Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 401 - 1 maggio 2020
Anno XLVII - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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Aggiornato al 6 maggio 2020
organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 – Nella generale deflazione la materia stessa si ribella alla sua forma di merce. Crolla il prezzo del petrolio
Primo maggio 2020. Il capitalismo - sopravissuto a se stesso - che sfrutta e costringe al contagio la classe operaia può e deve essere abbattuto
PAGINA 2 L’epidemia condanna il capitalismo e ne annuncia la fine, Primi contributi giunti da tutto il partito: Confindustria in guerra, a spese e contro gli operai - Basta una assicurazione! - Il virus negli Usa - Le rivolte nelle carceri - Pandemia e medicina - La mascherine autarchiche - Fake news virali - Democrazia, salute e repressione anti‑operaia - Una lezione di Politica - Conclusione per gli operai
Per il sindacato
di classe
– I lavoratori devono difendersi dalla epidemia e dagli effetti della crisi economica. Salario integrale ai disoccupati.
Come la classe operaia resiste in Italia agli industriali che vorrebbero trascinarla nel turbine mortale della loro crisi.
– Pandemia globale. Da sradicare è il capitalismo (volantino in lingua spagnola)
PAGINA 4 Il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia: (fine) Il movimento cerca di estendersi alle altre categorie - La “tregua di Natale” - Il riflusso nei trasporti - Lezioni da trarre
PAGINA 5 L’interconnessione Siria‑Libia.
PAGINA 6-7 – La coerente battaglia del partito si staglia su un mondo borghese in decomposizione. Riunione Generale, Roma, 24‑26 gennaio [R.G.136] (continua): La questione militare: l’opposizione alla guerra in Italia - Lo scontro in Medioriente: la Turchia in Libia e Siria - La rivoluzione del 1919 in Ungheria - Il PCd’I nella guerra civile: L’attacco fascista a Firenze e provincia - Le guerre del capitalismo nazionale indiano
PAGINA 8 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx (continua) - 11. Louis‑Auguste Blanqui - Prima parte: Il 1830 a Parigi - Oltre Robespierre.

 

 

  

  


PAGINA 1


Nella generale deflazione la materia stessa si ribella alla sua forma di merce.
Crolla il prezzo del petrolio

Agli speculatori importa prevedere il prezzo del petrolio a tre o a sei mesi, per trarre profitto dall’oscillazione delle quotazioni: si compra, con denaro spesso a credito e senza copertura, una fornitura di petrolio a un certo prezzo scommettendo che al momento della consegna la quotazione sarà aumentata. La differenza fra il prezzo d’acquisto e quello al quale il petrolio può essere rivenduto si trasforma in una rendita finanziaria.

Marx già nel IV capitolo del Primo Volume del “Capitale” aveva spiegato che il sogno della borghesia è sempre stato passare dal ciclo D‑M‑D’ al D‑D’ evitando la produzione di merci. Nel caso dei futures la merce non cambia di valore, come avviene in un processo produttivo con l’aggiunta del plusvalore a macchinari, semilavorati e materie prime. Qui solo si scommette, in quelle sale bingo che sono i mercati finanziari dove ci si scambia futures e derivati.

Oggi, però, le previsioni del prezzo del barile dei futures già contrattati a tre o a cinque mesi sono due volte o due volte e mezzo superiori alle quotazioni odierne. Perché i signori dell’alta finanza hanno fatto male i loro conti? Perché non hanno previsto l’imponderabile manifestatosi sotto la forma del coronavirus?

Il capitale non può sopravvivere se non in un processo espansivo senza arresti. Ma il limite all’accumulazione è nel capitale stesso. Il progresso della produzione senza intoppi, senza crisi cicliche è quindi impossibile. Per la borghesia è altrettanto impossibile programmare a lungo termine. Già in questo la implicita ammissione che il futuro non le appartiene.

L’economista per eccellenza della crescita e dell’intervento, John Mainard Keynes arrivò ad ironizzare, contro le tesi del liberismo: “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Loro, cinici e disperati borghesi, che inseguono l’attimo, saranno tutti morti! La specie resta, e noi comunisti marxisti, ben vivi e sani da due secoli, valutiamo i processi economici e sociali nel loro lungo divenire storico, certi della vendetta che la nostra teoria ci regalerà sulle dottrinette della loro morta scienza economica.

In particolare, quindi, la classe dominante, anche quella di una potenza economica imperialistica, non riesce ad iscrivere utilmente la propria politica energetica in determinate linee guida.

Il meccanismo economico della rendita, e in particolare quello della rendita differenziale, descritto già da David Ricardo a cavallo fra ‘700 e ‘800, fu fatto proprio da Marx inserendolo nella sua costruzione teorica, assai più solida e organica.

Quando si sfrutta una risorsa mineraria come il petrolio ci si imbatte in una forma di rendita del tutto affine a quella agraria. Un giacimento può avere un petrolio di migliore qualità rispetto a un altro, oppure può essere estratto da pozzi meno profondi, utilizzando meno forza lavoro e una minore dotazione di mezzi tecnici. Il giacimento più a portata delle trivelle offrirà un guadagno aggiuntivo, una rendita differenziale.

Ma sui mercati internazionali il prezzo delle varie qualità di petrolio, le più note il Brent e il Wti (Western Texas Intermediate), viene determinato anche da altri fattori oltre il costo di produzione. Sullo sfondo di tutte le tensioni che si addensano sui mercati delle materie prime, una sua importanza la riveste la “liquidità a disposizione degli operatori economici”, leggi: capitali in eccesso in cerca di una qualche valorizzazione speculativa.

Ma l’elemento che più influisce sulle quotazioni resta il meccanismo della rendita differenziale. Quando la produzione manifatturiera cresce, di conseguenza si alza la domanda di petrolio. Cresce allora anche il suo prezzo, perché può verificarsi una temporanea insufficienza in termini di offerta, ma principalmente perché l’espansione della base produttiva impone lo sfruttamento dei giacimenti peggiori, che richiedono costi più alti.

Questo è il caso del cosiddetto shale oil, il petrolio da scisti bituminosi estratto principalmente negli Stati Uniti e in Canada, che richiede costi di sfruttamento assai alti in rapporto a quelli dei paesi del Golfo Persico. In Iraq e in Arabia Saudita i costi di estrazione sono generalmente al di sotto di 3 dollari al barile, se a questi si aggiungono i costi generali e di trasporto si arriva a 9 dollari. Invece negli Stati Uniti aprire allo sfruttamento un nuovo giacimento di shale oil diventa redditizio con un prezzo di mercato al di sopra di 48‑52 dollari; se la quotazione scende al di sotto di 27 dollari non conviene sfruttare neanche i pozzi esistenti.

Se un barile di greggio prodotto in Arabia Saudita all’inizio di gennaio di quest’anno poteva essere venduto a 60 dollari, a fronte di una spesa di 9 dollari per produrlo, l’Aramco, la compagnia petrolifera di proprietà dello Stato saudita, incassava oltre 51 dollari di rendita, 5 volte l’investimento iniziale.

Questo sortilegio si realizza grazie al fatto che lo Stato saudita, proprietario monopolista di quei pozzi migliori, si appropria del valore del loro maggior prodotto, ottenuto con lo stesso investimento di capitale, rispetto ai pozzi peggiori. La teoria marxista individua tre classi sulla base dei rapporti di produzione: i proletari i quali ricevono un salario, i capitalisti che ricevono un profitto e i proprietari fondiari che ricevono una rendita. La tendenza storica è verso una confluenza organica fra rendita, interesse e profitto nei grandi gruppi finanziari che sono allo stesso tempo banche industrie e proprietari fondiari.

Nella industria del petrolio profitto e rendita hanno trovato un accordo per accumulare ricchezze immense e un gran peso nella economia e politica internazionale. I compagni si rileggeranno il nostro dettagliato studio “Il petrolio, i monopoli, l’imperialismo” su questo giornale del 2013.

Il capitalismo già dagli anni ’70 del secolo scorso è entrato in una crisi cronica, in particolare nell’industria, a causa dello scarso saggio del profitto dovuto all’alta composizione organica raggiunta nel capitalismo maturo. Masse immense di capitali si sono allora riversate sull’industria petrolifera, grazie anche alle forti tensioni successive al primo shock petrolifero del 1973.

A partire da allora l’interminabile serie di guerre che hanno martoriato il Medio Oriente si spiegano essenzialmente con la contesa che ha visto protagonisti le maggiori potenze imperialiste e i paesi produttori, interessati tutti a quote della rendita petrolifera. Una conflittualità permanente, che sfugge a ogni tentativo di compromesso, conferma l’impossibilità di sedare l’irrefrenabile cupidigia che caratterizza ogni fazione delle classi dominanti.

«Le uniche cose che l’economia politica mette in movimento sono la cupidigia e la guerra fra cupidi, la concorrenza» scriveva Marx nel manoscritto del 1844 riguardante il lavoro alienato. Da fugare nel marxismo ogni connotazione moralistica: il vero motore di questa cupidigia non è altro che l’esigenza di valorizzazione del capitale, mentre i comportamenti umani non fanno che assoggettarsi a questo imperativo.

Già nell’estate del 2019 alcune tensioni sui prezzi del petrolio facevano prevedere che avrebbero potuto mettere a repentaglio l’industria dello shale oil, allora fiorente negli Stati Uniti e in Canada. In agosto si cominciò a parlare di un possibile scoppio della bolla. Negli Stati Uniti l’industria estrattiva ha permesso di compensare la stagnazione del settore manifatturiero che negli ultimi 12 anni non è ancora riuscito a recuperare il massimo produttivo del 2007. Se la manifattura statunitense del 2007 viene posta all’indice 100, nel 2019 si è ancora a quota 96,1, mentre per l’industria in generale, comprendendo anche quella estrattiva, si arriva a quota 104,8. I 8,7 punti percentuali di differenza sono dovuti quasi esclusivamente all’aumentata produzione di petrolio da scisti.

Il reale ammontare della produzione petrolifera dei vari paesi si può conoscere soltanto in maniera approssimativa, parte sfugge alle cifre ufficiali sia per aggirare gli accordi di cartello come quelli dell’Opec, sia per nascondere transazioni sui mercati cosiddetti spot, nei quali lo scambio avviene col pagamento immediato del controvalore.

Si può dare quindi un certo credito a quanto affermato dall’ex patron dell’Eni e attuale vicepresidente della Banca Rothschild Paolo Scaroni il quale sul “Sole 24 Ore” di domenica 29 marzo affermava che la guerra dei prezzi del petrolio è stata iniziata dagli Stati Uniti, i quali negli ultimi anni hanno incrementato la produzione di 4 milioni di barili al giorno, divenendo i primi produttori al mondo.

Da questi dati possiamo trarre tre considerazioni: la prima è che, poiché la produzione di petrolio mondiale negli ultimi quattro anni è rimasta stazionaria sui 100 milioni di barili giornalieri, i quattro milioni di barili prodotti in più dagli Stati Uniti hanno sottratto fette di mercato ad altri paesi; la seconda, che questo spiega come mai Trump ha voluto mandare all’aria l’accordo sul nucleare iraniano imponendo sanzioni economiche che hanno ridotto drasticamente le esportazioni energetiche dell’Iran; la terza, che se la produzione mondiale di greggio è stagnante da quattro anni questo significa che anche la produzione mondiale di manufatti industriali ha segnato il passo, in linea con il generale ribasso dei prezzi di tutte le materie prime.

La controprova della crisi alle porte si era avuta già il 14 settembre 2019 quando l’attacco in territorio saudita compiuto da droni a disposizione dei ribelli yemeniti Huthi, grazie al sostegno militare dell’Iran, aveva colpito i due impianti di desolforazione dell’Aramco di Abqaiq e di Khurais. Il petrolio saudita è ad alto tenore di zolfo, pertanto senza questo trattamento non può essere imbarcato sulle petroliere o immesso negli oleodotti. In quella occasione la capacità di esportazione di greggio saudita venne ridotta del 60%, facendo mancare sul mercato il 5% della produzione mondiale. Mentre i nababbi sauditi si affrettavano a reperire i pezzi di ricambio promettendo di pagarli a peso d’oro pur di rimettere in funzione gli impianti, ci si aspettava un balzo repentino della quotazione del petrolio e che si sarebbe mantenuta fino a quando gli impianti dell’Aramco non avessero ripreso a marciare a pieno regime. Ma non fu così: dopo un rialzo di cinque dollari in pochi giorni il prezzo tornò a quello di partenza. Fu già allora un segno che la crisi bussava alle porte e che non avrebbe tardato a manifestarsi, anche senza il passaggio del “cigno nero” del virus letale.

A fine marzo, dopo oltre sei mesi e col coronavirus, la produzione mondiale di petrolio era già scesa del 29%, soltanto a 71 milioni di barili al giorno. Un calo simile della produzione non si era mai verificato, nemmeno durante la crisi del 1929. E nelle prossime settimane l’estrazione potrebbe scendere ulteriormente.

Fra fine marzo e inizio di aprile il prezzo del greggio aveva raggiunto il minimo degli ultimi 18 anni. Il Brent era sceso sotto i 25 dollari, il Wti sotto i 20, troppo in basso per consentire la coltivazione dello shale oil americano.

Ma questo era soltanto l’inizio. Lunedì 20 aprile in una seduta alquanto agitata del Nymex di New York il future sul Wti in consegna a maggio è stato quotato -37,63. Il prezzo negativo del greggio ha dimostrato a quanto può arrivare l’effetto deflattivo della crisi del capitalismo, fenomeno che si era già verificato durante la Grande Depressione, nel 1931.

Vi ha influito in parte la speculazione dei fondi di investimento che operano nel settore dei future, ma il crollo delle quotazioni ha la radice nell’economia reale. Il drastico calo della domanda fa scendere i prezzi, mentre solo una agognata ripresa dei consumi una volta che venga rimossa la quarantena consentirebbe una loro risalita. Questa aspettativa si è tradotta in una quotazione negativa dei future in scadenza. Se la settimana che si è conclusa il 24 aprile segnava una risalita dei prezzi del petrolio (Brent a 21,44 $ e Wti a 16,94 $), le previsioni per le prossime settimane restano fosche, tanto che la giapponese Mizuho Bank non esclude un prezzo attorno ai -100$.

La causa determinante della caduta della quotazione del prezzo è la sovrapproduzione che ha raggiunto un livello tale da riempire gli enormi serbatoi in tutto il mondo e le gigantesche navi petroliere, i cui noli sono in costante ascesa. I produttori devono rassegnarsi a pagare chi è disposto a liberarli delle eccedenze.

È evidente che la vita fisica viene a collidere con i rapporti capitalistici di produzione: il fiume in piena del petrolio estratto, che nessuno può arrestare né ricacciare sotto terra, straripa ribelle alla forma di merce che gli è imposta, nello sgomento degli infernali apprendisti stregoni che pretendono di governarlo.

Gli Stati pagano le imprese per non produrre: una nuova forma di intervento in negativo, un incentivo alla distruzione di capitale. Chissà cosa ne penserebbe Lord Keynes!

Il prezzo rischia comunque di assestarsi su un livello tale da mandare in rovina l’economia di mezzo mondo. Se per i maggiori produttori, Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, la crisi verrebbe attutita per un certo tempo grazie alle cospicue riserve valutarie di cui i primi due dispongono, per il terzo giocherebbe sempre la possibilità di riversare dollari sul mercato mondiale. Le cose potrebbero mettersi peggio per l’Algeria, l’Iraq, l’Iran, l’Angola, la Nigeria, il Venezuela, le cui esportazioni sono costituite in maniera preponderante dal greggio. Basti pensare che la quotazione del Merey, il petrolio venezuelano, era a metà aprile al di sotto dei 14 dollari al barile.

Agli inizi di aprile i principali paesi produttori hanno raggiunto un accordo in extremis per tagliare in modo concordato la produzione e tentare di arrestare il calo delle quotazioni. L’intesa ha riguardato i paesi dell’Opec, cui si è aggiunta la Russia, che hanno concordato un taglio alla produzione di 9,7 milioni di barili al giorno.

Trump ha colto l’occasione per parlare di un taglio della produzione mondiale di 20 milioni di barili aggiungendo a quelli della “Opec+” anche la riduzione delle produzioni di altri paesi fra cui gli stessi Stati Uniti. Si tratta di una cifra iperbolica, come è nello stile del presidente statunitense le cui dichiarazioni altisonanti e i numeri a caso hanno lo scopo di sviare l’attenzione dai veri temi della crisi nazionale.

L’accordo fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita prevede una riduzione dell’estrazione saudita in cambio dell’impegno statunitense a ridimensionare la produzione dello shale oil. Non è un caso se la Exxon Mobil ha tagliato del 30% gli investimenti. Ma si tratta di una scelta obbligata: già all’inizio di aprile si è contata la prima vittima eccellente, la Whiting Petroleum, una delle principali compagnie operanti nello shale oil del Colorado, che è fallita.

Intanto la più grande riduzione dell’offerta petrolifera della storia non sembra avere conseguito l’obiettivo di sostenere i prezzi e non dovrebbe sorprendere un’ulteriore discesa. Dopo la diminuzione della domanda di petrolio di 29 milioni di barili a marzo, ad aprile si prevede un andamento non molto migliore; ci si attende una ripresa a giugno, se saranno allentate le misure di chiusura adottate in 187 paesi.

Ma se le prospettive ottimistiche delineate dall’Opec parlano di un calo della domanda annuale di greggio di 6,85 milioni di barili al giorno, abbiamo la certificazione definitiva di una recessione economica di dimensione planetaria, che potrebbe evolvere in una nuova gravissima depressione. La rovina della rendita petrolifera, e di tutte le altre rendite e profitti, prelude a sconvolgimenti sociali di grande portata.

 

 

 

 

 

  


PRIMO MAGGIO 2020
Il capitalismo - sopravvissuto a se stesso - che sfrutta e costringe al contagio la classe operaia
PUÒ E DEVE ESSERE ABBATTUTO


Compagni, lavoratori,

Principale responsabile dei lutti provocati da questa epidemia è il capitalismo. In tutti i continenti ormai il caotico stiparsi di rurali, in cerca di un salario per vivere, negli spaventosi e insani agglomerati urbani del capitale e il convulso spostarsi degli uomini rende impossibile ogni profilassi.

La scienza medica da anni ha previsto la diffusione mondiale di un nuovo virus e i suoi funesti effetti. Una epidemia però né evitabile né contenibile all’interno della presente società. Il capitale, sempre alla ricerca dell’utile immediato, non ha interesse a prevedere e a prevenire. Non ha accantonato scorte di presidi sanitari, non ha formato un numero adeguato di personale medico. Anzi l’ha ovunque drasticamente ridotto, costringendolo a un intollerabile sopralavoro; ha chiuso molti ospedali e trasformati gli altri in “aziende”. Sempre suo imperativo è risparmiare sul mantenimento e sulla cura della classe operaia.

L’atteso contagio è infine arrivato, sconvolgendo una umanità del tutto impreparata a farvi fronte e incrinando le ultime mal riposte certezze sulla capacità del capitalismo di tutelare la salute e la vita sul pianeta.

Di fronte al flagello universale, affrontabile solo con un piano coordinato mondiale di scienza e di solidarietà, ogni Stato fa per conto suo. Peggio, la crisi accentua la concorrenza fra i centri nazionali del capitale e i loro odiosi e disumani egoismi. Ne esaspera la guerra commerciale nel timore che i concorrenti degli altri paesi ne approfittino per privarli di fette di mercato. In questa guerra fra le borghesie nazionali i lavoratori non hanno nulla da guadagnare e tutto da soffrire.

Fino all’impossibile gli industriali hanno imposto la proroga della chiusura delle fabbriche, dalla Cina, all’Italia, alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, il che ha gravemente esteso il contagio. Anche quando si sono resi non più rimandabili i provvedimenti di chiusura delle attività commerciali e ricreative, i dirigenti della maggioranza delle industrie hanno trovato il modo di aggirare le norme per continuare la produzione, se non nelle aziende dove loro conveniva chiudere, trovando facili scappatoie nelle ambigue norme dei blocchi governativi.

Hanno quindi costretto i lavoratori a recarsi in fabbrica, anche in quelle, come nella siderurgia, che nulla hanno a che fare con l’emergenza sanitaria, e ad affollarsi nei mezzi pubblici, dividendo così clamorosamente la società lungo i confini di classe: i proletari, come in guerra, oggi non sono più nemmeno padroni della loro vita, che debbono sacrificare al dio dei borghesi, il profitto.

Mentre si lasciano aperte le fabbriche, si vietano gli scioperi e le assemblee. I sindacati venduti al regime, in nome della “solidarietà nazionale”, avallano il dogma borghese che ridurre la produzione “non è possibile”. Che ci si accontenti di un po’ più di sapone e di mascherine: pochi euro.

Ed è vero. I capitalisti, per continuare a generare e ad appropriarsi dei profitti, debbono far crescere all’infinito la scala delle produzioni. Per questo ogni azienda, senza alcun accordo con le altre del settore, anzi in guerra con esse, spinge al massimo il ritmo e la scala del lavoro, nella vana speranza di poter trovare comunque un acquirente per la folle crescita delle merci di ogni tipo, squilibrata e anarchica.

Nel capitalismo non si produce ciò di cui vi è bisogno, ma ciò da cui ci si attende un profitto. La maggioranza delle merci prodotte quindi non ha alcuna utilità sociale e sempre più provoca solo una pena al lavoratore che le fabbrica, a chi è spinto a usarle e all’ambiente che ne viene inutilmente ingombrato e intossicato.

Questa insanabile ed evidente assurdità non può che sempre più frequentemente arrivare a bloccare tutto l’apparato della riproduzione del capitale e dello smercio, che ormai è una unica macchina mondiale strettamente connessa, gigantesca quanto al 95% inutile o dannosa.

Infatti, puntuale, nel corso dell’anno scorso, ben prima dell’insorgere dell’epidemia, la crisi generale, storica, secolare, ineluttabile del modo di produzione capitalistico stava già investendo tutte le sfere del vivere e del sentire sociale.

Non è stata quindi la pestilenza a provocare la crisi. Il confinamento sanitario, che in tutto il mondo contemporaneamente sta bloccando i consumi di tutti i beni non davvero necessari alla vita, viene ad amplificare la preesistente sovrapproduzione di merci e il quasi arresto dei cicli infernali dell’accumulazione del capitale.

Il panico si è diffuso fra i borghesi che sono corsi a vendere in Borsa, mentre gli imprenditori inorridiscono al declinare dei loro profitti. I capitalisti di tutti i paesi, disperati, si appellano ai loro Stati per commesse, crediti e protezione commerciale, oltre che per la difesa dalla lotta operaia. Ma gli Stati non sono che delle associazioni fra capitalisti e, alla fin fine, solo dalla produzione capitalistica traggono alimento. Non sono al di sopra delle leggi economiche del capitalismo: possono solo trasferire della ricchezza da una parte delle classi dominanti all’altra. O anticipare qualcosa che prima o poi dovrà rientrare.

