintoria FADA di Prato; il comunicato – “Solidarietà ai compagni del SI Cobas Sarah e Luca! La sola difesa dei lavoratori dallo sfruttamento e dalla repressione padronali è la forza della lotta!” – ha messo in evidenza la necessità per il movimento operaio di non riporre alcuna fiducia nella “democrazia”, nelle sue forze politiche, nelle sue istituzioni, tutte borghesi e in difesa di una ideologia volta a mascherare la dittatura del capitale sulla classe lavoratrice; con ciò si è voluto polemizzare con il comunicato di solidarietà, in data 30 maggio, dell’Usb Lavoro Privato di Firenze e coi comunicati dello stesso SI Cobas di Firenze e Prato, anch’essi cedevoli su questo aspetto;
     – Documento sullo sciopero nazionale del 14 giugno dei metalmeccanici, intitolato “Sullo sciopero nazionale dei metalmeccanici proclamato da Fiom, Fim e Uilm”;
     – Breve comunicato, datato 19 luglio, per salutare e promuovere l’iniziativa del Comitato degli Iscritti Usb Publiacqua e della federazione fiorentina Usb Lavoro Privato volta a favorire una azione unitaria del sindacalismo di base contro le ritorsioni padronali contro delegati e lavoratori combattivi, annunciata con un comunicato del 17 luglio;
     – Comunicato, in data 16 settembre, “Sulla revoca dello sciopero del prossimo 20 settembre da parte del Coordinamento Nazionale Usb ICS Maugeri” a firma del “Collettivo Iscritti Usb ICS Maugeri Tradate per il Sindacato di Classe”;
     – Puntuale ed esaustivo testo di analisi e commento dello sciopero generale del 25 ottobre promosso da una parte del sindacalismo di base, pubblicato il 23 settembre ed intitolato “Sugli scioperi ‘generali’ d’autunno del sindacalismo di base”.

I nostri compagni hanno inoltre promosso con altri iscritti e delegati Usb un appello “Per un’assemblea nazionale delle iscritte e degli iscritti Usb”, reso pubblico il 16 agosto e sottoscritto da 97 delegati e iscritti Usb di Napoli, Potenza, Matera, Roma, Piombino, Genova, Savona, Milano, Varese, Novara, Vicenza, del pubblico impiego e del lavoro privato, di coordinamenti ed esecutivi provinciali del sindacato. L’appello, rivolto all’Esecutivo nazionale di Usb, nonostante queste adesioni e che sia stato reiteratamente inviato all’organo dirigente del sindacato, non ha mai ricevuto da esso alcuna risposta.


La rivoluzione ungherese del 1919

È proseguita l’esposizione sulla rivoluzione ungherese del ’19 giunta a riferire dei numerosi problemi che affliggevano i Soviet e della trappola architettata dall’Intesa al fine di schiacciare la dittatura della classe proletaria.

Così Kun al CC Rivoluzionario del 24 Maggio:
     «Non possiamo stare a guardare con le braccia incrociate, bisogna al contrario fronteggiare gli avvenimenti con le armi in pugno (...) [I socialdemocratici] sono gente talmente pusillanime e talmente lontana dalle posizioni del socialismo rivoluzionario che con noi non hanno niente da spartire, e niente in comune neppure con il proletariato.
     «Compagni, è vero che nella attuale situazione della politica internazionale non possiamo contare su nessun tipo di pace. Ma, d’altronde, nessuno, in questo mondo, può contarci. Neanche la Germania, perché la pace che le hanno imposto non sarà una vera pace. Che gli Scheidemann la firmino o non la firmino (...)
     «Se gli Scheidemann la firmano, significherà semplicemente che il proletariato combatterà non la controrivoluzione francese, non la controrivoluzione dell’Intesa, ma la controrivoluzione di Noske, con i suoi corpi di volontari.
     «La pace che sarà imposta agli austriaci porterà a dei risultati analoghi. Che si firmi o che non si firmi questa pace imposta agli austriaci, condurrà in ogni caso alla guerra, guerra esterna o guerra civile di classe. Noi beneficiamo della fortuna di non dover combattere a casa nostra contro dei Noske o degli Scheidemann.
     «Quanto a coloro che, lasciatisi impadronire dallo scoraggiamento o ispirandosi alla borghesia, tentano d’insinuare tra i proletari l’idea che sarebbe meglio ritornare allo stato precedente delle cose, a questi risponderei riprendendo le parole che ha pronunciato qui questa compagna americana che ci ha parlato della democrazia la più vecchia e la più sviluppata del mondo, di questa democrazia soggetta alla direzione di Wilson, il più grande rappresentante del pacifismo: una democrazia dove si tratta la classe operaia in questo modo, che cos’è se non la dittatura della borghesia? (...)
     «Nessuno ha mai detto che la dittatura del proletariato potesse immediatamente creare il benessere. La dittatura del proletariato non è una sorta d’Eldorado, sapevamo da prima che il proletariato avrebbe sofferto, conosciuto la fame, sparso il suo sangue e vissuto tutte le miserie d’una guerra imperialista.
     «Ma nel frattempo l’apparato economico del capitalismo è andato in bancarotta.
     «È indiscutibile che dovremo organizzare una distribuzione ed un consumo regolamentati più severamente, in modo che i rifornimenti siano uguali per tutti. Certamente il territorio dell’Ungheria è a mala pena sufficiente per rifornire i due milioni d’abitanti di Budapest e della sua regione. È indiscutibile anche che sussistono delle riserve che bisogna reperire per rifornire l’élite del proletariato d’Ungheria, in modo che questa avanguardia, il proletariato di Budapest, non sia ridotto alla fame (...)
     «Il lavoro di propaganda deve orientarsi verso le campagne. Bisogna risvegliare i sentimenti di simpatia fraterna e di solidarietà tra il proletariato urbano ed i contadini poveri; e, attraverso questa propaganda, spezzare la resistenza di quegli strati contadini che, in virtù della loro situazione sociale, dovrebbero invece essere solidali con noi. Nello stesso tempo, siamo preoccupati di assicurare una distribuzione adeguata delle derrate ai proletari di Budapest, per un verso grazie ad un baratto diretto di beni, per l’altro verso grazie alla ripartizione dei prodotti industriali esistenti nelle cooperative agricole di produzione e particolarmente nelle cooperative che dovranno raggruppare i piccoli coltivatori individuali (...)
     «La speranza che riponiamo nella regione transdanubiana risiede nelle cooperative agricole di produzione. Queste cooperative si estendono su tali superfici che potremo ben presto prendere in considerazione di provvedere con quello che producono una gran parte dei bisogni alimentari di Budapest. Queste cooperative agricole di produzione sono, credo, uno dei più grandi motivi di fierezza della nostra Repubblica dei Consigli, in effetti, contrariamente a tutte le affermazioni antisociali e a tutte le vedute antisocialiste e antimarxiste di coloro che pretendono che non si possa portare i contadini a coltivare la terra in comune».

Il compagno proseguiva poi con la lettura del discorso di Kun al CC Rivoluzionario del 31 maggio, che evidenziava, ancora una volta, le problematiche legate alla organizzazione dell’approvvigionamento e distribuzione alimentare nel paese.

Siamo poi passati ad accennare al Congresso Nazionale degli Agricoltori del 1° giugno, dove Kun elenca le vittorie riportate dai gloriosi soldati rossi al fronte.

Ma i rappresentanti dei capitalisti riuniti a Versailles, a seguito della domanda d’aiuto del governo ceco, che con l’avanzata dell’esercito rosso temeva una rivoluzione anche nel suo territorio, trovarono necessario infine rivolgere la parola al Governo Ungherese dei Consigli, finora inascoltato nelle richieste di pace. Le loro missioni a Budapest sapevano benissimo che nulla più facilmente della prospettiva di pace poteva scomporre l’unità della decisione a resistere nel proletariato ungherese. Perciò invitarono il Governo dei Consigli a ritirare l’esercito rosso dal territorio ceco‑slovacco, offrendo in cambio – con la solita doppiezza della diplomazia borghese – l’evacuazione da parte dell’esercito romeno dei territori al di là del Tibisco.

Il Governo dei Consigli fu costretto a proporre l’accettazione della nota al Congresso dei Soviet, e questi l’accettò a enorme maggioranza. Questo Congresso, la cui stragrande maggioranza era formata dai vecchi capi del partito socialdemocratico, nel suo giudizio sulla politica del Consiglio governante, e sulla situazione politica mondiale somigliava piuttosto a un’assemblea di controrivoluzionari che di rivoluzionari.

Fu così che l’esercito rosso si ritirò dai territori occupati della Slovacchia. Di fronte a ciò i governi dell’Intesa non iniziarono le trattative col Governo dei Consigli, né tanto meno ordinarono alle truppe romene di ritirarsi.


Il rapporto dei compagni venezuelani

Rispetto alla relazione letta alla riunione di Genova nel maggio scorso la situazione economica e organizzativa dei lavoratori nell’America Latina è cambiata poco.

Ci sono stati alcuni scioperi e proteste organizzate da lavoratori dei settori prevalentemente pubblici (istruzione, sanità e altri), ma fino ad ora i sindacati del regime sono riusciti a placare le lotte con accordi conciliatori con governo e padroni.

L’Argentina è stata paralizzata il 30 maggio. Non circolavano autobus, treni, aerei e navi. A Buenos Aires, con 15 milioni di abitanti, anche la metro è rimasta ferma. Scuole, negozi e banche non hanno aperto e gli ospedali trattavano solo i casi di emergenza. È il quinto sciopero generale contro il governo di Mauricio Macri. Il Ministero delle Finanze ha detto che lo sciopero sarebbe costato all’Argentina circa 900 milioni di dollari.

Anche la stampa borghese ha messo in evidenza l’unità di fatto realizzata dalle centrali sindacali con le organizzazioni imprenditoriali. Uno sciopero confluito in una serrata padronale ha rappresentato l’ingresso del sindacalismo di regime nella campagna elettorale, ben allineato con la candidatura di Alberto Fernández a presidente e Cristina Fernández a vice‑presidente.

Lo confermano le dichiarazioni di un dirigente del sindacalismo di regime: “L’aumento dei salari solo dell’1% ammonterebbe a 80 miliardi: che significano più consumi e più lavoro”. Cioè, proprio come le organizzazioni dei datori di lavoro, i dirigenti sindacali vedono l’aumento dei salari solo come un mezzo per aumentare lo smercio delle imprese capitalistiche.

Macri, che aspira alla rielezione, spera in un poco di ripresa dell’economia. L’inflazione è stata del 4,7% a marzo e del 3,4% ad aprile; gli analisti più ottimisti prevedono che il paese chiuderà l’anno con una inflazione attorno al 40%; già alla fine del mese di agosto l’inflazione cumulata era del 30%. L’inflazione nel 2017 è stata del 24,8% e nel 2018 era 47,7%.

Invece, durante i quasi quattro anni di governo Macri la disoccupazione è cresciuta, sono aumentate le tariffe dei servizi pubblici e l’inflazione. Inoltre è stata approvata una riforma del lavoro che prevede licenziamenti senza una causa e senza compensazione. Nel 2018 sono stati gettati sulla strada 190.000 lavoratori, arrivando al totale di 1,7 milioni di disoccupati (9,1 per cento) nell’ultimo trimestre dell’anno, che è considerata la percentuale peggiore nel Paese dal 2005. Sono aumentate le proteste di strada, e non solo di lavoratori, ma anche dei cosiddetti “movimenti sociali”, cioè della piccola borghesia rovinata.

Anche se queste mobilitazioni nascono dalla situazione di peggioramento delle classi inferiori, il clima delle ribellioni è utilizzato, a seconda dei casi, per la propaganda elettorale e nella gestione dei contrasti interborghesi nella contesa per il potere.

In Venezuela invece, alla fine di luglio il salario minimo aveva un potere d’acquisto corrispondente al 2,4% di quanto necessario alla sussistenza alimentare; la somma dello stipendio più il buono alimentare arriva solo il 3,9% dei bisogni alimentari minimi.

Il governo consegna inoltre dei buoni aggiuntivi ai salari e alcuni pacchi di derrate. Tuttavia la situazione resta di gravissima penuria per i lavoratori. Nelle aziende statali del settore petrolifero e petrolchimico e nelle aziende private il salario di base dei lavoratori può andare da 7 a 15$ al mese, che nel migliore dei casi coprirà solo il 18% della spesa per alimenti.

È così aumentato l’afflusso alle famiglie delle rimesse dagli emigrati. Ed è cresciuto il mercato nero, principalmente di merci introdotte dalla Colombia, ma di questi traffici non si hanno statistiche. Nelle transazioni commerciali è aumentato l’uso del dollaro USA e del peso colombiano.

Vi è un calo significativo dell’attività industriale, molte aziende sono paralizzate, sia per l’insufficienza di materie prime sia per il calo delle vendite. Sui lavoratori si scarica la difficile situazione, con disoccupazione, peggioramento dell’ambiente di lavoro e drastico calo dei salari reali.

Anche se i sindacati, sia quelli che difendono l’attuale governo sia quelli che si allineano con l’opposizione, non hanno la capacità di mobilitare i lavoratori, riescono comunque ad essere da freno alle lotte, che non possono contare su un’altra alternativa organizzata per la lotta economica.

Allo stesso modo, il governo borghese ha perfezionato il controllo sulla classe operaia attraverso i programmi assistenziali populisti nelle comunità, come le Clap e le Missioni sociali, e ha rafforzato la sua risposta repressiva ai tentativi di conflitto o di disordini quando si presentano.


La Internazionale dei Sindacati Rossi

Il primo rapporto sulla Internazionale Sindacale Rossa ha esposto a grandi linee ciò che la rese necessaria e come si formò.

È stato ricordato come alla Prima Internazionale partecipassero indistintamente partiti e sindacati, ma già al suo 1° congresso internazionale, Ginevra 1866, pur riconoscendo il valore dei sindacati per la difesa degli interessi della classe operaia, era dichiarata la necessità della «unione sotto una bandiera internazionale delle organizzazioni [sindacali] dei diversi paesi» che, oltre alla lotta contro gli abusi del capitale, dovessero sostenere con la loro azione ogni movimento rivoluzionario, sociale e politico, che si ponga come scopo la liberazione completa della classe operaia.

Solo dopo 25 anni si ebbero i primi tentativi di attuare praticamente quanto auspicato nel 1866. Al 2° congresso della Seconda Internazionale, Bruxelles 1891, fu raccomandata la creazione di Segretariati del Lavoro in ogni nazione in modo che nei conflitti tra capitale e lavoro anche gli operai degli altri paesi fossero in grado di adottare misure di solidarietà.

