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Non come si auto-definisce, non con quale bandiera si ammanta lo Stato, ma che cos’è realmente, nel suo carattere di classe, nella sua traiettoria storica e nel suo ruolo nell’economia mondiale.
Possiamo rispondere in primo luogo con la storia. Dal crollo dell’ordine imperiale, passando per il tradimento degli operai di Shanghai nel 1927, fino all’indipendenza nel 1949, al Grande Balzo in Avanti, alla rottura sino-sovietica, alla Rivoluzione Culturale e alla svolta di Deng Xiaoping che ha prodotto la Cina che conosciamo oggi.
In secondo luogo la sua politica internazionale, quella “Via della seta” che si presenta come il grande dono della Cina alle nazioni oppresse del mondo. Effettivo anti-imperialismo o la sostituzione di un imperialismo con un altro?
In terzo luogo, il “Sogno Cinese”, il programma di Xi Jinping per il rinnovamento nazionale entro il 2049, cosa offre ai novecento milioni di lavoratori che lo sostanziano. A quale regime è sottoposta la classe operaia, quale trattamento per le organizzazioni sindacali?
E in quarto luogo, l’unica domanda che alla fine conta: come si pone lo Stato cinese nei confronti del movimento per il comunismo?
In ogni fase dello sviluppo del capitalismo in un paese non basta il colore delle bandiere che sventolano sugli edifici pubblici, e neppure se vi si costruiscono ferrovie, se il tenore di vita dei lavoratori migliora in termini assoluti, ma quale classe detiene il potere, quale classe è mantenuta sottomessa e quale la funzione storica e internazionale di quello Stato.
Una cronologia della nazione cinese
Quella cinese è la storia di un capitalismo nazionale che si è affermato in uno degli ultimi grandi territori della Terra.
All’inizio del XX secolo la Cina versava in uno stato di profonda crisi. Un secolo di saccheggi imperialisti aveva svuotato il vecchio ordine imperiale. La classe operaia era fra le più sfruttate della storia umana. La borghesia era troppo debole per portare a termine la propria rivoluzione: troppo dipendente dal capitale straniero, troppo legata ai proprietari terrieri, troppo incapace di unificare la nazione. La democrazia liberale di Sun Yat-sen ci provò nel 1911 e fallì. La Cina fu smembrata in sfere d’influenza, ciascuna controllata da una diversa potenza straniera che sosteneva un diverso Signore della guerra.
Fu in questo contesto che nel 1921 nacque il Partito Comunista di Cina. La classe operaia industriale si andava organizzando. A Shanghai, Canton, nelle grandi città portuali emergeva un robusto movimento operaio. La domanda che incombeva su tutto era la stessa della Russia nel 1905 e nel 1917: il proletariato avrebbe guidato la rivoluzione democratica e l’avrebbe trasformata nella propria dittatura? Oppure si sarebbe subordinato alla borghesia e avrebbe aspettato?
L’Internazionale, rinnegando le sue consegne del Secondo Congresso, rispose costringendo il PCC a fondersi con il partito nazionalista di Chiang Kai-shek, il Kuomintang. Disse ai lavoratori cinesi di fidarsi della borghesia nazionale. Impose la teoria delle fasi: prima portare a termine la rivoluzione borghese, poi — forse, più tardi, alla fine — pensare al socialismo.
All’inizio del 1927, i lavoratori di Shanghai si erano coraggiosamente sollevati in un’insurrezione armata, organizzati e disciplinati si erano impadroniti della città prima dell’arrivo dell’esercito nazionalista. Avevano istituito Consigli operai, proprio come nella Russia rivoluzionaria. La Comune di Shanghai era un fatto compiuto, una vittoria del proletariato cinese e mondiale. La classe operaia cinese aveva dimostrato di essere in grado di prendere il potere.
Per questo doveva essere schiacciata. Nell’aprile del 1927, Chiang Kai-shek arrivò e mostrò cosa avesse sempre significato il Fronte Unito politico: la subordinazione alla causa nazionale borghese. Con l’appoggio delle potenze imperialiste straniere i nazionalisti si scagliarono contro gli operai. In migliaia furono arrestati, giustiziati, fatti sparire. Le rivolte nelle province meridionali furono represse. Trecentomila morti. La Comune di Shanghai fu annegata nel sangue e l’avanguardia del proletariato cinese fu sconfitta e fisicamente annientata.