Compagni, lavoratori,

Il fallimento di questo sistema politico, economico, sociale è così evidente che persino molti borghesi, nel campo scientifico, politico, religioso chiedono una sua profonda riforma: un diverso rapporto con la natura, un diverso modo di produrre e una scelta diversa di cosa produrre: “ospedali invece di armi”, dicono. Tutti discorsi a vuoto. Appena finirà l’emergenza, e anche prima, tutto tornerà com’era. Questo sistema è tanto assurdo quanto irriformabile.

Le classi dominanti non cederanno pacificamente il loro potere né rinunceranno ai loro meschini privilegi, agli immensi profitti e all’armamentario repressivo dei loro Stati.

Il presente sconvolgimento dei ritmi della vita deve insegnare non solo il fallimento del capitalismo ma che del capitalismo, di questo sistema economico e sociale la classe operaia può e deve fare a meno, che sono i borghesi ad aver bisogno della classe dei lavoratori e non viceversa.

Alla internazionale solidarietà antioperaia dei padroni, che attentano alla vita stessa dei lavoratori, occorre opporre la internazionale solidarietà della classe operaia in lotta per la sua emancipazione e per la salvezza di tutta l’umanità.

La classe operaia dovrà mobilitarsi in tutti i paesi per difendersi dagli effetti disastrosi di questa crisi, per imporre con la lotta le sue rivendicazioni di sempre:
     – salario pieno ai lavoratori disoccupati,
     – riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario,
     – cittadinanza a tutti i lavoratori immigrati,
     – assistenza sanitaria gratuita per tutti i lavoratori.

Occorre che la classe operaia, ben inquadrata nelle sue vere organizzazioni sindacali e ben diretta dal suo Partito, custode del suo secolare programma internazionalista, riesca con la sua rivoluzione a rompere lo spesso guscio di pregiudizi e di forza che ancora imprigiona la comunistica nuova società, che sarà senza classi e senza Stato, che è pronta, robusta e completa per liberarsi e diffondersi in tutti i paesi del mondo.

 

 

 

 

  

 
PAGINA 2


L’epidemia condanna il capitalismo e ne annuncia la fine
Primi contributi giunti da tutto il partito


Confindustria in guerra, a spese e contro gli operai

Alla fine ci sono arrivati. Dopo migliaia di morti provocati dalla pandemia il governo del borghese Stato italiano ha dovuto ammettere – e solo in linea di principio – l’impossibilità di perseguire, almeno nell’immediato, quello che, in ogni tempo, è il suo scopo: assicurare la valorizzazione del capitale attraverso l’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato.

L’alto tributo di vite perdute per la rapida diffusione del virus rende sempre più difficile giustificare il fatto che milioni di lavoratori debbano continuare ad andare al lavoro a rischio della vita per produrre merci del tutto inutili alla sopravvivenza e alla difesa sanitaria degli esseri umani. Così nella tarda serata di sabato 21 marzo il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha dovuto annunciare il blocco delle attività produttive non essenziali.

Il decreto però non consente solo le attività della filiera agro#8209;alimentare e sanitaria come, in astratto, sarebbe stato ragionevole, ma si dilunga in un’articolata classificazione merceologica così ambigua, frastagliata e incompleta che di fatto consente un buon margine di decisione alle imprese, che faranno come loro conviene: quelle in sovrapproduzione o che non riescono a rifornirsi delle materie prime, metteranno “in libertà” gli operai, molte delle altre tireranno avanti... La produzione di armi, per esempio, non ha subito alcuna limitazione.

Ma, in sostanza, il governo ha dovuto adottare alcune misure in linea con quello che chiedevano i più combattivi fra i sindacati antagonisti, che hanno proclamato scioperi per fermare le produzioni non indispensabili.

La classe proletaria, in gran parte ancora inconsapevolmente, ha dimostrato di essere portatrice di un modo di produzione, il comunismo, che solo può difendere e salvare la vita degli uomini. Già si contrappone così a tutta la società capitalista e al suo Stato, che sono, oltre che in fallimento secondo i moduli delle loro leggi economiche, in piena decomposizione materiale e morale e che non si possono più presentare come interessati al perseguimento del “bene comune”.

Sono note le forti pressioni che ha subito il governo, al momento della introduzione della “zona rossa” a Bergamo e a Brescia, da parte della Confindustria per ritardare le limitazioni ai movimenti dei lavoratori affinché non vi fosse intralcio alcuno al proseguire delle attività produttive. Gli industriali hanno anteposto alla protezione e alla difesa della vita dei lavoratori la loro preoccupazione di non cedere terreno alla concorrenza dei capitalisti di altri paesi e di evitare l’interruzione delle loro esportazioni di manufatti. Muoiano pure i lavoratori, diffondano il morbo mortale fra la popolazione, purché viva il profitto.

Hanno temporaneamente abbandonato questa pretesa solo quando la produzione si è arrestata negli altri paesi le cui filiere produttive sono integrate con quelle italiane.

Anche altrove la produzione si è fermata sulla spinta delle lotte operaie: come nello stabilimento FCA di Windsor nel lontano Stato canadese dell’Ontario dove gli operai hanno smesso di produrre automobili come i loro fratelli di classe di Melfi.

Significativa l’intervista rilasciata dal presidente della Confindustria al quotidiano “La Stampa” il 21 marzo. Alla domanda se si sarebbe atteso la virulenza con cui la pandemia ha flagellato il Bergamasco, il capo degli industriali ha risposto: «Dicono che le aziende non hanno chiuso anche grazie alla nostra pressione. Non ci aspettavamo un’epidemia del genere. Ma noi non siamo virologi, non è il nostro mestiere. Abbiamo sottovalutato la situazione? Può darsi. I problemi ora mi paiono altri». Chiarissimo: “loro non sono virologi”, sono borghesi, e il “loro mestiere” è far profitti, senza o con il virus; solo questo è “il loro problema”!

Continua il nostro padrone: «La Lombardia è il cuore pulsante dell’economia italiana. Se finora le aziende sono rimaste aperte è stato per evitare di rimanere tagliate fuori da filiere importantissime della manifattura mondiale. Ora siamo entrati in una fase nuova: l’emergenza è continentale». Confessione aperta e completa: noi borghesia italiana siamo in guerra contro le aziende di mezza Europa; le nostre truppe e carne da macello sono gli operai; finché i nostri concorrenti non disarmeranno noi non chiuderemo le fabbriche.

Il capo di Confindustria ha anche inviato una lettera a Conte per chiedere di “mitigare” il blocco delle produzioni e assicurare le attività non essenziali ma “funzionali alla continuità di quelle essenziali”, oltre che “per ragioni tecniche”. Tecnicamente, per la tecnica del capitale, tutto è “essenziale”! Si richiedeva inoltre la semplificazione dei permessi per continuare a produrre: è il padrone a decidere se come e quando un operaio deve rischiare la vita.

Come in guerra le leggi del capitale restano in funzione, anche quando i governi adottano misure di “comunismo di guerra”, che possono anche entrare in conflitto con gli interessi immediati di singoli borghesi, ma al fine di salvare a più lungo termine il processo di accumulazione capitalistica, e con esso la società divisa in classi.


Basta una assicurazione!

Nel contesto dello stato di emergenza alcuni gruppi assicurativi hanno subito cominciato a proporre delle polizze per coprire il “rischio biologico” da contagio. Il Gruppo Generali sta offrendo ai privati la copertura della diaria giornaliera per i ricoveri, e ai capitalisti una indennità in caso di interruzione dell’attività produttiva. Nei confronti dei lavoratori, invece, in caso di contagio sono previsti consulti medici e altre spese, un indennizzo in caso di invalidità permanente e, nel caso dovessero sorgere le eventualità più “imprevedibili”, quali “le malattie infettive e la polmonite”, sono previsti dei premi di importo superiore.

Il Gruppo Generali non è certo mosso da altruismo, tanto che ha tenuto a precisare che «la copertura non è prestata per categorie di medici, personale infermieristico, professioni sanitarie e protezione civile». Insomma ai lavoratori in prima linea resta solo la copertura dell’INAIL, che ha equiparato il contagio a un infortunio sul lavoro.

Questi gruppi assicurativi hanno sottoscritto di gran contratti con i Fondi di assistenza integrativi, tanto voluti e sostenuti dai sindacati di regime. Questi servizi di welfare, quindi, differiscono a seconda dell’azienda e del CCNL di riferimento. Prendiamo il servizio stipulato con il fondo Metasalute (CCNL metalmeccanico) dove la generosità delle società assicuratrici e le premure dei sindacati di regime e padronali è veramente touchant: 30 € al giorno in caso di ricovero (per un massimo di 30 giorni), 500 € in caso di dimissioni da un reparto di terapia sub‑intensiva e ben 1.000 € in caso di dimissioni da un reparto di terapia intensiva, sia da vivi sia da morti. Tanto vale la vita di un metalmeccanico!

Si tratta di una riproposizione di un vecchio tema caro al sindacalismo di regime: la “monetizzazione della nocività”. Appurata l’impossibilità di ridurre il rischio di contagio senza provocare fermi o rallentamenti produttivi, il padrone offre agli operai una contropartita economica. Negli anni Sessanta e Settanta in molte fabbriche i capitalisti, anziché spendere per rendere meno insicuro il lavoro, offrivano incentivi economici ai dipendenti. I lavoratori si mobilitarono allora per rifiutare gli incentivi ed imporre ai padroni il miglioramento degli ambienti e la riduzione dei rischi.

Un vero sindacato di classe si dovrebbe opporre fermamente alla alternativa o sicurezza o più salario e rivendicare l’una e l’altro. Oggi contro queste sporche manovre, volte a far rimanere o tornare al lavoro, si deve imporre la rivendicazione del salario di quarantena. La vita dei lavoratori non si baratta, né con una gratifica né con qualsivoglia premio assicurativo!


Il virus negli Usa

Anche negli Stati Uniti il capitale, senza volto e senza umanità, e privo di compassione per i malati, fa lavorare i proletari a rischio della loro vita. Per la maggior parte di questi infatti il rischio di perdere il lavoro e la paga è troppo grande per rifiutarsi di andare al lavoro.

Il governo solo cerca di alleviare il peso della pandemia. Poiché la legge sulle assenze per malattia approvata dal Partito Democratico copre solo un lavoratore su cinque, oggi è in corso di erogazione un reddito di base universale di 1.000 dollari a persona. Tuttavia è solo un altro effimero modo in cui il sistema capitalista cerca di adattarsi all’ennesima crisi. Un altro strumento ha introdotto a compenso dei ridotti salari una carta di credito da usare per la spesa, intrappolando le vittime del capitalismo in un’accumulazione di debiti che non finirà mai.

Dal 20 marzo in tre settimane il mercato azionario ha perso il 35% del suo valore. A confronto la Grande Depressione si innescò per un calo del 24,8%. Come allora lo Stato cercherà di salvare le aziende in fallimento, che hanno incautamente gonfiato le proprie azioni con capitale fittizio. Ma sono già 20 milioni i lavoratori licenziati, i versamenti per la pensione saranno annullati e, dopo aver passato tutta la vita a cercare di tirare avanti perderanno tutto. Chi si ammalerà non potrà permettersi le rate dell’assicurazione sanitaria privata, e non potrà nemmeno vedere un medico.

Questa la protezione dal morbo che offre il più potente Stato capitalista al mondo!


Le rivolte nelle carceri

Tra il 7 e il 9 marzo, mentre il coronavirus si diffondeva in Italia, in circa cinquanta penitenziari della penisola sono esplose violente proteste. Le limitazioni ai colloqui, la sospensione dei permessi e del regime di semilibertà, sommate alle preoccupazioni dei detenuti per un possibile contagio hanno fatto traboccare il vaso.

Mentre scriviamo due detenuti e due agenti penitenziari sono morti a causa del virus e i casi positivi sono centinaia. I timori dei reclusi riguardo l’espandersi del contagio sono quindi fondati, considerando inoltre che nessun tampone è stato effettuato oltre i cancelli di molti istituti.

Le proteste essenzialmente chiedevano: ripristino dei colloqui, arresti domiciliari per i reclusi con pene di lieve entità, immediate azioni contro il sovraffollamento e migliori condizioni igienico-sanitarie. Le proteste infatti si sono svolte in un evidente sovraffollamento, con celle anti‑igieniche che ospitano fino a 10 detenuti.

Le borghesie democratiche e gli Stati hanno sulla questione una storia da silenzi e menzogne, non sorprende quindi come abbiano reagito anche in questa triste vicenda. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, liberale e garantista pentastellato, dopo le proteste e ben 13 morti, informando il Parlamento, ha dichiarato che «lo Stato non indietreggia di un centimetro di fronte all’illegalità» e chiede ai detenuti «il rispetto delle regole». Fa indignare come lo Stato chieda ai detenuti di rispettare le regole dimenticando come più volte sia stato condannato per “trattamenti inumani nelle carceri” perfino dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, irrilevante organismo internazionale creato dalla stessa classe dominante. Tutti gli altri partiti in Senato non hanno chiesto la verità su queste morti, ma maggiore repressione.

Una cappa di silenzio ha coperto nei giorni la vicenda. Le veline del governo hanno avallato l’ipotesi che tutti i detenuti, tranne uno, sarebbero morti da intossicazione da metadone o psicofarmaci, rubati dagli ambulatori durante i disordini. Le immagini mostrano invece un massiccio utilizzo di lacrimogeni, che in quegli ambienti chiusi possono avere effetti gravi.

La prima protesta è avvenuta nel penitenziario di Salerno, il giorno seguente ad Alessandria, Bari, Genova Marassi, Frosinone, Foggia, Modena, Napoli Poggioreale, Pavia, Padova, Palermo Pagliarelli, Rieti, Vercelli. I detenuti hanno inscenato proteste di diversa intensità, sbattendo le stoviglie sulle inferriate, bruciando materassi e lenzuola, occupando per ore alcuni settori, ma anche vere e proprie rivolte con scontri con le forze dell’ordine arrivate a sostegno della polizia penitenziaria.

La situazione più grave a Modena nella casa circondariale Sant’Anna dove sono morti 9 detenuti, 5 nel penitenziario e 4 il giorno seguente, durante il trasferimento ad altre carceri. La direttrice ha assicurato che prima della partenza i detenuti erano stati visitati. Uno dei detenuti morti durante il trasferimento doveva esser scarcerato in agosto, due erano in attesa del primo grado di giudizio, il quarto aveva una pena che poteva essere scontata con una misura alternativa, ma non avendo un domicilio certificato non aveva potuto usufruirne.

A Rieti si contano 3 vittime ed altri 8 ricoverati in ospedale; 2 morti nella Casa Circondariale di Bologna la “Dozza”. A Foggia, nei disordini sono evasi in 77: alcuni tutt’ora latitanti.

Ma in tutti i paesi le eccezionali misure per la pandemia hanno ulteriormente limitato i “diritti” dei detenuti e peggiorato la loro drammatica condizione. Si sono rotti i fragili argini alle rivolte, e alla repressione.

In Iran almeno 36 sono i morti e centinaia i feriti in violenti scontri in diverse carceri. Nella regione curda decine di detenuti sono evasi dal penitenziario di Saqqez, aggiungendosi ai 23 evasi da quello di Khorramabad nella parte occidentale del paese. Sommosse si sono registrate anche nel carcere di Aligoudarz. Il governo ha trasferito ai domiciliari a 85.000 mila detenuti, per poi concedere un’amnistia a circa 10.000.

Nella sola America Latina 43 sono i carcerati uccisi mentre tentavano la fuga o protestavano. 23 nel carcere La Modelo a Bogotà. Sempre in Colombia, è scoppiata una rivolta nel carcere a San Juan de Pasto, repressa durante. Ribellioni a Santo Domingo nel carcere di La Victoria, in Venezuela, dove 12 sono stati uccisi, in Argentina ci sono stati 5 morti e decine di feriti, rivolta in Perù nel carcere di Trujillo, in Brasile oltre un migliaio di reclusi sono evasi da quattro carceri di San Paolo.

Proteste anche in Nigeria, nel carcere di Kaduna dove sono morti 4 detenuti. In Grecia il 10 aprile nel carcere di Eleonas a Tebe dopo che è morta una donna di 35 anni con i sintomi del coronavirus la ribellione è esplosa. Scenari simili nel carcere di Korydallos. In Libano diversi tentativi di fuga dalla prigione di Qoubbeh a Tripoli e proteste nel carcere di Zahle. In Siberia scontri ed un incendio nella colonia penale numero 15 di Angarsk: due i morti. Mentre vi scriviamo le proteste e i tentativi di fuga proseguono.

I comunisti, che riconoscono le sofferenze dei molti proletari detenuti, ribadiscono che l’unica soluzione possibile è quella di distruggere e superare storicamente il modo di produzione che ha generato e ha bisogno delle galere. Il carcere cesserà di esistere quando, attraverso un processo rivoluzionario, si libererà la società dalla divisione in classi, dal mercato e dal profitto.


Pandemia e medicina

Questo dell’attuale pandemia è un momento che richiederebbe un generale sforzo solidale di tutte le conoscenze mediche nella ricerca su questa patologia e su come aggredirla. Nel capitalismo questo non è possibile, perché ogni attività umana è volta a scopo di lucro, in un’anarchica e spietata concorrenza, praticamente, di tutti e tutto contro tutto e tutti.

Molto si sta scrivendo nel corso di questa crisi Covid‑19 sulla necessità di più efficienti infrastrutture sanitarie pubbliche. Ove queste di fatto non esistono, come negli Stati Uniti e nella maggior parte del mondo, la pandemia ha amplificato le richieste socialdemocratiche di un’assistenza generale gestita dalla Stato.

Ma le modalità della ricerca medica e farmaceutica sono spesso ignorate. La infezione attuale dimostra che anche una ipotetica efficiente assistenza sanitaria statale non è sufficiente a proteggere la salute umana: tutte le componenti della scienza medica – ricerca, sperimentazione, industria farmaceutica, infrastrutture ospedaliere, istruzione teorica e pratica clinica – dovrebbero interagire ben connesse e secondo una strategia unica e centralizzata, oltre che interessata solo ai suoi superiori fini.

Come per la ricerca di efficaci farmaci antivirali, anche quella di un vaccino dimostra il fallimento della medicina borghese. Attualmente nel mondo ci sono almeno 20 diverse società che ci lavorano, oltre a diverse istituzioni accademiche, anch’esse in concorrenza fra loro per gli indispensabili finanziamenti. Ognuna ha per motore il profitto, e deve tener nascosti i suoi metodi, le sue ricerche e i risultati per difenderne la “proprietà intellettuale”.

Insomma, incurante del crescere esponenziale delle infezioni e dei morti, il capitalismo in ogni paese continua a tenersi ben stretto al suo regime di proprietà, ai suoi feticci, né può fare diversamente.

Simile apparentemente insensato e crudele egoismo si ripete a tutti i livelli, fino a quello degli Stati che non solo non si aiutano nel contrasto della diffusione del virus ma senz’altro lo utilizzano nella loro incessante guerra industriale e commerciale, per difendere la sopravvivenza del proprio capitalismo nazionale sulla sconfitta degli altri.

Questo è l’inevitabile prodotto dell’anarchica produzione di merci del capitale.

Il coronavirus torna a dimostrare la necessità e l’urgenza del comunismo, quando una umanità libera dall’arbitrio tiranno del mercato e del lavoro salariato potrà disporre del controllo di tutte le ancorché diverse scuole di studio e di ricerca e dei successivi livelli di intervento propri dell’arte medica. Solo allora le scoperte della scienza diverranno davvero possesso comune dell’umanità, e applicate nella pratica secondo un progetto vasto, previdente ed organico rivolto indistintamente a tutti gli uomini.


La mascherine autarchiche

Che l’orgoglio patrio dovesse indietreggiare di fronte alla penuria di mascherine chirurgiche è soltanto un altro dei paradossi che denudano la irrazionale e imprevidente divisione del lavoro nel mondo del capitale. La seconda potenza manifatturiera d’Europa da numerosi anni non produce mascherine chirurgiche per il semplice motivo che non sono una produzione che dà profitto e conviene acquistarle all’estero.

Questo non avrebbe però impedito, ad una società non fondata sul profitto immediato, di predisporne scorte, adeguate a quella emergenza sanitaria che si sapeva sarebbe sopraggiunta. Ma i responsabili della politica nazionale non lo sapevano: «chi poteva prevedere la diffusione di un virus così contagioso e nefasto?».

Così, dopo un mese e mezzo di contagio, non ne è stato ancora trovato rimedio. Solo nella terza decade di marzo, quando la clausura era già iniziata da un paio di settimane, è intervenuto nientemeno che Sua Eccellenza il “Commissario straordinario di governo per l’emergenza Covid‑19”, orgoglioso di annunciare che la potente industria nazionale «si appresta ad adottare un piano per intraprenderne» (festina lente!) la produzione mediante la riconversione di alcune imprese. La Lamborghini, dicono, passa dalle automobili di lusso alla produzione di 5.000 mascherine alla settimana (un lavoro cui bastano tre operai!).

Ma la produzione e il commercio di mascherine diventa, nel pieno della tempesta, quel grande affare che in tempi di bonaccia “nessuno avrebbe potuto immaginare”.

Inutile dire che ancora a metà aprile in molte regioni non è facile reperire le mascherine o di foggia adeguata.


Fake news virali

Un vecchio adagio dice che la prima vittima della guerra è la verità. Eppure nemmeno nei periodi di “pace” borghese la verità gode di buona salute. Infatti già oggi, nel pieno del contagio, la macchina mediatica nelle mani della classe dominante non concede tregua nella sovrapproduzione di menzogne e lo scopo dichiarato di informare l’opinione pubblica si rivela quello di ingannare e confondere una platea mantenuta credula e sprovveduta.

In questi giorni in cui la quarantena mondiale imposta dalla diffusione del virus ha accelerato la crisi economica generale del modo di produzione capitalistico, la produzione in massa di fake news prolifera, in quantità davvero inversamente proporzionale a quella del settore manifatturiero.

La torta della produzione globale di plusvalore si restringe e allora ecco che la lotta per impadronirsi di quote di mercato e di fette di rendita diventa accanita. Proliferano così gli sciovinismi. Tanto le “opposizioni” della destra “sovranista” quanto i “politicamente corretti” alla guida degli Stati aizzano alla diffidenza e al sospetto per gli “stranieri”, mentre i cosiddetti statisti del vecchio continente, i paladini dell’europeismo, la sinistra del capitale, non disdegnano atteggiamenti protezionisti con ministri di governi “progressisti” che invitano a comprare prodotti nazionali per sostenere la “nostra” traballante economia.

È in tale contesto che proliferano le teorie “complottiste” sulla genesi del coronavirus che ne scaricano la colpa sulla potenza orientale aliena che lo ha conosciuto per prima, oppure, alternativamente, sulla maggiore superpotenza, gli USA, trasformatasi poi anch’essa in terra di conquista del contagio.

Una popolazione credula, pasturata da decenni di abile sobillazione televisiva, oggi in preda al panico non sa più di chi fidarsi, si aggrappa facilmente a notizie anche deliranti né verificabili per scaricare il suo malessere su una qualsiasi raffigurazione di un nemico ragione di ogni male. La disponibilità oggi dei media sociali moltiplica milioni di volte non la verità ma la confusione. Sui social si propongono farmaci miracolosi che governi e medici non vorrebbero utilizzare per fini oscuri e loschi.

