Partito Comunista Internazionale
Il Partito Comunista N. 404 - 21 settembre 2020

Anno XLVII - [ Pdf ]
Indice dei numeri
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Aggiornato al 26 settembre 2020

organo del partito comunista internazionale
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: – la linea da Marx a Lenin, alla fondazione della III Internazionale, a Livorno 1921, nascita del Partito Comunista d’Italia, alla lotta della Sinistra Comunista Italiana contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani – la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco
PAGINA 1 – L’incapacità del capitalismo ad affrontare la crisi‑sanitaria
Un Mediterraneo troppo piccolo per gli egoismi dei capitalismi nazionali
Contro il teatrino elettorale - Per la lotta di classe
PAGINA 2 La Via della Seta e della guerra nei mari cinesi
Mentre firmano gli accordi di pace gli Stati e Staterelli del Medio Oriente si armano per darsi il colpo alla schiena
Per il sindacato di classe – In Bielorussia preme dietro le scene una robusta classe operaia
– Dalla Russia
– Lo sciopero dei portuali a Montreal
Sfruttamento bio
– Nelle miniere di giada in Birmania
– Area di opposizione in Cgil "Riconquistiamo tutto" (continua) - Per una chiara distinzione fra organismi sindacali e politici
– Ancora proteste sociali in Libano
PAGINA 5 – Una bella e intensa Riunione Internazionale del Partito, 29‑31 maggio [RG137] (continua il resoconto dal numero scorso): La questione militare, In Russia dal 1° Maggio al fallito golpe di Kornilov - Storia della nazione Indiana, la guerra del Bengala - Lotte e organizzazioni della classe in Cina (1919‑22)
Ruggero Manici
PAGINA 6 Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx (continua dal numero scorso): 11. Louis‑Auguste Blanqui - La Comune (continua)
 


 


PAGINA 1


L’incapacità del capitalismo ad affrontare la crisi sanitaria

La pandemia attualmente gioca a sfavore dei movimenti di lotta della classe lavoratrice. La sospensione delle attività produttive, le norme di distanziamento e di confinamento sociale hanno avuto un effetto deprimente sulla reazione dei lavoratori alla crisi del capitale, che ha ben altre origini che il coronavirus. Ancora oggi, quando le fabbriche hanno ripreso l’attività, la previsione di un nuovo diffondersi dell’epidemia continua a preoccupare i lavoratori, che temono la perdita del posto di lavoro e ancora sono appesi alla promessa di un sussidio.

D’estate hanno riaperto le discoteche, ma sono rimaste vietate le assemblee e ogni manifestazione operaia: solo di queste si può fare a meno per evitare il diffondersi del contagio !


Di cosa si muore

Negli ultimi 30‑40 anni si sono diffuse varie malattie infettive virali, calamità che hanno percorso tutto il mondo: Aids, Ebola, Zika, epatite C, influenza aviaria e altre.

Ma le principali cause di morte sono altre. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il 2018 e dell’Istituto nazionale di demografia francese ogni anno muoiono 56,9 milioni di uomini e ne nascono più di 140 milioni. La popolazione globale nel 2019 è di 7,6 miliardi. L’aspettativa di vita nel 2019 era di 63,5 anni in Africa e 78,7 anni in Europa.

Le due principali cause di morte, soprattutto per gli anziani, sono la cardiopatia ischemica e l’ictus, che hanno ucciso 15,2 milioni di uomini nel 2016. Le infezioni polmonari sono state responsabili di 3 milioni di decessi nel 2016 e sono la principale causa di morte nei paesi a basso reddito. Nel 2017, l’OMS ha contato 650.000 morti associate all’influenza stagionale (prevalentemente soggetti di età superiore ai 75 anni e provenienti dalle regioni più povere). Le malattie infettive nel loro insieme uccidono 4,3 milioni di uomini, soprattutto nei paesi a basso reddito (infezioni respiratorie, epatiti, tubercolosi, Aids, malaria). Va ricordato che la mortalità per infezioni respiratorie causate da virus come l’influenza e aggravate da superinfezione da batteri come il pneumococco è in costante diminuzione da 30 anni grazie al miglioramento dell’igiene, all’uso di antibiotici, alle vaccinazioni... per chi può.

Nel bel mezzo dell’epidemia di Covid‑19 abbiamo appreso che la malnutrizione e i conflitti armati uccidono 9 milioni di uomini all’anno. Ma questo ha causato solo un fugace turbamento, essendo queste “brutte cose” lontane dalla preoccupazione dei piccolo borghesi occidentali.


Una complessa simbiosi

Le infezioni sono parte dell’interazione della specie umana con l’ambiente, l’ecosistema vegetale e animale. Il corpo umano e il suo guscio esterno, la pelle, ospitano più batteri che cellule proprie, dieci volte più virus che batteri, oltre a funghi e “minimicrobi”, gli archei, il cui ruolo deve ancora essere scoperto. Benché tutti questi contengano elementi patogeni in grado di causare gravi malattie, partecipano alla nostra vita biologica, agiscono in complementarietà con il sistema immunitario, il sistema digestivo, che ne contiene centinaia di miliardi, i genitali, le nostre mucose e il sistema di protezione della pelle. Se tutto va bene, la nostra “buona salute” consiste in un equilibrio tra questi diversi agenti. Quello che la scienza borghese descrive come una “guerra civile” permanente in cui nessuno è vittorioso noi comunisti chiameremmo simbiosi, intelligenza biologica, il divenire infinito della bios. Lo stesso corpo umano è un ecosistema.

Migliaia di specie di batteri sono coinvolte nel processo digestivo, integrando il sistema di difesa immunitaria a livello intestinale, delle mucose e della pelle, neutralizzando i batteri e i virus aggressivi.

I virus regolano la nostra flora batterica e partecipano allo scambio genetico essendo costituiti da un filamento di DNA o di RNA. Albergano nelle piante, negli animali, nei batteri, nell’acqua di mare. Non disponendo della macchina metabolica per replicarsi hanno bisogno di penetrare in una cellula, che utilizzano per moltiplicarsi, per poi distruggerla. Vanno ad integrare il genoma della cellula per sintetizzare le proprie proteine. Spesso producono mutazioni, cambiamenti nella composizione dei geni; da qui il loro ruolo nell’evoluzione come vettori di diversità genetica. L’8% del genoma umano è derivato da virus. Quindi la stragrande maggioranza dei virus non è dannoso agli esseri umani, ma svolge un ruolo nel loro ecosistema interno.

Finché il virus non possiede la proteina corrispondente ad un recettore della cellula e non può entrarvi, o finché un qualche processo ne rallenta la moltiplicazione, non si manifesta alcuno stato patologico. Nell’uomo l’evoluzione del materiale genetico, guidata dall’ambiente per centinaia di millenni, ha portato all’aggiunta di nuovi geni o a loro cambiamenti strutturali. In questo processo, inerente e necessario al movimento della vita, i virus appaiono agenti indispensabili alla diversità genetica, la forza motrice dell’evoluzione.

Ma, a seconda delle condizioni esterne, questo complesso equilibrio viene talvolta a rompersi. Malattie batteriche e virali (rabbia, febbre gialla, vaiolo, poliomielite e molte altre nella storia) hanno colpito gli animali e le piante, che nei millenni hanno educato il loro sistema immunitario. Tutte le specie hanno dovuto sempre confrontarsi con gli altri viventi, portatori di virus e batteri che non conoscevano. Come i bambini piccoli diventano immuni confrontandosi, attraverso piccole o grandi malattie, con i germi del loro ambiente, così è stato per tutta l’evoluzione della materia vivente.


Infezioni e capitalismo

È certo che rimangono ancora molti misteri sull’apparire e diffondersi delle epidemie e sulla loro scomparsa, spesso improvvisa. Solo dei centri di osservazione continua, di vigilanza, analisi dei dati e ricerca, interessati esclusivamente alla salute della specie permetterebbero il progredire nella conoscenza. Ma il mondo capitalista sta percorrendo, com’è inevitabile, la strada opposta.

Da alcuni decenni le epidemie infettive (virali e parassitarie come la malattia di Lyme) si stanno moltiplicando. La maggior parte di esse sembrano provenire dal mondo animale, sono zoonosi. Quanto più il virus, con il suo materiale genetico altamente instabile e mutante, incontra genomi di specie diverse, tanto più muta. Questo salto da una specie all’altra è condizionato dalla vicinanza e dalla regolarità dei contatti.

Un ambiente in cui la malattia può evolvere e trasformarsi in pandemia è quello dell’agricoltura e dell’urbanizzazione, della iperglobalizzazione delle merci e dello spostarsi degli uomini. Sono le contraddizioni del sistema produttivo capitalistico, con l’industrializzazione dell’agricoltura e della zootecnia basata sul profitto, la deforestazione e altre devastazioni ambientali i riconosciuti focolai dei virus patogeni. Ma pesa anche la deregolamentazione dei controlli sanitari e alimentari e il peggioramento delle condizioni di lavoro del proletariato nelle fabbriche (vedasi, per la diffusione del Covid‑19, la situazione nei macelli), il degrado generale dell’assistenza sanitaria di base.

In molti paesi le foreste e le praterie stanno scomparendo per le necessità dell’accumulazione del capitale, causando l’estinzione di alcune specie animali mentre altre proliferano, ratti, pipistrelli, e trasportano agenti patogeni che possono passare ad altri animali, al bestiame e quindi all’uomo. Gli animali domestici e da allevamento condividono il maggior numero di virus con l’uomo e, come i maiali, sono portatori di un numero di virus otto volte superiore a quello dei mammiferi selvatici. I virus Ebola, Aids e Covid‑19 prosperavano negli animali prima di attraversare la barriera di specie e di infettare l’uomo. La distruzione brutale degli ecosistemi naturali, la densità umana e spesso l’insalubrità, l’allevamento intensivo degli animali sono il cocktail esplosivo della produzione di malattie infettive.

Le malattie infettive vengono quindi a mettere alla prova i sistemi sanitari gestiti sempre più con mentalità “aziendale”, cioè di riduzione dei costi. Nella grande Cina il sistema sanitario si è deteriorato a partire dagli anni Novanta con un massiccio passaggio alle aziende private e con disinvestimento statale. Ma anche nei paesi “ricchi” i sistemi sanitari sono in evidente declino a causa delle cure di austerità intraprese per decenni. Per non parlare dei paesi del terzo mondo praticamente privi di strutture sanitarie, ma anche alcuni dei super civilizzati, come gli Stati Uniti, dove la qualità dell’assistenza sanitaria è legata alla disponibilità economica del cittadino, rimanendone esclusa larga parte della popolazione non abbiente.


Comunismo e salute

La scienza delle epidemie ha ancora molta strada da fare. Oggi non siamo in grado di sapere quando arriverà il nuovo virus, se in estate o in inverno, con quali caratteristiche, quanto sarà aggressivo, quando finirà e perché.

I contributi della matematica e della statistica potrebbero portare alla comprensione e alla previsione delle epidemie, ma troppi parametri sfuggono ai nostri specialisti. Il capitale, i suoi “scienziati” e governanti, del resto, sono ossessionati non dalla salute pubblica ma dell’andamento dell’economia capitalista! E sempre più sono specializzati solo nei dettagli, il breve raggio delle loro conoscenze impedendo qualsiasi visione dell’insieme del processo.

Il capitale, affamato di profitto e ormai imperante in ogni angolo del pianeta, crea le condizioni per il dilagare delle malattie infettive. Questa società globalizzata non è assolutamente in grado di esprimere una gestione altrettanto globale del fenomeno.

Una rete internazionale di sorveglianza dell’influenza è stata creata dall’OMS già nel 1947, messa alla prova con la pandemia del 1957. A seguito della proclamazione della pandemia di Covid‑19 da parte dell’OMS gli Stati nazionali avrebbero dovuto delegare le decisioni sulle misure da prendere a questo organismo sovranazionale. In realtà si è capito ben presto che l’OMS, sollecitato dagli interessi delle singole potenze capitalistiche, non solo non era in grado di prendere alcuna decisione vincolante per gli Stati nazionali, ma neanche fornire indirizzi e linee guida attendibili, né addirittura segnalare la gravità dei contagi in atto ed esprimere previsione per i successivi sviluppi.

Certamente la debolezza intrinseca di quella organizzazione è dovuta ai contrastanti egoismi dei singoli capitalismi nazionali e degli Stati che li rappresentano, che si muovono l’un contro l’altro nell’attesa, e speranza, che il male peggiore capiti ai concorrenti-nemici per poterne approfittare nel rubarsi i clienti. Abbiamo così assistito al dilagare del contagio in alcune aree senza che nessuna misura venisse presa. Quindi anche dove il contagio tendeva a diminuire rapidamente tornano a presentarsi nuovi focolai alimentati da altre regioni.

Anche nell’approvvigionamento delle attrezzature per la ospedalizzazione, la cura e la protezione individuale non vi è stata che ostilità e concorrenza. Nella maggior parte dei paesi si è scoperto, ormai troppo tardi, che le dotazioni previste dai piani antipandemia stabilite nei protocolli dell’OMS non esistevano o erano totalmente insufficienti, il che ha favorito ogni tipo di speculazione con i prezzi fatti salire fuori misura. Strutture sanitarie nelle situazioni più colpite si sono trovate così prive di risorse, con la conseguenza che il virus ha avuto la via libera. Sono venuti a mancare i dispositivi di protezione individuale, di rilevazione diagnostica (i tamponi) e, tragicamente, i respiratori e le attrezzature di rianimazione nelle località e nei momenti culminanti della crisi.

Inoltre il precipitare della crisi economica del capitalismo, già in atto, ha ritardato le decisioni sul blocco e il confinamento, come avvenuto in Italia, per esempio, in Lombardia, dove ampie aree produttive sono rimaste in attività con i lavoratori che nel pieno del contagio erano obbligati a recarsi in fabbrica senza alcuna protezione esponendo al virus i familiari e la popolazione tutta.

Infine vediamo che per la ricerca di farmaci adeguati al trattamento della malattia, così come alla predisposizione del vaccino, attività che richiederebbero sinergia a livello mondiale per pervenire a risultati in tempi rapidi, non vi è alcun coordinamento. Anzi i centri di ricerca, che fanno riferimento alle grandi aziende farmaceutiche, sono tutt’altro che ispirati alla collaborazione ma mossi da una concorrenza sfrenata nel tentativo di arrivare primi nell’affare del secolo (altro che “comunità scientifica internazionale”!).

La società del Capitale, nonostante l’enorme sviluppo delle forze produttive, delle conoscenze acquisite e della tecnologia di cui si è dotata, è assolutamente incapace di affrontare, come la crisi economica, anche quella sanitaria globale e l’unica prospettiva a cui tende è il deflagrare di un nuovo distruttivo generale conflitto bellico.

Solo la società comunista – liberatasi dalla dittatura del Capitale e dal vincolo del profitto, cancellati i confini nazionali – potrà intessere una vera Organizzazione Mondiale della Sanità, in grado di prevedere e fronteggiare anche le pandemie, disporre le risorse collettive di cui la società umana già potrebbe accedere per intervenire con prontezza nelle situazioni critiche e circoscrivere i contagi. Saprà mobilitare i sistemi sanitari territoriali in sinergia fra loro, dotandoli di personale e di mezzi adeguati. Sarà in grado di rendere disponibili le conoscenze acquisite e coordinare la ricerca scientifica per individuare i farmaci e le cure adeguati: non più per la meschina realizzazione di un profitto, ma realmente a difesa della salute, in tutti i sensi, della specie.

 

 

 

 

 

 

 


Un Mediterraneo troppo piccolo per gli egoismi dei capitalismi nazionali

Dopo che il capitale ebbe finito di conquistare ogni terra emersa dello sferoide e di sottometterla al potere degli Stati, anche i fondali marini e le loro risorse divennero oggetto della loro cupidigia.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), detta di Montego Bay, nel 1982 attribuì a ciascuno Stato una Zona Economica Esclusiva (ZEE), la fascia di mare larga duecento miglia marittime dalla costa. Questo ha fatto sì che il Mediterraneo sia un mare privo di acque internazionali. La determinazione delle ZEE non è sempre scontata quando si tratta di paesi confinanti, o con una parte di territorio costituito da piccole isole. I suoi arcipelaghi fanno dell’Egeo una sorta di mare interno della Grecia. Ma già col trattato di Losanna, del 1923, le potenze vincitrici nella Prima Guerra mondiale assunsero un atteggiamento punitivo nei confronti della Turchia, togliendole tutte le isole.

In particolare sta oggi montando la tensione per il tracciamento della ZEE attorno all’isola greca di Castellorizo, a poche miglia dalla costa turca della Licia. Infatti il governo turco ha autorizzato la compagnia petrolifera statale a compiere esplorazioni di petrolio e gas nelle acque interne a questa ZEE. Mentre una nave militare greca tentava di impedirne l’accesso, in una difficile manovra si è scontrata con una nave da guerra turca. La Grecia ha inoltre reagito alla “provocazione” mobilitando le forze armate e inviando la flotta nella zona. Su entrambi i fronti si sono succedute manovre militari a scopo dimostrativo e intimidatorio. I media hanno lanciato appelli al nazionalismo e grida per la proditoria intromissione nei sacri mari della Patria.