Il 4° congresso, Londra 1896, compì un nuovo passo in avanti approvando la deliberazione: «È urgente e necessario creare un C.C. dei sindacati in ogni paese in modo da rendere possibile una attività sindacale uniforme [...] I sindacati di ogni paese accoglieranno e si sforzeranno di attrarre nelle loro file gli operai stranieri, in modo da impedire una diminuzione di salari conseguente all’impiego di manodopera straniera. In caso di sciopero, serrata o boicottaggio, dovranno prestare ai comitati locali aiuto materiale secondo i mezzi a loro disposizione».

Da quel momento il movimento sindacale fece grandi progressi. L’Internazionale esercitava ormai una efficace influenza sui movimenti operai di tutti i paesi e, allo scoppio della guerra mondiale, più di 9 milioni di proletari risultavano sindacalizzati.

Accadde però che nella guerra come i partiti anche i sindacati vennero coinvolti nell’abbraccio interclassista. I sindacati, nella maggior parte dei loro dirigenti, si posero a completa disposizione dei governi e con il loro consenso furono cancellate le leggi che tutelavano la classe operaia.

Terminata la guerra, il proletariato, sia delle nazioni vincitrici sia di quelle vinte, si trovò a subire tutte le conseguenze del conflitto. Le conquiste che aveva acquisito nel corso dello “sviluppo pacifico” del capitalismo furono di colpo annullate. Al proletariato restarono solo disoccupazione e miseria o lavoro sottopagato.

Da questo stato di fatto scaturì la volontà di ripresa della lotta di classe e l’istintivo bisogno per il proletariato di organizzarsi nelle associazioni sindacali. Se prima della guerra gli organizzati nei sindacati, a livello mondiale, ammontavano a circa 9 milioni, ora se ne contavano 40. In Germania da 2 milioni si era passati a 10, in Inghilterra da 3 a 8, in Italia da 800 mila a 2 milioni, in Francia da 500 mila a 1 milione e mezzo. Lo stesso fenomeno accadeva nei paesi dell’estremo Oriente: Cina, India, Giappone registravano un incredibile sviluppo dei sindacati.

Le grandi masse operaie, nell’ondata rivoluzionaria che attraversava il mondo intero, costringevano le burocrazie dei sindacati a mantenersi in un terreno di classe e si cercava di guadagnarli ad una dirigenza rivoluzionaria.

I capi di quest’esercito di 40 milioni di proletari tornata la pace avevano riannodato i rapporti internazionali interrotti con l’intento di continuare nel campo internazionale l’opera di tradimento compiuta entro i confini della patria borghese. A Berna e ad Amsterdam (febbraio e luglio 1919) fu ufficialmente restaurata l’Internazionale “gialla” dei sindacati, con un programma di collaborazione di classe, pacifico sviluppo, graduale evoluzione verso nel socialismo, e di lotta mortale nei confronti del movimento rivoluzionario di classe.

Il Comitato Esecutivo della III Internazionale già nell’aprile 1920 indirizzava una lettera ai sindacati di tutti i paesi invitandoli a liberarsi dall’influenza della borghesia e dei socialtraditori, e a ricostruire una organizzazione internazionale veramente proletaria e classista, operante a fianco della III Internazionale. L’internazionale auspicava che, come i partiti politici rivoluzionari avevano abbandonato la Seconda Internazionale, altrettanto facessero le organizzazioni sindacali di classe, staccandosi dall’Internazionale gialla di Amsterdam.

Ancora all’epoca del II Congresso era stata avanzata l’ipotesi di riproporre una struttura tipo Prima Internazionale, dando ai sindacati con orientamento di sinistra la possibilità di prendere parte ai congressi e diventare parte costitutiva (sezione) dell’Internazionale Comunista.

Naturalmente la nostra corrente si espresse contro l’ammissione di organizzazioni sindacali ai congressi mondiali dei partiti politici. In effetti il progetto venne abbandonato: il II Congresso internazionale formulava le condizioni di ammissione (i famosi 21 punti) che prevedevano l’adesione solo dei partiti.

Così, per iniziativa del Consiglio Centrale panrusso dei sindacati e dei rappresentanti di quelli di Italia, Francia, Spagna ed altri paesi, il 15 luglio 1920 nasceva “Consiglio Internazionale dei Sindacati Operai” con il proposito di contrapporre la concezione della lotta rivoluzionaria di classe a quella della collaborazione, rappresentata da Amsterdam. Nel suo manifesto si ribadiva il «dovere della classe operaia di organizzarsi sindacalmente in una forte associazione rivoluzionaria di classe, che, a lato dell’organizzazione politica del proletariato comunista internazionale, e in stretto legame con esso, possa dispiegare tutta la sua forza per il trionfo della rivoluzione sociale e della Repubblica Universale dei Soviet».

Nel documento era ricordato che i comunisti non debbono uscire dalle organizzazioni esistenti per creare dei sindacati rivoluzionari, ma esercitare una energica azione per strappare la direzione del movimento sindacale agli opportunisti.

In concomitanza con il III Congresso dell’I.C., nel luglio 1921, circa un anno dopo la nascita del Consiglio Internazionale Provvisorio si tenne il I Congresso dell’Internazionale Sindacale Rossa (Profintern). Questo primo congresso aveva lo scopo di dare un orientamento di azione generale ed elaborare una comune linea di condotta per tutti i sindacati rivoluzionari, compito certamente non facile. Infatti, mentre l’Internazionale Comunista aggregava solamente l’avanguardia del proletariato inquadrata nei partiti rivoluzionari di ispirazione marxista, i sindacati, al contrario, raggruppavano masse proletarie appartenenti a differenti partiti, e anche senza partito.

All’Internazionale sindacale, anche se aderivano soltanto le organizzazioni che riconoscevano la necessità della lotta rivoluzionaria, ognuna proponeva metodi di lotta e tattiche differenti: vi erano gruppi di anarchici ed anarco‑sindacalisti che, negando la funzione del partito e la necessità della dittatura del proletariato, prospettavano la cessione immediata del controllo della produzione nelle mani dei sindacati.

Altra questione era quella dei Consigli di fabbrica e del loro rapportarsi con i sindacati. Altra la mitica rivendicazione, dura a morire, del controllo operaio sulle singole aziende o rami d’industria.

Non meno complessa era la questione di quali dovessero essere i rapporti tra le due Internazionali: quella politica e quella sindacale. Intanto, dovevano esistere due Internazionali o ne bastava solo una, deputata ad entrambe le funzioni? Nel caso di una unica Internazionale, raggruppante partiti e sindacati, sarebbe sorto il problema di inapplicabilità delle 21 condizioni ai sindacati. Quindi le Internazionali necessariamente avrebbero dovuto essere due. Due Internazionali indipendenti o, seppure distinte, legate tra loro da strette relazioni?

Oltre a quelle enunciate le questioni che il congresso dové affrontare furono molteplici: le condizioni di ammissione dei sindacati, i loro diritti e doveri, la cassa dell’organizzazione ed il fondo internazionale per gli scioperi, centralismo o federalismo, il collegamento con i movimenti operai delle colonie, etc.

Soltanto dopo laboriose e appassionate discussioni, e reciproche concessioni, tutti si accordarono sulla piattaforma seguente: rivoluzione sociale, dittatura del proletariato, collaborazione stretta ed organica con l’Internazionale Comunista.


FINE DEL RESOCONTO DELLA RIUNIONE DI OTTOBRE

 

 

 

 

 

 

 

Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
Per la rinascita del sindacato di classe fuori e contro il sindacalismo di regime. Per unificare le rivendicazioni e le lotte operaie, contro la sottomissione all’interesse nazionale. Per l’affermazione dell’indirizzo del partito comunista negli organi di difesa economica del proletariato, al fine della rivoluzionaria emancipazione dei lavoratori dal capitalismo
 
 
Un indirizzo di classe per i siderurgici

Data l’importanza della questione – per il numero degli operai coinvolti e per la natura dei problemi che solleva – torniamo sulla vicenda dell’acciaieria di Taranto.

L’articolo nello scorso numero di questo giornale (“I siderurgici di Taranto sotto attacco dei padroni e dello Stato e stretti fra il collaborazionismo dei sindacati di regime e l’opportunismo dei dirigenti del sindacalismo di base”) terminammo di scriverlo all’indomani dello sciopero generale proclamato dall’Usb per il 29 novembre, che organizzò per la giornata una manifestazione nazionale a Taranto.

Lo scarso numero di lavoratori del siderurgico – diretti, indiretti o in cassa integrazione – presenti alla manifestazione è stato la conferma che gli operai non hanno fiducia nei piani industriali di cosiddetta “riconversione” e che l’Usb e la Flmu Cub, che hanno fatto propria la parola d’ordine della “chiusura delle fonti inquinanti”, si alienano in questo modo la possibilità di organizzare gli operai sul piano della forza, l’unico che permetterebbe la loro difesa.

Del migliaio di suoi iscritti nella fabbrica, fra diretti e indiretti, l’Usb è riuscita a portarne in piazza circa un centinaio, in una fabbrica con quasi 9 mila lavoratori più i 3 mila dell’indotto.

Oltre che da militanti e dirigenti del sindacato provenienti da altre città del centro e sud Italia, la maggior parte del corteo è stata costituita da studenti delle scuole superiori e dai comitati cittadini in difesa dell’ambiente. In tutto duemila manifestanti, scarsi, non certo una prova di forza in una città di duecentomila abitanti, nemmeno da parte dei comitati cittadini per la chiusura.

Ulteriore conferma che la rivendicazione della chiusura delle fonti inquinanti, abbracciata dalla maggior parte del sindacalismo conflittuale – Usb, Flmu Cub e anche Confederazione Cobas – con l’eccezione dello Slai Cobas per il Sindacato di Classe, impedisce la costruzione di una forza operaia e favorisce il mantenimento del controllo sui lavoratori da parte dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Uglm) è stata data dagli avvenimenti successivi.


Il gioco fra le parti contro gli operai

Il 4 novembre Arcelor Mittal annunciava la decisione di avviare l’atto di recesso dal contratto di affitto dei rami d’azienda del gruppo ex Ilva. Era l’inizio di una manovra del gruppo industriale franco-indiano volta a rinegoziare l’accordo con lo Stato borghese italiano.

Con una patetica sceneggiata, il rappresentante di turno di quest’ultimo, nella veste del capo del governo, si è presentato per ben due volte dentro la fabbrica, l’8 novembre e il 24 dicembre. La parte recitata è stata di difensore dei lavoratori contro gli appetiti eccessivi del gigante industriale straniero. Il 24 dicembre in fabbrica gli operai hanno assistito persino a un duetto fra il capo del governo e l’amministratore delegato, col primo che definiva il secondo un suo “antagonista”.

Ricordiamo che allorquando – il 5 giugno 2017 – Arcelor Mittal si aggiudicò l’acquisizione dell’ex ILVA, lo fece sulla base di un piano industriale che prevedeva circa 4.800 mila esuberi, sugli allora 14.200 dipendenti, più altri mille al 2023, quando i dipendenti sarebbero dovuti divenire 8.400.

Il 6 ottobre successivo – all’avvio della consultazione sindacale – gli esuberi scesero a 4.000 ma AM pretendendo l’annullamento della contrattazione integrativa e la riassunzione di tutti i lavoratori con l’applicazione del cosiddetto Jobs Act.

L’accordo siglato il 6 settembre 2018 aveva stabilito:
     – l’assunzione da parte di AM di 10.700 lavoratori, sul totale nel frattempo sceso a 13.700;
     – la non applicazione del Jobs Act, esclusi però gli assunti dopo il 7 marzo 2015;
     – i 3.000 operai restanti rimanevano alle dipendenze dell’ILVA in Amministrazione Straordinaria, per essere in parte impiegati nelle opere di bonifica e in corsi di formazione, con utilizzo della cassa integrazione straordinaria integrata al 10%, ed essere infine assunti da AM “non prima del 23 agosto 2023 e non oltre il 30 settembre 2025”;
     – ILVA in AS avviava una procedura di licenziamento collettivo “con i criteri della non opposizione”, cioè sulla base della volontarietà del lavoratore, con un incentivo all’esodo a scalare da 100.000 euro lordi (77.000 netti) entro il 31 gennaio 2019, fino a 15.000 euro entro il 31 dicembre 2023, per un numero di lavoratori non superiore a quelli dichiarati in “esubero strutturale”, che il 25 settembre ILVA in AS comunicò essere di 2.586 per Taranto, 467 per Genova Cornigliano, 28 per Novi Ligure, 16 per Marghera. Trattandosi di cosiddetti “esodi volontari ed incentivati” ed essendovi l’impegno all’assunzione dei lavoratori rimasti alle dipendenze di ILVA in AS, i sindacati firmatari – Fim, Fiom, Usb, Uilm, Uglm – parlarono di un accordo che non prevedeva esuberi. Un’affermazione su basi deboli, giacché per l’azienda gli esuberi c’erano eccome e la riassunzione compiuta fra i 5 e 7 anni dopo non appariva certo una solida garanzia! Ad oggi pare che abbiano accettato l’incentivo all’esodo circa un migliaio di lavoratori, sicché il totale dei dipendenti fra Arcelor Mittal e ILVA in AS sarebbe sceso a circa 12.700, 1.500 in meno del giugno 2017. Di questi 1.980 sono alle dipendenze di ILVA in AS.

Venerdì 22 novembre governo e Arcelor Mittal si sono incontrati. La trattativa è ancora in corso, ma è già emersa l’intenzione del governo di considerare fuori dall’acciaieria i lavoratori rimasti sotto ILVA in AS, che secondo l’accordo del 6 settembre 2018 sarebbero dovuti rientrare “non prima del 23 agosto 2023 e non oltre il 30 settembre 2025”. Infatti, tre giorni dopo, così si è espresso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla programmazione economica e agli investimenti Mario Turco – quello invitato a settembre da Usb Taranto alla festa del sindacato – in un’intervista a “La Stampa”: «Innanzitutto dobbiamo prevedere un sostegno a favore dei 1.900 cassintegrati che sono rimasti con l’amministrazione straordinaria. Pensiamo di creare un fondo per favorire mobilità e reinserimento e sfruttare la disponibilità di alcune importanti imprese pubbliche che potrebbero trasferire o realizzare a Taranto alcune fasi dei loro processi produttivi». Queste possibilità di reimpiego deriverebbero dal cosiddetto decreto “Cantiere Taranto” che il governo vorrebbe varare a breve, contenente misure e finanziamenti «a tutela del lavoro ... a favore dell’università ... a tutela della salute e dell’ambiente ... per il completamento delle infrastrutture» (dall’indice della bozza del decreto).