La martellante propaganda borghese fa di tutto per privare di senso critico le classi inferiori, per nascondere la realtà della loro oppressione sociale dietro a sentimenti nazionalistici e di razza al fine di deviare su falsi obiettivi il malcontento per il peggioramento delle loro condizioni di vita causato dal fallimento del capitalismo.

Non ci attendiamo che la classe operaia possa essere meglio e più correttamente informata da fonti meno corrotte di intellettuali o di scienziati, mainstream o alternativi, perché ogni tipo di cultura e di scienza borghesi possono rappresentarsi le realtà naturali e sociali solo distorte e capovolte ed esse stesse vivono ed agiscono nella ignoranza e nelle più viete superstizioni. La borghesia inganna e mente a se stessa, prima e anche peggio che al proletariato. Mercantilismo e scienza, individualismo e conoscenza sono incompatibili.

Solo il partito comunista può, nella nebbia che emana dall’annaspare dei borghesi e dalla loro disonesta propaganda, vedere e denunciare alla classe lavoratrice le loro maggiori menzogne ed indicare la via della sua redenzione, che nella massa sarà prima politica e di guerra rivoluzionaria, poi di scienza e sapienza.


Democrazia, salute e repressione anti‑operaia

In tutti i paesi travolti dalla pandemia gli Stati, senza distinzione tra “democratici” e “autoritari”, stanno mettendo in atto delle misure per contenere la diffusione del virus: basandosi sull’isolamento delle persone, ne limitano i movimenti. Praticamente si calcola che metà della popolazione mondiale è chiusa nelle abitazioni, con distanziamento sociale, impediti gli assembramenti, con la proibizione di molte attività commerciali e ricreative.

Anche nell’Occidente “democratico” tali misure di limitazione della libertà di movimento hanno trovato l’approvazione di politici, giornalisti ed esperti vari, tutti schierati, nei salotti televisivi, nella guerra al coronavirus. Ne segue la caccia all’untore, individuato nel cittadino che viola la quarantena.

Tali limiti alle libertà personali sono dai più accettati in nome della difesa della salute. Ma lo stato d’emergenza di fatto imposto ovunque e l’uso che stanno facendo i governi di poteri eccezionali suscita timori sul pericolo che incombe sulle sacre fondamenta dei regimi politici d’Occidente: libertà individuale e politica, rappresentanza, democrazia... Oltre che dell’emergenza sanitaria e di quella economica e sociale, ci si preoccupa cioè per la “emergenza democratica”: la democrazia in quarantena, si dice, il Parlamento svuotato dei suoi poteri, un nuovo autoritarismo, l’uomo solo al comando, sospesa la privacy...

In particolare, tra i politicanti e i pennivendoli della democratica Europa sembrano destare scandalo le recenti misure adottate in Ungheria dove, con il pretesto dell’emergenza sanitaria, il parlamento ha concesso pieni poteri al governo per, e fin quando lo riterrà necessario, emettere decreti senza approvazione parlamentare, chiudere il parlamento, rinviare le elezioni, mettere in carcere chi diffonde informazioni che ritiene false o distorte sul virus o sulle decisioni del governo. E si grida al golpe, alla dittatura, alla deriva autoritaria.

Si teme inoltre la diffusione dell’autoritarismo in paesi lontani, nel sud‑est asiatico, nelle Filippine, dove il governo ha autorizzato la polizia a sparare su chi viola la quarantena. Per non parlare delle misure che, si dice, siano state adottate in Cina, dove l’isolamento sarebbe stato accompagnato da un ampio utilizzo di moderne implacabili tecnologie da film di fantascienza per il riconoscimento e il controllo dei cittadini.

Il modo in cui la Cina sta facendo fronte all’emergenza sdoppia l’anima dei nostri democratici, da un lato ammirati per l’efficacia delle misure che sarebbero state colà adottate, tanto da farne un modello da imitare, dall’altra, imbarazzati, debbono pur ammonire la differenza del nostro ordine istituzionale, democratico e multi‑partito, rispetto a quello, “comunista”, di Pechino.

In realtà qua la “democrazia”, là il “comunismo” sono ormai solo una parola, una fola, una sbiadita decorazione. Niente che riguardi la concreta conduzione dello Stato, e una concreta differenza nel dominio politico di classe fra qua e là.

Ma nemmeno riguarda, nello specifico e contingente, la conduzione della emergenza sanitaria, che in tutti i paesi, sotto qualunque regime esteriore – e, in verità, in qualunque tipo di società della storia passata e futura – inevitabilmente, deve imporre, autoritariamente, delle precise norme di comportamento.

Il male del regime del capitale, “democratico” o “comunista”, è che non lo fa, non lo può fare davvero, non riuscendo a disciplinare i singoli borghesi e le loro autonome aziende, grandi e piccole, che fanno quello che vogliono. E il loro Stato è costretto impotente ad assecondarle in questa anarchia e indisciplina, che in particolare nella epidemia si rivelano funeste.

È però sul piano della lotta fra le classi che le attuali misure adottate nella lotta al coronavirus sono un esempio ed anticipazione delle restrizioni e repressioni che sono da sempre pronte in serbo e si paleseranno con l’avanzare della crisi economica e sociale che si prospetta all’orizzonte.

Ma il pericolo peggiore che incombe sul proletariato non è quello delle misure di repressione degli Stati borghesi, da sempre apparati militari in mano alla classe borghese per tenere sottomesso il suo antagonista storico e perpetuare il suo potere, bensì il tentativo dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime di incanalare la sua rivolta verso la difesa della democrazia, delle libertà costituzionali, obiettivi del tutto compatibili con l’esistenza del modo di produzione capitalistico. La borghesia può indossare alternativamente la maschera democratica o quella fascista per nascondere la sostanza della sua dittatura. La classe operaia alla dittatura borghese può opporre solo la sua dittatura, non la richiesta di maggiore democrazia.

Anche in questo periodo eccezionale del contagio globale c’è la completa unanimità della classe dominante nel tenere sottomesso il proletariato. È funzionale a tale obiettivo la retorica, simile a quella di guerra, che in queste settimane viene utilizzata dai governi e trova smisurata diffusione nei media. Una martellante propaganda che cerca di imporre la solidarietà nazionale. La borghesia usa anche la situazione di emergenza sanitaria per irretire il suo vero nemico, il proletariato, in previsione di una crisi economica, che la pandemia certamente aggraverà, ma che è antecedente ad essa e trova la sua origine nella fase senile del capitale.

Lo provano le stesse misure adottate dai vari governi: la retorica del “io resto a casa” non vale per i proletari ai quali viene imposto di lavorare. Chiara dichiarazione che il virus può circolare nelle famiglie dei proletari, che devono continuare a produrre per i profitti dei padroni.

Oggi i governi invocano la solidarietà dei proletari nella guerra al virus, domani la chiederanno, e cercheranno di imporla con ogni mezzo, contro lo “straniero” nella guerra tra gli Stati.

Il proletariato quindi fin da oggi deve rigettare ogni appello alla solidarietà nazionale, alla Unione Sacra, ed affermare risolutamente che sì siamo in guerra: ma classe contro classe.


Una lezione di Politica

Il nuovo presidente della Confindustria, che smania per togliere ogni impiccio alla riproduzione del capitale facendo ripartire tutte le fabbriche e il giro demente del consumismo, ha accusato la politica di dar troppo retta alla scienza: è tempo che smetta di seguire il parere dei medici e che si assuma le sue responsabilità.

Siamo perfettamente d’accordo: la politica si informa alla scienza, ma il suo ampio orizzonte è quello generale e storico della classe che rappresenta, nello spazio e nel tempo.

La scienza oggi dice: se riaprite ora fabbriche e negozi questo nel mondo costerà un numero enorme di vite umane.

La politica della Confindustria, e delle borghesie di tutti i paesi dice: che muoiano, è il prezzo che l’umanità deve pagare per la salvezza dei nostri profitti.

La politica della classe operaia dice: noi proletari oggi, anche se ci presentassero dei medici ossequienti, e certo li troveranno, che ci dimostrino che nessun pericolo ci minaccia, ugualmente lotteremo con ogni mezzo per difendere la nostra vita, del tutto indifferenti alla riduzione dei vostri profitti e alle parole della vostra scienza mercificata e della vostra politica.

Tanto meno i proletari comunisti si conformeranno ai consigli di una qualche ragione medica quando domani rischieranno generosamente la vita nella guerra rivoluzionaria di classe per tirar giù la borghesia dal potere statale e liberare il mondo dal sempre e sempre più mortifero dominio del capitale.


Conclusione per gli operai

In questo periodo di profonda oscurità e incertezza la classe operaia non deve chiudersi in un individualismo meschino, ma unirsi e stringersi solidale. È necessario difendersi, tutti, non solo il gran numero di disoccupati che verranno, perché anche coloro che resteranno al lavoro vedranno peggiorare le loro condizioni. I lavoratori devono organizzarsi e reagire insieme.

Come il coronavirus non si è fermato ai confini fra gli Stati e non vi si sono fermate le sue conseguenze sulla classe operaia, anche la sua risposta di lotta contro il capitale dovrà essere coordinata a dimensione internazionale, come è nella tradizione luminosa della nostra classe.

I lavoratori devono intanto chiedere di non lavorare durante questa pandemia ricevendo ugualmente il salario per vivere.

Mentre ancora oggi la classe dominante si preoccupa solo dei propri interessi, nel suo modo arrogante, stupido e spericolato, la classe operaia deve saper apprendere la lezione da questa pestilenza e lavorare alla cura non solo di essa ma di quella che affligge tutta la società, per sradicare la sua malattia incurabile: il capitalismo.

La classe operaia, organizzata nel suo vero sindacato, diretta dal suo vero partito comunista, ritroverà tutto il suo slancio storico e rivoluzionario e libererà la nascita del comunismo internazionale, una società che finalmente potrà dare priorità ai bisogni umani, anche e in particolare contro le avversità della natura.

 

 

 

 

 

  


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale
 
I lavoratori devono difendersi dalla epidemia e dagli effetti della crisi economica Salario integrale ai disoccupati

L’epidemia sta avendo effetti pesantissimi sulle condizioni della classe lavoratrice di tutti i paesi. Ma non è essa la causa della crisi economica, solo l’ha accelerata e amplificata. Le periodiche depressioni, come ha dimostrato Marx da oltre un secolo e mezzo, scaturiscono dai contrasti esistenti all’interno del modo di produzione capitalistico. La produzione industriale dei maggiori paesi ha invertito la crescita da inizio dello scorso anno con una contrazione maggiore nell’ultimo quadrimestre, inizio di una recessione mondiale che noi abbiamo preveduto ben peggiore di tutte le precedenti. L’attuale pandemia l’ha accelerata in modo inaspettato e repentino.

Essa ha svelato in un paio di mesi il carattere antistorico e nemico della specie umana del capitalismo. Colpisce i lavoratori, più esposti al contagio, e gli strati più poveri della popolazione e che non hanno neppure l’accesso alle cure sanitarie. Nei ricoveri si è deliberatamente fatto strage di lavoratori anziani.

Perché il capitalismo è incapace di far fronte all’epidemia, per carenza di prevenzione, mezzi e personale mentre ogni risorsa va a sostenere gli industriali, il sistema finanziario, l’apparato militare e repressivo.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro il 18 marzo scorso prevedeva 25 milioni di nuovi disoccupati nel secondo quadrimestre di quest’anno, divenuti già 195 milioni il 1° aprile. Solo negli Stati Uniti in 5 settimane si è arrivati a 26,4 milioni di nuovi disoccupati, con un aumento settimanale di 5,28 milioni di richieste di sussidio di disoccupazione, cifra mai vista prima. Interi settori dell’economia mondiale avranno un crollo, compreso quello del terziario, con conseguenze devastanti per la classe lavoratrice.

La crisi economica, se porterà per i lavoratori l’aumento dello sfruttamento e la disoccupazione in massa, verrà ad acutizzare le diseguaglianze sociali, con la rovina accelerata delle mezze classi.

I regimi borghesi di tutto il mondo, qualunque sia la ideologia sotto cui si nascondono, si agitano stretti fra la loro necessità di far ripartire tutte le produzioni e il terrore che una nuova ondata di contagi provochi un nuovo blocco, oltre che la ribellione della classe operaia.

Perché non è scontato che il sistema mondiale abbia la forza di far poi ripartire il processo di accumulazione, vitale per il modo di produzione capitalistico.

Già in questa emergenza sanitaria i lavoratori hanno reagito, in molte aziende, nonostante non vi sia ancora una forte organizzazione sindacale di classe, che avrebbe dispiegato una adeguata risposta, e gli operai hanno incrociato le braccia istintivamente difendendo la loro salute e la loro vita.

Ma come può reagire il proletariato internazionale a questa situazione, quando i padroni fanno pesare il ricatto “o la salute o il salario”, ben sapendo che il tempo gioca a loro favore, costringendo le maestranze ad andare ad affollarsi nei posti di lavoro, col rischio di portare la malattia nelle loro case, per evitare che vi entri la fame. Nel frattempo le borghesie tengono pronti i loro strumenti repressivi.

La risposta non può essere che superare l’angusto orizzonte aziendale e, nella unità generale del movimento, impugnare le rivendicazioni storiche della classe operaia:
     - riduzione drastica dell’orario di lavoro a parità di salario e
     - salario pieno ai disoccupati.

Queste semplici rivendicazioni tendono a superare la concorrenza e la frammentazione all’interno della classe, portano all’unità tra le categorie e consentono di allineare le forze nello scontro di classe.

Alle obiezioni di ordine “economico” del padronato, che piange sempre miseria, rispondiamo che non sta alla classe lavoratrice indicargli dove prendere i soldi per far quadrare i suoi conti. Non siamo tutti “sulla stessa barca”, come ci vorrebbero far credere con i loro appelli alla difesa della patria e dell’economia nazionale.

Per i lavoratori lottare per difendere la salute propria e delle loro famiglie nella crisi sanitaria è un primo passo per riuscire a opporsi alla crisi economica che sta arrivando come uno tsunami.

Per questo occorre organizzarsi per la rinascita di un forte sindacato confederale di classe. In questa organizzazione saranno chiamati anche i lavoratori stranieri, per i quali è da rivendicare la regolarizzazione, non temporanea e subordinata al mantenimento dell’impiego ma attraverso il conferimento della cittadinanza.

I lavoratori non possono e non devono pagare anche questa crisi!

L’epidemia sta dimostrando apertamente il fallimento in tutto il mondo del capitalismo. Non solo: questi mesi di quarantena provano che del capitalismo e dei suoi folli frenetici ritmi di lavoro e di vita è possibile fare a meno.

Solo la classe operaia può riuscire a libera l’umanità da questo mostro con la sua rivoluzione emancipatrice.

 

 

 

 

  


Come la classe operaia resiste in Italia agli industriali che vorrebbero trascinarla nel turbine mortale della loro crisi

L’epidemia del Coronavirus ha certamente iniziato ad aprire gli occhi ai lavoratori del mondo sulla natura del capitalismo e della classe dominante. Infatti, pur con qualche differenza di dettaglio, l’atteggiamento dei regimi borghesi d’ogni paese di fronte alla pandemia è stato analogo.

Inizialmente hanno finto di sottovalutare il pericolo, minimizzandolo. Emblematico quanto dichiarato il 13 marzo dal primo ministro del Regno Unito, secondo cui l’epidemia avrebbe dovuto essere affrontata con la cosiddetta “immunità di gregge”.

Il politicantume borghese italiano non è stato da meno. Il 27 febbraio in Italia già erano stati identificati 588 contagiati e 17 deceduti, con un aumento rispettivamente del 53% e del 41% rispetto al giorno precedente. Quel giorno il segretario del PD passeggiava all’ora dell’aperitivo per i navigli di Milano, spargendo fiducia e ottimismo per “far ripartire il paese”: “Milano non si ferma!”, recitava un video propagandistico di quei giorni.

Poche ore prima, i sindacati di regime – Cgil, Cisl e Uil – e le associazioni padronali – Abi, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Alleanza delle Cooperative, Rete Imprese Italia – con esemplare spirito di unità nazionale pubblicavano una nota congiunta: «È ora importante valutare con equilibrio la situazione per procedere a una rapida normalizzazione, consentendo di riavviare tutte le attività ora bloccate e mettere in condizione le imprese e i lavoratori di tutti i territori di lavorare in modo proficuo e sicuro a beneficio del Paese, evitando di diffondere sui mezzi di informazione una immagine e una percezione, soprattutto nei confronti dei partner internazionali, che rischia di danneggiare durevolmente il nostro Made in Italy e il turismo».

Le dirigenze dei sindacati di regime hanno quindi pienamente condiviso l’attitudine e l’azione degli industriali, poi denunciata in diversi giornali e trasmissioni televisive e di cui è diventato emblematico un video promozionale di Confindustria del 28 febbraio, “Bergamo is running”, volto a rassicurare i clienti stranieri che nella provincia tutto era sotto controllo, dal punto di vista sanitario e del business.

L’atteggiamento della classe dominante e del suo regime politico, che hanno ignorato il pericolo, è stata una scelta consapevole volta alla difesa del capitalismo nazionale, quello che chiamano “il bene del paese”, evitando o rimandando quanto più possibile il blocco delle fabbriche, dei cantieri, dei magazzini logistici. E avranno sempre questo medesimo scopo i successivi capovolgimenti di questa politica.

Il 21 febbraio, alla identificazione dei primi casi di coronavirus, il governo reagiva chiudendo in altrettante “zone rosse” 11 comuni, 10 della Lombardia ed 1 del Veneto. Nessuno poteva entrare né uscire, nemmeno le merci e i lavoratori, il che ha implicato la chiusura delle attività produttive al loro interno, come ad esempio la fabbrica Unilever di Casalpusterlengo, dove lavorava il primo contagiato identificato.

Ma, per l’inadeguatezza delle linee ministeriali volte a individuare i contagiati, l’epidemia era già in pieno corso al di fuori di quei comuni. Il primo marzo i positivi al Covid 19 registrati erano 1.577, di cui 344 nel lodigiano, 640 nelle altre province lombarde, 600 fuori dalla Lombardia. I deceduti erano 34. Il 4 marzo il governo decretava la sospensione di tutte le attività scolastiche. Il 7 marzo i contagiati erano 5.061 e i deceduti 233, tre e sette volte quelli del primo marzo.

Per altro, com’è noto, i dati forniti dalle autorità hanno occultato l’evidenza della gravità del quadro epidemiologico giacché già il 28 febbraio il Ministero della Salute indicava di sottoporre a tampone solo i casi sintomatici e successivamente hanno ridotto ulteriormente il campo di applicazione di tali esami ai casi più gravi. Inoltre molti dei deceduti in casa o nelle residenze per anziani non sono stati conteggiati fra le vittime del coronavirus. Un dato su tutti è quello di Bergamo, dove la media dei deceduti nelle prime 4 settimane di marzo (1° marzo - 28 marzo) negli anni dal 2015 al 2019 è stata di 115; quest’anno se ne sono avuti 597, 482 in più, con un incremento del 420%. I morti certificati per coronavirus al 28 marzo invece erano solo 201.

Domenica 8 marzo un nuovo decreto estendeva i provvedimenti restrittivi alla libera circolazione a tutta la Lombardia e ad altre 14 province e il giorno dopo a tutto il territorio nazionale. Ma le restrizioni riguardavano la circolazione solo nel “tempo libero”, non nel “tempo di lavoro”, durante il quale ogni spostamento era invece consentito. Non si sono estese le originarie 11 “zone rosse” ma si è deliberata un’unica area “arancione”, per così dire, in cui si lasciava libertà di circolazione per ragioni di lavoro. Tant’è che le aziende precedentemente chiuse negli 11 comuni, come la citata Unilever, riavviavano l’attività.

L’apparente radicalità dei provvedimenti governativi dell’8 e del 9 marzo quindi serviva in realtà a dissimulare la scelta di non aver voluto istituire criteri stringenti nelle aree dove il contagio si andava rapidamente diffondendo già nei primi giorni di marzo, allo scopo di non fermare le fabbriche nelle quali, nel bergamasco e nel bresciano, gli operai continuavano a dovervisi ammassare.

Già da alcuni giorni l’atteggiamento del regime borghese italiano si era ribaltato rispetto a quello iniziale. A fronte dell’innegabile evidenza della gravità della situazione, dalla minimizzazione iniziale era passato al terrorismo, anche minacciando e prevedendo gravi provvedimenti sanzionatori e penali contro chi, nel tempo libero, avesse violato le restrizioni alla circolazione.

Lo scopo della martellante campagna era, da un lato, quello di rendere effettiva la limitazione di ogni movimento nel tempo libero, sperando che ciò bastasse a fermare il contagio, nel mentre si lasciava piena libertà di movimento alla produzione capitalista, dall’altro scaricare la responsabilità della “lotta all’epidemia” sui comportamenti individuali, agitando un diversivo che nascondesse le responsabilità degli industriali e del governo.

Chiusi i bar, i ristoranti, i cinema e tutti i negozi tranne gli alimentari; aperta la grande distribuzione. Evidenti i confini delle classi: operai a lavorare, loro familiari e borghesi e piccolo borghesi tutti chiusi in casa. Inevitabile la rovina per la piccola borghesia e la mancata riapertura di molti dei loro “esercizi”.

Questo agire criminale – oltre ad altri fattori ugualmente imputabili alla classe dominate e al capitalismo, primo fra tutti i tagli al sistema sanitario – ha contribuito ad elevare la letalità della malattia e a determinare il tragico bilancio, tutt’altro che definitivo, di vittime.

La classe operaia in molte fabbriche non ha affatto accettato rassegnata di sacrificarsi sull’altare dell’ “unità nazionale”, cioè del profitto, assegnatogli da industriali, governo e sindacati di regime.

Martedì 10 marzo per primi scendevano spontaneamente in sciopero gli operai della FCA di Pomigliano. Il giorno innanzi i sindacati collaborazionisti nell’azienda – Confederali (Fim, Fiom, Uilm, Uglm) e autonomi (Fismic e Aqcfr) – avevano raggiunto un accordo con la direzione per la prosecuzione dell’attività, nel rispetto di alcune norme di sicurezza. La polizia impedisce ai licenziati da FCA del SI Cobas-Pomigliano di distribuire un volantino in cui si invita allo sciopero, cosa che però gli operai fanno ugualmente a partire dal secondo turno. La direzione nazionale del gruppo decide quindi di procedere alla progressiva chiusura di diversi stabilimenti in Italia, prima che a farlo siano i lavoratori.

Gli scioperi si moltiplicano coinvolgendo decine di fabbriche, magazzini logistici, terminal portuali, centri commerciali (Whirlpool, Fincantieri, Iveco, Corneliani, Valeo, Mtm, Ikk, Dierre, Trivium, Bitron, Gkn, terminal di Prà, San Giorgio, Messina e riparazioni navali a Genova, Bonfiglioli, Gardner, Metalsistem...).

I sindacati di base cercano di entrare in contatto coi lavoratori che si mobilitano, e proclamano scioperi a oltranza per dare copertura a chi si rifiuta di lavorare.