Quel momento fu decisivo. La separazione definitiva tra la classe operaia e il PCC risale all’aprile 1927. Dopo quel massacro in Cina non esiste più alcun partito comunista.
Su questo dobbiamo essere assolutamente chiari: non fu un “errore” la politica del Fronte Unito. Per lo stalinismo gli interessi della diplomazia dello Stato russo avevano la precedenza sulla vittoria e la sopravvivenza del proletariato cinese. Il massacro fu il prezzo dell’alleanza russo-cinese.
Da quella sconfitta emerse il maoismo. Mao riprese i princìpi di Sun Yat-sen e trasformò il PCC nel “vero Kuomintang”, un partito nazionalista borghese, ma sostenuto dai contadini poveri anziché dalla pavida borghesia. Il suo unico obiettivo era borghese: la rivoluzione democratico-nazionale. La prospettiva della doppia rivoluzione — in cui il proletariato guida la lotta democratica e la trasforma immediatamente in dittatura proletaria — fu scartata. E ciò che la sostituì fu un esercito contadino che marciava sotto bandiere rosse ma verso una destinazione borghese.
E lo stalinismo lo confermò una seconda volta quando il Giappone invase il Paese. Il PCC si riunì al Kuomintang — sospendendo la riforma agraria, accantonando la lotta di classe e subordinando tutto alla difesa nazionale. In Europa lo chiamarono Fronte Popolare, in Cina Resistenza Nazionale, ma il contenuto politico era lo stesso: la classe operaia era stata disarmata e la sua rivoluzione rinviata a tempo indeterminato in nome della nazione. Il PCC non si era semplicemente alleato con il nemico di classe, si era fuso con esso.
La vittoria del 1949 va compresa in questa dinamica di classi. Quando Mao proclamò la Repubblica Popolare, ciò ebbe un significato storico. La Cina si liberò di un secolo di saccheggi imperialisti. Unificò la nazione. Espulse le compagnie straniere. Si trattò di autentiche conquiste democratico-borghesi — e lo diciamo chiaramente perché è proprio riconoscendo ciò che fu il 1949 che possiamo essere precisi su ciò che non fu.
Non era socialista. Non era una dittatura del proletariato. Era il trionfo della potenza nazionale borghese.
La Repubblica Popolare doveva ora governare ciò che aveva conquistato. Il PCC entrò nelle città e impose immediatamente il rispetto della proprietà privata. Lasciò che i capitalisti gestissero le proprie imprese e incassassero i dividendi. Distribuì la terra a trecento milioni di contadini e creò trecento milioni di piccoli proprietari i cui appezzamenti non potevano generare il surplus necessario per alimentare lo sviluppo industriale.
Il sistema cooperativo dei primi anni ’50 non riuscì a risolvere questo problema. Nel frattempo la Russia ritirò i propri tecnici, recidendo la principale fonte di competenze industriali della Cina. L’industria aveva bisogno delle eccedenze agricole per alimentare gli operai, l’agricoltura aveva bisogno di macchinari industriali per modernizzarsi, e nessuna delle due poteva progredire senza l’altra. Allo stesso tempo, nelle città costiere stava montando una ondata di scioperi, con i lavoratori che avanzavano rivendicazioni salariali e minacciavano di organizzarsi al di fuori del controllo del partito. Lo Stato si trovava ad affrontare una crisi strutturale dall’alto e pressioni di classe dal basso.
Il Grande Balzo in Avanti fu la diretta conseguenza di questa crisi. Lo Stato collettivizzò l’agricoltura, smembrò i piccoli appezzamenti e concentrò la manodopera rurale sotto il controllo centrale, il tutto al fine di estrarre l’eccedenza di grano necessaria allo sviluppo industriale. Si trattava di uno Stato sottoposto a un’enorme pressione economica che ricorreva agli strumenti più drastici a sua disposizione.
Ciò che la collettivizzazione realizzò fu la violenta transizione della Cina da un’economia contadina a un’economia capitalista industriale. Questo non era un fenomeno esclusivo della Cina: è la storia universale dello sviluppo capitalista. Le recinzioni inglesi, la distruzione della produzione artigianale, la creazione forzata di un proletariato senza terra: ogni paese capitalista ha attraversato la propria versione di questo processo. Ma la Cina lo ha fatto in un decennio, sotto la guida dello Stato e con lo sventolio della bandiera rossa.