Ma il 4 dicembre Arcelor Mittal ha presentato un nuovo piano industriale, con la previsione di 6.300 esuberi, inclusi i lavoratori sotto ILVA in AS, col che il numero totale di dipendenti scenderebbe a 6.400, 2.000 in meno di quelli paventati a giugno 2017. Fim, Fiom e Uilm hanno così proclamato uno sciopero di 32 ore, dalle 23 di lunedì 9 alle 7 di mercoledì 11 dicembre, su 4 turni, con una manifestazione nazionale a Roma. Questa è stata abbastanza partecipata, nettamente superiore a quella del 29 ottobre organizzato da Usb a Taranto, a conferma del fatto che la scelta di questo sindacato di abbracciare la rivendicazione della “chiusura delle fonti inquinanti” è vista dagli operai come equivalente alla “chiusura della fabbrica” e non fa che gettarli nelle braccia del sindacalismo di regime.

Finalmente l’Usb ha dato il giusto indirizzo di aderire allo sciopero, anche se con la rivendicazione che qui critichiamo e con una manifestazione separata, cioè con un presidio ad una delle portinerie della fabbrica, nuovamente con poco seguito.


Le linee guida del governo

La trattativa è ancora in corso ma ha già prodotto da parte governativa delle “linee guida” di un nuovo piano industriale che dovrebbe implicare l’entrata dello Stato come azionista nel capitale sociale della branca italiana del gruppo Arcelor Mittal InvestCo Italy, con una quota consistente ma minoritaria, nonché un finanziamento della cosiddetta “transizione energetica”, cioè per la riduzione della produzione di acciaio grezzo attraverso gli altiforni e dell’impiego di carbon coke, l’introduzione di due forni elettrici e di due forni per la produzione del cosiddetto “preridotto”.

I forni elettrici, ad arco, fondono il rottame di ferro. I forni per la produzione del cosiddetto “preridotto”, che servono invece a rendere il minerale di ferro pronto per la fusione in altoforno o in forno elettrico, funzionano utilizzando gas naturale e permettono una forte riduzione dell’utilizzo del carbon coke. Il loro problema è il notevole impiego di gas ed il relativo costo. I due forni per il “preridotto” verrebbero costruiti fuori dal perimetro del siderurgico e potrebbero implicare la costruzione di un “rigassificatore”, cioè di un impianto che riporta allo stato gassoso il gas liquefatto per il trasporto via mare su navi gasiere. Contro la costruzione di un rigassificatore a Taranto, adiacente alla raffineria dell’ENI, altro impianto che parte dei comitati cittadini vorrebbero chiudere, vi era stata, fra il 2004 ed il 2007, una battaglia di varie associazioni cittadine e ambientaliste.

Altro problema è che i due forni ad arco richiederebbero una quantità di energia che le centrali termoelettriche presenti nel siderurgico non sono in grado di fornire.

Da questo quadro essenziale emergono due elementi.

Il primo è che lo Stato conferma essere la macchina al servizio del Capitale, nazionale ed internazionale; il governo borghese di turno, con la pagliacciata delle visite del presidente del consiglio all’acciaieria tarantina e della sua ostentata contrapposizione ai vertici della Arcelor Mittal, ha preteso nascondere questa sua funzione, che viene espletata elargendo ingenti finanziamenti; ciò d’altronde non è in contrapposizione con gli interessi strategici del capitalismo nazionale, giacché implica il mantenimento di una acciaieria a ciclo integrale, che è certamente un fattore prezioso per ogni paese imperialista, anche al giorno d’oggi, checché ne dica chi la spaccia come una reliquia del passato, di cui non a caso non si sono liberati imperialismi concorrenti come Francia e Germania.

Il secondo elemento è la complessità della questione ambientale che non può essere risolta a dimensione nazionale, men che meno locale, né come sommatoria di tante battaglie locali. Come abbiamo scritto nell’articolo scorso, la corretta impostazione del rapporto fra produzione dell’uomo ed ambiente non è possibile all’interno del capitalismo e sarà uno dei compiti fondamentali del regime rivoluzionario comunista, all’interno del suo complessivo compito di liberazione del lavoro e della società dalle leggi economiche del capitalismo.

Il programma rivoluzionario comunista prevede, fra l’altro:
     – la riduzione delle produzioni, i cui volumi oggi sono spesso molto superiore ai bisogni sociali e solo rispondono alla foga di valorizzazione dei capitali investiti; ciò implicherà la chiusura di molte fabbriche, e non solo di acciaierie;
     – l’aumento dei costi di produzione, tanto per migliorare la qualità dei prodotti quanto per adottare le misure atte a rendere il lavoro attraente, gradevole e non dannoso per la salute; si deciderà lo spostamento o la chiusura degli impianti adiacenti alle abitazioni o di queste da quelli;
     – la drastica riduzione dell’orario di lavoro, che di per sé va nel senso della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Solo su queste basi, qui appena accennate e certo più ampie e complesse, sarà possibile la soluzione della questione della salute e della sicurezza sul posto di lavoro e nelle città. Ma sono del tutto inattuabili nel rispetto delle cosiddette compatibilità economiche nazionali, cioè del capitalismo.

I comunisti non difendono “la fabbrica”, né propugnano “una società di operai”, che solo si sostituirebbero ai borghesi, per fare le stesse cose negli stessi modi e per gli stessi scopi. Il superamento della società divisa in classi e la liberazione della “società degli uomini” implicano la distruzione del lavoro nella forma di salariato e del conteggio aziendale di costi/ricavi.

Ma il fulcro sul quale impostare l’indirizzo di lotta sindacale non è certo oggi il perseguimento di questo piano generale di riorganizzazione della produzione sociale, di cui potrà farsi carico solo il potere politico rivoluzionario della classe operaia, ma il rafforzamento del movimento sindacale di classe quale condizione necessaria, anche se non unica, alla rinascita del movimento comunista e rivoluzionario della classe lavoratrice.

Al siderurgico di Taranto l’indirizzo della “chiusura delle fonti inquinanti” è sbagliato non in quanto “va difesa la fabbrica”, ma perché affida la sorte dei lavoratori a un dato “piano industriale”, e non alla lotta operaia.

Questi si trovano divisi fra i pochi che seguono l’aleatoria prospettiva della “riconversione industriale” e la maggioranza che teme la chiusura della fabbrica e la perdita del salario. Una divisione che immobilizza gli operai e aiuta i sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil) a mantenerne il controllo.

La rivendicazione di “chiusura delle fonti inquinanti”, dividendo i lavoratori, allontanando la possibilità di mobilitarli sul piano della forza e contando sull’appoggio dei movimenti interclassisti – in cui prevalgono gli interessi e l’ideologia piccolo borghesi – e sulle manovre coi partiti borghesi (in questo caso col M5S) e non sulla lotta operaia.

Quella rivendicazione compromette anche la possibilità di costruire una vera lotta per la salute e la sicurezza, che andrebbe condotta passo dopo passo su singoli obiettivi di rinnovo e manutenzione degli impianti, facendo leva sui frequenti incidenti, l’ultimo il 3 gennaio, con la rottura del cavo d’acciaio di un carro ponte e la caduta del rotolo di lamiera che stava trasportando, che può raggiungere il peso di 15 tonnellate, a cui nessun sindacato ha risposto con lo sciopero.

L’unico sindacato a porsi su questa strada è il piccolo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, che correttamente ha aderito sia allo sciopero del 10 novembre sia alla manifestazione romana, con una propria piattaforma i cui punti seguenti riguardano la questione della salute e della sicurezza:
     – una postazione ispettiva permanente sotto controllo operaio dentro l’area Ilva e appalto;
     – estensione dei benefici amianto: nella siderurgia 25 anni di lavoro bastano;
     – riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga;
     – reale bonifica e “ambientalizzazione” della fabbrica a tappe forzate, con un utilizzo generale dei lavoratori, per il rientro al lavoro di tutti i cassintegrati.

Infine è importante notare come l’Usb da luglio 2019 – allorquando ha revocato l’adesione all’accordo del 6 settembre 2018 firmato insieme a Fim, Fiom, Uilm e Uglm – ha iniziato a sostenere la tesi secondo cui la “ambientalizzazione” della fabbrica sarebbe impossibile. È ben poco credibile che questa scoperta, più o meno parzialmente vera che possa essere, sia stata fatta solo ora, quando l’Usb è presente nella fabbrica dal 2013 e da ancor più anni il coordinatore della sua Rsu, che prima era in Fiom, poi per un breve periodo in Fim. Un conto è affermare che l’Arcelor Mittal non ha adempiuto alle necessarie opere di manutenzione e rinnovo, altro sostenere che la fabbrica sia diventata irrecuperabile solo dopo 11 mesi.


Salario pieno ai disoccupati

La vertenza dell’ex Ilva ha fatto emergere una delle classiche rivendicazioni del movimento operaio: il salario pieno ai lavoratori disoccupati.

All’assemblea operaia del 28 ottobre, convocata a Taranto dall’Usb in preparazione dello sciopero e della manifestazione del giorno dopo, un delegato della fabbrica Fiat Chrysler Automobiles di Melfi ha posto la questione, indicando in essa un sollievo al problema ambientale e salariale: «bisognerebbe avere il coraggio di dire che i lavoratori dopo 15‑20 anni in una fabbrica come il siderurgico di Taranto la pensione se la sono già guadagnata e devono restare a casa a salario pieno».

Anche il nostro comunicato dell’8 novembre pubblicato sullo scorso giornale poneva al centro la questione ed era infatti intitolato: “Unire le lotte per imporre alla classe padronale il pagamento del salario ai lavoratori licenziati dalle fabbriche”.

La rivendicazione non è posta come soluzione specifica alla situazione del siderurgico di Taranto, ma a caposaldo per la crescita del movimento di lotte operaie contro i licenziamenti, che diverranno sempre più numerosi in conseguenza della crisi di sovrapproduzione mondiale del capitalismo.

Il senso di questa rivendicazione è emancipare le singole lotte dai confini aziendali entro cui le tiene rinchiuse e divise il sindacalismo di regime ed entro cui, nella misura in cui la crisi avanza e si aggrava, non vi è soluzione per i lavoratori, per unificarle in un movimento generale.

L’unificazione delle lotte operaie si compie su due piani: «Il primo, più elementare, è quello di scioperare insieme, nel tempo e nello spazio: facendo coincidere la giornata di sciopero e unendo fisicamente i cortei, dove il numero dà e fa la forza. Il secondo piano, che può impiantarsi solo sul primo, è che il movimento operaio esprima rivendicazioni che accomunino tutta la classe e giustifichino e rendano necessaria l’unificazione delle lotte: aumenti salariali per tutte le categorie, maggiori per i peggio pagati; riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; salario pieno ai lavoratori licenziati; riduzione dell’età della pensione e ritorno al sistema retributivo; servizi sociali (scuola, sanità, trasporti) gratuiti per la classe lavoratrice» (“il Partito Comunista” n. 386)

A Taranto, la rivendicazione del salario pieno per i siderurgici vista come una soluzione al problema ambientale, cioè abbinata a quella della chiusura della fabbrica, verrebbe a separare questi operai dal resto della classe fornendo una soluzione solo per loro. Ad oggi nel gruppo siderurgico non è in corso una lotta contro i licenziamenti. Per altro la cassa integrazione certo è il preludio ai licenziamenti ed interessa 1.978 operai sotto l’ILVA in Amministrazione Straordinaria in Cassa integrazione straordinaria e 1.273 di Arcelor Mittal in Cassa integrazione ordinaria.

Sarebbe auspicabile quindi una lotta per imporre da un lato il loro impiego nelle opere di bonifica e per rendere sicuri gli impianti, dall’altro per integrare della cassa integrazione fino al raggiungimento del salario pieno, che sarebbe un passo verso la lotta per questo obiettivo, allorquando i licenziamenti diverranno all’ordine del giorno.

Sembrerebbe un piccolo passo in questa direzione il blocco che l’Usb ha organizzato il 7 gennaio, dalle 4 del mattino, della bretella stradale che unisce l’acciaieria alla raffineria ENI, con oltre un centinaio di operai di ILVA in AS, rivendicando il ripristino dell’integrazione del 10% della cassa integrazione, previsto nell’accordo del 6 settembre 2018 e per il quale il governo non ha stanziato i fondi nel cosiddetto “decreto milleproroghe”. A sostegno di questa battaglia lunedì 13 l’Usb ha poi organizzato un’assemblea per i lavoratori di ILVA in AS, che ha avuto una incoraggiante partecipazione di circa 200 operai.

Anche in questo caso però appare contraddittorio che la rivendicazione dell’integrazione della Cigs sia stata messa insieme a quella dell’apertura di un tavolo sul cosiddetto decreto “cantiere Taranto” che, come sopra abbiamo accennato, viene presentato da esponenti governativi come uno strumento per ricollocare proprio il lavoratori dell’ILVA in AS fuori dal siderurgico. Il rischio è che l’Usb finisca per assecondare l’azione di governo e Arcelor Mittal tesa alla espulsione di questi lavoratori dalla fabbrica e che finisca per ridursi a organizzare sul piano della forza, cioè della mobilitazione, solo questi lavoratori e sempre meno quelli dentro la fabbrica, aggravando così la divisione promossa dal padronato con l’accordo del 6 settembre 2018.

Chiaramente un sindacato di classe deve agire in direzione opposta, cioè quella unire i lavoratori al di sopra delle divisioni create ad arte dal padronato. A questo scopo dovrebbe cercare di coinvolgere anche i lavoratori delle ditte in appalto, che a novembre erano stati mobilitati dalle loro stesse imprese per far pressione su Arcelor Mittal per il pagamento dei crediti che queste rivendicano dalla grande azienda siderurgica. A dicembre a molti di questi operai le aziende, che prima li hanno usati per i loro interessi, non hanno pagato le giornate di “sciopero” (meglio sarebbe dire di serrata) né hanno versato le tredicesime.