Il 10 marzo l’Esecutivo Nazionale Confederale dell’Usb dichiara: «In tutti i luoghi di lavoro dove è messa a repentaglio la salute dei lavoratori (...) le strutture aziendali dell’Usb sono invitate ad entrare in agitazione ed a proclamare interruzioni dell’attività di lavoro (...) Il governo deve prendere scelte drastiche, fermare tutte le attività (...) con la sola esclusione di tutto ciò che è essenziale all’approvvigionamento dei beni e servizi indispensabili (...) I lavoratori devono poter restare a casa avendo la certezza del mantenimento del posto di lavoro e del salario per tutto il tempo in cui durerà l’emergenza sanitaria e fino al ripristino della normalità».

L’11 marzo anche il SI Cobas apre uno stato di agitazione nazionale per tutte le categorie.

In un comunicato unitario di Fiom, Fim e Uilm lombarde si legge: «Dalle fabbriche metalmeccaniche lombarde continuiamo a ricevere segnalazioni che confermano una situazione che inizia a diventare ingestibile (...) sono già in atto crescenti e comprensibili forme di auto‑abbandono del lavoro».

Il 12 marzo la Flmu‑Cub proclama lo sciopero nazionale dei metalmeccanici dal 13 al 23 marzo; l’Usb Nazionale Lavoro Privato uno sciopero di tre giorni per il settore industriale mentre l’Usb Emilia Romagna – la regione in cui questo sindacato è più presente nelle fabbriche metalmeccaniche – per 15 giorni.

Nel pomeriggio Fiom, Fim e Uilm nazionali emanano un comunicato stampa unitario in cui, dopo aver affermato che “da giorni stiamo provando a non bloccare le produzioni”, chiedono agli industriali di “concordare fermate produttive” e, in mancanza di accordi, proclamano lo sciopero nazionale fino al 22 marzo. Questo atteggiamento contraddittorio e ambivalente delle dirigenze dei sindacati di regime tradisce la loro collaborazione con gli industriali e il governo volta a non bloccare le fabbriche.

Un comunicato della Fiom di Torino del 14 marzo enumera alcune aziende in cui vi sono stati operai contagiati – FCA, Denso, Teksid, Cnh, M4U, Elbi, Lear, Maserati, Services, Thales Alenia Space, Tta – e afferma: «Casi che dovrebbero far riflettere sul fatto che, anche applicando le misure di precauzione nelle aziende, la possibilità che il virus arrivi dall’esterno è difficilissima da contenere». E prosegue: «I fermi produttivi nelle aziende metalmeccaniche torinesi coinvolgono oltre 12.000 lavoratori (...) Di fatto le aziende si stanno fermando da sé per il dilagare del fenomeno».

Un altro comunicato nello stesso giorno della Fiom del Trentino è intitolato: “L’unica vera tutela è fermare tutte le produzioni non essenziali”. Vi si legge: «Mancano le tutele per chi opera nelle piccole e piccolissime aziende, dove più difficile è controllare il rispetto delle prescrizioni. E mette i brividi che alcune imprese assicurino i loro operai per il post‑ricovero in terapia intensiva (...) Solo in una minima parte di aziende, con la tenacia e la forza dei nostri delegati possiamo tentare di controllare la situazione, ma in tante altre per l’arroganza della controparte o perché sono aziende non sindacalizzate non c’è nessuna possibilità di verificare la corretta applicazione delle norme di contrasto alla diffusione del virus».

Nonostante il moltiplicarsi degli scioperi, sostenuti in molti casi dai delegati dei sindacati di regime, nonostante le affermazioni di intere strutture territoriali di categoria della Cgil, nonostante che molte aziende si fossero già fermate, il 14 marzo i segretari nazionali confederali di Cgil, Cisl e Uil, per tenere le fabbriche aperte firmano con Confindustria, Confapi e Governo un “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid‑19 negli ambienti di lavoro”: «È obiettivo prioritario coniugare la prosecuzione delle attività produttive con la garanzia di condizioni di salubrità e sicurezza degli ambienti di lavoro e delle modalità lavorative». Perfetta applicazione del falso principio secondo cui gli interessi dei lavoratori sarebbero conciliabili con quelli dei padroni.

In una intervista lunga 40 minuti il segretario nazionale della Cgil, Landini, afferma il contrario di quanto fatto dalla Fiom torinese e da quella trentina dichiarando che sarebbe possibile lavorare “in sicurezza”. Alla domanda che espone il problema per cui molte aziende certamente non adotteranno nemmeno le blande se non inutili misure di sicurezza stabilite dal protocollo, che la forza sindacale non è omogenea nelle fabbriche per cui nella maggior parte dei casi i lavoratori non avranno la forza nemmeno di far rispettare tali misure, e che per queste ragioni il sindacato avrebbe dovuto lottare non per un accordo sull’impossibile applicazione delle misure di sicurezza ma per la chiusura di tutte le attività non essenziali, Landini risponde riproponendo e facendo pesare il ricatto padronale: “se chiudiamo le aziende i lavoratori restano senza salario”.

Sulla base dei tanti scioperi e della gravità della situazione un sindacato di classe avrebbe chiamato allo sciopero generale, rivendicando la chiusura delle aziende e un salario di quarantena per i lavoratori, come hanno tentato di fare Usb, SI Cobas, Cub, e che naturalmente il grande capo dei bonzi sindacali si guarda bene dal fare.

Inoltre il protocollo del 14 marzo, prevedendo la possibilità di mantenere le fabbriche aperte, avrebbe dovuto stabilire la difesa delle libertà sindacali: se si può lavorare in sicurezza perché non dovrebbe essere possibile svolgere assemblee o picchetti nel rispetto delle distanze di sicurezza? Invece le libertà sindacali non sono state nemmeno prese in considerazione da Cgil, Cisl e Uil.

Il protocollo non fermando la produzione non ferma nemmeno gli scioperi, che proseguono e coinvolgono altre aziende: Amazon, Electrolux, ex Iribus, Fly, Siemens, Pama, Mariani Sapes, Lincoln, Coster, Site, Arcelor Mittal, Piaggio, Arvedi, Siderurgica Triestina, decine di magazzini logistici.

Il 21 marzo l’Esecutivo Nazionale Confederale dell’Usb proclama uno sciopero generale nazionale per il 25, eccezion fatta per i settori considerati essenziali. Contro lo sciopero il 24 la Commissione di Garanzia emana una delibera che ne chiede la revoca, non solo nei settori essenziali, come sarebbe suo effettivo potere di fare, bensì per tutti, per la prima volta da quando è stata istituita con la legge antisciopero del 1990.

Domenica 22 marzo i dati ufficiali indicano 59.138 contagiati e 5.476 deceduti, 11 e 23 volte i dati del 7 marzo. Largamente annunciato, arriva il decreto governativo per il blocco delle attività non essenziali, dopo 15 giorni e 5.200 vittime. Come se non bastasse il decreto è costruito ad arte per lasciare ampie scappatoie:
     – sono considerati “essenziali” interi settori che in generale non lo sono affatto: carta, prodotti chimici, gomma, plastica, elettromeccanico, fabbricazione di macchine per le industrie alimentari e la logistica;
     – «sono consentite le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economica nazionale, previa autorizzazione del Prefetto» (art. 1, comma h);
     – a una qualsiasi azienda è sufficiente asserire di essere in qualche modo collegata ad una di quelle attività “essenziali” per poter proseguire l’attività, solo facendone comunicazione alla Prefettura, la quale si riserva di verificare e, eventualmente, fermare l’attività, senza nemmeno alcuna sanzione;
     – infine il decreto offre tempo fino a mercoledì 25 marzo per ultimare eventuali produzioni in corso.

Di fatto, il decreto in buona parte andava a sancire un blocco produttivo già in atto – come aveva spiegato il citato comunicato della Fiom torinese – in ragione dell’espansione dell’epidemia, degli scioperi, ma anche per il blocco delle forniture o dei mercati di sbocco, giacché anche negli altri paesi europei ormai i governi stavano procedendo ad analoghe chiusure.

I sindacati di regime, che non hanno voluto unificare gli scioperi al fine di ottenere il blocco produttivo a salario garantito, per evitare che scoppiassero spontaneamente, si sono appellati al governo che intervenisse a far continuare a produrre fino a che le fabbriche si fermassero anche all’estero, così da non danneggiare il capitalismo italiano. Ad esempio in Francia, colpita dopo l’Italia dall’epidemia, il blocco produttivo aveva avuto inizio dal 16 marzo.

La grossolanità delle definizioni dei settori considerati essenziali appare così evidente che mercoledì 25 marzo il decreto veniva modificato: cinque settori (fra cui carta, chimici e plastica) venivano ristretti, cinque eliminati, ma quattro aggiunti (fra cui le agenzie interinali). “Ce l’abbiamo fatta”, è il commento di Landini alla modifica.

Ma un documento del giorno stesso della “Fondazione Sabattini” di Bologna, espressione della sinistra “non di opposizione” interna alla Cgil, valuta il decreto, a prescindere dalle modifiche, in questi termini: «si è data alle imprese la possibilità di autocertificare che le loro produzioni sono a servizio delle attività elencate. Ciò apre la strada ad una liberalizzazione completa di tutte le attività economico-produttive». E prosegue: «In pratica, il 40,3% di chi lavora oggi dovrebbe in realtà essere a casa».

Quello stesso giorno in Lombardia le federazioni metalmeccaniche, chimiche e tessili di Cgil, Cisl e Uil promuovono uno sciopero regionale. Una mobilitazione tardiva, utile a mascherare il rifiuto di ricorrere allo sciopero generale e a non lasciare spazio allo sciopero dell’Usb, che dal canto suo non revoca la sua azione nonostante la delibera della Commissione di Garanzia, ma la cui azione resta molto debole.

Una memoria dell’Istat presentata al Senato il giorno dopo afferma: «L’insieme dei settori attualmente non sospesi comprende 2,3 milioni di imprese (il 51,2% del totale). Questo insieme rappresenta un’occupazione di 9,3 milioni di addetti (55,9% del totale) e 6,8 milioni di dipendenti (il 58,1%)». Va considerato che fra i lavoratori considerati attivi dall’Istat vi sono, ad esempio, quelli della sanità e quelli che operano da casa con il cosiddetto smart working, come il vasto comparto dell’istruzione e del resto del pubblico impiego. Ma è evidente la parzialità del blocco produttivo.

Se la settimana dal 23 al 28 marzo rappresenta l’apice dello smarrimento per l’epidemia, a cui i padroni si adeguano, da quella successiva molte aziende, “mangiata la foglia”, varcano la porta lasciata aperta dal decreto. Già al 28 marzo sono 12.300 le aziende che in Lombardia ricorrono all’autocertificazione. 1.800 nella provincia di Bergamo. Un numero tale che, ammesso e non concesso ve ne fosse la volontà, le prefetture non sono in grado di verificare.

A queste vanno aggiunte le aziende che producono armamenti, dell’aerospazio, della difesa e, come abbiamo visto, quelle considerate “strategiche” per il capitalismo nazionale. Lavorano, ad esempio, la Piaggio Aeronautica, la Avio, diverse fabbriche del gruppo Leonardo come l’ex Agusta di Varese, la Alenia di Novara e la Oto Melara di La Spezia, la ABB e la Tenaris di Bergamo, la ST Microelectronics di Monza.

Al siderurgico di Taranto Fiom, Fim, Uil e Uglm – ma anche l’Usb locale in contrasto con la linea nazionale del sindacato e in armonia con quella della triplice! – erano giunte a un accordo, il 13 marzo, che prevedeva il mantenimento della produzione con tremila operai diretti, cui vanno aggiunti duemila delle ditte terze, a fronte dell’applicazione di alcune misure di sicurezza. Dopo il decreto del 22 marzo la Arcelor Mittal, inviata richiesta al Prefetto, riceveva il suo consenso, in quanto considerata attività di rilevanza strategica, acconsentendo persino a un richiamo di 500 operai in più. Ovviamente le prefetture, principali organi dello Stato borghese sul territorio, quando sono intervenute lo hanno fatto a tutela degli interessi degli industriali e a discapito della salute e della vita dei lavoratori, cosa che Landini ha finto di non sapere allorquando dichiarava “ce l’abbiamo fatta”! Il 29 marzo si registra il primo caso positivo nell’acciaieria.

In un comunicato unitario del 5 aprile, Fim, Fiom e Uilm del Veneto dichiarano: «Sui tavoli delle prefetture [venete: ndr] sono arrivate più di 14.000 comunicazioni di proroga, di cui moltissime di queste metalmeccaniche, significa, centinaia di migliaia di lavoratori comandati al lavoro già da lunedì 6 aprile. Siamo di fronte ad un evidente aggiramento del decreto di sospensione delle attività, in assoluto spregio della salute pubblica». Come spiegato, non si tratta affatto di un raggiro al decreto ma dell’utilizzo di una delle finestre che ha lasciato aperte!

Da lunedì 6 aprile aumentano le fabbriche che riprendono la produzione, sia pure in alcuni reparti: dalla Marcegaglia di Ravenna (con apposito accordo firmato da Fim, Fiom e Uilm), all’Arcelor Mittal di Genova, alla NMLK di Verona... L’8 marzo Confindustria di Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto lanciano un appello per la riapertura delle fabbriche facendo leva sul mancato versamento dei salari: «Prolungare il lockdown significa continuare (...) a perdere clienti e relazioni internazionali, non fatturare, con l’effetto che molte imprese finiranno per non essere in grado di pagare gli stipendi del prossimo mese (...) È ora necessario concretizzare la Fase 2».

Il 9 marzo Fim, Fiom, Uilm, Uglm e Aqcf firmano con FCA un accordo per la riapertura delle fabbriche del gruppo a partire dai primi di maggio con l’adozione di una serie di misure di sicurezza, fra cui non vi sono né la riduzione dell’orario di lavoro né l’aumento delle pause, entrambe correttamente rivendicate dal sindacalismo di base – in particolare dall’Usb presente negli stabilimenti Sevel di Atessa (Chieti), in quelli di Melfi (Potenza) e Termoli (Campobasso) – quali strumenti per ridurre il tempo di permanenza in un ambiente a rischio di contagio e la maggior fatica dovuta al lavorare con mascherine e altri dispositivi di protezione individuali.

Il 14 marzo il presidente della regione Veneto, Zaia, dichiara: «il lockdown vero e proprio non esiste più da tempo: la “fase 2” piaccia o non piaccia è già iniziata, lo testimoniano le strade che non sono vuote e ci sono sempre più auto che viaggiano e dal 30 al 60% delle aziende sono aperte e lavorano, o perché previsto dal codice Ateco e per la regola del ’silenzio-assenso’ e la deroga da parte delle prefetture».

Oltre agli operai sono stati mandati allo sbaraglio i lavoratori della sanità. Più di 30 infermieri sono già morti per il virus e più di 150 medici, tra ospedalieri e di famigia. Questi lavoratori sono stati mandati in prima linea senza mezzi di protezione. Chi di loro l’ha denunciato è stato licenziato.

È da questi giorni che data il terzo atteggiamento del regime borghese, dopo la minimizzazione del pericolo e il successivo terrorismo. È volto ora a trasmettere tranquillità e fiducia, a far apparire la situazione “sulla via di diventare” sotto controllo, allo scopo di avviare il prima possibile la piena ripresa produttiva. A tale scopo sono utili anche numerose fake news “complottiste” fatte circolare per pensare che l’entità del pericolo sarebbe stata ingigantita per oscuri e potenti interessi, come quelli delle grandi case farmaceutiche, le big pharma.

In realtà i dati dell’epidemia, seppure in calo, sono ancora molto elevati. Il 25 di aprile – dati ufficiali – si sono avuti 415 deceduti e rispetto al giorno prima 2.537 nuovi positivi. Il 7 marzo si erano avuti 5.061 nuovi contagiati e 233 decessi, che giustificarono i decreti dell’8 e del 9 marzo. Su un numero di contagiati oggi venti volte maggiore rispetto al 7 marzo, la riapertura delle attività produttive facilmente avrà per effetto un nuovo estendersi del contagio, un nuovo innalzamento della letalità, anche per l’incapacità del sistema sanitario a far fronte al numero dei casi gravi, nonostante gli improvvisati tentativi di rafforzamento dell’ultima ora.

Ma in ogni paese la classe dominante, il suo regime politico, i suoi servi sindacali in seno alla classe operaia non hanno scelta. Si agitano stretti in una insolubile contraddizione. Non possono limitare la produzione a ciò che è veramente necessario alla vita sociale perché ciò provocherebbe il collasso dell’intero sistema economico e finanziario capitalistico. Non può fermarsi la produzione di qualsiasi merce dalla quale si possa sperare di trarre profitto, sia essa del tutto inutile o perfino dannosa all’umanità e alla natura.

Non che, materialmente, manchino i mezzi e i lavoratori per produrre ciò che è utile e necessario. La forza lavoratrice e le materie prime sarebbero abbondantemente sufficienti per poter produrre, in una società non più capitalistica, con rischi davvero ridotti, il minimo che serve.

Ma la borghesia deve arrischiarsi a riprendere quanto prima tutte le produzioni, pur consapevole che ciò potrebbe provocare una recrudescenza dell’epidemia e quindi un nuovo blocco produttivo, e anche nuovi scioperi a difesa della salute e della vita degli operai.

Non hanno scelta. Quella di Boris Johnson non è stata una boutade ma il suicida percorso obbligato verso cui la borghesia non può non instradare la classe operaia e la società intera. Il capitalismo, per la sua natura, non può affrontare una epidemia, si rimette alla “immunità di gregge”, dimostrando con centinaia di migliaia di vittime il suo carattere antistorico e reazionario, nonostante la sua potenza produttiva, ma volta al profitto e non all’uomo.

In previsione di questo probabile scenario, che avrà sicuri effetti sulla crisi economica, già matura a livello internazionale ma che la pandemia sta facendo precipitare, anche in Italia il regime borghese affila e prepara gli strumenti repressivi contro la lotta della classe lavoratrice.

La Commissione di Garanzia ha avviato un procedimento sanzionatorio contro l’Usb per non aver revocato lo sciopero del 25 marzo e contro lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, reo di aver fatto altrettanto con lo sciopero generale proclamato l’8 marzo, in occasione della giornata internazionale della donna. Questo organismo per la prima volta si è arrogato la potestà di vietare lo sciopero in ogni settore della classe lavoratrice.

Il 24 aprile i sindacati di regime, le associazioni padronali ed il governo hanno integrato il Protocollo del 14 marzo. Come nella prima versione, nemmeno in questa le dirigenze sindacali si sono preoccupate di tutelare le libertà sindacali, quali assemblee e manifestazioni, interne o esterne al perimetro aziendale. In virtù di chissà quale alchimia per padroni e sindacati di regime è possibile produrre profitto in sicurezza, svolgere assemblee sindacali no!

Il nuovo decreto governativo del 26 aprile mentre consente la riapertura di tutta l’industria manifatturiera – in teoria a partire dal 4 maggio – mantiene il divieto di riunione, assemblea, manifestazione anche per gli operai chiusi nelle fabbriche. Per altro, anche questo decreto, com’era stato per quello del 22 marzo, viene solo a sancire quanto già in atto: prima la chiusura, ora la riapertura. Già lunedì 27, ad esempio, gli operai tornano a varcare diversi cancelli delle fabbriche FCA.

In risposta al procedimento sanzionatorio avviato dalla Commissione di Garanzia lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe ha lanciato un appello in cui si «propone a tutti i sindacati di base di rispondere unitariamente a questo illegittima azione repressiva». Ad oggi, solo il “Coordinamento Lavoratori e Lavoratrici Autoconvocati per l’Unità della Classe” lo ha raccolto, impegnandosi a rilanciarlo con un appello per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, nel quadro generale della necessaria risposta agli effetti della crisi sanitaria ed economica in atto, che sarà pubblicato in occasione del primo maggio.

Per ora la risposta l’hanno data da soli gli operai, per quanto hanno potuto fare senza un sindacato di classe che li organizzi, giacché nei fatti hanno parzialmente già violato i divieti di assembramenti durante gli scioperi dal 10 al 25 marzo, che in molti casi hanno implicato lo svolgimento di assemblee, dimostrando che lo sciopero è una questione di forza e non di diritto.

Il sindacalismo conflittuale, sebbene abbia agito nel modo corretto in queste prime settimane di crisi sanitaria, chiamando allo sciopero generale e rivendicando la fermata delle fabbriche e il salario pieno, per affrontare il grande scontro che si profila dovrà unificare la sua azione, cosa che nemmeno in questi frangenti le sue dirigenze hanno voluto fare.

L’unità d’azione del sindacalismo conflittuale è la strada per liberare i lavoratori dalla sudditanza all’iniziativa dei sindacati di regime, che li tengono legati allo sfruttamento padronale, appellandosi al sozzo principio dell’unità nazionale, che sempre null’altro è che il sacrificio della classe lavoratrice per i privilegi della borghesia.

Abbasso la unità con i padroni sotto il tricolore! Viva la bandiera rossa dell’unità internazionale degli sfruttati!

 

 

 

 

 

  


Pandemia globale
Da sradicare è il capitalismo!

Questo il volantino diffuso in questi giorni dalla nostra sezione di lingua spagnola.


   Unità d’azione e sciopero di tutta la classe operaia per l’aumento dei salari, la riduzione della giornata lavorativa e la salute e la sicurezza sul lavoro!
   La classe operaia deve respingere le menzogne democratiche e parlamentari!

La crisi capitalistica si sta precipitando, portando più schiavitù e sfruttamento alla classe operaia. I prezzi delle materie prime crollano. Una montagna di merci si sta accumulando nei magazzini delle aziende. Le produzioni si fermano perché non c’è domanda. Il credito si blocca, gli indicatori del mercato azionario diminuiscono.

Aumentano le misure dei governi a danno dei lavoratori: salari da fame, licenziamenti, flessibilità del lavoro, peggioramento delle condizioni e dell’ambiente di lavoro, pagamento con buoni spesa di parte del salario, che continua a diminuire.

Di fronte alla crisi i politici borghesi di tutti i colori, le varie centrali sindacali di regime e i media propongono come soluzione "più democrazia", più “sovranità”, “difesa della patria”, elezioni e cambio dei governi, referendum, assemblee e riforme costituzionali, “tavoli di dialogo” e trattative tra governo e opposizioni. Si appellano anche agli organi internazionali (Omu, Osa, Cidh, ecc.) a favore o contro i propri governi.

Le prime e più appariscenti risposte di massa alla crisi sono spesso guidate dalla piccola borghesia in via di rapida proletarizzazione, così come accaduto in Centro e Sud America, e perciò, pur coinvolgendo le masse proletarie, assumono un carattere popolare e quindi indefinite ed inconcludenti.

Come abbiamo visto in Venezuela, in Cile, in Argentina, in Colombia, in Ecuador, in Bolivia, in Nicaragua, a Panama, in Brasile, in Uruguay, in Paraguay e in Messico, le loro rivendicazioni si limitano alla richiesta di maggiore democrazia e sovranità del Paese. Mai emergono le necessità dei lavoratori, o vi appaiono solo per demagogia, un vile accessorio delle vuote richieste tipiche della piccola borghesia.