Se sulla carta i rapporti di forza armata sono a tutto vantaggio della Turchia, la presenza delle grandi potenze non permette che l’Ellade venga di nuovo umiliata dal Turco invasore. Ecco che la Francia, in contrasto con la Turchia sul dossier libico, corre in soccorso di Atene, alla quale vende 18 aerei caccia Rafale, 4 fregate e 4 elicotteri a meglio proteggere Castellorizo dalla marina turca. Così la difesa dell’Europa e dell’Occidente dalla Mezzaluna si tramuta anche in un buon affare.

Sul piano diplomatico la Grecia ha chiesto aiuto all’UE, agli USA, all’ONU ecc. La diplomazia europea però non è riuscita a far nulla, se non ad esprimere una generica solidarità, e anche la Nato ha mostrato la sua debolezza con il farsi avanti del protagonismo della Francia, che si è schierata apertamente con la Grecia, in difesa del “diritto internazionale”.

Sull’altra sponda la Germania che, anche se più larvatamente, cerca di non contrapporsi al revisionismo di Erdoğan, visti gli storici legami economici e politici tra i due Stati, e afferma di ricercare una soluzione concordata alla crisi, cioè mettere in discussione l’attuale assetto delle ZEE. La stessa posizione pare sia seguita dagli USA, che non intendono mettersi contro la Turchia ma neppure perdere i legami privilegiati con Atene, con cui hanno recentemente stipulato vari accordi di natura militare. Per questo invitano i due contendenti a non fare mosse azzardate e a cercare un accordo. L’Italia sta mantenendo una posizione di secondo piano, così come ha fatto in Libia, cercando di giocare su più tavoli, ma con scarsi risultati.

Anche la Russia è intervenuta nella disputa, e ha inviato a Cipro il suo ministro degli Esteri. La Russia non ha alcun interesse a favorire l’esportazione di gas dal Mediterraneo orientale e la costruzione del gasdotto Eastmed, previsto allo scopo, farebbe concorrenza alle sue esportazioni di gas. L’azione della Turchia per il momento sta quindi bloccando la realizzazione del gasdotto, che interesserebbe la Grecia, Israele, l’Italia, la Francia, l’Egitto e Cipro.

Nella contesa sono entrati anche gli Emirati Arabi Uniti, reduci dall’accordo per la normalizzazione delle relazioni con Israele, che hanno inviato a Creta una squadriglia di caccia e che sarebbero pronti ad intervenire sia nel Mediterraneo orientale sia in Libia, in caso di bisogno, contro le forze alleate della “arcinemica”, oggi, Turchia.

Sul piano diplomatico la Grecia ha risposto all’accordo dell’ottobre del 2019 tra Turchia e Libia, per spartirsi le acque del Mediterraneo centro-orientale, con un accordo simile e altrettanto assurdo con l’Egitto, ma anche stipulandone uno con l’Italia e con l’Albania sulla delimitazione dei confini nel mare Ionio. Per ora rifiuta di trattare con la Turchia esigendo che prima questa ritiri le sue navi.

Ogni accordo di pace fra Stati, ogni cippo di confine in terra o boa in mare porterà alla guerra, finché il regime del capitale non sarà abbattuto.

 

 

 

 

 



Contro il teatrino elettorale
Per la lotta di classe

Dagli opposti schieramenti in vista del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari l’inganno contro i lavoratori è lo stesso: che il voto – nel quadro di questo sistema sociale, economico e politico – sia uno strumento utile alla difesa delle condizioni di vita e degli obiettivi politici della classe lavoratrice.

La menzogna ha un nome: sovranità popolare. I lavoratori non sono sovrani di un bel nulla, giacché il potere politico è saldamente nelle mani della classe dominante, cioè degli uomini della grande industria, della finanza e dei proprietari fondiari.

Il potere politico è esercitato da questa classe sociale, la borghesia, contro la classe lavoratrice, innanzitutto attraverso la macchina statale, che non è affatto un’entità neutra al servizio dei cittadini bensì lo strumento per il dominio e l’oppressione dei lavoratori, nell’interesse del padronato.

Quale che sia il numero dei suoi figuranti nel parlamento per i lavoratori non cambia nulla: hanno varato le leggi del passato contro i proletari (pensioni, jobs act, ecc. ecc.) e lo faranno nel futuro.

Il potere economico e politico, il maneggio della macchina statale e dei mezzi di informazione, garantiscono alla classe dominante la certezza che le elezioni e i partiti che vi partecipano portino comunque a governi che tutelino i suoi interessi.

Ormai i partiti che fanno parte del gioco parlamentare, o che vorrebbero farne parte, dichiarano con quella sola scelta di stare dalla parte della borghesia.

O preparazione elettorale o preparazione rivoluzionaria, abbiamo scritto noi comunisti rivoluzionari sulla nostra bandiera!

I lavoratori non devono abboccare alle false promesse di chi vuole illuderli che basterà un voto per cambiare in meglio le loro condizioni, per opporsi al taglio dei salari, all’aumento della disoccupazione, al razzismo imperante.

Anche se vi fosse un partito realmente dalla parte dei lavoratori in grado di prendere milioni di voti, questi non basterebbero a cambiare la natura del presente regime sociale e politico. Sarebbero sempre in minoranza entro il parlamento e se mai, per assurdo, potessero divenire maggioranza, la classe dominante chiuderebbe lei stessa il parlamento e getterebbe via la maschera democratica per mostrare il vero volto della dittatura del capitale sui lavoratori.

Questa fu la lezione del fascismo.

Milioni di voti non servirebbero a nulla. Centinaia di migliaia di lavoratori in sciopero possono portare in pochi giorni aumenti salari e miglioramenti materiali nelle condizioni di vita dei lavoratori che nessun “percorso parlamentare” può ottenere.

In un frangente di grave crisi economica e politica della borghesia, un vasto movimento di scioperi, inquadrati in un grande sindacato di classe, diretto dalla parte più cosciente dei lavoratori inquadrati nel vero partito comunista sono le condizioni che permetteranno di togliere il potere politico alla borghesia e liberare l’umanità dal capitalismo.

 

 

 

 

 

 


PAGINA 2


La Via della Seta e della guerra nei mari cinesi

L’importanza del Mar Cinese Meridionale è determinata dalla sua posizione geografica e dal suo ruolo economico. Collega i paesi dell’Asia Orientale con l’Oceano Indiano, al quale si accede tramite gli Stretti di Malacca e della Sonda. A nord, attraverso lo Stretto di Formosa, è in comunicazione con il Mar Cinese Orientale, a est lo Stretto di Luzon lo apre all’Oceano Pacifico. Le acque del Mar Cinese Meridionale sono le prime solcate dalla Via della Seta Marittima, parte dell’ambizioso progetto di espansione economica e politica della potenza cinese. Per la Cina l’attraversamento del Mar Cinese Meridionale è sulla rotta dai suoi porti al Medioriente, all’Africa e all’Europa, passaggio obbligato per i prodotti finiti verso i mercati europei e per il petrolio mediorientale verso la Cina.

Questo importante ruolo economico riguarda anche le sviluppate economie di Giappone, Corea del Sud e Taiwan: solcano quel mare le rotte commerciali più importanti del mondo, per un volume di circa un terzo dell’intero commercio mondiale.

Lo Stato che controllasse questa fondamentale via avrebbe la possibilità di mettere in ginocchio le economie dei concorrenti capitalismi. Inoltre l’importanza di questo mare è anche data dal fatto che i suoi fondali sono ricchi di idrocarburi, che fanno gola a tutti i paesi rivieraschi.

Sul Mar Cinese Meridionale, si affacciano molti paesi oltre la Cina che avanzano rivendicazioni sulle sue acque e sulle sue isole. La Cina e Taiwan ne rivendicano la quasi totalità, mentre gli altri una parte. Ciò determina un’accesa competizione tra questi Stati per il suo controllo, in particolare una disputa sulla sovranità su isole e isolotti, come ad esempio l’arcipelago delle Spratly e delle Paracel.

Lo scontro più acceso è sicuramente quello tra la Cina e Taiwan, di cui abbiamo dato conto nel numero precedente di questo giornale, ma esso riguarda la stessa esistenza di Taiwan come Stato indipendente, considerata dalla Cina una sua provincia ribelle e protetta dagli USA che ne hanno fatto una sorta di “portaerei” posta di fronte alle coste cinesi.

La contesa fra la Cina e gli altri Stati ha dato luogo a dispute che sono anche sfociate in conflitti armati come nel 1976 e nel 1988 contro il Vietnam. Da parte loro gli Stati Uniti, dominatori del Pacifico dalla vittoria nella seconda guerra mondiale in poi, vi si inseriscono appoggiando le rivendicazioni anti‑cinesi, non solo sul terreno della diplomazia ma anche con la minaccia della loro potente macchina bellica.


Posizioni contese

Ad inizio marzo la portaerei americana Roosevelt ormeggiava nel porto di Da Nang in Vietnam, a dimostrazione dei buoni rapporti tra i due Stati, a sancire la presenza militare americana nell’area e ad avvertimento contro le rivendicazioni cinesi. Ma, insieme alla effusione di “buoni rapporti”, i marinai della Roosevelt si sono presi il coronavirus, il che ha momentaneamente messo in difficoltà l’operatività delle forze armate americane nell’area e permesso una maggiore attività militare cinese.

Verso la fine di marzo, mentre venivano rilevati i primi casi di contagio sulla Roosevelt, che l’avrebbero bloccata a Guam, l’esercito cinese conduceva quattro giorni di esercitazioni militari nelle acque delle Spratly, dove la Cina ha costruito basi aereonavali. Il 3 aprile una nave militare cinese affondava un peschereccio vietnamita e nei giorni successivi, per effettuare ricerche sul fondale, navi cinesi si spingevano in acque considerate zona economica esclusiva del Vietnam. L’11 aprile la portaerei cinese Liaoning insieme ad unità di appoggio attraversava lo stretto fra le isole giapponesi di Okinawa e Miyako, per incrociare nell’aperto Pacifico, ad est di Taiwan, a raggiungere il Mar Cinese Meridionale. Il 16 aprile anche la Malesia accusava Pechino di essersi spinta all’interno della sua zona economica esclusiva. Intanto, il 19 aprile, la Repubblica Popolare Cinese istituiva i distretti delle Xisha e della Nansha, corrispondenti ad isole ed isolotti del Mar Cinese Meridionale, sancendone la loro annessione amministrativa, una sorta di dichiarazione di sovranità sull’area. Il 23 aprile si concludeva la missione della portaerei Liaoning nel Mar Cinese Meridionale che faceva ritorno in Cina incrociando nuovamente ad est di Taiwan.

Tutte queste azioni cinesi sono state intraprese nel momento di maggiore difficoltà delle forze americane nella regione, che comunque, tra il 28 e il 29 aprile, inviavano in missione navi militari intorno alle isole Paracel e alle Spratly per rivendicare la libertà di navigazione in quelle acque. Soltanto verso la metà di maggio l’esercito USA tornava a dispiegare la sua forza sui mari schierando nelle varie aree del mondo sei portaerei delle sue undici, con la Nimitz in rotta verso il Pacifico. Contemporaneamente anche forze aeree venivano spostate verso le basi del Pacifico occidentale. Il 13 maggio, qualche giorno prima dell’inaugurazione ufficiale del secondo mandato della presidentessa di Taiwan, sostenitrice di posizioni apertamente anticinesi, un cacciatorpediniere statunitense attraversava lo Stretto di Taiwan.

Una situazione di alta tensione nel confronto tra i due imperialismi si è avuta nei primi 5 giorni di luglio quando la Cina ha effettuato una grande esercitazione navale vicino alle isole Paracel. In risposta gli Stati Uniti hanno inviato nel Mar Cinese Meridionale, il 4 di luglio, due portaerei, la Nimitz e la Ronald Reagan, con i rispettivi gruppi di combattimento, per “sostenere la libertà e l’apertura della regione dell’Indo‑Pacifico”, affermare cioè la presenza nella regione e rassicurare gli alleati circa il loro impegno militare in funzione anti‑cinese. Il 13 luglio il segretario di Stato americano Mike Pompeo rilasciava una dichiarazione che definiva “totalmente illegali” le rivendicazioni di Pechino. Il 17 luglio le due portaerei erano nuovamente schierate nelle acque del Mar Cinese Meridionale.

Intanto l’esercito americano conduceva negli oceani Pacifico e Indiano altre esercitazioni militari con le marine di Giappone, India e Australia, potenze che temono l’espansionismo cinese. Ai recenti scontri tra Cina e India sul confine himalaiano si può far corrispondere l’invio della portaerei Nimitz nell’Oceano Indiano per operazioni insieme alla marina indiana in un’area vicino alle isole Andamane, non troppo distanti dallo Stretto di Malacca.

Non certo si presentano più distesi i rapporti tra Cina e Giappone, che si contendono le isole Senkaku, Diaoyu per i cinesi. Il Giappone – che ha svolto insieme a Stati Uniti e Australia esercitazioni nel Mar delle Filippine – ha più volte accusato l’aviazione cinese di aver condotto da aprile 2019 a marzo 2020 oltre 900 operazioni nella propria zona aerea.

Un’altra esercitazione americana nelle acque e nei cieli del Mar Cinese Meridionale si è svolta il 14 agosto. Aerei militari delle potenze coinvolte hanno sorvolato ogni giorno il Mar Cinese Meridionale con frequenti avvicinamenti tra le opposte forze.

Lo scorso 26 agosto, nel corso di un’altra esercitazione militare, la Cina ha lanciato dalle province cinesi del Qinghai e del Zhejiang due missili finiti nel Mar Cinese Meridionale tra l’isola di Hainan e l’arcipelago delle Paracelso. Si tratta di un missile DF‑21D e un DF‑26B. Il primo è un missile balistico anti‑nave, definito “killer di portaerei”, che può coprire una distanza di 1.500 chilometri, potendo quindi raggiungere una base come quella di Okinawa, e che sarebbe in grado di eludere il sistema di difesa degli Stati Uniti; il secondo, che copre una distanza di 4.000 chilometri, potrebbe colpire la base americana di Guam. Come risposta gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a 24 aziende cinesi accusate di aver preso parte alla costruzione e militarizzazione di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale.

La contesa nel Mar Cinese Meridionale, che vede in prima linea i due maggiori imperialismi, la Cina e gli Stati Uniti, tenderà ad aumentare con l’acutizzarsi della crisi del capitalismo mondiale, il cui inevitabile sbocco non può essere altro che la guerra.

Per il momento assistiamo ad un posizionamento fra Stati Uniti e Cina, dietro i quali si muovono gli altri Stati dell’area.

Questo attivismo militare serve ad occupare posizioni strategicamente rilevanti nel Mar Cinese Meridionale, basi da dove condurre le operazioni e mettere in sicurezza le proprie linee di comunicazione. Sia Washington sia Pechino provano intanto le proprie capacità operative. Mentre Pechino fortifica alcune isole e le attrezza come basi aereonavali e sviluppa strutture e apparati difensivi, Washington compie regolari pattugliamenti nei pressi di questi avamposti, cosciente che l’espansionismo cinese avrebbe gioco facile ad imporsi sui più deboli vicini. Il dominio sull’Asia Orientale, dalla fine della seconda guerra mondiale prerogativa esclusiva dell’imperialismo americano, oggi è minacciato dal giovane e agguerrito imperialismo cinese. L’attuale guerra di posizionamento nel Mar Cinese Meridionale annuncia il prossimo conflitto fra gli imperialismi per il ruolo di padrone del Pacifico.


In cerca di alleati

Che il dominio dell’imperialismo americano in Estremo Oriente sia ancora ben saldo lo dimostra la consistente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, con basi militari disseminate lungo un arco che va dal Giappone all’Australia. Un contingente di oltre 39 mila soldati in Giappone, il paese al mondo con il più alto dispiegamento di soldati americani, e di 23 mila soldati in Corea del Sud è indicativo dell’intromissione dell’imperialismo americano nella regione, mantenuta stabile dalla fine della seconda guerra mondiale.

Oggi però l’imperialismo americano si trova a dover difendere le sue posizioni in Estremo Oriente contro l’ascesa cinese. La Cina, che ha bisogno di materie prime per le industrie, di mercati da inondare con le proprie merci e di esportare i suoi capitali, si sta facendo largo a discapito dei vecchi predoni. Dopo che per oltre un secolo è stata la preda di tutti i briganti imperialisti, gli ultimi decenni di intenso sviluppo capitalistico la spingono ad un adeguamento della sua forza politica e militare al suo peso economico, facendone un agguerrito concorrente che pretende la propria parte della spartizione imperialistica. È inevitabile che l’espansione dell’imperialismo cinese entri in collisione con la presenza dell’imperialismo americano in Estremo Oriente.