 

 

 

 

  


Assemblea a Torino, sabato 7 dicembre
Salute e sicurezza sul posto di lavoro

Sul tema della “salute e della sicurezza sul posto di lavoro e nel territorio”, centrale nella vicenda del siderurgico di Taranto, il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe (CLA), ha promosso una iniziativa nazionale a Torino. come stabilito nella assemblea nazionale del Coordinamento del 23 giugno a Firenze.
     La data del 7 dicembre era stata scelta in quanto il giorno prima cadeva l’anniversario dell’incidente alla Thyssen Krupp di Torino, occorso nel 2007, nel quale morirono arsi vivi 7 operai.
     I nostri compagni hanno collaborato alla redazione del testo di convocazione.
     Si è trattato della prima iniziativa pubblica di piazza del Coordinamento e l’esito è stato soddisfacente: circa 150 partecipanti sia al presidio in mattinata presso l’Unione degli Industriali sia all’assemblea organizzata nel pomeriggio, in un circolo poco distante. All’assemblea è stato distribuito il terzo numero del bollettino del Coordinamento.
     Il 10 dicembre sono stati pubblicati sulla pagina facebook del Coordinamento, nella sezione “comunicazioni”, il resoconto dell’iniziativa e i principali interventi all’assemblea.
     Di questi riportiamo qui l’introduzione, a nome del Coordinamento, alla cui redazione ha collaborato un nostro compagno, che inquadra in modo corretto la questione.


Cari compagni e compagne

Cerco di dare un quadro generale e delle coordinate di riferimento alla nostra iniziativa odierna.

Le condizioni della sicurezza e della salute dei lavoratori sono un sicuro indice del grado di sfruttamento e di oppressione cui sono sottoposti.

Minore è la forza con cui riescono a fare opposizione e resistenza alla incessante pressione delle aziende a spremerli sempre di più per ottenere sempre più profitto, maggiore è la misura in cui la classe lavoratrice si trova a versare un quotidiano tributo di sangue, fatto di incidenti mortali, singoli e plurimi, malattie professionali e infortuni che rendono lavoratrici e lavoratori invalidi spesso permanenti, reduci di una guerra sociale non dichiarata, e per questo ancora più difficile da combattere.

Sicurezza e salute dei lavoratori sono un problema che il sindacalismo di classe deve affrontare su due piani, naturalmente collegati, uno generale ed uno specifico.

Il nostro Coordinamento vuole muoversi nella corretta direzione per portare un contributo ad affrontarli entrambi.

Sul piano generale dev’essere chiaro che il problema della salute e della sicurezza operaia non può essere trattato come una questione a se stante, separabile dalle restanti condizioni di vita e d’impiego dei lavoratori.

Se si firmano rinnovi contrattuali che diminuiscono i salari reali e che estendono la libertà delle aziende di ricorrere al lavoro straordinario, se si avallano esternalizzazioni, appalti e subappalti, deroghe peggiorative ai contratti nazionali, se non ci si è opposti al Jobs Act, che ha potenziato il ricatto del licenziamento, è solo ipocrisia piangere gli operai che, per aumentare un salario troppo basso, per non perdere il lavoro accettano di svolgere attività dannose alla loro salute o a rischio della loro stessa vita.

Il sindacalismo collaborazionista di Cgil, Cisl e Uil, che compie quanto appena elencato da decenni, in questa guerra non dichiarata è complice di una classe il cui privilegio sociale cresce calpestando la vita dei lavoratori.

La condizione della salute e della sicurezza degli operai è quindi il risultato dei rapporti generali di forza fra la nostra classe e quella padronale.

E per affrontare su questo piano generale il problema il nostro Coordinamento vuole apportare il suo contributo che riteniamo utile e importante.

A fronte di rapporti di forza a grande sfavore dei lavoratori, i militanti di diversi sindacati di base e della opposizione in Cgil – e che ambiscono a coinvolgere anche lavoratori non iscritti ad alcun sindacato – si sono uniti formando questo Coordinamento nella convinzione che un mezzo, non unico ma necessario, per iniziare a risalire la china sia quello di superare le divisioni nell’azione di lotta di tutte le organizzazioni e correnti del sindacalismo di classe.

Non solo perché unendo i lavoratori inquadrati dalle varie organizzazioni gli scioperi sono più forti ed efficaci, ma perché crediamo che scioperi forti creino le condizioni più favorevoli a combattere l’opportunismo sindacale anche all’interno del sindacalismo conflittuale.

Per questo riteniamo che – in linea generale – si debba scioperare insieme ai lavoratori mobilitati da dirigenze sindacali opportuniste od anche collaborazioniste col padronato. Perché è il miglior modo per combatterle e per liberare dal loro controllo quei lavoratori.

Il nostro Coordinamento ha chiarito fin da subito di non voler costituire un nuovo sindacato e di voler coordinare gli sforzi di chi in ciascuna organizzazione sindacale sente necessario battersi per l’unità d’azione.

In coerenza con questo nostro dichiarato intento abbiamo respinto le proposte, anche sorte dal nostro interno, volte a farci noi direttamente promotori di azioni di sciopero. Non possiamo e non vogliamo sostituirci alle organizzazioni sindacali.

Quel che dobbiamo e possiamo fare è rivolgerci alle organizzazioni del sindacalismo conflittuale, appellarci ad esse, batterci al loro interno affinché si facciano promotrici in modo unitario di azioni di lotta.

Questo pensiamo debba essere fatto a partire da scioperi veri, cioè scioperi che davvero abbiano la possibilità di coinvolgere i lavoratori a cui sono rivolti: scioperi sul singolo posto di lavoro, territoriali, di categoria. È lungo questo percorso, che sarà certamente non breve, che riusciremo a modificare i rapporti di forza fra la nostra classe e quelle nemiche in senso a noi favorevole, e che domani il sindacalismo conflittuale riuscirà ad imbastire un vero sciopero generale.

Quindi ci è sembrato coerente coi nostri intenti e misurato rispetto alla situazione attuale convocare non uno sciopero ma una iniziativa nazionale composta da un presidio ed un’assemblea, a cui abbiamo invitato tutte le organizzazioni del sindacalismo conflittuale.

Un modo per pungolarle, per mettere alla prova la loro disponibilità a porre da parte le divisioni e confrontarsi di fronte a un tema tanto cruciale per i lavoratori.

Ma un modo anche per cominciare ad imbastire un’azione efficace per affrontarlo, questo problema, col sostegno e il contributo di chi ci sta.

E questo può e deve avvenire affrontando anche il secondo piano della questione, cioè quello specifico della lotta sul posto di lavoro a difesa della salute e della sicurezza dei lavoratori, e quindi per il rispetto delle procedure di sicurezza, per imporre alle aziende la manutenzione ed il rinnovo degli impianti logori o pericolosi, al fine di ridurre il rischio di incidenti, limitare o eliminare la produzione di sostanze nocive, a tutela dei lavoratori e delle popolazioni che vivono nei quartieri limitrofi alle fabbriche e alle infrastrutture che le collegano.

Qui si innesta un altro punto della questione che abbiamo voluto facesse parte della nostra iniziativa.

Abbiamo infatti invitato oggi non solo tutte le organizzazioni del sindacalismo conflittuale – sindacati, correnti, comitati di lavoratori – ma anche le associazioni dei familiari delle vittime da incidenti sul lavoro e a tutela del territorio dalla devastazione prodotta dalla produzione capitalistica.

Noi auspichiamo infatti la collaborazione ed il sostegno di quelle associazioni che riconoscono come la chiave e la soluzione del problema per cui si sono costituite risiedono nelle condizioni di chi lavora negli impianti e nelle infrastrutture industriali e nella lotta dei lavoratori per non restare schiacciati dal modo infernale con cui queste sono costruite, condotte e gestite da chi dirige questa società, nel campo economico e politico.

E qui giungiamo all’ultimo punto con cui vogliamo caratterizzare la nostra iniziativa ed il percorso che ci auguriamo prenda le mosse da essa.

Come sappiamo riconoscere, dietro le denunce formali, la complicità del sindacalismo collaborazionista nella strage dei lavoratori che quotidianamente si consuma, a maggior ragione non ci facciamo certo ingannare dagli ipocriti piagnistei delle cosiddette istituzioni, senza aggettivi, e dei loro rappresentanti politici.

Nostra intenzione è condurre la battaglia per la sicurezza e la salute dei lavoratori sul posto di lavoro e nel territorio confrontandoci con le istituzioni ed i gruppi politici che, alternativamente, le rappresentano, in un modo che non ci pare sufficiente definire “indipendente” rispetto ad esse, giacché spesso questa definizione viene intesa da parte del sindacalismo conflittuale come una ricerca di accordi con questi o con quelli, che si riducono ad una lotta col cappello in mano.

Noi vogliamo lottare facendo crescere la consapevolezza fra i lavoratori che queste istituzioni e i partiti politici che a turno le rappresentano e le incensano sono complici col padronato, sono un tutt’uno con esso, non sono istituzioni senza aggettivo bensì sono istituzioni padronali, sono un nemico con cui trattare sul piano dei rapporti di forza.

Termino questo intervento introduttivo collegando il tema all’ordine del giorno con la prospettiva generale condivisa dal nostro Coordinamento ed espressa nel documento di convocazione.

La lotta dei lavoratori in difesa della salute e della sicurezza è il cammino da iniziare a percorrere per giungere domani a una soluzione generale del problema del rapporto fra produzione, lavoro, salute, territorio, ambiente, che sarà possibile solo in una società liberata dalle leggi economiche del profitto.

La soluzione generale del problema non è alla portata del movimento sindacale ma esso è necessario e fondamentale base per la formazione di un movimento politico della classe lavoratrice, il solo in grado di farsi carico di questo compito.

Come organismo di lotta sindacale non dobbiamo mai dimenticarci di dare questo orizzonte generale ai lavoratori. Al contempo non possiamo decampare dal nostro ruolo, rispettando la natura del movimento sindacale che è quella di alimentarsi dei bisogni immediati dei lavoratori, per i quali essi mettono in moto il loro primario movimento di lotta.

Dobbiamo e vogliamo attestarci sulla battaglia volta a mobilitare più larghe masse di lavoratori d’ogni opinione politica, per i loro obbiettivi immediati, nel rispetto dell’unità d’azione dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale.

 

 

 

 

  


Lavoratore del porto di Genova licenziato in forza del Jobs Act
Complici i sindacati di regime

Ad ottobre un lavoratore addetto alle biglietterie di Grandi Navi Veloci, che fa parte del gruppo MSC, è stato licenziato, senza che vi fosse alcuna ragione disciplinare a giustificare questa decisione ma solo una presunta venuta meno della mansione, sulla base di un preteso eccesso di personale.

Ciò è stato possibile, anche secondo Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti del comparto portuale, in forza del cosiddetto Jobs Act.

Questo fatto ha suscitato la reazione dei delegati e dei lavoratori più combattivi, in quanto nel porto di Genova sarebbe il primo caso di licenziamento sulla base del Jobs Act. I lavoratori hanno fatto pressione affinché venisse indetta una giornata di sciopero, che Filt Fit e Uiltrasporti hanno fissato per il 31 ottobre, non solo per i dipendenti GNV ma per l’intero porto.

Vi sono stati degli incontri fra sindacati e GNV il 21, il 25 ed infine il 28 ottobre. Nell’ultimo incontro del 28 ottobre è emerso che al lavoratore sarebbe stata proposta la ricollocazione in una delle cooperative di guardia-fuochi che operano nel porto, nei cantieri navali di Sestri Ponente e in quelli delle Riparazioni Navali. Un lavoro ben peggiore per il salario e per le condizioni ambientali, tant’è che il lavoratore ha rifiutato l’offerta e ha deciso di procedere per vie legali.

Nonostante questo Filt Fit e Uiltrasporti hanno revocato lo sciopero.

I delegati più combattivi della Filt, buona parte dei quali fa parte del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP), si sono riuniti il 30 ottobre ed hanno redatto un comunicato per chiedere di non revocare lo sciopero e di convocare il più celermente possibile l’attivo unitario dei delegati Filt, Fit e Uiltrasporti.

Le segreterie non hanno fatto marcia indietro e quella della Filt non ha convocato l’attivo dei delegati; Fit e Uiltrasporti hanno fatto riunioni dei delegati separate.

Tutto insomma è finito nel nulla, col lavoratore abbandonato dai sindacati di regime che non hanno mai provato a imbastire una lotta contro il suo licenziamento, né tanto meno contro l’applicazione del Jobs Act nel porto, e hanno revocato lo sciopero di fronte ad una pessima proposta di ricollocazione.

In un comunicato congiunto, CALP e “Lavoratori per l’Unità Portuale” (un gruppo di delegati della Filt), intitolato “Sciopero o ritirata”, hanno scritto: «Al tavolo con l’azienda ... non si è mai discusso del giusto e imprescindibile reintegro, ma piuttosto di un ricollocamento ... Il lavoratore ha rifiutato il ricollocamento volendo solo il reintegro e, contrariamente alle voci che qualcuno ha messo in giro, non ha accettato nemmeno una compensazione economica come contropartita ... Per noi rimangono assolutamente valide tutte le ragioni per confermare e rilanciare una lotta per la revoca del licenziamento e il reintegro in azienda del lavoratore, contro la deregolamentazione del lavoro portuale attraverso il precariato, contro il Jobs Act e i Decreti Sicurezza che ne sono il braccio armato, per l’applicazione delle norme sull’Organico porto eluse dall’Autorità portuale, contro tutti i tentativi di attaccare le nostre condizioni di lavoro, da parte di chicchessia. Lo sciopero è arma dei lavoratori e non ce la faremo togliere».

 

 

 

 

 


Il rinnovo del contratto dei lavoratori precari dell’Università di New York

Questo il commento all’assemblea dei delegati del “Professional Staff Congress - City University of New York” a cui hanno partecipato i nostri compagni.

L’assemblea dei delegati del PSC‑CUNY del 7 novembre è stata uno spettacolo vergognoso. L’obiettivo era chiaro: far approvare il contratto alla svelta soffocando ogni opposizione.

Per questo sono stati zittiti gli iscritti al sindacato che avevano deciso di partecipare all’assemblea. Relegati al fondo della sala, controllati a vista dalla fazione favorevole al contratto, il cosiddetto “New Caucus” che sostiene la presidente del sindacato Barbara Bowen, è stato loro impedito anche di intervenire: una richiesta in tal senso è stata negata con il voto della stragrande maggioranza dei delegati.

L’elemento più odioso è stata l’intimidazione agli iscritti presenti da parte della fazione favorevole al contratto, coadiuvata dagli agenti della sicurezza dell’hotel in cui si è svolta l’assemblea! Due lavoratori contrari all’ipotesi di rinnovo del contratto, che hanno ripetutamente contestato Barbara Bowen, sono stati circondati da tre guardie dell’hotel e da alcuni delegati che li hanno piantonati per tutto il resto della riunione.

L’approvazione dell’ipotesi di piattaforma da parte dell’assemblea – come previsto a larga maggioranza – è stata accompagnata da urla di riprovazione e di beffa verso il gruppo di oppositori. I lavoratori della CUNY potranno aspettarsi un trattamento analogo da parte dei loro dirigenti quando si opporranno al regime di aumenti di produttività previsti in questo contratto.