Anche quando e dove alcuni settori della piccola borghesia sono inclini all’impiego della forza, tramite la guerriglia o alleandosi con le fazioni dell’esercito pronte a colpi di Stato, ugualmente questi movimenti promuovono programmi interclassisti che non rompono con il capitalismo, pur se si avventurano a dichiarare di volerlo mettere "radicalmente in discussione"

Dal canto loro i sindacati di regime plaudono alle misure dei governi borghesi, affermano di voler difendere le masse ma in realtà difendono solo le aziende, che nascondono sotto la sacra “economia nazionale”. Questi sindacati aderiscono pedissequamente alla richiesta di intensificare l’orario di lavoro e di non interrompere la produzione, e non esitano ad assecondare la repressione e il terrorismo dei governi e dei padroni sui lavoratori.

Tutta l’esperienza storica della classe operaia dimostra che la democrazia parlamentare, pure se “rappresentativa”, “partecipativa” e “dal basso”, è solo la maschera della dittatura della classe borghese sul proletariato. Pertanto la classe operaia non può sperare in un cambiamento radicale e in un miglioramento delle sue condizioni di vita attraverso cambiamenti di governo, che siano ottenuti col voto o con colpi di Stato. Dai nuovi e dai vecchi governi che amministrano gli interessi della borghesia nel continente americano, la classe operaia non può aspettarsi altro che un aumento dello sfruttamento, un sovraccarico di lavoro, un allungamento della giornata lavorativa, una riduzione del salario reale, condizioni di lavoro insicure e malsane, la violazione dei contratti collettivi, la frode nelle modalità di pagamento dei salari, la repressione e il terrorismo.

Nello scontro tra le fazioni borghesi e piccolo borghesi per il controllo dei governi e dei parlamenti alcune si proclamano per il neoliberismo e il mercato, con il Cile il caso più rappresentativo, altre invocano Keynes e l’intervento dello Stato, con il caso simbolico del Venezuela. Ma tutti convergono nella difesa dei profitti del capitale tramite lo sfruttamento, la fame e la disoccupazione della classe operaia. Governo e opposizione in tutti i Paesi mantengono in riga la classe operaia e incanalano il suo malcontento e le sue speranze nel voto e nel patriottismo, talvolta “antimperialista”.

Arrivata infine l’infezione da Covid‑19, ogni governo borghese ha mantenuto la sua strategia: proteggere le imprese capitaliste e impedire la mobilitazione delle masse.

I lavoratori non debbono credere ai governi che dichiarano di voler proteggere la popolazione dall’infezione, ma imporre con la lotta di essere difesi. Per il personale medico e per tutti i lavoratori che rimangono attivi durante la pandemia occorre pretendere ogni provvedimento ed attrezzatura di sicurezza.

Nel continente americano ci sono molti Paesi in cui più della metà della popolazione economicamente attiva è costituita da lavoratori autonomi, della cosiddetta “economia informale”, a giornata, temporanei, occasionali, una massa di lavoratori senza posto fisso che si trova sempre in condizioni precarie nell’economia capitalistica. Questi, che soffrono duramente per l’impatto della crisi, sono stati abbandonati al loro destino privi anche dei miseri controlli sanitari stabiliti dai governi in risposta al contagio.

La salute dei salariati è sempre stata male curata, indipendentemente dall’esistenza o meno nei loro paesi di servizi sanitari pubblici; ora i lavoratori muoiono perché debilitati dalla cattiva alimentazione o dal troppo lavoro o a causa del virus o per altre malattie, molte delle quali hanno origine sul posto di lavoro, che non possono essere curate negli ospedali intasati.

La classe operaia di tutta l’America deve tornare a scioperare e ad agire unitariamente, mettendo al centro delle sue richieste: un aumento generale dei salari, la riduzione della giornata lavorativa, il miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza sul lavoro, la sicurezza sociale per i pensionati, i licenziati e i disoccupati. E rispondere alla repressione, alla detenzione, all’assassinio o al licenziamento dei dirigenti sindacali.

Tornare all’arma dello sciopero, a tempo indeterminato, stabilendo essa con le sue organizzazioni di lotta quali servizi minimi garantire, integrando nella lotta anche i pensionati e i disoccupati e tutte le categorie nelle quali si dividono i salariati. La paralisi della produzione e della spedizione delle merci è un obiettivo fondamentale per costringere la borghesia a cedere alle richieste dei lavoratori. In tutti i paesi le leggi negano questo tipo di scioperi, ma questi si imporranno con la forza stessa della partecipazione in massa dei lavoratori.

Quando nella stessa azienda i lavoratori sono affiliati a diversi sindacati, la maggior parte dei quali spesso sono collaborazionisti, e in assenza di un sindacato di classe, è necessario che i lavoratori si riuniscano in assemblee e costituiscano dei comitati alla base per raggiungere una unità di azione indipendentemente dall’affiliazione sindacale. Uno sciopero riuscito inizia con l’unità dei lavoratori alla base.

Ma uno sciopero per riuscire davvero non può limitarsi ad una singola azienda; può iniziare in una ma deve promuovere la solidarietà delle altre aziende della città, della regione, del paese. Questo implica una organizzazione apposita, picchetti, incontri e riunioni.

Nel vivo della lotta i lavoratori svilupperanno veri sindacati di classe, non compromessi con il padronato, con l’economia nazionale, con il patriottismo.


     In tutto il mondo, riprendere lo sciopero e l’unità d’azione dei lavoratori!
     La via d’uscita dei lavoratori dalla crisi passa per lo sciopero generale a tempo indeterminato, contro i padroni e i loro governi!

 

 

 

 

  


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Il movimento contro la riforma delle pensioni in Francia
(Continua dal numero scorso)


Il movimento cerca di estendersi alle altre categorie

Come abbiamo visto il 20 settembre 5 sindacati della Ratp – FO, UNSA, CFE‑CGC, Solidaires e Sud – sotto la spinta della loro base manifestatasi nel riuscito sciopero del 13 settembre, lanciavano l’appello per uno sciopero nazionale intercategoriale ad oltranza a partire dal 5 dicembre. Il largo anticipo della proclamazione sarebbe stato finalizzato a rafforzare la cassa di resistenza, necessaria per uno sciopero ad oltranza, e a trovare appoggio nel resto delle classe lavoratrice e del movimento sindacale.

L’appello aveva fatto breccia in larghi settori del sindacalismo conflittuale e l’adesione di intere federazioni nazionali di categoria: il 24 settembre aderivano SUD Ferrovieri e FO Trasporti; il 10 ottobre la Cgt Services Publics; l’8 novembre la Cgt Ferrovieri; poi la Cgt delle Industrie Chimiche (Cgt FNIC), delle Miniere e dell’Energia (Cgt FNME) e i sindacati minoritari nella scuola (Sud Education, FERC‑Cgt, FO). A queste si aggiungevano molte strutture sindacali territoriali ed aziendali, in alcuni casi anche della Cfdt. Nell’Ile‑de‑France a novembre si costituisce un Coordinamento intercategoriale per sostenere lo sciopero a oltranza costituito da lavoratori della Ratp, della Sncf e delle Poste.

Ma tutte le dirigenze nazionali confederali si limitano a sostenere una singola giornata di sciopero nazionale intercategoriale per il 5 dicembre.

Dopo il 5 dicembre il movimento si estende in altri settori: scuola, ospedalieri, postali, portuali, vigili del fuoco, spazzini, chimici delle raffinerie, lavoratori della EDF (Électricité de France), dell’industria aerea, delle biblioteche, della cultura, dell’informazione. Il 6 dicembre la CFE‑CGC si unisce all’intersindacale formata da Cgt, FO, Solidaires‑SUD e FSU.

Il giorno successivo ad un secondo riuscito sciopero generale, il 10 dicembre, il primo ministro Edouard Philippe ribadisce i contenuti della riforma previdenziali.

Anche la Cfdt e l’UNSA si uniscono alla terza giornata di sciopero e alle manifestazioni nazionali del 17 dicembre, senza però aderire all’intersindacale e limitando la loro opposizione al punto relativo alla cosiddetta età pivot fissata a 64 anni.

Infime le giornate di sciopero generale nazionale convocate dall’intersindacale saranno tre a dicembre (5, 10 e 17), tre a gennaio (9, 16 e 24) e due a febbraio (6 e 20), a cui vanno aggiunte le due giornate di mobilitazione dell’11 e 18 gennaio che però, essendosi svolte di sabato, puntavano più sulle manifestazioni che sullo sciopero.

Otto scioperi generali in tre mesi può apparire un’alta conflittualità messa in campo dalle dirigenze nazionali dei sindacati di regime francesi, specie se paragonato a quanto in Italia ci ha abituato la Cgil, che non proclama uno sciopero generale dal 12 dicembre 2014 (contro il Jobs Act, a legge già approvata) e che contro una riforma del sistema pensionistico peggiore di quella francese, quella del governo Monti del 6 dicembre 2011, proclamò soltanto 4 ore di sciopero per il settore privato ed 8 per quello pubblico!

Questo confronto da un lato fa luce sul grado di compromissione e di complicità col regime borghese del maggior sindacato di regime italiano, dall’altro indica la diversa combattività messa in campo dai lavoratori: molto bassa in Italia in quello svolto, e che in Francia ha portato invece, come visto, strutture aziendali, territoriali e nazionali dei sindacati a sostenere la necessità di uno sciopero nazionale intercategoriale a oltranza.


La “tregua di Natale”

Dopo lo sciopero del 17 dicembre, il governo opera piccole concessioni ai lavoratori della Ratp e della Sncf, rinviando la data di attuazione della riforma per le loro categorie, ma questo non basta a ridurre la forza del movimento. Il governo fa anche concessioni per il personale navigante, i marinai, i vigili del fuoco, i camionisti, gli agenti di polizia, l’esercito. Quindi chiede una tregua e propone una ripresa delle trattative per l’8 gennaio. La risposta dell’Intersindacale è convocare la successiva mobilitazione nazionale per il 9 gennaio 2020. Senza affermarlo esplicitamente ciò significa accettare la tregua, fermando il movimento di lotta, nel pieno della sua ascesa, per tre settimane. Lo sciopero alla Sncf e alla Ratp prosegue ad oltranza ma la manovra dell’Intersindacale serve a frenare l’estensione della lotta nella classe lavoratrice.

L’abbandono del movimento da parte delle dirigenze nazionali dei sindacati durante la tregua natalizia, rafforza il coordinamento dell’Ile‑de‑France (Coordination Francilienne) nato ad ottobre. Il 20 dicembre un centinaio di ferrovieri si riuniscono nel seminterrato della stazione ferroviaria Sud di Saint Lazare con i rappresentanti di una dozzina di depositi di autobus (Ivry, Vitry, Malakoff, Pavillon sous bois, Belliard...), della RER A e B, di alcune linee della metropolitana e di diversi settori della Sncf (Le Bourget, Saint Lazare, Mantes la Jolie). Gli scioperanti preparano un’agenda di azioni volte a coinvolgere nel movimento di lotta altri settori della classe operaia, a raccogliere fondi per lo sciopero, a sostenere i picchetti nei depositi degli autobus, a manifestare dinanzi a sedi della polizia per ottenere il rilascio di scioperanti arrestati.

Il 23 dicembre un’azione a sorpresa alla Gare de Lyon con centinaia di scioperanti paralizza le due linee automatizzate della metropolitana. Il 26 dicembre è organizzata una manifestazione, che riceve il supporto di Sud Rail, alla stazione Gare de l’Est, che riunisce diverse migliaia di lavoratori, gilet gialli, studenti. Il 2 gennaio viene compiuta un’incursione nella sede centrale del partito presidenziale, La Repubblica in Movimento e il 17 gennaio in quella della Cfdt.

Questo rafforzamento permette di non spegnere il movimento con la tregua di Natale e di traghettarlo fino a gennaio. Ma non sarà sufficiente per togliere la direzione del movimento dalle mani delle dirigenze nazionali riunite nell’intersindacale, né per ottenere una robusta estensione dello sciopero in tutta la classe operaia.

Gli operai delle raffinerie partecipano alla lotta con una intensità inferiore a quella del movimento nel 2016 contro la legge El Khomri, che aveva portato alla fermata prolungata di diversi impianti e ad una reale carenza di carburante. Anche i lavoratori di porti, centrali nucleari, impianti di incenerimento dei rifiuti partecipano al movimento attraverso scioperi, ma limitati e non a oltranza. In linea generale il settore manifatturiero viene coinvolto meno nella lotta.

Anche la capacità di colpire l’economia da parte dei lavoratori della Sncf e della Ratp è diminuita rispetto a 25 anni fa in ragione del passaggio del trasporto merci su gomma, che oggi ne muoveva la maggior parte, a discapito di quello su ferro, analogamente a quanto accade in Italia; dell’entrata in servizio di due linee automatiche della metropolitana; del ricorso a lavoratori in pensione per sostituire quelli in sciopero.

I camionisti infine, protagonisti in passato di forti scioperi, categoria dove Cgt e FO sono il 2° e il 3° sindacato, sono segnati dal corporativismo e hanno interrotto la mobilitazione non appena il governo ha dato loro qualche briciola.

Nel complesso quindi il movimento del dicembre 2019‑gennaio 2020, sebbene vada salutato con grande entusiasmo perché è un indubbio passo in avanti nella lotta di classe, ha espresso un livello di forze inferiore a quello del 1995.


Il riflusso nei trasporti

All’inizio di gennaio gli scioperanti della Ratp e della Sncf rinnovano l’appello alla scesa in sciopero dei lavoratori del settore privato, manifestando le difficoltà ad andare avanti con lo sciopero a oltranza. Il 14 gennaio il tasso di adesione allo sciopero fra i conducenti della Ratp si attesta ancora al 60% ma è in diminuzione, rispetto all’85% del 5 dicembre.

L’11 gennaio, il regime borghese avanza una nuova fasulla concessione. Il primo ministro Edouard Philippe annuncia di essere disposto a togliere “provvisoriamente” dal disegno di legge l’età di equilibrio, o pivot, fissata a 64 anni nel 2027 (in realtà l’età pivot è mobile a seconda dell’equilibrio finanziario da raggiungere) alla condizione che una conferenza proposta dalla Cfdt, insieme alle organizzazioni padronali e agli altri sindacati rappresentativi, si accordi su altri modi per risanare i conti.

L’ambito entro il quale dovrebbe muoversi è tracciato dal governo: nessuna variazione all’importo delle pensioni o dei contributi dei dipendenti al fine di evitare l’aumento del costo del lavoro e garantire la competitività del capitalismo francese.

La Cfdt e l’UNSA, che hanno sempre posto l’attenzione dei lavoratori solo sulla questione dell’età pivot, si dichiarano soddisfatte. La conferenza dovrà presentare le sue conclusioni entro la fine di aprile. Se non avrà successo, il governo procederà dritto per la sua strada come previsto.

È nella mente di tutti la riforma dell’assicurazione per la disoccupazione entrata in vigore nel 2019: le organizzazioni padronali e quelle dei lavoratori furono invitate alle trattative dall’autunno 2018 con l’obiettivo – stabilito dal governo – di realizzare risparmi tra i 3 e i 4 miliardi di euro in tre anni. La domanda dei sussidi però era stata così elevata che le parti non riuscirono a raggiungere un compromesso e l’esecutivo approvò una riforma che aggravò le condizioni per ottenere il sussidio e ne riduce l’ammontare. Questo attacco, nonostante la sua gravità, non ha dato luogo a nessuna reazione organizzata da parte dei sindacati di regime dato che i disoccupati, da questi non organizzati e dispersi nel territorio, non hanno potuto esercitare una pressione su queste organizzazioni.

Il 16 gennaio, il governo compie un’altra mossa per dividere e fiaccare il fronte sindacale, annunciando a Laurent Escure, segretario generale dell’UNSA, che il suo sindacato sarebbe stato inserito nel consiglio paritario di gestione del futuro sistema pensionistico universale nazionale, insieme agli altri sindacati rappresentativi.

Il 17 gennaio, le assemblee generali dei lavoratori delle diverse linee della metropolitana, tranne tre, votano per la cessazione dello sciopero e per il ritorno al lavoro da lunedì 20 gennaio per “motivi finanziari”. Alcuni gruppi minoritari – fra cui Rassemblement‑Ratp e La Base – si oppongono e continuano lo sciopero fino al 24 gennaio.

Il coordinamento dell’Ile‑de‑France organizza varie azioni, tra cui il 17 gennaio una incursione nella sede della Cfdt a Belleville (Parigi) insieme a militanti del Sud. Questa azione è condannata dal segretario nazionale della Cgt ma il 20 gennaio militanti della federazione dei lavoratori dell’elettricità e delle miniere – FNME Cgt – la emulano tagliando la corrente a una sede parigina della Cfdt. Il 23 gennaio la FNME Cgt decide di fermare con lo sciopero tre impianti di incenerimento dell’Ile‑de‑France. Altri scioperi avvengono fra i portuali e gli operai delle fognature e il 24 si svolge il terzo sciopero nazionale di gennaio.

Lo stesso giorno il progetto di riforma è presentato al Consiglio dei Ministri, che l’approva e lo trasmette al Parlamento, dove l’inizio della discussione è previsto per il 2 febbraio. Le opposizioni di destra e di sinistra avanzano ben 22.000 emendamenti, la maggior parte dei quali da parte del movimento della sinistra radicale borghese France Insoumise.

Nel frattempo l’attenzione dei media si concentra sulla conferenza sul finanziamento del sistema pensionistico prevista dalla riforma e sul preteso deficit di 12 miliardi di euro. Quali dirigenti sindacali vi parteciperanno? Ovviamente sono coinvolti la Cfdt e l’UNSA. E l’Intersindacale che ha sempre chiesto il ritiro del disegno di legge? Yves Verrier e François Hommeril, segretari generali di FO e della CFE‑CGC vogliono partecipare, pur esprimendo riserve pessimistiche sul suo esito.

La dirigenza della Cgt assume lo stesso contegno ipocrita usato per lo sciopero generale e afferma che la sua partecipazione dipenderà dalla decisione “democratica” della base, ma il 21 gennaio annuncia di voler partecipare per “migliorare il sistema” con misure che avrebbero aumentato il costo del lavoro. Dopo che la direzione della Cgt ha preso la sua decisione, la Commissione Esecutiva avvia una consultazione con le organizzazioni che compongono il Consiglio Nazionale Confederale. Su 67 strutture – 16 federazioni e 51 sindacati dipartimentali – 55 votano a favore, 9 contro e 3 si astengono.

Il movimento prosegue ma tende a sfrangiarsi. Il 28 gennaio a Parigi una grande manifestazione dei pompieri sfocia in duri scontri con la polizia. Il 4 febbraio il Senato approva un disegno di legge che istituisce un servizio minimo nei trasporti, cioè compie un passo in avanti verso una legge anti‑sciopero, analoga alla 146 del 1990 in Italia.

Il Coordinamento dell’Ile‑de‑France perde di forza ma prosegue la sua azione e a metà febbraio lancia un appello per la ripresa dello sciopero.

Indipendente da esso emerge un altro coordinamento che riunisce assemblee dei lavoratori sui posti di lavoro, comitati, coordinamenti di diverse regioni e di diverse categorie – ferrovieri, lavoratori della Ratp, della sanità, scuola, operai della raffineria di Grand Puits – e che si appella a una “settimana nera” (nera per il padronato), a seguito dell’appello dell’Unsa Ratp per un “lunedì nero” il 17 febbraio, giorno dell’apertura dei dibattiti ufficiali dell’Assemblea nazionale. All’appello dell’Unsa Ratp si aggregano Sud‑Ratp, Solidaires Ratp, FO Ratp, la federazione dei ferrovieri di FO e Sud PTT. La Cgt Ratp, i cui dirigenti avevano già esitato a lungo prima di unirsi allo sciopero del 5 dicembre, non sostiene la giornata di lotta del 17 febbraio.

Il Coordinamento Nazionale dell’Educazione, riunitosi sabato 8 febbraio, decide la partecipazione agli scioperi e alle manifestazioni dei lavoratori della sanità del 14 febbraio, del lunedì 17 febbraio, accogliendo l’appello della maggioranza dei sindacati della Ratp, di giovedì 20 febbraio, aderendo allo sciopero nazionale promosso dall’Intersindacale.

Il 5 marzo, quando l’epidemia del Covid‑19 sta prendendo piede anche in Francia, il governo ricorre all’articolo 49.3 della Costituzione che permette l’approvazione di un disegno di legge senza voto del Senato, aggirando in questo modo tutti gli emendamenti presentati dalle forze di opposizione parlamentare.


Lezioni da trarre

Le lezioni di questo movimento sono notevoli. Ha dimostrato ai lavoratori come sia tramontata l’epoca del “dialogo sociale”, quella che in Italia è stata chiamata “concertazione”, perché il regime borghese, schiacciato dalla crisi di sovrapproduzione mondiale del capitalismo, ha sempre meno da offrire alla classe proletaria, il che si palesa nella repressione fisica e giudiziaria sempre più dura delle lotte dei salariati.

A fronte di questa situazione, della durezza crescente delle lotte che si impone, è cresciuta fra i lavoratori la consapevolezza della inadeguatezza degli scioperi isolati, pur anche nazionali, quali proposti dalle dirigenze nazionali confederali dei sindacati “rappresentativi”.

Il movimento di dicembre-gennaio ha accresciuto entro la classe salariata l’influenza della sua parte più combattiva, che attacca le dirigenze nazionali dell’Intersindacale accusandole:
     – di essersi rifiutate di rafforzare il movimento;
     – di non aver fatto propria l’indicazione dello sciopero generale a oltranza, avanzata dai lavoratori della Ratp e della Sncf e da numerose strutture aziendali, territoriali e nazionali dei sindacati;
     – di aver promosso le azioni nazionali quel tanto che le bastava a non perdere il controllo e la direzione del movimento (il 25 novembre, Raymond Soubie, ex consigliere di Nicolas Sarkozy, dichiarava a “Le Monde”: «la protesta, sia alla Sncf sia alla Ratp, è, in larga misura, guidata dalla base. I sindacati danno la sensazione di inseguire i loro iscritti e di non avere il pieno controllo del movimento»);
     – di aver abbandonato con la tregua di Natale i lavoratori in lotta all’apice del movimento, riconvocando a gennaio azioni nazionali solo perché esso non si era esaurito e correva il rischio di liberarsi dalla direzione dell’Intersindacale;
     – di essersi sempre dichiarate contro la riforma ma non aver mai interrotto una trattativa col Governo, che non poteva andare oltre una parziale e minima modifica della riforma.

Infine è cresciuta la consapevolezza della necessità di unire le lotte dei lavoratori al di sopra delle divisioni aziendali, di mestiere e di categoria. I lavoratori della Sncf e della Ratp, che hanno guidato il movimento, si sono rivolti fin dalla sua preparazione, da ottobre a dicembre, al resto della classe lavoratrice. I Coordinamenti nati durante il movimento si sono dati carattere territoriale ed intercategoriale e quelli formatisi precedentemente entro un settore – come la scuola o la sanità – hanno cercato l’unità d’azione con le altre categorie.