La strategia americana di contrasto all’avanzata cinese, oltre a basarsi sulla forza delle armi, tenta la formazione di un blocco di Stati da schierare contro la minaccia cinese. Gli Stati chiave sono il Giappone, l’India e l’Australia. Il disegno è quello di una sorta di “Nato asiatica” in funzione anticinese. Ma, benché le borghesie di questi tre paesi temano l’ascesa cinese, e India e Giappone vi abbiano anche contenziosi territoriali, si è ancora lontani dal sancire un’alleanza in funzione anticinese.

Gli USA coltivano legami con tutti gli altri paesi nella contesa. Un perno americano nell’area è Taiwan, la cui sopravvivenza contro la volontà annessionistica di Pechino è garantita dal potenziale intervento militare degli Stati Uniti, che riforniscono di armi l’isola. Altro importante alleato degli Stati Uniti sono le Filippine, dove insistono diverse basi militari americane. Ma risultano avviate relazioni anche con il vecchio nemico vietnamita che, minacciato dall’espansionismo cinese, non può non finire nelle braccia dell’imperialismo americano.

Da parte sua la Cina si ripropone di forzare questo blocco. Rafforza il fronte interno spezzando le tendenze autonomiste di Hong Kong, dove il movimento contro Pechino sembra aver perso la forza messa in campo nelle settimane calde del 2019 e sta subendo la repressione delle autorità cinesi.

Altro obiettivo cinese è Taiwan, pericoloso avamposto americano posto a pochi chilometri dal continente. Ad agosto Tai­wan ha acquistato dall’americana Lockheed Martin 66 jet F‑16, un affare da 62 miliardi di dollari, facendo alzare l’allerta a Pechino, che continua con gli sconfinamenti aerei e con esercitazioni militari provocatorie. Gli americani rispondono con navi da guerra nello Stretto di Taiwan, come lo scorso 18 agosto.

La Cina prova a scardinare i legami che gli Stati Uniti hanno in Asia facendo intravedere i soldi: promette prosperità economica in cambio di buone relazioni con Pechino. Il progetto imperiale cinese della Nuova Via della Seta (BRI) si muove in questa direzione. Uno di questi corridoi, lungo i quali sviluppare la costruzione di infrastrutture e indirizzare gli investimenti, è quello che attraversa la penisola indocinese (Cicpec, China-Indochina Peninsula economic corridor), tentando di legare a sé Cambogia, Laos, Malesia, Thailandia, Myanmar e Vietnam.

Inoltre lo sviluppo di porti sull’Oceano Indiano collegati con l’entroterra cinese, sempre nel quadro della costruzione di infrastrutture e di investimenti della BRI, si configura anche come un tentativo di aggirare gli stretti tra l’Oceano Indiano e il Pacifico che, in caso di una crisi, potrebbero essere bloccati dalle forze armate americane e dei loro alleati nella regione, finendo per soffocare economicamente la Cina. Tra i progetti infrastrutturali prioritario è lo sviluppo di una rete di porti che possono essere utilizzati dalla marina. La Cina è già presente o sta incrementando la sua presenza in diversi porti dell’Asia Meridionale, il “filo di perle” nell’Oceano Indiano, tra quello di Kyaukpyu in Myanmar, di Chittagong in Bangladesh, di Hambantota in Sri Lanka e di Gwadar in Pakistan. Tali iniziative rientrano nei due corridoi in direzione dell’Asia Meridionale, il Bcimec (Bangladesh, China, India and Myanmar Economic Corridor) e il Cpec (China-Pakistan Economic Corridor). Questi, benché includano anche l’India, potrebbero determinare una sorta di accerchiamento del gigante indiano.

La guerra di posizionamento nei mari e i tentativi delle due potenze imperiali di legare a sé gli altri Stati della regione rivelano che la vecchia spartizione asiatica, determinata dalla vittoria dell’imperialismo americano sull’imperialismo nipponico, è ormai messa in discussione dall’ascesa dell’imperialismo cinese.

L’arrivo di una nuova e profonda crisi economica è all’orizzonte. Come previsto dalla dottrina marxista, con essa arriveranno anche le guerre del capitale. È nel Pacifico che i due principali imperialismi sono in collisione frontale. Taiwan e il Mar Cinese Meridionale ne rappresentano i punti più caldi, ma la guerra che verrà non certo potrà essere limitata a quelle aree perché il dominio su di esse potrebbe significare l’esclusione americana dall’Estremo Oriente o il rimandare di qualche decennio le aspirazioni di espansione cinesi. Da questa contesa uscirà confermato o sostituito il dominatore del Pacifico.

Esiste un’alternativa: la fase presente del capitalismo non è caratterizzata solo dagli attori imperialisti e dalle loro crisi e guerre, ma dal proletariato mondiale e dalla ben matura Rivoluzione comunista che, temuta da tutti i signori della terra, verrà a liberare il mondo dalle infamie della putrescente società borghese.

 

 

 

 

  


Mentre firmano gli accordi di pace gli Stati e Staterelli del Medio Oriente si armano per darsi il colpo alla schiena

Di politica estera si blatera in ogni campagna presidenziale statunitense. Anche per queste elezioni il presidente, in corsa per il secondo mandato, non poteva presentarsi a mani vuote. Donald Trump col suo stile “comunicativo” ed esternazioni sui “social” ha rappresentato un’ulteriore degenerazione nel panorama già desolato del tetro dibattito politico borghese (non che abbia mai avuto un’età dell’oro), ma non gli si può certo imputare di essere stato più guerrafondaio del predecessore democratico.

Nell’area strategica del Medio Oriente, il presidente repubblicano ha giocato di rimessa, proclamando e praticando un certo disimpegno militare, evitando gli urti più dirompenti, e se finora una sola volta ha voluto testimoniare da quelle parti la sua esistenza in vita lo ha fatto con l’omicidio mirato del generale iraniano Qassem Soleimani nei primi giorni di gennaio.

A metà settembre, con la firma a Washington di un accordo denominato A­bra­ham fra Israele da una parte e gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein dall’altra, Trump ha messo nel sacco un successo di una certa risonanza che, complice una sapiente rappresentazione mediatica dell’evento, gli permette di passare come colui che ha imposto un nuovo paradigma nel modo con cui gli Stati Uniti trattano le relazioni internazionali: senza alcun intervento militare di rilevanza gli States potrebbero ancora svolgere un ruolo di arbitri a distanza nei rapporti fra gli Stati della tormentata regione mediorientale.

Trump nel suo discorso in occasione della firma dell’accordo ha detto che presto altri 5 o 6 paesi arabi potrebbero aggiungersi all’intesa con Israele.

Con quali mezzi Trump conta di ottenere questo obiettivo l’ha spiegato il Financial Times nel caso delle pressioni esercitate dall’amministrazione statunitense nei confronti del governo sudanese: le sanzioni economiche che i paesi imperialistici infliggono in maniera sfacciata ad alcuni Stati esclusivamente in funzione del proprio tornaconto.

In Sudan nell’aprile del 2019, in seguito a quattro mesi di proteste popolari, un colpo di mano dei militari ha deposto l’ex presidente Omar el‑Bashir. In seguito la giunta militare al potere si è allontanata dalla linea politica dal vecchio regime, vicina alla Fratellanza Musulmana, e invisa agli Stati Uniti. Questo ha comportato un accostamento politico del Sudan al confinante Egitto, altro paese alleato degli Usa e fino all’accordo di questi giorni, unico paese arabo insieme alla Giordania ad intrattenere relazioni diplomatiche con Israele.

Ma l’abolizione delle sanzioni è subordinata alla disponibilità del governo sudanese a riconoscere Israele: una richiesta che potrebbe avere ripercussioni interne imprevedibili per un paese in cui l’odio verso lo Stato ebraico è stato per decenni un cardine della propaganda ufficiale dei passati regimi. Ma gli interessi del capitale statunitense valgono bene la rovina di Khartum.

Questi accordi avranno certo un peso dal punto di vista economico, con la normalizzazione degli scambi e dei trasporti, ma anche rispetto alla collaborazione in campo militare e della sicurezza. Ma è da vedere il gioco in questi campi nella stessa area mediorientale delle altre grandi potenze. Da una parte c’è il ruolo crescente della Russia, anche in seguito al parziale disimpegno militare statunitense. Dall’altra ci sono le proiezioni cinesi nell’area, con l’accordo di cooperazione economica e politica con l’Iran della durata di 25 anni che dovrebbe essere a uno stadio avanzato di definizione.

Poi ci sono i programmi di riarmo e quelli del nucleare civile (sempre suscettibile di essere riorientato a fini bellici) dei singoli Stati, che dimostrano come, sotto l’abbraccio di un accordo “di pace” strombazzato dai media, possa celarsi un letale colpo alla schiena. Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il primo paese arabo in cui sia operativa una centrale nucleare, costruita da una società sudcoreana. In Egitto sono in costruzione quattro reattori nucleari, di fabbricazione russa, che secondo i programmi saranno completati entro il 2026. Anche in Turchia sono in costruzione due reattori nucleari, sempre di marca russa, che saranno ultimati nel 2025, ai quali se ne dovranno aggiungere altri due. Un reattore nucleare “sperimentale” è in costruzione in Arabia Saudita, con la collaborazione dell’Argentina. Questo ha suscitato le apprensioni degli Usa che vi vedono un tentativo di arricchire l’uranio a fini bellici. Altri reattori sarebbero in costruzione, con la collaborazione della Corea del Sud. Ma anche la Cina allunga le mani in Arabia Saudita dove ha costruito impianti per la costruzione di missili balistici. Intanto Teheran, che si sente ormai svincolata dal vecchio accordo sul nucleare, disdetto unilateralmente dagli Stati Uniti, sta riprendendo i suoi vecchi programmi.

Della “causa palestinese”, come sappiamo, non importa niente a nessuno.

Tutti questi eventi disegnano per noi un quadro assai chiaro: armati fini ai denti, gli Stati e gli staterelli del Medio Oriente, mentre firmano accordi di pace si agghindano con micidiali ordigni di morte per prepararsi al grande rendiconto della prossima guerra generale.

 

 

 

 

  


Per il sindacato di classe Pagina di impostazione programmatica e di battaglia del Partito Comunista Internazionale


In Bielorussia preme dietro le scene una robusta classe operaia

In Bielorussia nelle ultime settimane si sono svolte manifestazioni di protesta e si è sviluppato un movimento di scioperi. Il fattore scatenante è stata l’ennesima “vittoria” elettorale del presidente Lukašenko, rieletto per il suo sesto mandato, nonostante la scarsa popolarità, logorata da 26 anni di potere ininterrotto.

Lukašenko, inizialmente considerato “salvatore della repubblica”, negli ultimi tempi ha adottato linee neoliberiste, la privatizzazione di molti enti pubblici, la riforma del sistema pensionistico, l’introduzione di contratti a zero ore, ecc.

Ora la maggior parte dei lavoratori bielorussi vive in condizioni peggiori anche rispetto ai russi e ai polacchi.

Le prime manifestazioni di protesta sono state represse dalla polizia che ha arrestato migliaia di manifestanti. Questo non ha messo fine alle proteste e presto gli operai delle maggiori fabbriche di questo paese, caratterizzato da un altissimo grado di industrializzazione, sono entrati in sciopero.

Se è stato il risultato delle elezioni, giudicate truccate delle opposizioni, a dare il via alle proteste, la loro vera ragione sta nel peggioramento delle condizioni di vita in questi ultimi anni.

Per lunghi anni gli accordi energetici con la Russia hanno assicurato allo Stato bielorusso una rendita per comprare la pace sociale e assicurargli una certa stabilità politica. Una svolta impressa dalla Russia nella politica di approvvigionamento energetico dell’Europa centrale e occidentale, ha stornato una parte degli investimenti dalla Bielorussia, acuendo la crisi economica in questo paese satellite. Per fronteggiare la difficile situazione il governo guidato da Lukašenko ha tentato la strada di maggiore autonomia dalla Russia, accennando ad una qualche interlocuzione con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, minacciando di spostare l’asse della propria politica energetica.

Frattanto le condizioni della popolazione bielorussa hanno subito un drastico peggioramento, anche per la revoca da parte dello Stato dei sostegni all’industria e all’assistenza sociale.

L’insorgere del coronavirus ha contribuito a svelare la realtà di una politica governativa determinata a perseguire l’interesse di una borghesia, ancora in gran parte annidata nei meandri dell’alta burocrazia statale. Il governo, fatto gettito del tradizionale paternalismo paludato di assistenza “socialista”, ha ostentato sfacciatamente la sua obbedienza agli interessi dell’economia, ignorando la salute dei lavoratori e della popolazione in genere. Come la Confindustria italiana, il governo ha imposto di tenere aperte le fabbriche esponendo gli operai al contagio.

Prima di tutto la produzione! Questo è il motto del governo del capitale anche in Bielorussia, un paese che su 10 milioni scarsi di abitanti, conta 5 milioni di salariati e ben 2 milioni di addetti all’industria. I proletari, rinchiusi nelle galere del lavoro a salario, con la minaccia di contrarre il virus mortale e costretti a produrre in nome del profitto, spesso hanno subito anche decurtazioni della loro paga che in alcuni casi hanno raggiunto anche il 20%.

La rabbia proletaria si è espressa in scioperi, che non sono rientrati per le vane promesse del governo, incapace di riportare l’ordine con le prediche. Così è partita la risposta statale alle lotte operaie: i comitati di sciopero sono stati sciolti con un’ondata di arresti e il governo il 24 agosto ha disposto una serrata.

Le forze cosiddette “liberali”, che esprimono le aspirazioni della piccola borghesia, pur essendo tutte schierate contro l’attuale regime, sono divise tra chi punta sull’aiuto della Russia e chi dell’unione Europea o degli USA. Questi “liberali”, tanto incensati dai media occidentali, non sono affatto dalla parte dei lavoratori e vorrebbero privatizzazioni ancora più rapide di quelle introdotte dal regime attuale.

Intanto alcune frange più combattive del movimento sindacale stanno cercando di avanzare le richieste della classe operaia, non solo economiche ma anche politiche. Ad esempio i lavoratori della grande fabbrica chimica Belaruskaliy stanno chiedendo una revisione generalizzata dei contratti collettivi.

Bisogna che questo movimento di sciopero, indipendentemente dal destino del Presidente, porti alla formazione di un sindacalismo indipendente sia dallo Stato sia dai movimenti e dai partiti della piccola borghesia, siano essi filo russi o filo occidentali, una organizzazione in grado di difendere le condizioni di vita della classe lavoratrice. E un partito comunista occorre rinasca, ricco all’esperienza di secoli di lotta, a rappresentare gli interessi generali e storici del proletariato, non solo bielorusso ma del mondo intero.

 

 

 

 


Dalla Russia

Nonostante la situazione della Russia sia solitamente presentata come ben diversa da quella dei paesi occidentali, la politica che il regime vi impone è lo stesso identico “neoliberismo” – cioè tardo-capitalismo – della maggior parte del mondo. Putin, che la propaganda dipinge come “leader forte” ma benevolo padre della nazione, in realtà male nasconde dietro poche concessioni economiche le rapine della borghesia dominante. La classe operaia, che subisce attacchi alle sue condizioni, deve far fronte alla precarietà del lavoro, ad enormi disuguaglianze, alla privatizzazione dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione, al decadimento del poco che resta dello stato sociale. Allo stesso tempo la ricchezza dei milionari cresce di anno in anno.

In queste condizioni, nella crisi economica, nella distanza fra le classi che aumenta, sempre più proletari mostrano insofferenza all’aumento dello sfruttamento e alla dittatura borghese.

Sfortunatamente né il partito falsamente comunista, filogovernativo, né i conformisti sindacati ufficiali possono aiutarli: i lavoratori russi possono contare solo su se stessi e su una piccola minoranza di sindacati indipendenti.


Rivolte operaie spontanee

Quest’estate si sono così avuti diversi scioperi spontanei.

In Estremo Oriente, i lavoratori edili impiegati nella costruzione di una nuova fabbrica della Gazprom, il monopolista russo del gas, non ricevevano il salario da più di due mesi, avendo ignorando la direzione ogni loro richiesta. La situazione è arrivata ad esplodere alla fine di luglio quando un migliaio di lavoratori ha distrutto gli uffici locali dell’azienda. La rivolta si è fermata solo con l’arresto di diversi manifestanti. Ma il risultato è stato raggiunto: tutti i salari sono stati pagati.

Per gli edili alla costruzione delle nuove piste di volo nell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca è invece bastato sospendere il lavoro, e a quelli della metropolitana di San Pietroburgo minacciare di fare lo stesso, per ricevere le paghe arretrate.


Nella sanità

Sulla carta il sistema sanitario pubblico in Russia è ancora gratuito. In pratica negli ultimi decenni sta diventando sempre più a pagamento. La mercificazione dell’assistenza sanitaria non porta certo benefici nemmeno a medici e infermieri: i loro stipendi rimangono bassi e l’orario di lavoro è ancora molto impegnativo.