La votazione degli iscritti si è svolta a fine novembre ed è stata favorevole per l’84% alla proposta avanzata dai dirigenti sindacali. Hanno votato 12.000 iscritti su 30.000. Ma gran parte dei precari che entrano ed escono più volte dagli organici dell’Università non hanno potuto votare in quanto è previsto che solo chi è stato assunto da almeno 4 mesi ne abbia diritto.

 

 


Questo il volantino distribuito dai nostri compagni
Sulle trattative per gli insegnanti della Università di New York

Il 21 ottobre, il sindacato PSC ha annunciato di aver definito una proposta di piattaforma per il rinnovo contrattuale con l’Universitaria di New York. I dirigenti si sono vantati che questa rappresenterebbe una vittoria “storica” per il sindacato e per i suoi iscritti, e ne hanno elencato i presunti benefici.

Tutte affermazioni fatte per ingannare la base del sindacato. La verità è che la proposta di rinnovo, se sarà ratificata dal voto degli iscritti, manterrà e legittimerà lo sfruttamento della maggioranza dei lavoratori della CUNY.

Già altri hanno rilevato i punti negativi della piattaforma, ma alcuni meritano di essere ricordati.

Ben poco viene fatto per i bassi salari degli insegnanti non di ruolo nonché per la precarietà del loro impiego. L’aumento della integrazione al salario per il corso semestrale da 3.222 a 5.500 dollari è accompagnato da un aumento di un’ora settimanale per corso, da svolgere negli uffici dell’università e sotto controllo della dirigenza d’istituto.

Inoltre, l’aumento non sarà effettivo fino alla fine del 2022, fra tre anni, per un aumento della paga complessiva del 10,4%. Tenuto conto dell’attuale tasso di inflazione l’aumento reale nel 2022 sarà di appena l’1,62% rispetto al 2017. Considerato che gli affitti a New York solo nell’ultimo anno sono aumentati del 5% questo non può sinceramente essere definito un aumento.

Ecco lo “storico” contratto strombazzato dalla dirigenza del PSC: un incremento minimo dei miseri salari con un’aggiunta di più controllo e più carichi di lavoro. Questo mentre gli edifici scolastici vanno in rovina, il numero di studenti per classe aumenta e le tasse d’iscrizione aumentano. Come può la dirigenza del sindacato chiamarla una vittoria?

Il Partito afferma da anni che «i sindacati ufficiali riconosciuti dalla Stato si sono fatti strumento indispensabile per opporsi alla mobilitazione delle masse sfruttate». Noi li chiamiamo “sindacati di regime”. Il PSC, per com’è oggi, svolge esattamente questa funzione. I dirigenti che tradiscono i lavoratori sono agenti ingaggiati dal potere borghese, che si esprime attraverso lo Stato capitalista.

Il nemico principale della classe lavoratrice è la borghesia.

Responsabile della condizione dei lavoratori dell’Università è l’amministrazione, il governo dello Stato e i finanziatori che li appoggiano. I dirigenti del PSC collaborano con questi sfruttatori attraverso i loro inganni e il modo in cui conducono le trattative al servizio e in aiuto alla causa dell’amministrazione. Oggi cercano di convincere gli iscritti della bontà di un contratto che non porterebbe quasi nulla. Hanno agito contro la classe lavoratrice, ne hanno sabotato l’organizzazione e l’attività e ora promuovono la resa allo Stato borghese.

 

 

 

 


Attende il verdetto padronal-statale il sindacato dei portuali di Montreal

41 miliardi di dollari di merci ogni anno passano per il porto di Montreal. La capacità di bloccare questo snodo dà una forza notevole ai portuali che vi lavorano. Questa è la ragione per cui poterono ridere della serrata padronale del 2010 che in cinque giorni vide gli imprenditori in ginocchio.

Il 2 aprile dello scorso anno, di fronte all’approvazione dello sciopero, le aziende del porto di Montreal si sono appellate al Tavolo per le Relazioni Industriali del Canada perché dichiarasse le attività portuali “servizio pubblico essenziale”. Un passo che in Italia il regime borghese ha compiuto 30 anni fa, con la legge 146 del 1990, favorita da Cgil, Cisl e Uil che dalla fine degli anni ‘70 avevano promosso i cosiddetti “codici di autoregolamentazione”.

A Montreal il sindacato ha rimandato lo sciopero in attesa della decisione del Tavolo istituzionale. Una decisione che potrebbe rivelarsi alquanto grave per i lavoratori implicando la limitazione della libertà di sciopero per tutti i portuali canadesi e per una larga porzione dei lavoratori della logistica.

Questo attacco alla libertà di sciopero ha luogo in una fase di riposizionamento del porto di Montreal e della catena logistica che lo circonda lungo la costa orientale. Sono previsti investimenti per 1,65 miliardi di dollari per la costruzione di una nuova infrastruttura portuale per il carico e scarico dei container e di altre per il transito delle compravendite online.

Onde assicurarsi che gli investimenti siano adeguatamente profittevoli, visto l’acuirsi della competizione con i porti di New York e del New Jersey, la borghesia del Quebec si sta appoggiando alle sue relazioni con quella francese, ed anche all’Unione Europea. Inoltre pretende adeguate garanzie circa il costo del lavoro, affinché sia ridotto o per lo meno mantenuto stabile. Il quadro va completato tenendo conto del crescente ruolo svolto dalla logistica nel processo di riproduzione del capitale, il cui termine finale, la vendita dei beni d’uso sul mercato, è sempre più affidato agli ordini e alle consegne online.

L’argomento padronale per ottenere una restrizione della libertà di sciopero è che nei porti transitano anche strumentazioni e prodotti medici e che gli scioperi minaccerebbero il funzionamento del sistema sanitario, quindi la salute dei pazienti. Una giustificazione che i portuali sanno bene essere falsa e strumentale, giacché durante gli scioperi hanno sempre scaricato il materiale medico e nessun ospedale ha mai sofferto a causa loro.

Se il Tavolo delle Relazioni Industriali desse soddisfazione ai padroni creerebbe un precedente estendibile anche a tutto il settore dei trasporti. Si tratta insomma di un attacco alla libertà di sciopero dei lavoratori quale premessa ad una futura offensiva alle loro condizioni di vita e d’impiego.

Non sorprende che la borghesia voglia strappare dalle mani della classe operaia la sua fondamentale arma di lotta, lo sciopero. Il problema per i portuali è però il loro sindacato che da nove mesi attende pazientemente il verdetto delle istituzioni borghesi e non indice lo sciopero.

I lavoratori più combattivi devono prendere su di loro la gestione dello sciopero, nella consapevolezza che il solo modo per difendere l’arma dello sciopero è quello di impiegarla, e di farlo nel modo più esteso possibile.

In questo senso occorre andare oltre i limiti del posto di lavoro e della categoria. Per i portuali un passo naturale dovrebbe essere quello di coinvolgere nelle loro lotte i lavoratori della logistica. Un piccolo esempio in tal senso si è avuto a Genova, dove un gruppo di portuali del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali, con alcuni delegati e iscritti alla Cgil, ha recentemente partecipato a diversi scioperi promossi nei magazzini logistici dal SI Cobas.

Vedere uno dei più potenti sindacati canadesi non fare altro che attendere il verdetto della legalità borghese rende evidente la necessità che la classe lavoratrice anche in questo paese ricostruisca i propri organismi sindacali di classe.

 

 

 

 

 

 

PAGINA 6
Velleità del capitale italico in Libia

La recrudescenza del conflitto in terra libica ha fornito al governo della sbrindellata Italietta una nuova occasione per dimostrare il carattere velleitario delle sue proiezioni di potenza sul Mediterraneo. Si direbbe quasi che l’unica politica di cui l’Italia sia capace nello specchio d’acqua che la divide dal Nordafrica siano le ignobili collusioni con gli schiavisti che, in cambio di moneta sonante si impegnano a controllare, a loro modo, i flussi migratori.

L’italica borghesia nei decenni passati aveva saputo impostare una sua politica energetica e l’ex colonia era divenuta per l’Eni una fonte di petrolio e di gas a beneficio dell’industria nazionale. Le attività della più grande multinazionale italiana ne hanno assicurato all’Italia una sostanziosa fetta.

Oggi però ragioni oggettive impediscono all’Italia di assumere un ruolo nella contesa fra imperialismi per le fonti energetiche, anche quelle nel suo cortile di casa. Si lamentano i gazzettieri sui bei tempi andati in cui l’Italia aveva un interlocutore compiacente che governava a Tripoli e permetteva all’Eni ottimi affari. Ricordano la comica ultima visita ufficiale in Italia, nell’agosto del 2010, del colonnello Muammar Gheddafi, accolto dal premier Silvio Berlusconi con tutti gli onori come si conviene a un vecchio amico e socio in affari, per poi deplorare l’intervento bellico del marzo successivo di un’ampia coalizione di Stati imperialisti, fra cui l’Italia, che dette la spallata finale al regime libico e aprì la strada all’anarchia. Il deposto dittatore fu presto trucidato in diretta televisiva.

I borghesi italici ora piangono sul latte (sul petrolio) versato, dopo che non hanno avuto la forza di opporsi a un’avventura militare mossa dalle altre potenze per strappare all’Italia una parte del tesoro libico. Ma si sa, vige la regola ferrea che la forza diplomatica e contrattuale di ciascuno Stato si misura con la sua forza economica, e di conseguenza militare.

A dieci anni dal tramonto di quei vecchi sogni di monopolio, il premier Giuseppe Conte ha un bel daffare per dare l’impressione di partecipare al grande gioco da protagonista e non come una malconcia comparsa.

L’Italia era fino a poco tempo fa l’unico paese di un certo peso ad appoggiare in maniera decisa il cosiddetto Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al‑Sarraj. In questo momento esso controlla ormai soltanto poco più di una piccola porzione di territorio intorno alla capitale Tripoli. Sul fronte opposto la Russia, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sostenevano il feldmaresciallo Khalifa Haftar, che governava dapprincipio sulla Cirenaica, ma che in seguito si era impadronito di gran parte del paese.

In mezzo c’erano le cosiddette Milizie di Misurata, pedine della Turchia. Queste erano reduci da una ben più ampia coalizione, detta Alba Libica, che aveva avuto il controllo della Tripolitania, prima che i giochi della diplomazia internazionale assegnassero questa regione ad al‑Sarraj. Fino a qualche tempo fa le Milizie di Misurata assicuravano un malfermo sostegno al governo di Tripoli divenuto in seguito più deciso mano a mano che l’appoggio italiano rivelava la sua sostanziale inconsistenza.

Così è avvenuto che negli ultimi tempi la sopravvivenza politica di al‑Sarraj è dipesa sempre di più dall’appoggio della Turchia. Un risultato di questa collaborazione si è visto a fine novembre quando il premier libico ha firmato un accordo con il presidente turco Reccep Tayyip Erdo?an che prevede, in cambio all’invio di truppe di Ankara per combattere Haftar, lo sfruttamento turco di parte delle risorse minerarie del paese e la dichiarazione addirittura che le acque territoriali libiche confinano con quelle turche.

Da questo gioco l’Italia è esclusa. Ma questo non ha impedito a Conte di programmare un incontro nei primi giorni di gennaio sia con al‑Sarraj sia con Haftar, col quale negli ultimi tempi l’Italia ha tentato di stringere rapporti nella speranza di tornare a sedersi al tavolo della trattativa.

Ma questo tenere il piede in due staffe non è piaciuto ad al‑Sarraj, il quale negli ultimi tempi ha già lamentato tanto l’inaffidabilità dell’Italia quanto l’immobilismo dell’Unione Europea, che ha dato anche in questo caso ampia prova di non esistenza come soggetto politico unitario. Il fatto diventa vieppiù evidente di fronte alle proteste della Grecia, di Cipro, ma anche di Egitto e di Israele, che potrebbero fare le spese del dinamismo del presidente turco. L’accordo turco‑libico serve infatti ad Ankara per cercare di non essere esclusa dallo sfruttamento dei ricchi giacimenti di petrolio e gas del Mediterraneo orientale.

Intanto Vladimir Putin ed Erdo?an nei primi giorni del nuovo anno hanno inaugurato il gasdotto Turkstream che permette al gas russo di arrivare nei Balcani e in Europa occidentale attraverso la Turchia, scansando l’Ucraina, paese avversario della Russia.

In quell’occasione i due capi di Stato, che sono in grado di tenere in piedi una solida alleanza tattica, hanno fatto pressione sui rispettivi protetti libici, la Russia su Haftar e la Turchia su al‑Sarraj, per far loro proclamare una tregua, cercando di aprire con un patto bilaterale un processo di transizione verso la pacificazione del paese. Sia Fayez al‑Sarraj, sia il generale Khalifa Haftar hanno accettato di firmare il cessate il fuoco, che è entrato in vigore alla mezzanotte del 12 gennaio.

Questo accordo avrebbe dovuto essere ratificato a Mosca e benedetto da Turchia e Russia escludendo gli altri attori in campo, ma la loro mossa ha spinto le altre potenze ad entrare nel gioco, accelerando la convocazione della famosa Conferenza di Berlino di cui si parlava da tempo ma che era sempre stata procrastinata. Il generale Haftar, probabilmente consigliato da Arabia Saudita ed Egitto, ha lasciato Mosca senza firmare, cosa che ha fatto infuriare il presidente turco Erdo?an che, da parte sua, ha minacciato di “infliggere una lezione” al generale se dovesse riprendere i suoi attacchi.

La conferenza di Berlino è stata fissata per il 19 gennaio, con la partecipazione di Russia e Turchia, Germania, Francia, Italia, Egitto e Stati Uniti. Questi, fino ad ora apparentemente disinteressati alla questione, hanno dichiarato che saranno presenti ai massimi livelli.

Ci sono dunque le premesse perché la conferenza di Berlino, invece di costituire la sanzione finale della trasformazione del cessate il fuoco in una tregua duratura e rispettata, sia solo il tavolo della partita tra i vari gruppi imperialisti per il controllo del gas e del petrolio e dove tutti puntano in direzioni opposte.

 

 

 

 

  

PAGINA 7
In America Latina tutti d’accordo per incanalare la pressione sociale verso gli sbocchi democratici

Nell’ultimo trimestre del 2019 abbiamo visto come un ampio concorso di indigeni e lavoratori scesi in strada in Ecuador hanno costretto il governo di Lenin Moreno a trasferirsi da Quito a Guayaquil, fuggendo dal palazzo del governo assediato, con la repressione delle forze dell’ordine non in grado di controllare la pressione dei manifestanti. Il governo Moreno ha dovuto annunciare il ritiro del suo pacchetto di provvedimenti legislativi. Ma è stato solo a parole: il governo borghese ha mantenuto le sue norme di austerità, concordate con il FMI, e ha solo ripristinato il sussidio per la benzina, che sarà deciso successivamente, per assecondare la protesta.