La produzione di acciaio passò da 158 mila tonnellate nel 1949 a oltre cento milioni nel 1996. La più grande e rapida industrializzazione della storia dell’umanità. Il risultato storicamente significativo di quel processo — dal nostro punto di vista — non è l’industrializzazione in sé, ma ciò che essa ha creato: il proletariato industriale più numeroso della terra. Perché è quella classe, non il PCC con la sua bandiera rossa, a portare in sé il vero potenziale della rivoluzione comunista.
Quando trionfò la linea riformista di Deng Xiaoping si spalancarono le porte al capitale straniero. Le Comuni furono sciolte. Le città costiere, che un secolo prima erano state il cuore del movimento operaio, divennero la linea di assemblaggio dell’economia mondiale. Spuntarono i grattacieli, le fabbriche si moltiplicarono, la marea delle esportazioni inondò il mondo. La borghesia cinese, ben protetta dal suo Stato, emerse come una delle classi dominanti più potenti del pianeta, all’altezza delle sue ambizioni globali.
Ciò che abbiamo davanti oggi quindi non è l’erede di alcuna tradizione comunista. È una potenza imperialista in ascesa, sicura di sé, espansionista e affamata – che non combatte contro l’ordine capitalista mondiale, ma per un posto dominante al suo interno.
Siamo ai nostri giorni.
Ci viene detto che quello della Cina non è imperialismo, ma anti-imperialismo in azione. Costruendo ferrovie in Africa, porti in Pakistan, infrastrutture in tutto il Sud-Est asiatico starebbe offrendo al mondo in via di sviluppo un’alternativa all’austerità del FMI e alle trappole del debito della Banca Mondiale. Questa è la tesi. Vediamo di cosa si tratta in realtà.
Le banche cinesi concedono prestiti ai paesi poveri, a interesse, a condizione che realizzino le opere con manodopera e materiali cinesi. Le infrastrutture sono costruite. Il debito si accumula. E quando il paese non è in grado di pagare — e molti non ci riescono — la Cina fa valere i suoi crediti.
Lo Sri Lanka non era in grado di onorare il debito contratto per la costruzione del porto di Hambantota, quindi la Cina ne ha ottenuto la disponibilità per novantanove anni: un punto di appoggio militare e commerciale nell’Oceano Indiano acquisito non con le armi ma tramite gli interessi composti. Lenin descrisse questo meccanismo oltre un secolo fa: il capitale finanziario non ha bisogno di cannoniere. Concede credito e, quando il debitore non è in grado di pagare, si appropria di territori, risorse e beni strategici. Niente di nuovo, si chiama imperialismo.
Lo schema si è ripetuto con la rete elettrica dello Zambia, data in garanzia per i prestiti cinesi.
Le nazioni africane firmano contratti infrastrutturali con clausole che esentano le aziende cinesi dalle leggi locali sul lavoro — il che significa che vengono importati lavoratori cinesi, escludendo i locali. La “Via della seta” non è beneficenza e non è mai stata concepita come tale. Le nazioni debitrici diventano dipendenti dal capitale cinese proprio come le colonie del XIX secolo dipendevano dal capitale britannico. Secolo diverso, bandiera diversa, stesso imperialismo.
Per i lavoratori dello Zambia e dello Sri Lanka non cambia nulla dal fatto che i loro beni nazionali siano tenuti in garanzia a Pechino anziché a Wall Street.
In Africa gli investimenti cinesi faranno ciò che gli investimenti capitalisti hanno sempre fatto ovunque siano arrivati, cacciano i contadini dalla terra, li spingono nelle fabbriche e creano con metodi brutali una nuova classe operaia industriale. Lo stiamo già vedendo in Etiopia, dove le fabbriche di proprietà cinese stanno creando una forza lavoro salariata dove prima non esisteva.
NoNon è una cosa da poco: è lo stesso processo di accumulazione primitiva che abbiamo avuto in Cina che si ripete sul suolo africano. Ma non è solidarietà “internazionalista”. È il capitale che si espande dove la manodopera è più a buon mercato, estraendo il massimo plusvalore da lavoratori privi di organizzazioni e di diritti politici. Il lavoratore africano che emergerà da questo processo dovrà affrontare lo stesso nemico che affronta il lavoratore cinese. La bandiera che sventola sopra la fabbrica cambia, lo sfruttamento no.