Spesso i primari e i dirigenti sanitari trattano i lavoratori quasi come dei domestici personali, e in generale si impegnano ad aumentare la loro sottomissione e sfruttamento. Lo Stato federale aveva promesso aumenti e bonus per i sanitari a compenso del loro “eroico lavoro” nei giorni della pandemia; in realtà questi bonus ai lavoratori non sono mai arrivarti. In risposta a questo fatto si stanno pianificando manifestazioni di protesta in più di 70 città.


Lo sciopero dei riders

Per la DeliveryClub, la più grande azienda di servizi di consegna di piatti pronti in Russia, con la pandemia le chiamate sono salite alle stelle, ottenendo di gran profitti. Solo la paga dei corrieri non è stata aumentata: anzi il contrario. Violando il diritto del lavoro, la direzione ha comminato delle sanzioni: basta essere ammalato o non poter consegnare in tempo un ordine a causa del traffico. Gli alti profitti della società sono frutto di lavoro sottopagato.

Inoltre circa 290 lavoratori a giugno non sono stati pagati. I dipendenti di DeliveryClub, ovviamente furiosi, hanno organizzato uno sciopero di un giorno e una dimostrazione presso la sede aziendale. Questo ha attirato l’attenzione dei media e l’azienda, temendo la perdita di reputazione, ha pagato tutti. Ma le penali non sono ancora state ritirate.

 

 

 

 

  


Lo sciopero dei portuali a Montreal

Il 27 luglio il sindacato portuali di Montreal – la sezione 375 della Canadian Union of Public Employees (CUPE) – ha dichiarato uno sciopero di quattro giorni dopo non aver trovato un accordo per il contratto collettivo con l’associazione padronale Maritime Employers Association (MEA).

Lo sciopero ha interessato tutte le attività del porto ed anche quelle del terminal Contrecoeur, ad ovest della città.

La sezione 375 del CUPE rappresenta 1.125 portuali, parte dei quali donne (il 25% dei nuovi assunti). Il 31 luglio è entrata in sciopero anche la sezione 1657 dell’International Association of Dockers (IAD) che rappresenta 175 verificatori di bordo: non accadeva da 30 anni.

Il problema principale riguarda gli orari e la programmazione dei turni. Un portuale, per esempio, può lavorare in orario diurno per una settimana e per le tre settimane successive essere assegnato al lavoro serale o notturno. Il contratto di lavoro prevede una disponibilità massima di 19 giorni su 21, che presto è stata saturata divenendo l’orario effettivo di lavoro. Il turno spesso è comunicato il giorno prima alle sei di sera. L’orario di lavoro per i verificatori è ancora peggiore, potendo arrivare fino a 27 giorni con solo 1 o 2 giorni di riposo.

I tentativi della MEA di impedire lo sciopero ricorrendo ai tribunali sono finora falliti per il rifiuto del Canada Industrial Labour Relations Board, benché consideri gli scaricatori come lavoratori essenziali.

Così la MEA è ricorsa al crumiraggio, cosa che è possibile anche sul piano legale dal momento che la legislazione “anti‑crumiri” è a giurisdizione provinciale, mentre le attività del Porto ricadono sotto quella federale. Ma i portuali sono riusciti a fermare gli accessi – per lo più dei capetti – con i picchetti. Agli ingressi dei terminal hanno attaccato su dei cartelli le foto dei crumiri coi rispettivi nomi.

Il 10 agosto lo sciopero è ripreso questa volta a tempo indeterminato. Dopo 10 giorni, nonostante il morale dei lavoratori fosse alto e il fronte padronale desse svariati segni di isteria, i la sezione 375 del CUPE ha deciso di sospenderlo siglando una tregua di ben 6 mesi, che non offre alcuna soluzione ai problemi dei portuali e concede invece tempo al padronato per organizzarsi.

 

 

 

 


Sfruttamento bio

Che il settore dell’agricoltura in quanto a condizioni di lavoro e di sfruttamento sia uno dei peggiori lo ammettono anche i borghesi. Sulla loro stampa inchieste e cronache da sempre, del tutto inutilmente, “denunciano” i lunghi orari di lavoro, i salari bassi e pagati in ritardo o non pagati, la richiesta di firme di dimissioni contestuali alle assunzioni, il lavoro al nero, le immancabili vessazioni e via dicendo.

La stragrande maggioranza delle maestranze di questo settore sono immigrate, porzione della nostra classe ancor più ricattabile rispetto ai lavoratori italiani.

Un articolo del Sole 24 Ore del 24 agosto riporta il sequestro di una azienda, la Straberry di Cassina de Pecchi, con l’accusa di “caporalato”.

Il giovane padrone ha aperto l’azienda puntando sulla “comunicazione”. Nei 53 ettari di terra, di cui 25 coltivati, ha investito in varie attività: dalla produzione di fragole e frutti di bosco all’affitto di piccole porzioni di terreno da adibire ad orto, hobby oggi alla moda, alle campagne di raccolta nelle quali chi va a raccogliere i frutti li deve poi pagare, e cari, alle giornate didattiche per le scuole. Un accattivante sito enfatizza che viene prodotto tutto “nel rispetto dell’ambiente”, ovviamente, con l’utilizzo di energia solare prodotta da pannelli fotovoltaici posti sopra le serre, mentre si consegna per le vie della Milano bene “a chilometro zero”. A questa azienda ideale due bei premi della Coldiretti e la imminente, immancabile, certificazione “bio”.

Dietro tutto questo fumo per i gonzi vigono, queste reali, le più spietate leggi del capitalismo. A seguito di numerose testimonianze gli accertamenti hanno scoperto che i lavoratori erano costretti a lavorare 9 ore a ritmi da forzati sotto la continua vessatoria vigilanza di caporali, con paghe orarie di 4,5 euro l’ora. Pessime le condizioni igieniche: mancanza di ricoveri per mangiare, dei servizi igienici e totale assenza di dispositivi di sicurezza per l’attuale emergenza sanitaria.

Le fole del “biologico” (parola che non ha alcun significato) e del “green” sono solo adescamenti pubblicitari. Ogni produzione non può sottrarsi alle leggi del capitalismo, che ha come fine la vendita delle merci, di qualsiasi natura, al solo fine della realizzazione del profitto.

Purtroppo ancora la stragrande maggioranza dei proletari è illusa che possa domani esistere un capitalismo meno feroce e criminale. La crisi presto dimostrerà la dura realtà e i lavoratori rialzeranno la testa e cominceranno a riorganizzarsi davvero per i propri interessi.

 

 

 

 


Nelle miniere di giada in Birmania

Nella sua prima opera “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, che è del 1845, Federico Engels descriveva la condizione operaia in epoca vittoriana, dopo che il padre lo aveva mandato a Manchester a seguire l’azienda di famiglia, per allontanarlo da “pericolose amicizie” in Germania. Il testo è un vivido quadro del nascente proletariato industriale inglese nel contesto degli orrori provocati dallo sviluppo del capitalismo industriale.

In un capitolo il giovane rivoluzionario, riferendosi ai minatori, scriveva: «La miniera di carbone è teatro di una serie di spaventose sciagure, che sono da addebitare direttamente all’avidità della borghesia. Il metano che si sviluppa in esse con tanta frequenza produce, mescolandosi con l’aria atmosferica, un gas esplosivo che a contatto con la fiamma si incendia e uccide chiunque si trovi nel suo raggio d’azione (...) L’anidride carbonica che si produce in quantità si accumula nei punti più bassi delle miniere spesso fin oltre l’altezza dell’uomo, soffocando chiunque vi si addentri (...) Inoltre, quasi ogni momento una galleria frana, del tutto o in parte, seppellendo o schiacciando gli operai».

Sono passati 175 anni e grandi progressi tecnici, di cui la classe dominante continua a vantarsi, ma in molte miniere del mondo i proletari continuano a lavorare in condizioni terribili sacrificando le loro vite per i profitti della classe dominante.


Nel Kachin

172 minatori morti e 250 dispersi, questo l’ultimo drammatico bollettino registrato lo scorso 2 luglio vicino alla città di Hpakant, nello Stato settentrionale del Kachin, nel nord della Birmania, confinante con la regione cinese dello Yunnan. È un’area montana, impervia, raggiungibile solo su poche strade, spesso impraticabili. Un territorio malarico di fitte giungle e altipiani rocciosi. Vi si coltiva il riso e la canna da zucchero.

Ma la difficoltà dei luoghi non frena l’insaziabile sete del capitale, che si riversa nei suoi enormi giacimenti di oro, e in particolare di giada, lì del colore “verde imperiale“. La Birmania ne produce il 70% del totale mondiale. Il suo prezzo sulle piazze internazionali arriva a oltre cento volte quello dell’oro.

Le miniere vicine ad Hpakant si estendono su oltre 300 chilometri quadrati lungo il fiume Uyu. Le società titolari delle concessioni ogni anno estraggono tonnellate della preziosa pietra. La città è stata costruita dal nulla, oggi circondata da un paesaggio lunare tra colline sventrate, altre artificiali di detriti, foreste abbattute, enormi crateri e corsi d’acqua deviati.

Il traffico della droga è un altro redditizio affare. Il Myanmar è terzo dopo l’Afghanistan e il Messico per la produzione di oppio. La parte orientale degli altopiani, al confine con Cina, il Laos e la Thailandia, è definita il “triangolo d’oro” del narcotraffico. In città l’eroina viene venduta per strada quasi liberamente secondo gli accordi tra le autorità nazionali, quelle locali, le bande di narcotrafficanti, i numerosi imprenditori e le milizie indipendentiste della zona, in guerra con lo Stato centrale.

I minatori sono dipendenti dall’oppio, necessario contro la fame e la stanchezza. A proporlo e a venderne le dosi sono spesso gli stessi datori di lavoro e i capisquadra.

L’intreccio di interessi borghesi tra giada e oppio è evidente. Il cinese Wei Hsueh Kang, noto boss della droga, è allo stesso tempo cointeressato in decine di società estrattive, ma è anche comandante in capo dell’Esercito dello Stato Unito Wa (Uwsa), una zona autonoma della Birmania amministrata, formalmente, dall’etnia Wa.

In Birmania l’industria mineraria vale oltre 30 miliardi di dollari l’anno. Sebbene tutto sia avvolto nel segreto è risaputo che dietro l’enorme traffico ci sono, attraverso le concessioni governative, imprenditori legati sia alla ex giunta militare, sia agli attuali vertici dell’esercito sia alle formazioni paramilitari “indipendentiste”, che gestiscono i lavoratori e gli affari accaparrandosi una fetta della torta, per finanziare, dicono, la loro “guerra” contro lo Stato centrale. Ma anche le forze armate birmane – che da tempo hanno incrementato le offensive, anche con l’uso dell’aviazione, contro i gruppi armati indipendentisti, in particolar modo nelle aree dove sono presenti le miniere – controllano diverse imprese che lavorano nel settore dell’estrazione.

I mercanti cinesi rivendono la giada in patria, dove ha un ottimo mercato.

Mentre le varie bande di sanguisughe collaborano e si contendono l’affare, la maggioranza della popolazione è ridotta alla fame: in Birmania un terzo della popolazione, in particolare nelle zone rurali, vive sotto la soglia di povertà.


Una tragedia annunciata

Lo scorso 2 luglio nel più grande sito al mondo per l’estrazione di giada un’enorme frana provocata dalle piogge si è riversata in un lago. L’ondata di fango ha percorso l’intera valle travolgendo baracche, tende e alloggi improvvisati nei cunicoli delle vecchie miniere, nei quali i minatori trovano rifugio. Ai soccorritori, su zattere fatte con vecchi pneumatici, non è restato che recuperare i corpi galleggianti.

Non è certo la prima volta, situazioni analoghe accadono frequentemente in quei territori devastati dagli scavi e dalla deforestazione. Nel novembre 2015 un incidente analogo causò la morte di oltre 100 lavoratori. Lo scorso anno uno smottamento costò la vita ad altri 50.

I morti sono in maggioranza lavoratori “non regolari”, che cercano piccole pezzature e scarti della pietra verde nelle instabili colline di ganga. Sono clandestini, delle etnie più povere, costretti a lavorare di nascosto nel buio della notte. Si stima che in questa condizione si diano da fare oltre 400 mila disgraziati. Sono cresciuti dal 2016, quando la moratoria sulle licenze estrattive stabilita dal governo e il perdurare della crisi economica hanno determinato la chiusura di alcune grandi miniere e il licenziamento dei minatori.

Usualmente in quelle aree, per il pericolo di frane, nella stagione dei monsoni l’industria mineraria è sospesa, ma la crisi acuitasi con la pandemia ha sconvolto il mercato e tutto è stato riaperto in fretta.

Il quadro non è differente in altri paesi dove questa pietra viene estratta: in Corea, nella regione del Ch’unch’ŏn, o in Cina sui monti Kunlun dove le miniere più grandi sono scavate nel ghiacciaio a 5.000 metri di altezza in condizioni proibitive.

Nella guerra contro il capitalismo la classe operaia o combatte o muore. Oggi in Birmania muore sepolta dal fango. Domani tornerà a combattere. Non arruolandosi in uno degli eserciti “di liberazione”, che mai la libereranno, ma tornando a lottare a fianco dei suoi fratelli di classe, in un processo che potrà certamente partire da un ambito locale, regionale e nazionale, e che inevitabilmente finirà per riconoscersi e strutturarsi in quello mondiale per il comunismo.

 

 

 

 

  


Area di opposizione in Cgil “Riconquistiamo Tutto”
Per una chiara distinzione fra organi sindacali e politici

Torniamo sull’argomento che abbiamo trattato nel numero scorso.

Si è svolto l’11 settembre a Bologna il Coordinamento nazionale dell’area di opposizione in Cgil denominata “Riconquistiamo Tutto”.

Nella breve nostra disamina sullo stato di aggravata divisione del sindacalismo conflittuale abbiamo omesso di riferire della scissione a luglio di quest’area, che ha subito l’abbandono della frazione sindacale di uno dei tre gruppi trozkisti che la controllavano, il quale ha costituito una propria area di opposizione interna alla Cgil, denominata “Giornate di marzo”.

Non entriamo qui nel merito della scissione e delle tesi che la giustificano: se in esse sono condivisibili parte delle critiche rispetto al sindacalismo di base e all’area di opposizione in Cgil, invece sono inconsistenti le ragioni della scissione e non si capisce come, se si ritiene corretto svolgere una battaglia sindacale internamente a un sindacato definitivamente di regime come la Cgil – cosa che noi riteniamo sbagliata dalla fine degli anni ‘70 – non si dovrebbe a maggior ragione doverlo fare entro un’area di opposizione interna che proclama di voler aderire al sindacalismo di classe.

Detto ciò entriamo nella discussione del Coordinamento nazionale, attraversata dalla vicenda della scissione ma anche da altre questioni, fra cui quella, che a noi pare la più importante, dei rapporti col sindacalismo di base.

Il documento di maggioranza, intitolato “L’autunno che verrà”, palesa dall’introduzione i tipici errori dell’opportunismo: «Stiamo vivendo un periodo di straordinaria difficoltà, a causa della crisi sanitaria e di quella economica. Il prezzo più alto lo abbiamo pagato e ancora lo pagheremo noi: il mondo del lavoro e del precariato, i pensionati e le pensionate, gli uomini e le donne migranti, gli studenti e le studentesse, in generale le donne”. Si parla genericamente di “mondo del lavoro” in luogo di “classe lavoratrice”, si cita il “precariato” come se questo fosse cosa diversa dal “mondo del lavoro”, non si nominano i lavoratori disoccupati e si inseriscono invece gli studenti e le donne senza distinzione di classe, come se non esistessero studenti e donne piccolo borghesi e borghesi.

Il primo capitolo, dedicato alla “crisi sanitaria” si attesta sulla rivendicazione della “sanità pubblica”, di per sé una scatola vuota se non la si definisce con gli elementi materiali che interessano i proletari: gratuità e disponibilità dell’assistenza socio-sanitaria. Questo limite, di per sé non necessariamente grave nel quadro di un singolo documento, lo diventa in quanto è la manifestazione dell’ideologia socialdemocratica secondo cui sarebbe possibile un intervento dello Stato borghese – per costoro lo Stato è “democratico” – nella società capitalista ad evitare le sofferenze che essa provoca alla classe lavoratrice.

Ciò si palesa laddove, nel secondo capitolo dedicato alla crisi economica, si invoca «una seria politica industriale, che abbia il coraggio di nazionalizzare senza indennizzo i settori strategici, a partire dall’acciaio e dalle infrastrutture. Serve una lotta vera alle delocalizzazioni e alle privatizzazioni». Costoro pensano di poter superare la crisi, strutturale, dell’economica capitalista, dovuta al calo tendenziale del saggio del profitto, con questi mezzi. In tal modo non fanno altro che predicare un nazionalismo di sinistra, che fa da battistrada a quello, più coerente e conseguente, di destra.