Altrettanto rilevante, davanti alle proteste di piazza, è stata la tacita alleanza tra il governo, la dirigenza indigena, i sindacati, i partiti di tutti i colori e i media, per disinnescare un conflitto che avrebbe potuto far scattare le lotte della classe operaia.

Tutte le opzioni che si prospettano in Ecuador convergono sul piano elettorale, dalle già risibili assemblee costituenti ai “tavoli di dialogo”. Questo è quanto si offre alle masse lavoratrici: la conferma dell’oppressione capitalista, con governi controllati da partiti di destra o di “sinistra”.

Anche in Cile il torrente di sofferenti per l’alto costo della vita si è riversato nelle strade, incuranti della presenza dei carabinieri e dell’esercito e del coprifuoco. I salariati e la piccola borghesia, gli abitanti dei quartieri poveri e quelli dei quartieri residenziali della classe media sono scesi in strada. La scintilla è stata l’aumento del prezzo della metropolitana, ma le richieste si sono rapidamente concentrate su tutte le componenti del costo della vita: elettricità, acqua, telefono, istruzione, assistenza sanitaria, fondi pensione, ecc.

Le richieste salariali non sono emerse con chiarezza, sia per l’influenza della piccola borghesia, sia per la manipolazione delle informazioni da parte dei media forti delle “analisi” degli intellettuali borghesi, sia per il ruolo insidioso dei sindacati del regime. Invece, quando attraverso i media i partiti politici parlamentari hanno cominciato a influenzare il movimento, sono state messe in primo piano le false soluzioni tipiche della democrazia: un’assemblea costituente per modificare la costituzione, la destituzione dei ministri, le dimissioni del presidente, le elezioni anticipate.

Sebbene i partiti di “sinistra” e le centrali sindacali abbiano dichiarato di essere d’accordo con la richiesta di uno sciopero generale, non hanno intrapreso alcuna azione per la sua attuazione pratica. Il Partito “comunista” del Cile e la Centrale Unitaria de Trabajadores (CUT Cile) hanno invece avanzato la richiesta di un’Assemblea Costituente. Anche il governo, appoggiato dalle Forze Armate e dal Parlamento, ha proposto un referendum facendo intravvedere una serie di alternative di riforma della Costituzione, mantenendo il funzionamento dell’attuale governo e senza provvedimenti immediati per rispondere alle richieste di miglioramenti salariali e alle altre richieste avanzate dalle varie espressioni organizzate del movimento.

Queste sono raggruppate nella cosiddetta “Unità Sociale”, che comprende l’Associazione Nazionale dei Lavoratori Fiscali (ANEF), il CUT, il No+AFP (un movimento che si oppone alla gestione ai privati dei Fondi Pensione e chiede che sia restituita allo Stato), l’Associazione degli Insegnanti, l’8M (un coordinamento femminista) e più di 100 movimenti sociali cileni.

Ma la sospensione dell’aumento delle tariffe della metropolitana e l’annuncio del governo del referendum per la riforma della Costituzione non hanno fermato i disordini: grandi mobilitazioni, sebbene represse, sono continuate, dimostrando che ci sono contraddizioni molto più profonde che minano la pace sociale della cosiddetta “Oasi dell’America Latina”.

A partire dal 25 novembre, i lavoratori portuali sono scesi in sciopero anticipando lo sciopero generale indetto dalla CUT per il giorno dopo. Ma in Cile la classe operaia non è chiaramente visibile in queste massicce mobilitazioni. Nei media i volti dei manifestanti che hanno dominato la scena erano quelli della piccola borghesia, mettendo in evidenza i “giovani disoccupati” e gli “studenti”, universitari e delle scuole superiori, che saltano i tornelli della metropolitana di Santiago e invitano solo la popolazione a non pagare, “eludir”, svicolare.

Il malcontento sociale è stato incanalato nella via elettorale anche in Colombia, nelle elezioni regionali, in Argentina e in Uruguay, qui nelle presidenziali: il voto ha evidentemente favorito le opposizioni, sfogando come sempre il malcontento dei lavoratori nella palude-trappola democratica.

In Colombia il 21 novembre si è tenuto uno sciopero nazionale, indetto da un Comitato Nazionale di Sciopero formato dai sindacati, dai capi degli studenti e degli indigeni; hanno risposto in migliaia in 32 dipartimenti e in più di 500 comuni, superando nettamente le aspettative di chi l’aveva indetto. Le mobilitazioni hanno riempito le strade e le piazze e nel pomeriggio si sono trasformate in scontri con la polizia col governo che ha decretato il coprifuoco. Nonostante questo e la presenza dell’esercito nella notte la manifestazione è continuata davanti alla residenza del presidente Duque.

Le richieste che riferivano i media erano principalmente il “rifiuto della corruzione” e il pacchetto di misure economiche e di riforma del lavoro promosso dal governo di Duque. I sindacati svelano che il governo cerca di eliminare il fondo pensionistico statale (Colpensiones) per passare i contributi delle imprese e dei lavoratori a fondi privati, un “modello” che dicono sia già fallito in Cile. Gli studenti chiedono maggiore accesso all’istruzione e lamentano la brutalità della polizia; i rappresentanti degli indigeni, i capi sociali ed ex guerriglieri esigono il rispetto del processo di pace e denunciano il continuo massacro degli indigeni.

La riforma del lavoro presentata in Parlamento dal partito Centro Democratico, a cui fa parte il presidente, fra l’altro autorizza il lavoro a tempo parziale ai giovani tra i 18 e i 28 anni, alle donne oltre i 57 anni e agli uomini oltre i 62 anni, con i contributi previdenziali e assistenziali ridotti in proporzione al tempo lavorato.

Le mobilitazioni sono proseguite spontaneamente e le organizzazioni sindacali, studentesche, indigene e dei partiti di opposizione hanno costituito un Coordinamento per promuovere nuove azioni di protesta ed esigere che il governo dialoghi direttamente con loro e non con i partiti tradizionali. Le mobilitazioni e gli scioperi sono proseguiti fino alla fine dell’anno.

Si sono avute mobilitazioni anche a Panama, dove sono state respinte la privatizzazione dell’istruzione e diverse modifiche alla Costituzione. Anche qui il presidente Laurentino Cortizo ha mostrato di acconsentire alla convocazione di un’Assemblea Costituente, i cui membri vergherebbero una nuova “Magna Carta”.

Ad Haiti si sono avuti più di 16 mesi di proteste contro l’aumento dei prezzi degli alimentari e la corruzione del governo e avanzando alcune rivendicazioni, con la paralisi in settori come l’istruzione, la salute e i trasporti. Come in tutti gli altri Paesi, si sono lamentati molti morti, feriti e arresti.

In Brasile le mobilitazioni si sono concentrate sulle quastioni procedurali e giudiziarie, per le dimissioni del governo, il rilascio dell’opportunista Lula e lo svolgimento di elezioni. Lula è stato infine rilasciato, incanalando così il malcontento nelle elezioni presidenziali.

In Bolivia lo scontro sociale, guidato dall’opposizione, si è limitato alla denuncia dei brogli elettorali, alla richiesta di dimissioni di Evo Morales e allo svolgimento di nuove elezioni. L’opposizione di destra è riuscita ad ottenere il sostegno della polizia e di parte delle Forze Armate. Quindi, sotto questa pressione e quella dell’Organizzazione degli Stati americani, il presidente ha proposto nuove elezioni presidenziali e di ricomporre la guida del Tribunale supremo elettorale. Ma questo non ha placato la situazione e si è arrivati alla caduta del governo e al colpo di Stato delle forze armate che hanno imposto le dimissioni di Evo Morales, del suo vicepresidente, del presidente del Senato e del presidente della Camera dei deputati, dando luogo ad un governo di transizione in vista di nuove elezioni.

Di fronte alle mobilitazioni contro il nuovo governo si è scatenata una dura repressione con un massacro dei manifestanti che rifiutavano l’autoproclamato presidente ad interim e chiedevano il ritorno di Evo Morales. Il 15 novembre il nuovo governo ha approvato un decreto che solleva le Forze Armate da ogni responsabilità nel ristabilire l’ordine interno e la stabilità nella nazione, libere quindi di reprimere e assassinare i manifestanti.

È lo scontro per il controllo del gas, del litio e di altre materie prime che ha portato a questo avvicendarsi al governo della Bolivia. Con l’intervento dell’Onu i vari attori politici sono stati portati a trattare e hanno accettato di andare a nuove elezioni presidenziali, soluzione classica sempre imposta dalla borghesia nelle crisi sociali.

In Venezuela le proteste, isolate e represse, sono state messe in ombra dallo scontro mediatico sui negoziati tra governo e opposizione in vista di nuove elezioni per il parlamento, per la presidenza della repubblica e il rinnovo degli altri poteri pubblici.

Il governo borghese “di sinistra” dei chavisti ha messo in pratica, con buoni risultati, una macchina propagandistica che li presenta ai lavoratori e alla piccola borghesia come difensori del “socialismo democratico e partecipativo” e promuove quella elettorale come l’unica via d’uscita dalla crisi nella quale il “capitalismo selvaggio” ha fatto sprofondare le masse in Venezuela.

Contemporaneamente alla perorazione contro il “capitalismo” però, riduce drasticamente le assunzioni collettive e scioglie le poche organizzazioni sindacali che hanno osato avanzare delle richieste, nel settore pubblico e in quello privato. Gli aumenti salariali previsti nei contratti collettivi sono stati sostituiti da “bonus” che il governo paga a sua discrezione, senza considerare l’effetto dell’inflazione sui salari reali. Questo mette la comunità imprenditoriale in un paradiso con un salario minimo mensile inferiore a 4 dollari. Questa politica è integrata dalla consegna di cestini di alimenti a prezzi sovvenzionati, attraverso programmi di distribuzione nei quartieri e nelle aziende.

In ogni paese lo Stato ha dimostrato la ferocia del suo apparato repressivo poliziesco e militare. Il numero di morti, feriti, mutilati e arrestati cresceva di giorno in giorno e ha smascherato l’essenza borghese della democrazia, del nazionalismo e di tutti gli apparati delle istituzioni internazionali come l’ONU, l’Organizzazione degli Stati Americani e la Commissione Interamericana dei Diritti Umani. Alla fine, con il sangue e il piombo, i governi garantiranno gli interessi della borghesia, siano essi guidati da fazioni di destra o di “sinistra”.

I profondi “analisti politici” di sinistra e di destra lo descriveranno come uno scontro tra neoliberismo e keynesismo, e le riforme salvifiche dei demagoghi di entrambi i fronti borghesi si riassumeranno in più democrazia, riforme costituzionali e qualche demagogico, minimo e provvisorio provvedimento a conforto delle condizioni di vita delle masse oppresse dal capitale.

In tutta l’America Latina, ogni paese con in tempi diversi, le riforme del lavoro sono andate avanti per abbassare ulteriormente il costo del lavoro e difendere i margini di profitto delle imprese. La “sinistra”, keynesiana, ha cercato il modo di fare marcia indietro sulle sue misure stataliste e di dare energia al mercato, aprendo spazi per le imprese private, nazionali e transnazionali, e liberalizzando i prezzi di prodotti e servizi che erano stati regolamentati o sovvenzionati. La destra neoliberale ha cercato il modo di concedere qualcosa alle politiche sociali per assistere i settori della popolazione più colpiti dalla crisi. Ma entrambe le parti borghesi, destra e sinistra, che si offrono e manovrano per andare ad amministrare gli interessi della borghesia al governo, dovranno affrontare la svalutazione delle loro monete rispetto al dollaro, la crescita dell’inflazione, l’aumento del debito estero, la riduzione del PIL e, con esso, l’aggravarsi degli effetti devastanti sulle masse: fame, disoccupazione, bassi salari, impoverimento e proletarizzazione della piccola borghesia e dei ceti medi, ecc.

Il movimento operaio cerca di reagire alla sua base con lotte sparse che non nascono necessariamente dalle organizzazioni sindacali ma anche da organismi più elementari ed effimeri (comitati di lotta, ecc.). Le centrali sindacali del regime o voltano le spalle ai conflitti, come in Venezuela, in Uruguay e in Bolivia, dove sostengono il governo, oppure fanno proprie le richieste dei lavoratori, ma per fermare le lotte e orientare le richieste verso il marcio ambiente parlamentare.

In questo spicca il sindacalismo argentino che utilizza la mobilitazione dei lavoratori a sostegno della campagna elettorale del neoeletto presidente.

Anche in Cile, con il grado di agitazione raggiunto dalle masse, i lavoratori del porto e delle miniere di rame sono stati molto attivi, ma la loro dirigenza sindacale, pur avendo finito per sostenere la richiesta di uno sciopero generale, è rimasta in linea con gli slogan “fuori Piñera” e “Assemblea Costituente”. Anche per i trotzkisti del MST quanto di più “radicale” è liberarsi di Piñera; il loro “radicalismo” è lo stesso di quello praticato in Argentina, dove si pongono come opzione tra Macri e Fernandez, cercando di far passare per socialista il loro programma interclassista e la loro tattica elettorale e parlamentare. Ugualmente i sindacati di regime in Colombia hanno presentato una lista di richieste, inserita in quella dell’interclassista Comitato Nazionale della Disoccupazione, nella quale manca quella di aumento dei salari.

I partiti politici che si definiscono “socialisti” e “comunisti” hanno mostrato la loro tragica esitazione in Cile e in Ecuador, partecipi per decenni alle politiche antioperaie e alla rete della corruzione parlamentare dei governi precedenti. Al momento della radicalizzazione della situazione sociale gli opportunisti di tutti i colori non possono assecondare le lotte per portarle all’altezza delle loro parole “rivoluzionarie” e “proletarie”. Nel momento della radicalizzazione sociale tutti questi partiti e sindacati, integrati nella democrazia e nello Stato borghese, si pongono in difesa del capitalismo, di fatto se non apertamente.

Tutti questi sommovimenti che si sono conclusi nel 2019 in America Latina ci danno un’indicazione delle prime manifestazioni sociali e prodotte dallo sviluppo della crisi capitalista nel continente. Non sempre le demagogie di destra e di sinistra, al servizio della borghesia, saranno in grado di contenere e orientare verso la democrazia e il capitalismo il malessere delle classi inferiori.