Quest’ultimo esempio dovrebbe essere raccolto dal sindacalismo di classe in Italia, dove l’infausta tradizione dell’ordinovismo – con la parola d’ordine dei “Consigli di fabbrica” – ha indotto in passato molte correnti sindacali combattive, che si opponevano al sindacalismo di regime, a chiudere i lavoratori nell’orizzonte aziendale, privilegiando le indicazioni organizzative di fabbrica a discapito di quelle a carattere territoriale e intercategoriale, da sempre sostenute dal nostro partito, memore della gloriosa tradizione delle Camere del Lavoro delle prime due decadi del Novecento.

 

 

 

 

 

 


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L’interconnessione Siria‑Libia

La dichiarazione dell’inizio della pandemia da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata seguita dall’appello del segretario generale della Nazioni Unite Antonio Guterres a fare cessare ogni conflitto armato in corso sul pianeta.

Un appello a dir poco velleitario se confrontato con quanto la storia, anche moderna, ci insegna sull’intreccio fra epidemie e conflitti armati. La cosiddetta influenza spagnola, per quando fosse originaria degli Stati Uniti, fu così chiamata poiché solo in Spagna, non prendendo parte al primo conflitto mondiale, la stampa non era soggetta a censura e solo lì i giornali parlarono della diffusione del mortale morbo che flagellò l’intero pianeta fra il 1918 e il 1920. Ma la guerra andò avanti lo stesso senza limitare in nulla l’affollamento dei soldati in trincea, nei convogli ferroviari, negli acquartieramenti.

Neanche oggi cessa di tuonare il cannone “soltanto” perché a mietere vittime è in concorrenza con una virus. In terra di Libia, mentre in gran parte del mondo si estende la quarantena, nessuna misura è stata adottata per contenere il coronavirus, che può diffondersi indisturbato veicolato dai movimenti delle truppe regolari e delle milizie.

La borghesia turca ha pensato fosse giunto il momento di regolare i conti con il cosiddetto Esercito Nazionale Libico (ENL) guidato dal generale Haftar.

Questo, dalle sue basi nella Cirenaica, oltre un anno fa, precisamente dal 4 aprile del 2019, lanciò un’offensiva per impossessarsi della capitale Tripoli e porre fine alla guerra assoggettando l’intero paese al suo dominio. Nelle ultime settimane invece le truppe fedeli al Governo di Accordo Nazionale (GAN) di Tripoli guidato da al‑Sarraj hanno sferrato una vasta offensiva coronata da parziali successi per sbarazzarsi delle basi delle milizie del generale cirenaico, le quali assediavano la capitale.

L’avanzata delle truppe lealiste si deve anche al sostegno della Turchia e delle milizie jihadiste turcomanne siriane. Ha preparato l’avanzata un bombardamento di droni turchi su Sabratha, che ha provocato la morte di diversi ufficiali dell’ENL e ha permesso alle truppe del GAN di sfondare le linee nemiche. In pochi giorni le truppe di Tripoli si sono quasi sbarazzate dell’esercito di Haftar lungo la costa dalla capitale al confine con la Tunisia. In seguito le truppe cirenaiche hanno tentato di avanzare nei pressi di Tarhouna, a sud‑est di Tripoli. Ma anche qui sembra che lo sviluppo dei combattimenti abbia visto una rafforzamento delle posizioni dei filogovernativi.

Gli eventi bellici in Libia, al di là degli esiti a breve o medio termine, si inseriscono in un parziale rimescolamento delle alleanze sulla scena mediorientale. È come se le guerre in corso in Libia e in Siria si svolgessero fra vasi comunicanti. Gli Emirati Arabi starebbero offrendo un’­intesa antiturca a Damasco, contro il quale fino a poco tempo fa sostenevano le milizie jihadiste. L’obiettivo degli EAU sarebbe far riprendere alla Siria il controllo di parte del suo territorio settentrionale per contrastare le aspirazioni egemoniche della Turchia sul Mediterraneo orientale, ricco di giacimenti di gas, rivendicati anche da Cipro e da Israele. Gli Emirati Arabi potrebbero spingere Damasco a rompere la tregua, raggiunta di recente, con le milizie filoturche operanti nella regione settentrionale di Idlib. Questo permetterebbe di sviare la Turchia dal teatro libico per concentrarsi maggiormente nel conflitto che si svolge a ridosso dei suoi confini meridionali. L’intento dell’offensiva diplomatica che avrebbe come protagonista il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammad bin Zayed sarebbe anche quello di allentare l’alleanza fra la Siria e l’Iran, ponendo Teheran ai margini dei giochi internazionali.

Come si vede i buoni propositi di Guterres di pacificare il pianeta di fronte al “comune nemico” del virus sono ben lontani dal realizzarsi. Se un conflitto subisce un rallentamento i motivi sono altri. Lo dimostra la guerra nello Yemen: che i ribelli houthi hanno raggiunto un cessate il fuoco con le forze della coalizione filosaudita si spiega con la necessità di Riad di ripiegare sul fronte interno. Anche per la petromonarchia più potente del Medio Oriente la guerra dei prezzi del petrolio sta diventando troppo onerosa e, in tempi di paralisi della domanda mondiale di greggio, servono soldi, armi e soldati per “pacificare” la società saudita sottoposta a forti dilanianti tensioni.

Dunque niente a che fare con i buoni propositi dell’Onu o con l’amore per la pace, ma con brutali rapporti di forza fra gli Stati e fra le classi.

 

 

 

 

 

  


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La coerente battaglia del partito si staglia su un mondo borghese in decomposizione
Riunione a Roma, 24‑26 gennaio 2020
[RG 136]
 
 Continua dal numero scorso
 


La questione militare: L’opposizione alla guerra in Italia

L’aggressione italiana alla Libia, iniziata nel settembre 1911, per le sue molteplici implicazioni rappresenta il prologo alla prima guerra mondiale. Sul n.81 di “Comunismo” abbiamo riferito di quella infame e scoordinata campagna militare; in questo rapporto abbiamo esposto quanto avvenne a seguito della propaganda dei partiti di ispirazione socialista e anarchica del tempo.

Dopo appena una settimana dallo sbarco a Tripoli, il 5 ottobre 1911, il soldato G.B. De Giorgi incitò i suoi commilitoni alla rivolta al grido: ”Abbasso il re, viva l’anarchia”. Fu condannato a 7 anni di carcere, pena sospesa, e assegnato alle terribili compagnie di disciplina, che venivano anche impiegate nelle operazioni militari più pericolose. L’episodio fece gran scalpore in tutta Italia.

Il 31 ottobre 1911 nel cortile della caserma Cialdini a Bologna, durante l’adunata dei coscritti in partenza per la Libia, lì ad ascoltare l’arringa del colonnello, l’anarchico e antimilitarista A. Masetti gli sparò colpendolo alla spalla. Al processo si dichiarò un anarchico che intendeva vendicare i proletari che morivano in Africa per gli interessi della Corona e del capitalismo italiano. Fu condannato a morte. Ma per le forti e diffuse manifestazioni in tutta Italia organizzate in sua difesa i vertici militari preferirono dichiararlo infermo di mente e lo relegarono in vari manicomi criminali.

Si ebbero sporadiche insubordinazioni in Libia, tutte represse duramente, come il caso del soldato M. Bergonzoni che nell’autunno del 1911 fu fucilato per essersi rifiutato di giustiziare alcuni prigionieri.

In Italia la sezione giovanile del PSI costituì una cassa a favore delle attività antimilitariste dei soldati, chiamata “Il soldo del soldato”, e stampò un opuscolo con questo nome, subito sequestrato.

Ad Ancona il 7 giugno 1914 era stata organizzata una manifestazione in occasione della ricorrenza della concessione dello Statuto Albertino, anche in appoggio all’intervento militare italiano. Contemporaneamente vari circoli antimilitaristi organizzarono una contromanifestazione in cui si chiedeva, oltre alla soppressione delle compagnie di disciplina, la liberazione di Masetti e del sindacalista rivoluzionario A. Moroni, assegnato a quelle compagnie appena arruolato come pericoloso sovversivo.

Al termine della manifestazione antimilitarista la polizia provocò disordini finiti con la morte di tre giovani partecipanti. Anche la popolazione della città partecipò all’immediata difesa dei manifestanti. La notizia dell’eccidio si diffuse in tutta Italia generando un gran numero di manifestazioni e scioperi di solidarietà. Ad Ancona si ebbero requisizioni di alimentari e armi dando origine alla “Settimana Rossa”. In particolare nell’area tosco‑emiliana si ebbero piccole rivolte locali con assalti ai posti di polizia ed armerie.

La CGL fu costretta a dichiarare lo sciopero generale, iniziato il giorno 10, che assunse subito un significato anti‑istituzionale e anti‑monarchico allarmando le autorità governative, che per domare la rivolta inviarono subito nel porto di Ancona 6 navi da guerra con soldati di rinforzo alle forze locali. La CGL, col pretesto di evitare un massacro in città, dopo che la polizia aveva già fatto 16 morti e col potere passato alle autorità militari, revocò lo sciopero dopo solo 48 ore.

L’attentato di Sarajevo avvenuto il 28 giugno di quell’anno spostò ogni attenzione sulla nuova crisi, oscurando il fallimentare sviluppo della campagna in Libia.

Allo sdegno nel proletariato italiano per il prezzolato voltafaccia di Mussolini a favore della guerra e per la roboante opposizione solo a parole della dirigenza del Psi, seguì l’azione antimilitarista dei circoli giovanili del partito, degli anarchici e dei sindacalisti rivoluzionari con diffuse e partecipate manifestazioni in tutta Italia.

Il rapporto ha esposto i miseri sussidi alle mogli dei richiamati, un chilo scarso di pane al giorno. Al fronte compito dei carabinieri era di sparare alle spalle di chi esitava ad uscire dalle trincee o cercava, anche se ferito, di rientrarvi.

Numerosi furono i casi di renitenza alla leva e di diserzione, specialmente nel meridione; in Sicilia si arrivò al 61%, comprendente quanti emigrati all’estero non rientrarono per essere arruolati.

Erano necessari grandi contingenti di fanteria perché la tattica adottata per lo sfondamento delle trincee nemiche prevedeva successive ondate di assalti alla baionetta con una previsione di perdite dell’80% al primo assalto, del 40% al secondo e del 20% al terzo prima di giungere a contatto col nemico. Le organizzate difese austroungariche in più occasioni vanificarono quegli assalti generando perdite ancora superiori senza risultati significativi.

La disciplina al fronte fu resa più dura: bastava una minima protesta, anche una semplice petizione scritta, per essere accusati di ammutinamento e rivolta armata punita anche con la fucilazione e la decimazione, pratica consigliata con una circolare scritta dal generale Cadorna. Diverse volte fu adottato il “supplizio del reticolato”: legare per diverse ore un soldato alle prime file delle trincee e lasciarlo così esposto al tiro nemico. Tutto ciò non fece che accrescere il risentimento e l’odio dei soldati verso i superiori più efferati.

Furono celebrati 300.000 processi militari a carico di soldati ritenuti colpevoli di vari tipi di insubordinazione che si conclusero con circa 210.000 condanne varie tra cui 750 condanne a morte eseguite. Le oltre 130.000 condanne a pene inferiori ai 7 anni furono sospese per la durata della guerra e quei soldati mandati nei reparti esposti alle azioni più pericolose.

L’odio proletario verso la guerra, i comandanti più arroganti e i carabinieri, responsabili delle fucilazioni sommarie sul campo, si tradusse in vendette armate contro quei criminali con le stellette. Il rapporto ha documentato, a titolo d’esempio tra i tanti, l’oscura morte di due generali, un maggiore e un capitano. I casi di piccole rivolte collettive registrate negli archivi militari sono ben 11 nel solo 1917, l’anno più duro della guerra, tutte terminate con fucilazioni e decimazioni.

La brigata Catanzaro mise in atto nel luglio 1917 l’unica vera rivolta organizzata di una certa consistenza. Composta di due reggimenti con soldati e sottufficiali di provenienza meridionale, tra cui una forte presenza siciliana, si era distinta per coraggio in azioni sul Carso. Duramente impegnata per tutta la guerra, gli archivi militari segnalano che riportò per ben 4 volte il totale annientamento dei suoi effettivi per un totale di circa 11.000 perdite tra morti e feriti gravi. Ciononostante la brigata era già stata sottoposta a decimazione per un suo presunto sbandamento durante una controffensiva austriaca nel 1916.

Nel luglio 1917, dopo 40 giorni di prima linea contro i 10 normali, fu mandata nelle retrovie per il normale riposo, ma ricevette nello stesso giorno l’ordine di tornare in prima linea. Quella stessa sera un folto gruppo di soldati con le armi attaccarono gli alloggi degli ufficiali e del comando uccidendone e ferendone alcuni. La rivolta armata si estese ad altri reparti. Fu sedata nella notte per l’arrivo di 2.000 carabinieri con mitragliatrici che provocarono alcuni morti. La mattina seguente furono fucilati 24 soldati estratti a sorte e i rimanenti inviati in reparti di disciplina. Anche le proteste avvenute durante il trasporto furono sedate con fucilazioni sommarie sul posto.

Dopo la disfatta di Caporetto e il gran numero di diserzioni, la disciplina fu ancor più irrigidita. Non potendo fucilare un numero crescente di soldati senza temere una grande ribellione di massa in quel momento così sfavorevole, gli elementi ritenuti più attivi furono inquadrati in speciali gruppi di disciplina e inviati sul fronte in Libia.

Nell’agosto del 1917 a Torino scoppia una rivolta estesa e spontanea per il mancato arrivo della farina per il pane dovuto al forte ritardo dei rifornimenti. La rivolta assume subito un indirizzo contro la guerra e si estende come sciopero nei trasporti e nelle officine per la produzione bellica. Nonostante la distribuzione del pane davanti alle fabbriche in sciopero, si formano due grossi focolai di rivolta in due opposte parti della città. Continuano i saccheggi, le proteste e sono erette barricate in vari punti. L’esercito è schierato ad impedire il congiungimento dei rivoltosi.

La CGL si vede costretta a dichiarare lo sciopero generale contro la guerra. Ma l’indomani, accampando il passaggio di tutti i poteri all’autorità militare, dichiara la revoca dello sciopero. Nei due giorni seguenti gli scontri provocano la morte di 10 manifestanti e 50 feriti. Distrutte le barricate inizia la repressione con 880 arresti e l’invio al fronte degli operai già esentati dagli impegni militari perché occupati nella produzione bellica.


Lo scontro in Medioriente: La Turchia in Libia e in Siria

Il rapporto ha riferito della guerra libica che, con le sue alleanze internazionali, a gennaio già rischiava di esondare in una crisi che avrebbe potuto investire l’intero Mediterraneo centrale.

L’accordo raggiunto a fine novembre 2019 fra il presidente turco Erdoğan e il premier libico al‑Serraj si proponeva lo sfruttamento comune di tutta la distesa di mare compresa fra le coste sud‑occidentali dell’Anatolia e quelle della Cirenaica libica. Alcuni organi di stampa turchi, fomentatori dal nazionalismo più esasperato, si erano precipitati a disegnare una cartina con questa ipotetica area di sfruttamento. Il progetto si sovrappone in parte alla Zona Economica Esclusiva (ZEE) della Grecia e a numerose isole greche, fra cui Creta, Rodi e Karpathos.

Se il governo turco preme sul nazionalismo, cercando di rimettere in discussione un assetto consolidato da molto tempo, ritiene di poterlo fare, anche a causa della sua schiacciante superiorità rispetto dell’estrema debolezza politica e militare della Grecia. Conta anche sul suo ruolo di contrasto della politica mediterranea della Russia, sia pure mitigato da continui accordi e mediazioni.

I confini marittimi fra le ZEE di Grecia e Turchia sono tutti a vantaggio della prima. Le isole dell’Egeo e di parte del Mediterraneo centrale fanno quasi tutte parte della Grecia, anche quando si trovano a poche miglia marittime dalle coste turche. Le radici di questo risalgono al trattato di Sèvres del 1920; quasi tutto è rimasto come allora, eccezion fatta per Rodi e il Dodecanneso, che al tempo erano italiani dopo la sconfitta subita dall’Impero Ottomano nella guerra italo‑turca del 1911‑12, contestuale all’impresa libica del governo Giolitti.

Notevole invece è la differenza tra la carta disegnata dal trattato di Sèvres e gli assetti attuali. Le potenze uscite vincitrici dalla prima guerra mondiale erano determinate a smembrare anche il territorio dell’Impero Ottomano che in seguito andrà a fare parte della repubblica turca. Parte della costa anatolica sull’Egeo, fra cui Smirne, e il grosso della Tracia, erano state attribuite alla Grecia, che in tale maniera avrebbe avuto uno sbocco anche sul Mar Nero. Si sarebbe realizzato il sogno della Megàli Idea, la “Grande Idea”, una Grecia estesa su due continenti (Europa e Asia) e affacciata su cinque mari (Ionio, Egeo, Mar di Marmara, Mar Nero e Mediterraneo aperto).

Nello stesso tempo il trattato prevedeva la creazione di una zona di influenza italiana nell’Anatolia sud occidentale (comprendente Antalya) e di una zona di influenza francese nell’Anatolia centro meridionale (comprendente Adana). Il golfo di Alessandretta, parte della Cilicia e una lunga fascia di territorio fino al Tigri sarebbero andati a fare parte del mandato francese, già esteso alla Siria e al Libano fino al confine del mandato francese sull’Iraq, che a sua volta avrebbe compreso territori in seguito attribuiti alla Turchia.

Sarebbe anche nato uno Stato curdo comprendente il vilayet di Diarbakir mentre la regione di Van sarebbe andata a uno Stato armeno indipendente.

Questo progetto di divisione delle spoglie dell’Impero Ottomano venne annullato dalla guerra di indipendenza turca guidata da Mustafa Kemal (in turco Kurtuluş Savaşı, “guerra di salvezza”). La vittoria delle forze kemaliste e la sconfitta della Grecia portarono alla rinuncia delle mire imperialiste e a quelle della Grecia, che nel 1922 subì quella che venne chiamata Mikrasiatikì Katastrofì, cioè “Catastrofe dell’Asia Minore”, che, insieme al successivo “scambio di popolazioni” del 1923, comportò lo spostamento di oltre 1.200.000 greci e di 300.000 turchi costretti a lasciare le terre d’origine per andare a vivere negli Stati “di appartenenza” etnica.

Tale nuovo assetto territoriale fu sancito dal trattato di Losanna del 1923. In sostanza da allora non è cambiato nulla, tranne la cessione di Rodi e del Dodecanneso dall’Italia alla Grecia, ratificata dai trattati di Parigi del 1947.

Nel paventare la possibilità di rimettere in questione questi assetti secolari, la guerra libica comporta così la creazione di una nuova linea di faglia nella contesa fra imperialismi rivali, che parte dal Mar Nero, passa per il Mar di Marmara, arriva alle coste africane per addentrarsi in terra libica fino ai giacimenti di petrolio del Fezzan.

Ed è sul petrolio dell’ex colonia che la metropoli Italia vede messa in pericolo la cospicua rendita che affiora fra la piattaforma continentale e l’entroterra libici. L’Eni continua a disporre di una fetta cospicua del petrolio e del gas del paese africano, fino a pochi anni fa il 20% della produzione totale della multinazionale italiana.

Ma il netto predominio italiano sul petrolio e sul gas della Libia è stato rimesso in discussione dalla guerra che nel 2011 ha portato alla caduta di Gheddafi, creando una situazione di instabilità da cui il paese non è più uscito. L’appoggio di vari Stati al generale Haftar, che domina sulla Cirenaica, fra cui Egitto, Emirati Arabi, Francia, Russia e Arabia Saudita, ha come obiettivo una nuova spartizione del petrolio libico.

Ma un altro elemento complica l’intricato accalcarsi delle potenze in contesa nel Mediterraneo centro-orientale. Grecia, Cipro e Israele hanno firmato un accordo a inizio gennaio per costruire EastMed, un gasdotto lungo quasi 1.900 chilometri che permetterebbe di convogliare nei Balcani il gas delle riserve offshore di Cipro e Israele. Un tracciato, non a caso benedetto dall’Italia, che attraverserebbe le ZEE di Grecia e Cipro, contigue fra loro, evitando quella della Turchia.

Eppure Ankara continua a rivendicare lo sfruttamento dei giacimenti ciprioti. Si ricordi che nel 2018 la Saipem, società controllata dall’Eni, dovette rinunciare alle perforazioni nelle acque cipriote in seguito a un secco ultimatum della Turchia. La nave Saipem 12000 fu bloccata dalla marina militare turca a sud‑est di Cipro, dove si apprestava a svolgere prospezioni, e fu costretta a fare macchina indietro.


La rivoluzione del 1919 in Ungheria

A questa riunione abbiamo parlato del Congresso del Partito tenuto il 12 giugno 1919, che vede la contrapposizione fra i socialtraditori e i comunisti: la destra vuole l’accordo con l’Intesa, la sinistra la lotta ad oltranza.

La rottura emerge al momento di rinnovare il gruppo dirigente: la lista proposta viene bocciata con il chiaro intento di escludere i comunisti. Solo la minaccia dei comunisti di utilizzare la forza costringe ed impone la lista originale.

L’episodio mette in evidenza come il Partito si sia dissolto nello Stato, sia pure lo Stato dei Consigli, dove predominano i sindacalisti e i burocrati del vecchio regime, dei quali la destra socialdemocratica è la naturale espressione politica.

I socialdemocratici insistono per attenuare le misure della dittatura del proletariato, mentre i comunisti le vogliono radicalizzare.

Già all’inizio del mese, su iniziativa del commissario alla difesa Böhm, si era costituita una frazione socialdemocratica segreta composta dai principali dirigenti del vecchio PSDU, tra i quali lo stesso Kunfi, Weltner, Haubrich, Garbai, Agoston e Rónai, con lo scopo di escludere i comunisti dal governo.

Al Congresso un compromesso fa cambiare il nome al partito: “Partito degli Operai Socialisti e Comunisti d’Ungheria”, la cui dirigenza prevede otto socialisti (Kunfi, Böhm, Weltner, Garbai, Landler, Bajáki, Bokányi e Nyisztor) e cinque comunisti (Kun, Pór, Rudas, Vántus e Vágó).

In coda al Congresso si riunisce, il 14‑15 giugno, la Commissione Nazionale d’Organizzazione Femminile, a cui partecipano 286 delegate in rappresentanza di 62 organizzazioni delle provincie e 52 di Budapest.

Al Congresso dei Consigli Operai e Contadini di Budapest il 15 giugno 1919 è discussa e approvata la nuova Costituzione della Repubblica dei Consigli. Il documento, molto articolato, stabilisce dettagliatamente, dopo i “principi generali”, i “diritti e doveri” dei cittadini, i poteri di ogni organo elettivo, il sistema elettorale ed infine la struttura federale dello Stato. Per le quindici minoranze nazionali sono previsti Consigli nazionali autonomi rappresentati nel governo centrale, e si adotta anche un nuovo nome: Repubblica Socialista Federativa dei Consigli d’Ungheria. L’ Assemblea elegge un esecutivo di tre membri presieduto da Richard Schwarcz e una commissione di tredici membri: sei comunisti e sette socialisti, con il compito di sorvegliare l’operato del Consiglio Rivoluzionario di Governo.