La classe operaia deve lottare per i suoi obiettivi immediati, che il documento pure enuncia – ad esempio la «riduzione dell’età pensionabile e dell’orario di lavoro a parità di salario» – ma mescolandoli con obiettivi politici, per altro perfettamente compatibili col capitalismo.

Il terzo capitolo, dedicato a “L’attacco di Confindustria”, dà credito all’idea che gli industriali stiano attaccando non solo la classe salariata ma anche «in modo inedito (...) il governo, non a caso a ridosso di elezioni regionali dall’esito incerto, che potrebbero rimettere in discussione l’attuale maggioranza». Ne dovremmo dedurre che gli industriali vogliono un governo di destra e instillare l’idea nei lavoratori che quello attuale sarebbe per loro da preferire e quindi da difendere? O non è forse più corretto inquadrare le per nulla inedite schermaglie fra industriali e governo come un gioco delle parti fra frazioni e funzioni diverse della classe dominante?

Prosegue il testo con parole ancor più fuorvianti: «La lettera di Bonomi fa seguito alla ferocia che Confindustria ha dimostrato durante tutta l’emergenza sanitaria. Ferocia rispetto alla quale la posizione della Cgil è stata troppo debole (...) Debole sul protocollo sicurezza, debole sul ritardo nel lockdown, debole sulle deroghe al Dpcm del 22 marzo. Debole non soltanto rispetto alla portata della catastrofe umanitaria che era in corso in alcune aree del paese, ma soprattutto rispetto al tiro di forza messo in campo dalle nostre controparti».

A questo paragrafo sulla “debolezza” della Cgil ha ben risposto il delegato Fiom alla YKK di Vercelli nella sua dichiarazione di voto contrario: «La linea Cgil non è debole ma sbagliata e completamente complice e subalterna al governo Conte». E ha aggiunto: «Landini ha usato gli scioperi di marzo per aprirsi un varco al tavolo col Governo (...) Dove hanno potuto i compagni di RT hanno ottenuto risultati significativi ma l’impianto generale della nostra area è stato di retroguardia, tutto incentrato sulla chiusura delle fabbriche, senza una parola netta sulla retribuzione al 100%». Si legga in merito il nostro comunicato del 15 marzo: “La vita degli uomini o quella del Capitale! In difesa della salute della classe lavoratrice: fabbriche ferme e salario pieno!”.

Senza soffermarci su altre questioni che confermano il riformismo e l’opportunismo del gruppo dirigente dell’area – come la campagna per il NO al referendum sulla riforma costituzionale – giungiamo al punto che più ci interessa. Il quarto capitolo del documento di maggioranza è dedicato agli “impegni nei prossimi mesi”. Si cita una «manifestazione del 26 settembre, lanciata dal movimento Priorità alla Scuola» (che il dirigente della Flc Cgil nel suo intervento critico ricorda che non potrà essere un corteo), si conferma l’impegno «nel rapporto con il movimento ambientalista (...) e con quello antirazzista di Black Live Matter (...) l’impegno per la campagna per il NO al referendum (...) con i movimenti femministi, anche verso lo sciopero dell’8 marzo». Insomma, una serie di attività rivolte più al movimentismo interclassista e politico parlamentare che al sindacalismo conflittuale.

Per questo probabilmente, terminato l’elenco, alla questione viene dedicato il successivo capoverso: «Pur nella nostra differente collocazione organizzativa e impegnati nel rafforzamento di una pratica sindacale combattiva e conflittuale in Cgil, continuiamo a ritenere importante il confronto con gli altri soggetti del sindacalismo di classe, tanto più nella prospettiva delle lotte che ci aspettano nella prossima fase, rispetto alle quali sempre più pensiamo che si debba cercare di non disperdere le energie ma provare a farle convergere, perché una delle difficoltà che da anni abbiamo è determinata, oltre che dai rapporti di forza, dalle divisioni delle lotte e dalla frammentazione di settori sociali. Come sempre, lavoreremo per lo sviluppo delle vertenze, a prescindere dalle sigle sindacali di appartenenza, e perché si possano sviluppare percorsi di autentica democrazia sindacale e di autorganizzazione».

Parole alquanto fumose. La premessa sulla “collocazione organizzativa”, che sembrerebbe superflua, in realtà denuncia la preoccupazione di mostrare di non voler andare oltre un certo limite nei rapporti col sindacalismo di base, cosa mal tollerata entro la Cgil. Si legga “Per una vera opposizione di classe all’interno di Usb - Dalla Cgil alla Usb”, da cui riportiamo: «La direttiva della Cgil nel rapporto con gli altri sindacati è sempre stata lapidaria: colpire alla sua sinistra i sindacati di base, mai mettere in discussione l’unità a destra con gli altri sindacati di regime (Cisl, Uil, Ugl)».

Ma il dato più grave è quello eluso dal documento di maggioranza e giustamente messo sul tavolo nel suo intervento dal dirigente nazionale della Flc Cgil: «Si pone la questione dell’assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e del prossimo 27 settembre. Il problema non è riconoscere limiti e problemi in questo percorso, che ci sono. Il problema non è la consapevolezza della differenza e della divisione tra settori del lavoro e tra pratiche del sindacalismo conflittuale, compresi i settarismi di molte organizzazioni (...) Il problema è lavorare attivamente perché queste dinamiche abbiano un esito diverso. È lavorare attivamente perché l’esito dell’assemblea del 27 non sia la proclamazione dello sciopero con la CUB il 23 ottobre, o contro la CUB in una data alternativa, ma segni l’avvio di un percorso diverso. Non attendere passivamente che le cose succedano, più o meno da sole o per effetto dell’azione altrui».

Il fatto che nei vari impegni assunti dal documento di maggioranza l’assemblea nazionale del 27 settembre, promossa dai dirigenti del SI Cobas e definita “dei lavoratori combattivi”, venga del tutto ignorata esprime chiaramente quanto valgano le affermazioni di voler continuare «a ritenere importante il confronto con gli altri soggetti del sindacalismo di classe».

Questa assemblea del 27 settembre, che si svolgerà a Bologna, è la seconda edizione di quella svoltasi il 12 luglio, in cui un nostro compagno è intervenuto a nome del Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’Unità della Classe, di cui abbiamo riferito nel numero scorso (“Per una chiara distinzione fra organi sindacali e politici”).

Il percorso che essa propone soffre di diverse tare che, se non superate, pregiudicano l’obiettivo di costruire un fronte unico dei lavoratori, che non può essere ottenuto senza un coinvolgimento delle organizzazioni del sindacalismo conflittuale e che dovrebbe mantenere separato l’ambito organizzativo sindacale da quello partitico.

Su questo secondo aspetto l’assemblea si presenta composta di soli lavoratori e i dirigenti del SI Cobas si premurano di definirla come una iniziativa separata dal “Patto d’Azione per un Fronte Unico Anticapitalista”, costituito invece per lo più da gruppi politici. Tuttavia, nella eventualità che dall’assemblea uscisse un organismo permanente per l’unità d’azione dei lavoratori, difficilmente questo resterebbe fuori dal progetto dei dirigenti del SI Cobas di costruzione di un fronte sindacal-partitico dato che i militanti sindacali che la promuovono in buona parte aderiscono a gruppi politici che rifiutano la separazione fra organismi sindacali e politici e fanno parte del Patto d’Azione, come ad esempio il delegato Fiom della YKK di Vercelli e il dirigente della Flc Cgil, schieratisi contro il documento di maggioranza nel Coordinamento nazionale dell’area “RT”.

Sarebbe invece un importante passo in avanti se da questa assemblea nascesse un organismo che ne mantenesse il carattere d’esser costituito solo da lavoratori. Resterebbe la questione fondamentale del rapporto con le altre organizzazioni del sindacalismo conflittuale, ma verrebbe la pena battersi all’interno di tale organismo contro le sue errate impostazioni.

Il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati (CLA), sostenuto dai nostri compagni lavoratori, ha criticato sia il Patto d’Azione per un Fronte Unico Anticapitalista, sia le assemblee del 12 luglio e del 27 settembre. Il primo per non separare organismi sindacali da quelli partitici. Le seconde in quanto l’unità d’azione dei lavoratori al di sopra delle sigle sindacali non può essere raggiunta a discapito delle esistenti organizzazioni sindacali, ignorandole ed appellandosi direttamente alle loro basi affinché si uniscano all’azione promossa dal SI Cobas, ma attraverso il tentativo di coinvolgere tutte le organizzazioni del sindacalismo conflittuale nella costruzione di un movimento di lotta unitario, entro il quale combattere l’opportunismo politico sindacale presente, con gradi diversi, in tutti i sindacati, anche nel SI Cobas.

Il CLA ha quindi promosso un appello per uno sciopero generale unitario del sindacalismo conflittuale il cui obiettivo è condurre una battaglia per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale entro le sue organizzazioni.

È vero, come afferma nel suo intervento critico il dirigente nazionale della Flc Cgil, che «Il problema è lavorare attivamente perché (...) l’esito dell’assemblea del 27 (...) segni l’avvio di un percorso diverso. Non attendere passivamente che le cose succedano, più o meno da sole o per effetto dell’azione altrui». Ma lo è anche che “un percorso diverso” del sindacalismo conflittuale passa anche per battersi sulla questione pratica immediata di questi mesi, cioè quella di uno sciopero generale unitario, non solo di Cub e SI Cobas, come riduttivamente affermato dal dirigente Flc Cgil, ma di tutti gli altri sindacati di base e aree di opposizione in Cgil.

Nell’appello sopra citato il CLA ha assunto l’impegno di promuovere su questo tema un’assemblea nazionale che, per non risultare in concorrenza con quella promossa dal SI Cobas, si è deciso di indire per il 10 ottobre.

Naturalmente l’assemblea promossa dal SI Cobas per il 27 settembre ha più risalto di quella promossa dal CLA, dato che ha alle spalle una organizzazione sindacale mentre il CLA è composto solo da militanti dei vari organismi del sindacalismo di classe. Ma la sua maggior risonanza è dovuta anche all’opportunismo dei vari gruppi politici operai che rigettano la divisione fra organismi politici e organismi sindacali. Per tutti questi gruppi la strada del Patto d’Azione promossa dai dirigenti del SI Cobas è ben più “attraente” di quella promossa dal CLA.

Ma se questa scelta è frutto di opportunismo politico sindacale, quello della maggioranza dell’area di ignorare sia il CLA sia l’assemblea del 27 settembre lo è in modo sicuramente più grave. In coerenza con quanto scritto il CLA interverrà all’assemblea del 27 settembre

In conclusione, dal Coordinamento Nazionale dell’area RT è emerso uno scontro alquanto duro fra le frazioni sindacali dei due principali gruppi trozkisti al suo interno che, assommandosi alla scissione di luglio scorso, e al declino palesatosi negli ultimi anni, ne delineano uno stato di salute assai compromesso. Citiamo ancora dall’intervento del dirigente Flc Cgil: «Credo che la nostra area, oltre che essere plurale, sia piccola. E sia logorata. Noi dobbiamo dircelo (...) È il problema di un’area che è già esile nelle sue dimensioni e nelle sue dinamiche. Non solo ufficialmente (2% al congresso, 30mila voti al documento), ma anche nella capacità di reggere rispetto a tutta la dinamica in corso di cui parlavo prima».

Questa debolezza, crisi e frammentazione dell’area sindacale classista in Cgil si somma a quella analoga del sindacalismo di base e non fa che confermare la centralità della lotta per l’unità d’azione di tutto il sindacalismo di classe, attraverso un coordinamento di soli lavoratori – che mantenga la separazione dalle organizzazioni partitiche per diventare un fronte unico sindacale di classe e non un fronte unico politico – e che si rivolga a tutti gli organismi del sindacalismo conflittuale.

 

 

 

 


Ancora proteste sociali in Libano

L’esplosione che il 4 agosto ha distrutto il porto di Beirut e ha devastato la città segna una nuova tappa della crisi che affligge il Paese dei Cedri. Per l’opera della disinformazione borghese le cause dell’esplosione non sono determinabili con precisione. Incidente, sabotaggio o bombardamento, resta il fatto di 2750 tonnellate di materiale infiammabile stipate per sei anni in un deposito. Evidentemente le autorità libanesi non hanno voluto spostare altrove questo materiale, sequestrato nel 2014. Il vero colpevole è il capitalismo, un sistema che fa perdere la testa ai borghesi, perché il capitale non ha testa, solo la furia di valorizzazione che impone ogni tipo di stregoneria, acrobazia, danza macabra affinché il lavoro morto si appropri del lavoro vivo.

Le dimensioni dell’esplosione sono state immani, della potenza in oltre un chilotone, un decimo della bomba atomica di Hiroshima. Si contano oltre 220 morti, un numero imprecisato di dispersi, 7.000 feriti e molte decine di migliaia di senzatetto: secondo alcune stime addirittura 250 o 300.000. Le conseguenze economiche sono altrettanto catastrofiche. L’esplosione ha distrutto i silos con ingenti quantità di grano, il fabbisogno alimentare dell’intera popolazione libanese per alcuni mesi. Poi la distruzione delle infrastrutture del porto, ora completamente inagibile, con effetto paralizzante per la disastrata vita economica del paese, dato che nello scalo della capitale passava una parte cospicua delle merci in entrata e in uscita e oltre l’80 per cento dei generi alimentari.

Ora questa città devastata, con interi quartieri ridotti in rovina, deve fare i conti con la rapacità dei capitalisti, sempre pronti a intervenire laddove si intravedono profittevoli occasioni di investimento. Un vecchio quartiere della capitale come Gemmayzeh, con le sue case un tempo signorili che conservano elementi architettonici della tradizione ottomana, diventa così terra di conquista per la speculazione immobiliare. Gli avvoltoi del capitale vedono nelle case danneggiate una merce deteriorata da acquistare a prezzi stracciati per ristrutturarle ed eventualmente venderle ad acquirenti danarosi o per edificare nuovi complessi abitativi o commerciali, espellendo la vecchia popolazione, disastrata dall’esplosione e impoverita dalla crisi economica.

La narrazione che voleva il Libano aver recuperato parte della sua antica prosperità dopo la guerra civile degli anni ’70 e ‘80, si arresta di fronte alla rovina delle sue mezze classi, impotenti a salvare se stesse e i propri meschini sogni di promozione sociale di fronte alla cupidigia insaziabile del capitale e alla sua sovrapproduzione di guerre e rovine.

La crisi economica in Libano non è nata con l’esplosione nel porto e le condizioni di vita dei proletari e delle mezze classi non cessa di peggiorare da molto tempo. L’aumento dei prezzi era già molto sostenuto e l’inflazione per i generi alimentari aveva già raggiunto il 109% fra il settembre del 2019 e il maggio di quest’anno. Dopo l’esplosione i prezzi hanno accelerato la corsa e la crisi alimentare è appena moderata dagli aiuti “umanitari” giunti da potenze straniere, che cercano di rafforzare la loro influenza nel martoriato paese.

Lo stato di emergenza proclamato dal governo subito dopo la deflagrazione del 4 agosto non ha fermato le manifestazioni di massa che si susseguono dall’autunno del 2019 nell’ambito del cosiddetto “movimento 17 ottobre”, che non ha risentito neanche dalle misure restrittive contro la diffusione del coronavirus. Le proteste, nate come reazione al carovita e al peggioramento delle condizioni economiche di gran parte della società, hanno avuto sin dall’inizio un carattere dirompente per l’assetto politico del paese. Per la prima volta si è visto nelle strade un movimento che ha superato le divisioni di carattere religioso-settario che l’hanno caratterizzato per decenni. Fra le rivendicazioni avanzate dalle proteste ha avuto una parte centrale quella delle dimissioni dell’intero ceto politico giudicato corrotto e inetto.

Tale accusa non poteva non estendersi all’accordo fra le fedi religiose risalente alla nascita del Libano come Stato indipendente che stabilisce che il presidente della repubblica sia un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, il presidente della camera dei deputati un musulmano sciita, il vice presidente della camera dei deputati e il vice presidente del consiglio dei ministri cristiani ortodossi. Il contestare il sistema confessionale di spartizione del potere pone automaticamente il movimento di protesta in urto con tutti i partiti del regime, comprese le milizie degli Hezbollah, che hanno organizzato azioni squadristiche per disperdere i manifestanti.

La sera del 6 agosto, soltanto due giorni dopo l’esplosione, nel centro di Beirut si è svolta una manifestazione per chiedere le dimissioni del governo. Un corteo è arrivato nei pressi del parlamento con incidenti che hanno provocato numerosi feriti. Due giorni dopo un’altra protesta ha preso di mira il ministero delle finanze: le forze di sicurezza hanno sparato pallottole di gomma ferendo oltre 200 manifestanti, mentre un poliziotto sarebbe stato ucciso. Analoghe proteste si sono svolte di fronte ad altri ministeri con un irruzione nel ministero dei trasporti. Il giorno dopo una nutrita folla si è concentrata di nuovo di fronte al parlamento dove è stata accolta dai lacrimogeni, mentre il dilagare delle proteste portava alle dimissioni alcuni ministri.