La crisi economica del capitalismo va accumulando sempre più le condizioni materiali per la ripresa della lotta proletaria di classe, verso un futuro di guerra civile e di insurrezione rivoluzionaria. Oggi tutto il movimento nella regione è stato condotto idealmente dalla piccola borghesia, dagli strati della classe media gettati dalla crisi capitalistica nel precipizio dell’impoverimento e della proletarizzazione, perdendo l’accesso a beni, servizi e benefici che conferivano loro un migliore status sociale. In tutta la regione la classe operaia ha così partecipato alle mobilitazioni e alle azioni di strada accodata alla piccola borghesia e alle sue richieste democratiche. La classe operaia è riuscita in alcuni casi ad avanzare le sue richieste economiche, ma queste hanno finito per diventare un riempitivo, parte delle richieste centrali tipiche della piccola borghesia.

Ma la paura della borghesia e dei diversi partiti e movimenti integrati nel sistema borghese e parlamentare è che tutta questa agitazione finisca per svegliare il gigante addormentato, che la classe operaia si muova, verso l’unità d’azione, partendo dalla base, per passare dalle sue rivendicazioni alla lotta politica. La rottura con i sindacati di regime e con i vari partiti opportunisti permetterà al proletariato di uscire dal pantano democratico in cui è stato troppo a lungo trattenuto e di riprendere la sua storica strada. E l’organizzazione nel partito comunista internazionale, il partito del proletariato, permetterà di portare la lotta alla rottura radicale con il capitalismo, sul terreno della rivoluzione per la realizzazione del programma comunista.

I lavoratori salariati ritroveranno la strada della loro organizzazione sindacale, dell’unità d’azione in ogni lotta per la loro difesa immediata, base necessaria per il “salto” alla lotta politica. I comunisti rivoluzionari promuovono costantemente l’organizzazione dei salariati in sindacati di classe, organismi di lotta operaia aperti a tutti i lavoratori senza distinzione di mestiere, razza, nazionalità, credo religioso o opinione politica, capaci di unire il proletariato nella sua lotta quotidiana contro lo sfruttamento capitalistico, senza essere rinchiusi tra le mura di una singola azienda e presentando richieste che interessano tutta la classe, da ottenere tramite lo sciopero a tempo indeterminato e senza preavviso e con una mobilitazione unitaria, armi principali per affrontare la borghesia e i suoi governi.

Allo stesso tempo noi comunisti rivoluzionari ci preoccupiamo di approntare lo strumento politico del proletariato, l’espressione della sua organizzazione in “classe per sé”, il Partito Comunista Internazionale, in condizioni di affrontare la lotta per la presa del potere politico per condurre verso il comunismo.

Tutte queste ribellioni che insorgono in tutto il mondo, e che oggi ogni opportunismo fa proprie, finiranno per cedere il posto alla lotta di classe del proletariato, liberato dagli impicci dei fronti interclassisti e dai pantani parlamentari ed elettorali, per combattere come unica classe veramente rivoluzionaria.

 

 

 

 

 


Caracas
Il chavismo critico si nasconde dietro l’antimperialismo

Una conferenza pubblica dal titolo “Economia in tempo di guerra” si è tenuta lo scorso 8 ottobre a Caracas, una città dove opera una delle tante fazioni chaviste etichettate come “chavismo critico”.

L’oratore ha incentrato la presentazione su quella che il governo chavista definisce “guerra economica”. Ha denunciato un presunto patto tra vari settori borghesi per sabotare la economia – come se questo tipo di imbrogli non fosse qualcosa di immancabile nella lotta permanente fra le frazioni borghesi – esponendo la storia della politica economica del governo negli anni del suo mandato e addentrandosi nei dettagli di questa “guerra”.

In queste pose difensive il chavismo – “critico” o meno – si presenta, com’è tipico dell’opportunismo, come un capitalismo sì, ma cavalleresco, avversato in una offensiva “non corretta” da parte dell’opposizione “borghese”.

Come sappiamo questo è diventato il pretesto del chavismo per giustificare la grave situazione di iperinflazione e di rovina sociale ed economica che la classe operaia sta attualmente soffrendo.

Da bravi politicanti i chavisti sanno approfittare a loro favore, o almeno ci provano, del malcontento per la crisi capitalistica nazionale. Attingono all’apparato dello Stato borghese che controllano e alle sue grandi risorse per comprarsi la simpatia dei più bisognosi, resi dipendenti dalle loro misere elemosine. Il totale controllo dei media gli garantisce, con una insistente propaganda, oltre che il sostegno alle loro politiche, la diffusione di una macedonia di ideologie e politiche reazionarie, vendute come rivoluzionarie.

Al forum l’oratore ha proposto una serie di misure – tutte di tipo capitalistico – per “difendere” l’economia dai vari atti “bellicosi”, provvedimenti non diversi dalle correzioni adottate da ogni governo di fronte agli stessi problemi.

I nostri compagni che erano presenti, hanno potuto esporre in un intervento la critica comunista e rivoluzionaria alle falsità di questa presunta guerra economica e, con una azione puntuale e ben predisposta, hanno anche distribuito la nostra stampa a tutti i presenti.

 

 

 

 

 

  

PAGINA 8
Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx
(Continua dal numero scorso)

10. Filippo Buonarroti

Rapporto predisposto per la riunione generale del gennaio 2017

Filippo Buonarroti nasce a Pisa l’11 novembre 1761 da una famiglia del patriziato, nella Toscana del tempo gradino superiore alla nobiltà, in quanto discendente da Michelangelo Buonarroti. Patriziato e ricchezza non necessariamente coincidevano, per cui suo padre si trova spesso a alle casse del Granduca. Filippo segue un corso di matematica e filosofia alla Badia Fiorentina, presso i monaci benedettini cassinesi. Il padre Leonardo fa nominare il figlio cavaliere di Santo Stefano nel 1778, al che Filippo deve tornare a Pisa dove si iscrive alla facoltà di giurisprudenza.

Nel 1780 il giovane parte improvvisamente per Marsiglia dove per fame si arruola in una sorta di legione straniera, il reggimento Royal‑Italien, e torna a casa per le suppliche della famiglia al Granduca, che paga per annullare l’ingaggio militare. Nel 1782 nello stesso giorno si laurea e si sposa, in nozze mal viste dalla famiglia propria e da quella della sposa. Da queste nozze nasceranno quattro figlie e un figlio, il reazionario Cosimo, che sarà poi ministro di Leopoldo II. Dopo il matrimonio si stabilisce a Firenze dove apre una libreria, che chiude nel 1786 dopo un intervento della polizia. Si dà quindi al giornalismo con analoga scarsa fortuna. Nel 1787 si iscrive alla massoneria, fatto che nella Toscana del tempo non equivaleva ad un gesto rivoluzionario. La moglie lascia il marito e la Francia nel 1792 per tornare in Toscana, e Filippo due anni dopo inizia una convivenza con un’altra italiana, che dura venti anni.

La rivoluzione del 1789 esercita su Buonarroti, come su molti altri, un enorme influsso. Egli stesso dirà all’Alta corte di giustizia di Vendôme, dopo l’arresto e il fallimento della cospirazione del 1796:
     «Era sotto il dispotismo più duro che la mia anima si nutriva nel silenzio dei pensieri della libertà. Rousseau fu il mio maestro. I dogmi dell’eguaglianza e della sovranità popolare infiammarono il mio spirito e fin da quel momento ebbi la persuasione profonda che fosse dovere di un uomo da bene il concorrere al rovesciamento del sistema sociale che opprime l’Europa civile, per sostituirvi un ordine conservatore della dignità e della felicità di tutti.
     «Da lungo tempo attendevo il segnale, esso fu dato. Alcuni articoli della prima Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino confermarono le mie speranze, e finirono di infiammarmi (...) Giurai di difendere la libertà. Abbandonando famiglia e beni, mi recai presso i Corsi, vicini del mio paese natale, famosi per la loro antica e perpetua lotta contro l’oppressione».

Nell’ottobre 1789 infatti abbandona la Toscana per la Corsica dove, a Bastia, a partire dall’aprile 1790, pubblica il “Giornale Patriottico di Corsica”, primo periodico rivoluzionario in lingua italiana. Qui Buonarroti si pronuncia per una società agricola egualitaria, sulla scia di Mably condanna il commercio e l’industria, sostiene la religione naturale contro le religioni rivelate, ed il principio rousseauiano della volontà generale.

Messo a capo dell’ufficio affari ecclesiastici e beni nazionali, nel giugno 1791 è costretto dai sanfedisti di Bastia a fuggire e tornare per breve tempo in Toscana, da cui l’anno successivo è definitivamente bandito. È quindi naturalizzato francese con un decreto speciale della Convenzione. Lavora per il Consiglio Generale di Corte ed è membro della locale Società degli Amici della Costituzione e poi degli Amici del Popolo. Stringe amicizia con dei giovani rivoluzionari come Cristoforo Saliceti ed i fratelli Giuseppe e Napoleone Bonaparte.

Buonarroti, insieme agli ultimi tre menzionati, sostiene una piena integrazione della Corsica nella Francia rivoluzionaria, per cui la grande ammirazione per l’eroe corso Pasquale Paoli, condannato all’esilio, diventa diffidenza e poi aperta ostilità quando quest’ultimo in nome della libertà della Corsica, finisce per combattere contro la Francia rivoluzionaria alleandosi con l’Inghilterra. Nel “Giornale patriottico di Corsica” appare anche l’idea di una possibile rigenerazione dell’Italia in stretto accordo con la Francia rivoluzionaria. Nel gennaio 1793 partecipa ad una spedizione francese contro la Sardegna, a cui partecipa anche il giovane Napoleone. Questa spedizione prende le isolette di San Pietro e S.Antioco ma fallisce nel suo tentativo su Cagliari. Filippo Buonarroti dà agli abitanti di San Pietro, su loro richiesta, una Costituzione sul modello francese.

Nel maggio 1793 Buonarroti arriva a Parigi dove, sembra, entra in dimestichezza con Maximilien Robespierre e sicuramente in amicizia con suo fratello Augustin. Ottiene, come già detto, la cittadinanza francese. La Corsica è ormai perduta, Tolone è preda degli inglesi, Lione è in mano alla rivolta federalista anti‑giacobina. Buonarroti denuncia il tradimento di Pasquale Paoli e viene incaricato di recarsi in Corsica, ma può arrivare solo a Lione, dove viene messo in prigione per qualche giorno; compie un ultimo tentativo con Giuseppe Bonaparte nel 1794 con esito analogo.

Buonarroti è quindi nominato agente rivoluzionario dell’esercito d’Italia, poi commissario nazionale dei territori occupati ad Oneglia dal 9 aprile 1794 al 19 febbraio 1795. Oneglia e Loano erano delle enclave all’interno della Repubblica di Genova appartenenti ai Savoia, e quindi al Piemonte del reazionario re Vittorio Amedeo III. Qui Buonarroti promuove una educazione gratuita e popolare, istituisce un tribunale rivoluzionario e combatte i diritti feudali. Ad Oneglia arrivano repubblicani, allora definiti tutti giacobini, da varie parti d’Italia, e in particolare dal Piemonte e dal regno di Napoli, dove i moti rivoluzionari sconfitti spingono alla diaspora chi riesce a sfuggire alle condanne a morte e al carcere. In particolare gli esuli napoletani impressionano favorevolmente Buonarroti che, il 27 giugno 1794, in una lettera ai rappresentanti del popolo presso l’armata d’Italia, scrive: «Quanto ai napoletani, a eccezione di quelli che ho fatto arrestare, credo che si possa contare sugli altri: sono tutti giovani ardenti ed istruiti; quelli che su vostra autorizzazione sono stati impiegati si distinguono per il loro zelo e la loro attività. Ciò mi fa pensare che, se l’Italia è destinata ad essere libera, la vera rivoluzione comincerà sotto il clima ardente del Vesuvio».


Un comunista per la rivoluzione in Italia

Spendiamo alcune parole su un fatto noto agli storici ma volutamente ignorato dalla maggior parte di essi e da tutta l’italica borghesia che lo trova sicuramente molto sgradevole. Pensiamo ai fiumi d’inchiostro e a tutta la retorica patriottica che la borghesia italiana, prima liberale poi fascista quindi democratica, ha riversato sul Risorgimento, termine già retorico, che designa quel processo che ha portato all’unificazione dell’Italia. Ebbene, alle origini del Risorgimento c’è un comunista, Filippo Buonarroti, che ad Oneglia, nel 1794, per la prima volta riunisce rivoluzionari di tutta Italia, di varie tendenze, ma quasi tutti sostenitori della necessità di costruire una repubblica unitaria. Da ricordare a tutti coloro che hanno parlato e parlano di Fronti popolari, di unità anti‑fascista e di alleanze del proletariato con settori presunti avanzati della borghesia, che quest’ultima, nella sua storia, ha mostrato di essere troppo vigliacca anche per fare la sua rivoluzione. Come nella Rivoluzione francese e nel 1848, anche nel Risorgimento italiano la borghesia ha sempre mandato avanti i diseredati: le plebi cittadine sanculotte e i contadini, poi i proletari; solo lo stato maggiore era costituito dalla borghesia, che si impadroniva dei frutti della vittoria. Pensare che una classe troppo vigliacca per fare la sua rivoluzione possa aiutare il proletariato a fare la propria è ridicolo, se non, nella vicenda storica, tragico.

Per Buonarroti al centro c’è la rivoluzione, e l’auspicata repubblica unitaria italiana fa parte del disegno di avere ai confini della Francia delle repubbliche sorelle, alleate nella prospettiva di buttare giù i re e i despoti vari ancora al potere in Europa. La linea di governo robespierrista, portata avanti da Buonarroti ad Oneglia, è al tempo stesso prudente e gradualista, e cerca di non urtare il sentimento religioso delle masse, senza per questo rinunciare a celebrare solennemente la festa dell’Essere Supremo.

Nell’agosto incita i contadini dei feudi del marchese di Balestrino a non pagargli i tributi; i contadini si ribellano e saccheggiano il castello, e Buonarroti confisca i beni del marchese. Questi, pur titolare di feudi nel dominio sabaudo, cittadino della Repubblica di Genova, allora in pace con la Francia, protesta con il rappresentante francese a Genova. Dopo il Termidoro la posizione di Buonarroti è ovviamente difficile, e il Direttorio nel marzo 1795 approfitta di queste accuse per destituirlo e nell’aprile rinchiuderlo nella prigione del Plessis in quanto “partigiano del sistema del terrore e dello spopolamento”.