Abbiamo poi letto la relazione di Eugenio Varga esposta al Congresso, relazione che toccava i principali punti della rivoluzione: «Il nostro lavoro si è diviso subito in tre parti: una rivolta alla distruzione, una alla conservazione e una alla ricostruzione. La distruzione è consistita nell’espellere gli antichi proprietari dal possesso dei mezzi di produzione; il lavoro di conservazione ci ha imposto il dovere di non annientare la produzione, distruggendo le forze del capitalismo; il lavoro di ricostruzione consiste nel sostituire l’amministrazione capitalista con l’amministrazione proletaria, cioè con l’amministrazione degli operai tanto nelle gestioni particolari quanto nell’organismo generale dello Stato.
     «Il nostro primo atto fu l’espropriazione delle banche, cioè il loro passaggio all’amministrazione proletaria; questo lavoro è quasi completamente ultimato e riguarda circa ottocento istituti di credito con le loro filiali. Abbiamo con questa misura potuto ostacolare le tendenze controrivoluzionarie; ma per la vita economica propriamente detta l’espropriazione delle banche non ha molta importanza.
     «Come secondo compito ci siamo prefissi la socializzazione delle grandi proprietà. Per ciò che riguarda la forma, la socializzazione è in gran parte ultimata; ma sostanzialmente essa non poté essere attuata in molti casi e molti grandi proprietari, molti direttori di grandi industrie, di fabbriche ecc., continuano a occupare il loro posto. La loro espulsione è stata resa impossibile dal fatto che in molti luoghi manca una classe operaia cosciente e capace di assumere una gestione. Sono stati socializzati circa 1.200.000 ettari di terreno; 3.780.000 ettari continuano a essere gestiti da privati proprietari. La socializzazione delle aziende industriali è più avanzata della socializzazione terriera. La socializzazione delle miniere e di molte aziende industriali è già terminata e oltre 1.000.000 di operai lavorano comunisticamente».

Varga prosegue parlando dei limiti della socializzazione: «Per ciò che riguarda la terra, le proprietà inferiori a 60 ettari saranno mantenute a regime privato. Anche le aziende dove lavoravano non più di venti operai devono rimanere di proprietà privata. Questi limiti furono osservati nella proprietà rurale, ma non fu possibile praticamente farli rispettare nelle imprese industriali. Non siamo stati noi a socializzare le aziende con meno di venti operai, ma gli operai stessi (...)
     «Uno degli sbagli più gravi commessi nell’organizzare le aziende industriali è consistito nel non avere chiarito abbastanza i rapporti reciproci tra le Commissioni di produzione, i Comitati operai di controllo e le direzioni tecniche. In molte aziende i Commissari di produzione ritengono che il loro ufficio consista nella direzione tecnica, ciò che non è assolutamente. Nelle imprese elementari e più piccole, come ad esempio nei lavori di imballaggio e nella fabbricazione dei mobili, la cosa è ancora possibile. Ma nelle aziende più vaste, nelle quali la direzione tecnica esige conoscenze speciali e approfondite e una preparazione di lunga mano, essa non può essere affidata ai Commissari di produzione, per quanto siano buoni proletari».

Di seguito Varga parla dell’organizzazione dello Stato.
     «Per sostituire i 20 o 30.000 capitalisti che organizzavano la produzione è stato necessario creare una burocrazia. Senza questa burocrazia l’opera nostra avrebbe naufragato e avrebbe regnato l’anarchia. È stato impossibile conservare la vecchia burocrazia; sarebbe stato troppo pericoloso. La vecchia burocrazia era stata costituita unicamente per servire gli interessi capitalistici; essa era assolutamente imbevuta di “spirito giuridico”, che si limita all’esecuzione sulla carta (...)
     «Devo riconoscere che la nuova burocrazia non è affatto l’organo ideale che ci auguravamo. Molta gente non è al suo posto e molti sono giovani senza esperienza, immaturi dal punto di vista politico, e che hanno cambiato con troppa facilità le loro convinzioni politiche. Come Lenin ha detto, riferendosi allo stesso fenomeno verificatosi in Russia, noi dobbiamo liberare la Rivoluzione da questi elementi, che ne sono i pidocchi e le sanguisughe (...)
     «Abbiamo sentito molte lagnanze sugli abusi della nuova burocrazia; non voglio contestarle, sebbene la vecchia ne commettesse molti di più e di molto più grandi; solo che la vecchia burocrazia era un tal labirinto che non era facile scoprirvi gli abusi. Oggi invece gli abusi si palesano immediatamente, appunto perché gli uomini della nuova burocrazia sono ancora molto inesperti e molto maldestri nelle loro concussioni. Oggi abbiamo un numero sufficiente di persone fra cui scegliere e possiamo sbarazzarci di questa gente improvvisata; scacceremo dal servizio proletario gli incapaci e i disonesti».

Varga accenna anche ad una diminuzione della produzione a causa del passaggio del lavoro a ore piuttosto che a cottimo, come era in regime capitalistico, ma successivamente lo stesso Varga ammise di aver esagerato i dati sulla diminuzione della produzione al fine di spronare gli operai ad un maggior sforzo, disse anzi che in alcuni casi la produzione era aumentata sotto l’influenza degli operai più coscienti.

Il compagno terminava questa esposizione con un ampio cenno alla relazione di Kun allo stesso Congresso, relazione che trattava della politica estera della Repubblica dei Consigli.


Il PCd’I nella guerra civile: L’attacco fascista a Firenze e provincia

La prima azione fascista nella provincia di Firenze risale all’ottobre 1920. Ma è dal novembre 1920 che si registrarono sempre più spesso atti di violenza e terrore.

Il 26 gennaio 1921 circa 150 fascisti, inquadrati, diretti da ufficiali e seguiti da un plotone di guardie regie, assaltarono la tipografia del settimanale “La Difesa”, diretto da Spartaco Lavagnini. Senza che la forza pubblica messa a presidio del giornale opponesse la minima resistenza, entrati in tipografia i fascisti spezzarono i macchinari e dettero alle fiamme il locale. Impedirono poi agli autocarri dei pompieri di raggiungere e spegnere l’incendio.

In risposta il proletariato scese immediatamente in sciopero, anche nelle vicine città di Prato, Pistoia, Empoli, Arezzo. Per due giorni la città di Firenze rimase completamente bloccata e negli scontri che si susseguirono i fascisti più di una volta dovettero assaggiare l’ira proletaria.

Due giorni dopo la devastazione de “La Difesa”, i fascisti davano l’assalto alla Casa del Popolo, ma la popolazione del sobborgo delle Cure non si lasciò sorprendere e i fascisti, accolti a sassate e fucilate, furono costretti a darsi alla fuga abbandonando sul terreno i loro camerati feriti, poi raccolti e sottratti alla furia popolare dalla guardia regia prontamente accorsa in loro soccorso.

Questa guerriglia strisciante dove agli attacchi fascisti seguivano le risposte proletarie si protrasse ancora un mese; fino alla fatidica domenica del 27 febbraio.

Quel giorno, un gruppo di studenti e fascisti, scortati da una cinquantina di carabinieri, diedero vita ad un corteo per le strade cittadine. Ad un tratto sui manifestanti fu lanciata una bomba che provocò la morte di un carabiniere e una quindicina di feriti. Chi la lanciò? Fu subito chiaro che si trattava di una “bomba addomesticata” (così fu definita), tanto è vero che non ci fu nessun arresto e nessuna inchiesta venne aperta per individuare i colpevoli. La borghesia aveva necessità di attaccare il valoroso proletariato fiorentino e toscano, anche se per mettere in pratica questo piano c’era necessità di qualche vittima del fronte borghese. Questa bomba già allora fece tornare alla mente quelle lanciate nel 1878 proprio a Firenze, per le quali parecchi innocenti furono condannati all’ergastolo, ed il movimento della Prima Internazionale in Italia fu distrutto; e tornò alla mente la bomba di Chicago ad Haymarket, del 1886, per la quale generosi condottieri del proletariato d’America penzolarono dalle forche ed il movimento per le otto ore fu stroncato.

La pista rossa fu invece immediatamente data per scontata e le prime vittime proletarie non tardarono ad arrivare. I fascisti coadiuvati e protetti dalla polizia si diedero alla caccia dei comunisti, commettendo ogni sorta di violenze a danno anche di pacifici cittadini.

“Squadre punitive” erano sguinzagliate a seminare il terrore in città. Una di queste si diresse verso il quartiere proletario del Mercato Centrale, e precisamente al numero 2 di Via Taddea. Questo stabile al suo interno accoglieva diverse organizzazioni proletarie, tra cui la Federazione provinciale del PCd’I e la redazione dell’ “Azione Comunista”.

Erano circa le 17, le quattro guardie regie messe a piantonare lo stabile si erano “momentaneamente assentate” e i locali delle varie associazioni completamente deserti, ad eccezione di Spartaco Lavagnini «intento al consueto lavoro, a vantaggio della classe lavoratrice». Qui, trovato solo e disarmato, Spartaco Lavagnini era trucidato a colpi di pistola.

Appena il proletariato venne a conoscenza del delitto ebbe una sola volontà: la vendetta. Elettricisti, tranvieri e ferrovieri interruppero immediatamente e spontaneamente il lavoro, i dirigenti del Partito Comunista assunsero la direzione dello sciopero estendendolo a tutte le categorie di lavoratori, in città e provincia.

Lo Stato si disponeva in assetto di guerra: autoblinde percorrevano i viali di circonvallazione, mitragliatrici dai tetti tenevano sotto tiro i ponti sull’Arno, 4 cannoni da 75 erano dislocati in Piazza del Duomo ed in Piazza Vittorio, le vie del centro pattugliate da drappelli di guardie regie, di cavalleria, da plotoni di soldati, mentre numerose autoblinde si spostavano celermente da un capo all’altro del centro cittadino.

Ma anche il proletariato si disponeva alla lotta ed alla difesa armata dei quartieri popolari, in particolare quelli oltr’Arno di San Frediano e Santo Spirito. Furono innalzate barricate utilizzando ogni sorta di materiale, quello dei cantieri allestiti per la pavimentazione delle strade; carri rovesciati e messi di fianco, cassettoni, materassi, portoni dei palazzi e perfino alcune vetture tranviarie. Sui tetti gli uomini con la fascia rossa al braccio prendevano ad accatastare tegole, pietre ed ogni altro tipo di proiettile.

La mattinata del 28 febbraio vari scontri a fuoco si ebbero praticamente per tutta la città, poi verso le 11 una spedizione proletaria attraversò l’Arno per dare l’assalto alla sede dei Combattenti.

Poco dopo furono i fascisti a tentare l’attacco alla roccaforte proletaria di San Frediano dove, a detta del prefetto, «si annidavano gli elementi più pericolosi per l’ordine pubblico». Si sviluppò allora l’insurrezione popolare: fu il momento culminante di una guerra civile a scala cittadina.

Le squadre fasciste non tardarono ad essere sopraffatte. A quel punto, come da regola, a difesa degli assalitori intervenne l’esercito impiegando, oltre ai soliti carabinieri e guardie regie, battaglioni di fanteria, reparti di bersaglieri e cavalleria in armamento da guerra che, a cannonate distruggevano le barricate erette dai proletari, mentre questi, dai tetti delle case circostanti continuavano a sparare contro la truppa.

Mentre infuriava la battaglia proseguiva compatto lo sciopero generale esteso ormai a tutta la provincia e non solo. A Firenze, attraverso le staffette dei ciclisti rossi, i due Comitati di agitazione comunisti che dirigevano il movimento di sciopero e di rivolta erano tempestivamente aggiornati sull’evolversi della lotta.

Al mattino del 1° marzo, con la città paralizzata dallo sciopero generale, gli abitanti dei quartieri proletari continuavano ad innalzare barricate e scavare trincee per impedire nuove incursioni di esercito e fascisti, mentre la battaglia si estendeva a tutti i quartieri e ai paesi limitrofi.

È bene ricordare che al di fuori del PCd’I le altre forze politiche latitavano: il Partito Socialista era completamente assente mentre gli anarchici partecipavano isolatamente alle azioni di rivolta senza alcun collegamento con i loro dirigenti.

Intanto fin dal mattino del 1° marzo il prefetto convocava le autorità cittadine ed i deputati dei singoli partiti allo scopo di redigere un manifesto comune che invitasse la popolazione alla pacificazione. Naturalmente i rappresentanti comunisti si rifiutarono di aderire all’invito, mentre i socialisti parteciparono di buon grado dichiarandosi però impotenti a far cessare lo sciopero generale essendo il movimento completamente in mano ai comunisti. Tutti quanti i partecipanti, fascisti compresi, si dichiararono disponibili ad accettare l’invito. Come a Bari, come a Trieste, anche a Firenze la borghesia era costretta ad implorare la pace.

Il manifesto socialista, l’unico ad avere per noi interesse, dopo avere ricordato che «tristi fatti di violenza avevano offesa, nella nostra Firenze, l’antica civiltà della lotta politica», rivolgevano «a tutti i sereni spiriti un appassionato appello per la cessazione della barbara guerriglia», ed invitava alla «ripresa della feconda attività rivolgendo un mesto pensiero a quanti, in ogni campo, sono caduti vittime di una cieca violenza».

Per i socialisti gli assassini incendiari fascisti, i mitragliatori e i cannoneggiatori di polizia ed esercito erano messi sullo stesso piano degli aggrediti. Per questi signori i morti, a qualsiasi schieramento appartenessero, avevano lo stesso valore.

Alla sera i due comitati comunisti annunciarono la cessazione dello sciopero generale e un manifesto dell’Esecutivo locale affermava: «Il Partito Comunista d’Italia, sezione della III Internazionale, prende atto con soddisfazione della vostra reazione alla brutale violenza nemica. E mentre s’impegna a non abbandonare la lotta selvaggia imposta al proletariato tutto dalle bande dei saccheggiatori, sente il dovere di ricordare tutti gli umili eroi che [...] sono caduti vittime in lotta impari contro le artiglierie e i formidabili mezzi di offesa, di cui ancora il nemico dispone per aggredire e difendersi. [...] Pensino i lavoratori che la lotta decisiva s’inizia oggi: ciascuno stia al suo posto di lotta e di dovere, con le armi al piede, in attesa delle prossime asprissime battaglie, per la vittoria degli oppressi contro gli oppressori».

Tanta era l’irritazione del proletariato contro gli assassini di Spartaco Lavagnini che non tutte le categorie di operai obbedirono all’ordine di ripresa del lavoro. Il 2 marzo lo sciopero proseguì e vi furono nuovi episodi di violenza e sangue. Ed anche quando una certa calma tornò in città altrettanto non si poté dire per il circondario dove la situazione continuava ad essere in ebollizione. Lo sciopero generale continuava a Prato, Borgo San Lorenzo, Signa, Calenzano, Marradi, San Piero a Sieve. Ma anche città importanti come Pisa, Lucca, Grosseto, La Spezia, Pontedera e l’Isola d’Elba avevano proclamato lo sciopero in solidarietà con la rivolta di Firenze.

Il bilancio delle giornate fiorentine fu certamente pesante per il proletariato; si contarono una ventina di morti, circa 300 feriti, 1.500 arrestati, ed un gran numero di proletari che dovettero abbandonare la città o espatriare.

Liberi di compiere ogni tipo di azione terroristica, garantiti dell’immunità e dell’aperto sostegno di tutti gli organi statali, i fascisti, dopo le giornate fiorentine irrompono, portando morte e terrore in ampie zone della Toscana. Il proletariato si difende e, quando può, offende anche: agli incendi delle Case del Popolo, delle redazioni dei giornali, delle Camere del Lavoro si risponde con l’incendio di cantieri, ville, fattorie. Anche se la lotta è impari, nei paesi il proletariato resta in attesa del contrattacco organizzando al meglio la difesa armata.

Si sapeva per certo che uno dei prossimi obiettivi delle incursioni fasciste sarebbe stata la cittadina di Empoli, una vera roccaforte rivoluzionaria della rossa Toscana: quando il partito si spaccò a seguito del congresso di Livorno, ad Empoli la maggioranza degli iscritti e la quasi totalità della sezione giovanile aderirono al PCd’I.

Era inconcepibile che la reazione non cercasse un pretesto per penetrare in una zona tanto importante.

L’attacco diretto è pericoloso. Anche se i fascisti hanno più volte minacciato di compiere una spedizione a Empoli, la parola d’ordine di quel proletariato è che i fascisti potrebbero anche penetrare nella cittadina, ma di certo non ne uscirebbero vivi.

Occorre trovare un pretesto allo Stato borghese per intervenire con l’esercito. E il pretesto è trovato mandando a morte sicura giovani marinai di leva inconsapevoli. Se la bomba di Firenze aveva rappresentato una spregevole azione, colpendo gli stessi figli della borghesia pur di avere l’occasione di scatenare una violentissima operazione militare contro il proletariato, il piano orchestrato e messo in opera per Empoli è ancora più vile.

Dei soldati di leva, spogliati della loro divisa, in borghese ed armati di pistola, da Livorno sono spediti su due camion in direzione di Firenze. Al vederli non si può dubitare che non siano dei fascisti in marcia per compiere una spedizione delittuosa.

I due camion attraversano i paesi che si trovano lungo il percorso ed ogni volta, scambiati per fascisti, si avvertono gli abitanti dei paesi successivi che i fascisti stanno arrivando. Ad Empoli ai proletari, preavvisati, non occorre molto per predisporsi a difesa e quando arriva il primo camion sono già armati e dislocati agli incroci delle strade, agli angoli delle case, ai portoni, sui balconi, nei tetti, dietro le siepi.

Appena i due camion entrano in paese viene bloccata ogni via d’uscita. Poco dopo dal primo camion si spara. Gli appostati rispondono al fuoco. La caccia a questi soldati che terrorizzati scappano senza nessun riferimento, in un ambiente sconosciuto, cessa non appena si capisce l’inganno, però 9 di loro sono già morti.

Lo Stato non aspettava altro, alle prime luci dell’alba del 2 marzo la cittadina si trovò occupata militarmente; con un treno speciale era stato inviato un intero reggimento. Le autoblinde percorrevano le strade principali mitragliando porte e finestre delle case mentre i militari procedevano ad arresti in massa.

Oltre 500 furono gli arrestati, ancor più i ricercati latitanti. Ad occupazione militare effettuata, arrivarono gli eroi in camicia nera che, eroicamente, procedettero ad incendiare, devastare, bastonare.

Il processo contro 138 imputati, tra cui 3 donne, iniziò l’8 maggio 1924 presso la Corte d’Assise di Firenze; 92 furono le condanne. Ai 5 latitanti, ritenuti i massimi responsabili dei fatti, fu comminato l’ergastolo. Di questi 2 avevano trovato riparo in Russia. Scamparono alla prigione fascista per assaporare, entrambi, i gulag staliniani.


Le guerre del capitalismo nazionale indiano

Nello scorso rapporto avevamo descritto quale fosse la strategia del premier indiano Nehru sia per quel che riguardava il “fronte interno”, che prevedeva lo sviluppo del capitalismo attraverso i piani quinquennali e le riforme agrarie, sia per la politica estera, con l’India schierata nel blocco dei paesi “non allineati”, equidistante dalle due grandi potenze emerse dal secondo macello mondiale: gli Stati Uniti e la Russia stalinista. Queste linee guida erano condite dal premier indiano con una retorica vagamente socialista, un anti‑colonialismo ed antirazzismo da cerimonia, e una laicità di facciata come elementi fondanti dello Stato borghese che, durante lo sviluppo del capitale, preferiva scansare le beghe religiose. 

- L’instabile rapporto con la Cina e la guerra di confine del 1962

La borghesia indiana iniziò a coltivare il sentimento nazionalista, basato su un irredentismo e sulla definizione dei confini, sui quali, per alcune aree, non c’era alcuna valida documentazione storica.

In questo clima, e inevitabilmente, i due nascenti giganti asiatici, l’India e la Cina, passarono da un’amicizia commerciale allo scontro armato.

Prima dell’indipendenza, il Congresso aveva avuto buone relazioni con la Cina del macellaio nazionalista Chiang Kai‑Shek. Ma quando il generalissimo fu costretto a fuggire a Taiwan, passando il testimone all’altro nazionalista borghese Mao tse‑tung, subito il premier indiano dichiarò che «la vera Cina era quella comunista».

Gli apparenti buoni rapporti tra i due Stati erano destinati a non durare, lo sviluppo dei due nazionalismi faceva emergere conflitti geopolitici ed economici che li avrebbero portati alla guerra.

Nel 1914 il ministro degli esteri del governo coloniale sir Henry McMahon aveva presentato al governo tibetano una linea di confine dalla Birmania al Bhutan che in sostanza seguiva la cresta più alta delle montagne che separavano l’altopiano tibetano dall’Asia meridionale. Questa delimitazione incorporava sotto il controllo britannico non solo ampi territori tribali ma anche aree già sotto l’effettivo controllo di Lhasa, compreso il distretto di Tawang. Falsificando alcuni documenti gli inglesi convinsero il governo indiano che tale confine era stato accettato da cinesi e tibetani.

Quando nel novembre del 1950 l’armata cinese invase il Tibet, occupando anche aree tradizionalmente indiane, Nehru dichiarò in parlamento che bisognava rispettare la linea McMahon. L’esercito indiano occupò la zona di Tawang. Il governo di Lhasa protestò formalmente. Pechino fece finta di non sentire: mentre i due paesi mostravano cordialità in realtà entrambi erano impegnati a estendere e consolidare il rispettivo controllo a nord e a sud dell’Himalaya. Da parte indiana furono stampate nuove mappe che ad oriente includevano nell’India anche gli Stati indipendenti del Bhutan e del Sikkim; ad occidente, all’altezza del Kashmir, il confine incluse la maggior parte dell’altopiano dell’Aksai Chin, pretesa che non aveva alcun fondamento storico dato che lo stesso governo coloniale aveva catalogato come “undefined” le frontiere settentrionali e orientali del Kashmir, che sfumavano nello Aksai Chin.

Allo stesso tempo la Cina aveva problemi di frontiera con tutti i suoi vicini, ma aveva chiarito che intendeva arrivare a una loro delimitazione attraverso trattative diplomatiche bilaterali. Posizione espressa anche dall’India.

I fatti furono ben diversi. Nel 1958 fecero precipitare la situazione le foto riprese dagli aerei spia americani e la pubblicazione di un settimanale cinese della notizia del completamento di una strada carrabile che univa lo Xinjiang al Tibet occidentale attraverso lo Aksai Chin, territorio disabitato, privo di risorse, senza alcun interesse per l’India, ma via di comunicazione strategica per la Cina per facilitare il suo controllo del Tibet, che minacciava un’incombente rivolta della popolazione locale, scoppiata l’anno successivo.

Durante una prima fase diplomatica, la Cina offrì all’India il riconoscimento della linea McMahon nel settore orientale della frontiera, in cambio dell’altopiano tibetano. L’India, cavalcando un nazionalismo sempre più necessario a mascherare gli scarsi successi del secondo piano quinquennale, rifiutò.

Dopo anni di reciproche violazioni del confine tra il 1957 ed il 1960 salì la tensione. Nehru, costretto dalle aspettative che lui stesso aveva alimentato nell’opinione pubblica, varò la cosiddetta “forward policy”, l’invio di pattuglie armate in profondità nel Aksai Chin, che avrebbero dovuto creare dei posti di frontiera stabili allo scopo di impedire ogni ulteriore avanzata cinese. Diversi generali indiani si opposero, coscienti della netta inferiorità indiana di fronte alle forze cinesi sulla frontiera.