Si è reso così necessario un cambio della guardia con l’incarico di formare un nuovo governo a Mustapha Adib, ex ambasciatore in Germania, un personaggio presentato almeno in parte estraneo al ceto politico. Intanto il presidente Michel Aoun avanzava la proposta di una riforma istituzionale che, superando la spartizione settaria del potere, trasformerebbe quello del Libano in uno Stato laico: una proposta ventilata anche in passato ma mai attuata, poiché la borghesia libanese non intende rinunciare a dividere il proletariato lungo le linee confessionali. Si tratta di operazioni di facciata che non avviano a soluzione una crisi politica che si fa sempre sempre più acuta e corre in parallelo ad una crisi economica e sociale di dimensioni enormi.

Nuovi gravi incidenti hanno segnato la prima metà di settembre, a significare che in Libano la mobilitazione popolare e interclassista continua, senza che la classe proletaria riesca ancora a darsi una direzione e a imporre le proprie rivendicazioni.

 

 

 

  


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Una bella e intensa riunione internazionale del partito
Riunione in video-conferenza, 29‑31 maggio
[RG 137]

Segue il resoconto dal numero scorso


 

La questione militare
- In Russia dal 1° Maggio al fallito golpe di Kornilov

Tutte le manifestazioni per il 1° Maggio 1917 rivendicavano la fine della guerra, la pace, il pane e la riduzione della giornata lavorativa per le donne e i fanciulli, specialmente dopo che era trapelata la nota del ministro Milijukov, rivolta ai governi dell’Intesa, sul rispetto dei precedenti accordi per il proseguimento della guerra.

Kerensky, proseguendo nel suo pericoloso doppio gioco, per placare le masse in subbuglio forma un nuovo governo assumendo la carica di ministro della guerra, sostituisce alcuni ministri, nomina il generale Brusilov nuovo capo dell’esercito. Gli affida il compito di ripristinare la vecchia dura disciplina militare, trasferisce al fronte o scioglie i reparti più politicizzati e organizza una rapida e decisa operazione in Galizia, dove scarse erano le forze tedesche, per ottenere una facile vittoria e guadagnare prestigio all’interno e con gli alleati.

Queste decisioni producono un ulteriore spostamento dei soldati e della maggior parte dei proletari verso le indicazioni bolsceviche contro la guerra, il trasferimento di tutti i poteri ai Soviet, il controllo della produzione e della distribuzione, soprattutto dell’industria e dell’agricoltura, la riforma agraria come espresso dal Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado. L’organizzazione militare bolscevica accresce l’influenza tra le truppe.

Il 3 giugno si apre il primo Congresso dei Soviet di Russia a Pietrogrado durato 3 settimane che indice una manifestazione pubblica a favore della campagna in Galizia. L’organizzazione militare bolscevica per lo stesso giorno organizza una pacifica manifestazione contro la guerra in Galizia: questa fu più numerosa di quella del Soviet a sancire l’insanabile distanza tra le due opposte posizioni.

Il 18 giugno inizia l’affrettata campagna di Brusilov che contava sull’appoggio dei reparti di artiglieria rimasti fedeli al governo. Poco contava sull’appoggio delle altre truppe, per l’intensa propaganda bolscevica e per le pessime condizioni dei rifornimenti di materiale bellico, onerosamente fornito dalla Francia.

Il piano prevedeva un iniziale forte bom­bardamento su Leopoli, linea principale d’attacco, appoggiato da due attacchi simultanei laterali. Nonostante sulla carta Brusilov avesse un discreto vantaggio numerico, il piano si inceppò subito perché le forze laterali non erano ancora pronte e ben dislocate al momento dell’attacco e non intervennero come stabilito. Ciò nonostante si ebbe un iniziale successo delle truppe speciali d’assalto russe dovuto alle scarse difese tedesche e austriache, ma iniziarono subito le diserzioni in massa dei soldati russi.

Ai primi di luglio a Pietrogrado iniziano spontanee manifestazioni di soldati e civili contro la guerra e per la presa del potere da parte del Soviet e il 4 luglio un’imponente dimostrazione è fatta segno da due sparatorie che colpiscono oltre 400 manifestanti. La città è dichiarata in stato d’assedio ed è emanato l’ordine di arresto per Lenin e per i principali dirigenti bolscevichi, molti dei quali entrano in clandestinità.

Grazie all’efficiente sistema dei trasporti i rinforzi dell’esercito tedesco riescono ad organizzare un’efficace controffensiva che genera il totale sbandamento della punta avanzata russa: i soldati non combattono più e abbandonano in massa le posizioni, vogliono tornare a casa e spartirsi le terre coltivabili.

Brusilov ordina di sparare sui fuggiaschi. Il 9 luglio crolla completamente il fronte russo che arretra di 240 chilometri.

Si dimette il capo del governo e Kerensky ne forma un altro, in cui i bolscevichi non sono rappresentati perché i loro dirigenti sono in carcere o in clandestinità. Nomina nuovo comandante dell’esercito il generale Kornilov, rappresentante dell’ala più reazionaria russa. I due entrano in conflitto tra loro per assumere il controllo del potere.

In condizioni di semi clandestinità si svolge a Pietrogrado il sesto congresso del partito bolscevico, che ora conta 240.000 iscritti in 162 organizzazioni. Il potere sta sfuggendo dal controllo degli S‑R e dei menscevichi per cadere nelle mani della borghesia controrivoluzionaria. La direzione centrale dei Soviet non ha preso il potere ed ora non è più possibile un trapasso pacifico ai Soviet ma occorre preparare la lotta rivoluzionaria.

A Mosca, Kerensky indice una grande Conferenza di Stato invitando i rappresentanti di tutte le organizzazioni economiche, politiche e militari, tranne i bolscevichi, per discutere dei programmi futuri per la Russia. Nel frattempo in 400.000 scioperano in città organizzati dai bolscevichi.

In quei giorni Kornilov, appoggiato dalle forze controrivoluzionarie russe, e sostenuto dalle potenze dell’Intesa tramite i loro ambasciatori per continuare la guerra, esce allo scoperto presentandosi come l’uomo forte in grado di salvare la Russia, ripristinare l’ordine nella società e nell’esercito, riportare un Romanov al potere e distruggere tutti i Soviet. Dal quartier generale di Mogilev organizza una congiura per instaurare una sua dittatura militare.

Si conclude la disastrosa battaglia terrestre di Riga, città chiave sul Baltico, dovuta a tre fattori concomitanti: Kornilov, forse intenzionalmente, non ha predisposto alcuna valida organizzazione di difesa della città; i soldati russi, mal equipaggiati e armati, e fra i quali forte è la presenza bolscevica, non oppongono resistenza, in massa si rifiutano di combattere e si ritirano di fronte alla forte avanzata tedesca; qui è applicata per la prima volta una nuova tattica militare volta a trasformare la guerra statica di trincea in guerra di rapido movimento.

Questa si basava su 4 punti basilari. Primo la sorpresa: al contrario di prima, tutti i movimenti di truppe dovevano essere occultati il più possibile per impedire al nemico di organizzarsi contro l’attacco. Secondo: la concentrazione di fuoco breve ma intensa solo su alcuni punti essenziali, mentre prima i grandi bombardamenti, anche di giorni, non sortivano grandi effetti e rendevano impraticabile il terreno per l’avanzata delle truppe e dei mezzi meccanici. Terzo: infiltrazione delle truppe speciali d’assalto, particolarmente addestrate e armate a questo nuovo tipo di combattimento ravvicinato; divise in piccoli gruppi indipendenti sono lanciate su punti precisi del fronte cercando di penetrare il più possibile in profondità, non curandosi della protezione dei fianchi, compito riservato alla seconda ondata d’assalto. Quarto: la velocità diventa la prerogativa essenziale della manovra; l’avanzata è ora determinata dall’unità più veloce e non dalla più lenta, che deve in ogni modo evitare di rimanere indietro.

Con questa tattica, il 20 agosto, dopo un lancio molto preciso durato due ore di 20.000 granate di gas asfissianti, che disarticolano le batterie russe, inizia il bombardamento di tre ore dei cannoni a lunga gittata sugli obiettivi individuati dalle ricognizioni aeree. Alle 9,10 le squadre d’assalto varcano le barriere aperte dai genieri nei reticolati sulla sponda del fiume Dvina a nord della città e con imbarcazioni attraversano rapidamente il fiume protetti dalle cortine fumogene e dal tiro preciso dello sbarramento di artiglieria sulle prime trincee russe. Contemporaneamente i genieri lanciano tre ponti sul fiume per l’attraversamento del grosso delle truppe tedesche. In quella stessa sera è chiaro il totale sopravvento sui russi, frastornati, che, contro minime perdite tedesche, si arrendono con gran numero di caduti e prigionieri. Nei due giorni successivi i russi arretrano di decine di chilometri mentre i tedeschi sfilano in parata nel centro di Riga.

La conquista di Riga segna la fine di ogni illusione russa di continuare e di vincere la guerra; i generali si rendono conto di non aver più alcun controllo sulle truppe.

Il 23 agosto Kornilov, distogliendo dal fronte consistenti truppe cosacche ritenute ancora fedeli, compresa la divisione selvaggia musulmana, ordina al generale Krymov di marciare su Pietrogrado e metterla sotto assedio per prevenire una rivolta bolscevica. Emette un editto in cui si autoproclama salvatore della patria contro i piani bolscevichi di consegnare la Russia ai tedeschi e chiede a Kerensky pieni poteri.

Questi non solo gli sono negati ma è accusato di alto tradimento ed è emesso l’ordine di arrestarlo. Kerensky infine capisce che lui stesso è il primo obiettivo di Kornilov e per difendersi deve affidare la difesa della città alle forze rivoluzionarie che seguono le direttive del Soviet e dei reparti della Guardia Rossa. È così costretto a consentire al Soviet ad armare gli operai, legalizzare nuovamente la Guardia Rossa, sciolta dopo i fatti di luglio, e liberare i bolscevichi imprigionati, tra cui Trotzki. Si costituisce quindi il Comitato Militare Rivoluzionario che organizza 25.000 uomini per la difesa della città mentre gli operai delle fabbriche militari riprendono a produrre cannoni e armamenti vari.

L’azione risolutiva contro le truppe di Krymov è effettuata dai ferrovieri, che rallentano e deviano i treni con i cosacchi su altre destinazioni, mentre i sabotatori bolscevichi rimuovono i binari e gli impiegati dei telegrafi consegnano i dispacci di Kornilov al Comitato di Pietrogrado. L’azione decisiva finale è delle numerose squadre di emissari dei Soviet caucasici passati nella Guardia Rossa e andati, incontro alle truppe sui treni, fanno opera di convinzione per la fine della guerra, il ritorno a casa e la spartizione delle terre coltivabili. In pochi giorni le truppe si disperdono non ubbidendo più agli ufficiali. Krymov, ritornato al quartier generale con pochi fedeli, si suicida.

  


Storia della nazione indiana - La guerra del Bengala

Il compagno continuava la serie di rapporti sulla storia del grande paese asiatico.

Come descritto nei rapporti precedenti la borghesia indiana, buttate nella pattumiera tutte le estetiche fesserie della non‑violenza gandhiana, portò l’India capitalista a diverse guerre, frutto non solo delle crescenti tensioni presenti nel subcontinente ma dei continui e fragili equilibri, dipendenti dai mutevoli rapporti di forza, tra i grandi paesi imperialisti e i giovani capitalismi regionali. Dalla guerra di confine con la Cina del 1962 che, come abbiamo descritto, vide la netta vittoria di Pechino declassando l’India a un ruolo regionale, alla seconda guerra del Kashmir del 1965, con la vittoria Indiana, la più grande battaglia fra truppe corazzate dalla fine del secondo conflitto mondiale.

È in questo scenario che va inquadrato il nuovo conflitto con Islamabad che vide la nascita dello Stato indipendente del Bangladesh.

Quando nel 1947 erano nati due Stati sovrani, l’India a maggioranza indù ed il Pakistan musulmano, quest’ultimo era stato costituito da due territori separati da 1.500 chilometri di territorio indiano: il Pakistan occidentale, l’attuale Pakistan e il Pakistan orientale, l’odierno Bangladesh.

Questa ultima regione, la parte orientale del Bengala, come il Punjab, aveva subito la dolorosa partizione del territorio con conseguenze devastanti per le popolazioni della minoranza religiosa. Mentre il Capitale dettava le sue leggi, pesavano fattori antichi di classe e di casta, che furono alla base della gestione dei soccorsi, dei nuovi insediamenti e del trattamento ricevuto negli anni a seguire.

Oltre venti anni dopo l’indipendenza nel Pakistan orientale centinaia di migliaia di persone erano ancora costrette a vivere in precarie condizioni di emergenza.

Nel Pakistan occidentale la burocrazia civile e militare era in mano all’etnia panjabi, e in misura minore ai muhajir, ovvero ai musulmani che, fuggiti dalle province unite dell’India, si erano stabiliti nel Sindh dopo la divisione del subcontinente.

Con il passare degli anni la stabile dittatura militare aveva sanzionato la totale conquista del potere politico da parte dei panjabi, che trattavano il Pakistan orientale come una colonia interna, i cui prodotti agricoli erano venduti sul mercato internazionale per ricavarne valuta pregiata che finanziava il processo d’industrializzazione della parte occidentale del paese. Malgrado fosse maggiormente popolato, il Pakistan orientale riceveva dai bilanci statali solo un terzo dei fondi. Nell’esercito, istituzione cardine della repubblica islamica, gli ufficiali di origine bengalese erano solo il 5%, dei quali pochissimi occupavano posti di comando.

Nel corso degli anni, il risentimento dell’etnia bengalese, anche per la grave crisi economica, aveva trovato espressione nella Lega Awami, un partito nazionalista nato dopo la partizione.

Nel novembre 1970 un ciclone tropicale investì il Bengala orientale causando mezzo milione di morti. L’assoluta incapacità di Islamabad nel gestire l’emergenza portò prima a una grande manifestazione, infine a uno sciopero generale, ben controllato dalla borghese Lega Awami.

Nello stesso anno il presidente del Pakistan e comandante dell’esercito Yahya Khan, per ammansire le crescenti tensioni, presenti anche nella parte occidentale del paese, introdusse il sistema democratico. Il 7 dicembre si tennero quindi le prime elezioni nel Paese dopo quelle di ventitré anni prima, all’indomani dell’indipendenza. Contrariamente alle aspettative la farsa elettorale fu vinta dalla Lega bengalese che conquistò la maggioranza assoluta dei seggi, 160 su 300, con 13 milioni di voti, tutti ottenuti nella parte orientale del paese. Secondo si attestò il Partito Popolare Pakistano di Ali Bhutto che subito si dichiarò contrario a un governo a guida orientale.

Il presidente Khan per prendere tempo aprì delle trattative mentre preparava una operazione militare su larga scala, volta allo sterminio della potenziale classe dirigente bengalese e al massacro o all’espulsione della minoranza indù, che dopo l’indipendenza era rimasta nel Bengala orientale.

Il 25 marzo 1971 fu dichiarata la legge marziale, il leader della lega Awami, Mujibhur Rahman fu arrestato. Ne seguì un genocidio perpetrato dalle forze armate pakistane, da milizie estremiste religiose, in collaborazione con i bihari, una popolazione di lingua urdu che, originaria della regione indiana del Bihar e del West Bengala, aveva trovato rifugio durante la partizione nel Pakistan orientale. Le maggiori città della regione furono occupate dall’esercito e ogni protesta sedata.

Non vi fu alcun intervento delle diplomazie occidentali a denunciare la feroce repressione di Islamabad e a evitare quello che sembrava l’inizio di una lunga e sanguinosa guerra civile. La dittatura militare pakistana, oltre che alleata dell’occidente, era all’epoca impegnata in una delicata mediazione fra gli Usa e la Cina, un ruolo che ai grandi imperialismi appariva più importante del genocidio in corso.


Milioni di Bengalesi cercarono rifugio in India.

Nel Pakistan orientale si formò una resistenza che operava azioni di guerriglia attraverso la formazione partigiana Mukti Bahini (Esercito di Liberazione), composta principalmente da defezioni dall’esercito regolare e da una crescente partecipazione di civili, fino a coinvolgere circa 100.000 uomini, addestrati ed armati, senza troppi segreti, da Nuova Delhi. La guerriglia cercò di causare il maggior numero di vittime con incursioni e imboscate, colpendo le principali attività economiche, le linee ferroviarie, le centrali elettriche e le reti di comunicazione. L’obiettivo era impedire all’esercito pakistano di penetrare all’interno del Bengala.