Gli unici vincitori sono lo Stato cinese e le borghesie compradore dei paesi beneficiari che facilitano questi accordi in cambio della propria quota. La Cina fa al mondo in via di sviluppo esattamente ciò che l’Occidente ha fatto alla Cina durante il “secolo dell’umiliazione”. E medesima è la rude verità che si cela dietro la retorica antimperialista.
Il “Sogno Cinese” per chi?
All’interno del grande paese il Sogno Cinese viene presentato come un’alternativa alle vuote promesse sociali del capitalismo occidentale. Non lo è. Per la classe operaia cinese non è un sogno ma un incubo.
Il Sogno Americano illudeva i lavoratori che la prosperità era alla portata di chiunque fosse disposto a lavorare sodo, nel tipico individualismo. Il Sogno Cinese svolge la stessa funzione. Nazione diversa, secolo diverso, stesso meccanismo ideologico: il programma della classe dominante per il dominio globale presentato come l’aspirazione collettiva di un intero popolo.
Xi lo articola in tre fasi. Mao ha fatto risorgere la Cina, ponendo fine al secolo di umiliazioni, espellendo le potenze straniere, unificando la nazione. Deng ha reso ricca la Cina aprendola al capitale straniero, favorendo le esportazioni, facendone una potenza industriale. Ora Xi sta rendendo forte la Cina. E Xi è esplicito su cosa significhi “forte”. Entro il 2049 — centenario della Repubblica Popolare — la Cina dovrà essere la principale potenza mondiale in termini di apparato militare, capacità tecnologica e influenza globale. Taiwan dovrà essere riunificata. Il Mar Cinese Meridionale dovrà essere controllato. L’iniziativa per la “Via della seta” dovrà assicurarsi corridoi di approvvigionamento e punti d’appoggio strategici in tutto il Sud del mondo.
Ma il carburante che alimenta ogni singolo aspetto di questo programma è il surplus estratto dalla classe operaia cinese. Cosa offre effettivamente il “Sogno cinese” a quei lavoratori? Lo stesso Li Keqiang — segretario del PCC — ha confermato che seicento milioni di cinesi vivono con un reddito mensile di circa centoquaranta dollari. Quasi la metà della popolazione della nazione col maggior travolgente sviluppo nella storia dell’umanità. Un lavoratore inurbato per acquistare un piccolo appartamento, e non in una grande metropoli, dovrebbe risparmiare tutto il suo salario per ottant’anni. Il cinquanta per cento più povero della popolazione cinese detiene solo il quattordici per cento del reddito nazionale. Questo è il Sogno Cinese in cifre.
Il sistema sanitario celebrato come rete di sicurezza? Una singola degenza ospedaliera costa settecento dollari — cinque mesi di reddito disponibile per un lavoratore che guadagna cinque dollari al giorno. Il risultato è ignorare le cure mediche, i lavoratori rimandano le cure fino a quando non è troppo tardi. Il sistema dell’hukou — il regime cinese dei passaporti interni — fa sì che i trecento milioni di lavoratori inurbati, quelli che fisicamente hanno costruito le moderne città, siano esclusi dalle scuole e dall’assistenza sanitaria. Costruiscono le infrastrutture ma ne sono esclusi.
Xi Jinping lo sa? Certo che lo sa. Quando Xi è salito al potere nel 2012 gli scioperi erano in aumento da anni. I lavoratori di Walmart Cina avevano organizzato scioperi coordinati. Gli operai dell’assemblaggio della Honda avevano bloccato le linee di produzione chiedendo elezioni sindacali. Stavano proliferando nel Guangdong alcune organizzazioni indipendenti che, al di fuori dei sindacati controllati dallo Stato, fornivano consulenza legale, sostegno agli scioperi e capacità di collegarsi fra lavoratori. I collettivi di donne stavano collegando le condizioni di lavoro nelle fabbriche, le molestie sessuali e i diritti riproduttivi in una sfida più ampia all’ordine sociale.