Il 20 ottobre l’armata popolare cinese passò all’attacco e, superiore in numero, preparazione e logistica, in breve ebbe la meglio. L’offensiva colse impreparata l’India e ne mostrò la debolezza. Pechino non solo si assicurò il controllo dell’Aksai Chin, ma, ad oriente, invase l’Arunachal Pradesh ridiscendendo le pendici himalayane fino alla pianura dell’Assam. Da qui, dopo il cessate il fuoco unilaterale del 22 novembre, arretrò oltre le posizioni di partenza, 20 chilometri dietro la linea McMahon. A ovest invece lo strategico altopiano era ormai cinese.

Così commentavamo la guerra indo‑cinese nel nostro giornale “Programma Comunista” numero 20 del 1962 “Non‑violentisti e centofioristi”. «Il conflitto con la Cina ha costretto Nehru a teorizzare l’abbandono della teoria su cui tutti gli umanitari, i fabiani e i pacifisti pubblicamente puntavano la loro ultima carta, e a deplorare che il gandhismo abbia reso imbelli gli indiani e arrugginiti i loro fucili. Ha buttato all’aria il castello di carte del suo “neutralismo” (...) Dallo scontro, Nehru uscirà “violentista” e “impegnato” in barba al “terzo mondo” (...) Nel frattempo la teoria kruscioviana e cinese dei “cento fiori” ha dato al globo l’ultimo dei suoi indegni spettacoli: i “comunisti” indiani hanno denunciato come aggressori i “comunisti” di Mao, alleandosi col premier nazionale borghese contro il premier extranazionale “proletario”».

Con la sconfitta del 1962 la borghesia indiana perse ogni incisivo ruolo internazionale, confinando la sua politica estera all’Asia meridionale. Tuttavia la disfatta provocò una corsa alle armi che in soli due anni raddoppiò le difese indiane. Inoltre l’identificare di un “nuovo” nemico rivitalizzò i sentimenti patriottici, pilastro della propaganda contro la lotta di classe. 

- La seconda guerra del Kashmir

Negli anni 1963 e 1964 emersero tensioni intercomunitarie nella parte indiana del territorio conteso del Kashmir: dal Pakistan furono infiltrati paramilitari in Kashmir per alimentare un’insurrezione popolare contro il governo di Delhi.

Dall’aprile 1965 la tensione ai confini sfociò in incidenti di crescente gravità. In agosto il Pakistan passò dalla guerriglia all’intervento aperto. La battaglia fra truppe corazzate, la maggiore dalla fine del secondo conflitto mondiale, prima della guerra arabo-israeliana dei Sei Giorni del 1967, vide la pesante sconfitta delle forze pakistane. Inizialmente le forze indiane conquistarono importanti posizioni di montagna. Ad agosto fu occupato il passo di Hajii Pir, 8 chilometri oltre la frontiera, mentre truppe pakistane conquistavano i distretti di Uri e Poonch. Il 1° settembre 1965 il Pakistan diede il via ad un potente contrattacco per conquistare la città di Akhnoor, nel distretto indiano di Jammu. Ma l’aeronautica indiana attaccò il Punjab pakistano, il che fece fallire l’operazione.

La guerra volse infine a favore dell’India, superiore almeno logisticamente, anche se nessuna delle parti era in grado di ottenere una vittoria decisiva. Furono gli Stati Uniti e la Russia che portarono avanti la soluzione diplomatica. L’URSS ospitò a Taskent i negoziati che stabilirono il ritiro alle linee dell’agosto precedente. Di fatto Nuova Delhi raggiunse il suo obiettivo di impedire al Pakistan la conquista del Kashmir. 

- Lo scontro all’interno del Congresso

Alla morte di Shastri il Congresso promosse a segretario, e a primo ministro, Indira Gandhi. Si evidenziò nuovamente quello scontro interno al Congresso che abbiamo descritto nel precedente rapporto. Il partito di fatto rispondeva agli interessi dei contadini ricchi e dei grandi industriali. Con la Gandhi il partito sembrò acconsentire ad una politica di riforme sociali, al fine di favorire la formazione di una piccola e media industria e l’estendersi della conduzione capitalistica nelle campagne.

I provvedimenti proposti consistevano nell’abolizione delle rendite pagate dallo Stato agli ex principi e nella nazionalizzazione delle banche. Il primo provvedimento aveva una valenza importante ma prevalentemente politica. Il secondo invece veniva a scalzare il potere di poche grandi famiglie, che allora controllavano le maggiori banche, coincidenti con i proprietari della grande industria privata. Queste si accaparravano la gran parte del credito, lasciando le briciole alla piccola e media industria e nulla al settore rurale: nelle sterminate campagne il credito era fornito a tassi usurai dalle locali classi fondiarie e mercantili.

Il nazionalizzare le grandi banche provocò scontri in Parlamento e all’interno del Congresso che culminarono con la sua scissione nel novembre 1969. La Gandhi, per riavere la maggioranza in parlamento, ricevette l’appoggio esterno del partito comunista indiano e del Dravida Munnetra Kazhagam, un’organizzazione politica regionale espressione del gruppo etnico Tamil.

Nel marzo del 1971 le elezioni si risolsero in un successo per il Congresso della Gandhi che conquistò oltre due terzi dei seggi. La vittoria fu spiegata con la partecipazione delle classi e caste più povere della popolazione, attratte dallo slogan garibi hatao, “sbarazziamoci della povertà”. Ma in sostanza la vittoria elettorale della Gandhi fu imposta dalla borghesia industriale e in particolare da quella rurale. I grandi capitali sembravano aver pagato i conti della politica della Gandhi, danneggiati sia dalle nazionalizzazioni delle banche sia dalla mutata direzione del credito. Tuttavia, in primo luogo ci si assicurò che la nazionalizzazione delle banche fosse generosamente pagata dallo Stato, inoltre la nuova politica, nonostante il dichiarato obiettivo di impedire le concentrazioni monopolistiche, non controllando l’ingresso delle maggiori imprese industriali in qualsiasi settore non fosse riservato allo Stato, le incoraggiò a investire anche in progetti di grandi dimensioni.

La riforma non fu quindi espressione, come vuole la storiografia dominante, del risveglio e del sostegno delle classi inferiori. Il Congresso tornava a propagandare audaci proclami di riforme alle infinite masse indiane, con la riserva di svigorirle al momento della loro attuazione appena scalfissero gli interessi dell’accumulazione nazionale di capitale.


FINE DEL RESOCONTO NEL PROSSIMO NUMERO

 

 

 

 

 


PAGINA 8


Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx
(Continua dal numero scorso)


11. Louis‑Auguste Blanqui
Prima parte


Capitolo esposto alla riunione generale a Genova nell’ottobre 2017

  

Louis‑Auguste Blanqui nasce l’8 febbraio 1805 a Puget#8209;Théniers nel dipartimento delle Alpi Marittime, vicino Nizza. Il padre Jean‑Dominique, nato a Nizza quando la città apparteneva al regno di Sardegna, era bilingue come molti suoi concittadini e sosteneva di appartenere ad una famiglia originaria di Firenze; professore di filosofia e di astronomia, aderì alle nuove idee ancor prima del 1789, e fu eletto alla Convenzione nel maggio 1793, dove fece parte della Gironda. Fu quindi arrestato il 3 ottobre dello stesso anno insieme ad altri deputati girondini. Sappiamo che nell’ottobre 1796 si sposò, per cui era fuori dal carcere, e che non partecipò alla reazione termidoriana. Vide con favore il 18 brumaio, e nel 1799 divenne sottoprefetto nella cittadina di Puget#8209;Théniers.

Nel 1815, con la caduta di Napoleone, la famiglia abbandona la cittadina ed il fratello maggiore dei nove figli di Jean‑Dominique, Adolphe, va ad insegnare a Parigi, facendosi presto seguire dal piccolo Louis‑Auguste che si mostra subito, al Lycée Charlemagne, uno studente molto brillante, che agli studi scolastici unisce la lettura di Diderot, d’Holbach, Voltaire e Rousseau. Come i suoi compagni di studi ha una grande ammirazione per Napoleone, cosa sulla quale scriverà molti anni dopo: «Come tutta la gioventù, avevo allora il culto per il grand’uomo. Serviva da ariete per demolire i Borboni. Arma maledetta, più fatale agli assalitori che al nemico. Non si fa mai altro in Francia. Combattere la peste con il colera, poi il colera con la peste».

Nel 1824 si iscrive alla Carboneria, collaborando al giornale “Courrier Français”, sul quale scrive anche l’allora carbonaro Voyer d’Argenson. Nel 1826 è a Parigi, dove studia diritto e medicina e dà lezioni private. L’anno successivo partecipa a manifestazioni studentesche, duramente represse dalla polizia, durante le quali viene ferito due volte a colpi di sciabola e una volta di pistola. Nel 1828 e 1829 viaggia arrivando a Nizza, dove viene arrestato anche se per poco tempo, e poi in Spagna. Nell’agosto del 1829 torna a Parigi, dove diventa stenografo al “Globe”, giornale d’opposizione moderato, con le cui idee ha poco o nulla a che spartire.


Il 1830 a Parigi

Arrivano le “trois glorieses”: il 27 luglio scrive un “Appello alle armi”, il 28 un proclama, il 29, scrive lo storico Gustave Danvier, «alla testa di molti studenti e operai in armi entra nella sala della Corte d’Assise della Senna e con la punta della baionetta distrugge i gigli borbonici».

La sconfitta del 1830 è una grande lezione per Blanqui che, in un discorso del 2 febbraio 1832 alla “Società degli Amici del Popolo”, di cui era entrato presto a far parte, dice: «Sapete che il popolo, fiducioso nei capi che aveva accettato e che credeva nemici implacabili, al pari di lui, di tutta la famiglia dei Borboni, per l’antica ostilità verso Carlo X, si ritirò dalla piazza non appena terminata la battaglia. Allora i borghesi uscirono dalle cantine (...) Tutti si ricordano con quale impressionante velocità per le vie di Parigi cambiò la scena; come a teatro in un batter d’occhio i vestiti sostituirono le bluse (...) Le pallottole più non fischiavano. Non si rischiava di prenderle in corpo ma di raccogliere il bottino. Gli uomini delle fabbriche si erano ritirati. Apparvero i banchieri».

La posizione classista di Blanqui è netta fin dal 1830‑1831, quando entra nella buonarrotiana “Società degli Amici del Popolo”, come è evidente continuando a leggere quel discorso:
     «Non bisogna nascondersi che è in atto una guerra a morte tra le classi che formano la nazione (...) Finora vi sono stati in Francia tre interessi: quelli della classe cosiddetta molto alta, quello della classe media o borghese, e infine quello del popolo (...)
     «Nel 1814 e nel 1815 la classe borghese, stanca di Napoleone non a causa del dispotismo (essa si cura ben poco della libertà, che ai suoi occhi non vale una libbra di buona cannella o una cambiale ben piazzata), ma perché, esaurito il sangue del popolo, la guerra cominciava a prenderle i figli e soprattutto nuoceva alla sua tranquillità e impediva al commercio di prosperare, la classe borghese, dunque, accolse i soldati stranieri come liberatori e i Borboni come inviati di Dio. Così aprì le porte di Parigi, trattò come briganti i soldati di Waterloo, incoraggiò le sanguinose reazioni del 1815.
     «Luigi XVIII la ricompensò con la Carta. Questa Carta costituiva le alte classi in aristocrazia e dava ai borghesi la Camera dei deputati, detta Camera democratica. Così gli emigrati, i nobili, i grandi partigiani fanatici dei Borboni e la classe media che li accettava per interesse, furono padroni in parti eguali del governo. Il popolo fu messo da parte. Privato dei capi, demoralizzato dall’invasione straniera, senza più fede nella libertà, tacque e subì il giogo, pur facendo le sue riserve. Conoscete l’appoggio incessante che la classe borghese ha dato alla Restaurazione fino al 1825. Essa partecipò ai massacri del 1815 e 1816, alle forche di Bories e di Berton, alla guerra di Spagna, all’avvento di Villèle e al cambiamento della legge elettorale; non cessò d’inviare maggioranze devote al potere fino al 1827.
     «Nell’intervallo tra il 1825 e il 1827, Carlo X, vedendo che tutto gli riusciva e credendosi abbastanza forte anche senza i borghesi, volle procedere alla loro esclusione, come era stato fatto per il popolo nel 1815; fece un passo ardito verso l’ancien régime e dichiarò guerra alla classe media, proclamando il dominio esclusivo della nobiltà e del clero all’insegna del gesuitismo. La borghesia è essenzialmente antispirituale, detesta le chiese, non crede che ai registri di partita doppia. I preti la irritano; aveva consentito a opprimere il popolo a metà con le classi superiori, ma, visto arrivare anche il proprio turno, piena di risentimento e di gelosia contro l’alta aristocrazia, si legò a quella minoranza della classe media che aveva combattuto i Borboni nel 1815 e che fino a quel momento era stata sacrificata (...) Si inventò la legalità per rappresentare questo interesse della borghesia e perché le servisse da bandiera. L’ordine legale divenne come una divinità davanti alla quale gli oppositori costituzionalisti bruciavano quotidianamente i loro incensi (...)
     «Cosa faceva nel frattempo il popolo in mezzo a questo conflitto? Nulla. Restava spettatore silenzioso nella contesa e tutti sanno che i suoi interessi non contavano nei dibattiti tra i suoi oppressori (...)
     «Il 26 luglio fu il più bel giorno della nostra vita. Ma i borghesi! Mai crisi politica offrì lo spettacolo di uno spavento simile, di una costernazione tanto profonda. Avete tutti presente la condotta dei deputati il lunedì, il martedì, il mercoledì. Ciò che la paura lasciava loro di presenza di spirito e di prontezza, venivano impiegati per prevenire, fermare il combattimento; preoccupati per la loro stessa viltà, rifiutavano di prevedere una vittoria popolare e già tremavano sotto il coltello di Carlo X. Ma il giovedì la scena cambia. Il popolo è vincitore. È allora che un altro terrore li assalì, ben altrimenti profondo e sconfortante (...)
     «Per quale fatalità, questa rivoluzione fatta solo dal popolo, che doveva segnare la fine del regime esclusivo della borghesia e l’avvento degli interessi e della forza popolare, non ha avuto altro risultato se non quello di stabilire il dispotismo della classe media, di aggravare la miseria degli operai e dei contadini e di affondare un po’ più sotto, nel fango, la Francia? Ahimè! Il popolo ha saputo vincere ma non ha saputo approfittare della vittoria (...) La classe media, nascostasi durante il combattimento, da essa disapprovato, gode ora i frutti della vittoria riportata suo malgrado, dimostrando d’essere tanto abile quanto era stata prudente. Il popolo, che ha fatto tutto, resta zero come prima.
     «Ma si è verificato un fatto terribile: il popolo è entrato bruscamente, come un fulmine a ciel sereno, sulla scena politica che ha preso d’assalto e, benché cacciato quasi immediatamente, ha tuttavia dimostrato la sua presenza, ha ritirato le proprie dimissioni. Sarà ormai tra lui e la classe media che verrà ingaggiata una lotta accanita, non più tra le classi aristocratiche e i borghesi: costoro avranno bisogno di chiamare in aiuto persino i loro vecchi nemici per potergli resistere (...) I borghesi abdicheranno la loro parte di potere nelle mani della aristocrazia, barattando volentieri la tranquillità con la servitù (...)
     «Cittadini, due principi dividono la Francia, il principio della legittimità e il principio della sovranità del popolo (...) Non c’è una terza via, una terza bandiera. Il juste‑milieu è una stupidaggine (...) I monarchici si terranno pronti e, alla prossima primavera, i russi, passando la frontiera, troveranno i loro quartieri preparati fino a Parigi. Siate certi che, in quello stesso momento, la classe borghese non deciderà di scendere in guerra. Il suo terrore sarà accresciuto da tutta la paura che le ispirerà la collera di un popolo tradito e venduto, e vedrete i commercianti inalberare la coccarda bianca [dei Borboni] e ricevere il nemico come un liberatore, perché i cosacchi li spaventano meno della canaglia in blusa. E poi, non è un onore pattugliare con i Prussiani? E i nostri buoni amici, i nemici, non faranno funzionare il commercio? Forse questi borghesi disgraziati vedranno le loro figlie violentate sulla soglia delle loro botteghe? Ma cos’è una figlia violentata se la cassa è piena?».

Nel gennaio del 1831 Blanqui viene arrestato per aver organizzato delle manifestazioni di studenti collegati alla “Società degli Amici del Popolo” e resta in prigione per tre settimane. È di nuovo arrestato e processato nel gennaio 1832 per complotto contro la sicurezza dello Stato insieme a Raspail ed altri nel cosiddetto processo “dei quindici”. Gli imputati sono assolti per il reato a mezzo stampa, ma Blanqui viene condannato ad un anno per la requisitoria da lui pronunciata in tribunale. Questi i passi incriminati: «Sì, questa è la guerra tra i ricchi e i poveri; i ricchi l’hanno voluta, perché essi sono gli oppressori. I privilegiati vivono grassamente del sudore dei poveri. La Camera dei deputati, macchina spietata stritola senza pietà 25 milioni di contadini e 5 milioni di operai per trarne la sostanza che è travasata nelle vene dei privilegiati. Le imposte, rapina degli oziosi a danno delle classi laboriose. Chi avrebbe potuto pensare che i borghesi avrebbero chiamato gli operai piaga della società».

Quest’ultima frase era una risposta ad un articolo di un tale Saint‑Marc Girardin, apparso l’8 dicembre 1831 sul “Journal des Débats”, che mostra una chiara visione di classe da parte borghese: «La nostra società commerciale e industriale ha la sua piaga, come tutte le altre società; questa piaga sono gli operai. Niente fabbriche senza operai; ma con una popolazione operaia sempre crescente e sempre nel bisogno, la società non può stare tranquilla. I barbari che minacciano la società non si trovano né nel Caucaso né nelle steppe della Tartaria: si trovano nei sobborghi delle nostre città industriali».


Oltre Robespierre

Quando Blanqui esce di prigione il padre è morto e il fratello Adolphe si è schierato con il regime. Gli scriverà Paul Lafargue nel 1879: «Già prima del 1848, mentre si era immersi nei sogni utopistici dei primi comunisti, voi avete avuto l’onore di proclamare la lotta di classe». In una nota dello stesso Blanqui del 1833 leggiamo: «Dire che vi è comunanza di interessi tra proletariato e borghesia, è uno strano ragionamento. Da parte nostra, non vi scorgiamo che l’alleanza del leone con la pecora».

Quando Blanqui esce di prigione la “Società degli Amici del Popolo” non esiste più; c’è invece la “Società dei diritti dell’uomo e del cittadino”, a cui egli non partecipa, probabilmente anche per le grandi divisioni al suo interno. Abbiamo già parlato di tali associazioni, ma ora ci torniamo con lo storico Danvier: «Se la Société des Amis du Peuple fu il primo gruppo repubblicano a sostenere l’unità con gli operai, la Société des Droits de l’Homme e du Citoyen instaurò un rapporto assolutamente privilegiato con la classe operaia. Madre di oltre trecento associazioni sparse nelle principali città, riuscì a raccogliere, nel primo anno di attività a Parigi, più di cinquemila militanti (...) Il compito di organizzare gli operai spettava a un Comitato di propaganda composto di 20 membri, 15 dei quali operai».

Abbiamo già parlato della fine di tale associazione e del ruolo di Filippo Buonarroti in entrambe. Leggiamo solo cosa scrive Louis Blanc nel 1846 nel suo “Histoire de dix ans”: «La Società dei Diritti dell’Uomo aveva nel vecchio Buonarroti un giudice severo (...) Egli non aveva nessuna fiducia in una cospirazione che svolgeva la sua trama alla luce del sole, che pubblicava ogni mattina i nomi dei suoi capi, che reclutava i suoi in modo assolutamente palese. Dal punto di vista del combattimento aveva ragione. Il fatto è che la Società dei Diritti dell’Uomo aveva tutti gli inconvenienti delle società segrete senza averne i vantaggi. Buona per opera di propaganda, era impossibile che alla vigilia di una battaglia non fosse disorganizzata dal solo fatto dell’arresto dei suoi capi».

Nel giornale “Il Liberatore” del 2 febbraio 1834 Blanqui scrive: «I borghesi sono degli alleati che si trovano solo quando non se ne ha bisogno. Possono essere uomini di ottimo contegno sotto le armi, con uniformi bellissime, meravigliosi pennacchi, fucili lucidi, perché non son loro a lustrarli, ma non facciamoci illusioni, questa è gente capace solo di difendere un potere che non sia seriamente minacciato. Non sono in grado né di mantenere né di rovesciare un governo contro la volontà del popolo. Il popolo, se gli converrà, farà dieci rivoluzioni di seguito in barba alla Guardia Nazionale che non proferirà parola, nonostante il cattivo umore che potrà avere. Ciò che faceva realmente la sicurezza del potere era che il popolo stesso non pensava a distruggerlo».

Nel numero mai pubblicato dello stesso giornale del marzo 1834, c’era un articolo di Blanqui dal titolo “Chi cucina la minestra deve mangiarla”: «Non è libero chi, privato degli strumenti di lavoro, rimane alla mercé dei privilegiati che ne sono detentori. È tale accaparramento, e non questa o quella costituzione politica, che fa serve le masse. La trasmissione ereditaria della terra e dei capitali pone i cittadini sotto il giogo dei proprietari. Non hanno altra libertà se non quella di scegliersi il padrone. Di qui, indubbiamente, il detto di scherno: ”I ricchi danno lavoro ai poveri”. Più o meno, in effetti, come i piantatori danno lavoro ai negri, ma con maggiore indifferenza per la vita umana, poiché l’operaio non è un capitale da gestire come lo schiavo: la morte dell’operaio non è una perdita, vi è sempre concorrenza per sostituirlo. Il salario, benché appena sufficiente a impedire la morte, ha la virtù di fare abbondare la carne sfruttata; perpetua la stirpe dei poveri al servizio dei ricchi, continuando così, di generazione in generazione, quella doppia eredità parallela, di opulenza e di miseria, di gioie e di dolori, che costituisce la base della nostra società. Quando il proletario ha sufficientemente sofferto e lasciato dei successori a soffrire dopo di lui, va in ospedale a fornire il suo cadavere alla scienza, come strumento di studio per guarire i suoi padroni».

Nello stesso articolo leggiamo: «Diciamo subito che l’eguaglianza non consiste nella divisione delle terre. L’infinita divisione della terra non cambierebbe nulla, in fondo, al diritto di proprietà. La ricchezza proveniente dal possesso degli strumenti di lavoro, piuttosto che dal lavoro stesso, il genio dello sfruttamento rimasto in piedi, saprebbero ben presto, con la ricostruzione delle grandi fortune, restaurare l’ineguaglianza sociale. Solo l’associazione, sostituita alla proprietà individuale, fonderà il regno della giustizia con l’eguaglianza».

(Continua)