Il coinvolgimento dell’India era palese e le forze aeree di Islamabad lanciarono un attacco preventivo su alcune basi militari il 3 dicembre 1971, data che segna l’inizio della nuova guerra indo‑pakistana, determinante per le sorti della guerra civile nel Pakistan orientale.

Poco tempo prima, Delhi, aveva firmato un trattato di cooperazione con Mosca che, oltre a comprendere una serie di importanti accordi dal punto di vista economico, comportava l’impegno di intervenire nel caso di un attacco da parte di un terzo paese. Un accordo voluto dalla borghesia indiana per prevenire il sostegno cinese al nemico pakistano. Non a caso la Gandhi attese dicembre per intervenire direttamente, quando la neve rendeva impraticabili i passi himalayani da cui sarebbe potuta scendere la risposta di Pechino.

Tre corpi indiani invasero il Pakistan orientale, occupando rapidamente il territorio, sostenuti dalle formazioni partigiane bengalesi e da truppe irregolari. L’esercito di Delhi riportò una serie di vittorie, per terra e per mare, anche a occidente, in risposta alle offensive pakistane lungo questo fronte, nel tentativo di obbligare l’esercito indiano a ritirarsi dal Pakistan orientale. L’aviazione indiana con alcune incursioni ottenne in breve il controllo dei cieli.

Gli Stati Uniti, che avevano appoggiato il Pakistan politicamente e materialmente, quando la sconfitta apparve certa, inviarono la portaerei USS Enterprise nella baia del Bengala, come minaccia atomica nei confronti dell’India. Non si fece attendere la Russia che in aiuto di Nuova Delhi inviò un sottomarino nucleare nell’Oceano Indiano.

Le forze pakistane, indebolite dai continui attacchi della guerriglia e schiacciate dall’esercito indiano e in evidente inferiorità numerica si arresero il 16 dicembre 1971. Oltre novantamila soldati si consegnarono alle forze indiane, la guerra era finita. Fu il più grande numero di prigionieri, di profughi e, probabilmente di morti, dalla seconda guerra mondiale. Nasceva così nel sangue la Repubblica Popolare del Bangladesh.

Il compagno infine dimostrava la continuità delle nostre valutazioni rileggendo alcuni estratti di articoli dalla nostra stampa dell’epoca dove criticavamo e smascheravamo, ancora una volta, i diversi falsificatori del Comunismo.

 


Lotte e organizzazione della classe in Cina (1919‑22)

Il movimento del 4 maggio 1919, a carattere nazionalista, era stato preceduto da una serie di azioni rivendicative della classe operaia in Cina che preparavano la sua entrata sulla scena politica, potenzialmente già autonoma rispetto alle altre classi sociali. Alla base di questa intensificazione degli scioperi rispetto al periodo precedente c’era il peggioramento della condizione degli operai alla fine della prima guerra mondiale. La guerra è considerata l’età d’oro per il capitalismo nazionale cinese, la borghesia riuscì ad approfittare della mancanza temporanea della concorrenza delle industrie occidentali per estendere le sue attività e aumentare i profitti. Al contrario, per la classe operaia questo periodo significò un peggioramento delle condizioni, con allungamento della giornata lavorativa e ripetuti tentativi di abbassare i salari. Inoltre, a partire dal 1914 ci fu un costante aumento dei prezzi, soprattutto di alcuni beni alimentari fondamentali come il riso.

Gli scioperi del 1919‑1921 ottennero significativi risultati con i salari che aumentarono sensibilmente da un minimo del 10% a punte del 40%.

Uno sciopero particolarmente importante si ebbe ad Hong Kong tra il gennaio e il marzo del 1922 che coinvolse i lavoratori marittimi e si estese ad altri settori operai. La sua vittoriosa conclusione, che con la solidarietà di tutto il proletariato della metropoli ne aveva paralizzato l’intera vita economica, diede il via ad un’ondata di scioperi che interessò tutti i principali centri industriali della Cina.

Lo sciopero aveva messo in evidenza due aspetti fondamentali riguardanti il corso della lotta di classe in Cina. Prima di tutto la sua conclusione vittoriosa era stata possibile perché la lotta non era rimasta confinata alla categoria dei marittimi ma in sostegno era sceso in lotta tutto il proletariato di Hong Kong e i fratelli di classe degli altri centri industriali cinesi, che avevano fornito un sostegno economico e attuato tutta una serie di iniziative di solidarietà. L’evento aveva mostrato chiaramente che uno sciopero ad oltranza, senza un termine prestabilito e generalizzato poteva aver ragione dei padroni, e in questo caso anche del potente imperialismo britannico.

L’altro aspetto che emerse fu la condotta della borghesia cinese che, seppur interessata ad una maggiore autonomia e a colpire gli interessi stranieri in Cina, era pur sempre legata alle potenze imperialiste sia da legami economici ma soprattutto dalla necessità di reprimere il proletariato in lotta che avrebbe potuto travolgere non solo le intromissioni dell’imperialismo ma tutto l’ordine borghese. Da qui il suo atteggiamento contraddittorio, di una classe costretta a barcamenarsi tra l’aspirazione ad un proprio sviluppo nazionale indipendente e la paura di non poter più controllare quelle forze sociali che, messe in moto nella lotta di liberazione dagli stranieri, non si sarebbero poi fermate. Potenti insegnamenti per un giovane proletariato non disposto ad indietreggiare di fronte alla guerra di classe.

Ma ancora tanta era la strada da percorrere per quella giovane classe operaia. Le prime importanti lotte del dopoguerra erano condotte perlopiù da corporazioni formate da operai e da elementi padronali, la classe operaia cinese aveva ancora da formare le proprie organizzazioni classiste. Alle soglie degli anni Venti le prime organizzazioni operaie risentivano del ritardo dello sviluppo capitalistico, ancora legate al passato corporativo e a forme tradizionali come le gilde, le associazioni su base regionale e le società segrete. Sebbene queste organizzazioni fossero in declino, mantenevano una certa influenza sulla giovane classe operaia, in particolare sui lavoratori specializzati.

Questa tendenza assunse enorme slancio dal 1912 con l’instaurazione della Repubblica, che apriva alla borghesia cinese la possibilità di progressi economici e politici. Questa cercò di legare la classe operaia allo sviluppo industriale del paese con la formazione di organizzazioni industriali miste. Le loro principali attività riguardavano la formazione professionale dei membri per offrire manodopera qualificata alle imprese.

Da queste organizzazioni iniziavano a differenziarsi alcune autenticamente proletarie, come ad esempio i meccanici a Shanghai e nel Guangdong, i marittimi ad Hong Kong e i ferrovieri nella Cina centrale. Queste organizzazioni erano ancora strutturate sulla base del mestiere, e tra le principali attività figuravano ancora l’educazione e l’aiuto mutualistico, ma erano separate dalla componente padronale, erano dirette da elementi proletari e portavano avanti azioni rivendicative. Da lì a poco, con la grande ondata di scioperi che investirà la Cina a partire dal 1921 ma soprattutto nel 1922, queste organizzazioni diventeranno dei veri e propri sindacati classisti.

La situazione favorevole alle lotte operaie che si venne a creare dopo gli scioperi vittoriosi dell’inizio del 1922, portarono alla convocazione a Canton, per il Primo maggio di quell’anno, del primo congresso nazionale dei sindacati, aperto a tutte le organizzazioni sindacali, senza preclusioni di partito o di orientamento politico. L’iniziativa fu promossa dal Partito Comunista Cinese, che al suo congresso di fondazione nel luglio del 1921 tra le priorità aveva indicato la necessità di sostenere le lotte economiche della classe operaia e la creazione dei sindacati operai.

I delegati erano 160 provenienti da 12 città, in rappresentanza di oltre 100 sindacati e circa 300 mila iscritti. Diverse tendenze si contendevano la direzione della classe operaia. Se ne potevano individuare almeno quattro: oltre ai comunisti, c’erano gli anarchici, che avevano ancora una certa influenza nella regione di Canton, i sostenitori del corporativismo, con vari tipi di organizzazione di promozione industriale, ed infine il Kuomintang, che a Canton aveva intrecciato legami con settori operai. Al congresso vennero a confliggere queste tendenze, ma si arrivò a delle risoluzioni condivise, fra cui la rivendicazione della giornata di otto ore. Alcune tra le principali risoluzioni del congresso furono decisamente una vittoria dell’indirizzo sindacale dei comunisti: l’organizzazione su base industriale e non del mestiere, lo sciopero di solidarietà e la lotta contro gli elementi deviati del movimento sindacale, contro chi fiancheggiava l’azione del padronato.

Con il primo congresso dei sindacati, per la prima volta tutte le organizzazioni operaie entrarono in contatto tra di loro, le parole d’ordine si diffusero su larga scala e fu posto il principio di una federazione pan‑cinese dei sindacati che troverà la sua completa affermazione tre anni dopo. Il congresso dei sindacati stava a testimoniare la crescente forza del proletariato cinese che ben presto conquistò sul campo un ruolo nell’esercito proletario internazionale.

 


Il contenuto del rapporto sulla guerra in corso in Libia ha fornito il materiale per la nota che abbiamo pubblicato nel numero 402 di questo giornale, e a essa qui rimandiamo.


(Fine del resoconto della riunione di maggio)

 

 

 

 


Ruggero Manici

In silenzio, come in punta di piedi per non disturbare, Ruggero ci ha lasciato, accudito dalle amorevoli cure del figlio.

Quando noi vecchi, mezzo secolo fa, entrammo nel partito ce lo trovammo già con tutto quell’entusiasmo che ha poi conservato fino alla morte.

Durante la grave crisi del Partito del 1973 non se la sentì – e non fu il solo – di abbandonare la vecchia organizzazione, che manteneva la proprietà del glorioso “Programma Comunista”. Solo in seguito, come molti altri buoni compagni, si risolse a scegliere tra l’adesione ad una testata di giornale o la viva tradizione del comunismo, e scelse la seconda alternativa.

Da allora si è sempre messo a disposizione del partito, portando avanti tutti i compiti che, di volta in volta, gli venivano assegnati: sempre in silenzio, sempre con umiltà, sempre con la massima diligenza.

Già da anni il suo fisico era stato colpito da diverse e gravi malattie. Ma il colpo peggiore fu la morte tragica di uno dei due giovani figli. Affrontò con forza questa terribile prova, ma gli causò una non sanabile ferita ad aggravare di molto il suo già compromesso stato di salute.

Pure gravemente malato, anche quando non ce l’ha fatta più a frequentare le riunioni della sezione fiorentina, ha continuato con quanto gli rimaneva di forza, ma con l’immutato entusiasmo giovanile dei comunisti, da casa, in solitudine, a lavorare per il partito portando a termine tutti i compiti per i quali si era impegnato. Quasi avesse voluto far attendere la morte fuori della porta fino all’invio, con l’ultima mail, dell’ultimo lavoro.

 

 

 

 

  


PAGINA 6



Il concetto di dittatura rivoluzionaria e la sua pratica - Prima di Marx
(continua dal numero scorso)

 11. Louis‑Auguste Blanqui - La Comune
Capitolo esposto alla riunione generale a Genova del maggio 2018

Il 6 maggio Raspail propose una manifestazione a favore della Polonia, accettata con entusiasmo da molti club. L’organizzazione fu affidata a Hubert e al Club des Clubs, che fissa la data al 15 maggio. Blanqui si mostrò subito diffidente intuendo che dietro tutto ciò c’era una provocazione del governo e della polizia, che intendevano servirsi della manifestazione per spingere il proletariato ad atti che spaventassero la borghesia e legittimassero una dura repressione. La Società Repubblicana Centrale decise a grande maggioranza di aderire alla manifestazione. Blanqui, pur non essendo d’accordo, accettò la decisione, scrivendo anni dopo: «Mi arresi dunque. Non si comanda alle masse popolari come a un reggimento».

Funzionari di polizia, camuffati da operai, cercavano di spingerli ad irrompere nell’Assemblea Nazionale, cosa che avvenne. Hubert, capo del Club des Clubs e stipendiato, come abbiamo già visto, dal Ministero degli Interni, chiese a gran voce lo scioglimento dell’Assemblea, a cui si oppose Paul de Flotte, amico e collaboratore di Blanqui, il quale si limitò a parlare della Polonia e dei massacri di Rouen. Scrive Danvier: «Blanqui fu tra gli ultimi ad uscire dall’Assemblea. Barbès, Albert, Borme e Thomas furono i primi a correre all’Hotel de Ville dove improvvisarono un nuovo governo composto da loro stessi. Due ore dopo l’Hotel de Ville fu circondato da migliaia di Guardie Nazionali e Barbès fu arrestato; una scena pietosa. Alla sera molti capi della sinistra erano già in carcere. Blanqui, che non partecipò alla farsa dell’Hotel de Ville, fu arrestato il 26 maggio».

Il 16 maggio fu sciolta la Commissione del Lussemburgo, il 22 fu sciolta la Società Repubblicana Centrale, il 7 giugno fu votata dall’Assemblea Nazionale una legge per cui tutte le riunioni non autorizzate erano proibite.

Ancora Danvier: «Il 23 giugno esplose l’insurrezione. Il primo giorno gli insorti non trovarono alcuna resistenza. Il Governo (...) non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione tanto ricercata da oltre un mese. Si sa che Cavaignac, al quale l’Assemblea fu ben lieta di dare, il 24 giugno, tutto il potere esecutivo, aveva perfidamente lasciato che l’insurrezione si estendesse per schiacciare poi in un mare di sangue la classe operaia. Questo tipo di provocazione non era nuova: era già stata usata nel 1834. L’insurrezione era senza speranze, senza prospettive. Gli insorti furono massacrati a migliaia. A quest’opera di civiltà partecipò anche il “sensibile ed umano” Victor Hugo. Fu un carnaio. Dei 15.000 prigionieri, 5.000 furono deportati in Algeria. Giugno mise la pietra tombale su tutte le chiacchiere socialiste, democratiche, liberali. Dal punto di vista militare, Blanqui fu critico assai severo dell’insurrezione e non condivise le varie apologie che di quella si fecero».

La Società Repubblicana Centrale, dopo il suo scioglimento, rinacque come Club des Travailleurs ad opera di Lacambre, Flotte e Fombertaux, fino al loro arresto il 28 maggio. Rinacque ancora come Club du Peuple con Esquiros, fino ai fatti del 23 giugno.

Il 15 settembre, nel carcere di Vincennes, Blanqui scrisse un proclama, in vista delle elezioni parziali del 17, da cui leggiamo: «Commercianti, proprietari, non assecondate questi neri calcoli, lasciate le vostre paure, le vostre prevenzioni! Cosa chiede il popolo? Di vivere felice con il suo lavoro; è vostro interesse appoggiare questa giusta esigenza perché i vostri profitti vengono dal popolo; ciò che guadagna, voi lo guadagnate da lui grazie al suo consumo». Qui Blanqui cerca l’appoggio della piccola e media borghesia, e nel 1848 non possiamo accusarlo per questo. Oltretutto la direzione di questa momentanea alleanza sarebbe rimasta, nelle sue intenzioni, saldamente in mano al proletariato e ai suoi capi. Si poneva qui, anche se in maniera molto approssimativa, il problema non certo facile di una doppia rivoluzione.

Sul “Moniteur” del 20 ottobre 1848 apparve un suo articolo dal titolo “I legittimisti e la decentralizzazione”, che è una validissima obiezione all’odierna borghesia spesso innamorata del federalismo: «I legittimisti chiedono a gran voce la decentralizzazione amministrativa e l’indipendenza del comune. Odio e collera contro Parigi. Vorrebbero ricostituire la feudalità facendo di ogni frazione un piccolo principato isolato e geloso, una specie di monarchia orientale in piccolo, con un sultano, un muftì e degli schiavi. Alzerebbero volentieri attorno ad ogni villaggio una muraglia cinese per separare i loro vassalli dal resto del mondo, sottrarli al contatto umano, inchiodarli nell’immobilismo, nell’isolamento, nell’ignoranza. I contadini sarebbero affidati al sistema cellulare, riparati contro visite corruttrici di concittadini pervertiti da cattive dottrine e, come gli abitanti dei penitenziari, riceverebbero solo visite di uomini virtuosi, ovvero del grande proprietario e del curato; queste due persone sarebbero l’una il sovrano, l’altra l’istitutore. La tirannia morale e materiale, la schiavitù dell’anima e del corpo, ecco l’ideale sognato da questi despoti del campanile (...) Prete e proprietario: ecco la dualità autocratica legittima. Al di fuori di questo potere a due teste non c’è che rivolta e perversione (...) I monarchici, con il pretesto dell’affrancamento dal dispotismo centrale, reclamano per i comuni l’indipendenza, l’autogoverno, ossia l’onnipotenza, il capriccio del Sindaco signore terriero affiancato da valletti: il tutto sotto il nome di Consiglio municipale».