La risposta dello Stato è stata immediata e coordinata. Prima le organizzatrici femministe, le “Cinque femministe” arrestate nel 2015 per aver pianificato una campagna nella metropolitana contro le molestie sessuali. Poi nel 2015 i sindacati con retate di massa contro le organizzazioni del Guangdong e decine di arresti. Poi gli avvocati per i diritti umani, oltre trecento detenuti. Un attacco alla capacità della classe operaia di organizzarsi al di fuori del controllo del partito. Il PCC ha scelto la via della repressione permanente, una guerra di classe scatenata dall’alto, in alternativa alla corruzione politica socialdemocratica come in Occidente.
È nella crisi dei giovani proletari che le contraddizioni sono più visibili. A metà del 2023 la disoccupazione giovanile urbana in Cina ha raggiunto il 21,3%: quando ha toccato quel record l’Ufficio Nazionale di Statistica ha semplicemente smesso di pubblicare i dati. La competizione per i posti di lavoro, gli alloggi e l’istruzione è diventata brutale per milioni di giovani cinesi. E la risposta dello Stato? Nel 2025 ha provveduto a censurare blogger accusati di “pessimismo”. Perché quando i lavoratori smettono di credere nel sogno, il sogno smette di funzionare come illusorio strumento di controllo.
La rivolta della Foxconn di Zhengzhou del 2022 è stata l’espressione più evidente di ciò che sta maturando sotto la superficie. Quando la politica “zero-COVID” ha intrappolato i lavoratori all’interno dei complessi industriali, questi non si sono ribellati solo contro la politica sanitaria ma contro gli stipendi non pagati, i contratti non rispettati e la consapevolezza che lo Stato li avrebbe sacrificati in nome della “stabilità”. I lavoratori hanno combattuto contro le guardie di sicurezza all’interno del complesso industriale, hanno abbattuto le barriere a mani nude. E lo Stato — che si definisce comunista e che sostiene di rappresentare la classe operaia — ha inviato la polizia antisommossa per schiacciarli.
Questo è il “Sogno cinese” che si scontra con la realtà cinese. E succederà di nuovo. Perché le condizioni che hanno prodotto quella rivolta — salari stagnanti, massacranti orari di lavoro, assenza di organizzazioni indipendenti, mancanza di tutela legale, controllo totale dello Stato sui rapporti di lavoro — quelle condizioni non stanno migliorando. Peggiorano man mano che la crescita rallenta e lo Stato ha bisogno di spremere più plusvalore dai lavoratori per finanziare le proprie ambizioni imperialiste.
Non è un sogno per i lavoratori. È un sogno per la classe dirigente cinese — per i capitalisti, l’élite del partito, la nuova borghesia. Il “Pensiero di Xi Jinping” non è marxismo. È l’ideologia di una borghesia imperialista in ascesa che riveste i propri interessi di classe con il linguaggio del rinnovamento nazionale. E i lavoratori che costruiscono quell’impero — nelle fabbriche, nei cantieri, nei dormitori — non ne sono i beneficiari. Ne sono la materia prima.
Il
sogno comunista
Per milioni di salariati cinesi il peso del capitale diventa insopportabile. Noi diciamo: la loro condizione non richiede solo compassione. Richiede organizzazione. Richiede rivoluzione. Richiede l’unica forza nella storia dell’umanità che abbia mai realmente minacciato di porre fine a ciò che li uccide.
L’analisi del partito non è né pessimista né ottimista: è oggettiva, scientifica. La classe operaia cinese si solleverà di nuovo. Il PCC non sta reprimendo una indistinta popolazione passiva. Sta reprimendo una classe che sta ricominciando a muoversi. Lo sa bene, ogni repressione è un’ammissione di paura. Ogni blogger censurato, ogni organizzatore sindacale arrestato, ogni dispiegamento della polizia antisommossa davanti ai cancelli di una fabbrica è il riconoscimento da parte della classe dominante che, sotto la superficie del “Sogno cinese”, la classe operaia si sta agitando.
La domanda non è se i lavoratori cinesi reagiranno. La storia ha già risposto a questa domanda. La domanda è se ci sarà un partito rivoluzionario in grado di dare a quella lotta la direzione di cui ha bisogno quando arriverà il momento.