Il carcere è quasi sempre una scuola per i rivoluzionari, anche se ne farebbero volentieri a meno. Scrive Buonarroti: «coloro che l’aristocrazia vi aveva gettati vivevano frugalmente nella più intima fraternità, erano orgogliosi delle loro catene e della loro povertà, conseguenza della loro devozione alla patria, si dedicavano al lavoro e allo studio, e non conversavano se non delle sventure della patria e dei mezzi per farle cessare.»

Il 26 ottobre 1795 il nostro esce di prigione per un’amnistia concessa dal Direttorio in funzione anti‑realista, e possiamo dire che, a questo punto, l’evoluzione già iniziata dal giacobino robespierrista al comunista egualitario è compiuta. Abbiamo già detto come per Buonarroti tutti questi termini fossero sinonimi.

Il fatto che il nostro fosse rimasto ad Oneglia anche dopo il Termidoro è dovuto al fatto che il Direttorio cerca di servirsi dei giacobini, uccisi e perseguitati in Francia, per perseguire quello che sta allora diventando l’interesse nazionale, ormai separato dalla rivoluzione; questo interesse è di raggiungere le “naturali” frontiere nazionali e di renderle sicure, e di trarre da questi nuovi territori finanziamenti e tutto quanto si rende necessario per sostenere le necessità delle armate francesi. Quelli che per i giacobini erano popoli fratelli, per la borghesia termidoriana sono innanzitutto contribuenti forzati.

Abbiamo già parlato del Club del Pantheon e della “Cospirazione per l’eguaglianza detta di Babeuf”, ricordiamo solo che, a differenza di quest’ultimo, Buonarroti è sempre stato un sostenitore convinto di Robespierre. Nei primi mesi del 1796, mentre prepara l’insurrezione, Buonarroti segue con attenzione la situazione italiana, appoggiando (come anche in Olanda, allora chiamata repubblica Batava, ed altrove) i giacobini contro i repubblicani moderati, sostenuti dal Direttorio. Scrive, in forma anonima, “La pace perpetua con i re” dove condanna ogni “politica diplomatica” e ogni “preteso equilibrio” verso le monarchie europee, che vanno solo sconfitte, a partire dall’Austria e dall’Inghilterra. A questo scopo i repubblicani francesi debbono aiutare quei popoli che chiedono la libertà, e che diverrebbero i loro migliori alleati, comportandosi come liberatori e non conquistatori o razziatori.

Buonarroti non si fa nessuna illusione su Barras e colleghi del Direttorio, ma il tentativo di rovesciare quest’ultimo è tutt’uno con l’azione rivoluzionaria in Italia e nelle altre repubbliche sorelle. Per quanto riguarda l’Italia, Buonarroti ritiene che la rivoluzione debba avere un programma relativamente moderato rispetto alla Francia, data la diversità di condizioni. Il nostro scrive delle “Note sull’Italia” che consegna a Delacroix, ministro degli esteri del Direttorio, il quale le passa a Bonaparte. Il Direttorio, dato il fallimento dei tentativi di pace con il re di Sardegna, decide di appoggiare il progetto di Buonarroti e dei repubblicani piemontesi contro il regno sabaudo.

Il 22 marzo 1796 Buonarroti ottiene dal Direttorio una missione speciale presso l’armata d’Italia, che egli rimanda in vista dell’insurrezione; la missione poi non ha più luogo per l’arresto suo, di Babeuf e degli altri capi del tentativo insurrezionale il 10 maggio.

Dalla “Storia dell’Italia moderna” di Giorgio Candeloro, leggiamo: «Effettivamente la politica estera che il Direttorio nel suo primo periodo di esistenza voleva seguire, quella cioè di alcune conquiste al solo scopo di spremere finanziariamente i paesi occupati e di farne poi una merce di scambio nelle trattative con l’Austria per il raggiungimento dei “confini naturali”, urtava contro l’interesse dei generali e dei fornitori dell’esercito i quali miravano a prolungare la guerra e ad estendere le conquiste per ottenere avanzamenti di grado, accrescere i loro guadagni leciti o illeciti, saccheggiare a loro vantaggio i paesi occupati. A questa spinta militaristica si aggiunse la pressione che veniva da parte dei gruppi giacobini dei paesi occupati e degli esuli che vivevano in Francia, tendente ad ottenere la formazione di repubbliche “sorelle ed alleate” della Repubblica francese. Quindi, nonostante il fallimento del tentativo buonarrotiano in Piemonte, nonostante l’ostilità che in generale tali progetti trovavano negli uomini del Direttorio a causa del legame che esisteva tra l’ala più decisa del giacobinismo italiano e i babuvisti, l’azione dei gruppi patriottici italiani poté conseguire qualche risultato parziale, perché fu favorita in una certa misura dal Bonaparte, il quale nel quadro del contrasto tra la politica del Direttorio e la tendenza espansionistica dei gruppi militaristici svolse una politica mirante a gettar le basi del proprio potere personale».

Molti anni dopo a Sant’Elena, secondo il generale Bertrand, Napoleone avrebbe detto: «Buonarroti era un livellatore così lontano dal mio sistema (...) Tuttavia avrebbe potuto essermi utile nell’organizzazione del Regno d’Italia».

Tra le carte di Babeuf fu trovato un appunto: «Occorre inviare a Saliceti dei poteri per fare arrestare all’armée d’Italie i generali traditori e purgare tale armata».


Patria - Nazione - Internazionalismo

Così come il Direttorio e Bonaparte cercano di servirsi di Buonarroti e dei giacobini francesi ed italiani, allo stesso modo questi ultimi cercano di servirsi dei primi e dei contrasti che tra essi sorgevano per perseguire i propri fini rivoluzionari. Non c’è alcuna reale alleanza, così come non ci sarà un’alleanza tra Lenin e il Kaiser nella famosa vicenda del vagone piombato.

Dal cosmopolitismo settecentesco nascono ora i primi germogli di internazionalismo. L’idea di patria e di nazione in senso moderno, che si affermano a seguito della rivoluzione francese, per Buonarroti non sono fini a se stesse. Certamente per lui le varie repubbliche democratiche ed egualitarie auspicate, a partire da quella italiana, hanno grande valore di per se stesse, ma debbono essere subordinate a qualcosa che ha più valore ed importanza di tutto il resto, cioè la rivoluzione. Rivoluzione che, come abbiamo già visto, per Buonarroti necessita di un unico centro direttivo composto di pochi uomini o anche di uno solo, centro valido per la Francia e per tutti gli altri paesi coinvolti nella rivoluzione. Evidentemente non crede nelle “vie nazionali” al giacobinismo, né al giacobinismo “in un solo paese”.

Dal suo scritto più volte citato: «S’iniziava allora quella brillante campagna d’Italia, che aperse a un audace soldato la via del potere supremo. L’amore della libertà cominciò da quell’epoca a cedere il posto, nel cuore dei francesi, a quello della gloria militare e delle conquiste, che fu più tardi la causa più attiva delle loro sventure e del loro totale asservimento. Secondo ogni apparenza, il successo della cospirazione di cui si è letto il racconto, strappando il potere agli uomini deboli e corrotti che l’esercitavano dopo il 9 Termidoro, avrebbe restituito alla Repubblica il vigore dei suoi primi anni, ed è presumibile che il popolo francese, fuggendo così ai complotti aristocratici ai quali dovette soccombere, sarebbe stato salvato dall’ambizione di Bonaparte e dalle funeste conseguenze di quelle spedizioni lontane, dalle quali i re coalizzati trassero così grande opportunità di respingerlo sotto il giogo dei suoi vecchi padroni, scatenando contro di lui, con l’aiuto di insidiose promesse di libertà, parecchie nazioni ridestate dal rumore della rivoluzione, ed inasprite dai malanni d’una guerra d’invasione e di spoliazione».

Nel 1797 Buonarroti, con altri sette, viene condannato alla deportazione a vita, all’età di 36 anni. Babeuf e Darthé alla pena di morte, il primo ha 37 anni, il secondo 27. Buonarroti, Germain, Moroy e Blondeau sono rinchiusi nel carcere dell’isola Pelée a Cherbourg, in attesa di essere deportati in Guyana, cosa che per fortuna non avviene. Dopo tre anni, e dopo il colpo di Stato di Napoleone del 18 Brumaio, i quattro sono trasferiti al confino sull’isola di Oléron, dove Buonarroti per sopravvivere comincia a dare lezioni di musica. Nel 1803, dopo altri tre anni, è trasferito a Sospello, nelle Alpi Marittime. Nel 1806 ottiene il permesso di trasferirsi, in residenza sorvegliata, a Ginevra, che allora fa parte del dipartimento del Lemano dell’Impero francese.


Le società segrete - Il centralismo

Scrive lo storico Armando Saitta: «al cuore del deportato era pur sempre la patria di Rousseau e ivi egli rimase sino alla primavera del 1824, con la breve parentesi negli anni 1813‑14 di un forzato trasferimento a Grenoble ordinato dalla polizia imperiale, messa in allarme dall’attività massonica che Buonarroti svolgeva nella loggia degli Amici Sinceri».

Il prefetto del Lemano Capelle scrive a Parigi: «Buonarroti è tuttora quello che fu quando cospirò insieme a Babeuf. Dando lezioni di musica e d’italiano, vive a Ginevra agiatamente; ma da sei anni che egli è qui, sotto la vigilanza della polizia, non ha cessato mai di fomentare l’odio contro il governo; cerca di ispirare questo odio ai suoi discepoli e vi riesce tanto più facilmente, perché il repubblicanesimo è la malattia del paese». Il prefetto scrive che ha avuto dal sorvegliato, trasferito a Grenoble, la promessa di restare tranquillo, ma, aggiunge: «Perché questa promessa venga mantenuta, bisognerebbe rifargli la testa».

Nel 1799 in opposizione alla massoneria, ormai collusa col potere, sorgono, come una sorta di anti‑massoneria, le sette dei Filadelfi e degli Adelfi, poi fuse nell’unica Adelfia. Già a Sospello (1803‑1806) Buonarroti ha contatti con i Filadelfi, affine ai quali era la loggia ginevrina degli Amici Sinceri. L’Adelfia è invece influenzata, più che da lui, da Luigi Angeloni, suo amico ed ex tribuno della repubblica romana. Creazione del Buonarroti, con il declino dell’Adelfia, è invece la setta dei Sublimi Maestri Perfetti, poi chiamata Mondo.

Torniamo allo storico Armando Saitta: «Passando dall’Adelfia ai Sublimi Maestri Perfetti, la società segreta da orizzontale si trasforma in verticale e diventa un “ordine”: ossia, la gerarchia delle funzioni si allarga sino a diventare gerarchia di gradi, gerarchia nel possesso della verità e dell’autentico programma che s’intende realizzare. Fu questa la tipica riforma buonarrotiana: la setta continua sì ad essere un’arma di urto contro il mondo che s’intende abbattere, così come lo era stata l’Adelfia, tipica confluenza di giacobini e militari; ma al tempo stesso essa diventa una palestra per lo sviluppo di quella “filosofia” che deve rendere possibile la riforma della società».

Sotto la dittatura napoleonica, e poi sotto la Restaurazione, la società segreta, l’attività settaria è l’unico modo per organizzare gli oppositori sottoposti alla pesante repressione poliziesca. La setta buonarrotiana non ha le caratteristiche di un partito politico moderno, come sarà poi la Giovine Italia mazziniana, dotata di un programma politico pubblico e noto a tutti gli aderenti. La setta assume la forma di una organizzazione di tipo massonico, con gradi di iniziazione a cui corrispondono una diversa comunicazione del programma e un controllo esercitato dall’alto in basso. Scrive Buonarroti nel 1828: «Io penso che debbono esserci più gradi, formanti tra di loro un crescendo di dottrine e di autorità di maniera che dalle idee morali e politiche più semplici si risalga gradualmente alle più complesse e più ardite e che al grado più elevato in dottrina appartenga il diritto di dirigere tutti gli altri».

Scrive lo storico Franco Della Peruta: «L’esigenza di una direzione fortemente centralizzata e segreta, incarnantesi “in un corpo poco numeroso fornito di dottrine precise pure e comuni a tutti i suoi membri”, che implicava l’eliminazione di ogni iniziativa che salisse dal basso verso l’alto e la mancanza delle forme democratiche nell’organizzazione dell’”ordine”, non discendeva soltanto dalla concezione della setta come “un esercito segreto di liberatori” chiamato a rovesciare la coalizione degli oppressori, ma era organicamente saldata alla dottrina buonarrotiana della dittatura che, come si vedrà, avrebbe dovuto reggere e indirizzare inizialmente il movimento rivoluzionario, perché proprio al centro direttivo della società segreta era attribuita anche la funzione essenziale di nucleo della futura autorità dittatoriale».

C’è un documento del Buonarroti, scritto in latino, che parla dei tre gradi della sua società segreta: al primo grado troviamo la religione naturale e una generica eguaglianza; al secondo la virtù rivoluzionaria della sobrietà e la legittimazione del tirannicidio, in pratica gli ideali della repubblica robespierrista dell’anno II; al terzo c’è l’intero programma, l’abolizione della proprietà privata fonte di tutti i mali.

Buonarroti oltre alla sua organizzazione dei Sublimi Maestri Perfetti, o Mondo, fonda anche delle sette secondarie, che possono puntare anche solo ad una monarchia costituzionale, ma dipendono comunque, anche a loro insaputa, dalla società principale con fini, al terzo grado, egualitari.

Gli orientamenti e le direttive del nostro penetrano anche nella Carboneria, sorta attorno al 1812 su altre posizioni, e divenuta anche uno strumento reazionario nelle mani dei Borboni e degli inglesi. Non sappiamo se dovuto all’influsso del Buonarroti, ma la Carboneria, che prima aveva due gradi, apprendista e maestro, alla fine del decennio dispone di un terzo grado, quello di gran maestro, che si dava fra i suoi scopi la legge agraria.

L’organizzazione buonarrotiana è quindi una sorta di Idra con cento teste pericolosa per le polizie, ma anche fragile intrinsecamente. I pochi capi che conoscono il vero programma, hanno sicuramente difficoltà a controllare a lungo uomini condotti all’azione per fini che non conoscono.

Il periodo dell’azione settaria del Buonarroti, che termina con la rivoluzione di luglio del 1830, più che per le possibilità reali di successo, è importante per le forze che riesce a mettere in moto contro i governi della Santa Alleanza. Nel 1823 Buonarroti è espulso da Ginevra e da tutta la Svizzera dalle autorità elvetiche. Questo per le pressioni dell’Austria che, con l’arresto del suo collaboratore Andryane in Italia, scopre il tentativo di riorganizzare la struttura settaria, colpita duramente dalla repressione seguita ai moti rivoluzionari del 1821.

(continua)