Nel novembre, in un appello dal titolo ”Per l’unità dei veri democratici”, Blanqui scrisse: «Nessuna alleanza con l’avanguardia della reazione, con i rinnegati che hanno aperto la chiusa alla marea controrivoluzionaria (...) Niente ci dev’essere in comune tra i socialisti fedeli, difensori provati del popolo, e i sostenitori del Governo provvisorio (...) Non sarebbe unione ma confusione. Niente di più funesto degli alleati dubbiosi, amici oggi, nemici domani, traditori sempre (...) Non restiamo vittime di quell’ipocrita appello all’unione che ci gridano. È la manovra preferita degli illusionisti».

Nel dicembre 1848, alle elezioni del Presidente della repubblica, alla candidatura piccolo-borghese di Ledru-Rollin si opposero alcuni socialisti rivoluzionari, a cui si aggiunse anche Proudhon. Questi ultimi, consigliati da Blanqui, sostennero la candidatura nettamente socialista di Raspail. Per la prima volta in queste elezioni il proletariato si separava nettamente dal partito democratico.

Il 7 marzo 1849 cominciò il processo di Bourges, dove Blanqui fu condannato a 10 anni di carcere e portato a Doullens, assieme agli altri condannati Raspail, Sobrier e Barbès. Blanqui fu spostato in varie carceri e tentò, senza fortuna, anche un’evasione. Fu liberato da un’amnistia il 16 agosto ‘59.

Nell’“Avviso al popolo”, scritto da Blanqui nel febbraio 1851 mentre era nel carcere di Belle‑Ile, leggiamo: «Non basta che gli illusionisti di febbraio siano per sempre allontanati dal municipio, bisogna premunirsi contro nuovi traditori. Traditori sarebbero i governanti che, portati sugli scudi proletari, non procedessero immediatamente: 1. al disarmo generale delle guardie borghesi; 2. all’armamento e all’organizzazione di tutti gli operai in milizia nazionale (...) Non deve rimanere nemmeno un fucile in mano alla borghesia. Senza di ciò non vi è alcuna sicurezza».

Nel giugno 1852 Blanqui mandò una lettera di risposta a Maillard, seguace di Barbès e già dirigente del Club della Rivoluzione: «Voi vi dite repubblicano rivoluzionario. Guardatevi dall’accontentarvi delle parole e farvi abbindolare. Coloro che non sono né rivoluzionari né forse nemmeno repubblicani (...) assumono questo titolo in opposizione a quello di socialista. Mi dite: non sono né borghese, né proletario, sono un democratico. Attenzione alle parole senza definizione: è lo strumento favorito degli intriganti (...) Essi hanno inventato questo bell’aforisma: né proletario né borghese, ma democratico! Cos’è dunque un democratico? Ecco una parola vaga, banale, senza un senso preciso, una parola elastica. Quale opinione non riuscirebbe a trovar rifugio sotto questa insegna? Tutti pretendono essere democratici, specialmente gli aristocratici. Non sapete che Guizot è democratico? Gli scaltri se ne stanno compiaciuti in questa incertezza che torna a loro profitto: hanno orrore dei puntini sulle i. Ecco perché bandiscono i termini: proletari e borghesi. Questi hanno un senso chiaro e preciso; dicono le cose categoricamente. È ciò che non piace. Li si respinge come provocatori della guerra civile (...) Non si vuole che i due campi opposti si chiamino coi loro veri nomi: proletariato, borghesia. Ma non ne hanno altri (...) È astuzia consueta degli intriganti innalzare il vessillo popolare. Le masse sono fiduciose e credule, si lasciano convincere dalle parole altisonanti e dai bei gesti. Si cerca oggi di intimidirle e di sviarle nello stesso tempo con banalità roboanti come: Repubblicani! Rivoluzionari! Democratici! Ma si respingono furiosamente i termini precisi che decidono e spiegano la situazione: borghesi! proletari!».

Nella stessa lettera troviamo dei duri giudizi, che condividiamo, su Mazzini. «Conoscete Mazzini? No, certamente! È un ciarlatano, un arrogante, un ambizioso e anche peggio; lo vedete ergersi a dittatore della democrazia europea, a campione della rivoluzione universale. Ebbene! È un rivoluzionario della forza di Thiers, all’incirca. Sapete ciò che vuole? Una sola cosa: ricostituire la nazionalità italiana, fare dell’Italia una potenza di primo piano, di cui sarebbe il capo, ben inteso (...) Sono estremamente meravigliato per il fatto che possiate individuare la minima analogia tra il mio pensiero e quello di Mazzini. In primo luogo, Mazzini non ha idee rivoluzionarie o d’altro genere, se non quelle dell’indipendenza e della superiorità dell’Italia. A parte ciò, nulla. Vi chiedo, cosa importa a noi l’indipendenza italiana, se non fonda nello stesso tempo il regime di eguaglianza e di fratellanza, che è la nostra sola religione? (...) Quest’uomo vuole servirsi di noi contro noi stessi; non è soltanto il nemico della nostra patria: lo è anche delle nostre convinzioni, della nostra fede sociale. Conta instaurare nel suo paese uno sfruttamento borghese simile a quello che solleva la nostra collera e le nostre armi da 22 anni.

«Credete forse che lo calunni. Ma leggete dunque i suoi giornali, cercate di trovarvi qualcosa che non siano declamazioni vaghe e vuote, una fraseologia vana, un linguaggio senza idee, della sorta di luoghi comuni democratici che non dicono niente, non impegnano a nulla, grandi parole, fede, devozione, rivoluzione, senza il minimo pensiero positivo (...) Guerra ai castelli! Abbasso i ricchi! Morte agli sfruttatori! Ecco la parola d’ordine delle campagne e la loro traduzione della parola: socialismo. Queste grida sono il terrore di Mazzini e dei suoi simili.

«Non dimenticate anche gli anatemi di Kossuth contro il socialismo, in Inghilterra, quando conobbe i programmi finali dei diversi partiti. Egli chiede soltanto l’indipendenza dell’Ungheria, con il mantenimento del regime aristocratico e feudale che la governa. Giudicate la sua preferenza per le nostre dottrine. Laggiù ci impiccherebbero (...)

«Mazzini inveisce furiosamente contro il materialismo delle dottrine socialiste, contro il presentarsi degli appetiti, il richiamo agli interessi egoistici; si scaglia contro la teoria avvilente e corruttrice del benessere materiale. Ora, non capite che sono semplicemente declamazioni controrivoluzionarie? Cos’è la rivoluzione se non il miglioramento della condizione delle masse? E che sciocchezze sono queste invettive contro la dottrina degli interessi! Gli interessi di un individuo non sono nulla, ma gli interessi di tutto un popolo diventano un principio; quelli dell’umanità intera una religione. Forse che i popoli hanno mai agito altrimenti, se non per degli interessi? L’appello alla libertà è anche un appello all’egoismo, perché la libertà è un bene materiale e la servitù una sofferenza. Combattere per il pane, cioè per la vita dei propri figli, è una cosa ancor più santa che combattere per la libertà. D’altronde, i due interessi si confondono e ne formano invero uno solo. La fame è la schiavitù. Sono forse liberi quell’operaio, quel contadino che la miseria lascia come bestie da soma in balìa dello sfruttamento del fabbricante e del proprietario? Andate a parlare a questi disgraziati di libertà. Vi risponderanno: “La libertà vuol dire pane sulla tavola”. Noi diciamo loro: “La libertà è il benessere”. Abbiamo torto? Non parliamo a negri o a compagni di Spartaco, ma a schiavi che hanno le apparenze della libertà frammezzo ai dolori della servitù».

C’è qui un sano materialismo e, pur mancando la visione dialettica di Marx, aveva comunque ben compreso le idee di Mazzini.

Nella stessa lettera a Maillard leggiamo: «Siete socialista-rivoluzionario: non si può essere rivoluzionari senza essere socialisti e viceversa (...) Per quel che riguarda il socialismo pratico, non è di nessuna setta speciale, di nessuna chiesa. Prende quello che gli serve in ciascun sistema, non ha nessuna infatuazione di scuola e vuole rovesciare ciò che esiste non a caso o a profitto degli intrighi, ma in virtù dei principi ben definiti, con la ferma risoluzione di costruire il futuro su nuove basi fornite dal socialismo illuminato, evoluto e stabilito dagli avvenimenti».

In precedenza Blanqui aveva anche parlato dell’inutilità delle discussioni tra comunisti e proudhoniani sul dopo rivoluzione, dicendo che, anziché abbandonarsi a interminabili discussioni su ciò che c’è al di là del fiume, è meglio andarci e poi vedere. Sembra che Blanqui, senza affatto disprezzare la teoria, la consideri un momento secondario rispetto all’azione. Se da un lato c’è la giusta volontà di sottrarsi alle lunghe ed inutili discussioni tra le varie scuole, dall’altro è evidente che la sua dialettica, non inesistente ma molto rudimentale, non gli permette di cogliere il nesso tra teoria e prassi. Al sano materialismo di Blanqui difettano sia la scienza sia la dialettica.

Dopo la sua liberazione Blanqui si trasferisce a Londra per poi tornare a Parigi, dove stampa vari volantini ed opuscoli. Viene quindi arrestato per partecipazione a società segreta e condannato, nel giugno 1861, a 4 anni di prigione. Qui si forma una sorta di partito blanquista.

Il 27 agosto 1865 Blanqui evade di prigione e si reca a Bruxelles. Scrive lo storico Dommanget: «Nel 1866 Blanqui si reca a Ginevra, dove si deve svolgere il Primo congresso dell’Internazionale. L’idea dei blanquisti è di parteciparvi per denunciare le deviazioni che il mutualismo e la cooperazione hanno cominciato a far subire al socialismo. Blanqui tuttavia fa impartire ai suoi amici di Parigi l’ordine di non andarvi. Tre di loro non danno ascolto all’ingiunzione del capo e si recano comunque a Ginevra. Ne seguono divisioni, ma la polizia parigina si incarica di risolvere il conflitto a suo modo, mediante l’arresto dei militanti blanquisti».

Si pone il problema di come organizzarsi data la repressione poliziesca. Ancora Dommanget: «Viene decisa allora la formazione di raggruppamenti di dieci membri, che non si conoscono tra loro e il cui capo è il solo ad entrare in rapporti puramente verbali con la direzione del movimento. In tal modo si riducono al minimo gli effetti di eventuali infiltrazioni, mentre al primo segnale, trasmesso verbalmente, tutti gli aderenti avrebbero potuto raccogliersi in un unico punto. Si tratta, insomma, di un’organizzazione ispirata chiaramente al sistema delle decurie e centurie creato da Buonarroti nel ‘14. Occorre aggiungere che, oltre a questa struttura di combattimento – ottenuta mediante la selezione – un’organizzazione più ampia, ispirata ai principi del libero pensiero e alla testa della quale si trovano Eudes e Regnard, subisce direttamente e fortemente l’influenza blanquista. Nel corso di visite frequenti e persino di soggiorni prolungati a Parigi, Blanqui passa più volte in rivista le proprie truppe di combattimento, senza che lo si venga a sapere. Gli effettivi ammontano fino a circa 2.500 uomini, un numero che però si rivelerà molto ridotto quando verrà dato il segnale dell’azione, il 14 agosto ‘70».

Riguardo alla cooperazione e alle altre parole d’ordine proudhoniane, Blanqui scrive nel 1867: «Le società di consumo sono le più facili e le più semplici. Si rischia poco. Ma non possono condurre che a risultati insignificanti e talvolta a delusioni. D’altronde non sono praticabili che in zone forti. Insomma si tratta di un passatempo e neppure di un palliativo. Le società di credito sono già un pericolo per gli operai, un miraggio affascinante che li trascina e li imbroglia, li confonde nelle difficili questioni dei conti correnti, delle scadenze, degli interessi accumulati: un dedalo di combinazioni finanziarie dove la loro esperienza rischia di perdersi. Tali società esigono un’istruzione che ne restringe fortemente l’ambito.

«Quanto alle società di produzione, io le considero come la piaga più funesta nella quale possa cadere il proletariato. È chiaro che soltanto un piccolissimo numero di lavoratori possiede le capacità necessarie per simili imprese. È dunque l’élite intellettuale che si metterà per questa via. Ebbene! Per questa via fallimento e successo sarebbero egualmente una disgrazia. Il fallimento è la rovina e lo scoraggiamento. Il successo, peggio ancora, è la divisione degli operai in due classi: da una parte, un’enorme massa ignorante, abbandonata, senza appoggio e senza speranza, nei bassifondi del sistema salariale. Dall’altra parte, una piccola minoranza intelligente, preoccupata ormai dei suoi soli interessi privati e separata per sempre dai suoi sventurati fratelli. Si vorrebbe forse, per assurdo, scremare il popolo, togliergli i suoi naturali protettori, per farne una nuova casta, una specie di mezza borghesia, ancor più egoista perché sarebbe ancor più attaccata al denaro e conseguentemente più ombrosa e più brutalmente conservatrice? Ecco dunque l’ultima parola di un espediente bastardo, battezzato nella culla con un gran nome – resurrezione del socialismo – mentre ne è la negazione, la tomba! È una esca per attirare il popolo fuori dalla sua strada naturale, per portarlo in un vicolo senza uscita e delimitato da confini, per fuorviarlo in non so quale puerilità di speculazioni, senza altro risultato possibile che di infondere nel disgraziato operaio la febbre continua dei profitti e delle perdite, che divorerà la sua vita e non gli lascerà un solo pensiero per la cosa pubblica».

Nello stesso scritto leggiamo, in merito alla utilità dei sindacati: «Nelle attuali condizioni politiche sarebbe utile agli operai una società di mutua assistenza per la salvaguardia dei diritti del lavoro e per la resistenza al capitale. [Invece] ogni tentativo organico di produzione sarebbe un passo falso e un anacronismo. Una tale impresa non ha una possibilità di successo che con la libertà e la cultura (...) L’operaio, con la forza dell’unione, cessa di subire la volontà dei suoi antichi dominatori. Lotta ad armi pari contro la loro avidità e non si trova più nella condizione di lombrico. Può fermare la svalutazione del salario, tenere in scacco lo sfruttamento, discutere le condizioni di lavoro, invece di subirle. Ricava allora benefici, diminuisce l’iniquità della ripartizione. Agli occhi del fabbricante è una rivolta intollerabile; egli non è più l’arbitro supremo del costo della manodopera. Con tale ribellione si vede togliere il suo principale strumento di guadagno, la diminuzione a sua discrezione del salario, per conseguenza la vendita a prezzo ridotto, la preferenza nelle ordinazioni, la garanzia degli sbocchi. Tutte queste lotte sono gravide di guerre civili».

Non mancavano anche allora, come oggi, coloro che consideravano l’attività sindacale un intralcio alla rivoluzione, un materialismo volgare da tralasciare. Questa la risposta di Blanqui: «Lasciamoli dire questi moralisti austeri, afflitti da 50.000 franchi di rendita. Lasciamo i Simeoni stiliti predicare il digiuno e il cilicio, schiena al caldo e stomaco pieno. Lasciamo i campioni pasciuti della politica estera, gli anacoreti della pancia obesa, tuonare santamente contro le dottrine materialistiche (...) Non devieremo dalla nostra linea davanti agli anatemi dei bigotti serafici, seduti tra un cappone tartufato e una cortigiana».

La sua posizione sullo sciopero è sicuramente valida. Dallo scritto precedente del 1867: «Lo sciopero è comprensibile per tutti; è l’idea semplice, la resistenza all’oppressione: tutti vi aderiscono. La cooperazione, nelle sue diverse forme, società di credito, di produzione, è una complicazione che può sedurre intelligenze già sviluppate, ma che spaventa gli ignoranti e i semplici. Troverà appena dieci aderenti, mentre lo sciopero diecimila. All’uno la generalità, all’altro rare eccezioni. La bandiera che raccoglie la massa non è forse preferibile a quella che unisce pochi individui? Malgrado i suoi inconvenienti, lo sciopero è il mezzo naturale, alla portata di tutti, al quale tutti partecipano (...) Lo sciopero è la sola arma veramente popolare nella lotta contro il capitale. Appoggiate provvisoriamente allo sciopero come mezzo difensivo contro l’oppressione del capitale, le masse popolari devono concentrare tutti i loro sforzi verso i cambiamenti politici, i soli riconosciuti capaci di operare una trasformazione sociale e la ripartizione dei prodotti secondo giustizia».

I due validi storici sopra nominati Danvier e Dommanget, sono d’accordo nel criticare Blanqui per non aver compreso l’importanza rivoluzionaria dello sciopero generale, al contrario di Sylvain Maréchal fino dal 1788. L’impressione che abbiamo è che una loro probabile impostazione sindacalista rivoluzionaria, più che marxista, li porti ad attribuire una valenza eccessivamente salvifica allo sciopero generale, sminuendo lo sciopero come arma di difesa e come scuola e palestra per i proletari. È vero che i moderni dovrebbero vedere più lontano degli antichi, se non altro come il nano che sale sulle spalle del gigante. Questo però a condizione che il nano sul gigante riesca a salire.

(continua al prossimo numero)