Ed è qui che entriamo in gioco noi. Non con arroganza. Non con la pretesa di avere tutte le risposte o che il nostro piccolo partito possa da solo innescare la rivoluzione mondiale. Ma con qualcosa di più importante dell’arroganza: con chiarezza teorica, con continuità storica e con ciò che i nostri compagni hanno descritto come fede nella rivoluzione — non come un cattolico crede in Cristo, ma come un matematico crede nella sua equazione. Non speriamo nella rivoluzione come i religiosi sperano nella salvezza. Comprendiamo la rivoluzione come uno scienziato comprende una legge della natura. Il calo del tasso di profitto non è un’opinione. L’inevitabile crisi del capitalismo non è un desiderio. La necessità della rivoluzione proletaria non è una preferenza morale. È la conclusione di una rigorosa analisi materialista di classe di come funziona effettivamente il capitalismo — un’analisi che si è dimostrata corretta più e più volte, in ogni paese, attraverso ogni generazione. Lo studio del partito sulle serie statistiche storiche l’ha dimostrato per tutti i paesi, Gran Bretagna, America, Giappone, Unione Sovietica e ora Cina, con la fredda espressività delle cifre.
Il nostro partito ha passato vicende complesse. Come molti nostri predecessori, in condizioni di clandestinità, perseguitati, esiliati, imprigionati, abbiamo mantenuto la chiarezza del programma del comunismo attraverso decenni di sconfitte e di isolamento — abbiamo resistito nella lunga notte della controrivoluzione. Abbiamo mantenuto viva la compagine del partito sul filo continuo del marxismo. Senza distorsioni. Senza falsificazioni. Senza quelle “modernizzazioni” e “revisioni” che hanno svuotato il suo grande potenziale storico.
Quella fedeltà al programma comunista non è testardaggine, è ciò che definisce e che conferisce valore a un partito rivoluzionario. Un partito che abbandona i propri princìpi quando le condizioni si fanno difficili non è un partito rivoluzionario. Non è niente. Per questo siamo ancora qui. Piccoli, ma fieramente comunisti.
Ancora oggi vediamo che in tutti i continenti la classe operaia riesce a combattere. Il nostro piccolo partito si protende, con la sua parola, verso questi proletari in lotta contro il capitale.
Il partito non si è inventato da sé. Siamo un partito antico, espressione di una oggettiva pressione storica mondiale — un movimento iniziato molto prima di noi e che continuerà dopo di noi — un movimento basato non sull’interesse nazionale, non sulla solidarietà razziale, non sulle ambizioni di grandi capi, ma su qualcosa di molto più potente e duraturo: gli interessi materiali della classe operaia internazionale che è ormai nella condizione storica di porre fine, insieme al proprio sfruttamento, alla oppressione di tutta l’umanità.
Una guerra di classe che ci collega, a ritroso nella storia, alla Comune di Parigi, alla Rivoluzione d’Ottobre, agli operai di Shanghai di cento anni fa che morirono lottando per un futuro che era stato loro sottratto. E ci collega, in avanti — inevitabilmente, non perché lo desideriamo ma perché le leggi della storia lo esigono — anche al proletariato cinese, prigioniero nelle fabbriche e nei dormitori della più grande macchina capitalista del mondo. Ci uniremo a quel proletariato non per carità o per sentimentalismo, ma attraverso l’unico legame che abbia mai avuto significato nella storia della lotta di classe: interessi condivisi, dottrina condivisa e combattuta guerra di classe contro un nemico comune e per un comune luminoso futuro.
I comunisti non cedono né alla disperazione né a false speranze. La Cina non è socialista. Il PCC lo è stato, entusiasticamente, alla sua nascita e nei suoi primi anni. Finché non fu trascinato nella degenerazione della Terza Internazionale, e da allora non è più comunista. Il “Sogno cinese” è oggi il sogno di una borghesia imperialista in ascesa, finanziata dallo sfruttamento di novecento milioni di lavoratori che non possono permettersi di curarsi negli ospedali che hanno costruito.
La “multipolarità” che la sinistra celebra non eviterà una terza guerra mondiale che chiederà a quegli stessi lavoratori di morire per gli interessi nazionali della classe che li sfrutta. Rifiutiamo tutto questo. Rifiutiamo di scegliere tra Washington o Pechino, Tel Aviv o Teheran, Mosca o Kiev. Ci schieriamo con la classe operaia internazionale, contro tutte le forze borghesi, per la dittatura del proletariato su scala mondiale. Questo è il nostro programma.
La storia ne ha dimostrato la correttezza. Ne darà nuovamente prova.
A Benevento come in ogni angolo d’Italia e del mondo, la devastazione dell’ambiente non è frutto della cattiva gestione, della corruzione o della delinquenza ma è della ferrea legge dell’economia capitalistica che muove ogni azienda e investimento di capitale: quella del massimo profitto immediato e dell’abbattimento dei costi.
La società partecipata del consorzio che gestisce l’impianto di depurazione a Ponte Valentino (BN) – al servizio dell’area industriale in cui sono impiegati oltre 600 lavoratori – non fa eccezione. Allorquando i segnali di deterioramento dell’ecosistema locale non potevano più essere ignorati – con schiuma persistente sulla superficie del Calore, moria di pesci e miasmi insopportabili che colpiscono la zona industriale e i quartieri di Benevento Nord – è giunto l’intervento delle autorità… “d’urgenza”. Ma il Calore subisce da decenni sversamenti industriali, con un sistema di depuratori e collettori fognari totalmente insufficiente e mal funzionante.
Fondi pubblici per centinaia di migliaia di euro sono stati stanziati da anni senza che a nulla si provvedesse. Ora sono giunti quelli europei… nuova cuccagna per i capitalisti che saranno coinvolti nelle opere di sistemazione della rete fognaria e dei depuratori. L’affare è l’avvio dell’opera: se non si conclude poco importa, se si allungano tempi di fine lavori e costi tanto meglio. La TAV Torino-Lione, iniziata nel 2012 e che doveva concludersi nel 2018, ora è previsto il termine lavori nel 2034, con un aumento dei costi del 23%. Questa è la regola, non l’anomalia dell’economia capitalista!
Non è dunque il “sistema Mastella” il problema: ex assessori e opposizioni, politicanti borghesi d’ogni risma cavalcano il malcontento per finalità elettoralistiche. Non possono certo ammettere che l’apparato politico-istituzionale non è affatto neutrale bensì strutturato per difendere gli interessi capitalistici che generano i disastri ambientali. La commistione fra politica e affari è connaturata al capitalismo che è mafioso per sua natura.
Non saranno gli effimeri interessamenti a danni fatti o il voto nelle prossime amministrative a fermare le fitte reti di interessi tra società pubbliche e private. Gli affari non diventano “onesti” per il buon cuore della giunta del momento e saranno sempre subordinati alla logica del massimo profitto immediato che non bada ai danni ambientali a lungo termine.
Un modo di vivere e produrre dell’umanità armonioso con la natura sarà possibile solo spezzato il capitalismo e i suoi regimi politici nazionali, nella umanità in tutti i paesi liberata dallo sfruttamento della produzione per il profitto e dalla divisione in classi.
La forza sociale che sola può adempiere a questo compito storico è quella della classe operaia. È innanzitutto interesse dei lavoratori difendere la propria salute e sicurezza nei posti di lavoro, e con ciò l’ambiente nelle zone industriali e nei quartieri proletari, a Benevento come a Taranto e in ogni territorio. Resta sterile, impotente a recidere le radici profonde della devastazione ambientale, una lotta che non veda i lavoratori intervenire con le loro organizzazioni di classe per dirigerla a tutela dei loro interessi.
Oggi la lotta dei lavoratori per la salute e la sicurezza nei posti di lavoro e nei territori – così come quella per gli aumenti salariali e gli altri interessi di classe immediati – non è organizzata, cioè è impedita, dalla cappa dei sindacati di regime (Cgil, Cisl, Uil, Ugl), cui da anni cercano di opporsi i sindacati di base.
L’unica difesa dal capitalismo e dai suoi disastri è la lotta con scioperi e mobilitazioni sempre più estesi e duraturi che impongano a Stato e padroni le rivendicazioni dei lavoratori, unendosi al di sopra delle singole aziende e località, attraverso lo sviluppo di sindacati combattivi, sotto la direzione dell’autentico partito rivoluzionario, che organizzi lo scontro al di fuori delle logiche elettoralesche e di palazzo.
Il futuro Sindacato di Classe – che in Italia potrà rinascere solo fuori e contro i sindacati di regime – e il Partito Comunista Internazionale sono gli strumenti fondamentali e necessari per questa lotta.
Benevento, venerdì 7 agosto 2026